La casetta in Canadà (con l’accento)

di Paolo Repetto, 24 gennaio 2026

Anni fa mio cugino, quasi un fratello minore adottivo, dopo un paio di viaggi in Canada aveva seriamente meditato di trasferirsi oltreoceano, preferibilmente nel Quebec. All’epoca ne abbiamo parlato molto: conosceva bene il mio entusiasmo giovanile per i romanzi di James Oliver Curwood e prima ancora per le avventure oltreconfine di Tex (quelle con Gros-Jean), nonché quello tuttora vivo per Il grande cielo e per i film con le giubbe rosse. Quindi ero l’interlocutore ideale. Naturalmente un po’ lo invidiavo, anzi, gli invidiavo già il fatto di poter coltivare quel sogno (conoscendolo, mi direbbe subito: perché? cosa impediva a te di farci un pensiero?), e un po’ anche mi spiaceva, perché significava che ci saremmo visti molto meno – cosa che poi è avvenuta comunque. Era già andato in esplorazione e aveva individuata una casa dai requisiti fantastici: vicina ad un lago, in mezzo a una foresta, isolata. Come quella di Thoreau. Solo che quella di Thoreau era a due chilometri dal primo villaggio, mentre quella adocchiata da mio cugino ne distava cinquanta dal primo insediamento umano, che come isolamento è un po’ pesante. Le circostanze hanno poi fatto svanire il sogno, e del Canada non si è più parlato. Un vero peccato.

È stato un peccato perché oggi quella casa sarebbe tornata utilissima. Avrebbe potuto fornirci il punto d’appoggio per scegliere come Foscolo l’esilio volontario. Dopo aver letto il discorso pronunciato dal primo ministro canadese a Davos (vedi Appendice) mi sono convinto che l’unico paese in cui varrebbe la pena vivere sia quello che elegge a guidarlo un uomo di quella tempra. Stiamo lì a cianciare e dibattere se esista una tradizione occidentale, e in cosa consista, e se valga la pena salvaguardarla: eccola, la tradizione occidentale vera, quella di cui dovremmo andare orgogliosi. Non dico che lo stile sia quello di Demostene o di Cicerone, ma il piglio e la capacità di andare dritto all’argomento mi hanno ricordato proprio le loro orazioni.

Intendiamoci: in quello che Mark Carney ha detto non c’è nulla di rivoluzionario o di particolarmente eclatante. È un discorso onesto, pronunciato tenendo i piedi per terra, senza drammatizzare e concedere nulla alla retorica, senza sciorinare slogan o produrre elenchi di lamentazioni. E proprio questo ne fa qualcosa di diverso, di inusitato rispetto alle logore e ipocrite litanie politiche cui siamo abituati. C’è papale papale la presa d’atto di una realtà di cui tutti sono consapevoli ma con la quale nessuno osa confrontarsi, e la dichiarazione semplice e chiara che a quella realtà non ci si deve passivamente rassegnare. C’è anche l’indicazione di quella che potrebbe essere l’unica realistica e onorevole via d’uscita, che passa per l’orditura di una nuova e diversa rete di rapporti internazionali. C’è. soprattutto, un senso della dignità nazionale che è tutt’altro che nazionalismo, un richiamo alla fierezza di un popolo che è ben lontano dal populismo.

Poi, è chiaro, Carney parla in primo luogo di interessi, di economia, di strangolamenti e di prevaricazioni che stanno snaturando il gioco del mercato globale. Ma dice che chi prevarica può farlo solo se i prevaricati non sono capaci, non hanno il coraggio di un gesto di ribellione. Quindi in realtà esce dalle considerazioni puramente economicistiche per approdare a un discorso di dignità, oltre che di necessità. Non parla di guerra al capitalismo, e neanche di stravolgere le logiche dominanti del mercato: anzi, sono proprio quelle logiche che vuole difendere. Ma in quello specifico contesto e nella particolare situazione che il mondo sta vivendo le sue parole assumono ben altro significato. Non importa se sia esattamente quello che vuol dire, dovremmo imparare a darglielo noi un senso, e la forma del messaggio apre proprio a questo.

Io ad esempio ho voluto leggere soprattutto tra le righe, e non era difficile, perché il discorso implicito era perfettamente in continuità con quello in chiaro. Mentre leggevo mi veniva in mente l’Orwell di 1984: “Vivere nella menzogna. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità nasce dalla stessa fonte. Quando anche una sola persona smette di recitare, quando il droghiere toglie il cartello (n.d.r.: si riferisce ad un saggio di Vaclav Hael), l’illusione comincia a incrinarsi.

Nessuno ci crede. Ma lo espone comunque per evitare problemi, per segnalare obbedienza, per andare avanti senza guai. E poiché ogni negoziante in ogni strada fa lo stesso, il sistema persiste — non solo attraverso la violenza, ma grazie alla partecipazione delle persone comuni a rituali che sanno privatamente essere falsi”. Sostituite i negozianti con gli stati e avrete la realtà dell’attuale “ordine” mondiale.

Da un anno stiamo assistendo allo spettacolo indecoroso di capi di stato umiliati e svillaneggiati, di altri che, usando il linguaggio raffinato del presidente dello stato più forte al mondo, fanno la coda per baciargli il culo, di autocrati che minacciano e inverano l’apologo esopiano del lupo e dell’agnello: e assistiamo a quello ancora più squallido di un occidente non a stelle e strisce che tentenna, che esita, che si ritrae e litiga come i capponi di Renzo, senza mostrare mai un briciolo di dignità, senza mai raddrizzare la schiena.

Ma il parallelismo è ancora più forte, perché stiamo andando (o ci siamo già dentro) verso uno scenario che vedrebbe divisa la terra tra tre grandi potenze totalitarie, gli USA, la Cina e la Russia, come nel mondo di Orwell lo era tra l’Oceania, l’Eurasia e l’Estasia, impegnate in una perenne finzione di conflitto tra loro, mentre il vero scopo è quello di esercitare sulla società un controllo totale.

Insomma, in poco più di duemila parole Carney ha fotografato lucidamente l’attuale situazione. È in corso “la spaccatura nell’ordine mondiale, la fine di una bella storia e l’inizio di una realtà brutale”. A qualcuno senza dubbio un esordio del genere non piacerà, non sarà d’accordo sul fatto che si trattasse di “una bella storia”, non gli aggraderanno l’inquadratura, il taglio, la prospettiva, il contrasto, tutto quel che cavolo si vuole, ma non si può negare che quella da lui descritta sia la situazione reale, e che se anche tutti (o quasi) bene o male ne eravamo consapevoli da un pezzo nessuno, a livello di poteri decisionali, lo aveva mai detto così chiaramente.

Il premier canadese non ha solo messo a nudo i nuovi imperatori che sfilano sul tappeto rosso, ma senza troppi giri di parole ha denunciato quanto fosse fasullo il set sul quale si stava recitando: “Sapevamo che la storia dell’ordine basato sulle regole era parzialmente falsa […] che il diritto internazionale sarebbe stato applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima […] che l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo, che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”.

Cose scontate, indubbiamente: ma meno scontato è ciò che segue: “Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che torna ad affermarsi. E di fronte a questa logica c’è una forte tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi, ad adattarsi, ad accomodarsi, a evitare i problemi, a sperare che la conformità garantisca sicurezza. Ebbene, non sarà così”.

Leggere le sue parole mi ha un po’ riappacificato col mondo: se non altro ospita ancora qualcuno capace di dare un taglio alle ipocrisie e parlare chiaro. Meno bene mi ha fatto invece constatare le reazioni. Anzi, la mancanza totale di reazioni. Avrebbe dovuto accadere quello che avviene nei film anni Trenta di Frack Capra, quelli con James Stewart, nei quali tutto il consesso si alza in piedi e tributa un’ovazione a chi semplicemente ha detto una volta tanto la verità. Invece nulla. L’applauso c’è stato, ma sembrava più rivolto all’eleganza dell’oratore che alle sue parole. Poi tutti si sono riseduti, i forti con un sorrisino ironico sulle labbra, annuendo come a dire: Si, va bene, ma adesso torniamo a parlare di cose serie, i deboli riprendendo a tessere le loro meschine manovre per ingraziarsi i forti. Trump si è fatto tradurre il discorso, perché il linguaggio usato da Carney proprio non lo capisce, come tutto il resto d’altronde: e dubito l’abbia capito anche dopo.

Purtroppo non è l’unico. Basta guardare alle reazioni in Italia. Certo, ho letto elogi, un sacco di gente che dice “che bravo!”, ma nessuno che provi a trarne delle conseguenze serie: e cioè, “sta parlando anche a me”. Le parole di Carney sono già state archiviate, salvo che da coloro che hanno sempre alzato il dito del “però …”. Da noi se qualcuno ha provato a dire cose simili, magari con molto minore eleganza e icasticità (penso ad esempio a un Calenda, per fare un nome che sono sicuro non piacerà a nessuno) è stato immediatamente sbeffeggiato dagli innumerevoli Travagli d’ordinanza, reso macchietta dalla pseudo satira di un Crozza che ormai fa solo l’imitazione di se stesso (e gli riesce anche male), accusato dalle maddalene delle flottiglie turistiche, silenziato da una sinistra che non sa dove stare e meno che mai in che direzione andare, e da una destra divisa tra gli amiconi di Putin e di Kim Jong-un e le nipotine obbedienti di Trump.

Carney ha detto: “Vogliamo essere insieme guidati da principi e essere pragmatici. Guidati da principi nel nostro impegno verso i valori fondamentali, la sovranità, l’integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza se non in conformità con la Carta dell’Onu e il rispetto dei diritti umani. Ed essere pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condivideranno tutti i nostri valori”. Ecco ragazzi, Avremo poi modo di discutere, se un “poi” ci sarà, di cosa si debba intendere per “realismo basato sui valori”. Per intanto non sarebbe male cominciare a difenderli convintamente quei valori, garantirci almeno la possibilità di continuare a discuterli.

Dovremmo dunque concentrarci sulla parte finale del discorso, quella che lo riassume tutto e che lo proietta ben oltre la dimensione di una guerra economica. “Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo compiangerlo. La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto. […] I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme […]. Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia, ed è una strada aperta a qualunque Paese voglia percorrerla con noi.

Ho già capito che i canadesi rischiano di percorrerla da soli. Gli altri sembrano mestamente incamminati ciascuno su sentieri diversi. Spero almeno vergognandosi. Ma ormai, anche in questo ci spero poco.

Devo quindi chiamare mio cugino e chiedergli se ancora ha dei contatti. Col francese me la cavo discretamente, devo solo riprendere un po’ l’inglese.

Appendice

Discorso pronunciato il 22 gennaio 2026 da Mark Carney, primo ministro del Canada, al World Economic Forum di Davos

Oggi parlerò della spaccatura nell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale in cui la relazione tra le grandi potenze non è soggetta a vincoli.

Ma vi dico anche che altri Paesi, in particolare le potenze medie come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati. Il potere dei meno potenti inizia con l’onestà.

Sembra che ogni giorno ci venga ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze — che l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo, che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono.

E questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che torna ad affermarsi. E di fronte a questa logica c’è una forte tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi, ad adattarsi, ad accomodarsi, a evitare i problemi, a sperare che la conformità garantisca sicurezza.

Ebbene, non sarà così. Quali sono dunque le nostre opzioni?

Nel 1978 il dissidente ceco Václav Havel, poi divenuto presidente, scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere, nel quale poneva una domanda semplice: come faceva il sistema comunista a reggersi?

E la sua risposta iniziava con un droghiere.

Ogni mattina il negoziante appende nella vetrina un cartello: “Proletari di tutto il mondo, unitevi”. Non ci crede. Nessuno ci crede. Ma lo espone comunque per evitare problemi, per segnalare obbedienza, per andare avanti senza guai. E poiché ogni negoziante in ogni strada fa lo stesso, il sistema persiste — non solo attraverso la violenza, ma grazie alla partecipazione delle persone comuni a rituali che sanno privatamente essere falsi.

Havel definì tutto questo “vivere nella menzogna”. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità nasce dalla stessa fonte. Quando anche una sola persona smette di recitare, quando il droghiere toglie il cartello, l’illusione comincia a incrinarsi.

Amici, è tempo che aziende e Paesi tolgano i loro cartelli.

Per decenni, Paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che abbiamo chiamato ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo celebrato i principi, beneficiato della sua prevedibilità. E grazie a questo abbiamo potuto perseguire politiche estere fondate sui valori, sotto la sua protezione.

Sapevamo che la storia dell’ordine basato sulle regole era parzialmente falsa. Che i più forti si sarebbero svincolati quando conveniente, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico, e che il diritto internazionale sarebbe stato applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.

Questa finzione è stata utile, e l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito in molti modi: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e strutture per risolvere le dispute.

Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali e, in larga parte, evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà.

Ma questo patto oggi non funziona più.

Lasciatemi essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.

Negli ultimi due decenni, una serie di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Recentemente, le grandi potenze hanno cominciato a usare l’integrazione economica come arma. Le tariffe come leva. Le infrastrutture finanziarie come coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.

Non puoi “vivere nella menzogna” di un vantaggio reciproco attraverso l’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della tua subordinazione.

Le istituzioni multilaterali su cui le potenze medie facevano affidamento – l’Omc, l’Onu, le conferenze sul clima, l’intera architettura della risoluzione collettiva dei problemi – sono fortemente indebolite.

Di conseguenza, molti Paesi stanno traendo la stessa conclusione: devono sviluppare una maggiore autonomia strategica nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento. Ed è un impulso comprensibile.

Questa spinta è comprensibile. Un Paese che non riesce a nutrirsi, a rifornirsi di energia o a difendersi ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono, devi proteggerti da solo.

Ma siamo realistici su dove questo ci porta. Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile.

E c’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la pretesa di regole e valori per perseguire liberamente il loro potere e i loro interessi, i benefici del transazionalismo diventeranno più difficili da replicare.

Gli alleati si diversificheranno per coprire i rischi. Investiranno in assicurazioni. Aumenteranno le opzioni. Questo ricostruisce sovranità – una sovranità che una volta si fondava sulle regole, ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni.

Come ho detto, questo classico approccio di gestione del rischio comporta un costo. Ma quel costo dell’autonomia strategica, della sovranità, può anche essere condiviso. Investimenti collettivi nella resilienza sono più economici di ognuno che costruisce la propria fortezza.

Gli standard condivisi riducono la frammentazione. Le complementarità sono un gioco a somma positiva.

La domanda per le potenze medie, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà – dobbiamo farlo. La domanda è se ci adattiamo semplicemente costruendo muri più alti – o se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.

Il Canada è stato tra i primi a sentire questo allarme, portandoci a cambiare fondamentalmente la nostra postura strategica.

I canadesi sanno che la nostra vecchia e comoda supposizione secondo cui la nostra geografia e l’appartenenza alle alleanze conferivano automaticamente prosperità e sicurezza non è più valida. La nostra nuova visione si basa su ciò che Alexander Stubb ha definito «realismo basato sui valori». In altre parole, vogliamo essere insieme guidati da principi e essere pragmatici. Guidati da principi nel nostro impegno verso i valori fondamentali, la sovranità, l’integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza se non in conformità con la Carta dell’Onu e il rispetto dei diritti umani. Ed essere pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condivideranno tutti i nostri valori.

Per questo ci impegniamo in modo ampio e strategico, a occhi aperti. Affrontiamo il mondo così com’è, senza aspettare un mondo che vorremmo fosse.

Stiamo calibrando le nostre relazioni affinché la loro profondità rifletta i nostri valori, e stiamo dando priorità a un impegno ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità del mondo attuale, i rischi che comporta e le poste in gioco di ciò che verrà.

E non ci affidiamo più solo alla forza dei nostri valori, ma anche al valore della nostra forza. Stiamo costruendo questa forza in patria.

Da quando il mio governo è entrato in carica:

  • abbiamo tagliato le tasse su redditi, plusvalenze e investimenti aziendali;
  • abbiamo rimosso tutte le barriere federali al commercio interprovinciale;
  • stiamo accelerando trilioni di dollari di investimenti in energia, AI, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e oltre.

Stiamo raddoppiando la nostra spesa per la difesa entro il 2030 in modi che rafforzano le nostre industrie nazionali.

Stiamo rapidamente diversificando all’estero. Abbiamo concordato una partnership strategica con l’Unione Europea, includendo l’adesione a Safe, gli accordi europei di approvvigionamento per la difesa. Abbiamo firmato dodici altri accordi commerciali e di sicurezza su quattro continenti negli ultimi sei mesi. Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuove partnership strategiche con Cina e Qatar e stiamo negoziando patti di libero scambio con India, Asean, Thailandia, Filippine e Mercosur.

Per contribuire a risolvere problemi globali, stiamo perseguendo una “geometria variabile” – diverse coalizioni per diverse questioni, basate su valori e interessi condivisi.

Sul fronte dell’Ucraina, siamo membri chiave della Coalizione dei Volenterosi e uno dei più grandi contributori pro capite alla sua difesa e alla sicurezza.

Sulla sovranità artica, siamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto esclusivo a determinare il futuro della Groenlandia.

Il nostro impegno verso l’Articolo 5 della Nato è incrollabile. Per questo lavoriamo con i nostri alleati, inclusi i Paesi nordico-baltici, per rafforzare i fianchi settentrionale e occidentale dell’Alleanza, anche attraverso investimenti senza precedenti in radar oltre l’orizzonte, sottomarini, aerei e presenza militare sul terreno — sul ghiaccio.

Il Canada si oppone fermamente ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere i nostri obiettivi condivisi di sicurezza e prosperità nell’Artico.

Sul commercio multilaterale, sosteniamo la creazione di un ponte tra il partenariato transpacifico e l’Unione europea, che darebbe vita a un nuovo blocco commerciale di 1,5 miliardi di persone sui minerali critici. Stiamo creando “club di acquirenti” ancorati al G7 per consentire al mondo di diversificare le forniture concentrate. E sull’intelligenza artificiale cooperiamo con le democrazie affini per evitare di dover scegliere tra egemoni e hyperscaler.

Questo non è un multilateralismo ingenuo, né si tratta di fare affidamento su istituzioni indebolite. Si tratta di costruire le coalizioni che funzionano, questione per questione, con partner che condividono abbastanza terreno comune da agire insieme – in alcuni casi, la maggioranza delle nazioni.

E stiamo creando una fitta rete di connessioni attraverso commercio, investimenti e cultura su cui possiamo contare per le sfide e le opportunità future.

Le potenze medie devono agire insieme perché se non siedi al tavolo, sei nel menù.

Le grandi potenze possono permettersi di fare da sole. Hanno la forza del mercato, la capacità militare, la leva per dettare i termini. Le potenze medie no. Quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra di noi per essere i più accomodanti.

Questa non è sovranità. È la recita della sovranità accettando la subordinazione.

In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i paesi intermedi hanno una scelta: competere per il favore dei più forti o unirsi per creare una terza via capace di incidere. Non dovremmo permettere che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole resterà forte se sceglieremo di esercitarlo insieme.

E questo mi riporta a Havel. Che cosa significa, per le potenze medie, vivere nella verità?

Anzitutto significa chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamarlo per ciò che è: un sistema di rivalità crescente tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come strumento di coercizione.

Significa agire con coerenza, applicando gli stessi standard ad alleati e rivali. Quando le potenze medie criticano l’intimidazione economica in una direzione ma tacciono quando proviene da un’altra, stiamo ancora tenendo il cartello in vetrina.

Significa costruire ciò in cui diciamo di credere, invece di aspettare il ritorno del vecchio ordine. Significa creare istituzioni e accordi che funzionino davvero come descritto e ridurre le leve che consentono la coercizione.

Questo vuol dire costruire un’economia domestica forte. Dovrebbe essere la priorità immediata di ogni governo.

E la diversificazione internazionale non è solo prudenza economica: è il fondamento materiale di una politica estera onesta, perché i paesi si guadagnano il diritto a posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni.

Il Canada ha ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo vaste riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra i più grandi e sofisticati investitori globali. In altre parole, abbiamo capitale e talento. Abbiamo anche un governo con una grande capacità fiscale per agire con decisione. E abbiamo valori a cui molti aspirano.

E abbiamo i valori a cui molti aspirano.

Il Canada è una società pluralista che funziona. Il nostro “spazio pubblico” è vivace, diversificato e libero. I canadesi restano impegnati per la sostenibilità. Siamo un partner stabile e affidabile – in un mondo tutt’altro che stabile – un partner che costruisce e valorizza relazioni a lungo termine.

E abbiamo qualcosa in più: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza.

Capiamo che questa rottura richiede più dell’adattamento. Richiede onestà sul mondo così com’è.

Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina.

Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo compiangerlo. La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto. Questa è la missione delle potenze medie, che hanno di più da perdere da un mondo di fortezze e di più da guadagnare da un mondo di cooperazione genuina.

I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme.

Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia, ed è una strada aperta a qualunque Paese voglia percorrerla con noi.

Vuoti di memoria

di Paolo Repetto, 23 dicembre 2025

Ho appena letto l’ennesimo saggio sulla storia della schiavitù (Paul E. Lovejoy, Storia della schiavitù in Africa, Bompiani 2019). È un argomento che mi intriga da sempre, da quando bambino fui sconvolto da La capanna dello zio Tom. L’idea di esseri umani ridotti in una condizione disumana, soggetti a qualsiasi arbitrio, mi faceva inorridire già a sette anni. Col tempo, quando ho realizzato che in quella condizione hanno vissuto da seimila anni a questa parte milioni, anzi, miliardi di sventurati, l’orrore è diventato mostruosità e abominio, qualcosa di intollerabile solo a pensarsi. Parlo di seimila anni perché le prime testimonianze “documentali” dell’esistenza della schiavitù compaiono attorno a quell’epoca, contestualmente all’adozione dell’agricoltura, ma in realtà sono convinto che da sempre l’uomo abbia covato una malvagia propensione a soggiogare e sfruttare i propri simili: e che se presso i popoli paleolitici di cacciatori-raccoglitori questa pratica sembra essere stata meno diffusa – è una congettura, ma pienamente giustificabile – ciò dipenda solo dal fatto che non era funzionale a quel tipo di economia.

Da quest’ultima lettura non ho tratto granché di nuovo o di particolarmente illuminante; solo conferme di quanto conoscevo da un pezzo (oltretutto è la riedizione ampliata e aggiornata nelle cifre e nella bibliografia di un altro testo dello stesso autore, edito nel 2000, che già possedevo). Sembra quasi però che io abbia bisogno di queste conferme, perché ciò che vado a leggere è inenarrabile, e l’entità stessa dell’orrore finisce per impedirti di pensarlo, ti spinge a cercare di distrartene. Invece credo che tra i tre o quattro cartelli da appendersi nelle classi delle elementari, e poi da riprendere come tabelloni alle medie e infine come vere e proprie schede esplicative alle superiori, dovrebbe esserci quello che ogni giorno, con immagini, e cifre e descrizioni, ricordi agli studenti quanto in basso può scendere l’uomo e quanto sia necessario non permetterglielo più.

Se non fossi così ossessionato dalle immagini, dalle testimonianze, dalle cifre spropositate che ho acquisito in tutti questi anni di ricerca, dovrei dunque essere contento del fatto che dal 2007 l’ONU abbia fissato per il 25 marzo la Giornata internazionale del ricordo delle vittime della schiavitù e della tratta transatlantica degli schiavi. Invece non lo sono affatto. Intanto, più genericamente, perché le “giornate internazionali” si moltiplicano ormai a dismisura e si sovrappongono le une alle altre, tanto che sembra che l’ONU non abbia altro compito. Poi perché la creazione stessa di una “giornata del ricordo” mi pare da un lato solo un espediente sfacciatamente ipocrita per tacitare le innumerevoli coscienze sporche collettive e demandare ad un unico giorno l’anno un loro improbabile risveglio, dall’altro un modo per spezzettare la storia in tanti segmenti di memorie particolaristiche. Infine, perché in realtà di queste celebrazioni a nessuno importa (mi chiedo quanti conoscano ad esempio l’esistenza di questa specifica giornata: io stesso l’ignoravo sino a un paio di anni fa), e ciò malgrado la loro istituzione porta spesso a feroci dibattiti, visto che è d’obbligo non urtare nessuno. Nel nostro caso poi la titolazione lascia trasparire un’odiosa malafede.

Dal titolo sembra infatti che ad alimentare il traffico di poveri disgraziati dall’Africa abbia contribuito solo o principalmente la Tratta Transatlantica. Questo è un falso storico clamoroso, ma da come recita la titolazione pare non ci sia alcuna volontà di chiarire la faccenda. Anzi, sembra essere un tributo pagato alla cancel culture, un ulteriore capo d’accusa da imputare, tra i molti altri, alla “civiltà” occidentale. Forse per chiarire di cosa stiamo parlando può tornare allora utile una rinfrescatina alla memoria (anche se credo che per i più non si tratti di rinfrescare, quanto piuttosto di farsene una). Non intendo negare o sminuire le “nostre” responsabilità, che ci sono e sono enormi, ma distribuirle un po’ più equamente, chiamando al banco anche coloro, uomini e popoli, che di questa aberrazione sono stati ampiamente partecipi e che non hanno mai dato segno di pentirsene e di vergognarsene.

Va innanzitutto rammentato che la schiavitù non è stata inventata dal mondo occidentale. Esisteva nell’Africa mediterranea (in Egitto è documentata già nel quarto millennio avanti Cristo), nel Medio Oriente (il codice di Hammurabi la disciplina esplicitamente) e in Cina, ben prima di svilupparsi nel mondo greco–romano; esisteva sul continente americano, presso gli Aztechi e gli Incas, ma anche tra le popolazioni amerindie settentrionali, da molto prima dell’arrivo di Colombo. Esisteva in Africa, dove le guerre intertribali erano endemiche, e i prigionieri di guerra diventavano automaticamente degli schiavi. Esisteva quindi indipendentemente dai modi di produzione, dai tipi di economia e dagli assetti sociali conseguenti. È una cosa ovvia, ma a quanto pare non abbastanza.

Qui non si tratta però nemmeno di priorità, ma di ristabilire quale è stato il peso di questa pratica in tempi storici, e quali ne sono stati gli sviluppi, e chi ne è stato protagonista in qualità di carnefice, e quanti ne sono stati vittime.

Il fenomeno è conosciutissimo anche per quanto riguarda le epoche più antiche, ma non è facilmente quantificabile. Le stime variano moltissimo, anche perché non c’è un accordo unanime su quali condizioni rientrino nella definizione di schiavitù, al di là della generica privazione di libertà. Dobbiamo limitarci pertanto a partire dalla metà del primo millennio dopo Cristo, dal momento cioè della grande espansione arabo–musulmana, e occuparci solo delle vicende relative al continente africano: le uniche peraltro che sono state tirate in ballo dai “cancellatori”, a supporto di una crescente campagna di incriminazione dell’Occidente.

Le cose in realtà stanno così. La pratica di razziare e deportare schiavi era già diffusa nei regni africani sub sahariani ben prima del VII secolo d.c. Con l’arrivo dell’espansione araba si è decisamente intensificata, e ha dato vita per circa tredici secoli ad una “tratta” verso oriente che aveva come vie marittime maggiori quella del Mar Rosso e quella di Zanzibar, e come vie di terra quelle che attraversavano il Sahel e il deserto del Sahara. Paradossalmente, come scrive Bernard Lewis, forse il più autorevole studioso della civiltà islamica “in uno dei tristi paradossi della storia umana, sono state proprio le riforme umanitarie portate dall’Islam che hanno condotto ad un vasto sviluppo del commercio degli schiavi dentro – e ancora più all’esterno – l’impero islamico”. Lewis si riferisce alle ingiunzioni coraniche che vietano di ridurre in schiavitù i musulmani, mentre consentono, e di fatto favoriscono, l’applicazione di tale status agli “infedeli”. Ciò che ha avuto come diretta conseguenza una massiccia importazione di schiavi dall’esterno. Questo traffico è durato sino agli inizi del Novecento, e sia pure in forma ormai ridottissima dura ancora oggi (si stima che tra i 25 e i 40 milioni di persone vivano ancora attualmente in uno stato di effettiva schiavitù).

Quindi: nel corso di tredici secoli, dal VII al XIX, furono coinvolti nella tratta soprattutto gli abitanti dell’Africa subsahariana. Paul Bairoch, uno dei maggiori studiosi di storia economica del secondo dopoguerra, che si è occupato soprattutto del mancato sviluppo del Terzo mondo, ha calcolato il numero dei deportati in una cifra compresa tra 14 e 16 milioni di persone, mentre ricerche precedenti e successive, ad esempio quella di Tidiane n’Diaye, uno storico senegalese che ha scritto Le génocide Voilé (Gallimard 2008, naturalmente mai pubblicato in Italia) propongono un totale di oltre 17 milioni. A questi vanno aggiunti 1,2 milioni di schiavi provenienti dall’Europa occidentale, catturati durante le guerre nella penisola iberica o con le incursioni saracene e le razzie dei pirati barbareschi, e un numero non quantificabile ma senz’altro molto maggiore di quelli provenienti dall’Europa orientale (soprattutto abitanti dell’impero bizantino prima e slavi poi) e dall’area caucasica. Per avere un’idea comparativa del fenomeno, gli schiavi coinvolti nella tratta atlantica sono calcolati tra i dieci e i dodici milioni.

Concentriamoci però sull’Africa. Abbiamo visto che le stime variano, sia pure non di molto, perché a differenza degli studi sulla tratta atlantica qui gli storici non possono fare conto su una documentazione diretta, per l’assenza di archivi e biblioteche nei luoghi in cui il commercio si svolgeva, o di una qualsiasi letteratura abolizionista araba. Ci si è basati quindi sulla demografia, sulla tradizione orale, sugli scavi archeologici e persino sulla numismatica, nonché naturalmente sulle testimonianze di esploratori e di viaggiatori, nella quasi totalità occidentali. Solo per l’ultimo periodo, a partire dai primi dell’800, hanno potuto essere utilizzati registri navali, documenti doganali e commerciali, testimonianze dirette delle vittime e da ultimo anche una documentazione iconografica (disegni e fotografie)

Ma il problema non sta nelle discordanze numeriche, perché quando si parla di decine di milioni di persone un milione in più o in meno non cambia la sostanza della tragedia. Il vero problema sta nel fatto che tutti gli storici che hanno studiato le modalità della tratta araba convengono sul fatto che i costi umani di questa pratica debbano essere moltiplicati (per qualcuno sino a cinque volte). Sono da mettere in conto, infatti, le vittime “collaterali”. Oltre alla perdita delle persone deportate, vi furono infatti quelle decedute per le devastazioni prodotte dalle guerre e dalle razzie degli schiavisti. L’esploratore Richard Burton, ad esempio, parla di una razzia nel corso della quale per catturare cinquanta donne si ebbero oltre mille morti. E proporzioni analoghe sono riportate da Henry Drummond, in Slavery in Africa (1889), laddove riferisce di 30.000 morti per 5.000 schiavi. Questo in ragione del fatto che gli arabi erano interessati soprattutto alla cattura di giovani donne e bambini, mentre gli uomini e gli anziani spesso venivano trucidati direttamente sul posto.

Una volta catturati, gli schiavi dovevano poi affrontare marce di trasferimento terrificanti. Quella che passava per il deserto, ad esempio, comportava percorrere a piedi, incatenati, affamati e continuamente percossi, oltre mille chilometri in due mesi; e lungo questo calvario le perdite erano impressionanti. Chiunque rallentasse la marcia, uomini, donne o bambini, veniva abbattuto a bastonate. Ancora Drummond scrive: “Se un viaggiatore dovesse perdere la strada che porta dall’Africa Equatoriale alle città dove gli schiavi vengono venduti, potrebbe ritrovarla facilmente grazie agli scheletri dei negri che la pavimentano”. Il giornalista e geografo John Scott Keltie, in The Partition of Africa (1920) reputa che per ogni schiavo che raggiungeva il mercato ne morivano almeno sei, mentre Livingstone parla addirittura di dieci.

E non era finita. Giunti a destinazione, i sopravvissuti erano ulteriormente decimati per via delle invalidità sopravvenute durante la marcia e della castrazione dei ragazzi. Nel mondo islamico infatti erano molto richiesti gli eunuchi, da destinare non solo alla guardia degli harem ma a funzioni di servizio o addirittura amministrative diverse. Il tasso di mortalità conseguente questa operazione era altissimo. Lo studioso olandese Jan Hogendorn in uno studio su “l’orribile commercio” (The Hideous Trade. Economic Aspects of the “Manufacture” and Sale of Eunuchs, 1999) lo valuta attorno all’80/90%.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’avvento della concorrenza europea, a partire dal XVI secolo, non frenò affatto il traffico arabo: diede anzi la spinta ad un suo incremento. Gli europei infatti non avevano né la voglia né l’esperienza per inoltrarsi nel cuore del continente, e quindi per procacciarsi gli schiavi facevano riferimento o alle popolazioni locali (sulle coste occidentali) o, e soprattutto, ai mercanti arabi, che avevano il controllo di tutta l’area sub sahariana di “reclutamento”, e in particolare dei porti d’imbarco della costa orientale. Da questi si diramava dunque una duplice tratta, ad est verso il Medio Oriente, il subcontinente indiano, l’Indonesia e l’arcipelago della Sonda, a ovest verso il continente americano.

Insomma: sommando tutti questi aspetti la più prudente delle valutazioni dello scompenso demografico creato da questo traffico nell’Africa sub sahariana tra il XV e il XX secolo non scende al disotto dei cinquanta milioni di individui, mentre quelle più esasperate vanno dai cento ai centoventi milioni.

Sin qui ho riportato cifre e commenti dovuti soprattutto agli esploratori e ai missionari europei che percorsero l’Africa nell’Ottocento, testimonianze che certamente vanno prese con beneficio d’inventario. Come dicevo in precedenza, però, sarebbe difficile fare altrimenti, dal momento che non esiste una letteratura araba in proposito. E non esiste anche perché nel mondo islamico, a differenza che in Occidente, non si è mai sviluppato un movimento abolizionista. La deportazione degli schiavi terminò solo a seguito delle pressioni diplomatiche e militari della comunità internazionale, i cui avamposti erano costituiti dalle missioni protestanti e cattoliche. A dispetto di tutte le successive proclamazioni, però, a partire dallo Slave Trade Act inglese del 1807 fino alla Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, lo schiavismo è stato ufficialmente abolito nell’Arabia Saudita solo nel 1962 (ultimo paese al mondo, a parte la Mauritania). E l’abolizione è avvenuta molto in sordina, come si trattasse di riparare ad una sventata dimenticanza, e senza alcuna profusione di scuse.

