Ma che razza (…)

di Paolo Repetto, 2013

Salto su tossendo, gli occhi pieni di lacrime. Sono le nove del mattino, sto sdraiato sul greto del Piota e a pochi passi di distanza qualcuno ha cominciato ad arrostire delle salsicce. La brezza diffonde per un raggio di venti metri il fumo della carbonella, aromatizzato al rosmarino. Sono già abbastanza stagionato, non voglio farmi anche affumicare.

Chi va al fiume di primo mattino in genere ha poca simpatia per i suffumigi. Se ha scelto quell’ora è perché preferisce un bagno nell’acqua fresca e pulita a quello nella folla, vuol fare quattro bracciate evitando collisioni con nugoli di bambini e amerebbe rosolarsi per un’oretta non allo spiedo ma ai primi raggi solari, cullato dai suoni del vento o della corrente. Soprattutto, non ha intenzione di essere spettatore delle attività culinarie che si sviluppano da quando il sole è allo zenit sino a tarda sera. Le salsicce alle nove antimeridiane sono un ulteriore passo sulla strada del degrado; per cui, appena ho finito di stropicciarmi gli occhi, comincio inveire: “Ma che cavolo fai?” Il rosticciere ha tratti marcatamente andini. Mi guarda seccato, si rivolge in uno spagnolo gutturale ad un gruppetto che ha già imbandito tavola sotto gli alberi, poi risponde che non pensava di dare tutto questo fastidio. Accenna comunque a spostarsi un passo più in là. Mi butto in acqua, nella vana speranza di togliermi di dosso gli aromi, faccio su l’asciugamano impregnato e prendo, ancora umido, la via di casa. E mi ripeto: “Ma che razza …”.

Murray Bookchin, un anarchico americano, a un giornalista che in occasione del suo ottantesimo compleanno gli chiedeva se l’invecchiare comportasse anche qualche vantaggio rispose: “Certamente! Divento ogni anno più arrabbiato e intollerante”. Non potevo non fare mia questa risposta, e pertanto la uso per introdurre la conversazione: vorrei però combinarla con il luogo comune secondo il quale si nasce incendiari e si finisce pompieri, che apparentemente la contraddice, per provare a chiarire come stanno realmente le cose. Nel mio caso il superamento della contraddizione è facilitato dal fatto che per certi versi sto diventando letteralmente un pompiere: un pompiere molto arrabbiato e pochissimo tollerante.

Accade ormai quotidianamente, nella stagione estiva, di condividere le piccole spiagge del Piota con tribù di ominidi che hanno riscoperto il fuoco e improvvisano sotto il sole rovente falò scoppiettanti e fumose grigliate. Arrivano carichi come muli di vettovaglie e casse di birra, disboscano il greto, mostrando preferenza per gli arbusti più verdi e potenzialmente fumogeni, impiantano vere e proprie iurte o creano ricoveri antisole di fortuna per la nutritissima progenie, si ingegnano a rompere la monotonia del silenzio con micidiali impianti di diffusione musicale, tarando il volume in modo da non discriminare nessuno: insomma, una ventata di vita e di allegria. Non è vero, come afferma qualcuno, che sia sempre stato così: per dimensioni e per qualità questo è un fenomeno degli ultimi dieci-quindici anni. Nel secolo scorso le grigliate erano rigorosamente notturne e molto sporadiche, puri pretesti per trascinare al fiume le ragazze e sperare nell’atmosfera. Oggi invece non c’è giardino o terrazzo sprovvisto di zona di cottura, il rituale della brace domenicale ha sostituito quello dell’ostia e la casistica delle liti condominiali si è arricchita di nuovi pretesti. Si tratta quindi di un malcostume diffuso, che come tutto ciò che è negativo e fastidioso ha attecchito rapidamente e riscuote un consenso unanime. O quasi.

Senz’altro non ha riscosso il mio. La mia vocazione pompieristica si risveglia ad ogni minimo segnale di fumo. Ma sono reazioni ormai di pura rabbia, piuttosto che di resistenza, perché la causa è completamente persa: anzi, ad evitare che la cosa trascenda mi sono quasi rassegnato a perdere quel fiume lungo il quale ho vissuto i momenti più belli della mia vita.

Ora, come dicevo, il fenomeno è trasversale. Ho già litigato con italiani di varie età e di diverse appartenenze sociali e provenienze regionali, ma ultimamente gli interlocutori più ostinati sono diventati le ampie famiglie sudamericane, soprattutto equadoregne o peruviane, che transumano nel week end sulle sponde del Piota, con una forte tendenza a marcare il territorio e ad accampare diritti di usucapione. É una nemesi storica, mi si dice: fanno esattamente quello che cinque secoli fa hanno fatto, e in maniera molto meno soft, gli europei a casa loro. Infatti, e tra l’altro è una storia che conosco bene. Ma non credo che l’argomento possa essere usato per liquidare tranquillamente un problema che andrebbe invece affrontato da un punto di vista meno ipocrita e superficiale. Ciò che, appunto, mi propongo di fare stasera. Prendendola, come al solito, piuttosto alla larga.

