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Ariette 2.0

di Maurizio Castellaro, 19 aprile 2021

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso».

Quei cretini di Dunning e Kruger

Ariette 2 01I Viandanti delle Nebbie sono da sempre consapevoli della prevalenza del cretino, tanto da auspicare emendanti spedizioni di massa alla chiesa francese che ospita il sarcofago di San Menulfo, antico miglioratore delle sinapsi di chiunque introduca il capo nel suo apposito orifizio (rimando all’articolo “Il decretinatore”). Dò il mio piccolo contributo al dibattito presentando l’“effetto Dunning e Kruger”, scoperto nel 1999. Dunning e Kruger sono due simpatici psicologi che hanno dimostrato scientificamente il motivo per cui individui incompetenti in un campo tendano a sopravvalutare le proprie abilità e a ritenersi dei veri esperti, mentre al contrario persone davvero competenti abbiano la tendenza a sottostimare le proprie reali capacità. Si tratta in realtà di una distorsione nell’autovalutazione, che a sua volta è connessa ad una incapacità metacognitiva di riconoscere i propri limiti ed errori in un determinato ambito. Il grafico che illustra questo effetto connette, in accordo con le intuizioni del vecchio Socrate, il rapporto che si instaura tra fiducia in sé stessi e reale competenza, ed è piuttosto istruttivo. La curva che si impenna a sinistra la conosciamo bene. È il crinale impervio sul quale giocoforza si piantano la maggior parte dei cretini presuntuosi ed incompetenti che vivono accanto a noi, ma molto spesso anche dentro di noi.

Due sentenze

Ariette 2 02In Kafka e in Svevo è presente una scena molto simile: due padri trattano con violenza il figlio un istante prima di morire. Ne “La condanna” di Kafka le ultime parole del padre al figlio sono: “Ti condanno ad essere affogato!”. Ne “La coscienza di Zeno”, con un ultimo sforzo papà Cosini schiaffeggia il figlio. È interessante osservare il modo diverso in cui questo estremo momento di violenta verità viene descritto dai due autori, perché questa differenza mi sembra rivelatrice di due sensibilità antitetiche, in eterna lotta tra loro. In Kafka il padre è “un gigante”, una “figura terribile” che condanna il figlio in modo ineluttabile. La sua sentenza, immotivata e assurda, trova infatti immediata attuazione, poiché il figlio si immola gettandosi nel fiume, gridando per l’ultima volta il suo amore verso i genitori. In Svevo lo schiaffo estremo del padre è invece attribuito da Zeno ad uno scherzo della forza di gravità piuttosto che a una chiara volontà (“alzò la mano alto alto, come se avesse saputo ch’egli non poteva comunicarle altra forza che quella del suo peso”). Zeno sopravvive alla sentenza del padre (nel suo diario ricorda l’evento assieme all’ennesima ultima sigaretta). Fa subito pace con il ricordo del genitore, si sposa, ha un amante, dei figli, diventa un ricco commerciante e infine il vecchio patriarca della famiglia. Sempre con l’eterna ultima sigaretta in bocca, sempre con la coscienza dell’incurabilità della sua malattia. Sempre con quello sguardo ironico su di sé e sul mondo che gli ha consentito di non prendere mai nulla troppo sul serio e di surfare sulle onde della vita anziché prenderle di petto (perché si rischiare di affogare). K. oppure Zeno, il sentimento tragico o quello ironico dell’esistenza? Ha ragione il vecchio Fichte: se si parla di filosofie la scelta dipende sempre dagli uomini e dalle donne che siamo.

Troppo zucchero fa male?

Ariette 2 03Un mio amico, musicista dilettante, superati i 60 anni si è licenziato, si è sposato con entusiasmo, e ora pubblica regolarmente su YouTube fragili e delicate canzoni d’amore di sua recente composizione. Anche Stefano Bollani, il pianista dio della musica, non nasconde alle telecamere la sua felicità personale mentre canta canzoni d’amore con la sua mogliettina, la quale ricambia adorante. In entrambi i casi non sono mancati da parte degli osservatori (virtuali e reali) dileggi e sarcasmi su quelle che a molti sono sembrate ostentazioni gratuite (forse strumentali?) di sentimenti personali che è buon gusto lasciare confinati alla sfera del privato. E se invece si trattasse di casi autentici di amori felici? Ne parla la Szymborska e quindi non servono altre parole: “Un amore felice. Ma è necessario? / Il tatto e la ragione impongono di tacerne / come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita./ Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto. / Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra, / capita, in fondo, di rado. / Chi non conosce l’amore felice / dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice. / Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

I mal di pancia della letteratura

di Paolo Repetto, 2013

Carissimo Giovanni,
scusami per non averti risposto subito, ma sono giorni infami (non devo dirlo a te!).

