La più grande olimpiade dell’era moderna

di Paolo Repetto, 2005

I giochi olimpici più importanti dell’era moderna non furono, come molti pensano, quelli faraonici del 1936 a Berlino, o quelli tragici del 1972 a Monaco. Essi ebbero luogo a Lerma, attorno alla metà di Settembre del 1960.

Era un anno magico. Nencini aveva vinto il Tour, Roncalli aveva aperto il secondo concilio vaticano, Kennedy stava per diventare il nuovo presidente degli Stati Uniti e, ciliegina sulla torta, sino a pochi giorni prima Roma aveva ospitato la XVII edizione ufficiale delle Olimpiadi, che doveva celebrare in un colpo solo il primo centenario dell’unità nazionale, la fine di un dopoguerra da paese sconfitto e l’inizio del boom e del centrosinistra. Sia sul piano agonistico che su quello spettacolare era stata in effetti una manifestazione esaltante; per intenderci, furono i giochi di Berruti, di Wilma Rudolph, di Bikila, di Benvenuti e di Cassius Clay. Gli italiani vinsero in quell’occasione un po’ dovunque, a piedi, a cavallo, in bicicletta o in barca, totalizzando un raccolto di ori e di argenti che non si sarebbe mai più ripetuto. Da paese di morti di fame erano diventati la terza potenza sportiva del mondo.

I giochi di Lerma celebrarono però un’altra cosa: l’arrivo anche da noi della televisione e delle immagini in diretta. Persino per uno come me, che leggeva i giornali (avevo un incarico part-time presso il negozio di alimentari che fungeva anche da edicola e da luogo di distribuzione della posta) e seguiva le radiocronache del pugilato, la televisione significava l’ingresso in un altro mondo. Vedere Berruti che esce dalla curva liscio ed elegante come un figurino, che si lascia alle spalle dei marcantoni di colore grandi il doppio di lui, che vince e centra il record mondiale, era ben altra cosa. Per la prima volta dalle adunate oceaniche d’anteguerra l’intera nazione si era stretta attorno a qualcuno, a un torinese con l’aria e il fisico di un intellettuale sedentario, che metteva però in riga anche i velocisti della superpotenza americana. La televisione aveva consacrato in diretta il riscatto degli eterni perdenti, e anche a Lerma lo avevamo vissuto assiepati a decine davanti ad uno dei due apparecchi televisivi esistenti in paese, quello dell’oratorio. Ora si trattava di celebrare degnamente quel trionfo, e il modo migliore era quello di ripeterlo.

Dell’Olimpiade di Lerma non è rimasta purtroppo alcuna testimonianza iconografica, non ci sono né fotografie né tantomeno filmati: ma io posso lo stesso raccontarvi la storia veritiera di quei giorni, essendone stato insieme testimone, agonista e soprattutto il principale organizzatore. All’epoca andavo per i dodici anni e già avevo alle spalle una discreta carriera di organizzatore sportivo (non solo: ero a capo, sia pure per autoinvestitura, di una delle bande più importanti del paese). Sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria di Baldini al mondiale di ciclismo e per l’asfaltatura della via principale avevo promosso due anni prima un giro d’Italia con le grette, suddiviso nelle venti canoniche tappe. Avevo tracciato i percorsi con i gessi presi a prestito dalla scuola elementare e, una volta esauriti questi, con dei pezzi di mattone (le “tappe rosse” dell’ultima settimana). Il giro si snodava dal Poggio alla piazza Roma e ritorno, con puntate nei vicoli non asfaltati per le tappe dolomitiche e due circuiti sullo sterrato per le prove “a cronometro”. Avevo anche stilato un regolamento, che venne più volte modificato, a seconda del peso e del livello di amicizia dei ricorrenti, e nominata una giuria con l’incarico di segnalare le forature (uscita dai limiti del percorso, fermo per un turno) e di tenere il conteggio dei “bilecchi”. Ciascun concorrente doveva inserire nella sua gretta l’immagine di un campione, Anquetil, Gaul, io naturalmente Nencini, utilizzando le figurine che si trovavano nelle primissime confezioni dei fruttini. Per il bilanciamento era consentito solo l’uso dello stucco. Lo svolgimento era stato piuttosto tempestoso, perché i concorrenti erano indisciplinati e contestavano ad ogni piè sospinto le regole, ma arrivammo alla fine, registrando anche il primo caso ufficiale di squalifica per doping (Mario aveva riempito le sue grette di piombo per renderle più stabili nei percorsi veloci).

Mi sono attardato sul mio primo successo organizzativo (ne seguirono altri, ma anche qualche tonfo, come il Tour dell’anno successivo) un po’ perché ci tenevo da un pezzo a raccontarlo, ma soprattutto per dimostrare che non ero arrivato all’Olimpiade impreparato. L’evento fu il frutto di passione ed entusiasmo, ma anche di una certa “professionalità” acquisita con una lunga gavetta, e ancora oggi lo considero il mio capolavoro, perché lo sforzo di realizzazione e di coordinamento fu davvero enorme.

L’idea dei giochi venne a me, ma certo era nell’aria. Dopo i trionfi di Berruti e di Gaiardoni passavamo la giornata a sfidarci sui cento metri e avevamo imparato a resistere per delle mezz’ore in surplace sulla bicicletta. Di lì a decidere di bandire delle gare ufficiali, che raccogliessero tutti i ragazzi del paese e i villeggianti e stabilissero una volta per tutte le gerarchie sportive, il passo era breve. Non mi ci volle molto a convincere gli altri, primo tra tutti Aurelio, complice imprescindibile di qualsivoglia iniziativa. Costituimmo un comitato olimpico, decidemmo le gare da disputarsi, stilammo il calendario delle prove, concordammo le modalità di ammissione e di partecipazione. Onde evitare grane stabilimmo il tetto massimo di età a quattordici anni, per poter includere quei tre o quattro che avevano concluso con noi le elementari pur essendo più anziani, ed escludere quelli che col loro nonnismo avevano sempre cercato, sia a scuola che all’oratorio o nel bosco della Cavalla, di tarpare le ali alla nostra creatività. La ribellione fisica, violenta, sarebbe arrivata solo un paio d’anni dopo, tra l’altro anticipando la contestazione giovanile dei secondi anni sessanta: per il momento era necessario giocare d’astuzia e toglierceli dai piedi, e a tal fine era preziosissima la collaborazione di don Franco, il viceoparroco. Don Franco era un prete giovane, ma aveva una concezione del sacerdozio ispirata più a Guareschi che a Don Milani, e certe dita d’acciaio che mettevano in rispetto qualsiasi bullo. Inoltre possedeva un orologio che segnava anche i secondi, non un vero cronometro, ma insomma, era un prete e ci si poteva fidare. Dopo qualche insistenza e la promessa da parte nostra di presenziare alla prossima novena natalizia accettò anche di fungere da giudice unico di gara, il che era fondamentale, perché metteva fine preventivamente ad ogni possibilità di polemica e a qualsivoglia eventuale turpiloquio. Potevamo aprire i giochi.

Eravamo partiti con grandi ambizioni, ma fu giocoforza ridimensionare di molto il programma. Malgrado la vittoria di D’Inzeo non era possibile contemplare, per ovvi motivi, l’equitazione, anche se Aurelio insisteva che avremmo potuto iscrivere le coppie cavallo-cavaliere che si formavano per le sfide di “lotta in spalletta”. Ci volle del buono a convincerlo che il concorso ippico non si svolgeva nella prateria come la cavalcata di Ombre Rosse, ma su un percorso ad ostacoli. Erano da escludere anche le gare di nuoto e pallanuoto (altro oro per l’Italia), perché alla metà di settembre l’acqua del fiume era già fredda e perché a saper davvero nuotare eravamo si e no in tre. Niente da fare neppure per la scherma, dove in verità l’attrezzatura di fioretti di frassino non mancava, ma sarebbe stato difficile persino per don Franco governare le gare. Idem per la lotta e il pugilato, severamente vietati dai genitori, per il sollevamento pesi e per la ginnastica. Rimaneva insomma solo l’atletica, e quei giorni furono davvero un trionfo della regina degli sport.

Anche limitando così drasticamente il campo, l’organizzazione si rivelò particolarmente complessa. All’epoca gli impegni scolastici iniziavano ad ottobre, ma per molti, me compreso, c’erano quelli lavorativi a casa. Per fortuna quell’anno la vendemmia era in forte ritardo, e concentrando le gare in un programma estremamente fitto potemmo contare su una partecipazione quasi totale. Alcuni problemi tecnici furono risolti brillantemente: le medaglie per la premiazione, ad esempio, le rimediai io, pescando tra quelle portate a casa da mio nonno dal fronte dell’Isonzo, unico bottino di quattro anni di trincea. Non gliene importava granché, e mi aveva già consentito di giocarci, ma ad ogni buon conto preferii prenderle a prestito senza farglielo sapere. Risultarono uno degli elementi essenziali ai fini del rispetto del rituale, e con un cordino di lenza rossa da muratore facevano la loro bella figura. Purtroppo ne avevo solo tre (il nonno non era stato particolarmente valoroso), da usarsi per ogni cerimonia di premiazione e da farsi prontamente restituire, ciò che suscitò qualche rimostranza da parte di concorrenti che non avevano letto il regolamento (anche perché non era mai stato scritto).

L’attrezzatura per il lancio del peso fu procurata da Aurelio, che fornì le bocce di suo zio Giulio, sponsor inconsapevole e tutt’altro che consenziente. Per il disco utilizzammo una selce da calzolaio di mio padre, di quelle che servivano per ribattere le suole, perfettamente circolare e quasi piatta. I ritti per il salto in alto furono ricavati piantando dei chiodi lungo il tronco di due tigli che crescevano paralleli ai bordi dello stradone: l’asticella era uno spago tenuto tirato da due contrappesi di pietra. Ci fu anche un tentativo di praticare l’asta, ma venne abbandonato dopo che Agostino rischiò di finire infilzato dalla canna di bambù che stava usando.

Per le gare di velocità fummo molto agevolati dall’amministrazione provinciale, che durante l’estate aveva asfaltato la circonvallazione. Disponevamo di un rettilineo di quasi quattrocento metri, pianeggiante, con fondo compatto e levigato, perfetto. Il problema era che Berruti aveva vinto i duecento metri uscendo dalla curva, e che all’Olimpico le corsie per quella gara erano disposte in modo da far curvare tutti i concorrenti prima di esplodere sul rettilineo finale: quindi era d’obbligo inserire una curva e far partire i concorrenti distanziati di qualche metro l’uno dall’altro. Si trovò la soluzione fissando l’arrivo nella piazza, allo sbocco della piega che immette nella circonvallazione. Questo significava dover misurare le corsie ad una ad una, e disegnarle con il gesso. La misurazione venne effettuata con la solita lenza da muratore, che fu una delle protagoniste dei giochi (servì, oltre che per misurare le distanze nei lanci, come asticella nell’alto e come segnalatore di fossa nel lungo), anche se poi all’atto dell’attribuzione dell’ordine di partenza ci furono dei problemi, dal momento che tutti volevano quelle più esterne perché consentivano di partire più avanti e di tagliare clamorosamente la curva.

Le cose furono più semplici naturalmente per i cento metri, ma si complicarono poi parecchio per i centodieci-ostacoli. Si dovette ricorrere ad un blitz notturno nel magazzino del negozio di alimentari, dal quale furono prelevate un po’ di cassette da frutta, mentre io fornii dieci ceste da vendemmia. Già così in ciascuna corsia non potemmo mettere più di cinque o sei ostacoli, che si rivelarono in verità più che sufficienti, e dovemmo disputare la gara in notturna, per approfittare di un momento in cui non ci fosse transito (in realtà all’epoca anche durante il giorno si poteva pranzare in mezzo alla strada). Neanche a farlo apposta tutti i perdigiorno motorizzati sembravano essersi dato convegno quella sera nella circonvallazione, e nonostante i posti di blocco disposti in piazza e sul viale per deviare il traffico verso il centro del paese dovremmo sgomberare il terreno di gara più di una volta, per consentire loro di passare. Avevamo appena terminata la gara e rimosso gli ostacoli quando arrivarono i carabinieri, avvertiti da qualche idiota.

Ma arriviamo al dunque, all’aspetto sportivo. Come in ogni olimpiade i momenti magici furono quelli degli sprinter e della maratona. Nei cento metri per arrivare ai cinque finalisti si dovettero disputare quattro batterie e due semifinali. Gareggiò persino mio fratello, che aveva otto anni. Fu un successo organizzativo, ma una delusione nel risultato. Ai primi due posti finirono infatti i due gemelli Parodi, due villeggianti, sia pure oriundi. Il primo indigeno, che era poi Aurelio, dovette accontentarsi del bronzo. Nei duecento ce la cavammo molto meglio. L’oro andò ad Aurelio, al quale la sorte, un po’ aiutata, aveva riservato la corsia più esterna, secondo fu uno dei soliti gemelli e terzo finii addirittura io. Ebbi quindi anche l’onore di premiarmi da solo, dopo aver sedato le contestazioni dell’altro gemello, che sosteneva di aver percorso almeno venti metri in più rispetto agli altri.

La maratona venne disputata nell’ultimo giorno di gare. Il lotto dei partecipanti che avevano aderito si sfoltì di molto quando si seppe che i giri del paese previsti erano cinque anziché due (ogni giro misura circa novecento metri). Nessuno di noi aveva in effetti mai corso, almeno consapevolmente, una distanza del genere. Alla fine partirono in una dozzina. Io li precedevo in bicicletta e Angelo li seguiva con lo stesso mezzo, per controllare che nessuno tagliasse lungo i vicoletti. Al terzo giro i maratoneti erano già ridotti alla metà, e cominciarono a venir fuori i valori effettivi. Lungo la salita che porta al Poggio ci fu l’attacco di Marietto, che fece in testa anche il quarto giro, mettendo sempre più metri tra sé e gli inseguitori. Il dramma, come in tutte le vicende drammatiche che si rispettino, esplose all’ultimo giro. Mario stava scendendo tutto solo lungo via Benedicta, gli mancavano ormai non più di quattrocento metri all’arrivo, tutti discesa e pianura. All’altezza della sua abitazione io, che lo seguivo con una bandierina rossa appesa al manubrio, vidi uscire come una furia dall’ombra del vicolo sua madre: lo arpionò per un braccio, facendogli fare una mezza giravolta e urlandogli in faccia: “Dov’è Brunetta?” Brunetta era la sorellina di Mario, aveva forse tre anni ed era un vero impiastro, perché Mario doveva badarle praticamente tutto il giorno, cosa che gli aveva già impedito di partecipare alle gare di velocità, per le quali era una delle punte di diamante della squadra lermese. Per la maratona, nella quale aveva buone possibilità ed era una garanzia contro l’eventualità di un successo foresto, lo avevo convinto a lasciarla sul viale, affidata ad una ragazzina nostra coetanea che si era offerta, anche se non del tutto spontaneamente, di badarle. Mario ebbe un bel gridare “Vado a prenderla, lasciami andare”. Sentivo lo schiocco delle sberle e non ebbi animo di intervenire, anche perché sapevo che mi sarebbe toccata la mia parte e non avrei risolto nulla; inoltre c’erano i doveri organizzativi che mi aspettavano, l’arrivo e la redazione della classifica. Fu così che la maratona venne vinta da Aurelio, che l’onore lermese venne salvato ma che Mario, novello Dorando Petri, fu privato di una medaglia ampiamente meritata. E non valse nemmeno a consolarlo il fatto che io organizzassi una premiazione speciale ad honorem, anche perché non poté partecipare.

Delle altre gare c’è poco da raccontare, se non che furono guastate da alcuni inconvenienti. La finale del salto in lungo venne interrotta dal proprietario del mucchio di sabbia che usavamo per l’atterraggio, esageratamente alterato perché gliel’avevamo sparsa un po’ in giro, che ci costrinse a ripristinare il mucchio con scopa e badile. Non ci furono vincitori, mentre ci furono strascichi quando andò a lamentarsi da mia madre, che nella specialità scappellotto avrebbe guadagnato senz’altro il podio e si affrettò a ribadirmi quanto ci teneva alla mia reputazione. In quella del peso, invece, l’attrezzo finì direttamente nella scarpata che portava al bosco della Cavalla, e a dispetto persino di una taglia in fumetti messa in palio non ci fu più verso a ritrovarla. Non avevamo calcolato che Bruno, pur più anziano di noi di un solo anno, aveva il fisico di un ventenne e la forza di due, per cui poteva far volare alla boccia un campo da calcio. Naturalmente facemmo subito sparire anche l’altra e lo zio Giulio si arrovellò per tutta la vita sul mistero delle bocce scomparse. Aurelio non ebbe il coraggio di confidarglielo nemmeno da adulto.

Ci fu infine un’appendice comica, quando Claudio P., rientrato in paese a gare concluse, dichiarò non valida tutta l’edizione perché si era svolta in sua assenza. Claudio era un ragazzotto rotondo che portava i piedi a papera, con un’apertura angolare superiore ai centocinquanta gradi. Agganciandogli un paio di pale avrebbe aperto il passo nella neve ad un camion. Era imbattibile soprattutto nell’apnea sottomarina, una specialità alla quale lo allenavamo per tutta l’estate al fiume. Organizzammo seduta stante una ripetizione dei cento metri, che vinse naturalmente con un tempo buono per i cinquemila, e ci deliziò con un ulteriore schetch finale all’atto della premiazione, quando dovetti quasi rompergli un braccio per farmi restituire la medaglia.

Tutto sommato il bilancio sportivo dei giochi fu favorevole ai lermesi, anche al netto di qualche parzialità, che è comunque da mettersi sempre in conto al paese ospitante. Fece uscire i nativi dalla soggezione nei confronti dei cittadini, che in genere millantavano militanze nei pulcini della Sampdoria o del Genoa o frequentazioni di stadi, piscine e palestre. Soprattutto ci rese protagonisti di un evento organizzato e gestito in proprio, insegnandoci che il divertimento vero stava nell’ideare le cose e la vittoria nel condurle a termine. Le medaglie volanti di mio nonno fornivano d’altronde una perfetta metafora della transitorietà del successo. Noi naturalmente tutto questo non lo sapevamo, ma gli sviluppi successivi mi portano a credere che qualcosa di quella lezione sia rimasto, almeno negli animi più sensibili.

La cerimonia ufficiale di chiusura si svolse nell’oratorio, perché nel frattempo erano iniziate le rituali piogge pre-vendemmia. Don Franco ci fece un cazziatone per la scarsa sportività e l’eccessiva litigiosità mostrata dalla gran parte dei partecipanti, ma promise che l’anno successivo l’olimpiade l’avrebbe organizzata lui, e ci sarebbero state anche gare in bicicletta e in acqua. Naturalmente venne trasferito la primavera successiva, e nella storia di Lerma i giochi del ‘60, i miei giochi, sono rimasti unici e indimenticabili.

 

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Viaggi, scalate, esplorazioni

di Paolo Repetto, 2005, estratto da Elisa nella stanza delle meraviglie

Con storie di vagabondaggi abbiamo salutato (come sarebbe a dire, finalmente!?) sia la narrativa moderna che quella classica: con la letteratura di viaggio approdiamo all’unico settore della mia biblioteca che nutre ambizioni specialistiche. Per seguirmi non devi nemmeno cambiare posizione, puoi rimanere spaparanzata sul divano, perché guardiamo sempre alla parete di fondo. Questo settore ne riempie tutta la metà di destra, e occupa al momento sedici ripiani; ma se aggiungiamo il comparto alpinistico si arriva a venti. Qualcosa tra gli otto e i novecento volumi. Non svenire, prometto di essere breve. Consentimi solo qualche considerazione.

Una raccolta di tali dimensioni parrebbe suggerire l’immagine di un appassionato viaggiatore, carico di chilometri, di esperienze agli antipodi e magari di diapositive. Invece, come ti ho già detto, non sono nulla di tutto questo. Naturalmente anch’io mi sono mosso un po’, almeno in gioventù, sperimentando diversi modi di spostamento (soprattutto i più economici): ho vissuto letteralmente il mio “Senza un soldo a Parigi e a Londra”, ho navigato come mozzo, ho percorso a piedi la Corsica, mezza Italia e la Foresta Nera, ma tutto questo in maniera sempre episodica, con il tempo alla gola. Se volessi cercare degli alibi potrei accampare proprio la mancanza di tempo, la perenne urgenza dei lavori in campagna, nei periodi liberi dalla scuola, e la precocità dei miei impegni familiari. Potrei trovare un sacco di scuse.

Ma non mi sembra il caso: probabilmente ho viaggiato poco perché non ne avevo poi un così gran desiderio, o almeno non avevo voglia di muovermi alla maniera che mi sarebbe stata consentita, che era quella di un turismo veloce. Inoltre mi sono reso conto molto presto che nei viaggi cercavo piuttosto la conferma delle cose lette che non la scoperta di ciò che non conoscevo (e raramente la trovavo). Non ero del tutto libero, perché facevo in fondo dei viaggi di verifica, e allora tanto valeva inseguire libertà e soddisfazione sulla carta.

Con l’età sono diventato sempre più sedentario. A differenza dell’Ariosto non penso di aver già visto mondo a sufficienza; al contrario, ritengo di averne visto pochissimo. Ma credo che riuscirei a vederne poco anche se mi dedicassi d’ora in poi ad una vita errabonda, oppure che incontrerei ormai più o meno le stesse cose dovunque. Magari è solo la sindrome della volpe e dell’uva, ma arrivo persino a pensare che chi sente tutto questo bisogno di muoversi in lungo e in largo molto spesso stia solo cercando rassicurazioni – o giustificazioni – dell’essere vivo, abbia bisogno del vento in faccia per tenersi sveglio. Una cosa tipo “mi sposto, dunque esisto”. Ora, io non credo che lo spostamento sia indispensabile né al “vivere” né al “vedere”, se non in relazione alla quantità: chi ha girato tutti e cinque i continenti è probabile non abbia mai esplorato le colline dietro casa, non ne avrebbe avuto materialmente il tempo, e chi ha visto moltissime foreste difficilmente ha veduto crescere un albero. È questione di gusti. Il risultato è comunque che, in sintonia stavolta con l’Ariosto, anch’io preferisco viaggiare sulle carte, perché questo mi consente di scegliere e di muovermi nel tempo, oltre che nello spazio.

Se mi sono mosso poco ho in compenso riflettuto parecchio sul perché e sul come gli uomini viaggiano, e soprattutto su cosa li induce a raccontare i loro viaggi. Ho anche scritto un po’ di cose in proposito; per saperne di più potrai eventualmente leggerle. Qui ci occuperemo solo dei libri che hai di fronte, e per quanto ci sarà consentito dal numero e dalla varietà vedremo anche di non dilungarci troppo.

Questi scaffali raccolgono grosso modo ciò che di significativo è stato pubblicato negli ultimi trent’anni, oltre a quello che ho recuperato con una caccia serrata sulle bancarelle e nelle librerie antiquarie. Ti confesso che ultimamente l’impegno è diventato oneroso, anche finanziariamente, perché la letteratura di viaggio sta conoscendo un vero e proprio boom. Non era così fino a una ventina d’anni fa; i libri di viaggio non tiravano, e anche le opere più classiche erano rintracciabili solo in edizioni piuttosto vecchie. Poi è arrivato il successo di Chatwin, e la situazione è decisamente cambiata. Oggi rischiamo addirittura l’inflazione, con una conseguente caduta di valore di quello che circola.

Il tema del viaggio naturalmente non è affatto nuovo, anzi, è antico come la letteratura stessa. Lo ritrovi in tutte le epopee. È naturale che sia così: da un lato testimonia la memoria dei popoli per una primordiale condizione nomade, dall’altro si presta a diventare metafora dell’iniziazione alla vita o della vita stessa. Inoltre è un argomento che offre gli spunti narrativi ideali, perché determina le condizioni migliori per l’avventura e per il confronto con luoghi, usanze e persone diversi.

Ciò che ho raccolto in questo settore non concerne tuttavia il viaggio come tematica letteraria, ma la letteratura di viaggio, ovvero tutta quella produzione in cui il viaggio non è un pretesto narrativo, ma l’oggetto vero e proprio della narrazione. Per la collocazione ho adottato un criterio arbitrario, che garantisce tuttavia un certo ordine. In linea di massima ho distinto quattro sottosezioni: storia materiale e psicologica del viaggio (studi su modalità, motivazioni e simbolismo del viaggiare); storia generale delle esplorazioni; resoconti o diari di viaggio di esploratori o scienziati: resoconti o diari di viaggi a fini culturali, esotici, turistici.

Da cosa è giustificato questo cumulo di libri? Al solito: da una passione degenerata in mania. Per farla breve, la curiosità per i racconti di viaggio l’ho sempre avuta; è nata da un libro su Magellano e da un film favoloso, “I due capitani”, sulla spedizione di Lewis e Clark lungo il Missouri, si è consolidata nella prima giovinezza in compagnia del “Kon-Tiki” di Heyerdhal e di “I fiumi scendevano a oriente”, e da lì si è poi riversata su ogni tipo di esplorazione. La bibliomania specifica è esplosa però più tardi, quando per scrivere un breve saggio sulle scoperte geografiche tra Quattro e Cinquecento ho letto un sacco di studi in proposito, e ho cominciato ad essere attratto dalle fonti di prima mano, dai diari e dalle relazioni di viaggio – compresi quelli verso paesi immaginari, verso i luoghi geografici dell’Utopia. Solo dopo l’incontro con Alexander von Humboldt, comunque, il tutto ha cominciato ad assumere connotati maniacali.

Posso risparmiarti il resto, ma non Humboldt. D’altro canto, tu stessa hai già cominciato a farmi domande, quando tentavi di leggere quegli strani titoli in caratteri gotici che occupano un intero ripiano. Quelli sono i libri di e su Alexander von Humboldt, lo scienziato universale. Figurati che io l’ho scoperto come alpinista. Leggo di un tizio che alla fine del ‘700, nel corso di una traversata verso l’America fa tappa per tre o quattro giorni alle Canarie, vede il Pic de Tenerife, che non è esattamente una collina, sono tremilasettecento e passa metri, e decide di andare a dare un’occhiata di lassù. Così com’è, prende su e sale e scende in un giorno e mezzo: e quando poi lo racconta nel suo diario dice che ha misurato il cratere sommitale e analizzato i gas, e che si, in effetti tirava un po’ di vento e faceva freddino. L’ho capito subito che era il mio uomo. Quel viaggio in America doveva rivelarsi un’avventura scientifico-esplorativa entusiasmante, durata cinque anni, nel corso dei quali Humboldt ha girato a piedi, a dorso di mulo o in barca mezzo continente sudamericano, ha fatto rilevamenti mineralogici, botanici, meteorologici, topografici, tutto quel che era possibile fare con le strumentazioni dell’epoca, ha salito il Chimborazo, arrivando a 5900 metri, la massima altitudine raggiunta da un uomo ai suoi tempi e per quasi tutto il secolo successivo, ha studiato e criticato i sistemi economici, politici e sociali delle colonie spagnole. Dopo il suo ritorno ha vissuto ancora sessant’anni, facendo altri viaggi, riorganizzando la cultura tedesca, teorizzando un rapporto con la natura, di conoscenza e conseguentemente di rispetto, che ne fa il primo genuino ecologista in assoluto. Oggi non lo ricorda quasi nessuno, persino in Germania le sue opere sono praticamente introvabili, e quando le ho richieste ad un libraio di quelli autentici, ad Amburgo, si è commosso: ero il primo da anni che chiedeva quei titoli, e per giunta un italiano che non parlava il tedesco (ma si riprometteva di impararlo al più presto).

L’opera di Humboldt è immensa, ciò che vedi lì è quanto ho raccolto in trent’anni – compresa una prima edizione tedesca (1847) di un volume del “Cosmos”, portata via per dieci marchi in una libreria dell’usato a Costanza –, ma il solo epistolario riempirebbe venticinque o trenta tomi. Sono edizioni francesi e tedesche, persino una americana, oltre a quel poco che è uscito in italiano, e uno dei compiti che mi sono prefisso per la tarda maturità è proprio la prima traduzione italiana del “Cosmos” (per allora avrò imparato il tedesco, ma in realtà Humboldt stesso curò la stesura e la traduzione della versione francese, quindi potrò far base su quella).

