Fare poesia è follia

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

  1. Non è vero che fare poesia è una necessità assoluta. Non è vero che fare poesia è inscritto nei geni di ciascuno di noi. Non è vero che fare poesia è un’attività di élite intellettuale. Fare poesia è follia.
  2. La follia? Un classico della poesia. I poeti hanno bisogno di referenti patologici e s’infiammano quando credono di individuare nel folle la loro punta di diamante. Come se la poesia potesse dipendere dalla vicenda umana di un individuo. Ma la follia della poesia non ha niente a che fare con le depressioni e le monomanìe.
  3. La follia della poesia è follia della parola. Della parola, non del poeta. Parola che scaturisce dal nostro sentire con un processo che ci appartiene soltanto nell’aspetto tecnico della trascrizione. La poesia non è un’intuizione soggettiva, è la capacità di cogliere oggettivamente l’universale.
  4. La parola ha un valore semantico che la moltiplica e la estende, ma il linguaggio recondito dell’esistenza non ha significati verbali. Indulgere alla cerebralizzazione del senso produce un’implosione poetica che distrugge il ritmo della scrittura. La poesia è musica e la stecca non riguarda i suoi significati.
  1. La carica emotiva di un testo poetico dipende dal metro della sua composizione. Solo una buona dimestichezza con la musica, tempi e ritmi del solfeggio, non ascolto maniaco e beota, consente di godere fino in fondo l’armonia di un verso e di una strofa.
  2. Tecnica e poesia non sono affatto antitetiche. L’acquisizione e l’interiorizzazione di strumenti sono premesse indispensabili alla produzione poetica. Che è fatica, solitudine, non il bacio di una dea.
  3. Scrivere poesia è sussurri e grida, angoscia e tremore, coraggio ed esaltazione. La prova generale di una prima. Scrivere poesia è un gesto estremo di sfida per catturare una voce che non ci appartiene. Scrivere poesia è un’avventura terrificante che ogni volta ci fa giurare che non lo faremo mai più.
  4. La poesia è voce tuonante, rauca, stridula, lamentosa, e come tale deve essere vissuta. Leggerla in silenzio vuol dire condannarla all’inesistenza. La poesia sulla carta non ha nessun significato.
  5. La poesia è eroismo, profezia, santità. Ma nessun poeta è eroe, profeta o santo. perché il poeta, non appena ha concluso la sua missione, è l’essere più insignificante della terra.

10.  La poesia è paradosso dell’esistenza. Chiamare qualcuno poeta è un insulto alla sua sofferenza.

È bello giacere con una donna
È bello giacere con una donna

che si conceda in tutte le maniere
fino all’esaurimento.
Ma se non posso gridare con lei
parole di liberazione
se non posso confondere con lei
la voce
in suoni e gemiti che rifondino il linguaggio
se non riesco a respirare con lei
fino ad ansimare in palpitante sincronia
se non ho con lei
le visioni del paradiso terrestre
che solo la santità e la buona droga sanno dare
allora sento un vuoto nell’anima
che si allarga a dismisura
e mi consuma con una radice feroce.

Farenheit 451
Un libro

è un baluardo
il forte Apache del nostro intelletto.
Un paese antico
ospitale
dove nessuno nega le nostre parole.
Un’avventura
un sogno
che ci difende dall’ultimo agguato.

Se macineranno i libri
per farne mangime per i polli
beccherò anch’io
la mia parte di parole.
Se li bruceranno
a cataste nelle piazze
raccoglierò le ceneri
come le spoglie di un amico.
Se mi tortureranno
per costringermi a negarli
sopporterò il dolore
cambiandolo in poesia.

Datemi un libro
ancora un libro
che parli al cuore
che parli anche alla mente
e accenda il filo di speranza
che muore ogni giorno dentro me.

 

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Beato chi lasciò presto il festino

Variazioni intorno alla figura del viandante

di Marcello Furiani da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

1.

Il viaggio, luogo privilegiato dell’immaginario mitico e romanzesco, si manifesta essenzialmente in due forme classiche: il viaggio come prova, percorso doveroso per l’eroe alla conquista di una meta, e il viaggio come educazione, come conoscenza e crescita che preventiva il ritorno in qualità di momento finale.

Via, via dagli uomini e dalle città
verso il bosco selvatico e le dune
alla silenziosa selvatichezza
dove l’anima non deve reprimere la sua musica
per timore che non ne trovi
un’eco nella mente degli altri.
PERCY B. SHELLEY

Ci imbattiamo poi in un terzo modello di viaggio, nel quale gli obiettivi si allentano, i profitti restano più impliciti, racchiusi nel momento e nel gesto stesso del viaggiare: mi riferisco al vagabondaggio in tutte le sue forme, dal ramigare all’errare, ad un movimento erratico in cui la linea che unisce due punti non è quella retta (cioè la più economica e la meno speculativa), ad uno spostamento che non ha necessariamente nemmeno il fine di unire due punti. Il viaggio come erranza, divagazione, deriva.

Questa idea del viaggio è la più “moderna” e quindi ha una storia più recente delle precedenti. Ma prima di ripercorrere, senza presunzione di esaustività, la figura del viandante attraverso personaggi letterari, vediamo di definirla più precisamente.

Il viandante non possiede una casa: si sposta di città in città, di villaggio in villaggio, dorme dove accade, talora viene ospitato. Pur essendo una figura che si situa ai margini, non è un antisociale. Spesso è un giovane, piacevole e attraente, non di rado sa suonare o cantare, intreccia nei suoi brevi soggiorni piccole storie d’amore, è capace talora di parole profonde e illuminate. Ma tutto ciò dura poco, perché il viandante riparte mimando col suo continuo allontanarsi la parvenza delle cose, il doppio effimero di qualcos’altro che si sottrae e si dilegua, l’inespugnabilità di ciò che egli stesso vagheggia. Ogni luogo lo soffoca, ogni luogo è un luogo sbagliato che tradisce e consuma: il viandante è alla ricerca infinita del luogo che non c’è, cioè dell’utopia.

Perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due? 
BRUCE CHATWIN

Nel Lieder einer fahrenden gesellen (I canti di un giramondo) di Gustaf Mahler il protagonista procede al passo di una marcia funebre nel viaggio verso “l’estrema provincia della memoria”: l’assenza di una patria, di una heimat è quindi anche la morte, il luogo definitivo.

Il viandante sa che ogni cosa finisce e se decidesse di fermarsi non sarebbe per sempre: per ciò riparte. Nel finale del Eugenio Oneghin di Puskin l’autore prende congedo dal proprio personaggio esprimendo il desiderio di tutti i viandanti: “Beato chi lasciò presto il festino / della vita e il boccale pien di vino / non vuotò fino in fondo, chi ha saputo / staccarsi dal romanzo suo più caro / come da Oneghin ora io mi separo”.

Nella letteratura ci si inbatte spesso nella figura del viandante, o flaneur o wanderer; soprattutto la letteratura romantica è abitata da questo personaggio, confermando che l’anima romantica è un’anima nostalgica, inqueta, notturna, inappagata, che iterativamente vagheggia qualcosa che sta al di là dell’immediatamente sensibile. Il viandante ha in se l’inesausta smania e l’inestinguibile struggimento per l’altrove, la romantica sehnsucht, quella che Rousseau chiama una fitta del cuore verso un’altra forma di godimento e di possesso. Tutto ciò cambia il movimento in un errare senza sosta, privato di un risolutivo nostos: come osserva Nietzsche in Umano, troppo umano il ritorno si addice al viaggiatore diretto ad una destinazione, non al viandante che non conosce meta e configura il compimento del proprio destino nella provvisorietà e nell’instabilità.

2.

La Storia di un fannullone di Joseph Von Eichendorff è un’alternativa alla realtà, non un’evasione dalla storia, è la nostalgia di una dimensione umana integra e libera, non un superamento del passato.

La poesia è nella vita feriale e diretta; non c’è l’inquietudine per un ‘oltre’ inconseguibile: solo l’appagamento di ogni battito del fluire della vita in un’identificazione dello spirito con il respiro cosmico, altrettanto umano quanto i tormenti e gli affanni delle anime del Romanticismo. Tutto è epifania, eppure il dolore si comprende presente, per nulla soffocato da un ottuso ottimismo o da una furia trionfalistica; lo si indovina come l’altra faccia della gioia e ciò dà credito, più di ogni altro pensiero, alla possibilità di sentirsi in corrispondenza con il vivere in tutta la sua apparente semplicità. Ciò accade a differenza, per esempio, delle pagine di Hans Christian Andersen, delicate ed idilliche, nelle quali – si veda la novella “Compagno di viaggio” – la figura del viandante puro di cuore e nomade nell’anima si muove in una natura stilizzata e priva di profondità, senza altezze e senza ombre, colorata ma inodore. Il viandante di Andersen rimuove il dolore e la tragedia, avvolto e annebbiato in una visione cristiana dell’esistenza diluita da un ottimismo filisteo e semplicistico.

