Chi sono i Viandanti delle Nebbie

di Paolo Repetto, 30 dicembre 1996

Forse si farebbe prima a dire “cosa” non sono. I “Viandanti” non sono un partito politico, ma oppongono una resistenza politica ad ogni forma di omologazione istupidente; non sono un gruppo sportivo, ma praticano la disciplina sportiva più pura, quella che richiede solo buone gambe, volontà e fantasia; non sono un’agenzia di viaggi, ma promuovono una conoscenza non utilitaristica del territorio; non sono un’associazione ecologica, ma si battono da bravi indigeni per la difesa del “loro” ambiente; non sono un’accademia culturale, ma coltivano ogni manifestazione non istituzionalizzata del sapere; non sono un ordine mendicante, ma rifiutano la logica della mercificazione di ogni idealità.
In breve, non rispondono ai requisiti di visibilità imposti dal dominio dell’insignificanza virtuale. Sono invece un’esperienza, anzi tante, diverse, continue esperienze di (r)esistenza extra-catodica e post-cellulare, cioè di vita degna di questo nome, di amicizie, di letture, di escursioni, di convivi, di scoperte, che non vogliono essere consumate in un arcadico distacco, ma vanno trasmesse nelle forme più semplici, dirette e genuine, attraverso le quali è possibile esprimere sogni, idee ed emozioni, ed invitare gli altri ad esserne partecipi (e non spettatori).

 

Io sono un viandante, uno scalatore, disse egli al proprio cuore; io non amo le pianure e, a quanto pare, non posso starmene a lungo tranquillo. E qualunque destino o esperienza mi tocchi, – in essi sarà sempre un peregrinare e un salire sulle montagne: alla fine non si esperimenta che se stessi.
FRIEDRICH NIETZSCHE

 

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Il mio tarlo si chiama Fabrizio

di Paolo Repetto, 1996

Non so se esistano gli angeli custodi. A giudicare dalla mia esperienza direi proprio di no, sarei più propenso a credere in spiritelli maligni e dispettosi. So per certo invece che esiste una “presenza”, qualcosa che è stato definito come “tarlo della coscienza”, e che nel mio caso non si limita a lavorare da dentro, ma assume anche sembiante umano, si incarna in un correlativo oggettivo. Il mio tarlo si chiama Fabrizio. Fabrizio è una sorta di custode del Graal, e quel Graal è l’immagine di me che lui ha, che io ho provveduto a creare e che io stesso vorrei avere, ma non ho, perché non corrisponde a quello che sono, ma solo a quello che vorrei e che, almeno in parte, potrei essere. Incarna perfettamente questo ruolo; è silenzioso, quasi muto, non avanza pretese, non esprime giudizi, e quindi non ti dà modo di cercare delle giustificazioni. È un formidabile convitato di pietra che non ha bisogno di parlare, ma si limita a porgerti lo specchio, quel ritratto di Dorian Grey alla rovescia nel quale riconosci a stento i tuoi lineamenti e prendi coscienza del tuo deviare dalla via. La cosa straordinaria è che nel fare questo non risulta mai ossessivo, irritante, non ti induce a trincerarti dietro il solito “ma cosa vuoi, cosa volete tutti”: ti obbliga solo a riflettere, perché sai che lui sa, ed è inutile raccontar palle.

Non credo sia facile fare il tarlo. Non penso nemmeno ci si possa educare ad una funzione così delicata. Bisogna nascerci. Poi magari viene naturale, ma è comunque impegnativo. Occorre risultare in primo luogo assolutamente coerenti. Non puoi chiedere agli altri di essere seri con se stessi se non lo sei tu per primo, e sempre. È altrettanto necessario, poi, essere disponibili, affidabili, efficienti. Non per porsi al servizio della coscienza da tarlare, ma per non lasciare a quella coscienza vie di recriminazione e di fuga. Ma le due doti davvero indispensabili sono l’umiltà e la discrezione.

L’umiltà è oggi la più misconosciuta delle virtù, anzi, probabilmente non viene nemmeno più considerata tale. Ne esiste in giro talmente poca che ci siamo disabituati a riconoscerla, e tendiamo piuttosto a confonderla con l’arrendevolezza o con la modestia. Ma la vera umiltà non è né dimessa né arrendevole, anzi, è quanto mai orgogliosa e battagliera: perché nasce dalla consapevolezza, di sé prima di tutto, e per estensione degli altri, e la consapevolezza è coscienza dei limiti, e la coscienza dei limiti è l’unica condizione per affrontarli e superarli. Non è una virtù comoda, esige abnegazione, perseveranza, fierezza, e in apparenza gratifica ben poco; per questo chi se ne intendeva prometteva agli umili il regno dei cieli, lasciando intendere che per quello terreno c’erano poche probabilità. Difficilmente Fabrizio sarà un personaggio di successo, proprio perché non è un personaggio, non si adatta a recitare una parte. È un aristocratico genuino, e il suo regno, quello della sua coscienza, lo ha saldo in pugno.

 

Se l’umiltà è rara, la discrezione è ormai come Bin Laden: tutti ne parlano, nessuno sa dov’è. Quando si debbono fare norme per difendere la sfera del privato, e se ne demanda l’applicazione ai tribunali, è segno che gli argini sono crollati da un pezzo e stiamo annaspando nel fango. Non solo la discrezione non è praticata, ma è volgarmente irrisa, perseguitata per il suo rifiuto alla spettacolo. E tra i persecutori non ci sono soltanto quelle mandrie di imbecilli che si accalcano sulle soglie degli studi televisivi, aspettando il loro turno per potersi pubblicamente sputtanare; ci siamo anche noi, ormai irrimediabilmente affetti dall’incontenibile diarrea di sentimenti e di emozioni che ci rovesciamo addosso l’un l’altro. Tutti, tranne Fabrizio. Come i gatti, Fabrizio non sporca in pubblico: e nemmeno si sporca con i fatti altrui. Ascolta, annota mentalmente, salva e chiude. Pronto a pescare nell’archivio, quando ne hai bisogno, ma mai a sbatterti in faccia quel che avevi detto o fatto o promesso. Il fatto è che tu sai dall’archivio, e patisci quello sguardo che non ti interroga, quella presenza che non si impone, tanto quanto la desideri e la ritieni indispensabile. Non te ne rendi conto, ma è il tarlo che sta lavorando.