Del valore dello scienziato, e del perché, dopo essere stato considerato (da Goethe!) lo studioso più colto e intelligente della sua epoca, sia stato così incredibilmente rimosso, non è qui luogo di parlare. Voglio aggiungere invece qualcosa dell’uomo, per aiutarti a capire questa monomania. Humboldt ha viaggiato per quattro anni in zone paludose, infestate di zanzare, di insetti e parassiti di ogni tipo, di sanguisughe e serpenti, ha traversato tutta la fascia equatoriale sudamericana, è salito sulle Ande, ha mangiato e bevuto quello che il convento passava, e non è mai stato male, non si è messo in mutua un solo giorno. Non ha lamentato un raffreddore, un mal di schiena, un’infezione, niente: una salute di ferro, a qualsiasi latitudine e altitudine. Il suo compagno, il pittore Bompland, che era un essere umano, e ogni tanto si ammalava, deve averlo anche odiato: quando si ritrovava talmente spossato da aver bisogno di qualche giorno o settimana di pausa l’altro ne approfittava per battere un po’ la zona e andare a cacciare il naso su qualche monte o nelle foreste o lagune circostanti. Indistruttibile, un caterpillar. Ma tutto questo non era solo frutto di una condizione fisica strepitosa, era anche il risultato di una determinazione e di un entusiasmo incredibili: Humboldt aveva sempre troppo da fare per ammalarsi, lo aspettavano ogni giorno nuove misurazioni, scoperte, problemi geografici, incontri ecc… E quell’entusiasmo della conoscenza lo ritrovi nelle sue relazioni: fa le cose più incredibili, come quando sale sul Chimborazo, sta compiendo un’impresa sportiva eccezionale, e desiste a un centinaio di metri dalla vetta solo perché gli altri, le guide locali per prime, sono distrutti e congelati, e rifiutano di proseguire di fronte all’ennesimo crepaccio, e racconta il tutto in otto righe commentando: “Peccato, ci tenevo a misurare lassù la pressione dell’aria!

Humboldt era omosessuale, dicono. Sottolineo “dicono” perché a quell’epoca non si andavano a esibire le proprie preferenze sessuali in televisione, non se ne faceva spettacolo, soprattutto se erano un po’ fuori della norma, e nella fattispecie il nostro eroe era persona riservatissima, che non ha mai dato adito a pettegolezzi. E comunque, di per sé sarebbero stati un po’ fatti suoi. Lo rilevo invece come un dato statistico, come potrebbe essere il colore degli occhi o la statura, che diventa significativo quando ti accorgi che tale condizione era condivisa da almeno l’ottanta per cento dei grandi esploratori, soprattutto quelli tedeschi e inglesi dell’800. Allora ti viene da fare un ragionamento, ti chiedi se non ci sia qualche rapporto tra un disagio esistenziale, perché all’epoca dichiararsi omosessuali o comportarsi come tali significava essere messi al bando dalla società, e la spinta a lasciare il proprio paese, a volgere le spalle ad una cultura rigida e sessuofoba, per cercare nuovi lidi dove respirare più liberamente ed essere se stessi senza vergogna. È evidente che il legame tra le due cose c’è, e vale anche per le numerose figure di donne esploratrici, omo o eterosessuali che fossero, anch’esse alla ricerca di luoghi e situazioni nei quali lasciare finalmente briglia sciolta alla propria natura. È altrettanto significativo che questi personaggi arrivassero nella stragrande maggioranza da paesi luterani o puritani, nei quali vigeva una pressione morale fortissima, mentre erano pochissimi quelli provenienti dai paesi cattolici, dove i costumi erano decisamente più rilassati.

Ho fatto questa digressione, toccando un tema delicato, perché ho notato che ultimamente tiri spesso il discorso sui gay, e temo che l’impatto televisivo finisca per confonderti non poco le idee. Allora, Humboldt era probabilmente un gay, ma era prima di tutto un grande scienziato, che aveva come unico scopo quello di condividere il più possibile le sue conoscenze e le sue intuizioni, senza gelosie e senza rivalità, era un nobile prussiano che detestava l’assolutismo ed esaltava i sistemi democratici, era un bianco che si indignava di fronte al sistema schiavistico e considerava assurda ogni teoria razziale, era un uomo temprato fisicamente, psicologicamente ed eticamente da una inossidabile volontà di sapere. Queste sono le caratteristiche sulle quali si misura un “ essere umano” vero, uomo o donna che sia, e non le sue preferenze per la carne o le verdure o per il mare o la montagna. Chiaro? E lascia perdere per favore i buffoni televisivi, di ogni sesso e categoria.

Sotto il ripiano dedicato ad Humboldt c’è il settore della storia delle esplorazioni, nel quale campeggiano i cinque enormi tomi bianchi, elegantissimi, delle “Esplorazioni e Viaggi” di Giovabattista Ramusio. Devi sapere che quell’opera, compilata verso la fine del ‘500 raccogliendo tutti i resoconti delle spedizioni esplorative da Colombo in avanti, è per gli studiosi e gli appassionati dell’argomento una sorta di Bibbia, ed è rimasta a lungo per me un sogno proibito, dato il costo, soprattutto quando ne avevo realmente bisogno per i miei lavori di storia. Ne sono invece entrato in possesso solo recentemente, grazie ad un colpo fortunato (si fa per dire: anche ad un quarto del prezzo è già un bel investimento). Ho impiegato due giorni a decidere come collocare i volumi, per dare loro la giusta visibilità, e una volta soddisfatto della collocazione non li ho più aperti.

Ho notato con piacere che sei curiosa e ardimentosa, ed esplorare ti piace: tuttavia non mi spingo fino a sperare che avrai interesse anche per le esplorazioni altrui. Se invece così fosse, su questi scaffali trovi praticamente tutto, dai viaggi dei Fenici alla conquista dei poli, passando, per le Americhe, l’Asia, l’Africa e l’Oceania. Ti do un unico suggerimento, per evitare inutili elenchi di titoli: leggiti comunque, esploratrice o no, “Derzu Uzala” e dopo, ma solo dopo, vediti anche il film che ne è stato tratto. Me ne sarai grata.

Qualche dubbio ce l’ho anche su una possibile tua frequentazione dei ripiani più bassi, quelli dedicati alla letteratura alpinistica. Come si affrettano a puntualizzare gli esperti del settore, non esiste una letteratura dell’alpinismo: esistono resoconti di ascensioni, di successi e di fallimenti, sovente di tragedie. Ma io, come avrai ben capito, non ho molto rispetto per i “generi” letterari, classifico un libro in base al fatto che sia scritto bene o meno, che mi abbia spinto ad arrivare sino in fondo o no. Bene, esistono degli alpinisti che sanno scrivere e dei libri di alpinismo che ti affascinano letteralmente. È evidente che occorre essere almeno un po’ in sintonia con quello spirito particolare, e questo può accadere anche a chi, come me, ha avuto con la pratica alpinistica un rapporto sempre irrisolto e saltuario.

L’unico libro che ti segnalo in questo settore è fondamentale proprio per capire qualcosa di “quello spirito”. Si tratta di “Come le montagne conquistarono gli uomini”, di Robert McFarlane, recentissimo. Spiega come abbia potuto accadere che luoghi considerati sino a tre secoli fa inaccessibili, maledetti e assolutamente privi di interesse siano diventati poco alla volta l’oggetto del desiderio di un sacco di fanatici, disposti a rischiare la pelle e a patire i disagi più impensabili pur di cavalcare una vetta per pochi minuti. È uno dei famosi tre o quattro libri che avrei voluto scrivere io, e che sono contento abbia scritto un altro, perché l’ha fatto senz’altro meglio. Con il pregio ulteriore della giovanissima età dell’autore, una di quelle cose che impediscono ogni tanto di pensare che sia già in atto l’involuzione della specie umana. Se questo libro dovesse piacerti, credo che finiresti per divorare anche tutti gli altri.

Mi concedo ancora una segnalazione, ma questa non è per te: o meglio, spero magari che possa esserlo, ma la considero anzitutto doverosa per me, perché riguarda un uomo che mi ha colpito non tanto per i meriti alpinistici quanto per la statura etica. Si tratta di Ettore Castiglioni, uno dei più forti arrampicatori italiani tra le due guerre e un antifascista convinto – cosa abbastanza insolita nell’ambiente, in quel periodo. Qui trovi il suo diario, “I giorni delle Mesules”, ma la sua vicenda è magistralmente raccontata da Marco Ferrari ne “Il vuoto dietro le spalle”. Castiglioni è morto in montagna, come gran parte degli autori e dei protagonisti dei libri che vedi qui, ma non nel corso di un’ascensione, bensì durante un tentativo di fuga. Durante l’ultima guerra usava la propria esperienza di alpinista per far espatriare in Svizzera attraverso le montagne resistenti, perseguitati ed ebrei. Arrestato per l’ennesima volta dagli svizzeri e destinato ad un campo di concentramento, fuggì di notte, durante una tempesta di neve, senza abiti e senza scarpe, infagottato in una coperta e coi piedi fasciati da stracci. Lo hanno ritrovato tre mesi dopo, a primavera, rannicchiato sotto una roccia a tremila metri.

Approdiamo infine alla sezione del viaggio puro e semplice (culturale, turistico, di migrazione, ecc…), che occupa entrambi gli scaffali alla sinistra di Humboldt. Visto che si è parlato in precedenza del rapporto tra viaggio e “diversità” ti cito almeno altri due casi, inglesi questa volta. Il primo è quello di Chatwin. Lo abbiamo già incontrato tra i narratori, ma Chatwin è famoso soprattutto per i suoi libri di viaggio, “In Patagonia”, “Le vie dei canti”, “Che ci faccio qui?” e “Anatomia dell’irrequietezza”. Anzi, è lo scrittore di viaggio per eccellenza del secondo e forse di tutto il Novecento, quello che ha dato il via alla moda di cui ti ho già parlato ed è divenuto oggetto di un vero e proprio culto, favorito anche dalla morte precoce. Come tutti i culti, anche quello di Chatwin ha avuto una forte ricaduta consumistica. La Patagonia è diventata una meta turistica quasi di massa, almeno a livello di viaggiatori “culturalmente motivati”; e l’azienda che produce le “Moleskine”, gli imprescindibili taccuini dalla copertina nera sui quali il nostro annotava le impressioni di viaggio, sta diventando un colosso, dopo che a metà degli anni sessanta aveva addirittura chiuso i battenti. Paradossalmente come viaggiatore Chatwin non doveva essere granché, a giudicare almeno dalle testimonianze dei suoi occasionali compagni: ma sa vendere bene la sua merce, costruisce il suo racconto con ingredienti raffinati ma adatti anche al palato di un pubblico più vasto. Insomma, un po’ di new age, un pizzico di snobismo, un understatement da inglese alla Kipling: oltre, naturalmente, ad una classe indubbia. Leggilo, appena potrai, e ti piacerà: ma non pensare di capire qualcosa dei luoghi di cui parla. In effetti parla solo di sé.

Se invece cerchi uno sguardo da vero viaggiatore, anzi, in questo caso da viaggiatrice, devi rivolgerti a “Il più personale dei piaceri” di Vita Sackville-West. La Sackville-West è uno stravagante personaggio della cultura inglese del primo Novecento, romanziera in proprio ma soprattutto amica di Virginia Woolf e di tutti quelli che contavano nella cerchia artistico-letteraria. Ha viaggiato in Iran e in Afganistan a più riprese, senza la pretesa di scoprire e di rivelare alcunché di nuovo. Racconta semplicemente quello che vede, tenendosi fuori il più possibile dal quadro, e questo è già un grande merito, perché la maggior parte degli scrittori di viaggio, Chatwin in testa, tendono a muoversi in primo piano.

Mi azzardo a pensare che esista un particolare sguardo al femminile, perché la stessa attitudine l’ho trovata nelle altre viaggiatrici, da Margaret Fountaine a Freya Stark, dalla Swarzenbach ad Ella Maillart. A contatto con culture che appaiono ancor più “maschiliste” di quella occidentale la viaggiatrice sente più forte la sua estraneità, sa di essere un’intrusa, quindi si tiene in disparte e guarda: il viaggiatore tende invece a voler partecipare ed interagire. Il che, mi accorgo, fa un po’ a pugni con le considerazioni sulla “diversità” dei viaggiatori: ma non vorremo star qui a complicarci troppo la vita.

Per quanto concerne il nostro scopo, ovvero darti un’idea di ciò che trovi qui, possiamo anzi semplificarla. Diciamo che Chatwin getta una specie di ponte tra due epoche, tra due tipologie di scrittori di viaggio. Da un lato è l’epigono di una tradizione di grandi esploratori, tipo Wilfred Thesiger (“Sabbie arabe”), Charles Dougty (“Arabia deserta”), Theodor Monod (“Il viaggiatore delle dune”) e Sven Hedin (“Il lago errante”), o di “viaggiatori raffinati”, come Robert Byron (“La via per l’Oxiana”); dall’altro interpreta quel cambiamento che la scrittura di viaggio ha subito nell’ultimo quarto del secolo scorso, per adeguarsi al nuovo modello di mondo globalizzato. A partire dagli anni settanta l’attitudine del viaggiatore è radicalmente mutata. Non è rimasto angolo della terra o recesso marino che non sia stato frugato, scandagliato e riversato in mille documentari. Il viaggio è diventato professione, funzionale allo scriverci su libri o reportage o a girare video, per accontentare un mercato sempre più affamato e sempre più onnivoro. Ed è diverso proprio ciò a cui si guarda. Prima veniva privilegiata la sopravvivenza dell’antico, del tradizionale, oggi è messa a fuoco soprattutto l’irruzione del nuovo. È sufficiente confrontare Chatwin con quello che è unanimemente considerato il suo successore, William Dalrymple, o con Colin Thubron, per accorgersene. Nei diari di questi ultimi dall’India, dal Medio Oriente, dalla Cina o dalla Siberia viene fuori soprattutto l’immagine minacciosa di ciò che incombe, e non quella rassicurante di ciò che sopravvive.

Non vorrei tuttavia farti pensare che i resoconti di viaggio siano una lettura barbosa e pesante. Non è assolutamente così. C’è un po’ di tutto, ci sono quelli che si prendono sin troppo sul serio, ma ci sono anche dei viaggiatori simpatici e scanzonati. Bill Bryson, ad esempio, ha raccontato un esilarante trekking lungo la via degli Appalachi, percorsa in compagnia di un tizio ancor più sprovveduto di lui, in “Una passeggiata nei boschi”. Ed ha poi proseguito girando per gli Stati Uniti (“America perduta”), per L’Europa (“Una città o l’altra”), per l’Australia (“In un paese bruciato dal sole”), e ancora per l’Inghilterra e per l’Africa, sempre con lo stesso spirito, quello che sa unire conoscenza a divertimento.

Mi fermo qui, perché sono centinaia i nomi e i titoli che vorrei raccomandarti, e sento che se non ci do un taglio ti terrò qui sino a sera. Mi congedo con lo stesso autore col quale abbiamo chiuso la rassegna di letteratura: Edward Abbey. Abbey non è un viaggiatore, non almeno nel senso di tutti quelli dei quali ti ho parlato sino ad ora. Nel suo “Deserto solitario” non si raccontano viaggi, ma esperienze: mesi trascorsi come ranger in un deserto talmente bello da essere stato vincolato a parco, discese in canoa lungo affluenti del Colorado, nel Gran Canyon, in luoghi destinati a sparire sotto gli sbarramenti idrici, storie di cavalli, di indiani e di cercatori d’uranio. Al di là del suo fascino, e del valore letterario, il libro è un po’ la dimostrazione di quanto ti dicevo poco fa, a proposito dei diversi modi di viaggiare. Abbey viaggia “dentro” quel piccolo pezzo di mondo del quale è innamorato. Senti che per lui ogni pietra è importante, ogni ruscello che sfocia nel Canyon merita di essere risalito, perché a dispetto delle apparenze offre qualcosa di nuovo, di diverso. O semplicemente perché c’è.

 

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Grazie per la risposta. ✨

L’ultimo in basso, a sinistra

Manuale di sopravvivenza (2)

di Paolo Repetto, 2004

Mi è stato chiesto di esprimere un’opinione sul futuro della sinistra, o meglio sulla possibilità che in futuro esista ancora una sinistra e, in caso affermativo, su quali potrebbero essere le sue prospettive e i suoi valori di riferimento. Ne ho approfittato per riordinare un po’ le idee e per aggiornarmi sugli interventi più significativi che hanno animato negli ultimi decenni il dibattito. Ho fatto qualche scoperta, come al solito tardiva, ma soprattutto ho trovato conferma di ciò di cui ero convinto da un pezzo: e cioè che il pensiero della sinistra non possa essere riformato, ma debba essere rifondato.

La riflessione che ne è scaturita non offre alcuna ricetta organizzativa e operativa: al di là del fatto che non ne conosco, credo convenga viaggiare per un tratto a ruota libera, prendendo le mosse da una rilettura critica dei presupposti sui quali si è fondato sino a ieri (e purtroppo continua per la gran parte a fondarsi) il pensiero della sinistra. Partire da un minimo di chiarezza su questi aspetti costituirebbe già un ottimo inizio.

Anche la critica dei presupposti teorici che vado a proporre non ha alcuna pretesa di originalità. Al di là delle modeste ambizioni di questo intervento, ritengo non ci sia bisogno di inventare nuovi schemi interpretativi della storia della modernità, e cioè della progressiva subordinazione dell’uomo e della natura alla logica dello sviluppo. Gli strumenti per una lettura in chiaro dello stato delle cose sono già disponibili da un pezzo (a partire almeno dalle analisi prodotte dalla scuola di Francoforte). Il fatto che la sinistra, tanto quella “ufficiale” quanto buona parte di quella “alternativa”, non ne abbia fatto uso, e li abbia anzi rifiutati, spiega perché oggi siamo qui a interrogarci non solo sulla sua essenza, ma sulla sua stessa esistenza.

Quando si affronta un tema così complesso vanno subito definiti i limiti e gli intenti della trattazione, e prima ancora l’accezione che si dà dei termini e dei concetti attorno ai quali ruota il discorso. Nel nostro caso si tratta del sostantivato “sinistra” e delle sue declinazioni.

In sostanza dobbiamo sapere di cosa parliamo quando parliamo di sinistra, o quanto meno dobbiamo accordarci su un minimo comune denominatore interpretativo. Io distinguerei del concetto di sinistra tre diverse fenomenologie:

• Una “reificazione” storica: la sinistra come grande movimento, in vario modo organizzato, che ha operato concretamente negli ambiti sociali e politici negli ultimi due secoli (ci faccio rientrare di tutto, dall’anarchismo alla socialdemocrazia).

• Una corrente di pensiero politico-filosofico: la sinistra come l’insieme delle idee che da sempre si sono proposte di realizzare in qualche modo una società più giusta. Anche qui parrebbe starci di tutto, ma non è così. Ad esempio, il millenarismo è qualcosa che non comprenderei nella corrente di pensiero di sinistra. È necessario dunque aggiungere che queste idee devono prefiggersi la realizzazione di un mondo migliore con le sole forze umane.

• Un’attitudine individuale etico-emozionale: la sinistra come disposizione dello spirito. Quale sia questa disposizione mi riservo di approfondirlo tra poco.

Esiste quindi un movimento storico di sinistra, che è il braccio operativo di un pensiero politico-filosofico di sinistra, che è il risultato della somma e del confronto di disposizioni etiche individuali. Io ho presentato queste fenomenologie in base a un criterio di visibilità, ma l’ordine andrebbe evidentemente invertito. Da una disposizione etica individuale nasce, attraverso il confronto con altri che partono dalla stessa disposizione, la formulazione di un pensiero politico, o l’adesione ad esso. Questo pensiero si traduce poi in una prassi storicamente e collettivamente agita.

Occorre pertanto partire dall’attitudine spirituale a sentire “a sinistra”. Credo che i valori distintivi di questa disposizione, quelli che hanno segnato e segnano ancora oggi una appartenenza a sinistra, siano:

• un atteggiamento sia emotivo che razionale di indignazione nei confronti di ogni forma di privilegio, di sopraffazione e di sfruttamento;

• il rifiuto di considerare l’ineguaglianza sociale come una fatalità o un portato naturale inestirpabile, e quindi la volontà di battersi per cancellarla o almeno alleviarla;

• la fiducia nella volontà e nella capacità degli uomini di mettere mano ad un miglioramento della società.

Ciascuno di questi valori è necessario per connotare l’appartenenza a sinistra, nessuno è di per sé sufficiente. E si tratta, come si può vedere, di connotazioni molto generiche. In effetti di questi valori sono e sono state possibili molteplici letture; la storia di queste letture è la storia stessa della sinistra, e l’esistenza di una sinistra oggi dipende proprio dalla capacità che avremo di modificare e di adeguare ai tempi l’interpretazione di questi valori. In questa sede, senza avventurarmi nella storia del pensiero di sinistra e delle sue reificazioni, farò riferimento solo alle linee generali che hanno lo informato, dando per scontata la conoscenza delle differenze, delle sfumature e delle contrapposizioni anche violentissime che ne hanno caratterizzato, nel bene e nel male, la vicenda.

Il concetto di Sinistra come posizione politicamente e socialmente connotata è coevo alla rivoluzione industriale (e per estensione, all’Illuminismo). Esso corrisponde al diffondersi di una coscienza laica e collettiva della intollerabilità delle diseguaglianze sociali, e di una conseguente volontà di rivolta finalizzata ad edificare “qui e subito” un sistema più giusto, senza attendere la mano di Dio. A monte di questa coscienza e di questa volontà ci sono il ribaltamento nella concezione della natura e del ruolo occupato in essa dall’uomo indotto dall’Umanesimo e dalla rivoluzione scientifica, e la ridefinizione dei rapporti tra gli uomini avvenuta nel passaggio da una comunità organica ad una società organizzata, con la trasformazione del modo di produzione e l’affermarsi di una inedita concezione del diritto e di una opinione pubblica. La richiesta di giustizia sociale e di egualitarismo non cresce tuttavia in opposizione o in alternativa al nuovo modello economico e sociale, bensì come variabile interna, come effetto collaterale (è significativo in proposito che i progetti di società utopiche, che cominciano a fiorire proprio all’inizio di questa trasformazione, si orientino da subito verso la soluzione urbana e industriale).

Tutta la storia della sinistra, fino ad oggi, è strettamente connessa a questo imprinting originario, all’essere frutto del grembo della rivoluzione industriale. Ciò ha implicato l’adozione da parte del pensiero progressista di una visione totalmente meccanicistica ed economicistica del mondo, di una considerazione dei rapporti tra gli uomini e del rapporto uomo-natura sotto le specie dei rapporti di produzione, di una concezione della vita, delle sue finalità e delle sue priorità subordinata all’ideologia della storia e del progresso. È senz’altro vero che la vicenda del pensiero di sinistra è costellata di presenze ereticali, soprattutto nell’area dell’anarchismo (ma non solo), di voci di dissenso, di tentativi di sganciarsi dalla logica della produzione e dello sviluppo: ma si è trattato per l’appunto di eresie, delle canoniche eccezioni rispetto ad una regola che ha informato più o meno apertamente tanto il pensiero marxista come quello social-utopistico, o liberal-sociale, o radicale, o anarchico.

Nella sostanza il pensiero di sinistra è stato eminentemente pensiero della crescita produttiva e dell’economicismo, né più né meno di quello capitalistico (anzi, attribuiva al sistema capitalistico la responsabilità di un rallentamento dello sviluppo). E sono convinto che le cose non avrebbero potuto andare altrimenti, che questo percorso fosse iscritto nei geni della sinistra come un vizio d’origine, a dispetto e in concomitanza con i valori fondanti di cui sopra.

Cerco di essere più chiaro. Se vogliamo riassumere in quattro righe la storia della sinistra possiamo dire che da un lato essa ha dato vita ad una tradizione di lotta e di combattività politica e sociale (con risvolti “umanistici” e civili notevoli) che mirava a riequilibrare il sistema capitalistico, mettendone in discussione gli esiti (diseguaglianza) ma non i presupposti (l’ideologia dello sviluppo); dall’altro, nelle sue componenti più organizzate politicamente e sindacalmente, ha svolto una funzione di ammortizzazione degli attriti, di contenimento e uniformazione dei dissensi, di trasmissione degli stimoli inviati di volta in volta da un sistema produttivo in costante trasformazione. Anche per quel che concerne le battaglie civili e sociali si è trattato essenzialmente di una funzione regolatrice, di un riequilibrio interno al sistema, e decisamente ad esso funzionale. Già al debutto, nel primo dramma ufficiale in cui la sinistra ha ricoperto momentaneamente il ruolo di protagonista, nella Rivoluzione francese, erano presenti tutti questi aspetti. Il terrore giacobino ha aperto la strada all’affermazione politica della borghesia, accelerando repentinamente la scomparsa della nobiltà, liquidando le sacche di resistenza del vecchio regime e spianando la strada alla modernizzazione. Nel contempo manifestava la sua consustanzialità al progetto capitalistico, ad esempio riformando il calendario in funzione della produttività, riducendo di due terzi i giorni non lavorativi. La faccenda ha continuato a funzionare così per i successivi due secoli, con un decorso endemico, rappresentato in primo luogo dalla creazione di un’area sempre più vasta di consumatori, attraverso la scelta di stampo economicistico di privilegiare tra gli obiettivi delle lotte la redistribuzione del reddito, e con periodiche esplosioni epidemiche, tipo il sessantotto, che hanno avuto il compito di attenuare il distacco tra realtà sociale e realtà produttiva, velocizzando le trasformazioni sociali e di costume necessarie a tenere il passo con la crescita economica.

Mi rendo conto che messa così la vicenda della sinistra può sembrare piuttosto squallida. Ma piaccia o meno è questa la nostra storia, anche a prescindere dagli svariati esperimenti di concreta attuazione del pensiero di sinistra, accomunati dal goffo e tragico tentativo di emulare e di sfidare il sistema capitalistico sul suo stesso terreno e al suo stesso gioco. E non è affatto squallida, perché a fronte delle risultanze oggettive di lungo termine c’è un immenso patrimonio di idealità, di sacrifici, di altruismo, di lucide analisi e di intuizioni anticipatrici, oltre che di concrete conquiste sociali e civili, che non va certo dimenticato e tanto meno ripudiato. Soltanto, questo patrimonio deve essere contestualizzato storicamente, rapportato alle realtà concrete delle epoche, delle aree e delle situazioni in seno alle quali e in contrapposizione alle quali è andato crescendo. Non possiamo più limitarci all’esegesi dei classici del pensiero di sinistra, canonici o eterodossi che siano, alla ricerca di conferme, di citazioni o di pezze d’appoggio: dobbiamo partire dalla critica di questo pensiero per individuarne le aporie, e liberare le braccia e la mente per nuove finalità e nuove forme di lotta.

La critica del pensiero di sinistra non deve dunque concernere i risultati, ma le premesse. Lo sviluppo che questo pensiero ha conosciuto sino ad oggi è stato legato alla necessità di operare di volta in volta dei riaggiustamenti di fronte alle trasformazioni sempre più veloci del modo di produzione industrial-capitalistico e ai loro effetti di ricaduta sul piano politico, sociale e culturale. Ma nell’ultimo mezzo secolo, e segnatamente nell’ultimo quarto, queste trasformazioni sono state di tale portata ed hanno determinato tali conseguenze da spiazzare completamente il sistema di valori della sinistra, che ha continuato a rapportarsi a modelli produttivi, sociali e istituzionali ormai superati. Nel volgere di pochissimi anni sono cambiati i referenti sociali, con le complicanze indotte dalla proletarizzazione di fatto (anche se non tradotta in coscienza, come avrebbe voluto Marx) dei ceti medi, dall’imborghesimento, almeno per quanto concerne le attitudini e le aspettative, del proletariato e dal ridimensionamento del peso politico qualitativo e quantitativo di quest’ultimo. È anche venuto meno il ruolo strategico della grande industria (e conseguentemente del gioco di forze interno ad essa) a favore di una imprenditoria diffusa e sfuggente ad ogni controllo, e sono cambiate le priorità nell’ambito economico, con il peso sempre più determinante assunto della produzione e circolazione di merce immateriale, e quindi con l’insorgere di nuove professionalità, di soggetti e di ruoli sociali assolutamente inediti, portabandiera di una filosofia dell’agire e dell’essere improntata alla velocità, al ricambio continuo, alla polarizzazione sul presente. Nel frattempo hanno ammainato la bandiera gli esperimenti di “realizzazione” del socialismo, lasciando la porta aperta all’assalto del capitalismo più selvaggio, si è affermata su scala planetaria l’economia di mercato, sia nei rapporti commerciali che in quelli interni alla produzione, ed è stato smantellato lo stato sociale là dove esisteva, mentre lo si è saltato a piè pari nei paesi di nuova industrializzazione. Hanno fatto infine prepotentemente irruzione problemi nuovi, dei quali ancora trent’anni fa non si sospettava minimamente la portata e l’urgenza, quelli ad esempio delle migrazioni di massa e della catastrofe ecologica. Tutto questo il pensiero di sinistra tradizionale non lo aveva affatto messo in conto, mentre quello più attento e sensibile ha dovuto scontare le scomuniche da parte dell’ortodossia economicistica da un lato e l’incomprensione da parte dei propri referenti dall’altro. In effetti, dopo due secoli di predicazione dello sviluppo, dopo che si è postulata la crescita produttiva illimitata come condizione necessaria per l’emancipazione, è dura andare a spiegare che ci si era sbagliati, e che la prospettiva auspicabile per il futuro non è un aumento del benessere materiale, ma una sua diminuzione.

