Sul metodo e nel merito

Considerazioni sull’uso delle biografie

di Paolo Repetto, 22 dicembre 2018, da sguardistorti 05 – 2018 Natale

Mi accade sempre più spesso – stavo per aggiungere “a dispetto dell’età”: ma forse è proprio in ragione di questa – di riscoprire storie e figure che sino a ieri avevo colpevolmente trascurate, o che proprio non conoscevo, anche perché relegate da tempo ai margini della scena. Queste storie per i più disparati motivi cominciano invece ad intrigarmi, suggerendomi interpretazioni apparentemente inedite e accostamenti originali: salvo poi, appena ci metto mano, constatare che in molti ci hanno già pensato o ci stanno pensando, e magari si sono spinti parecchio avanti. Ormai so come funziona la faccenda, eppure ogni volta mi sorprendo: mi sorprende in positivo scoprire che altri condividono i miei singolari interessi, mentre mi irrita un po’ il fatto di non aver avuto sentore prima dei lavori in corso. Forse ho antenne poco sensibili, o magari sono solo orientate male.

In realtà non c’è nulla di strano. Cambia semplicemente la visibilità. Quando si focalizza l’attenzione su un argomento, tutto ciò che con esso ha una qualche attinenza diventa di colpo rilevante, e scavando appena sotto la polvere di superficie si trovano innumerevoli tracce di percorsi che quell’argomento lo attraversano, o ad esso conducono, o ne partono. È anche normale in questi casi guardare con occhi nuovi a quello che già si conosceva, riconoscendolo, assegnandogli una nuova collocazione e dandone una nuova interpretazione. È la sindrome dell’auto nuova: appena inizi a guidarla hai l’impressione che circoli solo quel modello, mentre prima non ne vedevi in giro.

Non è questo però il tema. Serve solo a introdurlo: anzi, a introdurre una premessa sul “metodo”, o se vogliamo sulla sua assenza, che per quanto scontata e autoreferenziale mi pare necessaria.

 

Del metodo – La conoscenza è una catena di sant’Antonio: ogni nuova scoperta rimanda immediatamente ad altro, quasi sempre in più di una direzione, con un gioco infinito che non procede senza logica, perché nel ventaglio dei percorsi che si aprono scegliamo naturalmente quelli che per qualche motivo più ci attirano. E anche quando la coerenza delle scelte non è immediatamente chiara, alla lunga viene fuori.

È così per chiunque ami l’avventura del conoscere: ma questa avventura non è vissuta da tutti allo stesso modo. C’è chi è portato da un’indole più “sedentaria” a sostare a lungo nei nuovi approdi, in qualche caso a stabilirvisi proprio (conosco gente che ha studiato per una vita lo stesso argomento, o si è dedicata a un solo specifico ambito): e “sedentario” non va qui inteso in accezione negativa, perché queste persone lavorano in realtà moltissimo di scavo, scendono in profondità. Altri invece, e io sono tra costoro, non resistono alla tentazione di risalpare immediatamente, di esplorare sempre nuovi territori, sacrificando la profondità delle conoscenze alla vastità degli interessi. Hanno menti nomadi e irrequiete, e come tali risultano in genere molto meno “produttivi” dei primi: direi che privilegiano il vagabondaggio divertito nei confronti del lavoro serio.

In questi ultimi, quelli che spostano incessantemente il fuoco della loro attenzione, l’attitudine dispersiva e onnivora è oggi enormemente stimolata dall’offerta della rete. Muovendosi con un po’ di criterio possono scoprire orizzonti che fino a vent’anni fa erano non solo preclusi, ma neppure immaginabili. Ciò significa che la peregrinazione copre spazi sempre più ampi, i tempi di ricerca sono accelerati, i percorsi sono spianati: ma giustifica anche le scoperte tardive cui accennavo, perché in effetti tutto ciò che bolle nel pentolone culturale è diventato di colpo molto più accessibile, ma non necessariamente anche più visibile. Se prima si pescava risalendo fiumi, torrenti e ruscelli, ora ci si muove in mezzo ad un oceano, ma si naviga a zig zag, in acque meno limpide, lungo coordinate confuse e spesso contraddittorie: l’attenzione risulta per forza di cose meno vigile, il gusto stesso dell’indagine diventa più insipido. È come passare dalla cucina della nonna al fast food. La qualità del pescato è inversamente proporzionale alla quantità: ma tant’è, per un bulimico è quest’ultima a contare.

Nel mio caso specifico entra poi in gioco anche una compulsione maniacale che mi spinge ad accumulare libri: è una smania apparentemente del tutto estranea a questo discorso, ma in realtà segue anch’essa una sua logica e finisce per intersecarlo. Non accumulo libri a caso, anche quando sembrerebbe così: li colleziono come tessere di un puzzle mentale del quale ho solo vagamente presente il disegno. Queste tessere prima o poi, per i più inaspettati giochi di sponda analogici, trovano la loro collocazione, danno risposte alle mie curiosità, fanno intravvedere nuove immagini e altre possibili rotte.