I termini che designano fenomeni o atteggiamenti culturali, sistemi di idee, dottrine religiose, politiche, economiche, sociali – quelli insomma caratterizzati dai suffissi “ismo” o “esimo” – nascono con un difetto congenito. Sono troppo duttili, definiscono campi estremamente vasti e vaghi e si prestano ad essere manipolati e piegati sino a significare le cose più diverse, a seconda dell’interpretazione o dell’intenzione di chi li usa: e non parlo solo di sfumature, perché a volte i significati e le valenze che assumono col tempo sono addirittura antitetici rispetto a quelli originari. Pensiamo all’uso che è stato fatto di etichette come fascismo e comunismo, ma anche liberalismo, o cristianesimo, oppure illuminismo o romanticismo.

Uno tra i più abusati è senza dubbio il termine “razzismo”, soprattutto nella forma predicativa di “razzista”. Oggi si tira in ballo il razzismo in merito a qualsiasi atteggiamento che sottolinei l’esistenza di differenze tra gruppi umani, in una gradazione che va dal distinguo al rifiuto: si parla di un razzismo di genere (contro le donne), di razzismo nei confronti di particolari orientamenti sessuali (contro gli omosessuali), oltre naturalmente a quelli connessi alle differenze morfologiche, sociali, culturali e religiose.

In verità ci sarebbero molti sinonimi ben più precisi da utilizzare: etnocentrismo, xenofobia, maschilismo, omofobia, ecc. Ma il termine razzismo e i suoi derivati, quando vengono sguainati come armi da dibattito, hanno indubbiamente un altro peso: non lasciano via di fuga, sferrano il colpo del kappaò. Col risultato, però, che usandoli ad ogni piè sospinto, soprattutto brandendoli come corpi contundenti per atterrare l’interlocutore, si è finito col togliere al fenomeno che dovrebbero stigmatizzare una reale visibilità, anziché porre su di esso l’attenzione e l’accento. Non solo: usati a sproposito rendono impossibile in partenza ogni confronto serio che prescinda dalle ipocrisie del politicamente corretto.

Andiamo con ordine. In un uso “tecnicamente” appropriato il “razzismo” designa quelle dottrine o quelle posizioni culturali che predicano l’esistenza nell’ambito della specie umana di razze distinte, caratterizzate da fondamentali differenze biologiche, (a prescindere dal fatto che si reputi la separazione come originaria – teoria poligenetica – o come esito evolutivo – teoria monogenetica), e ritengono che tali differenze costituiscano i fattori essenziali di uno sviluppo storico non omogeneo. Questo atteggiamento porta ad affermare il diritto delle “razze superiori” a dominare sulle altre, e si traduce in comportamenti pratici che vanno dall’intolleranza all’apartheid, sino allo schiavismo o addirittura allo sterminio.

È una disposizione nata in un periodo ben definito, tra il Cinquecento e il Settecento, nell’età delle scoperte e dell’incontro con popoli nuovi – anche se, forzando un po’, si potrebbero trovare antecedenti parecchio addietro. Si è poi tradotta in dottrina antropologica nel corso dell’ottocento, quando una specifica contingenza storica (la conquista coloniale e l’imperialismo) ha richiesto di giustificare il dominio di taluni popoli su altri e la trasformazione dei criteri e dei parametri della conoscenza biologica (tassonomia linneana, evoluzionismo) è parsa supportare questa pretesa. Oggi però quelle condizioni sono venute meno: la scienza, e proprio quella darwiniana, ha fornito le prove della comune origine delle specie e della sua unicità, e la fase colonialistica, almeno nel suo aspetto più esplicito, si è chiusa da tempo. Si potrebbe quindi pensare che il razzismo non abbia più ragion d’essere: invece persiste, anche se la sua funzione “aggressiva” si è mutata in reazione “difensiva”. Se prima era finalizzato a giustificare il dominio, oggi è mirato a giustificare il respingimento e il rifiuto.

Ciò per chiarire che il razzismo esiste, ed è ben radicato. Un sacco di gente (in Italia, più di metà della popolazione) è ancora convinta, a dispetto di tutte le prove fornite dalla genetica delle popolazioni, che esistano differenze “biologiche” tra le varie etnie, e soprattutto che in ragione di queste differenze non sia possibile uno scambio, e che se pure lo fosse non sarebbe vantaggioso per nessuno.

Ma c’è anche un’altra cosa che voglio chiarire, prima di procedere: e cioè, che tutto questo non mi riguarda. Può apparire una precisazione inutile, se non addirittura fastidiosamente ambigua (del tipo: io non sono razzista, ma …): io invece la ritengo importante, perché i temi che tratto sono delicati e si prestano facilmente, come vorrei dimostrare, al gioco della semplificazione. Sostengo infatti che il fastidio per la diversità dei comportamenti non è razzismo, e che chi stigmatizza ideologicamente come razzista ogni posizione poco ecumenica ha senz’altro pregiudizi più radicati di quelli che posso avere io.