Intorno non si vedeva anima viva e non si sentiva rumore. Per altro, vagabondare a quel modo era bellissimo.
JOSEPH VON EICHENDORFF

In Eichendorff il fascino del vagabondo in continua fuga, inesausto nella capacità di cantare e di essere felice, è nel ritrovare passo dopo passo lo stereotipo previsto e puntualmente mai disatteso: ciò che realisticamente è l’imprevedibile corrisponde con l’estremo prevedibile della fantasia; ogni elemento del proprio immaginario d’avventura trova spazio nella sue pagine.

I personaggi di Robert Walser sono viandanti che si aggirano per il mondo, osservano la vita, si mimetizzano svestendosi della coscienza, volgono la propria attenzione a fuggevoli dettagli apparentemente trascurabili, non si concedono a nulla in fedeltà ad una condizione d’assenza. Vivono in un eterno presente, sognano una vita come attesa, vigilia di promesse senza modello né costrutto. Nel loro ritirarsi perpetuano infinitamente il congedo, annullati in una nozione del tempo estremamente incerta e indeterminata, quasi per una volontà di perdersi in qualcosa che trascende.

La condizione del viandante disposto ad ogni esperienza non entra in contraddizione con questa modalità, in quanto la libertà per i personaggi walseriani è predisposizione a non legarsi, a non entrare in contatto con alcunché abbia una forma definita: è un’immobilità che si nega al gesto che spartisce il mondo.

Lei non crederà assolutamente possibile che in una placida passeggiata del genere io mi imbatta in giganti, abbia l’onore di incontrare professori, visiti di passata librai e funzionari di banca, discorra con cantanti e con attrici, pranzi con signore intellettuali, vada per boschi, imposti lettere pericolose e mi azzuffi fieramente con sarti e ironici. Eppure ciò può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto. 
ROBERT WALSER

Eppure di quale leggerezza e di quale profondità sono capaci le figure di Walser. Il loro sguardo è lieve e acuto, come quello di chi, non mettendo in gioco se stesso, coglie la bellezza gratuita del mondo e contemporaneamente lo osserva con ironia per quello che è nel suo orrore, nei suoi rapporti di forza, nella morte che è propria delle strutture e dei rapporti sociali irrigiditi.

Ma i suoi viandanti, lievi, trasparenti e fatalisti non sono dei rivoluzionari: non cambiano e non vogliono cambiare nulla, non hanno altra aspirazione che condurre una vita vagabonda, alla periferia di cose e persone con le quali si trastullano senza farsi toccare, quasi che non vi sia nulla oltre la loro superficie, che il loro statuto ontologico sia la loro stessa inconsistenza.

Il vagabondare senza meta fissa è un topos della poesia lirica dal pre al post romanticismo, al punto che ancora nel 1885 Gustav Mahler intendeva il viandante come personaggio del suo ciclo di Lieder Lieder eines fahrenden gesellen, in termini che si adattono altrettanto bene alla Winterreise schubertiana e ad altre centinaia di composizioni poetico-musicali. Nella maggioranza dei casi il Viandante – che diventa il Solitario – esercita il proprio sentimento della natura su fioriti paesaggi primaverili e boschi lussureggianti, donde il contrasto tra la solitudine interiore dell’io e il circostante trionfo della vita e della bellezza. Ma nei Lieder di Mahler e di Schubert la meditazione sul senso dell’esistenza, sulla immutabile presenza della morte, si svolge sullo sfondo di una natura livida e cupa e per ciò stesso partecipe: l’osservazione della natura è il parallelo dell’indagine sullo spirito. Si respira uno stato di vita sospesa, congelata, immobile – assai simile a certi dipinti di Caspar David Friedrich – dove il pensiero del viandante si riduce a rimuginazione ossessiva di ferite narcisistiche e grandiose fantasie compensatorie.

Il viandante diventa straniero al mondo ed erra sospinto da una condanna senza colpa, portatore di un’immedicabile ferita al cuore, che lo trascina verso la distruzione, simbolo ingigantito dell’uomo romantico in preda ai suoi sentimenti, dello straniero senza casa sulla terra gelata, del fuggitivo dal mondo, escluso dalla compagnia degli uomini con cui non ha più sentimenti in comune, dalla forza sovverchiante e autodistruttiva delle sue emozioni. Non c’è scampo all’inesorabilità del lungo cammino verso la morte – dalla quale per altro il viandante si sente attratto – espresso sia con doloroso realismo, sia con un espressionismo visionario.

Walter Benjamin ricorda anche Knut Hamsun come un altro autore capace di creare la figura del fannullone perdigiorno, randagio e sbandato. Versione moderna e tragica, il viandante di Hamsun incarna vitalità, durezza, pietà, nichilismo e protesta: è un distruttore e contemporaneamente un lacerato capace di rilevare l’irrazionalità dell’esistere, con il gesto altero del personaggio epico, frugando impietosamente nella miseria materiale e spirituale dell’uomo moderno. Ma finisce per esserne accecato e cerca nella fuga dai legami sociali l’immediatezza della vita non contaminata dalle idee; si muove spinto da una sprezzante ribellione che ne fa, paradossalmente e inconsapevolmente, un intellettuale modernissimo e anticipatore, nell’alienazione e nella perdita, del nuovo.

Il percorso del viandante di Hamsun conduce alla nevrastenia: fugge davanti alle patologie della società moderna fraintendendo la modernità come patologia, rimanendone vittima e tanto più irreversibilmente condizionato dai legami sociali quanto più si illude di affrancarsene. Ondeggiando tra la brama di un inattuabile assoluto sovratemporale e un compiaciuto sguardo alla caducità di ogni cosa, tentando di avversare il senso univoco delle ideologie con l’informe indefinitezza delle cose e della natura, che pur resta sempre irreparabilmente lontana, approda all’anti-ideologia. La sua ribellione s’irrigidisce in un nichilismo che non ha altri approdi se non quelli di una tendenza regressiva e di un atteggiamento reazionario.

Il viandante dei romanzi di Hamsun, crudele e tenero, sprezzante e fragile, compiaciuto del disordine del mondo, è un inconscio alla deriva che si tutela dalla realtà esterna con vomiti di parole e sequele di gesti provocatori e stonati, è l’io psicologico borghese disgregato, riluttante nel prendere coscienza che il suo destino è solo la vana forma di una vita errabonda, segnata dalla sconfitta e avvilita dall’ostinazione al disprezzo.

Nelle pagine scritte da Walter Benjamin il flaneur si muove come figura di passaggio, che attraversa una sorta di altrove, di sconosciuta città in un orizzonte all’imbrunire, immagine incerta e dubbia, sostanzialmente tragica. Sospeso nel tempo e nello spazio, è sicuramente straniero alla folla, talmente estreneo ai suoi ritmi da apparire in netto contrasto con il processo produttivo.

La città è uno sterminato panorama, quasi il luogo di una rappresentazione teatrale, che desta nel viandante una primitiva curiosità che i suoi occhi alieni e pacificanti cercano di soddisfare. Fondamentalmente è un ozioso, di un’inoperosità che è soprattutto irresolutezza: predominando in lui il dubbio, tutto diventa possibile anche se irrealizzabile.

Può essere permesso ad un vagabondo di disporre degli ultimi istanti come più gli piace?
KNUT HAMSUN

Eppure quanta nostalgia percorre ogni suo passo: ma il flaneur non possiede un passato né una memoria personale: la sua è nostalgia di una vita anteriore, del tempo dell’infanzia. Il viandante è in Benjamin una figura senza tempo e senza storia, il cui motivo di desistere consiste nel “dare un’anima” alla città altrimenti amorfa. In effetti nella Parigi fantastica disegnata da Benjamin pesa come un sasso il vuoto di un’assenza, al di là dell’alacrità delle occupazioni dei suoi abitanti, dominati in sostanza dalla ripetitività del culto che celebrano, quello che l’autore chiamerà culto della merce. Il flaneur benjaminiano è in una comunità immobile e inaccessibile alle novità l’esule che incarna inconsapevolmente la totalità dell’esperienza originaria, l’unico l’uomo a cui sia stata data in sorte l’inattività, in virtù della sua capacità di sognare.

L’utopia di Benjamin, uomo senza patria, è di tornare a ciò che è spezzato, di ridare vita alle cose morte, ma ciò dissimula il desiderio di tornare nelle tenebre, nell’abbandono del non essere, di riavvolgersi verso la propria origine.

