La sera che giocai contro lo Zaire

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

Il torneo era quello di Bosio. Non che fosse un gran torneo. Otto squadre, premi scarsi: ma si trattava ormai di un appuntamento fisso, ci tenevamo. Gli avversari erano alla nostra portata, li incontravamo tre o quattro volte a stagione, al giro, negli altri tornei: ma quel che contava era che a Bosio c’erano un sacco di ragazze, e giocare, dicevamo, aiuta. Non quella volta, però.

All’epoca, fine anni ‘60, primissimi ‘70, giocavamo quasi tutte le sere, qualche volta due partite nella stessa serata, per i cinque mesi estivi (allora l’estate durava di più). Evitavamo i tornei grossi, quelli con la lira in palio, dove non ci avrebbero fatto toccar terra, per battere invece i campetti notturni a cinque, a sei o a sette, che erano il vanto di ogni villaggio, frazione o cascinale del circondario (con l’eccezione, guarda caso, del nostro paese). Per un raggio di venti chilometri eravamo iscritti d’ufficio a tutte le manifestazioni calcistiche minori: non che fossimo bravi, ma garantivamo un seguito di una decina tra fidanzate, fratelli minori e nonni. Non ricordo di aver mai vinto un torneo. Le rarissime volte che si arrivava alla finale lo sponsor (il bar o l’azienda che pagava l’iscrizione e ci dava le maglie) decideva invariabilmente di rafforzare la squadra e ingaggiava quelli “forti”, quattro o cinque ligeroni, sempre gli stessi, che trascinavano una squallidissima carriera semiprofessionistica nei clubs di quinta o sesta categoria, e che vivevano d’estate il loro momento d’oro. Quelli “forti” perdevano regolarmente la finale, come avremmo fatto noi, ma promettevano sfracelli per la prossima volta e portavano a casa qualche biglietto da diecimila.

Ma torniamo a Bosio. Quella volta, dicevo, le cose si erano messe male da subito. Per quel gioco dei sorteggi che costituiva una specie di torneo a parte, quello delle facce di tolla, eravamo capitati contro una squadra fuori del comune. Si trattava di sette negretti congolesi (allora non si chiamava ancora Zaire), reclutati da un bar di Bosio (quindi giocavano in casa) tra un centinaio di apprendisti tecnici ospiti di uno stage all’Italsider. Del calcio africano all’epoca non si sapeva nulla, Weah doveva ancora nascere. Circolava la leggenda che gli egiziani alle Olimpiadi avessero giocato scalzi. Si poteva pensare che i nostri fossero un gruppo di pellegrini fatti su dagli organizzatori, per dare un tocco di “colore” alla manifestazione, o al massimo una compagnia di buontemponi in fuga dall’afa novese. E tuttavia non eravamo affatto tranquilli. Per le nostre parti era una novità assoluta, sette neri d’Africa tutti assieme non li avevamo visti mai, e giocare a calcio, poi! Io, di mio, ci aggiungevo un certo disagio da convinto terzomondista. Gli africani li avevo conosciuti all’università, con qualcuno ero in rapporti politici, si parlava di lotte di liberazione e di opposizione all’imperialismo. Non li avevo mai immaginati “contro”. Mi preoccupava l’eventualità magari di ridicolizzarli, mi disturbava l’idea di farmi complice dello spettacolo che era stato organizzato alle loro spalle. Ma avevo anche un’altra preoccupazione: uno con le mie capacità tecniche, tendenti allo zero, aveva un senso in campo solo se poteva esprimersi sul piano del puro agonismo, martellado senza pietà il diretto avversario e ignorando in pratica la palla (della quale d’altro canto non avrei saputo che fare). Era lo spirito per il quale ero considerato importante contro il Bosio, necessario contro Parodi o Tramontana, addirittura indispensabile contro Mornese: ma con questi, proprio non era il caso. Mi trovavo orfano del mio ruolo, a chiedermi che figura avrei fatto.