L’individuo e il gruppo – Per quanto mi concerne, infatti, sono un umanista convertito alla scienza – solo a livello di interesse, naturalmente. Non ho abiurato alcunché: semplicemente, considero più che mai “umanistiche” tutte le scienze. Ho quindi ben chiaro come stanno le cose in fatto di razze e affini, e non mi perito nemmeno di cautelarmi con un “allo stato attuale delle conoscenze”. Non esiste alcuna differenza biologica, ed ogni nuova scoperta ci rivela che gli umani sono molto più consanguinei di quanto possano o vogliano immaginare. Una volta asserito questo, però, il gioco si rovescia. Io so per certo che tutti gli uomini hanno una comune origine, tra l’altro neppur troppo remota, e penso che in linea di principio debbano poter godere tutti degli stessi diritti: ma non penso affatto che siano tutti “uguali”. E aggiungerei che per fortuna non è così, altrimenti sai che noia!

Ogni uomo, come del resto ogni altro animale, nasce con una diversa attitudine caratteriale. Sta nel suo DNA, né più né meno come i tratti morfologici, il colore dei capelli e degli occhi, oppure l’altezza, o la forma del naso o delle orecchie. Semplificando al massimo direi che la differenza fondamentale che marca i diversi caratteri tra gli uomini, quella che ciascuno può verificare nella quotidianità dei suoi rapporti, è tra una attitudine più egoista ed una più altruista. Insomma, si nasce già disposti in un certo modo, con una quota di “determinazione genetica” che non ci programma in toto ma senz’altro ci dà l’impronta – checché ne pensino i sostenitori della prevalenza del condizionamento ambientale. Questa impronta va poi, certo, a combinarsi con le particolari appartenenze ambientali, storiche e culturali, e la combinazione dei diversi fattori porta a estremizzare o a sfumare i caratteri congeniti, definendo i differenti atteggiamenti che possono essere assunti nei confronti dell’esistenza in genere, quindi nei rapporti con l’ambiente e con gli altri. In un’ottica prettamente naturalistica, tale varietà costituisce la ricchezza e il fondamento di ogni percorso evolutivo; ed essendo nella specie umana eccezionalmente accentuata, ha addirittura stravolto la regole del percorso stesso.

Il non essere tutti uguali, tuttavia, se da un lato è una ricchezza, non manca di costituire anche un problema. Gli umani, a differenza questa volta degli altri animali, non sono infatti soggetti alla sola legge naturale – quella, per intenderci, che si applica tanto a livelli di specie quanto a quelli di gruppo e che fa si che in ciascun ambito siano gli individui o i gruppi dotati di maggiore fitness adattiva a prevalere. Magari questa legge vigeva ancora nella competizione tra le varie specie di ominidi, sino a quando il sapiens ha prevalso nel corso di centinaia di migliaia di anni su tutte le altre, ma poi le cose sono cambiate. O forse sono cambiate ancor prima, e proprio per questo il sapiens l’ha spuntata: perché ad un certo punto è intervenuta la coscienza.

Un conto è infatti convivere all’interno di un gruppo nel quale la legge è quella del più forte, il ruolo e il comportamento sono dettati dall’egoismo riproduttivo e la percezione degli altri avviene secondo una semplice logica binaria, rivale o alleato: un altro conto è raggrupparsi in tribù e convivere nella differenza, quando di questa differenza si ha una effettiva consapevolezza. La consapevolezza è quella che mette in conto anche le intenzioni remote dell’altro – potenziale rivale o potenziale alleato – e le combinazioni che ne possono sortire, e nel farlo approda al riconoscimento, in positivo o in negativo che sia, all’altro da sé di una “individualità”, ovvero della capacità di operare delle scelte, di sottrarsi all’istinto. Hobbes insegna che non potendo vivere gli uomini nel perenne timore di reciproche insidie finiscono per venire a patti. Magari non si fidano totalmente, e infatti affidano il ruolo di garante dei patti e il monopolio della violenza ad un leviatano, ma hanno fatto un passo verso il reciproco riconoscimento. In sostanza adottano una piattaforma minima comune di comportamento, per la quale ognuno deve rispettare il limite posto alla propria libertà da quella altrui (Hobbes non dice proprio così, ma i suoi epigoni settecenteschi poi arrivano a questo). Chi conosce un po’ la storia conosce tutti i passaggi successivi, che io invece salto per arrivare alla conclusione.

Cosa ci dice la storia? Che i sistemi di relazione, gli equilibri di convivenza sono diventati sempre più complessi e delicati mano a mano che questa convivenza si è estesa a gruppi più ampi. Numeri e spazi maggiori significano mettere assieme differenze anche minime nelle abitudini e nei comportamenti, nei linguaggi e addirittura nella morfologia, che sommate o moltiplicate diventano significative. Inoltre, l’inclusione di nuovi gruppi in genere fa uscire dal regime della cooperazione e fa entrare in quello della competizione (in un primo momento solo economica, ma subito dopo politica, ecc …).

Detto in breve, nella misura in cui la società, quindi il sistema di rapporti consueti, si allarga e si complica, diventa necessario creare schemi di appartenenza e di convivenza più neutri e generici. Ora, quando questo avviene in tempi lunghi l’adeguamento è quasi inavvertito, ogni gruppo ha il tempo di accogliere e digerire le novità e le stranezze del comportamento altrui. Il problema si pone invece quando i tempi sono rapidi e l’impatto è forte. Allora scatta un meccanismo di difesa contro l’intrusione che ripete quello biologico degli anticorpi nei confronti di un’aggressione virale. Sono barricate e resistenze, e di solito si producono più anticorpi di quelli che sarebbero necessari, e questi continuano a girare di ronda anche quando il pericolo è passato, o l’organismo ha trovato un nuovo equilibrio, magari anche di parziale convivenza.