 

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Tapiro!

di Paolo Repetto, 1996

In un parcheggio arroventato, in un pomeriggio torrido di luglio, ho visto il tapiro. Non è stato difficile scovarlo. Mi hanno portato dritto dritto alla savana d’asfalto i manifesti rosso fiammanti che per una decina di chilometri attorno ad Ovada tappezzavano muri e viadotti. Al centro l’immagine di un animalone bicolore; sopra, cubitale, la scritta “Tapiro!”, senza l’articolo e con il punto esclamativo. E sotto: “Unico esemplare in Italia!”. Li ho rivisti per giorni, non potevo farne a meno: nel tragitto tra Lerma e Ovada il manifesto compariva almeno venti volte. Quaranta esclamativi! E così ho finito per andare a visitare lo zoo ambulante, e a vedere il tapiro.

La prima emozione mi attendeva già all’ingresso: quindicimila. Ma insomma, esemplare unico in Italia, si entra. Altra botta all’interno: una puzza terrificante, non giustificata dalla quantità di animali, in effetti pochini, ma solo dal loro esotismo. C’erano infatti galline tibetane, molto simili alle nostre, anzi, identiche; caprette del Perù, anche quelle identificabili solo dal passaporto; cavalli, un dromedario, sei ferocissimi galli messicani da combattimento, tutti in una stia, a razzolare tranquillamente assieme; un lama, uno gnu e poco altro. In compenso però c’erano il marabù e naturalmente la star, sua maestà il tapiro. Che era poi un poveraccio, un goffo incrocio tra un maiale e un ippopotamo, con un muso da vittima più interrogativo che esclamativo, oppresso da un ciranesco nasone di cui, stando in una gabbia, non sapeva assolutamente cosa fare (e nemmeno ho capito a cosa potesse servirgli fuori). Questo poi non era nemmeno bicolore: indossava uno spelacchiato mantello setoloso, di colore indefinibile, un marroncino sporco. Bofonchiava annoiatissimo, spostandosi nell’afa il meno possibile, quel tanto sufficiente a guadagnargli due sparute strisce d’ombra. A dirla tutta, faceva una gran pena.

Quando sono uscito (per vedere tutto, anzi, per ripetere in semiapnea due volte il giro sono stati più che sufficienti cinque minuti) la domanda era lì già pronta: ma sul momento, diciamo sull’onda dell’emozione, o forse del gran caldo, ho preferito lasciar perdere.

È stata l’ironia degli amici, un paio di sere dopo, a costringermi ad una riflessione più seria. Per loro ero io l’esemplare unico, l’unico fesso italiano che aveva visto il tapiro. E allora mi sono chiesto cosa può spingere un adulto cosciente, passabilmente normale, a spendere quindicimila lire per vedere un malinconico maialone dal grugno allungato: e ho trovato la risposta.

Ammetto che una parte nella suggestione l’ha avuta la scritta. Quell’esclamativo riecheggiava certi titoli degli albi di Tex, Navahos! Anaconda! Mephisto!, e quindi evocava l’avventura, il pericolo, il mistero. Ho pagato il tributo a un colpo di genio pubblicitario e alle mie reminiscenze bonelliane.

Ma il motivo vero era ben più profondo: erano altre reminiscenze, quelle salgariane. Ricordate come sopravvivono i bucanieri braccati nella foresta, o Josè il Peruviano alle pendici delle Ande, o un sacco d’altri personaggi sperduti nei più selvaggi anfratti del globo? Mangiano carne di tapiro. Quando sono allo stremo, pressati dai nemici o dispersi in zone sconosciute, spunta provvidenziale un tapiro e finisce in bistecche. Ma è anche il piatto forte di banchetti selvaggi, rosolato allo spiedo in notti di festeggiamenti o in improvvisati bivacchi. Per Emilio quella del tapiro doveva essere una fissazione. Gli cascava a pennello, è un animale diffuso in tutti i continenti calcati dai suoi avventurieri, niente pericoloso, esotico quel che basta per eccitare la fantasia. Perfetto per salvare la situazione e per mantenere l’atmosfera. Come le testuggini e i tacchini selvatici (le tre T alimentari di Salgari) è facile da catturare, offre cibo in abbondanza e aggiunge (letteralmente) sapore all’avventura. Non possiamo immaginare un bucaniere che spenna una gallina.

Dunque, ho visto il tapiro: ma la mia non era una semplice curiosità, era un omaggio. Un pellegrinaggio, come andare sulla tomba di Leopardi, o a Santa Croce. Non sto scherzando: perché alla fin fine, a dispetto della povertà dello spettacolo e dell’insignificanza del protagonista, devo confessare che una certa emozione l’ho provata. Siamo sinceri: cosa accade quando ci accostiamo con religiosa compunzione ai sepolcri dei nostri Grandi Maestri, o radiografiamo con curiosità devota, ma anche un po’ forzata, gli angoli più anonimi del palazzo di Recanati e del casale di Santo Stefano Belbo? Il “sospiro che dai tumuli a noi manda Natura” non è certo quello degli spiriti magni, sovrastato ormai dal vocio delle fiere culturali e turistiche allestite sulle loro spoglie: è invece quello della memoria, delle fantasie, dei sogni e degli ideali che romanzi e poesie, o magari canzoni, ci hanno ispirato, quando ancora il nostro fantasticare non era dettato dal telecomando. Quelle mura spoglie, la sedia, il tavolo di scrittura, la pietra tombale, non ci comunicano alcunché di nuovo, non ci aiutano a costruire alcuna aura. Non siamo lì per trovare Leopardi o Pavese, siamo lì per ritrovare una parte di noi stessi che non vogliamo vada perduta.

Che senso hanno, dunque, questi rituali, queste occasioni commemorative e celebrative? Lo hanno se siamo capaci di darglielo. Lo hanno se riusciamo ad ignorare lo squallido mercato di icone o di convegni di cui è oggetto tutto ciò che ci ha appassionato, se rifiutiamo l’imprigionamento di ogni nostra fantasia in confezioni patinate o in puzzolenti baracconi, se difendiamo il nostro diritto alla privacy del sogno. Se riteniamo cioè che le cose non importino per quel che sono, ma per quel che rappresentano, o hanno rappresentato. E allora, se il gusto che sentivamo a dodici anni nell’addentare il pane era quello della galletta dei corsari o della “tortilla” degli scorridori, e se strappavamo a morsi le rare bistecche dell’adolescenza come fosse carne di bufalo affumicata, e se questo ce le faceva amare e digerire, ben venga il tapiro, cari amici, e bando all’ironia. Con quindicimila lire ho fatto un viaggio nella stagione più bella della mia vita: e se penso che ho visto anche lo spolpatore di cadaveri della jungla nera, l’immondo marabù, e ne ho ascoltato il verso, quella specie di singulto che gela il sangue nelle vene anche a Tremal Naik, figlioli, era proprio regalato!

