Ma che razza (…)

di Paolo Repetto, 2013

Salto su tossendo, gli occhi pieni di lacrime. Sono le nove del mattino, sto sdraiato sul greto del Piota e a pochi passi di distanza qualcuno ha cominciato ad arrostire delle salsicce. La brezza diffonde per un raggio di venti metri il fumo della carbonella, aromatizzato al rosmarino. Sono già abbastanza stagionato, non voglio farmi anche affumicare.

Chi va al fiume di primo mattino in genere ha poca simpatia per i suffumigi. Se ha scelto quell’ora è perché preferisce un bagno nell’acqua fresca e pulita a quello nella folla, vuol fare quattro bracciate evitando collisioni con nugoli di bambini e amerebbe rosolarsi per un’oretta non allo spiedo ma ai primi raggi solari, cullato dai suoni del vento o della corrente. Soprattutto, non ha intenzione di essere spettatore delle attività culinarie che si sviluppano da quando il sole è allo zenit sino a tarda sera. Le salsicce alle nove antimeridiane sono un ulteriore passo sulla strada del degrado; per cui, appena ho finito di stropicciarmi gli occhi, comincio inveire: “Ma che cavolo fai?” Il rosticciere ha tratti marcatamente andini. Mi guarda seccato, si rivolge in uno spagnolo gutturale ad un gruppetto che ha già imbandito tavola sotto gli alberi, poi risponde che non pensava di dare tutto questo fastidio. Accenna comunque a spostarsi un passo più in là. Mi butto in acqua, nella vana speranza di togliermi di dosso gli aromi, faccio su l’asciugamano impregnato e prendo, ancora umido, la via di casa. E mi ripeto: “Ma che razza …”.

Murray Bookchin, un anarchico americano, a un giornalista che in occasione del suo ottantesimo compleanno gli chiedeva se l’invecchiare comportasse anche qualche vantaggio rispose: “Certamente! Divento ogni anno più arrabbiato e intollerante”. Non potevo non fare mia questa risposta, e pertanto la uso per introdurre la conversazione: vorrei però combinarla con il luogo comune secondo il quale si nasce incendiari e si finisce pompieri, che apparentemente la contraddice, per provare a chiarire come stanno realmente le cose. Nel mio caso il superamento della contraddizione è facilitato dal fatto che per certi versi sto diventando letteralmente un pompiere: un pompiere molto arrabbiato e pochissimo tollerante.

Accade ormai quotidianamente, nella stagione estiva, di condividere le piccole spiagge del Piota con tribù di ominidi che hanno riscoperto il fuoco e improvvisano sotto il sole rovente falò scoppiettanti e fumose grigliate. Arrivano carichi come muli di vettovaglie e casse di birra, disboscano il greto, mostrando preferenza per gli arbusti più verdi e potenzialmente fumogeni, impiantano vere e proprie iurte o creano ricoveri antisole di fortuna per la nutritissima progenie, si ingegnano a rompere la monotonia del silenzio con micidiali impianti di diffusione musicale, tarando il volume in modo da non discriminare nessuno: insomma, una ventata di vita e di allegria. Non è vero, come afferma qualcuno, che sia sempre stato così: per dimensioni e per qualità questo è un fenomeno degli ultimi dieci-quindici anni. Nel secolo scorso le grigliate erano rigorosamente notturne e molto sporadiche, puri pretesti per trascinare al fiume le ragazze e sperare nell’atmosfera. Oggi invece non c’è giardino o terrazzo sprovvisto di zona di cottura, il rituale della brace domenicale ha sostituito quello dell’ostia e la casistica delle liti condominiali si è arricchita di nuovi pretesti. Si tratta quindi di un malcostume diffuso, che come tutto ciò che è negativo e fastidioso ha attecchito rapidamente e riscuote un consenso unanime. O quasi.

Senz’altro non ha riscosso il mio. La mia vocazione pompieristica si risveglia ad ogni minimo segnale di fumo. Ma sono reazioni ormai di pura rabbia, piuttosto che di resistenza, perché la causa è completamente persa: anzi, ad evitare che la cosa trascenda mi sono quasi rassegnato a perdere quel fiume lungo il quale ho vissuto i momenti più belli della mia vita.

Ora, come dicevo, il fenomeno è trasversale. Ho già litigato con italiani di varie età e di diverse appartenenze sociali e provenienze regionali, ma ultimamente gli interlocutori più ostinati sono diventati le ampie famiglie sudamericane, soprattutto equadoregne o peruviane, che transumano nel week end sulle sponde del Piota, con una forte tendenza a marcare il territorio e ad accampare diritti di usucapione. É una nemesi storica, mi si dice: fanno esattamente quello che cinque secoli fa hanno fatto, e in maniera molto meno soft, gli europei a casa loro. Infatti, e tra l’altro è una storia che conosco bene. Ma non credo che l’argomento possa essere usato per liquidare tranquillamente un problema che andrebbe invece affrontato da un punto di vista meno ipocrita e superficiale. Ciò che, appunto, mi propongo di fare stasera. Prendendola, come al solito, piuttosto alla larga.

I termini che designano fenomeni o atteggiamenti culturali, sistemi di idee, dottrine religiose, politiche, economiche, sociali – quelli insomma caratterizzati dai suffissi “ismo” o “esimo” – nascono con un difetto congenito. Sono troppo duttili, definiscono campi estremamente vasti e vaghi e si prestano ad essere manipolati e piegati sino a significare le cose più diverse, a seconda dell’interpretazione o dell’intenzione di chi li usa: e non parlo solo di sfumature, perché a volte i significati e le valenze che assumono col tempo sono addirittura antitetici rispetto a quelli originari. Pensiamo all’uso che è stato fatto di etichette come fascismo e comunismo, ma anche liberalismo, o cristianesimo, oppure illuminismo o romanticismo.

Uno tra i più abusati è senza dubbio il termine “razzismo”, soprattutto nella forma predicativa di “razzista”. Oggi si tira in ballo il razzismo in merito a qualsiasi atteggiamento che sottolinei l’esistenza di differenze tra gruppi umani, in una gradazione che va dal distinguo al rifiuto: si parla di un razzismo di genere (contro le donne), di razzismo nei confronti di particolari orientamenti sessuali (contro gli omosessuali), oltre naturalmente a quelli connessi alle differenze morfologiche, sociali, culturali e religiose.

In verità ci sarebbero molti sinonimi ben più precisi da utilizzare: etnocentrismo, xenofobia, maschilismo, omofobia, ecc. Ma il termine razzismo e i suoi derivati, quando vengono sguainati come armi da dibattito, hanno indubbiamente un altro peso: non lasciano via di fuga, sferrano il colpo del kappaò. Col risultato, però, che usandoli ad ogni piè sospinto, soprattutto brandendoli come corpi contundenti per atterrare l’interlocutore, si è finito col togliere al fenomeno che dovrebbero stigmatizzare una reale visibilità, anziché porre su di esso l’attenzione e l’accento. Non solo: usati a sproposito rendono impossibile in partenza ogni confronto serio che prescinda dalle ipocrisie del politicamente corretto.

Andiamo con ordine. In un uso “tecnicamente” appropriato il “razzismo” designa quelle dottrine o quelle posizioni culturali che predicano l’esistenza nell’ambito della specie umana di razze distinte, caratterizzate da fondamentali differenze biologiche, (a prescindere dal fatto che si reputi la separazione come originaria – teoria poligenetica – o come esito evolutivo – teoria monogenetica), e ritengono che tali differenze costituiscano i fattori essenziali di uno sviluppo storico non omogeneo. Questo atteggiamento porta ad affermare il diritto delle “razze superiori” a dominare sulle altre, e si traduce in comportamenti pratici che vanno dall’intolleranza all’apartheid, sino allo schiavismo o addirittura allo sterminio.

È una disposizione nata in un periodo ben definito, tra il Cinquecento e il Settecento, nell’età delle scoperte e dell’incontro con popoli nuovi – anche se, forzando un po’, si potrebbero trovare antecedenti parecchio addietro. Si è poi tradotta in dottrina antropologica nel corso dell’ottocento, quando una specifica contingenza storica (la conquista coloniale e l’imperialismo) ha richiesto di giustificare il dominio di taluni popoli su altri e la trasformazione dei criteri e dei parametri della conoscenza biologica (tassonomia linneana, evoluzionismo) è parsa supportare questa pretesa. Oggi però quelle condizioni sono venute meno: la scienza, e proprio quella darwiniana, ha fornito le prove della comune origine delle specie e della sua unicità, e la fase colonialistica, almeno nel suo aspetto più esplicito, si è chiusa da tempo. Si potrebbe quindi pensare che il razzismo non abbia più ragion d’essere: invece persiste, anche se la sua funzione “aggressiva” si è mutata in reazione “difensiva”. Se prima era finalizzato a giustificare il dominio, oggi è mirato a giustificare il respingimento e il rifiuto.

Ciò per chiarire che il razzismo esiste, ed è ben radicato. Un sacco di gente (in Italia, più di metà della popolazione) è ancora convinta, a dispetto di tutte le prove fornite dalla genetica delle popolazioni, che esistano differenze “biologiche” tra le varie etnie, e soprattutto che in ragione di queste differenze non sia possibile uno scambio, e che se pure lo fosse non sarebbe vantaggioso per nessuno.

Ma c’è anche un’altra cosa che voglio chiarire, prima di procedere: e cioè, che tutto questo non mi riguarda. Può apparire una precisazione inutile, se non addirittura fastidiosamente ambigua (del tipo: io non sono razzista, ma …): io invece la ritengo importante, perché i temi che tratto sono delicati e si prestano facilmente, come vorrei dimostrare, al gioco della semplificazione. Sostengo infatti che il fastidio per la diversità dei comportamenti non è razzismo, e che chi stigmatizza ideologicamente come razzista ogni posizione poco ecumenica ha senz’altro pregiudizi più radicati di quelli che posso avere io.

L’individuo e il gruppo – Per quanto mi concerne, infatti, sono un umanista convertito alla scienza – solo a livello di interesse, naturalmente. Non ho abiurato alcunché: semplicemente, considero più che mai “umanistiche” tutte le scienze. Ho quindi ben chiaro come stanno le cose in fatto di razze e affini, e non mi perito nemmeno di cautelarmi con un “allo stato attuale delle conoscenze”. Non esiste alcuna differenza biologica, ed ogni nuova scoperta ci rivela che gli umani sono molto più consanguinei di quanto possano o vogliano immaginare. Una volta asserito questo, però, il gioco si rovescia. Io so per certo che tutti gli uomini hanno una comune origine, tra l’altro neppur troppo remota, e penso che in linea di principio debbano poter godere tutti degli stessi diritti: ma non penso affatto che siano tutti “uguali”. E aggiungerei che per fortuna non è così, altrimenti sai che noia!

Ogni uomo, come del resto ogni altro animale, nasce con una diversa attitudine caratteriale. Sta nel suo DNA, né più né meno come i tratti morfologici, il colore dei capelli e degli occhi, oppure l’altezza, o la forma del naso o delle orecchie. Semplificando al massimo direi che la differenza fondamentale che marca i diversi caratteri tra gli uomini, quella che ciascuno può verificare nella quotidianità dei suoi rapporti, è tra una attitudine più egoista ed una più altruista. Insomma, si nasce già disposti in un certo modo, con una quota di “determinazione genetica” che non ci programma in toto ma senz’altro ci dà l’impronta – checché ne pensino i sostenitori della prevalenza del condizionamento ambientale. Questa impronta va poi, certo, a combinarsi con le particolari appartenenze ambientali, storiche e culturali, e la combinazione dei diversi fattori porta a estremizzare o a sfumare i caratteri congeniti, definendo i differenti atteggiamenti che possono essere assunti nei confronti dell’esistenza in genere, quindi nei rapporti con l’ambiente e con gli altri. In un’ottica prettamente naturalistica, tale varietà costituisce la ricchezza e il fondamento di ogni percorso evolutivo; ed essendo nella specie umana eccezionalmente accentuata, ha addirittura stravolto la regole del percorso stesso.

Il non essere tutti uguali, tuttavia, se da un lato è una ricchezza, non manca di costituire anche un problema. Gli umani, a differenza questa volta degli altri animali, non sono infatti soggetti alla sola legge naturale – quella, per intenderci, che si applica tanto a livelli di specie quanto a quelli di gruppo e che fa si che in ciascun ambito siano gli individui o i gruppi dotati di maggiore fitness adattiva a prevalere. Magari questa legge vigeva ancora nella competizione tra le varie specie di ominidi, sino a quando il sapiens ha prevalso nel corso di centinaia di migliaia di anni su tutte le altre, ma poi le cose sono cambiate. O forse sono cambiate ancor prima, e proprio per questo il sapiens l’ha spuntata: perché ad un certo punto è intervenuta la coscienza.

Un conto è infatti convivere all’interno di un gruppo nel quale la legge è quella del più forte, il ruolo e il comportamento sono dettati dall’egoismo riproduttivo e la percezione degli altri avviene secondo una semplice logica binaria, rivale o alleato: un altro conto è raggrupparsi in tribù e convivere nella differenza, quando di questa differenza si ha una effettiva consapevolezza. La consapevolezza è quella che mette in conto anche le intenzioni remote dell’altro – potenziale rivale o potenziale alleato – e le combinazioni che ne possono sortire, e nel farlo approda al riconoscimento, in positivo o in negativo che sia, all’altro da sé di una “individualità”, ovvero della capacità di operare delle scelte, di sottrarsi all’istinto. Hobbes insegna che non potendo vivere gli uomini nel perenne timore di reciproche insidie finiscono per venire a patti. Magari non si fidano totalmente, e infatti affidano il ruolo di garante dei patti e il monopolio della violenza ad un leviatano, ma hanno fatto un passo verso il reciproco riconoscimento. In sostanza adottano una piattaforma minima comune di comportamento, per la quale ognuno deve rispettare il limite posto alla propria libertà da quella altrui (Hobbes non dice proprio così, ma i suoi epigoni settecenteschi poi arrivano a questo). Chi conosce un po’ la storia conosce tutti i passaggi successivi, che io invece salto per arrivare alla conclusione.

Cosa ci dice la storia? Che i sistemi di relazione, gli equilibri di convivenza sono diventati sempre più complessi e delicati mano a mano che questa convivenza si è estesa a gruppi più ampi. Numeri e spazi maggiori significano mettere assieme differenze anche minime nelle abitudini e nei comportamenti, nei linguaggi e addirittura nella morfologia, che sommate o moltiplicate diventano significative. Inoltre, l’inclusione di nuovi gruppi in genere fa uscire dal regime della cooperazione e fa entrare in quello della competizione (in un primo momento solo economica, ma subito dopo politica, ecc …).

Detto in breve, nella misura in cui la società, quindi il sistema di rapporti consueti, si allarga e si complica, diventa necessario creare schemi di appartenenza e di convivenza più neutri e generici. Ora, quando questo avviene in tempi lunghi l’adeguamento è quasi inavvertito, ogni gruppo ha il tempo di accogliere e digerire le novità e le stranezze del comportamento altrui. Il problema si pone invece quando i tempi sono rapidi e l’impatto è forte. Allora scatta un meccanismo di difesa contro l’intrusione che ripete quello biologico degli anticorpi nei confronti di un’aggressione virale. Sono barricate e resistenze, e di solito si producono più anticorpi di quelli che sarebbero necessari, e questi continuano a girare di ronda anche quando il pericolo è passato, o l’organismo ha trovato un nuovo equilibrio, magari anche di parziale convivenza.

Questo c’entra niente col razzismo scientifico di cui sopra, che è nato in funzione strumentale al colonialismo. Ma c’entra invece col razzismo “difensivo”, che si è diffuso a partire dalla metà del XIX secolo in America e da quella del secolo scorso negli ex paesi coloniali europei (Francia, Inghilterra, Olanda) e nell’ultimo quarto di secolo anche in Italia. È un moto di difesa quasi automatico (che poi sia stato strumentalizzato politicamente è un altro discorso). Significa che è giustificato? No, certamente. Ma è spiegabile, anche senza ricorrere a teorie ed analisi troppo complicate.

Il gruppo e gli altri – L’uomo è etnocentrico per natura. Lo sono anche gli altri animali, che difficilmente accolgono nel branco chi arriva da un gruppo diverso. Di suo l’uomo ci aggiunge il fatto di negare lo status di “compiutamente umano” ai suoi simili non appartenenti al suo stesso gruppo, etnico o sociale. Tutti i popoli primitivi designano se stessi come “gli uomini” per eccellenza. Lo fanno gli Innuhit come i Bantu, gli aborigeni americani come gli indigeni delle Andamane e quelli della Terra del Fuoco. Ma lo facevano anche gli indiani e i persiani, che definivano se stessi “arii”, uomini, appunto. Un qualche dubbio sulla compiuta umanità altrui lo avevano persino i miei compaesani lermesi nei confronti dei loro vicini più prossimi, i mornesini (ma la globalizzazione ha cancellato anche questo borgo-centrismo). Ciò che è diverso intriga e affascina fino a che è lontano, ma fa paura e infastidisce quando ci devi convivere. Ora, questo comportamento non è un portato “culturale”. C’è sotto una base naturale, o quanto meno una predisposizione ad acquisire già nei primissimi mesi di vita dimestichezza e preferenza per particolari suoni, intonazioni e sensazioni olfattive, e subito dopo per determinate tipologie morfologiche. Insomma, se si è “razzisti” per scelta ideologica, si è etnocentrici per natura e per nascita.

Tuttavia, quando dicevo che il gioco si rovescia non mi riferivo nemmeno a questo, ma a qualcosa che inizialmente col razzismo non ha proprio nulla a che fare, e nemmeno con l’etnocentrismo, e che può coinvolgere anche chi come me ha chiara l’inconsistenza di ogni suo fondamento scientifico. Sto parlando di un fastidio, di una insofferenza che in prima battuta riguarda i comportamenti, e non le etnie, e quindi parte da quelli che sono più prossimi, e non fa distinzioni di razze, di pelle, di lingua. Il falò sulla spiaggia alle nove del mattino mi infastidirebbe anche se lo accendessero mio figlio o mio fratello, probabilmente ancor più che se attizzato da un fuochista andino (e questa semmai potrebbe essere intesa come una sottile forma di razzismo: perché implica che da quest’ultimo posso anche aspettarmelo, da loro due no). Esiste – e non credo solo per me – una soglia minima di tolleranza e di accettazione dei comportamenti altrui, che non è dettata dal carattere o dalle idiosincrasie dei singoli, ma è naturalmente postulata dalle esigenze di sopravvivenza e culturalmente imposta dalla necessità di convivere in spazi sempre più ristretti e in sistemi di interrelazione sempre più complessi.

C’è dunque una piattaforma, che non è una struttura rigida, ma un coacervo di regole, di convenzioni, di abitudini in continua evoluzione e trasformazione, e comprende tutti i possibili atteggiamenti economici, sociali, religiosi, politici, maturati storicamente in un determinato ambiente: nella sua accezione più larga prende appunto il nome generico di “cultura”. Le trasformazioni di una cultura riguardano però in genere solo la parte emersa, mentre la struttura affonda i suoi plinti nel tempo.

Questa piattaforma come abbiamo visto è necessaria, se vogliamo che la convivenza sia possibile. Se poi il confronto si allarga e la convivenza deve essere realizzata tra culture che si sono evolute secondo ritmi diversi in ambienti differenti, allora il problema si complica, perché in questo caso ad essere messi in discussione sono anche i plinti. E qui la faccenda si fa delicata, perché mette in contrapposizione un diritto (o un decorso) naturale ed una resistenza culturale.

Il diritto naturale, e si torna daccapo, è semplicemente quello del più forte. Ad ogni livello del vivente la forza è costituita, in ultimissima analisi, dall’efficienza riproduttiva. Magari per quanto concerne l’umanità oggi non è proprio così, per motivi di carattere culturale; ma dato che sul lunghissimo termine è la natura a imporre le sue leggi, il problema parrebbe già liquidato alla radice. Infatti sappiamo che quella che un tempo era chiamata “cultura occidentale”, o meglio ciò che oggi ne rimane, andrà soggetta a mille ibridazioni, sino a dissolversi o a diventare altro. È naturale che avvenga. Ma ciò non significa che debba necessariamente piacerci: anche morire è naturale, ma mi sembra che tutti, compresi gli animali, cerchino di rimandare il più possibile la dipartita.

Lasciamo quindi perdere il diritto naturale, e concentriamoci su quello “positivo”. Lo farò dandone una interpretazione da bar, ma è proprio questo che voglio; voglio parlare di ciò che viene realmente percepito nella coscienza diffusa, al di là delle disquisizioni in punta di filosofia. Vado quindi per esempi.

In questi giorni si parla molto di jus soli: chi nasce in un determinato luogo, da una famiglia che risiede in quel luogo, ha diritto ad esserne automaticamente cittadino. È un tema che ci tocca da vicino, riguarda gli immigrati di seconda generazione, e messa così la questione sembra molto semplice. Non si capisce perché il diritto dovrebbe essere riservato a particolari etnie o ascendenze. Ma la cosa si complica quando il nuovo venuto è portatore di comportamenti che turbano gli equilibri dell’ecosistema culturale. Non mi sto riferendo a quelli apertamente delinquenziali, che violano le leggi e rispetto ai quali esiste una tradizione repressiva che prescinde da razze o etnie o discriminazioni; mi riferisco invece a comportamenti che entrano in contrasto con la consuetudine locale, a sua volta frutto di aggiustamenti e accomodamenti intervenuti nei secoli, costantemente aggiornata ed aperta rispetto alle novità, ma fondamentalmente ancorata ad alcuni principi (magari anch’essi frutto di evoluzione). Questa consuetudine ha radici molteplici, nella religione, nel tipo di economia, nelle caratteristiche dei luoghi o negli ordinamenti familiari o tribali: i principi sui quali si fonda sono fortemente connotati, e in alcuni casi ferocemente applicati (vedi ad esempio in occidente il diritto alla proprietà). Spesso sono violati dagli stessi appartenenti alla comunità originaria, o vengono travisati, snaturati, ecc… Ma esistono.

Ora, lo ius soli per avere senso deve essere applicato nell’accezione corretta, che contempla un diritto “al” suolo ma anche un diritto “del” suolo. Esiste cioè un diritto di chi nasce in un certo territorio, ma esiste anche un diritto del territorio, della comunità presso la quale nasce, e questo implica reciprocità, ovvero dei doveri del primo verso la seconda. Il riconoscimento di questi doveri è implicito all’atto di nascita per qualsiasi appartenente ad una comunità, indipendentemente dall’atteggiamento che poi costui assumerà. Se riterrà di non uniformarsi lo farà in nome o di una scelta pratico-soggettiva, chiamiamola genericamente delinquenziale, che non mette in discussione le regole (anzi, trae vantaggio dalla loro esistenza e dal fatto che altri le seguano) ma semplicemente le infrange, o di una idealità a sfondo collettivo, che denuncia la parzialità o l’obsolescenza del sistema di norme vigenti, per sostituirlo con un altro. Di fatto, in entrambi i casi il riferimento rimangono comunque quelle regole.

Gli altri e noi – Le cose stanno in modo diverso per chi alla comunità accede dall’esterno, o le appartiene fisicamente, ma non culturalmente. In questo caso la tendenza è a negare semplicemente l’esistenza di tali regole, o a ignorarla. A trasferire con sé, a conservare o addirittura a ripescare (è il caso delle seconde generazioni di immigrati, davanti alla difficoltà di riconoscersi o di essere riconosciuti in un’identità nuova) una consuetudine che, per carità, è altrettanto antica e nobile e motivata di quella esistente nel luogo di approdo, ma appartiene ad un’altra storia e ad un altro ambiente. Qui scatta il problema, perché il buon senso e un certo atteggiamento maturato nei secoli nella cultura occidentale induce a dire che si devono conciliare le consuetudini, che si deve trovare una linea di compromesso, ma la realtà poi ci pone di fronte a situazioni nelle quali la conciliazione non è affatto possibile, e occorre operare una scelta.

Non voglio cacciarmi in disquisizioni di carattere ideologico o in analisi socio-politiche: ci porterebbero a chiederci per esempio quanto è possibile venire a patti con concezioni del mondo caratterizzate da un assoluto disprezzo per le ragioni e per la storia degli altri, o da un obbligo di proselitismo (è il caso dell’Islam, ad esempio, così come lo è stato per il cristianesimo): e fino a che punto ci si può spingere nella “trattativa” con chi non contempla alcuna ipotesi di reciprocità. So benissimo, come dicevo sopra, che gli occidentali si sono a loro volta comportati allo stesso modo nei confronti del resto del mondo, e che coloro che approdano nel nostro paese fuggono da storie di miseria, di violenza, di guerra, da situazioni nelle quali il sistema delle regole, quale esso fosse, è saltato da un pezzo. Tutti questi aspetti certamente vanno considerati, se si vuol capire cosa sta succedendo, così come vanno distinte le diverse attitudini concretamente manifestate dai vari gruppi etnici con i quali ci rapportiamo. Ma io sto parlando di qui e di ora: voglio semplicemente trasportare il problema sul piano di quotidiani rapporti che producono una conflittualità spicciola, legata a mille motivi di incomprensione che considerati singolarmente possono apparire banali, ma che assunti nel loro complesso danno origine al reciproco rifiuto.

Nel quotidiano noi rispettiamo delle convenzioni più o meno normate che non hanno a che fare con valori universali o con presunti diritti naturali. Sono tradizioni, abitudini, comportamenti dei quali spesso è difficile rintracciare l’origine o dare una spiegazione e che variano anche tra culture abbastanza simili. Ad esempio, da noi si guida sulla destra, in Inghilterra sulla sinistra. Non è una differenza da poco: potrebbe essere irrilevante per il traffico delle carovane nel bel mezzo del Sahara, ma nei nostri spazi ristretti impone di acquisire automatismi di percezione e di reazione opposti. Perché questa differenza? Non è che là il sole giri al contrario, è semplicemente che gli inglesi hanno deciso così (una spiegazione in questo caso ci sarebbe, ed è la risposta all’obbligo imposto nel 1794 dal governo rivoluzionario francese ai veicoli di marciare a destra, e quindi alla necessità di differenziarsi) e anche di fronte alla globalizzazione non hanno la minima intenzione di cambiare modello. Se vai in Inghilterra guidi sulla sinistra, e non ci sono eccezioni per credi religiosi o filosofie che impongano di tenere sempre la destra. Un comportamento diverso metterebbe a rischio l’incolumità fisica propria e altrui, e sarebbe soggetto a sanzioni penali. Per cui, obtorto collo o no, ci si adegua, e magari ci si accorge anche che non è affatto difficile. Ora, ai fini del mio ragionamento l’esempio potrebbe sembrare poco probante, perché quella della guida a sinistra è appunto una norma, e non solo un’abitudine: ma in effetti serve solo a dimostrare che si può fare, si possono assumere abitudini e consuetudini del luogo nel quale si soggiorna o ci si trasferisce, senza sentirsi affatto mortificati o conculcati nella propria libertà e nel proprio diritto alla tradizione.

Ci sono però anche altri tipi di incolumità a rischio. Se il mio vicino di casa è sintonizzato su fusi orari diversi o ha sviluppato potenti polmoni per comunicare da una valle andina all’altra o da un punto all’altro della savana, che risultano sovradimensionati quando la comunicazione intercorre alle tre di notte tra la cucina e il salotto o il cortile, ne va della mia incolumità mentale. Certo, questi comportamenti non appartengono solo agli immigrati. Sono diffusi anche tra gli italiani, che tra l’altro a loro volta, quando erano emigranti, erano considerati i caciaroni e i maleducati per eccellenza. Negli ultimi quindici o venti anni poi lo scarso o nullo rispetto della quiete altrui è diventato comune ad ogni fascia d’età, e non solo tra i giovani. Ma il nodo cui volevo arrivare sta proprio qui. Lo straniero che approda in Italia, comunque ci arrivi, mette inizialmente in conto in maniera più o meno confusa che dovrà modificare molte delle sue abitudini: salvo poi rendersi conto che da noi impera un lassismo assoluto, e che non è il caso di cambiare più di tanto, visto che primi ad interpretare lo jus loci in maniera unidirezionale sono in effetti proprio gli italiani. Ma mentre l’italiano che assume comportamenti fastidiosi viene classificato come un maleducato, lo straniero che fa le stesse cose è percepito prima di tutto come uno straniero. Il che da un lato ha una sua giustificazione, perché parte dal riconoscimento di una appartenenza ad una tradizione diversa, ma dall’altro è incredibilmente negativo, perché dà per scontato che l’appartenenza ad una tradizione diversa implichi maleducazione, e quindi impossibilità di integrazione, e quindi separazione. In altri termini, razzismo.

Non dimentichiamo che ciò che accade oggi con l’immigrazione extracomunitaria è già accaduto nel nostro paese mezzo secolo fa con l’immigrazione meridionale. E che a dispetto di generazioni di mescolanze matrimoniali il pregiudizio anti meridionalista in Italia esiste ancora, e la Lega sta lì a testimoniarlo (e sta anche a testimoniare che il pregiudizio trova terreno facile proprio là dove l’idea di civismo e di reciproco rispetto è del tutto assente).

È chiaro dunque che in un modello di accoglienza realistico, fondato sul buon senso e non sulle ideologie, di questa attitudine pregiudiziale bisogna tenere conto: così come del fatto che occorrono tempi lunghi perché ciò che di primo acchito appare “fuori norma” venga assimilato e rientri nella normalità. Non solo: anche quando certi comportamenti vengono ad un certo punto considerati normali, non significa che siano stati davvero accolti e digeriti. Talvolta significa invece che vengono “tollerati” per pura rassegnazione, col rischio che la riprovazione non espressa diventi internamente astio e accomuni in uno stereotipo negativo tutti gli appartenenti a particolari gruppi, facendo naufragare ogni ipotesi di integrazione.

La soluzione che si sta imponendo è proprio questa: dai quartieri dove si insediano comunità equadoregne, o arabe, o cinesi, gli italiani appena possibile se ne vanno. È un apartheid spontaneo, che coinvolge anche le seconde generazioni ed è tra l’altro fortemente voluto dagli stranieri stessi, che tendono a chiudersi in comunità chiuse, nelle quali riesce più facile il controllo, a fini religiosi o economici o semplicemente delinquenziali, di tutti gli individui. Tutto ciò accade in barba ad ogni sogno o progetto di società multiculturale, sogno dal quale si stanno risvegliando anche quelle nazioni che hanno una tradizione immigratoria ben più antica della nostra.

Paradossalmente, dunque, l’unico rimedio contro la crescita di un atteggiamento razzista è individuare quei pochi ed elementari principi che stanno alla base della convivenza, e tradurli in regole che la rendano praticabile. Si obietterà che di regole ce ne sono già sin troppe: appunto, sono troppe e si contraddicono l’una con l’altra, proprio perché c’è confusione e ambiguità nei principi. Il messaggio oggi conclamato, ribadito, politicamente corretto è quello dell’attenzione alle differenze. Un invito sacrosanto, di squisita natura evangelica, perché se non ci si conosce non ci si capisce, e difficilmente ci si viene incontro. Ma in attesa di future auspicabili condivisioni o ibridazioni o fratellanze varrebbe magari la pena di rafforzare l’attenzione per ciò che è da subito indispensabile, se non ad affratellare, quantomeno ad evitare spaccature insanabili. E per individuarlo non ci vuole molta fantasia: il principio basilare non può essere che quello di non invadenza. Potrebbe essere addirittura l’unico. Certo, è difficile definire un livello di non invadenza universalmente accettabile: se si rispettassero le idiosincrasie di tutti, per non invadere gli spazi altrui, per non disturbare, per non offendere, dovremmo rimanere praticamente immobili (ma anche questo riuscirebbe offensivo, per chi ama invece la partecipazione). Ma resta il fatto che un denominatore comune minimo, per poter procedere verso una soluzione, va individuato.

L’applicazione del principio dovrebbe essere sufficientemente elastica da consentire una interrelazione che non sia di puro “servizio”. Un esempio per tutti può essere quello dell’uso immediato e universale della seconda persona nei rapporti interpersonali da parte della maggioranza dei non comunitari. Nella sua banalità, e a dispetto del fatto che questo uso si stia diffondendo anche tra le giovani generazioni europee (tra l’altro, incentivato dalle “scuole” di strategia promozionale), costituisce ancora uno dei primi fattori di “irrigidimento” e di fastidio – o peggio, viene “benevolmente” accettato, proprio a testimoniare e marchiare la “differenza”. È poco probabile che qualcuno rifletta sulla difficoltà sia linguistica che psicologica e formale di tradurre nel nostro complesso sistema pronominale le scale di rapporti esistenti in altre culture. D’altro canto, queste scale si vanno modificando anche nella nostra, e col tempo si imporrà la soluzione più facile, quella di una semplificazione, senza danno per nessuno. Non si tratta allora di rispettare ogni zolla del prato altrui. È chiaro che in questo caso la piattaforma va decisamente rivista, se non costruita ex novo, e ciascuno deve essere disponibile a sacrificare un pezzettino della sua “identità culturale” senza recriminare sulla “maleducazione” altrui.

Non sempre però le cose sono così semplici. Esistono altri aspetti dell’interrelazione, apparentemente altrettanto banali, se non addirittura elementari, nei quali le resistenze sono giustificate e anzi doverose. Il meticciato culturale è una ricchezza, si dice: e non c’è dubbio che senza scambi, senza nuovi innesti, nessuna civiltà può crescere. Quindi ben venga. Ma sia appunto uno scambio, e si basi su regole ben precise: la prima, perché funzioni, è che nessuno ci perda. Ora, se chi mi arriva è portatore di una cultura che ha nella tradizione gastronomica il montone allo spiedo, nessun problema, a patto che lo spiedo non venga montato sul balcone che sta sotto il mio (o di chiunque altro). È una tradizione bellissima in una società pastorale, quando il fuoco sul quale cuoce il montone illumina la notte del deserto o delle savane: ma è un’invadenza intollerabile quando viene acceso nel giardino accanto, o sulle rive del fiume gremite di bagnanti, e il fumo appesta la tua aria e la tua casa. È anche vero che magari vieni invitato ad unirti alla compagnia, ma ciò non toglie che il comportamento in questione sia fastidioso.

Ripeto, sto parlando di comportamenti che possiamo definire assolutamente innocui, non di quelli desumibili dalle statistiche sulla criminalità. Questi ultimi sono paradossalmente meno significativi, almeno fino a quando a giustificarli permangono situazioni di precarietà e di emergenza. Quelli che inducono un sottile disagio, che si trasforma però poco alla volta, per un effetto di cumulo, in pregiudizio, sono in verità proprio i comportamenti minimi. Il vittimismo, l’invadenza, l’inosservanza delle regole, l’incuria nei confronti dei beni comuni e della proprietà altrui: sono queste le cose che vengono sofferte tutti i giorni da una larga maggioranza della popolazione, e non le rapine o gli stupri, che pure fanno la loro parte e magari vengono anche opportunamente strumentalizzati, ma per fortuna non costituiscono l’esperienza quotidiana dei più. Questi comportamenti, come si diceva, considerati anomali negli italiani, sono invece dati per scontati negli immigrati, e quindi ancor meno accettabili, perché sembrano non lasciar spazio a un “ravvedimento”. E ci portano poco alla volta persino ad identificare un certo tipo di abbigliamento, un certo modo di camminare e di parlare, con tutto ciò che non sopportiamo: ad aspettarci quei comportamenti, ma non per questo ad accettarli. A leggerli anzi come una conferma e una giustificazione di quanto pensiamo, e di cui in fondo un po’ ci vergogniamo.