Cominciamo a giocare: un pubblico mai visto, che copre per intero la scarpata incombente sul campetto. Cori, trombe e campanacci, novesi e bosiesi tutti a tifare per i negretti, a darci la baia ogni volta che tocchiamo palla. Noi giochiamo in punta di piedi, si vede subito che non è serata; siamo impacciati, sbagliamo gli scambi, non contrastiamo. Quelli filano come razzi, magari in tre sulla palla, ma sgusciano da tutte le parti, sembrano quattordici. Dopo dieci minuti siamo già sotto di un goal: un urlo dalla scarpata, la folla sembra debba rovinarci addosso. Pareggiamo quasi subito, ma una papera del portiere ci porta nuovamente sotto. Un frastuono assordante, due, trecento persone che ci fiatano sul collo, ci impediscono di capire e di ragionare. E arriva la terza rete. Siamo in bambola. Il fatto è che i neri sono due volte più veloci di noi, scattano via, magari inciampano sulla palla, la perdono per strada e tornano indietro a riprenderla, e noi quasi fermi, con le gambe di legno. Ma, ed è questa la vera sorpresa, soprattutto picchiano. Non si direbbe lo facciano con cattiveria, sembra venir loro così naturale: entrano e ti portano via il piede, il ginocchio, la gamba, e magari anche il pallone. E noi storditi e nervosi, con quel buuh della folla che in altre occasioni ci avrebbe iniettato un’endovena di cattiveria, e stasera invece ci manda del tutto fuori giri.

Poi, il risveglio. Il primo a scuotersi è, manco a dirlo, mio fratello, che si trova a recitare a parti rovesciate. Lo vedo stoppare la palla e immediatamente dopo rovinare per terra, allegramente falciato da un nero che la fila col pallone, esibendo un sorriso a sessantaquattro denti. Vedo mister Hyde che si fa strada, senza bisogno di pozioni misteriose: non gli cresce il pelo, ma quello che ha gli si rizza. Lo sento sibilare: Cristo, Drake (mi ha sempre chiamato così), questi menano. Ho già avuto un paio d’occasioni per constatarlo di persona, ma ne ho rifiutato le conseguenze. Ora sento che non posso più rimandare. Non ce l’ho con i congolesi, mi dico, ma con quei mentecatti che dalla scarpata applaudono e urlano ad ogni scontro, ci irridono per ogni calcio preso e per ogni palla persa, istigano i nostri avversari a triturarci: e tuttavia qui sul campo ho davanti i neri, posso rivalermi solo su di loro. Vedo il sorriso in cinemascope che schiva d’un pelo un’entrata omicida di mio fratello, schizza verso di me, si allunga la palla, arriva con un attimo di ritardo, quando l’ho già spedita via, mi becca in pieno la caviglia: un attimo dopo vola, più stupito che offeso, a stamparsi sulla rete di recinzione. I denti e il bianco degli occhi sgranati brillano contro il buio di bordo campo. Folla in piedi, con movimento a scendere, arbitro che mi si para davanti: ammonito. È l’inizio della fine. I nostri avversari ripassano, nei due minuti che seguono, la storia dei loro rapporti con l’Occidente. Il pallone diventa per loro kriptonite: come lo toccano, volano per aria. È che non può durare. La parte alta della scarpata è ormai deserta, ad ogni fallo sparisce un metro di campo, sotto il dilagare del pubblico. Sappiamo che finirà male, ma siamo ornai pervasi da uno spirito maligno. Con la partita ormai persa, cerchiamo il riscatto nella rissa. C’è solo da scegliere.

Scelgo io. Un idiota mi apostrofa, mentre gli passo ad un metro, “razzista”. Basterebbe molto meno, ma “razzista” è proprio l’appellativo che mi ci voleva. Non so se becco lui o un altro, nemmeno mi importa: ormai li vedo tutti uguali, adulti e ragazzini, donne e uomini, una mandria di scemi che urlano. Cosa sia accaduto dopo, francamente, non lo ricordo. So per certo che non ci fu il massacro che ci si poteva attendere. Tornammo a casa tutti con le nostre gambe, magari ammaccate dai calcioni dei congolesi, ma senza altri danni. L’epica successiva parla di scontri tra i nostri supporters e gli indigeni, di gesta d’audacia che lasciarono sgomento il nemico. Forse furono invece proprio gli avversari a salvarci, o forse la rabbia e la tensione avevano ingigantito ai nostri occhi il pericolo e la protervia della folla. Sta di fatto che per noi il torneo finì li, che quella fu la nostra Corea, e che se mai ci fu una lezione di antirazzismo, la ricevemmo quella sera. Perchè fu allora che capimmo che su un campo da sette, sotto i riflettori, quando la polvere si impasta al sudore, tutti i giocatori diventano grigi, da bianchi o neri che erano, e tirano calci allo stesso modo; e che quando giochi non devi pretendere che l’avversario si comporti come ti aspettavi, ed essere deluso se non lo fa, ma devi adeguarti a lui. E che tutto il resto è ideologia.

