Del principe, dei sogni e delle lettere

di Paolo Repetto, 30 dicembre 2012

Se ti prendi l’impegno, in questo caso graditissimo, di parlare dell’opera di un amico, puoi scegliere tra due strade. Una è quella di visitare quest’opera criticamente, e di leggerne significati e significanti col filtro di una personale concezione dell’arte e del suo ruolo, o storicizzarla e contestualizzarla, come si dice oggi, alla luce dei rapporti che le tematiche o le tecniche o le biografie degli artisti creano con il territorio. L’ho fatto in altre occasioni: ma in questa, approfittando del fatto che conosco bene chi si assumerà questo compito, e so che lo farà ad un livello di profondità e competenza di cui non sarei mai capace, scelgo la seconda, che è quella di lasciarmi portare dalle suggestioni immediate create dall’insieme. So che è pericoloso, oltre che presuntuoso, perché significa tradurre in parole ciò che già è frutto di una traduzione in immagini: ma insomma, non complichiamoci troppo la vita. Ci provo.
La prima impressione di fronte all’opera di Fusillo è naturalmente quella di un tuffo nel passato: un passato oggettivo, testimoniato dal materiale documentario che fa da corredo alle tele, e un passato soggettivo, fatto di immagini e di letture archiviate lungo gli anni nella memoria ed improvvisamente rievocate e mescolate tutte assieme. Un tuffo, appunto, perché immagini che erano state acquisite per la gran parte nel formato ridotto dell’illustrazione libraria, facilmente dominabili nel loro assieme dallo sguardo, riproposte in queste dimensioni ci risucchiano al loro interno, non consentono altro atteggiamento che quello dell’immersione. Creano, letteralmente, un’atmosfera.
La seconda impressione è quella del gioco culturale: le immagini, i colori, la tecnica giocano su rimandi che ti fanno ripercorrere tutto un canone illustrativo. Se riconosci la citazione ti assegni un buon punteggio, se cogli anche il collegamento ai documenti avanzi di sei caselle. Mentre la prima impressione gratificava il tuo animo, questa gratifica la tua intelligenza. Ma, e qui sta il bello e la vera riuscita del gioco, ti accorgi subito che questo è solo un valore aggiunto, e che la gratificazione intellettuale è in realtà indipendente dal riconoscimento dei singoli tasselli.
Qui in effetti subentra la terza impressione. In verità è proprio l’insieme che ti piace, perché quello che ti viene incontro e nel quale ti immergi è un mondo magico, e insieme realissimo: senti che quel mondo così era raccontato, ma in una qualche misura così era anche nella realtà. Le tele, i documenti, suggeriscono la possibilità di un rapporto diverso tra il potere e la cultura, al quale da tempo non siamo più avvezzi, perché qui è il primo ad inchinarsi alla seconda, e non viceversa. Che lo vogliamo o no questo rapporto è esistito, sia pure con tutte le sue contraddizioni, in un mondo all’alba, pieno di speranza. Per questo ci appare da un lato così strano, lontano dalla nostra quotidiana miseria intellettuale: ma per un altro verso lo riconosciamo, perché nei nostri sogni, sotto la specie retroversa della nostalgia, quella speranza è rimasta.
Questa rievocazione, che colloca concretamente il sogno nella storia, non per archiviarlo, ma per raccontarne la possibilità, ne offre già di per sé testimonianza. E allora, godetevela tutta.

 

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