A me capita. Ho lottato a lungo contro la tentazione, ripetendomi che tutte le mie idealità andavano in direzione opposta, si fondavano sulla concessione agli uomini, a tutti gli uomini, di un credito assoluto di simpatia e di benevolenza. Sulle prime la mettevo anche giù in modo autoironico, attribuendo questa sindrome all’invecchiamento, persino scherzosamente esasperandola. Ma vuoi che quando scherzi troppo con un’idea rischi ad un certo punto di non trovarla più così strana, anche perché hai magari provato più o meno sul serio a difenderla e ad argomentarla; vuoi che le situazioni di “disturbo” create dall’indifferenza per le regole non le sopporto nemmeno nei miei connazionali, e questa indifferenza, originaria o acquisita che sia, pare essere l’atteggiamento dominante nei nuovi arrivati; insomma, ho finito per realizzare che se non “etnicamente”, almeno “culturalmente” qualcosa che mi respingeva c’era.

Per questo ho voluto affrontare l’argomento, sperando che la riflessione cui la scrittura costringe mi aiutasse a chiarirmi le idee. Conoscendo i miei limiti, certi tratti caratteriali quasi autistici che mi rendono intollerante ai ritardi, al disordine, alla sciatteria, ho provato a chiedermi quanto ci fosse della mia “diversità” in queste cose, e quanto invece fosse oggettivamente al di là di ogni possibile mediazione di convivenza.

Sono arrivato a queste conclusioni. Se la sensazione pesante di disagio che ho cercato di descrivere sopra è largamente condivisa, e io credo che lo sia, e se questo disagio nella maggior parte dei casi non è solo un alibi per mascherare o giustificare la propria mancanza di civismo, allora siamo entrati in un vicolo cieco. Non se ne esce se non tornando indietro e rivedendo completamente il nostro atteggiamento. Ma dobbiamo farlo tutti. Io devo senz’altro darmi una calmata, e imparare a non reagire come un impianto antincendio al primo odor di fumo, o a digrignare i denti per ogni schiamazzo; gli equadoregni, e con loro e prima di loro tutti i neofiti della brasserie, devono convertirsi ad una dieta meno proteica, che fa anche bene alla salute: i cantori della società multiculturale devono darsi una svegliata e smetterla di titillarsi con la valorizzazione delle differenze, quando il problema è piuttosto quello di trovare o inventare i punti di contatto: ma soprattutto, chi è deputato ad ogni livello a garantire la trasmissione e il rispetto delle regole, dagli insegnanti in su, deve prendere sul serio il proprio ruolo.

È un programma un po’ difficile, anzi, praticamente impossibile da realizzarsi, soprattutto in un paese nel quale sino a cinque anni fa il termine “integrazione” era addirittura bandito dai documenti ufficiali, considerato politicamente scorretto perché non salvaguardava le diverse identità culturali. Un paese nel quale gli stessi che si sono battuti per zittire le campane difendono il diritto del muezzin di cantare la sua preghiera alle cinque del mattino. E infatti ci credo poco che tutti facciano la loro parte. Per intanto, però, posso provarci io. Tocca a me per primo perché so di essere un privilegiato (sembra ridicolo a dirsi, ma nascere in Italia è comunque una fortuna. Almeno geograficamente è in Europa). Sono nato libero, non ho sofferto la fame e ho potuto studiare, sia pure guadagnandomela tutta. Sono stato educato in un certo modo, ho introiettato certe regole: da solo o con altri ho provato a modificare o a mitigare quelle che mi sembravano inaccettabili. Ho partecipato a modo mio allo svecchiamento di un sistema, posso tranquillamente affermare in direzione di una maggiore libertà e di migliori opportunità per tutti. So quindi che è necessario cambiare e accogliere ciò che di buono può venire da fuori. Soprattutto, ciò che ho fatto, giusto o meno che fosse, l’ho fatto sempre in base ad un principio: non violare mai la libertà altrui di esercitare i propri diritti.

I diritti, appunto. Non le prepotenze, la maleducazione e l’imbecillità. Proprio perché credo nei diritti di tutti non sono disposto a tollerare chi li svilisce, chi li confonde con l’arbitrio di fare tutto ciò che vuole. Non lo sopporto nei miei connazionali, ma non sono disponibile a fare sconti oltre una certa misura nemmeno agli altri. Questo perché sono un ottimista, e credo nella capacità di tutti, indipendentemente dalle appartenenze etniche, di capire dove sta l’equilibrio tra diritti e doveri.

Di più non mi è possibile fare. D’altro canto, con questo intervento non volevo proporre soluzioni: non ne ho. Volevo solo spiegare il perché nasca, e sia più diffusa di quanto vogliamo ammettere, una certa etnofobia: e perché, almeno in origine, col razzismo non c’entri per nulla.

Non credo di esserci riuscito. Mentre procedevo qualche dubbio è venuto anche a me. Di una cosa però rimango certo: il mio, di equilibrio, non prevede fumogeni, meno che mai alle nove del mattino.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Sul buon uso dei gatti (e delle illusioni)

di Paolo Repetto, 2013

Si possono anche costruire casi del tutto burleschi. Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme alla seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrata direttamente dal gatto): in un contatore Geiger si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l’evento si verifica il contatore lo segnala e aziona un relais di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è ancora vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la prima disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La funzione dell’intero sistema porta ad affermare che in essa il gatto vivo e il gatto morto non sono degli stati puri, ma miscelati con uguale peso”.

Erwin Schrödinger, premio Nobel per la Fisica 1933

L’idea di cacciare un gatto dentro un simile marchingegno poteva venire solo al Vil Coyote o ad un Nobel austriaco. Capisco che si tratti di un paradosso, e che il buon Schrödinger voleva solo dimostrare come nello stesso istante una particella elementare possa trovarsi in posizioni diverse e possedere una diversa quantità d’energia, per cui a livello di quanti le leggi classiche non reggono: ma anche i paradossi andrebbero trattati con un po’ di serietà (soprattutto se si dicono queste cose nel 1935, e c’è il rischio che qualche connazionale le prenda sul serio, e tenti l’esperimento su scala industriale, magari non con i gatti).

Per essere seri con un paradosso bisogna intanto formularlo in maniera tale che soddisfi ad alcuni requisiti fondamentali. Deve reggere a dispetto della apparente insensatezza e deve contenere un elemento di verità, ma non basta: deve soprattutto superare la prova bambino.

Vediamo cosa opporrebbe un bambino al nostro Schrödinger. Supponiamo sia un bambino intelligente, di quelli che rompono le scatole quando racconti loro una fiaba, che esigono precisione, risposte chiare, una certa consequenzialità logica anche nell’irrazionale. La prima domanda, dopo quelle immancabili sul perché non un cane o un topo o il cugino Mirco, e la richiesta di specificare di chi è il gatto, e se è nero o rosso, o maculato o striato, potrebbe essere: ma il gatto se ne sta di rimanere chiuso al buio nella scatola? Non è che si ribelli, e che la sua agitazione alteri il funzionamento del meccanismo e provochi la rottura della fialetta, e quindi il gatto la faccia finita subito, senza aspettare i sadici comodi dello sperimentatore? Ha voglia Schrödinger di precisare che non deve avere la possibilità di afferrare il meccanismo: ma vuoi mettere, un gatto furioso?

Ammettiamo però che il gatto sia sedato, o che sia particolarmente pigro: non avrà sete? Come, cosa c’entra? Provate a uscire con vostro nipote per una breve passeggiata: a cento metri da casa comincerà a morire di sete. È normale che si preoccupi per il gatto. Dunque, è necessario che nella scatola ci sia una ciotolina. Non parliamo poi della pipì. Un gatto spaventato, chiuso al buio, come si può pretendere che non gli scappi? Ci vuole una lettiera di sabbia.

E ancora: diamo per scontato che l’esperimento sia (felicemente) riuscito, e che il gatto dopo un’ora sia morto (non di sete): lo si dovrà seppellire? E dove?

A questo punto direi che il paradosso è già bello che smontato. Non regge, paradossalmente, perché non è nemmeno un paradosso. Un paradosso è qualcosa che si pone fuori da ciò che è comunemente pensato, dalla doxa corrente. Ora, se avessimo chiesto a mio zio Micotto, che nulla sapeva di meccanica quantistica e poco anche delle altre scienze, ma era un uomo sensato, avrebbe detto: il gatto potrebbe essere sia morto che vivo, e in quest’ultimo caso senz’altro molto incazzato, né più né meno come pensava Schrödinger, ma avrebbe aggiunto: e adesso per favore tiratelo fuori di lì, povera bestia. Voglio dire che un paradosso è qualcosa che riesce difficile pensare di primo acchito, che spiazza, mentre l’incertezza sulla sorte del gatto (non quella sull’opportunità dell’esperimento) si impone al senso comune. Paradossale è semmai in questo caso tutto ciò che ci sta dietro, e cioè la meccanica quantistica: che è come l’amore, nel senso che tanto io come la stragrande maggioranza ci capiamo un accidente.

Per questo non del gatto di Schrödinger voglio parlare, ma di quello con gli stivali. Dell’immaginario infantile, delle semplici regole che lo caratterizzano e di come sarebbe opportuno che le facessimo anche nostre.

Non sono un esperto di psicologia infantile, e a dirla tutta nemmeno di quella adulta. Ma due o tre cose, maneggiando figli e nipoti, credo di averle capite. La prima è che l’immaginazione infantile viaggia sul terreno aperto e sconfinato della possibilità, non sul calcolo limitante delle probabilità. È un’idea di possibilità radicalmente diversa da quella di Schrödinger, ed è ciò che fa la differenza tra il mondo della quantistica, ma più in generale tutto il mondo adulto, e quello del bambino. Nel primo le possibilità sono due, il gatto o è vivo o è morto. Per il bambino sono infinite: è riuscito a scappare, finge di essere morto, si è reso invisibile, ha trattenuto il respiro per un’ora, ecc…. Nella fantasia infantile non esiste il paradosso: ciò che riesce paradossale rispetto ad un’attitudine per la quale una cosa è o non è, risulta perfettamente normale se accetto che le diverse possibilità non siano alternative, ma possano coesistere. Se il Vil Coyote dipinge su una parete rocciosa l’ingresso di una galleria noi cominciamo a sorridere, perché già pregustiamo il momento in cui da quella galleria sbucherà un treno che lo centrerà in pieno: ma il bambino non ride nell’attesa, ride semmai dopo, e non per il nonsenso, ma solo perché il Vil Coyote non riesce a beccare il Beep Beep. Anzi, se è un bambino sensibile non ride affatto, perché prova un’istintiva simpatia per il perdente. Il fatto che il treno sbuchi da una finta galleria non lo stupisce. I bambini sono hegheliani: tutto ciò che accade ha senso.

Questo vale appunto anche per i gatti delle fiabe. Nel dominio del signore di Carpentras infatti gli animali parlano e ragionano, in genere molto meglio dei cristiani (il gatto di Schrödinger avrebbe un sacco di cose da dire in proposito). A volte lo fanno anche le piante o le cose, ma in questo caso si va già nel difficile e nel sofisticato (vedi il mago di Oz). È pur vero che le fiabe con gli animali parlanti le hanno scritte gli adulti, e che se le racconti al bambino di cui sopra puoi cacciarti nei guai: ma è altrettanto vero che mentre gli adulti per leggerle devono traslarsi in una dimensione diversa, dove vigono regole fisiche e biologiche, o anche sociali e morali, differenti, per i bambini normali, quelli che non ti chiedono se gli stivali erano due o quattro, i gatti parlanti rientrano tranquillamente in quella dimensione unica e indistinta che non concepisce nemmeno l’idea di un dentro o di un fuori. Ci sta tutto.

Un’altra cosa che ho imparato è che i bambini, a differenza degli adulti, sono coerenti. Quando scelgono di entrare in una parte la recitano fino in fondo (ma dire recitano è limitativo: la vivono): non certo nel senso che la portino avanti a lungo, perché da un momento all’altro possono decidere di cambiare gioco, quanto piuttosto perché sin che giocano quel gioco è la realtà. Se fingo con mio nipote di entrare in uno spazio chiuso, e apro un’invisibile porta, devo poi stare ben attento a riaprire la stessa porta e ad attraversarla per uscirne, pena il mandare all’aria tutto. Allo stesso modo, per citare un classico, e ammettendo che qualche bambino ancora cavalchi il vecchio manico di scopa, sottrarglielo sarebbe come rubare il dromedario ad un tuareg, motivo sufficiente per una sanguinosa rappresaglia. A nulla varrebbe dargli un manico sostitutivo: perché quello, in quel momento, non è un manico di scopa che simboleggia un cavallo, è il suo cavallo. Questo non significa che non sappia distinguere un cavallo da un manico di scopa: è un bambino, non un cretino. All’interno della sua onnicomprensiva dimensione, però, lo scambio avviene per analogie, a volte spicciole ma a volte imperscrutabili, tra oggetti ai quali la dignità è conferita dalla momentanea funzione, e non dalla banale destinazione d’uso.

La terza cosa che ho capito è che non si deve mai fingere di condividere appieno questa dimensione. I bambini, come i cani, fiutano il falso ad un chilometro di distanza (i gatti sono ancora più sospettosi, degli umani non si fidano proprio: e alla luce di Schrödinger non è facile dargli torto). Istintivamente percepiscono che hai i piedi dentro e la testa fuori, e che prima o poi finirai per piegare il gioco a logiche che a loro non appartengono: sono quindi risoluti ad opporre mille resistenze, e a portarti all’esasperazione. Preferiscono chi gioca allo scoperto: non importa se non capiscono tutto, non ne fanno un problema, reinterpretano a modo loro e si adattano tranquillamente. Devono solo avvertire che stai facendo sul serio, che non sei lì per farli giocare, ma per divertirti, anche loro malgrado. L’altro ieri giocavo ai soldatini con mio nipote. Ci siamo equamente divisi il suo esercito di crociati (in verità, quando si è accorto che me ne ero tenuti di più si è incavolato, e dato che erano in numero dispari abbiamo dovuto farne morire uno subito), dopodiché lui ha ingaggiato una sua guerra contro i pigmei (che sono i soldatini più piccoli, quelli brutti, di plastica) e contro i Fantastici Quattro, mentre io ho condotto il mio drappello in una spedizione punitiva contro una tribù berbera. Ha funzionato perfettamente: per dieci minuti ha sterminato pigmei, sbirciando ogni tanto le mie mosse, poi ha risparmiato i pochi sopravvissuti nascosti nell’erba e si è fatto assorbire dalla missione nel deserto, intervenendo ogni tanto per prestarmi qualcuno dei suoi (“facciamo che c’era un altro esercito che aveva sconfitto i pigmei e veniva in aiuto?”) quando i miei ranghi si assottigliavano (i berberi sono tosti). Ora vuole solo guerre contro i beduini, il che potrebbe essere un antidoto contro future conversioni all’islamismo radicale.

L’ultima cosa l’ho imparata direttamente sulla mia pelle (per cui è anche la più importante: le altre in fondo sono soltanto psicologia da giardino pubblico). Penso che a rigor di termini l’illusione abiti solo il mondo degli adulti. Illudere, o illudersi, ha infatti radice in ludus, in una idea di gioco consapevole che non può essere applicata al mondo infantile, checché ne pensino gli specialisti dell’età evolutiva. Sarebbe come dire che il bambino vive una sessualità consapevole perché si tocca le parti intime (sorvoliamo per il momento sul fatto che questa consapevolezza, del gioco come della sessualità, non è presente nella gran parte dei casi nemmeno negli adulti). Il bambino si limita a fare tutto quello che istintivamente gli procura piacere, e non è il caso di attribuire significati libidici al fatto che si gratti il sedere. Allo stesso modo, quando gioca non crea dal nulla un mondo alternativo dal quale entrare o uscire: sposta semplicemente lo sguardo sugli altri possibili e infiniti aspetti del mondo nel quale vive. Volendo schematizzare al massimo, si potrebbe addirittura affermare che non gioca mai. Tutto ciò che gli accade o che è da lui agito è egualmente serio ed egualmente leggero.

Quindi il bambino non si illude. Il momento in cui il termine illusione può essere correttamente utilizzato è semmai proprio quello di confine, quello dell’adolescenza. È qui che entra (letteralmente) in gioco, quando ci entra, la consapevolezza. La perdita dell’innocenza (o meglio, dell’incoscienza) corrisponde alla scoperta che le scope non consentono di volare o di cavalcare. Quando ti accorgi di non riuscire più a decollare, per quanta rincorsa tu prenda, la pacchia è finita. È una scoperta drammatica, e infatti in genere gli adolescenti sono parecchio incazzati, e noi ci chiediamo il perché, e ripetiamo loro che hanno tutta una vita davanti. Appunto. È proprio questo il problema. Una vita intera senza poter decollare, o potendolo fare solo con prenotazione, pagando un biglietto e lasciando guidare gli altri.

Il bisogno di illudersi nasce quindi per compensare una perdita, nel momento in cui si percepisce la differenza tra i due piani, quello della realtà e quello della fantasia; o la si istituisce, a seconda dei punti di vista. Anche se non sempre si è poi capaci di tenerli distinti, e soprattutto non se ne ha alcuna voglia. Come scriveva Foscolo, anche una volta realizzato che le illusioni sono autoinganni non possiamo fare a meno di crearcene altre, e la prima è proprio quella di poter conservare il completo dominio sulle illusioni consapevoli, magari chiamandole miti. L’illusione è insomma lo sforzo di mantenere uno sguardo infantile su un mondo che si rivela prosaicamente adulto.

A questo punto, visto che la riflessione su come si divertono in Austria mi ha preso mano e ha fatto una strada tutta sua, mi converrebbe forse chiudere il discorso. Ma ho l’impressione che un filo sotterraneo tra Schrödinger e il gatto con gli stivali esista, e mi piacerebbe trovarlo; per cui provo ad andare avanti. Senza una traccia precisa e senza garantire nulla.

Vorrei rendere più chiara la questione della perdita dell’innocenza (o dell’acquisto di coscienza, dipende da come la vogliamo mettere) con un’altra immagine classica, quello dello specchio infranto. Per tutta la vita noi guardiamo in uno specchio. Questo è vero anche fuor di metafora, in quanto ciò che conosciamo ci arriva attraverso la mediazione dei sensi e dell’intelletto (per Kant, attraverso le categorie), che funzionano come un otturatore fotografico: quindi in realtà cogliamo solo il riflesso delle cose nella nostra mente. Col tempo naturalmente vediamo riflesse cose diverse, e soprattutto impariamo a guardare da nuove angolature e a mettere a fuoco particolari o assiemi differenti. Certo, questo avviene in qualche modo anche nell’infanzia, ma in quel periodo la storia della separazione dei piani, tra ciò che è e ciò che vediamo, non è ancora affatto chiara.

Un bambino che si guarda allo specchio realizza infatti che quello che gli sta rimandando lo sguardo è lui stesso, o quantomeno che quella è la sua reale immagine. La prima volta trova magari la cosa un po’ strana, se non è particolarmente sveglio ci mette un po’ a capirlo e torna più volte a guardare dietro lo specchio, ma poi se ne fa una ragione. In genere considera la faccenda della duplicazione piuttosto divertente, e non credo si ponga tanti problemi rispetto a quale sia la realtà. Per lui è reale tutto, di qua e di là dalla superfice riflettente. Semmai al di là può immaginare possibilità ulteriori, come racconta Lewis Carroll, che di bambini se ne intendeva (Oltre lo specchio): resta comunque il fatto che quello specchio è la testimonianza inoppugnabile di una esistenza, e la veridicità di quanto racconta è confermata al bambino dal fatto che lo specchio riflette anche gli altri, o le altre cose, mostrandoglieli esattamente quali appaiono “fuori”. È come se gli dicesse: tutto quello che vedi attorno a te è vero, ed anch’io lo vedo così.

Col tempo le cose si complicano. Succede, come abbiamo visto, quando il manico di scopa non ci stacca più da terra, perché una volta usciti dall’infanzia non ci vediamo altro che un bastone, e a specchiarci a cavalcioni ci troviamo ridicoli. Mentre il bambino che si guarda può farsi le boccacce, o fingere il pianto o il riso, cercando di cogliersi in situazioni diverse, curioso di come potrebbe apparire “se”, e si diverte, noi pur continuando a farlo ci vergogniamo. Soprattutto lo sguardo lo rivolgiamo all’interno, e qui nasce il problema, perché ci rimiriamo in uno specchio rotto. I nostri personalissimi specchi interiori sono infatti molto fragili: hanno la scadenza come il burro, e vanno facilmente in pezzi. Di questa fragilità gli umani sono consapevoli da quel dì, e non a caso nella cultura popolare la rottura di uno specchio è sempre stata considerata un evento particolarmente funesto; un tempo magari perché gli specchi erano preziosissimi e non era facile procurarsene altri, oggi solo per un residuo superstizioso, che non manca però di alludere a un reale disagio psicologico. Quando la rottura non avviene significa che il meccanismo era programmato male, e la conseguenza si chiama narcisismo. Se al contrario lo specchio per qualche motivo si rompe anzitempo, il bambino magari per un po’ si diverte, vedendosi moltiplicato, ma rischia poi seriamente di scivolare in quello stato patologico che è la schizofrenia.

Quando invece le cose funzionano come da programma diventiamo semplicemente adulti. Le mille immagini di noi che lo specchio infranto ci rimanda corrispondono a quelle che scopriamo esserci rimandate dagli altri, di mano in mano che si acuisce la nostra coscienza del mondo. A differenza del bambino, che è sicuro di essere “quello” e che come tale gli altri lo vedano, l’adulto questa sicurezza la perde, perché scopre la molteplicità dei “punti di vista”, propri e altrui (i centomila di Pirandello). E comincia a dubitare che la realtà esista, o meglio, che esista una sola realtà (ma se le realtà sono tante, nessuna è quella reale).

Noi cominciamo dunque a dubitare della realtà quando cominciamo a dubitare di noi stessi. E cominciamo a dubitare di noi stessi quando realizziamo che “fuori” esistono di noi molteplici immagini, ma soprattutto che non siamo il centro del mondo e che tantomeno siamo immortali. Di qui nascono i miti di foscoliana memoria, di qui l’illusione consapevole. Possiamo sopravvivere alla scoperta della nostra insignificanza solo inventandoci significati altri, religiosi, politici, sociali, affettivi, ognuno secondo le sue possibilità e i suoi bisogni. Ciò avviene attraverso la proiezione della nostra breve e sempre incompiuta esistenza in una prospettiva temporale senza limiti, ponendoci in continuità con gli ideali di chi ci ha preceduto e aspirando ad essere riferimento, o almeno tramite, per coloro che verranno.

Alla base di tale proiezione c’è un processo assolutamente naturale: in fondo, se invece che in termini di individui ragioniamo in termini di geni, tutto il vivente punta ad una sia pur relativa eternità. Solo che l’egoismo genetico, invece di riproporsi nudo e crudo generazione dopo generazione, come avviene per tutti gli altri animali, nell’uomo cerca di darsi una giustificazione e un senso. E per poterlo fare l’uomo deve trovare una spiegazione anche della realtà entro la quale agisce: o meglio, “delle” realtà, quella naturale e quella culturale. Muovendosi nella prima, non assecondandola passivamente ma cercando di addomesticarla, di manipolarla, di piegarla ai suoi fini, produce la seconda. Possiamo girarla come vogliamo, ma ogni tassello di cultura, ogni tentativo di dare o trovare un senso, inteso come scopo e come direzione, alla nostra esistenza, è un atto di ribellione o di dominio nei confronti della natura. E non è nemmeno il caso di discutere se questo sia un bene o un male: le cose stanno così, e siamo uomini e non oranghi proprio per il diverso rapporto che abbiamo instaurato con la natura.

In sostanza, accade che per un complicatissimo concorso di fattori intervenuti nel percorso evolutivo noi umani nasciamo inadeguati (alcuni senza dubbio più inadeguati di altri) rispetto alla condizione naturale, e dopo un breve periodo di beata incoscienza prendiamo drammaticamente atto della nostra inadeguatezza (non tutti, come ho già detto, ma la maggior parte si). Siamo fisicamente limitati, nello spazio e nel tempo, rispetto alle potenzialità e alle aspettative del nostro cervello, e dobbiamo pertanto consentirgli di correre nelle praterie sconfinate della fantasia, di costruirci vite immaginarie, esistenze parallele, surrogati di senso. Il vero paradosso è che la nostra specificità sta proprio in questo, in una debolezza di fondo che diventa l’arma vincente (almeno momentaneamente) perché produce fantasia, immaginazione, illusione. Ora, questa illusione non può essere del tutto consapevole, perché in tal caso rimane assolutamente infeconda, ma nemmeno ha da essere del tutto inconsapevole, perché in quest’altro caso, quando viene scambiata per realtà, diventa estremamente pericolosa. Soprattutto se condivisa da altri. La Storia, quella marchiata come nostro prodotto doc dalla maiuscola, è in primo luogo la vicenda della nascita e del tramonto di grandi illusioni collettive, di utopie religiose o laiche sfuggite al controllo, o peggio, finite sotto il controllo interessato e spietato di alcuni per sfruttare, sottomettere o distruggere altri.

È una storia che conosciamo. Così come conosciamo quella che ogni cultura del globo in ogni epoca ha narrato a suo modo, mettendo in campo pesciolini d’oro, geni della lampada, maghi, fate e gatti ruffiani, e che ancora oggi ci viene raccontata dalla cultura unica della globalizzazione attraverso le lotterie miliardarie, i concorsi a premi e le officine della fama televisiva. É il sogno individuale di un cambiamento improvviso nella nostra vita, della possibilità di vedere mutata la nostra condizione, esaudito ogni nostro desiderio. Con la differenza magari che un tempo il racconto dichiarava apertamente la sua funzione consolatoria, rimanendo confinato nella dimensione fantastica, mentre oggi siamo educati a crederci e a scambiarlo per realtà, a viverlo come fossimo bambini.

L’illusione è dunque fondamentale come stimolo alla creatività umana, in quanto alimenta la capacità di pensare “altro” rispetto all’esistente, e di desiderarlo. Ma è difficile da governare, perché cammina in equilibrio sempre precario su una cresta ripidissima e pericolosa: e dal momento che viaggiamo bene o male sempre in cordata, se degenera o cade rischia di trascinare anche gli altri. Pertanto, se vi regalano un gatto non fateci su troppi progetti, è improbabile che vi procuri un regno; ma nemmeno addestratelo per lanci spaziali, o più semplicemente per esperimenti di volo dal terrazzo. È un gatto, ha altre aspirazioni.

E questo ci riporta a Schrödinger. Perché anche la scienza è il prodotto di una nostra illusione collettiva, di un’utopia, senz’altro la più potente e duratura e universalmente condivisa, e per molti aspetti la più nobile: l’illusione di sottrarci al condizionamento naturale. Questa illusione ci è congenita. È la risposta alla drammatica consapevolezza del nostro essere “inadeguati”. Ma l’umanità non l’ha sempre vissuta alla stessa maniera. Un tempo, quando ancora la natura era “sacralizzata”, ogni gesto di ribellione nei suoi confronti era accompagnato da un senso di colpa, ogni intervento a modificarla era considerato una profanazione. La gran parte degli antichi rituali erano cerimonie di espiazione collettiva, di riconciliazione con l’ordine naturale o di riconsacrazione di luoghi. Magari in quella “bella età, cui la sciagura e l’atra / face del ver consunse / innanzi tempo” non funzionava proprio tutto come dice Leopardi, ma c’era senz’altro coscienza che un certo equilibrio andava salvaguardato, che certi piani dovevano essere mantenuti distinti. Non a caso lungo tutta l’età classica, e almeno fino a tutto il Rinascimento, non si parla di progresso, se non qualche volta in termini etici e morali; l’opinione diffusa era piuttosto quella di un regresso, di una decadenza. Ciò non toglie tuttavia che già si puntasse ad una qualche forma di mediazione, di condizionamento delle forze naturali, ad esempio attraverso l’elaborazione di una mitologia. In fondo anche Leopardi, quando parla delle favole antiche, racconta di illusioni, pacifiche quanto si vuole nei confronti della natura, ma pur sempre autoinganni.

Oggi le cose stanno diversamente. Dell’autoinganno nemmeno più ci accorgiamo, perché in realtà i due piani hanno finito per coincidere: traducendo la scienza in tecnologia abbiamo costruito una seconda natura e la stiamo velocemente sostituendo alla prima (o almeno, ci illudiamo di farlo: salvo poi trovarci col sedere per terra ad ogni sbadiglio della natura prima). In quanto artefici siamo convinti di avere il controllo totale su quello che abbiamo creato, e per ricaduta su quanto abbiamo trovato: e malgrado questa convinzione ultimamente abbia cominciato a traballare proseguiamo per la stessa strada, sia pure senza eccessivo entusiasmo, quasi per inerzia.

Ora, non vorrei che questa fosse scambiata per una filippica eco-integralista o animalista contro la scienza. Se scrivo su un computer invece che su una tavoletta d’argilla – cosa che peraltro, vista la pregnanza degli argomenti, sarebbe stata decisamente improbabile –, se posso curarmi i denti o un braccio rotto anziché perderli, se ho ragionevoli speranze di non morire di tubercolosi, se ho una vita tutto sommato comoda e sicura, lo devo alla scienza. Ho vissuta la prima fase della mia esistenza in una situazione di relativa precarietà e in una società quasi medioevale, e non coltivo certo nostalgie per i bei tempi in cui eravamo poveri ma felici (soprattutto poveri). Sto semplicemente seguendo il filo di un pensiero nato da un paradosso, che mi porta a chiedermi come mai, per capire come funziona il creato, dobbiamo immaginare di gasare un povero gatto. E credo che una spiegazione, sia pure molto all’ingrosso, la si possa dare.

Come ogni altra utopia, quella scientifica ha diversi possibili esiti e risvolti. Se lo studio della natura è finalizzato ad una conoscenza non dico solo contemplativa, ma almeno minimamente intrusiva, che ne indaghi le leggi e le proprietà per meglio assecondarla da un lato e per garantire alla specie le opportune difese dall’altro, l’illusione rimane sotto controllo: nel senso, ad esempio, di non pretendere per questa specie un ruolo di centralità assoluta. Se invece questo studio è volto solo a manipolare la natura, piegarla ai fini della produzione, della crescita e della perpetuazione di un supposto dominio, evidentemente non può produrre che guai. E uno tra i primi è proprio legato alla forma mentis che un atteggiamento del genere induce. Il problema è che un confine tra i due approcci è difficile da definire, e forse nemmeno esiste. Quando Bacone proclamava che “sapere è potere”, quale che fosse la sua interpretazione (che era comunque del secondo tipo) asseriva una verità indipendente dai fini, e peraltro da sempre conosciuta e temuta. Giustamente presso i pellerossa il vero nome di un guerriero doveva rimanere segreto, perché il solo conoscerlo poteva diventare un’arma nelle mani di eventuali nemici. (ma anche Ulisse si guarda bene dal rivelarlo al Ciclope, e così facendo lo frega). Per la natura vale lo stesso: conoscerne i meccanismi, disvelarne le leggi equivale a metterla alla mercé di chiunque intenda sottometterla. È l’ambiguità congenita alla scienza, che si rivela anche quando quest’ultima sembra votata alle migliori intenzioni.

Schrödinger, per esempio, non era affatto una cattiva persona. Nello stesso anno in cui Hitler saliva al potere lui riceveva il premio Nobel per la Fisica, per un’equazione che rimane a tutt’oggi un caposaldo della meccanica quantistica (datele un’occhiata, per avere un’idea di dove arrivi la capacità di astrazione simbolica dell’uomo). Dovette anche andarsene da Vienna, dopo l’anschluss, in quanto poco gradito al nazismo: e nell’immediato dopoguerra rifiutò di partecipare agli studi sulle applicazioni militari e civili del nucleare. Quindi era un uomo al di sopra di ogni sospetto. In Che cos’è la vita? (1944), un saggio di biologia molecolare nel quale da fisico cercava di spiegare, dieci anni prima della scoperta del DNA, la natura del materiale genetico, scriveva: “Il progredire, sia in larghezza che in profondità, dei molteplici rami della conoscenza ci ha messi di fronte ad uno strano dilemma. Noi percepiamo chiaramente che soltanto ora incominciamo a raccogliere materiale attendibile per saldare insieme, in un unico complesso, la somma di tutte le nostre conoscenze; ma, d’altro lato, è diventato quasi impossibile per una sola mente il dominare più di un piccolo settore specializzato di tutto ciò. Io non so vedere altra via di uscita da questo dilemma (a meno di non rinunciare per sempre al nostro scopo) all’infuori di quella che qualcuno di noi si avventuri a tentare una di fatti e teorie, pur con una conoscenza di seconda mano e incompleta di alcune di esse, e correre il rischio di farsi rider dietro”. Oltre che un uomo retto era dunque anche uno scienziato coraggioso, disposto ad assumersi dei rischi, a cominciare “a pensare al problema della vita e al come gli organismi si comportano e funzionano, chiedendo a se stesso, coscienziosamente, se egli, con ciò che ha imparato dal punto di vista della sua umile scienza relativamente semplice e chiara, possa portare un qualche notevole contributo al problema”.

In un altro saggio, nel quale si chiedeva Che cosa è reale1?, arrivava a queste conclusioni: “Se eliminiamo la metafisica, arte e scienza si riducono a miseri oggetti senz’anima, incapaci d’ogni evoluzione ulteriore. E tuttavia la metafisica è superata e minata nelle sue fondamenta. Il parere di Kant è in questo senso una sentenza inappellabile. Nella prospettiva dello scienziato il compito della filosofia post-kantiana mi sembra possa consistere nel cercare di ridurre l’influsso della metafisica sui modi di rappresentazione dei dati effettuali ritenuti veri nei vari settori specifici; al tempo stesso, però, nel conservare la metafisica attribuendo a essa valore e funzione di sostegno indispensabile delle nostre conoscenze, di quelle generali così come di quelle specifiche. Potremmo dire, con un’immagine, che dell’armata della conoscenza la metafisica è la punta, l’estremo avamposto nel territorio nemico e nell’ignoto: un’avanguardia indispensabile ma, tutti sanno, esposta a grandi pericoli. La metafisica non appartiene cioè all’edificio della conoscenza: è piuttosto il ponteggio di cui non si può assolutamente fare a meno, volendo seguirne la costruzione. È forse persino lecito affermare che la metafisica si trasforma nel corso dell’evoluzione in fisica, ma certo non come poteva apparire prima di Kant; cioè non grazie alla graduale convalida di opinioni inizialmente incerte, bensì tramite la chiarificazione e lo spostamento del punto di vista della riflessione filosofica”.

Mi sono dilungato nelle citazioni perché queste parole dimostrano come Schrödinger fosse tutt’altro che un cuore arido, e avesse anzi una chiara coscienza di quanto sia fondamentale l’immaginazione, o se vogliamo l’illusione, per aiutare a costruire la conoscenza. Proprio per questo però l’allegra disinvoltura con la quale ipotizzava, sia pure in forma paradossale, la possibilità di cacciare un micio in una scatola mortale ci dice qualcosa di inquietante. Ripeto: non vorrei essere frainteso. Non si tratta di fare le pulci alle parole. Se c’è una persona politicamente scorretta in questo senso quella sono io, che parlo tranquillamente di punizioni corporali e campi di lavoro coatto per gli studenti, e non solo per scherzo. Allo stesso modo, non sono un gattaro; anzi, non ho animali per casa, neppure pesci rossi. Mi bastano e avanzano quelli a due zampe coi quali tratto quotidianamente. E tuttavia l’immagine mi ha infastidito.

Credo che in questo caso abbia pesato molto il contesto. Il sapere ad esempio che, sia pure al culmine di una deriva folle e criminale alla quale il fisico austriaco rimase estraneo, questi esperimenti sono stati poi davvero realizzati nei campi di sterminio, e non solo in quelli nazisti, e che la loro applicazione più riuscita è quella con la quale Himmler e soci hanno pianificato l’eliminazione “scientifica” di parte dell’umanità.