Oggi però questa presa di coscienza non è più procrastinabile, pena l’estinzione stessa di un pensiero di sinistra. Come scrive Gorz, “Il socialismo del futuro sarà post-industriale e anti-produttivistico, o non sarà”. Proviamo dunque a focalizzare, proprio partendo dalla critica di alcuni presupposti tradizionali di questo pensiero, quelli che sono i nuovi problemi, le nuove situazioni delle quali la sinistra deve dare una interpretazione e le nuove domande alle quali dovrebbe cercare di dare una risposta.

Il primo dei pilastri da scalzare è quello della semplificazione economicistica, l’aver postulato cioè che tutti i comportamenti umani ruotino attorno ai valori economici, siano da questi determinati, e che la risposta alle aspettative umane possa venire dallo sviluppo economico, capace, previa un’equa redistribuzione dei beni, di assicurare benessere e abbondanza per tutti. La sinistra in genere non ha tenuto in gran conto il bisogno di “senso” che muove i comportamenti umani e che va ben oltre il raggiungimento del benessere materiale. È pur vero che questo bisogno di senso si fa urgente solo quando sono soddisfatti gli altri bisogni, quelli più istintivi ed immediati connessi al sopravvivere, e che il primo senso che si dà alla vita è implicito nella sua difesa e perpetuazione. Ma è anche vero che i comportamenti economici (per capirci, la produzione, l’accumulazione, lo scambio, il consumo) non differiscono nella matrice e nella finalità da quelli che potremmo genericamente definire culturali, sono dettati dallo stesso bisogno di darsi il maggior numero possibile di opportunità riproduttive. In altre parole: in quanto animali a riproduzione sessuata cerchiamo di garantirci una visibilità e/o una condizione di dominio che agevolino la trasmissione e la sopravvivenza dei nostri geni; in quanto specie umana, caratterizzata dalla coscienza della morte, conferiamo alla visibilità e al dominio valenze autonome, affidando alle nostre creazioni, culturali o economiche che siano, il compito di sottrarci al destino di mortalità, di rispondere in qualche modo all’angoscia indotta dalla consapevolezza della morte. Tutto ciò che è riconducibile a ad un’espressione “culturale”, ad esempio la religione, la politica, l’arte, ma anche l’economia (che può essere definita tale però solo quando l’agire funzionale alla sopravvivenza travalica la risposta alla necessità immediata – quando diventa cioè produttivo), si iscrive in questa ricerca di significato, collettiva ed unica per quanto concerne la domanda, ma estremamente diversificata ed individuale per ciò che attiene alle risposte.

Ora, fino a che rimane nei termini di una “liberazione dal bisogno” il comportamento economico è sostanzialmente mirato a creare un requisito di base necessario per accedere alle diverse opzioni di realizzazione: al di là di questi termini è una possibilità e una scelta come le altre. In un’ottica di sinistra il merito di queste scelte non dovrebbe essere discusso, se non nella misura in cui vanno creare situazioni di potere e a determinare rapporti di dominio o di sfruttamento: mentre deve rimanere centrale l’obiettivo, e chiaro il valore strumentale, della precondizione. È evidente che rapporti economici più egualitari inducono maggiori possibilità per tutti di “realizzarsi”, e quindi di trovare, o almeno di cercare, “il senso”; ma se questa chance viene riduttivamente esaurita con la possibilità di accedere agli stessi beni, e se i beni vengono identificati con le merci, si finisce per far assurgere a dignità di scopo quello che è solo uno strumento. Questa semplificazione risulta giustificata e necessaria fino a quando il problema più urgente è quello di dare a tutti pari opportunità di sopravvivere (ed è questo, non lo dimentichiamo, che la sinistra almeno negli intenti ha sempre perseguito); ma non può mancare, sul lungo periodo, di condizionare e di incanalare in una direzione obbligata e senza sbocco le aspettative rispetto al senso da dare all’esistenza.

La concezione prettamente economicistica ha insomma determinato una lettura fuorviante del tema dell’egualitarismo. Adottando come parametro assoluto quello dei rapporti di merci la sinistra ha finito per modellare su di esso il suo universo culturale e i suoi valori. La disuguaglianza, in questo contesto, non è mai stata intesa come “differenza”, ma come divisione gerarchica in classi, a seconda di chi possiede di più o di meno. Questo significa aver assunto in pieno la logica della civiltà capitalistica, all’interno della quale si postula un universo sociale omogeneo in cui le differenze sono di ordine puramente quantitativo, e dunque misurabili. La disuguaglianza è concepita soltanto come una differenza economica fra individui essenzialmente uguali, e questo corrisponde ad un preciso bisogno del sistema produttivo capitalistico, che vuole ogni attività svuotata di senso proprio, ridotta a una prestazione misurabile secondo la sua durata e la sua efficacia quantitativa e remunerata con un risarcimento monetario, che dia accesso al consumo di merci. L’alienazione di senso del lavoro fa dunque del denaro, ossia del potere di acquistare delle merci, il fine principale degli individui.

Ma questa, ripeto, è la logica del capitale. In un’ottica “di sinistra” i fini e i valori di riferimento non possono ridursi a quelli della remunerazione e del consumo. E allora non solo non è sufficiente, ma non ha alcun senso il rifiuto dell’ineguaglianza sociale, se mantenuto all’interno di una concezione che non contempli una naturale, sacrosanta, legittima differenza tra gli individui, e non implichi la possibilità di aspettative, reazioni e comportamenti diversi. Anche in questo caso è legittimo che la sinistra abbia cercato di rispondere storicamente prima di tutto alle aspettative collettive, riconducibili al denominatore comune delle pari opportunità di sopravvivenza: ma nel fare questo ha finito troppo spesso per confondere in un’unica condanna il diritto all’individualità con l’individualismo. L’individualismo è al contrario la negazione dell’individualità, in quanto suppone una scala verticale omogenea, parametrata su valori economici, utilitaristici o di dominio, che misura il prevalere, anziché fare spazio alle differenze. L’individualità è invece la realizzazione del diritto a libere scelte di vita, l’inveramento di quei diritti sociali fondamentali (alla salute, alla casa, all’educazione) che debbono consentire la “differenza”.

La sinistra ha dunque commesso, nel perseguire l’uguaglianza, un doppio errore: quello di adottare un paradigma solo economico, quantitativo, e quello di accettarne la formulazione capitalistica, le cui regole si basano da un lato sulla uniformazione degli scopi, cioè sulla spinta a consumare identiche cose e a vivere identiche vite, dall’altro sulla competizione interna e motrice di questo consumo, quindi sul necessario e continuo rinnovarsi della diseguaglianza per promuovere l’emulazione.

L’uguaglianza va invece concepita come un mezzo, una comune piattaforma di garanzia anche economica (ma sarebbe il caso di dire “sociale”) che assicura la reale condivisione del potere, la partecipazione attiva ed effettivamente democratica ai momenti decisionali; e dalla quale ciascuno può poi accedere alla propria specifica e differente condizione di individuo.

L’accesso a questa nuova dimensione passa attraverso il superamento della società del lavoro, ovvero del modello etico che ha costituito l’ossatura del pensiero della modernità, e segnatamente di quello della sinistra. “Occorre che il lavoro perda la sua centralità nella coscienza, nel pensiero, nell’immaginazione di tutti; bisogna… imparare a pensarlo non come ciò che si ha o non si ha, ma come ciò che facciamo” (Gorz). Coi chiari di luna che corrono bisognerà imparare a farlo al più presto, perché stiamo viaggiando verso un modello sociale ed economico nel quale il lavoro tende a diventare sempre più un “privilegio”, e sempre meno saranno coloro che potranno pensarlo come ciò che si ha. Ciò avviene paradossalmente dopo che per millenni l’idea di lavoro è rimasta associata alla condizione servile o schiavile, alla punizione biblica, mentre il privilegio delle classi dominanti consisteva appunto nella esenzione dalle attività economicamente produttive. La funzione “nobilitante” del lavoro è un portato dell’età moderna, dell’Umanesimo, della riforma protestante e della secolarizzazione di quest’ultima nello “spirito del capitalismo”: e uno dei frutti di questa rivalutazione sociale è proprio la sinistra. Sono occorsi comunque cinque secoli, e un enorme ricondizionamento ideologico “trasversale”, per far assurgere la produttività a scopo eminente dell’esistenza e a fonte primaria dell’identità sociale. Ed ecco che, proprio quando questa si è stabilmente iscritta come imperativo etico nel genoma di quasi tutta l’umanità, vengono nuovamente cambiate le carte in tavola e l’accesso al lavoro si restringe sempre più ad una “aristocrazia” di tecnici e di professionisti. Non si tratta dunque di rifiutare il lavoro, perché nella sua accezione corrente è ormai il lavoro a rifiutare gli uomini, ma di ridefinirne il significato e ridimensionarne la rilevanza esistenziale e sociale. Il lavoro non è una condanna, se non quando viene imposto e sfruttato, e nemmeno è la realizzazione o il riscatto, se ridotto a merce di scambio e finalizzato unicamente ad una remunerazione. È, tra le tante attività che l’uomo può esplicare, la più immediatamente necessaria, ed è quindi un dovere collettivo: ma solo in funzione degli elementari bisogni della sopravvivenza. Al di là di questo diventa valore di scambio, misurato sul rapporto tempo-salario; diventa cioè funzione non di una cooperazione vitale, ma di un meccanismo di accumulo. Ridefinire l’atteggiamento della sinistra nei confronti del lavoro significa sottrarre quest’ultimo all’ingranaggio della capitalizzazione e restituirlo all’ambito delle attività autonomamente gestite.

La strategia di questa riconversione è già dettata dal nuovo modello produttivo, che tende a rendere sempre più marginale e irrilevante la quota di lavoro umano necessario. Si tratta solo di fare di necessità virtù, opponendo una mutazione culturale alla mutazione tecnologica in corso. Si potrebbe ad esempio far leva (è la via proposta da Gorz, comunque una delle tante che andrebbero esperite) su una riduzione consistente dell’orario lavorativo (dove per consistente si deve intendere drastica, sostanziale), soluzione resa sempre più praticabile dall’aumento della produttività legato all’automazione, e parallelamente sul riconoscimento del diritto per tutti ad un reddito sganciato dal lavoro, o erogato a fronte di un impegno quantificato in un monte ore da prestarsi, a discrezione del lavoratore, nell’arco dell’intera esistenza. Ciò consentirebbe a ciascun individuo di riappropriarsi di un tempo da destinare ad una produttività autonoma, non imposta e non misurabile in termini retributivi dal sistema, ma non per questo socialmente meno efficace (si pensi ad esempio al tempo da dedicare alle relazioni e alle cure parentali, che oggi vengono delegate a terzi come servizio); ma soprattutto consentirebbe la creazione di una vita veramente comunitaria, a partire dalla partecipazione vera, attiva e non più delegata, alla vita politica.

Un’ipotesi di questo genere viaggia naturalmente sul filo dell’utopia, ma non è del tutto infondata. Di fatto oggi assistiamo ad un aumento esponenziale della produzione e insieme della disoccupazione, e ciò significa che la capacità produttiva è sempre più slegata dalla prestazione di lavoro. Sappiamo che la disoccupazione è un fenomeno socialmente destabilizzante, e che andrà comunque affrontato, da destra o da sinistra, con forme di assistenza sociale o di reddito minimo garantito; e sappiamo anche che già oggi una fetta sempre maggiore dei settori produttivi non produce merci ma offre servizi finalizzati a consentire la produzione, ovvero di supplenza per quelle attività che sono negate ai singoli dall’impegno totale nella produzione. Infine constatiamo, ad esempio attraverso fenomeni come quello del volontariato, come stia crescendo la consapevolezza che una vera realizzazione va ricercata al di fuori della sfera lavorativa, in attività autonome nelle quali ciascun individuo è in grado di esprimere il meglio di sé – e riesce paradossalmente anche in assoluto più produttivo. Tutte queste realtà, messe in riga e interpretate in maniera conseguente, configurano uno scenario potenziale non dissimile da quello che ho prospettato: ma a condizione che a gestire il futuro prossimo ci sia una sinistra che ha già elaborato, sulla loro base, modelli produttivi e sociali alternativi a quello dell’industrialismo.

Per poter elaborare questi modelli propri la sinistra dovrà però liberarsi anche dell’altro feticcio che ne ha condizionato pesantemente le scelte lungo tutti questi ultimi duecento anni, quello della cieca fede nel progresso e nello sviluppo. L’ideologia del progresso è l’anima stessa della modernità. Essa si è affermata nel corso del Settecento, ma affonda le sue radici nel pensiero rinascimentale, e ha preso le mosse dalla secolarizzazione dell’escatologia cristiana, dal trasferimento su questa terra delle aspettative di salvezza che in precedenza erano affidate all’intervento divino e alla dimensione trascendente. La nuova coscienza umanistica della “dignità” dell’uomo, e la conseguente rivendicazione del diritto di quest’ultimo a manipolare la natura, ad asservirla per mitigare o redimere lo stato di sofferenza e di precarietà derivato dal peccato originale, si è tradotta poco alla volta in una visione storico-finalistica della condizione umana, nel mito di un perfezionamento dell’umanità che può passare solo attraverso il compiuto dominio del mondo. Per condizione umana si è assunta naturalmente quella dell’umanità nel suo insieme, il che sottende che tutti gli uomini debbano essere concordemente e uniformemente protesi a questo risultato, debbano volere, anche quando non lo sanno, la stessa cosa: e che se non lo sanno, qualcuno debba loro spiegarlo e magari imporlo, sia esso un despota illuminato, o un governo liberale o una avanguardia rivoluzionaria.

Dei modi e dei fini di questo sviluppo sono state poi date letture differenti, più o meno attente ai suoi portati sociali, ma concordi nell’accettazione incondizionata: e così da sinistra lo sviluppo è stato interpretato economicamente come una precondizione e politicamente come una direzione, che doveva condurre alla società giusta ed egualitaria. Questa convinzione ha accomunato tutti, dagli utopisti del secolo dei lumi ai socialisti del primo ottocento: e più di ogni altro l’ha condivisa Marx, che pur intuendo la portata dell’alienazione connessa al lavoro nell’ambito del modo di produzione industriale ne sottolineava essenzialmente l’aspetto quantitativo, la sottrazione di valore economico. Anche per lui il problema non era quindi costituito dall’industrialismo e dai rapporti prettamente mercantili che esso ingenera, ma dalla razionalizzazione di questi rapporti, ferma restando la religione del lavoro e del progresso: religione che hanno continuato entusiasticamente a professare tutte le socialdemocrazie e tutti i socialismi reali del secolo scorso.

Oggi questo nuovo avvento non appare più così prossimo, anzi, è proprio scomparso dall’orizzonte. Si è cominciato, con estrema riluttanza, a capire che la crescita non potrà essere illimitata, e a dire il vero la sinistra è parsa l’ultima ad accorgersene. Ancora trent’anni fa il rapporto del MIT sui limiti dello sviluppo veniva liquidato come una grossolana falsificazione, un pretesto per arginare la pretesa del proletariato operaio di partecipare al banchetto del boom postbellico. Poi la crisi petrolifera e i primi sintomi del collasso ecologico hanno indotto a qualche cauto ripensamento, ad ammettere che forse quella di uno sviluppo senza limiti era una opzione un po’ esagerata: ma senza mai andare oltre il cambio dell’aggettivo, da illimitato a sostenibile, senza che insorgesse il dubbio che forse andava messa in discussione l’idea stessa di sviluppo. Ed è ancora questa la posizione della sinistra tradizionale: l’arroccamento a difendere l’indifendibile, a tenere posizioni faticosamente e inutilmente conquistate contro un assalto che ci si attende di fronte, dal nemico di sempre, mentre il vero pericolo si sta addensando alle spalle.

Ciò che sta accadendo oggi, che anzi è già accaduto, non ha più nulla a che vedere con lo scontro di classe. È in atto un fenomeno diverso, un attacco non più rivolto ad una delle parti in causa, ma all’umanità nel suo complesso. Siamo all’autonomizzazione della tecnica. La rivolta delle macchine paventata dalla fantascienza del secondo dopoguerra e da Odissea nello spazio si è consumata senza clamori, con modalità molto diverse da quelle che erano state ipotizzate, sotto gli occhi di tutti e senza che nessuno, o quasi, ne avesse consapevolezza. L’automazione e l’informatizzazione hanno reso il sistema produttivo sempre più indipendente dalla presenza umana, ma nel contempo gli hanno impresso un’accelerazione che lo ha sottratto ad ogni controllo. Come l’apprendista stregone il capitale non è più in grado di governare la forza che ha scatenato. Ne “L’occidentalizzazione del mondo” Serge Latouche sintetizza così il fenomeno e la ricaduta devastante della sua esportazione a livello dell’intero globo: “Quale potenza buona o cattiva impone l’unidimensionalità dell’esistenza e il conformismo dei comportamenti sulle rovine delle culture abbandonate? L’Occidente non è più l’Europa, né geografica né storica: non è più nemmeno un sistema di credenze condivise da un gruppo umano che vaga per il pianeta: proponiamo di leggerlo come una macchina impersonale, senz’anima e senza padrone ormai, che ha messo l’umanità al proprio servizio. Emancipata da qualsiasi forza umana che volesse arrestarla, la macchina impazzita prosegue la sua opera di sradicamento planetario. Strappando gli uomini dalla loro terra, fin nelle regioni più remote del globo, la macchina li scaraventa nel deserto delle zone urbanizzate senza tuttavia integrarli nella industrializzazione, nella burocratizzazione e nella tecnicizzazione senza limiti da lei promossa. La ricchezza, ormai priva di significato, si sviluppa all’infinito nel cuore di città senza frontiere”.

Quello che era lo strumento chiave per l’accumulazione e la valorizzazione del capitale, la tecnica, ha oggi per scopo principale il controllo della società e il suo dominio. L’apparato produttivo si è trasformato in vero e proprio apparato di controllo, che funziona fornendo agli individui, in un circuito chiuso nel quale ogni fase è puramente virtuale e totalmente gestita, una remunerazione per la produzione di beni e servizi condizionata e commisurata al consumo degli stessi prodotti. È quella che Alain Touraine definisce una tecnocrazia: il dominio di un sistema tecnico che si è emancipato da ogni finalità esterna, e che ha ridotto al proprio servizio anche coloro che ancora credono di esserne i padroni. In effetti il comando dell’espansione produttiva non può più essere disattivato, e questa si autoalimenta con un effetto volano. La produzione deve perpetuarsi non per rispondere ai bisogni, reali o indotti che siano, dei consumatori, ma perché è diventata essa stessa la finalità. E il tramite, lo strumento di questa autoperpetuazione diventa l’uomo, nella sua nuova specie non di faber, ma di consumatore. “Il consumo deve diventare una occupazione assimilabile ad un lavoro che merita un salario. Gli individui devono essere pagati in funzione del loro consumo di beni immateriali nella misura in cui questo consumo è anche una attività produttiva: l’attività con la quale gli individui si autoproducono da sé come i beni consumati esige lo siano. Le merci comprano i loro consumatori al fine che costoro si facciano, tramite l’attività di consumo, come la società ha bisogno che siano” (Gorz).

Di fronte a un quadro simile non ha più molto senso attardarsi a parlare di sviluppo sostenibile. Si può rigirare il concetto quanto si vuole, darne le interpretazioni più restrittive, ma nella dimensione umana sviluppo è sinonimo di crescita. Nel caso dell’umanità e dei suoi prodotti questa crescita non segue, e non ha mai seguito, i ritmi ciclici naturali: si è proiettata da sempre verso l’infinito, ha da sempre teso al dominio e allo sfruttamento del mondo intero, già solo col fatto di abitarne tutte le latitudini e gli ambienti. Non sappiamo quanto sia intrinseca alla natura dell’uomo e quanto invece debba a contingenze culturali (o meglio, lo sappiamo, ma non siamo in grado di valutare se si tratti di un “errore” della selezione), anche se è evidente che l’attitudine performativa ha caratterizzato alcune civiltà più di altre, e che almeno fino all’avvento della rivoluzione industriale l’incidenza ambientale della crescita è rimasta relativamente limitata. Quello che sappiamo per certo è che oggi il mondo naturale non può più sostenere alcun tipo di sviluppo, e che l’unica chance di sopravvivenza per l’umanità è quella di cambiare radicalmente modello di vita. Non basta quindi rallentare i giri, bisogna proprio spegnere il motore. Soprattutto, non bisogna illudersi che possano essere le stesse forze scatenate dalla rivoluzione industriale a toglierci le castagne del fuoco: la tecnologia è il problema, non è la soluzione. Questo non significa tornare alla preistoria o anche solo al Medioevo, ma certamente smantellare tutto il meccanismo dei bisogni indotti e liquidare l’ideologia del lavoro e del consumo come surrogati di senso: in pratica, mandare a gambe all’aria il sistema produttivo del capitale e porre fine al delirio autoreferenziale della scienza e della tecnica.

Per quanto irrealistico ciò possa apparire, non dobbiamo dimenticare che l’unica ipotesi sicuramente irrealistica è quella di una continuità dello sviluppo: ma anche che qualsiasi decelerazione oggi risulterebbe, oltre che inutile, altrettanto improponibile di una inversione di marcia. A dispetto dell’evidenza dei sintomi l’umanità, anziché scegliere tra l’adozione di una terapia d’urto o la rassegnazione a procrastinare almeno di un poco l’agonia, sembra rifiutare persino di prendere coscienza del male, e tantomeno di accettare le cure. Di fronte ad un atteggiamento del genere le valutazioni “realistiche” di fattibilità perdono ogni significato, ogni soluzione appare altrettanto improbabile, e tanto vale perseguire l’unica che avrebbe un senso. Quanto poi questa possa essere praticata, e come, se dovrà essere imposta dall’alto, da una sorta di “regime ecologico mondiale” generato dall’emergenza, o se avrà il tempo e il modo di maturare attraverso una coscienza collettiva simultanea, è un altro problema. Certamente sarà arduo convincere gli occidentali a rinunciare ad una buona fetta del benessere materiale cui si sono abituati, e le popolazioni del terzo e quarto mondo a farlo dopo averlo intravisto e prima ancora di averlo conosciuto. Forse sarà impossibile, o forse ci si arriverà a tempo ormai scaduto. Ma questo non significa che un pensiero di sinistra rifondato debba rinunciare a prendere posizione, anzi; esso può rifondarsi proprio e solo a partire da questa coscienza, dal coraggio di assumerla e di diffonderla, ma soprattutto di praticarla nel concreto, di darne quotidianamente esempio.

Se quindi da un lato occorre avere ben chiaro il disegno strategico, il risultato ultimo al quale si vuole pervenire, e ad esso commisurare di volta in volta le scelte tattiche possibili, i “programmi minimi” (in questo senso per l’immediato forse può ancora andare bene tutto, dallo sviluppo sostenibile alle soluzioni diversificate e localizzate, alla valorizzazione delle micro-economie, ecc…), senza dimenticare però che sono minimi, dall’altro è necessario prendere atto che l’unica arma per incrinare il modello di vita dominante è opporgliene subito concretamente un altro, dare visibilità a scelte alternative; e ciò non attraverso la conclamazione spettacolare, che le riassorbirebbe nel gioco del sistema, ma attraverso una prassi convinta e continuativa improntata al “come se”. Questo ha da essere considerato dal pensiero di sinistra il primo e il fondamentale gesto “politico”, perché riassume in sé un modello di partecipazione concreta e responsabile alla gestione politica, collettiva dei problemi e l’autonomia di una scelta di vita individuale e differenziante. (A scanso di equivoci, quando parlo di partecipazione concreta faccio riferimento naturalmente anche a quella produttiva, nei termini e nella misura di una produttività riconsegnata al suo originario scopo di garantire una dignitosa sopravvivenza. Le scelte che si collocano al di fuori di questa ottica, ad esempio quella del vagabondaggio e della vita di espedienti, sono in realtà scorie del sistema produttivo vigente, e non hanno nulla che vedere con una coscienza antagonista nei confronti del sistema stesso).

Il tema della partecipazione introduce un altro dei nodi non sciolti del pensiero della sinistra storica, che in questo contesto potrebbe apparire in qualche modo “collaterale”, ma che non può non essere affrontato: quello relativo al significato da dare alla democrazia. La forma di governo democratica nella sua accezione più ampia, che prevede il suffragio universale maschile e femminile, è quella che maggiormente si ispira ai principi egualitari. Almeno teoricamente la democrazia rappresenta anzi l’unica possibile e compiuta realizzazione, quella politica, dell’egualitarismo, dal momento che nel suo ambito ogni cittadino ha un eguale potere politico e conta per uno, come individuo, indipendentemente dal ceto, dal ruolo, dall’appartenenza religiosa o etnica, dal livello di istruzione, dal sesso. Che poi all’atto pratico le cose non stiano così, che l’uguaglianza politica si riveli spesso fittizia dipende da un sacco di altri fattori, ma non da un vizio di forma della procedura democratica. Il pensiero di sinistra dovrebbe pertanto essere democratico per antonomasia, e in effetti rivendica esplicitamente questa identificazione: ma in verità il feeling con questo modello politico non appare né storicamente né intrinsecamente così acquisito. Il motivo sta a mio parere nel fatto che dal pensiero di sinistra la democrazia è stata concepita quasi sempre come un punto d’arrivo, una meta subordinata all’esistenza di determinati rapporti economici, piuttosto che come uno strumento di crescita sociale e politica. Proprio questo automatismo identificativo, per cui la sinistra non ha mai messo in discussione la propria vocazione democratica, ma al tempo stesso ha continuato a rimuovere e procrastinare il problema di una compiuta realizzazione della democrazia, ha finito per impedirle una costante rimessa a fuoco del concetto e delle sue possibili declinazioni e derive.

Questo disamore, o se vogliamo questa mancanza di attenzione, hanno in effetti radici lontane. In qualche modo sono connessi al sospetto, da subito maturato e all’atto pratico, rispetto alle specifiche situazioni storiche, tutt’altro che infondato, che la democrazia si prestasse a mascherare e a rendere invisibile il sistema di potere del capitale, e che quindi i suoi aspetti formali, le sue regole fossero in qualche misura solo un apparato liturgico di facciata. Di fatto poi nessun regime ispirato alla sinistra ha mai tenuto in piedi quella che veniva definita come la “finzione” democratica: ma anche la sinistra d’opposizione, quella dei paesi capitalistici dell’occidente, ha finito nella sostanza, se non negli intenti, per accettare o addirittura per favorire lo snaturamento delle regole democratiche che è avvenuto con la riduzione della politica a scontro tra apparati e lobbies opposte (ma simili) e della rappresentanza a vera e propria farsa.

Insomma, a furia di darle per scontate le specifiche connotazioni sostantivanti della democrazia sono state in realtà dimenticate, e da concreto concetto politico essa è scaduta a marchio fittizio del quale hanno potuto fregiarsi e si fregiano indifferentemente anche i peggiori regimi, quale che sia, iperliberista o socialista, la loro ispirazione; ma soprattutto è stata oggetto di continui interventi di ingegneria politica per riadattarla ai nuovi scenari, ultimi dei quali quelli aperti dalla telematica e dalla informatizzazione. Tutto questo senza che da sinistra sia venuto qualcosa di più di rituali richiami ai suoi sacri valori, e di una pratica quanto meno disinvolta delle sue modalità rappresentative. (È emblematico di questo atteggiamento, in Italia, il ruolo riservato nell’intellighentia di sinistra a pensatori del calibro di Bobbio e di Galante Garrone, ultimi baluardi di una difesa letterale e sostanziale della democrazia, tollerati con qualche sbuffo come zii saggi ma un po’ noiosi, degni di rispetto ma fuori dal tempo.) Addirittura, qualcuno si è spinto a profetizzare una compiuta realizzazione della democrazia proprio col tramite della telematica, attraverso la connessione in rete di tutti i cittadini, finalmente messi in grado di ricevere un’informazione adeguata, di partecipare al dibattito interattivo e di esprimere in tempo reale il loro consenso o dissenso su ogni decisione politica. Il che fa nascere qualche dubbio sull’attenzione prestata dalla sinistra ai meccanismi di sudditanza sociale e psicologica innescati dalle più recenti tecnologie della comunicazione.