Ho letto la tua tesina. Spero che la destinazione non sia solo quella della Maturità, perché in tal caso avresti sprecato il tuo tempo. Conoscendo i meccanismi, andrà di lusso se qualcuno la leggerà. Ci sono invece tutti i presupposti per svilupparla poi, per una destinazione più nobile. È un bel lavoro, meriterebbe da solo un colloquio di due ore. Nel corso del quale, fossi io il commissario esaminatore, ti opporrei alcune osservazioni spicciole (e magari lo faremo, con calma, all’ombra, quest’estate a Lerma). Te le anticipo:

  1. L’artista e la malattia – Non sono mica così sicuro che l’artista si trovi a disagio nella società borghese. Non gli piace, la snobba, la deride e la patisce, ma in ultima analisi ci sguazza. Può permettersi di fare lo schizzinoso perché viene blandito e coccolato in tutte le maniere, anche se poi qualcuno muore di fame (ma i Modigliani si contano sulle dita): ha bisogno della borghesia, nel mondo moderno, come aveva bisogno della nobiltà e della chiesa in quello medioevale, dell’impero in quello latino, di Pericle in quello greco. L’artista non è mai un oppositore, è sempre legato a doppio filo col potere, non può prescinderne: può permettersi di sbeffeggiarne le forme più vistosamente depravate, magari anche giocandosi la pelle, ma non ne mette mai in forse la sostanza. E ci mancherebbe, dal momento che vive in simbiosi. Guarda che non esistono artisti che lavorino o che creino per il “popolo”: non gliene può fregare di meno, a loro, e tanto più al popolo.
  2. Questo significa che il tormento, la ribellione, la malattia dell’artista sono solo una palla? Si e no. Si per le ragioni che ho esposto prima, no perché comunque l’artista (quello vero, non quello che presume di esserlo, o è incoronato tale da chi ha interesse a farlo, la critica in primis) è colui che ci fa fare un viaggio sottopelle, lungo le vene e le arterie della società, a scoprire pruriti e tumescenze che magari né lo sguardo epidermico, da dermatologo, né le radiografie socio-economiche possono rilevare. L’artista è quindi, anziché un malato, un esperto del sottopelle, e come ogni buon diagnostico ci azzecca tanto più quanto meno si fa coinvolgere (e in questo concordo pienamente con la tua analisi). Il che non significa che viva su di sé tutti quei sintomi.
  3. Mann parlava a ragion veduta: conosceva bene se stesso. Dal punto di vista “umano” era una persona pessima, e lo si capisce benissimo anche leggendo cose come “La montagna incantata”. Ciò non toglie che fosse un grande scrittore, anzi, forse spiega perché lo era: e infatti, teorizza appunto questa distanza, che in un contesto diverso chiameremmo stronzaggine.
    La malattia vera, quella ad esempio di Leopardi, non è mai giocata in chiave “antiborghese”: chi è malato non prova alcun orgoglio di esserlo, non ne fa un merito distintivo, piuttosto ci si arrabbia.
  4. In sostanza, io considero questo della malattia un vezzo. Non molto diverso peraltro da quello tutto femminile di metà ottocento, quando l’essere malaticcia era quasi un obbligo, dettato dalla moda. Prenderei tutte questa grida di dolore, o meglio ancora questi gemiti e singhiozzi, con molto beneficio d’inventario. Star male, dichiararsi inetto, chiamarsi fuori, marcare visita, sono tutti modi per non assumersi responsabilità. Smaschero il marciume l’inconsistenza morale di una società, magari denunciandomi come complice, oppure ritraendomi schifato, e poi? Nell’uno e nell’altro caso sono giustificato ad assumere un atteggiamento “amorale”, che tradotto in polpettine significa a fare quel che cavolo voglio senza neppure la rottura del rimorso. Ti parrà sbrigativa, come analisi critica, ma avrai già capito che non ho molta simpatia per chi fa l’artista o l’intellettuale per mestiere: mi sembra che attività nobili come pensare, scrivere, dipingere o comporre non debbano essere contaminate dalla necessità di rispondere comunque ai desiderata di un’utenza, sia pure presa in giro o disprezzata.
  5. Svevo e l’”incoscienza” di Zeno. Da buon darwiniano Svevo ha capito che la vita non ha un senso, una direzione, un fine, e che quindi tutto questo sbattersi e questo agitarsi per ottenere qualcosa (successo, ricchezza, fama, donne, etc.) non solo non ha senso, ma è anche abbastanza ridicolo. E infatti il paradosso è che l’unico a rimanere in piedi è proprio Zeno, perché rende “adattiva” la sua presunta inettitudine: in pratica lascia lavorare il tempo, senza forzarlo “culturalmente”. Da buon ex-freudiano ha anche capito che non c’è mezzo di guarire, per il semplice motivo che non c’è la malattia, o quantomeno, che non è lui il malato. Guarda caso, Svevo è uno che ha fatto altro nella vita, s’è guadagnato la pagnotta lavorando: non sente il disagio dell’artista, sente molto semplicemente quel male di vivere che è comune a tutti, artisti e non, coloro che hanno il coraggio di guardare negli occhi la realtà e l’animo di viverla senza piangersi troppo addosso
  6. Un bel tipo. Quando Dio gli chiede di sacrificare Isacco, prende su senza farselo ripetere due volte. Solo dopo che il capo gli urla: “ma sei scemo? Prendi tutto sul serio?” capisce che deve cominciare a ragionare con la sua testa. Credo che qui la questione sia grossa: gli ebrei sono gli unici che si permettono di litigare con Dio, di rinfacciargli le sue ingiustizie, di mandarlo a quel paese. Ed ha avuto tutto inizio con Abramo. Si, è molto più grossa di quanto appaia, non è solo questione della “laicità” di Isacco, ma di tutto un sistema di rapporti con la divinità che, paradossalmente, esclude la trascendenza. Infatti, gli Ebrei sono quelli che il paradiso lo vogliono qui, sulla terra: come giustamente pensava Hitler, sono i padri di ogni comunismo. E tutto nasce da Abramo.

Ne riparliamo. Ciao, e in bocca al lupo.