Questo c’entra niente col razzismo scientifico di cui sopra, che è nato in funzione strumentale al colonialismo. Ma c’entra invece col razzismo “difensivo”, che si è diffuso a partire dalla metà del XIX secolo in America e da quella del secolo scorso negli ex paesi coloniali europei (Francia, Inghilterra, Olanda) e nell’ultimo quarto di secolo anche in Italia. È un moto di difesa quasi automatico (che poi sia stato strumentalizzato politicamente è un altro discorso). Significa che è giustificato? No, certamente. Ma è spiegabile, anche senza ricorrere a teorie ed analisi troppo complicate.

Il gruppo e gli altri – L’uomo è etnocentrico per natura. Lo sono anche gli altri animali, che difficilmente accolgono nel branco chi arriva da un gruppo diverso. Di suo l’uomo ci aggiunge il fatto di negare lo status di “compiutamente umano” ai suoi simili non appartenenti al suo stesso gruppo, etnico o sociale. Tutti i popoli primitivi designano se stessi come “gli uomini” per eccellenza. Lo fanno gli Innuhit come i Bantu, gli aborigeni americani come gli indigeni delle Andamane e quelli della Terra del Fuoco. Ma lo facevano anche gli indiani e i persiani, che definivano se stessi “arii”, uomini, appunto. Un qualche dubbio sulla compiuta umanità altrui lo avevano persino i miei compaesani lermesi nei confronti dei loro vicini più prossimi, i mornesini (ma la globalizzazione ha cancellato anche questo borgo-centrismo). Ciò che è diverso intriga e affascina fino a che è lontano, ma fa paura e infastidisce quando ci devi convivere. Ora, questo comportamento non è un portato “culturale”. C’è sotto una base naturale, o quanto meno una predisposizione ad acquisire già nei primissimi mesi di vita dimestichezza e preferenza per particolari suoni, intonazioni e sensazioni olfattive, e subito dopo per determinate tipologie morfologiche. Insomma, se si è “razzisti” per scelta ideologica, si è etnocentrici per natura e per nascita.

Tuttavia, quando dicevo che il gioco si rovescia non mi riferivo nemmeno a questo, ma a qualcosa che inizialmente col razzismo non ha proprio nulla a che fare, e nemmeno con l’etnocentrismo, e che può coinvolgere anche chi come me ha chiara l’inconsistenza di ogni suo fondamento scientifico. Sto parlando di un fastidio, di una insofferenza che in prima battuta riguarda i comportamenti, e non le etnie, e quindi parte da quelli che sono più prossimi, e non fa distinzioni di razze, di pelle, di lingua. Il falò sulla spiaggia alle nove del mattino mi infastidirebbe anche se lo accendessero mio figlio o mio fratello, probabilmente ancor più che se attizzato da un fuochista andino (e questa semmai potrebbe essere intesa come una sottile forma di razzismo: perché implica che da quest’ultimo posso anche aspettarmelo, da loro due no). Esiste – e non credo solo per me – una soglia minima di tolleranza e di accettazione dei comportamenti altrui, che non è dettata dal carattere o dalle idiosincrasie dei singoli, ma è naturalmente postulata dalle esigenze di sopravvivenza e culturalmente imposta dalla necessità di convivere in spazi sempre più ristretti e in sistemi di interrelazione sempre più complessi.

C’è dunque una piattaforma, che non è una struttura rigida, ma un coacervo di regole, di convenzioni, di abitudini in continua evoluzione e trasformazione, e comprende tutti i possibili atteggiamenti economici, sociali, religiosi, politici, maturati storicamente in un determinato ambiente: nella sua accezione più larga prende appunto il nome generico di “cultura”. Le trasformazioni di una cultura riguardano però in genere solo la parte emersa, mentre la struttura affonda i suoi plinti nel tempo.

Questa piattaforma come abbiamo visto è necessaria, se vogliamo che la convivenza sia possibile. Se poi il confronto si allarga e la convivenza deve essere realizzata tra culture che si sono evolute secondo ritmi diversi in ambienti differenti, allora il problema si complica, perché in questo caso ad essere messi in discussione sono anche i plinti. E qui la faccenda si fa delicata, perché mette in contrapposizione un diritto (o un decorso) naturale ed una resistenza culturale.

Il diritto naturale, e si torna daccapo, è semplicemente quello del più forte. Ad ogni livello del vivente la forza è costituita, in ultimissima analisi, dall’efficienza riproduttiva. Magari per quanto concerne l’umanità oggi non è proprio così, per motivi di carattere culturale; ma dato che sul lunghissimo termine è la natura a imporre le sue leggi, il problema parrebbe già liquidato alla radice. Infatti sappiamo che quella che un tempo era chiamata “cultura occidentale”, o meglio ciò che oggi ne rimane, andrà soggetta a mille ibridazioni, sino a dissolversi o a diventare altro. È naturale che avvenga. Ma ciò non significa che debba necessariamente piacerci: anche morire è naturale, ma mi sembra che tutti, compresi gli animali, cerchino di rimandare il più possibile la dipartita.