Io non sono convinto che questa deriva sia inevitabile: certo è però che l’uso improprio della fantasia e dell’illusione la rendono possibile. In fondo la scienza si avvale per la sua ricerca di atrocità ben maggiori di quella ipotizzata da Schrödinger, il quale magari aveva in casa un gatto (forse proprio per questo ha pensato a lui) e coltivava sentimenti tutt’altro che sadici. E anche prescindendo dal paradosso (questo si, autentico) che lo stesso Himmler era profondamente ammirato per l’attenzione prestata dai monaci buddisti ad ogni forma di vita (“Si cingono le caviglie con campanellini per evitare agli insetti di farsi calpestare!” scriveva nel suo diario) e che Hitler era vegetariano, rimane il fatto che quando entra in ballo la scienza ogni tabù sembra cadere.

Ciò che troppo spesso viene meno in questa particolare forma di illusione (ma la cosa vale anche per quelle politiche o sociali) è la coscienza che il senso della ricerca è già implicito nel modo, nell’atteggiamento col quale la si intraprende: anzi, che il senso è la ricerca stessa, e che nessuna ricerca ha senso quando suppone altro sacrificio che non sia il proprio. Lo sterminio dei gatti, anche se certe notti lo invoco, quando il giardino si riempie di felini semiselvatici in ambasce amorose, non farà fare alcun passo innanzi all’umanità. Quelli di ebrei, zingari e disabili e di milioni di altri innocenti, che hanno costellato da sempre la storia ma che ultimamente sono stati perseguiti con rigoroso metodo scientifico, ne hanno fatti fare parecchi indietro.

Allora, come avrebbe detto Micotto, apriamo ‘sta benedetta scatola e facciamo uscire una volta per tutte la povera bestia.

1 Compreso nella raccolta La mia visione del mondo (1964)

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

E il povero Abele?

di Paolo Repetto, 2013

D’accordo, siamo stirpe di Caino;
ma ricordiamoci anche dello zio.

Quasi mezzo secolo fa, negli “anni formidabili” in cui la mia generazione giocava a cambiare il mondo senza accorgersi che il mondo era già cambiato da un pezzo, per conto suo e nella direzione opposta, io ero molto impegnato a verificare le possibilità di una rappresentazione terrena di quel sogno: ma avevo anche già imparato a prendermi intervalli di istruttiva ricreazione. Avevo ad esempio scoperto che per capire qualcosa della vita era più utile frequentare le aule dei tribunali (come spettatore, naturalmente) che quelle universitarie, e che il banco degli imputati era un’ottima cartina di tornasole per ogni laboratorio di chimica sociale.

Seguivo, al palazzo di giustizia di Genova, nelle pause tra un esame e un’assemblea e quando il lavoro part-time me lo consentiva, le cause più clamorose o le vicende più bizzarre. Un giorno mi trovai ad assistere ad un processo che vedeva alla sbarra un magnaccia di mezza tacca, accusato di aver ucciso a coltellate la convivente nei bagni di un cinema. L’imputato ad un certo punto, dopo aver ammesso il fatto (era difficile fare diversamente, l’avevano beccato col coltello in mano), proruppe in un pianto dirotto, proclamando che la sua mano era stata forzata dalla gelosia, perché lui quella donna l’amava. Davanti a me sedevano due anziani e assidui frequentatori delle udienze, due maestri di sarcasmo che parevano la versione dal vivo dei vecchietti dei Muppets. Il lapidario commento di uno dei due alla scena fu: “Meschinettu, u l’è ‘n sentimentale”.

Se paragono l’efficacia corrosiva di quelle tre parole alla melassa ipocrita che trasuda oggi dal teleschermo e dalla carta stampata, ho l’idea di una distanza vertiginosa, di una caduta a picco nel vuoto. Il “poveretto” icasticamente liquidato dalla più spiccia delle giurie popolari oggi sarebbe un personaggio della nuova mitologia mediatica. Sarebbe inondato da lettere di ammiratrici, apostole della redenzione o semplicemente amanti del brivido. Godrebbe di più passaggi televisivi del papa o di Berlusconi. Diverrebbe un’icona.

Forse nel frattempo è successo qualcosa.

A dire il vero, era iniziato tutto già duemila anni fa. Prima le cose andavano in un altro modo, erano molto più semplici. Quando Caino aveva ucciso Abele, Dio lo aveva maledetto e condannato a sputare sangue. Il principio era chiaro: sbagli, paghi. I discendenti di Caino avevano capito e avevano tradotto l’insegnamento divino nella legge del taglione. Come poi la legge fosse applicata, a favore di chi, con quali eccezioni e con quali aberrazioni, col principio c’entra poco, nel senso che non lo inficia. Tutto ciò che è umano ha qualche problema a rimanere in linea coi principi.

A complicare la faccenda venne però duemila anni fa la parabola del figliol prodigo, col povero primogenito che dice: “Ma padre, io sono rimasto qui buono buono, ho lavorato per voi, e nessuno mi ha mai detto grazie. Questo se ne va, si fa i cavoli suoi fregandosene di tutti, e come torna, solo perché probabilmente non ha nessun altro posto dove andare, gli imbandite persino il vitello grasso?” La domanda era condannata a rimanere senza risposta, perché uno che ti dice: “E vabbé, lui era perduto e lo abbiamo ritrovato, tu sei sempre stato qui, cosa dovremmo festeggiare?” non ti sta rispondendo: ti sta prendendo a schiaffi (e sta prendendo a schiaffi il principio). Ti sta dicendo che sei normale, che sei un buono, che non hai nemmeno nulla di cui pentirti, se non forse di non essertene andato prima di tuo fratello, e quindi non fai notizia.

Non raccontiamoci storie, ormai è così che funziona. Esiste in Italia (ma forse è diffusa in tutto il mondo) un’associazione che si chiama “Nessuno tocchi Caino”, rifacendosi direttamente all’ingiunzione divina (se però vogliamo stare alla lettera della Bibbia, Dio stesso marchia fisicamente Caino). Trovatemene una che si intitoli “Ricordati anche di Abele”. Non c’è. Il povero Abele ormai è andato, e pace all’anima sua. Magari avrebbe potuto essere ancora vivo, se qualcuno avesse scaldato al momento giusto la schiena di Caino: ma questo non si può dire, è politicamente scorretto.

E allora, seppelliamo velocemente Abele, magari salutando con applausi l’uscita della bara (è un bel preludio allo spettacolo, e liquida il risarcimento alla vittima). Poi offriamo a Caino la ribalta. Che non è più il banco degli imputati, ma vede sfilare in un crescendo di passerelle mediatiche ex detenuti pluriomicidi, ex brigatisti rossi o neri, ex tossici o alcolizzati che hanno sterminato mogli e figli. Sono importanti, si dice: testimoniano che ce la puoi fare, che c’è una speranza per tutti. Certo, per tutti quelli che possono concedersi il lusso di essere degli ex qualcosa. Non per le loro vittime, ad esempio. Ma neppure per altri, per quelli che, senza essere vittime, non sono stati nemmeno carnefici. Non ho mai visto ospitata la testimonianza di un ex operaio di fonderia. Uno che ha lavorato per quarant’anni ad un altoforno senza finire drogato o alcolizzato, o senza pensare che magari una rapina ben riuscita poteva cambiargli la vita, o che far fuori qualche alto dirigente poteva rendere migliore quella di tutti. Non sarebbe questa una testimonianza efficace? “Ragazzi, badate che ci si può fare, lo fanno in tanti: si può essere consapevoli dell’iniquità, laddove esista, della condizione propria e altrui, e combatterla con le armi lecite della dignità e del coraggio. Si può essere orgogliosi del proprio lavoro, addirittura della propria fatica, affidandogli il senso, o gran parte del senso, del proprio esistere”. Ma così è troppo banale. La parabola del figliol prodigo è stata tradotta nel “solo chi cade può risorgere” delle canzonette. Messaggio fantastico, perfettamente in tono col “fratello, pecca tranquillo, che la misericordia di Dio è infinita”. E chi poveraccio non cade? Chi ce la mette tutta e regge coi denti, perché non vuole cadere, perché crede nel dovere di essere normale?

Non basta. Ad aggiungere un’ulteriore beffa al danno è arrivata la sindrome del perdonismo. Come a Dio, anche alle vittime viene chiesto di esercitare una misericordia infinita. Da quando Wojtyła ha perdonato al suo attentatore (e nel suo caso non si vede che altro potesse fare, stante il ruolo e soprattutto il fatto che ne è uscito vivo) va in scena una squallida farsa. Alle vittime prima ancora di soccorrerle vengono cacciati a forza in bocca i microfoni per strappare parole di perdono. A figli che hanno appena persi i genitori, e magari nemmeno ancora lo sanno, a genitori che hanno vissuto per giorni lo strazio di non avere notizia dei figli, per poi vederseli restituiti scempiati e morti, una schiera di mentecatti stringe un vergognoso assedio, a caccia di dichiarazioni che insaporiscano la notizia. Dall’altra parte, delinquenti e maniaci recitano compunti le frasi di pentimento che gli avvocati mettono loro in bocca, e provano davanti alle telecamere i toni e gli sguardi per quando saranno chiamati anche loro nel circo a portare testimonianza.

È quanto già stanno facendo i nuovi protagonisti, quelli destinati a riempire il palinsesto della prossima stagione. La più recente versione della tragedia originaria vede infatti nella parte di Caino i persecutori e gli uccisori di donne, così che l’Abele dei nostri giorni sembra essere diventato dovunque e nel suo assieme l’universo femminile. Non a caso l’ultimo successo librario su scala mondiale è stato “Uomini che odiano le donne”. Il fenomeno è stato anche debitamente titolato, naturalmente con un termine anglosassone, stalking, che significa né più né meno persecuzione. Ma in Italia il termine ha dovuto essere aggiornato in senso peggiorativo: la persecuzione si sta traducendo in un vero e proprio sterminio, e a sottolineare l’esistenza di una tipologia di omicidio dalla forte connotazione “di genere” è stato coniato un bruttissimo neologismo, femminicidio. Non so quanto questa sottolineatura aiuti o complichi la percezione di ciò che sta realmente accadendo, ma non è il caso di perdersi nelle sottigliezze semantiche. “Femminicidio” sta ad evidenziare l’incredibile aumento delle violenze mortali perpetrate nella sfera domestica o comunque affettiva. E che non si tratti solo dell’effetto di una passeggera sovraesposizione mediatica, (quella per intenderci che produce un paio di volte l’anno, ai cambi di stagione, i titoli sulla pedofilia o sugli stupri degli extracomunitari), lo dimostrano i numeri e le percentuali, che crescono in maniera esponenziale. In Italia la metà delle donne vittime di morte violenta sono uccise da mariti, fidanzati e conviventi, quasi sempre ex: la media mondiale è di poco superiore al dieci per cento. Siamo in linea con i paesi islamici e con le aree più arretrate del mondo.

Le cifre a dire il vero erano già alte da prima, come si conviene ad un paese che ha contemplato sino agli anni ottanta il “delitto d’onore” nel suo codice penale e lo conserva ancora oggi in quello etico. Ma il fenomeno odierno ha poco da spartire col vecchio delitto d’onore, anche se al fondo permane la stessa concezione “padronale” del rapporto di coppia da parte maschile. Questo residuato di millenni di androcrazia cozza oggi con un atteggiamento femminile che nel giro di mezzo secolo si è radicalmente “occidentalizzato”, e che non accetta più la sudditanza: ragion per cui i maschi “mediterranei” si trovano completamente spiazzati, e sembrano saper rispondere solo con reazioni istintive ed esasperate. Non sono più messi in questione “l’onore” e l’identità pubblica, ma l’autostima, il ruolo e l’identità privata.

Sappiamo tutte queste cose perché della crisi del maschio, e di quello latino in particolare, discettano da tempo in tivù sociologhe, psicologhe e filosofe di vaglia, oltre ai femministi equi e solidali: e non ho dubbi che la loro analisi sia fondata. Ma, al di là del fatto che può essere applicata solo ai paesi mediterranei, perché le donne nordiche sono emancipate da un pezzo e tuttavia la violenza è in aumento anche a quelle latitudini, a cosa approda poi, in definitiva, tutto questo chiacchiericcio? A setacciare i libri di testo a caccia di immagini o espressioni scorrette (perché è sempre la mamma a preparare la cena?), alla richiesta di declinare al femminile gli appositivi di ruolo (si può usare magistrata?) e di bandire quelli che già lo sono, ma in negativo (perché si usa la spia anche per i maschi?), a sollecitare la rivalorizzazione dell’apporto muliebre in tutti gli ambiti, pretesa che in molti casi si rivela ridicola o insensata (come faccio a rivalutare il ruolo della donna nella musica classica, se non ci sono state grandi creatrici di sinfonie o di opere liriche? Ma soprattutto, è poi così importante?), a proporre una cultura della differenza che viene poi contraddetta dalla richiesta di quote rosa nell’esercito, nel giornalismo calcistico e in parlamento. Messa in questo modo, tutto finisce in sostanza per essere ricondotto ad una versione aggiornata dell’eterna rivalità tra uomini e donne, ad una resistenza dei primi allo sparigliamento dei ruoli determinato dal modo di produzione industriale. E le analisi vengono inframmezzate da inserti pubblicitari che naturalmente degradano a merce l’immagine femminile, o alternate a trasmissioni nelle quali l’esibizione di seni, glutei e dentature ricorda il mercato degli schiavi.

Io credo ci sia ben altro. La spiegazione dello spiazzamento, al di là dei modi in cui è stata fatta propria dalla cultura del salotto televisivo, che la condisce di testimonianze e di lacrime in diretta – di quelle dei soli carnefici, per ovvie ragioni –, non è affatto sufficiente. Rimane in superficie e alla fine, se anche non assolve, è in qualche modo “comprensiva” nei confronti dei violenti.

Se davvero vogliamo invece capire cosa sta accadendo dobbiamo risalire più a monte: guardare non solo al femminicidio, ma ad un insieme crescente di comportamenti in apparenza insensati e che tuttavia configurano un nuovo modello culturale. La ragione profonda sta infatti nel trionfo di un relativismo etico che da sempre è presente nel cromosoma cattolico del nostro paese – per questo dicevo che ha avuto inizio duemila anni fa – ma che è diventato carattere dominante negli ultimi quarant’anni. Sulle responsabilità del relativismo la penso dunque esattamente come Ratzinger; siamo meno d’accordo sulle sue cause e sulla sua natura. Quello che Ratzinger non dice, infatti, è che allo sfascio odierno ha contribuito la Chiesa stessa, proprio per come ha indirizzato e interpretato il proprio ministero (ammetto comunque che gli ultimi sviluppi della carriera dell’ex-pontefice me lo hanno fatto sentire più vicino).

In sostanza: è in atto una de-valorizzazione di ogni valore, che è altra cosa dalla trasvalutazione di Nietzsche, ancorché a Nietzsche più di uno dei suoi teorici si rifaccia, e che sta ribaltando la prospettiva entro la quale si era andata costruendo, nel corso di tutto il secondo millennio, l’etica occidentale. Quell’etica era il frutto dell’ibridazione tra le due radici della nostra cultura, quella ebraica e quella greca: Dio che dice ad Abramo “Prenditi la responsabilità di decidere con la tua testa” e Socrate che dice al suo discepolo “Prima di farlo, però, guardati dentro”. Si fondava quindi sull’idea di una responsabilità individuale, conseguente la libertà dell’uomo di scegliere tra diversi possibili comportamenti. In origine si trattava ancora di una libertà molto condizionata, perché il fato in Grecia e Jahvè in terra di Palestina, nonché i vincoli creati dalla “organicità” al gruppo, continuavano a metterci il becco: ma era già un bel passo avanti rispetto alla totale eteronomia che caratterizzava le società più antiche. Alla confluenza tra i due percorsi, nella “volgarizzazione” cristiana, questa idea la si era annacquata e resa più digeribile a tutti, reintroducendo un ampio margine di “non responsabilità”: in quanto mortali e imperfetti gli uomini devono essere aiutati e orientati dall’alto nelle loro decisioni, e qualora sbaglino, purché lo riconoscano, possono sperare nella misericordia divina (eccolo, il figliol prodigo!). Come a dire: le regole che l’uomo trova stampate nella coscienza le ha dettate Dio, evidentemente a propria misura. È implicito che per gli umani valga un po’ di tolleranza, altrimenti sarebbe un gioco impari.

Un’etica veramente laica, quella che oggi riconosciamo come tale perché suppone che a dettarsi le regole sia l’uomo stesso, e quindi sia tenuto a rispettarle senza sconti, aveva cominciato a farsi strada solo nel Medio Evo, e si era infine imposta nel secolo di Spinoza e del libertinismo. Kant ne aveva poi data la formulazione più alta, fondandola da un lato sull’autonomia assoluta del singolo, dall’altro su una determinazione “formale” (il “tu devi”). Siamo umani, possiamo fare solo quello che possiamo; ma almeno questo dobbiamo farlo. “Da un legno storto, come quello di cui l’uomo è fatto, non può uscire nulla di interamente diritto. Solo l’approssimazione a questa idea ci è imposta dalla natura”. Ne scaturiva che il “diritto” è ciò che l’uomo si conquista assolvendo con senso di responsabilità al proprio dovere, e che il dovere sta nel rispetto incondizionato, volontario e disinteressato di valori evidenti e assoluti, presenti alla coscienza di ciascuno, quale che sia la sua formazione culturale (“Tutte le nazioni hanno onorato come virtù la bontà, la compassione, l’amicizia, la fedeltà, la sincerità, la riconoscenza, la tenerezza paterna, il rispetto filiale”, aveva scritto Diderot). Nell’imperativo kantiano è lasciato ben poco spazio al pentimento, tanto alla sua versione cattolica che prevede un riscatto intermediato quanto a quella protestante che lo risolve nella disperazione individuale: il senso di responsabilità deve guidare la scelta, non attivarsi a posteriori e ridursi a senso di colpa. Fosse stato il padre della parabola, Kant avrebbe detto al primo figlio “tu stai facendo solo il tuo dovere, e dovresti già essere appagato perché lo fai”; ma non avrebbe certo ucciso il vitello grasso, e forse nemmeno una gallina, per quello prodigo.

Bene, tutto questo sembra oggi far parte di un mondo che non c’è più, come quei paesaggi che compaiono nelle vecchie foto di famiglia e che sono a stento riconoscibili nella bruttura contemporanea. Kant era ancora in vita e già gli si rimproverava, alla luce di quanto stava accadendo in Francia, di aver celebrato troppo precipitosamente l’uscita dell’Uomo “dalla minorità”, fingendo di ignorare quanto il maestro di Könisberg fosse invece consapevole della distanza intercorrente tra questi e l’Umanità (e non solo lui. Diderot, che anticipa molti aspetti del pensiero di Kant e riassume quello dei philosophes, scrive: “In tutto il mondo è stata imposta agli uomini non la migliore legislazione che si potesse dar loro, ma la migliore che essi potessero ricevere”) e che la sua era, prima e oltre che un auspicio, una proposta programmatica. Il paradosso è che Kant viene tacciato di utopismo per aver chiesto al singolo uomo di mirare alto, anzi, di guardarsi dentro e di essere “etico” per sé, per dare senso qui e subito alla propria esistenza, senza attenderne il riscatto da improbabili future palingenesi: mentre realistiche sarebbero quelle concezioni che attribuiscono a masse “irresponsabili” la volontà e la capacità di realizzare, opportunamente guidate, una società giusta. O quelle che semplicemente, preso atto che l’umanità cresce come un “legno storto”, abdicano ad ogni speranza di raddrizzarlo.

Di fatto, nei due secoli successivi da ogni direzione all’individuo è stata nuovamente negata quell’autonomia di scelta che comporta una piena assunzione di responsabilità; e questo in nome di volta in volta della natura, di Dio, dello stato, della storia, della comunità, del progresso, da ultimo persino del mercato. La sfiducia nell’uomo tant’è ha prevalso: evidentemente è più comodo considerarlo un eterno minore, incapace di dettarsi dei fini, e ricondurlo velocemente sotto tutela, come era accaduto in reazione all’illuminismo greco. In questo modo l’individuo diventa insignificante strumento, sacrificabile a fini sempre più grandi di lui: una volta scaricato della responsabilità verso se stesso potrà essere caricato facilmente della soma di incubi e utopie che altri sognano per lui.

Anche le critiche più fondate all’eccesso di soggettivizzazione dell’etica kantiana (provenienti tanto da destra che da sinistra, da Spengler ai francofortesi), quelle che paventavano i rischi di una deriva individualistica, alla fine hanno fatto gioco solo alla demolizione del vecchio impianto di valori, senza proporre nulla di nuovo o di alternativo. Tra i molti che presagivano come questa deriva avrebbe portato alla cancellazione delle individualità in una massa indistinta, pochi hanno capito che tra il rimbambimento totalitario e la solitudine disperata di fronte all’assurdo rimaneva sempre una terza via, coerente negli esiti, se non nelle premesse, con la formulazione di Kant. Da Leopardi a Camus, si contano sulle dita di una mano.

Risultato: la demolizione dei valori “forti” illuministici, iniziata da subito, con Fichte e l’idealismo e proseguita ininterrottamente sino ad oggi, ha sollevato un polverone in cui alla fine tutti gli uomini diventano grigi, tutte le azioni sono leggere e tutte le idee risultano intercambiabili. Sotto questa nuvola c’è un deserto di terra bruciata, sulla quale può crescere solo un “pensiero debole”; un insaccato di macerie, informe e dilatabile sino a contenere e a giustificare tutto. La debolezza del pensiero, la negazione dell’esistenza di un sistema di valori interiori di riferimento, l’educazione degli individui alla non-responsabilità creano peraltro l’humus ideale per l’affermazione del totalitarismo. E infatti quest’ultimo, sconfitto nel secolo scorso in quelle incarnazioni politiche che ne facevano una bandiera, ha trionfato alla fine nella versione post-moderna, sotto le spoglie “democratiche” del mercato e della finanza, ed ha imposto il credo della produzione e della crescita illimitate. In aggiunta, la crisi tardonovecentesca delle ideologie, collassate sotto l’incalzare dell’indifferenza unica (nel senso sia soggettivo, del non cercare un senso, che oggettivo, di non averlo) non ha significato affatto la scomparsa dell’ideologismo: ha solo banalizzato le prime e ha reso impossibile combattere il secondo, che è sopravvissuto come scoria e ha inquinato in profondità le falde del pensiero.

Questo avvelenamento ha prodotto una concezione prettamente garantista e sofistica del diritto. Il diritto non è interpretato oggi come progressiva e consapevole conquista interiore, da porre poi a fondamento dei rapporti esterni, ma come una fiammella pentecostale che la storia ha fatto scendere sugli uomini, a proteggerli e deresponsabilizzarli preventivamente piuttosto che a illuminarli e responsabilizzarli. L’idea che non sia trasmissibile come un immobile di padre in figlio o da una generazione all’altra, e che ciò che va trasmesso è semmai il terreno libero sul quale ciascuno sarà poi chiamato a coltivarlo, riesce particolarmente indigesta. Non solo ai legulei, che sulle interpretazioni a senso unico del diritto ci campano, ma a tutti quanti, compresi legislatori e sindacalisti. La nostra è ormai una cultura del diritto acquisito, non di quello conquistato: e se le parole hanno un senso, questa è la differenza nei confronti del mondo che Kant sognava, guardando sì al futuro, ma anche al suo presente.

L’arroccamento su questa concezione del diritto come pura corazza difensiva presuppone che gli individui vengano sollevati dalla responsabilità piena delle loro azioni. Se nessuno è considerato capace di agire in totale autonomia, si configura una sorta di collettiva incapacità di intendere e di volere. Ma dal momento che con qualcuno bisogna pur prendersela, nel minestrone culturale del post-moderno il ruolo che era attribuito un tempo al fato o all’arbitrio divino viene oggi imputato alla “società”. Al termine del gioco al rimpallo la “paglia” finisce ad una generica società matrigna, colpevole di tutto perché ingerisce e condiziona, e del suo contrario perché è assolutamente indifferente e fredda (Leopardi, che queste cose le pensava della natura, attribuiva però la responsabilità alla presunzione umana di esserne al centro). Così, quando viene chiamata in causa quale responsabile, e cioè in ogni caso in cui non si possano scaricare sui più prossimi le colpe, la società è percepita come presenza esterna, o addirittura estranea, con la quale ci si scontra, anziché sentirsene partecipi. Quando invece la si evoca in positivo (la fantomatica “società civile” che resiste, che si indigna, che è migliore dei suoi governanti), allora sembra comprendere una ristretta cerchia di persone (in pratica, la nostra). Che sia null’altro che l’insieme dei singoli e ne sommi le attitudini, e che il risultato non sia superiore alla somma ma ne rappresenti la media, è una evidenza che non riesce ad imporsi. A seconda dei casi torna comodo giocare al rialzo o al ribasso. Soprattutto però non viene presa in considerazione la possibilità e la pretesa che il livello medio delle coscienze individuali si alzi, e che tutti si sentano parte della comunità con responsabile coerenza: dato che la maggioranza è “minorenne”, occorre applicare uno statuto etico più morbido. É il trucco dell’atrazina nell’acqua: dal momento che non riusciamo a rispettare i livelli minimi di tollerabilità, alziamo i valori ammessi e l’acqua torna miracolosamente potabile.

Dietro il fenomeno della violenza sulle donne c’è dunque ben altro. Non è distorta solo la percezione dell’immagine femminile, lo è quella globale della vita e del suo senso. Il balordo che dopo aver strangolato la fidanzata telefona ai carabinieri dicendo: “Ho fatto una cavolata” userebbe la stessa espressione dopo aver causato una strage guidando ubriaco, o dopo aver dato fuoco ad un barbone. Il problema vero è la riduzione di tutto ad una “cavolata”, e la strada che conduce a questa distorsione è perfettamente ripercorribile, anche se ricorda quel giochino da settimana enigmistica nel quale si univano i puntini numerati per scoprire una figura. Il percorso parte come abbiamo visto dall’ostracismo intellettuale decretato ai “valori forti”, passa per la delegittimazione a priori di ogni istituzione, avvalorata a posteriori dallo scandaloso comportamento di chi le istituzioni dovrebbe rappresentarle e difenderle, e attraverso una serie di giri viziosi arriva al garantismo inossidabile dei genitori nei confronti di qualsiasi comportamento idiota dei figli (lo conosco bene, è un bravissimo ragazzo, magari un po’ influenzabile, ma a casa non si è mai comportato così” – che implica “siete voi che me lo rovinate”) o a quello farisaicamente ideologico dei difensori ad oltranza dei diritti del persecutore (qualche anno fa una circolare ministeriale sul bullismo invitava a considerare come prima vittima, negli episodi di bullismo, proprio colui che compie il gesto. Abele si rivolta ancora nel suo tumulo). È inevitabile che la figura che compare alla fine sia un mostro.

Sarà il caso allora di cominciare a lavorare proprio dalla scuola, come del resto predicano nei talk show e nei convegni le psicologhe e sociologhe e i femministi. Ma non certo per espungere le massaie col grembiule dai libri di testo, o per dare a Giovanna d’Arco altrettanto spazio che a Napoleone. Il lavoro da farsi è ben altro, è arduo e quasi impossibile, perché va a cozzare contro le resistenze congiunte delle famiglie, della burocrazia ministeriale, dei garantisti d’ordinanza, nonché delle corporazioni stesse degli indagatori della psiche, individuale e collettiva, che ogni giorno inventano sindromi nuove. È evidente, ad esempio, che il bulletto o ragazzino caratteriale che a scuola diventa un soggetto con Bisogni Educativi Speciali, e anziché essere alzato per le orecchie gode di particolari attenzioni e piani di studio personalizzati, e fa il suo percorso alla pari con gli altri ma faticando meno, così da potersi ritagliare tutto il tempo e le occasioni per rompere agli altri le scatole, continuerà per tutta la vita a pensare alle sue azioni come a “cavolate”: e se contrariato distruggerà la vita di un’altra persona, sia essa l’ex compagna, o il coinquilino che protesta, o l’automobilista incrociato all’autogrill, con la stessa indifferenza con la quale a scuola rovinava quella degli sfortunati compagni e distruggeva magari i loro libri o i loro cappotti. Allo stesso modo incendierà cassonetti o auto o caterpillar, non appena gli si presenterà l’occasione di una ribalta e di una bandiera che ammanti la sua nichilistica idiozia di una qualche confusa idealità: magari appellandosi alla militanza in un movimento anarchico del quale, nella sua perfetta e pervicace ignoranza, non sa un accidente (qui è lo spirito di Berneri e di Malatesta a rivoltarsi). E troverà la “comprensione” proprio di chi dovrebbe invece sentirsi due volte offeso, per lo sfregio stupido al civismo e per la ferita inferta a idealità generose e sincere.

Non sto dicendo che quattro calci nel sedere risolverebbero il problema e ammansirebbero ragazzi allevati allo stato brado. Sto dicendo che per aiutarli davvero, loro e quelli che con loro hanno a che fare, la scuola non ha bisogno di reti di buone pratiche e di corsi di formazione dove si racconta la favola del brutto anatroccolo, e nemmeno di tutto l’armamentario di laboratori informatici e registri elettronici che sembra diventato la panacea di ogni problema: ha bisogno di gente che a sua volta nei valori ci creda, li conosca, li pratichi e non si sia già arresa alla loro scomparsa. Che non dia per scontata l’impotenza dell’istituzione a difendere le vittime, i miti, coloro che frequentano ancora con la voglia e col piacere di imparare, dalla prevaricazione e dalla violenza impunita, e dalla delusione che questa impunità crea. Perché ogni gesto di violenza tollerato, sottovalutato o persino in qualche modo “giustificato” non si porta dietro solo il danno immediato o remoto alla vittima (tra gli stalker non ci sono solo i persecutori per vocazione, ma anche quelli per reazione, quelli che hanno accumulato rancore proprio per non essersi sentiti protetti), ma anche quello, forse maggiore, inferto agli occhi di tutti alla credibilità dei valori più elementari della convivenza. E davvero crea un danno allo stesso persecutore, perché lo rafforza nella convinzione che non ci siano dazi da pagare, che tutto sia insomma “una cavolata”.

Esiste sul serio la possibilità di fare argine al progressivo scivolamento nell’”indifferenziato”? É difficile crederlo. Mi sono soffermato sulla scuola perché la ritengo l’ultimo ridotto dal quale si potrebbe ipotizzare una resistenza, ma non credo ci si debbano fare troppe illusioni. Degli altri fronti poi, da quello della famiglia a quello della politica, non val nemmeno la pena parlare. Lì la guerra è già persa da un pezzo, e non è necessaria un’indagine sociologica per capirlo. È sufficiente guardarsi attorno. Ciò che vediamo somiglia sempre di più all’immagine televisiva: e non perché sia la televisione a rispecchiare il mondo, ma perché è ormai quest’ultimo a conformarsi a un modello di comunicazione e di rapporti costantemente urlati, si tratti di pubblicità come di politica, di sentimenti come di cultura. Questo mondo a modello unificato offre il terreno della rivincita agli ignoranti, e ne diventa ostaggio. Sono loro gli “utenti” più fedeli, meno critici, più manovrabili: e per attrarli, a loro deve sempre più somigliare. Dal momento che in tutti i casi l’obiettivo è vendere qualcosa, per allargare il bacino dei possibili acquirenti si tara al minimo la richiesta di un impegno intelligente. Anzi, possibilmente la si esclude. L’offerta marcia in conseguenza. Non si fa audience tra gli idioti con chi dice cose intelligenti, ma con chi litiga e insulta. Non c’è posto per i figli che rimangono a casa, ma per quelli che scappano.

Se anche le fosse consentito, quindi, la scuola si troverebbe a combattere una guerra solitaria. Eppure di questa guerra deve farsi carico. È rimasta l’unica istituzione a poter educare i giovani al fatto che non c’è convivenza senza un sistema di regole, che le regole valgono per tutti allo stesso modo e che non sono arbitrarie restrizioni, ma poggiano sul riconoscimento di valori positivi universali. Questi valori li può raccontare attraverso la narrazione storica, li può rintracciare nella tradizione letteraria, li può dimostrare con l’analisi scientifica, soprattutto li può inverare affermandoli e difendendoli nella quotidianità delle relazioni interne. Può naturalmente anche metterli in discussione, o meglio, mettere in discussione le interpretazioni che ne sono state date, le strumentalizzazioni e le distorsioni cui sono stati piegati: anzi, deve farlo, ma senza mai perdere di vista la verità che solo il riferimento ad un sistema di valori consente di pensare un futuro, perché impone di fare un progetto della propria vita, di attribuirle un fine, e quindi di darle un senso.

Per spiegare tutto questo la scuola dovrebbe recuperare senso al linguaggio: ridare alle parole il loro significato, ripristinare la loro aderenza alle azioni e alle cose. L’impoverimento progressivo del linguaggio, l’uso improprio o approssimativo dei termini, la loro perdita di peso e di sostanza, non sono solo una spia ma anche la concausa della confusione e della povertà morale. La scuola può insegnare che un omicidio non è una cavolata proprio restituendo al termine tutto il suo peso e all’azione tutto il suo carico di responsabilità.

Avremmo tutti più che mai bisogno di una bella ripassata alla grammatica della vita: ma per i miei coetanei e per i nostri figli maggiori temo sia purtroppo già tardi. Non resta che guardare ai più giovani: non per un melenso giovanilismo, perché la giovinezza non è una virtù, ma una condizione, e la percentuale di idioti non varia tra le fasce d’età, quanto semplicemente perché sono ancora in tempo ad imparare qualcosa. E perché sono le giovani generazioni a pagare il prezzo più alto della sparizione di valori. Lo pagano nell’indeterminatezza del presente, ma soprattutto nell’azzeramento di ogni possibile futuro: questo vuoto impedisce infatti loro di pensare a qualcosa che valga al di là dell’immediato e del contingente, le induce a lasciarsi trascinare dagli eventi e dagli istinti, soprattutto le assolve da responsabilità nei confronti delle generazioni più sfortunate ancora che seguiranno.

Vista in questa prospettiva, la strage delle donne è dunque solo una delle tante disastrose conseguenze di quella delle idealità. E allora non troverà riparo nei telefoni rosa o nei centri d’ascolto, e nemmeno nelle leggi ad hoc e nei sit in di solidarietà o di protesta, ma solo in un colpo di reni che ci rimetta in piedi, per quanto storti, e restituisca a noi la dignità di sentirci responsabili delle nostre azioni e alle vittime almeno l’amaro conforto di essere riconosciute come tali. Per intanto, però, si potrebbe intraprendere l’azione educativa col restituire la responsabilità ai Caino di turno, e soprattutto col togliere loro la ribalta. Non è necessario arrivare alla damnatio memoriae. Basta molto meno. Mi sembra di sentirli, i miei due vecchietti, se potessero assistere alle ignobili farse dei pentimenti “ in diretta”: Cosse ti veu, ‘sun tuti ‘nnamué.

Ma per fortuna, dove siedono ora, non c’è televisione.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Credenti pensosi e increduli pensanti

di Paolo Repetto, 2013

L’altra sera ho partecipato ad un incontro con Duccio Demetrio. Il tema era intrigante: in cosa credono quelli che non credono. Demetrio portava la testimonianza di un non credente in un contesto, un convegno teologico che si svolgeva in un auditorium parrocchiale, dove tutti (tranne il sottoscritto) erano credenti.

L’intervento di Demetrio mi è piaciuto. Lui è una persona distinta, ha una figura elegante e slanciata, folti capelli candidi che incorniciano un volto tirato ed ieratico. Usa un eloquio raffinato ma semplice, scandisce perfettamente le parole e i periodi, e tuttavia non risulta né freddo né distaccato. Se avete letto la sua “Filosofia del camminare” riconoscerete perfettamente lo stile. Parla come scrive. Non entusiasma, ma convince.

