Percorsi bibliografici n. 9

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Come da consuetudine vi segnaliamo le ultime letture che hanno suscitato in noi, se non entusiasmo almeno interesse. Anche se non sembra sono legate da un filo: quel filo che consente di comunicare a distanza, senza saperlo e senza conoscersi, con chi condivide il piacere di quelle pagine.

SENTIERI DELL’UTOPIA
Fiumi, C. – La strada è di tutti – Feltrinelli 2000
Sackville-West, V. – Il più personale dei piaceri – Garzanti 1982
Thoubron, C. – Il cuore perduto dell’Asia – Feltrinelli 1994
Bryson, B – Una passeggiata nei boschi –Guanda 2000
Sepúlveda, L. – Raccontare, resistere – Guanda 2002
Singer, P. – Una sinistra darwiniana – Comunità 2000
Rorty, R.  – Una sinistra per il prossimo secolo – Garzanti 1999
Revelli, M. – Oltre il Novecento – Einaudi 2000
Galimberti, U. – Psiche e tecne – Feltrinelli 1999
Boockchin, M. – L’ecologia della libertà – Eléuthera 1984
Menghi, M. – L’utopia degli Iperborei – Iperborea 1998
De Tocqueville, A. – L’amicizia e la democrazia – Ed. Lavoro 1987
Monti, A. – Il mestiere di insegnare – Arabafenice 1994
Ausseur, C. – Parigi. Passeggiate letterarie – E/o 1999
Miller, G. – Uomini, donne e code di pavone – Einaudi 2002

SENTIERI DELLA POESIA
Flaubert, G. – Bibliomania – Immaginaria 1992
Löwenthal, L. – I roghi dei libri – Il Melangolo 1991
Bettini, M. – Con i libri – Einaudi 1998
Manguel, A. – Una storia della lettura – Mondadori 1997
Diliberto, O – La biblioteca stregata – Robin Edizioni 1999
Huizing, K. – Il Mangialibri – Neri Pozza 1996
Vila-Matas, E. – Bartleby e compagnia – Feltrinelli 2002

SENTIERI DELLA FANTASIA
Winchester, S. – L’assassino più colto del mondo – Mondadori 1999
Brera, G. – Addio bicicletta – Rizzoli 1980
Brera, G. – Coppi e il diavolo – Baldini & Castoldi 1994
Fiumi, C. – Storie esemplari di piccoli eroi – Feltrinelli 1996
Clarke, W.R. – Sesso e origine della morte – MacGraw Hill 1998

 

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Il rovello del bibliomane

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Alle infinite angosce variamente distribuite tra i mortali il bibliomane ne unisce una tutta sua, che non è affatto accessoria, perché cresce sul lungo periodo e relega in secondo piano ogni altra. La bibliomania è una vera e propria sindrome maniacale, che riversa su un settore specifico la spinta all’accumulo tipica della società capitalistica (ma non solo). Si capitalizza un sapere, si mette da parte per i tempi venturi, quasi che quelle pareti grondanti pagine possano racchiuderti entro verità, ovattarti la vita, creare una camera stagna contro l’angoscia del nulla che preme dall’esterno.

Godo alla vista dei miei scaffali pieni zeppi, fitti di nomi più o meno familiari. Godo di sapermi circondato da una sorta di inventario della mia vita, con preannunci del futuro. Amo scoprire in volumi quasi dimenticati tracce delle mie passate letture: appunti a margine, biglietti dell’autobus, foglietti con nomi e numeri misteriosi, una data e un luogo scarabocchiati sul frontespizio che mi riportano a un certo caffé, a un certo albergo, a un’estate di tanto tempo fa.    ALBERTO MANGUEL

Ti fasci di libri per isolarti e per avere concrete certezze. Hai l’impressione di vincere il tempo e lo spazio: ciò che di bello e di importante è stato pensato, detto e scritto in ogni tempo e in ogni luogo lo hai lì, a tua disposizione, ti dà sicurezza, ti conforta, non fosse altro perché puoi appurare che quello che pensi e che credi è stato anticipato ed è condiviso da altri, e altri lo condivideranno proprio attraverso quei libri. Insomma, non sei solo.

E tuttavia, tuttavia qualcosa che ti angoscia in quegli stessi libri c’è. C’è il fatto che non potrai portarteli dietro per sempre, e che sono una parte di te che vorresti continuasse a vivere, anzi, sono la parte più importante di te. La tua biblioteca ha raccolto tutti i tuoi pensieri e desideri e speranze e felicità, è diventata un organo vitale: ed è l’unico organo che vorresti davvero fosse espiantato e trapiantato in qualcuno, e continuasse a vivere. Ma è un organo particolare, che non può andare a chiunque. Vorresti poter scegliere il beneficiario, assicurare a quell’organo la possibilità di funzionare a dovere.

Gli eredi, si sa, non amano le biblioteche. Non ne apprezzano il valore affettivo e culturale. Si preoccupano degli spazi, sono infastiditi dalla polvere, inorridiscono per i minuscoli abitatori dei libri.     OLIVIERO DILIBERTO

Non è facile. Perché da un lato i destinatari potrebbero sembrare tanti, ma dall’altro nessuno corrisponde perfettamente alle aspettative. E poi, i libri si sono affezionati a quella parete, su quegli scaffali hanno vissuto gli uni accanto agli altri. Non possono essere separati e non possono essere portati via di lì. Non vi è nulla che induca malinconia come una biblioteca smembrata. L’idea di una vita trascorsa a mettere assieme quel senso, e quel senso che se ne va a pezzi. Il senso era nei titoli, e nell’accostamento dei titoli, e nella collocazione in certi punti particolari dello scaffale, in un criterio di maggiore o minore evidenza.

Sparpagliare quei titoli, dividerli, significa gettare al vento le polveri. Tanto vale, allora, iniziare a bruciare libro per libro, come fa Pepe Carvalho, e aspirarne il fumo e il calore. Forse quella pratica, che sulle prime mi aveva scandalizzato, non è poi così bizzarra. È già novembre. Devo rimettere in funzione il caminetto.

Prendeva un libro, ne sfogliava le pagine, ne tastava la carta, ne esaminava le dorature, la copertina, le lettere, l’inchiostro, le pieghe e la disposizione dei disegni attorno alla parola finis; poi lo cambiava di posto, lo metteva su un ripiano più alto e restava per ore intere a gustarne il titolo e la forma.     GUSTAVE FLAUBERT

 

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Parola all’immagine

ovvero l’arte della ricerca iconografica

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Gli articoli comparsi finora sulla rivista hanno contratto un debito che è venuto il momento di pagare. Un debito nei confronti degli artisti che, loro malgrado, hanno contribuito a rendere più accattivanti i testi. E non è improbabile che, spesso, le immagini abbiano espresso molto più chiaramente i concetti di quanto potessero fare le parole scritte.

I testi nascono da una mozione interna alla denuncia, alla riflessione e alla constatazione.

Le immagini arrivano dopo, e spesso l’autore dell’articolo non se ne cura. Paolo ed io, di conseguenza, ci improvvisiamo “art director” e cominciamo a scartabellare nella sua variegata e ricca biblioteca, alla ricerca dell’adeguato corredo iconografico.

Le immagini devono essere preferibilmente in bianco e nero, avere un sapore di antico e finito, e collegarsi ovviamente, anche solo per assonanza, all’argomento trattato.

Le ricerche iniziano sempre dai fumetti. Ken Parker e Corto Maltese, oltre ad essere modelli di vita, sono fonti inesauribili di citazioni.