Un senso nuovo, e la strada per una concreta azione politica nell’immediato, la sinistra può trovarlo già in un atteggiamento diverso nei confronti di questo problema. Non ha la necessità di escogitare nuovi modelli politici, deve solo convincersi della bontà di quelli esistenti e della necessità di imporne una applicazione non solo formale, ma sostanziale. In primo luogo deve pertanto impegnarsi a ridare un corretto significato ad uno degli istituti portanti della democrazia moderna, quello della rappresentanza, e prima ancora a farlo proprio. È necessario infatti sgombrare il terreno dall’idea che la partecipazione possa esplicarsi soltanto attraverso la democrazia diretta. Anche se storicamente giustificata, perché indotta dal significato elitario che alla rappresentanza ha dato in origine il pensiero liberale, questa convinzione non è fondata. Certo, su un piano teorico la partecipazione effettiva di ciascun cittadino ad ogni singolo atto legislativo ed esecutivo non solo garantirebbe il rispetto letterale della regola madre della democrazia, quella della decisione maggioritaria, ma stimolerebbe maggiormente al confronto politico anche coloro che sono chiamati ad esprimersi. (È quanto vagheggiato nel concetto di vita activa formulato cinquant’anni fa da Hannah Arendt, nel quale viene riassunto il significato più alto dell’essere e dell’agire sociale. Ma la Arendt parla di partecipazione in un contesto già sganciato dal produttivismo e dalla coazione alla crescita, caratterizzato da un decentramento economico e amministrativo il più esteso possibile, nel quale la necessità di una attività lavorativa sia decisamente ridotta e l’educazione politica sia ben altra da quella odierna. La sua proposta va quindi letta in prospettiva, come un ideale di riferimento, quale in effetti appare negli intenti della pensatrice ebrea).

Sulla compatibilità invece della democrazia diretta con la realtà economica e sociale odierna possono esistere forti dubbi, per diversi motivi. Intanto perché nell’attuale sistema produttivo globalizzato lo spazio concreto per una politica economica e ambientale localistica, nel cui ambito dovrebbe principalmente trovare luogo e senso la partecipazione, si riduce praticamente a zero. In questo contesto i problemi sono sempre e comunque rapportati a strategie sovraterritoriali, anzi, sovranazionali, anche quando sembrano concernere solo aree specifiche, e rispetto ad essi non è consentita alcuna vera autonomia decisionale. Proprio questo, proprio la percezione di una sostanziale insignificanza di potere decisionale persino rispetto a scelte che concernono il proprio territorio, rischia di avere un effetto controproducente su quella educazione alla politica che attraverso la partecipazione si vorrebbe ottenere. È un rischio da correre, pena l’abbandono della politica ai “professionisti”, ma va corso coscientemente, prendendo quindi tutte le misure per scongiurarlo. C’è poi un pericolo più immediato, che in buona parte è già una realtà, quello di una democrazia formalmente partecipativa, ma in realtà teleguidata, di una videocrazia che scavalca il sistema rappresentativo e tende alla soluzione plebiscitaria: e proprio il nostro paese offre il modello più evidente di questa deriva, tanto che di fatto oggi la politica è determinata più dai sondaggi d’opinione (ecco qual è la versione informatizzata della democrazia rappresentativa) che dal confronto elettorale. In terzo luogo l’unico strumento di democrazia diretta tuttora vigente, quello referendario, appare soggetto, oltre che agli intrinseci limiti di utilizzo, che ne rendono la prassi comunque eccezionale, a tutti i rischi connessi nella situazione attuale al controllo dell’informazione e soprattutto della disinformazione. Rimane infine la constatazione che là dove sono state introdotte, almeno sulla carta, timide parvenze di decentramento decisionale (consigli di quartiere, ecc…), nella sostanza si sono soltanto aperti ulteriori spazi per una presenza ed un controllo sempre più capillari e proporzionalmente suddivisi dei partiti e delle forze politiche ufficiali.

Almeno per l’immediato, in presenza di queste condizioni, l’unica strada perseguibile è quella di un programma minimo, che contempli la difesa della lettera e della sostanza della democrazia, intesa come sistema misto, e che preveda il massimo di democrazia diretta per le tematiche locali e una compensazione rappresentativa per i problemi di carattere sovraterritoriale. Il problema non è quello della definizione di questi spazi distinti, che in qualche modo sono già stati sperimentati (e funzionano) in realtà molto eterogenee. Concerne invece l’effettiva modalità di rappresentanza: e qui si pone il primo, decisivo nodo da affrontare, quello del rapporto con la forma partito. Nella realtà attuale l’unica rappresentanza, o meglio gli unici rappresentati, sono i partiti. I cittadini come singoli o come gruppi non organizzati in questa forma sono assolutamente fuori gioco (escluse naturalmente le lobbies sovra e transpartitiche, che hanno poi in mano il potere effettivo). Non è dunque importante al momento chiedersi se la rappresentanza debba essere senza vincolo o imperativa, quanto prendere atto che oggi funziona sostanzialmente una rappresentanza imperativa rispetto alla disciplina di partito. Non esiste un solo rappresentante del popolo italiano (e credo di nessun altro popolo dell’occidente democratico) che sia stato eletto al di fuori del gioco delle candidature partitiche. Nati come strumenti organizzativi delle istanze e delle volontà di una parte della popolazione, i partiti si sono trasformati, soprattutto nel corso del secondo Novecento, e segnatamente quelli della sinistra, in organizzazioni burocratiche finalizzate solo alla propria perpetuazione. Il primo obiettivo deve quindi essere quello del recupero di una dimensione politica con la quale questi baracconi non hanno più nulla a che vedere, agìta col tramite di forme alternative di aggregazione o di mobilitazione e coordinata attraverso una struttura informativa diffusa: una dimensione politica che consenta di volta in volta l’aggregazione e il confronto sui singoli problemi, senza degenerare in apparati autoreferenziali. In questo senso, ma solo in questo, le nuove tecnologie mediatiche possono costituire uno strumento potente di democrazia: possono infatti agevolare la partecipazione diretta alla fase decisionale locale o primaria e il controllo costante sulla delega rappresentativa.

In sostanza, anche senza arrivare a postulare un mandato imperativo, è necessario pensare possibile una delega a rappresentanti svincolati dalla disciplina di partito, impediti allo scambio clientelare e alla perpetuazione (quando non all’ereditarietà) del loro mandato, responsabili, almeno per quanto concerne i comportamenti non corretti, di fronte ai loro rappresentati e nel caso alla giustizia, e operanti in un clima di totale trasparenza. So bene che non è facile, ma è certo che sarà anche impossibile se la sinistra manterrà l’atteggiamento attuale di sufficienza o di rassegnazione rispetto alla deriva procedurale. L’auto-rieducazione alla politica passa per l’attenzione a questi aspetti nonché, e torno a insistere sul concetto, per una prassi, per una esemplarità che non è poi nulla di speciale, non postula una vocazione al martirio, all’eroismo o all’automortificazione, ma implica semplicemente un rigore etico nello svolgimento delle proprie funzioni e delle proprie relazioni. Che poi è in definitiva, gira e rigira, il valore fondante di tutto questo discorso, quello imprescindibile, al di fuori del quale tutto diventa sproloquio vano e ipocrita.

Il tema dell’etica, insieme a quello della rappresentanza e del rifiuto della partitocrazia, pone anche il problema del rapporto con la realtà attuale dei movimenti, o almeno con quella di alcune forme “spontaneiste” che si richiamano, almeno nominalmente, alla sinistra. Se davvero si vuole riconnotare radicalmente la sinistra questo problema va affrontato una volta per tutte senza ambiguità. Nella misura in cui si ritiene impraticabile il modello partitico, che in quanto “organizzazione di massa” dell’agire politico ha rivelato la sua intrinseca tendenza alla burocratizzazione, e conseguentemente a divenire autoreferenziale e ad esercitare un controllo censorio rispetto ad ogni dissidenza, occorre ipotizzare forme alternative di coordinamento delle intenzionalità e delle prassi politiche individuali. Queste forme potrebbero assumere i connotati del movimentismo e dello spontaneismo, ad indicare momenti politici collettivi (e non di massa), di opposizione o propositivi, fondati su aggregazioni spontanee, orizzontali e per lo più temporanee, e suggerite da temi specifici e concreti piuttosto che da linee ideologiche o da strategie d’azione generalizzate. Guardando all’esistente possiamo già individuare svariate tipologie di questi movimenti, che spaziano dalle associazioni di volontariato, necessitanti un minimo di organizzazione stabile, alle aggregazioni semplici ed episodiche in risposta ad emergenze particolari. Nessuna di queste tipologie può essere assunta come un nuovo modello di riferimento, ma tutte assieme offrono una gamma di possibilità di partecipazione politica diversificata, individualmente responsabilizzante e nel contempo efficace.

L’esistente offre però anche altri fenomeni di aggregazione, dai quali occorre prendere le distanze. Mi riferisco ad esempio all’ambigua nebulosa dell’autonomismo e dei gruppi gravitanti attorno ai centri sociali, alle frange combattenti del movimento no-global, (disobbedienti ed altri), allo pseudo-anarchismo insurrezionalista, ecc… A tutti quei fenomeni cioè che danno voce ad un fanatismo ideologico di risulta o ad una elementare voluttà nichilistica di distruzione e di negazione, che hanno come unico riferimento e portato culturale il semplicismo degli slogan e che non differiscono per valenza sociale dalla tifoseria calcistica (anzi, spesso si arriva alla sovrapposizione) e nei metodi e nei fini dalle formazioni squadristiche della destra. La sinistra tradizionale prima e quella nuova, non organizzata, dopo, hanno continuato ad indulgere nei confronti di atteggiamenti che nulla hanno a che vedere con la volontà di costruire un mondo migliore. Lo hanno fatto per ragioni diverse; la prima perché in fondo le tornava comodo mantenere desto uno spauracchio chiassoso e inconcludente che giustificasse la propria funzione moderatrice; la seconda, che a lungo non è esistita come realtà visibile e minimamente organizzata se non in queste forme, perché esse assicurano bene o male la spettacolarità, la visibilità, e offrono un facile referente soprattutto alle generazioni adolescenziali. In pratica anche la nuova sinistra ha accettato le regole del gioco imposte dalla società dello spettacolo. Nel caso migliore comunque tutte le frange autonomiste, fricchettone, disobbedienti ecc… sono state viste e tollerate come espressione esasperata di certe istanze, come se l’incendiare auto o cassonetti avesse qualcosa a che fare con i valori di cui vorremmo essere portatori. Ma non possiamo continuare a raccontarci delle storie: questa non è partecipazione, è idiozia, aggravata dal fatto che si contrabbanda per militanza di sinistra, e va dunque chiamata col suo nome. La democrazia è tutt’altro, è quella situazione in cui nessuno gode di un potere o di una impunità superiore a quella altrui.

Mi accorgo di aver deviato su aspetti relativi piuttosto ai criteri della prassi e dell’organizzazione che non ai valori fondanti del pensiero della sinistra. Provo a tornare sul terreno di questi ultimi. La sinistra si trova ad affrontare oggi situazioni e problemi inediti, che non rientravano fino a ieri nel campo delle sue priorità o vi rientravano in maniera molto diversa: risulta pertanto impreparata ad affrontarli nella loro nuova fenomenologia e deve chiarire a se stessa a quali modelli interpretativi e a quali valori può fare riferimento. Il caso più clamoroso è quello del confronto e della possibilità di convivenza di culture diverse all’interno di una società globalizzata. Al pensiero di sinistra e alla sua tradizione è connaturata una notevole apertura nei confronti della diversità, anche se non sono mancate le eccezioni; è rimasto ad esempio a lungo ambiguo l’atteggiamento nei confronti delle conquiste coloniali (c’era da tenere in conto prima di tutto l’interesse del proletariato occidentale), e lo è a tutt’oggi quello nei confronti della diversità ebraica (esiste da sempre un antisemitismo di sinistra che si è alimentato nel tempo dell’identificazione tra ebraicità e capitalismo e si alimenta oggi di quella tra sionismo e imperialismo). La posizione si è fatta più aperta e decisa nel secondo dopoguerra, in concomitanza con la decolonizzazione, con le guerre di liberazione dei popoli africani e asiatici e con i venti rivoluzionari nell’America latina. La solidarietà con i popoli in lotta si è tradotta però in una ideologia, il terzomondismo, che equivocando spesso sulla portata e sul significato dei movimenti rivoluzionari e di liberazione finiva per proiettare dei fantasmi europei su realtà delle quali aveva capito ben poco e che nemmeno si sforzava di capire, per trasferire altrove speranze ed utopie che il mondo occidentale non permetteva più di coltivare. A brevi stagioni di entusiasmo, che duravano lo spazio della lotta, ha fatto seguito il più assoluto disinteresse per i problemi e per le soluzioni, in genere tutt’altro che entusiasmanti perché malamente ricalcate sui modelli dell’occidente, del ritorno alla “normalità” (cfr. i casi di Vietnam e Nicaragua).

Con gli anni novanta e con l’inizio dei flussi migratori di massa dal terzo e dal quarto mondo sono cambiati sia il gioco che il terreno. Oggi non è più possibile fare il tifo da spettatori, occorre confrontarsi con culture che appaiono veramente diverse, che non possono essere riassorbite tranquillamente e che mostrano la loro indecifrabilità ai metri di lettura occidentali. Il rapporto non è più con gli intellettuali dissidenti, più o meno europeizzati, ma con i genuini portatori di civiltà e costumi differenti. E le cose si complicano. Si complicano perché il pensiero di sinistra non è stato in grado di andare oltre ad una formulazione molto generica, molto buonista e politicamente corretta, che si riassume nella prospettiva di una società multiculturale. Questo concetto non è immune dai residui ideologici del terzomondismo degli anni settanta, ma nella continuità c’è stata una evoluzione: mentre allora si volevano delegare ai popoli del terzo mondo progetti di società ormai impossibili a realizzarsi in occidente, e quindi si guardava a questi popoli per quel che avrebbero potuto diventare, rappresentare in futuro, oggi le culture esotiche vengono viste per quel che sono, anche se la destinazione finale rimane la messa in discussione del modello occidentale. Si ripete né più né meno ciò che è già accaduto nel sei-settecento, quando il mito del buon selvaggio era coltivato in funzione critica nei confronti della società e dei costumi europei. Ora, di per sé la riscoperta e la rivalutazione di tutte le culture possibili e immaginabili, soprattutto quelle più perseguitate o in estinzione, da quella dei pellerossa a quella degli zingari, non può che produrre un effetto benefico di conoscenza, e se servirà anche a creare qualche dubbio e qualche imbarazzo rispetto al nostro stile di vita, ben venga: ma il confronto deve essere positivamente critico, non viziato dal relativismo o dall’accettazione incondizionata e polemica.

L’assunto teorico di massima del pensiero multiculturalista non fa una grinza, tutte le culture hanno eguali diritti ed eguale dignità, e su questo non ci piove (tra l’altro lo scriveva già Montaigne cinquecento anni fa, quindi non è poi un traguardo di consapevolezza così nuovo). Ma quando si passa dalla teoria alla prassi, all’applicazione concreta in un contesto globalizzato, le cose cambiano: perché la verità è che queste culture ora si trovano a convivere in spazi ristretti, mescolate e frammentate, e per poter coesistere senza conflitti devono trovare un modus vivendi. E se l’obiettivo di una società multiculturale è quello di salvaguardare le differenze culturali, di difenderle dall’assimilazione in un unicum indistinto, questo obiettivo può essere perseguito solo barricando in qualche modo tali differenze in roccaforti comunitarie, che si proteggono contro ogni comportamento non conformista che possa minarne la compattezza, e all’interno delle quali, proprio per la necessità di resistenza alla pressione esterna, diventa più forte il vincolo, la pressione del gruppo sul singolo, la determinazione eteronoma della sua volontà e della sua identità. Nulla marchia e condiziona così pesantemente un individuo come l’appartenenza ad una cultura o ad una etnia sulla difensiva. La tutela delle differenze, così intesa, non può avere come oggetto che il gruppo, e finisce in realtà per annientare la differenza e la dignità fondamentali, quelle del singolo. E non solo. «L’idea di un multiculturalismo liberale è totalmente illusoria, perché evita di misurarsi proprio con le norme più ripugnanti che, nelle culture “altre”, violano clamorosamente i diritti civili dell’individuo. Il multiculturalismo preso sul serio deve fare i conti non con il cous cous, ma con la lapidazione delle adultere e la poligamia, non con il velo ma con la clitoridectomia e con l’infibulazione. E magari con la pretesa che tali mutilazioni sessuali rituali vengano praticate negli ospedali pubblici, perché sono un “diritto” della bambina» (Flores D’Arcais).

Esiste dunque solo un criterio di massima al quale un pensiero di sinistra deve ispirarsi: la difesa dei diritti civili e il perseguimento della compiuta cittadinanza democratica per tutti. Se questo potrà avvenire in una società multietnica, che preserva talune differenze, o nel contesto di un meticciato culturale, che non necessariamente implica uniformità e appiattimento, non può essere oggetto di alcuna teorizzazione. Ciò di cui la sinistra deve prendere atto è che, al di là della sua incompatibilità con la difesa dei diritti individuali, il multiculturalismo appare già oggi sconfitto dai fatti, dalla uniformazione sostanziale di ogni cultura altra che abbia fatto irruzione in occidente alla logica della produttività e del consumismo, e rischia di tutelare proprio e solo quegli aspetti meno accettabili di cui parla Flores D’Arcais.

Provo a riassumere molto prosaicamente. Il confronto di culture avviene oggi in casa nostra, nei paesi occidentali. Bene o male questi paesi hanno elaborato un modello politico, che è quello democratico, e che a dispetto di tutte le sue carenze e delle derive e delle mancate applicazioni rimane quello migliore, o se non altro quello cui siamo abituati. Hanno sviluppato credenze religiose, costumi sociali e familiari, consuetudini e norme civiche. Hanno soprattutto elaborato una cultura del diritto. Molti di questi aspetti possono anche essere considerati transitori o relativi, ma la cultura della democrazia e del diritto sono irrinunciabili: e perché possa funzionare, questa cultura deve essere condivisa da tutti. Quindi all’apertura del confronto alcune regole di fondo debbono essere dettate, alcuni principi debbono essere difesi e, nel caso, imposti. Non si parte da zero, anche quando si costruisce una casa nuova: c’è un terreno e ci sono unità di misura e vincoli. Se si sceglie un determinato terreno si è soggetti a determinati vincoli, naturali o artificiali: e le unità di misura, per convenzionali che siano, valgono per tutti allo stesso modo.

Il tema del confronto tra le culture si intreccia a questo punto con quello della democrazia. Dobbiamo considerare la democrazia come un metodo politico universale, esportabile quindi al di fuori del suo ambiente occidentale di incubazione e di crescita, o come il frutto di una civiltà storicamente data, quindi di particolari condizioni ambientali e culturali (nella fattispecie, il valore attribuito al pluralismo, alla libertà e alla partecipazione), e pertanto come un modello applicabile solo ad una parte dell’umanità? Nel segno del rispetto delle diversità, ma più ancora di fronte ai fallimenti sostanziali delle sperimentazioni democratiche al di fuori dell’occidente, si sta delineando negli ultimi tempi anche a sinistra una posizione piuttosto scettica rispetto alla esportabilità della democrazia. Questa posizione afferma che per ragioni diverse – beninteso, storiche, ambientali, religiose ecc…, e assolutamente non biologiche e naturali – a certi popoli la democrazia è meno congeniale che ad altri, oppure che non tutti i popoli sono ancora idonei alle sue istituzioni. Può darsi che le cose stiano così, anzi, stanno così senza dubbio, basta guardarsi attorno. Ma non è affatto vero che in talune situazioni, di fronte ad esempio all’impellenza di risolvere i problemi della povertà, un regime non democratico risulti più efficace (si cita in genere a questo proposito il caso cinese, dimenticando che nella stessa area è corso con un certo successo l’esperimento democratico indiano, ed è consolidata da tempo la democrazia giapponese). Al di là di queste valutazioni, comunque, che tra l’altro privilegiano il metro della idoneità allo sviluppo, e sono quindi interne ad una mentalità che la sinistra deve rigettare, nulla può impedirci di pensare che un istituto come quello democratico sia in ogni caso più auspicabile delle tirannie dinastiche o tribali, delle dittature militari, dei regimi integralisti e sanguinari che costituiscono di fatto l’unica alternativa a quelli democratici, e che vada comunque propagandata. Ogni altra posizione, a mio giudizio, puzza davvero di quel razzismo che si vorrebbe imputare a chi ritiene la democrazia non un ennesimo portato dell’imperialismo occidentale ma uno strumento politico di valore assoluto, universale. Che poi non si debba confondere l’esportazione della democrazia, intesa come esemplarità di comportamento civico e politico da proporre, con l’imposizione, magari a suon di bombe, del modello di vita e di consumo occidentale, questo mi sembra sin troppo evidente.

Se la necessità di “unità di misura” vale per il rapporto tra culture diverse vale anche, e tanto più, per la quotidiana convivenza civile. L’insieme delle norme democraticamente espresse che regolamentano i nostri rapporti sociali costituisce la rete della legalità. Per la legalità purtroppo si può ripetere quello che già si è detto per la democrazia: sono concetti rispetto ai quali il pensiero di sinistra ha mantenuto un atteggiamento ambiguo. L’idea che la sinistra in genere ha della legalità è associata all’esperienza storica di una giustizia asservita a interessi particolaristici e amministrata in funzione oppressiva nei confronti dei deboli e degli sfruttati. Non meraviglia dunque che ogni richiamo alla legalità sia sempre stato accolto con sospetto, e che la sinistra stessa abbia propeso a farne un uso strumentale anziché assumerla a valore fondante. Ma anche in questo caso, come per i concetti di democrazia e di individualità, l’errore è stato di confondere una interpretazione del termine, anzi, una sua distorsione, con il suo reale significato. E soprattutto di portare avanti questa confusione anche quando le condizioni, almeno teoricamente, erano cambiate: col risultato di lasciare nel dibattito ideologico la difesa di quel valore, e quindi la possibilità di perpetuarne la distorsione, alla destra.

La legalità correttamente intesa è invece un altro dei principi irrinunciabili per la sinistra: perché è critica attiva e intransigente del potere e dei suoi abusi, quindi è salvaguardia per i deboli contro la prevaricazione dei forti, ed è una garanzia contro la traduzione della diseguaglianza economica in potere o in mancanza di potere, quindi è la condizione necessaria perché le differenze individuali possono mantenere una loro autonomia e un loro valore qualificante. La legalità è strettamente connessa all’eguaglianza, quella vera, quella che riguarda le chanches, ed è l’inveramento della democrazia. Quest’ultima ha un momento elettivo, di scelta, nel quale entra in gioco il consenso, e quindi il diritto e la possibilità di dissenso: ma ne ha poi uno applicativo, nel quale vige il principio del rispetto delle regole e delle decisioni legittimamente approvate. La dissidenza è quindi ammessa nella prima fase, dove può e deve essere espressa la propria opinione: ma quando lo svolgimento della prima fase è corretto nelle premesse (norme che non ledano la dignità e la libertà di nessuno, che non favoriscano le diseguaglianze e non creino o difendano vantaggi particolaristici) e nelle procedure, occorre adeguarsi. Quindi: riconoscimento della dissidenza, ma intolleranza verso la trasgressione. Ciò significa che su questo tema non si possono assumere posizioni relativistiche. Va da sé che la prima forma di illegalità da perseguire è quella di qualsiasi abuso del potere da parte di chi è delegato ad esercitarlo o di qualsiasi appropriazione dello stesso da parte di chi ci arriva per altre vie: ma é anche vero che esistono forme molteplici e non legalizzate di potere, forme più o meno organizzate, che in un regime di tolleranza troppo alta incidono sulla nostra esistenza. Se il compito della sinistra è pensare e realizzare una società che consenta all’individuo il massimo di libertà personale (non di licenza, ma di possibilità di scelte lecite e non dannose per gli altri) e di dignità, il suo primo compito è quello di combattere tutto ciò che a questa libertà e dignità si oppone: quindi ogni forma di ingiustizia. E un individuo, un cittadino si sente umiliato tanto dalle prevaricazioni del potere quanto da quelle dei balordi, tanto dal latrocinio in larga scala e dall’impunità legalizzata dei potenti quanto dalla violenza spicciola e quotidiana e dall’impunità dei prepotenti. L’idiota che ti sfregia l’auto o danneggia i beni comuni, il cretino che provoca incidenti perché guida ubriaco, il bandito che ti svuota l’appartamento o ti rapina, il mafioso che ti taglieggia, il marito o il padre violento, l’adescatore di bambini, ti offendono quanto il nepotismo, i privilegi e la sfacciata sopraffazione di coloro che detengono il potere. È evidente che il metro di valutazione della violazione deve tenere conto, oltre che dell’entità e dell’estensione del danno inferto, della responsabilità sociale del trasgressore, per cui la responsabilità aumenta con il livello di potere economico (perché è già insultante e antidemocratico il fatto che lo status economico si trasformi in un qualche potere sociale) o politico (perché la violazione viene da chi dovrebbe esercitare il potere proprio come custode delle norme) del trasgressore: ma è anche necessario convincersi che un mutamento della coscienza collettiva, una “educazione alla legalità” non può darsi là dove i comportamenti delinquenziali risultano impuniti e in definitiva vincenti. Quindi è necessario ripensare un atteggiamento che ha finito per essere giustificatorio per ogni tipo di trasgressione, per confondere la ribellione e la disobbedienza civile, che si esercitano nei confronti di leggi reputate non giuste ma chiedono leggi migliori da far rispettare, con una prepotenza che è invece irrisione di ogni norma e di ogni forma di legalità, e quindi di rispetto della dignità altrui.

Mi sembra quasi ridicolo a questo punto ribadire che tutto ciò non ha nulla che vedere con l’invocare uno stato di polizia e la repressione: invece non è ridicolo, è addirittura sintomatico. Non sto mettendo in discussione il diritto a ribellarsi a leggi ingiuste, alla violenza di un regime, a qualsiasi forma di dominio o di prepotenza, sto anzi invocando proprio questa ribellione, che si configura a mio giudizio semplicemente nell’esigere e nel perseguire una condizione generale imprescindibile perché ciascuno possa sentirsi libero e possa essere invogliato alla partecipazione: eppure ho la sensazione che per gran parte della sinistra questi argomenti conservino ancora un suono “reazionario”. Il che la dice lunga su quanta strada rimanga da percorrere al pensiero di sinistra per recuperare il senso concreto di termini come dignità e libertà.

È finita come temevo. La complessità del tema mi ha preso la mano e mi ha portato a mettere troppa carne al fuoco, col risultato di una trattazione fumosa e superficiale. Forse era inevitabile, come era inevitabile, stante l’assunto, che i problemi della sinistra venissero traslati in una dimensione ideale. Ma è pur vero che di idealità, di valori rifondanti intendevo parlare, e non di tattiche per una stentata e inutile sopravvivenza. E penso che al di là della confusione e delle lungaggini, una cosa almeno risulti chiara: in realtà questi valori possono essere riassunti tutti in uno solo, che è quello dell’atteggiamento etico. È quindi tempo di chiarire cosa intendevo, all’inizio di questa conversazione, quando parlavo di una disposizione etica a sinistra.

Per farlo devo aprire un inciso. Mi scuso in anticipo perché non sarà breve, e potrebbe anche apparire gratuito. Lo ritengo invece indispensabile per evitare ambiguità sui fondamenti di questa disposizione. Io non credo che la natura biologica dell’uomo comprenda delle premesse etiche. Non credo cioè che esista nel nostro corredo cromosomico un gene che ci suggerisce cosa è bene e cosa è male, se non nei termini e in funzione della pura sopravvivenza. Negli ultimi anni sono stati scoperti geni responsabili di reazioni e di attitudini di ogni tipo, ma dubito possa essere rintracciato qualcosa che sia responsabile in sé delle nostro sentire etico. Per un motivo molto semplice, perché etico è solo ciò che nasce da una possibilità di scelta; quindi l’unica predisposizione etica che ritengo si possa accettare è proprio la mancanza di una predisposizione, a meno di intendere come tale il fatto che l’uomo può dare risposte estremamente diversificate agli stimoli e alle situazioni ambientali. Non sto ad addentrarmi nel dettaglio biologico, anche perché significherebbe per me brancolare nel buio: mi limito a riportare alcune considerazioni di un biologo, Edoardo Boncinelli, che mi sembrano illuminanti e, almeno per quel che concerne il punto da cui partire, risolutive. “C’è […] un parametro da considerare, la vastità e la varietà delle scelte comportamentali. È questo il parametro della varietà e della gratuità delle scelte: gli organismi che noi consideriamo più evoluti hanno un repertorio di risposte comportamentali più vasto, cioè più variato e meno vincolato alla natura degli stimoli. Le loro risposte agli stimoli ambientali possiedono un grado crescente di gratuità, intendendo con questo termine la mancanza di un legame necessario tra uno stimolo e la risposta. […] La tavolozza delle risposte possibili si arricchisce progressivamente con l’aumentare della complessità delle specie, per lasciare sempre più spazio a ciò che possiamo chiamare libero arbitrio o più in generale libertà. La libertà degli individui di una data specie nasce dalla complessità dei loro circuiti regolativi, in particolare nervosi, che sottendono le loro scelte comportamentali. Quando, nel corso dell’evoluzione, questi circuiti hanno raggiunto livelli molto avanzati di complessità, è stato sempre più difficile per il patrimonio genetico di ogni singolo individuo regolarne tutti i possibili aspetti. Il genoma si è riservato il controllo di alcune risposte fondamentali, necessarie per la sopravvivenza, e ha organizzato le cose in modo tale che gli spazi lasciati liberi da questo controllo biologico potessero essere occupati dagli effetti dell’interazione tra biologia e ambiente, ambiente nel quale l’organizzazione sociale alla quale l’organismo appartiene diviene una parte sempre più rilevante. La libertà è il risultato di una certa quantità di indeterminazione biologica che emerge insinuandosi tra le maglie del controllo esercitato dal patrimonio genetico, anche se è comunque sostenuta da questo. Ogni specie gode del grado di libertà che le concedono i suoi geni.