 

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L’alpinismo come metafora

di Paolo Repetto, 1996

Per convincersi che l’alpinismo è una pratica settaria. è sufficiente considerare i parametri sui quali si gradua la militanza. Sono straordinariamente simili a quelli in uso tra i Catari, o tra i Filadelfi di Filippo Buonarroti (ma anche nelle Brigate Rosse). Come nelle conventicole ereticali e carbonare gli adepti si raggruppano in una struttura piramidale, che prevede gradi differenziati di frequentazione, di impegno e, conseguentemente, di autorevolezza. Si sale dai semplici simpatizzanti o apprendisti ai praticanti assidui, e di lì al vertice, costituito dai sublimi maestri perfetti. Allo stesso modo, si comunica attraverso una sorta di codice cifrato, si progredisce superando prove iniziatiche di crescente difficoltà, si abbraccia un’etica del sacrificio che arriva fino a prendere in considerazione quello supremo (quale alpinista vero non sogna, sotto sotto, la “bella morte” in parete?); e si assume anche, indubbiamente, quella disposizione snobistica che nasce dall’idea di una appartenenza minoritaria, di una pratica, e quindi di riflesso di una personale capacità e sensibilità, non comuni.

Questa disposizione accomuna tutti, indipendentemente dal livello delle prestazioni o dal tipo di approccio alla montagna, sportivo, professionistico o escursionistico che sia: direi che vale però in maniera particolare per i principianti, o per coloro che si limitano ad un tipo di frequentazione sporadica e poco “qualificata” quanto a difficoltà e impegno. Non che lo snobismo venga meno al di sopra di un certo livello, ché anzi, aumenta sino ad indurre uno spirito di casta: ma ha altre motivazioni, a volte fondate, spesso pretestuose, e comunque di ordine “interno” al gruppo (anche perché il “sublime maestro perfetto” opera di norma là dove gli “esterni” non arrivano nemmeno per caso). Il novizio o il simpatizzante agiscono invece ancora in una zona di confine, materialmente e metaforicamente, nella quale la differenziazione rispetto alle genti di pianura, ai discesisti e ai funicolaristi è ancora incerta, non evidente: sentono quindi la necessità di marcare questa diversità, vuoi nell’abbigliamento e nell’attrezzatura, vuoi nei comportamenti, vuoi soprattutto nell’atteggiamento mentale, e lo fanno per sé, prima ancora che per gli altri. Aspirano ad una ideale stella gialla che li renda immediatamente riconoscibili e accetti al gruppo, e li escluda nel contempo dalla massa.

 

Ma è proprio necessaria, e pertinente, una lettura in chiave sociologica, o addirittura esoterica, dell’alpinismo? Non è forse sufficiente un tramonto che irraggia le cime innevate, o il semplice piacere di un siderale silenzio, a giustificare una fede innocua, anche se non immune dall’integralismo? In effetti non è necessaria. Ma è interessante, e forse è più pertinente di quanto non appaia. Inoltre può riservare sorprese, soprattutto quando si abbia il coraggio di applicarla a se stessi.

Come alpinista io bivacco alle prime pendici della piramide. Mi sono accostato alla montagna molto tardi, ma con tanto entusiasmo, bruciando anche alcune delle normali tappe di avvicinamento: e tuttavia non sono andato oltre l’attacco della parete. Qualcosa ha sempre interferito nel mio rapporto con la montagna. Una volta il lavoro, un’altra la famiglia, un’altra ancora varie sorte di impegni. Credo però che questi siano in fondo solo alibi. La verità è che il rapporto non è mai stato chiaro, e che ho chiesto alla montagna risposte che non poteva darmi, oppure ho posto le domande nel modo sbagliato.

L’equivoco è nato probabilmente dalla singolare modalità del mio approccio, che è stato spirituale molto prima che fisico. Ho platonicamente amato l’idea della montagna prima della montagna stessa. L’attrazione risale all’infanzia, alle suggestioni create dalle favole ambientate tra le “montagne della neve”, come ho sempre sentito chiamare le Alpi da mio nonno e da mio padre, e dalle illustrazioni dei libri di fiabe sui quali ho cominciato a sognare. Ogni tanto, in giornate invernali particolarmente secche e limpide, o nelle mezze stagioni, all’indomani di violenti temporali che avevano ripulita l’atmosfera, quelle montagne mi apparivano dalle finestre di casa (il Monviso nella cornice del tramonto) o dal crinale del vigneto (il massiccio del Rosa, che nello splendore dell’alba prometteva fantastici “regni dei ghiacci”) e alimentavano sensazioni contraddittorie: da un lato uno struggente richiamo e dall’altro quasi il timore di violare un incanto.

Forse anche per questo, per una sorta di religiosa riverenza, sino a trent’anni a quei monti non mi sono nemmeno avvicinato, accontentandomi di surrogarli col Tobbio e con gli altri panettoni appenninici; ma nel frattempo il mio immaginario si dilatava e si andava riempiendo dei panorami alpestri tratti dai vecchi calendari svizzeri che mia zia mi regalava, delle Ande e delle Montagne Rocciose lette in Salgari o in London, degli stupendi scenari delle storie di Ken Parker o o di Jeremy Johnson. Da ultima era arrivata anche la letteratura, prima quella filosofica (Milarepa e i suoi esegeti occidentali, da Evola a Zolla), poi quella specificamente alpinistica (la casuale scoperta di Pete Boardman, e poi via via tutti gli altri).

Era inevitabile che quando arrivai a mettere piede su un ghiacciaio il mio zaino fosse talmente zavorrato da aspettative e sogni da rendermi impossibile una normale esperienza alpinistica. Non stavo compiendo un’ascensione, ma andavo ad inverare avventure e sensazioni e pericoli già vissuti mille volte, a ripetere itinerari già conosciuti e percorsi. E naturalmente, anche se scoprivo emozioni e luoghi straordinari, il risultato era alla fin fine inferiore alle attese. La fatica si rivelava più sorda, il freddo più intenso, il sudore più fastidioso, il rischio più subdolo: io, soprattutto, ero più vulnerabile e prosaicamente umano dell’eroe delle mie fantasticherie d’alta quota.