Resta così da comprendere cosa ha tanto diversificato (o ha fatto percepire in maniera così diversa) ad un certo punto una vicenda che per buona parte aveva visto accomunate in un identico viaggio nell’orrore la tratta orientale e quella atlantica, fermo restando che l’abolizionismo occidentale è stato indubbiamente mosso anche da motivazioni politiche e da interessi economici che col sentimento umanitario avevano poco a che vedere. In effetti, il contrasto alla tratta araba invocato dall’opinione pubblica europea e presentato come il principale obiettivo degli interventi nel continente africano ha poi portato all’istituzione di protettorati e alla conquista di colonie, nelle quali – vedi il caso clamoroso del Congo – l’orrore è stato replicato direttamente in loco (questo argomento l’ho diffusamente trattato già mezzo secolo fa, nei capitoli centrali di In capo al mondo, vol. II, e soprattutto nel capitolo “Mutamenti nel mondo coloniale”). All’epoca però avevo preso in considerazione solo la tratta atlantica. Nei confronti di questa un sentire abolizionista si diffuse in Occidente sin dagli inizi del XIX secolo, e al di là di ogni strumentalizzazione ha portato gli europei al rifiuto, al senso di colpa e all’assunzione di responsabilità. C’è una letteratura infinita a testimoniarlo.

L’abolizione della schiavitù in Oriente è stata al contrario imposta proprio dagli occidentali, che hanno prima sguinzagliato flotte a caccia delle navi negriere e sono poi penetrati all’interno stesso dell’Africa per stroncare il traffico alla radice (personaggi come Carlo Piaggia o Romolo Gessi, e il loro amico Emin Pasha, per quanto controversi, furono tra i principali protagonisti di questa guerra allo schiavismo). E l’ambiguità di tutta la vicenda non può comunque mascherare il fatto che persino a dispetto della legge coranica la schiavitù abbia continuato ad esistere nei paesi islamici e ad essere considerata una condizione normale per tanto tempo.

Ora, a fronte di tutto ciò può apparire sorprendente che le stesse popolazioni africane ne abbiano cancellata la memoria (ma non sempre: negli anni ‘70, quando in Tanzania salì al potere Nyerere, scalzando l’elite araba che aveva governato il paese subito dopo l’indipendenza, la diffusione dei dati della tratta scatenò un feroce massacro da parte delle genti di colore contro gli arabi presenti nel Paese). Questa rimozione non è dovuta al divieto iconoclasta per gli islamici di erigere statue o creare comunque immagini che sviino l’attenzione dall’unico dio (tantomeno se di “negrieri” o di personaggi compromessi con l’infame commercio), e quindi al fatto di non avere nulla da abbattere o da deturpare. È spiegabile invece con l’azione di proselitismo avviata dal secolo scorso dall’Islam nella fascia centrale e in quella meridionale del continente africano. Soprattutto nelle aree che affacciano sull’Oceano Indiano i musulmani si sono inseriti profondamente nel tessuto sociale e nelle attività economiche, rimodellando anche la lettura delle vicende storiche e cancellando il più possibile la brutale verità sul trattamento riservato in passato alla popolazione di colore.

Sono da considerare comunque tutta una serie di altre motivazioni. Una va ritracciata senz’altro nel fatto che, a differenza di quanto accaduto oltre Atlantico, dove i discendenti di quasi dodici milioni di schiavi rappresentano oggi un quarto (più di duecento milioni) di tutta la popolazione continentale, e soprattutto nel nordamerica hanno maturato una forte identità “diasporica”, cioè una forte coscienza della marginalità cui sono stati per secoli costretti, la discendenza dai disgraziati deportati in oriente è riconoscibile solo in una percentuale esigua della popolazione (con differenze notevoli tra le diverse aree. In Oman, ad esempio, che fu uno dei centri principali di smistamento della tratta proveniente dalla costiera swahili e da Zanzibar, è molto più evidente. Ma anche nell’Arabia Saudita la percentuale degli afro–arabi sfiora il dieci per cento) e soprattutto non si è mai tradotta in una percezione identitaria.

La differenza nell’eredità demografica e storica non può essere semplicisticamente liquidata accampando che la mortalità tra gli schiavi orientali fosse più alta per via delle castrazioni, delle violenze cui erano soggetti, ecc, e che questo spieghi l’assenza di una discendenza (e quindi di una memoria): anche se è probabilmente vero che le perdite durante i trasferimenti atlantici, a dispetto delle condizioni atroci nelle quali questi si svolgevano, fossero inferiori rispetto a quelle delle marce forzate, e che per la mentalità “produttivistica” dei mercanti europei i deportati venissero considerati una merce da salvaguardare il più possibile ( la percentuale dei decessi in mare non era comunque inferiore al quindici per cento). Ed è altrettanto vero, per contro, che le piantagioni americane di zucchero, di cotone e di caffè non erano ovunque dei campi di sterminio dove gli schiavi venivano sfruttati spietatamente, con orari e con carichi di fatica che li conducevano alla morte in pochissimi anni. Situazioni di questo tipo, che pure esistevano, sono testimoniate solo per alcuni casi, in aree particolari e durante la prima fase della tratta, quando l’offerta negriera era più abbondante. Questo non significa negare che l’economia basata sulle piantagioni, soprattutto nei Caraibi britannici, fosse orribile per intensità e per condizioni materiali assolutamente crudeli e umilianti; semplicemente, anche in questi contesti i registri delle aziende che sono stati conservati e cui si è potuto accedere segnalano un accrescimento demografico della popolazione schiavile, il che lascia intravvedere nel complesso situazioni non meno degradanti ma forse meno tragicamente estreme.

Le ragioni effettive sono dunque ben altre, e concernono sia le diverse condizioni di vita cui gli schiavi accedevano sia la diversa autopercezione che maturavano. È quanto sostengono gli storici più autorevoli dell’Islam e dello schiavismo orientale, come Gwyn Campbell e lo stesso Bernard Lewis. Gli schiavi del Golfo (e dell’Asia in generale, forse con la sola eccezione dell’Indonesia olandese) non erano importati per rispondere alla necessità di manodopera servile nel settore agricolo, o almeno non esclusivamente. Al di là del fatto che buona parte della richiesta riguardasse corpi femminili da inserire negli affollatissimi harem, anche i maschi non erano attesi da grandi piantagioni dove vivere isolati: erano impiegati in tutti i settori lavorativi, dall’agricoltura pre–industriale al commercio, e svolgevano i propri compiti fianco a fianco con i nativi. Ciò permetteva loro di entrare subito in contatto con la lingua e la società di arrivo, e di integrarsi molto più facilmente, indipendentemente dal fatto che fossero o meno emancipati. E proprio questo era il punto di snodo.

In fondo al tunnel della schiavitù orientale, per chi arrivasse indenne a percorrerlo tutto, c’era infatti la prospettiva di un ritorno alla libertà. Secondo i dettami coranici tutti i convertiti sono uguali e nessun musulmano può essere ridotto o mantenuto in schiavitù. Anzi, la liberazione degli schiavi è considerata un atto di grande devozione (sia pure solo volontario: per il resto la schiavitù è considerata lecita dal Corano, che provvede anche a normarla, soprattutto quella sessuale femminile). Una volta consapevoli di questa possibilità, la gran parte degli schiavi e degli ex schiavi si convertivano all’Islam, compiendo il passo che conduceva, una volta liberati, all’assimilazione. Inoltre la religione musulmana favoriva anche l’integrazione dei figli di coppie miste: i figli di una schiava o concubina e di un uomo libero avevano gli stessi diritti di quelli nati da una moglie legittima. La madre stessa non poteva più essere rivenduta e, alla morte del padrone, diventava una donna libera.

Questo spiega, sia pure solo parzialmente, perché non ci fu in Oriente una crescita naturale delle popolazioni interne di schiavi, sufficiente a mantenerne almeno invariato il numero fino ai tempi moderni, e perché queste popolazioni non abbiano sviluppato il senso di una condizione e di una identità comune. A ciò bisogna aggiungere, per quanto concerne in questo caso sia i numeri interni che quelli delle importazioni dall’esterno, che quando alla fine del XIX secolo gli effetti della prima globalizzazione mandarono in crisi i principali settori di impiego della manodopera servile nel mondo arabo, ad esempio il commercio dei datteri e quello delle perle, non solo venne a cadere drasticamente la richiesta di nuova forza lavoro, ma ne venne liberata molta che a quel punto risultava superflua, e che si disperse nelle direzioni e nelle attività più disparate.

Per converso, nel Nuovo Mondo la componente schiavile endogena aveva conosciuto nel frattempo un rapido accrescimento. Nell’America anglosassone, infatti, che peraltro non rappresentava la meta principale della Tratta Atlantica e dove in poco più di tre secoli le navi negriere hanno depositato meno di un milione di schiavi africani (gli altri dieci furono distribuiti tra il Brasile, i Caraibi e l’America spagnola), le cose funzionavano in maniera molto diversa. La vita degli schiavi nelle piantagioni era organizzata in modo da consentire la formazione di nuclei familiari e da garantire il ricambio, in un mondo a parte che non aveva contatti di sorta con ciò che stava oltre i confini del latifondo, e all’interno del quale vigevano solo le leggi dettate dal padrone e spesso si comunicava in lingue ibridate dai linguaggi tribali di provenienza. Le piantagioni erano anche (a volte principalmente) degli allevamenti intensivi di nuova forza lavoro, e a un certo punto il volume del traffico interno di schiavi da uno stato all’altro arrivò a superare di gran lunga quello dell’importazione diretta dall’Africa. Si guardava quindi allo schiavo non più solo come mezzo di produzione, ma come strumento di riproduzione.

Questa aberrante finalità poteva però essere perseguita e giustificata solo attraverso l’elaborazione di una vera e propria ideologia della razza, che creava distinzioni molto nette tra neri e bianchi, (rimando in proposito al capitolo “Schiavitù, diversità, razza”, da In capo al mondo, vol. II), classificando i primi come intrinsecamente inferiori e bisognosi di essere guidati per il loro stesso bene col pugno di ferro. La schiavitù diventava pertanto, sulla scorta di tale concezione, una condizione ereditaria, e addirittura un’istituzione benefica. Tale ideologia ha creato soprattutto negli Stati Uniti una barriera di segregazione razziale che presso gran parte della popolazione bianca è rimasta in piedi anche dopo l’abolizione, e che naturalmente escludeva ogni possibilità di relazione interrazziale. Dal momento poi che queste “relazioni” in realtà c’erano, sotto le specie dello stupro autorizzato, gli eventuali loro frutti, i bambini nati da un bianco e da una donna di colore, non erano riconosciuti, né legalmente né culturalmente, ed erano ricacciati nella condizione servile. Va precisato che nel resto del continente le cose sono andate un po’ diversamente, in primo luogo perché il rapporto numerico tra bianchi e colorati era inverso, e poi perché, soprattutto in Brasile, ma anche nei Caraibi, il confronto era con culture cattoliche, più “permissive”, e non con quelle protestanti.

In sostanza, la reclusione nelle piantagioni prima, e la persistenza poi di una segregazione successiva anche all’abolizione, hanno contribuito nel nuovo continente alla creazione di un’identità afroamericana. Cosa che non è affatto avvenuta nei paesi del Medio e del Vicino Oriente, dove ha invece prevalso il processo di integrazione e di assimilazione (in tal senso però non mi sembra particolarmente rilevante il fatto, sottolineato dagli storici che ho menzionato sopra, che solo pochissimi degli ex–schiavi orientali una volta liberati abbiano espresso la volontà di tornare nei loro luoghi di provenienza – a fare che, e per trovare cosa? –, e che quelli che lo fecero perlopiù si trasferirono nell’Africa mediterranea, mescolandosi con le popolazioni locali arabe, beduine e berbere. Anche nella diaspora afro–americana, se si eccettua l’episodio controverso della Liberia, motivato principalmente dalla stessa concezione razzista per cui bianchi e neri non potevano coesistere pacificamente, questa volontà ha coinvolto un’esigua minoranza).

Ora, penso sia evidente che il diverso esito delle due vicende non implica affatto che debbano essere adottati rispetto alle vicende stesse criteri differenti di giudizio morale, o che possa essere addotta per l’una o per l’altra qualsivoglia giustificazione. La macchia lasciata nella storia dell’umanità è indelebile, in qualunque modo la voglia mettere. Ma proprio questo mi ha spinto a riprendere il tema e a proporre delle precisazioni. Non intendevo stilare graduatorie di demerito, classifiche dell’abiezione. Ho cercato di spiegare, sia pure molto approssimativamente, come mai le cose siano andate così, e perché ne sia rimasta una memoria disuguale, o addirittura nessuna memoria. Non è la semplice correzione di una smemoratezza: è un contributo, per quanto infinitesimale, al ristabilimento di una verità che renda almeno un po’ di giustizia a milioni di esseri umani umiliati, sfruttati, torturati e uccisi dal peggiore degli istituti che la nostra specie abbia mai concepito.

Che non lo abbia fatto l’ONU è già estremamente grave, ma altrettanto grave mi sembra il fatto di non aver potuto rintracciare in tutti i lavori storiografici italiani che ho esaminato alcun accenno o commento a tanta disonestà. Temo proprio che quanto a memoria le classifiche si debbano fare, e che noi navighiamo proprio nel fondo. Comunque, se può servire a risvegliare un po’ l’attenzione, sia pure di sponda, ricordo che nello stesso giorno dedicato alle vittime della tratta atlantica si celebrano la Giornata per l’Apprezzamento dei Lamantini (!?) e quella del Waffle, e che il giorno dopo cade la Giornata Internazionale degli Spinaci.

E allora si spiega tutto.

*****

P.S. A questo punto andrebbe però aperto un altro capitolo: quello della deportazione in Oriente di schiavi bianchi. Anche questi sono stati tranquillamente esclusi dalla giornata del ricordo istituita dall’ONU. E non si tratta di un fenomeno marginale: lo dimostrano le cifre. Tra il 1530 e il 1780 è documentata la riduzione in schiavitù da parte dei musulmani della costa barbaresca del Nord Africa di oltre un milione di cristiani bianchi europei. I corsari barbareschi erano molto interessati alle donne bianche, e nella loro caccia si spinsero fino alla Groenlandia, avendo come meta preferita l’Irlanda. Per il periodo precedente, dal 650 al 1500 circa, il problema è il solito: manca una documentazione attendibile e coerente. Si stima comunque, facendo tutte le dovute tare alle testimonianze e considerando qual era la prassi usuale dopo le guerre di conquista, che gli Arabi e gli Ottomani abbiano ridotto in schiavitù un numero di “bianchi” (latini, visigoti, slavi, ma anche armeni e popolazioni caucasiche) superiore ai 5 milioni. Anche di questi si è persa traccia e peggio ancora, memoria. E all’ONU dicono che il calendario è pieno.

Infatti.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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I viaggi nel futuro del reverendo Swift

di Paolo Repetto, 1° novembre 2025

La falsità spicca il volo
e la verità la segue zoppicando.

Jonathan Swift

Ci voleva l’ennesima personalissima emergenza sanitaria per indurmi a rileggere I viaggi di Gulliver, In realtà non si è trattato di una rilettura, perché la prima volta, più di sessant’anni fa, avevo tra le mani una versione ridotta, tanto ridotta da farlo sembrare un libro di avventure. Mi sono trovato a leggere in effetti un libro completamente nuovo, e a rimpiangere di non averlo fatto prima.

Ci sarebbe molto da raccontare, e su cui meditare, ma ho scelto ad esemplificazione del tutto alcune pagine che trovo particolarmente gustose e attuali. Il resto, se volete e se ancora non lo avete fatto, potrete trovarlo in una delle almeno dieci traduzioni italiane attualmente circolanti. In quella di cui mi sono avvalso (nell’Economica Feltrinelli) sono circa trecentocinquanta pagine.

Nella terza parte del libro il protagonista racconta il viaggio che lo ha portato a Laputa, un’isola sospesa per aria. Laputa è una roccia volante, sul tipo di quella de Il castello dei Pirenei di Magritte, che poggia su una base piatta di diamante e che può essere manovrata dai suoi abitanti utilizzando un gigantesco e complicato magnete (la cosa fa presumere una passata altissima capacità tecnologica, che sembra però ormai del tutto svanita). Gli isolani sono tutti scienziati, astronomi e filosofi, che vivono perennemente (e letteralmente) con la testa fra le nuvole, dedicandosi a esperimenti e invenzioni assurdi e totalmente inutili, perché non hanno alcun rapporto con la vita reale. “Sembra che codesta gente sia tanto immersa nelle sue profonde meditazioni da trovarsi in uno stato di perpetua distrazione, dimodoché nessuno può parlare né udire i discorsi altrui se qualche impressione esterna non viene a scuotere i suoi organi vocali o uditivi”. L’“impressione esterna” è creata da un particolare servitore personale, il “batacchiario”, “munito di un bastoncello con una vescica gonfia fissata in cima, piena di piselli secchi o di sassolini […] ed è compito di questo famulo, quando due o più persone si radunano, batacchiare dolcemente la vescica sulla bocca di chi deve parlare, indi sull’orecchio destro della persona, o delle persone cui il discorso è rivolto”. E ancora, durante il passeggio “dare al padrone una lieve batacchiata sugli occhi”, per evitargli di capitombolare o di dare col capo in ogni palo, o di spingere gli altri o di essere spinto nella cunetta di scolo”.

La roccia volante domina dall’alto un’area di terraferma, il regno di Balnibarbi, un tempo fiorente e ora ridotto alla desolazione e alla miseria, proprio a causa delle innovazioni nei metodi di coltivazione dei campi e di costruzione degli edifici imposti dai laputiani.

Nella capitale di questo regno, Lagado, ha sede una celebratissima Accademia, alla cui visita Swift dedica il quinto capitolo. Il suo alter ego descrive il funzionamento dell’accademia ed elenca le “arti e scienze in cui si esercitavano quei dotti”. Nel corso della visita, che si protrae per più giorni, il viaggiatore incontra una serie di personaggi l’uno più strambo dell’altro, tutti accomunati dall’aspetto esaltato, dagli abiti sporchi e stracciati, dal fetore che emanano e dall’abitudine di scroccare mance e oboli, oltre che da una spiccata tendenza a trafficare con gli escrementi. Ci troviamo quello che si dedica da otto anni a estrarre dai cetrioli i raggi del sole, per stoccarli in fiale di vetro e usarli poi per riscaldare le estati inclementi; quello che vuole ricondurre gli escrementi umani al cibo originale che li componeva, separando i diversi elementi; quello che vuole trasformare il ghiaccio in polvere da sparo; l’architetto che ha inventato un metodo per costruire le case partendo dal tetto e il biologo che vuole sostituire la seta dei bachi con le ragnatele tessute da insetti; il medico che cura le coliche aspirando per via rettale con un mantice le ventosità intestinali, o viceversa, insufflando aria con lo stesso strumento. Insomma, un vero e proprio manicomio. Questo per la parte dell’istituto riservata alle invenzioni meccaniche. Ma ce n’è un’altra, assegnata agli studiosi delle scienze astratte, non meno allucinata: e inquietante.

In questa seconda sezione “lavorano” i progettisti del “sapere speculativo”. E qui l’incubo di Gulliver si proietta nel futuro. Il primo sapiente che incontra presiede, con quaranta allievi, a un gigantesco macchinario simile ad un enorme telaio: “Tutti sanno, disse, che i metodi comunemente adottati per arrivare alle diverse nozioni scientifiche e ideali sono faticosi e difficili; col suo nuovo sistema, invece, anche un ignorante poteva scrivere libri di filosofia o di poesia, trattati di politica e di matematica, senza bisogno di speciale vocazione né di studio: bastava una modesta spesa e un piccolo sforzo muscolare.

Nello spiegarmi ciò, egli mi fece vedere il meccanismo intorno a cui stavano i suoi scolari. Il professore mi avvertì che stava per mettere in moto la macchina: a un suo cenno, infatti, ciascun allievo prese in mano un manubrio di ferro (ve ne sono quaranta fissati lungo il telaio). Essi, facendolo girare, cambiarono totalmente la disposizione dei dadi, e perciò delle parole corrispondenti. Allora il professore ordinò a trentasei dei suoi scolari di leggere fra sé le frasi che ne risultavano, via via che le parole apparivano sul telaio; e quando trovassero tre o quattro parole che avessero l’apparenza d’una frase, di dettarle agli altri quattro giovinetti, che facevano da segretari. Questo esercizio fu ripetuto diverse volte, e col successivo capovolgersi dei cubi sempre nuove parole e frasi comparivano sulla macchina. Gli scolari si dedicavano a tale occupazione per sei ore del giorno.

[…] Il professore mi fece vedere diversi volumi in folio pieni di frasi sconnesse ch’egli aveva raccolto e di cui pensava fare un estratto, ripromettendosi di cavar fuori da codesto materiale, il più ricco del mondo, una vera enciclopedia scientifica e artistica. Egli sperava che codesto suo lavoro, spinto con energia, avrebbe toccata la massima perfezione, a patto che la popolazione consentisse a fornire il denaro necessario per impiantare cinquecento consimili macchine in tutto il regno, e che i sovrintendenti dei vari istituti mettessero in comune le loro personali osservazioni.”

Il bersaglio neppure troppo mascherato della satira di Swift è qui la Royal Society, fondata settant’anni prima sul modello prefigurato da Francesco Bacone; ma più in generale è l’ideologia del progresso che va affermandosi in tutta la cultura europea sotto le specie dell’Illuminismo. Swift non è un antiscientifico né un oscurantista. Rifiuta però ogni dogma, e quindi anche quello illuminista secondo cui la scienza e la ragione porteranno inevitabilmente al progresso umano. Quando queste diventano fini a sé stesse, – ci dice – slegate dall’etica e dalla realtà, si trasformano in un’altra forma di superstizione. La satira di Laputa anticipa quindi la critica alla tecnocrazia e all’alienazione dell’intelligenza che attraverserà la modernità.

Con la macchina per produrre poesia o trattati filosofici e scientifici, siamo in presenza dei primi vagiti dell’Intelligenza Artificiale. Mi sembra significativo che i testi nascano da combinazioni di lettere, e poi di paragrafi, e così via. Queste combinazioni non sono propriamente casuali, seguono da un certo punto in poi una loro logica quantitativa di ricorrenza, ma non quella della pregnanza o della consequenzialità di un concetto. Non molto diversamente da quanto accade per i discorsi dei nostri politici o per le recensioni dei nostri critici letterari.

Di per sé, la selezione e memorizzazione di combinazioni dotate di senso a partire da una base di dati casuali è teoricamente possibile, anche se del tutto improbabile. Presuppone un algoritmo in grado di sondare per un tempo infinito una massa di dati altrettanto infinita. Swift sembra qui anticipare l’idea del teorema della scimmia instancabile di Borel, per il quale una scimmia che prema a caso i tasti di una tastiera per un tempo infinitamente lungo quasi certamente riuscirà a comporre qualsiasi testo prefissato, compresa la Divina Commedia. Solo che oltre che instancabile la scimmia dovrebbe essere anche immortale.

Ma forse aveva in mente un’invenzione molto più vicina al suo tempo, la calcolatrice meccanica progettata sessant’anni prima da Leibnitz, che azionata con una manovella avrebbe dovuto realizzare attraverso un sistema di ruote dentate ogni tipo di operazione matematica elementare. E soprattutto aveva presente il fiasco della presentazione di questa macchina alla Royal Society, che portò all’abbandono del progetto.

Passammo poi alla scuola delle lingue, dove tre professori discutevano insieme sul modo di perfezionare l’idioma del paese.

Il loro primo disegno era di rendere più conciso il discorso, riducendo tutti i polisillabi a monosillabi e sopprimendo i verbi e ogni altra parte del discorso, tranne i sostantivi: perché in realtà tutti gli oggetti di questo mondo si possono rappresentare con sostantivi.

I futuristi non hanno inventato nulla. Anzi, erano già stati ampiamente superati dal progetto di riforma laputiano.

Infatti: “Ma il sistema di riforma più radicale doveva consistere, secondo loro, nel fare a meno addirittura delle parole, con grande risparmio di tempo e beneficio per la salute; perché è chiaro che ogni parola da noi pronunziata corrode i nostri polmoni e li danneggia, accorciando così la nostra esistenza. Ora, siccome le parole sono in conclusione i nomi delle cose, costoro proponevano semplicemente che ognuno portasse seco tutti gli oggetti corrispondenti all’argomento delle varie discussioni. E la riforma sarebbe certamente stata adottata, con notevole vantaggio della salute e del comodo generale, se il popolaccio, e specialmente le donne, non avessero minacciato di fare addirittura la rivoluzione qualora fosse loro vietato di parlare nella solita lingua, come i loro antenati avevano fatto fin lì: tanto il volgo è costante e irreconciliabile nemico della scienza!

Tuttavia, il nuovo metodo era adoperato da alcuni dei più illuminati e dotti personaggi, i quali se ne trovavano benissimo. Il solo inconveniente s’affacciava quando costoro dovevano trattare di parecchi e complicati argomenti, perché in tal caso erano costretti a portare addosso dei pesi enormi; a meno che non potessero permettersi il lusso di mantenere un paio di robusti facchini per codesto ufficio. Più d’una volta ho osservato due di codesti scienziati, curvi sotto il peso del loro fardello, fermarsi in mezzo alla strada per conversare, posare in terra il sacco e slegarlo; poi, dopo un’ora di colloquio, aiutarsi reciprocamente a ripigliare il carico sulle spalle e riprendere il cammino.

S’intende che, mentre per i discorsi più comuni ciascuno portava indosso tutti gli oggetti necessari per farsi capire, in ogni casa v’era poi una provvista di molti altri oggetti; e nei locali dove si doveva tenere qualche adunanza di adepti della nuova lingua, si trovava ogni sorta di cose capaci di sopperire alla più complessa conversazione artificiale. E si noti che questo nuovo sistema aveva anche il sommo pregio d’essere universale, cioé di fornire un idioma comune a tutti i popoli civili, come sono loro comuni, press’a poco, tutti gli utensili e gli oggetti d’uso; né gli ambasciatori avrebbero avuto più bisogno, così, di studiare le lingue straniere per trattare coi principi e coi ministri degli altri paesi.”

Fantastico! Questa si chiama concretezza del linguaggio. Certo, funziona solo per la denotazione, e immagino che Heidegger per tenere le sue lezioni o conferenze avrebbe dovuto viaggiare con una carovana di muli. Ma a pensarci bene ci stiamo già avviando, a dispetto delle apparenze, proprio verso un uso essenzialmente denotativo (che è in fondo la condizione comunicativa e relazionale da cui siamo partiti). Il che potrebbe essere un bene per la sopravvivenza della specie, ci si capirebbe meglio, ma non lo è certo per la sua evoluzione.

E infine, Gulliver approda dove viene “concretamente” impartito il sapere sommo:

Visitai finalmente la scuola di matematica, in cui trovai un professore che adoperava, per l’istruzione dei suoi scolari, un metodo che in Europa nessuno sarebbe mai stato capace d’inventare. Ogni dimostrazione, proposizione o teorema veniva scritto sopra una piccola ostia, con uno speciale inchiostro di succo cefalico.

Lo studente inghiottiva l’ostia e stava digiuno tre giorni, nutrendosi solo d’un po’ di pane e acqua. Durante la digestione dell’ostia, il succo cefalico saliva al cervello e vi recava l’esercizio o il teorema desiderato.

Questo sistema non aveva dato, a quanto sentii riferire, risultati molto brillanti; ma ciò era dovuto solo al fatto d’essersi ingannati nel quantum, cioè nella dose del succo cerebrale; oppure anche al contegno maligno e ribelle degli scolari, i quali trovando nauseante il sapore dell’ostia, invece d’inghiottirla la sputavano da una parte, o dopo averla inghiottita la rivomitavano prima che potesse compiere il suo effetto, oppure anche non avevano la costanza di mantenere per tre giorni il regime d’astinenza necessario.”

Non sarà efficace, ma temo sia l’ultima possibilità che ci rimane. Magari aggiornando un po’ il sistema alle più recenti e sofisticate tecnologie: che so, inoculando ai nostri studenti per via endovena dei chips carichi di informazioni e di formule. Rimarrebbero degli asini comunque, ma almeno ci risparmieremmo i trucchi e le sceneggiate per copiare durante i compiti in classe e gli esami.

A questo punto sarà chiaro che Swift è tutto tranne un utopista. Semmai lo è al contrario. I quattro mondi in cui spedisce Gulliver sono il condensato di tutte le storture della società del suo tempo (e del nostro), e vengono esplorati seguendo lo schema perfettamente calibrato dei “mondi alla rovescia” (i lillipuziani sono un dodicesimo di Gulliver, i brobdingnaggiani sono dodici volte più grandi, in ossequio al modello duodecimale inglese: gli abitanti di Laputa sono tutto sommato degli asini irrazionali, mentre i cavalli che governano la Houyhnhnmland sono virtuosi e razionali, ma rigorosi sino alla crudeltà; e così via).

Alla fine I viaggi si rivelano essere un libello contro ogni fanatismo, che indica la via del buon senso comune non per fiducia nella natura umana ma anzi, per l’estrema sfiducia in una sua futura perfettibilità. Swift non crede nelle riforme né nelle rivoluzioni, e tantomeno in un nostalgico ritorno al passato. È un reazionario sui generis, che attacca tutti i pilastri della civiltà occidentale settecentesca, l’idea che la storia proceda verso il meglio, che la scienza porti verità, che la politica miri al bene comune; e ne ha ben donde: Come irlandese, sia pure protestante, e quindi appartenente alla classe dei dominatori, non può ignorare quanto è accaduto e quanto sta accadendo nella sua sfortunatissima isola, la miseria in cui vivono i suoi connazionali, il criminale disinteresse dell’amministrazione inglese, la corruzione che impera nelle istituzioni. Il suo pessimismo pesca però ancor più dal profondo, non nasce dalla situazione contingente in cui è immerso. Pensa che l’uomo sia intrinsecamente corrotto, ciò che in fondo pensava anche Kant, ma al contrario di quest’ultimo ritiene che ogni tentativo di riformarlo conduca al disastro o alla disumanizzazione. E qualche dubbio in proposito, se ci guardiamo attorno, riesce a sollevarlo.

Per quanto concerne poi le proiezioni sul futuro, occorre dire che malgrado il suo intento fosse di mettere alla berlina le fobie che angustiano i lapuziani (ad esempio, che la terra possa essere distrutta dalla coda di una cometa, o che il sole vada gradualmente esaurendo la sua energia) o l’assurdità dei loro progetti, paradossalmente in molti casi il nostro reverendo ci ha azzeccato. E non per un uso sfrenato della fantasia, ma perché evidentemente, a dispetto del suo sprezzo per le scienze e le tecnologie moderne, era anche molto informato. Ad esempio, attribuisce agli astronomi di Laputa la scoperta di due satelliti orbitanti attorno a Marte, scoperta che arrivò nella realtà solo un secolo e mezzo dopo la pubblicazione dei Viaggi. È molto probabile che Swift si rifacesse a una ipotesi già avanzata da Keplero, che a sua volta l’aveva formulata in base alla sua teoria che il numero dei satelliti del sistema solare segua una progressione geometrica. E addirittura, nell’indicarne le dimensioni e i tempi di percorrenza dell’orbita, applica proprio la terza legge di Keplero.

Persino quando satireggia i progetti più assurdi degli accademici di Lagado, quelli ad esempio del riciclo degli escrementi o dell’uso delle ragnatele in luogo della seta, non finisce molto lontano da quanto sta accadendo oggi. Per i primi al momento siamo ancora all’utilizzo per produrre non solo fertilizzanti, ma biometano, una fonte di energia rinnovabile: ma è presumibile che nei laboratori cinesi si stia già andando oltre. Quanto alle seconde, la seta di ragno, stanti le sue caratteristiche di eccezionale resistenza viene studiata per sviluppare materiali innovativi e ultrarobusti, da impiegare addirittura per i giubbotti antiproiettile. Solo l’esiguità della materia prima e la difficoltà di coltivare i ragni in allevamento impedisce oggi una produzione su larga scala, per cui si sta studiando di modificare geneticamente i bachi da seta, ibridandoli.

Questo significa che l’intenzione satirica non ha impedito a Swift di guardare avanti, sia pure con lucida e profonda angoscia. Non si è limitato a trattare come fantasie deliranti le promesse della tecnica, ma ha subodorato dove avrebbe potuto condurre il fanatismo che si stava sviluppando nei confronti di quest’ultima.

Del resto, una cosa simile ha fatto anche nella descrizione dei regimi politici e rapporti sociali vigenti negli altri stati che Gulliver visita. Ma lo scenario futurologico che più mi pare azzeccato rimane quello che vede i lapuziani ciondolare completamente rimbambiti per le strade dell’isola, seguiti dai “batacchiari”. È uno scenario che conosciamo benissimo: solo che anziché risucchiati dalle loro “profonde meditazioni” i moderni lapuziani lo sono dai monitor dei loro cellulari. E purtroppo non hanno batacchiatori a risvegliarli.

Ci sarebbe moltissimo altro da dire e da scoprire sul Gulliver: non vi si parla solo dei lillipuziani. Ma io non sono una scimmia instancabile, e il tempo che ho davanti è tutt’altro che infinito.

Per cui lascio a voi il piacere di farlo. Esistono ancora cose che possono riempirci intelligentemente la vita, e che spesso diamo troppo per scontate, mentre in realtà non le conosciamo affatto. Forse avremmo bisogno tutti quanti di “batacchiari” che ci facessero aprire ogni tanto gli occhi e rimettere in moto il cervello.

La fine di un Mondo

La deriva culturale del popolo della sinistra

di Giuseppe Rinaldi, 13 settembre 2025[1]

1. Ci sono[2] dei fenomeni che sono sotto gli occhi di tutti, ma che non vengono mai esplicitamente portati all’attenzione e fatti oggetto di analisi. Perciò restano conoscenza implicita, senza alcuna riflessione[3]. Questi fenomeni corrispondono un po’ a ciò che Raffaele Simone ha chiamato fenomeni vaghi[4]. Solo in particolari occasioni, in seguito a qualche evento critico, pubblico o privato, ci si rende conto – “si prende coscienza”, si diceva una volta – dell’esistenza di qualcosa di nuovo, anche se magari di assai vecchio nella sostanza. Solo a questo punto, il fenomeno vago può essere circoscritto, diventa familiare, può avere una sua denominazione, può essere analizzato, magari anche compreso nella sua portata.

2. Un caso tipico è quello dell’attuale deriva culturale della sinistra italiana[5]. Intendo qui la sinistra come categoria sociologica, la gente della sinistra o il popolo della sinistra. Si tratta di un fenomeno da tempo collocato sotto gli occhi di tutti, pur non avendo mai avuto alcuna ufficializzazione. Fenomeno vago, appunto. Deriva culturale non vuol dire semplicemente che si perdono le elezioni, come peraltro avviene da un pezzo. Non sto parlando neanche di un eventuale tradimento dei principi e valori della sinistra da parte dei suoi dirigenti, oppure di un abbandono da parte dei partiti della sinistra del proprio popolo. Questi sono fatti che, in qualche misura, sono stati ampiamente rilevati e commentati, come ha fatto, ad esempio, Luca Ricolfi[6]. Io stesso, nel mio piccolo, ho scritto noiosi articoli e saggi in merito, anche se a un certo punto mi sono stancato, visti gli scarsi riscontri. Deriva culturale qui fa piuttosto riferimento alla evaporazione inesorabile della cultura politica della sinistra, come era diffusa e radicata in gran parte del Paese. Sto parlando proprio di un degrado della materia prima, cioè di un degrado intrinseco allo stesso popolo della sinistra. In breve: non siamo più quello che eravamo una volta.