Vi chiederete tutto questo cosa c’entra: per me è fondamentale. Non è importante solo quello che si dice, ma anche il modo in cui lo si dice. Pensate in quanti modi diversi si possono pronunciare le stesse parole d’amore, e che effetti differenti possono provocare. Come i sentimenti, anche le idee necessitano di una esposizione coerente con la figura di chi le esprime. Non ci sono un unico linguaggio e un solo tono col quale esprimerle: l’essenziale è che il linguaggio e il tono “appartengano” davvero alla persona, e siano garanti delle idee stesse. Per questo mi piace conoscere le persone di cui leggo cose che mi intrigano (e preferisco che chi legge le mie mi conosca). Perché non sempre questa coerenza la ritrovo, e in quel caso le idee non mi sembrano affatto convincenti.

Come si valuta la coerenza? Non c’è un criterio. È una cosa che funziona a istinto. La senti nella voce e la leggi nella figura che hai di fronte. Il resto, la conoscenza dei retroscena, di eventuali vizi, delle ambiguità, può solo confermare le tue impressioni, oppure risultare assolutamente irrilevante. In genere è difficile che mi sbagli. Se credessi nella metempsicosi, penserei di aver vissuto la vita precedente come cane da tromboni.

Ma torniamo alla relazione di Demetrio, questa perfettamente in tono con la persona. In maniera chiara e semplice, appoggiandosi a citazioni di Enzo Bianchi, di David Maria Turoldo, di Sergio Quinzio, e soffermandosi sui testi delle più recenti encicliche del duo Ratzinger-Francesco, ha evidenziato come siano percepibili nella Chiesa un’attenzione ed un rispetto particolari (ma non nuovi: in realtà, ha ricordato, erano già presenti nello spirito che animava il Concilio Vaticano secondo) per i non credenti, o almeno per quelli che percorrono da non credenti gli stessi sentieri di ricerca sui quali si può camminare con la fede. Ne è scaturita una testimonianza sincera, senza concessioni eccessive all’uditorio e all’occasione. «Io non credo allo stesso modo e nelle stesse cose in cui credete voi, ha detto in sintesi Demetrio ai suoi ascoltatori, ma credo nella necessità di porsi l’esistenza come un problema e la resistenza come uno scopo. Paradossalmente, credenti e non credenti parrebbero accomunati dalla volontà di evitarsi il problema dell’esistenza, gli uni risolvendolo nella presenza e nella volontà divina, gli altri semplicemente ignorandolo. Ciò che invece accomuna i credenti e i non credenti “pensosi” (credo che il termine sia mutuato dal lessico del cardinal Martini) è il porsi il problema gli uni anche in presenza di Dio, gli altri proprio per la sua assenza».

Ciò che Demetrio intendeva dire è che l’incontro avviene, al di là delle risposte che si danno, sulle domande che si pongono. E quando gli incontri avvengono sulle domande si possono fare pezzi di strada di ricerca assieme. Si possono apprezzare i contributi che arrivano da ogni parte, se non per fare più luce, almeno per avere meno paura del buio.

Mi sono ritrovato appieno nelle parole di Demetrio. Le ho trovate di una “laicità” perfetta (e a questo ha contribuito il fatto che non abbia mai pronunciato la parola “laico”) e mi sono sembrate molto adatte all’uditorio. Perché la parole valgono in ragione della loro contingente opportunità. Anche l’uditorio infatti mi è parso “laico”, non condizionato da chiusure pregiudiziali. Ultimamente questa impressione l’ho provata più volte, in presenza di credenti. Forse sono solo fortunato, forse frequento le persone giuste, forse nella Chiesa sta accadendo qualcosa di veramente importante, e Francesco non è solo un fenomeno mediatico (Questo, sia chiaro, non toglie che io rimanga convinto dell’impossibilità della Chiesa di essere altro da quello che è, e che ciò che di veramente importante potrebbe accadere nella Chiesa porterebbe inevitabilmente alla fine della Chiesa stessa). Non è comunque il risvolto teologico che mi interessa, ma quello umano. Ci sono un sacco di persone intelligenti lì in mezzo, e questa è un’ottima cosa, al di là della sua contraddittorietà. Vorrei trovarne altrettante nella sinistra.

Demetrio era naturalmente solo un pretesto. Mi ha offerto un’ottima occasione per fermarmi a riflettere su un problema che a dire il vero, come i non pensosi, cerco in genere di dribblare. In cosa credo? E prima ancora: è necessario credere in qualcosa?

Comincio dall’ultima domanda, la prima in ordine logico, che in realtà andrebbe riformulata in: è naturale, credere? Se ci atteniamo alla nostra condizione animale la risposta è ovviamente no – a meno di utilizzare il termine all’uso leopardiano, nel significato di affidarsi (La primavera). Gli animali, a quanto risulta sino ad oggi, non credono. Dal momento però che siamo animali un po’ particolari, che hanno impresso una svolta al loro stesso processo di evoluzione, dovremmo rispondere si, perché la svolta fa comunque parte del processo evolutivo, quindi in qualche modo tutto ciò che ha comportato rientra in quel processo. Ci rientrano anche l’astrazione simbolica e la conseguente possibilità di elaborazione fantastica, così come la comparsa di una consapevolezza non puramente istintuale del mondo e di una coscienza non puramente utilitaristica del nostro essere nel mondo. Direi dunque che per l’uomo credere è naturale, e quindi necessario, già sotto un semplice profilo biologico; ma lo è anche in un altro senso, quello che esce dalla determinazione genetica e attiene invece alla specialissima autonomia umana, quella della possibilità di scegliere.

Mi rendo conto però che, a differenza di Demetrio, sto rischiando pericolosamente di avvitarmi. Mettiamola giù più semplice. Con tutto l’amore che posso avere per gli animali, e a dispetto del fatto che conosco cani molto più intelligenti dei loro padroni, non ho problemi ad affermare che noi umani siamo animali non solo particolari, ma speciali (con buona pace di tutti i patetici animalismi che vanno oggi di moda). Siamo speciali perché possiamo scegliere di dare risposte diverse, complesse, non determinate dall’istinto, agli stimoli dell’ambiente, ma soprattutto perché siamo in grado di porre noi stessi delle domande all’ambiente. Porre delle domande significa interloquire, presumere o immaginare un interlocutore, qualcuno o qualcosa che dia delle risposte. Significa, né più né meno, credere. Non porre delle domande significa vanificare il singolarissimo percorso che ci ha condotti all’attuale condizione, rifiutare la qualifica di umani. Quindi, per l’uomo il problema non è credere o non credere, ma piuttosto, in cosa credere. E questo ci porta alla domanda vera, la prima.

Nel suo intervento Demetrio ha intelligentemente evitato ogni accenno all’“oggetto” del credere, nel senso che non ha tirato in ballo creazionismo, disegno intelligente, evoluzionismo ateo duro e puro. Eppure, la titolazione che era stata data sembrava richiederlo. Io non penso sia stato solo un diplomatico escamotage per evitare di entrare in questioni controverse e per non dispiacere gli uditori. Credo di avere inteso bene quel che Demetrio non ha detto, ma ha dato per presupposto, e di poterlo riassumere così. “Ai fini della mia presenza qui, del cammino di conoscenza che credo di poter fare insieme a voi, “quel” particolare problema, il problema che per certi versi pare essere il muro contro il quale si infrange ogni tentativo di incontrarsi, è assolutamente irrilevante. Sinceramente, non mi interessa sapere se c’è o non c’è un Dio, e nella prima ipotesi come è fatto e cosa pensa e vuole: mi importa trovare una linea di comportamento tale, nei confronti vostri, di tutta l’umanità e del mondo intero, per cui l’esistenza o meno di Dio non mi sposti una virgola. Non di ontologia sono venuto a parlare, ma di etica”. Ecco, questo io ho letto tra le righe, anzi, nelle brevi pause tra le sue parole. Forse perché era quello che volevo sentire.

Penso di non aver mai fatto mistero che ciò in cui credo si riassume tutto nell’eticità, intesa in una formulazione molto vicina a quella kantiana. Ma mi rendo anche conto che l’eticità è il risvolto “pratico”, che per Kant stesso può conseguire solo ad un percorso fatto con la ragione “pura”. È l’agire che consegue al pensiero. Quindi dovrebbe darsi un pensiero puro, una conoscenza più o meno critica delle cose, che induce a prendere partito, a comportarsi di conseguenza. Questo pensiero puro, o meglio, le sue risultanze, rimangono in effetti il primo oggetto della domanda.

Qui Kant mi soccorre poco. Rimane un po’ ambiguo, o almeno io l’ho percepito tale. Dice e non dice: dice che arrivati ad un certo punto ci troviamo di fronte al noumeno, e siamo costretti a distogliere lo sguardo. Non dice se questo avviene perché la luce è troppo abbagliante, o perché ciò che vediamo è troppo angosciante. Io propendo per questa seconda interpretazione, che farebbe di Kant l’aprifila di una linea di pensiero che passa per Leopardi e arriva a Camus. E tuttavia, le conseguenze etiche sono comunque le stesse. Prendi atto della realtà, e ti dai da fare per conferirle quel senso che non ha, o almeno, che non ha per noi.

Io credo in questo. Credo che se anche l’universo, il mondo, la nostra stessa storia, naturale e non, hanno un senso, un Logos, non l’hanno certo per noi. E allora è inutile insistere a volerlo trovare. In effetti ciò che facciamo quando mettiamo in fila gli avvenimenti per costruire una storia, o le idee per costruire una filosofia, non è trovare un senso, cosa che suppone che il senso ci sia e stia nascosto dietro, ma darglielo, ciò che suppone che non ci sia. E quindi lo costruiamo noi.

Allo stesso modo, vista la limitatezza del nostro tempo, nostro come individui e nostro come umanità, è importante dare un senso almeno a noi stessi. Questo non significa rinunciare a conoscere per buttarsi nell’agire: significa volgere il nostro desiderio di conoscenza ad un ambito nel quale abbia qualche possibilità di successo, o almeno di non trovarsi il percorso sbarrato. Significa anche assumersi la responsabilità di costruire, che è ben maggiore di quella di trovare. Presunzione? Dipende dai punti di vista.

Eppure, ogni tanto mi capita di soffermarmi un attimo in più, e di ragionare su queste cose: si, va bene, c’è il Big Bang, l’origine dell’universo, lo scatenamento di una forza immane che agisce ancora oggi, dopo quattordici miliardi di anni. Ma prima? Si dice che questa esplosione sia partita da un nucleo con una concentrazione e un peso specifico addirittura impensabili, per i quali non sono nemmeno immaginabili le cifre. Ma prima? Come cavolo ha fatto la materia a concentrarsi in questo nucleo?

Per fortuna dura poco. Il cuor si spaura, direbbe Leopardi, e devo tornare subito indietro. Sto rasentando l’angoscia, perché non riesco più a pensare a nulla, e allora non mi sembra molto diverso rispondere che prima c’era un Dio non creativo (pensoso?) o che prima c’era dell’antimateria. L’una e l’altra risposta mi rispediscono alla domanda: ma prima?

A questo punto mi dichiaro sconfitto, ma senza alcun senso di frustrazione. Mi capita come di fronte a certe pareti in montagna. Capisci che non sono per te, che l’andare oltre sarebbe al di là delle tue forze e delle tue capacità, sarebbe stupido orgoglio. È lì che viene fuori la vera motivazione per la quale vai in montagna. Se non riesci a toglierti dalla testa quella parete, se hai bisogno assoluto di scalarla, sei lì per dominarla, per provarti qualcosa. Se non riesci a guardarti attorno, e a vedere che in mezzo a quella meraviglia non hai che da scegliere, e ringraziare di essere lì, stai sprecando il tuo tempo e le tue occasioni di felicità

È una forma di suicidio, fisico e morale, che non mi piace. E nemmeno mi disturba il fatto che altri possano farcela: non significa che possa anch’io, significa che sono più bravi loro (Ammiro chi sale sull’Everest con una gamba sola, vuol dire che se ne avesse avute due avrebbe potuto farlo di corsa – o magari non gli sarebbe mai venuto in mente di provarci. Ma questo non significa che tutti coloro che hanno una gamba sola potrebbero salire – e nemmeno quelli che ne hanno due.).

Lo stesso vale per la verità ultima. C’è gente che scorge la luce e tiene fisso su di essa lo sguardo. Io la luminosità eccessiva la patisco, e volgo altrove gli occhi. Torno a guardarmi attorno. Ci sono un sacco di cose da vedere, prima di arrivare lassù. Ne vale la pena. E se ogni tanto sfioro la vetta, quando mi fermo a riflettere non dico: “non c’è nulla”, ma “non ho visto nulla”. Così come quando rinuncio ad una cima non penso: “non si può fare”, ma “non la posso fare”. E questo, ripeto, non mi procura frustrazioni.

Il non conoscere né il principio né il fine ultimo non mi sembra un grosso scandalo. Sulla terra ci sono talmente tante formiche che la loro massa è dieci volte maggiore rispetto a quella degli umani. Se le pensiamo come individui, tenendo conto della durata della loro esistenza e del fatto che esistono da un tempo cento volte più lungo di quello degli umani, dobbiamo elevare il dieci ad una potenza a due cifre. Ebbene, che senso ha, che senso ha avuto la loro esistenza? Non sono certo lì per noi, non devono realizzare nessuna utopica società dell’eguaglianza e della giustizia (non perché l’abbiano già realizzata, anzi, secondo i nostri parametri il loro sistema sociale risulta spaventosamente crudele), non sono in attesa di una redenzione o di un giudizio universale. Quindi? È inutile che vantiamo la nostra differenza, il nostro sviluppo tecnologico e morale, ecc… Con tutto il suo sviluppo la nostra specie non durerà certamente quanto la loro; al contrario, se lo sviluppo non si ferma l’umanità ha già gli anni contati. Quindi bando alla presunzione, e prendiamo l’esistenza per quello che è.

Ma arrivati a questo punto, quali sono gli sbocchi pratici?

Un atteggiamento conseguente potrebbe essere quello del nichilismo, che a sua volta potrebbe essere declinato secondo il modello epicureo o secondo quello pessimista. Non c’è nulla, e allora tanto vale prendere tutto il piacere che viene; oppure non c’è nulla, e allora non vale la pena fare qualcosa che vada oltre il necessario per la pura sopravvivenza. L’altro atteggiamento possibile è quello etico, che è riassumibile nel “Non so che cosa ci sia, ma so di dover fare qualcosa”. Anche qui le interpretazioni del ruolo possono essere differenti. C’è infatti un’eticità allargata, che considera comuni alcuni principi e pretende vengano rispettati da tutti, e c’è un’eticità ristretta, individualistica, che pratica i principi indipendentemente dal fatto che siano condivisi e praticati dagli altri. Entrambe le posizioni sono difficilmente applicabili senza cedere qualche bastione: se pretendi che tutti siano etici passi la vita a predicare e ad irritarti perché non ti ascoltano o non ti capiscono; se tenti di essere etico per i cavoli tuoi ti scontri costantemente con un mondo che viaggia in un’altra direzione, vivi una vita marciando contromano.

È qui che si inserisce la mia posizione. Che vorrei definire quella del non credente pensante, piuttosto che pensoso. Il credente o il non credente pensoso mi rimandano ad un dipinto raffigurante San Girolamo nel suo studio, immerso tra libri e carte ma con lo sguardo un po’ trasognato, come a significare che in quelle carte e in quei libri non c’è ancora tutto quel che serve, e occorre distogliersi e meditare. È un pensare meditabondo, quello di san Girolamo. Il pensare di chi, dando per scontata l’esistenza di Dio, ogni tanto si ferma a chiedersi: Si Deus est, unde malum? Poi l’aggiusta, ma il tarlo del dubbio lavora sotto. Il non credente pensoso è invece quello che, dando per scontata la non esistenza di Dio, non può fare a meno di chiedersi il perché di tanta bellezza, o magari di tanta miseria senza riscatto, attorno a lui. L’uno e l’altro sono pensosi perché in attesa di risposte.

Io, non credente pensante, non do per scontato nulla. Ho un paio di foto che mi ritraggono nel mio studio, e in entrambe ho lo sguardo su un libro aperto, anche se si capisce che non sto leggendo, ma riflettendo su ciò che ho appena letto (non so se davvero si capisce, ma l’idea che volevo trasmettere era quella). Bene, lì sta la differenza. Pensare è un atto indipendente dai libri, da quanto si conosce; riflettere significa soffermarsi su quanto si è appena appreso o letto, è legato appunto alla conoscenza. Allo stesso modo, sempre rimanendo nell’atmosfera della montagna, c’è chi davanti ad un panorama, ad uno scorcio particolarmente suggestivo o inquietante, è portato a meditare: si stacca un attimo dalla sua situazione concreta e viaggia con la mente, oltre le vette circostanti, in direzione dell’infinito. In un eventuale ritratto sarebbe meditabondo. Io davanti allo stesso panorama rimango a bocca aperta, anche perché in genere per arrivarci ho dovuto mettere sotto pressione i polmoni, e mi abbevero gli occhi e la mente con quello che c’è, non con ciò cui mi rimanda. Quella vista non è un link sul quale cliccare per aprire un altro file. “Penso” quella, letteralmente “la rifletto”; mi basta ed avanza. Al più sento la struggente malinconia che sempre ti coglie in quei momenti, all’idea che non potrai vivere costantemente in un simile incanto (che poi, se ci vivessi sempre, non sarebbe neppure più un incanto).

Quindi, riassumendo: in cosa credo?

Tutto sommato, credo negli uomini. Devo dire che ce la mettono tutta per insinuarmi dei dubbi, ma tengo duro. Credo negli uomini per quello che sono, e non per quello che dovrebbero essere, anche se non mi spiacerebbe che lo fossero (e anche se faccio da una vita un lavoro che mira a farli diventare tali). Questo mi consente di apprezzare l’esistenza di un sacco di gente che val la pena conoscere, con la quale intrattenere rapporti di amicizia, alla quale rivolgersi e per la quale costituire un qualche riferimento. Forse sono davvero particolarmente fortunato; o forse mi accontento di poco.

Ma non è così, perché credo nell’intelligenza. Anche qui, a volte risulta difficile, ma diradando i rapporti con la televisione e con le folle delle spiagge e dei centri commerciali ci si può fare. L’incontro con l’intelligenza ogni volta mi stupisce e mi fa felice. La mia perplessità infatti va in direzione contraria a quella di san Girolamo. La didascalia sotto la mia foto dovrebbe recitare: se esiste Berlusconi, da dove arriva questo libro?

Credo soprattutto nella realtà naturale che mi circonda, e non ho bisogno di immaginarne altre. Fossi vissuto sei secoli prima di Cristo sarei stato uno ionico, e non un eleatico. Ho avuto la fortuna di trascorrere la gran parte della mia vita in un luogo bellissimo, e di frequentarne altri altrettanto belli. In più, ho vissuto un rapporto non domenicale con la natura. Come contadino l’ho conosciuta in tutte le sue manifestazioni, l’ho sofferta, amata, stramaledetta, rispettata. Pur senza idealizzarla ne ho maturato una concezione panica. Il che significa che la natura non è né buona né cattiva, fa il suo mestiere.

E quando certe sere, finito il lavoro in campagna, siedo qualche minuto a fumare con lo sguardo alle montagne oltre le quali tramonta il sole, non mi chiedo chi ci sia dietro tutto questo: me ne riempio gli occhi e la mente, mi sembra naturale che sia così, così come mi sembra naturale pensare che un giorno non le vedrò più. Non sento la necessità di immaginare qualcosa o qualcuno dietro tanta bellezza. A volte mi sfiora l’idea che la mia sia una regressione verso una condizione animalesca: ma poi, guardando le mucche che pascolano lungo la collina di fronte, mi dico che nessuna di loro si è seduta a guardare il sole e a fumare una sigaretta. Io penso. Loro no.

Ho scritto queste righe seduto in macchina, sul fare della sera, nel parcheggio del Bellavita, che è un enorme complesso comprensivo di albergo, multisala, palestre, piscine tropicali e non, pizzeria, piazzato nel deserto della periferia alessandrina, con vista direttamente su una discarica e su un’ormai fatiscente area industriale. Quando ho terminato sono rimasto a guardare la fauna che entrava e usciva dal complesso: per l’hotel turisti dell’estremo oriente e congressisti, per la palestra giovani e meno giovani omologati dalle borse, dalle tute e dallo sguardo leggermente assente. Per il cinema era ancora presto.

Mi sono chiesto per un attimo se fosse il caso di rivedere qualche punto del mio credo, almeno per la parte riguardante gli uomini. Ma è stata la malignità di un attimo: subito dopo mi sono detto che si trattava di un soprassalto di stupida superbia. Perché quella gente, turisti e congressisti e faticatori della cyclette, pensosa o no, cerca confusamente di dare delle risposte alle stesse domande che altrettanto confusamente mi pongo io. Magari sono risposte condizionate, dalla televisione, dalle mode; ma anche le mie lo sono, dai libri che ho letto, dalle frequentazioni che ho intrattenuto.

A differenza delle mucche, queste persone si sono già soffermate a guardar tramontare il sole. Non lo faranno tutti i giorni, ma qualche volta capita anche a loro. In quei momenti affermano la loro dignità, la loro autonomia, il loro diritto di scegliere, e quindi di credere. In cosa, non importa. Ciò che importa è che in quei momenti sappiano di non essere sole.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Reazionario controvoglia (articolo)

di Paolo Repetto, 2013

“Reazionario”, controvoglia o no, è un epiteto spregiativo. Da almeno due secoli marchia la posizione concettuale di chi oppone un totale rifiuto alla storia. Quello del reazionario infatti nemmeno rientra nella scala dei possibili atteggiamenti “interni” alla storia stessa, che si dispiegano per coppie di opposti, conservatore-rivoluzionario agli estremi, moderato-progressista al centro, spaziando dalla semiimmobilità all’accelerazione veloce, ma sono tutti pur sempre accomunati dalla “necessità” di una progressione verso il futuro. Il reazionario si pone invece fuori. Non solo vuole fermare la storia, ma addirittura vuole tornare indietro.

Che il termine venga utilizzato solo in una valenza negativa lo dimostra il fatto che neppure i movimenti storicamente ascritti alla reazione, quello fascista e quello nazista in particolare, si sono mai proposti e hanno mai accettato di essere interpretati come reazionari. Al contrario, si sono sempre qualificati come rivoluzionari (e a ragione, direi).

Io non voglio tornare indietro nella storia. Non ne avrei motivo. Della storia ho vissuto uno dei periodi più tranquilli, almeno per quanto concerne l’Europa, e il mio paese in particolare. Sulla mia pelle non sono rimaste cicatrici. Ad essere onesto avrei nulla da recriminare nei confronti del passato, ma anche poco da rimpiangere, se non una giovinezza non sempre spesa bene, come tutte le giovinezze. Ciò non significa che non conosca il repertorio infinito di tragedie che ha caratterizzato questi sessantacinque anni; ma sono cosciente del fatto che solo poco prima della mia nascita se ne compiva una quale mai il genere umano aveva vissuta, e che io me la sono scansata.

Ho scelto la titolazione del libretto proprio per questo motivo. Non riesco a rallegrarmi del fatto che se dura così per almeno altri vent’anni (o anche meno) mi sarò risparmiato l’orrore. Lascio dei figli, dei nipoti, e vorrei che l’orrore fosse evitato anche a loro: ma i segnali che scorgo all’orizzonte mi confortano poco. Non è facile spiegare la sensazione che provo; inoltre, so che va sottratta la tara della posizione dell’osservatore, che naturalmente vede sempre più buio il futuro mano a mano che quel futuro lo esclude. Non credo però si tratti solo di un effetto ottico.

Ho in primo luogo l’impressione di una smemoratezza collettiva, percepibile soprattutto nei più giovani, che hanno una vaghissima idea, quando ce l’hanno, di ciò che è accaduto prima della loro nascita. Il moltiplicarsi delle ricorrenze anniversarie, la creazione di una liturgia della memoria, anziché alimentare un interesse ed un raccordo vivo col passato si risolve in una ritualizzazione arida, spesso manipolata, che i giovani mostrano di subire con fastidio e passivamente. Questo perché la smemoratezza è anche, e prima ancora, delle generazioni più mature, per le quali sempre più imperiosa sembra la voglia di fermare il tempo, annullarne il trascorrere in un eterno presente. E non mi riferisco a fenomeni frivoli, anche se significativi, come quello del “giovanilismo”, che se non altro alimenta nuovi settori economici, dalla chirurgia estetica alle palestre, ma all’incosciente miopia di classi dirigenti, a livello mondiale, che non riescono ad alzare lo sguardo oltre i propri piedi. L’eterno presente è il regno dell’oblio, e l’oblio significa rilassarsi, abbassare la guardia, sottovalutare i segnali di un’accelerazione dello scivolamento nella barbarie che ormai si moltiplicano.

In genere, a chi manifesta questo tipo di preoccupazioni si fa notare che i profeti di sventura ci sono sempre stati, la Bibbia e i poemi omerici ne sono già pieni. Infatti. Quel che di norma non si dice, però, è che nella gran parte dei casi le sventure si sono poi avverate. Magari non è finito il mondo, ma milioni di esseri umani ne sono stati travolti, cancellati, umiliati. Io non so se agisca un’astuzia della ragione, qualche dubbio lo avrei, e comunque mi interessa anche poco: mi interessa che a loro, per le loro sofferenze, vada almeno il risarcimento della memoria; che questa memoria costituisca per noi, oggi, un monito e un impegno, e non si riduca a una distratta celebrazione; e che questo impegno consenta domani, a coloro che verranno, di vivere con dignità.

Tutto ciò non farebbe evidentemente di me un reazionario. Ma c’è qualcosa che mi spinge a leggere in un’ottica diversa il ruolo dei reazionari. Per un motivo comprensibilissimo, per il fatto di voler difendere il passato da un futuro che ai loro occhi si presentava fosco, i pensatori reazionari sono stati in genere gli analisti più lucidi della modernità e quelli più spietatamente preveggenti rispetto alle derive politiche, economiche e sociali che avrebbe comportato. A partire da De Maistre il pensiero reazionario ha sottoposto la società uscita dall’ancien regime ad una critica preventiva che andava ad evidenziare i problemi prima ancora che questi cominciassero a porsi o ad essere visibili.

Io non sono certamente mosso dallo stesso spirito di un Burke o di un Lamennais: semmai vale il contrario. Ma neppure mi riconosco in quello che sembra oggi animare i miei contemporanei, che paiono essersi arresi ad una sorta di ineluttabilità storica. Sono ancora convinto che la storia la facciamo noi, quotidianamente, con le nostre scelte, e che la nostra “insignificanza” a fronte di un mondo tanto vasto e complesso non ci solleva dalle nostre responsabilità.

E allora si, allora vorrei che potessimo scendere da quel treno blindato dello “sviluppo” sul quale nessuno ci ha caricato a forza, ma che ci ha attratti con i suoi specchietti e le sue offerte speciali e ci ha portati in un tunnel del quale non intravvediamo la fine. Vorrei che tutte le opportunità che in questi anni ci sono state concesse per migliorare la condizione umana, e che non abbiamo saputo sfruttare, fossero rimesse in gioco. Ciò che non è possibile per una singola vita, è almeno pensabile per un insieme relativamente sottratto al tempo quale l’umanità.

Al di là della professioni di intenti, però, si può fare concretamente qualcosa? Credo di si, penso sia ancora possibile opporre una resistenza alla deriva e all’accelerazione verso il buio. Non è il caso di immaginare grandi rivoluzioni o palingenesi, anzi, visti i risultati delle precedenti direi di lasciar proprio perdere. No, qui si tratta di difendere con i denti quel minimo di buono che, a dispetto proprio dei reazionari classici, la modernità ha anche apportato, e quello che le epoche precedenti ci avevano trasmesso. Se già Socrate, duemilacinquecento anni fa, poteva convenire con i suoi discepoli sui valori fondamentali che rendono la vita degna di essere vissuta, voglio poter continuare a farlo anch’io con mio nipote. I valori sono rimasti quelli, alla faccia del postmoderno, del mercato, della crescita e della globalizzazione. E allora, molto semplicemente, si tratta di rispettarli nel quotidiano rapporto con gli altri e con noi stessi; di chiederne, anzi, di pretenderne il rispetto dai nostri interlocutori, anche a costo di apparire fuori tempo; di affermarli attraverso un’esemplarità non conclamata, vissuta nella consapevolezza dei limiti propri e della propria funzione, ma senza fare di questi limiti un alibi per assolversi dalle responsabilità. Di vedere, in altre parole, se tornando indietro di qualche passo possiamo ritrovare la strada e lo slancio per uscire da questa palude.

In questo senso sono un reazionario, e rivendico questo titolo. Soltanto, sono uno che cerca di reagire non alla storia, ma a una possibile, e non improbabile, fine della storia.

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Sentieri in utopia (bibliografia)

di Paolo Repetto, 2013

Classici del pensiero utopico

Andreae, Johann Valentin – Descrizione della repubblica di Cristianopoli (1619) – Napoli, Guida 1983
Bacon, Francis – Nuova Atlantide – Novara, De Agostini 1966
Bellamy Edward – Nell’anno 2000 – Milano, Treves 1891
Boulle, Pierre – Il pianeta delle scimmie – Milano, Mondadori 1978
Boulwer Litton, Edward – La razza ventura – Carmagnola, Arktos 1980
Bradbury, Ray – Fahrenheit 451 – Milano, Mondadori 1958
Brantenberg, Gerd – Le figlie di Egalia (1977)
Brendano (san) – Viaggi di San Brendano
Butler Samuel – Ritorno in Erewhon – Milano, Adelphi 1988
Butler, Samuel – Erewhon – Milano, Adelphi 1988
Cabet, Etienne – Viaggio in Icaria – Napoli, Guida 1984
Cajanov, A.V. – Viaggio di mio fratello Aleksei nel paese dell’utopia contadina – (1920) Torino 1979
Campanella, Tommaso – La città del Sole – Milano, Feltrinelli 1991
Capek, Karel. – R.U.R. (1921) – Torino 1971
Cavendish, Margaret – Descrizione di un nuovo mondo – in Les Voyages Imaginaires, Laffont, Paris 1994
Crucè, Eméric – Il nuovo Cinea (1623) – Napoli, Guida 1980
Cyrano de Bergerac – L’altro mondo, ovvero stati e imperi della luna (1657) Roma, Theoria 1990
De Fontenelle, Bernard – Storia degli Agiaoiani (1768) – Napoli, Guida 1982
De Foigny, Gabriel – La terra australe (1676) – Napoli, Guida 1978
Desfontaines, Pierre-Francois – Le nouveau Gulliver (1730)
Diderot, Denis – Supplemento al viaggio di Bougainville – Roma, Salerno 1978
Doni, Anton Francesco – I mondi … – in Scritti politici del ‘500 e del ‘600 – Rizzoli 1964
Dossi, Carlo – La colonia felice (1874)
Donnelly, Ignatius – Caesar’s Column (1890)
Efremov, Ivan – Andromeda (1958)
Fenelon, François – Le avventure di Telemaco (1699) – Guida 1982
Goodwin, Francis – L’uomo sulla luna (1638) – in Les Voyages Imaginaires, Paris, Laffont 1994
Graves, Robert – Sette giorni tra mille anni – Milano, Mondad. 1976
Hall, Joseph – Mundus alter et idem (1605) (The discovery of a New World, 1609)
Harrington, John – Oceana (1700)
Hudson, William H. – Un’era di cristallo (1887) – Napoli, Guida 1983
Huxley, Aldous – Il mondo nuovoRitorno al m. n. – Mondadori 1991
Huxley, Aldous – L’isola – Milano, Mondadori 1979
Jeffries Richard – Dove un tempo era Londra (1885) – Milano, Serra e Riva 1983
Junger, Ernst. – Sulle scogliere di marmo (1939) – Milano 1942
Junger. Ernst. – Heliopolis (1949) – Milano 1949
Lem, Stanislav – Solaris (1961)
Lewis, C. S. –Lontano dal pianeta silenzioso – Milano, Mondad. 1978
London, Jack – Il tallone di ferro (1908) – Milano, Feltrinelli 1990
Luciano di Samosata – Storia vera
Mercier, Louis-Sébastien – L’an 2440 (1771)– Bordeaux 1971
Manley, Delarivier – The New Atlantis (Londra 1709)
Mantegazza, Paolo – L’anno 3000. Sogno (1897)
More,Thomas – Utopia (1516) – Napoli, Guida 1990
Morelly, Codice della natura – Roma, editori Riuniti 1975
Morris, William – Notizie da nessun luogo – Milano, Garzanti 1984
Neville, Henry– The isle of pines (1668)
Orwell, George – 1984 – Milano, Mondadori 1989
Orwell, George – La fattoria degli animali – Milano, Mondadori 1984
Perkins Gilman – Charlotte – Herland (1914)
Rand, Ayn – Antifona (1938)
Restif de la Bretonne – La scoperta australe – Milano, Mondad. 1980
Robida, Albert – La guerre au Vingtiéme siècle (1887)
Scott, Sara – Millenium Hall (Londra 1772)
Seriman, Zaccaria – I viaggi di Enrico Wanton ai regni delle scimmie e dei Cinocefali (Venezia 1749)
Shakespeare, William – La Tempesta
Shelley, Mary –L’ultimo uomo (1826)
Swift, Jonathan – Viaggi di Gulliver in vari paesi lontani del mondo (1726) – Milano, Rizzoli 1981
Verne, Jules – L’isola misteriosa (1874)
Verne, Jules – I cinquecento milioni della Bégun (1879)
Voltaire – Candido, ovvero l’ottimismo (1759) – Torino, Einaudi 1983
Wells, H.G. – Un’Utopia moderna (1905) – Milano, Mursia 1990
Wells, H.G. – La macchina del tempo (1895)
Wells, H. G. – Il risveglio del dormiente (1899)
Wilkins, John – Discovery of a New World in the Moone (1638)
Zamjatin, E. – Noi (1924) – Milano, Feltrinelli 1990

Opere generali sulla storia dell’utopia

AA. VV.– Forme dell’utopia – Milano, La Pietra 1979
AA. VV. – voce “Utopia” in Alla ricerca della politica – To. Bollati Boringhieri 1995
Adriani, M.. – L’utopia – Roma, Studium 1963
Atwood, M. – In Other Worlds – Virago, London 2003
Backzo, B– L’utopia – Torino, Einaudi 1979
Backzo, B – voce “Utopia” in Enciclopedia Einaudi. Vol. XIV – Torino 1979
Baldini, M. – Il pensiero utopico – Roma, Città Nuova 1974
Baldini, M. – Storia delle Utopie – Armando, 1996
Bartolommei, S.– Illuminismo e utopia – Mi., Il Saggiatore 1978
Berlin, I. – Il legno storto dell’umanità – Adelphi 1994
Bignami, M. – Il progetto e il paradosso. Saggi sull’Utopia in Inghilterra – Guerini 1990
Bloch, E. – Spirito dell’utopia – Firenze, La nuova Italia 1980
Boguslav, R. – I nuovi utopisti – Torino 1975
Buber, M.– Sentieri in Utopia – Milano, Comunità 1967
Callembach, E. – Ectopia – Milano 1979
Castagneto, P. – Utopia nera – Genova, Graphos 1994
Colombo, A.– L’Utopia – Dedalo 1998
Creagh, R.– Laboratori d’utopia – Milano, Eleuthera
Dahrendorf, R. – Uscite dall’Utopia – Bologna 1971
Dumont, R. – L’utopia o la morte – Bari 1974
Fest, J. – Il sogno distrutto (Fine delle Utopie) – Garzanti 1992
Fortunati, V. – La letteratura utopica inglese – Longo, Ravenns 1979
Fortunati, V. Trousson, R., – Dictionary of Literary Utopias – Champion, Parigi 2000
Grassi, G. – Utopia morale e utopia politica – Messina-Firenze, D’Anna 1980
Kolakowski, L. – Utopia e antiutopia – Milano 1983
Kumar, K. – Utopia e antiutopia – Longo 1987
Lapouge, G. – Utopie et civilisations – Paris, Flammarion 1981
Mannheim, K. – Ideologia e utopia – Bologna 1957
Marcuse, H– Eros e civiltà – Torino 1964
Marcuse, H. – La fine dell’utopia – Bari 1968
Matteucci, N. – L’Utopia e le sue forme – Bologna 1982
Melchiorre, V. – La coscienza utopica – Milano 1970
Menghi, M.– L’utopia degli Iperborei – Iperborea, Milano 1998
Mumford, L. – Storia dell’utopia – Bologna, Calderini 1969
Nozick, R. – Anarchia, stato e utopia – Firenze 1981
Pagetti, C. – I sogni della scienza – Editori Riuniti 1993
Petrucciani, A. – La finzione e la persuasione – Roma, Bulzoni 1983
Pitocco, F. – Utopia e riforma religiosa nel Risorgimento – Laterza , Bari 1972
Popper, K. – Congetture e confutazioni – Firenze 1972
Popper, K. – La società aperta e i suoi nemici – Armando, Roma 1974
Quarta, C. – Tommaso Moro. Una reinterpretazione dell’Utopia – Dedalo 1992
Roventi, I. – Luoghi dell’utopia – Messina-Firenze, D’Anna 1979
Ruyer, R. – L’Utopie et les utopies – Paris 1950
Servier, J. – Histoire de l’utopie – Paris, Gallimard 1967
Servier, J. – L’Utopia nel mondo moderno – D’Anna, Firenze 1969
Soriano, O. – Ribelli, sognatori e fuggitivi – Einaudi 2001
Tundo, L. – Kant.Utopia e senso della storia – Bari, Dedalo 1998
Tousson, R.– Viaggi in nessun luogo – Ravenna, Longo 1992
Verra, V.– “Utopia” in Enciclopedia del ‘900 vol. X – Ist. Enc. Italiana, 1996

Articoli e citazioni significativi

Cacucci, P. – Utopia in Topolabampo – da “La polvere del Messico” – FELTRINELLI 1992
Enzensberger, H. M. – Andature. Un codicillo all’Utopia – da “Zig Zag” – EINAUDI 1999
Losurdo, D. – L’Utopia – in http://www.emsf.rai.it /Archivio/Testi
Magris, C. – Utopia e disincanto – da “Utopia e disincanto” – GARZANTI 1999
Pezzini, I. – La noia dell’Utopia – da “Corto Maltese” anno 3, n.2 Milano

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Viaggi di carta. La letteratura dei viaggi e delle esplorazioni

Tracce per un itinerario bibliografico sul tema

di Paolo Repetto, 2013

Questa bibliografia non pretende di essere “ragionata”, ma ambisce a risultare quanto meno “ragionevole”: nel senso che propone, con un paio di eccezioni, opere disponibili nella traduzione italiana e abbastanza facilmente reperibili o acquistabili. Che siano tali lo dimostra il fatto che io le ho acquistate o reperite.