Insomma, è evidente che come studioso sono tutt’altro che sistematico. E tuttavia (o forse proprio per questo) i miei percorsi sembrano ormai ricalcare uno schema fisso. Come dicevo, appena approdo a luoghi che pensavo inesplorati, o quanto meno dimenticati, trovo regolarmente ceneri più o meno calde di bivacco e impronte che vanno in tutte le direzioni. Faccio un esempio per tutti. L’ultimo caso del genere in ordine di tempo riguarda gli anarco-geografi. Mi ero incapricciato di un’idea, riassumibile nel fatto che gli anarchici hanno privilegiato la geografia e i marxisti la storia, e mi ero proposto di verificarla, o almeno di vedere dove conduceva. Bene, è stato sufficiente digitare “anarchia e geografia” per scoprire che Federico Ferretti aveva già scritto dieci anni fa (nel 2007) Il mondo senza la mappa, dove racconta le storie di Elisée Réclus, di Kropotkin e di quelli che io definisco anarco-geografi. Scendendo poco più in profondità mi sono imbattuto in Geoanarchia. Appunti di resistenza ecologica, di Matteo Meschiari, un saggio uscito solo lo scorso anno, e ho realizzato che lo stesso Meschiari sta lavorando proprio attorno a quei personaggi. Nel corso dello scavo ho raccolto poi innumerevoli altre indicazioni che fanno pensare ad un interesse davvero vivo, anche se di nicchia, per questo tema. Fino a ieri non ne sapevo nulla.

Di qui la mia reazione. È comprensibile che mi senta spiazzato. Contrariamente però a quanto l’incipit di questa riflessione potrebbe suggerire, non provo disappunto nel constatare che altri mi hanno preceduto su terreni che ritenevo più o meno vergini. Non ne avrei motivo, visto che nella stragrande maggioranza dei casi gli studi in cui mi imbatto sono in circolazione da un pezzo, e non ho quindi precedenze da far valere. E se anche così fosse, se potessi accampare una qualche primogenitura, il constatare che altri percorrono la mia stessa strada non può che confortarmi. Per mia fortuna non ho mai patita la necessità di misurarmi sul “mercato” culturale. Così, ogni volta che qualcosa mi entusiasma perché oltre a offrirmi delle conferme rende più chiari i convincimenti che già avevo (sia pure maturati, per dirla alla Vico, “con animo perturbato e commosso”), oppure mi spinge oltre, aprendomi a nuove possibilità, mi sembra di fare un passo avanti verso la terra promessa. Conoscere non mi farà capire il perché della vita, ma mi aiuta senz’altro ad accettarla: e mi consentirà di uscirne, quando verrà l’ora, con gli occhi aperti.

Al di là di questo, le ragioni per compiacermi di aver trovato compagnia sono svariate. Sapere che qualcuno sta facendo o ha già fatto quello che io con ogni probabilità non mi sarei mai deciso a fare mi tranquillizza. Una disposizione bulimica come la mia impedisce di soffermarsi su un qualsiasi argomento per il tempo sufficiente a lavorarci seriamente: l’avrei fatto quindi comunque peggio. Ma c’è di più: c’è che di norma ad avermi preceduto sono degli studiosi molto più giovani di me, appartenenti alla fascia d’età che comprende mio figlio. E questo mi rassicura intanto sul fatto che la generazione successiva alla mia è ancora capace (a dispetto dell’eredità decostruzionista e post-modernista che le abbiamo trasmesso) di un pensiero originale e di ottimo livello, ma dice anche che certe curiosità e consapevolezze sono comunque nell’aria e aprono spiragli per il futuro. Infine, considerazione molto soggettiva, che gli interessi di questa generazione combaciano coi miei, e quindi almeno per quanto concerne gli entusiasmi culturali posso considerarmi ancora relativamente giovane: ciò che non è sempre una buona cosa, ma in questo specifico caso si.

Non che gli studiosi di Réclus siano particolarmente rappresentativi dei loro coetanei: anzi, lo sono ben poco. Ma la cosa vale per tutti i vagabondi culturali: io stesso non mi sento affatto rappresentativo di una generazione che, non scordiamolo, ha preso sul serio Sartre, Mao e Althusser: per questo ambisco piuttosto a inscrivermi in una linea transgenerazionale, e mi consola sapere che questa linea esiste.