Lasciamo quindi perdere il diritto naturale, e concentriamoci su quello “positivo”. Lo farò dandone una interpretazione da bar, ma è proprio questo che voglio; voglio parlare di ciò che viene realmente percepito nella coscienza diffusa, al di là delle disquisizioni in punta di filosofia. Vado quindi per esempi.

In questi giorni si parla molto di jus soli: chi nasce in un determinato luogo, da una famiglia che risiede in quel luogo, ha diritto ad esserne automaticamente cittadino. È un tema che ci tocca da vicino, riguarda gli immigrati di seconda generazione, e messa così la questione sembra molto semplice. Non si capisce perché il diritto dovrebbe essere riservato a particolari etnie o ascendenze. Ma la cosa si complica quando il nuovo venuto è portatore di comportamenti che turbano gli equilibri dell’ecosistema culturale. Non mi sto riferendo a quelli apertamente delinquenziali, che violano le leggi e rispetto ai quali esiste una tradizione repressiva che prescinde da razze o etnie o discriminazioni; mi riferisco invece a comportamenti che entrano in contrasto con la consuetudine locale, a sua volta frutto di aggiustamenti e accomodamenti intervenuti nei secoli, costantemente aggiornata ed aperta rispetto alle novità, ma fondamentalmente ancorata ad alcuni principi (magari anch’essi frutto di evoluzione). Questa consuetudine ha radici molteplici, nella religione, nel tipo di economia, nelle caratteristiche dei luoghi o negli ordinamenti familiari o tribali: i principi sui quali si fonda sono fortemente connotati, e in alcuni casi ferocemente applicati (vedi ad esempio in occidente il diritto alla proprietà). Spesso sono violati dagli stessi appartenenti alla comunità originaria, o vengono travisati, snaturati, ecc… Ma esistono.

Ora, lo ius soli per avere senso deve essere applicato nell’accezione corretta, che contempla un diritto “al” suolo ma anche un diritto “del” suolo. Esiste cioè un diritto di chi nasce in un certo territorio, ma esiste anche un diritto del territorio, della comunità presso la quale nasce, e questo implica reciprocità, ovvero dei doveri del primo verso la seconda. Il riconoscimento di questi doveri è implicito all’atto di nascita per qualsiasi appartenente ad una comunità, indipendentemente dall’atteggiamento che poi costui assumerà. Se riterrà di non uniformarsi lo farà in nome o di una scelta pratico-soggettiva, chiamiamola genericamente delinquenziale, che non mette in discussione le regole (anzi, trae vantaggio dalla loro esistenza e dal fatto che altri le seguano) ma semplicemente le infrange, o di una idealità a sfondo collettivo, che denuncia la parzialità o l’obsolescenza del sistema di norme vigenti, per sostituirlo con un altro. Di fatto, in entrambi i casi il riferimento rimangono comunque quelle regole.

Gli altri e noi – Le cose stanno in modo diverso per chi alla comunità accede dall’esterno, o le appartiene fisicamente, ma non culturalmente. In questo caso la tendenza è a negare semplicemente l’esistenza di tali regole, o a ignorarla. A trasferire con sé, a conservare o addirittura a ripescare (è il caso delle seconde generazioni di immigrati, davanti alla difficoltà di riconoscersi o di essere riconosciuti in un’identità nuova) una consuetudine che, per carità, è altrettanto antica e nobile e motivata di quella esistente nel luogo di approdo, ma appartiene ad un’altra storia e ad un altro ambiente. Qui scatta il problema, perché il buon senso e un certo atteggiamento maturato nei secoli nella cultura occidentale induce a dire che si devono conciliare le consuetudini, che si deve trovare una linea di compromesso, ma la realtà poi ci pone di fronte a situazioni nelle quali la conciliazione non è affatto possibile, e occorre operare una scelta.

Non voglio cacciarmi in disquisizioni di carattere ideologico o in analisi socio-politiche: ci porterebbero a chiederci per esempio quanto è possibile venire a patti con concezioni del mondo caratterizzate da un assoluto disprezzo per le ragioni e per la storia degli altri, o da un obbligo di proselitismo (è il caso dell’Islam, ad esempio, così come lo è stato per il cristianesimo): e fino a che punto ci si può spingere nella “trattativa” con chi non contempla alcuna ipotesi di reciprocità. So benissimo, come dicevo sopra, che gli occidentali si sono a loro volta comportati allo stesso modo nei confronti del resto del mondo, e che coloro che approdano nel nostro paese fuggono da storie di miseria, di violenza, di guerra, da situazioni nelle quali il sistema delle regole, quale esso fosse, è saltato da un pezzo. Tutti questi aspetti certamente vanno considerati, se si vuol capire cosa sta succedendo, così come vanno distinte le diverse attitudini concretamente manifestate dai vari gruppi etnici con i quali ci rapportiamo. Ma io sto parlando di qui e di ora: voglio semplicemente trasportare il problema sul piano di quotidiani rapporti che producono una conflittualità spicciola, legata a mille motivi di incomprensione che considerati singolarmente possono apparire banali, ma che assunti nel loro complesso danno origine al reciproco rifiuto.