3. Vorrei trattare qui, insomma, della condizione materiale e morale del popolo della sinistra. È una questione intorno alla quale ho sempre creduto, magari a torto, di saperne abbastanza. Sono infatti cresciuto in un ambiente di sinistra, in mezzo a tanti altri come me, in mezzo ai cosiddetti compagni. La qualifica di “compagni” in realtà non ha mai significato un granché, poiché, anche tra i compagni, quelle che emergevano erano sempre le differenze: teorie, ideologie, punti di vista, “sensibilità”, programmi politici e così via. Anche differenze di atteggiamento. Differenze che spesso portavano a rotture, frammentazioni, troncatura di amicizie di rapporti. C’erano anche le invidie e le antipatie personali. C’erano poi anche i furbetti che riuscivano sempre a farsi trovare nel posto giusto, nonostante i tempi cangianti e le incertezze del momento. Tuttavia, al di là della sempre difficile navigazione, al di là dei diversi schieramenti e contrasti, restava sempre la vaga percezione che tutte quelle persone avessero un quid comune, magari davvero assai tenue, capace tuttavia di accomunare, di distinguere dal resto. Di fare la differenza. Si trattava dell’individuazione di un noi collettivo. Un lievissimo comune sentire che si poteva appena avvertire e nel quale si poteva tuttavia confidare. Che magari sarebbe senz’altro emerso, nell’analisi di un fatto politico, nazionale o internazionale, oppure in un momento critico dello scontro politico, in una campagna elettorale importante. Ma sarebbe emerso anche discutendo di libri, oppure discutendo di cinema. Oppure in occasione di una raccolta di firme per qualche iniziativa. Anche la scelta circa la modalità di passare il fine settimana, o di fare le vacanze estive, poteva avere un implicito sottofondo comune. Anche certi hobby avevano un che di distintivo.

4. Su questi vaghi elementi, invero assai indefiniti, superficiali, occasionali ed evanescenti, si basava un senso del noi, un sentimento identitario che derivava da una scelta compiuta, implicita ma anche consapevole, di far parte e di voler continuare a far parte di un certo Mondo[7]. Un Mondo sentito, più intuito che ragionato, ma che per questo non era meno reale[8]. Anche perché gli altri “mondi” erano considerati negativi fuori ogni discussione, erano considerati come dei perfetti disvalori. E, bene o male, questo senso del noi era davvero diffuso. Percepito e condiviso da un numero davvero ampio di persone. Quando c’era qualche iniziativa comune, quelle iniziative davvero basilari, qualificanti, quelle cui non si poteva mancare, ci guardavamo intorno soddisfatti: eravamo comunque in tanti. Magari anche intimamente diversi, ma tanti. Naturalmente qui si sta parlando soprattutto dei tempi andati, del fantastico Mondo dei Boomer[9] e della loro cultura politica. Costoro hanno una descrizione sociologica abbastanza precisa. Sono i nati tra il 1946 e il 1964 e sono stati così chiamati in riferimento al boom demografico (baby boom) indotto dalla fine della guerra[10]. Si tratta oggi della generazione più anziana ancora vivente, che si è particolarmente distinta per una sua specifica cultura politica e per uno straordinario coinvolgimento attivo nelle vicende politiche nazionali e internazionali. Le culture politiche precedenti sono ormai in gran parte trapassate, ahimè, con i loro stessi portatori fisici, e quelle successive, come dirò, costituiscono, proprio sul piano della cultura politica, un notevole punto interrogativo.

5. Premetto qui due righe di teoria sulle questioni generazionali. La nozione sociologica di generazione è incentrata intorno all’esperienza collettiva di un gruppo di età[11]. In questo senso, gli appartenenti a una generazione, accanto al possesso di analoghe caratteristiche di tipo anagrafico, economico e sociale, si ritiene debbano soprattutto aver condiviso una qualche comune esperienza e, dunque, siano rimasti caratterizzati da quella esperienza stessa. Si fa dunque riferimento a qualche tipo di esperienza capace di modificare in modo relativamente profondo chi l’ha compiuta. Esperienze che abbiano avuto un profondo carattere formativo ed educativo. Si suppone che queste modifiche rimangano in qualche misura come permanenti, sia pure in forma compatibile con lo svolgersi della vita ulteriore. Anzi, queste modifiche dovrebbero costituire un background capace di determinare un comune modo di reagire di quella generazione alle più diverse occorrenze della vita pubblica e privata.

6. Le generazioni sociologiche di solito, proprio perché hanno condiviso una qualche comune esperienza, hanno anche avuto modo di sviluppare una loro auto rappresentazione (una narrazione intorno alle loro stesse caratteristiche comuni, una loro propria memoria collettiva). Esse, inoltre, proprio in quanto entità bene individuabili, grazie alle caratteristiche che hanno maturato, sono anche fatte oggetto di rappresentazione esterna, da parte delle narrazioni di altri soggetti (altre generazioni, i media, la letteratura o talune ideologie). Le generazioni dunque sono dei costrutti sociali, ma sono ben lungi dall’essere arbitrarie, poiché sono un prodotto preciso della storia, dell’azione collettiva e della memoria collettiva.

Se è vera la nostra ipotesi, che sia cioè in corso, o sia addirittura in fase avanzata, una progressiva deriva culturale del popolo della sinistra, allora questa deriva culturale dovrebbe, come minimo, essere fatta risalire indietro nel tempo, a cominciare proprio dai Boomer e dovrebbe coinvolgere progressivamente anche le generazioni successive. Naturalmente si tratta, in questa ricognizione, di prendere in considerazione anche le eventuali continuità o discontinuità nella trasmissione culturale tra le generazioni.

7. Un dato di fatto, per intanto, è che il senso del noi dei Boomer aveva ancora un carattere trans generazionale. C’erano gli anziani (tecnicamente ora definiti come Silents[12]) da cui si poteva sempre imparare qualcosa. C’era una tensione spasmodica nel tentativo di trovare tra loro delle figure guida, dei riferimenti di valore. Dei Maestri[13]. C’erano poi i più giovani di noi, ai quali ci sembrava di avere qualcosa di importante da trasmettere. C’era poi chi aveva all’attivo esperienze significative e magari esemplari da proporre. Quelli della Resistenza, quelli della nuova sinistra dei primi anni Sessanta, come ad esempio quelli dei Quaderni Rossi. C’era il mondo degli intellettuali, ampio, variegato e diffuso anche a livello locale, ma c’erano anche quelli del sindacato e c’era il vasto mondo del lavoro. E poi c’eravamo noi, gli studenti, che eravamo affacciati su questo Mondo. C’erano quelli del volontariato. C’erano poi gli iscritti e i militanti di numerose organizzazioni single issue. Oppure anche soltanto quelli che non sono mai riusciti a prendere una tessera, nemmeno una volta. Quelli, cioè, impietosamente definiti come cani sciolti. Erano sciolti ma avevano un tasso elevato di coinvolgimento e di partecipazione politica.

8. La sinistra, dunque, aveva allora un profilo nettamente pluri generazionale. La cultura politica, le conoscenze, i principi e i valori, le esperienze si cumulavano e si trasmettevano. E la sinistra pareva comunque in crescita. A un certo punto però è subentrata quella che può essere definita come una rottura generazionale. Non mi riferisco tanto alla Generazione X, ancora legata ai postumi del Sessantotto e alle complesse problematiche del riflusso, e peraltro ancora estranea alle nuove tecnologie, bensì soprattutto alla Generazione Y, quelli che sono detti anche Millenial. È quella la generazione che ha, di fatto, accantonato il patrimonio delle generazioni precedenti. Sono coloro che hanno cercato, attivamente e consapevolmente, di costruire una cultura politica completamente diversa, che doveva essere nuova e alternativa. Una politica che fosse antipolitica, di movimento, caratterizzata da un attivismo pragmatico e anti ideologico. Il che finiva per concretizzarsi in cose strane, come il non partito, il non statuto, il mandato imperativo e, soprattutto, il rifiuto della distinzione tra destra e sinistra. La politica, per intenderci, del Vaffa, che poi ha avuto la sua più rilevante espressione nel movimento di Grillo. Il Vaffa non si riferiva soltanto ai santuari del potere, ma anche all’intera cultura della sinistra precedente. Non a caso, come manifestazione estrema del nuovo che avanzava, c’era l’infrastruttura della rete e la famosa piattaforma di Casaleggio, che ebbe poi degli sviluppi tragicomici[14]. Sono loro i veri e definitivi sciolti dal giuramento. Direi, sciolti da ogni giuramento. Con loro la deriva stava cominciando a divenire tangibile. Tutto questo mentre il PD cercava di raccattare confusamente le frattaglie della vecchia destra (la DC) e della vecchia sinistra (il PCI), in una nuova cultura politica detta “democratica” che, in realtà, non è mai nata.

9. Abbiamo allora cominciato a capire che i più giovani, tra quelli delle generazioni successive, non avevano più quell’impercettibile senso del noi di cui s’è detto. Se ne infischiavano del senso del noi, del magico quid che a lungo aveva unito le nostre generazioni e le altre precedenti. Non consideravano la cultura cumulativa delle generazioni, guardavano principalmente al presente. Il passato e il futuro cominciavano a cadere fuori dal campo di attenzione. Era anche quello un fenomeno vago che avrebbe dovuto allarmare, ma che è stato digerito senza troppo scompiglio. Ma non è di questi esiti che intendo occuparmi. M’interessa inseguire che fine ha fatto quel senso del noi che era così diffuso tra i Boomer, che ci ha segnato abbastanza profondamente e che, bene o male, ha caratterizzato una intera stagione politica del nostro Paese. L’ultima stagione che ha visto di fatto, nel bene o nel male, una forte politicizzazione della sinistra.

10. Dicevo che non siamo più quelli di una volta. C’è oggi, sotto il naso di tutti, un fenomeno emergente, proprio tra i vecchi “compagni”, quelli per lo meno che, compatibilmente con l’età, sono ancora attivi, che ancora leggono, scrivono, discutono, partecipano, ciascuno a suo modo. E forse anche tra coloro della Generazione X – i cosiddetti quarantenni – che stanno faticosamente prendendo in mano quel che resta della politica. Questo fenomeno è il senso di estraneità (cioè l’esatto opposto del senso del noi) che emerge subito, ogni qualvolta si cominci appena ad accennare a qualche tipo di questione che abbia, anche solo vagamente, a che fare con la politica e la cultura, vuoi locale, nazionale o internazionale. In altri termini, non ci si capisce proprio più. Il magico quid è evaporato. È andato a ramengo. Quello che una volta era stato per noi Boomer il “Mondo della sinistra” è diventato un mondo di estranei. Determinando così, appunto, la prospettiva demartiniana della fine di un Mondo. Tralascio qui, per motivi di spazio, le implicazioni psicopatologiche che De Martino attribuiva alla sua “fine del mondo”. Sarebbe interessante, in proposito, trattare ampiamente della nozione di de-storicizzazione. Chi fosse interessato, può ricorrere al mio saggio già citato nella nota n. 7.

11. La cultura politica delle fasce più anziane, come i Boomer, è oggi decisamente cambiata. Lo scambio politico tipico, quando c’è, è configurato come una serie di chiacchiere superficiali[15] unite a una mitragliata di slogan sempre più brevi, emozionalmente carichi e dal carattere intransigente. L’impressione è che i pochi Boomer che sono rimasti attivi sulla scena della cultura politica della sinistra credano per lo più di esser giunti a conclusioni definitive. Solo che queste conclusione sono tutte diverse, non coincidono proprio. E queste conclusioni le buttano fuori, le eruttano così come viene, senza alcuna voglia di esaminare e discutere le conclusioni altrui. Certezze ormai consolidate, ma anche fossilizzate e incancrenite. Al posto di qualsiasi attitudine alla riflessione e alla discussione, sembra essersi sostituito l’impulso a produrre una espressione qualsiasi, urgente e necessaria. Alla stregua della classica parresia[16]. È come se le complesse articolazioni della vecchia cultura politica avessero lasciato il posto a poche enunciazioni schematiche. Le antiche disparità di opinione sono ricondotte a poche stanche formule dogmatiche, del tutto rituali. Ciò rende gli attuali consessi dei Boomer ormai sempre più carichi di posizioni schematiche, di noiose ripetizioni e di quel senso di estraneità reciproca di cui si diceva.

12. Questa deriva incombente verso la fossilizzazione non facilita il rapporto con le altre generazioni, anzi lo rende quasi impossibile. La cultura politica dei Boomer sopravvissuti appare oggi, agli occhi delle generazioni successive, del tutto fuori luogo. Notoriamente, la qualifica di Boomer è sempre più usata in forma spregiativa. Essa è salita alla ribalta, e ha fatto il giro del mondo, in una data precisa. Si tratta del novembre 2019, quando il famoso motto “OK Boomer!” è stato usato, nel Parlamento neozelandese, come qualificazione negativa, da una deputata venticinquenne contro un altro deputato, peraltro della Generazione X. Il gergo dispregiativo anti Boomer, dicono le cronache, era tuttavia già in circolazione sui media da almeno una decina di anni.

Così, dopo esser stati a lungo ignorati, i Boomer da almeno un decennio stanno cominciando a divenire – come generazione – oggetto di attenzione da parte delle altre nuove generazioni, che tendono sempre più a considerarli come un blocco residuale dotato di alcuni tratti comuni eminentemente negativi e inopportuni. In altri termini, i Boomer, da soggetti di una complessa e articolata cultura politica quali erano, diventano ora principalmente oggetti di contumelie e invettive. Qui non si tratta solo più di una rottura generazionale, un mancato passaggio della cultura politica cumulata, bensì di un conflitto generazionale che si sta facendo sempre più palese e aperto. I Millenials e la Generazione Z sembrano sempre più infastiditi anche solo dalla presenza dei Boomer[17]. Il conflitto è ovunque sempre più evidente. Non c’è, a sinistra, una sola formazione politico culturale che sia in grado di costituire uno spazio comune di discorso tra i Boomer e le successive generazioni.

13. Nell’ambito della sinistra, ci troviamo dunque di fronte a un fenomeno di estraneità generalizzata, oppure, se vogliamo, a una doppia estraneità. Anzitutto quella ormai ricorrente entro la generazione dei Boomer ancora in attività e poi, secondariamente, anche e soprattutto, quella tra i Boomer e le generazioni successive. Quest’ultima sta prendendo l’aspetto non solo di una rottura ma anche di un vero e proprio conflitto. La prospettiva di un conflitto delle generazioni più giovani contro i Boomer emerge in maniera abbastanza chiara e preoccupante nel lucido e corrosivo OK Millenials! di Brice Couturier[18]. Emerge anche, in forma assai preoccupante, in termini sociali ed economici, dall’analisi di Luca Ricolfi contenuta ne La società signorile di massa[19].

14. Il mio intento tuttavia è quello di caratterizzare soprattutto la deriva dal lato dei Boomer. Facciamo un esempio. Non amo parlare in pubblico delle mie esperienze personali, poiché credo che, in fin dei conti, siano del tutto irrilevanti. Ma questa volta, farò una piccola eccezione. Ho avuto modo di provare il senso di estraneità intra generazionale di cui sto parlando, qualche tempo fa, nel corso di una conversazione con una persona della mia stessa generazione, appartenente in qualche modo a quel Mondo comune, politico e culturale, di cui sto descrivendo e lamentando il progressivo e forse definitivo deterioramento. Stavamo discutendo dei fatti di Gaza, di Netanyahu e quant’altro. In quel contesto, essendomi pronunciato su alcune questioni, peraltro di dettaglio, mi sono sentito rivolgere l’epiteto di antisemita. La cosa mi ha dato un qualche fastidio, anche perché, alla mia età e con la mia storia alle spalle, quella era davvero la mia prima volta nei panni dell’antisemita.

15. Mi sono reso conto in quel frangente, in termini esistenziali più che intellettuali, della perfetta inutilità della discussione che stavo facendo. È proprio così, più o meno con una specie di intuizione, che i fenomeni vaghi diventano fatti reali. Il comune percorso generazionale e il senso del noi, il magico quid, non erano più sufficienti a trovare uno straccio di terreno di discorso comune, peraltro su una questione a proposito della quale ormai c’è una storiografia consolidata e una bibliografia enorme, oltre a innumerevoli prese di posizione di studiosi, intellettuali e opinion leader. Una questione oltretutto che, per quelli della mia generazione, esiste da sempre, fin da quando eravamo bambini. Insomma, mi trovavo esattamente come se il mio interlocutore, Boomer anch’esso, fosse un estraneo qualsiasi incontrato per caso, in treno o al bar. Esattamente come se il famoso quid non fosse mai esistito.

16. Ho citato questo fatterello perché mi pare emblematico e perfettamente generalizzabile. Nel campo di discorso della sinistra, soprattutto dal lato dei Boomer – ma la cosa vale certamente a maggior ragione anche per le generazioni successive – ormai, al posto di una esperienza formativa e costitutiva comune, al posto di una cultura politica cumulativa, ci sono solo più innumerevoli questioni divisive, che vengono “risolte” apostrofando l’altro come un nemico, rovesciandogli addosso le più improbabili accuse, utilizzando l’insulto e lo screditamento morale. Siamo diventati tanti piccoli fondamentalisti che, invece di studiare le questioni e di argomentare, si beano di aggiungere delle reazioni, come se fossimo costantemente su Facebook. O in un talk show permanente. Il termine reazione è perfetto, per qualificare questa modalità deteriorata e residuale di rapporto.

17. Si dice, in sede di psicologia sociale, che i social media avrebbero avuto l’effetto di produrre, nei loro utenti, un pensiero schematico e semplificato, oltre ad averli abituati ad avere reazioni emotive amplificate e di pancia. Ma i Boomer dovrebbero essere oggi quelli meno contagiati di tutti. Sono ormai gli unici, tra i rimasti ancor vivi, ad avere passato ben più di mezza vita senza computer, senza smartphone e senza social media. In più, il Movimento del Sessantotto aveva avuto, come sua caratteristica, l’impiego massiccio della parola scritta, dalle scritte sui muri fino all’interminabile serie degli opuscoli politici e degli articoli e saggi pubblicati nelle riviste. Passando attraverso una miriade di ciclostilati e fotocopie. Fino ai malloppi dei vari Maestri della teoria che circolavano come non mai. Ho esaminato in dettaglio questo aspetto della cultura dei Boomer nel mio saggio: Un Sessantotto gutemberghiano[20]. Tutto questo curricolo formativo è silenziosamente caduto nel dimenticatoio. Come non fosse mai esistito.

18. Era ovviamente da un bel po’ che questo senso di estraneità aveva pieno effetto, che era ormai onnipresente e si infilava più o meno in tutte le questioni. Più o meno in tutti i rapporti interpersonali. Ma sembravano sempre estraneità di volta in volta particolari, specifiche e occasionali. Estraneità di cui si prendeva magari atto, ma magari come “contraddizioni in seno al popolo”, per usare un frasario un po’ datato. Ora sembra proprio il caso di prender atto che sta sopravvenendo una estraneità generalizzata.

Bisogna riconoscere che, ben oltre alla questione palestinese, in effetti, veniamo da stagioni divisive davvero straordinarie. Vediamone alcune, a mo’ di esempio. La sarabanda delle scissioni avvenute intorno al PD e all’ineffabile Renzi. Il conflitto contro tutti del movimento del Vaffa, nato proprio entro la Generazione Y. Il senso di estraneità reciproca con i No-Vax, nato intorno alle discussioni sulla questione delle vaccinazioni. E più in generale intorno alla valutazione della scienza e della tecnologia. Oppure sulla questione dell’invio di armi all’Ucraina. Uno degli argomenti più divisivi è ancora oggi costituito dalle cause della guerra tra Russia e Ucraina. La NATO poi è in assoluto uno degli argomenti più divisivi. La definizione di cosa sia il regime di Putin è un’altra questione altamente divisiva. Più o meno come era stata divisiva la questione intorno alla vera natura della Unione Sovietica, negli anni Venti e Trenta. Per non parlare delle questioni relative alla pace e alla guerra, con tutti gli annessi e connessi, tra cui la questione delle spese militari. Tutte le volte che parlo della democrazia, quella sostanziale, non quella formale, vedo intorno a me sguardi di pena e commiserazione. Per la maggior parte dei Boomer la democrazia era sempre stata “borghese” e sempre lo sarà! Meglio poi non parlare di magistratura, di legge elettorale, di regolamentazione dei partiti e dei sindacati. Mi dicono che anche nel movimento femminista ci sono oggi delle profonde spaccature.

19. Non parliamo poi ancora di Jobs Act e di questioni legate al mondo del lavoro e al ruolo del sindacato. Il recente Referendum del giugno 2025 ha visto profonde divisioni interne alla sinistra, come una valanga che nessuno più riesce a fermare[21]. Sulle questioni ambientali ci sono poi innumerevoli dissidi, come sulla cosiddetta democrazia diretta e sui beni comuni. Non parliamo poi dei diritti civili e del politically correct. Anche sulla immigrazione siamo riusciti a creare nemici e fronti contrapposti. Possiamo aggiungere anche le ricorrenze del calendario civile, con punte estreme il 25 aprile. Non parliamo poi dell’Europa. Non parliamo poi ancora dell’America e dell’Occidente, sempre colpevoli, secondo alcuni, di qualsiasi nefandezza. Si riesce anche a litigare, in campo filosofico, in maniera piuttosto irriducibile, sui principali filosofi degli ultimi tre o quattro secoli.

Insomma, ci ritroviamo divisi su tutto. Ripeto, su tutte queste questioni è del tutto legittimo esistano punti di vista diversi. Meno comprensibile è che non ci siano più chiavi interpretative minimamente condivise e che ormai nessuno abbia più voglia di dibattere, di studiare, e che le opposte fazioni si affrontino a colpi di insulti, condanne moralistiche e interdizioni perpetue. Ovviamente tutte queste questioni divisive rendono impossibile la formulazione di un qualsiasi programma elettorale progressista di sinistra. Tutto ciò, ovviamente, si è tradotto e si tradurrà in pessimi risultati elettorali. Il 2027 non è poi così lontano. Ma questo sembra non importare a nessuno. Gli effetti concreti della deriva culturale si sono visti nel 2022, quando la sinistra disunita ha fatto vincere la destra.

20. E qui vengo alla questione dell’Occidente senza pensiero, nella sua versione più idiosincrasica. Nel particulare cioè delle nostre vite e dei nostri rapporti quotidiani. Se appena si cerca di approfondire qualcuna delle questioni in gioco, ci si troverà di fronte sempre e soltanto a pezzi di ragionamenti, talvolta di senso comune, talvolta provenienti da epoche passate, talvolta raccattati sui social o presso qualche sito di riferimento di nicchia. Tutte le posizioni, anche le più strampalate, hanno oggi il loro sito di riferimento che coordina i loro adepti. Le analisi (che riguardano magari questioni di grande complessità) sono spesso ridotte all’osso. Spesso si tratta di semplificazioni difficilmente accettabili e del tutto inutili. Al posto dell’approfondimento, abbiamo le ripetizioni martellanti. Le poche e vecchie cause motrici della storia e della società, ossificate, vengono invocate per spiegare le conseguenze più varie, per proporre politiche del tutto improbabili. Scattano sempre gli stessi modelli esplicativi. Colpa dei padroni, degli americani, delle banche, della UE, della finanza internazionale, dei rigurgiti neofascisti, del neoliberismo, del patriarcato, dell’antisemitismo[22], degli immigrati[23] e di quant’altro.

21. Come abbiamo fatto a cadere così in basso? Io mi do la seguente spiegazione. Finché c’erano le ideologie[24], nel Mondo di cui ci stiamo occupando, c’erano anche le agenzie di produzione ideologica, c’erano gli intellettuali di riferimento, c’erano innumerevoli corpi intermedi che si occupavano intensamente della produzione delle idee. E le idee che circolavano avevano un carattere decisamente professionale. E di idee in circolazione ce ne erano assai. Alcune erano sicuramente pessime, ma alcune decisamente illuminanti, capaci di dar senso alla nostra vita e alla nostra storia. C’era di che scegliere. Tra gli intellettuali c’erano – come dice Aldo Schiavone nel suo saggio – i Maestri, coloro che erano in grado di analizzare le grandi questioni e di operare le grandi sintesi prospettiche che davano senso alle nostre vite e al nostro impegno nella storia. Nonostante le differenze di analisi e di opinione, si aveva l’impressione di una qualche omogeneità, per lo meno nei presupposti di metodo, che consentivano un qualche dibattito civile. Le nuove interpretazioni, quando c’erano, venivano soppesate, i dibattiti procedevano con un certo ordine. Tutti avevano l’impressione di occuparsi all’incirca delle stesse questioni, quelle all’ordine del giorno, che erano perciò considerate da tutti come le più importanti. Magari ci si divideva, ma c’era la consapevolezza che le questioni erano quelle. In genere, ci si divideva per delle ragioni. Se non si era d’accordo con qualcuno o qualcosa, si sapeva sempre spiegare perché. Questo anche perché investivamo tempo e denaro per informarci, per studiare.

22. Bastava leggere qualche rivista o qualche libro ben scelto, per tenersi aggiornati sugli sviluppi dei dibattiti nazionali e internazionali. Magari c’erano dei benemeriti che ogni tanto si peritavano di fare delle sintesi ad usum delphini. Magari anche ricche di copiosi riferimenti storici e con repertori bibliografici che avrebbero ammazzato chiunque. Oppure bastava frequentare le numerose e diffuse conferenze in cui si faceva il punto delle principali questioni. Si poteva dibattere con i relatori, fare delle domande. Ma poi, come ho già accennato[25], c’era un sacco di gente che scriveva. Lettere, articoli di giornale, saggi di vario genere, inchieste, denunce, relazioni a convegni, documenti politici. Habermas avrebbe detto che c’era qualcosa che somigliava al suo modello della opinione pubblica democratica. Al modello del Diskurs. Oggi, a sinistra, non ci sono più dibattiti, non c’è più opinione pubblica, ci sono solo risse da stadio.

23. Con la fine delle ideologie, questo universo culturale comune, questo universo pubblico di discorso, è progressivamente venuto meno. Non sto qui a esaminare in dettaglio perché e come questo sia avvenuto. Sarebbe troppo lungo. Di fatto gli intellettuali pubblici sono diventati dei chiacchieroni televisivi, le riviste hanno chiuso, le case editrici hanno cominciato a sfornare paccottiglia per le nuove generazioni dalla bocca troppo buona. Perfino i corsi scolastici e gli esami sono stati drasticamente semplificati. Oggi si può pigliare una laurea triennale con una tesina di 25 pagine. Così, è accaduto che ciascuno dei Boomer, neanche più tanto giovani, si è trovato a dover ricominciare a camminare con le proprie gambe. Gestire in proprio (cioè da soli) la ricerca delle informazioni e la loro interpretazione. Gestire in proprio la costruzione e il mantenimento di uno straccio di visione del mondo. Tanto per sapere cosa si vive a fare.

24. Di fronte al venir meno di un comune universo di discorso, i più “deboli” (mi sia permesso questo aggettivo, che nell’intenzione vuol essere di grande simpatia) si sono subito persi per strada. Magari anche sommersi dalle accidentalità e dalle incombenze, sempre più difficili, della vita quotidiana. Un riflusso lento e progressivo che in generale ha significato comunque un impoverimento della partecipazione. I più tenaci, sempre più pochi, hanno invece cercato di concentrarsi sulle questioni più commestibili, quelle più alla loro portata, lasciando da parte gli aspetti più ostici, quelli che avrebbero richiesto competenze e linguaggi specializzati. Direi che – contro Lyotard[26] e la schiera dei post-marxisti postmoderni – sia sopravvenuta un’incapacità generalizzata di produrre grandi narrazioni che fossero appena decenti[27], la qual cosa ha assicurato il proliferare delle piccole narrazioni, particolaristiche e identitarie, come quelle della cultura woke. O quelle dei tanti cespugli della sinistra minoritaria nostrana.

25. Avvenne così che, da quella che era sempre stata una galassia, si è dato luogo alla formazione di tanti piccoli micro sistemi – “giochi linguistici” di tipo pragmatico, direbbe il solito Lyotard – sempre più isolati e incomunicabili, sempre più concentrati a cuocere nel proprio brodo. Le idiosincrasie individuali e il progredire delle età anagrafiche hanno fatto il resto. Gruppi di irriducibili, sempre meno numerosi, entro cui ormai si perpetuavano pochi spezzoni di cultura politica, sempre più ripetitivi, sempre meno efficaci a cogliere nel segno i processi e i cambiamenti sociali, e le grandi vicende internazionali. Sempre meno efficaci a indicare prospettive credibili per affrontare la grande trasformazione tecnologica ed economica di fronte alla quale ci troviamo. Ciò ha prodotto anche l’allontanamento dal pensiero scientifico, dalle scienze economico sociali in particolare. Dalle scienze umane. E l’allontanamento dalla filosofia e dai valori dell’umanesimo. Umanesimo, oltre a democrazia, è un’altra parola che suscita ilarità e compassione nel mio circondario, tutte le volte che la pronuncio. Con l’aggravante del fatto che il pensiero politico ha comunque fondamentali risvolti filosofici. La filosofia è nata con la polis, ma la polis non sta in piedi senza una qualche passabile filosofia politica condivisa.

26. Coltivare in proprio anche solo qualche spezzone di discorso approfondito diventava sempre più oneroso, sempre meno remunerativo. E così è venuto il momento in cui ci siamo arresi. Siamo diventati tutti ritualisti nel senso di R. K. Merton. Coloro cioè che, essendo ormai del tutto impossibilitati nei mezzi, continuano inutilmente a vagheggiare i vecchi fini. Si pensi, ad esempio, al degrado subito dal dibattito nel campo delle scienze dell’educazione. Che pure è un campo che coinvolge innumerevoli professionisti, dotati di un certo livello di istruzione, nelle scuole di ogni livello. La qualità scadente della istruzione che trasmettiamo alle giovani generazioni è allarmante, ma nessuno si preoccupa. Neanche le giovani generazioni stesse. Tutti contenti.

27. All’appartenenza viva a un Mondo – la cultura politica della sinistra funzionava proprio come un Mondo demartiniano – con tutte le sue variegate sfaccettature, è così succeduta la coltivazione di costellazioni di identità rituali, rigide, impermeabili a ogni cambiamento. Lasch parlerebbe di Io minimo[28]. Che queste identità siano confinate in piccoli gruppi di irriducibili (destinati a sciogliersi solo con la sopravvenuta inabilità dei singoli appartenenti) oppure confinate entro la soggettività di singoli cani sciolti. Finché c’era un Mondo, era facile partecipare, discutere, scegliere tra le diverse alternative, magari anche cambiare posizione, ingenuamente anche infinite volte. Venuto meno il Mondo, l’economia del cambiamento non poteva più funzionare. Cambiare prospettiva da soli[29] era diventato sempre più oneroso, sempre più difficile. Non restava che rinchiudersi in una sorta di Fortezza dei Tartari. Ormai si costruiscono solo più cinte difensive, fortificazioni per difendere quelle quattro idee in croce che qualcuno ancora conserva gelosamente. Cimeli di un passato che una volta era stato vivo ma che ora è poco più che ridotto a un fossile museale. In generale, possiamo dire che alle elaborazioni complesse delle analisi e dei punti di vista che erano propri di un Mondo, è subentrato il fai da te individualizzato e, soprattutto, disperato. È subentrata la presunzione autoreferenziale di albergare e mantenere un residuo di cultura politica senza un autentico confronto, senza elaborazione, senza pubblico discorso, ma semplicemente sventolando una bandierina.

28. Se qualcuno poi cerca faticosamente di mantenere qualche standard culturale appena un po’ più elevato, magari affine a quei Maestri cui pure si era ispirato in passato, oppure se cerca di armeggiare con qualche forma di pensiero meno semplicistico, un po’ più articolato, oppure se cerca di tenersi aggiornato al panorama culturale internazionale, ebbene costui sollecita e suscita, nel circondario, l’incredulità e poi le immediate diffidenze. E talvolta aperte ostilità. Financo aggressività. L’Io minimo, oggi così diffuso, non può che produrre il rancore contro i diversi. Perché l’appiattimento cui siamo soggetti è una cosa che si deve consumare tutti insieme. Chi non si appiattisce come tutti, è decisamente un provocatore. Mal comune, mezzo gaudio. Sono reazioni in fin dei conti comprensibili, sebbene non giustificabili. Non si hanno ormai più gli strumenti per capire ciò che appena si distanzia dal senso comune. Costui sta dalla mia parte oppure è contro di me? Devo dargli ragione o devo dargli torto? Nel dubbio, è sempre meglio tenersi alla larga, meglio bannare senza esitazione. L’Io minimo è implacabile.

29. Quando vengono progressivamente meno i criteri di valutazione in termini di cultura politica, cioè criteri legati a un comune universo di discorso, a un universo di principi e valori, a un’enciclopedia di concetti condivisi, a un Mondo, come si diceva poc’anzi, allora si fa strada con prepotenza la logica realistica dell’amico/ nemico. Quella che è piaciuta tanto a certi nostri marxisti post-marxisti. Che hanno mollato Karl per avere in cambio l’altro Carl. Non contano più le idee, bensì i rapporti tra le persone. Si passa, ahimè, come dice Lyotard, dalla semantica alla pragmatica. La tendenza allora è quella a costituire piccole consorterie di sodali, che discutono di niente al proprio interno, ma che sono convinti di avere alcune comuni ideebandiera, alcuni vessilli simbolici da sventolare, qualche vecchia canzone da ascoltare, qualche rito periodico da compiere. Qualche causa assurda da sostenere. Appunto, cose come i “giochi linguistici” e le “piccole narrazioni” di Lyotard. Da brandire contro tutto il resto del mondo. Soprattutto da brandire contro i concorrenti interni alla sinistra stessa. Il che avviene oggi ancora esattamente come nella vecchia Unione sovietica. Il capitalismo poteva anche aspettare, ma quello che dovevi combattere, e far fuori subito, era il tuo immediato concorrente interno. Al di sotto degli striminziti e spesso assurdi vessilli simbolici, se si va a ben guardare, spesso ci sono soltanto piccoli interessi di bottega. Occupare qualche posto nella pletora di piccole organizzazioni che non contano più nulla, piazzare gente della tua lobby negli incarichi e organismi dirigenti, far venire qualcuno dei tuoi a tenere una conferenza da fuori, o a presentare un libro, mandare qualche post su Facebook per intrattenere la tua cerchia, rilasciare qualche intervista a nome della tua organizzazione, fare delle cene per raccogliere fondi, farsi invitare a tenere qualche pubblico dibattito. In tutto questo attivismo da amico/ nemico, accade così inevitabilmente che il famoso merito, tanto blaterato in teoria quanto sempre ignorato in pratica, vada a farsi benedire e si generi quella caratteristica selezione degli incapaci, così tipica ormai ad ogni livello delle organizzazioni superstiti del popolo della sinistra. Deriva culturale e selezione degli incapaci sono un miscuglio tossico che caratterizza sempre più il panorama tardo della fine di questo Mondo.