Un altro criterio è quello della distanza della risposta dallo stimolo corrispondente. Nelle specie che noi consideriamo inferiori, ad ogni stimolo corrisponde una risposta pressoché immediata e largamente stereotipata. Molti degli stimoli che colpiscono un organismo più complesso, e in particolare un essere umano, non conducono a nessuna risposta immediata ma sembrano perdersi nei recessi del sistema nervoso. E molti comportamenti non sembrano o non sembrano essere risposte ad uno stimolo esterno, ma nascono da istanze originatesi nelle profondità più insondabili del sistema nervoso stesso. L’allontanamento progressivo dalla risposta dallo stimolo che l’ha generata, fino a rendere quasi impossibile rintracciare il nesso tra i due eventi, sono caratteristiche delle specie più complesse e raggiungono il culmine con l’uomo. Nel nostro caso l’esercizio della libertà e lo svincolamento progressivo delle risposte dagli stimoli possono giungere alle astrattezze del linguaggio, del pensiero, dell’arte o addirittura del suicidio […].

In definitiva: le nostre scelte sono il frutto, la possibilità indotta dall’enorme complessità dei nostri circuiti nervosi, dal fatto che tutta una serie di comportamenti adattivi sviluppati dalla nostra specie (ad esempio la stazione eretta, l’uso delle mani, ecc.) hanno moltiplicato in maniera esponenziale i conduttori di stimoli sensoriali e di risposte neuronali. Lo stimolo non arriva più immediato, ma mediato dal concorso o dalla memoria di un sacco di altri stimoli e di altre risposte. Queste ultime pertengono quindi ad una dimensione che non è più soltanto biologica, ma assomma l’impronta biologica a quella ambientale, cioè a quella culturale, e nemmeno è deterministicamente esaurita da queste due, perché è qualcosa di più di una semplice somma: l’astrattezza del linguaggio e del pensiero di cui parla Boncinelli come risultante dell’esercizio della libertà dalla risposta istintuale ha a sua volta come risultato una consapevolezza, quella della finitudine e della morte, e questo rappresenta il fattore discriminante dell’essere umani. Sta in ciò il fondamento dell’etica: alla consapevolezza angosciante della morte noi possiamo opporre non solo il comportamento di sottrazione estrema agli stimoli istintuali alla sopravvivenza citato da Boncinelli, cioè il suicidio, ma una vastissima gamma di altri comportamenti che, pur se dettati da tale consapevolezza, sono capaci di prescinderne. Possiamo cioè fare delle scelte indipendenti dai risultati che potrebbero venirne, fondate sul convincimento di una loro liceità e giustezza e utilità teorica che non è condizionato o addirittura non è mirato al riscontro pratico. Possiamo e dobbiamo, perché queste scelte non sono iscrivibili in alcun progetto di ordine naturale o provvidenziale. L’uomo non è il fine del mondo, non interpreta un disegno divino, e se ne esiste uno naturale vi ha un ruolo di comparsa indisciplinata, una sorta di momentaneo e trascurabile errore nel meccanismo della selezione. Non è il primo e non sarà l’ultimo. Il che magari non ci consola, ma ci dice quantomeno che la sfera dell’etica è completamente autonoma. Fine della parentesi.

Se è dunque possibile un comportamento etico perché abbiamo di fronte una varietà di scelte possibili in piena autonomia, e se l’etica è il momento fondante di ogni partecipazione, di ogni lotta, di ogni posizione relativa alla convivenza civile, non rimane che tentarne una definizione. Per etica io intendo un sistema di valori forti, capaci di guidare le scelte sempre in direzione di comportamenti individuali e di rapporti sociali improntati alla libertà e all’equità. Valori forti significa naturalmente idealità, non ideologie: significa sogni, modelli, stili consapevolmente assunti e responsabilmente applicati a se stessi, che possono anche essere condivisi, ma che vanno pensati e vissuti autonomamente. L’ideologia è invece la pretesa di erigere i nostri modelli di pensiero e di comportamento a valori assoluti, di far partecipi a forza gli altri del nostro sogno. «È possibile non limitarsi a coltivare il sogno di una società migliore, e pretendere invece di aver trovato la formula perfetta, e volerla attuare, solo se si parte da un profondo disprezzo per l’umanità in genere, se si percepisce quest’ultima unicamente nei termini della sintonia o della dissonanza col proprio progetto. Se si mette cioè l’umanità al servizio di un’idea, non l’idea al servizio dell’umanità. Chi ama gli uomini in fondo li accetta come sono, anche se non gli piace come si comportano, come si relazionano tra di loro, e se tutto questo gli comporta un profondo disagio, una sensazione di estraneità. Li accetta nel senso che prende atto dei loro (dei propri) limiti, e con questi coabita, ma sceglie di vivere nella tensione dell’utopia, operando “come se” una rigenerazione etica e sociale fosse possibile, pur nella perfetta coscienza che non lo è, né lo sarà mai. Chi ama gli uomini non è quindi così determinato a cambiarli, come lo è il riformatore; sperimenta su se stesso la sua riforma e ne paga con serenità il prezzo» (per una volta pesco da me stesso, Cfr. “Sul futuro delle nostre scuole”). L’idealità può dunque essere vissuta a prescindere dal fatto che sia condivisa, e consente di convivere e di confrontarsi con gli altri senza instaurare o accettare rapporti di dominio. Consente di essere aristocratici nel pensare e democratici nell’agire, autonomi nelle scelte e sociali nei comportamenti. Di applicare fattivamente quella formula di Camus nella quale si condensa tutto il vero significato dello stare a sinistra: solitaire, solidaire.

Quanto ai valori che sostanziano questa idealità sono naturalmente in primo luogo quei modelli comportamentali ispirati al senso della dignità, propria e altrui, che possiamo trovare già nel vangelo o nel buddismo, e che sono stati assunti a partire da Kant come fini a se stessi; ma a questi va aggiunto un nuovo imperativo, quello che scaturisce dai rischi e dalla realtà della deriva tecnologica, e che Hans Jonas ha così formulato: Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita sulla terra. Spogliata delle implicazioni ontologiche nelle quali Jonas va a cacciarsi, l’etica della responsabilità è un’etica dell’emergenza, che si pone come obiettivo, anziché il perfezionamento, la sopravvivenza immediata del genere umano. Questa attitudine nasce dalla semplice consapevolezza che fino a ieri l’agire umano aveva un peso trascurabile sulla futura idoneità del pianeta ad ospitare la nostra specie, mentre oggi le cose non stanno più così. Ogni nostro atto viene quindi ad assumere un significato ben diverso, in quanto ipoteca e condiziona la sopravvivenza dell’umanità intera. Di fronte a questa responsabilità non ci sono ricette precise, se non un richiamo di fondo al buon senso spicciolo, ad una attitudine illuministica, ma vissuta e professata con serietà e determinazione, nella coscienza che non rimane più tempo per ulteriori deroghe. Rispetto ai sogni di rivoluzione e di rigenerazione sociale dei quali il pensiero della sinistra ha continuato a nutrirsi può sembrare poca cosa: in realtà è esattamente ciò che nessuno, o quasi, di noi riesce di fatto a praticare, risucchiati come siamo nel vortice della coazione produttiva e consumistica. L’imperativo di Jonas andrebbe in questo senso integrato con una raccomandazione ad hoc per la sinistra occidentale: agisci nella consapevolezza di essere comunque un privilegiato, cosa che invece tendiamo troppo spesso a dimenticare. Avremmo potuto nascere in un’altra parte del globo, vivere in condizioni di miseria e di oppressione che neppure abbiamo il coraggio di immaginare, e saremmo in questo momento a porci problemi ben diversi, o ad affrontare gli stessi da un punto di vista completamente differente. Il principio responsabilità ricusa pertanto tutti gli alibi dietro i quali siamo soliti trincerarci. Non importa quanto irrilevante possa risultare, in positivo o in negativo, il comportamento di un singolo di fronte all’enormità del problema, quanto insignificanti possano apparire i suoi sprechi e i suoi consumi rispetto a quelli di altri: se vogliamo agire in perfetta autonomia il parametro non può essere costituito dalle scelte altrui. Ciò non toglie, naturalmente, che l’etica della responsabilità comporti anche un atteggiamento di controllo, di persuasione e di dissuasione nei confronti degli altri: che debba cioè tradursi, nel rispetto delle regole di una reale democrazia, in un atteggiamento politico, ovvero nel tentativo di rendere condivisibili e attuabili le scelte che noi riteniamo giuste.

In questo passaggio dall’assunzione di un comportamento responsabile alla condivisione di una responsabilità collettiva, da scelte che incidono in prima istanza solo sulla nostra vita a decisioni concernenti anche la vita altrui, diviene evidente come il richiamo al “buon senso” non sia una formuletta scipita per dire tutto e nulla. La realtà ci pone di fronte a dilemmi drammatici, rispetto ai quali il buon senso e la razionalità non sempre coincidono con l’adozione di criteri logici e conseguenti, soprattutto quando riguardano l’atteggiamento nei confronti di alcuni aspetti della ricerca scientifica e delle sue applicazioni sociali. Scelgo volutamente un caso limite, la cura delle malattie geneticamente trasmesse, che proprio per l’estrema delicatezza del tema si presta bene ad illustrare l’ambiguità della nostra posizione. Con l’aiuto della medicina sopravvivono e si riproducono, trasmettendo la loro malattia, milioni di individui che in condizioni diverse, in assenza cioè delle medicine fornite dall’assistenza pubblica, non sopravvivrebbero. Ciò implica di generazione in generazione un aumento geometrico dei portatori di malattie congenite, la cui assistenza lasciamo in eredità ai nostri figli. Implica cioè un problema per il futuro della nostra specie. Come lo affrontiamo? In linea di massima appaiono possibili tre opzioni. La prima è un’apertura di credito all’ingegneria genetica, che almeno teoricamente dovrebbe risolvere il problema alla radice, intervenendo direttamente sul genoma: ma questo significa far rientrare dalla finestra quella ideologia del progresso che avevamo cacciato dalla porta, l’idea cioè che possa essere esercitato un controllo sugli usi della scienza. E sappiamo che non è così. La seconda è dettata da quella disposizione di matrice cristiana che costituisce il fondamento dei valori occidentali. Ce la sentiremmo di condividere una qualsiasi iniziativa che negasse le cure indispensabili a dei bambini malati? Sia pure con un po’ di ipocrisia, perché nel frattempo continuiamo ad accettare quasi passivamente che muoiano di fame milioni di bambini sani, troviamo scandalosa a priori l’ipotesi. La terza è quella di lasciare che la natura faccia il suo corso, per non compromettere ed ipotecare le chanches di sopravvivenza delle prossime generazioni. Se fossimo conseguenti sino in fondo, e se la possibilità di accesso alle cure non costituisse uno dei fattori più eclatanti di diseguaglianza sociale, dovremmo scegliere quest’ultima: ma è evidente che una soluzione del genere ripugna alla nostra sensibilità e all’idea stessa di quel discrimine, umanitario appunto, che segna la nostra specificità di umani (non a caso l’eugenetica è sempre stata uno dei pallini della destra).

In quale direzione va quindi assunta la responsabilità, verso il futuro o verso il presente? Nello stallo della scelta, siamo disposti a correre il rischio di un uso “positivo” della scienza? Al di là del paradosso queste sono domande vere, alle quali il pensiero di sinistra dovrà dare delle risposte. E anche se è evidente che temi così complessi non possono essere schematizzati, la questione di fondo non cambia: occorre almeno assumere una linea di comportamento, perché il dilemma si ripropone per ogni ulteriore passo delle scienze e della tecnologia, e in particolare per le nuove frontiere dell’ingegneria genetica. Proprio nei confronti di quest’ultima, invece, la sinistra si muove in maniera incerta e contraddittoria: avvalla in alcuni casi la libertà di ricerca e di applicazione (la prima cosa che mi viene in mente è la fecondazione assistita eterologa), mentre oppone in altri un rifiuto pregiudiziale, magari giustificatissimo sul piano dei timori, ma pur sempre viziato dalla distorsione ottica del privilegio. L’esempio eclatante viene dalla questione degli o.g.m. in agricoltura. Dobbiamo ammettere che la loro introduzione ha di fatto reso possibile in vastissime aree dell’Asia una vera e propria rivoluzione verde, scongiurando il flagello millenario di periodiche carestie e di conseguenti ecatombi. Per contro, anche se non sappiamo ancora quali effetti collaterali comporterà sulla salute e sull’ambiente il loro utilizzo, già conosciamo benissimo i retroscena economici, il giro di interessi e il disegno politico ai quali risponde. Ora, accettare gli o.g.m. significa avvallare in qualche modo questi disegni e queste motivazioni, e correre un rischio concreto per il futuro dell’ambiente. Bandirli significa creare enormi difficoltà per la sopravvivenza immediata di miliardi di esseri umani. Non si scappa. E nemmeno è possibile continuare a ipotizzare improbabili alternative “dolci” o trincerarsi dietro soluzioni di compromesso che non sempre ci sono, e che comunque si limitano a procrastinare il problema. Qui il buon senso è più che mai necessario, nella fattispecie per “orientare” il principio di responsabilità, ma non è sufficiente senza un atto di volontà, senza una scelta coerentemente perseguita, che inevitabilmente finirà per penalizzare il presente o il futuro.

Questa attitudine etica difensiva, di conservazione anziché di trasformazione, o meglio ancora di trasformazione volta a preservare, fa riferimento ad un modello umano fino ad oggi tutt’altro che congeniale al pensiero di sinistra. Ed è questa probabilmente la principale novità con la quale esso dovrà rifare i conti.

Le religioni tradizionali e le loro versioni secolarizzate (le idealità e le convinzioni di palingenesi sociale, ad esempio il marxismo), offrendo ricette di salvezza (o di realizzazione) universali debbono fondarsi sul presupposto di una natura umana buona (anche se corrotta dal peccato, o condizionata dall’insieme dei rapporti sociali) o comunque modificabile, perfettibile (attraverso una rivelazione oppure una rivoluzione politica, una riforma sociale, una migliore educazione), e di una sostanziale identità per tutti delle motivazioni, dei fini e dei criteri di valutazione del proprio status rispetto ad una ideale felicità. In realtà, dalla teoria darwiniana noi abbiamo appreso alcuni fatti inconfutabili. In primo luogo la natura umana esiste, nel senso che i comportamenti e le inclinazioni sono geneticamente motivati e non, o almeno non solo, condizionati dall’ambiente sociale. Esiste e non è né buona né cattiva né modificabile, è semplicemente così, varia nella diversità morfologica e quantitativa delle attitudini, oggi si direbbe del software, unica nell’ascrizione ad un comportamento adattivo. Ciò significa che gli uomini sono tutti, chi più chi meno, competitivi, e con questo fatto un pensiero di sinistra rifondato deve finalmente confrontarsi: ma non significa affatto che la competitività debba risolversi in una guerra di tutti contro tutti, come peraltro la storia della civilizzazione ha già ampiamente dimostrato. Gli uomini non sono perfettibili, e nemmeno modificabili, ma la loro socialità e la loro capacità di cooperazione possono migliorare, a patto che si tenga conto della loro natura e che le opportunità di cooperare si traducano in benefici individuali reciproci.

Di questo deve tenere conto il modello etico della nuova sinistra. Non ci sono società ideali in attesa di essere realizzate, né dietro l’angolo né dall’altro capo della città: ma c’è con ogni probabilità ancora un margine di miglioramento possibile, e se pure non ci fosse ci si dovrebbe comunque comportare “come se”.

Come scrive Krippendorf, “l’impegno di sinistra è consapevole di non avere da realizzare alcun progetto, quanto piuttosto di dover confrontare la realtà con le sue possibilità migliori, nonché del fatto che ogni realizzazione, anche quella della migliore delle possibilità, non sarà mai motivo sufficiente per potersi dichiarare soddisfatti, quanto piuttosto oggetto di una critica rinnovata e più radicale. […] Al principio speranza viene a corrispondere il principio insoddisfazione, che costituisce la vera e propria fonte di energia della sinistra”.

E ancora a Krippendorf ritengo opportuno lasciare la parola conclusiva, per riassumere e chiarire in un paio di paginette quello che ho sinora tentato confusamente di argomentare.

La posizione di sinistra è fondamentalmente una posizione di critica, che pone in dubbio tutti i rapporti esistenti, adoperandosi per il loro dissolvimento, pienamente cosciente dell’impossibilità della realizzazione di tale scopo perché tutti i rapporti sociali tendono a consolidarsi, a istituzionalizzarsi, a irrigidirsi e in tal modo a trasformarsi in involucri e in diseguaglianze di potere. La posizione di sinistra è la posizione esistenziale di un insieme di modelli di comportamento e di orientamenti di vita che si lasciano ricondurre a un’articolabile insoddisfazione di principio nei confronti di tutto ciò che è stato raggiunto e di tutto ciò che esiste. Inconciliabile con essa è, in fondo, l’assunzione di cariche o di compiti direttivi o di guida in organizzazioni politiche orientate alla conquista del potere, perché ciò verrebbe a compromettere le sue funzioni critiche. Politicamente essere di sinistra significa comportarsi e orientarsi sulla base di principi che fanno riferimento non alla dimensione topografica orizzontale (“destra-sinistra”) ma a quella sociale verticale (“soprasotto”). L’orientamento o la motivazione indirizzati verso l’acquisizione di posizioni guida compromettono inevitabilmente i presupposti dell’unica legittima funzione dell’esistenza della sinistra, e cioè di fare luce criticamente su tutte le strutture gerarchiche allo scopo di modificarle.

La sinistra non ha utopie, ha invece una prospettiva. La rivelazione della confusione tra utopia e prospettiva, tra progetto e metodo, presente in larghi strati della sinistra di tutto il mondo, è una delle più importanti esperienze prodotte dal crollo del “socialismo reale”. Soltanto per coloro che con “sinistra” intendono la realizzazione di un progetto indipendentemente dalle differenze di concezione nel dettaglio, che si orientano sulla base della visione, dell’utopia di un ordine sociale di tipo socialista realizzabile, il crollo del socialismo realmente esistente ha costituito una delusione, anche nel caso in cui si fossero posti in modo apertamente critico nei confronti di quei regimi. Il socialismo come progetto di sinistra rappresenta una contraddizione in sé, come pure socialismo ed utopia. […] La trasformazione della prospettiva socialista nel progetto del socialismo reale, dell’ago della bussola per il superamento delle strutture di dominio in un’arma per la difesa delle fondamenta apparentemente già gettate dell’utopia realizzabile della ragione e della solidarietà, finì per condurre al dominio dell’astratto sul concreto, del partito sugli esseri umani e della ragion di stato su tutta la sinistra. […] Alla confusione, divenuta fatale, tra prospettiva ed utopia corrisponde la giustificazione del mezzo attraverso il fine, la distinzione tra tattica e strategia, l’impostazione strumentale dei metodi politici a vantaggio della dogmatica dei grandi scopi della società senza classi. A dispetto di ciò la sinistra è di per sé un metodo, e nient’altro che un metodo.

Il metodo politico di sinistra è la chiarificazione intellettuale (illuminismo) e non la fondazione di partiti. L’illuminismo è innanzitutto, e anche in ultima istanza, auto-illuminismo, non certo istruzione, didattica, trasmissione di sapere. È riflessione, non indottrinamento. L’organizzazione, in particolar modo quella di un partito, è in contraddizione con esso, sottrae ad esso, nonché ad un effettivo agire di sinistra, le proprie chances. L’illuminismo, quale metodo della politica di sinistra, è testimonianza, resa pubblicamente, di singoli individui, collegata, interconnessa e mediata attraverso i più variegati contesti; ma proprio e soltanto in quanto produzione non organizzata di analisi, giudizi ed opinioni può trovare, ovvero mantenere, la sua identità nell’articolazione di una critica e di una insoddisfazione permanenti. I partiti, anche quelli “più a sinistra”, si muovono necessariamente sul terreno dei compromessi tattico-strategici, della ricerca del compromesso tra quanto è ritenuto vero e giusto e il livello di consapevolezza degli elettori.

Un comportamento di sinistra, cioè basato su principi, significa il rifiuto di qualsiasi tattica finalizzata al raggiungimento di scopi strategici. Per la sinistra anche il più piccolo dei compromessi tattici contiene il germe dell’autoannullamento, perché per essa non è in gioco tanto il successo pragmatico quanto la verità della critica dell’esistente.

Non mi sembra il caso di aggiungere altro. Detto così è già tutto estremamente chiaro, e anche dannatamente impegnativo. Non rimane che augurare, per il bene di tutti, vita nuova e possibilmente lunga alla sinistra.

Delle idee espresse in questa conversazione sono l’unico responsabile. Ritengo però doveroso citare almeno alcune delle opere dalle quali ho tratto stimoli, suggestioni e, naturalmente, le citazioni.

Arendt, Hannah – Vita activa – Bompiani 1988

Boncinelli, Edoardo – Le forme della vita – Einaudi 2000

Boockhin, Murray – L’ecologia della libertà – Elèuthera 1984

Flores d’Arcais, Paolo – L’individuo libertario – Einaudi 1999

Gorz, Andrè – Sette tesi per cambiare la vita – Feltrinelli 1977

Gorz, André – La strada del Paradiso – Edizioni Lavoro 1984

Krippendorf, Ekkekart – L’arte di non essere governati – Fazi 2002

Poggio, Pier Paolo – La crisi ecologica – Jaka Book 2003

Revelli, Marco – La sinistra sociale – Bollati Boringhieri 1997

Revelli, Marco – Oltre il Novecento – Einaudi 2001

Rifkin, Jeremy – La fine del lavoro – Baldini & Castoldi 1995

Singer, Peter – Una sinistra darwiniana – Comunità 2000

Touraine, Alain – Critica della modernità – Il Saggiatore 1992

 

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Grazie per la risposta. ✨

Contare fino a dieci

di Paolo Repetto, 2003

Le manifestazioni per la pace mi sembravano un tempo un po’ patetiche, qualche volta magari ipocrite, ma sostanzialmente innocue. Devo confessare che le seguivo in genere con scarso interesse, anche se venti e passa anni fa ho persino partecipato ad una delle prime marce da Perugia ad Assisi, trascinandomi appresso tre o quattro sventurati studenti. In quell’occasione coprimmo a piedi, per la mia solita sbadata buona fede, l’intero percorso (a differenza degli altri marciatori, che affrontavano solo l’ultimo tratto – e già questo vuol dire qualcosa). In verità era stato più un pretesto per scappare di casa che il frutto di un’adesione convinta, e infatti non ascoltammo gli oratori – anche perché arrivammo mezza giornata dopo – e nemmeno ricordo chi fossero.

Le stesse manifestazioni hanno invece cominciato a infastidirmi da quando si sono infoltite di studenti in magno, di ragazzine tetragone alla storia e alla geografia, di sbandieratori professionisti e di saltimbanchi di passaggio. Mi riferisco naturalmente alle manifestazioni nostrane, perché riconosco che altre, ad esempio quelle americane dei tempi del Vietnam, un senso ed un effetto pratico lo hanno avuto, soprattutto perché si accompagnavano ad attività di resistenza alla guerra più concrete, boicottaggi, diserzioni, controinformazione, ecc… Da noi, in assenza di conflitti che ci vedessero impegnati in ruoli diversi da quello del portamazze, il pacifismo da corteo è sempre stato dapprima smaccatamente partigiano e unilaterale, sotto l’egida del vecchio PCI, poi è diventato il terreno di gioco dei radicali e da ultimo ha ridato una chance di presenza politica alla Chiesa o alle varie chiese più o meno new age che stanno si stanno diffondendo nel paese. È anche esistito, a onor del vero, un pacifismo d’élite, quello appunto originario della Perugia-Assisi, cui va riconosciuta se non altro la coerenza e il purtroppo vano tentativo di sottrarsi all’abbraccio dei partiti: ma è cosa del passato, di poche personalità forgiate tra l’altro proprio dall’ultima guerra mondiale, e di peso specifico, oltreché politico, decisamente modesto. Non è un giudizio ingeneroso, ma una considerazione realistica: un conto è la stima per gli uomini, un altro l’apprezzamento delle loro idee. A mio giudizio infatti il problema del pacifismo non concerne solo la ricaduta pratica, ma lo stesso assunto di partenza. E qui vado a cacciarmi nei guai.

Vediamo di procedere con ordine. Dicevo di come si vedono di lontano le cose. Oggi, in occasione della locale marcia della pace, sono costretto a vederle da vicino, perché volente o nolente ci sono stato tirato dentro. E da dentro le cose appaiono diverse, nel senso che sono peggio. Intanto la necessità di contatti con il comitato promotore ti porta ad avere sentore di tutti i latenti – ma mica tanto – conflitti ideologici e dei contrasti personali che stanno dietro un’organizzazione di questo tipo, delle conseguenti mediazioni alchemiche che devono essere operate e dell’inevitabile appiattimento di ogni posizione o interpretazione originale sulla banalità degli slogan più o meno ufficiali.

La verità è che parole d’ordine generiche e fumose come “la pace senza se e senza ma” finiscono per mettere assieme, oltre ai succitati nuovi soggetti sociali, la più improbabile accozzaglia di motivazioni, di provenienze, di modi e di scopi che si possa immaginare. Raccolgono vetero-comunisti, gruppi parrocchiali, buddisti nostrani, frequentatori di centri sociali, di monasteri, di mercatini biologici e di organizzazioni ambientaliste, oltre naturalmente agli assessori e ai rappresentanti di partito e a tutti quelli che non possono mancare perché le assenze si notano. Gente che non ha assolutamente niente in comune, se non il telefonino, e che ha visioni del mondo – quando ce l’ha – totalmente contrastanti e inconciliabili. Ben venga allora la pace, dirà qualcuno, se ha il potere di mettere d’accordo tante teste diverse!

Un accidente. Quale accordo? Su cosa debba essere la pace e su come la si possa ottenere? Basta vedere quante bandiere e insegne di ogni sorta di appartenenza e di militanza colorano il corteo per rendersi conto del paradosso. Le guerre si fanno proprio al seguito delle bandiere, si fanno quando ciascun individuo rinuncia a pensare e a partecipare a titolo personale, e si intruppa al seguito di uno stendardo. Quando accetta che in luogo del “ci sono anch’io”, mescolato e disperso in mezzo a tutti gli altri, ma proprio per questo unito ad essi, si dica “ci siamo anche noi”, riconoscibili, visibili, distinti, fieri magari di aver ottenuto la prima fila e il primo piano televisivo. È vero, un corteo senza bandiere non fa colore: ma se il problema è questo, allora sono molto meglio le sfilate del carnevale.

Quello che sto dicendo potrà apparire superficiale e cinico, e non nego che un po’ lo sia. Ma non vorrei essere frainteso. Non sto mettendo in dubbio la legittimità del manifestare a favore della pace: sto solo chiedendomi se un certo tipo di manifestazioni universalistiche, forzatamente unitarie e a loro modo integraliste, producano qualche risultato, almeno a livello di una maggiore consapevolezza individuale, o non inducano invece un generale svaccamento. Non è difficile immaginare la risposta. Sono fermamente convinto che il far male le cose sia sempre peggio del non farle, e che la stessa coscienza che ci induce a pensare che qualcosa va fatto debba anche imporci di farlo come meglio possiamo. Ciascuno ha il diritto di desiderare la pace, ma ogni diritto postula dei doveri, e il primo dovere in questo caso è quello di essere seri con se stessi e con il bene desiderato; di sapere, cioè, che cosa veramente si vuole.