Nel quotidiano noi rispettiamo delle convenzioni più o meno normate che non hanno a che fare con valori universali o con presunti diritti naturali. Sono tradizioni, abitudini, comportamenti dei quali spesso è difficile rintracciare l’origine o dare una spiegazione e che variano anche tra culture abbastanza simili. Ad esempio, da noi si guida sulla destra, in Inghilterra sulla sinistra. Non è una differenza da poco: potrebbe essere irrilevante per il traffico delle carovane nel bel mezzo del Sahara, ma nei nostri spazi ristretti impone di acquisire automatismi di percezione e di reazione opposti. Perché questa differenza? Non è che là il sole giri al contrario, è semplicemente che gli inglesi hanno deciso così (una spiegazione in questo caso ci sarebbe, ed è la risposta all’obbligo imposto nel 1794 dal governo rivoluzionario francese ai veicoli di marciare a destra, e quindi alla necessità di differenziarsi) e anche di fronte alla globalizzazione non hanno la minima intenzione di cambiare modello. Se vai in Inghilterra guidi sulla sinistra, e non ci sono eccezioni per credi religiosi o filosofie che impongano di tenere sempre la destra. Un comportamento diverso metterebbe a rischio l’incolumità fisica propria e altrui, e sarebbe soggetto a sanzioni penali. Per cui, obtorto collo o no, ci si adegua, e magari ci si accorge anche che non è affatto difficile. Ora, ai fini del mio ragionamento l’esempio potrebbe sembrare poco probante, perché quella della guida a sinistra è appunto una norma, e non solo un’abitudine: ma in effetti serve solo a dimostrare che si può fare, si possono assumere abitudini e consuetudini del luogo nel quale si soggiorna o ci si trasferisce, senza sentirsi affatto mortificati o conculcati nella propria libertà e nel proprio diritto alla tradizione.

Ci sono però anche altri tipi di incolumità a rischio. Se il mio vicino di casa è sintonizzato su fusi orari diversi o ha sviluppato potenti polmoni per comunicare da una valle andina all’altra o da un punto all’altro della savana, che risultano sovradimensionati quando la comunicazione intercorre alle tre di notte tra la cucina e il salotto o il cortile, ne va della mia incolumità mentale. Certo, questi comportamenti non appartengono solo agli immigrati. Sono diffusi anche tra gli italiani, che tra l’altro a loro volta, quando erano emigranti, erano considerati i caciaroni e i maleducati per eccellenza. Negli ultimi quindici o venti anni poi lo scarso o nullo rispetto della quiete altrui è diventato comune ad ogni fascia d’età, e non solo tra i giovani. Ma il nodo cui volevo arrivare sta proprio qui. Lo straniero che approda in Italia, comunque ci arrivi, mette inizialmente in conto in maniera più o meno confusa che dovrà modificare molte delle sue abitudini: salvo poi rendersi conto che da noi impera un lassismo assoluto, e che non è il caso di cambiare più di tanto, visto che primi ad interpretare lo jus loci in maniera unidirezionale sono in effetti proprio gli italiani. Ma mentre l’italiano che assume comportamenti fastidiosi viene classificato come un maleducato, lo straniero che fa le stesse cose è percepito prima di tutto come uno straniero. Il che da un lato ha una sua giustificazione, perché parte dal riconoscimento di una appartenenza ad una tradizione diversa, ma dall’altro è incredibilmente negativo, perché dà per scontato che l’appartenenza ad una tradizione diversa implichi maleducazione, e quindi impossibilità di integrazione, e quindi separazione. In altri termini, razzismo.

Non dimentichiamo che ciò che accade oggi con l’immigrazione extracomunitaria è già accaduto nel nostro paese mezzo secolo fa con l’immigrazione meridionale. E che a dispetto di generazioni di mescolanze matrimoniali il pregiudizio anti meridionalista in Italia esiste ancora, e la Lega sta lì a testimoniarlo (e sta anche a testimoniare che il pregiudizio trova terreno facile proprio là dove l’idea di civismo e di reciproco rispetto è del tutto assente).

È chiaro dunque che in un modello di accoglienza realistico, fondato sul buon senso e non sulle ideologie, di questa attitudine pregiudiziale bisogna tenere conto: così come del fatto che occorrono tempi lunghi perché ciò che di primo acchito appare “fuori norma” venga assimilato e rientri nella normalità. Non solo: anche quando certi comportamenti vengono ad un certo punto considerati normali, non significa che siano stati davvero accolti e digeriti. Talvolta significa invece che vengono “tollerati” per pura rassegnazione, col rischio che la riprovazione non espressa diventi internamente astio e accomuni in uno stereotipo negativo tutti gli appartenenti a particolari gruppi, facendo naufragare ogni ipotesi di integrazione.

La soluzione che si sta imponendo è proprio questa: dai quartieri dove si insediano comunità equadoregne, o arabe, o cinesi, gli italiani appena possibile se ne vanno. È un apartheid spontaneo, che coinvolge anche le seconde generazioni ed è tra l’altro fortemente voluto dagli stranieri stessi, che tendono a chiudersi in comunità chiuse, nelle quali riesce più facile il controllo, a fini religiosi o economici o semplicemente delinquenziali, di tutti gli individui. Tutto ciò accade in barba ad ogni sogno o progetto di società multiculturale, sogno dal quale si stanno risvegliando anche quelle nazioni che hanno una tradizione immigratoria ben più antica della nostra.