30. Spero di avere adeguatamente motivato che un Occidente senza pensiero[30], l’argomento del mio precedente saggio, non è solo un vezzo intellettualistico. O un argomento salottiero di moda. È piuttosto qualcosa che ha riguardato da vicino le nostre vite, quel che eravamo e quel che siamo purtroppo diventati. E che determina oggi la chiusura delle nostre prospettive e delle nostre speranze rispetto al futuro. Per noi e per quelli che verranno (anche se a costoro la cosa sembra davvero poco importare!). Si tratta di una deiezione nella quale siamo scivolati, senza neppure accorgercene. Senza neppure gridare. Senza neppure invocare aiuto. Semplicemente perché stavamo precipitando tutti nella stessa direzione, e ci sembrava allora una cosa del tutto normale.

In questo saggio mi sono occupato soprattutto del Mondo che ho conosciuto meglio, quello dei Boomer di ieri e di oggi. Se questo è però il quadro della deriva della cultura politica nell’ambito dei Boomer – cioè, quella generazione ancor vivente che nel contesto della propria formazione ha avuto le maggiori iniezioni di cultura politica – ci si può seriamente domandare allora quale sia la situazione presso le generazioni successive. Su questo argomento ho avuto qui solo il modo di fornire qualche flash estemporaneo. Magari tornerò sull’argomento. Qualche tempo fa mi sono ampiamente occupato della questione[31] e posso dire che, in merito, è ormai disponibile una vasta letteratura e che questa non è delle più confortanti. Peraltro, basta guardarsi intorno.


OPERE CITATE

1983 Anderson, Benedict, Imagined Communities. Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, Verso, London. Tr. it.: Comunità immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi, Manifestolibri, Roma, 1996.

2021 Couturier, Brice, OK Millenials! Puritanisme, victimization, identitarism, censure. L’enquête d’un baby-boomer sur les mytes de la génération “woke”, Éditions de l’Observatoire, Paris.

1984 Lasch, Christopher, The Minimal Self. Psychic Survival in Troubled Times, Norton, New York. Tr. it.: L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Feltrinelli, Milano, 1985.

1979 Lyotard, Jean-François, La condition postmoderne, Les Éditions de Minuit, Paris. Tr. it.: La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano, 1981.

1952 Mannheim, Karl, The Sociological Problem of Generations, in Mannheim, Karl (a cura di), Essays on Sociology of Knowledge, Routledge and Kegan Paul, London. [1923]

2000 Putnam, Robert D., Bowling Alone. The Collapse and Revival of American Community, Simon & Schuster, New York. Tr. it.: Capitale sociale e individualismo, Il Mulino, Bologna, 2004.

2017 Ricolfi, Luca, Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi, Longanesi, Milano.

2019 Ricolfi, Luca, La società signorile di massa, La nave di Teseo, Milano.

2022 Ricolfi, Luca, La mutazione. Come le idee di sinistra sono migrate a destra, Rizzoli, Milano.

1969 Riesman, David & Glazer, Nathan & Denney, Reuel, The Lonely Crowd, Yale University Press, New Haven and London. Tr. it.: La folla solitaria, Il Mulino, Bologna, 1999. [1950]

2012 Rinaldi, Giuseppe, “La fine del mondo. Crisi e storicità in Ernesto De Martino”, in Anima e Terra, n. 2, ottobre, pp. 133-157.

2025 Schiavone, Aldo, Occidente senza pensiero, Il Mulino, Bologna.


NOTE

[1] Pubblicato su Finestre rotte il 28 agosto 2025.

[2] Recentemente ho scritto un saggio di analisi intitolato Occidente senza pensiero. In quel saggio, in dialogo ideale con Aldo Schiavone (Cfr. Schiavone 2025), mi occupavo di una questione un poco astrusa, cioè del destino culturale dell’Occidente, nella attuale tormentata fase storica. Devo dire che il mio saggio, tranne lodevoli eccezioni e qualche latrato fuori luogo, non ha suscitato grandi reazioni, né positive né negative. Il saggio che qui presento, tratta esattamente e pervicacemente gli stessi argomenti dell’altro, non più però dal punto di vista generale, bensì dal punto di vista idiografico, cioè particolare. Diciamo che qui mi occupo del lato particolare del vuoto di pensiero dell’Occidente, quello che ci riguarda da vicino e ci tocca direttamente come individualità storiche. Mi aspetto pertanto almeno qualche reazione negativa, ma staremo a vedere. Preciso, dati i tempi, che nella stesura di questo testo non ho fatto uso alcuno di strumenti di intelligenza artificiale.

[3] Senza concetto, avrebbe detto Hegel.

[4] Ho provveduto a spiegare dettagliatamente la nozione di fenomeno vago nel mio saggio Il fenomeno vago della postverità.

[5] Userò il termine “sinistra” in senso ampio, senza alcuna distinzione interna, riferendomi soprattutto agli elementi basilari della cultura politica sinistrese. Circoscrivo per semplicità il discorso alla sinistra italiana. Quanto al termine deriva, così recita il Passerini Tosi: «Andare alla deriva = Detto di nave che non si può più governare ed è trascinata dalle correnti. […] In senso figurato […] lasciarsi trascinare senza reagire. Esser come in completa balia degli eventi».

[6] Cfr. Ricolfi 2017 e Ricolfi 2022.

[7] Uso qui il concetto di Mondo, che ha avuto una rispettabile tradizione filosofica, a cominciare da Kant e Schopenhauer per continuare con Dilthey e Husserl, e che, specificatamente nel campo storico sociale, culmina con uno dei miei Maestri virtuali, Ernesto de Martino. Sulla nozione di “mondo” in Ernesto De Martino si può vedere il mio saggio Rinaldi 2012. Il saggio è stato da poco rivisto e ripubblicato sul mio blog: Finestre rotte: La fine del mondo. Crisi e storicità in Ernesto De Martino (2012).

[8] Su questo punto, il riferimento ovvio è Comunità immaginate di Benedict Anderson. Cfr. Anderson 1983.

[9] Uso questo termine, anziché termini similari, solo perché è più preciso e permette così il raffronto con le altre generazioni. Sociologicamente, i Boomer sono coloro che sono nati tra il 1946 e il 1964. Sono coloro che, nel 2025, hanno tra 61 e 79 anni. La generazione successiva è la cosiddetta Generazione X, che comprende i nati tra il 1965 e il 1979. Sono coloro che, nel 2025, hanno tra 46 e 60 anni. Sono costoro a rappresentare il contingente più ampio dell’attuale personale politico. La generazione successiva è quella dei Millenial (detti anche Generazione Y) che comprende coloro che sono nati tra il 1980 e il 1994 e che, nel 1925, hanno una età compresa tra 31 e 45 anni. Costoro – vista la gerontocrazia tipica del nostro Paese – si apprestano a costituire la schiera new entry nell’ambito del personale politico. La generazione successiva è la Generazione Z, nata tra il 1995 e il 2012. Oggi nel 2025 hanno un’età compresa tra 13 e 30 anni. Data la loro età, sono ancora in gran parte coinvolti nei processi di formazione. Sono coloro cui dovrebbero essere rivolte formidabili e obbligatorie iniziative di formazione alla cultura civica e alla vita politica. Sarebbe questo il solo investimento che potrebbe provare a invertire la deriva di cui stiamo parlando. Ma nessuna forza politica nostrana ha all’ordine del giorno qualcosa di simile.

[10] Il boom demografico vale soprattutto per gli Stati Uniti. Un po’ meno per l’Italia.

[11] Questa definizione è stata prodotta da Karl Mannheim, in un articolo del 1923. Cfr. Mannheim 1952.

[12] Sociologicamente così è stata denominata la generazione dei nati prima del 1946, tra il 1928 e il 1945.

[13] Sembra strano oggi, ma queste figure guida c’erano, erano numerose e distribuite anche a livello locale. Le si poteva incontrare, si poteva discutere con loro, si potevano ascoltare le loro conferenze o leggere i loro articoli sulle riviste. Oggi, a destra e a sinistra, tutti credono di saperne abbastanza e di non aver alcun bisogno di figure guida. Chi si presentasse come figura guida sarebbe perfettamente ignorato. Ovviamente, fanno eccezione i leader populisti.

[14] Tutto ciò è ormai caduto nel dimenticatoio. Il danno arrecato è stato grave, ma costoro uno straccio di analisi e di autocritica non la faranno mai. Scurdammoce o’ passato!

[15] Non posso non evocare qui il mondo della chiacchiera come descritto da alcuni filosofi esistenzialisti.

[16] La parresia è l’impulso irrefrenabile a dire pubblicamente quella che si ritiene essere la verità, a qualsiasi costo.

[17] La mia impressione è che le radici ultime di questa conflittualità siano assai profonde. Non ho spazio qui per entrare in argomento. Altrove ho parlato di mutazione antropologica. Cronologicamente, i primi a rilevare qualcosa di simile a questa mutazione sono stati David Riesman (1909-2002) e Marshall McLuhan (1911-1980). A seguire poi molti altri studiosi, come ad esempio Cristopher Lasch (1932-1994). Si tratta di una diversa strutturazione dell’Io dovuta a processi sociali e soprattutto culturali. Riesman, nel suo The Lonely Crowd, contrappone il tipo psicologico degli inner-directed a quello degli other-directed. Ho trattato diffusamente di questa problematica nel mio saggio David Riesman e l’individuo ben socializzato, peraltro mai pubblicato su Città Futura. Cfr. Finestre rotte: David Riesman e l’individuo ben socializzato. Si veda eventualmente Riesman 1969 [1950].

[18] Cfr. Cuturier 2021.

[19] Cfr. Ricolfi 2019.

[20] Si veda il mio saggio Un Sessantotto gutemberghiano.

[21] Si veda eventualmente la mia analisi dei risultati referendari nel mio recente saggio: Finestre rotte: Referendum 2025.

[22] Oggi anche l’ONU è da taluni considerato come antisemita. Mi sento dunque in buona compagnia.

[23] In occasione del Referendum 2025, è accaduto spesso di sentire rudi militanti della “rivolta” landiniana sostenere che la presenza, nel pacchetto dei Referendum, della questione della cittadinanza agli immigrati avrebbe alimentato l’assenteismo elettorale e fatto perdere voti ai referendum sul lavoro. Un chiaro invito a non ripetere più l’errore di simili connubi contro natura.

[24] Assumo qui – seguendo l’opinione corrente – che ci sia stata effettivamente una fine delle ideologie, anche se la questione è davvero assai discutibile e controversa. È senz’altro riscontrabile che siano finite giustamente alcune ideologie decisamente dannose e financo perverse. Insieme a loro sono state buttate ideologie invece del tutto indispensabili, come l’umanesimo, la democrazia, l’eguaglianza oppure il cosmopolitismo Non ho spazio qui per trattare questa problematica.

[25] Vedi nota 18.

[26] Cfr. Lyotard 1979. Lyotard è un filosofo post-strutturalista e postmodernista.

[27] Il problema non è se le narrazioni siano piccole o grandi, bensì se siano giuste o sbagliate. Siccome Lyotard è un relativista, guarda soltanto alla dimensione delle narrazioni (grandi o piccole) e non al loro contenuto.

[28] Cfr. Lasch 1985.

[29] Mi riferisco qui allo studio di Robert Putnam Bowling Alone. Cfr. Putnam 2000.

[30] Vedi la nota n. 2.

[31] Ho, da tempo, un saggio in sospeso su questo argomento. Non ho grandi incentivi a completarlo.

 

Perché non possiamo non dirci democratici

di Giuseppe Schepis, 4 settembre 2025

Democrazia: (dal greco dèmokratia, da dèmos, popolo e kràtos, autorità) Autogoverno del popolo. Preponderanza del potere popolare in un qualunque governo, o controllo di questo governo da parte del popolo.

E dai, proviamoci ancora. Torniamo un’altra volta su tema della democrazia. Non che su questo sito l’argomento sia mai stato trascurato, direi anzi che praticamente sin dall’inizio non si è parlato d’altro, da tutte le angolazioni e in tutte le declinazioni possibili: ma siamo ormai talmente abituati a sparare noi stessi addosso alla democrazia, o a vederla bersaglio di ogni possibile critica o attacco, che rischiamo di perdere di vista la formula fondante, il significato originario del termine. Ben venga dunque una riflessione pacata ed essenziale come quella proposta di seguito da Giuseppe Schepis. Giuseppe è una delle persone più limpide e intellettualmente oneste che io conosca: il che non significa affatto ingenue, al contrario: significa capaci di affrontare un tema così controverso con umiltà e coraggio, non proponendo e giustificando delle risposte già confezionate, ma ponendosi delle domande. Che è poi l’unico, semplice metodo della conoscenza. (p.r.)

È convinzione comune che la democrazia sia il migliore dei governi possibili, ma occorre chiedersi se una qualche democrazia pienamente compiuta sia mai stata costruita; dobbiamo interrogarci circa la sua reale attuazione passata, lo stato di salute delle democrazie presenti e gli sviluppi futuri che si possono intravvedere a partire da eventi quali le ultime elezioni statunitensi, che hanno riportato al potere Donald Trump e quella squadra per certi versi sgangherata e per altri inquietante che forma il suo governo.

Partiamo dal principio di funzionamento che dovrebbe caratterizzare un sistema democratico: in un tale sistema tutti i cittadini che formano la comunità democratica in analisi partecipano al governo dell’entità statale. Ogni cittadino partecipa alle decisioni e all’indirizzo politico del governo della comunità o direttamente (come nelle democrazie arcaiche formate da pochi cittadini riconosciuti tali, o come nei referendum popolari che vengono correntemente utilizzati in molte democrazie moderne) o indirettamente, eleggendo propri rappresentanti che porteranno la voce degli elettori in parlamenti e governi di varia forma e natura.

Un dato di fatto che mi sento di dare per scontato, ma che sovente non viene preso in considerazione nei piatti dibattiti politici odierni, è che in una società complessa gli interessi dei singoli cittadini non sempre coincidono e quindi l’indirizzo politico e le scelte di governo della comunità dovrebbero tenere conto e mediare tra tutti gli interessi, differenti e sovente contrastanti, di cui i singoli cittadini sono portatori. Un sistema simile privilegerà, teoricamente, i gruppi di cittadini più numerosi – che potranno avere più peso diretto nelle scelte simil-referendarie o avere più rappresentanti per le proprie istanze nei sistemi rappresentativi. Tutti, comunque, dovrebbero avere la possibilità di far sentire la propria voce e di avere una qualche tangibile rappresentanza.

Qui nasce un primo problema: perché una società si possa definire evoluta, forse umana in contrapposizione alle brutali leggi di natura, ci sono delle condizioni e delle regole pre-democratiche che dovrebbero rappresentare le basi intangibili sulle quali costruire ogni forma di sistema democratico ipotizzabile. Tra queste condizioni vedrei innanzi tutto la salvaguardia dei diritti della persona, da considerare inalienabili, quali dignità, riparo dalla violenza fisica e psicologica, minime condizioni di assistenza sempre garantite (in una società degna queste sarebbero da garantire anche per chi – pur umano – non fa parte della comunità stessa), regole che evitino le potenziali degenerazioni o involuzioni che il gioco democratico può potenzialmente (anche praticamente se prendiamo in analisi ciò che ci sta accadendo attorno) presentare.

Il gioco democratico non deve mai trasformarsi nella dittatura della maggioranza, che potrebbe facilmente ridurre o eliminare totalmente i diritti pre-democratici appena menzionati, a discapito di minoranze anche sostanziose e in ultima analisi di tutti. Faccio solo un cenno a sistemi elettorali a mio avviso pericolosi, che in nome della governabilità trasformano nei parlamenti e nei governi minoranze organizzate in maggioranze assolute – che sovente si sentono investite di un mandato divino illimitato.

Voglio aprire una piccola parentesi: tra le condizioni sopra elencate ve ne sono alcune che prevedono norme comportamentali senza richiedere la gestione di beni o servizi, altre che invece prevedono che una parte di ciò che la comunità produce – in termini di beni o di lavoro – venga dedicata al mantenimento di uno stato sociale minimo che permetta di preservare la dignità di ogni cittadino, mettendolo al riparo dai rovesci del fato. Perché ciò possa essere realizzato, ogni appartenente alla comunità dovrà partecipare al supporto materiale dello Stato, ogni cittadino dovrà generare attivamente il benessere giustamente preteso e nessuno dovrà evitare di condividere una parte di suoi beni prodotti – materiali o immateriali che siano – con la comunità tutta. I problemi di fedeltà fiscale, ben noti nel nostro paese, sono uno degli ostacoli principali alla creazione di un sistema democratico compiuto, al pari peraltro della mancanza di senso civico, senso civico che dovrebbe spingere ogni cittadino a condividere oneri e responsabilità – senza approfittare mai impropriamente dei diritti acquisiti.

Un sistema democratico che dovesse essere privo di questi prerequisiti non sarebbe in grado – a mio avviso – di costruire una democrazia compiuta; il semplice atto di mettere una croce sul nome di un candidato abbandonando la scheda in un’urna non è una condizione sufficiente per poter parlare di democrazia.

Dunque, perché un sistema democratico funzioni i cittadini che decidono – con metodi diretti o indiretti – del governo della comunità, devono poterlo fare scientemente e con responsabilità: ciò presuppone che tutti siano a conoscenza delle regole fondanti della comunità e che le condividano, che siano coscienti e siano tenuti a preservare – innanzitutto – il bene comune; i partecipanti alla comunità dovrebbero avere chiari anche quali siano i propri interessi e come questi vadano salvaguardati senza ledere quelli altrui. La formula è elementare, la sua applicazione pratica ha sempre recato difetti e vizi tali da rendere quasi utopica la costruzione di una democrazia compiuta.

Molte elezioni che hanno designato i rappresentanti del popolo svoltesi di recente sembrano contraddire il fatto che chi ha esercitato il suo diritto di voto abbia effettiva coscienza di quali siano i propri interessi, né di quali siano i reali problemi della comunità – se non del pianeta – che andrebbero affrontati e risolti; la vittoria elettorale di Donald Trump è solo l’esempio più evidente e emblematico di ciò: masse appartenenti alle classi lavoratrici, escluse non solo dalla redistribuzione ma sovente anche dalla creazione della ricchezza, hanno deciso di affidare il loro futuro ad un miliardario rappresentante degli interessi di una ridottissima élite di super-ricchi, che da subito ha iniziato a legiferare contro gli interessi della maggior parte dei suoi elettori. Si potrebbe obiettare che anche i naturali rappresentanti di quelle classi lavoratrici hanno tradito sistematicamente i propri elettori, facendosi portavoce di interessi corporativi e a volte anche in maniera più semplice e volgare degli interessi propri; ciò non giustifica comunque – a mio avviso – il fatto che i consensi vadano in alternativa a chi ha, anche anticipatamente in fase di campagna elettorale, dichiarato che avrebbe fatto a pezzi quel poco di stato sociale presente negli USA (vedi la timida ma pur presente riforma Obama in favore di un’assistenza sanitaria diffusa).

La spiegazione più logica di quanto accaduto potrebbe risiedere nel fatto che i populisti, imperanti non solo negli Stati Uniti, fanno efficacemente leva sulle paure e sul senso di abbandono; la paura di perdere quel benessere che ha comunque caratterizzato i paesi occidentali a favore di masse di immigrati che premono alle frontiere e il senso di abbandono di lavoratori dei più tradizionali settori produttivi che hanno visto – nel corso degli anni – sparire i loro posti di lavoro a causa di delocalizzazioni, competizione insostenibile da parte di colossi emergenti quali Cina e India, finanziarizzazione dell’economia dalle svolte economiche del governo Thatcher a seguire. La perdita di centralità del lavoro e del suo potere associativo, la sua precarizzazione, la trasformazione dei cittadini in consumatori effimeri sulla quale ha puntato il Mercato – trasformando radicalmente anche aspirazioni e bisogni degli umani, l’abbandono della cultura come valore e come riscatto sociale a vantaggio di evanescenti carriere basate su intuizioni miracolose o speculazioni prive di scrupoli, tutte queste cose hanno certamente contribuito a costruire il mondo non idilliaco nel quale ci troviamo a vivere. Tutto questo, comunque, potrebbe spiegare un astensionismo non condivisibile (se non partecipi al gioco elettorale altri decideranno anche per te) ma comprensibile con la delusione; risulta comunque incomprensibile come affidarsi a chi è stato, negli anni, attore di tutti i cambiamenti sopra elencati (il grande Capitale, gli interessi di élite corporative) possa essere presa in considerazione come possibile soluzione: una forte dose di inconsapevolezza – o dabbenaggine – deve per forza esserci. Quanto detto, rende evidente il fatto che non possiamo certamente parlare di democrazia compiuta quando i cittadini si fanno rappresentare da chi conculca i loro interessi.

A questo punto: che fare? Continuando a volare basso vengono in mente due ricette classicamente contrapposte: la prima, conservatrice, prevederebbe una democrazia ristretta, cui ammettere solo un limitato gruppo di individui illuminati; costoro sapranno operare le migliori scelte per sé stessi e per la comunità tutta! Resta il non trascurabile problema di come individuare questi aristocratici, immaginando che ogni potenziale categoria perorerà la propria causa: dovranno essere classicamente i più facoltosi, benedetti dal divino in quanto esseri superiori come nella migliore tradizione Puritana? Dovranno essere i più colti, e in questo caso i seguaci della cultura umanistica o quelli della cultura scientifica? Ed infine: chi avrebbe la capacità di insignire costoro in assenza di un’autorità divina onnisciente e condivisa? In ultimo: questa soluzione non sembra molto diversa da ciò che sta già accadendo: élite economiche in grado di manipolare folle disorientate stanno già sedendo, direttamente o tramite loro rappresentanti, sugli scranni più alti di governi e parlamenti, soggiogando a loro vantaggio i logori strumenti della democrazia orfani di cittadini coscienti.

La seconda possibilità, progressista per evitare di dare brutali connotazioni politiche, prevederebbe proprio l’edificazione della democrazia a partire dalla costruzione di cittadini coscienti, quanto più colti possibile, educati in maniera rigida al senso civico e alla difesa del bene comune; la scuola dovrebbe essere lo strumento principe per questa costruzione, una società coesa a trama fitta il sostrato ideale per la sua crescita – società capace di premiare i comportamenti positivi e reprimere quelli devianti e asociali. Mentre scrivo la scuola mi evoca senza fraintendimenti sensazioni positive, sempre ricordando gli insegnanti capaci e relegando nell’ombra quelli non in grado di trasmettere né nozioni né visioni del mondo; i restanti punti dell’elenco suonano sinistramente familiari e rievocano coercizione e irregimentamento già tentati in passato con esiti che conosciamo. Mi vengono in mente vetuste platee costrette all’ascolto di Tchaikovsky che – una volta libere – sarebbero corse ai concerti di Al Bano: per questo particolare esempio uno dei miei spiritelli, quello più antidemocratico, cadrebbe nella considerazione che almeno una volta – costretti o no – ascoltavano Tchaikovsky, mentre ora degradano naturalmente verso lo stato energetico inferiore e le musichette fastidiose che popolano le nostre emittenti radio.

Dismettendo i panni del giullare, che indosso sempre in maniera sgraziata, è chiaro che ci sono terze o quarte vie più edificanti, che la tenace costruzione culturale che alcuni docenti ancora praticano e l’esempio che possiamo tutti fornire nelle nostre attività quotidiane – le più disparate – appaiono i soli argini che possono rallentare la discesa verso il caos; le reti di amicizie, i tentativi di analisi della realtà e i timidi abbozzi di soluzioni condivise possono migliorare il clima generale, o quantomeno il clima nel quale ci troviamo personalmente a vivere. Resta il fatto che il sistema, che non ha bisogno di essere eterodiretto da nessuno e che tende naturalmente – seguendo il secondo principio della termodinamica – verso l’aumento di entropia, pare virare decisamente verso la creazione di imperi poco democratici, con l’obiettivo di massimizzare i profitti nel breve e medio periodo ignorando le conseguenze a lungo termine delle scelte odierne. I cittadini di ogni paese appaiono sempre più disposti a cadere vittime di sirene quali il populismo, il rifiuto del pensiero scientifico, il nazionalismo, la delega all’uomo forte che deresponsabilizza e affida il futuro a personalità malate di mitomania e sempre rappresentanti di oligarchie autoreferenziali e decisamente poco democratiche.

Le scelte operate da personaggi come Elon Musk appaiono irrazionali in un’ottica di lungo periodo: le crisi ecologiche, climatiche, sociali, che potrebbero travolgere anche gli imperi di questi ricchissimi e i loro eredi, non vengono nemmeno prese in considerazione come potenziali problemi. Probabilmente ciò che guida queste scelte ha a che fare con un senso di onnipotenza derivante dall’immenso potere economico: la fideistica certezza che la ricchezza salverà certamente loro – unita magari a un positivismo insensato, che immagina futuribili soluzioni dell’ultimo minuto affidate alla tecnica che certamente rovesceranno le sorti del pianeta in senso positivo. Purtroppo pare che costoro stiano acquistando sempre più potere e autonomia, e che siano destinati a guidare – in un futuro non lontano – entità statali che poco avranno a che fare con ciò che chiamiamo democrazia, modificando progressivamente cultura e senso comune su un piano inclinato che già ci vede acquistare velocità verso il baratro.

Ciò che mi resta, al termine delle mie usuali ottimistiche considerazioni, è un desiderio insoddisfatto di partecipazione politica, per poter incidere e cambiare lo stato delle cose; insoddisfazione molto probabilmente colpevole – perché non ho mai aderito a nessuna organizzazione per tentare di dare il mio contributo – o forse meritevole, dato che non vorrei mai far parte di un club che accetti tra i suoi membri uno come me!

Lo sapevo: quest’ultimo passaggio smaschera il marxista che è ancora in me!

Nei momenti di malumore

di Paolo Repetto, 20 agosto 2025

In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di “bella promessa” a quella di “solito stronzo”. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di “venerato maestro”.
Alberto Arbasino

Allora: è stato ripubblicato Venerati maestri di Edmondo Berselli. Per chi non lo avesse ancora letto, o addirittura non sappia chi era Berselli, è un’occasione da non perdere. Ma anche per chi già lo conosce la rilettura rimane comunque uno spasso, e soprattutto rinnova la convinzione che il giornalismo e la professione intellettuale siano qualcosa di diverso da quello che oggi conosciamo. La nuova edizione esce per i tipi di Quodlibet, e arriva a quasi vent’anni dalla prima (di Mondadori). Personalmente ne sono strafelice, e vedremo poi il perché, ma come aspirante da una vita al ruolo di editore mi chiedo se sotto un profilo prettamente commerciale sia un’operazione azzeccata.

Voglio dire: avrà ancora un mercato? Questo non perché dubiti del valore dell’opera, della sua eccezionalità documentaria e anche linguistica: sono anzi convinto che Berselli meriti di figurare nella top ten (o only ten) degli autori italiani dell’ultimo mezzo secolo meritevoli di essere letti e ricordati. Ma da chi potrà essere letto, oggi? Quelli che erano in grado di apprezzarne l’intelligenza, e più ancora il sarcasmo, il libro ce l’hanno da quel dì: quelli che vengono ora e che verranno domani, a parte una sparutissima minoranza, avranno enormi difficoltà a orientarsi nella gimkana di Berselli, che fa riferimenti a protagonisti e vicende di ieri e dell’altro ieri, già messi in soffitta dall’urgenza di concentrare l’attenzione sul presente di stamattina; e probabilmente non avranno neppure le gambe per stargli dietro, abituati come sono a letture non più impegnative di un tweet o di un post.

Comunque, onore alla casa editrice e al suo coraggio. Spero di essere smentito e che la nuova edizione conosca un successo pari a quello della precedente. Almeno non dovrò più preoccuparmi di scovarne copie nei mercatini per regalarle agli amici più giovani. Fornirò solo indicazioni per l’acquisto.

Qualcosa va detto però anche del libro. Non di cosa parla, naturalmente, perché non è materia che si possa riassumere: mi limiterò a dare un’idea di come lo fa. Avete presente l’Ulisse di Joyce? Non dico se l’avete letto, perché non conosco nessuno, me compreso, che sia davvero arrivato sino in fondo. Ma ci avete almeno provato? Ebbene, Berselli procede un po’ allo stesso modo, saltando in apparenza continuamente di palo in frasca, in realtà srotolando la bobina di un unico film, un documentario concitatissimo e affollato costruito attraverso una galleria di ritratti, di scorci ambientali, di baracconi culturali tenuti in piedi da complicità tutt’altro che amicali, fondate anzi sulle invidie e sul livore.

I “venerati maestri” sono per Berselli gli intoccabili della cultura del secondo Novecento (e del primissimo spicchio del nuovo secolo). Ce n’è per tutti, e i ritratti che si susseguono nella galleria sono tratteggiati passando di volta in volta dall’ironia benevola nei confronti di alcuni al sarcasmo feroce per i più, con un criterio che Berselli stesso confessa, e anzi rivendica, come totalmente umorale: “Nei momenti di malumore, sempre più frequenti, io confesso che non mi piace nulla. Non mi piace un romanzo, non mi piace un film, la musica, la televisione, non mi piace praticamente niente di quanto viene prodotto in Italia”. Tuttavia questo criterio non fa mai scadere il racconto nell’invettiva: il quadro che ne viene fuori è una tavola alla Jacovitti, una somma di “mostruosità” quotidiane trattate con irriverente schiettezza, col gusto del pettegolezzo sapido, ma senza mai indulgere ad un atteggiamento inquisitorio. Siamo fatti così, dice Berselli, io compreso: solo che il malumore mi fa vedere le cose più lucidamente, e mi spinge a non accettarle supinamente.

Al contrario, l’atteggiamento della “classe intellettuale” è sempre ipocritamente compiacente: “Noi sappiamo che tutti loro, là fuori, stanno trastullandosi con forme inferiori dell’arte e della cultura, con figurine di un album infantile: ma dall’alto della nostra superiorità mostriamo un volto che si degna di manifestare una specie di simpatia intellettuale, di comprensione, quasi di affetto. Quel sentimento di benevolenza che si rivolge di solito ai parenti non troppo stretti, che si incontrano ai matrimoni o ai funerali: una compiacenza volonterosa quanto distratta, senza un vero coinvolgimento psicologico e affettivo, tanto si sa che ci si ritroverà solo fra quattro o cinque anni, e si rifarà la solita manfrina”.

Berselli si chiede: “[…] come è stato possibile che abbiamo accettato il diktat di un paternalismo critico così ignobile, un peccato di gusto talmente colpevole da risultare senza remissione, un’ipocrisia generale tanto inqualificabile?” E si dà anche la risposta, chiara e perfettamente condivisibile.

Il qualcosa che non va è il conformismo diffuso, l’ovvio dei popoli, il velluto di ipocrisia collettiva che sembra aver coperto con una specie di indiscusso canone artistico, intellettuale e spettacolare, l’Italia contemporanea, in ragione del quale tutti sono ‘d’accordo con tutti, e nessuno obietta mai niente. In privato si parla male di tutti, e si fanno sghignazzate sui grandi capolavori che vengono proposti dai media e sui protagonisti santificati dallo stereotipo; in pubblico, e cioè sui mass media e nelle occasioni ufficiali, ci si guarda bene dall’incrinare anche solo con un graffio il luogo comune e l’oleografia”.

Tanto per non fare nomi: “Erano i tempi in cui andava moltissimo Bertold Brecht, nella particolare mediazione socialista di Giorgio Streheler, e all’Italia intera venivano inflitti drammi brechtiani a iosa, che dovevano piacere a tutti e in effetti a tutti piacevano, o almeno tutti dicevano che gli piacevano, specie quando c’era Milva la rossa … E con Brecht eravamo ancora sul versante colto, quasi accademico. Se si voleva eccedere nella sofferenza e nella cultura, un gradino oltre l’impegno, nello spazio ideale della tortura, c’erano Luciano Berio e Luigi Nono, comminati e inflitti nel segno della grande avanzata culturale di massa”.

Nel paginone jacovittiano alcune figure si stagliano e giganteggiano in negativo; ma non è neanche così, il negativo ha comunque una sua consistenza, mentre di questi Berselli mette a nudo soprattutto l’inconsistenza, l’aria fritta di cui si nutrono e che spacciano alle cerchie dei loro cultori. i[…] come ha fatto Bernardo Bertolucci, raccontare il Novecento in un film di molte ore, talmente ideologico e balordo sul piano storico che a vederlo allora Arbasino scrisse sulla Repubblica un articolo allegramente distruttivo, intitolato L’epica nel pollaio, e a vederlo adesso viene voglia di menarlo.

Insomma, si va di questo passo. Sul red carpet si avvicendano scrittori, registi, musicisti, critici, editori e filosofi, messi allegramente e perfidamente a nudo nel corso della sfilata. Senza, ripeto, che mai si avverta sentore di acidità. Comunque, tutto questo potrete scoprirlo da soli, leggendo il libro: o almeno provarci, come con l’Ulisse.

Quanto a me, confesso che la mia segnalazione non è imparziale. È più umorale ancora, se possibile, del “falò di conformismi, complessi di superiorità, idee sbagliate, revisioni arrischiate, pensieri forti divenuti deboli” acceso da Berselli. Quando ho letto per la prima volta Venerati maestri mi sono quasi commosso: non mi sembrava vero, non ero dunque così solo come di norma mi sentivo nel mettere in dubbio il talento di Bertolucci, o di Nanni Moretti (scritto sempre così, nome e cognome, perché ci sono altri Moretti tristemente famosi, e perché ormai è diventato un marchio, una griffe); o quando davo in escandescenze durante la proiezione de La vita è bella, e bollavo come emerite cagate le Lontananze Nostalgiche di Luigi Nono (per tacere delle composizioni per chiodo e lamiera) e i Circles di Luciano Berio; oppure ascoltavo le canzoni di Bennato o di Fabrizio De André rifiutandomi di leggerci “messaggi”, iniziatici o anarchici che si voglia, e avvertivo sintomi violenti di orticaria al solo sentir nominare i vari Alberoni e Galimberti e Cacciari, tutta la tribù insomma dei filosofi e dei sociologi “sedentari”, con residenza abituale nei salotti televisivi. “[…] L’altro barbuto, Umberto Galimberti, è uno dei filosofi che riscuotono maggiore successo con le donne, con punte incontrollabili di misticismo e di estasi anche tra le razionalissime professoresse democratiche, soprattutto quando nelle conferenze accenna con ispirata espressione oracolare a sconosciute essenze del pensiero greco […]. Qui Cacciari e Galimberti sono due ombre in un racconto di eventi impalpabili, di evanescenze in cui la Mitteleuropa incontra i mari azzurri dell’a Grecia antica, e l’immancabile Lucio Battisti sullo sfondo canta per le zitelle o mare nero mare nero mare ne […]. Li unisce una certa koiné, dice chi sa.

Mi ha solo un po’ sorpreso non trovare nel mucchio Agamben e Severino: ma non si può pretendere tutto; e poi i due in effetti hanno mantenuto sempre un atteggiamento “pubblico” molto più riservato. A sputtanarli ci pensavano già i loro discepoli.