Ed è qui che torna in ballo l’assunto di base, e mi gioco definitivamente la reputazione. Desiderare la pace per sé e per gli altri è legittimo e sacrosanto, ci mancherebbe altro. Non mi azzardo ad aggiungere che è anche naturale, perché in effetti non lo è. In natura la legge è quella della competizione, e la competizione è conflitto. Ma a dispetto degli eco-integralisti non sempre ciò che è naturale è meglio di ciò che è frutto di artificio, del prodotto culturale. Il desiderio di pace è un frutto della cultura, e della volontà umana che le sta dietro. Pace in terra agli uomini di buona volontà, recita il vangelo, declassandola un po’ a regalo da carta-Bennet. La versione corretta dovrebbe suonare invece “dagli” uomini di buona volontà. La pace può venire solo dal concorso delle buone volontà di tutti uomini. Il problema è che non tutti gli uomini questa volontà ce l’hanno altrettanto buona. Alcuni ne hanno un po’ meno, altri sono proprio stronzi, geneticamente malvagi. E occorre partire da questo dato di fatto, e non fingere di ignorarlo, se davvero si vuol realizzare quel poco di pace che già sarebbe auspicabile, e che non c’è.

All’atto pratico questo significa una cosa molto semplice: volere la pace non implica adottare sempre e soltanto la resa incondizionata come forma di lotta. Significa volere davvero la soluzione pacifica e dare all’antagonista l’opportunità di capirne i vantaggi, ma essere anche preparati a scontrarsi con un testone e a ridurlo all’impotenza. Per rimanere in tema evangelico, se ho capito bene il personaggio e lo spirito che lo anima, quando Gesù ci invita a porgere l’altra guancia intende dire che non dobbiamo lasciarci andare ad una reazione istintiva e rabbiosa, ma concedere al nostro avversario il tempo di realizzare che si sta comportando male e magari di pentirsi: che dobbiamo insomma contare sino a dieci, come mi raccomandavano i miei genitori. Non dice però che dobbiamo offrirci come pungiball per i suoi allenamenti al male. Quindi, se davvero voglio la pace offro l’altra guancia, ma se vedo che l’amico ci ha provato gusto alla prima e si prepara a colpire nuovamente lo prevengo e lo dissuado, e conto sino a dieci quando è lungo per terra, come io interpretavo la raccomandazione.

Questo ci porta su un terreno minato, lo capisco bene, lungo una strada che parrebbe condurre sino alle guerre preventive. Non è affatto così. Io sono più ottimista rispetto agli uomini di quanto lo siano i teorici della resa incondizionata (che è la maniera più brusca ma anche più esplicita per definire la “pace senza se e senza ma”): non credo nella loro bontà, ma credo nel loro buon senso, o almeno nel fatto che la maggioranza lo possieda, e preferisca fin dove è possibile evitare il conflitto, se non altro per una rispettabilissima paura. Ma fin dove è dignitosamente possibile, e non oltre. Quindi rifiuto priori di perdere tempo con chi rilegge la storia ipotizzando miracolosi approcci di pace ad Hitler (non me lo sto inventando, è una delle posizioni presenti in questa manifestazione: e d’altro canto era anche quella di certo pacifismo anglosassone alla Bertrand Russel) e ritiene per l’oggi sempre e comunque non solo possibile, ma addirittura senza alternative, la mediazione. Questo non ha più niente a che vedere col pacifismo, questa è idiozia.

Forse sto forzando i toni, ma non tollero che vengano ridotte a pagliacciate le poche idee serie che ancora sopravvivono. Il pacifismo serio non ha niente a che fare naturalmente con le mode, ma nemmeno con le posizioni assiomatiche né con le professioni religiose o ideologiche: nasce da una disposizione di carattere, ma per crescere deve nutrirsi di conoscenza storica e di consapevole realismo biologico. Funziona, se correttamente usato, come strumento: perde ogni possibilità di azione concreta quando diventa uno scopo.

Proviamo ad applicare queste distinzioni alla situazione attuale, quella che ci ha indotti a mobilitarci. C’è differenza tra l’affermare che la guerra non ha mai risolto i conflitti e il sostenere che “questa” guerra non ha altra motivazione se non l’egemonia economica e strategica degli Stati Uniti, così come tante altre che l’hanno preceduta nel secolo scorso. Nel primo caso non si ritiene mai giustificata alcuna azione militare, sia pure di risposta ad una aggressione o di resistenza, e si mettono sullo stesso piano gli aggrediti e gli aggressori, fornendo pretesti al sarcasmo degli opinionisti di regime: nel secondo si smonta l’apparato di condizionamento dell’opinione pubblica mondiale montato dagli USA sull’attacco alle Twin Towers, si fa opera di controinformazione e magari si insinua qualche dubbio anche nelle coscienze più lobotomizzate dal martellamento televisivo. Certo, nella sostanza, rispetto a questo particolare momento, si arriva alla stessa conclusione, e cioè che questa guerra non s’ha da fare. Ma non mi sembrano indifferenti i percorsi e i modi attraverso i quali ad essa si perviene, perché quei modi sono parte integrante del convincimento che deve animarci.

Questo convincimento si fonda sulla consapevolezza che il problema non è in realtà rappresentato dalla guerra, questa o altre che siano, ma da un progetto strategico globale, di controllo del mondo intero e delle sue risorse, che si esplica nelle forme più disparate e capillari, e del quale la guerra è solo uno dei momenti più appariscenti, ma certamente non il più efficace e nemmeno il più distruttivo, e gli USA stessi sono alla fin fine solo pedine, come noi. Ci sono bombardamenti effettuati con armi ben più intelligenti di quelle del Pentagono, martellamenti più subdoli ma altrettanto devastanti, dei quali sono vittime i nostri corpi e i nostri cervelli, e quando dico nostri mi riferisco a sei miliardi e passa di esseri umani, ma soprattutto a quel miliardo che la guerra crederà di averla vinta. In realtà “questa” guerra noi la perdiamo tutti i giorni, nel momento in cui consideriamo come ineluttabile e irrinunciabile, o addirittura esportabile, un certo standard di vita, un certo livello di benessere; conseguentemente, lo si voglia o no, accettiamo che la nostra esistenza di produttori e di consumatori sia risucchiata nel processo di autonomizzazione di quelli che un tempo erano gli strumenti del sogno occidentale, la scienza e la tecnica, divenuti oggi valori autoreferenziali nel segno di una crescita illimitata. L’aspetto più tragico di questa guerra, e insieme il più paradossale, è costituito dal fatto che gli attaccati e le loro milizie, le sinistre internazionali, non hanno nemmeno ancora individuato il vero nemico, e continuano a battersi soltanto contro le forze ausiliarie, i frombolieri del capitale, senza rendersi conto che i colpi veri arrivano dalle artiglierie di quella che ancora viene considerata la neutralità del Progresso.

Prevengo la vostra obiezione. Il modo migliore per non affrontare un problema è sempre stato quello di non considerarlo il vero problema, e di risalire tanto a monte da perdere di vista ogni possibilità pratica di azione. Non è questo che intendo fare. Intendo parlare di strategie che mi sembrano più efficaci e più serie rispetto alle marce per la pace, o almeno rispetto a quelle marce per la pace che possono diventare grandi momenti di aggregazione e di visibilità, ma rischiano di rimanere perfettamente fini a se stessi. Se il problema non è questa specifica guerra, che pure c’è e per carità va in ogni modo osteggiata, se il problema non è neppure l’imperialismo americano, che pure c’è e si fa sentire ed è proconsole dell’impero della crescita, e quindi va combattuto con ogni mezzo, se il problema vero è per l’appunto l’autoperpetuazione della crescita, allora vanno studiate ed adottate strategie di contenimento e di rovesciamento di questo dominio, ed elaborate proposte realisticamente alternative alla progressione illimitata. E l’unico modo per essere realisti, rispetto a questo, è accettare l’idea che riduzione dello sviluppo non significa soltanto più equa redistribuzione, significa proprio regressione del livello di benessere, o almeno di quello che qui da noi chiamiamo così. Non è sufficiente pensare che se le risorse fossero distribuite in modo meno scandaloso si ovvierebbe al problema della fame: occorre rendersi conto che tra quelli che beneficiano dello scandalo ci siamo comunque anche noi, e che dobbiamo assaltare il palazzo d’inverno non per spartire le suppellettili o ricavarne dei mini appartamenti, ma per liquidare quella forma di potere e sottrarci al suo dominio.

Tradotto in termini concreti, tutto questo significa ad esempio autolimitazione nei consumi di ogni tipo, praticata a partire magari dalla sottrazione al nuovo e capillare strumentario della sorveglianza (bancomat, carte di credito, telepass, carte premio, telefonini, utenze le più svariate, ecc…), il che consentirebbe almeno la sparizione progressiva dagli schermi radar delle centrali di controllo, o attraverso il rifiuto di ogni forma di spettacolarizzazione del proprio agire, individuale e collettivo (il che ribalta la logica della visibilità sulla quale si fondano queste marce e l’intero agire politico della odierna sinistra, nelle sue componenti moderate come, in maniera solo in apparenza diversa, in quelle movimentiste o autonomistiche, dietro l’ipocrita assunto che o si gioca questo gioco o si scompare – come se sparire significasse solo “non apparire”). Significa anche, ad esempio, capire che optando per il consumo equo o solidale o per quello biologico si compie una scelta lodevolissima ma non si risolve il problema, perché questo sposta soltanto l’ordine dei fattori, senza cambiare il risultato. Non è questione di consumare papaya non trattata o commercializzata da reti alternative, ma se sia proprio necessario consumare papaya o qualsivoglia altro prodotto messo in circolo e imposto dalla globalizzazione. Perché in questo modo la pretesa, peraltro legittima, di mangiare cose più genuine e di respirare un’aria più pulita rischia di tradursi in un ulteriore elemento di spinta alla autonomizzazione dello sviluppo, se prescinde dalla necessità di emanciparsi dallo stesso: tale pretesa riposa infatti pur sempre sul convincimento che la crescita scientifico-tecnologica sarà in grado di consentirci anche questo lusso, di mangiare tutti e meglio producendo e inquinando meno. Significa anche rendersi finalmente conto che in quest’ottica le lotte connesse alla dinamica dei rapporti di produzione, quelle per intenderci in difesa dell’occupazione e delle conquiste sociali e sindacali, sono lotte di retroguardia, semplici operazioni di disturbo, marginali e irrilevanti rispetto al vero conflitto, e comunque ancora interne alla logica dello sviluppo illimitato. Le contraddizioni sono ormai evidenti, esplodono ogni volta che a confrontarsi sono le esigenze dell’occupazione e quelle della salvaguardia ambientale, e nascono dall’ostinazione ad interpretare a misura d’uomo un sistema di crescita che da un pezzo si è dato parametri diversi, nei quali l’uomo non rientra più come fine e a breve non rientrerà nemmeno come mezzo.

Magari parrà che io stia auspicando un nuovo ascetismo, o una scelta savonaroliana, ma le cose non stanno affatto così. Non è in questione un ritorno al medioevo o all’età preindustriale, sto parlando solo di freno alla crescita, e quindi indubbiamente anche di una regressione, ma solo ad un livello di consumi che appare oggi, per ciascuno di noi, anche prescindendo dagli yacht o dagli elicotteri o dalle Ferrari dei più accreditati servi della crescita, assolutamente assurdo. E mi rendo anche conto che non basta praticare questo stile di vita, ma occorre diffonderlo, propagandarlo: non per questo credo tuttavia che sia necessario piegarsi all’obbligo della visibilità. Possiamo anzi cominciare proprio di qui a liberarci, boicottando ogni apparizione televisiva. Ci sono altri mezzi, quello radiofonico ad esempio, che per l’esiguità dei costi possono essere gestiti in proprio, e magari creare già di per sé un diverso stile comunicativo, ma sono lasciati oggi in mano ai venditori di canzonette, o peggio ancora al Vaticano e ai radicali. Non si tratta quindi di rifiutare la tecnica, ma di scongiurarne l’autocratico dominio, di evitare di essere fagocitati nel vortice della sua autoreferenzialità, e di sfruttarne quindi gli strumenti più maneggevoli e meno pericolosi. Gli appelli per le grandi manifestazioni, per le occasioni di incontro, di disobbedienza, di opposizione, possono passare di lì. E se l’affluenza sarà minore, se andranno persi quelli che avrebbero partecipato per potersi rivedere, tanto di guadagnato. È ora di liberarsi di questa ossessione dei numeri, e della riduzione della democrazia a scontro di cifre.

E questa guerra, allora? lasciamo che si faccia? Francamente, sono convinto che la faranno comunque, anche se manifestassimo in venticinque milioni. E che sia assurdo, e anche colpevolmente ingenuo, pensare che i governi e i poteri non possano non tener conto delle cifre della mobilitazione. Sai quanto gliene può fregare dei nostri slogan, quando sono certi di averci in mano col ricatto del “benessere”. Credo anzi che in questo modo non solo la passeranno liscia, ironizzando anche sulle malinconiche sfilate multicolori, ma addirittura si sentiranno più tranquilli per la prossima occasione, che non tarderà a presentarsi: mentre sarebbe forse bastato identificare due o tre multinazionali colluse col settore delle armi, con quello del petrolio, con le sponsorizzazioni del presidente americano o con i suoi affari, cioè in pratica tutte, e lanciare campagne internazionali di boicottaggio dei loro prodotti nei settori più pacifici di consumo, per creare anche nel fronte dei guerrafondai qualche spaccatura e qualche interessato ripensamento. Avrebbe potuto essere il primo piccione, e in caso di risultati positivi si sarebbe trascinato appresso anche il secondo, lo smascheramento cioè della coazione al ciclo produzione-consumo come atto di guerra, e dell’intero sistema di sviluppo che su essa si fonda come nemico.

 

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Come (non) si diventa postmoderni

di Paolo Repetto, 2003

Scoprire di essere speciali procura sempre una certa ebbrezza. Ne ho conferma dalla lettura un articolo su Wess Hardin. Era un ragazzo tosto: quando gli misero in mano una pistola, e si rese conto di possedere il dito più veloce del West, divenne euforico, sfidò e fece secchi quarantun avversari prima che lo calmassero a fucilate. Mi viene in mente che anch’io ho provato di recente una sensazione analoga, pur nella diversità delle situazioni. Alla prima lettura di un saggio di Vattimo ho infatti scoperto, non senza un certo compiacimento, la mia peculiarità: sono postmoderno. Ma l’ho presa più bassa di Hardin, anche perché alla fin fine non ho ben capito se essere postmoderno sia un privilegio o una disgrazia. Ho capito però che postmoderni, così come veloci con la pistola, non si diventa: si nasce.

Ho letto dunque Vattimo, e mi sono ritrovato postmoderno. E pensare che ho sempre creduto che il mio fastidio per la modernità e le sue forme venisse da una pre-modernità, dall’essere cioè di gusti e di temperamento un po’ antiquati, e che il mio tempo fosse quanto meno l’Ottocento. Invece ero già oltre, avevo un piede nel ventunesimo secolo. Di lì, probabilmente, il mio equilibrio instabile.

Vediamo di spiegarci. Ne La fine della modernità Vattimo identifica e sintetizza quelli che a suo parere sono gli aspetti costitutivi, le direttrici fondamentali di pensiero che hanno caratterizzato la modernità, e mostra come in questa fine di secolo le idee-madri abbiano lasciato il posto ad una costellazione, meglio ancora ad una vera e propria nebulosa di attitudini interpretative del mondo, della sua storia e del suo significato, tutte altrettanto dignitose e rigorose, ma soprattutto consapevolmente provvisorie.

Gli elementi caratterizzanti la modernità erano, secondo il filosofo torinese:

  • l’interpretazione della storia come processo di emancipazione dell’umanità (dalle leggi di natura, dalla precarietà e dal bisogno, dallo stato ferino)
  • la conseguente identificazione del destino dell’uomo nel dominio sulla natura
  • la valorizzazione del sapere unicamente come strumento di questo dominio (da cui la priorità assoluta accordata ai saperi tecnico-scientifici)
  • la tendenza ad un pensiero unitario e totalizzante (molte certezze, riconducibili ad una sola verità) e ad elaborare visioni onnicomprensive del mondo (da quelle filosofiche – idealismo – a quelle politiche – marxismo, ecc…)
  • la propensione a identificare il nuovo con ciò che è migliore, e il passato con ciò che è superato

A connotare invece il pensiero postmoderno sarebbero:

  • sfiducia nei macro-saperi, la loro sostituzione con saperi deboli e instabili
  • il rifiuto dell’enfasi del nuovo
  • la rinuncia a concepire la storia come un processo universale e necessario
  • il rifiuto di concepire la ragione come ragione tecnico-scientifica
  • la scelta di privilegiare il paradigma della molteplicità rispetto a quello dell’unità

Nei limiti di una sintesi, i punti essenziali dell’analisi di Vattimo sono questi, e mi sembrano cogliere appieno l’essenza del cambiamento di attitudine. Ho considerato dunque gli elementi del primo gruppo, e non ho avuto dubbi: non mi riconoscevo in nessuno. La storia come emancipazione progressiva? Ma emancipazione da che? Tutta la vicenda umana, tutte le culture, tutte le civiltà si sono sviluppate a partire dalla coscienza della morte, e nel segno –  o nel sogno – di un suo superamento (della morte o, almeno, della coscienza di essa). Non ho affatto l’impressione che ce ne siamo liberati: semmai, è vero il contrario. E se anche vogliamo metterla sul piano dei puri bisogni materiali, della pura sopravvivenza fisica, emancipazione di chi? C’è molta differenza tra la vita di un pastore kirghiso o etiope di oggi e quella di quattromila anni fa? Due terzi dell’umanità soffrono la fame, e la sopravvivenza non l’hanno garantita neppure temporaneamente: e il futuro si prospetta solo peggiore.

Quanto al domino sulla natura, basta guardarsi attorno. Deserti che avanzano, effetti serra, buchi nell’ozono, epidemie, alluvioni, terremoti, ecc… Quale dominio? Siamo formiche alla mercé di ogni piede o zampa o asteroide di passaggio, di ogni raffica di vento. Le briglie che ci illudiamo di aver messo alle forze naturali continuano ad allentarsi, ed ogni volta che queste ultime decidono di riprendere il proprio corso i costi risultano più alti. Non è nemmeno necessario sottoscrivere certo integralismo ambientalista – quello per intenderci che contrappone la “civile” consapevolezza ecologica dell’occidentale garantito alla miope disperazione dell’abitante del terzo e del quarto mondo – per rendersi conto che la strategia di domesticazione della natura ha da un pezzo lasciato campo al progetto di una cancellazione e sostituzione di quest’ultima con una natura seconda, pensata e spalmata sul globo a misura del modello produttivo. E questo rimette automaticamente in discussione non solo la priorità, ma lo status stesso dei saperi tecnico-scientifici, la loro intrinsecità ad un disegno di crescita illimitata, che ne condiziona o meglio ne detta i protocolli.

Per quanto concerne il sapere totalizzante, poi, l’impressione è che ogni certezza in più allontani e confonda la percezione di una verità di fondo. Ogni nuova conoscenza è un tassello nella costruzione di un mistero, si tratti di biologia, di astronomia, di storia. E ciò vale in maggior misura da quando hanno iniziato a rivendicare spazio altre voci, altre culture, che propongono modelli e direzioni investigativi e interpretativi diametralmente diversi e insinuano il dubbio anche in quelle verità che consideravamo acquisite. Dopo secoli di cancellazione dei saperi alternativi, di uniformazione dei parametri, di riconduzione ad un modello unitario ed universalistico del conoscere e dell’agire, scientifico o storico o politico che fosse, ci si accorge che per far tornare i conti si stava barando. I rigidi schemi della razionalizzazione si sono rivelati gabbie troppo strette per un mondo così vivace e multiforme.

Per quel che mi riguarda, dunque, modernità zero. Pur senza essere un nostalgico del passato, non ho difficoltà ad ammettere che da ogni novità mi aspetto di norma una perdita, anziché un guadagno. Non ho fiducia nei macro-saperi, non ci penso nemmeno a concepire la storia come processo universale e necessario, non etichetto la razionalità, colgo il molteplice, il diverso, piuttosto che l’unità. Appartengo decisamente nel secondo gruppo, ho concluso: sono, e sono sempre stato, un postmoderno, da prima ancora che i sintomi e il virus della postmodernità fossero identificati.

Oggi, tuttavia, l’articolo su Hardin mi ha induce a strane riflessioni, che nulla hanno a che vedere con la velocità nell’estrarre e nello sparare: mi spinge piuttosto a tornare sul saggio di Vattimo, e riconsiderare la genuinità della mia appartenenza alla condizione postmoderna.

Qualcosa non quadra. In effetti mi era sembrato fin troppo facile trovarmi d’accordo, e dubito sempre, per natura, del troppo facile. Ora ho avuto un po’ di tempo per ruminare quel che ho letto, e decido di scendere più in profondità. Per esempio: è poi così vero che sono contro il pensiero totalizzante? In effetti posso dire che mi nutro di dubbi ( ma forse si era già capito ). Tuttavia alcune certezze le ho. Non riguardano i saperi, ma i doveri. Ho le certezze dei doveri. Sui diritti sono un po’ più lasco. Ad esempio: ho la certezza che se si sottoscrive un patto, una convenzione di qualsiasi genere, occorre essere seri con gli impegni assunti: oppure li si rifiuta in partenza. Non mi piace l’interpretazione all’italiana, che lascia margini per il ripensamento, che giustifica gli aggiustamenti e gli sganciamenti. In sostanza, ritengo che il dubbio sia il lievito del conoscere, ma finisca per essere un tarlo nel sentire. Deve riguardare la disposizione gnoseologica, non l’atteggiamento etico. Tradotto in termini spiccioli, la coscienza di non essere detentori di alcuna verità non ci esime dal tracciare e dal difendere qualche linea essenziale di comportamento.

Questo mi porta anche a ripensare il paradigma della molteplicità. Sono d’accordo sul fatto che ogni cultura abbia una sua dignità e le sue brave radici e ragioni storiche, e che debba essere salvaguardata e capita e rispettata (il che non significa pensare che l’una vale l’altra, e che ciascuno deve tenersi la sua, e buonanotte). Ma ritengo anche che dal momento che le tante culture di questo globo non si fronteggiano più a distanza, ma vengono oggi costantemente a contatto e a confronto, sia più che mai necessaria la stipula di un patto di convivenza. Il problema non è quello di conciliare usi alimentari (mangiare i piselli con la forchetta o col cucchiaio) o modelli di abbigliamento, o altre differenze esteriori, ma quello di far convivere forme e concezioni di vita diverse. Se vado in Inghilterra viaggio sulla sinistra, e non c’è santo che tenga. Stramaledico gli inglesi e la loro spocchia, ma mi adeguo. Così, pur rispettando l’attaccamento di ogni etnia alle proprie tradizioni, il diritto di preservare la propria cultura, le proprie credenze ecc…, ho dei problemi ad accettare che un Sumburu trasferitosi nel mio condominio faccia rullare per tutta la notte il suo tamburo, come giustamente faceva negli altipiani deserti del Kenia per tenere lontane le belve dagli armenti. Al di là dei paradossi, e del fatto che non accetto nemmeno il televisore sparato a tutto volume dal burino nostrano, è lui, nel caso in cui le sue tradizioni confliggano con le mie, a doversi adeguare. Può anche sembrare un atteggiamento supponente e semplicistico, dal momento che per secoli noi occidentali siamo andati a casa d’altri a imporre le nostre regole e i nostri stili di vita, oltre che i nostri interessi: ma non credo che l’ansia di riparare in qualche modo a tutte le soperchierie perpetrate debba farci dimenticare che quel che è accaduto negli ultimi cinque secoli si era già verificato (sia pure in scala minore, ma solo per motivi tecnici) in tutti i tempi e in tutti continenti, da quando gli spazi che separavano i popoli si sono ristretti, e che ogni nuovo vincitore, laddove e per quanto gli è stato possibile, ha imposto le sue leggi. Non è quindi rovesciando le parti che si risolve il problema, e nemmeno abbracciando acriticamente il sogno di una società multiculturale completamente aperta. Sappiamo fin troppo bene dove conduce l’idea del libero mercato. L’unica soluzione che vedo praticabile, almeno in una fase di transizione come l’attuale, è quella della reciprocità: mi adeguo alle regole e agli usi della casa in cui entro, e chiedo che gli altri facciano lo stesso nella mia.

Ciò significa non privilegiare il paradigma della molteplicità? A me pare piuttosto di difenderlo dalle interpretazioni troppo enfatiche, quelle che vogliono conciliare la difesa delle diversità con l’esaltazione del meticciato culturale, e le cui contraddizioni naufragano sulle scogliere della realtà di fatto. È qui che avverto più radicale e, lo confesso, più spiazzante la mia distonia rispetto all’attitudine post-moderna: più che una rinuncia alle idee forti quest’ultima mi sembra una rinuncia tout court ad assumersi la responsabilità di pensare. Io ritengo sia invece il caso di riflettere sulla trasformazione in atto con un po’ più di lucidità, semplicemente risalendo alla valenza originaria del concetto di cultura e partendo dai pochissimi punti fermi che le nostre conoscenze, moderne o post-moderne che siano, ci consentono di individuare.

Noi umani siamo prima di tutto degli animali, sia pure un po’ speciali, e la nostra eccezionalità nasce da una debolezza biologica. Siamo animali non specializzati, biologicamente poco attrezzati, quindi leghiamo la nostra sopravvivenza all’acquisizione di molta “cultura” ambientale. Nasciamo infatti prematuri, prima cioè che il nostro cervello sia pervenuto al completo sviluppo, abbia fissato le strutture comportamentali ereditate attraverso il corredo genetico. Ciò implica che la nostra memoria di base, quella strutturale, rimanga aperta a lungo all’assorbimento di input esterni, ambientali, che agiscono a livello formativo, e non solo informativo. Ci “formiamo” quindi letteralmente, oltre che sulla base del patrimonio cromosomico, anche attraverso l’acquisizione di modelli culturali che sono quelli specifici di un certo spazio e di un certo tempo. Assorbiamo cioè quel kit culturale che ci serve per la risposta ad un ambiente sociale particolare, così come le specializzazioni genetiche (dal colore della pelle al taglio degli occhi, ecc…) sono funzionali all’ambiente naturale. Ora, questo meccanismo ha funzionato fino a ieri in maniera abbastanza semplice (!) ed efficace (lo dimostra il successo umano nella dispersione sulla terra), ma rischia oggi di incepparsi di fronte all’accelerazione esponenziale impressa alle trasformazioni. La “cultura” indispensabile alla sopravvivenza, pur rinnovandosi in un processo costante di aggiornamento rispetto alle ineluttabili mutazioni naturali e storiche, conservava nel passato una sua specificità, sia perché relativa ad un’area limitata, sia perché i cambiamenti erano in genere di piccola entità e diluiti nel tempo. Oggi invece, di fronte a trasformazioni radicali e istantanee, di portata globale, e ad una interazione sempre più ravvicinata con culture diverse, essa risulta costantemente inadeguata, soggetta ad una rapidissima obsolescenza e ad un’uniformazione su standard al tempo stesso depauperanti (perché non consentono più di elaborare risposte specifiche di adattamento) ed eccessivamente complessi. La domanda è questa: il nostro cervello è in grado di assorbire schemi e modelli comportamentali sempre più ipertrofici e, soprattutto, sempre meno agganciati ad un correlativo genetico e ambientale? Ovvero: “stimoli eccessivamente contraddittori, in successione troppo accelerata, in che modo e in che misura possono essere assimilati? Multiculturalità – dobbiamo avere il coraggio di chiedercelo – non significherà in fondo, e prima di tutto per ragioni biologiche (e non etniche, sia chiaro), nessuna cultura?(autocitazione)

E con questo, credo di essermi giocato buona parte delle credenziali di post-moderno. Ma non è finita. Passiamo al rapporto col “nuovo”. Non si tratta, a mio giudizio, soltanto di rifiutarne l’enfatizzazione. Quella che mi sembra caratterizzare la nostra epoca è un’accettazione indiscriminata e passiva della novità, nel bene e nel male, come ci si trovasse sempre di fronte a qualcosa di ineluttabile. Certamente il nuovo è ineluttabile, anzi, la ricerca costante e cosciente dell’innovazione è proprio ciò che caratterizza la condizione umana, che la fa differire da quella degli altri animali e che sostanzia l’evoluzione culturale (anche quella naturale, certamente, altrimenti non ci sarebbe evoluzione: ma in questo caso la novità arriva casualmente, non è cercata). Ma non è detto, proprio perché si tratta del frutto di una azione volontaria e cosciente, nella quale entra in ballo l’opzionalità, che la scelta debba andare sempre e necessariamente in direzione del nuovo. La tendenza post-moderna sembra invece quella ad inglobare, fagocitare tutto, magari a denti alti. Io sono un po’ in ritardo a livello evolutivo, ho una digestione difficile. Mi riesce ad esempio indigesta la celebrazione delle nuove tecnologie multimediali come capisaldi ineliminabili e fondanti, nella nostra era, della democrazia. Ineliminabili, purtroppo, credo lo siano davvero: ma quanto al ruolo di democratizzazione, al potenziale di partecipazione politica e sociale che dovrebbero indurre, nutro qualcosa di più che delle perplessità. Sono fermamente convinto che sortiscano invece l’effetto opposto, quello da un lato di creare una dipendenza sempre più disarmata e acritica nei confronti del potere, e dall’altro di disperdere e zittire in una confusione inverosimile di voci e di segnali e di contatti ogni già debole vagito di dissenso. L’opinione di Vattimo è che occorra impadronirsi delle nuove tecnologie, dei nuovi strumentari informativi e formativi, per impedirne la gestione monopolistica da parte dei poteri forti: e fin qui non posso non essere d’accordo. Ma non lo seguo più quando mostra di credere che il problema stia nell’uso positivo o negativo dei media, e non nella loro intrinseca natura (riproponendo la favoletta della neutralità della scienza e della tecnica), o addirittura che l’evoluzione di questi ultimi sia sfuggita al controllo del totalitarismo pseudo-democratico del capitale, finendo per nutrirgli una serpe in seno. Temo che queste siano solo pie illusioni, nel senso letterale, cioè dettate da una sorta di “pietas” nei confronti dell’umanità e dell’angoscia intrinseca alla sua condizione.