Poi saccheggiamo i libri “vecchi”, quelli che non avevano pagine patinate e colorate, ma erano ricchi di riproduzioni di stampe, litografie e incisioni.

I libri d’arte e quelli sul vecchio west sono infine nostro pane quotidiano.

Così la razzia iconografica incomincia …

I regimi demagogici ci chiedono di rinunciare ai libri, marchiati come oggetti superflui; i regimi totalitari ci impongono di non pensare, vietando, minacciando e censurando; entrambi vogliono che diventiamo stupidi e accettiamo la nostra degradazione senza reagire, incoraggiando perciò il consumo delle più insulse brodaglie. In tali condizioni i lettori non possono essere che sovversivi.   ALBERTO MANGUEL

È impossibile qui ringraziare tutti gli autori, a volte sconosciuti, che hanno arricchito la rivista. Ma credo che il migliore dei ringraziamenti sia proprio il fatto di averli citati.

Sarebbero anche state necessarie didascalie chiarificatrici, ma probabilmente avrebbero meritato più spazio dell’articolo stesso.

Scusandoci dei nostri furti ci limitiamo quindi a commentarne una, quella che accompagna questo pezzo.

L’immagine riprodotta ha una particolarità che la rende unica: mentre i nostri articoli nascono sempre con la stesura del testo – la ricerca delle immagini è successiva – in questo caso è avvenuto l’opposto.

Ricercando, appunto, immagini per questo numero di Sottotiro mi è capitata tra le mani una stampa che illustra il libro Una storia della lettura di Alberto Manguel, e mi è nato il desiderio di scrivere un articolo che la commentasse.

Tratta dal Practical Magazine di New York del 1873, è la più antica raffigurazione di un lector  in una fabbrica di sigari.

Il lector era l’operaio che durante la metà dell’Ottocento veniva pagato dai colleghi per leggere nelle fabbriche cubane di sigari.

Inizialmente questi “operai specializzati” leggevano il bollettino del primo sindacato cubano, ma presto si trasformarono in voce del popolo ignorante (il 75% della popolazione era analfabeta). Il lector leggeva libri di storia, di narrativa, di poesia e persino di economia politica.

La noia per i gesti ripetitivi del sigaraio era scacciata dalla voce del lector, che leggeva quotidiani al mattino e romanzi al pomeriggio.

Ogni commento era proibito, si doveva aspettare il termine della lettura per le considerazioni.

Pare che il libro di maggior successo fosse Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, tanto che gli operai chiesero e ottennero dall’autore il permesso di intitolare i sigari fabbricati col nome del protagonista.

Ovviamente questa attività fu molto presto proibita, perché “distraeva” i lavoratori dalle loro mansioni.

Collezione di licheni bottone

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Ogni passione spenta

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Questo numero di Sottotiro, nono della serie, sesto delle edizioni dei Viandanti, è assolutamente inutile. Non è una novità, lo erano anche gli altri. Ma questo è diverso. C’è di più. È infatti assolutamente inutile non solo negli esiti, come i precedenti, ma già negli intenti. È quindi animato da una nuova consapevolezza. Vuole essere inutile, a tutti gli effetti. Non influirà sul PIL, né su quello nazionale né tantomeno su quello privato dei redattori, non aprirà inediti orizzonti, non favorirà scambi culturali e non cementerà vecchie amicizie. Rinuncia in partenza a qualsivoglia ambizione polemica o letteraria, e a dire il vero per ottenere tutto ciò non è stato necessario un grosso sacrificio, è bastato continuare sulla vecchia linea.

Che bisogno c’era allora di questa dichiarazione, se nella sostanza non è cambiato niente? Beh, intanto urgeva la necessità di un editoriale: la regola è questa e una chiave di lettura occorre pur darla. E poi c’è il fatto della scommessa. Questo numero nasce, a distanza di tre anni dall’ultimo uscito, solo in risposta ad una scommessa. Ci eravamo ripromessi di arrivare sino a dieci, ci sembrava il minimo perché una rivista potesse ambire ad una presenza «storica». Non ce l’abbiamo fatta. Non siamo stati sorretti da sufficiente spirito, o forse siamo rimasti ingenuamente delusi dall’assenza di un qualsivoglia riscontro, o semplicemente non ci divertivamo più. Sta di fatto che abbiamo finito per parlarne sempre più raramente, dando per scontato che era finita un’epoca, o più modestamente il momento magico dei Viandanti delle Nebbie. Ma le scommesse vanno onorate, prima di tutto quelle con se stessi, se si vuol mantenere un minimo di autostima; e quindi il tarlo ha continuato a lavorare, in tutti questi anni, e a non dare pace. Ed ecco il risultato, l’ormai dato per disperso numero nove. Il Nove sarà dunque solo la penultima rata, pagata oltre scadenza, di un debito che avevamo contratto con noi stessi sei anni fa (e pare un secolo) e che intendiamo estinguere. Non vuole dimostrare niente, non vuole fingere che siano ancora in vita sodalizi e sentimenti e speranze che semplicemente, senza drammi, hanno lasciato il posto ad altro. Ci siamo ancora divertiti a farlo, crediamo che qualche attimo di piacere la lettura di queste pagine possa regalarlo, senza sottrarne alla conoscenza (quale?). E questo ci basta per promettere che un giorno, forse tra altri tre anni, o invece solo fra tre mesi, comparirà anche il fatidico dieci. Che sarà magari uno speciale, denso di stimoli e di ricordi e di esperienze nuove; oppure, più realisticamente, un numero di commiato. Mesto, solitario e definitivo.

 

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Per una metacritica della gnoseologia

ovvero: Dell’importanza di titolarsi giusto

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Credo che pochi possano azzardare un titolo come questo. Solo quegli autori che occupano quasi uno scaffale nel settore scienze umane. Infatti il titolo non è mio, è di un libro di T.W. Adorno, libro che peraltro non ho mai letto e che non ha alcuna attinenza con l’argomento che vado a trattare. Serve solo ad introdurre il tema vero, quello proposto tra parentesi: quanto sia importante un titolo che suona giusto.

Ho sempre subìto la seduzione dei titoli azzeccati. Di quelli molto musicali, soprattutto di quelli metricamente ben scanditi: per esempio, quello di cui mi sono sfacciatamente appropriato è un perfetto doppio ottonario, che mi aveva immediatamente affascinato perché suggerisce una inspirazione ed una espirazione complete. Lo tenevo in fresco da trenta e passa anni, aspettando il momento per giocarmelo al meglio. Nel frattempo ho fantasticato tutti gli usi possibili di un libro con un titolo simile: deterrente per gli scocciatori che pretendono di dividere con noi lo scompartimento ferroviario (il volume abbandonato supino sul sedile, la copertina spalancata, come in una pausa momentanea): oppure posato con noncuranza, ma bene in vista, sulla cattedra dell’esaminatore, come scelta di lettura facoltativa. O ancora, da far trovare sul tavolo in occasione delle visite di parenti, per abbreviarle: o sulla scrivania, alla vista dei visitatori, per metterli subito al loro posto. Ma non l’ho mai comprato. Temevo mi vincesse la curiosità di leggerlo, o quanto meno di sfogliarlo, e che l’incanto svanisse.