Sulle motivazioni, la psicologia, il simbolismo del viaggio
Sulla storia del viaggio
Guide al viaggio o riflessioni sul viaggio
Storia delle esplorazioni
Storie romanzate di viaggiatori o esploratori
Resoconti e diari di viaggio: scienziati ed esploratori
Resoconti e diari di viaggio: turismo, esotismo e viaggi culturali (fino al 1950)
Resoconti e diari di viaggio: turismo, esotismo e viaggi culturali (dopo il 1950)
Opere di narrativa e di poesia utilizzabili per percorsi didattici sul viaggio

Sulle motivazioni, la psicologia, il simbolismo del viaggio

AA. VV. – Il viaggio. L’avventura e la memoria – GUIDA, 1990
AA. VV – Il viaggio nei classici italiani. Storia ed evoluzione di un tema letterario – LE MONNIER, 2011
AIME, M. – Sensi di viaggio – PONTE ALLE GRAZIE, 2005
ANDERSON, N. – Il Vagabondo. Sociologia dell’uomo senza dimora – DONZELLI, 1994
ATTALI, J. – L’uomo nomade – SPIRALI, 2006
AUGÉ, M. – Non luoghi – ELÉUTHERA, 1993
BARBER, R. – Pellegrinaggi – ECIG, 1995
BENJAMIN, W. – Il viaggiatore solitario e il flaneur – MELANGOLO, 2001
BLUMBERG, H. – Naufragio con spettatore – BOLOGNA, 1985
BLUMBERG, H. – La leggibilità del mondo – IL MULINO, 1984
BOCCONI, A. – Viaggiare e non partire – GUANDA, 2002
BOITANI, P. – L’ombra di Ulisse – IL MULINO, 1992
BOITANI, P. – Sulle orme di Ulisse – IL MULINO, 1998
BOITANI, P. – Parole alate – MONDADORI, 2004
BRIL, J. – La traversata mitica – ECIG, 1993
BRILLI, A . – In viaggio con Leopardi – IL MULINO, 2000
CAMASSA, C. – FASCE, S. – Idea e realtà del viaggio – ECIG, 1991
CARLA’ M. , MERLANTE R. – Il viaggio – PALUMBO, 1996
COLLINI, P. – Wanderung. Il viaggio dei Romantici – FELTRINELLI, 1996
DEMETRIO, D. – Filosofia del camminare – CORTINA, 2006
D’AGOSTINI, M.E. – Viaggi in Utopia e altri luoghi – MILANO, 1989
D’AGOSTINI, M.E. – La letteratura di viaggio – MILANO, 1987
DISCACCIATI, R. – Invito al viaggio – ARCHINTO, 2010
DISCACCIATI, R. – Il dottor Livingstone, suppongo – ARCHINTO, 2011
FARINELLI, F. – La crisi della ragione cartografica – EINAUDI, 2009
FARINELLI, F. – L’invenzione della terra – SELLERIO, 2007
FISSET, E. – L’ebrezza del camminare. Piccolo manifesto in favore del viaggio a piedi – EDICICLO
FASANO, P. – Letteratura e viaggio – LATERZA, 1999
FEGA, W. –Il viaggio. Mito e scienza – BONONIA U.P., 2006
GARGANO, A. SQUILLANTE, M. – Il viaggio nella letteratura occidentale tra mito e simbolo – LIGUORI, 2005
GASPARINI, G. – Il viaggio – EDIZIONI LAVORO, 2000
GOTT, R. – Viaggiare nel tempo – MONDADORI, 2002
GROS, F. – Andare a piedi – GARZANTI, 2013
GUARNIERI, L. – Viaggio, nonostante tutto – ANIMA, 2009
GUEDJ, D. – Il meridiano – TEA, 2002
LAVARINI, R. – Viaggiatori. Lo spirito e il cammino – HOEPLI, 2005
LEED, E. – La mente del viaggiatore – IL MULINO, 1992
LEED, E. – Per mare e per terra – IL MULINO, 1994
MASPERO, A. – A come Avventura – FBE ED., 2005
MAZZOLENI, G. TIBALDI, M. – Il mito delle Isole Felici – D’ANNA, 1976
MENZIO, P. VATTIMO, G. – Il viaggio dei filosofi. La metafora del viaggio – CIRVI, 2000
MILANI, R. – Il paesaggio è un’avventura – FELTRINELLI, 2006
MONTANDON, A. – La passeggiata. Ritualità e divagazioni – SALERNO, 2006
NORTHJ, J. – Il segreto degli ambasciatori – RIZZOLI, 2005
PELLEGRINO, F. – Geografia e viaggi immaginari – ELECTA, 2006
PIERANGELI,F. PAPI,F. – Il viaggio nei classici italiani – LE MONNIER, 1987
PRATO, P. – TRIVERO, L. – Viaggio e modernità – SHAKES. e C., 1989
QUAINI, M. – La mongolfiera di Humboldt – DIABASIS, 2002
RIVA, G. – Filosofia del viaggio – CITTÀ NUOVA, 2008
SCARAMELLINI, G. – La geografia dei viaggiatori – UNICOPLI, 1993
SCARPI, P. – La fuga e il ritorno – MARSILIO, 1992
SOBEL, D. – Longitudine – RIZZOLI, 1996
TEROUX, P. – Il tao del viaggio – Dalai, 2012
VIRILIO, P. – L’orizzonte negativo – COSTA e NOLAN, 1989
ZANETTO, G. – Entra di buon mattino nei porti – B. MONDADORI, 2012
ZUMTOR, P. – La misura del mondo – Bologna, 1995
WINCESTER, S. – La mappa che cambiò il mondo – TEA, 2001
WINCESTER, S. – Il fiume al centro del mondo – NERI POZZA, 2001
WINCESTER, S – Atlantico – ADELPHI, 2014

Sulla storia del viaggio

AA. VV – Geografia e viaggi immaginari – ELECTA 2006
AA. VV. – Storie di viaggiatori italiani. Le Americhe – ELECTA-NBA 1987
AA. VV. – Storie di viaggiatori italiani. L’Oriente – ELECTA-NBA 1985
AA. VV – Storie di viaggiatori Italiani . L’Africa – ELECTA-NBA 1986
AA. VV – Storie di viaggiatori Italiani . EUROPA – ELECTA-NBA 1988
AA. VV. – Schiavi e negrieri. La grande tratta – ELECTA GALL. 1996
AA. VV. – Il turismo. Dal Grand Tour alle grandi organizzazioni – ELECTA GALLIMARD 1995
AA.VV. – I viaggi della storia – DEDALO 1988
AA. VV. – Le rotte degli schiavi – TOURING CLUB, 2001
AA VV – Il Viaggio nella letteratura occidentale tra mito e simbolo – LIGUORI, 2005.
AA.VV. – Hic sunt leones. Geografia fantastica e viaggi straordinari – Milano 1983
AA VV – Viaggi e viaggiatori nel Medioevo – JAKA BOOK 2008
BARRIE, D – Il viaggio del sestante – RIZZOLI 2014
BAXTER, S. – Storia del mondo in 500 viaggi in treno – RIZZOLI 2018
BELLEC, F. – La navigazione – NUOVA ERI, 1990
BERTUCCI, P. – Viaggio nel paese delle meraviglie.(Sc e curiosità nell’Italia del 700) – BORIN. 2007
BRILLI, A. – Quando viaggiare era un’arte – IL MULINO 1995
BRILLI, A. – L’arte del viaggiare – SILVANA 1992
BRILLI, A. – Il viaggiatore immaginario – IL MULINO 1997
BRILLI, A. – Il viaggio in Italia – IL MULINO 2006
BRILLI, A. – Il viaggio in Italia – BANCA POPOLARE DI MILANO 1987
BRILLI, A. – Il viaggio in Oriente– IL MULINO 2009
BRILLI, A. – Un paese di romantici briganti – IL MULINO 2003
BRILLI, A. –Mercanti avventurieri – IL MULINO 2013
BRILLI, A. – Il grande racconto del viaggio in Italia – IL MULINO 2014
BRILLI, A. – Gli ultimi viaggiatori – IL MULINO 2018
BRILLI, A. – Le viaggiatrici del Grand Tour – IL MULINO 2020
BROC, N. – La géografie des Philosophes. Géographes et voyageurs en XVIII° siècle – OPHRIS 1975
BROTTOM, J. – Le grandi mappe – GRIBAUDO 2015
BROWN, K. J. – Viaggio nel tempo – WHITE STAR 2017
CAMUSSO, L. – Guida ai viaggi nell’Europa del 1492 – Milano 1990
CAPPELLI ,V. – Sguardi (Il sud osservato dagli ultimi viaggiatori) – RUBBETTINO 2000
CARDINI, F., VANOLI, A. – La via della seta – IL MULINO 2017
CARDONA, G.R. – I viaggi e le scoperte – in LETT. IT. V, EINAUDI 1986
CASSON, L. – Viaggi e viaggiatori nell’antichità – MURSIA 1978
CHASTEL,A.– Luigi d’Aragona. Un card. in viaggio per l’Europa – LAT. 1995
CLEMENTI, A. STELLA, M. – Viaggi di donne – NAPOLI 1996
CLERICI, L. (a cura di) – Il viaggiatore meravigliato – IL SAGGIATORE 1999
CLIFFORD, J. – Strade (Viaggio e tradizione alla fine del secolo) – BORINGHIERI 2001
COLLINI, S. (a c.) – Le istruzioni scientifiche per i viaggiatori (XVII-XIX sec.) – POLISTAMPA 1997
CORSI, D. – Altrove. Viaggi di donne dall’antichità al ‘900 – VIELLA 1999
D’ANCONA, A. – Viaggiatori e avventurieri – SANSONI 1964
DEAKIN R. – Diario d’acqua – EDT 2011
DOSSENA, G. – Avventure e viaggi di mare – SALANI 1999
DUNN, R. E. – Gli straordinari viaggi di Ibn Battuta – GARZANTI 1993
FARNETTI, M. – Reportages. Letteratura di viaggio nel ‘900 italiano – MILA-NO 1994
FINZI, C. – Ai confini del mondo – NEWTON COMPTON 1978
FLEMING, F. – I ragazzi di Barrow – ADELPHI 2016
FOCCARDI, G. – Viaggiatori del regno di mezzo – EINAUDI 1992
FERRARI, M. – Terraferma – CORBACCIO 2002
FRANZINA, E. – Merica, Merica! – FELTRINELLI 1979
FUSSEL, P. – All’estero – IL MULINO 1981
GABRIELI, F. – Viaggi e viaggiatori arabi – SANSONI 1966
GREPPI, C.- La geografia del Rinascimento : cartografi, cosmografi, viaggiatori, 1460-1620 – PANINI 1996
GREPPI, C. Viaggi e scienza : le istruzioni scientifiche per i viaggiatori nei secoli 17.-19. – Olschki, 2005
GREPPI, C. Intorno a Humboldt : nove interventi– Uni. FERRARA 1996
GREPPI, C. Una carta per la corte: il viaggiatore immobile – Ed girasole, 1984
GUAGNINI,  E.– La regione e l’Europa. Viaggiatori emiliani e romagnoli nel 700 – IL MULINO 1986
HARVEY , M. – L’isola delle mappe perdute – RIZZOLI 2001
HOCKMAN, C. – La navigazione nel mondo antico – GARZANTI 1988
HUGUES, R. – La riva fatale – ADELPHI 1990
LE CARRER, O. – Carte nautiche – MONDADORI ELECTA 2017
MACZAC, A. – Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna – LATERZA 1990
MARCENARO, G. – Viaggiatori stranieri in Liguria – JANUA (GE)1987
MARTINO, M. C. – Viaggiatrici. Quando le donne inglesi potevano andare dappertutto – XL ed.
MAZZEI, R. – Donne in viaggio, viaggi di donne – LE LETTERE, 1998
MAZZEI, R. – Per terra e per acqua. Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna – CAROCCI 2013
MORABITO, G. – Stranieri nel mezzogiorno d’Italia –BARBARO, 1981
MOZILLO, G. – Viaggiatori stranieri nel Sud – COMUNITA’ 1964
OLHER, N. – I Viaggi nel Medio Evo – GARZANTI 1988
OLHER, N. – Vita pericolosa dei pellegrini nel Medio Evo – PIEMME 1996
QUATRIGLIO, G. – Viaggio in Sicilia – MARSILIO 2002
PAVAN, A. – La via dell’incenso. Sulle tracce delle antiche carovane attraverso la Penisola Arabica DE AGOSTINI, 2010
PELLEGRINO, A.– Verso oriente. Viaggi e letteratura degli scrittori nei paesi orientali – RO 1985
PELLEGRINO, F. – Geografia e viaggi immaginari – ELECTA 2006
PEYER, H.C. – Viaggiare nel Medio Evo – LATERZA 1990
PICCIONE, L.– Il libro dei vulcani d’Islanda – IPERBOREA 2019
PIZZAGALLI, D. – Il viaggio del destino –RIZZOLI 2006
PROSIO, M. – Stendhal e altri viaggiatori a Torino – CIRVI, 2004
RAIMONDI, E. – Scienziati e viaggiatori – In Storia Lett. It. Cecchi–Sapegno, GARZANTI 1988
REVELLI, G. – Da Ulisse a … Il viaggio nelle terre d’oltremare – ETS 2005
REVELLI, G. – Da Ulisse a … Il viaggio per mare – ETS 2003
ROSSI, F. – Itinerari e viaggiatori inglesi nella Calabria del ‘700 e dell’ ‘800 – RUBBETTINO 1998
RUSSO, N. – L’Italia è un sentiero – LATERZA 2019
SCAMARDI, T. – Viaggiatori tedeschi in Calabria – RUBBETTINO 2000
SCHIWELBUSH, W. – Storia dei viaggi in ferrovia – EINAUDI 1988
SILVESTRE, M. L. – VALERIO, A. – Donne in viaggio – LATERZA 1999
SOBEL, DAVA – Longitudine – RIZZOLI 2017
SOLÈ, R. – Viaggi in Egitto – TOURING CLUB., 2004
SORI, E. – L’emigrazione italiana dall’Unità alla prima guerra mondiale – IL MULINO 1979
SPRAGUE DE CAMP, L. – Le terre leggendarie – BOMPIANI 1962
TAVIANI, P. E. – Il profilo del mondo – NUOVA ERI, 1992
UHLIG, H. – La via della seta – GARZANTI 1994
VANOLI, A. – Strade perdute- FELTRINELLI 2019
VICENTI, L. (a c. di) – Viaggiatori del Settecento – TORINO 1950

Guide al viaggio o riflessioni sul viaggio

AA VV – Libri di viaggio, libri in viaggio – SETTE CITTÀ 2014
BENJAMIN, W. – Il viaggiatore solitario e il flaneur – IL MELANG. 1998
BERTINETTI, L. – Verso la sponda invisibile. Il viaggio nella letteratura inglese – ETS 1995
BORSANI, A – Addio Eden – NERI POZZA 2009
BOUVIER, N. – La polvere del mondo – DIABASIS 2005
BRILLI, A. – Il viaggiatore raffinato ( 2 voll. ) – AMILCARE PIZZI 1992
BROWN, M. – Il turista spirituale – TEA 2008
CACUCCI, P. – Camminando – FELTRINELLI 1998
CAMPA, R. – Il viaggio – GUIDA 1992
CANESTRINI, D. – Andare a quel paese – Feltrinelli 2000
CHATWIN, B. – Anatomia dell’irrequietezza – ADELPHI 1993
CONTI, L. – Inter Rail Men – STAMPA ALTERNATIVA 1991
DE BOTTON, A. – L’arte di viaggiare – GUANDA 2002
DEL SETTE, L. – SOMOZA, A.L. – Guida ai viaggi a occhi aperti – AIR-PLANE Bologna 2001
DE PASCALE, G. – Scrittori in viaggio – BORINGHIERI 2007
DIDEROT, D. – Appendice ai viaggi di Bougainville – LONGANESI 1974
FERRARI, M. A. – In viaggio sulle Alpi – EINAUDI 2014
FISSET, E. – L’ebbrezza del camminare – EDICICLO 2012
GALTON, F. – L’arte di viaggiare – IBIS 1999
GALTON, F. – Piccolo manuale di sopravvivenza per viaggiatori – IBIS 2001
GIANNOTTI, L. – L’Arte del camminare – EDICICLO 2011
GUADALUPI G, MANGUEL A, – Manuale dei luoghi fantastici – RIZZOLI 1982
GUADALUPI G., SILVESTRINI E. – Manuale del viaggiatore interplanetario – RIZZOLI 1984
GUAGNINI, E. – Il viaggio, lo sguardo, la scrittura – EUT 2010
HUDSON, W.H. – Il viaggiatore in piccole cose – MUZZIO 1993
JALLADE, S. – Il richiamo della strada – EDICICLO 2010
KIPLING, R. – l profumi dei viaggi – IBIS 2000
LA CECLA, F. – Jet-Lag. Antropologia e altri disturbi da viaggio – BORING. 2002
LANZMANN, J. – L’arte di camminare – EDT 1994
MALERBA, L. – Il viaggiatore sedentario – RIZZOLI 1993
MORAND, P. – Viaggiare – ROSELLINA ARCHINTO 1996
MORAND, P. – Al mare – ROSELLINA ARCHINTO 1999
MORELLO M. – Lo Zen e l’arte del viaggio – IDEALIBRI, Rimini 2002
OSBORNE, L. – Il turista nudo – ADELPHI 2006
PASCALE, A. – Non è per cattiveria. Confessioni di un viaggiatore pigro – LATERZA, 2006
PASSERI, E. – Il viaggio – ERACLE, 2002
POTTS, R. – Vagabonding – PONTE ALLE GRAZIE, 2004
QUILICI, F. – Si, viaggiare. Come, quando, con chi, perché – MONDADORI 2006
RICORDO, R. – La letteratura di viaggio in Italia – LA SCUOLA 2012
CARAMELLINI, G. – La geografia dei viaggiatori – UNICOPLI 1993
SEVERGNINI, B. – Manuale dell’imperfetto viaggiatore – RIZZOLI 2000
SOLINAS, S. – L’onda del tempo – PONTE ALLE GRAZIE 2001
SOLINAS, S. – Percorsi d’acqua – Ponte alle Grazie 2004
SOLVIT, R. – Storia del camminare – BRUNO MONDADORI, 2001
STHENDAL – Guida ad uso di chi viaggia in Italia – BIB. DEL VASC. 1989
STEVENSON, R. L. – Appunti di viaggio in Francia e in Svizzera – MUZZIO 1998
STOPPIGLIA, G. – Diario di un viandante – EDIZIONI LAVORO 2001
THOREAU, W.H. – Camminare – MONDADORI 1994

Storia delle esplorazioni

AA. VV. – L’Africa. Esplorazione del continente nero – EL. GALL, 1995
AA. VV. – Artide ed Antartide. La grande sfida dei poli – EL. GALL,. 1994
AA. VV. – Humboldt – ELECTA GALLIMARD 1998
AA. VV. – Il grande libro delle esplorazioni – VALLARDI, 1976
AA. VV. – I grandi esploratorii – LE MASCHERE, 1957
AA. VV. – In mezzo ai ghiacci – HOBBY & WORK, 2008
AA. VV. – La storia dei grandi navigatori – HOBBY & WORK, 2005
AA. VV. – Le grandi esplorazioni che cambiarono il mondo – SEL.R. D. 1979
AA. VV. – Marco Polo e la via della seta – ELECTA GALLIMARD 1994
AA. VV. – Nei mari del Sud. Da Magellano a Cook – EL. GALL. 1995
AA VV. – Segni e sogni della Terra. Il disegno del mondo dal mito di Atlante – DE AGOSTINI 2001
AA. VV. – Nuovi mondi. Relazioni, diari e racconti di viaggio – BUR, 2000
AA. VV. – Nuovo Mondo. Gli Spagnoli – MONDADORI 1992
ANDERSON, B.– Verso Nord (La corsa al Polo) – CORBACCIO, 2006
ANTEI, G. – L’orizzonte in fuga. Viaggi e vicende di Agostino Codazzi da Lugo – OLSCHKI 2012
ARDITO, S. – La grande avventura. La spedizione in Himalaya di Filippo De Filippi – CORBACCIO 2013
ARIOLI, A. – Le isole mirabili – EINAUDI 1989
ARMESTO, F. F. – Esploratori – BRUNO MONDADORI 2008
ASCHERSON, N. – Mar Nero – EINAUDI 1999
A.t’SERSTEVENS – I precursori di Marco Polo – GARZANTI –1982
AVELARDI, A – Romolo Gessi Pascià – PARAVIA, 1948
BALESTRACCI, D. – Terre ignote strana gente. Storie di viaggiatori medievali –LATERZA 2008
BELLORINI, E. – G. B. Belzoni e i suoi viaggi in Egitto – PARAVIA 1929
BELLORINI, E. – G. Miani e Speke alla scoperta delle sorgenti del Nilo – PARAVIA 1931
BERCHET, J. C. – Le voyage en Orient dans le XIX siècle – LAFFONT, Parigi 1985
BERGREEN, L. – Oltre i confini del mondo – GARZANTI 2004
BERLINGUER, G. – Il mago dell’Occidente – GIUNTI 1997
BERRTINO,. S. – I conquistatori della terra – MURSIA 1976
BERTON, C. – Sulle vie del Levante – STAMPA ALTERNATIVA 2003
BIANCHI, F. – Un finto rabbino … – GUARINI 2003
BIANCHI, N. – Mungo Park e la ricerca del Niger – PARAVIA, 1930
BIANCHI, N. – Il Capitano Cook alla ricerca del Passaggio di Nord-Ovest – PARAVIA, 1927
BIANCHI, V. – Gengis Khan e Marco Polo – MONDADORI 2005
BIGNARDELLI, I.O. – Cristoforo Colombo – UTET 1959
BLACKBURN, J. – Cavalcare il coccodrillo – BORINGHIERI 1993
BLOND, G. – Storia della filibusta – MURSIA 1970
BOARSTIN, D. – L’avventura della scoperta – MONDADORI
BOCCAZZI, C. – La via dell’incenso – NERI POZZA 1997
BONATI, M. – Vittorio Bottego – SILVA, 1997
BOORSTIN, D. J. – Storia delle conquiste umane – MONDADORI 1985
BOSI, R – Primo incontro con le esplorazioni – GIUNTI-NARDINI 1987
BRAVETTA, E. – Pirati e Corsari – AGNELLI, 1932
BRENNECKE, D. – I viaggi di Marco Polo – NATIONAL GEO. 2008
BRILLI, A. – Dove finiscono le mappe – IL MULINO, 2012
BRILLI, A. – Il grande racconto dei viaggi di esplorazione – IL MULINO 2016
CARLINI VENTURINO, A. – Carlo Piaggia – PARAVIA 1952
CARTER, R. – L’Europa alla conquista dell’America – Garzanti, 1963
CASSON, L. – Viaggi e viaggiatori dell’Antichità – MURSIA 1974
CATONE,. G. – Otto Sverdrup nell’Artide inesplorata – PARAVIA 1953
CERULLI, E. – Nel paese dei Bantu. Le esplorazioni in Africa – UTET 1961
CHERRY-GARRARD, A. – Il peggior viaggio del mondo – RIZZOLI 2004
CIARDI, M. (a c. di) – Esplorazioni e viaggi scientifici nel ‘700 – BUR 2008
CONNIFF, R. – Cercatori di specie – LE SCIENZE, 2012
COZZANI, E. – Giacomo Bove – PARAVIA, 1951
CROSS, W. – Disastro al Polo – TEA 2005
CUMMINS, J. – Francis Drake – PIEMME, 1995
DAINELLI, G. – La conquista della terra: esploratori ed esplorazioni – UTET 1954
DAINELLI, G. – Viaggiatori del Medioevo in Asia – UTET 1960
DAINELLI, G. –Gli esploratori italiani in Africa – UTET 1958
DAINELLI, G. – Esploratori e alpinisti nel Karakorum – UTET 1959
DAINELLI, G. –La gara verso il Polo Nord– UTET 1959
DAINELLI, G. –Il passaggio di Nord-Ovest– UTET 1956
DAINELLI, G. – L’impresa di Magellano – UTET 1957
DAINELLI, G. – L’esplorazione del grande Oceano – UTET 1955
DE BENEDETTI, R. – V. Bòttego e l’esplorazione del Giuba – PARAVIA, 1927
DE MONFREID, H. – Verso le terre ostili dell’Abissinia – GENIO, 1935
DETTORE, U. – Storia delle esplorazioni – DE AGOSTINI 1981
DE VOTO, B. – La corsa all’impero – IL MULINO 1963
DE VOTO, B. – Di là dal grande Missouri – MURSIA 1992
DOE, B. – L’Arabia felice – NEWTON COMPTON, 1982
DONATTINI, M. – Dal nuovo mondo all’America – CAROCCI 2004
DOPLICHER, M. – Come l’uomo scopre il suo mondo – VIE NUOVE 1973
DOULS, C. – Il finto mussulmano – EDT 2005
DUGARD, M. – L’eroe dell’Endeavour – PIEMME 2007
DUNN, R. E. – Gli straordinari viaggi di Ibn Battuta – GARZANTI 1993
FABIETTI, A. – Stanley attraverso il continente nero – PARAVIA 1956
FABIETTI, A. – Stanley alla ricerca di Emin Pascià – PARAVIA 1957
FABIETTI, E – Le esplorazioni polari artiche (fine XIX secolo) –PAR. 1930
FABIETTI, E – Nell’Australia inesplorata – PARAVIA, 1932
FABIETTI, M. – Nordenskiold – PARAVIA 1958
FABIETTI, U. – Italiani alla scoperta della terra – PARAVIA 1958
FABIETTI, U. – Alla conquista del mondo – PARAVIA 1955
FAGAN, B. – Alla scoperta degli imperi del sole – NEW COMP 1980
FALCONE, C. – Il primo giro del mondo – MURSIA 1980
FALCUCCI,, L. TREVES, E. – La scoperta della terra – N. ITALIA 1967
FERRO, G. – I navigatori portoghesi sulla via delle Indie – MURSIA 1972
FERRO, G. CARACI, I. – Ai confini dell’orizzonte – MURSIA 1979
FIORENTINO, L. – Pietro Savorgnan di Brazzà – PARAVIA 1953
FLEMING, F. – Deserto di ghiaccio – CAROCCI 2006
FLEMING, F.– Cime misteriose – CAROCCI 2001
FOCHER, F. – Alexander von Humboldt – IL PRATO, 2009
FOCHER, F. – L’uomo che gettò nel panico Darwin – BORINGHIERI 2006
FONTANA, M. – Matteo Ricci – MONDADORI 2007
FRANCHI, A. – Livingstone – PARAVIA 1950
FRENCH, P. – Oltre le porte della città proibita – SPERLING & K. 2000
GIL, J. – Miti e utopie della scoperta (3 voll.) – GARZANTI 1991
GABRIELI, F. – Viaggi e viaggiatori arabi – SANSONI 1975
GALAVOTTI, R. – Sei fiorentini in Oriente – PARAVIA 1960
GASCAR, P. – Humboldt l’explorateur – GALLIMARD 1985
GIANAZZA, E. – Guglielmo Massaia – PARAVIA, 1954
GIARDINA, R. – L’Europa e le vie del Mediterraneo – BOMPIANI, 2006.
GIUSSANI, R, – I conquistatori dell’Antartide – CHIERI 1958
GIUSSANI, R, – Il duca esploratore– CHIERI 1958
GONZATO, S. – Esploratori italiani – NERI POZZA 2012
GRASSO, E. – I Caboto – PARAVIA, 1951
HAKLUIT, R. – I viaggi inglesi (3 voll.) – LONGANESI 1971
HALE, C. – La crociata di Himmler – GARZANTI 2004
HALL, R. – Alla scoperta di Stanley – MURSIA 1979
HALL, R. – La scoperta dell’Africa – MONDADORI 1971
HAMBURY-TENISON –I settanta grandi viaggi della storia – LOGOS 2008
HEAT-MOON, W. L. – Colombo nelle Americhe – EINAUDI 2003
HEERS, J. – La scoperta dell’America – ECIG 1993
HERRMANN, P. – Sulle vie dell’ignoto – MARTELLO 1961
HERRMANN, P. – Sette sono passate e l’ottava sta passando – MARTELLO, 1953
HERRMANN, P. – Santa vergine di Guadalupa, aiutaci tu! – MARTELLO, 1957
HOUGH, R. – La tragedia del Bounty – MURSIA 1979
HUGON, A. – L’Africa, esploratori del continente nero – EL. GALL., 1994
HUMBOLDT, A. – L’invenzione del nuovo mondo – NUOVA ITALIA 1992
HUMBOLDT, A. – La geografia, i viaggi – FRANCO ANGELI 1975
KEAY, J. – Voyageurs excentriques – PAYOT, Paris 1991
KEAY, J. – La via delle spezie – NERI POZZA 2006
KEAY, J. –Quando uomini e montagne si incontrano – NERI POZZA, 2005
JEAL, T. – David Livingstone – MURSIA 1976
JONES, G. – Antichi viaggi di scoperta in Islanda, Groenlandia e America – BOMPIANI 1966
JAMES, P. – THORPE, N. – Alla scoperta del mondo – ARMENIA, 2003
JENSEN, P. – Il Continente Antartico e la scoperta del Polo Australe – PARAVIA 1928
JOHNSON, D. – Isole fantasma – PIEMME 1997
LAMI, A. – G. C. Beltrami e la scoperta delle sorgenti del Mississippi – PARAVIA 1928
LANSING, A. – Endurance – TEA 2004
LEITHAUSER, J. – Il libro delle esplorazioni – MASSIMO 1967
LENCI, M. – Corsari – CAROCCI, 2006
LEWIS, J.E. – Alla conquista delle grandi praterie – PIEMME 1998
LINDQVIST, S. – Nei deserti – PONTE ALLE GRAZIE 2002
LINDQVIST, S. – Terra di nessuno – PONTE ALLE GRAZIE 2005
LINDQVIST, S. – Sterminate quelle bestie – PONTE ALLE GRAZIE 2000
LINGUA, P. – Enrico il navigatore – CAMUNIA 1994
LOCATELLI, A. – Serpa Pinto: dall’Oceano Atlantico all’Oceano Indiano – PARAVIA, 1930
LOCATELLI, A. – La spedizione di La Pèrouse nel Grande Oceano – PARAVIA, 1932
LOCATELLI, A. –Francesco Le Vaillant attraverso l’Africa Australe –PARAVIA, 1928
LONGHENA, M. – I viaggi di Pellegrino Matteucci in Africa – PARAVIA, 1929
LUDLAM, H. – Una vita per il Polo – MURSIA 1975
MACFARLANE, R. – Come le montagne conquistarono gli uomini – MONDADORI. 2005
MALATESTA, S. – Il cammello bactriano – NERI POZZA 1998
MALATESTA, S. – Il grande mare di sabbia – NERI POZZA 2002
MALATESTA, S. – L’uomo dalla voce tonante – NERI POZZA 2014
MANCINI, E. – Un ponte tra Cina e Europa. Matteo Ricci – PAOLINE 1990
MANFREDI, V. M. – Mare greco – MONDADORI 1992
MARINI, P. L. – Vasco da Gama – PARAVIA 1950
MARCUS, J. G. – La conquista del Nord Atlantico – ECIG 1992
MAZZITELLI, G.– Storia di alcune grandi esplorazioni dell’antichità – SABBATELLI 1992
MAZZOLI, E. –Viaggio ai confini del mondo. La spedizione polare Weyprecht-Payer – BIBLION 2007
MAZZOTTI, S. – Esploratori perduti – CODICE (TO) 2011
MEISSNER, H. O – La Louisiana per il mio re – PAOLINE 1970
MEISSNER, H, O. – Alle sorgenti del Mississippi – PAOLINE 1968
MEISSNER, H. O – La conquista del Messico – PAOLINE 1969
MEISSNER, H. O – L’imperatore mi regala la Florida – PAOLINE 1978
MEISSNER, H. O. – … immer noch 1000 Meilen zum Pazifik : Die Abenteuer des Alexander Mackenzie – GÜTERSLOH, BERTELSMANN, 1966
MERKER, N. – Europa oltre i mari. Il mito della missione di civiltà – ED RIUNITI 2006
MICHIELI, A. – Alessandro Humboldt e i suoi viaggi – TORINO 1930
MICHIELI, A. – Roald Admunsen – PARAVIA 1948
MICHIELI, A. – Il Duca degli Abruzzi e le sue imprese – NAT. GEO, 2007
MIGLIORINI, E. – L’esplorazione del Sahara – UTET 1961
MILANI, M. – Nell’inferno del Sudan – MURSIA 1980
MILTON, G. – L’isola della noce moscata – RIZZOLI 1999
MILTON, G. – La colonia perduta – RIZZOLI 2000
MONTI, M. – Gli esploratori – LONGANESI 1965
MOOREHEAD, A. – Il Nilo Bianco – GARZANTI 1962
MOOREHEAD, A. – Il Nilo Azzurro – GARZANTI 1965
MOOREHEAD, A. – La grande avventura di Cooper’s Creek – GARZANTI 1967
MORICCIONI, A. SOMMA, A – Pionieri degli oceani. Viaggi intorno al mondo dall’alba dell’uomo a Cristofo Colombo – PROFONDO ROSSO 2014
MORISON, S.E. – Storia della scoperta dell’America. Il Nord – RIZZOLI 1976
MORISON, S.E. – Storia della scoperta dell’America. Il Sud – RIZZOLI 1978
MOZZATI, M. – Francisco Pizarro e la conquista del Perù – PARAVIA 1925
MOZZATI, M. – Fernando Cortés e la conquista del Messico – PARAVIA 1927
NOVARESIO, P. – Uomini verso l’ignoto – WHITE STAR 2004
NIVEN, J. – Prigionieri dei ghiacci – PIEMME 2000
OBERTI, E. – Amerigo Vespucci – PARAVIA, 1950
OLSCHKI, L. – Storia letteraria delle scoperte geografiche – OLSCHKI, 1937
PARRY, J.H. – La scoperta del Sudamerica – MONDADORI 1981
PARRY, J.H. – Le grandi scoperte geografiche – MONDADORI 1990
PARRY, J.H. – La conquista del mare – BOMPIANI 1984
PAZZINI, C. – L’avventuroso viaggio di Giovanni da Verrazzano – CAPPELLI 1970
PELOSO, S. – Al di là delle colonne d’Ercole – SETTE CITTÀ, (VI) 2004
PETERSON, M. – La flotta dell’oro – RIZZOLI 1979
PIERONI, P. – Sulle piste dei cacciatori di castori – MURSIA 1989
PHILBRICK, N. – Nel cuore dell’oceano. La vera storia della baleniera Essex – GARZANTI 2005
PLATTNER, F. A. – L’antica via della seta – EMI, Milano 1958
PONTI, G. – Giovanni da Pian del Carpine – PARAVIA 1949
PORCH, D. – The conquest of the Sahara – MACMILLAN 2005
PREGLIASCO, M. – Antilia. Il viaggio e il nuovo mondo – EINAUDI 1992
PRESTON, D. – Scott, l’eroe dei ghiacci – MONDADORI 2000
QUILICI, F. – Esploratori ed esplorazioni – SEI 1973
REDIKER, M. – Sulle tracce dei pirati – PIEMME 1995
REDIKER, M. – Canaglie di tutto il mondo – ELEUTHERA, 2005
RHO, F. – Kenia, Ruwenzori, Kilimangiaro – NORDPRESS 2007–
RODITI, E. – Magellano nel Pacifico – MURSIA 1974
ROSSI, L. – Il signor Stanley e le sue tre vite – EDT 2005
ROSSI, L. – L’altra mappa. Esploratrici, viaggiatrici, geografe – DIABASIS 2005
ROUX, J.P. – Gli esploratori nel Medio Evo – GARZANTI 1990
SACCHI, M. – Terra in vista! Le grandi esplorazioni oceaniche europee (1414-1521) – EFFEMME 2011
SANGUIGNI, M. – Vittorio Bòttego – PARAVIA, 1952
SCARAMELLINI, G. – Paesaggi di carta, paesaggi di parole – GIAPPICHELLI 2008
SCARIN, E. – Esplorazione e conoscenza dell’Asia – BOZZI, 1961
SCHREIBER, H. – Le vie della civiltà –GARZANTI, 1960
SEPPILLI, A. e T. – L’esplorazione dell’Amazzonia – UTET 1964
SHACKLETON, E. – Ghiaccio – RIZZOLI 2000
SILVERBERG, R. – Alla ricerca dell’Eldorado – PIEMME 1994
SILVERBERG, R. – Navigatori dell’ignoto– PIEMME
SIRACUSA CABRINI, E. – Lodovico di Varthema alle Isole della Sonda – PARAVIA 1932
SIRACUSA CABRINI, E. – A. Cecchi alle frontiere del Kaffa – PARAV 1930
SNELLING, J. – Il monte sacro – Il SAGGIATORE 2008
SOLMI, A. – Acque tragiche – RIZZOLI 1975
SOLMI, A. – I conquistatori degli oceani – DE AGOSTINI 1984
SOLMI, A. – Gli esploratori del Pacifico – DE AGOSTINI 1985
SOLMI, A. – Il passaggio a nord-est – DE AGOSTINI 1986
SOUHAMI, D. – L’isola di Selkirk – SPERLING & KUPFER 2001
SOZIMA, S. – L’orizzonte dell’Eldorado – ERREEMME 1992
SPOTE, O.H.K. – Storia del Pacifico – EINAUDI 1988
SYKES P. – Storia delle esplorazioni – Garzanti 1939
TAILLEMITE, E. – Nei mari del Sud – ELECTA GALLIMARD, 1995
TENDERINI, M. SHANDRIK, M. – Vita di un esploratore gentiluomo – CORBACCIO 2006
TENDERINI, M. – Le nevi dell’Equatore – CDA 2005
TENDERINI, M. –Isabelle, amica del deserto –OGE 2010
TENDERINI, S. – Viaggio in Persia – CDA-VIVALDA ,. 2005
TOMASELLI, C. – Luigi Balzan nelle regioni centrali del Sud-America – PARAVIA, 1928
TREVES, A. – Giovanni da Pian del Carpine alla scoperta della Tartaria – PARAVIA, 1926
TREVISANI, P. – Sven Hedin nel Tibet inesplorato – PARAVIA, 1953
TSUBAKI, R. – Il viaggio di Peter Kalm in America – EUROPA 2016
UHLIG, H. – La via della seta – GARZANTI 1991
VANNUTTELLI, L. CITERNI, C. – Esploratori – SUGARCO 1988
VASQUEZ , E.– Aguirre alla ricerca dell’Eldorado – SAVELLI 1980
VENTRICE, I.–Il viaggio di Rabbi Petachiah di Ratisbona –GIUNTINA 2009
VERNE, J. – I grandi navigatori del XVIII secolo – NAT. GEOGRAFIC
VILLERS, A. – Il favoloso capitano Cook – BARBERA 2005
VINCENT, B. – Perché l’Europa ha scoperto l’America – EDT 1992
VIVIANI, A. – Guido Boggiani – PARAVIA 1955
VON HAGEN, V. – L’Eldorado – RIZZOLI 1976
VON HAGEN, V. – Alla ricerca dei Maya – RIZZOLI 1990
VON HAGEN, V. – Scienziati ed esploratori alla scoperta del Sudamerica – RIZZOLI 1981
VON HAGEN, V. – La grande strada del sole – EINAUDI 1973
VON HAGEN, V. – Darwin e le isole incantate – RIZZOLI, 1982
WILLIAMS N.J., Navi perdute – NERI POZZA 2016
427.         WINCHESTER, S. – Atlantico – ADELPHI            , 2012
WITTLE, T. – I cacciatori di piante – RIZZOLI 1980
WRIGHT, RAPPORT H, I grandi esploratori – LE MASCHERE 1957
WULF, A. – La confraternita dei giardinieri – PONTE ALLE GRAZIE 2011
ZANZI, L. – Dolomieu Un avventuriero nella storia della natura – J. BOOK 2003.
ZAVATTI, S. – Alla scoperta del mondo – MURSIA 1972
ZAVATTI, S – L’esplorazione dell’Antartide –UTET 1960
ZAVATTI, S. – Uomini verso l’ignoto – BAGALONI 1972