Insomma, Berselli dice quello che tutti sanno (e per tutti intendo tutti coloro che avrebbero i requisiti per leggere il suo libro, compresi in buona parte quelli che vi compaiono come protagonisti) ma fingono di non sapere, per convenienza o connivenza, o si rifiutano di saperlo per una forma di soggezione culturale (in parte astutamente indotta, in parte supinamente accettata, o addirittura voluta, perché scarica in fondo della responsabilità di scelte e giudizi individuali): dice cioè che in una società fondata sulle leggi di mercato anche quella che chiamiamo cultura ne rispecchia le logiche: che tutto il Barnum di eventi grandi e piccoli, dai festival cinematografici a quelli letterari e storici e scientifici, alle mostre che ormai girano in tour come i cantanti, alle prime della Scala, ai convegni commemorativi, fino alle marchette autopromozionali televisive o alla presentazione di libri nelle sagre paesane, sono tasselli di uno stesso spettacolo, messo in piedi non per divertirci o istruirci, ma per indurci al consumo della “merce culturale”.

Per cui editori, galleristi, agenti. “operatori culturali”, non si limitano a vellicare i gusti del pubblico, ma li creano, li orientano, e impongono i loro criteri di valore, le loro “scoperte” o “riscoperte”: ogni minima onda da brezza di mare viene ingigantita dall’enfasi mediatica a mareggiata o a tsunami, capace di sconvolgere e risvegliare le coscienze, e loro la cavalcano come surfer provetti. Il racconto che Berselli fa delle “svolte culturali” pilotate prima da Einaudi e poi da Adelphi è tanto spassoso quanto circostanziato: “È così che nasce Adelphi, da una costola di Einaudi, perché ad un certo punto l’ala razionalista prima si insospettisce e poi si infuria al pensiero che l’ala irrazionalista … tenti il colpo gobbo delle opere di Nietzsche, E che cazzo! […] Adesso lo dicono tutti che Siddharta è una cretinata. Ma in quel momento immenso […] fu quello che si dice uno shock cognitivo.” E in questo gioco scrittori, artisti, musicisti, “intellettuali” a vario titolo, accettano un ruolo di manovalanza per partecipare almeno in parte alla divisione degli utili, e se la raccontano tra di loro, finendo poi prendersi sul serio e crederci essi stessi, e si recensiscono e redigono vicendevoli “coccodrilli”. Ogni loro opera o scritto o parola insuffla aria nella bolla di sapone a loro immagine creata dall’industria culturale.

Mi si obietta: ma è sempre stato così. Mica vero. Senza dubbio già le tragedie di Eschilo così come gli affreschi di Giotto e i concerti di Bach avevano una valenza promozionale, erano orientate da una committenza: ma almeno portavano messaggi comprensibili a tutti, che come tali potevano anche essere contestati e rifiutati, e non conoscenze “esoteriche”, cifrate, da accettarsi a scatola chiusa in nome di una presunta autorevolezza “autoriale”: e poi, se quelle opere sono rimaste, se le ammiriamo ancora oggi, è perché la valenza promozionale l’hanno di gran lunga trascesa. Anche le consorterie degli artisti e degli intellettuali già esistevano, ma questi si davano apertamente addosso, come faceva Aristofane nei confronti dei suoi colleghi, colpendo con quell’ironia che è lo strumento critico più valido ed efficace (e che Berselli risfodera: “[…] a tutti noi, chi scrive e chi legge, quando la fede se ne va, per evitare le trappole della superstizione non resta che il gesto eccentrico, il tocco marginale, lo scarto inatteso dell’ironia”). La logica non era quella del mercato, della concorrenza, dei numeri delle vendite, del successo delle esibizioni, delle recensioni: secondo questa logica Leopardi sarebbe uscito immediatamente di scena.

Berselli mi mancherà. Per fortuna posso rileggermi gli altri suoi libri, a cominciare da Sinistrati, con lo stesso gusto della prima volta. Non ho aspettato le ristampe, me li sono procurati tutti per tempo. Il problema è però che di questo passo, nella (quasi?) totale assenza di eredi in grado di tramandarne la lezione, Berselli rischia di essere imbalsamato come l’ennesimo “venerato maestro”, esposto in un piccolo mausoleo frequentato solo da vecchi stronzi nostalgici come me.

Devo sperare solo in qualche “giovane promessa”, ma l’orizzonte appare sconsolatamente deserto.

Occidente senza pensiero

di Giuseppe Rinaldi, 13 luglio 2025

Pubblichiamo il saggio più recente di Beppe Rinaldi, già comparso nei giorni scorsi sia sul blog personale, Finestre rotte, sia su Città futura on line. Lo pubblichiamo perché riteniamo meriti, come tutti gli altri scritti di Rinaldi che abbiamo ripresi e quelli che vi invitiamo a leggere direttamente sul suo sito, la maggiore visibilità possibile. È difficile di questi tempi trovare analisi altrettanto puntuali ed esaurienti dell’attualità politica e delle derive del pensiero contemporaneo, e siamo quindi ben felici di poterle ospitare. Paolo Repetto

***

1. Il titolo di questo saggio[1] fa riferimento a un recente libretto di Aldo Schiavone nel quale egli descrive e denuncia un ormai consumato degrado della vita intellettuale e morale dell’Occidente e, dunque, anche e soprattutto del primo Occidente, cioè dell’Europa. La nozione di un Occidente senza pensiero costituisce una sintesi assai evocativa di una situazione di vuoto culturale che si sarebbe instaurata, sulle sponde atlantiche, pressappoco con l’affievolirsi delle cosiddette ideologie, proprio quelle ideologie peraltro già in crisi che avevano avuto il loro ultimo momento di gloria nell’ambito della Guerra fredda.

2. Sulla cosiddetta fine delle ideologie sono state ormai scritte intere biblioteche[2]. Daniel Bell, già alla metà del secolo scorso, parlava di una «exhaustion of political ideas». Su questa “fine”, e su altre “fini”, la baldanzosa corrente filosofica postmodernista ha campato di rendita per alcuni decenni. Qualcuno ha anche provato a ipotizzare una fine della storia. Con la fine delle ideologie, comunque si valuti l’evento, ci si poteva attendere il luminoso inizio di una nuova prospettiva culturale, scevra di ideologismi, realistica, con i piedi ben piantati in terra, capace di guidarci con sicurezza nell’affrontare le difficili sfide che abbiamo di fronte. Invece, a quanto pare, l’ipotesi più probabile è che sia subentrato il vuoto. Un vuoto che non si può soltanto più considerare come un momentaneo smarrimento, una crisi di crescita. Si tratta piuttosto di un vuoto che si appresta a diventare un vuoto permanente, visto che il Muro è caduto nel 1989, quasi quarant’anni fa, 36 per la precisione.

3. Cosa vuol dire che siamo rimasti “senza pensiero”? È proprio vero? Perché non ce ne eravamo accorti prima? O non si tratta forse dell’ennesima moda denigrativa dell’Occidente, tanto popolare nella cultura woke e recentemente denunciata, ad esempio, da Federico Rampini[3]? Le assenze sono decisamente più difficili da rilevare delle presenze. I vuoti non parlano, non protestano, non hanno effetti causali diretti. Per cui occorre un certo tempo perché vengano identificati, perché venga loro attribuito uno status, per così dire, ontologico. Non è facile – soprattutto nel dominio culturale – rendersi conto del fatto che ci manca qualcosa. Che siamo sull’orlo di un buco nero. A parere di chi scrive l’avvertimento acuto della assenza di un pensiero dell’Occidente (e dell’Europa) si è avuto piuttosto tardi, in concomitanza con una serie di fenomeni che avrebbero dovuto avere una interpretazione univoca e una risposta altrettanto univoca da parte dell’Occidente. E invece non l’hanno avuta. Fenomeni come: 1) l’aggressione russa all’Ucraina; 2) la diffusione stessa della cultura woke entro e fuori degli USA; 3) la Brexit che in sostanza ha costituito una scissione dell’Unione Europea; 4) la prima vittoria di Donald Trump alle elezioni nel 2017, l’assalto al Campidoglio e la sua seconda elezione nel 2024; 5) l’aggressione di Hamas nei confronti di Israele e la reazione sproporzionata dello “Stato degli ebrei” nei confronti del territorio di Gaza; 6) lo svuotamento dell’ONU e dei Tribunali internazionali (a seguito delle guerre di Ucraina e di Gaza); 7) in generale, poi, la estrema lentezza e riluttanza con cui si sta realizzando la unificazione europea. Se si vuol essere un poco più drastici, il blocco ormai pluridecennale del processo di unificazione europea. Se ne potrebbero citare altri.

Questi meri fatti hanno diviso profondamente il mondo della politica, gli intellettuali e l’opinione pubblica europea e hanno mostrato come, da tempo ormai, fosse diventato impossibile l’impiego di criteri comuni di interpretazione, di fronte a questioni che pure sono di enorme importanza, che pure toccano profondamente i valori e i principi fondamentali. Se di fronte a fatti di questa portata non hai una risposta tendenzialmente univoca, vuol dire che non sai tanto bene chi sei, che non hai propriamente un’identità. È lecito domandarsi se non ci sia un limite nella disomogeneità di pensiero che possa essere sopportato da una società, in termini di coesione e di funzionamento. Una società che peraltro è impegnata in un programma di unificazione politica.

4. Se si guarda alla fase storica precedente, quella della Guerra fredda, avevamo mezzo mondo mobilitato per la costruzione del socialismo, in qualcuna delle sue molteplici varianti (alcune delle quali davvero discutibili). Un altro mezzo mondo era alacremente impegnato nella costruzione delle società democratiche aperte e per resistere alla minaccia del socialismo o comunismo reale. Un “Terzo mondo” era poi impegnato nella costruzione di nuovi Stati nazione, per liberare i diversi Paesi dal colonialismo e dallo sfruttamento straniero. Non si può certo dire che mancassero ideologie, valori e finalità. Non mancava dunque il pensiero. Certo, c’erano dei conflitti e alcuni “pensieri” erano del tutto sbagliati, ma questo è il rischio che si corre sempre quando si è impegnati a fare la storia in qualche modo.

Con l’implosione dell’Unione Sovietica e con la fine della Guerra fredda, l’Occidente, che poteva considerarsi come il virtuale vincitore della lunga contesa, è invece entrato in una sorta di stato comatoso, in una sconcertante assenza di progettualità e di prospettive, in una stupida concentrazione sugli egoismi nazionali e sui particolarismi. Sono diventati così visibili, in un certo senso, i due Occidenti, uno dalla statualità muscolare e l’altro dalla statualità evanescente. L’Occidente europeo evanescente ha delegato all’altro, agli USA, una serie importante di responsabilità[4] collettive e questi – oggi possiamo affermarlo con totale certezza – si sono dimostrati assolutamente incapaci, assolutamente non all’altezza del compito. Con una “assenza di pensiero” forse ancora più plateale di quella diffusa in Europa. Basta nominare, uno in fila all’altro, i recenti Presidenti americani. Ve li trascrivo qui di seguito per comodità. Richard Nixon (1969-1974), Gerald Ford (1974-1977), Jimmy Carter (1977-1981), Ronald Reagan (1981-1989), George H. W. Bush (1989-1993), Bill Clinton (1993-2001), George W. Bush (2001-2009), Barack Obama (2009-2017), Donald Trump (2017-2021), Joe Biden (2021-2025) e Donald Trump (2025-). Messi così, uno in fila all’altro, che impressione vi fanno? Riuscite a identificare una qualche linea di pensiero?

5. Gli ultimi quarant’anni della nostra storia, nel primo e nel secondo Occidente, ci mettono drammaticamente di fronte a questo vuoto di prospettiva, vuoto di politica, vuoto di cultura, vuoto, appunto, di pensiero. Un vuoto che si sta facendo sempre più evidente nella misura in cui i problemi, abbandonati a se stessi, urgono per una soluzione e si incancreniscono sempre più. Nel proseguimento di questo saggio – che non va propriamente inteso come una recensione – prenderò in considerazione soprattutto la parte introduttiva e la parte conclusiva del libro di Schiavone, al solo scopo di meglio caratterizzare questo fenomeno, oggi per me divenuto evidentissimo, di un Occidente senza pensiero.

6. Così esordisce Schiavone nel suo libretto: «Nel quadro delle conoscenze e dei saperi che alimentano la vita pubblica delle nostre società […] si è aperto da qualche tempo, nell’indifferenza generale, un vuoto inquietante. Prodottosi quasi di colpo, ha per causa un fatto senza precedenti, con conseguenze che si stanno rivelando via via più disastrose: la scomparsa dalla scena d’Europa del grande pensiero sull’umano: filosofia, teoria politica, scienze storiche e sociali»[5].

Va notata qui l’espressione “pensiero sull’umano”, una terminologia di cui sembra si sia persa decisamente l’abitudine. Vorrei ricordare che anche le atroci lacerazioni del Novecento vertevano comunque, bene o male, intorno a un qualche “pensiero sull’umano”. L’amaro tribunale della storia ha alfine decretato qualcosa di abbastanza preciso, intorno all’umano e al disumano. Qualcosa abbiamo dovuto forzatamente imparare. Oggi, per contro, l’umano e il disumano sono mescolati in una poltiglia inestricabile: Hamas, Trump, Putin, Netanyahu, cui possiamo aggiungere, fuori Occidente, gli ayatollah, i talebani e diverse varietà di islamisti. Ma anche Xi e Kim Jong-un. Eppure ci siamo così abituati che invocare l’umano oggi suscita senz’altro, presso il pubblico, ilarità e compassione.

Schiavone qui giustamente denuncia il progressivo venir meno della cultura umanistica nell’attuale contesto europeo, e più ampiamente nel contesto di quello che suole definirsi come Occidente. È implicito nel suo discorso che la cultura umanistica costituisca ancora una componente fondamentale nella definizione degli orientamenti di una società. Possiamo aggiungere che non assistiamo soltanto a un venir meno della prospettiva umanistica e alla proliferazione del cinico disincantato, stiamo assistendo a una promozione sfacciata dell’antiumanismo, in una varietà di forme che hanno sempre più successo o che comunque, invece di una condanna, suscitano solo benevola indifferenza[6]. Difendere l’umanismo oggi significa spesso fare la parte dell’anima bella che sogna i bei tempi andati. Significa essere malamente apostrofati dai truci realisti della politica che oggi abbondano più che mai. Questa tendenza antiumanistica si accompagna costantemente con lo screditamento della modernità, lo screditamento della tradizione stessa dell’Occidente e con l’implicito e conseguente screditamento della democrazia.

7. Schiavone chiama direttamente in causa le humanities: filosofia, teoria politica, scienze storiche e sociali. Altre volte cita le discipline giuridiche, l’etica, l’economia. Chi scrive si è occupato di filosofia e scienze umane fin da quando era sui banchi di scuola. Ebbene, la filosofia occidentale, nella sua versione continentale, sta attraversando una crisi epocale dalla quale difficilmente riuscirà a riprendersi. Ho trattato ampiamente di questo argomento nel mio recente saggio Esiste la filosofia continentale?[7] L’aspetto interessante della questione è il fatto che, a partire dagli anni Settanta la filosofia continentale europea, soprattutto tedesca e francese (la french theory), ha completamente colonizzato le facoltà umanistiche americane, gettando le basi di quella cultura del piagnisteo politically correct, che si svilupperà poi nel movimento stay woke. In altri termini, stiamo importando in forma peggiorativa, come vuoto di pensiero, quello che abbiamo esportato oltre atlantico qualche decennio fa.

Per le scienze sociali è avvenuto un processo inverso. Le scienze sociali americane del primo Novecento, che avevano studiato per prime la nuova società di massa, sono state esportate in Europa, dove hanno avuto una diffusione straordinaria e hanno contribuito alla conoscenza e all’ammodernamento delle società europee, almeno quelle al di qua del Muro. Per decenni le scienze sociali nord americane furono le sole capaci di fare una dura concorrenza all’ortodossia marxista, che pretendeva il monopolio della conoscenza sociale. Esse diedero notevoli contributi ai processi di riforma delle società europee postbelliche. Negli anni Novanta tuttavia le scienze sociali americane caddero vittima dei social studies, del piagnisteo politically correct e lo stesso accadde, di converso in Europa. Con l’avvento del neo liberismo (la Tatcher sosteneva che “la società non esiste”) e con l’abbandono dei grandi progetti di riforma, le scienze sociali cominciarono a perdere qualsiasi ruolo e centralità. Contribuendo così a quel vuoto di pensiero di cui stiamo discutendo.

8. Una delle manifestazioni più tangibili di questo vuoto inquietante è – per Schiavone – la progressiva scomparsa dei Maestri. «Una volta c’erano tra noi i Maestri. Non in un’età ormai lontana, ma appena qualche decennio fa, ancora nel tardo Novecento. Guide da cui non si poteva prescindere e con cui ci siamo a lungo confrontati, fin quasi al passaggio del secolo. Spesso discussi e criticati, e non soltanto seguiti e imitati, ma comunque riconosciuti in grado di misurarsi con le grandi personalità del passato, e di aprire, attraverso quel dialogo, vie inesplorate per affrontare i problemi del presente nella continuità di una tradizione: quella stessa della modernità»[8].

La collocazione cronologica posta da Schiavone, “appena qualche decennio fa”, dell’avvento del vuoto di pensiero, è all’incirca quella che ho segnalato nella mia introduzione. Va poi ricordato che intellettuali e modernità hanno costituito, per secoli, un binomio inseparabile. Gli intellettuali, pur con molte contraddizioni, hanno costantemente svolto il ruolo di coscienza critica della modernità. Anche i conflitti del Novecento sono stati elaborati e consumati nell’ambito di un aspro dibattito intellettuale intorno alla modernità, o a quel che ne restava.

Ma è ora subentrata la postmodernità, la reazione contro la modernità che ha finito per scindere il ruolo stesso degli intellettuali nei confronti della società e della storia. Intellettuali e modernità sono due categorie che hanno subìto, negli scorsi decenni, un attacco violentissimo. Proprio ad opera della postmodernità che, in virtù di questo vandalismo di principio, ha mostrato alla fine la propria vacuità e inconsistenza. Senza l’apporto della modernità, senza il ruolo degli intellettuali, abbiamo perso progressivamente la capacità di pensare al nostro passato, al nostro presente, al nostro destino. Abbiamo rinunciato a domandarci chi siamo, donde veniamo, dove andiamo. Con chi ci accompagniamo.

9. Schiavone usa alcune pagine per elencare una nutrita schiera dei grandi Maestri cui faceva riferimento in apertura. «Era insomma la grande cultura formatasi nel cuore del ventesimo secolo che continuava a svolgere il proprio ruolo, e finiva con l’illuminare un’intera civiltà. […] Di comparabile a tanta ricchezza, oggi non rimane più nulla: ed è così che il buio è sceso senza preavviso sul cuore dell’Occidente. I primi risultati sono sotto gli occhi di tutti: un’America irriconoscibile, e un’Europa che tace o balbetta»[9].

Si noti che l’elenco dei Maestri citati, che qui non riporto e discuto per brevità, comprende posizioni culturali anche assai diverse e talvolta incompatibili. In omaggio dunque alla natura sempre conflittuale del pensiero. Per quel che riguarda invece il buio che ha colto il secondo Occidente, ci dovremmo soffermare a lungo sulla cultura woke, che è insieme causa e conseguenza della sparizione dei grandi Maestri e del rifiuto della modernità. Luca Ricolfi nel suo saggio sul Follemente corretto[10] ha esaurientemente descritto il fenomeno e ne ha tracciate alcune linee interpretative. Il politically correct e la cultura woke, con tutti i loro annessi e connessi, hanno gravemente minato la libertà di pensiero, uno dei principi cardine dell’Occidente.

10. Tuttavia Schiavone mette anche l’accento sul deterioramento qualitativo della produzione culturale. Ciò ovviamente mette in causa i meccanismi stessi della produzione e riproduzione dei saperi umanistici. Afferma Schiavone che: «[…] se si considerasse l’elenco dei docenti di una qualunque importante Facoltà umanistica in Francia, in Germania, in Italia qual era quaranta o cinquanta anni fa, e lo si mettesse a confronto con coloro che vi insegnano oggi, sarebbe arduo sottrarsi all’impressione di una distanza crescente e incolmabile, se appena si avesse una cognizione non superficiale delle materie prese in esame: filosofiche, storiche, giuridiche, sociologiche»[11].

Va osservato, da parte nostra, che l’appiattimento qualitativo riguarda non solo l’offerta culturale, ma anche il lato della domanda. Le capacità medie conseguite dagli studenti nelle nostre scuole sono in caduta libera. Lo stesso vale per le capacità medie dei cittadini di svolgere efficacemente i doveri loro prescritti dalla Costituzione. Anche su questo appiattimento ormai esiste una letteratura ampia e ben documentata.

11. Ciò vale perfino – ci permettiamo di aggiungere – nel campo dell’intelligenza. Secondo gli studiosi dell’effetto Flynn, nei Paesi occidentali anche l’intelligenza media avrebbe cessato di crescere. L’Effetto Flynn[12] era quel fenomeno, ben conosciuto dagli psicologi, per cui le prestazioni nei test di intelligenza tendevano a crescere col passare del tempo (3 punti ogni decennio). Questo fenomeno era stato rilevato sulla base dell’accumulo dei dati conseguenti alla pratica sistematica della somministrazione dei test di intelligenza diffusa in varie nazioni e istituzioni. Dall’inizio del nuovo secolo sono comparsi diversi studi che testimoniano di un arresto del fenomeno di crescita dei punteggi medi nei test di intelligenza. O, addirittura, sembrano avallare la presenza generalizzata di un effetto Flynn rovesciato. Col passare del tempo, le prestazioni individuali nei test di intelligenza non solo avrebbero cessato di crescere ma addirittura tenderebbero a diminuire. La cosa è tuttora controversa sul piano statistico, ma decisamente allarmante, se collegata ad altri sintomi di degrado del livello culturale medio delle nuove generazioni.

12. Eppure viviamo in un’epoca formidabile di progresso tecnico scientifico. Abbiamo fotografato i buchi neri, abbiamo scoperto il bosone di Higgs e intercettato le onde gravitazionali. L’intelligenza artificiale contribuisce a migliorare la nostra vita in un’enorme quantità di settori. Schiavone precisa che, a suo giudizio, il vuoto di pensiero incombente concerne proprio il contesto delle humanities, visto che, per quel che riguarda le scienze della natura, non pare proprio esserci alcuna crisi alle porte. Non abbiamo dunque a che fare con disturbi funzionali di base, visto che nel campo scientifico hard il prodotto è rimasto per ora del tutto competitivo. Abbiamo proprio a che fare col vuoto di pensiero sull’umano. Un autentico smarrimento. Come un gigante dotato di un’enorme muscolatura, ma col cervello di un moscerino.

Schiavone confronta l’epoca della prima Rivoluzione industriale, quando il passaggio d’epoca fu caratterizzato da un intenso lavorio culturale allo scopo di comprendere le trasformazioni che stavano avvenendo, con l’epoca nostra, un’epoca di grandi trasformazioni che avvengono in una totale mancanza di comprensione. «Ma questa volta dov’è il pensiero – filosofico, economico, sociale, politico, giuridico, etico: in una parola, l’indagine sulle società e sull’umano in trasformazione e sui loro nuovi caratteri – che dovrebbe fare da guida al passaggio d’epoca, orientandone direzione e conseguenze, come è accaduto con le grandi rivoluzioni della modernità?»[13]. Stiamo, in altri termini, vivendo una grande trasformazione con gli occhi completamente bendati.

13. Insiste Schiavone: «Quello che manca è in particolare una cultura – storica, filosofica, sociale – che si ponga il problema di una lettura d’insieme dei processi che si stanno sviluppando nel mondo, dei loro caratteri e delle loro tendenze, e che offra soluzioni innovative alla politica. Un pensiero che analizzi da vicino, con capacità teorica adeguata, il salto di qualità avvenuto nella struttura dell’economia capitalistica in seguito alla rivoluzione tecnologica, con il definitivo tramonto della centralità storica del lavoro umano produttivo di beni materiali – il lavoro della classe operaia. Un passaggio, quest’ultimo, che ha posto fine a un intero tratto della modernità, ha provocato il crollo dei regimi comunisti, e ha portato alla nascita di uno specifico meccanismo unico di tecnica e di economia per la prima volta senza alternative nell’intero pianeta – sul quale tuttavia sappiamo pochissimo dal punto di vista della sua teoria e della sua critica»[14].

Qui torna uno dei problemi su cui Schiavone aveva già insistito, in passato, e cioè «il definitivo tramonto della centralità storica del lavoro umano produttivo di beni materiali». Si tratta di un motivo ben presente nel suo Sinistra! Un manifesto del 2023[15]. La presenza del conflitto di classe aveva caratterizzato i due secoli precedenti della modernità e aveva monopolizzato i dibattiti intorno alla configurazione della società. Intorno alla società giusta. Ora quella centralità storica non c’è più e ciò imporrebbe lo sviluppo di un nuovo pensiero intorno al futuro stesso delle società occidentali. Un manifesto, appunto, per una nuova sinistra[16]. Ma la sinistra europea appare ammutolita e in difficoltà. Non parliamo poi dei Democratici americani. Sia le destre tradizionali, sia le sinistre, che bene o male avevano entrambe una qualche solida visione della società e della storia, sono oggi soppiantate dal non pensiero dei populismi organizzati, spesso inestricabilmente rossobruni, nazicomunisti nei loro fondamenti. A ogni consultazione elettorale questi registrano incrementi preoccupanti di consensi.

14. Così Schiavone sintetizza la situazione: «L’Occidente è rimasto in tal modo orfano della sua stessa intelligenza: che lo ha lasciato all’improvviso completamente solo, a metà strada di un cammino incompiuto. E ne è rimasta orfana in particolare la politica, sia progressista sia conservatrice. Una specie di nuovo “tradimento dei chierici”, consumato quando mettere in campo nuovo pensiero sarebbe stato indispensabile per concepire e realizzare scenari adeguati alle peculiarità della nuova realtà capitalistica e al suo rapporto con la tecnica e con la politica»[17]. In questi passi si evoca il tradimento dei chierici, uno smarrimento cioè della funzione intellettuale, un inchino del mondo della cultura a interessi totalmente estranei. Il riferimento ovviamente va a Julien Benda (1867-1956) e al suo noto Tradimento dei chierici (1927)[18]. E il tradimento dei chierici ha avuto effetti esiziali sulla politica: «E invece proprio nel momento cruciale del salto, il circuito delle conoscenze si è interrotto. E la politica è diventata cieca, senza concetti e categorie in grado di leggere oltre la superficie dei processi che ci coinvolgono, nei caratteri e nelle tendenze di lunga durata del mutamento»[19].

La debolezza della politica è senz’altro un effetto della debolezza del pensiero. Il problema è che, in un simile quadro, pare davvero impossibile che la politica riesca a porre un qualche rimedio alla stessa debolezza del pensiero. L’immagine che se ne trae è quella di un Occidente sempre più invischiato in un circolo vizioso autolesionistico. Invece di politica e cultura, come in Norberto Bobbio, avremo sempre più politica senza cultura.

15. Non seguiremo da vicino i vari capitoli nei quali Schiavone approfondisce la propria analisi. Dove si affrontano questioni come il degrado della politica, la globalizzazione, l’impatto delle nuove tecnologie, i problemi della democrazia, la situazione americana. Le conclusioni di Schiavone si aprono con un’affermazione davvero impegnativa: «Solo una rivoluzione intellettuale e morale dell’intera cultura europea di portata eguale alla trasformazione che stiamo vivendo potrà essere in grado di indirizzare per il meglio il cambiamento in cui siamo immersi. Perché lo ripetiamo: la tecnica dona potenza, non assicura salvezza. Stabilisce la direzione e l’irreversibilità del cammino, contribuendo a fissare la forma dell’umano attraverso l’aumento del suo controllo sulle proprie condizioni materiali di esistenza; non garantisce il buon esito dell’intero viaggio»[20].

La tecnica ci rende sempre più forti ma non può darci alcuna indicazione su come usare proficuamente questa stessa forza. Mentre i vari corifei della sinistra in senso lato invocano il disarmo, oppure gli ennesimi provvedimenti di tutela a favore di questi o quelli – quelli che non arrivano alla fine del mese – oppure ancora evocano il diritto alla rivolta e il ritorno alla lotta di classe, ebbene Schiavone va contro corrente e avverte che è necessaria principalmente una «rivoluzione intellettuale e morale», due rivoluzioni con cui nell’immediato «non si mangia». Due rivoluzioni senza cui non sapremmo neanche quale sia la meta verso cui andare. Non ci mancano i mezzi, ci mancano i fini. O forse ne abbiamo di troppi, e di confusi. Il che è come non averne neanche uno.

16. Sarebbe allora da fare una riflessione profonda intorno al significato di queste parole. Cosa significa «rivoluzione intellettuale e morale»? In estrema sintesi, così interpreto io, l’Occidente senza pensiero ha coltivato – ancora una volta – la fiducia nei meccanismi automatici. Come quando aveva creduto alle leggi marxiane della storia. Oggi si tratta della fiducia nelle leggi automatiche dei mercati, nella iniziativa individuale e nella concorrenza, nello slogan «Enrichissez vous!», nella fiducia del gocciolamento del benessere verso tutti gli strati della società. L’Occidente senza pensiero ha fatto di tutto per ridurre ai minimi termini lo Stato e le istituzioni, per dare mano libera alla vandalica deregulation. È stata questa una comune ubriacatura che ha coinvolto sia la destra sia la sinistra. Destre e sinistre che la capacità di pensare l’avevano forse persa da tempo. Così ci siamo ritrovati immersi nel populismo e stiamo così mettendo a repentaglio le stesse istituzioni democratiche. L’Occidente europeo ha pensato che bastasse «laissez faire, laissez passer». Che bastasse stare a guardare, e tutto si sarebbe aggiustato da sé.

17. Ora, a quanto pare, la storia ci sta presentando il conto, e non sappiamo cosa fare. Il fatto è che – di questo dobbiamo davvero convincerci – la società va pensata. La società è fatta proprio per essere pensata. Soprattutto le società altamente complesse come le nostre. Per le quali occorre un pensiero di pari complessità. Invece abbiamo creduto alle semplificazioni. Da noi, per stare a casa nostra, abbiamo creduto al pensiero semplice di Berlusconi, di Bossi, di Renzi, di Grillo, di Meloni, di Salvini. Mi spiace molto dirlo, ma anche quello di Schlein e di Landini, di fronte ai problemi che abbiamo davanti, è puro pensiero semplice[21].

In Europa, pensare di continuare a sopravvivere come uno Stato senza Stato (che non unifichi in sé le fondamentali prerogative di uno Stato) è puro pensiero semplice, come quello dei pacifinti che vogliono la pace e la sicurezza, non vogliono la NATO e non vogliono spendere una lira per comperare le cartucce. Pensiero semplice anche quello dei governi europei che vorrebbero, a fasi alterne, una politica estera di grande potenza, senza però cedere alcun potere a un Ministro degli esteri europeo di un Governo europeo. Purtroppo siamo guidati dal pensiero semplice e gli elettori, divenuti semplici anch’essi, non sembrano neanche più persuasi di dover andare ogni tanto a votare. Non vanno più a votare non perché siano delusi dalla politica ma perché sono divenuti incapaci di un qualsiasi pensiero effettivamente politico. Ricordo che gli esponenti del secondo partito di opposizione italiano andavano in parlamento agitando l’apriscatole. Non solo intellettuali senza pensiero dunque, ma anche elettori senza pensiero.

18. Già, ma allora, come possiamo fare per recuperare un pensiero alto, degno dell’Europa e dell’Occidente migliore? Davvero all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte? Schiavone si pone il problema, ma qui mi permetto di dubitare alquanto sulla fattibilità della sua proposta. Dice: «[…] almeno in Europa, per rimettere in moto la macchina del pensiero serve una scossa esterna al mondo delle idee, tanto forte da rendere possibile la ripresa del cammino interrotto. Un impulso che può venire soltanto dalla politica: da una politica che sappia spezzare con la forza di una decisione il vuoto di idee che la circonda. E questa non può consistere in altro se non in un passo avanti decisivo verso l’unificazione del continente»[22].

Qui Schiavone incorre purtroppo in una qualche circolarità di pensiero, visto che, nella introduzione ha sostenuto che proprio il vuoto di pensiero confina la politica alla mera amministrazione. Come farà una politica priva di pensiero a trovare da sé la forza di una decisione? Personalmente una risposta ce l’ho, ed è una risposta poco piacevole. Solo una colossale esternalità negativa, una grave catastrofe, potrà costringere i nostri maestri del pensiero semplice a prendere decisioni forti. A prendere finalmente le ovvie decisioni indispensabili. Non resta che sperare nella catastrofe.

19. Così l’Occidente si è cacciato in un circolo vizioso che lo condanna a rendimenti sempre più bassi. A continuare a rimandare e ad attendere, come se avessimo davanti un tempo infinito. Certo, è comodo fare l’ammuina. Schiavone avverte che: «Progresso tecnico e scadimento morale e sociale possono coesistere, entro certi limiti. Con la conseguente deriva verso un mondo in cui l’anomia sarà diventata la regola di un suprematismo capitalistico – tecnologico fuori controllo: segnato dal dominio di minoranze più o meno ristrette – arroccate nei privilegi derivanti dalla loro posizione rispetto al dispositivo tecnoeconomico globale – su moltitudini uniformate dalla comune sconfitta e dal patimento condiviso della sopraffazione»[23]. L’Amministrazione Trump è oggi un perfetto esempio di coesistenza di progresso tecnico e scadimento morale, intellettuale e sociale. Questo è forse il destino che ci aspetta.

Rincarando la dose, secondo Schiavone oggi ci troviamo in: «Una congiuntura in cui la capacità del pensiero sull’umano di padroneggiare e di orientare verso paradigmi di razionalità fondati sul bene comune quel potere di trasformazione del reale che stiamo acquisendo con tanta velocità appare drammaticamente ridotta, se non addirittura azzerata. Se non riusciremo a riequilibrare in corsa questo scompenso; se una parte di quella che chiamiamo la nostra civiltà continuerà a rimanere indietro rispetto all’altra, il prolungarsi del ritardo renderà realistiche ipotesi di futuro nelle quali l’aver cancellato la comune identità dell’umano diverrà il principale carattere di una costituzione materiale del pianeta fondata esclusivamente sulla discriminazione e sul dispotismo»[24].

Val la pena di aggiungere che non sarà certo demandando alla intelligenza artificiale la soluzione delle maggiori questioni – come qualcuno auspicherebbe – che risolveremo il nostro deficit di pensiero. Un imbecille con l’AI diventa un imbecille al quadrato. C’è già chi pensa di infilare l’intelligenza artificiale nelle scuole, così avremo finalmente il pensiero semplificato a disposizione di tutti, paziente, autorevole, efficiente e del tutto incontrollabile. Non sono tra gli scettici oppositori della AI, sono piuttosto tra gli scettici che dubitano della nostra capacità di controllare la AI, cui ci stiamo affidando con tanta disinvoltura e dabbenaggine. Anche qui è in gioco il vuoto del pensiero. Chi pensiero non ha, non può darselo artificialmente.