La purezza del viandante lo rende impotente di fronte al mondo, da cui per altro nemmeno viene riconosciuto nella sua condizione di estraneità. Ma la sua stessa speranza di non avere una meta, di non arrivare, è la vana illusione di restare nell’infanzia dell’uomo e di non approdare a quello che Benjamin chiama l’“uomo-sandwich”, diventando egli stesso merce venduta al mercato, identificato con il valore di scambio, a proprio agio ormai nell’essere ritenuto vendibile.

Il flaneur oscilla tra queste due inconsistenze: l’estraneità più radicale e la contestualizzazione più omologante che lo prosciuga da ogni parvenza di identità. Può solo, nel suo continuo movimento che simula l’immobilità, mostrarci quanto sfolgorante, fantastico, eccessivo e fragile sia il fiore dell’utopia.

Il tempo presente è il tempo della disperazione, il tempo dell’Ebreo Errante.
SOREN KIERKEGAARD

L’erranza, la tragica volubilità nello spazio, nell’esperienza e nel tempo è specificità che descrive non di meno la figura dell’Ebreo Errante, è la sostanza dell’espiazione per chi non ha compreso e riconosciuto il Messia, con la contraddittoria valenza di seduzione e di maledizione che il rapporto con il sacro implica.

Il mito dell’Ebreo Errante è come pochi altri un mito incompiuto, variamente rappresentato e interpretato nel corso dei secoli, attraverso diversi generi (dalla prosa alla poesia, dalla pittura al folclore) e difformi registri (dal comico al tragico, dal dolente al farsesco). Se il mito popolare fa dell’Ebreo Errante un personaggio per racconti popolari, ballate di menestrelli, melodrammi, balletti, opere liriche e romanzi d’appendice (basti ricordare L’Ebreo errante di Eugéne Sue, in cui l’eroe diventa una metafora del popolo sfruttato e l’errare un’allegoria della fatica del lavoro), sono i poeti, i prosatori, i filosofi e i pittori a costruire su questa figura il mito letterario.

Ripercorrere le tappe della rappresentazione di un mito significa anche attraversare la storia delle idee: così si passa dal viator medioevale che testimonia la verità, investito di una maledizione inemendabile, alla riabilitazione del philosophe illuminista, in cui l’erranza diviene memoria del tempo del mondo, diventa una condizione privilegiata da cui distinguere e tradurre i mali che angustiano la società contemporanea dell’autore. Parallelamente alla figura del viaggiatore ed esploratore, nel ‘700 prese forma anche un Ebreo Errante avventuriero, imbroglione, impostore e baro da cui discende il personaggio inquieto e malinconico che appare fugacemente ne Il monaco di Matthew G. Lewis, in cui, tra l’altro, assistiamo ad una delle prime commistioni del mito dell’Ebreo Errante con quello del Faust. Questa contaminazione, figlia dell’epoca dell’occultismo e dell’esorcismo, fu determinante nella metamorfosi dell’Errante da testimone delle verità cristiane a personaggio dedito alla stregoneria.

L’Errante diventa in seguito l’incarnazione dell’inquietudine e della disperazione romantica: il gusto per il primitivo, per i miti popolari e cristiani, la predilezione per il trascendente e le problematiche religiose tipici della spiritualità romantica si accordano ad un personaggio il cui destino è eccezionalmente unico e tragico, il cui passato è oscuro e ambiguo, la cui colpa suscita orrore e perplessità, il cui desiderio è eternamente inappagato e la cui attrazione verso la morte è il riscatto dal dolore e dalla afflizione.

Mitigando la figura dell’Ebreo Errante della sua singolarità ebraica i romantici acuiscono positivamente le facoltà del mito: la loro sensibilità avverte dolorosamente i caratteri di esilio, di solitudine, di scacco e di disperazione dell’errante e li traduce in veggenza e saggezza, accentuandone l’anima di déraciné e maturandone gli aspetti di ribelle che predilige la libertà dell’inferno alla schiavitù del cielo, figura debitrice del Satana di John Milton.

Il mito continua, trascinando le proprie ambiguità e le proprie contraddizioni, ma ricavando vitalità dalla propria leggenda, come gli Ebrei Erranti di Marc Chagall che volano sopra Vitéck, poiché il viaggio è eterno come l’inferno cristiano.

Nel dipinto di Caspar David Friedrich Viandante sul mare di nebbia del 1818 l’immagine transita dalla più diretta vicinanza alla più radicale lontananza: questa distonia dello sguardo traduce la frattura fra l’uomo e l’assoluto. Ma questa misura tragica si dissimula in una contemplazione idillica, pur trasparendo come in filigrana un irreparabile struggimento per distanze impenetrabili, per lontananze inconseguibili. Il viandante di Friedrich esprime il proprio scacco attraverso l’opposizione di una dimensione interna e di uno spazio esterno che si toccano senza penetrarsi, dando forma ad una sensazione di vertigine e di smarrimento.

Vuoi avermi con te, ma quell’io che ti piace non desidera stare con te. Devo essere solo e sapere che sono solo per poter veder e sentire pienamente la natura. 
CASPAR DAVID FRIEDRICH

Esso è evidentemente una figura di passaggio, colta nell’attimo in cui si è temporaneamente fermata e, fermandosi, misura la propria condizione di estraneità al paesaggio nella sola possibilità di contemplazione, nella propria impotenza a divenire una cosa con esso. Raffigurato di spalle – come moltissime figure di Friedrich – il solitario déraciné trasmette, oltre al mistero del proprio sguardo negato, la vulnerabilità di chi è visto a sua insaputa. Il viandante guarda in avanti, pur escluso dallo spazio sconfinato cui non appartiene, in un cupo desiderio di qualcosa che non accade: per altro il tempo del viandante è un tempo sospeso, immobile, raggelato nell’“hic et nunc” d’un eterno presente, che pur suggerisce l’inarrestabilità della dissoluzione, cioè la morte. Ma la sua anima non si appaga né si placa in una compiaciuta contemplazione della natura.

Il personaggio non ci narra una storia o una vicenda ma, attraverso la propria agghiacciata solitudine e il confine che impietosamente la racchiude, esprime con asciutto dolore l’impossibilità della mente di comprendere (in senso etimologico) l’infinito e la coscienza dell’inafferrabilità del mondo nella sua essenza, tragicamente percorsa da un disperato anelito ad un’osmosi con l’assoluto e la totalità.

Non c’è quiete né casa nel destino di Holden Caulfield, protagonista di The Catcher in the rye (Il giovane Holden) di J. D. Salinger, e di Dean Moriarty, personaggio di On the road (Sulla strada) di J. Kerouac; soggetti la cui condizione si definisce con il loro vagare incessante, sono tra i più famosi prototipi di erranti della letteratura americana.

Ciò che li muove sembra essere una sorta di esigenza esterna alla propria volontà e alla propria consapevolezza, nonostante il rifiuto dei valori della società a loro contemporanea, la profonda frattura con l’America borghese e benpensante e l’innocenza, la superiorità morale, l’esaltazione dell’individuo che non si uniforma ai preconcetti di una società sempre più corrotta e decadente.

Essi vagano senza trovare la loro patria, quasi dovessero scontare una colpa commessa dall’America nei confronti di se stessa e che consiste nel tradimento di quelle promesse e di quella fede nell’uomo e nelle sue possibilità che avevano fatto sognare scrittori come Ralph W. Emerson e Walt Whitman.

Per i personaggi di Salinger e Kerouac spostarsi continuamente significa, oltre il rifiuto d’ogni forma di tirannia e di prevaricazione, entrare in contatto con elementi essenziali della vita. La loro crescita avviene al di fuori, o più precisamente in polemica con la società: dal linguaggio che utilizzano – estraneo al consorzio perbenista, fasullo e convenzionale – al più volte dichiarato rispetto della verità, al punto di non omettere nulla nel racconto, dai lati più seducenti ai più miserevoli e sordidi, tutto denuncia il tentativo di muoversi al di fuori dei canoni narrativi tradizionali.

Queste narrazioni, quasi diari di viaggio in cui si scruta nel proprio animo alla ricerca della propria identità – una sorta di percorso iniziatico sostanzialmente individuale – sono l’espressione di un disperato desiderio di totalità e di appagamento.

Solo affidando alla scrittura le ragioni profonde del proprio errare spirituale e metafisico i personaggi di Salinger e Kerouac diventano i simboli del tormento interiore, dell’alienazione e dell’inquietudine esistenziale di chi si sente destinato alla precarietà, senza poter trovare qualcosa cui aggrapparsi, senza pace né patria, senza una figura cui affidare i propri turbamenti e i propri dubbi.