 

Ora, quello che è capitato per gli anarco-geografi (e rivendico l’etichetta, anche se lessicalmente impropria: “geografo” è per me un qualifica che si applica ad un modo di essere, quello appunto “anarchico”, e non viceversa) era già accaduto per diversi altri argomenti. Solo dopo aver scritto La discesa dal monte analogo ho realizzato quanti sparassero da un pezzo sul post-moderno e sulla demonizzazione della civiltà occidentale (ultimi, e molto espliciti, Rodney Stark con La vittoria dell’Occidente e Franco La Cecla con Elogio dell’occidente); quando mi sono deciso a far girare l’Humboldt controcorrente erano già apparsi una serie di studi sullo scienziato esploratore e almeno un paio di sue nuove biografie; la critica all’istituzionalizzazione della memoria è ormai diventata moneta corrente (vedi Toni Judt o Daniele Giglioli), ecc … Insomma, mi rendo conto che a questo punto dovrei lasciar perdere le tirate sull’etica e le biografie di non conformisti, per dedicarmi invece più utilmente a scovare, segnalare e recensire ciò che già esiste. Cosa che, ripeto, non mi spiacerebbe affatto. E anzi, per accelerare i tempi lancio fin da oggi un’opa propiziatoria su personaggi e temi che ancora, credo, non sono stati riscoperti e sfruttati: Raimondi, Tonti, Boggiani, Dolomieu, Timpanaro, l’umanesimo socialista e libertario, ecc … Magari, col cuore in pace e attendendo fiducioso, farò ancora a tempo a leggere in proposito qualcosa di decente.

 

Nel merito – In realtà non me la cavo così a buon mercato. Per tante ragioni. Quella oggettiva è che come recensore valgo poco, esco volentieri per la tangente, seguendo il filo delle mie idee piuttosto che il pensiero del recensito; e ancor meno funziono come divulgatore, perché un po’ per scelta e un po’ per limiti oggettivi raggiungo solo i pochissimi già sintonizzati sulle mie frequenze. Quella soggettiva è invece che troppo spesso il modo in cui vicende e personaggi che mi stanno a cuore vengono affrontati non mi soddisfa affatto. Ho quasi sempre l’impressione che troppe cose siano rimaste in ombra, che molte suggestioni non siano state raccolte. Anche questa è una cosa naturale, nessuno può riuscire esaustivo su un qualsivoglia argomento: ma l’approssimazione può nascere da motivi diversi, e non tutti questi motivi sono a mio parere accettabili.

Ad esempio. Molte tra le più recenti opere a carattere biografico che vengono spacciate per “definitive” sono in realtà solo astute operazioni di assemblaggio, e risultano definitive nel senso che vogliono chiudere una volta per tutte il discorso, anziché aprirlo: esattamente l’opposto di ciò cui si dovrebbe mirare. È quel che penso della più recente biografia di Alexander von Humboldt scritta da Andrea Wulf (L’invenzione della natura, 2017), della quale ho già parlato altrove. Ma in molti casi, anche quando il lavoro è affrontato con rigore e competenza, qualità che non posso che ammirare proprio perché ne sono quasi totalmente privo, e persino con un pizzico di originalità, manca poi la capacità di alzare un po’ lo sguardo per dare un’occhiata attorno, per cercare le radici o seguire le ramificazioni di un pensiero o di una vicenda in territori apparentemente lontani, per inserirli in una linea di continuità che ne faccia qualcosa di vivo, di attuale. Certi studi biografici somigliano sinistramente ad autopsie, e a volte proprio l’eccessiva correttezza “filologica” impedisce di cogliere quei segni di vitalità del biografato che sarebbero invece davvero illuminanti.

In altri casi, al contrario, le interpretazioni sono decisamente forzate, e l’attualizzazione ha finalità partigiane, strumentali al dibattito politico o accademico, o più prosaicamente commerciali, quando asseconda gli umori del mercato. Insomma, troppe biografie sono palesemente bandiere piantate su un territorio a sancirne la proprietà, come facevano gli “scopritori” dell’età della conquista. Ciò ha poco a che vedere con la genuina curiosità culturale, che è invece capacità di leggere “altro”, di interpretare anche gli spazi tra le righe e soprattutto di lasciare aperte le porte ad ulteriori ingressi. Ma ho l’impressione che questa capacità appartenga di preferenza a chi non ha un’attitudine specialistica.

 

Il che, immodestamente, mi rimette in gioco. E riparto proprio dagli anarchici, geografi o no. Il discorso sugli anarco-geografi rimanda infatti necessariamente a quello più generale sull’anarchia, altro argomento rispetto al quale ci sono segnali di un ritorno di interesse (parlo naturalmente di un interesse vero, non del malcostume giornalistico di tirare in ballo l’anarchismo per ogni cassonetto incendiato). Si sta riscoprendo, ad esempio, sia pure con molte cautele, la figura di Camillo Berneri. Il caso Berneri si presta bene a ciò di cui voglio parlare: il personaggio non è facile da maneggiare, mette a disagio tanto i sedicenti anarchici quanto i vetero-marxisti, e sfugge anche all’incasellamento da parte della storiografia di impostazione più “laica”. La sua difficile collocazione induce insomma ad avvicinarlo con prudenza: ma nel contempo consente anche di piegarne la lettura, di volta in volta, ai propri punti di vista. Non solo infatti non esiste una biografia sorretta da un adeguato corredo documentale, ma nemmeno è disponibile una edizione passabilmente significativa dei suoi scritti – la maggior parte dei quali sono accessibili solo in edizioni molto artigianali, o risultano addirittura irreperibili.