La stessa pietas porta Vattimo a riconsiderare e a rivalutare il ruolo delle religioni, e ad aprire un dialogo con le loro rappresentanze istituzionalizzate. In sostanza, una volta presa ufficialmente coscienza, con Nietzche e con Heidegger, della tragica insignificanza dell’esistenza umana, il pensiero occidentale si è trovato di fronte ad un vuoto di senso che non è in grado di colmare, rispetto al quale non trova risposte che non attengano ad una individualissima e stoica dignità. È chiaro che tali risposte sono riservate a pochi, e che a rigor di logica non si tratta nemmeno di risposte, ma soltanto di rese incondizionate ad una brutale realtà, riscattate talvolta da atteggiamenti lucidamente coraggiosi. Ed è altrettanto evidente che alla stragrande maggioranza dell’umanità non possono essere chiesti questo coraggio e questa lucidità, che nascono solo da una fortunata quanto rara combinazione di attitudine psicologica e di strumenti culturali adeguati. A questo punto, dice Vattimo, ben vengano le religioni: se esiste una coscienza morale diffusa, se valgono dei principi che consentono la convivenza più o meno pacifica degli umani sulla terra, poco importa che gli stessi siano stati indotti attraverso timori o credenze superstiziose e siano tenuti in vita da promesse escatologiche o da minacce di dannazione. Le religioni danno la risposta che gli uomini vogliono sentire, quella che esorcizza la morte, o negandola o caricando in qualche modo di senso la vita: questa risposta li tranquillizza e li dispone ad accettare delle regole, cioè sostanzialmente dei vincoli, delle limitazioni, che stanno alla base della socialità. Non fa una grinza, ed è senz’altro vero che la secolarizzazione, una volta esauriti i palliativi delle grandi ideologie sociali e politiche, sta lasciando emergere i suoi limiti e i suoi rischi; così come è vero che questi ultimi sono aggravati, invece che attenuati, dalla nuova ondata di religiosità “spontanea” che sfugge al controllo delle chiese tradizionali.

Il problema nasce però al momento di trarre da queste constatazioni delle conseguenze. Se parto dal presupposto che la risposta religiosa sia una bugia consolatoria, posso poi intraprendere un dialogo alla pari con chi considero, bene o male, un bugiardo? So che in certi casi gli interlocutori non te li puoi scegliere, e che Vattimo dialoga con i teologi ufficiali perché altrimenti la sua voce non avrebbe alcuna risonanza nell’ecumene religiosa: ma quel che mi chiedo è se questo dialogo sia poi necessario. Anche a voler prescindere dai ruoli di potere, dalle guerre sante, dalle inquisizioni, dal bieco sfruttamento dell’ignoranza superstiziosa, cosa c’è da dirsi, se non che ciascuno deve essere libero di scegliere a chi porre le domande e deve accordare a ciascuna risposta, se non egual credito, una eguale dignità? Il che è l’ultima cosa che ogni confessione religiosa accetta di sentir dire. L’impressione continua ad essere quella di un “integralismo della tolleranza”, che si manifesta in positivo nella difesa programmatica della differenza, della pluralità di voci, del multiculturalismo, ma che a furia di andare “oltre” ogni moderna categorizzazione (destra-sinistra, conservatorismo-progressismo, razionale-irrazionale, ecc..) finisce per patire in negativo l’assenza di riferimenti orientativi.

Ora, io sono molto confuso, e di punti di riferimento ne ho davvero pochi: ma non mi va di spacciare una confusione per una condizione. So di essere confuso proprio perché vorrei avere le idee un po’ più chiare; e questo, a dispetto delle apparenze, non è molto post-moderno. Non lo è nemmeno il fatto che non considero sempre positivo il concetto di tolleranza, o meglio, l’interpretazione corrente che se ne dà. Non mi piace “tollerare”, e meno che mai sono disponibile a farlo con chi non dà prova di reciprocità, così come mal sopporto l’idea di “essere tollerato”. Voglio capire, e pretendo di essere capito. Questo atteggiamento non mi garantisce un grande spazio relazionale nel mondo, ma quello che ho mi basta ed avanza. Non ho bisogno di navigare su Internet e di mettermi in contatto con i Lapponi per scambiare opinioni. Mi manca quasi il tempo per farlo con i vicini di casa, o con chi vive con me, e questo sarebbe davvero più importante. So che un discorso del genere appare semplicistico, che le cose nella vita sono ben più complesse e che non si scansa la complessità fingendo di ignorarla: ma non credo nemmeno che la soluzione sia quella di abituare il nostro stomaco a ingollare di tutto in nome del pluralismo alimentare, o la nostra mente a nutrirsi delle “visioni del mondo” moltiplicate (?) dai media di cui Vattimo è ghiotto.

Cosa rimane allora della mia post-modernità? Ben poco, direi. L’ho impallinata io stesso, e confesso di essermi divertito a farlo. Tra l’altro, mentre scrivevo questo sproloquio avevo di fronte il busto di Leopardi e la foto di Hardin, ed ho avuto per un attimo l’impressione che entrambi mi sorridessero.

 

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Grande lotteria

(davanti a casa mia)

di Paolo Repetto, 2002

Elisa è uscita dall’infanzia. Ieri sera è rientrata fischiettante alle nove e mezza, esibendo il primo centesimo guadagnato con una improvvisata bancarella, e annunciando per domani l’apertura di nuovi settori di vendita. Il guadagno può sembrare scarso, ma è il frutto di un consolidato (e in fondo equo) sistema di ripartizione degli introiti. Elisa ha quattro anni e mezzo, ed è la più piccola del gruppo.

Non è il centesimo (che sarà comunque debitamente incorniciato, come quello di Paperone) o il milione di euro a marcare la differenza. È il fatto di cominciare ad agire per una finalità, con uno scopo, e a programmare di conseguenza il futuro. Non so cosa ne pensino il Piaget o gli altri studiosi della psicologia infantile, ma io ho una convinzione, maturata attraverso un’intensa esperienza di infante prima (mezzo secolo fa) e di padre e di zio poi. Dopo che hai allestito il primo banchetto di cianfrusaglie e hai assaporato il gusto dello scambio regolamentato, della legge del mercato, sei un altro. La tua innocenza e la tua spensieratezza vanno a farsi benedire: non agisci più per istinto, ma per calcolo. Sei entrato nella società degli umani.

Elisa lo ha fatto un po’ prematuramente, ma ognuno ha i suoi tempi. Lei ha già cominciato a dubitare dei poteri delle bacchette magiche, dopo averne sperimentato l’inefficacia su una collanina rotta. Presto verrà il turno dei babbinatale e delle cicogne (se già non è venuto). E allora sarà definitivamente uscita dal mondo infantile. Le rimarrà solo (per quanto?) l’illusione dell’amore, ma questo è un tipo di favola che si proietta sempre nel futuro, si risolve in un’attesa, e non ha quindi a che vedere con l’infanzia, che è regno dell’eterno presente.

Entrare nel mondo degli adulti, o perlomeno in quel limbo temporaneo che è la fanciullezza, non significa adottare un comportamento egoistico. Egoisti lo siamo sin dalla nascita, per legge di natura e per caratteristica marcata della specie. Significa invece scoprire che il nostro comportamento è tale, esserne più o meno lucidamente consapevoli, e soprattutto prendere coscienza che anche gli altri sono mossi dallo stesso istinto, e che questo ci porta necessariamente in competizione. Significa prendere atto che la vita è lotta, più o meno sublimata e mascherata, e che non sempre, o non in tutti i campi, siamo attrezzati a combatterla. In genere si postdatano queste scoperte, e le delusioni conseguenti, all’età adolescenziale. In realtà l’adolescenza non esiste, è un’invenzione degli psicologi per definire una noncondizione, una situazione di passaggio nella quale stazionano più o meno a lungo, in condizione semilarvale, degli umanoidi brufolosi e storditi, giustamente scontenti di sé e incazzati senza una ragione precisa col mondo intero. Costoro le regole del gioco le hanno capite da un pezzo, e questo forse giustifica la loro incazzatura: solo hanno creduto ancora per un po’ che davvero di un gioco si trattasse, e che finita la mano si potesse con una rimescolatina alle carte ricominciare da capo. Quando hanno realizzato che ogni game over chiama un altro gettone, e che i gettoni non crescono nelle tasche e sono in genere la contropartita di uno scambio, hanno cessato di essere fanciulli e sono diventati adulti. Piagnucolosi e antipatici, ma adulti.

Elisa naturalmente, e per sua fortuna, è ancora lontana dall’essere adulta, anche se a vederla camminare impettita o ad ascoltarla mentre argomenta le sue ragioni sembra il bonsai di una giovinetta petulante e maliziosa. Ma ha già rotto il cerchio magico del gioco assolutamente disinteressato, comincia ad attendersi in qualche modo dei risultati, e questa attesa infrange a sua volta la beatitudine di un presente intenso e dilatato, sgombro di ansie, di calcoli e di rimpianti. In più fischietta, che è come dire che è passata da un uso elementare, puramente denotativo, dei suoni, a quello virtuosistico e strumentale, pronto a tradursi in conflittuale e mistificante.

So che è ridicolo, ma non posso fare a meno di intristirmi un poco: sento che sto già perdendo la mia bambina. Ma la cosa veramente tragica è che ieri sera io non sapevo assolutamente cosa avrei fatto o avrei voluto fare oggi, e non avevo conseguito alcun guadagno dalla mia giornata. Forse sono io quello che sta veramente uscendo: o che non è mai entrato, nella maturità.

 

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Perché un sito sulla metafisica?

di Paolo Repetto, 2002

Se alla domanda diamo questo significato: “che utilità può avere, nel 2002, un sito sulla metafisica?”, la risposta è semplice: nessuna. Il che liquida il discorso, cogliendone a priori la caratteristica fondamentale, quella dell’assoluta inutilità.

Se proviamo però a spostare e ad allargare un poco l’angolo della nostra visuale ci accorgiamo che il difetto non è imputabile all’oggetto ultimo della domanda, la metafisica, quanto piuttosto alla motivazione della ricerca. Se infatti riformuliamo così il quesito: “che significato può avere, nel 2002, un sito sulla metafisica?” le risposte sono ben diverse, e molteplici. Il paradosso della prima domanda, quella che postula l’assoluta inutilità di un approccio conoscitivo ispirato dalla e rivolto alla metafisica, è di risultare per l’appunto metafisica, nell’accezione dispregiativa, volgarmente corrente, del termine. È cioè quello di voler travalicare l’oggettivo esistere della realtà interpretandolo alla luce di un’unica direttrice euristica, di applicare un principio unificatore degli elementi naturali legato ad un solo e assolutamente opinabile parametro, quello dell’utilità. In questo senso, per il quale l’utile è ciò che giova nell’immediato o in un futuro più o meno prossimo alla risoluzione di problemi (ma quali? e di chi? e secondo quale ordine di priorità, e deciso da chi? e con quali garanzie che la soluzione non diventi essa stessa un problema?), la metafisica non ha risposte da dare. Non accetta nemmeno le domande. La metafisica risponde ad una sola domanda, quella originaria e immutabile, quella relativa all’essere dell’ente. È la radice del cartesiano albero del sapere, sta ben nascosta sottoterra ma nutre e regge e coordina e determina tutto ciò che appare alla luce.

Torniamo dunque al quesito correttamente formulato: che significato può avere, oggi, un sito sulla metafisica? Non dovrebbe essercene bisogno, ma ribadiamo il fatto che l’interrogativo riguarda il sito, e non la metafisica. Non ci siamo chiedendo quale risposta offra oggi la metafisica, ma che senso abbia parlare di metafisica, e in quali termini lo si possa fare. Un sito è un contenitore, e come tale non è parte del contenuto: ma può comunque determinare, in base alle proprie caratteristiche (dimensioni, forma, robustezza, trasparenza, consistenza, ecc…), quelle del contenuto stesso, o almeno vincolarle. In questo caso le caratteristiche del contenuto sono molto determinabili da quelle del contenitore: pochi concetti e pochi termini hanno conosciuto, in ragione dei contesti nei quali sono stati applicati, una altrettale molteplicità di usi e di abusi, di interpretazioni e di distorsioni. Per rimanere solo nel contesto più serio e pertinente, quello gnoseologico, si va dall’accezione aristotelica (per la quale la domanda è: cos’è l’ente?) a quella tomistico-medioevale (in che rapporto è l’ente con Dio?), a quella cartesiana (com’è organizzata la conoscenza dell’ente?), a quella kantiana (perché la metafisica non può essere una scienza, pur essendo una insopprimibile esigenza?), fino ad arrivare a quella heideggeriana (in che senso la metafisica è oggettivazione, “entificazione” del pensiero scientifico-tecnologico occidentale?) e da ultimo addirittura a quella popperiana e anglosassone (può essere rivalutata la metafisica come organizzazione – critica e provvisoria – dei concetti e dei saperi, capace di sottrarli al determinismo della specializzazione e di sollecitare costantemente nuove vie di indagine?): il che, tra l’altro, ci sembra sgomberi già di per sé il terreno rispetto ad una presunta inattualità della metafisica. Il concetto, o meglio, in questo caso, il termine che lo designa, è dunque passibile di una infinita varietà di interpretazioni: resta però unico, come si diceva, l’oggetto sotteso, quello attorno al quale girano le pur diverse domande.

Oggetto della indagine metafisica è l’essere nella sua essenza, al di là delle sue temporanee ed effimere determinazioni e dei suoi travestimenti fenomenici. Nulla di più lontano dalle forme mentis imperanti nella società e nella cultura attuali, sintonizzate l’una solo sull’apparire, l’altra solo sul divenire. Dedicare un sito, aprire un forum sulla metafisica non è nemmeno una sfida, è gettarsi in mare a Savona e puntare a nuoto sulla Corsica. Un gesto insensato, agli occhi dei più, che preferiscono magari incanalarsi nell’autostrada la domenica sera; ma un gesto che parte da una certezza, che la Corsica è là, e magari qualche volta, in condizioni ottimali, la si è anche intravista; e che offre almeno una compensazione, perché se si hanno buone braccia a un miglio dalla costa l’acqua è già più pulita. Anche l’essere è là, di questo siamo certi, e siamo altresì certi che non sia raggiungibile con traghetti o aerei o catamarani, ma possa rivelarsi solo a chi attraversa a braccia, con fatica e con ostinazione, il mare della conoscenza. Magari non si rivelerà mai, o forse già la prima bracciata ce lo renderà più vicino; ma a conti fatti anche naufragare in quel mare, come confessava il poeta, è già una dolce fine.

 

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Del viaggiare in largo e del viaggiare in profondo

di Paolo Repetto, 2002

Quando si parla di una via alla conoscenza, o del cammino verso il sapere, non si ricorre soltanto ad una metafora. Si esplicita visivamente un convincimento radicato, quello che associa il percorso mentale al movimento nello spazio. Prendiamo ad esempio il racconto dantesco dell’ultimo viaggio di Ulisse: vi è riassunta tutta la condizione di ambiguità congenita al cammino del pensiero, la miscela di grandezza e dannazione che lo caratterizza, e questa condizione viene esemplificata attraverso uno spostamento concreto, materiale. Di norma è proprio così che ci rappresentiamo il conoscere: dal momento che solo dello spazio abbiamo una percezione sensoriale, iscriviamo visivamente in esso le geografie delle possibilità e dei limiti umani. Consideriamo lo spazio come il mezzo da attraversare per approssimarci alla verità, e al tempo stesso come la distanza che ce la nega. Per muovere verso la conoscenza riteniamo dunque necessario sradicarci, svincolarci dai legami prossimi o remoti, incontrare genti e luoghi e idee e costumi sempre nuovi: e lo facciamo fingendo di ignorare che da questi incontri trarremo per lo più la coscienza di quanto poco ci è stato dato rispetto al molto che non abbiamo avuto e non avremo. La parabola marinara di Ulisse, quella aviatoria di Icaro, la corsa disperata per montagne e per valli del vecchierello leopardiano, raccontano la stessa cosa: conoscere equivale per noi a viaggiare, il viaggio è assieme anelito e costrizione, ma la meta è il fondo dell’abisso, il Maelstrom orrido e immenso ove precipitando si oblia il tutto. Oppure, se siamo di costituzione più ottimista, il mare nel quale è dolce naufragare.

Posso capire i lettori/viaggiatori che a questo punto hanno cominciato a toccarsi o mi hanno già mandato a stendere, ma voglio rassicurarli: non è mia intenzione rovinare loro il piacere genuino, l’emozione pura e immediata che il viaggio procura, né sindacare sulle loro scelte esistenziali (che sono poi anche le mie). Semplicemente, fermo restando che sull’approdo finale non ci piove, quello è e rimane, credo valga la pena riflettere su quanto dicevo sopra, di cui più o meno siamo convinti tutti: ovvero sull’identificazione della conoscenza con il movimento nello spazio.

È evidente che tra il viaggio e la conoscenza, al di là di ogni metafora, il rapporto c’è, ed è profondo: ma mi sembra opportuno ricordare che quella che scaturisce dal viaggio è una forma di conoscenza particolare, non solo per le esperienze che ne sono oggetto, ma per le modalità e la disposizione con le quali la si acquisisce. Il che può sembrare ovvio ma, almeno a giudicare dalla letteratura di viaggio di cui mi occupo da una vita e dai resoconti che leggo o ascolto quotidianamente, non lo è affatto.

Vediamo perché. Lo faccio partendo da una considerazione d’ordine più generale, molto terra terra, ma imprescindibile: noi cerchiamo la conoscenza per sottrarci alla consapevolezza della nostra finitudine. Da quando come sapiens, o forse prima ancora, non ci riconosciamo più nella ciclicità naturale, siamo impegnati a distrarre in ogni modo una coscienza che non è più in sintonia con la ripetitività del consueto. In una prospettiva del genere, evidentemente, nulla vale meglio del viaggio. Questo spiega perché lo spostamento fisico (ma anche mentale: ci sta anche il viaggiare sulle carte), sia considerato condizione necessaria e spesso sufficiente del conoscere, e come ciò abbia ha finito per “orientare” e determinare da sempre i modelli conoscitivi. Dovremmo quindi chiederci quali sono in sostanza questi modelli, e magari domandarci anche se dalla realtà attuale del viaggio possano ancora scaturire elementi di conoscenza con essi compatibili.

Per farlo torniamo alla metafora dell’itinerario spaziale alla conoscenza, che è poi tout court la metafora della condizione umana dopo l’incresciosa faccenda della mela e della conseguente cacciata dall’Eden. (la prendo un po’ larga, ma questo dovrebbe alla fine facilitare la comprensione di ciò che vorrei dire). Parlo della mela perché la vicenda sta in pratica all’origine di tutte le mitologie, ed è raccontata in termini pressoché simili in ogni angolo del globo. Cosa perfettamente naturale, perché l’aspirazione ad un “ ritorno” alla conoscenza nasce ovunque dalla consapevolezza di un distacco. Insomma, dal momento in cui l’uomo si accorge che qualcosa non quadra, che il suo tempo è determinato mentre quello del mondo non lo è, quel rapporto che in origine era immediato, in quanto il mondo era partecipato dall’interno, diventa necessariamente mediato: e la mediazione si traduce immediatamente in un giudizio. Per attingere quella che Platone chiama l’epistéme, una conoscenza certa delle cause e degli effetti, ci si pone di fronte al mondo e lo si legge attraverso il ragionamento (la diànoia platonica) o attraverso una intuizione intellettuale (la nòesis): l’una e l’altra modalità appartengono comunque ad un soggetto conoscente separato, che non partecipa, ma valuta. Dopo il distacco (l’uscita, la cacciata, quel che volete) il mondo è diventato per l’uomo un “altro da sé”, e non gli detta più in automatico le risposte, i modi e i ritmi dell’agire. In buona sostanza, gli uomini non agiscono più per istinto, ma sono chiamati a decidere del loro comportamento: e per farlo devono necessariamente “calcolare”, semplificare e scegliere. A questo mi riferivo parlando di modalità “valutativa” del conoscere: al fatto che, messo nella condizione di dover scegliere, l’uomo adotta un meccanismo binario di opposizioni: terra-cielo, caldo-freddo, destra-sinistra, uomo-donna, dentro-fuori, ecc., e si muove tra queste.

Il sapere, come ogni altro aspetto della vita, evolve per sintesi di opposti, di diversità che si incontrano e si fecondano. Oppure che si escludono, perché anche questa è una scelta. Maggiore comunque è la diversità, la distanza, più numerose sono le possibilità messe in gioco. In questo senso il viaggio, lo spostamento, funge indubbiamente da moltiplicatore di quelle occasioni di incontro e di ibridazione, o di scontro, dalle quali si generano idee nuove; ma esso implica anche l’adozione di un habitus mentale particolare. Un habitus da viaggio, appunto.

Sto parlando di quel tipo di viaggio che ti immerge completamente nella realtà diversa cui vai incontro, ti costringe a confrontarti con essa, a rifiutarla o a venire in qualche modo a patti. Non è quindi questione di durata, o di modalità più o meno spartane dello spostamento: non è detto, ad esempio, che una realtà la si conosca sempre meglio “dal basso”, in situazione di bisogno (era la consolazione cui mi aggrappavo cinquant’anni fa, quando giravo l’Europa senza una lira in tasca): una condizione di dipendenza distorce l’immagine né più né meno che una di privilegio. Allo stesso modo, a volte un incontro fuggevole e occasionale può fornire più elementi di conoscenza che non una permanenza prolungata. Mi riferisco invece al viaggio affrontato, quali che siano le modalità, gli scopi e i tempi, con una attitudine non superficiale. Il che significa portare nello zaino non la macchina fotografica, o non solo quella, ma un’idea del mondo da mettere alla prova. Questo aspetto mi sembra importante: troppo spesso si confonde il viaggiare con bagaglio leggero con un totale disimpegno critico, col lasciare aperto l’otturatore del cervello per uno shopping compulsivo di immagini e di emozioni. Il viaggio di cui parlo non è una corsa all’acquisto, dalla quale si porta a casa in genere solo paccottiglia. È un esercizio di scambio. In questo senso è probabilmente un’esperienza negata al nostro tempo, o comunque addomesticata dalla globalizzazione; ma non è stata frequente neppure in quelli che ci hanno preceduto. Insomma, il primo esempio che mi viene in mente è quello di Gulliver: è quindi chiaro che sto parlando di un idealtipo del viaggio.

L’import-export di idee non è però un’attività semplice. Portare a spasso delle idee significa comunque svellerle dal terreno culturale nel quale sono maturate, potarne le radici, disincrostarle dell’humus originario, alleggerirle insomma sino a renderle trasportabili: e poi adattarle bene o male al gusto e alle misure di coloro coi quali ci si confronta. Il che finisce per non attenere più soltanto al peso, ma incide sulla sostanza. Ogni bagaglio culturale che si esporta o si importa è necessariamente sottoposto ad un processo di standardizzazione, così come accade ad esempio per i cibi, la cui diffusione al di fuori dei luoghi tradizionali di consumo impone l’adeguamento a palati diversamente educati, a situazioni ambientali e a tradizioni alimentari differenti, e comporta quindi l’attenuazione o la perdita dei sapori forti, di tutte le caratteristiche legate alla disponibilità di particolari ingredienti o alla rispondenza a specifici fabbisogni. Si tratta di un processo del tutto normale, che investe ogni forma di interazione e di comunicazione già a partire dai livelli più elementari, anzi, è l’essenza stessa del comunicare: ma ciò non deve farci dimenticare che quando la diluizione di una cultura viene ripetuta infinite volte i suoi valori, le sue proprietà e la sua originalità si riducono a dosi omeopatiche.

Il problema – e che un problema esista basta a dimostrarlo lo stato attuale dell’interscambio culturale, il livello di qualità di quanto viene messo in circolo dalla globalizzazione – non concerne tuttavia solo il bagaglio. Assieme alle idee si trasforma anche il loro portatore: non solo, ma questi trasforma a sua volta lo spazio nel quale si muove. Una volta lontano dai condizionamenti del luogo originario, da una sudditanza parentale o sociale che gli impone riti e limiti di comportamento, accetti o meno che siano, il viaggiatore è libero di riconoscersi in altre identità, ha modo di cogliere la sua singolarità nell’evidenza del contrasto, incontra e sperimenta nuove forme di approccio all’esistente. O almeno, così dovrebbe essere se le differenze ancora esistessero. Cosa che oggi non c’è più: e purtroppo, ad annullarle hanno contribuito anche i viaggiatori.

Sradicarsi non significa infatti solo guadagnare delle opportunità: significa anche perdere in profondità, condannarsi alla superficie: e la forma di conoscenza che ne consegue non può che essere superficiale. Per quanto aperti e motivati, e magari preparati, ci si rapporta comunque agli spazi altri con uno sguardo laico, che ne coglie solo gli aspetti presenti, concreti e manifesti, avulsi da quella profondità storica che conferisce ad ogni luogo una sua sacralità: e quindi li si dissacra e li si apre agli innesti, alle novità e alle trasformazioni. Ogni viaggio, di esplorazione, di colonizzazione, di commercio, ma anche turistico o di studio, è di per sé una profanazione, in quanto introduce un elemento estraneo. Il viaggiatore può anche spogliarsi dei modi e delle convenzioni cui è soggetto nella propria cultura, riconoscersi come diverso, ma non si assimila mai completamente al mondo che incontra, perché non può e perché in realtà non vuole.

In più, dal momento che nessuno può saltare oltre la propria ombra, l’estraneo coglie della diversità solo ciò che è commisurabile con quanto già sa e conosce. Anche quando si trova di fronte a cose completamente nuove, che non hanno riscontro nella sua cultura di provenienza, le legge forzatamente con gli strumenti di cui la sua educazione lo ha attrezzato. Voglio dire che l’ambito nel quale si è in grado di comunicare nella situazione del viaggio è circoscritto: non può essere che quello degli elementi comparabili, delle grandezze e delle quantità, di ciò che è riconducibile a metri unificati e unificanti, siano essi culturali, economici o sociali: tutto il resto, ciò che si nutre attraverso radici che affondano nel tempo, che è radicato dunque, e non trasportabile, resta fuori. (Con questo mi sarò inimicato tutti i fans di Terzani, e non solo loro, ma non posso farci nulla: ho grossi limiti caratteriali, stento a convivere con la mia di cultura, figuriamoci se ho la presunzione di comprendere quella altrui. Di rispettarla, invece, si.)

Il fatto che solo ciò che sta in superficie possa essere messo in circolo, diventi oggetto e tramite della comunicazione, modifica necessariamente anche le scale di valori dell’interlocutore indigeno, il rapporto di quest’ultimo col suo stesso mondo. In sostanza il riconoscimento reciproco tra il viaggiatore e l’ambiente nel quale questi si muove presuppone una semplificazione: l’uno e l’altro adottano un codice che rende possibile l’incontro, ma a prezzo di un impoverimento stravolgente rispetto alla profondità e complessità di entrambe le culture in gioco. È un dato di fatto abbastanza ovvio, perché senza la riduzione ad un denominatore comune l’incontro non ci sarebbe, ma non posiamo ignorarne le conseguenze rispetto al tipo di conoscenza che induce. In una situazione del genere, nella quale la disposizione conoscitiva del viaggiatore, e per induzione quella di chi lo incontra, è per forza di cose comparativa, la percezione delle differenze avviene in forma classificatoria, valutativa, a dispetto o forse proprio in ragione di ogni buon proposito di obiettività, ed è già intesa alla sintesi e alla composizione, o al rifiuto, quindi al loro annullamento. Il che significa che questo atteggiamento contempla il dubbio, la presenza di diverse possibilità e soluzioni, ma solo come sfida, e lo tollera solo in funzione del suo superamento, di una superiore ricomposizione nella certezza.