Non è andata così, invece, per un altro dei miei titoli preferiti, Il cuore è un cacciatore solitario, endecasillabo in tre battute che traduce mirabilmente il triplice soffio del novenario originale: The heart is a lonely hunter. In questo caso da esso mi è venuto uno stimolo fortissimo alla lettura, e sono grato alla McCullers di averlo scelto. L’endecasillabo trifasico è indubbiamente il mio preferito: qualcosa che si intitoli Sogno di una notte di mezza estate è un capolavoro già in sé, e Se una notte d’inverno un viaggiatore o Passeggiate nei boschi narrativi non possono non imprimersi tentatori nella memoria. Ma apprezzo anche il dodecasillabo in doppio senario, soprattutto quando è intriso di una secchezza anticipatrice come ne La solitudine del maratoneta: e godo della perfezione ritmica di novenari come L’inverno del nostro scontento o Ilona arriva con la pioggia, anche se in questi casi la lettura non conferma l’incantesimo. Ho notato per inciso come stranamente Leopardi, creatore di suggestivi incipit endecasillabici, prediliga nelle titolazioni gli ottonari (La sera del dì di festa, Il sabato del villaggio, L’ultimo canto di Saffo), più raramente i novenari (La quiete dopo la tempesta, Cantico del gallo silvestre), salvo poi sforare fino alle quattordici sillabe del Canto notturno o dei Paralipomeni.

Perché tutta questa attenzione per i titoli? Perché il titolo non è solo parte integrante dell’opera, ma viene prima e dopo l’opera stessa. Ne è l’annuncio e il veicolo pubblicitario, e quindi deve contenere dei messaggi forti che riguardino i contenuti, i personaggi e le atmosfere, o che non li riguardino affatto ma chiamino in causa la curiosità e la capacità associativa del lettore. Può farlo in molti modi. Può suggerire ad esempio alcuni aspetti dell’argomento, lasciandoci poi il gusto di riconoscerli nel testo: In mezzo scorre il fiume riesce a condensare l’elemento unificante, il fiume appunto, e il rapporto con esso e con la pesca, ma anche la diversificazione dei destini dei due protagonisti, perché il fiume che li unisce è anche metafora di una vita affrontata in modi dissimili. Allo stesso modo, Il senso di Smilla per la neve anticipa sia l’ambientazione che la straordinaria personalità della protagonista.

Ma il messaggio può scegliere anche strade diverse, per esempio quella dell’incisività, che non suggerisce ma impone il contenuto (formidabile la triade bisillabica di Camus, L’etranger, La peste, La chute, ma riesce anche molto incisivo, ad esempio, Senilità di Svevo). Oppure quella della stranezza, che punta sullo spiazzamento del lettore: Qualcuno volò sul nido del cuculo non ci dice assolutamente nulla dei contenuti (ma anche The Catcher in the rye, l’originale de Il giovane Holden, alla lettera “L’acchiappatore nella segale”, in questo senso non scherza), e tuttavia ci lascia una gran voglia di sapere perché diavolo l’abbia fatto – di volare nel nido del cuculo, intendo. O, ancora più sottile, quella della banalità, che non risulta più tale quando va a titolare un libro, e che ci spinge a leggere Morte di un apicultore (sembra il titolo di un breve di cronaca sul giornaletto locale) o Il pomeriggio di un piastrellista. Più smaccata, in questo senso, appare la maniera pirandelliana, che gioca ad anticipare il paradosso contenuto nel testo: Così è, se vi pare, Ma non è una cosa seria, Stasera si recita a soggetto, ecc… (ma anche Pirandello, con Uno, nessuno, centomila conia uno splendido novenario in tre tempi crescenti).

La funzione ruffiana del titolo non si esaurisce però con lo stimolo alla lettura. Come dicevo, il titolo ha un suo ruolo anche dopo la lettura, deve favorirne l’archiviazione mentale. Il grande amico Meaulnes, Giuda l’oscuro o La luna e i falò rimangono indelebili nella memoria, mentre Tre operai, Menzogna e sortilegio e Allegoria e derisione li si dimentica prima ancora di aver richiuso i volumi (ma forse c’entra anche la qualità delle opere). È vero peraltro che alcuni titoli si impongono a dispetto o proprio in ragione di una cacofonia. È il caso di Con gli occhi chiusi, decisamente una delle titolazioni più sciatte della nostra letteratura, seconda solo forse a Il Sempione strizza l’occhio al Frejus (mi chiedo come si fa a leggere un libro con un titolo simile: e infatti mi sembra non lo legga più nessuno); oppure de La mia Antonia, di Willa Cather, che mi intriga, malgrado a pronunciarlo impasti la bocca e suggerisca scenari domestici. Altri invece sortiscono l’effetto opposto. Uno dei più bei racconti che abbia mai letto è contenuto ne L’italiano, di Thomas Bernhard: morire che mi ricordi una volta il titolo quando voglio consigliarlo a qualcuno.

Tutto ciò, in realtà, attiene soprattutto a quel che noi leggiamo nei titoli, che non sempre corrisponde a quel che gli autori volevano dirci. Ad esempio, ritengo possibile una netta distinzione d’intenti tra titoli che anticipano l’universalità del tema e titoli che rimandano ad una vicenda particolare. Quando si titolano le proprie opere Il rosso e il nero, Guerra e pace, Ragione e sentimento, Delitto e castigo, I sommersi e i salvati, si gioca su una opposizione archetipica, sulla conflittualità dialettica nella quale si riassume la storia dell’umanità, e che viene raccontata generalmente da voce esterna, con uno sguardo obiettivo ed estraneo alla scena. Al contrario, se si utilizzano le generalità di un singolo (Tonio Kroger, Lucien Leuwen, Anna Karenina), o addirittura il nome proprio (Adolphe, Renée) o il nome più una connotazione particolare (Il giovane Holden, La signorina Else, Gimpel l’idiota) si avverte il lettore che la narrazione avverrà dall’interno, e il mondo e il resto dell’umanità ci arriveranno attraverso la coscienza che ne ha il protagonista. Naturalmente non è sempre così, e per esempio nei romanzi di Dickens il titolare-protagonista è più pretesto alla rappresentazione che filtro della stessa: ma non bisogna dimenticare che in buona parte dei casi la scelta è dettata dalle mode correnti, e anche il realismo postromantico non poteva rinunciare ad allettare il pubblico con la promessa di un eroe. La combinazione delle due tipologie non può infine che produrre titoli apparentemente neutri: L’uomo senza qualità, in quanto è un singolo che non ha nome, ci rimanda ad un protagonista che è l’uomo moderno in generale.

L’importanza e le valenze attribuite al titolo non sono comunque le stesse in tutti gli autori. Manzoni arriva a sacrificare la fluidità del suono (Gli sposi promessi, senario in tre battute in crescendo) alla correttezza del messaggio (Renzo e Lucia sono “promessi” per tutta la durata del romanzo, e “sposi” solo nell’ultima pagina), mentre Melville depista la nostra attenzione sull’antagonista, Forster sul peso della situazione rispetto alle scelte (Camera con vista, Passaggio in India) e Sthendal sul teatro della vicenda (La certosa di Parma). Svevo decreta invece la destinazione al macero del suo primo romanzo, affibbiandogli il più anodino e scoraggiante dei titoli, Una vita, tra l’altro già usato pochi anni prima da Maupassant (l’avesse titolato Una morte, o avesse riscattato il sostantivo con una aggettivazione, forse avrebbe incontrato una diversa fortuna).

Chi sembra potersene infischiare del messaggio di copertina sono i poeti. Per essi il volume è più un contenitore di fogli sparsi che un assieme, e questo giustifica le notarili titolazioni: Canti, Canzoniere, Poemetti, Laudi o, scelta di olimpica indifferenza, semplicemente Poesie. È pur vero che le eccezioni sono tante, ma l’atteggiamento di fondo rimane quello. Nel loro caso, a quanto pare, la promessa è da ritenersi già implicita nel nome.