Mi ci è voluto del tempo per piegarmi all’idea che le rocce e le creste e le cenge e i seracchi che incontri sono diversi da quelli che popolano le tue fantasie, e che sei tu, se vuoi salire, e soprattutto ridiscendere, a doverti adattare. Ho dovuto cancellare quei picchi e quegli strapiombi che avevo immaginato a mia misura e somiglianza, e insieme l’immagine di me che aveva dettato la misura, per scoprire la gratificazione di una salita fatta in umiltà, compiuta senza dover dimostrare nulla a nessuno. Ma temo che la cancellazione sia stata solo parziale. Ciò che ancora non riesco ad accettare è il fatto che in montagna si trovi solo quello che ci si porta. Non mi attendevo rivelazioni, né di vacare le porte iniziatiche del Tutto, ma almeno di guadagnare qualcosa in termini di armonia con me stesso, di equilibrio. Invece ogni volta, trascorsa l’euforia da sforzo, da rischio e da altitudine, mi ritrovo più confuso ed irrequieto, combattuto tra la nostalgia di quello stato e la percezione della sua effimera artificiosità, così da non capire che cosa veramente mi attrae nel rapporto con la montagna.

Credevo che dell’alpinismo mi piacesse lo spirito di cordata, e mi sono trovato ad apprezzare soprattutto l’isolamento e la solitudine. Credevo mi piacesse il rischio, e invece ho constatato che mi piace solo la sfida con me stesso, il suo superamento: ma non è un piacere, me lo impongo. In fondo appartengo alla schiera di coloro che pensano che si possa arrivare in cima per la via più sicura: e tuttavia invidio coloro che ci provano e ci riescono per la più difficile.

Mi piace la fatica, ma non come liberazione. È un accumulo, una sorta di dovere, come fosse una pena purgatoriale nemmeno finalizzata al paradiso. È l’idea in sé di far fatica che insieme mi attrae e mi ripugna: e questo non riesco a capirlo. Ho letto e sentito le motivazioni più varie all’alpinismo, praticamente le condivido tutte, ma nessuna mi soddisfa in maniera esauriente. E mi ritrovo a parlare di montagna in maniera un po’ tartarinesca, più con i profani che con i praticanti, quindi più per sottolineare la mia diversità che per sancire un’appartenenza.

Nello scrivere queste cose mi accorgo che la mia distonia con l’alpinismo riflette molto bene quella che avverto rispetto alla vita in generale, alla cultura, allo studio, alle amicizie, alla partecipazione politica, ai sentimenti. Riflette una storia di rapporti sempre incompiuti o asincroni, falsati dal tentativo di far coincidere gli altri e l’esistente con un universo ideale di cui sono l’ordinatore, di far corrispondere ogni profilo ai contorni da me disegnati. Non credo si tratti solo di presunzione: temo sia qualcosa di molto peggio, una debolezza, una malattia dell’animo che mi rende incapace di reggere il non senso di questa vita, ma anche di accontentarmi di surrogati d’ogni sorta. Una malattia che nemmeno l’immobile ed eterna concretezza della montagna, nemmeno la brutale terapia di autocoscienza che essa impone a chi la frequenta, riescono a sanare: e che forse addirittura acuiscono.

E allora? Sospendere la cura? Ma neppure per idea. Anzi, come direbbe il passeggere leopardiano, voglio l’almanacco più bello, più caro, più illustrato che ci sia. Voglio continuare a sognare. E quest’anno voglio il Cervino!

 

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Teoria generale della genialità

(una sintesi divulgativa)

di Paolo Repetto, 1996

Fino all’età di sei anni ero considerato un potenziale genio. Non avevo fatto granché per meritare una simile reputazione, ma all’epoca (in ogni epoca) era sufficiente saper leggere con un po’ di anticipo e preferire un libro al pallone o alla bicicletta per guadagnarsi una patente di eccezionalità presso i genitori, e di anormalità presso parenti e conoscenti. Io preferivo il libro.

L’impatto con la scuola non modificò la mia disposizione. Modificò invece la considerazione che di me avevano gli altri. Costretto alla forzata promiscuità con ragazzini molto più rotti alle leggi della sopravvivenza, mi rivelavo goffo e tardo, incapace non solo di dominare, ma persino di difendermi. E questi, in un’accezione vincente della genialità, diffusa allora come oggi, non erano precisamente dei tratti qualificanti. Con disappunto dei genitori, e con somma soddisfazione del parentado e del vicinato, venni quindi retrocesso a scolaro diligente e partecipe, ma anche un po’ ciula.

Quando mi resi conto di non essere un genio ci rimasi piuttosto male. Ormai mi ero abituato ad una considerazione molto particolare, gravida di attese per il futuro ma in fondo comoda per il presente, giacché ad un anormale non si chiede di comportarsi normalmente e gli si consente anche la stravaganza; per cui, in luogo di sentirmi sollevato per lo scarico di una responsabilità che ancora non avvertivo, fui molto infastidito dalla reintegrazione nei ranghi e dalla necessità di omologarmi. Smisi pertanto di scrivere poesie, con molto anticipo rispetto a Rimbaud, e mi calai nella prosa: ma iniziai contemporaneamente a coltivare il veleno di una sottile vendetta.

Non ci si rende conto di non essere un genio tutto d’un tratto, ma nemmeno ci vuole troppo tempo, Se entro i dieci anni non l’hai capito, i casi sono due: o sei davvero un genio, o sei un idiota. Se ci arrivi prima non sei un genio, ma sei almeno precoce. Io, in questo senso, ero molto precoce: e precocemente iniziai a diffidare del genio, o meglio, di tutto ciò che aveva a che fare con la genialità. Mi dedicai ad esercitare nei suoi confronti l’ironia.

L’ironia è ciò che rimane a chi è stato sfiorato dall’ala della genialità, ma solo per sentirla volare più alta, inafferrabile. Può nascere solamente dalla coscienza di essersi persi qualcosa, quindi da un risentimento, e si esercita soprattutto e prima di tutto nei confronti di se stessi: ma questo uno non lo sa, neppure se è precoce, e pensa che l’arma sia puntata contro gli altri, anche quando si abitua, nei lunghi allenamenti davanti allo specchio, a colpire la propria immagine.