Ora, a me non interessa affatto che venga ripristinata filologicamente la lettera degli scritti di Berneri, che oltretutto sono per la gran parte interventi polemici, occasionali, buttati giù in mezzo a difficoltà enormi e a situazioni di precarietà estrema: mi interessa però che non gli si faccia dire ciò che non ha detto, o che non si isolino o estrapolino certe sue prese di posizione, senza dare conto delle situazioni e delle occasioni in cui sono state espresse. Penso anche che, essendo Berneri dotato di molto senso pratico, poco incline a teorizzare sui grandi sistemi e molto bravo invece ad analizzare le situazioni immediate, concrete, in questi scritti non debbano essere cercate le grandi verità di un “padre nobile” dell’anarchismo, o un credo anarchico “revisionato”, magari per stigmatizzarne le debolezze e gli errori, ma debba essere invece colto lo spirito, l’atteggiamento mentale che li anima. Berneri non è un teorico o un filosofo della politica, e nemmeno offre soluzioni buone per tutte le stagioni: indica dei percorsi, sa benissimo quanto possano essere impervi, è consapevole che non tutti hanno il fiato per affrontarli e tiene aperta la possibilità di procedere per tappe. Non quella però di cambiare direzione e meta. È chiaro che le strade cui si riferisce potevano sembrare praticabili quasi un secolo fa, in un mondo che non era neppure lontanamente parente di quello attuale, mentre oggi non sono nemmeno più visibili. Ecco allora che ciò che esattamente ha detto, e scritto e fatto, e in quale occasione, diventa importante solo se letto in funzione di coglierne l’esemplarità, una coerenza di atteggiamento che va al di là delle possibili contraddizioni o dei ripensamenti (in Berneri, peraltro, davvero pochi). È questo ciò che va recuperato del suo messaggio, e contrapposto alla odierna “liquidità” etica, e trasmesso alle future generazioni.

 

Non ho tirato in ballo Berneri a caso. Non è lui l’oggetto ultimo di queste considerazioni (l’ho già trattato in Lo zio Micotto e le cattive compagnie), ma nella sua vicenda e nella sua biografia si incrociano, a volte direttamente, altre in maniera meno evidente, molte tematiche che mi piacerebbe vedere riprese con lo spirito giusto: quella, ad esempio, dell’”umanesimo socialista”, degli “eretici” e dei libertari che nella prima metà del secolo scorso si ribellarono all’ortodossia culturale di osservanza sovietica (da Chiaromonte e Andrea Caffi su su fino ad Orwell e Camus); o quella del rapporto tra anarchia ed ebraismo (che ci porta a Gustav Landauer, a Scholem e a Benjamin).

Per “spirito giusto” intendo la consapevolezza che ci si occupa del passato non per cambiarlo, perché gli esiti della storia sono comunque quelli che viviamo e tali rimangono, ma per vedere se tra quello che è stato scartato, tra le innumerevoli possibilità che non sono state colte o non si sono realizzate, ce ne fosse qualcuna che ancora può fornirci qualche utile indicazione, o perché spiega meglio il presente o perché, al di là delle mutate contingenze, offre modelli di comportamento che definirei extra-storici. In questo senso, se cioè di fronte allo sconcerto totale odierno appaiono necessari modelli diversi da quelli che si sono affermati, è evidente che la storia degli sconfitti risulta molto più interessante di quella dei vincitori. Perché però questo interesse si traduca in un lievito culturale è necessario che dalla riscoperta parta un processo critico, che quei modelli non vengano cristallizzati in icone ma rimessi in circolo, “attualizzati” correttamente. Invece ciò non accade praticamente mai: le riesumazioni si esauriscono subito in una affrettata imbalsamazione e le figure riscoperte vanno semplicemente a completare l’album dei ricordi.

Questo è il mio timore, di fronte ad ogni nuovo studio biografico concernente le figure che mi interessano. E per dimostrare che non sono paturnie mi rifaccio alla sorte di un lavoro che giudico più che riuscito, e che in futuro sarà un riferimento obbligato, sempre che qualcuno voglia ancora approfondire seriamente l’argomento. Si tratta della corposa biografia di Chiaromonte scritta da Cesare Panizza (Nicola Chiaromonte. Una biografia, Donzelli 2017). Trecento pagine che sfidano finalmente una rimozione perdurante da decenni.

La fatica di Panizza non può essere riassunta e liquidata in una recensione. Non avrebbe senso. Questo è un libro che va letto, meditato e discusso. Avendo già fatto tutte e tre le cose mi sento autorizzato a non recensirlo secondo gli schemi tradizionali, ma a buttarmi direttamente sulle considerazioni a margine.