Questo atteggiamento noi lo chiamiamo razionalità.

Ora, la razionalità è una forma della comunicazione, che si traduce in una modalità di conoscenza (o viceversa: è come per l’uovo e la gallina): ma è per l’appunto un modo, una forma. Il problema è che ha finito per essere confusa con la sostanza, per cui ormai si identifica il sapere con una delle sue possibili vie. Indagare il come e il perché ciò sia avvenuto va ben oltre gli intenti di queste righe (e le capacità del loro estensore), quindi non preoccupatevi. È tuttavia legato al nostro discorso. Mi limito a constatare che in origine l’opzione razionalistica è connessa all’affermarsi di una economia agricola stanziale, in contrapposizione a quella nomade-pastorale, e che questo non è un paradosso (anche se parrebbe più logico il contrario) perché il modo di produzione agricolo comporta alla lunga il prevalere della necessità dello scambio rispetto a quella del confronto, e quindi il ricorso alla mediazione. Ma mediare non significa accettare la differenza: implica anzi il superarla, quindi annullarla. Di conseguenza questa scelta, comunque la voglia considerare, cioè come propria della cultura occidentale e da questa imposta al resto dell’umanità, oppure intrinseca ad un necessario processo di civilizzazione, ha uniformato progressivamente, se non le capacità di risposta, almeno le aspettative e i bisogni, cioè i presupposti di ogni cultura: e proprio qui, saltando parecchi ulteriori passaggi, volevo arrivare.

Volevo arrivare a costatare come la “razionalizzazione” del mondo (della quale la globalizzazione è figlia, ma solo una delle tante) ha in buona misura reso nulla la portata conoscitiva dello spostamento, del viaggio. Lo sperimentiamo tutti. In un mondo equalizzato si finisce per incontrare dovunque lo stesso brodino culturale del quale oggi siamo nutriti, insaporito magari dagli aromi del folclore locale, ma identico negli ingredienti e nella sostanza. E il meticciato che consegue da questi incontri non risulta ormai più fecondo di alternative, di direzioni e di scelte, ma solo di mode effimere e false vie di fuga. Di fatto dunque, prescindendo da ogni giudizio di valore sul mondo razionalizzato e sulla conoscenza che ne abbiamo, possiamo constatarne una deriva suicida: sono state azzerate anche le possibilità di un confronto su schemi semplificati, è stato azzerato cioè il confronto tout court.

Probabilmente sarei stato molto più chiaro e vi avrei risparmiato tutto questo mappazzone ricorrendo ad un paio di esempi: ma forse non è troppo tardi (spero), anzi, giocati adesso possono risultare più illuminanti. Ho ascoltato proprio recentemente due versioni dello stesso viaggio in un paese dell’Estremo Oriente. Nel primo caso l’amica è tornata entusiasta dello stile di vita sobrio e dignitoso della popolazione, della sua resistenza al consumismo. Nel secondo l’amico, che aveva viaggiato al suo fianco per quasi tre settimane, raccontava di sperequazioni economiche e sociali intollerabili, di una povertà dalla quale tutti aspirano a fuggire, magari emigrando verso la Cina, il che è tutto dire, e del loro sogno ultimo che rimane l’Occidente. Ora, questo mi pare un esempio evidente che anche nel viaggio, come in montagna o in un rapporto sentimentale, ciascuno trova in definitiva solo quello che ci porta, ma soprattutto mi sembra testimoniare che la realtà con la quale ci si confronta è ormai talmente contaminata da non consentire un vero scambio, ma solo la ricerca di conferme a ciò di cui si era già intimamente convinti.

Dopodiché, il valore intrinseco di un viaggio, se si ha l’accortezza di non caricarlo di troppe aspettative “sapienziali”, naturalmente rimane: solo, è sempre più relativo ad un altro tipo di confronto, quello con se stessi: che non è poco, ma è cosa ben diversa da quanto da un viaggio un tempo ci si attendeva.

Vorrei ora considerare se esistano altre opzioni conoscitive, altri modi di “viaggiare”, capaci di offrirci una percezione diversa dell’esistente. Beninteso, non mi sto riferendo al ciarpame esoterico messo sul mercato dalla new age, ai misticismi da salotto, alle esperienze sciamaniche o allucinatorie, alle versioni patinate della saggezza orientale. Il discorso vuole essere un po’ più serio, e concerne la direzione del movimento a conoscere e il tipo di conoscenza che questa direzione consente. Se, ad esempio, invece di muoverci orizzontalmente, nello spazio, proviamo a rapportarci all’altra dimensione, quella verticale lungo la quale scorre il tempo, le prospettive di conoscenza cambiano radicalmente. In questo caso non siamo noi a tracciare le linee. Noi possiamo percorrere gli spazi, chiuderli o dilatarli, tendiamo oggi persino ad annullarli: ma rispetto al tempo non ci è consentita alcuna domesticazione. Dobbiamo subirne il movimento, e rinunciare a qualsivoglia certezza. Nel tempo, e del tempo, non è data conoscenza razionale, a dispetto di tutto lo strumentario tecnologico col quale ci illudiamo di imbrigliarlo: perché in esso le possibilità non si ricompongono, ma si aprono e si moltiplicano incessantemente, e non è consentito enumerarle, confrontarle, annullarle nella sintesi. Questo non significa che non sia data conoscenza alcuna: significa solo che per conoscere nel tempo è necessario piegarsi alla sua direzione, scendere cioè in profondità, e accettare di convivere con l’infinito ventaglio di opzioni che ogni attimo ha rappresentato e rappresenta: in altre parole col dubbio come condizione esistenziale e conoscitiva.

Provo a tradurre questa formulazione generica in percorsi concreti. Muoversi nel tempo può significare, ad esempio, ricostruire al di fuori degli schemi obbligati del dato di fatto, gli itinerari che ci hanno portati ad essere quelli che siamo; e quindi scendere all’indietro nella memoria, personale o collettiva, per indagare quali strade si siano presentate, quali sono state scartate e perché, e se non sia ancora possibile recuperarne alcune, e se questo recupero non possa essere la risposta a domande che, nella condizione attuale, rimangono sempre inevase. Non dunque un’operazione di antiquariato culturale, snobistico e fine a se stesso, e neppure un pasticcio di contaminazione postmoderna, che implica comunque la neutralizzazione dei valori di ciò che viene recuperato, o il suo uso solo ornamentale. L’indagine deve muovere da un approccio ben diversamente motivato, dalla disponibilità a rimettersi in gioco e a cercare in un confronto col tempo quelle potenzialità alternative che lo spazio ormai ha esaurite.

Vale a dire? Beh, ad esempio, l’espressione artistica è in grado di offrirci delle metafore adeguate di questa modalità di conoscenza: ci sono casi in cui riesce a sottrarsi all’orizzontalità del confronto spaziale e fissa in istantanee le terga del tempo, magari raccogliendo gli scarti che questi lascia lungo il cammino. I risultati non di rado sono discutibili (mi riferisco ad esempio all’arte povera), ma è apprezzabile l’intento di esplorare una dimensione che al contrario di quella spaziale vede permanere e anzi allargarsi le macchie bianche. E comunque, l’arte coglie lo spirito di questa immersione allorché si ferma a riflettere perplessa sulla propria capacità di “comprendere” letteralmente il mondo, sul “questo, e perché non quello?”.

Oppure, si possono fare viaggi bellissimi riprendendo in mano testi di duemilacinquecento anni fa: si scoprirà, tanto per fare un altro esempio, che il reddito di cittadinanza non lo hanno inventato i nostri politici d’assalto, ma il buon Pericle, e che anziché garantire la democrazia (quella ateniese, per carità, tutt’altro che perfetta) l’ha mandata a picco. La storia non si ripete, ma spesso fa rima, e varrebbe la pena ricominciare a imparare a memoria un po’ di poesie.

Insomma, forse è il caso di rivedere un po’ il convincimento da cui si erano prese le mosse, che cioè il correre, il muoversi per il mondo, sia sempre meglio dello stare, e il discorrere, il mettersi a confronto, sia preferibile al tacere e al meditare. Può essere vero, in tanti casi, ma non lo è certamente in assoluto. È discutibile infatti che veder crescere un albero conferisca un sapere meno profondo dell’aver visto molti alberi diversi. Conferisce senz’altro un sapere diverso, meno spendibile sul piano dell’autoaffermazione, ma assai più pregiato sulla via dell’autocoscienza.

Se si considera questa possibilità, di tramutare il desiderio per le cose dello spazio in desiderio per le cose del tempo, le prospettive di conoscenza cambiano radicalmente. Intanto ci si può rendere conto del fatto che di norma per metà del cammino non facciamo che tornare sui nostri passi e che in verità conosciamo bene solo ciò da cui fuggiamo e non ciò che cerchiamo (non lo dico io, lo diceva Montaigne), e quindi più che annullare distanze le creiamo, le inframmettiamo tra noi e ciò di cui davvero ci importa, e che costituisce il metro, positivo o negativo, al quale commisuriamo ogni conoscenza. Si può scoprire che se pure è lo spazio il mezzo di cui abbiamo percezione, possiamo attraversarlo solo nel tempo, ed è il tempo il nostro orizzonte.

In un romanzo di Chesterton un tizio parte dall’Inghilterra per i Mari del sud, sbaglia rotta e dopo aver circumnavigato il globo finisce nuovamente sulle coste inglesi. È convinto di aver scoperto una nuova isola, tra l’altro commette adulterio con sua moglie, e solo alla fine si rende conto di essere andato alla ricerca di ciò che già aveva. Forse è questo il vero senso del viaggio.

Come scrive un contemporaneo e quasi connazionale di Chesterton, T.S. Eliot:

Noi non cesseremo di esplorare,
e fine di ogni nostra esplorazione
sarà arrivare là donde partimmo,
e conoscere il luogo per la prima volta.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Per una storia della letteratura di viaggio in Italia

di Paolo Repetto, 2002

I percorsi e le scoperte (letterari) di questi ultimi anni mi hanno portato a rivedere, almeno parzialmente, il giudizio negativo sull’attenzione riservata in Italia alla letteratura di viaggio. Giudizio che avevo espresso diverso tempo fa e che ho volutamente riportato nel mio precedente articolo.

L’assenza di interesse cui mi riferivo caratterizza soprattutto il periodo del secondo dopoguerra (guarda caso, quello della mia formazione), quando gli italiani avevano un sacco di altre cose da sistemare e di cui occuparsi e il clima culturale era tutt’altro che propizio alla rievocazione delle scoperte e delle conseguenti avventure coloniali.

Ma nella prima metà del Novecento, per ragioni opposte, questo interesse c’era stato, e lo testimonia ad esempio un’iniziativa editoriale della Paravia dedicata a I grandi viaggi di esplorazione, che contava decine e decine di titoli. Si trattava di operette divulgative, caratterizzate da un marcato taglio agiografico e intrise, soprattutto quelle degli anni Trenta, dello sciovinismo di regime: avevano comunque il merito di portare all’attenzione degli adolescenti, ma non solo, la storia delle esplorazioni e dei viaggi. E anche quello di proporre, accanto alle biografie di Colombo, Magellano e Cook, vicende come quelle di Boggiani e Carlo Piaggia, e persino di Ludovico de Varthema. A giudicare da ciò che trovo nei mercatini dovette godere di una certa diffusione, almeno nelle librerie delle case borghesi, ed è l’unico mio motivo di rammarico per non essere nato in una famiglia benestante (in verità ce n’è un altro, legato alle riduzioni a fumetti dei grandi classici della letteratura avventurosa che anni dopo la Magnesia San Pellegrino distribuiva in omaggio ai clienti: a casa mia nessuno aveva problemi di digestione).

Rivista oggi, sotto un’altra luce, e ferme restando le differenze qualitative e quantitative rispetto a tradizioni letterarie come quelle inglese e francese, la letteratura italiana rivela in realtà un rapporto intenso col tema del viaggio, soprattutto fino al XVIII° secolo. Una breve carrellata lo dimostra.

Si può idealmente partire da Dante e da Brunetto Latini (Il tesoretto) per il viaggio allegorico, ma per il resoconto di viaggi reali occorre attendere Petrarca. Quest’ultimo è costantemente a caccia di manoscritti nelle biblioteche europee, e quindi visita Parigi, le Fiandre e i paesi della valle del Reno: ma nel frattempo attraversa anche a cavallo la selva delle Ardenne, e scala il Monte Ventoso (Ventoux). La sua irrequietudine è documentata nelle Epistole Familiari (I, 4 e 5).

È però già possibile ravvisare un atteggiamento tutto italiano nei confronti del viaggio nello stilnovista Guido Cavalcanti, che parte da Firenze nel 1294 per un pellegrinaggio a San Jacopo in Galizia, ma si ferma a Tolosa perché lì ha trovato una bella donna (lo confessa nel Canzoniere). Ed è questo, tra l’altro, l’unico motivo per cui abbiamo notizia del pellegrinaggio.

Il primo resoconto di un viaggio extraeuropeo di qualche interesse è invece quello di Giovanni dal Pian del Carpine, frate francescano inviato nel 1245 dal papa a Karakorum, presso il sovrano dei Tartari, nipote di Gengis Khan (Viaggio ai Tartari). Tira un po’ sul meraviglioso, ma la narrazione è sostanzialmente attendibile. Descrive il clima e l’estensione del paese, il modo di vestire, le abitazioni, la religione, l’alimentazione, l’organizzazione politica e militare dei mongoli, il modo di trattare i popoli sottomessi ecc… Per essere un religioso medioevale, si dimostra assolutamente libero da pregiudizi.

Un quarto di secolo dopo (1271) ha inizio il viaggio di Marco Polo, narrato poi (in francese) nel Livre des merveilles, e oggi conosciuto come Il Milione. Dal momento che il libro non fu scritto da Marco stesso, ma dettato a Rustichello da Pisa, si ha motivo di credere che molti degli elementi favolosi presenti nel racconto siano frutto della fantasia e della cultura di quest’ultimo. Ma il risultato non cambia. È una pietra miliare nel genere, e sorprende un po’ costatare che non ha trovato imitatori (almeno in Italia) per oltre due secoli.

Un piccolo boom della letteratura di viaggio si ha invece nel periodo rinascimentale. Tengono diari minuziosi dei loro spostamenti i diplomatici come Machiavelli e Guicciardini, soprattutto quest’ultimo (Diario del viaggio in Spagna), mentre raccontano viaggi fantastici su e giù per l’Europa e per il vicino oriente i poeti come Boiardo (Orlando innamorato) e Ariosto (Orlando furioso, con un salto anche sulla Luna). Tuttavia quando parla dei suoi viaggi reali (nelle Satire) Ariosto non manifesta grandi entusiasmi.

L’elemento cruciale di novità è però la scoperta di un continente nuovo. Cominciano a fioccare i resoconti dei viaggi oltre oceano, a partire da quelli di Cristoforo Colombo (Diario), di Amerigo Vespucci (Lettera a Pier Soderini, 1506) e di Giovanni Verrazzano (Lettera a Francesco I, re di Francia, 1524), destinati a diventare dei classici del genere. Sono altri però, molto meno noti, a lasciare le tracce più succose e intriganti del nuovo spirito nomade e avventuroso che anima il Cinquecento. Tra questi spicca il già citato Lodovico de Varthema (Itinerario dallo Egypto alla India, 1512), un incredibile avventuriero che arriva in India prima dei Portoghesi stessi, viaggiando per via di terra e attraversando tutto il mondo mussulmano. È difficile distinguere nel racconto di de Varhema la verità dalle millanterie, ma anche queste sono divertenti, di fatto comunque la gran parte delle sue avventure è testimoniata da riconoscimenti ufficiali.

Un secolo dopo il romano Pietro della Valle percorre un itinerario quasi identico (narrato nel Diario di viaggio in Persia), ma reso più complicato dal fatto che buona parte del percorso la fa in compagnia della salma imbalsamata della giovane moglie. Credo sia un’esperienza unica nella storia della letteratura di viaggio.

Il grande coordinatore di quest’ultima è Giovan Battista Ramusio, veneziano, che tra il 1550 e il 1559 pubblica i tre volumi delle Navigazioni e viaggi, dove sono raccolti tutti i materiali editi ed inediti relativi ai viaggi di scoperta del mezzo secolo precedente. Tra questi, la drammatica Relazione del primo viaggio attorno al mondo, scritta dal vicentino Antonio Pigafetta, compagno di Magellano e diarista ufficiale dell’impresa. La circumnavigazione è ripetuta verso la fine del secolo da un fiorentino, Francesco Carletti, che la descrive nei Ragionamenti del mio viaggio attorno al mondo, (editi solo nel 1701), magari meno emozionanti del racconto di Pigafetta ma di grande interesse per le descrizioni dei popoli delle Americhe e dell’Asia e delle loro culture.

Nel Seicento sono soprattutto i Gesuiti a raccontare le missioni evangelizzatrici proprie, come Matteo Ricci (Lettere e Storia dell’introduzione del Cristianesimo in Cina, 1608)), o altrui, come Daniello Bartoli (Missione al Gran Mogor, 1653). Per il resto, non essendosi sviluppata in Italia una cultura “libertina”, il tema del viaggio è relegato in secondo piano.

Un risveglio si ha nel secolo successivo. Gli stimoli che arrivano dall’Illuminismo, il clima cosmopolita e il desiderio di entrare nel Grand Tour invertendone la direzione inducono nuovamente i letterati italiani a muoversi. Lo fanno animati da un forte spirito critico nei confronti del proprio paese, ma non mancano di esercitarlo anche verso gli altri. E soprattutto lo riversano nei loro diari. A dare l’esempio è Francesco Algarotti, grande divulgatore scientifico e viaggiatore lungo un ventennio per tutti i paesi del Nord-Europa, autore tra l’altro dei Viaggi di Russia. Quasi contemporaneamente Giuseppe Baretti lascia nelle Lettere familiari ai suo’ tre fratelli (1762) delle pungenti annotazioni sui suoi itinerari attraverso Portogallo, Spagna e Francia e sul suo soggiorno in Inghilterra. Baretti quando è in giro non fa sconti a nessuno, ma è evidente che a stargli stretta è proprio l’Italia (e sceglierà infatti di rimanere in Inghilterra). Un altro bello spirito, Vittorio Alfieri, gira l’Europa per cinque anni, tra il 1767 e il 1772, toccando la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda, l’Austria, la Prussia, la Danimarca, la Svezia, e ce ne dà conto ne la Vita scritta da esso. Ne ricaviamo poco sulla situazione dei vari paesi, ma del carattere del conte alla fine non ignoriamo più nulla. Così come di Giacomo Casanova, che fa avanti e indietro per tutta la vita, battendo l’intero continente e raccontandolo (nella Storia della mia vita, 1798) da un punto di vista senz’altro singolare.

Meno attento a sé e più a ciò che lo circonda è Luigi Angiolini, che lascia delle interessantissime Lettere sopra l’Inghilterra, Scozia e Olanda (1790), nelle quali, come avviene per tutti gli altri autori di questo periodo, coglie l’occasione per lamentare il degrado culturale e civile dell’Italia a confronto con i paesi europei del Nord. Altri, come Giovan Battista Malaspina (Relazione del viaggio in Francia e in Spagna, 1786), sono meno esterofili, ma non mancano di sottolineare i ritardi italiani.

Il romanticismo nostrano, a differenza di quello europeo, non segna un ritorno alla grande del viaggio nella letteratura e della letteratura di viaggio. I nostri maggiori romantici magari si spostano all’estero (Foscolo in Francia e in Inghilterra, Manzoni in Francia), ma non reputano importanti queste esperienze. Meno che mai il viaggio costituisce un tema significativo nella narrativa e nella poesia. C’è molto attaccamento al focolare domestico, ai tetti e al campanile. Chi si sposta in genere non è un viaggiatore, ma un esule (Renzo, Jacopo Ortis, Carlino Altoviti ne Le confessioni di un Italiano del Nievo) o un emigrante. E solo nel tardo Ottocento compare qualche accenno a quest’ultimo tema. Edmondo de Amicis è l’unico autore italiano a raccontare, in Sull’oceano, un fenomeno che forza milioni di persone a cambiare latitudine o emisfero. Fioriscono in compenso le pubblicazioni periodiche destinate ad un pubblico di media e bassa cultura (il Giornale illustrato dei viaggi), infarcite di esotismi da salotto e di inverosimili peripezie, ed esplode il viaggio immaginario e popolar-avventuroso nei romanzi d’appendice di Emilio Salgari.

Tra i resoconti genuini di viaggi di esplorazione qualche valore anche letterario hanno La scoperta delle sorgenti del Mississippi di Giacomo Beltrami, Sette anni nel Sudan egiziano di Romolo Gessi, Due anni tra i cannibali di Carlo Piaggia e soprattutto il Viaggio allo Yemen di Renzo Manzoni, quest’ultimo forse l’unico in grado di reggere il confronto con i viaggiatori-narratori anglosassoni e francesi.

Ancora nella prima metà del Novecento il racconto di viaggio rimane confinato in un genere minore. Non mancano letterati che vi si cimentino (a partire da Guido Gozzano con Verso la cuna del mondo, o da Emilio Cecchi con America Amara e Viaggio in Grecia); ma sono soprattutto i giornalisti come Luigi Barzini (Il libro dei viaggi), Bruno Barrili (Il viaggiatore volante), Virgilio Lilli (Penna vagabonda) e Vittorio G. Rossi (Tropici) a produrre le cose migliori. In qualche caso, come per il Viaggio in India (1966) di Alfredo Todisco, sono le profonde trasformazioni intervenute nel frattempo a rendere interessante la fotografia di un mondo scomparso. In altri, come per Un’idea dell’India e Passeggiate africane di Moravia, ma anche L’odore dell’India di Pasolini, riesce fin troppo evidente come spesso nei viaggi si trovi null’altro che ciò che ci si porta.

Solo nell’ultimo scorcio del secolo il rinnovato interesse per l’argomento ha portato alla creazione di veri capolavori (come Danubio, di Claudio Magris), oltre che alla emersione (o in qualche caso, riemersione) di un paio di generazioni di bravi narratori di esperienze di viaggio, da quelle asiatiche di Fosco Maraini (Incontro con l’Asia), Tiziano Terzani (In Asia) e Giorgio Bettinelli (In Vespa), a quelle americane di Pino Cacucci (La polvere del Messico), Cesare Fiumi (La strada è di tutti) e Alessandro Portelli (Taccuini americani), a quelle africane di Carla Perrotti (Deserti), fino a quelle mondiali di Walter Bonatti (In terre lontane).

Si è ridestato anche l’interesse per la storia del viaggio e dei viaggiatori, che ha trovato ottimi narratori in Stefano Malatesta (Il cammello battriano, Il mare di sabbia) e soprattutto in Attilio Brilli (a partire da Quando viaggiare era un’arte). Brilli è il grande maestro della loggia dei viaggiatori “in su le carte”, una enciclopedia ambulante (appunto) della letteratura odeporica, e ha al suo attivo un numero straordinario di titoli.

La riscoperta del piacere e del valore culturale del viaggio, che nell’articolo sopra citato attribuivo soprattutto ad una moda di importazione (e confesso che sostanzialmente ne sono ancora convinto), ha dato nel nuovo secolo frutti notevoli, non inferiori a quelli anglosassoni. Il merito va ad autori del calibro di Paolo Rumiz, che con La leggenda dei monti naviganti ha toccato le vette della migliore letteratura, raccontando un fantastico itinerario dalle Alpi marittime alla Sicilia compiuto a bordo di una vecchia Topolino, seguendo a zig zag la dorsale appenninica, quindi la parte più sconosciuta e relativamente intatta della nostra penisola. Rumiz aveva già pubblicato il resoconto di un viaggio attraverso i Balcani in direzione di Costantinopoli (É oriente) ed ha poi proseguito nella riscoperta dell’Italia con Annibale. Un viaggio, una rivisitazione-confronto tra il passato e l’oggi sulle orme del grande condottiero cartaginese, per spostarsi infine nuovamente fuori dell’Italia con Trans-Europa Express, un itinerario che segue il vecchio confine della cortina di ferro dal circolo polare sino all’Adriatico.

Anche in Italia incontrano infine un crescente successo i “viaggiatori estremi”, in sostanza quelli che si muovono a piedi su lunghe distanze. Una traversata latitudinale completa della penisola è raccontata da Enrico Brizzi, sia pure con qualche eccessiva concessione al romanzesco, ne Gli Psicoatleti. Quella longitudinale, dall’Argentario al Cònero, l’aveva già narrata in Nessuno lo saprà. Brizzi percorre preferibilmente i vecchi itinerari del pellegrinaggio, quelli della Via Francigena o del Camino di Santiago di Compostela. Come Rumiz, e come tutti gli altri citati, sa scrivere bene. E questo è sempre un vantaggio per la letteratura, se non una condizione imprescindibile, ma per quella di viaggio può costituire anche un rischio. Perché chi ama le narrazioni di viaggio in realtà bada molto più alla sostanza che alla forma, vuole identificarsi con i luoghi e con le storie, più che lasciarsi coinvolgere dalla malìa delle parole. Oggi i viaggi vengono intrapresi sempre più solo per poterne poi scrivere, e c’è il rischio che il piacere letterario lasci poco spazio a quello della fantasia. Quando si legge per immaginare noi stessi a compiere il viaggio un racconto troppo perfetto ci esclude, non consente di figurarci qualcosa di diverso da ciò che viene raccontato.

È quanto sembra aver capito molto bene Roberto Giardina, che in due poderosi volumi (L’altra Europa. Itinerari insoliti e fantastici dell’Europa di ieri e di oggi e L’Europa e le vie del mediterraneo ha condensato un repertorio vastissimo di itinerari possibili e di suggestioni storiche da inseguire. Pochissime pagine per ciascuna tappa, descrizioni all’osso, rimandi storici a vicende e personaggi spesso sconosciuti: un liofilizzato di indicazioni che l’autore consegna al lettore come una possibilità, un ricettario con gli ingredienti essenziali: il gusto, sembra dirgli, ora devi mettercelo tu.

 

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Percorsi bibliografici n. 9

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Come da consuetudine vi segnaliamo le ultime letture che hanno suscitato in noi, se non entusiasmo almeno interesse. Anche se non sembra sono legate da un filo: quel filo che consente di comunicare a distanza, senza saperlo e senza conoscersi, con chi condivide il piacere di quelle pagine.

SENTIERI DELL’UTOPIA
Fiumi, C. – La strada è di tutti – Feltrinelli 2000
Sackville-West, V. – Il più personale dei piaceri – Garzanti 1982
Thoubron, C. – Il cuore perduto dell’Asia – Feltrinelli 1994
Bryson, B – Una passeggiata nei boschi –Guanda 2000
Sepúlveda, L. – Raccontare, resistere – Guanda 2002
Singer, P. – Una sinistra darwiniana – Comunità 2000
Rorty, R.  – Una sinistra per il prossimo secolo – Garzanti 1999
Revelli, M. – Oltre il Novecento – Einaudi 2000
Galimberti, U. – Psiche e tecne – Feltrinelli 1999
Boockchin, M. – L’ecologia della libertà – Eléuthera 1984
Menghi, M. – L’utopia degli Iperborei – Iperborea 1998
De Tocqueville, A. – L’amicizia e la democrazia – Ed. Lavoro 1987
Monti, A. – Il mestiere di insegnare – Arabafenice 1994
Ausseur, C. – Parigi. Passeggiate letterarie – E/o 1999
Miller, G. – Uomini, donne e code di pavone – Einaudi 2002

SENTIERI DELLA POESIA
Flaubert, G. – Bibliomania – Immaginaria 1992
Löwenthal, L. – I roghi dei libri – Il Melangolo 1991
Bettini, M. – Con i libri – Einaudi 1998
Manguel, A. – Una storia della lettura – Mondadori 1997
Diliberto, O – La biblioteca stregata – Robin Edizioni 1999
Huizing, K. – Il Mangialibri – Neri Pozza 1996
Vila-Matas, E. – Bartleby e compagnia – Feltrinelli 2002

SENTIERI DELLA FANTASIA
Winchester, S. – L’assassino più colto del mondo – Mondadori 1999
Brera, G. – Addio bicicletta – Rizzoli 1980
Brera, G. – Coppi e il diavolo – Baldini & Castoldi 1994
Fiumi, C. – Storie esemplari di piccoli eroi – Feltrinelli 1996
Clarke, W.R. – Sesso e origine della morte – MacGraw Hill 1998

 

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