Il paradosso dell’ironia sta invece proprio qui: essa finisce per costituire un inibitore fortissimo per chi la esercita, ma risulta spuntata o caricata a salve nei confronti degli altri. Viaggia come una corrente elettrica, solo tra polarità predisposte, in un circuito chiuso che suppone compatibilità e reciprocità. Pertanto chi non è capace di esercitarla non ne viene nemmeno sfiorato, interrompe il circuito senza ricevere né scosse né impulsi: mentre tra chi è allacciato alla rete non si va oltre il gratuito gioco di rimpallo, il complice ammiccamento che induce a riconoscersi reciprocamente piuttosto che a contrapporsi.

L’ironia dunque non funziona con gli idioti: ma casca male anche con i geni. Un genio è costituzionalmente incapace di ironia: se così non fosse gli sarebbe impedita ogni genialità. Deve credere fortemente in se stesso e in ciò che fa, e deve quindi essere inossidabile all’ironia propria e altrui (soprattutto alla propria). Nei confronti degli altri, poi, il genio non può produrre ironia, perché questa presuppone benevolenza. Può produrre invece sarcasmo. Se l’ironia è l’arma puntata su se stessi, o al più uno strumento di difesa, un cavallo di frisia che ci si svolge attorno e del quale troppo spesso si rimane prigionieri, il sarcasmo è l’arma puntata sugli altri. Presuppone non benevolenza, ma disprezzo. In fondo tutti i grandi geni sono stati degli implacabili egoisti, che sono riusciti (beati loro) a passare sopra le esigenze altrui e i condizionamenti affettivi e sentimentali. Da Cristo a Marx, è tutta una storia di gente che dice a padri, madri, figli, mogli e amanti: ma che volete? L’ironia è invece sintomo di remissività, che nei casi estremi può spingersi sino all’altruismo. Fare dell’ironia significa gratificare gli altri della capacità di comprenderla, di apprezzarla, di non sentirsene offesi: significa credere che al postutto gli uomini siano animali intelligenti, e che valga la pena meritarsi la loro amicizia. Fare del sarcasmo significa pensare che sono degli animali, e che convenga in ogni caso diffidarne. Che è in fondo ciò che pensano anche gli idioti.

A dispetto della precocità ho impiegato parecchio tempo a capacitarmi di come procede la faccenda. Forse dovrei essere retrocesso di qualche altro gradino. Comunque funziona così. Il mancato genio si trastulla con gli alambicchi credendo di distillare il veleno della rivincita, e invece ne assorbe inconsapevolmente l’unico principio attivo, quello che agisce sull’alchimista stesso. È naturale, a pensarci bene, che il terreno più adatto a far germogliare i semi sparsi dall’ironia sia l’intelligenza stessa che li produce. E che ripiantati nel loro humus quelli si moltiplichino come piante infestanti, con un effetto altrettanto rovinoso.

L’ironia non è dunque un’arma innocua. È pericolosissima, almeno per chi la impugna. Attacca come un virus la volontà e la fiducia in se stessi, e se non viene tenuta sotto controllo può risultare paralizzante. E tuttavia può anche fungere, se assunta nella corretta posologia, da salutare vaccino. È necessario però farsi la diagnosi giusta, vagliare bene indicazioni e controindicazioni, considerare gli effetti collaterali; e, soprattutto, diversamente da quanto ho fatto io, leggere le avvertenze prima di iniziare la cura.

Forse per esercitare impunemente l’ironia occorre davvero essere un po’ geniali.

 

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Riflessioni sul monte Tobbio

di Fabrizio Rinaldi, 1996, dalla mostra 51 vedute del Monte Tobbio

Percorrendo la Direttissima, ad un certo punto ci si trova di fronte ad una cresta ripida, superata la quale la pendenza diminuisce, addolcendosi sino alla vetta del Tobbio; sicuramente questo è il tratto più impervio del sentiero. Mentre arranco sbuffando, un unico pensiero mi ronza in testa: vorrei che fosse già visibile il campanile.

Continuo a camminare, un passo dietro l’altro: vorrei vederlo ORA, subito.

Questo desiderio di vedere ciò per cui fatichiamo, riguarda in questo caso la montagna e la vetta: ma non è raro che si riferisca ad altri ostacoli, ben più ardui, nei quali troppo spesso ci imbattiamo: alcuni la chiamano sindrome del “Sole nero”. È un male che morde dentro, un malessere dell’anima che non lascia tregua, per il quale non esiste cura se non la volontà di uscirne: ma il rischio di riammalarsi è sempre lì, basta niente per ricascarci. Mi piacerebbe sapere cosa sto affrontando, distinguerlo, guardarlo negli occhi.

Camminare, così come leggere, non offre la soluzione, ma è almeno un modo per non precipitare. Percorrere sentieri più o meno impervi ci aiuta a non farci sopraffare dalla pigrizia, ci induce a fissare delle mete.

Leggendo, poi, ci si rende conto che altri stanno soffrendo le nostre stesse angosce, che altri provano le stesse emozioni. È una consolazione relativa, anche amara, ma ci fa sentire meno soli.

Dall’anticima vedo finalmente stagliarsi il profilo del rifugio; ma è solo un attimo, il tempo di una folata di vento che alza la nube. Quando ci si porta dentro questo male oscuro, a volte la si intravvede appena la meta; poi torna la nebbia.

***

Luna piena. Aria fredda che brucia la pelle, e anche sotto.

Per poter salire senza accendere le torce ci spostiamo sul versante opposto agli Eremiti. Lo spettacolo rimarrà nella nostra memoria per un bel po’. La luce lunare fa risaltare particolari che altrimenti non percepiremmo. Ogni albero, ogni pietra, ogni canalone della montagna hanno una forma distinguibile e delineabile. Tutto viene percepito dai nostri occhi come una singolarità, non come un “complesso”.

A Giuseppe tornano in mente versi del “Canto notturno”. Un posticino nello zaino della nostra immaginazione Leopardi lo occupa sempre.