Storie romanzate di viaggiatori o esploratori

BACCINO PONCE DE LEON, N. – Maluco – ANABASI 1995
HALL, R. – Alla scoperta di Stanley – MURSIA 1979
HANSEN, T. – Arabia felix – IPERBOREA 1990
HANSEN, T. – Il capitano Jens Munk – IPERBOREA 2000
HANSEN, T. – La costa degli schiavi – IPERBOREA 2005
HANSEN, T. – Le navi degli schiavi – IPERBOREA 2008
HANSEN, T. – Le isole degli schiavi – IPERBOREA 2009
HARRISON, W. – Le montagne della luna – SONZOGNO 1989
KEHLMANN, D. – La misura del mondo – FELTRINELLI 2006
MICHENER, J.A: – Colorado – BOMPIANI 1990
MICHENER, J.A.. – Texas – BOMPIANI 1986
MICHENER, J.A. – Alaska – BOMPIANI 1998
NADOLNY, S. – La scoperta della lentezza – GARZANTI 1985
RANSMAYR, C. – Gli orrori dei ghiacci – LEONARDO 1991
ROBERTS, K. – Passaggio a Nord-Ovest – MONDADORI 198098
STANGERUP. H. – Lagoa Santa – IPERBOREA 1989
ZATTERIN, M. – Il gigante del Nilo – MONDADORI 2000

Resoconti e diari di viaggio: scienziati ed esploratori

AA VV – Giornale illustrato dei viaggi – SONZOGNO, 1980
AA VV – Amazzonia. Mito e letteratura del mondo perduto – ED. RIUN. 1988
AA. VV. – Notizie di viaggi lontani – GUIDA 1986
AA VV – Diari di esploratori dell’Africa Orientale (1843-1929) –LONGANESI 1990
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Lhasa – FMR 1988
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Pampa – FMR 1991
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Mauritia – FMR 2000
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Il reame di Coorg – FMR 1985
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Wingandacoa, la colonia perduta – FMR 1992
AA. VV. – In mezzo ai ghiacci. Viaggi celebri al Polo Nord – N. GEO, 2008
AA VV – La Mecca rivelata (a c. d. A. Brilli) – SELLERIO 2015
ABRAMOV, V. – Nella terra della morte bianca – TEA 2001
ALMAZY, L. – Sahara sconosciuto – BEAT
ALVISE DA MOSTO – Le Navigazioni atlantiche – IST ED IT 1956
AMEDEO DI SAVOIA – La Stella Polare Mare Artico – PIEMME 2005
ARSERN’EV, V. N. – Derzu Uzala – MURSIA 1990
BALZAN, L. – Viaggio di esplorazione scientifica di alcune regioni interne dell’America meridionale – ANTILIA 2011
BARTOLI, D. – Missione al Gran Mogol – PAOLINE 1972
BELTRAMI, G. C. – La scoperta delle sorgenti del Mississippi – BIBL, DEL VASCELLO, 1983
BELZONI, G. B.– Viaggio e scoperte in Egitto e in Nubia – NAT. GEO, 2006
BLIGH, W. – Gli ammutinati del Bounty – NATIONAL GEO., 2005
BOLTZMANN, L. – Viaggio di un professore tedesco all’Eldorado – IBIS 1998
BOUGAINVILLE, H. L. – Viaggio attorno al mondo – LONGANESI 1974
BONATTI, W. – In terre lontane – BALDINI E CASTOLDI 1997
BONATTI, W. – Un mondo perduto– BALDINI E CASTOLDI 2009
BOTTEGO, V. – L’esplorazione del Giuba – GRECO E GRECO 2003
BOTTEGO, V. – L’esplorazione del Giuba – NATIONAL GEO., 2007
BOVE, G. – Viaggio alla terra del fuoco – ECIG 1991
BURTON, R. – Viaggio a Medina e alla Mecca – IBIS, 2007
BYRD R. E.– L’Antartide esplorata – MONDADORI, 1931
BUSSOLI N. – Esplorazioni polari (1773-1938) – BOMPIANI,1943
CABEZA DE VACA – Naufragi – EINAUDI 1989
CAILLÈ, R. – Viaggio a Timbuctù – BIB. DEL VASCELLO 1991
CARLETTI, F. – Ragionamenti del mio viaggio attorno al mondo – MURSIA 1986
CEI, G. – Viaggio e relazione delle Indie (1539-1553) – BULZONI 1993
CERRUTI, G.B. – Tra i cacciatori di teste – ECIG, 1992
CHASE, O. – Il naufragio della baleniera “Essex” – SE, 2002
CHERRY- GARRARD, A. – Il peggior viaggio del mondo – RIZZOLI 2004
CLARK, L. – I fiumi scendevano a oriente – VALLARDI 1985
CLARK, L. – Alle sorgenti del fiume giallo – EDT 1998
CLERICI, L. (a c. di) – Scrittori italiani di viaggio – vol. 1 (1700-1861) – MONDADORI 2008
CODAZZI, A. – Le Memorie – IST ED IT, 1960
COLOMBO, C. – Giornale di bordo – MONDADORI 1973
COOK, J. – Giornali di bordo – TEA 1997
CORTÉS, H. – ANÀHUAC – FMR 1994
DAMPIER, W. – Memorie di un bucaniere – MURSIA 2012
DANA, R. H. – Due anni a prora – DE AGOSTINI 1960
DARWIN, C. – Viaggio di un naturalista attorno al mondo – EINAUDI 1989
DAVID-NEAL, A. – Viaggio di una parigina a Lhasa – VOLAND 1996
DE FILIPPI, F. – Il Duca degli Abruzzi e F.De Filippi nell’Himalaya – NAT. GEO, 2006
DE GERLACHE A. – Quindici mesi nell’Antartico – Voghera, 1902
DE LA CONDAMINE, CH. M. – Voyage sur l’Amazone – LA DECOUVERTE 1993
DE VARTHEMA, L. – Itinerario – ED. DELL’ORSO (AL) 2011
DE VARTHEMA, L. – Itinerario – IST ED IT 1958
DE VARTHEMA, L. – Viaggio alla Mecca – SKIRA 2010
DE VARTHEMA, L. –Itinerario dallo Egypto alla India– LA SCUOLA, 2010
DE VILLALON, C. – Viaggio in Turchia – PAOLINE, 1963
D’OLLONE, H. – La Lolozia proibita – FMR 1986
DOLOMIEU, D. de – Viaggi nelle Alpi (a cura di Enrico Rizzi) – FONDAZIONE ENRICO MONTI, ANZOLA D’OSSOLA 2006
DOSSENA G. , SPAGNOL M. – Avventure e viaggi di mare – TEA 199
DOULS, C. – Il finto musulmano – EDT 2000
DOUGHTY, C. – Arabia Deserta – GUANDA 2003
DUPEYRAT, A. – Nel paese degli uccelli Paradiso – MASSIMO, 1956
FAWCETT, P. H. – Esplorazione Fawcett – BOMPIANI 1958
FORSTER, G. – Viaggio attorno al mondo – LATERZA 1991
FRAY GASPAR DE CAVAJAL – La scoperta del Rio delle Amazzoni – STUDIO TESI 1988
FRANKLIN, J. – Viaggio di Franklin al Nord-Ovest – ECIG 1992
GAETA F. – LOCKHART L. (a c. di) – I viaggi di Pietro della Valle. Lettere dalla Persia – LIBRERIA DELLO STATO, 1972
GASPARRINI LEPORACE T. (a c. di) – Le navigazioni atlantiche del veneziano Alvise da Mosto – LIBRERIA DELLO STATO, 1966
GESSI, R. – Sette anni nel Sudan egiziano – MESSAGG. PONTREM.1987
GHIGLIONE, P. – Dall’Artico all’Antartico – SEI 1963
GIOVANNI DA PIAN DEL CARPINE – Viaggio ai Tartari – IST ED IT, 1957
HAKLUYT, R. – I viaggi inglesi ( 3 voll.) – LONGANESI 1971
HEDIN, S. – Il lago errante – CIERRE 1997
HEDIN, S. – Dalla Persia all’India – TREVES,1912
HEDIN , S. – Trans-Himalaja. Scoperte ed avventure nel Tibet – TREVES, 1910
HEYERDAHL, T. – Kon-Tiki – RIZZOLI 1999
HUMBOLDT, A – Viaggio alle regioni equinoziali – PALOMBI 1986
HUMBOLDT, A – Voyages dans l’Amérique équinoxiale – LA DÉCOUVERTE 1993
HUMBOLDT, A – Reise durchs Baltikum nach Russland und Sibirien – ERDMANN (Stuttgard)1983
HUMBOLDT, A – Die Reise nach Sudamerika – LAMUV 2001
HUMBOLDT, A – L’invenzione del Nuovo Mondo: critica della conoscenza geografica – LA NUOVA ITALIA 1992
IBN BATTUTA – I viaggi di Ibn Battuta – GARZANTI 1993
IBN BATTUTA – I viaggi – EINAUDI 2007
KINGLAKE, A.W. – Eothen. Viaggio a Oriente – EDT 2010
LAFOND De LURCY, G. – Manilla – FMR, 2000
LA PEROUSE, J. F. – Viaggio attorno al mondo – RIZZOLI 1982
LEONE AFRICANO – Viaggio in Marocco – SINNOS 2011
LEVAILLANT, F. – Primo viaggio all’interno dell’Africa – LE LETT. 1994
MANDEVILLE, J. – Viaggi in Oriente – LONGANESI 1973
MANZONI, R. – El Yemen – EDT 1995
MIANI, G. – Diari e carteggi – LONGANESI 2002
MONNERET DE VILLARD , U. (a c. di) – Liber peregrinationis di Jacopo da Verona – LIBRERIA DELLO STATO, 1950
MONOD, T. – Lo smeraldo dei Garamanti – BORINGHIERI 2006
MONOD, T. – Il viaggiatore delle dune – BORINGHIERI 2007
MONOD, T. – In pieno deserto – BOLLATI BORINGHIERI, 2011
MORIER, J.J. – Gulistan – FMR 1987
NANSEN F. – Fra ghiacci e tenebre. La Spedizione Polare Norvegese 1893-1896 –VOGHERA, 1897
NOBILE, U. – L’“Italia” al Polo Nord – NATIONAL GEO. 2006
ODORICO DA PORDENONE – Viaggio – IST ED IT 1957
PARK, M. – Voyage dans l’intérieur de l’Afrique – LA DÉCOUVERTE, 1996
PARK, M.– Viaggio verso il cuore dell’Africa,1795-1797- La casa Usher, 1990
PETECH L. (a c. di) – I missionari italiani nel Tibet e nel Nepal – LIB. DELLO STATO, 1953
PETECH L. (a c. di) – I missionari italiani nel Tibet e nel Nepal. Ippolito Desideri – LIB. DELLO STATO 1956
PIAGGIA, C. – Due anni tra i cannibali – SEI 1981
PICCARD, B – JONES, B. – L’ultima grande avventura – TEA 2002
PIETRO MARTIRE D’ANGHIERA – Mondo Nuovo – IST ED IT 1958
PIETRO MARTIRE D’ANGHIERA – De orbo novo. I viaggi di Cristoforo Colombo – LOGART PRESS 1998
PINTO, A.– Peregrinazione – LONGANESI, 1974
PINTO O. (a c. di) – Viaggi di C. Federici e G. Balbi alle Indie Orientali – LIB. DELLO STATO, 1962
POLO, M. –Il Milione – MONDADORI 1982
RAMUSIO, G.B. – Delle navigazioni et viaggi ( 5 voll.) – EINAUDI 1988
RICCI, (p.) M. – Imperatori e mandarini – SEI. 1981
RICCI ,(p.) M. – Storia dell’introduzione del cristianesimo in Cina – LIBR. DELLO STATO 1942
ROSSELLI, F. – Esplorazioni spagnole in Mesoamerica e nell’oceano Pacifico – PONTE ALLE GRAZIE 1991
ROUSSELET, L. – Malwa – FMR 2001
SAGARD, G. – Grande viaggio nel paese degli Uroni – LONG. 1972
SLOCUM, J. – Solo, intorno al mondo – MURSIA, 1999
SPEKE, J. H. – Viaggio alle sorgenti del Nilo – NAT. GEOGRAFIC 2007
STADEN Hans – La mia prigionia tra i cannibali – EDT 1996
STADEN Hans – Tùpia – FMR 1994
STANLEY, H.M. – Come trovai Livingstone – SAVELLI 1981
STANLEY, H. M. – Alla ricerca di Livingstone – NAT. GEOGRAFIC, 2005
STANLEY, H. M. – Diari dell’esplorazione africana – DALL’OGLIO 1963
SYMES, M. – Viaggio a Pegù (1795) – FMR, 1988
THESIGER, W. – Sabbie arabe – MONDADORI 1991
THESIGER, W. – Quando gli arabi vivevano sull’acqua – NERIPOZZA 2004
T’SERSTEVENS, A.(a c. )– I precursori di Marco Polo – GARZ.1982
TUCCI, G. – Dei, demoni e oracoli – NERI POZZA, 2006.
TUCCI, G. – Nepal: Alla scoperta del regno dei Malla – NEW COMPT 1978
TUCCI, G. – Tra giungle e pagode – NEWTON COMPTON 1979
TUCCI, G. – A Lhasa ed oltre – NEWTON COMPTON, 1980
TUCCI, G. – Tibet ignoto – NEWTON COMPTON 1978
TUCCI, G. – La via dello Swat – NEWTON COMPTON 1979
VINCI, A. – Samatari – L. DA VINCI, BARI, 1956
VINCI, A. – L’acqua, la danza e la cenere – RIZZOLI 1973
XU XIAKE – Peregrinazioni in luoghi sublimi – RIZZOLI 1997
WALLACE, A. D. – L’arcipelago malese – MIMESIS 2014
WALLACE, A. D – Travels of the Amazon and Rio Negro – LONDRA 1890

Eccellenti le antologie LES VOYAGES , edite da ROBERT LAFFONT (Parigi)
Interessante la AA VV – Biblioteca illustrata dei viaggi intorno al mondo per terra e per mare. N. 1 – La Gujana Francese. L’isola del diavolo N. 2 – Cuba e Portorico N. 3 – Il tetto del Mondo viaggio al Pamir N. 4 – I fiordi della Norvegia N. 5 – La Cina cinese N. 6 – Le Filippine N. 7 – In Tunisia N. 8 – Il Siam N. 9 – I Barcelonnettes nel Messico N. 10 – L’Isola Maurizio N. 11 – Attraverso le Pampas (Repubblica Argentina) N. 12 – Le Nuove Ebridi N. 13 – Suriname (Gujana Olandese) N. 14 – Nel Klondyke N. 15 – Darjiling (Himalaya) N. 16 – Il Marocco N. 17 – Chicago N. 18 – Madagascar N. 19 – Ceylan N. 20 – In Palestina N. 21 – L’Ararat N. 22 – Il Paese del Fiume Azzurro N. 23 – Le Steppe Kirghise N. 24 – Bombay la città dei Parsi N. 25 – In Lapponia N. 26 – Gli antropofagi del Perù N. 27 – Il Brasile N. 28 – Gli Annamiti N. 29 – Tangeri (La città dei cani) N. 30 – I Boubous del Congo – SONZOGNO, 1899

Resoconti e diari di viaggio: turismo, esotismo e viaggi culturali (fino al 1950)

AA. VV. – Viaggiatori del Settecento – UTET 1962
AA. VV. – Viandanti e viaggiatori – ROBIN, 2008
AA. VV. – Il viaggio. L’avventura e la memoria (4 voll.) – GUIDA 1988
AA. VV. – I narrabondi – EDITORI RIUNITI 1991
AA VV. – Il mediterraneo pittoresco – SONZOGNO 1892 (ried. LIRITI 2003)
AA VV– Viaggiatori dell’Ottocento e del Novecento – IST. POL. STATO 2003
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Babilonia – FMR 1992
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Tsu-Ching-Cheng– FMR 1993
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Argovia e Brisgovia – FMR 1989
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Carpazia – FMR 1990
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Vulcania – FMR 1993
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Beciuania – FMR 1994
AA. VV. (a c.Guadalupi G.) – Ingermanlandia (Sankt Peterburg) – FMR 1992
AA.VV. (a c. Guadalupi G.) – Vicereame della Nuova Spagna – FMR 1992
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Etèria – FMR 1992
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Palatinato di Masovia – FMR 1993
AAFJES, B. – Un viaggio a piedi sino a Roma (poemetto) – OLANDA 1946
ALGAROTTI, F. – Viaggi di Russia – GARZANTI, 2001
ALLAN, M. – I viaggi di Byron – BIBL. DEL VASCELLO 1992
ANDREANI, P. – Giornale 1790 (al paese deli Irochesi) – CLUEB 2005
ANDREANI, P. – Viaggio in Nord America – SCHEIWILLER 1994
ANDREANI, P. –Giornale di viaggio – CDA VIVALDA 2003
ANGIOLINI, L. – Lettere sopra l’Inghilterra, la Scozia e l’Olanda– MODENA 1990
ANONIMO – Racconti di un pellegrino russo – RUSCONI 1973
APPELIUS, M. – La sfinge nera. Dal Marocco al Madascar – 1924
APPELIUS, M. – Asia gialla – 1926
APPELIUS, M. – Il cimitero degli elefanti – 1928
APPELIUS, M. – Le isole del raggio verde – 1929
APPELIUS, M. – Da mozzo a scrittore: attraverso il mondo – 1934
APPELIUS, M. – La crisi di Budda: due anni tra i Cinesi – 1935
APPELIUS, M. – Asia tragica e immensa – 1940
ARDEMAGNI M. – Viaggio alla Terra del Fuoco e in Patagonia – AGNELLI, 1929
ARNAUD, J.F. – Viaggio nel regno della regina di Saba – SELLERIO 2007
BACCHELLI, R. – Mal d’Africa – 1933
BACHOFEN, J.J. – Viaggio in Grecia – MARSILIO, 1993
BADIA y LEBLICH, D. – Viaggio in Siria e Palestina – NOVECENTO 1991
BARETTI, G. – Narrazione incompiuta di un viaggio in Inghilterra – BIB. DEL VASCELLO 1995
BARRILI, B. – Il viaggiatore volante – MUZZIO 1999
BARILLI B. – Il sole in trappola. Diario del periplo dell’Africa (1931) – SANSONI
BARZINI, L. – Viaggio in Terrasanta – EDITORI RIUNITI, 2004
BARZINI, L. – Sotto la tenda – RINFRESCHI (PC), 1915
BARZINI, L. – Nell’estremo oriente – LIB. ED. INTERNAZIONALE, 1904
BARZINI L. – Dall’impero del Mikado all’impero dello Zar – RINFRESCHI,1914
BELLOC, H. – La via per Roma – CANTAGALLI, 2012
BELYI, A. – Da Venezia a Palermo – CASTELVECCHi 2008
BELZONI, G. B. – Viaggi in Egitto e Nubia – HARMAKIS 2019
BENJAMIN, W. – Il mio viaggio in Italia – RUBBETTINO 2000
BEONIO-BOCCHIERI, V. – Dall’uno all’altro Polo – 1934
BEONIO-BOCCHIERI, V. – Vita selvaggia – 1938
BEONIO-BOCCHIERI, V. – In volo traverso i secoli – 1941
BERNIER, F. – Viaggio negli stati del Gran Mogol – IBIS 1991
BERTARELLI, L.V. – Insoliti viaggi – TOURING 2004
BIRD, F. – Una lady nel West – EDT 1998
BORSANI, A. – Stranieri a Samoa – NERI POZZA, 2006.
BOTTA, P. E. – Viaggio intorno al globo – FIBRENO, NAPOLI 1841
BRYDONE, P. – Il grand tour – AGORA’ 2002
BURCKHARDT, J. – Viaggio in Giordania – CIERRE 1994
BYRON, G. – Lettere italiane – GUIDA, 1985
BYRON, R. – Gente di pianura, dei della montagna – BIB. DEL VASC 1993
BYRON, R. – La via per l’Oxiana – ADELPHI 1996
BYRON, R. – Monte Athos. Viaggio alla montagna sacra della Grecia – IBIS, 2006
BYRON, R – L’Europa vista dal parabrezza –  EXCELSIOR 1881
CARROL ,L. – Viaggio in Russia – IBIS 2001
CARVER J. – Voyage dans l’ interieure de l’Amerique Septentrionale 1766-1768. r – YVERDON, 1842
CASTI, G. B. – Viaggio a Costantinopoli (1802) – IL POLIFILO, MI 2005.
CASTIGLIONI, L. – Viaggio negli Stati Uniti dell’A. Sett. – MUCCHI, 2001
CHAMISSO, A. von – Viaggio attorno al mondo – GUIDA 1988
CHATEAUBRIAND, R. – Viaggio in America – PINTORE 2007
CHATEAUBRIAND, R. – Viaggio in Italia – CAROCCI 2010
CHATEAUBRIAND, R. –Memorie d’oltretomba – CAROCCI 2010
CIARLANTINI, F. – Viaggio nell’Oriente mediterraneo – MILANO 1935
CIPOLLA A. – Su gli altipiani dell’Iran –ALPES, 1926
CIPOLLA A. – Sulle orme di Alessandro Magno – MONDADORI,1933
COLLINS, W. – DICKENS, C. – Il pigro viaggio di due apprendisti oziosi – SELLERIO 2003
CORBETT, J. – Il leopardo che mangiava gli uomini – MONDADORI, 1951
DAVID NEEL, A. – Viaggio di una parigina a Lhasa –BIB. DEL VASCELLO 1995
DE AMICIS, E. – Spagna – MUZZIO 1992
DE AMICIS, E. – Sull’Oceano – IBIS 1991
DE AMICIS, E. – Costantinopoli – TOURING 1997
DE BIANCHI, A. – Viaggio in Armenia, Kurdistan, Lazistan (1859) – ARGO 2005
DE BROSSES, C. – Viaggio in Italia – LATERZA 1992
DE GOBINEAU A.J. – Ricordi di viaggio – GRECO E GRECO 2000
DEMARTIN DU TYRAC, L.M. –Scali di Levante – FMR 2000
DEMIDOFF A. – Viaggio nella Russia meridionale e nella Crimea (1837) – TO, FONTANA, 1841
DE MONTMOLLIN, E – Image de la Chine – A LA BACONNIÈRE, 1942
DE SAINT PIERRE, B. – Viaggio all’isola Mauritius – CIERRE 1995
DE SANTIS, F. – Viaggio elettorale – GUIDA 1989
DE VOLNEY, C. F. – Viaggio in Egitto e in Siria (1782-1785) – LONGANESI 1974
DE SAINT-NON, C. – Viaggio pittoresco – RUBETTINO 2009
DESCALZO, G. – Su due oceani – 1946
DI CAPUA, G. SALIBENE, Luigi Castiglioni nel paese degli uomini liberi – RUBETTINO, 2010
DICKENS, C. – America – FELTRINELLI
DICKENS, C. – Pickwick in Italia – TOURING CLUB, 1998
DICKENS, C. – Impressioni italiane – BIB. DEL VASCELLO 1992
DICKENS, C. – Lettere da Genova, Napoli e altre città – ARCHINTO 2000
DICKENS, C. – Genova e dintorni – SAGEP 1995
DIDEROT, D. – Viaggio in Olanda – IBIS 1995
DORR, D.F. –Un uomo di colore in viaggio attorno al mondo– IBIS 1998
DOUGLAS, N. – Vecchia Calabria – GIUNTI-MARTELLO 1967
DUHAUT, C. A. – Viaggio intorno al globo 1826-1829 – ST. DEL FIBRENO 1842
DUMAS, A. – La guerra santa. Viaggio tra i ribelli ceceni – RUBETT. 2002
DUMAS, A. – Viaggio in Calabria – RUBETTINO 2007
EBERHARDT, I.– Nel paese delle sabbie – IBIS 1998
EBERHARDT, I. – Sette anni nella vita di una donna – GUANDA 2005
EBERHARDT, I – Il paradiso delle aquile – IBIS 2012
FAGAN, B. – Alla scoperta degli imperi del sole – NEW. COMPTON, 1980
FERMOR, P. L. – Mani – ADELPHI 2004
FERMOR, P. L. – Tempo di regali – ADELPHI 2009
FERMOR, P. L. – Tra i boschi e l’acqua – ADELPHI 2013
FERMOR, P. L. – La strada interrotta – ADELPHI 2015
FLAUBERT, G. – Viaggio in Egitto – IBIS 1993
FLAUBERT, G. – Viaggio nei Pirenei e in Corsica – MOBYDICK, 2001
FLAUBERT, G. – Viaggio a Cartagine – IBIS 2004
FLEMING, P. – News from Tartary – Londra, 1983
FLEMING, P. – Avventura brasiliana – LONGANESI 1951
FONTANE, TH. – Viaggio attraverso la Scozia – SANTI QUARANTA 2002
FOUNTAINE, M. – Viaggi e avventure di una lady vittoriana – MUZZIO 1992
FRISON-ROCHE, R. – Il richiamo dell’Haggar – CDA 2006
FROMENTIN, E. – Un’estate nel Sahara – 18?
GAUTHIER, T. – Viaggio in Italia – NARDINI 2006
GAUTHIER, T. – Viaggio pittoresco in Albania – SALERNO 2001
GIBBON, E. – Viaggio in Italia – IL BORGHESE 1960
GIBBS, P. – Viaggio nell’Europa del 1934 – MUZZIO 1995
GIDE, A . Viaggio al Congo
GISSING, G. – Sulle rive dello Jonio – EDT 2001
GISSING, G. – La terra del sole – RUBBETTINO 2000
GOETHE, W. – Viaggio in Italia – RIZZOLI 1983
GOZZANO, G. – Verso la cuna del mondo – MONDADORI 1983
GUADALUPI, G. – Cieli del mondo. Avventure aeronautiche italiane – ANABASI 1994
GUADALUPI, G. – Orienti. Viaggiatori scrittori dell’800 – FELTRINELLI 1989
GUADALUPI, G. – La terra dei Rajah. Passaggi in India dal ‘600 al ‘900 – ANABASI 1993
GUGLIELMINETTI, M. – Viaggiatori del Seicento – UTET 1976
HALLIBURTON, R. – Giro del mondo a tasche vuote – ED. GENIO, Mi 1933
HAMSUN, Knut – Viaggio nel Caucaso – REPORTER, Roma 1968
HARRER, H. – Sette anni in Tibet – MONDADORI 1998
HEGEL, G.W. – Diario di viaggio sulle Alpi bernesi – IBIS 1992
HEINE, H. – Impressioni di viaggio – DE AGOSTINI 1983
HESSE, H. – Viaggio in India – NEWTON COMPTON 1990
HESSE, H. – L’azzurra lontananza – SUGAR 1978
HUDSON, W.H. – La terra di porpora – ADELPHI 1988
HUDSON, H.W. – Una terra lontana – ADELPHI 1995
HUGO, V. – I Pirenei – EDT 1990
HUXLEY, A. – Tutto il mondo è paese – MUZZIO 1994
HUXLEY, J. – Misteri di una terra antica – MONDADORI 1955
KEYSERLING, H.– Diario di viaggio di un filosofo (Cina, Giappone, America) – N. POZZA 1998
KEYSERLING, H – Diario di viaggio di un filosofo (India) – N. POZZA 1998
KINGLAKE, A. W. – Eothen. Viaggio in oriente – IBIS 2010
KIPLING, R. – Oltre la porta d’oro – MUZZIO 1996
KIPLING, R. – Viaggio in India – CASTELVECCHI 2010
KIPLING, R. – Oltre la porta d’oro – MUZZIO 1996
KIPLING, R. – Lettere corsare dall’India – ED. RIUNITI 2003
INCISA, L. TRIVULZIO, A. – Cristina di Belgioioso – RUSCONI 1984
IRVING, W. – Viaggio nelle praterie del West – SPARTACO 2013.
JAMES, H. – Breve viaggio in Francia – EDT 1991
JAMES, H. – In viaggio con la Musa. Un viaggio a piedi da Karlsruhe a Bassano. MARCO POLO, 2003.
JEFFERSON, T. – Viaggio nel Sud della Francia e nel Nord dell’Italia – IBIS, 1999
LAMARTINE, A. – Souvenirs, impressions, pensées et paysages pendant un voyage en Orient
LAWRENCE, T. E. – Lettere dall’Arabia – LONGANESI, 1942
LEAR, E. – Viaggio in Basilicata (1847) – OSANNA 1991
LEAR, E. – Diario di un viaggio a piedi (Calabria) – RUBETTINO 2011
LEVI-STRAUSS, C. – Tristi Tropici – IL SAGGIATORE 1960
LEWIS, N. – Il dragone apparente. Viaggi in Cambogia, Laos e Vietnam – EDT, 2015
LEWIS, N. – Niente da dichiarare – ADELPHI 2008
LONDRES, A. – Terre d’ebano – BOLLATI BORING.. 2005
LOTI, P. – Al Marocco – MUZZIO 1993
LOTI, P. – L’India (senza gli Inglesi) – EDT 1991
LOTI, P. – Il deserto – ED. Riuniti 2002
LOTI, P. – Gerusalemme – IBIS 1996
LOTI, P. – Gli ultimi giorni di Pechino – MUZZIO 1997
MACHIAVELLI, N., VETTORI, F. – Viaggio in Germania –SELLERIO 2003
MAGALOTTI, L. – Relazioni di viaggio in Inghilterra, Francia e Svezia – LATERZA 1968
MAILLART, E. – Vagabonda nel Turkestan – EDT 1995
MAILLART, E. – La via crudele – EDT 1999
MAILLART, E. – Oasi proibite – EDT 2003
MAILLART, E. – Ti-puss – EDT 2002
MAILLART, E. – Crociere e carovane – EDT 2006
MANZONI, R – El Yemen – EDT 1996
MARAINI, F. – Incontro con l’Asia – DE DONATO 1972
MARAINI, F. – Segreto Tibet – CORBACCIO 2001
MASCI, M.R.(a c) – L’oceano in un guscio d’ostrica – THEORIA 1990
MAZZEI, F. – Memorie della vita e delle peregrinazioni del fiorentino Filippo Mazzei – MI 1970
MAYLE, P. – Un anno in Provenza – EDT 1993
MAYLE, P. – Toujour Provence – EDT 1995
MELVILLE – Diario italiano – BIB. DEL VASCELLO 1990
MELVILLE, H. –Clarel: poema e pellegrinaggio in Terrasanta – EIN, 1999
MERIMÉE, P. – Viaggio in Spagna – IBIS 2002
METRAUX, A. – La meravigliosa isola di Pasqua – TASCO, 1992
MONTAGU, M.W. – Lettere orientali di una signora inglese – IL SAGG 1984
MONTAIGNE, M. de – Viaggio in Italia – LATERZA 1991
MONTESQUIEU, C. de – Viaggio in Italia – LATERZA 1991
NERVAL, G. d. – Viaggio in Oriente – EINAUDI 1997
ODESCALCHI B. – Il libro dei viaggi – Roux & Viarengo 1905
ORIOLI, G. – In viaggio – RUBETTINO 2012
PAPI, L. – Ritorno dall’India Lettere sulle Indie orientali – ROBIN, 2006
PENNELL, Elizabeth – Le Alpi in bicicletta – ARCHINTO 2002
PIZZAGALLI, D. – Il viaggio del destino. Carla Serena da Venezia al Caucaso – RIZZOLI, 2006
POTOCKI, J – Nelle steppe di Astrakan e del Caucaso – MONDADORI 1996
POTOCKI, J. – Viaggio in Turchia, in Egitto e in Marocco – E/O,2002
PRZHEVAL’SKIJ, N. – Sur le toit du monde
RADISCEV, A. N. – Viaggio da Pietroburgo a Mosca – VOLAND, 2006
RATH, G.von – Un’escursione in Calabria – RUBETTINO
ROMANELLI, S. – Visioni d’Oriente – LA GIUNTINA 2007
ROSSI, V.G. – Tropici – MONDADORI 1980
ROSSI, V.G. – Oceano – DE FERRARI, 2001
RUGGIERI, V. – Dal Transvaal all’Alaska – PARAVIA 1901
RUSKIN, J. – Viaggi in Italia – NUOVA ITALIA 1972
SAINT-NON, J. C. – Viaggio pittoresco (1778) – RUBETTINO
SAINT-NON,J.C.–Viaggio pittoresco nella Magna Grecia–KURUMUNY 2017
SAKVILLE-WEST, V. – Il più personale dei piaceri – GARZ. 1992
SAVAGE-LANDOR, A. H. – In the forbidden land –ULAN PRESS 2012
SAVAGE-LANDOR, A. H. – Across Widest Africa – NABU PRESS 2010
SAVAGE-LANDOR, A. H.  – Across Coveted Lands –ULAN PRESS 2012
SCHWARZWNBACH, A. – La gabbia dei falconi – RIZZOLI 2007
SCHWARZWNBACH, A. – La via per Kabul – IL SAGGIATORE, 2000
RIZZOLI 2007SCHWOB, M. – Viaggio a Samoa – IBIS 2004
SEAL, J. – Viaggio nelle terre dei serpenti – PIEMME, 1999
SEGALEN, V. – Lettere di Cina – ROSELLINA ARCHINTO 1990
SEUME, J.G. – L’Italia a piedi – LONGANESI 1973
SMOLLETT, T. – Viaggio attraverso l’Italia – NUTRIMENTI, 2003
SOLINAS, S. – Il corsaro nero. Henry de Monfreid, l’ultimo avventuriero – NERI POZZA 2015
SPALLANZANI, L. – Viaggi alle due Sicilie – HOEPLI 1936
SPALLANZANI, L. – Viaggio a Costantinopoli – MUCCHI (MO) 2007
STARK, F. – Le porte dell’Arabia – GUANDA 2002
STARK, F. – Effendi – GUANDA 2003
STARK, F. – Le valli degli assassini – GUANDA 2004
STEIN, G. – Paris, France – EDT 1996
STEVENSON, R.L. – Viaggio nelle Cevennes in compagnia di un asino – IBIS 1993
STEVENSON, R.L. – Viaggio nell’entroterra – MUZZIO 1992
STEVENSON, R.L. – Edimburgo e tre passeggiate a piedi – MUZZIO 1996
STEVENSON, R.L. – Gli accampati di Silverado – STUDIO TESI 1985
STEVENSON, R.L. – Nei mari del Sud – MUZZIO 1992
STENDHAL – Viaggio in Italia da Milano a Reggio Calabria – LAT. 1990
STENDHAL – Piccola guida per il viaggio in Italia –LA VITA FELICE 1998
STENDHAL – Passeggiate romane – GARZANTI 2004
STOLBERG, F.L. von – Viaggio in Calabria – RUBBETTINO 1999
STRUTT, A. – Un viaggio a piedi in Calabria – RUBETTINO
SUBIROS, P. – La rosa del deserto – EDT 2000
SWINBURNE, H. – A cavallo in Calabria tra antiche rovine – RUBETTINO
TACKERAY, W. – Da Cornhill al Gran Cairo – MUZZIO 1993
TAINE, H. – Viaggio in Italia – UTET 1932
TOCQUEVILLE, A. De – Viaggio in America (1831-1832)- FELTRINELLI 1990
TOCQUEVILLE, A. DE – Quindici giorni nel deserto americano – SELLERIO 1989
TOCQUEVILLE, A. DE – Viaggi – BORINGHIERI, 1996
T’SERSTEVENS, A – Itinerario spagnolo – DE AGOSTINI 1962
TWAIN, M. – Vagabondo in Italia – BIB. DEL VASCELLO 1991
TWAIN, M. – Seguendo l’Equatore – BALDINI E CASTOLDI, 2010
TWAIN, M. – In cerca di guai – ADELPHI, 2005
TWAIN, M. – In questa Italia che non capisco – MATTIOLI 1885
VALERY, P. – Viaggio in Sardegna – ILISSO 1998
VERNE , J. – Viaggio ( a ritroso ) in Inghilterra e Scozia – BIBLIOTECA DEL VASCELLO 1993
VOLNEY, C. F. – Viaggio in Egitto e in Siria – LONGANESI 1974
VOLTA, A. – Viaggio in Svizzera – IBIS 1994
WALLACH, T. – The rugged road – ULTRA 2015
WALLEMBERG, J. – Mio figlio sulla galea – LONGANESI 1971
WEST, R. – Viaggio in Jugoslavia – EDT 1996
WEST, R. – LA Bosnia e l’Erzegovina – EDT 1995
WEST, R. – Vecchia Serbia – EDT 1998
WOOLF, V. – Diari di viaggio in Italia Grecia e Turchia – MATTIOLI 1885, 2011

