Teoria generale della genialità

(una sintesi divulgativa)

di Paolo Repetto, 1996

Fino all’età di sei anni ero considerato un potenziale genio. Non avevo fatto granché per meritare una simile reputazione, ma all’epoca (in ogni epoca) era sufficiente saper leggere con un po’ di anticipo e preferire un libro al pallone o alla bicicletta per guadagnarsi una patente di eccezionalità presso i genitori, e di anormalità presso parenti e conoscenti. Io preferivo il libro.

L’impatto con la scuola non modificò la mia disposizione. Modificò invece la considerazione che di me avevano gli altri. Costretto alla forzata promiscuità con ragazzini molto più rotti alle leggi della sopravvivenza, mi rivelavo goffo e tardo, incapace non solo di dominare, ma persino di difendermi. E questi, in un’accezione vincente della genialità, diffusa allora come oggi, non erano precisamente dei tratti qualificanti. Con disappunto dei genitori, e con somma soddisfazione del parentado e del vicinato, venni quindi retrocesso a scolaro diligente e partecipe, ma anche un po’ ciula.

Quando mi resi conto di non essere un genio ci rimasi piuttosto male. Ormai mi ero abituato ad una considerazione molto particolare, gravida di attese per il futuro ma in fondo comoda per il presente, giacché ad un anormale non si chiede di comportarsi normalmente e gli si consente anche la stravaganza; per cui, in luogo di sentirmi sollevato per lo scarico di una responsabilità che ancora non avvertivo, fui molto infastidito dalla reintegrazione nei ranghi e dalla necessità di omologarmi. Smisi pertanto di scrivere poesie, con molto anticipo rispetto a Rimbaud, e mi calai nella prosa: ma iniziai contemporaneamente a coltivare il veleno di una sottile vendetta.

Non ci si rende conto di non essere un genio tutto d’un tratto, ma nemmeno ci vuole troppo tempo, Se entro i dieci anni non l’hai capito, i casi sono due: o sei davvero un genio, o sei un idiota. Se ci arrivi prima non sei un genio, ma sei almeno precoce. Io, in questo senso, ero molto precoce: e precocemente iniziai a diffidare del genio, o meglio, di tutto ciò che aveva a che fare con la genialità. Mi dedicai ad esercitare nei suoi confronti l’ironia.

L’ironia è ciò che rimane a chi è stato sfiorato dall’ala della genialità, ma solo per sentirla volare più alta, inafferrabile. Può nascere solamente dalla coscienza di essersi persi qualcosa, quindi da un risentimento, e si esercita soprattutto e prima di tutto nei confronti di se stessi: ma questo uno non lo sa, neppure se è precoce, e pensa che l’arma sia puntata contro gli altri, anche quando si abitua, nei lunghi allenamenti davanti allo specchio, a colpire la propria immagine.

Il paradosso dell’ironia sta invece proprio qui: essa finisce per costituire un inibitore fortissimo per chi la esercita, ma risulta spuntata o caricata a salve nei confronti degli altri. Viaggia come una corrente elettrica, solo tra polarità predisposte, in un circuito chiuso che suppone compatibilità e reciprocità. Pertanto chi non è capace di esercitarla non ne viene nemmeno sfiorato, interrompe il circuito senza ricevere né scosse né impulsi: mentre tra chi è allacciato alla rete non si va oltre il gratuito gioco di rimpallo, il complice ammiccamento che induce a riconoscersi reciprocamente piuttosto che a contrapporsi.

L’ironia dunque non funziona con gli idioti: ma casca male anche con i geni. Un genio è costituzionalmente incapace di ironia: se così non fosse gli sarebbe impedita ogni genialità. Deve credere fortemente in se stesso e in ciò che fa, e deve quindi essere inossidabile all’ironia propria e altrui (soprattutto alla propria). Nei confronti degli altri, poi, il genio non può produrre ironia, perché questa presuppone benevolenza. Può produrre invece sarcasmo. Se l’ironia è l’arma puntata su se stessi, o al più uno strumento di difesa, un cavallo di frisia che ci si svolge attorno e del quale troppo spesso si rimane prigionieri, il sarcasmo è l’arma puntata sugli altri. Presuppone non benevolenza, ma disprezzo. In fondo tutti i grandi geni sono stati degli implacabili egoisti, che sono riusciti (beati loro) a passare sopra le esigenze altrui e i condizionamenti affettivi e sentimentali. Da Cristo a Marx, è tutta una storia di gente che dice a padri, madri, figli, mogli e amanti: ma che volete? L’ironia è invece sintomo di remissività, che nei casi estremi può spingersi sino all’altruismo. Fare dell’ironia significa gratificare gli altri della capacità di comprenderla, di apprezzarla, di non sentirsene offesi: significa credere che al postutto gli uomini siano animali intelligenti, e che valga la pena meritarsi la loro amicizia. Fare del sarcasmo significa pensare che sono degli animali, e che convenga in ogni caso diffidarne. Che è in fondo ciò che pensano anche gli idioti.

A dispetto della precocità ho impiegato parecchio tempo a capacitarmi di come procede la faccenda. Forse dovrei essere retrocesso di qualche altro gradino. Comunque funziona così. Il mancato genio si trastulla con gli alambicchi credendo di distillare il veleno della rivincita, e invece ne assorbe inconsapevolmente l’unico principio attivo, quello che agisce sull’alchimista stesso. È naturale, a pensarci bene, che il terreno più adatto a far germogliare i semi sparsi dall’ironia sia l’intelligenza stessa che li produce. E che ripiantati nel loro humus quelli si moltiplichino come piante infestanti, con un effetto altrettanto rovinoso.

L’ironia non è dunque un’arma innocua. È pericolosissima, almeno per chi la impugna. Attacca come un virus la volontà e la fiducia in se stessi, e se non viene tenuta sotto controllo può risultare paralizzante. E tuttavia può anche fungere, se assunta nella corretta posologia, da salutare vaccino. È necessario però farsi la diagnosi giusta, vagliare bene indicazioni e controindicazioni, considerare gli effetti collaterali; e, soprattutto, diversamente da quanto ho fatto io, leggere le avvertenze prima di iniziare la cura.

Forse per esercitare impunemente l’ironia occorre davvero essere un po’ geniali.

 

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