Sorgi, la sera, e vai,
contemplando i deserti […]”

Paolo ci invita a fermarci, e al silenzio; stiamo camminando, anzi fluttuando in un sogno latteo. Il paesaggio che ci circonda avrebbe mandato in delirio qualsiasi poeta o pittore romantico.

Mi ritrovo a recitare silenziosamente la preghiera che i fedeli pronunciano mentre salgono al monte Fuji: “Sii pura … Conserva il tuo splendore, o montagna!”. E mentre proseguo mi abbandono al sogno, e lo popolo degli esseri fantastici che abitano la montagna: un unicorno mi passa accanto, talmente veloce che quasi mi fa cadere. Dalla cresta di una roccia un lupo bianco mi fissa con i suoi occhi luccicanti, poi ulula alla luna. Un brivido mi percorre la schiena.

Mi risvegliano le parole di Paolo: dalla vetta indica le luci a valle. Anche la realtà della pianura può essere bellissima, vista da quassù.

***

Salire la Montagna da soli procura sicuramente emozioni differenti dal farlo in compagnia. Anzitutto bisogna vincere la paura di non farcela che coglie coloro che, come me, non sono particolarmente allenati. Il Tobbio è una montagna imprevedibile, come ogni monte che si rispetti a volte ci spiazza con i suoi cambiamenti repentini. I sentieri che lo salgono sono impervi, impervi come quelli della vita. E l’amor proprio, l’orgoglio, quei fattori “propulsivi” che quando si sale con altri ci fanno tener duro, per non essere i primi a cedere, non servono a nulla. La decisione di mollare o proseguire spetta unicamente alla nostra volontà e testardaggine. La forza per vincere queste paure, gli stimoli per andare avanti quando le gambe tremano, si possono trovare solamente dentro, attingendo magari alla fantasia, immaginando avventure più o meno verosimili. Si può fingere di scalare montagne ardue e immense: oppure sfidare la tramontana come fosse un vento gelido del Polo Nord. O ancora, quando il sole cocente secca le labbra, possiamo trasferirci nel deserto cinese di Takla Makan.

Fantasie, che ci spingono avanti … avanti fino alla cima. Fino a guadagnare il “tetto del mondo”. (Insomma…!)

***

Salendo il Tobbio si ha una diversa percezione delle durate. Il tempo dell’ascesa e del ritorno non lo si quantifica nelle consuete ore d’auto, ma in inusuali ore di cammino. Così come leggere, camminare aiuta a prendere coscienza di una diversa scansione ed estensione temporale.

In un mondo nel quale è possibile sapere se in Cina, in questo preciso istante, fa caldo o freddo, il Tobbio esce dal computo. Lì il tempo si misura in passi, in soste per guardarsi attorno. Bisogna avere l’umiltà di rallentare la corsa. Chi sale sul Monte sa che trascorrerà del tempo prima che egli torni in valle, e questo tempo lo trascorrerà camminando, trascinato avanti solamente dalla sua volontà.

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A chi ama cercare funghi, andare per more o semplicemente passeggiare per i nostri boschi, è sicuramente già capitato di smarrirsi, di perdere l’orientamento, anche per un solo istante.

In tale occasione ha alzato gli occhi dai suoi passi e ha cercato all’orizzonte l’inconfondibile profilo del Tobbio. È un gesto istintivo, non cerchiamo il Figne, il Tugello, la Colma, ma il Tobbio, proprio perché costituisce da sempre “il” punto di riferimento, perché sovrasta gli altri per imponenza e riconoscibilità. È lo Uluru dell’ovadese (Uluru è la definizione aborigena dell’Ayers Rock, in Australia, immenso monolite che i nativi considerano il tramite tra il mondo dei sogni e quello degli uomini).

Fin da bambini, quando col padre o col nonno ci si avventurava nei boschi, e invece di cercare funghi e raccogliere castagne, ci si perdeva nella scoperta dell’orizzonte, abbiamo fatto conoscenza con la Montagna, prima ancora che qualcuno ce ne dicesse il nome.

Collezione di licheni bottone

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La zappa e il tiro con l’arco

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Primo tiro, cinquemila lire. Tanto costa una freccia del modello più economico per il tiro con l’arco. Tanto ho speso, perdendo la freccia. Non c’è stato verso, è finita tra la sterpaglia del campo e non è più venuta fuori. Chi si esercita nel tiro campale conosce questa prerogativa delle frecce. Se non becchi il paglione non le trovi più, nemmeno col metal detector. Dunque l’inizio è stato scoraggiante, anche perché io della prerogativa della freccia non sapevo nulla, e ho perso mezza giornata a cercarla inutilmente. Adesso non ci provo neanche più. Certo, perché malgrado i primi deludenti risultati ho insistito a tirare, e ormai novantanove volte su cento colgo il paglione, se non altro per motivi economici.

Non ho mai tirato in un poligono (si chiamano così?), o comunque in un campo attrezzato, di quelli tutti in piano, con l’erbetta all’inglese (lì le troveranno, le frecce?), con le distanze misurate al centimetro. Ho sempre misurato le distanze a passi, tirando al risparmio su ogni singolo passo, dribblando con le traiettorie pali e filari, per andare ad impattare un paglione slabbrato poggiato su trespoli di fortuna (per chi non lo sapesse, il paglione è un supporto di paglia pressata, spesso circa dieci centimetri, quadrato o rotondo, di diverse misure di lato o di raggio, sul quale si fissa il bersaglio, o targa, e che dovrebbe assorbire l’impatto della freccia. Dico dovrebbe, perché dopo qualche centinaio di tiri tende a spappolarsi, e le frecce entrano ed escono che è un piacere): ma giuro che ne ho tratto le più impensate soddisfazioni. Perché l’arco è ruffiano: evoca suggestioni culturali, suggerisce un’esotica marzialità, rispetta la quiete e il paesaggio, non lascia alcun tipo di scoria, nemmeno psicologica, in quanto è sì un’arma, ma talmente obsoleta da non essere più considerata tale nemmeno dai nostri legislatori, che è tutto dire (infatti non necessita di alcun porto d’armi, e poi, avete mai sentito di serial-killers che prediligano l’arco? solo al cinema). Ti consente di giocare alla guerra, ma in una forma così simbolica e stilizzata che non hai nemmeno da vergognarti dei tuoi istinti. Ma c’è un aspetto, soprattutto, che mi affascina in questa pratica: è forse la più solitaria delle attività sportive. Può essere svolta in gruppo, ma viene esaltata dalla solitudine: una solitudine vera perché, diversamente da quanto accade nelle alte pratiche di tiro, è fasciata nel silenzio. Tutto il gioco è fra te e quel bersaglio concentrico, che già nel disegno ti ipnotizza, cattura il tuo sguardo, così che non lo vedi come un avversario, e lo trafiggi solo per congiungerti con lui, perché la freccia porta con se il tuo corpo e la tua mente. Hai tu in mano tutta la situazione: sono il tuo occhio, i muscoli tesi del tuo braccio di supporto e quelli contratti del braccio di tensione, i tuoi deltoidi irrigiditi, la sensibilità al rilascio delle tue dita, a determinare la traiettoria. Per una volta senti di poter avere il controllo totale. Soprattutto, di avere la possibilità di riprovarci, se non cogli alla prima il bersaglio. Sempre che non perda la freccia.