 

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Senza Testo

di Marta Della Croce, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

Il sipario si apre lentamente. Sulla scena, due personaggi. A sinistra, il Presunto Lettore [PL], che vestirà una calzamaglia nera, l’altro, a destra, sosterrà la parte della Pagina [P], per cui la sua calzamaglia sarà bianca e interamente scritta. Poco prima che il dialogo inizi, i due camminano avanti e indietro per la scena. Si osservano con titubanza, quasi studiandosi a vicenda. Ah, dimenticavo, la parte della Pagina sarà sostenuta da un’attrice molto giovane. La sua testa sarà di cartone, priva di lineamenti, simile in tutto a quella di un manichino.

P:   Il mio unico difetto è che non riesco ad imparare le battute a memoria. Non ci riesco proprio … [esita] … non sono come te … io … io … non ho memoria … Io non ho testa … Io non ho cercello …

PL:            [interrompendo] Cervello! non cercello.

P:   Oh, sì, sì, cervello, sì chiama così, già … già … dunque, non avendo memoria né testa né cer-ve-llo, è evidente ch’io non abbia neppure una fronte due occhi un naso una bocca due orecchi … dei capelli … oh, come sarebbe bello avere dei capelli … non ho neppure quelli!

PL:            Lo vedo!

P:   L’unica cosa che ho è questa specie di covetta.

PL:            Dalli! Vocetta! volevi forse dire.

P:   [timidamente] Sì.

PL:            Bé, quella la sento. E allora dimmi un po’, ma chi sei?

P:   [allarga le braccia] Sono una pagina, una pagina scritta.

PL:            E da me cosa vuoi?

P:   Perbacco, essere letta!

PL:            Perbacco!

P:   Perbacco sì o perbacco no.

PL:            Perbacco no. Non so leggerti.

P:   Ma … tu ha memoria, cercel … pardon … cervello testa capelli fronte occhi naso bocca e orecchi!

PL:            E con ciò?

P:   Come! E ti sembra poco?

PL:            Sei una pagina complicata …

P:   [interrompendo] Complicata? Non mi far ridere, che non ho la bocca. [tra sé] Complicata. Ma se sono fatta di semplice carta bianca, liscia … [avvicinandosi] … guarda, mi hanno strappata da un quadernino dove c’erano altre pagine bianche, lisce come me. Ho lasciato le mie sorelle per farmi leggere da te e tu … tu ora non mi vuoi. Ingrato! [singhiozza leggermente]

PL:            Non fare così. Va bene, via, ti leggo. Dove sono i miei occhiali? [si allontana, va verso le quinte, torna di nuovo, esclama:] – Dove ho messo gli occhiali! – [finalmente si tocca la testa] Ah, eccoli [si avvicina alla pagina, fa l’atto di toccarla]

P:   Bravo, prendimi tra le dita.

PL:            Uhm …

P:   Ma non leggi? E leggi!

PL:            [leggendo] “La vera ragione per cui sono al mondo è che io non volevo affatto essere al mondo. Il mio parere evidentemente non interessava un gran che ……. Come vedi, hanno finito per avermi con loro, ma …” [smette di leggere, si toglie gli occhiali] Lo vedi, anzi, lo senti quanto sei complicata. Ti avevo già sbirciata, sai? … Che vuol dire, su, dimmi che vuol dire.

P:   E che ne so io, io non ho mica cervello testa capelli fronte occhi naso orecchi e bocca, come te. Io sono solo una pagina scritta, liscia, anzi, liscia liscia. Non ho neppure i capelli!

PL:            [incrociando le braccia sul petto] Se non capisco, non ti leggo.

P:   Suvvia! Hai letto solo tre righe, va’ avanti. Può darsi che leggendo, come si dice, l’appetito vien mangiando. Non si finisce mai d’imparare.