 

Dunque. Del lavoro di Panizza ho trovato recensioni sulla stampa quotidiana, giustamente molto favorevoli, ma per forza di cose piuttosto generiche: non mi pare invece che gli sia stata riservata la dovuta eco nei supplementi culturali di quegli stessi giornali, o in riviste storiche o culturali specializzate. Eppure l’opera si è aggiudicata anche il premio Acqui Storia (non che i premi letterari diano la misura della qualità di un lavoro, ma almeno testimoniano del fatto che non è passato del tutto inosservato, e qualche volta ci azzeccano anche). Pare che la pratica sia già stata archiviata. Ma la misura di questa rimozione l’ho avvertita pienamente in un’altra occasione.

Pochi giorni fa ho assistito alla presentazione del libro in Alessandria. Era l’ora, ad oltre un anno dalla sua uscita: l’autore è un alessandrino e il libro è stato concepito qui. L’incontro è avvenuto però in una saletta semideserta – ciò che in Alessandria si può dare per scontato sempre: ma in questo caso la scarsa partecipazione ha anche a che vedere col fatto che Chiaromonte ai più è sconosciuto, e per i pochi che lo conoscono è scomodo almeno quanto Berneri. Per l’occasione tuttavia, al tavolo dei relatori erano schierati, oltre l’autore, tre docenti universitari: una formazione che avrebbe dovuto garantire al dibattito un alto tasso di “qualità”, e compensare almeno in parte la tristezza della scarsa affluenza.

 

Invece non è stato così. Il primo dei relatori ha divagato, o quasi, per tre quarti d’ora. Gli altri, dopo aver dato atto della professionalità con la quale il saggio è stato costruito, sono passati direttamente al ruolo di avvocati del diavolo – ruolo peraltro previsto nelle presentazioni serie, perché non diventino delle pure celebrazioni o scambi di favore – e sono andati a rovistare nelle ambiguità, nelle chiusure, nelle incertezze imputabili al pensiero e all’ atteggiamento politico di Chiaromonte. L’autore ha avuto alla fine a disposizione solo una manciata di minuti, durante i quali ha provato a rispondere ai capi d’accusa (che riguardavano la figura del biografato, naturalmente, e non il lavoro suo), ma purtroppo con poca efficacia. Il fatto è che ad occhio e croce tra gli astanti gli unici a sapere di chi si stava parlando eravamo io e l’amico che mi aveva trascinato alla presentazione – in percentuale circa il venticinque per cento – e all’uscita il dato era rimasto invariato: perché di chi fosse Chiaromonte, di come la pensasse e perché, di cosa abbia scritto, non è stato detto praticamente nulla. E questo non aiuta a farlo conoscere, visto anche che le sue pochissime opere, alle quali non è stato peraltro fatto riferimento, sono difficilmente reperibili.

Ora, ammettiamo pure che gli studiosi al tavolo fossero convinti, in ragione dei numeri della platea, di trovarsi in presenza di una élite particolarmente informata, che avrebbe potuto annoiarsi o addirittura offendersi di fronte ad una semplice “narrazione” dei fatti, e abbiano ritenuto quindi opportuno dare Chiaromonte per scontato: cosa è poi venuto fuori dal dibattito? Solo una serie di appunti che danno a mio giudizio l’idea perfetta di ciò che non deve essere la riscoperta di questi personaggi.

Nell’ordine a Chiaromonte è stato rimproverato:

  1. di essere un anticomunista viscerale;
  2. di non avere capito il Sessantotto;
  3. di non avere colto l’importanza dei processi in corso negli anni cinquanta, soprattutto quello di costruzione dell’Europa;
  4. di aver preso soldi dalla CIA per pubblicare, assieme a Ignazio Silone, Tempo presente.

In pratica una frettolosa liquidazione, attuata senza lasciare spazio ad alcun contradditorio. Cosa che avrebbe invece fatto emergere un’immagine di Chiaromonte ben diversa.

 

Punto primo. Gli fosse stato lasciato il tempo di tratteggiare un po’ la figura dell’imputato, Panizza avrebbe potuto spiegare ciò che dal suo studio biografico risulta chiarissimo: e cioè che l’ anticomunismo “laico” degli anni trenta e quaranta non era un’epidemia infettiva come la spagnola, anche se gli spesso gli esiti per chi lo praticava erano altrettanto letali, ma un atteggiamento diffuso tra coloro che avevano conosciuto per esperienza diretta il volto del socialismo reale nella sua patria madre, o lo avevano visto all’opera attraverso i suoi emissari (i pluribiografati Togliatti, Longo e Vidali) durante la guerra di Spagna, sulla pelle dei loro amici e compagni (primo tra tutti proprio Berneri): e che non avevano potuto cogliere poi segni di un qualche ripensamento nel dopoguerra, neppure dopo i fatti di Ungheria e di Praga.