20. Schiavone manifesta tuttavia, nonostante tutto, un certo ottimismo: «[…] nonostante tutti gli ostacoli che si frappongono, credo che in questo frangente sia proprio dall’Europa che possa partire il primo e più forte segnale di risveglio; che sia da qui che si possa riannodare il filo spezzato del nostro pensiero»[25]. Schiavone entra qui nel merito di alcuni punti di forza restanti su cui l’Europa potrebbe basarsi per dare il via a una ripresa. In effetti, dopo il declino ormai palese e profondo della democrazia americana, del secondo Occidente, non resta che riporre qualche speranza nel primo Occidente. Effettivamente se il patrimonio di pensiero dell’Occidente non è rimasto da qualche parte in Europa, può allora esser tranquillamente dichiarato in via di estinzione. Basti pensare al trattamento inferto da Trump alle università americane per rendersi conto che da quelle parti non verrà più fuori alcunché, per un bel po’. Bisogna riconoscere che Alexandr Dugin, al di là del suo tono profetico ed esaltato, nei suoi scritti è andato vicino a una diagnosi ben precisa della capitolazione dell’Occidente di fronte all’Euroasiatismo. In un suo scritto[26] di qualche anno fa aveva individuato proprio in Trump il capofila inconsapevole della reazione dei popoli del Mondo contro l’Occidente, irrimediabilmente corrotto e pervertito.

Comprendiamo che Schiavone, nel suo ruolo di pubblico intellettuale, si sforzi di mostrare un volto tutto sommato ottimistico. Comprendiamo come si sia sentito in dovere di considerare la partita del pensiero dell’Occidente ancora come aperta. Di mostrare una strada praticabile per uscire dalla crisi. Di considerare come ancora non del tutto perduto il nostro patrimonio di pensiero, la nostra scala di valori e le nostre istituzioni. In questo senso, il suo saggio è un appello. Purtroppo la sua diagnosi è perfetta, ma una eventuale prognosi positiva è invece dipendente da una miriade di condizioni che, se considerate da vicino, non possono che risultare altamente improbabili.

21. Il lettore, compulsando attentamente il testo di Schiavone, potrà farsi un’idea di quanto realistiche siano le possibilità di successo di un programma di rinascita del pensiero europeo da lui intravisto e propugnato. Personalmente, siamo alquanto più pessimisti e il vuoto di pensiero dell’Occidente oggi ci sembra ormai decisamente irreparabile. Più che di un improbabile programma di rinascita, oggi ci pare quanto mai necessario un programma di resistenza. Un appello disperato che chiami alla resistenza le poche forze del pensiero d’Occidente sopravvissute, e non ancora del tutto stravolte. Una resistenza, appunto, intellettuale e morale. Una resistenza destinata tuttavia a diventare sempre più clandestina, sempre più confinata nei bantustan o nelle riserve indiane. Il trattamento inferto da Trump alle università americane è di una chiarezza esemplare. Una resistenza nella lucida consapevolezza che la guerra è stata ormai perduta, che i barbari sono alle porte e che domineranno per secoli. Si tratta allora di mettere da parte e conservare i codici, ricopiare e commentare i testi, trasmettere la tradizione, tenere acceso il lumicino in attesa di un’improbabile nuova alba. Proprio come i monaci irlandesi nei secoli bui della decadenza europea.

Opere citate

1960 Bell, Daniel, The End of Ideology. On the Exhaustion of Political Ideas in the Fifties, Harvard University Press, Cambridge. Tr. it.: La fine dell’ideologia. Il declino delle idee politiche dagli anni Cinquanta a oggi, SugarCo Edizioni, Milano, 1991.

1958 Benda, Julien, La trahison des clercs, Editions Grasset, Paris. [1927]

2021 Dugin, Alexandr, Contro il Grande reset. Manifesto del Grande risveglio, AGA Editrice.

2022 Rampini, Federico, Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori, Mondadori, Milano.

2024 Rampini, Federico, Grazie Occidente!, Mondadori, Milano.

2024 Ricolfi, Luca, Il follemente corretto. L’inclusione che esclude e l’ascesa della nuova élite, La nave di Teseo, Milano.

2023 Schiavone, Aldo, Sinistra! Un manifesto, Einaudi, Torino.

2025 Schiavone, Aldo, Occidente senza pensiero, Il Mulino, Bologna.


[1] Nella scrittura di questo saggio non ho fatto uso alcuno di strumenti di intelligenza artificiale.

[2] La prima occorrenza della questione risale al 1960. Si veda Bell 1960.

[3] Cfr. Rampini 2022 e Rampini 2024.

[4] Tra queste responsabilità, attribuite di fatto dall’Europa agli USA, abbiamo la difesa (attraverso la NATO), il governo monetario e del commercio internazionale, la politica internazionale, il controllo degli Stati canaglia, il governo delle crisi internazionali derivanti da alcuni Paesi ex comunisti e dall’insorgente fondamentalismo islamico, compresa anche la lotta al terrorismo. Possiamo aggiungere la responsabilità della salvaguardia e della promozione delle organizzazioni internazionali. A uno sguardo retrospettivo, gli USA hanno fallito in tutti questi compiti. Marcatamente, in politica internazionale hanno fallito sulla questione israelo-palestinese, hanno fallito in Iraq e in Afghanistan. Solo per elencare le crisi più importanti. Per quanto riguarda le organizzazioni internazionali, gli USA hanno dato un notevole contributo al loro indebolimento.

[5] Cfr. Schiavone 2025: 15.

[6] Fanno parte dell’antiumanismo, a nostro parere, anche il transumanismo e il postumanismo nelle loro varie e confuse manifestazioni.

[7] Si veda Finestre rotte: Esiste la filosofia continentale?

[8] Cfr. Schiavone 2025: 16.

[9] Cfr. Schiavone 2025: 19.

[10] Cfr. Ricolfi 2024.

[11] Cfr. Schiavone 2025: 20.

[12] Dal nome dello psicologo neozelandese James Robert Flynn (1934-2020).

[13] Cfr. Schiavone 2025: 25.

[14] Cfr. Schiavone 2025: 26-27.

[15] Cfr. Schiavone 2023.

[16] In un mio saggio precedente ho analizzato dettagliatamente il Manifesto di Schiavone. Per chi fosse interessato, si veda Finestre rotte: Prolegomeni a una nuova sinistra.

[17] Cfr. Schiavone 2025: 30.

[18] Cfr. Benda 1958.

[19] Cfr. Schiavone 2025: 30.

[20] Cfr. Schiavone 2025: 123.

[21] Mi permetto qui di richiamare la mia recente analisi sui Referendum del giugno 2025: Finestre rotte: Referendum 2025.

[22] Cfr. Schiavone 2025: 123.

[23] Cfr. Schiavone 2025: 124.

[24] Cfr. Schiavone 2025: 124.

[25] Cfr. Schiavone 2025: 124-125.

[26] Cfr. Dugin 2021.

Indietro di un anno (o di un secolo?)

di Vittorio Righini, 4 luglio 2025

Prima di tutto, se avete tempo e voglia, leggete queste brevi paginette web:

https://www.ilfoglio.it/cultura/2024/01/23/news/la-cultura-odierna-del-censurare-tutto-cio-che-e-reazionario-6130056/

https://www.ilgiornale.it/news/crociata-contro-tesson-dei-templari-conformisti-2274090.html

Printemps des poètes: Sylvain Tesson accusé d’être une «icône réactionnaire», Rachida Dati défend sa «belle plume»  

I links che ho proposto servono, se mai ce ne fosse bisogno, a rammentarci che la sinistra francese è davvero spuntata. Parlo di quella “sinistra” perfettamente rappresentata da Fred Vargas (pseudonimo di Frédérique Audouin-Rouzeau, milionaria francese scrittrice di gialli basati sulle avventure del Commissario Adamsberg). La Vargas è purtroppo anche l’autrice di: La Verité sur Cesare Battisti, dove difende quell’ignobile personaggio. E che poi, quando Battisti ce lo rimandano e lui si dichiara colpevole, afferma che può dire quello che vuole, ma lei non ci crede, per lei è intoccabile: “Battisti è innocente, non mi scuso”.

Bene (anzi, male, anzi, malissimo). Ora, ultimamente lei e altri – meno noti – autori hanno attaccato Sylvain Tesson, uno dei pochi che non prende posizione, non si discosta né si accosta, uno che apprezza Louis-Ferdinand Celine (eresia!) qualunque sia il suo credo politico, come pure Jean Raspail (al rogo! al rogo!), altro autore pochissimo amato dalla gauche francese perché ha scritto Il Campo dei Santi (libro nel quale si ipotizza un collasso della economia occidentale per un esagerato afflusso di immigrati da paesi poveri).

Ma Tesson cosa c’entra? È uno che scrive di viaggi (e magari anche le introduzioni a libri di viaggio altrui, come appunto quelli di Raspail). Di avventure tutt’altro che convenzionali: l’ultima sua lo ha portato a navigare lungo le scogliere del nord, alla ricerca del mito delle fate. Ma è anche uno che se ne fotte della politica. E questo riallaccia il filo: lo scorso anno Tesson viene nominato presidente di un premio letterario, ma i “giusti” insorgono e scatta la resistenza. Lo si deve rimuovere dalla sua posizione perché “sembra uno di destra” (Mi piace il termine che viene usato per sostenere queste accuse, “amichettismo”: non lo conoscevo, è tipico di questi tempi e di certi ambigui personaggi, gli intellettuali-radical-chic).

Io vi invito a leggere qualche libro di Tesson (li ho letti tutti) per capire quanto davvero gliene frega della destra o della sinistra. La polemica montata nei suoi confronti non lo sfiora nemmeno: ignora bellamente chi lo accusa, appunto se ne fotte, e non spreca una parola in propria difesa. Un bacio invece alla ministra francese della Cultura Rachida Dati: anche lei se ne fotte delle critiche, e accetta con un battito di ciglia le dimissioni della organizzatrice del premio, Sophie Nauleau, già indignata speciale ed ora fuori dalle palle perché i suoi amici di sinistra la accusano di aver accettato Tesson senza pensarci.

Il fatto è che per queste persone non esistono scrittori di sinistra e di destra; esistono scrittori di sinistra e altri non allineati, che quindi vanno etichettati come di destra. Per loro è inutile leggere i precedenti ottimi libri di Tesson; se non scrivi un libro gradito alla sinistra, vuol dire che sei di destra. Ai tempi di Stalin si ragionava così, oggi vale anche in Francia.

Tutto risolto, dunque? No, perché la gauche ha vinto e ha fatto espellere Tesson dalla scorsa edizione. Il nuovo direttore del Premio ha giustificato il fatto spiegando che non si può mettere un letterato a dirigere un premio letterario … (questa l’avete capita, voi? io no).

Comunque. Copio e incollo, da Liberation. Ecco il testo integrale in francese:

«Circa 1.200 personalità della cultura hanno finalmente aderito alla petizione contro Sylvain Tesson, recentemente nominato patrono della Primavera dei Poeti. Questo testo, che ActuaLitté aveva rivelato ben prima della sua pubblicazione su Libération, muove guerra a un rappresentante dell’“estrema destra letteraria”. Proprio come Houellebecq o Yann Moix. Quindi, con gli stessi sostenitori? La petizione denunciava l’emergere di un’“icona reazionaria” come rappresentante dell’evento guidato da Sophie Nauleau, la direttrice artistica. Nonostante i nostri molteplici solleciti, ella non ha risposto alle nostre richieste di replica.

Su Facebook, l’evento continua a pubblicizzare i suoi programmi come se nulla fosse accaduto, mentre al di fuori dell’evento la polemica si è gonfiata come raramente accadeva prima: erano anni che la poesia non agitava folle o accendeva passioni in questo modo. Beh, la poesia… È chiaro che in questo forum sono più in gioco posizioni politiche, presunte o confermate.»

E la petizione dice, testuale:

«Avvertiamo che la nomina di Sylvain Tesson a patrono della Primavera dei Poeti 2024, lungi dall’essere casuale, rafforza la banalizzazione e la normalizzazione dell’estrema destra in ambito politico, culturale e nella società nel suo complesso. Chiudendo un occhio su ciò che rappresenta questo scrittore, la direttrice Sophie Nauleau e il suo consiglio di amministrazione stanno dimostrando questa normalizzazione all’interno delle istituzioni culturali, che respingiamo fermamente.»

Lo scrittore solo contro tutti? Niente affatto: il mondo della cultura francese non è tutto così allineato, e i firmatari della petizione sono accusati di essere woke, termine usato per ridicolizzare l’esasperato attivismo sociale e l’ossessione per le tematiche “progressiste”. E hanno suscitato anche l’ironia di alcuni, come Denis Olivennes, benemerito presidente di Editis: “Credo che dovremmo bandire Chateaubriand, Balzac, Flaubert, Baudelaire, Valéry e tanti altri dai libri di testo scolastici, tutti scrittori, tutti reazionari, come Sylvain Tesson, bruciare i loro libri e poi, per controllare il futuro, istituire un Ministero della Verità”, ha twittato… Bravo Olivennes!

E la Ministra: beh, siccome bisogna cambiare tutto per non cambiare nulla, ecco le sue dichiarazioni per l’edizione 2025: «Questa ventisettesima edizione ha scelto il tema: “Poesia. Vulcanica”. Avete scelto di basare questa edizione sul tema del vulcano. È un’immagine che mi ispira, che si può associare al mio temperamento. Ma è anche associata al vostro, ovviamente. Trovo molto vulcanico poter portare la cultura al maggior numero possibile di persone», ha dichiarato la ministra Dati, durante una conferenza stampa.

Ritiro allora il bacio affrettatamente apposto prima.

Nel mentre, In viaggio con le Fate, l’ultimo interessante libro di Tesson, che narra un suo viaggio sulle scogliere del Nord Europa, dalla Galizia alle Shetland, per conoscere meglio e cercare di capire i miti delle Fate, in uscita in Italia a inizio 2025, è stato stranamente cancellato dal principale sito web commerciale, e non appare più in vendita o in previsione di uscita tradotto in italiano. Inquisizione o Unione Sovietica? o siamo solo vittime della superficialità di alcuni editori?

Io il libro l’avevo prenotato, poi è sparito … Comunque aspetto, uscirà prima o poi; nel frattempo l’ho – faticosamente – letto in francese. Tesson non scrive in modo semplice, almeno non per la mia modesta conoscenza della lingua.

Per il momento, se volete, potete trovare una bella intervista all’autore a proposito di questo libro su:

https://www.pangea.news/sylvain-tesson-fate-celti-intervista

Ora, immagino che per qualcuno passerò per uno di destra che fa politica sul sito dei Viandanti.

Non sono “di destra”, semplicemente non mi schiero in diatribe che hanno meno senso addirittura di quelle sul calcio, e me ne fotto più ancora di Tesson: ma mi disturba che mi tocchino in maniera così pretestuosa e becera un autore che amo. I fatti sono quelli che ho raccontato. Se poi l’argomento vi disturba fate jump, come dicono gli americani, saltatelo.

Il fenomeno vago della postverità

di Giuseppe Rinaldi, 20 giugno 2025

Negli interventi postati su questo sito compare sempre più spesso il richiamo alla “verità”. Non è un caso. È un’insistenza voluta. Questo non perché si stia abbracciando un qualche credo fondamentalista, o si vogliano rincorrere le “offerte culturali” del mese, che traboccano non di sconti ma di concetti dati per scontati, primo tra tutti, guarda caso, quello di post-verità. La nostra è semmai è una controfferta: vorremmo difendere l’idea che una convivenza civile non possa prescindere da una quota sia pur minima di verità condivisa, intesa quest’ultima non come scolpita su marmo in lettere maiuscole – “LA VERITÀ” sulle origini e sui destini del mondo – ma come lo sforzo di comprendere e descrivere nella maniera più oggettiva possibile l’andamento delle cose nel mondo. Se rifiutiamo che i nostri rapporti con ciò e con chi ci circonda debbano e possano essere improntati a questa idea, allora apriamo la porta appunto alla post-verità: cioè al nuovo fondamentalismo relativista.

Ci sembra dunque più che opportuno riproporre il saggio scritto da Beppe Rinaldi sette anni orsono sul fenomeno della post-verità e pubblicato sul sito “Finestre rotte” il 5 aprile 2018. In tempi di intelligenza artificiale e di rincitrullimento di quella naturale sette anni equivalgono a secoli, ma nel saggio c’era già tutto il necessario per capire quella che oggi appare una inarrestabile deriva. E soprattutto c’era – e c’è ancora, e vale anzi più che mai –, proprio per la profondità e la lucidità e l’accuratezza che sempre distinguono le riflessioni di Rinaldi, l’esempio concreto di come a tale deriva si possa malgrado tutto opporre una dignitosa resistenza. Senza sventolare o bruciare bandiere, senza scandire slogan insulsi, senza inscenare pietose pantomime per le strade o nelle aule parlamentari: semplicemente perseverando nella volontà di conoscere, e quindi di pensare con la propria testa, e insistendo a credere nella possibilità di condividere e di confrontare delle idee, anziché delle ideologie (o peggio, delle imposture o delle stronzate).

Leggetevi allora queste pagine con la calma e l’attenzione che meritano: magari non accederete all’empireo della Verità, ma ne uscirete senz’altro vaccinati contro la post-verità.

Paolo Repetto

***

1. Da qualche tempo[1] le fake-news sono all’ordine del giorno. La loro diffusione sta preoccupando alquanto il mondo della informazione e quello della politica, i governi e perfino le grandi multinazionali dei social media. C’è solo da essere soddisfatti poiché, finalmente, il grande pubblico sembra abbia compreso che le fake sono una cosa seria e che possono rappresentare un enorme pericolo. Si sta diffondendo, a quanto pare, la consapevolezza che, in una società minimamente civile, non possiamo fare a meno della verità. Una modica quantità di verità sembra sempre più costituire un bene primario cui non possiamo rinunciare. Non resta che sperare che non sia già stato ampiamente superato il punto di non ritorno. In realtà, il caso delle fake-news è solo uno degli aspetti – forse quello più appariscente ma non certo il più importante – di un fenomeno assai più generale e cioè della diffusione della menzogna, e di una serie di suoi nuovi derivati, nelle interazioni sociali, nello spazio pubblico della comunicazione e, soprattutto, nell’ambito della politica nazionale e internazionale. Si tratta di un fenomeno che ha cominciato a essere segnalato intorno agli anni Novanta del secolo scorso e che è cresciuto progressivamente fino ai nostri giorni.

2. In campo culturale, e particolarmente in campo filosofico, l’allarme circa la diffusione di prodotti menzogneri è vecchio ormai di almeno due o tre decenni. Tra l’inizio degli anni Novanta e il nuovo secolo avevano cominciato a comparire varie reazioni critiche nei confronti della diffusione di certi prodotti subculturali, strettamente legati all’affermazione presso il grande pubblico del postmodernismo.[2] Nel 1997 Sokal e Bricmont pubblicarono un loro famoso saggio contro le imposture intellettuali[3](fashionable nonsense)in cui furono messe alla berlina le disinvolture argomentative di alcuni famosi intellettuali postmoderni per lo più francesi (Lacan, Kristeva, Irigaray, Latour, Baudrillard, Deleuze, Guattari, Virilio) e in cui si faceva un resoconto dettagliato della cosiddetta burla di Sokal che aveva contribuito a smascherare un certo ambiente postmoderno nordamericano.

Sokal e Bricmont erano entrambi professori di fisica, rispettivamente a New York e a Lovanio. Ecco il resoconto della burla, attraverso la penna dei diretti protagonisti: «[…] uno di noi, Sokal, decise di tentare un esperimento non ortodosso […]: sottopose a una rivista culturale americana alla moda, Social Text, una parodia del genere di articoli che abbiamo visto proliferare negli ultimi anni, per vedere se l’avrebbero pubblicata. L’articolo, intitolato «Trasgredire le frontiere, verso un’ermeneutica trasformativa della gravità quantistica», è pieno di assurdità e di palesi non sequitur. Inoltre propone una forma estrema di relativismo cognitivo: dopo aver messo in ridicolo il “dogma” superato secondo cui “esista un mondo esterno, le cui proprietà sono indipendenti da ogni essere umano in quanto individuo, e in definitiva dall’umanità intera”, afferma categoricamente che “la ‘realtà’ fisica, non meno che la ‘realtà’ sociale, è in fin dei conti una costruzione sociale e linguistica”. Attraverso una serie di salti logici sbalorditivi, arriva alla conclusione che “il π di Euclide e la G di Newton, un tempo considerati costanti ed universali, vengono ora percepiti nella loro ineluttabile storicità […]”. Il resto dell’ articolo è dello stesso tono. Ciò nonostante l’articolo fu pubblicato in un numero speciale di Social Text […]. La beffa fu immediatamente svelata dallo stesso Sokal, suscitando un diluvio di reazioni […]».[4] Tutto ciò avveniva nel 1996. Possiamo considerare da parte nostra che, in generale, stupidaggini alla moda ci siano sempre state ma è abbastanza significativo il fatto che il loro primo massiccio sdoganamento e il loro primo debutto nei circoli della cultura alta sia avvenuto proprio all’interno del mondo stesso degli intellettuali, il quale deve, evidentemente, aver subito qualche trasformazione profonda.

3. L’allarme circa la diffusione di contenuti menzogneri non ha riguardato solo il campo della produzione intellettuale. Nel 2005 il filosofo nordamericano Harry Frankfurt pubblicò un libretto intitolato Bullshit, ovverossia, tradotto in italiano, Stronzate.[5] Così esordiva l’Autore: «Uno dei tratti salienti della nostra cultura è la quantità di stronzate in circolazione. Tutti lo sanno. Ciascuno di noi dà il proprio contributo. Tendiamo però a dare per scontata questa situazione. […] non abbiamo una chiara consapevolezza di cosa sono le stronzate, del perché ce ne siano così tante in giro, o di quale funzione svolgano. […] In altre parole, non abbiamo una teoria».[6]Il contenuto del libretto era già comparso come articolo nel 1986, tuttavia il successo di pubblico si ebbe nel 2005, quando l’articolo fu pubblicato nella veste di libro, in un contesto dove ormai l’attenzione al problema era piuttosto alta. Con il suo intervento Frankfurt intendeva richiamare l’attenzione su un certo nuovo tipo di contenuti fasulli, poco seri, decisamente fastidiosi e invadenti, che avevano preso a diffondersi sempre più nell’ambito comunicativo e che minacciavano di sommergere qualsiasi altra espressione. Va detto che il libretto di Frankfurt era più che altro un pamphlet dal tono ironico e dissacrante e quindi non presentava, in effetti, alcuna teoria approfondita sul fenomeno in oggetto. Esso ebbe tuttavia il merito colpire nel segno.

Secondo Frankfurt, cercando di ricavare una definizione sintetica dalla sua trattazione,[7] il bullshit sarebbe all’incirca un prodotto linguistico grezzo e sommario che fornisce una rappresentazione non adeguata, insignificante o futile della realtà. Il carattere distintivo del bullshit sarebbe costituito proprio dalla sua totale mancanza di aderenza nei confronti della realtà. All’alba del nuovo secolo, Frankfurt suonava dunque un campanello di allarme, evidenziando un fenomeno di degrado del discorso pubblico che tutti avevano ormai sotto il naso. In effetti, già allora era ben presente la sensazione di essere sommersi da una marea di insulsaggini incontrollate e incontrollabili. Quella di Frankfurt poteva sembrare una boutade, invece gli sviluppi successivi avrebbero finito per superare ogni pessimistica immaginazione.

4. Più o meno nello stesso periodo, cominciava a emergere la sensazione che si stesse diffondendo, presso il vasto pubblico, un atteggiamento di sempre maggior tolleranza verso la menzogna. Il grido di allarme in proposito fu lanciato da Ralph Keyes, nel suo volume Post-Truth Era. Dishonesty and Deception in Contemporary Life, uscito nel 2004. Lo studio di Keyes ha segnato, a quanto pare,la prima comparsa del termine post-truth nella titolazione di un libro. Keyes si occupava del fenomeno – com’era allora percepito – della sempre maggior diffusione della menzogna nella vita quotidiana e nella sfera pubblica. L’Autore contrapponeva la situazione tradizionale, nella quale verità e menzogna erano chiaramente contrapposte e in cui la menzogna era per lo più esecrata e andava incontro alla pubblica disapprovazione, a una nuova situazione in cui tra verità e menzogna erano collocate infinite sfumature, in cui la menzogna stava diventando un comportamento sempre più diffuso e sempre meno censurato dalla disapprovazione sociale. Si era dunque di fronte, secondo l’Autore, a un netto cambiamento di segno che coinvolgeva in profondità le relazioni interpersonali e la comunicazione sociale. L’epoca della postverità (post-truth era) sarebbe dunque – secondo l’Autore – una nuova epoca in cui le relazioni interpersonali sarebbero state sempre più caratterizzate dallo sdoganamento della menzogna, accompagnato strettamente dalla diffusione della disonestà. Anche Keyes non produceva alcuna elaborata teoria in merito, tuttavia nel suo libro, dallo stile peraltro piuttosto giornalistico, l’Autore snocciolava una casistica impressionante di fatti e fatterelli che testimoniavano di una sempre maggior indifferenza nei confronti della verità ormai diffusa in tutti i settori della società contemporanea.

5. Il termine post-truth ha poi avuto sempre più diffusione, segno evidente della sua capacità di individuare e contraddistinguere un nuovo fenomeno. Prova ne è che l’Oxford English Dictionary ha deciso di eleggere post-truth come “parola dell’anno” del 2016. Consultando qualche autorevole dizionario possiamo vedere meglio il significato attuale del termine, per come si sta consolidando. Il Collins, alla voce post-truth, recita: «Di, o relativo a, una cultura in cui il ricorso alle emozioni tende a prevalere a discapito dei fatti e delle argomentazioni logiche». Secondo gli Oxford Dictionaries: «Denotante, o relativo a, circostanze in cui i fatti oggettivi, nella configurazione della pubblica opinione, sono meno influenti degli appelli alle emozioni e alle credenze personali». Il Cambridge Dictionary riporta: «Relativo a una situazione in cui le persone sono più propense ad accettare una argomentazione basata sulle proprie emozioni o credenze piuttosto che una basata sui fatti». Tutte le definizioni, come si può ben vedere, segnalano una sorta di antitesi tra un approccio emotivo del tutto soggettivistico e il riconoscimento oggettivo dei fatti. Pongono cioè una contrapposizione tra un atteggiamento di realismo e la mancanza di realismo o l’irrealismo.

Su Wikipedia[8] si può trovare un tentativo di sintesi che costituisce quasi una definizione organica: «Il termine post-verità, […] indica quella condizione secondo cui, in una discussione relativa a un fatto o a una notizia, la verità viene considerata una questione di secondaria importanza. Nella post-verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi concreta della effettiva veridicità dei fatti raccontati: in una discussione caratterizzata da “post-verità”, i fatti oggettivi – chiaramente accertati – sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto ad appelli ad emozioni e convinzioni personali».[9] La definizione pare del tutto pertinente, anche se, a nostro giudizio, avrebbe bisogno di un’estensione di campo, in aderenza a un fatto ora più che mai evidente: la postverità non concerne solo le discussioni, com’è suggerito, ma coinvolge ormai ogni tipo di comunicazione che sia scambiata nel mondo sociale, e quindi, indirettamente, le stesse relazioni sociali che ne derivano.

6. Il prefisso post davanti a truth ha, più o meno, il significato di un oltre.[10] Si noti che il termine post-truth è considerato nel mondo anglosassone come un aggettivo. La traduzione in italiano con “postverità” lo trasforma in un sostantivo, rendendolo così un concetto astratto. A nostro giudizio poteva andar meglio una traduzione con il costrutto oltre – vero, che può essere usato sia come aggettivo sia come sostantivo, e che porta con sé una vaga assonanza nicciana che non guasta. Pur non intendendo produrre alcuna innovazione terminologica, proverò in questo scritto a usare ogni tanto questo termine, cercando così di esplorare la possibilità di un suo uso efficace.

Sul piano del contenuto, il concetto sta a sottolineare una sorta di oltre passa mento della istanza della verità nella sfera delle comunicazioni e delle relazioni sociali, fino al punto dal determinarne la sua totale perdita di importanza. Nel mondo della postverità, o dell’oltre-vero, la verità sembra essere diventata, insomma, una cosa superflua, una cosa che non è alla nostra portata o una questione che non ci riguarda più. Il termine oltre-vero non si riferisce dunque a particolari contenuti falsi (per i quali esistono già altri termini, come i già citati fake-news o bullshit) ma a una particolare modalità di considerare le questioni di verità che pare si stia instaurando presso il vasto pubblico. Il che può configurarsi come un atteggiamento pratico, soprattutto da parte del grande pubblico oppure come una disposizione teorica, soprattutto da parte degli intellettuali, degli opinion leader e simili.

7. La sensazione dunque è che con l’oltre-vero non ci troviamo più di fronte alla nozione tradizionale della menzogna[11] bensì di fronte a qualcosa di costitutivamente diverso. Secondo Frankfurt – è questa una delle sue argomentazioni più costanti – le stronzate (bullshit)non sarebbero propriamente menzogne. La menzogna classica implica per lo più che chi la proferisce abbia la nozione di quale sia la verità e implica un’esplicita intenzione di occultare la verità. Afferma infatti a un certo punto Frankfurt: «È impossibile che una persona menta se non crede di conoscere la verità. Ebbene, produrre stronzate non richiede questa convinzione».[12] La stronzata, come definita da Frankfurt, è invece semplicemente indifferente alla verità e proprio in ciò sta la sua principale inadeguatezza nei confronti della realtà. In ciò sta anche la spiegazione della sua estrema diffusione, della relativa tolleranza con cui è accolta e, in fin dei conti, del suo grande successo. Frankfurt ci ha fornito qui la chiave per una conclusione di qualche rilievo: in una post-truth era che sia giunta a piena maturazione non ci sarebbero più menzogne, ci sarebbero solo stronzate. Nella postverità non c’è più tendenzialmente il caso classico di chi, conoscendo la verità, la neghi consapevolmente per scopi disonesti. Nella post truth era nessuno più pretende di conoscere la verità, semplicemente non c’è più alcun commitment per la verità. Forse proprio per questo i mentitori – anche quelli classici – sono sempre più frequentemente assimilati a simpatici intrattenitori, cioè a bullshit artist.[13]

8. L’atteggiamento di crescente irrilevanza verso la verità non poteva non influenzare il mondo dell’informazione. Parallelamente alle imposture intellettuali e al bullshit, sono salite all’attenzione del pubblico le fake-news, di cui abbiamo già accennato. La definizione di fake-news è decisamente più circoscritta e meno controversa. Recita Wikipedia:[14] «Il termine inglese fake-news (in italiano notizie false) indica notizie redatte con informazioni inventate, ingannevoli o distorte, rese pubbliche con il deliberato intento di disinformare o diffondere bufale attraverso i mezzi di informazione. Tradizionalmente a veicolare le fake news sono i grandi media, ovvero le televisioni e le più importanti testate giornalistiche. Tuttavia con l’avvento di Internet, soprattutto per mezzo dei media sociali, aumentando in generale la diffusione delle notizie, è aumentata proporzionalmente per logica conseguenza anche la diffusione di notizie false».

Se le fake sembra abbiano avuto la loro lontana origine nel campo della più classica produzione di menzogne, è chiaro che il passaggio delle fake-news dagli ambiti più tradizionali dei grandi media a quelli della rete sta creando le condizioni per una sovrapposizione sempre più ampia tra le fake e il bullshit, fino a una sorta di vera e propria transizione dalla menzogna classica verso il bullshit. Anche i mezzi di informazione – indipendentemente da casi di ricorso a menzogne classiche – sembrano sempre meno sensibili alla verità e sempre più propensi a diffondere contenuti dal basso valore veritativo che siano però dotati di una forte attrattiva per il pubblico. Strettamente connesso alle fake-news è il mondo delle bufale, delle dicerie, dei rumor che spesso costituiscono il contenuto delle fake stesse. Anche in questo caso si tratta di fenomeni che pur essendo sempre esistiti, hanno assunto una loro visibilità ed efficacia in conseguenza dello sviluppo della rete. In Susstein 2009 si trova uno studio sui loro meccanismi di diffusione. Su argomenti analoghi e sulla psicosociologia delle credenze si può consultare Bronner 2003.

9. Infine, la diffusione dell’indifferenza nei confronti della verità non poteva che coinvolgere in maniera rilevante anche e soprattutto il mondo della politica. Almeno dal 2010 è in uso, nei paesi anglosassoni, il termine post-truth politics. Anche in questo caso la traduzione comporta qualche difficoltà. Alla lettera potrebbe andare bene politica post veritiera, oppure, se vogliamo, possiamo usare la nostra locuzione politica oltre-vera. Sulla scorta di Ferraris 2017, che usa postverità come sostantivo e postruista come aggettivo, potrebbe andar bene politica postruista.

Citiamo da Wikipedia anglofona: «La post-truth politics (denominata anche post-factual politicse post-reality politics) è una cultura politica in cui il dibattito è largamente caratterizzato da appelli alle emozioni del tutto disconnessi dai dettagli effettivi delle varie politiche, e dalla continua ripetizione delle parole d’ordine, le cui confutazioni fattuali sono del tutto ignorate. La post-truth politics è differente dalla tradizionale contestazione e falsificazione della verità in quanto consiste nel trattare la verità come una cosa di secondaria importanza. Sebbene questo fenomeno sia stato descritto come un problema nuovo, c’è la possibilità che esso faccia parte da tempo della vita politica, ma che sia stato poco visibile prima dell’avvento di internet e dei suoi relativi cambiamenti sociali».

La politica postruista (o oltre-vera) è dunque una politica che, seguendo l’andazzo generale, è diventata indifferente alle questioni di verità, non tiene conto dei fatti, non tiene conto della realtà delle cose. Una politica, insomma, che fa a meno della verità. La politica postruista costituisce così la curvatura che la politica assume quando questa sia collocata entro il quadro della postverità, sia sul piano pratico sia su quello teorico. Poiché la politica postruista è una politica che si sviluppa sul terreno della postverità, essa tende a fare liberamente largo uso di imposture, fake e bullshit. Come casi esemplari di politica postruista sono state spesso citate la campagna per la brexit e quella per la prima elezione di Trump alla Casa Bianca nel 2016. La campagna condotta, con successo, da Trump nel 2024 non fa che confermare l’esemplarità del caso.

10. Come si vede dalla rassegna che abbiamo presentato, siamo in presenza, a quanto pare, di fenomeni nuovi, per molti versi inaspettati, che stanno assumendo un peso di rilievo nella vita delle nostre società. Si tratta di fenomeni di non facile definizione e che sembrano tuttavia avere per lo meno qualche somiglianza di famiglia.[15]Oltretutto, la terminologia relativa a questo campo è ancora in fase di formazione, vi si possono trovare usi e definizioni alquanto sovrapponibili ma anche alquanto diversificati. Quel che è certo comunque è che tutte queste novità linguistiche e concettuali segnalano, direttamente o indirettamente, la consistenza e la pervasività del fenomeno che stiamo cercando di circoscrivere e rappresentare.