Paradossalmente, dunque, l’unico rimedio contro la crescita di un atteggiamento razzista è individuare quei pochi ed elementari principi che stanno alla base della convivenza, e tradurli in regole che la rendano praticabile. Si obietterà che di regole ce ne sono già sin troppe: appunto, sono troppe e si contraddicono l’una con l’altra, proprio perché c’è confusione e ambiguità nei principi. Il messaggio oggi conclamato, ribadito, politicamente corretto è quello dell’attenzione alle differenze. Un invito sacrosanto, di squisita natura evangelica, perché se non ci si conosce non ci si capisce, e difficilmente ci si viene incontro. Ma in attesa di future auspicabili condivisioni o ibridazioni o fratellanze varrebbe magari la pena di rafforzare l’attenzione per ciò che è da subito indispensabile, se non ad affratellare, quantomeno ad evitare spaccature insanabili. E per individuarlo non ci vuole molta fantasia: il principio basilare non può essere che quello di non invadenza. Potrebbe essere addirittura l’unico. Certo, è difficile definire un livello di non invadenza universalmente accettabile: se si rispettassero le idiosincrasie di tutti, per non invadere gli spazi altrui, per non disturbare, per non offendere, dovremmo rimanere praticamente immobili (ma anche questo riuscirebbe offensivo, per chi ama invece la partecipazione). Ma resta il fatto che un denominatore comune minimo, per poter procedere verso una soluzione, va individuato.

L’applicazione del principio dovrebbe essere sufficientemente elastica da consentire una interrelazione che non sia di puro “servizio”. Un esempio per tutti può essere quello dell’uso immediato e universale della seconda persona nei rapporti interpersonali da parte della maggioranza dei non comunitari. Nella sua banalità, e a dispetto del fatto che questo uso si stia diffondendo anche tra le giovani generazioni europee (tra l’altro, incentivato dalle “scuole” di strategia promozionale), costituisce ancora uno dei primi fattori di “irrigidimento” e di fastidio – o peggio, viene “benevolmente” accettato, proprio a testimoniare e marchiare la “differenza”. È poco probabile che qualcuno rifletta sulla difficoltà sia linguistica che psicologica e formale di tradurre nel nostro complesso sistema pronominale le scale di rapporti esistenti in altre culture. D’altro canto, queste scale si vanno modificando anche nella nostra, e col tempo si imporrà la soluzione più facile, quella di una semplificazione, senza danno per nessuno. Non si tratta allora di rispettare ogni zolla del prato altrui. È chiaro che in questo caso la piattaforma va decisamente rivista, se non costruita ex novo, e ciascuno deve essere disponibile a sacrificare un pezzettino della sua “identità culturale” senza recriminare sulla “maleducazione” altrui.

Non sempre però le cose sono così semplici. Esistono altri aspetti dell’interrelazione, apparentemente altrettanto banali, se non addirittura elementari, nei quali le resistenze sono giustificate e anzi doverose. Il meticciato culturale è una ricchezza, si dice: e non c’è dubbio che senza scambi, senza nuovi innesti, nessuna civiltà può crescere. Quindi ben venga. Ma sia appunto uno scambio, e si basi su regole ben precise: la prima, perché funzioni, è che nessuno ci perda. Ora, se chi mi arriva è portatore di una cultura che ha nella tradizione gastronomica il montone allo spiedo, nessun problema, a patto che lo spiedo non venga montato sul balcone che sta sotto il mio (o di chiunque altro). È una tradizione bellissima in una società pastorale, quando il fuoco sul quale cuoce il montone illumina la notte del deserto o delle savane: ma è un’invadenza intollerabile quando viene acceso nel giardino accanto, o sulle rive del fiume gremite di bagnanti, e il fumo appesta la tua aria e la tua casa. È anche vero che magari vieni invitato ad unirti alla compagnia, ma ciò non toglie che il comportamento in questione sia fastidioso.

Ripeto, sto parlando di comportamenti che possiamo definire assolutamente innocui, non di quelli desumibili dalle statistiche sulla criminalità. Questi ultimi sono paradossalmente meno significativi, almeno fino a quando a giustificarli permangono situazioni di precarietà e di emergenza. Quelli che inducono un sottile disagio, che si trasforma però poco alla volta, per un effetto di cumulo, in pregiudizio, sono in verità proprio i comportamenti minimi. Il vittimismo, l’invadenza, l’inosservanza delle regole, l’incuria nei confronti dei beni comuni e della proprietà altrui: sono queste le cose che vengono sofferte tutti i giorni da una larga maggioranza della popolazione, e non le rapine o gli stupri, che pure fanno la loro parte e magari vengono anche opportunamente strumentalizzati, ma per fortuna non costituiscono l’esperienza quotidiana dei più. Questi comportamenti, come si diceva, considerati anomali negli italiani, sono invece dati per scontati negli immigrati, e quindi ancor meno accettabili, perché sembrano non lasciar spazio a un “ravvedimento”. E ci portano poco alla volta persino ad identificare un certo tipo di abbigliamento, un certo modo di camminare e di parlare, con tutto ciò che non sopportiamo: ad aspettarci quei comportamenti, ma non per questo ad accettarli. A leggerli anzi come una conferma e una giustificazione di quanto pensiamo, e di cui in fondo un po’ ci vergogniamo.