PL:            Che pagina ostinata. Testarda!

P:   Lo sono sempre stata. Sono fatta di una sostanza buona, mica di velina. Su, continua!

PL:            [rimettendosi gli occhiali. Continuando] “… ma forse il mondo aveva bisogno che un giorno uno come me scrivesse una pagina bugiarda come questa” …

P:   Eh? Che ti dicevo … parla anche di me. Va avanti.

PL:            Ma se m’interrompi.

P:   Hai perfettamente ragione.

PL:            [riprendendo] Uhm … “che un giorno uno come me scrivesse una pagina bugiarda” …

P:   Perché ti fermi? Continua.

PL:            Ma perché, bugiarda?

P:   E che ne so io, non ho mica cervello testa capelli fronte occhi naso orecchi e bocca, come te.

PL:            Come sarebbe! Vorresti dire che siccome io ho memoria cervello testa capelli … sì, insomma tutte quelle cose lì, sono un bigiardo?

P:   Questo non l’ho detto.

PL:            L’hai pensato.

P:   Nemmeno.

PL:            L’hai immaginato.

P:   Forse … un tantino … gli uomini.

PL:            Uh, davvero? Adesso ti metti anche a giudicare? Non siamo tutti uguali, noi uomini. Ora perché sei una pagina scritta, per giunta a macchina, chi credi di essere, la Divina Commedia? Ci vorrebbe poco per distruggerti, basterebbe non leggerti, basterebbe appallottilarti, stracciarti, farti a striscioline sottili sottili e gettarti nel fuoco e là … non esisteresti più … Cenere, cenere! Chi credi di essere per giudicare, eh? chi credi di essere.

P:   [mortificata] Quand’ero tutta bianca, anonima, dimenticata nel cassetto in mezzo ad altre pagine simili a me, non sapevo che con le parole si potesse fare il giro del mondo e perché no, parlare anche con te [una pausa]. Pensa, pensa a quante cose io, umile pagina bianca, se scritta, posso diventare … Posso diventare un libro, un diario, una semplice, ma non per questo meno importante, lettera d’amore. Ah, l’amore, l’amore! … quante volte sono rimasta gelosamente piegata in quattro sul seno di una donna e quanto palpitavo su quel cuore, quanto palpitavo! Ho imparato ad esprimermi, a farmi capire, a dire cose serie e cose buffe, e questo grazie alle parole …

PL:            [interrompendola] Ma non a giudicare. Questa funzione spetta a noi uomini. E poi l’hai detto e ripetuto mille volte che tu non hai memoria cervello testa eccetera, eccetera.

P:   Sicuro! Ma non colui che m’ha scritta. Anzi, a dir la verità, io ho qualcosina in più rispetto a colui che m’ha scritta.

PL:            E sarebbe?

P:   L’immortalità.

PL:            [ridendo] Oh, ah, questa è bella … l’immortalità! Parola grossa, cara mia, che ne sai tu, paginuzza, dell’immortalità?

P:   [in tono evasivo] L’ho vista scrivere tante volte …

PL:            Ah, ecco, l’hai vista scrivere, ma il significato eh? il significato eh? il significato … me lo sai dire, il significato?

[qui la pagina non risponde; si piega in due, quasi volesse chiudere il discorso. L’uomo insiste:] Bè, allora? Sto’ significato?

P:   [rialzandosi] Di preciso non lo so, posso soltanto ripetere le parole che ha scritto l’inchiostro, ma ripeto, non ho memoria, tenterò. Dunque, il significato … [come cercasse le parole] … il significato sta nel grado di dolore … nella vita … nelle parole che uno sa mettere insieme … nel concetto … ecco, sì! nell’essenza dell’anima.

PL:            Ma guarda un po’, ho davanti una pagina filosofica.

P:   Ti sbagli. Io non so niente. Sta scritto nella vita irreale il significato delle cose e le cose, a loro volta, fanno la vita reale. Io credo che l’uomo per vivere la vita debba dimenticarla. Anzi, bisognerebbe persino che dimenticasse di vedersi vivere nella vita. In una parola: dimenticarsi. Ossia, dimenticare la vita reale per viverne un’altra: inafferrabile e gigantesca, proprio come quando ti guardi nello specchio e osservi te stesso in carne e ossa, eppure se allunghi una mano e sfiori quel vetro non ti senti, non ci sei, non esisti, se non come immagine riflessa, raggiungibile solo con lo sguardo, col pensiero, con l’immaginazione. Così è la vita di colui che si dimentica. Si cerca nell’ignoto per ritrovarsi sotto forma di idea. [d’un tratto si zittisce, poi riprende] Ma perché voi uomini esistete?