Volendo utilizzare una metafora intuitiva, tanto per stipulare con il lettore una convenzione provvisoria, propongo di immaginare un gigantesco iceberg che galleggia in mare: le imposture intellettuali (fashionable nonsense), le fake-news e la politica postruista sarebbero l’equivalente della punta dell’iceberg. Sarebbero cioè la parte più visibile che corrisponde a ciò che il vasto pubblico ha cominciato appena a scorgere. Il bullshit, data la genericità della sua definizione, costituirebbe l’iceberg nella sua totalità, che notoriamente è molto più grande della parte emersa e, proprio per questo, molto più pericoloso. La postverità, o il mondo dell’oltre-vero, sarebbe il mare dove galleggia tranquillamente il bullshit, sia per la parte emersa che per quella sommersa. Secondo questa immagine, le imposture intellettuali, le fake-news e la politica postruista si potrebbero considerare come tipi specifici di bullshit, cioè per così dire specie di stronzate specializzate, avendo tutte in comune la caratteristica minimale di non prendere sul serio la verità e la realtà.[16] Va da sé che, in questo quadro, viene a essere sempre più trascurabile la menzogna classica, la quale – pur non essendo certamente sparita – sembra divenuta meno importante, perché nel mare dell’oltre-vero – come s’è detto – nessuno più pretende di sapere una qualche verità e di volerla intenzionalmente celare.

Dopo avere delineato sommariamente, in termini descrittivi, i fenomeni che ci interessano e le relative nomenclature, cercheremo, in quel che segue, di esplorare alcuni aspetti dell’inquietante paesaggio glaciale di fronte al quale ci troviamo e con il quale ci dovremo sempre più confrontare nel prossimo futuro.

11. Se la posterità (o l’oltre-vero) è il mare che tiene a galla il bullshite tutto il resto, è il caso allora di comprendere meglio di che cosa si tratti. La postverità, in estrema sintesi, può essere ricondotta al consolidamento e alla diffusione presso il vasto pubblico di una convinzione, di ordine pratico e teorico, secondo cui in molte situazioni la verità è trascurabile. Questa convinzione implica che ci possono essere tante verità, che possiamo fare a meno di una nozione condivisa di verità e che, quindi, non abbiamo più alcun interesse a fare sforzi e a impiegare risorse per accertare la verità e per dire la verità. In altre parole, ormai ci sono soltanto dei punti di vista, collocati tutti sullo stesso piano, che ciascuno accoglie o rifiuta in base a disposizioni e scelte del tutto personali, o anche in base al momento. Il tutto però – si badi bene – è supportato da un’ulteriore sottile connotazione di ordine morale, secondo la quale è inevitabile, o addirittura giusto, che sia così e secondo la quale, così facendo, possiamo cavarcela tranquillamente o, addirittura, vivere decisamente meglio di prima. Meglio di quando ci trovavamo sotto l’assillo della verità. Insomma, la condizione della postverità può essere vissuta come un fatto positivo o addirittura come una liberazione. Si badi bene che chi pratica e condivide l’oltre-vero non necessariamente deve esserne compiutamente consapevole. Basta fare quello che fanno tutti, quel che è considerato del tutto normale. Provando ad addentrarci ulteriormente nei meandri della postverità, per comodità di analisi, distingueremo ora un ambito pratico e un ambito teorico, anche se nella realtà i due aspetti sono strettamente intrecciati e correlati.

11.1. Per quel che concerne l’ambito pratico, sembra dunque assodato che in molte situazioni, la verità non sia più considerata come un imperativo capace di qualificare il nostro comportamento e di dirigere le nostre scelte. Si tratta di un mero fatto, sotto gli occhi di tutti. Affermava Keyes già nel 2004: «Anche se ci sono sempre stati dei mentitori, le menzogne di solito sono state dette con esitazione, un pizzico di ansietà, un po’ di colpa, una qualche vergogna, almeno qualche imbarazzo. Ora, intelligenti come siamo, abbiamo tirato fuori degli stratagemmi per manomettere la verità tanto che possiamo dissimulare senza sentirci in colpa. Questo lo chiamo post-vero. Noi viviamo in una era post-vera (post-truth era). La postverità esiste in una zona grigia dell’etica. Ci permette di dissimulare senza che ci dobbiamo considerare disonesti. Quando il nostro comportamento confligge con i nostri valori, la cosa più facile che possiamo fare è di rivedere i nostri valori. Pochi di noi sono disposti a pensare di se stessi di essere immorali e tanto meno attribuire ad altri qualcosa di simile, così ricorriamo ad approcci alternativi alla moralità. Si pensi a questi approcci come a una sorta di alt ethics [etica alternativa]. Questo termine si riferisce a sistemi etici nei quali dissimulare è considerato positivo, non necessariamente sbagliato, a volte non effettivamente “disonesto” nel senso negativo della parola. Anche se noi raccontiamo più menzogne che mai, nessuno vuole essere considerato un mentitore».[17]

Insomma, è come se noi, in pratica, tenessimo costantemente spalancata una zona grigia entro la quale la definizione di vero e falso è tenuta continuamente in sospensione, tanto che la questione della verità non ha più alcuna rilevanza agli effetti delle nostre scelte e dei nostri comportamenti. Siamo sempre più ambigui e ci aspettiamo continuamente di trovarci di fronte all’ambiguità. L’indifferenza verso la verità, nel suo lato pratico, pare così avere perso il carattere minaccioso della figura del mentitore, di colui che conoscendo una verità la celava per ingannare. Pare anzi assumere una connotazione positiva, poiché pare capace di oliare adeguatamente la macchina delle relazioni sociali. Non badare troppo alla verità risparmia un sacco di fastidi e permette di essere sempre perfettamente adeguati.

11.2. Si noti che un atteggiamento oltre-vero nell’ambito pratico è possibile solo in un contesto nel quale sia indebolita la nozione stessa della autenticità individuale. Il problema di fronte a cui si trovano costantemente gli individui oltre-veri non è più quello di presentarsi agli altri nella propria autenticità quanto quello di apparire in modo adeguato alla situazione in cui si trovano. Nello sforzo di essere aderenti a ciascuna situazione, i singoli individui sono sempre più disincentivati allo sforzo di definire una propria autenticità personale stabile e permanente. Ciò ingenera identità fluttuanti che curano soltanto la rappresentazione contestuale da mettere in scena. Insomma, sempre meno autentici e sempre più teatranti. Solo in una simile prospettiva la menzogna può essere derubricata a peccato veniale o anche considerata come una sottile arte di buona condotta, come nel caso del già citato bullshit artist. Con la postverità cade l’interesse per una definizione stabile del self e quindi un interesse per l’autenticità della rappresentazione di sé presso gli altri. Poiché si deve mettere in scena una rappresentazione adeguata e poiché il contesto muta velocemente, allora il bullshit può rappresentare uno strumento di lavoro del tutto ammissibile, anzi una materia prima indispensabile – nello spirito rortyano di essere ironici, tolleranti e socievoli.[18]

11.3. La diffusione dell’indifferenza nei confronti della verità oltre al suo lato pratico ha naturalmente anche il suo lato teorico. La perdita di importanza della verità in campo pratico è del tutto parallela con la convinzione che la verità non esista, e viceversa. Non ci stiamo occupando qui della questione filosofica della negazione della verità, vecchia quanto la filosofia occidentale.[19] Ci occupiamo piuttosto di un fatto conclamato ed esplicito, cioè della convinzione oggi diffusa ovunque – dagli intellettuali ai politici, fino alle casalinghe – secondo cui in fin dei conti non c’è alcuna questione di verità di cui valga la pena di occuparsi.

11.4. Questa idea strampalata,[20] per quanto se ne sa, ha presumibilmente avuto origine nell’ambito dei movimenti radicali degli anni Sessanta. Fu proprio in quell’ambito che cominciarono a diffondersi, a livello di massa, sull’onda della popolarità delle filosofie del sospetto,[21] due orientamenti strettamente imparentati con l’oltre-vero, e cioè il relativismo[22]e, soprattutto, il politically correct.[23] Si trattava, in origine, dell’applicazione di un egualitarismo radicale al linguaggio, alle relazioni sociali e ai fenomeni culturali. Siccome la verità era generalmente considerata come un’imposizione del potere (come ad es. in Michel Foucault) allora non restava che considerare come altamente sospetta e pericolosa qualunque pretesa veritativa e riconoscere radicalmente la pluralità dei punti di vista. Ciò trovava ampie applicazioni soprattutto nel campo del discorso, ma anche nei campi relativi ai rapporti tra i sessi o alle questioni etniche. Ben presto però tutte le nozioni cardine elaborate dalla modernità, come la razionalità, la logica, le grammatiche e le enciclopedie, la scienza, la tecnologia, gli apparati giuridici e istituzionali, furono sottoposte a una critica erosiva, spesso vandalica, che mirava a smascherare il potere ovunque nascosto, a imporre la neutralità terminologica e a riconoscere la molteplicità dei punti di vista.

11.5. Proprio a partire dal relativismo e dal politically correct, nel volgere di pochi anni, ha preso forma e si è diffusa presso il vasto pubblico, anche e soprattutto come una moda, la filosofia postmoderna che ha costituito una specie di pastiche sincretico – di carattere cinico, anarcoide e antimoderno – di tutte le filosofie che nell’ambito dei movimenti si erano connotate contro. Il postmoderno si è scagliato contro tutti i sistemi consolidati di verità e ha proclamato la fine delle grandi narrazioni. Al posto del pensiero forte (quello che pretenderebbe di veicolare una qualche verità) è stato esaltato il pensiero debole ed è stato dato l’addio alla verità.[24]

Sui rapporti tra il postmoderno e la postverità (o oltre-vero) è stato scritto alquanto e ci sarebbe molto da dire.[25] Abbiamo già citato le imposture intellettuali e la burla di Sokal che era diretta proprio contro la filosofia postmoderna. Per brevità, mi limiterò a un breve montaggio di alcuni passi di Maurizio Ferraris, che è intervenuto ancora recentemente sulla questione nel suo libretto intitolato Postverità e altri enigmi.[26] L’Autore sottolinea il peso che ha avuto il postmodernismo nello screditamento della verità anche e soprattutto a livello del grande pubblico. Si domanda Ferraris: «Da dove viene la postverità? Una volta tanto, dalla filosofia. […] La postverità è un frutto, magari degenere, del postmoderno».[27] E continua: «[…] quella che si chiama «postverità» non è che la popolarizzazione del principio capitale del postmoderno (ossia la versione più radicale dell’ermeneutica), quello appunto secondo cui «non ci sono fatti, solo interpretazioni»».[28] E ancora: «[…] la postverità è l’inflazione, la diffusione e la liberalizzazione del postmoderno fuori dalle aule universitarie e dalle biblioteche, e che ha come esito l’assolutismo della ragione del più forte».[29] Più precisamente: «L’ultima fase [del postmoderno ndr] […] corrisponde alla popolarizzazione delle idee postmoderne, che escono dalle accademie e, con l’aiuto decisivo dei media, si trasformano dapprima nel populismo (in cui esiste ancora un rapporto verticale tra governanti e governati garantito dalla televisione) e poi nella postverità (in cui il rapporto diviene orizzontale, visto che governanti e governati si servono dei medesimi social media)».[30] E ancora, tanto per finire: «[…] la continuità fra postmoderno, populismo e postverità è diretta».[31]

11.6. Se questa piccola ricostruzione ha qualche fondamento, allora l’antipatia per la verità, che sta con ogni evidenza alle origini della post-truth era, è dunque storicamente connessa, in forma ovviamente del tutto scorretta, all’antipatia per il potere, per tutte le limitazioni e per i vincoli di ogni sorta. Essa corrisponde a un momento intenso di autoesaltazione dei soggetti i quali pare abbiano preso a considerare se stessi come il centro del mondo. In filosofia – come bene ha spiegato Ferraris – questo atteggiamento è tipicamente costituito e supportato dalle filosofie trascendentali, attraverso l’idea cioè che il soggetto strutturi il mondo attraverso gli schemi della sua mente.[32] Più ampiamente, a livello culturale, questo atteggiamento è stato tipico di tutti i romanticismi. In proposito, così ha sintetizzato Isaiah Berlin: «I fondamenti essenziali del Romanticismo sono i seguenti: la volontà, il fatto che non esiste una struttura delle cose, che ci è possibile plasmare le cose a nostro piacimento – esse pervengono all’essere soltanto per effetto della nostra attività plasmatrice –, e di conseguenza l’opposizione a qualunque concezione che cerchi di rappresentare la realtà come dotata di una forma suscettibile di essere studiata, descritta, appresa, comunicata ad altri, e sotto ogni altro aspetto trattata in un modo scientifico».[33] Insomma, secondo Berlin, anche quando i romantici sembrano profondamente immersi in quel che fanno, essi sono pervicacemente fuori dal mondo, assolutamente indisponibili a venire a patti con la realtà. Si noti che il romanticismo è stato forse la prima forma culturale prodotta da intellettuali a essere ampiamente popolarizzata e ad avere guadagnato una specie di vita autonoma. Molto prima del postmoderno.

12. Perché proprio ora? Si tratta di fenomeni decisamente nuovi oppure si tratta solo di nuove modalità di presentazione di fenomeni vecchi come il mondo? Secondo diversi studiosi, la caduta dell’autorità veritativa cui stiamo assistendo sarebbe stata resa possibile, ingigantita e moltiplicata, da una nuova base materiale (per dirla con Marx) prima sconosciuta, costituita dalle nuove tecnologie dell’informazione. In altri termini, lo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione costituirebbe una condizione sufficiente, seppure non necessaria, dell’oltre-vero. In effetti, a guardare bene, le tappe temporali dell’allarme circa la diffusione della famiglia delle nuove menzogne sono all’incirca le stesse che hanno segnato la diffusione delle nuove tecnologie.

Le nuove tecnologie, seguendo Ferraris,[34] hanno agito, a quanto pare, attraverso una duplice modalità. In primo luogo, la rivoluzione delle nuove tecnologie ha messo a disposizione di ogni singolo individuo la possibilità di memorizzare, elaborare e diffondere una quantità enorme d’informazione. Ancora nel caso dei primi media, l’informazione era distribuita a senso unico da centri e agenzie specializzate verso il pubblico. Oggi ogni singolo è diventato un’agenzia di produzione e diffusione. In secondo luogo, nello stesso tempo, è aumentato decisamente il ruolo della informazione nella costituzione intrinseca del mondo sociale.[35] In particolare si è reso sempre più tangibile il ruolo delle iscrizioni e dei documenti nella vita quotidiana e nella strutturazione stessa delle istituzioni. Ferraris, per concettualizzare queste trasformazioni, ha parlato di una rivoluzione documediale.

Secondo Ferraris: «[…] la rivoluzione documediale è l’unione tra la forza di costruzione immanente alla documentalità e la forza di diffusione e mobilitazione che si attua nel momento in cui ogni ricettore di informazioni può essere un produttore, o almeno un trasmettitore, di informazioni e di idee».[36] La documedialità ormai diffusa sta così permettendo una strutturazione completamente nuova dello spazio comunicativo, rendendo così possibile – sebbene non sia una conseguenza necessaria – anche il mondo della postverità. Così ha sintetizzato Ferraris con una formula davvero icastica: «L’ideologia che anima la postverità è l’atomismo di milioni di persone convinte di aver ragione non insieme (come credevano, sbagliando, le chiese ideologiche del secolo scorso) ma da sole».[37]

Le nuove tecnologie sembra dunque abbiano così reso possibile – magari anche solo come effetto secondario – una indifferenza di massa nei confronti della verità e della realtà.

13. Il carattere peculiare della nuova situazione è chela verità, da fatto pubblico e sempre soggetto a qualche tipo di controllo autoritativo – qual era stata finora prevalentemente – tende sempre più a diventare un fatto privato che tuttavia è costantemente ed egotisticamente sbandierato in pubblico da chiunque. Ciascuno è diventato imprenditore della propria verità. Questa nuova situazione contrasta profondamente con un’imposizione che si è sempre accompagnata alla nozione tradizionale della verità e cioè con l’obbligo morale di dire la verità o, per lo meno, di tener conto della verità. I greci avevano elaborato in proposito il concetto della parresia,[38] su cui ha riflettuto l’ultimo Foucault. Socrate non può evitare di dire la verità ai suoi concittadini. Oggi Socrate avrebbe il suo blog e, a parte i suoi follower, sarebbe perfettamente ignorato da tutti. Al posto della parresia pubblica, divenuta impossibile, abbiamo oggi l’impulso a pubblicare i nostri preziosi punti di vista, anche se già svalutati in partenza dalla loro convivenza con i punti di vista di milioni di altri soggetti.

Volendo usare una semplificazione, è come se l’indebolimento e la crisi delle grandi narrazioni collettive – fenomeno che è stato ampiamente sottolineato proprio dal postmodernismo – avesse lasciato il posto a una moltitudine di micro narrazioni private riguardanti i campi più disparati e che ciascuno ora è in grado, per quel che può, di costruire, di mantenere e diffondere a suo uso e consumo. Ognuno prende per veri i propri deliri e li mette in rete, alla ricerca di qualcun altro disposto a condividerli, con la probabilità, sorprendentemente alta, di trovare un gran numero di follower. Analizzare e smentire ciascuno di questi infiniti deliri sarebbe ormai un compito improbo per qualsiasi autorità che abbia in mentre di provvedere a qualche tipo di controllo e certificazione. Il volume enorme di pretese verità e narrazioni che si rendono ogni giorno disponibili non fa altro che produrre una sorte di meccanismo di inflazione. Troppe verità in giro non possono che andare soggette a una svalutazione. Così la zona grigia tra il vero e il falso si è dilatata mostruosamente, come aveva già suggerito Keyes.

14. Questa trasformazione non resta confinata ai singoli individui. La postverità tende sempre più a caratterizzare lo spazio comunicativo e il fatto più rilevante è che si appresta inavvertitamente a prendere il posto dell’opinione pubblica. L’opinione pubblica in Occidente – secondo il classico studio di Habermas[39]– è nata con la libertà di pensiero e con la diffusione dei primi mezzi di comunicazione, come le gazzette e i servizi postali, e dei primi luoghi di incontro, come caffè e teatri.[40] I singoli soggetti s’informavano, s’incontravano, discutevano e alla fine opinavano, esprimevano cioè un’opinione più o meno meditata intorno a importanti questioni pubbliche. L’opinione pubblica (che pure non sempre aveva ragione) contribuiva comunque – nel sistema democratico – all’elaborazione di credenze condivise, all’identificazione del bene comune e alla formazione della volontà generale. Sappiamo bene che la nozione dell’opinione pubblica habermasiana è stata sottoposta a molte critiche. Spesso ne sono stati identificati i limiti. Lo stesso Habermas aveva parlato, quando ancora il fenomeno era poco avvertito, di una crisi della opinione pubblica. Molti studi relativi alle trasformazioni delle democrazie contemporanee si sono focalizzati sulle trasformazioni o sui limiti della opinione pubblica. Tuttavia resta pur sempre il fatto che una opinione pubblica matura costituisce uno dei pilastri essenziali delle democrazie.

Accade così che, al posto della vecchia opinione pubblica, plurale e variegata, fatta di molteplici incontri faccia a faccia che avvenivano ancora in spazi fisici e grazie a oggetti fisici, oggi si va sostituendo il mare della nostra metafora, ossia un unico spazio virtuale indifferenziato, di dimensioni globali, dove ogni individuo – divenuto centro di elaborazione e diffusione di informazione – rovescia i suoi contenuti e valuta i contenuti altrui con risposte che si mantengono – come si è detto – per lo più a livello espressivo ed emotivo, e che non hanno mai alcuna validazione, alcun confronto effettivo con la realtà. Uno spazio in continua ebollizione, dove tuttavia non si giunge mai ad alcuna conclusione, alcun accordo, dove anzi si scatenano sovrapposizioni continue, dove c’è continua concorrenza o dove ci si ignora bellamente. Si tratta di uno spazio in cui gli universali della comunicazione[41] sono costantemente violati o stravolti. Si tratta tuttavia di uno spazio che è in grado di condizionare in modo imprevedibile le risposte, le scelte e i comportamenti di un pubblico enorme. In questa alterazione radicale delle caratteristiche della tradizionale opinione pubblica sta proprio la radice dei fenomeni più eclatanti della postverità e cioè della invasione delle imposture intellettuali, delle fake-news e della politica postruista.

15. Il mondo della postverità – è il caso di ricordarlo esplicitamente –è decisamente antitetico ai fondamenti del processo politico democratico. La nozione roussoviana della democrazia implicava che i cittadini dovessero stabilire un’agenda comune, dovessero entrare in un confronto razionale tra loro e che, alla fine, dovessero giungere a deliberare intorno al bene comune. E che la deliberazione della maggioranza dovesse essere accettata dalle minoranze, poiché tutti sarebbero stati tenuti a sottomettersi alla regola della maggioranza. Per fare questo occorreva comunque che si condividessero gli universali della comunicazione, ad esempio l’esigenza di argomentare, di fornire delle prove, di non fraintendere, di non screditare l’interlocutore. Nella post-truth era non c’è più nulla di tutto questo. Nessuno è più tenuto ad argomentare, ad ascoltare, a confutare o a consentire, non ci sono più universali comuni che sottintendano alla comunicazione. Non si cerca più una verità comune perché si è già convinti che una verità comune non c’è, e che non è neppure così importante che ce ne sia una. I criteri di scelta di ciascuno sono imperscrutabili e comunque del tutto fluidi. Gelosamente privati. O al più condivisi momentaneamente in ambiti ristretti. I gruppi dei follower si fanno e si disfanno con grande rapidità, non discutono esaurientemente di nulla, non deliberano su nulla, al più usano una logica binaria del tipo likedislike. L’unica cosa implicita che è sempre presente è la richiesta a tutto il mondo del riconoscimento del proprio punto di vista, del proprio ego. Questa nuova situazione non può che spingere i sistemi democratici verso il populismo.[42]

16. Abbiamo rilevato come le nuove tecnologie dell’informazione abbiano costituito per lo meno la condizione sufficiente – seppure non necessaria – per lo sviluppo del mondo dell’oltre–vero. Tuttavia è assai problematico individuare quale sia esattamente la connessione tra i due fenomeni e su questo punto anche tra gli studiosi sussistono molte divergenze. Per capire meglio la questione dobbiamo approfondire la questione del rapporto tra tecnologia e cultura.

16.1. Sugli effetti culturali delle tecnologie, il riferimento più tradizionale va a McLuhan e alla scuola di Toronto. Secondo questo orientamento, le tecnologie della comunicazione sono delle vere e proprie estensioni del self e gli esseri umani tendono a costruire il proprio self in funzione delle tecnologie comunicative di cui dispongono, nella loro società e nella loro epoca storica. Gli studiosi della scuola di Toronto hanno distinto all’incirca tre fasi fondamentali nel rapporto tra l’uomo e la tecnologia. La prima fase sarebbe quella dell’oralità primaria. È questa la condizione delle società che non conoscono la scrittura e che devono organizzare tutto il loro patrimonio culturale intorno all’oralità. Esempio tipico di questa condizione è la cultura omerica, cui corrispondeva un ben preciso tipo di organizzazione del self. A questa prima fase segue la seconda, che corrisponde all’introduzione della scrittura e – dopo molti secoli – all’introduzione della stampa a caratteri mobili. Secondo McLuhan la modernità sarebbe stata possibile solo grazie all’invenzione della stampa, a partire dalla quale si sono sviluppati la Riforma e il pensiero scientifico moderno. Questa seconda fase, assai lunga e variamente definita, sarebbe culminata con lo sviluppo dell’individualità moderna, cioè con il self del cosiddetto uomo gutemberghiano. Si tratta di un self articolato e complesso che è strutturato in forma argomentativa, dotato di un ordine rigoroso, esattamente come un libro stampato.

Solo nella seconda metà del Novecento alcune invenzioni (il telefono, la radio, la televisione) avrebbero spodestato il libro stampato e avrebbero reso possibile la formazione del self per altre vie, recuperando gli aspetti visivi e auditivi della comunicazione. Si sarebbe così giunti alla cosiddetta terza fase, che comporterebbe un indebolimento del carattere gutemberghiano del self e a una sorta di recupero di funzionalità tipiche dell’antica oralità prescritturale. Questa fase è stata definita come oralità secondaria o oralità di ritorno. McLuhan ha caratterizzato questa come la fase del villaggio globale, reso appunto possibile dai media, il cui prototipi erano la radio e la televisione. Nell’ambito della scuola di Toronto naturalmente gli ultimi sviluppi legati alla rete e ai social media sono stati considerati come una conferma della interpretazione di McLuhan.

16.2. Non mancano ai giorni nostri studi specifici sugli effetti a vasto raggio delle nuove tecnologie sul self e sulla cultura. In molti casi i risultati sono effettivamente allarmanti. Un caso è quello di Nicholas Carr che ha pubblicato nel 2010 uno studio dal titolo Internet ci rende stupidi?[43]L’Autore ha ripreso le tesi di McLuhan e le ha messe a confronto con i più recenti risultati delle neuroscienze. Ebbene, le tesi dello studioso canadese sono uscite decisamente corroborate e meglio chiarite nei dettagli applicativi. Nello studio di Carr si mostra, con dovizia di basi empiriche, come il nostro cervello sia eminentemente plastico e come le nuove tecnologie siano in grado di cambiare profondamente – in termini fisici – le nostre stesse connessioni e strutture cerebrali e il nostro apparato cognitivo. In particolare, poi, gli studi di Dehaene[44] sulla lettura – ripresi da Carr – hanno mostrato in maniera inequivocabile come gli alfabetizzati abbiano dovuto costruire, nel loro sviluppo, delle particolari strutture cerebrali per essere messi in grado di leggere correntemente. Ha affermato Carr: «La Rete può a buon diritto essere considerata la più potente tecnologia di alterazione della mente mai diventata di uso comune, con la sola eccezione dell’alfabeto e dei sistemi numerici; perlomeno, è la più potente arrivata dopo il libro».[45] L’autore ha lanciato di conseguenza un allarme rispetto alla dipendenza che s’instaura nei confronti delle nuove tecnologie e rispetto all’obsolescenza degli strumenti della cultura – come il libro – cui è stato legato lo sviluppo degli ultimi secoli. Tutto ciò costituirebbe una minaccia molto seria per il pensiero articolato e complesso.

16.3. Non tutti gli studiosi concordano con le teorie della scuola di Toronto. In effetti, se non ci si vuol impegnare con una teoria complessa come quella di McLuhan, per tutta la famiglia di fenomeni connessi all’oltre-vero è disponibile una spiegazione più elementare, la quale insiste sulla sproporzione che è venuta a determinarsi tra la potenza estrema dello strumento reso disponibile dal progresso tecnologico e i limiti (l’animalità, la stupidità o l’imbecillità) dell’utilizzatore medio. Un po’ come nel caso della bomba atomica.

Ferraris, ad esempio, non concorda con le tesi della scuola di Toronto. Secondo Ferraris non sussisterebbe il fenomeno del ritorno a una qualche sorta di oralità secondaria e la nostra civiltà continua a essere, a pieno titolo, una civiltà della scrittura. Pochi anni fa l’Autore aveva scritto un libro per mostrare che il telefonino – data la sua capacità di fondere insieme testo, suono e immagini – costituisce uno sviluppo della fase gutemberghiana, una sua compiuta realizzazione e non certo la sua crisi.[46] Ferraris quindi è stato indotto ad attribuire l’avvento della postverità soprattutto al cattivo influsso di una cattiva filosofia e cioè – come abbiamo già visto – alla filosofia postmoderna. L’avvento della post-truth era sarebbe stato determinato da una scelta colpevole, sia da parte di certi intellettuali sia da parte del grande pubblico che si è lasciato abbindolare. Il tutto non può che tradursi in una condanna morale. Un giudizio assai tranchant nei confronti della tendenza diffusa a sottovalutare le questioni di verità è stato in effetti dato da Ferraris, tra il serio e il faceto, in termini di accusa di imbecillità. Dice Ferraris: «Definisco […] categorialmente o transcategorialmente, l’imbecillità come cecità, indifferenza o ostilità ai valori cognitivi, che dunque come tale è una colpa».[47] Sembra tuttavia che l’indignazione morale non possa esser sufficiente a contrastare quello che pare stia diventando un vero e proprio fenomeno di massa. Anche se Ferraris pare sostenere che l’imbecillità umana sia una costante e che, talvolta, possa giocare anche un ruolo positivo nello sviluppo dello spirito umano.

Anche Umberto Eco aveva sostenuto qualcosa di simile. È il caso di ricordare la sua famosa affermazione: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli […] Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».[48]Secondo Eco, dunque, la stessa potenza delle nuove tecnologie stava rendendo possibile la riproduzione e diffusione ovunque della spazzatura subculturale. Alle origini del fenomeno ci sarebbe sempre il contrasto tra la potenza dello strumento e la costitutiva stupidità umana che sarebbe da considerarsi, sul piano storico, più o meno come un elemento invariante.

16.4. Altri studiosi hanno segnalato, in forme diverse, sempre a partire dagli anni Novanta, la realtà di un progressivo degrado culturale a livello di massa, che costituirebbe una netta inversione di tendenza rispetto al periodo precedente. Il linguista Tullio De Mauro ha spesso richiamato l’attenzione sull’analfabetismo funzionale di una parte rilevantissima della popolazione italiana, a cui l’istruzione di massa, promossa in tutta la seconda metà del Novecento, pare non abbia posto gran che rimedio.[49] Le statistiche in questo senso sono, in effetti, sempre più preoccupanti e, in termini funzionali, non si nota alcun miglioramento.

Va segnalato anche – quasi profetico nel nostro contesto – il grido di allarme di Sartori nel suo famoso libretto Homo Videns che è del 1997.[50] Sartori fin da allora si era particolarmente interessato al destino dell’homo politicus, che egli vedeva lentamente trasformarsi in homo videns, una specie di bambino mai cresciuto che non è più in grado di ragionare. Seguendo in un certo qual modo McLuhan, Sartori ha messo l’accento sulla differenza fondamentale tra vedere e pensare e sul «[…] prevalere del visibile sull’intelligibile che porta a un vedere senza capire».[51] Afferma Sartori: “[…] tutto il sapere dell’homo sapiens si sviluppa nella sfera di un mundus intelligibilis (di concetti, di concepimenti mentali) che non è in alcun modo il mundus sensibilis, il mondo percepito dai nostri sensi. E il punto è questo: che la televisione inverte il progredire dal sensibile all’intelligibile e lo rovescia nell’ictu oculi, in un ritorno al puro e semplice vedere. La televisione produce immagini e cancella i concetti: ma così atrofizza la nostra capacità astraente e con essa tutta la nostra capacità di capire. […] L’idea, scriveva Kant è «un concetto necessario della ragione al quale non può essere dato nei sensi nessun oggetto adeguato”».[52]

Va segnalato che il sottotitolo del libro di Sartori era Televisione e post-pensiero. Il post-pensiero cui accenna Sartori sembra del tutto analogo alla post-verità di cui abbiamo lungamente discusso. Così si esprime, infatti, Sartori, riferendosi al nuovo tipo umano derivante dalla prevalenza dell’immagine sul pensiero: «Il loro non è un genuino anti-pensiero, un attacco dimostrato o dimostrabile al pensare logico-razionale; è più semplicemente una perdita di pensiero, una banale caduta nella incapacità di articolare idee chiare e distinte».[53]Anche in questo caso possiamo parlare di una sopravvenuta irrilevanza del pensiero logico – razionale in una situazione in cui le immagini paiono esaurire il nostro rapporto con la realtà. Sartori si mostrava ben consapevole del fatto che la politica democratica era strettamente legata al pensiero argomentativo e che la progressiva prevalenza di media non-argomentativi avrebbero determinato un grave pericolo per la democrazia.

Anche il linguista Raffaele Simone in diversi suoi scritti ha ripreso, in un certo senso, alcuni aspetti delle tesi di McLuhan. Egli tuttavia – più che sviluppare un’articolata teoria dell’oralità secondaria – si è limitato a costatare, attraverso osservazioni empiriche del fenomeno linguistico, che i nuovi media e la rete inibiscono certi modelli culturali dove la testualità è ricca a favore di certi altri ove la testualità è più superficiale ed elementare. Il che rappresenta un ovvio indebolimento dell’uomo gutemberghiano. Si è limitato inoltre a far notare che sussiste il rischio di un grave impoverimento del pensiero. Non a caso il sottotitolo del suo libro del 2000 suona: «Forme di sapere che stiamo perdendo». Darò qualche spazio, nel prossimo paragrafo, alle tesi di Simone, non perché le ritenga del tutto risolutive, ma poiché mi paiono descrivere in maniera appropriata alcuni dati di fatto difficilmente confutabili e oltremodo preoccupanti cui ci troviamo di fronte.

17. Nel suo studio intitolato La terza fase. Forme di sapere che stiamo perdendo[54]Simone ha condotto, dal punto di vista del linguista, un’interessante analisi sul fenomeno del cambiamento del self in relazione alle mutazioni dello spazio comunicativo. Poiché il self è in gran parte un costrutto linguistico, è del tutto lecito pensare che il tipo di linguaggio che usiamo e in cui siamo costantemente immersi contribuisca alla strutturazione dello stesso self.

17.1. Come premessa, è di grande interesse una sua nota metodologica relativa alla possibilità di individuare e circoscrivere dei fenomeni che sono per loro natura sfuggenti e che hanno attinenza con le lente trasformazioni culturali e sociali. L’Autore li ha chiamati fenomeni vaghi. Afferma Simone in proposito: «[…] il mondo del simbolico è ricco di quelli che […] ho suggerito di chiamare “fenomeni vaghi” […]. Si tratta di fenomeni di cui tutti avvertiamo la presenza, che ci colpiscono a volte con un’evidenza quasi insopportabile, contro i quali possiamo reagire perfino con fastidio, perché ci irritano o semplicemente ci disorientano – ma che non si lasciano ridurre a cifre, tabelle e trend, non affiorano sotto forma di dati palpabili e obiettivi. Spesso non si lasciano neanche indicare con un nome preciso – anzi, quando li trattiamo in questo modo, si limitano a sparire silenziosamente».[55] È evidente che molti dei fenomeni che abbiamo descritto a proposito della postverità sembrano possedere proprio le caratteristiche dei fenomeni vaghi.

17.2. Simone, nel suo studio, ha cercato dunque di individuare e circoscrivere un fenomeno vago come il cambiamento che sta avvenendo nella struttura del self delle giovani generazioni. Basandosi su osservazioni empiriche sul mondo giovanile e sul confronto tra le generazioni, ha introdotto un’interessante distinzione tra culture proposizionali e culture non proposizionali. Egli osserva che: «[…] negli ultimi decenni del secolo XX, le generazioni giovani hanno adottato usanze comunicative totalmente diverse da quelle dei loro genitori (e più ancora dei loro nonni)».[56] Per comprendere adeguatamente queste trasformazioni: «Distinguerò […] due modelli di uso del linguaggio: uno che chiamerò proposizionale, l’altro che chiamerò non-proposizionale.[…] La pratica proposizionale è tipica di chi ritiene che l’esperienza, se è rilevante, debba essere espressa in parole – anzi, più propriamente, in parole organizzate in proposizioni – e che queste proposizioni siano tanto più significative quanto più sono interrelate tra di loro, formano cioè testi in senso stretto, tenuti insieme da tutte le restrizioni proprie di questo tipo di struttura».[57] Simone sta parlando qui di scrittura. È il caso di ricordare che per definizione: «Nella teoria della letteratura, un testo è qualsiasi oggetto che può essere «letto»».[58] Questo significa che il carattere testuale dell’uso proposizionale non può che derivare dalla familiarità con il testo scritto. L’uso proposizionale del linguaggio è dunque tipicamente gutemberghiano. Afferma Simone che: «[…] l’atteggiamento proposizionale rispetta massime tacite come «sii analitico, sii referenziale, sii strutturato, sii gerarchico». Questi requisiti sono strettamente collegati tra loro, anzi possono essere visti come facce della stessa realtà».[59] Queste massime sono chiamate dall’Autore Massime della Lucidità. Si evoca qui il criterio cartesiano del chiaro e distinto.