 

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Pudore e sudore

di Antonio Cammarota, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

In genere sulle alte montagne, quelle più famose, si arriva in due maniere: a piedi o con la funivia. Sono due modi completamente diversi di salire.

Una volta sulla vetta, certo, lo scenario che ci si presenta è lo stesso. Una distesa splendida di cime innevate, l’aria tersa, un paesaggio da favola che nella sua maestosità ci affascina e ci da una stretta al cuore.

Ma – e questo è solo il primo ma del nostro breve ragionamento – a seconda di come si è saliti lo sguardo col quale lo si abbraccia, lo spirito col quale lo si contempla sono diversi.

Credo sia chi ha faticato di più, lo scalatore, a godere maggiormente del panorama. Egli è arrivato lassù con fatica, a volte correndo pericoli, salendo sentieri tortuosi, tagliandone alcuni e percorrendone anche di sbagliati. Ma è arrivato contando solamente sulle sue gambe e sulla sua volontà. Sul suo modo di vedere e godere la montagna influisce il cumulo delle emozioni della salita.

Chi ha usato la funivia invece appare più riposato, non è stravolto dalla fatica, non si è sforzato per nulla ed ha raggiunto la vetta semplicemente in virtù dei quattro soldi del biglietto. Di lassù vede le stesse cose, certo, ma non sono sicuro che le apprezzi fino in fondo. Non ha conquistato, non si è guadagnato nulla, e il panorama è quasi un dono immeritato.

A pensarci bene la stessa cosa vale per la lettura e per la cultura in generale. Se vogliamo, anche in questo caso si è realizzata una piccola utopia: due persone, l’una figlia di contadini o operai, l’altra proveniente da una famiglia di dottori, di professori, comunque di intellettuali, possono oggi parlare infatti nella stessa lingua e delle stesse cose. Ma non illudiamoci: in realtà non è mai la “stessa” cosa, non saranno mai due persone “eguali”.

Mettiamo che queste persone con origini diverse possano avere entrambe una ricca biblioteca ed essere lettori modello: non credo affatto che apprezzino alla stessa maniera il piacere della lettura e della conoscenza. Non sono sicuro che concetti come cultura, conoscenza dei fatti e opinioni politiche abbiano per esse lo stesso significato.

Chi trova tutto già pronto, tutto realizzato, non deve fare altro che andare nello studio e prelevare dai ricchi scaffali della biblioteca di famiglia un libro; ma con “quale” piacere lo leggerà? E soprattutto, cosa ne trarrà?

Io credo infatti che la ricerca di un testo particolare debba essere un itinerario personale, faticoso, tortuoso, difficile, in definitiva splendido, e che assuma un valore che travalica quello del libro stesso. Chi non possiede già una biblioteca arriva necessariamente ad ogni libro attraverso altri libri, ad uno scrittore attraverso altri scrittori, ad una idea grazie a mille piccole idee sparse qua e là.

Anche la mia biblioteca è cresciuta lentamente (e sottolineo che la mia è una storia come tante altre) ed ogni libro in essa accolto è il risultato di un percorso e, a volte ha costituito anche un traguardo. Altro che biblioteche di famiglia più o meno ricche, altro che padri e madri che ti invitano alla lettura e ti conducono per mano nel labirinto delle mille biblioteche possibili. Questa esperienza mi porta a pensare che le persone “bibliodotate” dall’infanzia, malgrado conoscano più libri, li abbiano più a portata di mano, leggono con uno sguardo diverso le cose del mondo rispetto al lettore selfmade. Quel mondo, infatti, lo hanno conosciuto solamente attraverso i libri. Questo è vero soprattutto quando si parla del mondo del lavoro.

Il lavoro, e quando parlo di lavoro intendo quello nero e maledetto, quello subordinato, quello che esige la testa chinata di fronte agli ordini dei superiori e per il peso della fatica, è la cosa più materiale che ci sia, la più lontana dal pensiero “puro”. Per chi nasce in famiglie che non conoscono o non vivono il lavoro, come supplizio

quotidiano, è difficile concepire quanta umiliazione, frustrazione, abbruttente ripetitività esso comporti. Costoro hanno letto sui libri che esiste il lavoro, hanno visto con i loro occhi il lavoro (cioè, gente che lavorava), ma non hanno mai lavorato. Né per costruirsi una biblioteca, né per sopravvivere. Si può dire che in genere chi ha vissuto a contatto sin dall’infanzia coi libri e con ambiente culturalmente stimolanti non ha mai bisogno di lavorare (e mi riferisco sempre al lavoro inteso in un’unica accezione: quella manuale). Le famiglie di questo tipo si riproducono di gene-razione in generazione, e i figli occupano sempre (salvo ribellioni o incidenti) le posizioni dei padri. Nel loro DNA viene inscritto un codice culturale di-verso da quello della gente “normale”, ed essi partono quindi già con un notevole margine di vantaggio.

È difficilissimo, di conseguenza, per un figlio di operaio o di contadini assurgere all’olimpo della cultura, diventare un intellettuale. Il DNA di questi ultimi è povero e vuoto, e quando accade a chi ha origini “modeste” di arricchirlo, di acculturarsi, non gli è comunque facile godere serenamente di questo patrimonio. O fa della cultura un’arma di riscatto economico-sociale, e ne tradisce pertanto tutte le più genuine valenze, o subisce un’ulteriore discrimina-zione, quella creata dall’urgenza di mettere a frutto bene o male, in genere più male che bene, le competenze acquisite. Sempre che almeno questo gli sia consentito: basterebbe infatti una piccola indagine statistica sulla provenienza sociale dei ricercatori universitari (non parliamo dei docenti!), di coloro cioè che possono permettersi il lusso pluriennale di un’attività sottopagata in attesa del “posto”, per farci dubitare anche di quest’ultima possibilità.