Nessuna promessa invece, di nessun tipo, nelle mie titolazioni. Sono partito da me e ritorno, prima di chiudere, ai criteri delle mie scelte. Il titolo è per me determinante non solo per la motivazione alla lettura, ma anche e soprattutto quale incentivazione alla scrittura. Non lo formulo mai a posteriori, adattandolo alla materia trattata, ma a priori, e finisco per adattare ad esso la materia. In pratica quando scrivo ho necessità di aver chiaro non tanto l’argomento (e si vede) quanto il titolo. In più di un caso mi è capitato di scrivere sotto lo stimolo di una bella titolazione che mi era passata per la testa, e che ritenevo di non poter sprecare (e ciò spiega, almeno in parte, la futilità di molti degli assunti attorno ai quali mi sono cimentato, primo tra tutti quello che ha dato origine a questo articoletto).

Questi titoli, come si sarà ormai capito, non sono mai originali, ma si limitano a parodiarne altri, desunti dai generi letterari o saggistici più svariati, dal cinema, dalle arti figurative e dalla musica. Non credo di aver mai coniato un titolo che non strizzasse l’occhio al mio ipotetico lettore, rimandandolo ruffianamente ad una comune formazione, e cercandone quindi la complicità. Ciò ha senz’altro a che fare con la mia concezione della scrittura come forma di comunicazione ristretta, per circoli di intimi, ma è soprattutto connesso ad un’esperienza del mondo e della vita totalmente filtrata dalla lettura, a dispetto delle condizioni in cui si è realizzata. Non ho mai potuto fare a meno di “riconoscere” le mie esperienze nei libri, o addirittura di mediarle da subito attraverso le conoscenze libresche. E questo ci traghetta, finalmente alla questione di fondo.

Credo che a monte del mio atteggiamento, sia in ordine alla scelta dei titoli che, più in generale, rispetto alla scrittura, ci sia una radicata convinzione: quella che tutti i temi fondamentali relativi all’uomo e al suo posto nella natura e nella storia fossero già stati trattati ai tempi di Esiodo, e che tutto ciò che è seguito non sia che riscrittura. Dalla Bibbia e da Omero in poi ogni opera non è che commento o aggiornamento delle precedenti, e la varietà dei titoli ci racconta le evoluzioni, più che l’evoluzione, della cultura, il moltiplicarsi delle risposte a quelle che rimangono sempre le stesse domande. In quest’ottica, titolazioni troppo nuove o originali possono essere accattivanti e curiose, ma sono in definitiva fuorvianti. La favola rimane bene o male sempre quella. Pertanto, come postmoderno dissidente e praticante ecologista, applico questa convinzione, e riciclo a modo mio quanto è già stato prodotto. Cosa che, detto francamente, è anche molto più comoda.

 

P.S. – Ho acquistato recentemente su una bancarella un’ennesima copia del Mozart auf der Reise nach Prag, di Eduard Morike, affascinato dalla stupenda veste editoriale della vecchia Biblioteca Romantica Mondadori. L’edizione è fantastica, la versione di Tomaso Gnoli restituisce una patina quasi ottocentesca al linguaggio: ma il titolo! È stato tradotto in Mozart in viaggio per Praga, ottonario che rispetta alla sillaba l’originale, ma non ne trasmette affatto la musicalità. Ci dice solo prosaicamente che Mozart va a Praga, del che sinceramente non ci frega granché, e potrebbe essere utilizzato al più come didascalia per una illustrazione. È la prima volta che trovo questa traduzione: ho sempre conosciuto questo testo sotto la titolazione Mozart in viaggio verso Praga, perfetto novenario in crescendo (2 – 3 – 4) che ci comunica ben altra cosa, quella cosa appunto che ha risvegliato il mio interesse. E cioè che il soggetto del racconto è quel “verso”, vale a dire il viaggio, vale a dire gli incontri, le peripezie, gli stupori nei quali incappano, lungo il tragitto, il giovanissimo musicista e la sua dolce consorte. Questo ci si deve attendere da un titolo.

 

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Colpo di reni

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Continuiamo a salire. Gli altri si sono sfilati ad uno ad uno, già dai primi tornanti. Ora la pendenza si è ammorbidita, le curve si distendono, l’asfalto è tornato scorrevole. Il ritmo lo detta il mio compagno, e gliene sono grato. Amo la salita, pigio volentieri sui pedali, ma non ho certo il fisico del grimpeur. Nel gergo ciclistico la mia stazza è quella del passista puro, che sarebbe colui che non ha particolari attitudini. L’unica mia attitudine, in bicicletta e non, è quella alla sofferenza. Quando pedalo voglio guadagnarmi ogni chilometro, anche perché di norma ho poco tempo, devo limitarmi ad uscite rade e brevi, e in salita i chilometri valgono triplo. Questa rampa, poi, l’amo e la odio più di tutte le altre: l’ho già attaccata almeno venti volte, e altrettante l’ho sofferta, ma ad ogni nuova salita la soddisfazione si è moltiplicata. Mi ha l’aria che oggi possa diventare addirittura esaltante.

Saliamo ad una cadenza per me assolutamente inusuale, quasi folle. Nel primo chilometro il cuore bussava direttamente ai denti; ora è ridisceso in gola, ma polpacci e quadricipiti sembrano esplodere ad ogni pedalata. Sono agganciato con un invisibile rampino alla forcella del mio compagno. Il sangue arriva tanto veloce al cervello da spazzar via ogni pensiero. Non ho tempo per ragionare, sono troppo occupato a respirare: ma mancano solo cinquecento metri, e questo istintivamente lo realizzo ancora. Ad ogni curva riconosco muretti e prati, senza staccare lo sguardo dalla ruota anteriore. Mi sfilano di lato paracarri, alberi, cunette, tutti memorizzati nelle salite precedenti: li azzanno con gli occhi, faccio verricello e me li butto alle spalle, uno ad uno. Sono sbronzo di fatica, ma esaltato come un derviscio.

Lui ad un tratto si volta. Sento il suo sguardo, più che vederlo. penso stia valutando se sono in grado di reggere ancora il ritmo. Ha dieci anni e quindici chili di meno sulle gambe, si allena tutti i giorni, probabilmente è solo a metà dei giri. Fingo per qualche istante una respirazione meno affannosa: non voglio che rallenti, andiamo bene così. Riesco ad alzare finalmente gli occhi per fargli cenno, per invitarlo a mantenere questo passo. Vorrei dirglelo, ma della voce non sono più padrone. È invece la sua, di voce, a cogliermi come una sassata:

– Ah, bastardo, vuoi scattare, eh!?

Lo vedo alzarsi sui pedali e accelerare; pochi secondi ed è già fuori vista, dietro una curva. Io sono come pietrificato, rimango inchiodato nello stesso punto, mi sembra di fondermi con l’asfalto. Cerco di realizzare e di reagire in qualche modo, ma mi riesce impossibile. Le gambe si sono fatte dure, spingere e tirare è una pena. “Vuoi scattare?!” Ma che cazzo – scattare?! – Mi accorgo di procedere a zig zag, da un bordo all’altro della strada. Altro che ritmo, adesso dubito di poter arrivare sino in cima. Non sono il cuore, i polmoni o le gambe a rifiutarsi, è la testa. Non ho più alcuna voglia di salire: perché dovrei? Lo stupore ha già lasciato il posto alla rabbia, per un attimo penso di girare e di buttarmi lungo la discesa, tornare per dove sono venuto. Ma sarebbe troppo lungo, e dovrei poi dare agli altri spiegazioni che non voglio (e nemmeno potrei) dare.