17.3. All’inverso, secondo Simone, le caratteristiche dell’atteggiamento non – proposizionale sarebbero le seguenti:«[…] a) è generico, perché non scompone il contenuto del pensiero in elementi distinti, ma si limita ad evocarlo globalmente, lasciandolo inanalizzato e indistinto; b) è vago dal punto di vista referenziale, in quanto non designa individui, ma solo categorie generali indifferenziate; c) per conseguenza non dà nomi alle cose, ma allude, usando “parole generali”, entro le quali si può includere quello che si vuole, così facendo conto su una conoscenza globale condivisa, nella quale i singoli oggetti non hanno nome, e quindi non è necessario nemmeno indicarli specificatamente; d) rifiuta la struttura, sia quella gerarchica dei componenti, sia quella sintattica e testuale, oppure usa strutture estremamente semplici; non usa gerarchia alcuna tra le informazioni che presenta, lasciando all’interlocutore il compito di crearsene una».[60] La conseguenza è che: «Questo orientamento si ispira quindi a una sorta di generale Massima di Fusione. Per effetto di questa, tutto si presenta in una massa indistinta, tutto è in tutto, e analizzare, gerarchizzare e strutturare è inutile o illecito. L’analisi sciupa la percezione e la ricchezza dell’esperienza. […] È costante l’allusione ai rischi del classificare, del distinguere, del separare – proprio le operazioni che […] stanno alla base dell’atteggiamento proposizionale».[61] La Massima di Fusione insomma è quella che governa le conversazioni quotidiane in ambiti familiari, o al più quella che sta alla base di certe esperienze e filosofie di orientamento irrazionalistico, come ad esempio il romanticismo o la gnosi. Per certi aspetti può richiamare il globalismo della visione del mondo infantile.

Dunque le culture non proposizionali non è che mettano da parte il linguaggio scritto, non è che tornino alla oralità primaria. Semplicemente non usano le migliori potenzialità del testo scritto e si limitano a usare la scrittura in termini riduttivi accanto e insieme ad altri elementi mediali. Insomma, quello che Sartori chiamava pensiero è qui ridotto alle sue forme più elementari.

17.4. Questa differenza nell’uso linguistico, secondo Simone, struttura diversamente il self, genera diversi orientamenti culturali e ha un valore decisamente generale: «Non c’è dubbio che quella che chiamiamo globalmente civiltà occidentale (termine generico, che include non solo determinazioni politiche come il concetto di democrazia, di persona, di libertà personale, ma anche determinazioni discorsive come quelle di ragione, di discorso, di analisi, di scienza, di spirito critico, e così via) sia di tipo proposizionale».[62] Come si può ben comprendere, quelle citate da Simone sono le caratteristiche della civiltà occidentale che sono culminate nella classica visione della modernità. È abbastanza ovvio concludere che l’indifferenza alla verità, di cui ci siamo a lungo occupati in questo stesso articolo, possa trovarsi agevolmente dalla parte della cultura della Grande Fusione piuttosto che dalla parte della cultura della Lucidità. Si noti che le caratteristiche della cultura proposizionale, che sono anche quelle della modernità, sono quelle stesse caratteristiche delle grandi narrazioni (tra cui la scienza) di cui il postmoderno ha dichiarato l’oltrepassamento. Quasi tutte le definizioni della postverità insistono – come s’è ben visto – sulla dominante emotiva che tende a sostituire l’attenzione per la verità e per la realtà. Anche nel caso del populismo – espressione politica per eccellenza dell’oltre-vero – sembra essere presente una dominante decisamente emotiva, oltre a una chiara tendenza a non fare i conti con la realtà. Anche il bullshit artist è un intrattenitore di successo proprio grazie ai meccanismi non proposizionali della Grande Fusione.

Trattandosi di fenomeni vaghi, nell’ accezione di Simone, occorre ovviamente guardarsi dall’istituzione di relazioni causali univoche e dirette tra le nuove tecnologie e le diverse manifestazioni della postverità. Le nuove tecnologie con ogni probabilità rappresentano soltanto la condizione sufficiente che ha reso possibile la diffusione della cultura della Grande Fusione e della postverità. Le nuove tecnologie, di per sé, possono ugualmente alimentare entrambi gli usi del linguaggio, entrambe le culture, sia quella della Lucidità sia quella della Grande Fusione. Perché allora a livello di massa pare stia di gran lunga prevalendo la Fusione sulla Lucidità?

Le ragioni generali di questo trend non sono difficili da spiegare. La testualità articolata e complessa (e tutte le sue implicazioni, tra cui il pensiero argomentativo e la razionalità) non è spontanea, deve essere conseguita attraverso una disciplina. È un greve fardello che si sovrappone – per dirla con Recalcati – all’anarchia del desiderio. Abbiamo visto che secondo Dehaene per accedere alla lettura occorre costruire e mantenere dei veri e propri circuiti cerebrali che hanno anche dei risvolti fisici. In termini foucaultiani, la testualità poi è sempre stata considerata come espressione del potere. Rappresenta una sottomissione. La Grande Fusione da questo punto di vista rappresenta invece la liberazione dal fardello del testo. Lo svincolamento dal potere nascosto associato alla scrittura e alle grandi narrazioni. I postmoderni, in molte delle loro manifestazioni, hanno solo e sempre predicato la Grande Fusione contro la Lucidità.

Le nuove tecnologie non sono dunque soltanto veicolo di modernità, permettono anche di sfuggire facilmente al fardello della modernità e permettono indubbiamente di liberare il desiderio. Insomma, invece di alfabetizzarsi e disciplinare il self, invece di strutturare il self come un testo organico e rigoroso, invece di diventare compiutamente uomini del libro,si può passare il tempo a contemplare suoni e immagini. Si può diventare molto social. Si può aspirare a diventare bullshitter professionali. Mentre l’interazione con il libro lascia le sue tracce e ci cambia profondamente, l’interazione con le nuove tecnologie più che altro non fa che rispecchiare quel che già siamo. Secondo la legge di Dember, ciascuno di noi tende a scegliere gli stimoli che hanno il nostro stesso livello di complessità interna.[63] Parafrasando Ferraris, se siamo imbecilli, useremo le tecnologie da imbecilli. Ha senz’altro ragione Ferraris quando ci ricorda che il telefonino è una macchina per scrivere[64] e quindi rappresenta uno sviluppo nobile della scrittura e della stampa a caratteri mobili. Tuttavia, di fatto, è prevalentemente utilizzato per produrre e scambiare il bullshit che ci invade da ogni parte. La tecnologia è accondiscendente ai nostri peggiori difetti, ci permette anche questo suo uso degradato, ma se così facciamo, in effetti, è solo colpa nostra.

17.5. Cerchiamo, avviandoci a concludere, di riprendere le fila del nostro discorso. Abbiamo preso il via da una serie disparata di fenomeni connessi alla svalutazione della verità che si sono progressivamente imposti alla nostra attenzione, che all’incirca sono emersi tutti nello stesso periodo e che possiedono indubbiamente una certa somiglianza di famiglia. Di qui la nostra metafora dell’iceberg. Secondariamente abbiamo osservato come tutti questi fenomeni siano connessi alle nuove tecnologie, se non altro in termini di condizioni sufficienti. Senza le nuove tecnologie questi fenomeni non sarebbero diventati così tangibili e preoccupanti. In terzo luogo ci siamo domandati se i nostri fenomeni, nella loro relazione con le nuove tecnologie, non costituissero altrettante facce diverse di uno stesso fenomeno unitario ben definibile e spiegabile. Siamo andati in altre parole in cerca di una teoria.

Abbiamo qui incontrato una gamma di spiegazioni non del tutto univoche. La teoria più semplice consiste nell’invocare una sproporzione tra la potenza degli strumenti oggi resi disponibili e l’insipienza umana. Nel caso della postverità ci troveremmo così semplicemente di fronte all’espressione dell’imbecillità umana elevata alla nona potenza. Il pericolo in questo caso è che la maggioranza così caratterizzata finisca per prendere il potere (se non lo ha già fatto). La teoria più complessa postula invece che le nuove tecnologie stiano per così dire agendo dall’interno, stiano producendo cioè una serie di trasformazioni profonde a livello culturale e soprattutto a livello del self. In tal caso, sarebbero queste trasformazioni profonde a rendere possibili i fenomeni ben visibili di cui ci siamo occupati, dalla politica postruista alle fake news, fino ai populismi. Di queste trasformazioni profonde avremmo poca consapevolezza poiché – con il linguaggio di Simone – esse costituirebbero dei fenomeni vaghi, molto evidenti nelle loro manifestazioni particolari ma costitutivamente alquanto sfuggenti. Il pericolo qui è quello di una minaccia che si accumula dentro di noi, di una lenta trasformazione dei nostri simili, fino a renderli irriconoscibili, più o meno come nel film L’invasione degli ultracorpi.

Possiamo in estrema sintesi scegliere tra due macro alternative: a) quel che succede oggi alla verità è soprattutto frutto della costitutiva imbecillità umana oggi esaltata dalla potenza delle nuove tecnologie, oppure b) quel che sta succedendo oggi alla verità è frutto di una mutazione antropologica, effetto delle nuove tecnologie stesse, che ci sta cambiando profondamente in peggio, a nostra insaputa, anzi, con il nostro concorso. Dalla padella nella brace. Può darsi che l’avvento della documedialità – siamo appena all’inizio -possa costituire la base materiale per una nuova maturazione individuale, la possibilità davvero per tutti di un salto nella terra della testualità più ricca, e quindi la possibilità effettiva di realizzazione di una vera modernità, per la quale però – come s’è visto – occorrerebbe rimettere al centro la verità. Le potenzialità forse ci sarebbero. Oppure può darsi – come sembra piuttosto stia accadendo, quale che ne sia la spiegazione – che il mare dell’oltre-vero finisca per seppellire definitivamente la verità e la modernità, annegandoci nel bullshit e consegnandoci a un nuovo medioevo populista.

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2009Vattimo, Gianni
Addio alla verità, Meltemi, Roma.


Note

[1] Questo saggio è stato pubblicato per la prima volta nell’aprile del 2018. Poiché l’argomento non ha cessato di essere di estrema attualità, ho avuto l’occasione di apportarvi diversi aggiornamenti. La versione che qui presento è un ulteriore aggiornamento realizzato nel giugno 2025, in seguito all’interesse a ripubblicarlo manifestato dagli amici del blog Viandanti delle nebbie. Preciso di non avere usato, nella redazione del testo, alcuno strumento di intelligenza artificiale.

[2] Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo cominciarono a comparire diversi contributi critici contro il relativismo e contro il postmodernismo che era stato la prospettiva filosofica imperante nei due decenni precedenti. Si vedano, ad esempio, Jervis 2005, Boghossian 2006 e Marconi 2007.

[3] Cfr. Sokal & Bricmont 1997. Nella versione francese compare la dizione impostures intellectuelles, mentre nella versione in inglese nel titolo compare la dizione fashionable nonsense, traducibile con stupidaggini alla moda o sciocchezze di moda.

[4] Cfr. Sokal & Bricmont 1997: 15-16.

[5] Il termine bullshit – altresì rendibile con svariati sinonimi, come balle, fesserie, cazzate, puttanate – viene comunemente tradotto in italiano con stronzate. Il libretto è stato pubblicato in italiano col titolo di Stronzate. Un saggio filosofico. Cfr. Frankfurt 2005.

[6] Cfr. Frankfurt 2005: 11.

[7] Cfr. il mio articolo Finestre rotte: “Stronzate”, un concetto sempre più attuale pubblicato sul blog Finestrerotte il 2/7/2015.

[8]Si noti che la stessa Wikipedia, per certi aspetti, potrebbe essere un prodotto della postverità. La qualità delle definizioni di Wikipedia è assai variegata e un attento controllo è sempre necessario.

[9] Si veda Wikipedia in italiano, alla voce rispettiva. Wikipedia in inglese fornisce la stessa definizione.

[10] Così spiegano gli Oxford Dictionaries: «The compound word post-truth exemplifies an expansion in the meaning of the prefix post- that has become increasingly prominent in recent years. Rather than simply referring to the time after a specified situation or event – as in post-war or post-match – the prefixin post-truth has a meaning more like ‘belonging to a time in which the specified concept has become unimportant or irrelevant’». Cfr. https://en.oxforddictionaries.com/word-of-the-year/word-of-the-year-2016.

[11] Sulla nozione logica e filosofica di menzogna, vedi D’Agostini 2012.

[12] H. G. Frankfurt (2005: 53).

[13] Cfr. Frankfurt 2005: 51. Bullshit artist potrebbe essere reso con il nostro termine contaballe.Una sorta di contaballe specialista e professionale.

[14] La citazione contiene un mio piccolo aggiustamento, visto il carattere cooperativo di Wikipedia.

[15] La nozione di somiglianza di famiglia risale al filosofo Ludwig Wittgenstein.

[16] So bene che non tutti gli studiosi concorderebbero con queste mie semplificazioni. Solo per brevità seguo la definizione di Frankfurt, per il quale bullshit è una categoria generale. Secondo Ferraris, ad esempio, il bullshit costituirebbe una categoria più specifica, assieme a numerose altre. Si veda Ferraris 2017, prima dissertazione.

[17] Cfr. Keyes 2005: Post-Truthfulness. La traduzione è nostra.

[18] L’allusione ovviamente va al filosofo nord americano Richard Rorty, neopragmatista e postmoderno.

[19] Si veda D’Agostini 2002.

[20] Per una confutazione della tesi VNE secondo cuila verità non esiste si veda D’Agostini 2002.

[21] Paul Ricoeur ha definito come filosofie del sospetto le filosofie di Marx, Nietzsche e Freud. Si tratta di filosofie che condividono l’ipotesi che oltre alle apparenze esista un’altra verità più autentica. Questo modo di pensare ormai popolarizzato ha favorito, nell’era della rete, la proliferazione delle cosiddette verità alternative che spesso non sono altro che bullshit.

[22] So bene che esistono diversi tipi di relativismo. Qui non posso che semplificare per brevità.

[23] È curioso che il politically correct abbia conosciuto una ampia diffusione all’inizio degli anni Novanta.

[24] Cfr. Vattimo & Rovatti 1983 e Vattimo 2009.

[25] Per chi fosse interessato, segnalo il mio articolo Il tramonto annunciato dei profeti del nulla pubblicato sul blog Finestrerotte in data 18/3/2015. Cfr. Finestre rotte: Il tramonto annunciato dei profeti del nulla.

[26] Cfr. Ferraris 2017.

[27] Cfr. Ferraris 2017: 19.

[28] Cfr. Ferraris 2017: 21.

[29] Cfr. Ferraris 2017: 11.

[30] Cfr. Ferraris 2017: 27.

[31] Cfr. Ferraris 2017: 48.

[32] Cfr. Ferraris 2004 e Ferraris 2012.

[33] Cfr. Berlin 1965: 195.

[34] Cfr. la seconda dissertazione in Ferraris 2017.

[35] Su questo punto si veda Searle 1995.

[36] Cfr. Ferraris 2017: 69.

[37] Cfr. Ferraris 2017: 113.

[38]Cfr. Foucault 1983.

[39]Cfr. Habermas 1990 [1962].

[40] Si veda Habermas 1990[1962].

[41] Sugli universali della comunicazione si veda sempre il contributo di Habermas.

[42] Segnalo in proposito il mio saggio: I soggetti del populismo, pubblicato sul mio blog Finestrerotte il 23/3/2017. Cfr. Finestre rotte: I soggetti del populismo .

[43] Cfr. Carr 2010. Lo studio originale è del 2010 ed è stato pubblicato in Italia l’anno successivo.

[44] Cfr. Dehaene 2007.

[45] Cfr. Carr 2010: 144.

[46] Cfr. Ferraris 2007 [2005].

[47] Cfr. Ferraris 2016.

[48] Cfr. http://www.huffingtonpost.it/2015/06/11/umberto-eco-internet-parola-agli-imbecilli_n_7559082.html

[49] Si veda ad esempio De Mauro 2010.

[50] Cfr. Sartori 1997.

[51] Cfr. Sartori 1997: XI.

[52] Cfr. Sartori 1997: 22.

[53] Cfr. Sartori 1997: 111.

[54] Cfr. Simone 2000.

[55] Cfr. Simone 2000: 125.

[56] Cfr. Simone 2000: 127.

[57] Cfr. Simone 2000: 128-129.

[58] La definizione proviene da Wikipedia (in inglese).

[59] Cfr. Simone 2000: 129-130.

[60] Cfr. Simone 2000: 129-130.

[61] Cfr. Simone 2000: 130-133.

[62] Cfr. Simone 2000: 135.

[63]Cfr. Dember & Earl 1957.

[64] Cfr. Ferraris 2007 [2005].

Alla ricerca del sottobosco digitale (e open source)

meditazioni fra micelio e algoritmo

di Fabrizio Rinaldi, 1° maggio 2025

Dal bordo del dirupo collettivo nel quale l’umanità sembra stia precipitando, tra inni di guerra e dilaganti populismi, negazionismi, fascismi, sovranismi e tutti gli altri peggiori “-ismi” possibili, guardo oltre per cercare di aggrapparmi a qualcosa – mentre già la terra mi frana sotto i piedi –, di scorgere un qualche segnale di speranza.

Vorrei andare oltre le mitragliate trumpiane di decreti a cui non si riesce a star dietro, oltre l’inettitudine servile meloniana, oltre il riarmo intimidatorio dilagante che somiglia all’adolescenziale gara a chi ce l’ha più lungo, oltre i conflitti che somigliano sempre più a stermini e oltre anche la non nuova, ma sempre più pervasiva, droga che euforizza i giovani (e non solo): i mirabolanti prodigi dell’intelligenza artificiale.

ChatGPT e simili si rincorrono per superarsi a vicenda, masticando dati e sputando sullo schermo testi, immagini, video e stringhe di programmazione per compiacere le nostre sempre più bacate menti nell’ottenere da popò di tecnologia cose come questa

Sì, neppure io ho saputo resistere alla tentazione di vedere i Viandanti Beppe, Paolo, Cristina e Antonio trasformati in anime nello stile di Miyazaki, il creatore di Lupin. Nelle ultime settimane Sam Altman, il guru di ChatGPT, ha dichiarato che i loro elaboratori d’immagini “stanno fondendo” per creare imitazioni di cartoni animati e action figure di pupazzetti che ci somigliano. La tecnologia più avanzata degli ultimi decenni viene utilizzata per nutrire il nostro narcisismo.

Forse allora è meglio cercare altrove le intelligenze, perché quella umana sembra destinata ad esser soppiantata prima del previsto; non dal meteorite o dai cambiamenti climatici, ma dall’imbecillità dilagante che ci circonda.

Se ci liberassimo della nostra presunzione antropocentrica e osservassimo ciò che accade sotto i nostri piedi mentre passeggiamo in un bosco, ci renderemmo conto che lì avviene qualcosa di più sofisticato di quanto può fare un qualsiasi chatbot. Adottando la giusta lentezza, non possiamo fare a meno di notare come la vita sia pervasa di strategie, adattamenti e forme di “sapienza” che sono intrinsecamente più avanzate di quelle umane e digitali.

Tra gli scienziati che sono riusciti a diventare social senza sembrare ridicoli, c’è il botanico Stefano Mancuso. Da anni sostiene una tesi che per molti suona ancora come un’eresia: le piante pensano. O almeno, fanno qualcosa di molto simile, ma in verde, senza sinapsi, senza Google e, soprattutto, senza doversi collegare alla presa elettrica.

Mancuso ci invita a smontare il vecchio cliché secondo cui i vegetali sarebbero passivi, immutati, immobili e destinati a farsi mangiare, calpestare o dimenticare nei vasi. Le piante, ci dice, non subiscono il mondo, ma lo leggono, lo decifrano e lo modificano. Non hanno un cervello, ma sono un sistema di intelligenza distribuita. Un po’ come quella digitale, solo che loro lo fanno da tempi immemori, senza data center e senza sosta, con una complessità appena scalfita dal sapere umano, in una perenne evoluzione ed espansione. Se non è intelligenza questa…

Senza la competenza specifica di Mancuso, ma con una sana curiosità e qualche giga di sarcasmo, provo a giocare con il confronto non fra uomo e macchina (rimando questo esercizio ai romanzi distopici come Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick), ma tra l’intelligenza vegetale e quella artificiale. Una partita che, avverto subito, finisce con una vittoria schiacciante del regno vegetale, ma sicuramente ci sono delle affinità. E non sono poche, né di piccola entità.

Sorprende che si parli tanto delle magnificenze del silicio, mentre raramente ci soffermiamo sui prodigi clorofilliani. Anzi no: nel computo dell’idiozia umana, il totale torna.

Una pianta non ha occhi né orecchie nell’accezione comune, eppure è costantemente immersa in un mare di informazioni ambientali: la direzione della luce, la temperatura, l’umidità, le vibrazioni sismiche, la presenza di acqua e di specifiche sostanze chimiche. Ricevendo ed elaborando questi segnali, non solo percepisce gli stimoli, ma li interpreta, modificando la sua crescita, la fioritura o la produzione di sostanze difensive.

Mi viene da pensare che, analogamente, anche un sistema di intelligenza artificiale si nutre dei dati (immagini, suoni, testi) che forniamo come input. Le AI generative, mentre consumano energia pari a quella di intere città, analizzano queste informazioni e prendono decisioni in un processo non dissimile, nella sua finalità adattiva, alla risposta di un vegetale al suo ambiente.

Le piante però vivono, si riproducono, interagiscono, consolidano il terreno e fanno qualcosa di essenziale per la nostra sopravvivenza: producono ossigeno. La macchina può batterci a scacchi, gestire il traffico degli aerei e dei treni, scrivere poesie, ma la betulla è poesia vivente e, nel frattempo, ci regala l’aria che respiriamo senza nemmeno vantarsene.

I vegetali dimostrano una sorprendente capacità di adattarsi all’ambiente in cui si trovano. Per esempio, un albero esposto a un vento costante svilupperà un tronco più robusto, plasmato nella direzione dell’aria; in un terreno povero estenderà invece le sue radici più in profondità per cercare nutrienti. Questa abilità nell’“imparare” dalle sfide ambientali ricorda i modelli di machine learning dell’intelligenza artificiale, che migliorano le loro prestazioni accumulando sempre più dati e attraverso la logica dei feedback. Proprio come le radici si ramificano per scovare acqua, gli algoritmi scovano soluzioni sempre più complesse per ottimizzare i risultati.

Se una pianta non si adatta, scompare; allo stesso modo, se una macchina non fa altrettanto, sommergerà il malcapitato per mesi con pubblicità di creme per il viso come è capitato a me, anche se non le ho mai usate e non ho intenzione di farlo.

Le piante dialogano fra loro senza usare le parole – un’invenzione piuttosto recente e limitata ad una sola specie –, ma rilasciano sostanze che si muovono attraverso l’atmosfera e il sottosuolo per interagire con quelle vicine (e non), magari avvertendole della presenza di un bruco che rosicchia le foglie o dell’avanzare di un incendio.

Sottoterra le radici intrecciano simbiosi con i funghi, dando vita al Wood Wide Web, una rete micorrizica talmente sofisticata che al confronto il digitale Word Wide Web sembra una Fiat Duna dell’87 col motore ingolfato. Altro che connessione 5G: il micelio non solo collega individui diversi (alberi, arbusti, erbe e qualche strambo con la smania di abbracciare tronchi e “sentire la loro energia”), ma smista nutrimenti e segnali in modo capillare, a basso consumo e senza interruzioni. Il tutto senza router, senza elettricità, e – soprattutto – senza abbonamento.

È, quindi, una connessione vibrante, che si adatta ed evolve in un sistema dove il benessere dell’individuo si intreccia con quello della comunità, in un contesto di cooperazione attenta nel dosaggio millesimale delle risorse. Un’ecologia delle relazioni che smonta qualsiasi idea di “sopravvivenza del più forte”.

Mentre le querce si scambiano messaggi criptati attraverso i funghi, noi ci ritroviamo a compulsare prompt da dare in pasto alle intelligenze digitali; queste elaborano soluzioni attingendo dai nostri dati, replicano le nostre manie con una precisione inquietante e producono risultati che riflettono i nostri limiti. Più che un’intelligenza collettiva, sembrano spesso un concentrato delle nostre idiosincrasie.

Il mondo vegetale, a differenza nostra, non si limita a imitare: si adatta e vive davvero. L’idea che le piante possano essere dotate di forme di intelligenza diffusa, consapevolezza ambientale e sofisticati adattamenti comunicativi dovrebbe farci riflettere sulla nostra concezione di benessere reciproco. Dovrebbe, ma non accade; anzi, mentre il bosco ci offre un esempio di mutualismo, noi approviamo leggi che riportano in auge il carbone e le trivelle (vedi le ultime sparate di Trump), convinti che la natura debba essere ottusamente dominata.

In questa farsa, l’unica cosa davvero artificiale sembra essere il nostro rapporto con il mondo naturale: abbiamo perso quella connessione, non quella a banda larga, ma quella biologica, relazionale e intima con ciò che ci circonda, che i nostri avi avevano, nonostante la loro visione limitata all’orto dietro casa. Mentre noi produciamo anidride carbonica e ci lamentiamo delle continue inondazioni, le piante continuano a scambiarsi zuccheri, produrre ossigeno e – a modo loro – ridere di noi, tra un fruscio di foglie e l’altro.

I veri maestri dell’economia circolare sono i vegetali: da milioni di anni, praticano un comunismo discreto ed efficace, basato su scambi mutualistici e alleanze fotochimiche complesse. E tutto questo senza mai aver ricevuto un premio Nobel in economia. Le semplici simbiosi mutualistiche, come le micorrize tra i funghi e le radici delle piante, metterebbero in crisi qualsiasi ideologia neoliberista.

Non c’è competizione, non c’è profitto, nessuna offerta pubblica; solo scambio reciproco e redistribuzione di risorse, supporto e cura sistemica. E tutto avviene senza regolamenti, amministratori delegati strapagati, sindacati e scioperi: un mutualismo che funziona perché nessuno cerca di fregare l’altro. È una sapienza collettiva che sa reagire a stimoli per mantenere un equilibrio di risorse a beneficio di tutti.

La fotosintesi clorofilliana, poi, è una forma di autosufficienza energetica che farebbe impallidire qualsiasi pannello fotovoltaico: energia solare trasformata in zuccheri condivisi all’interno della comunità, senza tasse sul sole e senza copyright sui cloroplasti.

Nel bosco, il capitale non si misura in PIL o followers, ma nella capacità di sostenersi vicendevolmente. Certo, a scapito di altri, ma in un’ottica di evoluzione e non di semplice prevaricazione. È un sistema in cui lo scarto di uno diventa il nutrimento di un altro, non una guerra commerciale a colpi di dazi. Tutto si regge su una rete di assistenza lenta e silenziosa. Nessuno urla, nessuno cerca di primeggiare. Eppure, tutto funziona. Altro che utopia: il comunismo vegetale è una realtà praticata ogni giorno, da milioni di anni, nei boschi, nei prati e nel terreno. E resiste, nonostante la nostra compulsiva tendenza a cementificare, a capitozzare gli alberi lungo le strade e poi lamentarci quando cadono.

La biochimica vegetale è un intricato sistema di segnali complessi, feedback ambientali, algoritmi naturali che elaborano stimoli e rispondono con movimenti, secrezioni, adattamenti. Sotto i nostri piedi c’è un sistema che processa dati, reagisce, si adatta e lo fa meglio di molte aziende che gestiscono i dati che noi regaliamo loro.

Mentre noi stanziamo risorse immense e prosciughiamo quelle naturali affinché degli algoritmi risolvano problemi più o meno complessi, nel verde la rivoluzione finalizzata al problem solving ambientale è in atto da milioni di anni ed è clorofilliana.

Le piante non si lamentano mai quando subiscono dei torti, che siano tagli indiscriminati, schianti, parassiti o animali che le danneggiano. Eppure, non vanno in burnout e, soprattutto, non chiamano l’avvocato. Semplicemente si adattano, cicatrizzano, deviano le risorse altrove e continuano a crescere, finché possono. Sono testarde ed efficaci.

Questa resilienza vegetale non è romantica, ma semplice – e tuttavia intrinsecamente complessa – strategia biologica evoluta, collaudata e ottimizzata nel tempo per non sprecare nemmeno una goccia di linfa. L’albero sa che non tutto può essere salvato, ma molto può essere rigenerato. E lo fa senza conferenze stampa sul nulla.

Curiosamente, proprio questa logica di perseveranza nonostante qualche inciampo sta alla base della progettazione delle attuali intelligenze artificiali: sono pensate per resistere ai guasti, per continuare a processare informazioni anche se un nodo si interrompe o un sensore va in panne. Vanno avanti senza filosofeggiare sul significato della vita (a meno che dei dementi umani non lo chiedano). Ricalcolano, correggono, procedono, proprio come fa un ciliegio quando la galaverna spezza un suo ramo: fa di tutto per farlo fiorire un’ultima volta prima che i tessuti conduttori di linfa si chiudano.

Se la capacità umana di affrontare e superare ostacoli si esaurisce dopo tre messaggi senza risposta, la natura – sia vegetale che digitale – ci mostra che il danno non segna la fine, ma è solo un’interruzione temporanea nella connessione. Come per l’esempio del ciliegio, se un sistema informatico va in crash – a patto che sia progettato bene – ha le risorse per rimettersi in carreggiata e ripartire. Noi umani ci troviamo in mezzo: tra piante e codice: potremmo davvero imparare qualcosa da entrambi. Senza clamore, senza app, senza guru della performance.

Mentre noi alziamo gli occhi al cielo ogni qual volta dobbiamo aggiornare l’antivirus o il sistema operativo (col terrore di perdere qualcosa), il faggio ha bisogno di intere stagioni per decidere se valga la pena sporgersi verso la luce o aspettare che il compagno di bosco lo faccia lui o schiatti.

Questo per dire che la risposta vegetale non è lineare e soprattutto non è schizofrenica: si iscrive in un tempo biologico, ciclico, stagionale, paragonabile a secoli rispetto a quello umano e ad ere rispetto a quello digitale. Tuttavia gli algoritmi complessi (quelli seri, non quelli che ti scrivono il tema su Foscolo in due secondi) che governano le machine learning, consentendo un apprendimento da dati, hanno anch’essi bisogno di un lasso temporale piuttosto lungo, fatto di tentativi, errori e altre azioni correttive affinché possano esprimere delle soluzioni più elaborate e finalizzate alla risoluzione cercata.

Basta guardare i primi video dei robot umanoidi: quei goffi golem elettronici che cadevano come ubriachi ogni volta che provavano a fare un passo, e poi confrontarli con le versioni attuali, in grado di correre, saltare, cucinare e pure interfacciarsi con noi per interpretare la nostra psiche.

Forse allora, prima di aggiornare compulsivamente la nostra tecnologia, dovremmo aggiornarci alla pazienza del creato. O almeno prenderci il tempo di uno sguardo differente, prima di condannare il progresso.

In conclusione, le piante — sì, proprio quelle che ignoriamo fino al giorno in cui ci accorgiamo che le peonie sul terrazzo, dietro il cesto della rumenta, sono morte — se osservate con un minimo di attenzione, rivelano una sorprendente intelligenza distribuita, articolata in molteplici forme. Nessun cloud, eppure elaborano segnali, apprendono dai traumi, comunicano con i vicini (senza bisogno della chat “Vicini inopportuni” su WhatsApp), risolvono problemi e, soprattutto, resistono nonostante noi. Tutti aspetti che, da qualche tempo, anche l’intelligenza artificiale tenta goffamente di imitare.

La prossima volta che un chatbot ci risponde con il consueto “Mi dispiace, non ho capito la domanda”, potremmo provare a fare come le piante: aspettare, osservare, metabolizzare. Non per buonismo biofilo, ma per pura sopravvivenza cognitiva.

Forse il problema è proprio lì: continuiamo a progettare intelligenze che vogliono somigliarci, quando sarebbe molto più sensato prendere ispirazione da un sistema che vive, si adatta e non va in tilt quando perde la connessione. Dovremmo progettare un’intelligenza che ragioni per scambio e non per dominio; che risponda attraverso una rete diffusa di stimoli percettivi, non come un assistente esasperato.

Insomma, se volessimo immaginare la prossima mente artificiale, potremmo cercare ispirazione nel regno vegetale: non fondata sulla logica binaria del sì/no, ma su quella fotosintetica del trasforma e condividi; un sistema che non miri alla profilazione, ma alla simbiosi tra individui. Le sue reti non si limiterebbero ad individuare convergenze mediane da compulsare in facili risposte assolutorie, ma favorirebbero l’intreccio di relazioni tra elementi differenti, capaci di redistribuire la consapevolezza come nutrimento. Sarebbero connessioni che si rafforzano nella cooperazione, che elaborano segnali lenti ma profondi, e che, riconoscono il valore dell’attesa — come si aspetta il cambio di stagione —, offrendo soluzioni davvero adeguate al bisogno.

Non per diventare alberi – anche se a volte non sarebbe male –, ma per smettere di comportarci come piante in vaso dimenticate sul balcone: convinti di sapere tutto, mentre ci secca pure la terra.

Alle domande ansiogene e prestazionali dell’esemplare umano frustrato, questo chatbot vegetale risponderebbe senza fretta, affinché il sapiens provi prima a cercare lui la risposta. A differenza dei colleghi virtuali attuali che mirano a rifilare al malcapitato un corso intensivo di yoga tantrico alla modica cifra di 1000 euro, l’intelligenza vegetale sintetica porrebbe delle domande del tipo: quanto sole hai preso oggi? Oppure: hai intrecciato qualche relazione significativa durante la tua giornata?

Mi auguro infine che questa intelligenza possa avere una caratteristica che quella artificiale ancora ha difficoltà a riprodurre, creare e cogliere: l’ironia. Potrebbe farsi una grassa risata quando capirà che l’essere umano, nel suo sforzo di dominare tutto, si è dimenticato come si vive dentro un sistema, e non al di sopra di esso. In fondo, se dobbiamo essere superati, che almeno sia da un’intelligenza con una giusta dose di sarcasmo e che pensi con le radici e non i piedi.

P.S.: Se un giorno un’intelligenza artificiale risponderà ad un tuo quesito urgente, dicendo: Mi sto orientando verso la luce, torna tra un mese, non infuriarti, è solo l’inizio di qualcosa di realmente pensante a cui ho già dato un nome e un logo e che sto “addestrando” …

Collezione di licheni bottone