La sorte umana è il distacco da ogni luogo e casa ove sostammo.
ERNST JUNGER

Il viandante è, in ogni sua sembianza, il custode dell’utopia, è un soggetto mitico che non utilizza le proprie potenzialità a fini costruttivi: Per questo incarna lo spirito di ribellione, la libertà dell’individuo, la sua dignità elementare e la trasgressione antiproduttivistica.

Ciò avviene in un continuo movimento, che vuol dire anche impossibilità di fermarsi, e soprattutto, rifiuto di raccogliere i frutti. C’è qualcosa per cui la drammatica leggerezza del viandante, la sua fuga dal mondo, la sua vulnerabilità e la sua protervia hanno un che di sacrificale: ciò sta nella sua mancanza. Egli si muove eternamente per cercare qualcosa che non troverà e che forse in fondo non gli preme trovare. In ogni modo, nel momento in cui trovasse ciò che cerca, abbandonerebbe la sua condizione di errante.

Il suo fascino consiste nell’impulso spirituale che lo porta sempre oltre, sempre altrove, ma l’eterno vagare, in qualche misura, corrisponde ad una sostanziale immobilità, ad un andare sempre verso lo stesso luogo o verso nessun luogo, che è il luogo dell’esilio. Così se il viandante addita ciò che potrebbe essere, in contraddizione con ciò che invece è, in realtà non assume mai una forma stabile e compiuta, abbozza ma non conclude, considerando anzi le forme irrigidite e compiute come un irrevocabile indizio di morte.

Il viandante è “l’uomo senza religio”, ossia si nega ai legami familiari e sociali, non possiede casa né patria e, sempre errando, si sottrae ad ogni inalterabile codice morale. Prototipo della protesta romantica contro la pianificazione borghese del mondo, che confina il soggetto nella misura della sua funzione sociale, egli vuole solo vivere, respingendo ogni limite alle potenzialità della vita, per quanto ipotetiche, e rifugge da ruoli, legami, impegni predefiniti che ne imprigionano l’esistenza.

Nell’anima del viandante s’agita una profonda inquietudine, mascherata da uno struggente sogno d’armonia: egli è il figliol prodigo che si nega al perdono paterno, è Caino che si fregia del marchio d’inavvicinabilità impresso sulla fronte, è il nomade guerriero che mitizza l’ethos maschile della lotta e della fraternità d’armi in spregio alla tentazione del sesso e della pietà incarnati dalla donna, è l’antitesi della risolta e responsabile certezza dell’Ulisse omerico. Appartiene ad un’odissea senza Itaca, ben più moderno del viandante dell’Enrico di Ofterdingen di Novalis, in cui il viaggio prevede il ritorno come momento finale dopo che tutte le esperienze, i dolori affrontati e vinti nel cammino sono integrati ed elaborati dalla sua individualità, in cui tutto si ricompone e si riconcilia nell’armonia di un’identità ritrovata.

Oggi questa totalità umana e poetica ci ferisce di nostalgia, ma non ci compete né ci appartiene: da Musil in avanti – in cui l’uomo è un insieme di qualità senza un centro che le unifichi – il viandante procede in un’odissea senza fine né ritorno, ben lontana dal rassicurante movimento circolare che preserva ed itera l’ordine immutabile delle cose, come nell’Ulisse di Joyce, nelle cui pagine questa legge garantisce senso e assetto nella salvaguardia del soggetto individuale.

Il viandante moderno – come un Don Chisciotte errante in un mondo abbandonato dai significati e dai valori, come un Achab maledetto ed escluso dalla Natura che rimpiange – non ritorna a casa confortato nella sua identità, ma si dispende straniero a se stesso, senza più libertà di riconoscersi, in una realtà spezzata e precaria dove solo la nostalgia (nel senso etimologico del doloroso desiderio di tornare), similmente ad una lingua segreta, può conferire la piena comprensione del sentimento di un’odissea senza ritorno, di un esilio dell’anima tra sforzi d’identità e sofferenze senza riscatto.

 

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Il rumore del maglio

di Giuseppe Schepis da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Prima metà degli anni quaranta. Una notte di tarda primavera, un campo ai margini di un paesino del sud. Un bambino, l’acqua fino alle ginocchia, i piedi nella mota di un piccolo canale, aziona la paratia di una chiusa. Ha sonno, e brividi di freddo gli percorrono il corpo. Pensa che tra qualche ora potrà asciugarsi, correndo per i sei chilometri che lo separano dalla scuola. La scuola è il luogo che ama più di ogni altro; lì, almeno per un po’, dimentica i campi, il lavoro, la severità della famiglia, e apprende cose che lo affascinano. Il bambino è molto sveglio, ma gracile nel fisico, piuttosto piccolo di statura, forse per caratteristica ereditaria, forse per la cattiva alimentazione. Durante le notti passate ad irrigare attende trepidante il sole, che venga a liberarlo dall’umidità e dal sonno. Ma nel frattempo contrae la malaria che lo accompagnerà coi suoi postumi per tutta la vita.

Dieci anni più tardi, una sera d’inverno, nell’estremo lembo della Calabria. Un ragazzo lavora alla macchina per la spremitura, in un oleificio. Deve raccogliere il prodotto dopo il primo passaggio e ripetere l’operazione una seconda volta. Le olive già macinate formano una poltiglia densa e fredda. Il ragazzo ha le mani gelate, è stanco per i turni di lavoro massacranti, fino a diciotto ore giornaliere. La paga è misera, ma è assolutamente necessaria. Il padrone fornisce anche pranzo e cena. Il menù è costante: un’aringa salata e mezza pagnotta, appena sufficienti a calmare lo stomaco. Tutto questo dura, anno dopo anno, dall’autunno alla primavera; ed è già una fortuna un lavoro del genere, altri non hanno nemmeno questo. Ma il ragazzo preferisce un’altra occupazione, nella quale diventa sempre più abile: la potatura degli alberi d’ulivo. In questo lavoro la sua struttura fisica diventa un vantaggio, ed egli passa di ramo in ramo con facilità e leggerezza. Assapora, lassù, un po’ di quella libertà che gli è sempre stata negata. Ama il sole e il clima mite della stagione della potatura: vivrebbe – potendo – sempre così, sugli alberi, lontano dalla terra, libero.

Inizio anni sessanta. Una notte di fine ottobre. Un giovane cerca di prendere sonno nella sala d’aspetto della stazione di Aosta. È arrivato qui nel primo pomeriggio dello stesso giorno. Ha viaggiato per quaranta ore, con la speranza di un lavoro migliore, meno inumano di quelli cui è stato costretto fino ad ora. Ha saputo da conoscenti che qui, ad Aosta, c’era possibilità di trovare ciò che cercava, ed è partito senza indugi col solo peso di pochi indumenti stipati in una valigia. Ma ora il peso è come moltiplicato: quel lavoro qui non esiste, ed egli è solo, nella sala d’aspetto. Riesce a sentire soltanto il battito accelerato del proprio cuore. Attende un altro treno, per un’altra grande città del nord dove vivono alcuni parenti. È l’ultima speranza che gli rimane, e ci rimugina sopra mentre, insonne, fa dondolare le gambe stanche e fissa le cuciture della scarpa sinistra, sul punto di cedere.

Ottobre 1966, una fabbrica metalmeccanica nel triangolo industriale. Un operaio lavora ad una pressa per lo stampaggio di elementi per termosifoni. Ogni quindici secondi si ripete l’infernale rumore del maglio, ma al reparto presse le macchine sono più d’una, e i loro colpi si succedono con una frequenza elevatissima. L’operaio deve fornire lamiere alla macchina e vigilare che questa non dia alcun colpo a vuoto. Continua così per dieci ore al giorno. Quel mattino all’operaio si è slacciata una scarpa, ed egli si è soffermato a riallacciarla proprio mentre passa il padrone. Questi lo investe subito con una raffica di parole che lo colpiscono come sferzate in pieno viso.

– Beh, cos’è che fai lì, eh? Qui bisogna lavorare, non si può mica fare gli scansafatiche come fai te! Tirati su e torna alla macchina, che la prossima volta che ti trovo a fare niente ti spedisco via. Sai quanti ce ne sono fuori dai cancelli che vogliono il tuo posto? magari lavorano anche meglio di te! Dai! Dai! Lo dico sempre io, a voi bisogna sempre tenervi d’occhio, se no uno si trova a ramengo in un attimo. Che razza di lavativi! Il pugno di ferro ci vuole con voi, il pugno di ferro. –

Umiliazione e rabbia. Non riesce a provare altro. Stringe i pugni senza potere dire nulla, bloccato dall’emozione e dalla paura di perdere il posto; gli occhi bassi, sulle scarpe del padrone, nelle orecchie il rumore del maglio ripetitivo, assordante, ossessivo. Pensa al suo bambino di pochi anni e si ripete che non dovrà subire le stesse cose, che dovrà avere una vita migliore.