La strada continua a spianare, ma a me sembra un muro: ora odio la fatica che sto facendo, mi sembra inutile, insensata. Penso che prima di arrivare a casa ci sono altre due salitine; bazzecole, ma l’idea mi irrita. Ancora tre, due, l’ultimo tornante. Sono in vetta.

Lui non ha staccato i piedi dalle pedivelle, è in equilibrio, appoggiato al paletto della segnaletica stradale. Immagino intendesse annotarsi mentalmente i distacchi, e che il mio ritardo gli stia ora guastando la performance. Tutto questo in realtà non lo vedo, lo intuisco. Quando alzo gli occhi nella sua direzione vedo attraverso il suo corpo le pietre del muretto sommitale, persino l’erba cresciuta negli interstizi. La maglia sgargiante, la bicicletta, sono diventati trasparenti. Lui è addirittura invisibile. Non lo vedo e passo, e infilo in tutta tranquillità la discesa.

L’aria fresca sul viso, dentro le narici, sembra ridare ossigeno al cervello; la fatica si scarica, a partire dalla testa, lungo tutto il corpo, direttamente a terra. Plano inclinandomi dolcemente sulle prime semicurve, e mi dico che anche oggi ho imparato qualcosa: e cioè che anche per essere stronzi ci vuole un minimo di classe, e che c’è gente che non possiede nemmeno quella.

 

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Una sinistra possibile

di Luis Sepúlveda (brano tratto dal libro “Raccontare, resistere”), da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Storicamente e simbolicamente, la sinistra è quella che vota contro, che si oppone allo status quo, che propone qualcosa di diverso e possibilmente di migliore rispetto a ciò che esiste, rappresentando una parte della società che non si trova a suo agio nell’assetto politico dato. Fino all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, questa distinzione era abbastanza chiara, poi le differenze si sono sfumate fino a scomparire quasi del tutto, perché in fondo ci si combatte e ci si scontra per amministrare lo stesso sistema. A parte alcune piccole formazioni politiche, non esiste più una differenza radicale fra destra e sinistra, non c’è una sostanziale differenza di idee. Il discorso di Blair o di Schröder è molto simile a quello di Aznar o di Berlusconi, e così via … […]

Finora, per la sinistra, si è trattato di far partecipare gli esclusi al benessere sociale, però adesso sembra che abbia dimenticato le basi etiche su cui si fonda e parli un linguaggio non molto diverso da quello della destra. La destra ha imparato molto dalla sinistra, ma la sinistra dalla destra ha imparato solo ad accontentarsi di governare il sistema dato, a non opporvisi frontalmente. In realtà bisognerebbe essere capaci di immaginare una sinistra di governo, ma bisognerebbe anche ridefinire i suoi compiti critici. Si tratta, credo, di immaginare nuove forme di agire politico. L’alternativa è fra limitarsi alla semplice azione parlamentare oppure trovare spazio e voce nella società, praticando forme alternative in piccoli ambiti che poi si espandano sempre di più, facendo vivere questo atteggiamento etico dentro e fuori le istituzioni, testimoniandone l’importanza, offrendo un’alternativa vivente al sistema. Io credo che oggi questa seconda ipotesi sia lo spazio naturale dell’agire politico di una sinistra che voglia dirsi tale. […]

Quando ho iniziato a documentarmi sulla situazione italiana, sono ben presto giunto a conclusioni molto tristi, perché non pensavo che la dirigenza della sinistra italiana fosse insieme tanto ingenua e tanto irresponsabile. Prima, molti dei dirigenti hanno sperato che i magistrati di Mani pulite risolvessero problemi politici che non erano di loro competenza, causando così un dannosissimo vuoto politico. Poi, quando l’Ulivo è andato al governo, hanno avuto la possibilità di risanare la vita istituzionale, approvando per esempio una legge sul conflitto d’interessi, e non l’hanno fatto. Perché? Credo che il fallimento della sinistra italiana confermi ancora una volta che il problema consiste nella mancanza di immaginazione. I dirigenti dei partiti di sinistra si sono appiattiti su un liberismo più o meno temperato, con il risultato che al momento del voto la gente ha scelto l’interprete più conseguente di quel liberismo, vale a dire Berlusconi. In più, sono stati travolti da una vanità quasi smisurata che ha impedito loro perfino il gesto più logico dopo una sconfitta, cioè quello di cedere il passo alle nuove leve. Adesso alla sinistra, e non parlo dei dirigenti, non resta che resistere, visto che siamo in una fase difensiva. Però sia chiaro che resistere non significa solo asserragliarsi in un fortino. Non bisogna confondere la resistenza con la passività. La resistenza è azione. Le ultime manifestazioni sono forme di resistenza, ma anche di proposta: larvata, embrionale, ma pur sempre una proposta per il futuro che supera il liberismo. Resistere significa pensare con una prospettiva, significa generare un immaginario. Le forme di resistenza finali sono sempre forme di immaginazione molto audaci.

 

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Libera volpe in libero pollaio

Il tramonto all’alba del nuovo millennio

di Giuseppe Schepis, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Questo scritto ha la precisa intenzione di ripetere considerazioni ovvie e solcare percorsi già battuti da pensatori ben più preparati ed acuti del proprio redattore. La necessità che il redattore sente come impellente è quella di unire le tessere conosciute e abusate che descrivono la realtà contemporanea, soprattutto economica, sociale e politica, e tentare di abbozzare un mosaico capace di fornire un quadro completo della situazione. Questo serve soprattutto, come spesso accade, a chiarire le idee di chi scrive, nel forse vano tentativo di prevedere, dall’analisi dell’esistente, almeno un abbozzo del futuro che ci attende.

È oramai un dato di fatto che la realtà sociale ed economica, espressione diretta del sistema capitalista, è soggetta a velocità di cambiamento sempre più alte; questo movimento esponenzialmente accelerato lascia immancabilmente indietro colui che, nel tentativo di eseguire un’analisi, è costretto a fermarsi a riflettere. Così il lavoro scientifico, legato a procedure fisse che in genere vedono una raccolta di dati sperimentali significativi, l’analisi di questi con differenti teorie ben collaudate, la eventuale formulazione di un possibile nuovo modello teorico e la sua valutazione mediante riscontro sperimentale, risulta troppo lento per poter studiare un organismo instabile e mutante come il sistema socioeconomico attuale. I dati raccolti diventano obsoleti nello spazio temporale necessariamente occupato dall’analisi, la considerazione sul presente diventa subito storia del passato, la fantascienza attualità.

Il tentativo qui in atto è quello di cogliere una visione globale del sistema prima che questo muti profondamente. Più difficile è prospettare la forma del tutto dopo la prossima, rapida quanto probabile, mutazione.

 

Libera volpe in libero pollaio

Partendo dalla convinzione che il sistema economico alla base dei rapporti sociali sia la variabile principale dalla quale dipendono la quasi totalità delle leggi che regolano le società umane, è necessario porre un primo punto fermo sul quale nessuno potrà obiettare: l’unico sistema economico che regna – oggi – sull’intero pianeta è quello liberale (capitalista), vanno quindi attribuite ad esso tutte le colpe e tutti i meriti intrinseci alle società umane organizzate. Per onestà intellettuale chi scrive dichiara subito di riuscire a vedere ben pochi meriti e moltissime colpe.

Fino a qualche decennio fa, al modello capitalista era contrapposto ideologicamente un modello socialista o comunista; questo faceva intravedere la possibilità di organizzare in maniera completamente diversa i rapporti economici e i conseguenti patti sociali. Il crollo dei paesi socialisti ha trascinato con sé sotto le macerie anche le idee di contrapposizione e cambiamento rispetto alla società liberale, senza preoccuparsi del fatto che queste fossero realmente o no alla base dei fallimenti cui tutti – in verità – abbiamo assistito.