E allora godiamoci almeno la soddisfazione di aver sollevato la fronte, di aver rialzati gli occhi affaticati per posarli – magari – su un libro, su qualcosa che si sceglie per crescere e migliorare, di aver tentato di inverare la piccola utopia della parità tra persone di origini diverse e con storie diverse, della parità tra persone più o meno fortunate. Una parità, un’eguaglianza di diritti che si rivela solo teorica, che si realizza sulla carta ma scompare quando si verifica la solidità delle basi di partenza di ognuno. Da un lato stanno coloro che hanno avuto ogni tipo di faci-litazione (economica, intellettuale, di frequentazio-ne) e dall’altro color che hanno dovuto costruirsi con fatica ogni minima possibilità. E in fondo non è che la parità mi interessi poi molto. Preferisco rimanere ciò che sono, un selfmade man nel campo della cultura (e della lettura), con un padre dalle mani grandi e nere, scavate da anni di lavoro duro, mani ormai insensibili al freddo e al caldo, incapaci di sfogliare un libro o di fare una carezza.

Ma che importa: il libro lo leggerò io (e per mio padre sarà un po’ come se lo leggesse lui) e le carezze, beh, quelle non le farebbe mai, anche se avesse mani di fata, per pudore.

C’è troppo pudore in chi lavora duramente per lasciarsi andare ad una carezza, si pensa quasi di non averne il diritto.

Mio padre, ad esempio, non ha mai letto da nessuna parte la parola pudore, non sa neppure che esista, ma – dovreste vedere – sa cos’è il pudore.

 

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La poesia di Achille Serrao

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Quella di Serrao è una poesia di contrasti, petrosa e impervia, in un clima inusitatamente nordico: il dissolversi del tempo, la fuga delle cose e il defilarsi delle presenze sono i temi che l’attraversano. Una crepa (a’ cannatura) di senso, un assedio del vuoto, una sconfitta che è quella del Sud non vengono riscattate, se non occasionalmente e per il breve spazio di un respiro, nemmeno dal ricordo, momento intimo e segreto dove si rifugia la possibilità salvifica di esprimere la voce dell’amore.La questione del linguaggio è nella poesia di Achille Serrao assolutamente centrale. Il suo dialetto – precisamente quello di Caivano, un piccolo centro ai confini della provincia di Napoli – è aspro e stonato, l’uso antiletterario e antidiscorsivo.

Il suo Sud è quello dell’infanzia, ormai inesistente, mitizzato, ma che non si presta ad una ricostruzione in un modello esemplare: dalla poesia di Serrao emergono solo frammenti, schegge, frantumi e rottami. Il tutto è avvolto da una luce ispida e livida, scabra e lunare, e l’ora topica è quella sbandata che precede l’alba, in cui ci ferisce la dolorosa irreparabilità del giorno e la pena del suo sorgere. Il suo verso si frantuma in sussulti, inciampi, slabbrature e omissioni: tutto ciò a testimonianza della sofferta fatica della parola e del vivere, dell’offesa ferita di un passato indagato senza reticenze. Quello di Serrao è un paesaggio interiore: le cose, gli oggetti che definiscono frammentariamente i suoi orizzonti sono allusivi di qualcosa che sta dietro, che è oltre: poesia che, in questa dimensione di percorso interiore, è pervasa da un alito metafisico.

La materia è frequentemente di origine autobiografica, ma ostinata in un’ invernale impersonalità: più dell’io si avverte l’incalzare doloroso di una realtà che impone di essere detta in una poesia così autenticamente impervia da alterare il sangue, ma perciò così persuasiva.

Achille Serrao è nato a Roma nel 1936. Ha curato, per l’editore Campanotto di Udine, l’antologia di poesia neodialettale “Via terra”.

A st’ora chi simmo …
A st’ora chi simmo? I’ saglio

saglimmo senza
overamènte na sagliuta senza
piatà e arèto a na filara
d’arbere sfrunnate ‘a luna
sfrie comme sfriesse, ‘e luòtene
d’’e cane allérta c’’a neglia ‘ncanna … ‘o mare
nu retecà ‘e parole maje femute … Sàgliere,
‘o chiù malamènte d’’e mestiére,
saglimmo a careggràzia e … ‘o vvi’ llànno
‘o mare farfagliùso, chi suspira
‘e quante ccà ne simmo
nu viecchio sulamènte ammuinatore ‘o mare?

A quest’ora chi siamo / A quest’ora chi siamo Salgo / si sale senza / davvero una salita senza / misericordia e dietro un filare / d’alberi spogli la luna / sfrigola come sfrigolasse, i lamenti / dei cani all’erta con la caligine in gola … il mare / un andare e venire di parole incompiute … Salire, / il più crudele dei mestieri, / si sale per miracolo e … ecco / il mare balbuziente, chi suggerisce sospirando / di quanti ne siamo qui / un vecchio solo ammutinato il mare?

Trasette vierno
Trasette vierno ca ‘ntosseca ll’auciélle, pure

d’’o malaùrio, quanta aucelluzze
se fida ‘e ‘ntussecà picciuse
pe’ na cucchiarèlla ‘e semménte e a’ ggente
vascia, me darraje na voce
ggente d’’a mia ‘e piéde dint’â neve
‘nfi a che ‘a neve se mantène toma
‘ncopp’a stu muojo ‘e paciénza arresugliato
cu ll’uocchie ‘a luntano …
e nce siénte ‘e spicà
‘o silenzio si attòcca, nu sisco
‘e vocca
a malappena na tagliata d’aria.

E arrivò l’inverno … / E arrivò l’inverno che avvelena gli uccelli, perfino / del malaugurio, quanti passeri / ce la fa ad amereggiare lamentosi / per un mucchietto di semi e la gente / povera, te ne accorgerai / gente mia con i piedi nella neve / fino a quando dura la neve quieta / su questo moggio di pazienza raspato / con gli occhi da lontano … / e lì senti crescere / il silenzio semmai, un fischio / di bocca / a malapena uno sfregio d’aria.

 

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