Primi anni ottanta. Sono gli ultimi giorni che precedono le ferie d’agosto. Un saldatore lavora alla realizzazione di una carrozza ferroviaria. La maschera lo fa sudare mentre brucia alla luce irreale dell’arco un grosso elettrodo. Il lavoro è ripetitivo e non richiede alcuna concentrazione. La mente rimane libera, ma è occupata a pensare a quanto ha sentito dire il giorno prima. C’è crisi, quindi c’è un esubero di personale: quelli come lui, sui cinquanta, rischiano. Se lo licenziassero, dove troverebbe un altro lavoro, alla sua età? Alle sei esce dalla fabbrica e sull’autobus che lo riporta a casa non riesce a pensare ad altro: in famiglia è il solo a lavorare. La notte prima non è riuscito a dormire neanche un’ora, questa notte chissà.

Ottobre 1990. In una fredda mattinata autunnale un giovane appena laureato attraversa a piedi la città in cui è nato ed ha sempre vissuto. Si reca all’ennesimo colloquio, nella speranza di un’assunzione. L’aria gelida gli penetra nelle narici, ma il pensiero si scalda all’idea delle possibilità che un lavoro gli schiuderebbe. Entra negli uffici dell’azienda che lo ha convocato e viene ricevuto direttamente dall’amministratore unico. È l’uomo alle dipendenze del quale potrebbe domani lavorare. Sui quaranta, piuttosto basso di statura, ha un’ampia fronte e occhi furbi ma sfuggenti. L’atmosfera dell’ufficio è ovattata, tutto appare lucido ed asettico, dalla porta filtra soltanto un sottile ronzio di computer e ogni tanto il trillo dei fax.

Il giovane comincia a percepire uno strano rumore, che non proviene dall’esterno, ma nasce dentro la sua testa: un rumore lontano, indistinto. L’amministratore inizia a parlare sfoderando un tono professionale ammorbidito da una condiscendente cordialità. – Vede, noi cerchiamo una figura professionale in grado di affrontare sia problemi tecnici che moduli di gestione delle risorse umane. Oggi, come lei saprà, il concetto di “qualità totale” presuppone – anche per le medie aziende come la nostra – il controllo completo del processo produttivo e degli operatori ad esso legati. Il massimo rendimento di questi ultimi è la condizione senza la quale la competitività dell’azienda entra il crisi. In sostanza, lei dovrebbe lavorare alla diminuzione dei tempi di ogni singola lavorazione e all’ottimizzazione del rendimento di ogni singolo operatore. Ma il giovane sente, mentre l’altro parla, crescere il rumore nella sua testa ed inizia ad esserne seriamente infastidito: ma non riesce ancora a distinguere di che rumore si tratti. L’amministratore continua.

– Il segreto sta nell’attuare un processo produttivo che non consenta ai singoli individui in esso coinvolti alcuna distrazione, in modo da sfruttare al massimo le ore di lavoro retribuite. Vede quella foto? È mio padre, il fondatore della ditta. Lui non aveva studiato economia, anzi, non aveva studiato per niente: ma aveva capito, sia pure in maniera un po’ rozza, come si deve guidare un’impresa. Per il bene di tutti, si capisce, dal dirigente fino all’apprendista. “Il pugno di ferro, ci vuole!” Diceva sempre così; è un’espressione piuttosto colorita e superata – nella sua durezza … –

Ora il giovane percepisce chiaro e insopportabile il suono che rimbomba nella sua testa: è il rumore del maglio di una pressa, ripetitivo, assordante, ossessivo.

– Ma, in confidenza, rende piuttosto bene quello che … –

Il giovane impallidisce. L’istante dopo, improvviso come di notte una vampa dalla bocca di un cannone, il suo braccio destro scatta e l’uomo crolla per terra. Fosse per una precisa intenzione, o semplicemente per la superiore statura del giovane, il pugno colpisce in pieno la fronte, così ben formata e intelligente, si che il corpo stramazza lungo e disteso, come una greve tavola che venga fatta cadere da una posizione verticale. Un rantolo, due, e poi giace immoto. (HERMAN MELVILLE)

 

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Nessun luogo è perfetto

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

E torniamo a parlare di utopia. O meglio, continuiamo. Chi già conosce la rivista sa infatti che, in una salsa o nell’altra, è questo il comune denominatore sotteso a tutti gli interventi. E sa anche che, attribuendo all’utopia la natura impalpa bile del sogno (cfr. SOTTOTIRO n. 4, L’altra metà della storia), la si vuole sottrarre ad ogni imbalsamazione teorica, aprendole invece, paradossalmente, gli spazi concreti del vissuto. In altre parole, l’assunto è che non valga la pena insistere su una “definizione” dei caratteri o su una tassonomia dei progetti utopici, perché si approderebbe comunque ad una contraddizione in termini (non si può “definire” ciò che per antonomasia non ha confini, né naturali né storici); e che, al contrario, abbia invece un senso cogliere di questi ultimi i portati e le risultanze storiche. Non la chimica o la meccanica del sogno, dunque, ma la sua ricaduta sulla vita del sognatore, e di chi gli sta attorno.

Ci sembra tuttavia che almeno un aspetto inerente le forme della progettualità utopica vada ulteriormente chiarito. Su queste pagine si è fatto e si farà spesso ricorso all’identificazione tra utopia e sogno. Va precisato una volta per tutte, per quanto banale possa apparire, che ci si riferisce al sogno ad occhi aperti, ad un sogno “vigile”, rispetto al quale possa essere imputata al sognatore un’assunzione di responsabilità, quella serietà che Lenin chiedeva nella citazione con la quale si apriva il numero precedente. Il sogno utopico è quindi esattamente l’opposto del delirio onirico. E mentre sappiamo quanto inutile sia (per chi ascolta come per chi parla) tentare di costringere il caotico magma irrazionale del sogno nelle coordinate logiche del linguaggio (qualsiasi linguaggio), possiamo al contrario constatare come la formulazione utopica tenda ad esprimersi proprio nelle forme più ordinate, logiche, consequenziali, e come anzi questo ordine venga sottolineato proprio in alternativa alla caoticità e all’illogicità dell’esistente. Quindi ogni utopia, anche la più trasgressiva e destabilizzante, non è in fondo che la ribellione contro l’assurdità e il degrado di un ordine politico, sociale, economico, culturale che appare alle corde, nel nome di un ordine o comunque di un sistema ordinatore alternativo. (Col che, abbiamo fatto rientrare dalla finestra ciò che si voleva buttare fuori dall’uscio).

Torniamo all’assunto di partenza, che è in definitiva questo. Sulle pagine della rivista compariranno di volta in volta, in ordine sparso, senza pretese di esaustività o di originalità interpretativa, richiami, riletture, riscoperte, confronti con le più disparate formulazioni letterarie, politiche, artistiche, produttive ecc… attraverso le quali l’utopia si è espressa. Il (o un) filo conduttore lo troverà il lettore, se gli parrà il caso: ma per chi voglia farne a meno potrebbe bastare il piacere di certe consonanze, la gratificazione di veder condivisi amori o simpatie che si temevano esclusivi.

La proposta di questo numero risponde anche ad una esigenza di “leggerezza”, di preventiva ironica dissacrazione nei confronti di un tema che se trattato troppo seriosamente rischia di diventare (speriamo non sia già diventato) palloso. Ma è meno gratuita di quanto si potrebbe credere. Essa riguarda infatti uno degli aspetti della rigenerazione utopica sui quali la fantasia dei sognatori di “mondi nuovi” si è costantemente sbizzarrita: quello della regolamentazione (o deregolamentazione) sessuale.

Anche prima di Freud, e prima che Reich, Marcuse e Norman Brown ponessero in relazione diretta la disposizione repressiva nei confronti del sesso con l’autoritarismo e l’iniquità dell’organizzazione sociale, il sospetto che una società nuova non potesse darsi senza una revisione dei modelli di comportamento sessuale aveva già attraversato la mente dei maggiori teorici dell’utopia. Da Platone a Campanella, da Rabelais a William Morris, da Cyrano a De Sade (certo, anche lui!) è tutto un succedersi di ipotesi combinatorie le più peregrine e le più fantasiose. E tuttavia alla sessualità non viene quasi mai riconosciuto un ruolo primario, di cardine del sistema sociale: in genere l’evoluzione dei costumi sessuali è posta in subordine al riordinamento politico e sociale, non è motrice del cambiamento, ma conseguenza. Per gli utopisti classici il sesso può essere liberato, ma non è liberatore. E nemmeno è scontato che il nuovo ordine sessuale predicato comporti una effettiva emancipazione: qualche volta la regolamentazione risulta decisamente costrittiva, e quasi sempre mantiene immutata l’attitudine penalizzante nei confronti della componente femminile. Spesso finisce per assumere la sessualità in una connotazione biologistica, per non dire animalesca e addirittura meccanicistica (come nel caso della copulazione a catena, nel De Sade de Le centoventi giornate di Sodoma).