Questa gente non era determinata alla denuncia da un gene maligno, o dai dollari americani, ma dalla delusione nei confronti di un sogno nel quale per un certo periodo aveva creduto, o al quale aveva perlomeno guardato con interesse, e che si era rivelato in realtà un incubo. Erano coloro che non volevano cedere al ricatto della scelta del male minore, perché oltre un certo livello il male diventa assoluto, e mostra tutto un identico volto. Non solo: chi abbia letto qualcosa di Chiaromonte sa benissimo che anche nel pieno della guerra fredda, quando schierarsi da una parte o dall’altra sembrava diventato un obbligo ineludibile (al quale finirono per sottostare molti dei suoi amici americani riuniti attorno alla rivista “politics” ) l’intellettuale lucano non accettò mai questa logica, e continuò a denunciare tanto la politica degli americani nell’Europa del dopoguerra quanto il modello consumistico e spersonalizzante della democrazia d’oltreoceano.

Anche la mancata partecipazione attiva di Chiaromonte alla Resistenza armata va letta in questa chiave. Da un lato Chiaromonte sentiva che l’esperienza vissuta dai suoi compagni italiani, in patria o nell’esilio, o da amici come Camus e Malraux, e da lui condivisa solo in spirito (stava in America), aveva creato una frattura nei loro confronti (o meglio, nei suoi confronti): e la pativa. Dall’altro era convinto che quella esperienza non avesse comunque gettato le basi per una reale ricostruzione delle coscienze, e quindi per una vera rivoluzione. Chiaromonte non aveva bisogno di certificazioni di coraggio o impegno, era all’opposizione da sempre, aveva dovuto andarsene esule dall’Italia e la sua parte l’aveva già fatta accorrendo in Spagna subito dopo lo scoppio della guerra civile: ma anche di lì era venuto via dopo aver visto che piega stavano prendendo le cose sul fronte repubblicano, con la guerra intestina scatenata dagli stalinisti. Questa è coerenza integrale, non integralismo della coerenza.

 

Punto secondo. Pur appartenendo ad una generazione che il Sessantotto lo ha conosciuto solo per sentito dire (anche se, nel suo caso, probabilmente attraverso una documentazione storica qualificata), l’autore avrebbe potuto spiegare che, al contrario di quanto gli veniva imputato, Chiaromonte della vicenda aveva capito tutto l’essenziale: e cioè che si trattava in realtà di un fenomeno conservatore. Nel senso che i giovani sessantottini, ai quali peraltro in un primo momento aveva concesso un credito di solidarietà e con i quali aveva cercato un dialogo, stavano solo portando all’eccesso le premesse che erano già state radice della politica dei loro padri. Non mettevano affatto in discussione i presupposti fondamentali del modello produttivistico-consumistico, la creazione artificiale e l’estensione illimitata dei bisogni, l’ineluttabilità della “crescita” economica e tecnologica, il trasferimento del senso ad una dimensione futura. Chiedevano una redistribuzione, non una radicale rifondazione. E lo facevano in nome di mode effimere, maoismo, guevarismo, e della demagogia inconcludente del “vogliamo tutto”.

 

Punto terzo. Forte dell’esperienza di quanto sta accadendo oggi, avrebbe anche potuto opporre, a chi si stupiva della scarsa attenzione di Chiaromonte per i processi di politica sovranazionale in corso negli anni cinquanta, che l’intellettuale lucano non solo non chiudeva gli occhi, ma li teneva tanto aperti da rendersi conto come un processo del genere, messo in moto senza nessuna preventiva opera di sensibilizzazione e responsabilizzazione degli individui, non avrebbe potuto che risolversi in una ammucchiata funzionale soltanto ai grandi interessi economici. L’Europa si stava “unificando” non nel segno della coscienza di essere frutto di una matrice culturale comune, da identificare e magari da reindirizzare, ma solo in quello della contrapposizione ad una forza eguale e contraria che si era sviluppata ai suoi confini e anche dentro essi, e peraltro in una posizione gregaria e tutt’altro che autonoma.

 

Punto quarto. Per quanto attiene alla vicenda dei finanziamenti della CIA a Tempo presente, oltre a ribadire come ha fatto (sia pure timidamente, data l’aria di smobilitazione che dopo due ore era più che naturale) che Chiaromonte ne era all’oscuro, avrebbe potuto opporre che a cinquant’anni di distanza, dopo le rivelazioni sulle trasfusioni ininterrotte dall’URSS alle stampa e alla propaganda comunista nell’Europa occidentale, quelle accuse suonano quantomeno un po’ stantie. Soprattutto da parte di chi ha rivendicato la realpolitik a giustificazione della propria più o meno sofferta cecità di fronte a tutto ciò che trent’anni prima delle denunce di Kruscev era già ben noto e raccontato e testimoniato, quando potevano arrivare a farlo, dagli “eretici”.

 

Ma, soprattutto, Panizza avrebbe potuto chiarire (lo ha fatto egregiamente nel libro) le radici dell’apparente “estraneità” di Chiaromonte al dibattito “politico” che andava in scena in quegli anni, di un atteggiamento che i suoi detrattori leggevano come snobistico. Non è cosa facile da riassumere, ma provo a farlo io.