Resoconti e diari di viaggio: turismo, esotismo e viaggi culturali (dopo il 1950)

AIME, M. – Le radici nella sabbia – EDT, 1999
ALBANOV, V. – Nella terra della morte bianca – TEA 2002
ALLEN, S. L. – La tazzina del diavolo – FELTRINELLI 2007
ANQUETIL, G. – Approdi di un passeggero clandestino – VIV. CdA 2008
ARBASINO, A. – Trans-Pacific Express – 1981
ARBASINO, A. – Dall’Ellade a Bisanzio – ADELPHI, 2006
ASCOLI, L. – Alesià mon amour. Alla ricerca delle origini di Venezia – Roma, EREDI BARDI, 2005
ARNESEN, L. BANCROFT A. – Nessun orizzonte è troppo lontano – TEA 2005
AUTISSIER, I. – Sola intorno al mondo – TEA 2006
BANHAM, R. – Deserti americani – EINAUDI, 2006.
BARBINI, T. – Le nuvole non chiedono permesso –FI POLISTAMPA, 2006.
BARBINI, T. – I giorni del riso e della pioggia – VALLECCHI, 2009
BARBINI, T. – Il cacciatore di ombre – VALLECCHI, 2011
BARROSO, M. REYES-ORTIZ, I. – Cronache dai Caraibi – FELTRIELLI 1998
BERG, N. I. – Fiumi di terra rossa – TEA, 2003
BETTINELLI, G. – In vespa – FELTRINELLI 1997
BETTINELLI, G. – La Cina in vespa – FELTRINELLI 2002
BETTINELLI, G. – Brum brum – FELTRINELLI 2005
BETTINELLI, G. – Rapsody in black – FELTRINELLI 2007
BETTIZA, E. – L’anno della tigre: viaggio nella Cina dei Deng – 1987
BIONDI, M.– Gule Gule Parti con un sorriso – P. ALLE GRAZIE. 2004
BIONDI, M. – Strade bianche per i monti del cielo – PONTE G. 2005
BOCCONI, A. – Di buon passo – GUANDA 2007
BOCCONI, A. – Il giro del mondo in aspettativa – GUANDA 2005
BOCCONI, A. – Viaggiare e non partire – GUANDA 2002
BOCCONI, A. – La tartaruga di Gauguin – GUANDA 2005
BORGHESE, A. – Ritorno in India – PIEMME,2006.
BRANDI, C – Persia mirabile – ELLIOT 2016
BRESSAN, A. – Lettere dal Sudan – Udine, KAPPA VU, 2005
BRIZZI, E. – Il pellegrino dalle braccia tatuate – MONDADORI 2007
BRIZZI, E. – Nessuno lo saprà – MONDADORI 2005
BRIZZI, E. – Gli psicoatleti – MONDADORI 2011
BRYSON, B. – America perduta – FELTRINELLI 1996
BRYSON, B. – Una passeggiata nei boschi – CORBACCIO 2000
BRYSON, B. – In un paese bruciato dal sole – GUANDA 2001
BRYSON, B. – Una città o l’altra – GUANDA 2002
BRYSON, B. – Notizie da un’isoletta – GUANDA 2004
BRYSON, B. – Diario d’Africa – GUANDA 2005
BUESCHER, W. – Germania, un viaggio – VOLAND 2009
BULDRINI, C. – In India e dintorni – PIEMME 1999
CACUCCI, P. – La polvere del Messico – FELTRINELLI 1992
CACUCCI, P. – Camminando – FELTRINELLI 2003
CACUCCI, P. – Demasiado corazon – FELTRINELLI, 1999
CACUCCI, P. – Un po’ per amore, un po’ per rabbia – FELTRINELLI 2008
CAGNAN, P. – Con tutti i posti che ci sono … –VALLECCHI, 2009
CAMUS, A. – Viaggio nell’America del Sud – CITTÀ APERTA 2008
CASELLA, M. – Nero-Bianco-Nero. Tra le montagne e la storia del Caucaso – CGE 2013
CASSOLA, C. – Viaggio in Cina – FELTRINELLI 1956
CAVALLARI, A. – Una lettera da Pechino – 1974
CAVALLARI, A. – La Cina dell’ultimo Mao – 1975
CAVALLI, E. – Il divano del nord – FELTRINELLI 2005
CAVALLO, G. – Una vita diversa – FBE ED, 2006
CECCHI, U. – Le ceneri del baobab – VALLECCHI, 2008
CEDERNA, G. – Il grande viaggio – FELTRINELLI 2005
CELATI, G. – Avventure in Africa – Feltrinelli, 1998
CHATWIN, B. – In Patagonia – ADELPHI 1982
CHATWIN, B. – Che ci faccio qui ? – ADELPHI 1990
CHATWIN, B. – La via dei canti – ADELPHI 1988
CODECASA, M. S. – Metà cielo e mezza luna – VALLECCHI, 2005
COHN, N. – Avventure nell’altra Inghilterra – FELTRINELLI 2001
COLOANE, F. – Una vita alla fine del mondo – GUANDA 2005
COMISSO, G.– Cina, Giappone – 1932
CONDÈ, M. – Le muraglie di terra – IL LAVORO, 2003
COTLOW, L. – Zanzabucu, safari pericoloso – DEL DUCA 1956
CUNNINGHAM, M. – Dove la terra finisce: una passeggiata per Provincetown – BOMPIANI, 2003
DALRYMPLE, W. – Il Milione – RIZZOLI 1999
DALRYMPLE, W. – In India – RIZZOLI 2000
DALRYMPLE, W. – Dalla montagna sacra– RIZZOLI 1998
DAVID, M. – Buana Muandi – BIETTI 1973
DAVIDSON, R. – Orme – FELTRINELLI 2004
DEAKIN, R. – Nel cuore della foresta – EDT 2008
DEAMBROGIO, M.– Il giro del mondo in moto – SPERLING & K. 2006.
DEDOLA, R. (a c di] – La valigia delle Indie e altri bagagli – B. MOND. 2006.
DEL CORONA, M. – Strade di bambù – EDT 1999
DESIO, A. – La via della sete – POLARIS 2007
DOMALAIN, J.Y. – Le case lunghe – MONDADORI 1972
DYHRENFURTH, G. O. –  Il terzo Polo – BALDINI & CASTOLDI, 1953
ELIOT, J. – Specchio dell’invisibile (Iran) – NERI POZZA 2006
ELIOT, J. – Una luce inattesa (Afganistan) – NERI POZZA 2005
EMANUELLI, E. – Il pianeta Russia – 1952
EMANUELLI, E. – Giornale indiano – 1955
EMANUELLI, E. – La Cina è vicina – 1957
ENZENSBERGER, H.M. – Ah, Europa! – GARZANTI 1989
EVANS, A. J. – A piedi per la Bosnia durante la rivolta – SPARTACO, 2005
FERGUSON, W. – Autostop col Buddha – FELTRINELLI 1998
FERMOR, P.L.– Mani – ADELPHI 2006
FERRARI, M.A. – In viaggio sulle Alpi – EINAUDI 2009
FERETTI, G., ZAMBONI, M. – In Mongolia in retromarcia – GIUNTI 2000
FIUMI, C. – La strada è di tutti – FELTRINELLI 1999
FIUMI, L. – La bottiglia sotto il sole di mezzanotte – 1965
FLANNERY, T. – L’ultima tribù – TEA 2005
FRÉDÉRIC, L. – L’India mistica e leggendaria – NERI POZZA, 1998
FUCHS. P. – Nel paese degli uomini velati – BOMPIANI 1\955
FULLER, E. – Quando vedi un emù in cielo – TEA, 2005
FULTON, R. E. – One man caravan – ELLIOTT, 2014
GANDOLFI,A. MAUGERI,M. – A est di Hamilton Road(Kurdistan) – EDT 2000
GIFFORD, R. – Cina. Viaggio nell’impero del futuro – NERI POZZA 2008
GIARDINA, R – L’altra Europa – BOMPIANI 2004
GIARDINELLI, M. – Finale di romanzo in Patagonia – GUANDA 2001
GORACCI, R. – A est dell’Avana – TEA 2005
GOSS, P. – Corsa nel vento – TEA 2006
GRANT, D. – Capre bianche e api nere – MURSIA 1982
GREENFIELD, O. – Alla ricerca dell’unicorno – FELTRINELLI 1993
GUEVARA, E. – GRANADO, A. – Latinoamericana – FELTR.1993
HALL, T. – Alla ricerca del cimitero degli elefanti – TEA 2005
HALLBERG, ULF P. – Lo sguardo del flaneur – IPERBOREA 2001
HAMILTON-PATERSON J. – Sette decimi (In viaggio per i mari) – GUANDA 2001
HANSEN, E. – In viaggio con Mohammed – FELTRINELLI 1997
HANUT, E. – La strada per Guadalupe – PONTE ALLE GRAZIE 2003
HEAT-MOON, W. L. – Strade blu – EINAUDI 1991
HEAT-MOON, W. L.– Prateria – EINAUDI 1996
HEAT-MOON, W. L. – Nikawa – EINAUDI 2000
HILLARY, E. –Appuntamento al Polo Sud – DE AGOSTINI 1962
HOLMSEN, S. – Gli alisei della Polinesia – MARTELLO 1954
HORN, Mike– Sulla linea dell’equatore. Milano, CAIRO, 2006
HÖST, P. – Ciò che ho visto nel mondo – MARTELLO, 1955
KEAY, J. -HORN, M. – Sulla linea dell’equatore. Milano, CAIRO, 2006
IVE, R. – Gobi – BONANNO, 2005
IYER, P. – C’era una volta l’Oriente – NERI POZZA 2000
KAPUSCINSKI, R. – Ebano – FELTRINELLI 2000
KAPUSCINSKI, R. – In viaggio con Erodono – FELTRINELLI 2004
KAPUSCINSKI, R. – Lapidarium – FELTRINELLI 1997
KAPUSCINSKI, R. – Shah-in Shah – FELTRINELLI 2001
KERTSCHER, K. – Africa solo – TEA 2003
LAPOUGE, G. – L’inchiostro del viaggiatore – EXCELSIOR 1881
LATHAM, A – Il leopardo di ghiaccio – FELTRINELLI 1991
LAURENT, A. – Desiderio di deserto – FELTRINELLI 2003
LE CLEZIO – Il continente invisibile – INSTARLIBRI 2008
LEONELLI, L. – Siberia per due – FELTRINELLI 2005
LEVI, P. – Il giardino luminoso del re angelo. Viaggio in Afghanistan con Chatwin – EINAUDI 2002
LEWIS, N. – La dea delle pietre – FELTRINELLI 1991
LEWIS, N. – Un dragone apparente – EDT 2015
LEWIS, N. – Niente da dichiarare – Adelphi 2000
LEWIS, N. – Un’idea del mondo – EDT 2016
LILLI, V. – Penna vagabonda – SEI 1952
MAGRIS, C. – Danubio – GARZANTI 1986
MALAURIE, J. – Magia bianca – BALDINI & CASTOLDI 1956
MANERA, D. –Yuruparí: i flauti dell’anaconda celeste –FELTRINELLI 1999
MANGANELLI, G. – Esperimento con l’India – 1992
MANGANELLI, G.– Cina e altri orienti – 1974
MANGANELLI, G. –L’isola pianeta e altri settentrioni – ADELPHI, 2005
MANN, M. – Sul Gringo Trail – TEA 2003
MARCENARO, G. – Passaporti. Un viaggio esoterico – Il Saggiatore 2020
MAROSO, A. FIORIN, A. – Strade d’Oriente – EDICICLO 2007
MASON, V. – Il profumo del tè alla menta. Diario di viaggio in Alto Atlante – NORDPRESS 2006
MATTHIENSEN, P. – Meridiano blu – SPERLING & KUPFER 1999
MATTHIENSEN, P. – Il leopardo delle nevi – SPERLING & KUPFER 1999
MAYLE, P. – Un anno in Provenza – EDT 1993
MAYLE, P. – Toujours Provence– EDT 1993
MC CARTHY, P. – La scoperta dell’Irlanda – GUANDA 2004
MC GREGOR, E. BORMAN, C. – Long way round – MOND. 2005
MC KITTRICK, E. – La strada ai confini del mondo(Canada) – BORIN. 2010
MEEGAN, G. – La grande camminata. Dalla Patagonia all’Alaska in sette anni – MURSIA 2012
MERTON, T. – Diario Asiatico – GARZANTI 1975
MEHTA, S. – Maximum City. Bombay città degli eccessi – EINAUDI 2006
METZELIN, S. – Polvere nelle scarpe – CORBACCIO 2006
MICHAUX, H. – Ecuador – THEORIA, 1987
MILLIMAN, L. – Estremo nord – GARZANTI 1991
MOORE, P. – La strada sbagliata – FELTRINELLI 2003
MOORE, T. – Adagio su due ruote – TOURING, 2006
MOORE, T. – Due baffi sottozero – TOURING 2004
MORAND, P. – Nient’altro che la terra – CORBACCIO 2002
MORAVIA, A. – Un’idea dell’India – BOMPIANI, 1962
MORAVIA, A. – Passeggiata africana – BOMPIANI 1987
MORELLO, M. – Mekong story. Lungo il cuore d’acqua del Sud-est Asiatico – TCI, 2005
MORTARI, C. – Islanda, inferno spento – SEI 1965
MURCUTT, M. – Lost in Tibet. Cinque yankee alla corte del Dalai Lama – BOROLI, (MI) 2006
MURPHY, D. – In Etiopia con un mulo – EDT 2000
NAIPAUL, V.S. – Tra i credenti – RIZZOLI 1983
NAIPAUL, S. – A nord del sud – SERRA E RIVA, 1989
NADOLNY, S. – Biglietto aperto – EINAUDI 1997
NEHBERG, R. – Avventura sul Nilo azzurro – TEA – 2006
NOOTERBOOM, C. – Verso Santiago – FELTRINELLI 1997
NOOTERBOOM, C. – Il Buddha dietro lo steccato – FELTRINELLI, 1997
NOVELLI, L. – In viaggio con Darwin – ECIG, 1992
O’ HANLON, R. – Nel cuore del Borneo – FELTRINELLI 1993
OLLIVIER, B. – La lunga marcia – FELTRINELLI 2003
OLLIVIER, B. – Il vento delle steppe – FELTRINELLI 2006
OLLIVIER, B. – Verso Samarcanda – FELTRINELLI 2002
ORIZIO, R. – Tribù bianche perdute – LATERZA 2000
ORSENNA, E. – Ritratto della corrente del Golfo –P. ALLE GRAZIE 2006
QUILICI, F. – Nelle isole del Sud-Pacifico – REPORTER, Roma 1968
QUILICI, F. – I serpenti di Melqart – MONDADORI, 2003
PACE, F. – Controvento – EINAUDI 2017
PACI, P. – Evitare le buche più dure. Vent’anni di viaggi al contrario – FELTRINELLI 2006.
PARIANI, L. – Patagonia blues – EFFIGIE, MI 2006
PASOLINI, P.P, – L’odore dell’India – GARZANTI 1962
PELLEGRINO, A.M. – In Transiberiana – STAMPA ALTERNATIVA 1990
PEISSON, E. – Poli – BALDINI & CASTOLDI, 1954
PERROTTI, C. – Deserti – CORBACCIO 1998
PERROTTI, C. – Silenzi di sabbia – CORBACCIO 2006
PETTERSON, H. – Con l’Albatross intorno al mondo – BALDINI & C. 1951
PICCARD, B., JONES, B. – L’ultima grande avventura – TEA 2001
PICCOLO, F. – Allegro occidentale – FELTRINELLI 2003
PIOVENE, G. – Viaggio in Italia – BALDINI & CASTOLDI, 1993
PISTONE, F. – Uomini renna – EDT, 2004
POPESCU, P. – Dove comincia il tempo – TEA 2005
PORTELLI, A. – Taccuini americani – MANIFESTOLIBRI 1991
PORZIO, G. – Cuore nero – FELTRINELLI 2001
POSITANO DE VINCENTIIS, F. – Tre donne sulla Transiberìana – MARNA, 2006
PROSPERI, F. – Gran Comora – GARZANTI, 1955
RAMAZZOTTI, S. – Vado verso il Capo – FELTRINELLI 2001
RAMAZZOTTI, S.– Afrozapping. Breve guida all’Africa – FELTR. 2006
RAWICZ S. – Tra noi e la libertà – CORBACCIO 1999
RAVIZZA, V. – Ai confini della vita – GIUNTI 2008
RICHARD, L. – Viaggio nella Cina proibita – TEA 2006
RIGATTI, E. – Minima pedalia – EDICICLO 2005
RIPELLINO, A.M. – Praga magica – EINAUDI 1991
RODRIGUEZ, S.L. – Fior di Norvegia – MAGENES, 2004
ROGGERO, A. – Australian cargo – FELTRINELLI 1998
ROGGERO A. – La corsa del levriero – FELTRINELLI 2002
RUGGERI, C. – Farfalle sul Mekong – FELTRINELLI 2002
RUGGERI, C. – Viaggio in Nuova Guinea – FELTRINELLI 2000
RUMIZ, P. – Oriente – FELTRINELLI, 2003
RUMIZ, P. – La leggenda dei monti naviganti – FELTRINELLI 2007
RUMIZ, P. – Trans Europa Express – FELTRINELLI 2012
RUMIZ, P. – Annibale – FELTRINELLI 2008
RUMIZ, P. ALTAN, F. – Tre uomini in bicicletta – FELTRINELLI 2004
RYTCHEU, J. – Un sogno ai confini del mondo – MURSIA 1983
SARAMANGO, J. –Viaggio in Portogallo – BOMPIANI, 1996
SARNO, L. – Il canto della foresta: la mia vita fra i pigmei – GARZANTI, 1995
SCHILDT, G. – Vent’anni di Mediterraneo – Milano, MAGENES, 2005
SEBALD, W. G. – Gli anelli di Saturno – ADELPHI 2010
SEBALD, W. G. – Gli emigrati – ADELPHI 2007
SEBALD, W. G. – Il passeggiatore solitario – ADELPHI 2006
SEPULVEDA, L. – Patagonia Express – GUANDA 1995
SETH, V. – Autostop per l’Himalaya – EDT 1990
SHAND, M. Viaggio in India in groppa al mio elefante – N. POZZA, 2005
SHAND, M. – Il fiume, il cane e il fumatore d’oppio – N. POZZA, 2006
SIMON, T. – I viaggi di Juppiter – LONGANESI 1979
SINGE, M. – Vagabondo in Irlanda – MATTIOLI 1885
SNYDER, G – Nel mondo selvaggio – RED, 1992
SOLINAS, S. – Da Parigi a Gerusalemme– VALLECCHI, 2011
SOMMERVILLE, C. – Lo scalino d’oro (Creta) – EDT 2001
SOSNINA, E. B. – Le Verste italiane di Ivan Cvetaev – CIRVI, TO 2005
SPARKS, N. – Tre settimane, un mondo – FRASSINELLI, 2006.
STEWART, C. – Una casa tra i limoni – TEA 2006
STEWART, C. – Un pappagallo sull’albero del pepe – TEA 2007
STEWART, R. – In Afganistan – PONTE ALLE GRAZIE, 2005
TAYLER, J. – La valle della casbah – NERI POZZA 2003
TAYLER, J. – In Congo – NERI POZZA 2000
TERZANI, T. – Mustang. Un viaggio – FANDANGO 2011
TERZANI, T. – In Asia – MONDADORI 1997
TESSON, S. – Baku, elogio dell’energia vagabonda – EXCELSIOR, 2007
TESSON, S. – Nelle foreste siberiane – SELLERIO 2011
TESSON, S. – Piccolo trattato sull’immensità del mondo – GUANDA 2006
THAPA, M. – Forget Kathmandu – Vicenza, NERI POZZA, 2006
THEROUX, P. – Bazar Express – RIZZOLI 1986
THEROUX, P. – Il gallo di ferro – BALDINI E CASTOLDI 2001
THEROUX, P. – Dark star safari –BALDINI E CASTOLDI 2006
THEROUX, P. – L’ultimo treno della Patagonia – BALD. E CAST. 2001
THEROUX, P. – Da costa a costa – FRASSINELLI 1985
TODISCO, A. – Viaggio in India – MONDADORI, 1962
TOLSTOJ. A. – L’ultimo segreto sulla via della seta – FBE EDIZIONI, 2003
TOMASSINI, S. – Amor di Corsica : viaggi di terra, di mare e di memoria – FELTRINELLI 2001
THUBRON, C . – In Siberia – PONTE ALLE GRAZIE 2000
THUBRON, C. – Oltre la Muraglia – PONTE ALLE GRAZIE 2001
THUBRON, C. – Nel cuore dell’Asia – PONTE ALLE GRAZIE 1998
THUBRON, C. – Ombre sulla via della seta – PONTE ALLE GRAZIE 2006
THUBRON, C. – Viaggio tra i Russi – PONTE ALLE GRAZIE 2003
THUBRON, C. – Verso l’ultima città – PONTE ALLE GRAZIE, 2002
TORRES, M. – Amor America: un viaggio sentimentale in America Latina – FELTRINELLI, 1996
TILMANN, H. W. – Himalaya dal Nepal – BALDINI & CASTOLDI, 1954
TREVI, E. – L’onda del porto. Un sogno fatto in Asia – LATERZA, 2005
TRILLARD, M. – Cabotage e altri vagabondaggi. Capo Verde e il respiro dell’Atlantico – TCI, 2005
TULLY, M. – Sabarmati express. Nel cuore del gigante indiano – SARTORIO, 2006
TURRI, E. – Viaggio a Samarcanda – DIABASIS, 2003
TUZZI, H. – In Irlanda – TOURING 2004
TYLER, J. – La valle della casbah – NERI POZZA, 2003
TYLER, J. – Congo – NERI POZZA 2001
VERGANI, O. – 45 gradi all’ombra – SEI 1958
VERNI, P. – Mustang, ultimo Tibet – CORBACCIO 2000
VERONESE, P. – Africa : reportage – LATERZA, 1999
VOGEL A. A: – Papuasi e Pigmei – BALDINI & CASTOLDI, 1953
WAUGH, E. – Etichette. – Milano, ADELPHI, 2006
WILL, R. – Il viaggiatore innocente. Avventure nel Pacifico del Sud – GUANDA 2006
WRIGHT, R. – Spagna pagana – MONDADORI 1962

Opere di narrativa e di poesia utilizzabili per percorsi didattici sul viaggio

CASTELLANETA, C. – Viaggio col padre – MONDADORI 1976
CONRAD, J. – Cuore di tenebra – EINAUDI 1980
CONRAD, J. – Racconti di mare e di costa – NEWTON COMPTON 1992
CONRAD, J. – Romanzi della Malesia – NEWTON COMPTON 1993
CONRAD, J . – TifoneIl negro del “Narciso” – BOMPIANI 1955
CONRAD, J. – Lord Jim – MURSIA 1965
FAST, H. – Gli emigranti – EST 1996
FORSTER, E.M. – Passaggio in India – EINAUDI 1981
FORSTER, E.M. – Camera con vista – RIZZOLI 1963
GIONO, J. – Nascita dell’Odissea
GOLDING, W. – Riti di passaggio – MONDADORI
GUTHTRIE, A. B. – Il grande cielo – MONDADORI 1956
GUTHTRIE, A. B. – Il sentiero del west – MONDADORI 1960
HUXLEY, A. – Isole – MONDADORI
KING, S. – Stagioni diverse – SPERLING E KUPFER 1982
KEROUAC, J. – Sulla strada – MONDADORI 1959
JEROME, K. J. – Tre uomini in barca – RIZZOLI 1960
JEROME, K. J. – Tre uomini a zonzo – RIZZOLI 1963
LARSSON, B. – Il cerchio celtico – IPERBOREA 1999
LAWRENCE, R.D. – Sulle piste del grande Nord – MURSIA 1984
LESKOV, N. – Il viaggiatore incantato – GARZANTI 1985
LONDON, J. – Racconti del Pacifico e dei mari del Sud – NEW.CO. 1992
LONDON, J. – Racconti del Grande Nord –NEWTON COMPTON 1992
LONDON, J. – Avventure di mare e di costa – NEW. COMPTON 1992
MALAUF, B. – Leone l’africano
MALRAUX, A. – La via dei re – MONDADORI
MC CARTY, C. – Cavalli selvaggi – EINAUDI 1995
MC CARTY, C. – Oltre il confine – EINAUDI 1996
MELVILLE, H. – Moby Dick – EINAUDI 1974
MELVILLE, H. – Giacchetta bianca – SANSONI 1967
MELVILLE, H. – Billy Budd – RIZZOLI 1965
MELVILLE, H. – Le isole incantate – RIZZOLI 1965
MELVILLE, H. – Taipi – RIZZOLI 1965
MICHENER, J.A. – Il viaggio – BOMPIANI 1993
MOORE, B. – Manto nero – PIEMME 1992
MUTIS , A. – Trittico di mare e di terra – EINAUDI
OMERO – Odissea – EINAUDI 1995
PIRSIG, R. – Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta –ADELPHI 1981
PLATONOV, A. – Ricerca di una terra felice – EINAUDI 1980
POE, E. A. – Gordon Pym – SANSONI 1965
REPETTO, G.L. – Careghé – GUARALDI 1996
RIDER-HAGGARD, Le miniere di re Salomone – NEW.COMPTON 1995
SEBALD, W. – Gli emigranti – BOMPIANI 1999
SENOFONTE – Anabasi – RIZZOLI 1974
SEPULVEDA, L. – Il vecchio che leggeva romanzi d’amore – GUANDA 1994
STERNE, L. – Viaggio sentimentale – RIZZOLI 1995
STEVENSON, R.L. – Mare e avventura – CURCIO 1978
STEVENSON, R. L. – L’isola del tesoro – CASINI, 1963
STIFTER , A. – Cristalli di rocca – ADELPHI 1982
SWIFT, J. – I viaggi di Gulliver – FELTRINELLI 1997
THUBRON, C. – Verso l’ultima città – PONTE ALLE GRAZIE, 2002
TOLKIEN, J.R.R. – Il signore degli anelli – RUSCONI 1970
TOURNIER, M. –Venerdì, o il limbo del Pacifico – EINAUDI 1993
VERNE, J. – Il giro del mondo in ottanta giorni – RIZZOLI 1991
VERNE, J. – Viaggio al centro della terra – RIZZOLI 1991
VERNE, J. – Cinque settimane in pallone – RIZZOLI 1991
VOLTAIRE – Candido – SANSONI 1968
YURIK, S. – I guerrieri della notte – MONDADORI 1983
WHITE, P. – L’esploratore – MONDADORI 1979

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Critica della ragione informatica

di Paolo Repetto, 2013

Le molte ore trascorse davanti al computer per realizzare questo libretto mi hanno costretto a rimeditare il mio rapporto con la tecnologia. Ne sono scaturite alcune elementari considerazioni, che sarà il caso magari di sviluppare e argomentare meglio in altra sede, ma che vorrei già qui proporre come stimolo, per me e per gli amici, a proseguire lungo il cammino intrapreso. Questo lavoro è stato reso possibile da un supporto tecnologico che è ormai alla portata di chiunque, ma che solo dieci anni fa sarebbe apparso (almeno a noi) fantascientifico. In questo frattempo non è caduto solo il muro di Berlino, sono crollate ben altre barriere. Oggi chiunque è in grado, con un po’ di buona volontà, di far circolare le proprie idee in una veste dignitosa. La stampa e l’impaginazione non hanno nulla da invidiare a quelle dell’editoria professionale, e il risultato non è solo l’appagamento di uno sfizio estetico, ma una leggibilità che si traduce in rispetto per il lettore e incentivazione alla lettura.