Insomma, laddove il problema venga posto emergono tutte le contraddizioni e le aporie dei progetti di rigenerazione sociale, la difficoltà di ricondurre nell’ordine del sogno il disordine proprio degli umani sentimenti. Viene a galla, cioè, come l’utopia non possa darsi se non come progetto ideale, sentito come tale e tale destinato a rimanere. Forse un’utopia veramente liberatoria, in questo ambito, non è nemmeno concepibile, non ha senso o ne ha solo se intesa in negativo, come assenza di qualsiasi progetto. Forse l’unico modo di pensare una sessualità liberata è quello paradossale e scanzonato, eccessivo e irriverente, di cui offrono un magistrale saggio le pagine che seguono.

 

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Un’utopia copulatoria

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Luciano Bianciardi è uno dei tre o quattro autori italiani del dopoguerra che vale la pena conoscere. Ha scritto La vita agra nel bel mezzo del “miracolo” economico, anticipando e liquidando con una risata tutte le mode contestatarie e liberatorie che sarebbero esplose nei due decenni successivi. È morto di cirrosi epatica non ancora cinquantenne, praticamente suicida, nel tentativo di annegare nell’alcool una consapevolezza troppo lucida e disperata. Naturalmente non compare in alcuna antologia scolastica, né nelle più “qualificate” storie letterarie.

… Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone, questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta, ma il continuo stimolo del simbolo sessuale che induca a muoversi all’infinito.
Un simbolo sempre ritrovato, nelle apparenze, e che la gente accetta senza discutere: altrimenti come spieghereste le fortune delle diete dimagranti, del modello steccoluto e asessuato, il quale riassume ed eleva a modulo la donna arrivista, carrierista, stirata, tacchettante, petulante e negata quindi al coito verace? E infatti essa già mira alla fecondazione artificiale e magari alla gravidanza in vitro, ove vaghezza la punga di maternità, e insieme mira a ridurre il maschio un pecchione inutile.
Da tutto questo, mi pare, vien fuori la noia, l’incapacità, come dicono, di possedere gli oggetti, di entrare in rapporto con i bicchieri, i tram e le donne. Ma io so che la noia finirebbe nell’attimo in cui si ristabilisse la natura veridica del coito. Lo so, finirebbe anche la civiltà moderna, perché il coito veridico non è spinta ad alcunché, si esaurisce in se medesimo e, in ipotesi estrema, esaurisce chi lo compie.
Provate questa sorta di predicazione (evitando tuttavia di chiamarla educazione sessuale, altrimenti addio i miei limoni e buona notte al secchio) e avrete ogni anno un certo numero di coppie estinte per consunzione da eccesso di coito. Lo so bene. Ma i casi mortali sarebbero pur sempre meno d’un decimo di quelli oggi provocati dai doppi sorpassi in terza corsia, o dallo smog, o dalle malattie cardiocircolatorie.
E non sarebbe forse una bella morte? Gli amanti così periti avrebbero onori distinti, e sulle loro tombe, erette nei parchi cittadini e nei campi di gioco dei bimbi, altri amanti andrebbero a giurarsi fedeltà eterna.
E poi ogni anno, al volgere della primavera, ciascun villaggio sceglierebbe il suo bel prato, e lì s’infrattarebbero, da stelle a stelle, due trecento coppie copulanti, sullo sfondo del cielo terso, durando lo strillare delle cicale, ma senza ventilazione di ninfe biancovelate, con accompagnamento dei cori che vanno eterni dalla terra al cielo, e in un angolo, gialla, ferma, inattiva, una macchina trebbiatrice della premiata ditta Cosimimi di Grosseto.
Lo so, finirebbe la civiltà moderna, cesserebbe ogni incentivo alla produzione dei beni di consumo, essendo dono gratuito di natura l’unico bene riconosciuto e durevole; cesserebbe anche l’insorgere di bisogni artificiali, nessuno vorrebbe più comprarsi l’auto, la pelliccia, le sigarette, i libri, i liquori, le droghe, e nemmeno giocare a biliardo, vedere la partita di calcio, discutere sul Gattopardo.
Unico grande bisogno sarebbe quello di accoppiarsi, di scoprire le centosettantacinque possibilità di incastro realizzabili fra l’uomo e la donna, ed inventarne ancora. Unirsi in piedi, seduti, supini, bocconi, inginocchiati, accoccolati, a caposotto. Eseguire la penetrazione vaginale, rettale, orale, scritta, telegrafata, intramammillare, subascellare, praticare l’irrumazione, la fellazione, la podicazione, il cunnilingo e il symplegma trium copulatorum.
Unirsi sui letti, dentro gli armadi, alla finestra guardando chi passa, nei prati di periferia e nella pineta di Tirrenia, sopra un moscone al largo della costa adriatica, abbandonati al ritmo delle onde e delle correnti, anche a rischio di toccare l’orgasmo già in acque territoriali jugoslave; negli scompartimenti di seconda sulla linea di Sarzana, al cinema dietro le tende delle uscite di sicurezza, per le scale di casa (coi piedi su due gradini diversi, ove trattisi di donne zoppe, neanche esse escluse dai festeggiamenti), dentro le cabine degli ascensori, nei capanni della spiaggia di Rimini, in acque salse poco oltre la battigia e frammezzo i bagnanti, sul piedistallo delle statue di Pomona, nei palchetti della scala recubando sulla pelliccia pagata dal Bubù; nei vomitoria dell’Arena di Verona, fra le rovine della cittadella di Pisa, e finalmente sulla poltrona padronale del padrone Timber Jak, lasciandovi a dispetto e a prova i segni d’una eiaculazione ritardatissima.
Poche persone, ripeto, hanno sinora inteso queste cose: Abelardo, ripeto, il Molinari Enrico di New York, la mezz’ala Cherubillo e io.
Non D.H. Lawrence, che stravide tutto tirando a indovinare, non Ovidio, che ci diede soltanto una galleria di positure da bordello, non il povero Fausto Coppi, troppo tafanato com’era dalla sfortuna e dal bisogno di dané.
No davvero: questo programma massimo, eversore della moderna civiltà, esige purezza di cuore e assoluta dedizione, rinuncia ai beni mondani e castità di sentire, una specie di voto per un vivere solitario a due (massimo a tre) lungi dalle tentazioni terrene.
Chi faccia tale scelta, giacché egli mina alle basi il neocapitalismo e il socialismo insieme, si prepari a vedersi contro tutta quanta la società: fittacamere, portinaie, camerieri di albergo, segretarie di redazione, colleghi di ufficio, vigili urbani, questurini, preti, sociologi, radicali, comunisti, levatrici, banche, fornitori, enti nazionali, tutti li avrà contro.
LUCIANO BIANCIARDI, La Vita Agra

 

 

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Battere il colpo

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Il primo numero della nuova serie di SOTTOTIRO (il numero quattro) ha ormai fatto la sua strada. Le centocinquanta copie stampate sono state distribuite brevi manu, con un criterio se vogliamo “selettivo”, che non sarà il massimo per quanto attiene alla “democraticità”, ma ci assicura che almeno in parte siano state lette. Era questo l’obiettivo che ci si poneva e i riscontri ottenuti ci fanno credere di averlo centrato.

La nuova serie nasce dalla collaborazione di due gruppi che hanno annullato la distanza nello spazio con la prossimità negli ideali: il Circolo Reds di Vecchiano, ideatore della testata e redattore della prima serie, e i Viandanti delle Nebbie di Ovada. A dimostrazione che i problemi, i bisogni, i sogni sono gli stessi ovunque, e che le risposte, al netto dalle diversità delle istanze e delle urgenze locali, coincidono. In questo numero la collaborazione e la fusione diventano ancora più strette. Ma non intendiamo fermarci qui. Vogliamo provare a dar voce ad una sotterranea identità di sentire che riteniamo diffusa, anche se minoritaria, e che non soltanto non trova spazio nel supermarket dell’imbonimento informativo, ma nemmeno lo cerca. Crediamo cioè che esistano migliaia di altre coscienze cui ripugna esporsi sui chilometrici scaffali della coazione e dell’uniformazione al consumo, confondersi con mille offerte speciali, tutte confezionate alla stessa maniera, sterilizzate, plastificate, valide per un giorno e destinate in quello successivo all’immondezzaio dell’effimero.