A me capita. Ho lottato a lungo contro la tentazione, ripetendomi che tutte le mie idealità andavano in direzione opposta, si fondavano sulla concessione agli uomini, a tutti gli uomini, di un credito assoluto di simpatia e di benevolenza. Sulle prime la mettevo anche giù in modo autoironico, attribuendo questa sindrome all’invecchiamento, persino scherzosamente esasperandola. Ma vuoi che quando scherzi troppo con un’idea rischi ad un certo punto di non trovarla più così strana, anche perché hai magari provato più o meno sul serio a difenderla e ad argomentarla; vuoi che le situazioni di “disturbo” create dall’indifferenza per le regole non le sopporto nemmeno nei miei connazionali, e questa indifferenza, originaria o acquisita che sia, pare essere l’atteggiamento dominante nei nuovi arrivati; insomma, ho finito per realizzare che se non “etnicamente”, almeno “culturalmente” qualcosa che mi respingeva c’era.

Per questo ho voluto affrontare l’argomento, sperando che la riflessione cui la scrittura costringe mi aiutasse a chiarirmi le idee. Conoscendo i miei limiti, certi tratti caratteriali quasi autistici che mi rendono intollerante ai ritardi, al disordine, alla sciatteria, ho provato a chiedermi quanto ci fosse della mia “diversità” in queste cose, e quanto invece fosse oggettivamente al di là di ogni possibile mediazione di convivenza.

Sono arrivato a queste conclusioni. Se la sensazione pesante di disagio che ho cercato di descrivere sopra è largamente condivisa, e io credo che lo sia, e se questo disagio nella maggior parte dei casi non è solo un alibi per mascherare o giustificare la propria mancanza di civismo, allora siamo entrati in un vicolo cieco. Non se ne esce se non tornando indietro e rivedendo completamente il nostro atteggiamento. Ma dobbiamo farlo tutti. Io devo senz’altro darmi una calmata, e imparare a non reagire come un impianto antincendio al primo odor di fumo, o a digrignare i denti per ogni schiamazzo; gli equadoregni, e con loro e prima di loro tutti i neofiti della brasserie, devono convertirsi ad una dieta meno proteica, che fa anche bene alla salute: i cantori della società multiculturale devono darsi una svegliata e smetterla di titillarsi con la valorizzazione delle differenze, quando il problema è piuttosto quello di trovare o inventare i punti di contatto: ma soprattutto, chi è deputato ad ogni livello a garantire la trasmissione e il rispetto delle regole, dagli insegnanti in su, deve prendere sul serio il proprio ruolo.

È un programma un po’ difficile, anzi, praticamente impossibile da realizzarsi, soprattutto in un paese nel quale sino a cinque anni fa il termine “integrazione” era addirittura bandito dai documenti ufficiali, considerato politicamente scorretto perché non salvaguardava le diverse identità culturali. Un paese nel quale gli stessi che si sono battuti per zittire le campane difendono il diritto del muezzin di cantare la sua preghiera alle cinque del mattino. E infatti ci credo poco che tutti facciano la loro parte. Per intanto, però, posso provarci io. Tocca a me per primo perché so di essere un privilegiato (sembra ridicolo a dirsi, ma nascere in Italia è comunque una fortuna. Almeno geograficamente è in Europa). Sono nato libero, non ho sofferto la fame e ho potuto studiare, sia pure guadagnandomela tutta. Sono stato educato in un certo modo, ho introiettato certe regole: da solo o con altri ho provato a modificare o a mitigare quelle che mi sembravano inaccettabili. Ho partecipato a modo mio allo svecchiamento di un sistema, posso tranquillamente affermare in direzione di una maggiore libertà e di migliori opportunità per tutti. So quindi che è necessario cambiare e accogliere ciò che di buono può venire da fuori. Soprattutto, ciò che ho fatto, giusto o meno che fosse, l’ho fatto sempre in base ad un principio: non violare mai la libertà altrui di esercitare i propri diritti.

I diritti, appunto. Non le prepotenze, la maleducazione e l’imbecillità. Proprio perché credo nei diritti di tutti non sono disposto a tollerare chi li svilisce, chi li confonde con l’arbitrio di fare tutto ciò che vuole. Non lo sopporto nei miei connazionali, ma non sono disponibile a fare sconti oltre una certa misura nemmeno agli altri. Questo perché sono un ottimista, e credo nella capacità di tutti, indipendentemente dalle appartenenze etniche, di capire dove sta l’equilibrio tra diritti e doveri.

Di più non mi è possibile fare. D’altro canto, con questo intervento non volevo proporre soluzioni: non ne ho. Volevo solo spiegare il perché nasca, e sia più diffusa di quanto vogliamo ammettere, una certa etnofobia: e perché, almeno in origine, col razzismo non c’entri per nulla.

Non credo di esserci riuscito. Mentre procedevo qualche dubbio è venuto anche a me. Di una cosa però rimango certo: il mio, di equilibrio, non prevede fumogeni, meno che mai alle nove del mattino.

 

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