Non dobbiamo illuderci, naturalmente, che tutto questo non abbia dei costi, e non mi riferisco a quelli materiali per l’acquisto, la gestione e il ricambio degli strumenti. Mi riferisco a due aspetti, due rovesci di medaglia connessi a questa nuova potenzialità. Il primo concerne proprio la qualità del prodotto. Ciò che ciascuno di noi è in grado di produrre oggi ha sì un aspetto dignitoso, ma si tratta di una dignità conquistata con l’omologazione ad uno standard: ogni nostro discorso sembra acquisire credibilità ed autorevolezza nella misura in cui si allinea, almeno nell’incarto della confezione, al linguaggio ufficiale del sistema. La potenziale diversità dei contenuti viene mimetizzata dalla conformità dell’etichetta, e forse davvero già in parte disinnescata dall’atteggiamento, o meglio dal tipo di attenzione, che induce nel lettore. Per capirci, quando ci si trova di fronte a caratteri e forme del tutto simili a quelli con cui viene confezionata ogni velina del sistema si finisce per rapportarsi al testo con attitudine non molto dissimile.

Ma non è tutto. Una forma di condizionamento viene esercitata dalla informatizzazione del testo anche alla fonte, nel momento in cui abbiamo la possibilità di tradurre in tempo reale i nostri concetti nel formato stampa, cioè in qualche modo di ufficializzarli, e di leggerli in una veste che almeno graficamente ha già le caratteristiche del prodotto finito. La sensazione di precarietà, di soggettività, e quindi lo stimolo al ripensamento implicito nella scrittura manuale, vengono meno quando le nostre parole si allineano in perfetto ordine sul monitor, e prefigurano l’impeccabile schieramento sulla pagina: uno schieramento più adatto allo spettacolo della parata che al caos della battaglia, che finisce per condizionare fortemente anche la manovra dei concetti. Paradossalmente, proprio la possibilità di intervenire infinite volte sul testo in tempi brevissimi, di integrarlo e modificarlo senza scomporne l’ordine visivo, possibilità che così bene si attaglia all’andamento spezzato e cumulativo del nostro pensiero, disattiva le barriere critiche e i filtri di una meditata rilettura.

Di questo dobbiamo essere consapevoli. E tuttavia questa consapevolezza non può andare disgiunta da un’altra, quella che la tecnologia primitiva del ciclostyle, rozza ibridazione tra la manualità e la riproduzione a stampa celebrata come alternativa alla sofisticazione degli strumenti del potere, si alimentava in realtà di un falso mito, gratificava solo chi i testi li produceva (se era di bocca buona) ma non ha mai incoraggiato nessuno a leggerli.

La seconda obiezione attiene invece all’aspetto quantitativo. L’enorme massa di prodotti culturali messi in circolazione sia dalle reti sia dalla produzione editoriale personalizzata vanifica in realtà l’apparente democratizzazione comunicativa. Le voci che prima erano escluse dal coro ora si perdono nella infinita folla dei coristi. Forse era davvero più facile trovare un uditorio minimo ma attento quando gli strumenti di cui si disponeva non erano accordati, e il loro suono risaltava proprio per la distonia. E ancora: perché dovrebbe importarci di giungere virtualmente a milioni di interlocutori, quando ciò che abbiamo da comunicare non attiene più alle idealità universali di liberazione ma ad un riscatto quotidiano e singolare dalla miseria dell’esistenza, ed è in verità condivisibile solo con pochi intimi?

Forse tutto questo è vero, e forse il lavoro che sto facendo è solo una povera compensazione di quel che è andato perduto. Ma questa consapevolezza non riesce comunque a rovinarmi il piacere che ne ho tratto e quello che ancora me ne attendo. Ho realizzato un piccolo sogno, governandone ogni passo, decidendone le sequenze, i tempi, il colore e persino il numero e la qualità dei destinatari. Mi è stato possibile grazie ad una particolare tecnologia, e gliene sono grato. Non mi sono arreso alle sirene dell’utopia tecnologica e non mi sono convertito al suo credo: ho semplicemente sfruttato qualcosa che bene o male avevo a disposizione. Ora me ne stacco, e lo lascio lì, spento e inerte. Sino alla prossima volta.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Viaggiare (a piedi e non)

Postilla

di Paolo Repetto, 2013

Per una fertile combinazione di motivi (le cose che ho trovato per caso, quelle che ho ostinatamente cercato e quelle che ho scritto) la letteratura di viaggio ospitata nella parte destra della scaffalatura a tutta parete ha continuato in questi anni a debordare verso sinistra, a conquistare prima nuovi ripiani e poi interi scaffali e a costringermi a periodiche risistemazioni.

Dovessi scriverlo oggi, quindi, il capitoletto sul viaggio occuperebbe almeno il doppio di pagine. Le nuove scoperte, sia per quanto concerne le opere che per i personaggi, riguardano soprattutto la storia delle esplorazioni e dei viaggi scientifici. Provo a rendertene sommariamente conto.

Innanzitutto, i protagonisti. A Humboldt ho dedicato un piccolo saggio biografico (glielo dovevo) e nel frattempo ho acquisito tutto ciò che di suo era reperibile, comprese le edizioni in italiano, in tedesco e in francese del Cosmos. Le lacune ora riguardano solo la corrispondenza: non esiste una raccolta completa in francese, e quella tedesca, in fase di edizione, occupa già oltre dieci volumi: in compenso ho trovato in Francia una scelta abbastanza ampia e significativa delle lettere scambiate con Bonpland, (A. von Humboldt, A. Bonpland – Correspondance 1805-1858, a cura di Nicolas Hossard) e una biografia di Bonpland (Aimè Bonpland, mèdecin, naturaliste, explorateur en Amerique du Sud, dello stesso Hossard), l’unica che conosco e che possiedo A differenza di trent’anni fa, quando è partita la mia humboldt-mania, e quando era praticamente sconosciuto in Italia e dimenticato in patria, oggi lo scienziato-viaggiatore tedesco conosce un piccolo ritorno di popolarità grazie anche a due recenti biografie: Federico Focher ha scritto A. von Humboldt. Abbozzo di una biografia, mentre Andrea Wulf, già autrice de La confraternita dei giardinieri, gli ha dedicato quel volumone dal titolo L’invenzione della natura, sul quale, ti confesso, ho molte riserve. Insomma, anche il mio personalissimo eroe comincia ad essere macinato dall’industria culturale.

Sull’onda delle ricerche dedicate a Humboldt è cresciuta la curiosità per le biografie di altri scienziati-esploratori. Darwin, naturalmente (del Viaggio di un naturalista attorno al mondo possiedo ormai quattro diverse edizioni, e due dell’Autobiografia, oltre alla biografia classica di Desmond e Moore, a quella leggermente più romanzata di Irwing Shaw, L’origine, e ai Taccuini); ma anche, e soprattutto, il suo corrispondente-amico-antagonista Alfred Douglas Wallace, un po’ meno ignoto anche agli italiani da quando il buon Federico Focher ne ha scritto una avvincente storia (L’uomo che gettò nel panico Darwin). Wallace è un personaggio che riserva un sacco di sorprese: oltre che esploratore, cercatore di specie, scienziato autodidatta, era un socialista umanitario, pronto a battersi per ogni causa, soprattutto per quelle perse, e un convinto spiritista, tanto solare e disposto a mettersi in gioco quanto Darwin era riservato e pieno di dubbi. Dei suoi scritti è stato finalmente tradotto L’arcipelago malese, divertente e commovente resoconto di quattro anni di avventure (e soprattutto disavventure) a caccia di nuove specie vegetali nel sud-est asiatico. Lo trovi accanto ai libri di e su Darwin, e a quello sullo spiritismo che ho scaricato dalla rete.

La passione per la montagna mi ha aiutato a scoprirne il miglior interprete e precursore in Déodat de Dolomieu, l’”inventore” delle Dolomiti. Dolomieu ebbe un’esistenza che definire avventurosa è riduttivo. Fece le esperienze più disparate, da un duello mortale (per l’avversario) a sedici anni fino a venti mesi di assoluto isolamento in una fetida e piccolissima cella di un carcere borbonico, poco prima di morire, ma compì soprattutto una ricognizione minuziosa e completa di ogni vallata alpina. Era un camminatore formidabile, capace di sfiancare non solo i compagni di percorso ma anche i muli e i cavalli da soma, e uno spericolato arrampicatore, che tuttavia nei Viaggi sulle Alpi non rivendica alcuna delle innumerevoli vette da lui per primo conquistate. Per conoscerlo mi sono avvalso di una monumentale (ma piuttosto confusa) biografia scritta da Luigi Zanzi (Dolomieu, un avventuriero nella storia della natura) e ho poi ricostruito il resto attraverso la lettura diretta dei suoi resoconti di viaggio.

Del tutto fortuita è sta invece la conoscenza con l’opera e la vita di Guido Boggiani. Attraverso un volume dedicato principalmente alla sua pittura (Guido Boggiani. Pittore, esploratore, etnografo, di Maurizio Leigheb) ho scoperto una seconda esistenza, quella di etnologo e viaggiatore (raccontata da Boggiani stesso nei Viaggi di un artista nell’America meridionale) che lo ha portato a vivere per anni ai margini del Gran Chaco paraguagio e a morirvi, ucciso da un indigeno, prima dei quarant’anni.

Altre storie come la sua, o come quelle di Wallace e di Dolomieu, ho trovato in un paio volumi piuttosto stagionati, I cacciatori di piante di Thaylor Whittle e Scienziati ed esploratori alla scoperta del Sudamerica di Victor von Hagen, e in uno recentissimo, Cercatori di specie, di Richard Conniff. Quella del viaggio a scopo scientifico è una vera e propria epopea, naturalmente poco conosciuta e per niente celebrata nelle nostre scuole, che ha cambiato non solo lo sguardo ma anche la quotidianità della vita dell’Occidente. I libri che ho appena citati offrirebbero ai nostri demotivati studenti, e non solo a loro, ben altri stimoli rispetto alle ricostruzioni politiche e militari alle quali si riduce in genere l’insegnamento della storia, e li aiuterebbero a coltivare un minimo di passione per le scienze e ad acquisire qualche fondamento etico.

Attraverso un gioco di rimandi, di letture di sponda, sono poi arrivato ad alcuni personaggi davvero singolari, avventurieri nel senso più letterale del termine. L’ultimo in ordine di comparsa, ma primo per collocazione storica, è Lodovico de Varthema. Ne ho trovato traccia nei testi di Herrmann e di Brilli di cui parlerò tra breve, ho poi acquisito una sua biografia (Lodovico di Varthema alle Isole della Sonda) e ho scovato infine le recentissime edizioni del suo Itinerario e del Viaggio alla Mecca. De Varthema si trovava già a Calicut quando, nei primissimi anni del ‘500, ci arrivarono i Portoghesi. Dalle mie parti si usa dire che quando Colombo approdò in America ci trovò i mandrogni che già gestivano un ben avviato giro d’affari. Bene, i lusitani trovarono senz’altro un bolognese che già aveva girato tutto il Medio Oriente e visitato le Isole della Sonda, pronto a far fruttare le informazioni accumulate e ad acquisirsi meriti (al ritorno in Europa fu insignito dal re del Portogallo della dignità nobiliare, oltre che di una pensione). Anche se probabilmente molte delle sue avventure sono enfatizzate, soprattutto per il gusto di inserire situazioni boccaccesche delle quali è immancabile protagonista, resta il fatto che quelle terre le aveva realmente visitate e che per esserne tornato vivo e vegeto doveva avere senz’altro la scorza dura.

Non quanto Enrico Tonti, o Henry de Tonti, però. Tonti è stato una vera folgorazione. Non lo avevo mai sentito nominare sino a dieci anni fa, e vengo poi a scoprire che è stato uno dei protagonisti dell’esplorazione nordamericana, al fianco di de La Salle. Non esiste una sua biografia in italiano (che mi risulti, nemmeno in francese), ma le notizie essenziali sulle sue incredibili avventure si possono ricavare da L’Europa alla conquista dell’America, un bellissimo libro di Raymond Cartier che racconta nel dettaglio le guerre indiane sui Grandi Laghi tra Sei e Settecento – quelle de L’Ultimo dei Mohicani, per intenderci, o di Ticonderoga –, o da Mississippi di Mario Maffi. “Mano di ferro”, come lo chiamavano gli indiani, fu uno dei pochi che mise in soggezione persino gli Irochesi, che quanto a ferocia e coraggio non la cedevano a nessuno, e fu determinante per l’esplorazione del bacino del Mississippi, consegnato poi nelle mani della corona francese. Su questo tema e sulla storia di La Salle è invece appassionante La Louisiana per il mio re, di Hans Otto Meissner, mentre interessanti sono alcuni libri di memorie legati alla fase americana della guerra dei Sette Anni: ad esempio il diario anonimo di un soldato francese che ha partecipato a tutte le fasi della campagna e alla caduta di Montreal (Oltre le cascate del Niagara).

Altrettanto singolare, e secondo nemmeno agli Irochesi per determinazione, è il personaggio di Augusto Franzoj. Militare, disertore, giornalista radicale sempre in cerca di rogne e capace di sopravvivere ad oltre cinquanta duelli, Franzoj attraversò nella seconda metà dell’Ottocento mezza Africa centro-orientale per andare a recuperare le spoglie di un esploratore italiano morto nel paese dei Galla. L’Africa fu per lui inizialmente un rifugio, ma divenne poi una vocazione. Sebbene non avesse alcuna necessità di spostarsi per vivere pericolosamente, l’Etiopia gli offrì il teatro ideale per un’avventura che più pazza e disperata è difficile immaginare. Ne uscì, e la raccontò, naturalmente con tutti gli aggiustamenti del caso, in Continente nero, che nella sua ostentata “obiettività” è davvero un resoconto spassosissimo: ma per conoscere anche gli altri particolari della sua vita sempre sopra le righe occorre leggere Un viaggiatore in brache di tela, di Felice Pozzo.

Queste ed altre figure altrettanto avvincenti sono balzate fuori dalle pagine di diverse opere sulla storia generale delle esplorazioni da tempo fuori commercio, alle quali solo recentemente ho potuto arrivare attraverso il mercato on line. Pur restando fermo sulla mia linea di principio, secondo la quale l’eccessiva facilità nel reperire testi ritenuti a lungo introvabili sottrae una buona fetta di piacere al gioco, quella dell’attesa, della ricerca febbrile sulle bancarelle e magari dell’incredula sorpresa di un ritrovamento, devo ammettere che la diffusione di siti dedicati alla compravendita dei libri ha reso accessibili cose che mai mi sarei sognato di poter un giorno possedere. È il caso della fondamentale trilogia di Paul Herrmann (Sulle vie dell’ignoto, Sette sono passate e l’ottava sta passando e Santa vergine di Guadalupa, aiutaci tu) o di La conquista della terra di Giotto Dainelli, opere edite più di mezzo secolo fa. Mentre il libro di Dainelli lo conoscevo (e lo desideravo) da tempo, quelli di Herrmann sono stati un’autentica rivelazione. Soprattutto mi ha stupito il non averne mai sentito parlare in precedenza, il non avere mai colto alcun rimando. Forniscono una messe incredibile di informazioni, ma sono anche di lettura piacevolissima: avrei voluto averli tra le mani a quindici anni, e forse mi avrebbero cambiata la vita.

Ma sarebbe stato probabilmente sufficiente poter disporre per tempo di opere divulgative illustratissime come Il grande libro delle esplorazioni o Le grandi esplorazioni che cambiarono il mondo, che a dispetto dell’apparente destinazione a fare tappezzeria nei salotti forniscono un racconto dettagliato ed esauriente delle grandi imprese di esplorazione. Ne ho fatto incetta, e adesso mi ritrovo a confrontare le diverse narrazioni, a scovare le imprecisioni e a sommare i piccoli tasselli forniti da ciascuna per costruirmi un quadro il più vasto e completo possibile.

In che senso una precoce conoscenza di opere del genere può riuscire determinante? Beh, intanto perché consente di affinare lo sguardo sulle vicende storiche, di sottrarlo ai condizionamenti che le letture ideologiche legate al clima del momento immancabilmente ne danno. Faccio un esempio. Ho amato molto presto la storia e la civiltà del popolo irochese, o meglio, della Società delle Cinque Nazioni, attraverso la lettura di “Dovuto agli irochesi”, di Edmund Wilson, un classico di quello che Pascal Bruckner chiama “il singhiozzo dell’uomo bianco”. Wilson racconta di una cultura avanzatissima sotto il profilo politico e sociale, che non ha nulla da invidiare alle coeve istituzioni occidentali, ed esprime un accorato rimpianto per la sua distruzione da parte degli invasori bianchi. Bene, leggendo i diari di Tonti, di De La Salle e di padre Hennepin, che con gli Irochesi ebbero a trattare direttamente, nonché le testimonianze di quei pochi gesuiti e francescani che riuscirono a sopravvivere ad una caccia spietata, viene fuori un quadro ben diverso, quello di una popolazione dai costumi ferocissimi, che provava un sadico gusto nella lenta tortura dei prigionieri, delle cui carni spesso e volentieri si cibava, e che per un secolo e mezzo costituì un vero e proprio incubo per tutte le altre nazioni indiane dell’area dei grandi laghi. L’accusa di cannibalismo non è affatto pretestuosa, come si è affannata invece a dimostrare nella seconda metà del novecento l’antropologia terzomondista, e lo dimostra il fatto che i nostri testimoni non hanno esitazione a raccontare come questa pratica fosse fatta propria comunemente, nelle situazioni di necessità, anche dagli occidentali. Quanto al diritto sul suolo, gli Irochesi erano degli invasori al pari degli occidentali: arrivavano da un’altra area, non combattevano per difendere le proprie terre, ma per conquistare nuovi territori sterminandone sistematicamente gli abitanti.

Lo stesso vale per la complessa vicenda dello schiavismo. I diari degli esploratori africani ci mettono di fronte alla realtà di una pratica istituzionalizzata da millenni, tanto comune all’interno delle singole popolazioni quanto normale nei confronti di quelle esterne, e a quella di una tratta araba che ebbe sulla demografia del continente un impatto ben più devastante di quella europea, e che per motivi ideologici viene sempre sottaciuta o minimizzata. Certo, i portoghesi prima e poi via via tutti gli altri hanno intensificato questa pratica, hanno incanalato il flusso addirittura verso un altro continente: ma non hanno inventato nulla. Al più hanno fornito armi e incentivi per intensificare una tragedia presente da sempre, in ogni epoca e presso ogni civiltà: e a partire da un certo periodo, almeno dalla prima metà dell’Ottocento, hanno almeno teoricamente combattuto la tratta. Questo non assolve certamente l’occidente dalle sue colpe: spagnoli, inglesi, francesi, olandesi, belgi, tedeschi, e non ultimi gli italiani, si sono resi responsabili di veri e propri genocidi: ma quando Franzoj ci testimonia dal vivo (è arruolato più o meno a forza come osservatore) che nel corso di una delle periodiche campagne di guerra Menelik fa almeno cinquantamila morti e conduce via quasi il doppio di prigionieri, ovvero di schiavi, la storia lascia spazio a sfumature interpretative un po’ diverse.

Queste sfumature sono state volutamente ignorate nell’ultimo settantennio, a causa di un preconcetto ideologico, purtroppo radicato in quella che continua ad autodefinirsi “cultura di sinistra”, che ha condizionato costantemente la narrazione storica. Ti faccio un esempio. Nel 2008 è uscito in Francia il saggio Le génocide voilé (Il genocidio nascosto), di uno studioso di origine senegalese, Tidiane N’Diaye. In esso, con un calcolo certamente approssimato per difetto, N’Diaye dimostra che nel corso di tredici secoli, arrivando praticamente sino ad oggi, sono stati ridotti in schiavitù e deportati verso il Medio Oriente o verso la fascia mediterranea del continente almeno diciassette milioni di abitanti dell’Africa sub-sahariana. Di costoro, ed è questa la cosa che dovrebbe far maggiormente riflettere, non è rimasta praticamente traccia, mentre ad esempio negli Stati Uniti o nell’America del Sud i discendenti dei nove milioni di schiavi deportati tra il cinquecento e l’ottocento sono oggi più di settanta milioni. Ciò si spiega col fatto che gli schiavi deportati dagli arabi venivano castrati o uccisi, e non potevano lasciare alcuna discendenza. Ora, tutto questo non significa affatto che gli schiavi in America fossero trattati umanamente, non diminuisce lo scandalo della tratta: ma mi pare lecito chiedersi come mai si parli solo di quest’ultimo, e non dello schiavismo arabo, e come mai mentre questo scandalo la cultura occidentale lo ha bene o male denunciato ed esecrato, nessuno storico arabo lo abbia mai ammesso a carico del suo popolo. E anche perché questo dato venga costantemente ignorato in qualsiasi dibattito sulle colpe dell’Occidente.

L’altro aspetto, più personale, riguarda un possibile esito professionale che avrebbe potuto scaturire dai miei interessi. C’è stato un momento, al termine degli studi universitari, in cui ho dovuto scegliere tra strade diverse per il mio futuro. Forse non sarebbe cambiato nulla, ma forse una conoscenza di questi argomenti non legata più soltanto alle letture di Salgari e Verne o del vecchissimo Cantù mi avrebbe reso più determinato ad inseguire quella che era già allora una passione profonda (col rischio magari, come accade per ogni passione che diviene professione, di vedere poi spento ogni entusiasmo).

 

Ma torniamo all’oggi. I percorsi di questi ultimi anni mi hanno indotto a rivedere, almeno parzialmente, il giudizio negativo sull’attenzione riservata in Italia alla letteratura di viaggio che avevo espresso in “Perché non esiste una letteratura di viaggio in Italia”. L’assenza di interesse riguarda a quanto pare soprattutto il periodo del secondo dopoguerra (guarda caso, proprio quello della mia formazione). Gli italiani avevano un sacco di altre cose da sistemare e di cui occuparsi, e il clima culturale era tutt’altro che propizio alla rievocazione delle scoperte e delle conseguenti avventure coloniali. Ma nella prima metà del novecento, per le ragioni opposte, questo interesse c’era, e lo testimonia ad esempio una iniziativa editoriale della Paravia dedicata a I grandi viaggi di esplorazione, che contava decine e decine di titoli. Si trattava di operette divulgative, caratterizzate da un marcato taglio agiografico e intrise, soprattutto quelle degli anni trenta, dello sciovinismo di regime: ma avevano comunque il merito di portare all’attenzione degli adolescenti, e anche degli adulti, la storia delle esplorazioni e dei viaggi. E anche quello di proporre, accanto alle storie di Colombo, Magellano e Cook, quelle di Humboldt, Boggiani e Carlo Piaggia, e persino di Lodovico de Varthema. Le sto raccogliendo con cura, e una buona parte le trovi qui.

Sempre nella prima metà del secolo (ma anche nell’immediato dopoguerra) hanno goduto di una certa popolarità i libri di Vittorio G. Rossi (quella G puntata mi ha sempre fatto impazzire: essendo il mio secondo nome Giuseppe, ho continuato per anni a firmarmi Paolo G. Repetto, fino a quando esigenze di “razionalizzazione” dell’anagrafe non mi hanno costretto a tenermi un solo nome). Alcuni titoli sono davvero suggestivi (Pelle d’uomo, L’orso sogna le pere, Il cane abbaia alla luna). Rossi era uno scrittore atipico, almeno per l’epoca: di mestiere faceva altro, era un navigante, e in questa veste ha visitato praticamente tutto il mondo. Poi riversava nei libri (e tra il 1930 e il 1980 ne ha scritti più di due dozzine) quello che aveva visto e quello che aveva provato, dando spesso spazio, soprattutto nell’ultimo periodo, a considerazioni a ruota libera di filosofia spicciola. Per un sacco di tempo è stato lo scrittore di viaggio più venduto e più conosciuto in Italia, poi, complici da un lato una certa ripetitività e dall’altro l’ostracismo decretatogli dopo gli anni sessanta per i suoi trascorsi politici, è stato totalmente rimosso. Anche nel suo caso sto recuperando tutto il possibile. Prova a leggerlo. Non credo ti appassionerà, non è un grande scrittore, ed è chiaro che per me vale l’aura particolare della quale lo rivestivo da ragazzino, una sorta di precursore di Corto Maltese: ma è un ottimo testimone di come l’occidente guardasse al resto del mondo fino almeno alla seconda guerra mondiale, e del fatto che questo sguardo fosse meno velato dall’ipocrisia di quello dei futuri “terzomondisti”.

La riscoperta del piacere e del valore culturale del viaggio, alla quale già accennavo nell’articolo citato poco sopra ma che attribuivo soprattutto ad una moda di importazione, ha invece dato in questi ultimi anni dei frutti notevoli, non inferiori a quelli anglosassoni. Il merito va soprattutto ad autori come Paolo Rumiz, che con La leggenda dei monti naviganti ha toccato le vette della migliore letteratura di viaggio raccontando un fantastico itinerario dalle Alpi marittime alla Sicilia compiuto a bordo di una vecchia Topolino, seguendo a zig zag la dorsale appenninica, quindi la parte più sconosciuta e relativamente intatta della nostra penisola. Rumiz aveva già pubblicato il resoconto di un viaggio attraverso i Balcani in direzione di Costantinopoli (È oriente) ed ha poi proseguito nella riscoperta dell’Italia con Annibale. Un viaggio, una rivisitazione-confronto tra il passato e l’oggi sulle orme del grande condottiero cartaginese, per spostarsi infine nuovamente fuori dell’Italia con Trans-Europa Express, un itinerario che segue il vecchio confine della cortina di ferro dal circolo polare sino all’Adriatico. (In questo è stato preceduto però da Wilhelm Buescher, che in Germania, un viaggio percorre uno stralunato itinerario invernale seguendo l’ormai scomparsa linea di demarcazione tra est ed ovest).

Una traversata latitudinale completa della penisola è raccontata anche da Enrico Brizzi, sia pure con qualche eccessiva concessione al romanzesco, ne Gli Psicoatleti. Brizzi viaggia rigorosamente a piedi, e percorre preferibilmente i vecchi itinerari del pellegrinaggio, quelli per intenderci della via francigena o del Camino di Santiago di Compostela. Non so se ne abbia tratto ispirazione, ma ha dei precedenti illustri: nel 1801 lo scrittore tedesco J. G. Seume (altro bel personaggio: arruolato a forza nelle truppe vendute dal sovrano dell’Hannover agli inglesi per combattere in America, poi disertore, quindi ufficiale nelle truppe russe impegnate in Polonia, curatore di edizioni di classici, libero pensatore), si è fatto a piedi tutta la penisola, diretto a Siracusa, e lo ha poi raccontato in un gustosissimo L’Italia a piedi, ormai quasi introvabile ma che ho fortunosamente rimediato in un’asta mediatica.

Rimanendo nel campo dei camminatori, una scoperta sensazionale è stata quella di Patrick Leight Fermor, scomparso recentemente in tardissima età e protagonista di vicende degne di un Tonti. Nel corso del secondo conflitto mondiale Fermor venne impiegato dagli inglesi, per le sue conoscenze linguistiche e culturali della Grecia, come agente di collegamento con i partigiani ellenici che operavano a Creta. Bene, in quella veste organizzò e condusse a termine personalmente il rapimento del comandante delle truppe tedesche che occupavano l’isola, portandoselo a spasso per settimane in barba a tutti i rastrellamenti. Ma di possedere la stoffa Fermor lo aveva dimostrato già diverso tempo prima, a diciotto anni, quando intraprese da solo un lunghissimo viaggio a piedi che lo portò dall’Inghilterra a Costantinopoli, lungo la linea del Reno prima e del Danubio poi, attraverso un’Europa che stava appena entrando negli anni oscuri del nazismo. Di questo passaggio e del clima nel quale si stava svolgendo Fermor è un testimone anomalo e interessantissimo in Tempo di regali, dove raccoglie le ultime vestigia di un mondo, soprattutto quello asburgico, che stava ormai rapidamente scomparendo, e avverte tutte le inquietudini e le ombre di ciò che stava arrivando.

Altro formidabile camminatore, questo, come Rumiz, più o meno mio coetaneo, è Bernard Ollivier, un giornalista francese che al momento di andare in pensione si imbarca in un’impresa titanica, la traversata dal Mediterraneo alle porte della Cina attraverso l’Anatolia e il Medio Oriente, in pratica una variante dell’antica via della seta, resa ancor più ardua di quanto non fosse secoli fa dalla situazione politica interna ai diversi paesi. Il percorso è raccontato in una trilogia che comprende La lunga marcia, Il vento delle steppe e Verso Samarcanda.

Stavo però parlando della diffusione della letteratura di viaggio anche in Italia. È indubbia, i viaggiatori-narratori pullulano e le collane nelle quali possono trovare spazio si moltiplicano. Allo stesso tempo è in atto anche una riscoperta e ripubblicazione delle opere del passato che consente di avvicinare cose ormai scomparse addirittura dalla memoria (un caso emblematico è proprio quello di Lodovico di Varthema). A questa rinascita di interesse, a livello storico oltre che di pura evasione, ha dato un fortissimo contributo l’insieme dell’opera di Attilio Brilli, che per certi aspetti può essere considerato l’equivalente italiano di J. Leed, e per altri lo ha sicuramente sopravanzato. Brilli sta sfornando uno dietro l’altro studi avvincenti e documentatissimi sulla storia del viaggio, partendo da quello in Italia, dal Gran Tour sette-ottocentesco (Il viaggio in Italia, Quando viaggiare era un’arte, Un paese di romantici briganti, Il viaggiatore raffinato), per spaziare poi su tutto il globo con Il viaggio in Oriente, Mercanti e avventurieri, Dove finiscono le mappe.

È il segno di un passaggio di interesse, di una raggiunta maturità anche nei confronti di una pratica, quella del viaggio, che dagli italiani è stata sempre considerata piuttosto una costrizione che una scelta. Ma è anche, come tutte le forme di bilancio che si possono fare sulle varie attività umane, il segno di un suggello finale, la manifestazione della coscienza che un’epoca, e un modo di interpretarla, è ormai finita. E che può essere rivissuta, e rimpianta, solo attraverso le tracce lasciate sulla carta.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

I mal di pancia della letteratura

di Paolo Repetto, 2013

Carissimo Giovanni,
scusami per non averti risposto subito, ma sono giorni infami (non devo dirlo a te!).

Ho letto la tua tesina. Spero che la destinazione non sia solo quella della Maturità, perché in tal caso avresti sprecato il tuo tempo. Conoscendo i meccanismi, andrà di lusso se qualcuno la leggerà. Ci sono invece tutti i presupposti per svilupparla poi, per una destinazione più nobile. È un bel lavoro, meriterebbe da solo un colloquio di due ore. Nel corso del quale, fossi io il commissario esaminatore, ti opporrei alcune osservazioni spicciole (e magari lo faremo, con calma, all’ombra, quest’estate a Lerma). Te le anticipo:

  1. L’artista e la malattia – Non sono mica così sicuro che l’artista si trovi a disagio nella società borghese. Non gli piace, la snobba, la deride e la patisce, ma in ultima analisi ci sguazza. Può permettersi di fare lo schizzinoso perché viene blandito e coccolato in tutte le maniere, anche se poi qualcuno muore di fame (ma i Modigliani si contano sulle dita): ha bisogno della borghesia, nel mondo moderno, come aveva bisogno della nobiltà e della chiesa in quello medioevale, dell’impero in quello latino, di Pericle in quello greco. L’artista non è mai un oppositore, è sempre legato a doppio filo col potere, non può prescinderne: può permettersi di sbeffeggiarne le forme più vistosamente depravate, magari anche giocandosi la pelle, ma non ne mette mai in forse la sostanza. E ci mancherebbe, dal momento che vive in simbiosi. Guarda che non esistono artisti che lavorino o che creino per il “popolo”: non gliene può fregare di meno, a loro, e tanto più al popolo.
  2. Questo significa che il tormento, la ribellione, la malattia dell’artista sono solo una palla? Si e no. Si per le ragioni che ho esposto prima, no perché comunque l’artista (quello vero, non quello che presume di esserlo, o è incoronato tale da chi ha interesse a farlo, la critica in primis) è colui che ci fa fare un viaggio sottopelle, lungo le vene e le arterie della società, a scoprire pruriti e tumescenze che magari né lo sguardo epidermico, da dermatologo, né le radiografie socio-economiche possono rilevare. L’artista è quindi, anziché un malato, un esperto del sottopelle, e come ogni buon diagnostico ci azzecca tanto più quanto meno si fa coinvolgere (e in questo concordo pienamente con la tua analisi). Il che non significa che viva su di sé tutti quei sintomi.
  3. Mann parlava a ragion veduta: conosceva bene se stesso. Dal punto di vista “umano” era una persona pessima, e lo si capisce benissimo anche leggendo cose come “La montagna incantata”. Ciò non toglie che fosse un grande scrittore, anzi, forse spiega perché lo era: e infatti, teorizza appunto questa distanza, che in un contesto diverso chiameremmo stronzaggine.
    La malattia vera, quella ad esempio di Leopardi, non è mai giocata in chiave “antiborghese”: chi è malato non prova alcun orgoglio di esserlo, non ne fa un merito distintivo, piuttosto ci si arrabbia.
  4. In sostanza, io considero questo della malattia un vezzo. Non molto diverso peraltro da quello tutto femminile di metà ottocento, quando l’essere malaticcia era quasi un obbligo, dettato dalla moda. Prenderei tutte questa grida di dolore, o meglio ancora questi gemiti e singhiozzi, con molto beneficio d’inventario. Star male, dichiararsi inetto, chiamarsi fuori, marcare visita, sono tutti modi per non assumersi responsabilità. Smaschero il marciume l’inconsistenza morale di una società, magari denunciandomi come complice, oppure ritraendomi schifato, e poi? Nell’uno e nell’altro caso sono giustificato ad assumere un atteggiamento “amorale”, che tradotto in polpettine significa a fare quel che cavolo voglio senza neppure la rottura del rimorso. Ti parrà sbrigativa, come analisi critica, ma avrai già capito che non ho molta simpatia per chi fa l’artista o l’intellettuale per mestiere: mi sembra che attività nobili come pensare, scrivere, dipingere o comporre non debbano essere contaminate dalla necessità di rispondere comunque ai desiderata di un’utenza, sia pure presa in giro o disprezzata.
  5. Svevo e l’”incoscienza” di Zeno. Da buon darwiniano Svevo ha capito che la vita non ha un senso, una direzione, un fine, e che quindi tutto questo sbattersi e questo agitarsi per ottenere qualcosa (successo, ricchezza, fama, donne, etc.) non solo non ha senso, ma è anche abbastanza ridicolo. E infatti il paradosso è che l’unico a rimanere in piedi è proprio Zeno, perché rende “adattiva” la sua presunta inettitudine: in pratica lascia lavorare il tempo, senza forzarlo “culturalmente”. Da buon ex-freudiano ha anche capito che non c’è mezzo di guarire, per il semplice motivo che non c’è la malattia, o quantomeno, che non è lui il malato. Guarda caso, Svevo è uno che ha fatto altro nella vita, s’è guadagnato la pagnotta lavorando: non sente il disagio dell’artista, sente molto semplicemente quel male di vivere che è comune a tutti, artisti e non, coloro che hanno il coraggio di guardare negli occhi la realtà e l’animo di viverla senza piangersi troppo addosso
  6. Un bel tipo. Quando Dio gli chiede di sacrificare Isacco, prende su senza farselo ripetere due volte. Solo dopo che il capo gli urla: “ma sei scemo? Prendi tutto sul serio?” capisce che deve cominciare a ragionare con la sua testa. Credo che qui la questione sia grossa: gli ebrei sono gli unici che si permettono di litigare con Dio, di rinfacciargli le sue ingiustizie, di mandarlo a quel paese. Ed ha avuto tutto inizio con Abramo. Si, è molto più grossa di quanto appaia, non è solo questione della “laicità” di Isacco, ma di tutto un sistema di rapporti con la divinità che, paradossalmente, esclude la trascendenza. Infatti, gli Ebrei sono quelli che il paradiso lo vogliono qui, sulla terra: come giustamente pensava Hitler, sono i padri di ogni comunismo. E tutto nasce da Abramo.

Ne riparliamo. Ciao, e in bocca al lupo.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