Il dato principale che va sottolineato è che il mercato non ha più alcun confine geografico o filosofico: il libero commercio e le sue regole – o meglio la sua assenza di regole – hanno conquistato l’intero pianeta. Ora il capitale è realmente libero di spostarsi quasi istantaneamente da un capo all’altro del mondo, da una borsa ad un’altra. Gli investimenti e con essi le strutture produttive sono liberi di ricercare il massimo profitto in ogni luogo fisico e metafisico.

La vittoria del capitale sul piano materiale ha fatto tacere anche gli oppositori filosofici, sia che questi fossero sostenitori di una giustizia sociale nata dalla logica che di rivendicazioni aristocratiche antiliberali o di altro genere. Il libero mercato è in grado, anche grazie all’abbattimento del costo dei trasporti, di mettere in diretta competizione il lavoratore europeo con quello indiano, di sfruttare a proprio vantaggio ogni tipo di materia prima o di risorsa presente in qualunque angolo del pianeta; può decidere di utilizzare un paese solo per la produzione mantenendo bassi i costi legati all’impiego di manodopera e di esportare i prodotti in altri paesi dove la stessa merce acquista un valore infinitamente più elevato ottenendo così margini di guadagno prima impensabili. Un esempio abusato ma emblematico è quello del pallone da calcio prodotto da un bambino indiano, che riceve per questo una paga capace di mantenerlo in vita e poco più, venduto ad un prezzo cento volte superiore ad un bambino europeo: il guadagno è palesemente altissimo, al pari dello sfruttamento intrinseco degli esseri umani.

 

Non più frontiere

Quello che una volta era il sogno degli oppositori del mercato è stato realizzato, in maniera completamente distorta, dal mercato stesso! Le frontiere cadute, inoltre, non sono solo di tipo geografico, ma anche di tipo sociale, etico, fisico.

In merito alle frontiere geografiche, il processo di abbattimento risulta già avanzato: il capitale è da lungo tempo internazionale. Le multinazionali statunitensi hanno iniziato a colonizzare l’Europa al termine della seconda guerra mondiale con il New Deal, imponendo regole e merci, così come l’Europa da tempo guarda ai paesi ex socialisti per investimenti molto remunerativi: la Fiat ha fabbriche in Polonia, in Russia o in Sud America da diversi decenni, mentre è recente l’acquisto di una consistente fetta della Fiat stessa da parte di una grossa multinazionale statunitense. I rivoli del potere economico si stanno intrecciando per sfruttare ogni nicchia ancora libera. Così l’Africa è un ottimo mercato per le industrie occidentali produttrici di armamenti, l’India un paese del bengodi per chi vuole produrre a bassissimi costi sfruttando anche la manodopera infantile e senza regole di sorta per ciò che concerne le norme di sicurezza (Bohpal insegna).

Il nuovo ordine mondiale vede le multinazionali statunitensi padrone incontrastate del mondo, capaci di dettare legge con imposizioni di forza sia di tipo economico, attraverso il controllo quasi egemonico di settori chiave quali quello energetico, sia di tipo militare, sfruttando la macchina bellica più potente del mondo. I mercati vengono conquistati con guerre commerciali che sfruttano opportunamente anche opposti quali il protezionismo economico e la competizione spinta oppure con guerre reali, che vedono sempre una lucrosa fase di ricostruzione dopo una pur sofferta fase di distruzione: molte delle guerre-lampo cui abbiamo assistito negli ultimi anni hanno permesso all’economia dei paesi partecipanti –primi tra tutti gli Stati Uniti – di avere consistenti boccate di ossigeno, anche a scapito del benessere di interi popoli e spesso con l’egida dell’Onu, sotto la falsa bandiera della missione umanitaria.

All’abbattimento delle frontiere geografiche è seguito un abbattimento delle frontiere sociali, con la dissoluzione di ogni contrapposizione di classe e l’uniformazione ai “valori deboli” borghesi da parte di tutti i ceti presenti sia nella pur variegata società occidentale sia nelle società del terzo e quarto mondo, versione enormemente più povera ma in gran parte culturalmente assimilata della società dei consumi. Anche le frontiere etiche sono cadute sotto i colpi del mercato: oggi tutto si può comprare o vendere, senza esclusioni di sorta; è possibile acquistare organi umani per trapianti o bambini da utilizzare come figli o schiavi (a seconda che questi ultimi siano più o meno fortunati), si discute della legalizzazione delle droghe leggere, di quella della prostituzione (su proposta di un ministro donna che si dichiara di sinistra, con buona pace alla memoria della senatrice Merlin). Presto si dirà che il traffico di organi o di bambini su cui si compiono abusi sessuali sono mali incurabili, e si tenterà di far riemergere alla legalità anche questi, regolamentandoli con leggi appropriate.

Il mercato ha così trasformato in merce vendibile ogni cosa, che si tratti di eroina, corpi umani, ore di lavoro prestate da minori o quant’altro. Ha pervaso i corpi, le menti, le case e i sogni. È così invasivo da essere presente in ogni angolo del pianeta, che sia la periferia di una megalopoli del terzo mondo oppure il centro ricco di una città europea.

 

Il lavoro e il frutto del lavoro

Il cavallo di Troia che è penetrato all’interno della cultura di sinistra, aprendo le porte ad altri attacchi ed al suo progressivo snaturamento, è l’attribuzione di un valore etico al lavoro; svincolati oramai dal fine ultimo di soddisfare i bisogni fisici e culturali dell’uomo, il lavoro e la produzione diventano essi stessi il fulcro attorno a cui edificare le società umane: mezzi che si mutano in fini senza logica alcuna.

La rotta che porta alla progressiva liberazione dell’uomo dal lavoro è stata definitivamente abbandonata, tramutando il progresso tecnologico in aumento della produzione, dei consumi e del profitto.

Il frutto del lavoro, lungi dall’andare a chi lavora, viene indirizzato verso l’investimento a più alto guadagno, mentre ogni forma di redistribuzione della ricchezza, dai salari reali dei lavoratori dipendenti all’assistenza sociale e sanitaria, dai servizi pubblici alla salvaguardia dei beni ambientali e culturali, viene via via contratta cedendo all’idea liberista.

 

Democrazia

Contrapposizione tra forma democratica esteriore dello stato liberale e organizzazione sociale di tipo feudale all’interno dei luoghi di lavoro.

 

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Quel che mi è rimasto in testa di Ovada

Testimonianze di un alessandrino. Ultima decade del sec. XX

di Mario Mantelli, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

C’è stata un’estate, qualche anno fa, in cui non potei muovermi da Alessandria, se non raramente e per un raggio di poche decine di chilometri: quella fu la volta che decisi di visitare Ovada.

Facevo di necessità virtù. Si rimanda per una vita di conoscere le città vicino a noi, si parte per altre regioni, per altri paesi; poi ci si rende conto che gli anni passano, non si è più giovanissimi e dispiacerebbe dover morire senza conoscere quelle città che stanno a portata di mano, che “tanto non scappano”, che “si fa sempre in tempo a vedere”.

Le altre città della provincia, rimaste sconosciute per lungo tempo, le avevo visitate ormai con una certa metodicità. Non rimaneva che Ovada. E allora, vada per Ovada!