Prescindo naturalmente dalla vicenda biografica, che chiunque abbia fretta può trovare anche in rete (ma sarebbe molto meglio leggesse il libro di Panizza). Consiglio piuttosto a chi volesse approfondire la conoscenza, oltre che di Chiaromonte, dei più significativi libertari socialisti e anarchici del primo Novecento, di visitare il sito della Biblioteca Gino Bianco, un esempio straordinario di conservazione “vivificante” della memoria.

 

In sostanza. Chiaromonte dà una lettura del “tramonto dell’ Occidente” che si scosta totalmente da quella spengleriana in voga tra le due guerre e da quella heideggeriana invalsa dopo, fino ad oggi. Risalendo alle origini della cultura occidentale, contrappone la visione greca della vita a quella che definisce l’“egomania” moderna. Non lo fa alla maniera di Nietzsche e dei suoi nipotini, spingendo fino alla caduta nel ridicolo l’opposizione tra dionisiaco e apollineo, ma constata come il pensiero greco si mantenga sempre entro una linea di rispetto nei confronti del sacro, che semplicemente è ciò che va al di là della nostra capacità di comprensione. Sottolinea cioè come quel pensiero sia improntato al “senso del limite” e come la stessa scienza greca miri alla “sapienza”, alla saggezza, che ha una connotazione puramente contemplativa, piuttosto che alla “conoscenza”, che implica invece una ricaduta pratica e performativa. Per i greci gli uomini non godono di una libertà quale oggi noi la concepiamo. Parlano di anàncke e di tyche, destino e fortuna. C’è per loro un limite alla nostra possibilità di conoscere il mondo: cosa che non viene invece riconosciuta dall’”umanesimo assoluto” odierno, che interpreta e riduce tutto appunto a misura dell’uomo, anzi, dell’individuo, e propone una “conoscenza” di tipo baconiano, mirata al dominio sulle cose: e questo in realtà porta a una disumanizzazione.

A differenza di quanto fanno i critici del modello di civiltà occidentale da Nietzsche in poi, Chiaromonte non identifica il momento della svolta, della rottura, con Socrate (cioè con Platone) e con gli esordi del razionalismo. Lo coglie invece nell’avvento della pretesa cristiana di incarnare un Dio nella storia, che porta a leggere tutte le vicende umane all’interno di un significato unico e ultimo. La chiave di lettura è cioè quella provvidenziale. Chiaromonte parla specificamente di una concezione cristiana, non di quella giudaica, che pure le sta alle spalle e introduce il monoteismo, perché è quell’irruzione del divino – che nell’ebraismo tiene invece ancora testardamente le distanze – a tradurre tutto in “storia”. Il cristianesimo dà una spiegazione del mondo: introduce quindi un’ attitudine che quando non sarà più sorretta dalla fede nella rivelazione si trasferirà armi e bagagli alla fiducia nella razionalità.

Quella relativa all’identificazione del momento di rottura non è una differenza da poco. È anzi fondamentale, e spiega come mai Chiaromonte non sia stato inserito dai postmodernisti, da Vattimo ad esempio, tra i “padri nobili” della critica al razionalismo occidentale. Chiaromonte non critica in effetti la razionalità, ma l’ “empietà” umana, la presunzione cioè di poter disporre a piacimento del mondo, di poterne modificare l’ordine, tramite la sua “riduzione a ragione calcolante”: che non è l’esito necessario della ragione, ma un suo uso distorto.

Tutto ciò che viene dopo l’avvento del provvidenzialismo cristiano, la sua secolarizzazione nel mito illuministico del progresso, e poi in quello romantico del determinismo storicistico e in quello positivista della redenzione scientifica, è in realtà il tentativo di negare un confine alle nostre forze e alla nostra capacità di comprensione. Il che trasferisce la ricerca di senso, di “verità”, costantemente nel futuro. “L’oggi è il Domani – scrive Chiaromonte –il senso della vita di oggi sta nel Domani, un Domani storico di cui l’oggi non è che l’oscura cifra … la fede ottimistica nella Storia (cioè nell’armonia prestabilita fra le aspirazioni umane e il corso degli eventi) fa dell’esistenza il fantasma di se stessa, rinviandone il significato all’infinito, cioè annullandolo.

In realtà la credenza nel mito del progresso storico si è dissolta già di fronte all’orrore inutile e assurdo della prima guerra mondiale. Chiaromonte ritiene che dopo quel trauma la speranzosa fiducia nel progresso abbia lasciato il posto ad una mascherata rassegnazione, all’abbandono a una “crescita” solo tecnologica con ricadute puramente materiali. A farne le spese sono state soprattutto le idealità sociali, prima tra tutte il socialismo. Per poter reggere all’impietoso confronto con la realtà l’idealità egualitaria si è trasformata in dogma, e si è trincerata dietro uno scudo di ortodossia. Il marxismo riproduce tale e quale l’atteggiamento fideistico e il comportamento gesuitico propri del cristianesimo.