Le pagine della rivista sono dunque aperte: aperte ai singoli o ai gruppi che si riconoscono nella testarda riproposizione di idealità forti, nel rifiuto di omologarsi ai parametri dell’imbecillità patinata e televisiva, nell’opporre una resistenza estrema al martellamento dei surrogati di sogno che sta facendo terra bruciata degli anni e degli intelletti. Ragazzi, se ci siete battete un colpo!

[…] Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non scaglierà più la freccia anelante al di là dell’uomo, e la corda del suo arco avrà disimparato a vibrare! Io vi dico: bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante. Io vi dico: voi avete ancora del caos dentro di voi. Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non partorirà più stella alcuna. Guai! Si avvicinano i tempi dell’uomo più spregevole, quello che non sa disprezzare se stesso.
Ecco! Io vi mostro l’ultimo uomo.
F. NIETZSCHE

 

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Percorsi bibliografici n. 5

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Le indicazioni bibliografiche che seguono, lungi da ogni pretesa di esaustività, sono solo suggerimenti per chi avesse la tentazione di assecondare curiosità, perplessità e spunti, soprattutto accostando l’“alterità” del passato e la “modernità” del presente, che la lettura di queste pagine ha suscitato.

SENTIERI DELL’UTOPIA
Adriani, M. – L’utopia – Studium 1962
AA.VV. – Forme dell’utopia – La Pietra 1979
Hill, C. – Il mondo alle rovescia – Einaudi 1981
Brown, N. – La vita contro la morte – Il Saggiatore 1968
Bianciardi, L. – La vita agra – Rizzoli 1962
Bianciardi, L. – L’integrazione – Bompiani 1960
Bianciardi, L. – Il lavoro culturale – Feltrinelli 1957
London, J. – Il tallone di ferro – Corno 1966
Melville, H. – Billy Budd – Rizzoli 1965
Von Eichendorff, J. – Storia di un fannullone – Einaudi 1944
Walser, R. – La passeggiata – Adelphi 1966
Roth, J. – Ebrei erranti – Adelphi 1985
Chatwin, B. – Anatomia dell’irrequietezza – Adelphi 1996
Pegoraro, S. – Nel solitario cerchio – Pendragon 1994
Salinger, J.D. – Il giovane Holden – Einaudi 1961
Kerouac, J. – Sulla strada – Mondadori 1959
Magris, C. – Itaca e oltre – Garzanti 1982
Benjamin, W. – Parigi capitale del XIX secolo – Einaudi 1986
Boitani, P. – L’ombra di Ulisse – Il Mulino 1992
Novalis – Enrico di Hofterdingen – Mondadori 1955
Amsun, K. – Misteri – Rizzoli 1979
Shelley, P.B. – Poesie – Rizzoli 1989
Ivanov, V. – Asvero – Sellerio 1992

SENTIERI DELLA POESIA
Serrao, A. – Mal’aria – All’antico Mercato Saraceno 1990
Serrao, A. – A’canniatura – Editori Associati 1993
Serrao, A. – Semmènta vèrde – Edizioni dell’Oleandro 1996
London, J. – Martin Eden – Bietti 1964
Kerouac, J. – I sotterranei – Feltrinelli 1958
Polillo, A. – Jazz – Mondadori 1975

SENTIERI DELLA FANTASIA
Storr, A. – Solitudine – CDE 1990
Herrigel, E – Lo zen e il tiro con l’arco – Adelphi 1975
Sfogliarini, E. – Il tiro con l’arco – De Vecchi Editori 1994
Galeano, E. – Las Palabras Andantes – Mondadori 1996

 

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Elogio della solitudine

di Fabio Marchelli, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Perché scrivere di un non-valore? La solitudine è stata per lo più considerata una condizione da cui fuggire, a qualsiasi costo; evoca, infatti, immagini di tristezza, di vecchiaia, di emarginazione, di morte.

Succede che io sono diventato uomo quando ho imparato ad essere solo; altri quando hanno sentito il bisogno di accompagnarsi.     CESARE PAVESE

Rivendicando invece il diritto alla solitudine, in un’epoca di cultura teleinvasiva, nella quale la superficialità batte la grancassa e i cretini prevalgono, si vuole recuperare quest’ultima come valore, anche se spesso essa presenta degli inconvenienti. Ci mette infatti davanti a noi stessi senza filtri, e a volte l’immagine riflessa non è quella che avremmo voluto vedere. Ciò nonostante l’esercizio dello star soli affina certi meccanismi cognitivi che permettono una più puntuale osservazione del proprio Io, e quindi risulta particolarmente efficace per capire chi veramente siamo.

Ciò non può avvenire, invece, in un rapporto a due, nel quale si è costretti a recitare un gioco delle parti che viene via via rappresentato nella perenne commedia del mondo.

La solitudine deve diventare però una scelta libera e consapevole, non soltanto sul piano psicologico, ma anche su quello temporale, perché solo così non rischia di ridursi ad una sorta di solipsismo intellettuale, ad un ripiegamento fine a se stesso, non costruttivo. L’ideale della solitudine è invece l’ideale della vis, della fiducia nelle proprie capacità, del distacco dall’umano consorzio. È quello perseguito dal viandante (per antonomasia, colui che viaggia non per conoscere ma per conoscersi), legato all’idea di solitudine errabonda, che assimila e si appropria delle esperienze altrui nel breve spazio temporale di una sosta, lasciando in cambio una traccia, un ricordo; o dell’eremita, che si ritira dal mondo secolare non in una cella claustrale, soggetta ai riti abitudinari della regola, ma cerca, in simbiosi con la natura, il proprio dio; o ancora del bibliofilo, che sogna il silenzio della Biblioteca (con la B maiuscola) per potersi immergere, in perfetta solitudine, in quella ricerca spasmodica e minuziosa di libri e documenti sconosciuti che ha elevato a proprio modus vivendi.

Insomma, il solitario che sceglie di essere tale è colui che ricerca, che sperimenta su se stesso il senso della libertà, intesa come assenza di ogni costrizione o impedimento, anche e soprattutto sul piano sentimentale. Come scriveva Pessoa, o meglio uno dei suoi eteronimi, Ricando Reis: “Nessuno ama un altro, ama soltanto \ ciò che di sé c’è in lui, o che suppone”. Che cosa ama (o suppone) Reis? Ama il fanciullo che egli è, che lo costringe a tracciare percorsi, ad immaginare itinerari sempre nuovi, a segnare una fittissima rete topografica della “Baixa”, per avere un’eventuale via d’uscita, nel caso la vita, o nello specifico la propria amata, lo costringessero ad assumersi quelle responsabilità che lui aborrisce.

Dal mio quarto piano sull’infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che da sull’inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l’accordo di un ritmo, di una distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili”. FERNANDO. PESSOA

 

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Mu-u-usic pla-a-a-a-a-a-ay!

di Feronan – Petregi – Kerouac, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Finalmente, dopo un’attesa spasmodica, i cancelli si aprono. Controllati come in un serraglio, filtriamo a due a due oltre le transenne. Ci accoglie una selva di bancarelle, la bottega della freakmanìa. Mi faccio strada a fatica fino all’area concerto, puntando verso il palco. Con quei tralicci giganteschi che lo sosvastano assomiglia ad un relitto postindustriale. Sono in tanti, già buttati sull’erba, molti hanno cominciato ad arrotolare. Mi buttò giù anch’io, non si sa mai. Si sta bene distesi sul prato, la serata è tiepida, il cielo stellato. Un posto adatto per sognare. Una nota infinita si libera dal palco, forse è il segnale di inizio. Miscelati blandamente si diffondono nell’aria suoni e voci mediterranei. Poi, all’improvviso, la musica deflagra, sparata in decibel impossibili, per arenarsi subito dopo in un ritmo ripetitivo, privo di energia. È una musica senz’anima, non è la mia musica.

Saltammo fuori nella notte calda, selvaggia, sentendo un indiavolato sax tenore che faceva ululare il suo strumento dall’altra parte della strada in questo modo: “ii-iah! ii-iah! ii-iah!” mentre delle mani battevano a tempo e la gente urlava: “dai, dai, dai!”.

Penso immediatamente al leggendario Howling’ Woolf, all’anagrafe Chester Burnet, classe 1910. Il suo itinerare dal delta del Mississipi a Chicago è in sé l’essenza storica della musica: una fuga lungo una strada costellata di note e di sensazioni. Per me ascoltare musica è questo: un meccanismo che una volta innescato porta sempre a nuove mete sonore ed è destinato all’incompiutezza. Una specie di trance che, in un turbinio di ritmi, melodie e dissonanze, scaturiti da chissà quale luogo della mente, ci possiede per ore o anche giorni fino a ricondurci alle radici musicali di un popolo.