Non che a Ovada proprio non ci fossi mai stato: rimaneva qualche ricordo di “toccate e fughe” per comprare da … la “bell’e calda” (letterariamente e fuori dai confini di Alessandria: la farinata), rimanevano certe escursioni domenicali inconcludenti, in cui, frastornati da un’animazione (per noi insolita e sorprendente) di turisti d’Oltregiogo, non si riusciva a trovare un parcheggio comodo per fare due passi e si optava per i paesi dei dintorni, rimaneva addirittura la prima gita in macchina, sulla prima macchina entrata in famiglia (una FIAT 850 color caffelatte).

In quell’occasione rimasi colpito dalle case in pietra incontrate durante il percorso (insolite per un padano come me abituato al mattone), che mi facevano fantasticare di un viaggio verso la montagna, quasi che non si fosse trattato dei ciottoli dell’Orba ma di schegge di rocce alpestri; una sensazione, per dirla in poche parole, di risalire verso l’Ordine e il Primitivo, certamente l’Incontaminato (le acque dell’Orba, che costeggiavamo, erano sinonimo di trasparenza); e insieme la felicità di correre ad avvolgerci nel nastro crespato e azzurro dell’Appennino, che sembrava custodire chissà quali sorprese.

Ma anche quella volta, di Ovada mi rimase ben poco in testa: giusto la gloriosa facciata della parrocchiale, tinta da un sole occiduo, che sarebbe poi ritornata in qualche sogno (ma in un’immagine stranita, come in una fotografia stampata al contrario), un sogno di quelli piacevoli, ma subito spazzati via dalla necessità del risveglio per non far tardi la mattina.

Oltre a queste mie esperienze fuggevoli permanevano tracce ancora più labili: una vaga sensazione di essere inghiottito assieme a una marea di mobili nel ventre baleniero, confortato dalle luci di lampadari e appliques, del magazzino di …, quando accompagnammo dei parenti che dovevano mettere su casa. O tracce più sbiadite ancora, ricordi di ricordi: la vicina di casa (dove andavamo in campagna), nativa di Ovada (quella lontana città), ci parlava di certe divise che portavano i ricoverati del Lercaro (bianche a righe blu o rosse, a seconda del sesso), ci parlava della contessa genovese che li beneficava, mentre sul fuoco della sua rustica e nettatissima cucina cuoceva lo stoccafisso con le acciughe ( e su quel piatto si salpava addirittura da Genova per i mari più lontani).

Parto dunque per Ovada quell’estate di qualche anno fa, in una calda metà mattina di primo agosto. Oltre ai ricordi detti, porto con me una piccola scorta mentale di generi di conforto letterali: le rapide pennellate di un paesaggio romantico fra Orba e Stura, tanto piaciuto a De Chirico, che fanno di Ovada una de Le città di Ascanio di Fausto Bima, le tracce d’umidità e di variegata umanità sui muri dell’accoratissima Via Benedetto Cairoli, Ovada di Mario Canepa, il suo senso dominante di freddo incipiente o di sole esangue della memoria, poi gli odori autunnali, il rito delle provviste, il caffè fumoso popolato dalla bizzarrìa de Il padrone dell’agricoltura di Marcello Venturi, infine gli studi e le analisi, con le inevitabili evocazioni, di un mondo di provincia che tra Otto e Novecento si apriva al progresso, in un saggio di Giancarlo Subbrero (Trasformazioni economiche e sviluppo urbano. Ovada da metà Ottocento ad oggi).

Tutto sommato una bibliografia improntata da un senso acuto di gemütlich autunnale: che mi stia sbagliando a visitare Ovada di primo agosto?

In effetti all’inizio le cose non vanno tanto bene. Faccio tutto ciò che un turista con Guida Rossa del Touring alla mano (specie antropologica che andrebbe salvaguardata) deve fare nel caso di Ovada. Mi reco nei luoghi deputati di piazza Garibaldi e di piazza dell’Assunta. Visito l’interno della parrocchiale, contemplo l’Estasi di Santa Teresa e la statua dell’Assunta. Riscontro tutte le possibili influenze liguri segnalate dalla guida e vado anche oltre, fino alle Madonnine annicchiate agli angoli delle vie, fino alle finestre dipinte più scialbate dal tempo. Esco dal nocciolo del centro più vecchio prendendo le sue direttrici che divergono dal cuneo d’origine di Ovada. Insomma esploro, osservo, verifico, ma il bilancio che ne traggo è una cosa così, senza soddisfazione.

Poi succede qualcosa che sdipana con facilità una stato d’animo che si era come aggrovigliato. Perché? In effetti ci sono quattro azioni, intervenute nel frattempo, che tenterò poi di spiegare nel loro potere risolvente. Elenco:

  1. Bevo un caffè freddo (preparato veramente come si deve) al Bar ….
  2. Trovo ben tre libri di Canepa alla Libreria … (una vera libreria, in una città così piccola!).
  3. A conferma dell’affermazione di cui sopra trovo anche una novità libraria sulle leggende urbane, che non è ancora uscita ad Alessandria. Un argomento per me nuovo, che mi attrae.
  4. Mi incanto a vedere le vetrine della Pasticceria …, pensando ad un regalo da portare con me tornando a casa.

Dopo questi eventi apparentemente insignificanti, avviene una specie di riconciliazione empatetica con la città, che mi risulta ora intimamente vicina. Ripercorro le stesse vie di prima e tutto mi sembra trasformato in senso positivo. I quattro piccoli eventi hanno agito come una cura antidepressiva ed in maniera così efficace che, girando per la periferia storica di Ovada, mi sento come se la costruissi io mentalmente, quasi fossi uno dei suoi pianificatori. Corso Martiri della Libertà mi esalta per il senso di futuro urbano che emana ancora, nonostante siano passati tanti anni dalla sua apertura, mi commuovo nel vedere, nella piazza “nuova”, la prevalenza monumentale delle scuole elementari, quasi un inno al progresso fondato sull’istruzione primaria di un proletario desideroso di elevarsi, capisco il senso recondito di corso Martiri: un’apertura verso il Turchino, verso la Genova “tonante”, e un preludio alla stazione, imbarcadero per il mondo.

Forse è difficile dare una spiegazione compiuta al mio capovolgimento interpretativo di Ovada. Potrei tentare una rapida sintesi:

  1. Il caffè. È certo che per possedere completamente un luogo bisogna consumarvi un’azione fisica legata alla quotidianità. Mangiare (bere) e dormire sono le più ovvie. Chi l’aveva intuito per primo fu Veronelli con le sue guide. Solo che lì l’apprezzamento dei monumenti era l’appendice del mangiare. Auspicherei un’inversione delle proporzioni, anche per stare meglio di salute (quantunque ultimamente si sia parlato di un sindrome di Stendhal, una specie di shock da bulimia di opere d’arte).
  2. I libri di Canepa. Per la visita di ogni luogo, fosse anche l’inferno, ci vuole un Virgilio. Un Virgilio, però, che l’abbia cantato, quel luogo, che ne abbia estratto il significato intimo, vero, convincente. Sento che non mi muoverò più senza questo tipo di guida interpretativa. D’ora innanzi mai più a Roma senza Vigolo, a Portogruaro senza Nievo, Santarcangelo senza Guerra, ad Ovada senza Canepa.
  3. Il libro sulle leggende urbane. Riconosco la difficoltà di rendere plausibile questo punto, sebbene mi appaia il più intrigante (la relazione Ovada–leggende urbane mi pare degna del massimo interesse). Una lezione comunque se ne può trarre: la visita di una città va associata ad altri interessi, perché il viaggio stimola la moltiplicazione degli interessi (vedi il tema dei libri nella valigia) e viceversa avere interessi estranei alla visita della città può rendere più interessante la città stessa (ah, se i mediatori e i commessi viaggiatori ci avessero lasciato le loro impressioni sulle città viste!).
  4. Le specialità della Pasticceria …. Mi pare un punto speculare al primo: per possedere completamente una città bisogna averne un ricordo concreto. Non può essere diversamente, altrimenti non si saprebbe spiegare il gigantesco fenomeno dello smercio dei ricordi turistici, anche per lo più deprecabili.