Da questa analisi sembrerebbe poter discendere solo un atteggiamento totalmente scettico e rinunciatario. In effetti Chiaromonte dice esplicitamente che tutti i sogni di palingenesi, nella versione messianica e provvidenziale del cristianesimo come in quella laica del progresso, hanno sia un fondamento che un esito di violenza. Sacrificano fin dall’origine il vero a quello che arbitrariamente ritengono essere il bene. Di qui le derive totalitarie.

Ora, propri0 alla menzogna di qualsiasi possibile paradiso in terra bisogna resistere: ma non lo si può fare tramite la violenza rivoluzionaria, che necessariamente ricade nello stesso ordine di ciò a cui vorrebbe opporsi. L’unica possibilità è quella di un atteggiamento di stoica (e molto aristocratica) resistenza a difesa della verità, in attesa che le aporie intrinseche al modello “storicista” di conoscenza e di vita lo facciano implodere, e costringano gli uomini a coltivare si le utopie, come nutrimento spirituale, ma senza pretendere di tradurle in comportamenti pratici.

 

Non è dunque un modello rassegnato e nichilista quello proposto da Chiaromonte, ma un’idea molto vicina a quella di Camus, di una “partecipazione appartata”, che consenta di salvaguardare i margini per una totale indipendenza di giudizio e libertà di scelta. Per salvaguardare la propria libertà “negativa” rispetto a qualsiasi coercizione ambientale e quella “positiva” rispetto a qualsiasi condizionamento interiore. E in questa resistenza il conforto può venire, più che dai risultati politici, dalla solidarietà con i pochi che la condividono.

Ecco cosa scrive agli studenti del movimento sessantottino:

“Il rimedio, in verità, se c’è è altrove, e a molto lunga scadenza. Consiste nella secessione risoluta da una società (o meglio, da uno stato di cose, giacché “società” implica comunanza e ragione, che sono precisamente quello che manca oggi nella vita collettiva) la quale non è neppure cattiva per natura, anzi, suscettibile di vari miglioramenti. Non è cattiva e non è buona: è indifferente, che è la peggior cosa di tutte, la più mortifera. Da questa società – da questo stato di cose – bisogna separarsi, compiere atto pieno di “eresia”. E separarsi tranquillamente, senza urla né tumulti, anzi in silenzio e in segreto: non da soli, ma in gruppi, in “società” autentiche le quali si creino una vita il più possibile indipendente e sensata, senza alcuna idea di falansterio o di colonia utopistica, nella quale ognuno apprenda innanzitutto a governare se stesso e a condursi giustamente verso gli altri, e ognuno eserciti il proprio mestiere secondo le norme del mestiere stesso, le quali costituiscono di per sé il più semplice e il più rigoroso dei principi morali, e sempre per natura escludono la frode, la prevaricazione, la ciarlataneria e la fame di dominio e di possesso. Ciò non significherebbe né assentarsi dalla vita dei propri simili, né dalla politica in senso serio. Sarebbe, comunque, una forma non retorica di “contestazione globale”.

Sta parlando di vite vissute “come se” già la società giusta fosse realizzata. Cosa non facile, ma possibile all’interno di un sistema ristretto di relazioni improntate all’amicizia. È utopistico voler imporre al mondo il nostro modello ideale, e ogni tentativo di dargli corso diventa immediatamente violento e criminale: ma è doveroso, e in fondo appagante, rispettare e applicare individualmente, in prima persona, quello stesso modello. Come si vede, Chiaromonte non propone in realtà qualcosa di particolarmente nuovo: si inserisce in una tradizione di pensiero che davvero risale ai suoi amati greci, e che ha quale caratteristica intrinseca e conseguente proprio il basso profilo, una quasi clandestinità. Di nuovo, o comunque di ragguardevole, ci sono la chiarezza e la lucidità con cui le idee vengono esposte e la coerenza con la quale sono state professate.

Queste cose nella biografia scritta da Panizza ci sono tutte, e c’è naturalmente molto di più. È completa, ed è definitiva nel senso giusto del termine: non lascia alibi al non riconoscere Chiaromonte (o peggio ancora, al non conoscerlo), al non ripensarlo, al non confrontarsi col suo pensiero, e prima ancora con la sua testimonianza vissuta. Dubito però che presentazioni come quella cui ho assistito spingano molti a leggersi il libro.

Non ho la presunzione di aver fatto meglio, non penso che da quello che ho scritto si riesca a capire granché di Chiaromonte: ma la cosa era almeno in parte voluta. Intendevo solo suscitare un po’ di curiosità, e forse quella di spargere degli accenni confusi è la tattica giusta. Se così fosse, la mia parte l’avrei fatta: non mi resta ora che affidare il messaggio alla solita bottiglia.

Di vetro, ovviamente.


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