Il sax tenore col cappello stava suonando sull’onda di un meraviglioso soddisfacente motivo improvvisato, una frase ripetuta che si alzava e ricadeva e andava da “ii-iah!” fino a un più indiavolato “ii-iah! ii-iah! ii-iah!” e imperversava al suono della cascata scrosciante della batteria incrinata, martellata da un grosso nero brutale dal collo taurino cui non importava un corno di niente fuorché di castigare i suoi logori tamburi. “Crak, ta – ta – ta – bum, crak”.

Ricordo quando assistei al primo concerto. Era il 1966, al palazzetto dello sport di Bologna c’erano i Rolling Stones. Per me fu come sopravvivere ad un tornado e trovare il mondo capovolto. Qualcuno lì mi parlò di un certo Sonny Boy Williamson e di quello che faceva con l’armonica a bocca. Non appena tornai a casa cercai qualche sua incisione. Fu così che fui preso dalla passione per il blues, specialmente per quello elettrico, più adatto all’orecchiabilità delle mie prime esperienze. Cominciai a conoscere le vicende umane dei bluesman e allora mi si aprì il significato dei loro testi. Attraverso le viscere della “musica del diavolo” colsi l’anima della musica nera.

Scrosciar di musica col sax tenore che era in istato di grazia e tutti lo sapevano. Dean si stava afferrando la testa fra la folla, ed era una folla di pazzi. Stavano tutti ad incitare il saxofonista, con urli e stralunar d’occhi, perché tenesse duro e continuasse, e lui si sollevava sulle ginocchia e si abbassava col suo strumento, lanciandolo alto in un chiaro grido sopra il furore. Una negra ossuta altissima dondolava le sue ossa contro la bocca del sassofono di lui, ed egli lo spingeva verso di lei: “ii-iah! ii-iah! ii-iah!”

I primi accostamenti al jazz risultarono scontati col l’ascolto del “Blues-jazz” di Jimmy Whiterspoon (voce) e Ben Webster (sax tenore). Andare a vedere che cosa c’era dentro lo scatolone del jazz, fino ad allora per me un oggetto incomprensibile, è stata la chiave di volta di un processo di ridefinizione esistenziale della mia vita. Nell’estetica del jazz, nei suoi stili, così mutevoli nel tempo, ho colto sfumature, pathos, ribellione, che hanno scatenato dentro di me ragioni d’essere mai prima sentite e per questo dure da conciliare con la realtà quotidiana. A questo punto non mi restava che scegliere tra una forma di liberazione misticheggiante e lo scontro. Scelsi lo scontro.

Il sax tenore saltò giù dal palco e stette in piedi tra la folla, suonando in tutte le direzioni; aveva il cappello sugli occhi; qualcuno glielo spinse all’indietro. Lui indietreggiò e batté un piede e soffiò una nota rauca, ululante, e tirò il fiato, e alzò lo strumento e lanciò una nota larga, larga e stridula nell’aria.

I suoni ordinati determinano un oggetto sonoro estetico compiuto, ma istintivamente i nostri sensi scompongono la musica formando altrettante sonorità interpretate e sentite soggettivamente in volo talmente rapido che nessun ingabbiamento risulta possibile. È il sogno struggente di una figura di donna, impalpabile, dai volti molteplici, che cambia al mutare del nostro stato d’animo creato di volta in volta dal sax di turno o da una voce che canta amore e solitudine.

Il sassofonista decise di superare se stesso e si accoccolò giù e tenne un acuto per un tempo lunghissimo mentre tutto il resto crollava all’intorno e le urla si accrescevano e io pensai che i poliziotti sarebbero arrivati a squadre dal più vicino commissariato. Dean era in trance. Gli occhi del sax tenore stavano puntati dritti nei suoi, là c’era un pazzo che non solo capiva ma s’interessava e voleva capire di più e molto di più di quanto non ci fosse, ed essi cominciarono a duellare per questo …

Oggi a seguito del decadimento creativo e innovativo del jazz e del rock, mi ritrovo con la smania di inventare ancora ragioni alle mie fughe sonore. Lontano dalle nostalgie bigotte di chi ritiene la musica delimitata da un perimetro preciso, compio incursioni all’interno della musica totale, sempre con lo stesso fine, liberare la mente e lo spirito dal sonno bianco di cui siamo schiavi. Perché è assurdo pensare che i suoni di fine millennio trovino spazio solo nel passato.

… tutto uscì dallo strumento, non più frasi, solo gridi, gridi: “booh” e giù fino a “biip!” e su in alto “iiiih!” e giù fino a note discordanti e ancora su, suoni di corno echeggianti di fianco. Tentò di tutto su, giù, di lato, sottosopra, orizzontalmente, a trenta gradi, quaranta gradi, e finalmente ricadde fra le braccia di qualcuno e si diede per vinto e tutti gli si accalcarono intorno e gridarono: “si! si! l’ha suonato come un dio!”

Ora che il concerto è finito e m’incammino al buio verso i parcheggi, rivedo il momento del mio arrivo: il popolo del rock era giunto con i suoi jeans tagliati, strappati ad arte, ondeggiante epico verso le biglietterie. Era venuto ed aveva consumato un evento. Ma tutto questo con la musica non ha niente a che fare.

“Sai, amico, quel sax alto l’aveva afferrato quella COSA: una volta che l’ha trovata, non se l’è lasciata scappare; non ne ho mai visto uno che sapesse tenere una nota come lui.” Io volli sapere che cosa volesse dire quella COSA. “Ah, bÈ …” Dean rise. “Adesso mi stai chiedendo l’im-pon-de-ra-bi-le … ehm! Qua c’è un tale e là stanno tutti gli altri, giusto? Tocca a lui esprimere quello che essi hanno in mente. Comincia il primo chorus, poi organizza le sue trovate … la gente dice … sì, sì, ma hai voglia, e poi egli affronta il suo destino e gli tocca suonare in modo da esserne degno. Tutto a un tratto a un certo punto nel bel mezzo del chorus conquista quella COSA. Tutti guardano su e capiscono; ascoltano; lui la prende su, quella cosa, e la porta avanti. Il tempo si ferma. Egli riempie lo spazio vuoto con la sostanza delle nostre vite, confessioni dello sforzo dal profondo del ventre suo, rimembranze di idee, rimpasti di vecchi motivi. Gli tocca attraversare il punto centrale del ritornello e tornare indietro e farlo con un sentimento talmente intenso di esplorazione d’anime per il motivo del momento che tutti capiscono che non è il motivo che conta, ma quella COSA …” A Dean non riuscì di continuare; sudava a parlarne.

 

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A volte ritornano

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Riprende, dopo oltre due anni, la pubblicazione di SOTTOTIRO. Non è un evento del quale parleranno stampa e televisione, nemmeno quelle locali: e questo per gli intenditori è già un marchio D.O.C., la garanzia di una proposta culturale genuinamente alternativa. La rivista torna all’insegna di una continuità e di un rinnovamento: continuità nella direzione dell’impegno, rinnovamento nella veste grafica e nel parco dei collaboratori. Si potrebbe obiettare che questa è la formula utilizzata in genere per coprire i passaggi di mano o le sterzate a centottanta gradi di qualche testata o di qualche programma televisivo: ma nel nostro caso risponde a verità. La rivista è la stessa, il progetto di fondo che la anima rimane invariato, così come gli interlocutori ai quali si rivolge. Abbiamo soltanto cercato di renderla più leggibile “visivamente”, mettendoci al passo coi tempi e utilizzando quel minimo di dotazione e di tecnologia informatica che è concesso anche a noi meschini. Abbiamo inteso la ricerca di uno standard dignitoso nella qualità “tecnica” come una sfida a noi stessi e come un ulteriore messaggio per chi ci leggerà, quello della consapevolezza che mai come oggi è stato possibile costruire, con pochi mezzi, una rete di informazione e di circolazione “controculturale”, e che una cultura alternativa non deve necessariamente essere (ed anzi, non è mai) sgangherata nelle forme o penitenziale nei contenuti.

Quindi, senza la pretesa di porre una pietra miliare in quest’area, che oggi risulta peraltro desertificata, ci siamo assunti l’impegno di proporre idee, riflessioni, percorsi, sogni, magari anche recriminazioni, nella forma più semplice e schietta possibile e in una veste che non penalizzi il lettore di buona volontà. Quali idee, quali percorsi? Non è difficile scoprirlo. Basta passare alle pagine seguenti.

 

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