Comunque sia, però, ho rischiato forte a vedere Ovada in agosto, dato che ogni città va vista nelle stagioni che le sono proprie. Ovada ne ha due, ed agosto non rientra fra queste: la prima è indubitabilmente l’autunno, non solo perché sussiste un vasto entroterra di funghi e di vendemmie, ma per la stessa conformazione fisica del centro storico, arroccato, con le case strette una all’altra, come a proteggersi dai primi venti che preannunciano l’inverno. Più sottilmente l’insieme richiama una torta coronata su un vassoio, che viene servita alla fine di una festa, segnandone la conclusione e questa festa potrebbe essere la bella stagione. Più allegro è l’altro momento di Ovada: l’annuncio dell’estate. Incontenibile è (era specialmente una volta) la sensazione di un’inesauribile, solare vacanza per il “continentale” diretto per la via più breve verso il mare: dopo l’azzurra visione lontana dell’Appennino lungo i rettilinei della pianura, l’Assunta già appare una di quelle chiese di Liguria “che paion navi che stanno per salpare”. Non so che cosa ne pensino i filologi di Paolo Conte, ma Genova per noi dovrebbe essere stata concepita in prossimità del cartello di ingresso di Ovada, allo spuntare dei due campanili gemelli.

 

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L’ultima volta che (non) vidi Parigi

di Matteo Mottin, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Conoscete qualcuno che dopo tre ore di vacanza riesce a lussarsi una spalla e a bivaccare per cinque ore nel pronto soccorso di un paese straniero, dove le uniche parole che sa pronunciare correttamente sono “ecargot” e “voulez vous coucher avec moi”? Io purtroppo si, e so anche dove abita.

In questo momento scrivo usando un solo dito della mano sinistra e spero entro nat(uffa, maiuscolo)Natale di finire ‘sto racconto. Chi diceva “la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo”? Boh, aveva fin troppo ragione.

Alors; io e una mia amica progettavamo almeno da marzo di fare una vacanza assurda, stile barbonaggio, in giro per l’Europa. Col passare dei mesi e dopo l’intervento dei rispettivi genitori il tutto si è ridotto a “una settimana a Parigi e non ne parliamo più”, che grazie alla mia abilità si è ristretta a due giorni sfigati.

Vi spiego com’è andata. E per farlo è necessario richiamare la vostra attenzione sugli orari (sono fondamentali). Dunque. Alle 7.30 io, Cristina e Poldo partiamo dalla stazione di Novi; arriviamo a Genova Pricipe alle 8.10, e alle 8.30 saliamo su un treno che alle 12.30 ci scarica a Nizza, en France!

Poldo, che quest’estate sta lavorando come cuoco in un albergo vicino a Saint Tropez, prosegue sulla scatola viaggiante alle 13.30. Noi alle 15.30, dopo avere abilmente cazzeggiato per le strade nicesi, decidiamo di andare al mare; alle 16.10 sono già in ambulanza a bestemmiare.

Stendiamo gli asciugamani, ci costumiamo e decidiamo di fare il bagno a turno, cosi che uno possa fare la guardia agli zaini – sai che sfiga se ti rubano lo zaino il primo giorno – mentre l’altro sguazza nella salata striscia azzurra.

Da buon cavaliere faccio andare prima lei, e quando torna dicendomi “ehi, Matte, ci sono le onde furbe” parto, sinceramente un po’ svogliato, ed entro in acqua.

Ci sono dei cavalloni giganteschi e io, come al solito, mi metto a fare il deficiente.

Dopo dieci minuti sono solo in acqua, a saltare come un lobotomizzato; a un certo punto arriva un’onda che ho calcolato male, mi fa su e mi sbatte sul fondo, facendomi strisciare per un paio di metri.

Quando mi alzo sento un po’ di dolore alla spalla, la tocco e mi sembra cambiata rispetto a un attimo prima; mentre sto cercando di capire una seconda onda, altro che furba, questa proprio bastarda, mi falcia e mi fa nuovamente cadere.

Come uno sfigato Crusoe esco dall’acqua e chiedo aiuto alla prima persona dalla faccia gentile; fortunatamente non ha solo quella, poiché mi fa sedere, chiama il cent dix–huit o qualcosa di simile e mi da i primi soccorsi.

Il mio problema é di trovare Cristina, visto che facendo il cretino sono finito in un’altra spiaggia.

Un attimo prima che mi carichino in ambulanza la individuo e le grido “ehi Cri mi sono rotto un braccio, ora andiamo a visitare l’ospedale di Nizza”.

Lì sono tutti gentili, e visto che gli risulto anche così simpatico mi tengono cinque ore con loro.

Ora salto tutti i noiosi particolari ospedalieri e passo alla cosa che mi ha colpito di più, in tutti i sensi: la morfina.

Uau! una cosa eccezionale, mi ha detto poi la mia amica che deliravo, dicevo di aver visto passare dei miei conoscenti in macchina, cantavo a ritmo dei bip dell’elettrocardiogramma, parlavo con tutte le infermiere e i malati che mi trovavo vicino, giocavo con tutte le cose che mi avevano lasciato sottomano. In poche parole è come un’iniezione di divertimento concentrato, come una pillola di Gardaland o un sorso di delirio.

Al mio ritorno ho descritto tutte queste cose alla mia ragazza e le ho chiesto se la vendevano in farmacia. Lei, beato il giorno in cui l’ho conosciuta, mi ha cassato dicendo: “Matte, quella roba la danno ai malati terminali, è una droga e tu sei contrario, ricordi?”. Peccato. Per questa volta addio, Madame Morfina.

Comunque lì in ospedale non sono solo. A farmi compagnia trovo due coppie di compatrioti che, sentendomi bestemmiare, si avvicinano e chiedono “italiano?”. La prima coppia è lì perché alla moglie, dopo un giorno di vacanza, è scoppiato un febbrone da cavallo. La seconda perché il marito si è disintegrato un dito del piede con le onde alte.

Si consolano ampiamente sentendo che c’è in giro qualcuno più sfigato di loro. Mi fanno tutti i migliori auguri di pronta guarigione, ricambio e mi aiutano ad arrivare in stazione.

Ah! ricordate Parigi? Ecco, il nostro treno partiva alle 20.48 e noi arriviamo in stazione alle 21 precise.

Avevamo già fatto i biglietti (circa 96 euro a testa) e forse non ce li rimborseranno.

Passiamo la “notte” in un “hotel” a due stelle, per poi svegliarci alle 5.30 e tornare a casa.

In paese tutti mi hanno preso per il culo. I vecchietti del bar mi chiedono se è stato un cavallone o una cavallona a ridurmi così, ho una voglia assurda di suonare coi miei amici ma il basso con una mano sola è un po’ difficile da far andare e in più non posso guidare.

Ma guardiamo il lato positivo dalle cose: il braccio guarirà giusto in tempo per consentirmi di fare gli esami di ammissione all’università, non sto lavorando (anche se non lavorerei comunque, visto che mio padre in questo momento è in ferie. Ma vabbé), mi faccio fare la barba da mia sorella, gli amici di mio padre sono sempre felici di vedermi e non devo tagliare il prato.

Magari poi a Parigi mi annoiavo.

 

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