[qui il dialogo assume un tono confidenziale]

PL:            Mi hai confuso, cara, ma questa è una bella domanda. Ebbene, il perché non lo so. Chi ci comanda è qualcuno più grande di noi, e forse è il passato che ci spinge a vivere, quelle lunghe mani degli anni, della vita che non è più … [sospira]

P:   Non capisco … ma allora l’uomo è costretto a vivere una vita di ricordi e una di speranza, come dire, sta in mezzo: tra una vita morta e una davanti che sta per morire?

PL:            Pressappoco.

P:   Ecco perché torno a ripetere che il significato delle cose resta nascosto nella vita irreale.

PL:            Spiegati, il significato o l’immortalità.

P:   Tutt’e due. Sono la medesima cosa. Se una cosa “significa” vuol dire che ha in sé una storia e allora è viva. Ne consegue che la sua verità verrà tramandata. E con che? Con gli scritti!

PL:            [un po’ ironico] E tu credi di contenere dei validi pensieri?

P:   Io non credo, io sono … sono soltanto una paginetta scritta e forse anche male, altro non conosco. Tocca a te, uomo, farmi nascere o morire.

PL:            In che modo. Come?

P:   Leggendomi! Giudicandomi! Elaborandomi!

PL:            Io non leggo un gran che. Leggo così.

P:   Così … come?

PL:            Così.

P:   Ah … così!

PL:            Sì, così!

P:   Bè, sono stanca. Oggi sono uscita pensando di trovare qualcuno che mi potesse leggere e rileggere. Qualcuno che mi portasse al mare, in tram, a letto oppure in giardino. Qualcuno che mi portasse con sé. Qualcuno con cui fantasticare un’oretta. [una pausa] O che hai da fissarmi a codesto modo?

PL:            Ti leggo.

P:   Allora fallo a voce alta, così mi ascolto.

PL:            Uhm … vediamo, dov’ero rimasto? Ah, sì, ecco qua … “che un giorno uno come me scrivesse una pagina bugiarda come questa, ma non fraintendetemi, non bugiarda nel senso che esprime menzogne, no davvero! [ripetono queste ultime battute insieme] Bugiarda, perché quello che volevamo dire l’abbiamo detto e bugiarda perché sulla Pagina nulla di ciò che abbiamo detto v’era scritto.

[La Pagina si avvicina al proscenio, si rivolge al pubblico]

P:   La vita è fatta di piccole conquiste e di grandi sconfitte. Se quello che abbiamo detto v’è piaciuto, raccontatelo. A noi ci basta così. [sipario]

 

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L’etica nell’epoca della scienza e della tecnica

di Massimo Ceccanti, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

La nostra cultura è il prodotto della giustapposizione di idee maturate nell’ambito di ricerche, riflessioni, studi lunghi e meticolosi e di luoghi comuni, banalità, stereotipi che circolano senza alcun atteggiamento critico o di controllo del loro senso, visto che oramai è difficile parlare di controllo della loro verità. Manca in sostanza un momento di cerniera tra sapere elaborato e senso comune, sapere diffuso. Tale assunto vale non solo per ciò che comunemente chiamiamo conoscenza, ma anche per quel campo particolare di idee che si riferiscono più in generale ai valori, non esclusa l’etica, cioè l’insieme dei valori che in qualche modo dovrebbe essere alla radice dei nostri atteggiamenti e dei nostri comportamenti nei confronti dell’altro.

I luoghi comuni che circolano riguardo all’etica sono riassumibili nell’idea o nella sensazione di star vivendo in un mondo senza valori, senza principi, in un mondo senza una dimensione etica. In effetti qualcosa è in declino, e sta svolgendo un ruolo sempre più gregario nel sistema culturale che la nostra società predilige come punto di riferimento per i comportamenti umani. Ma ciò che sta morendo è proprio l’etica?

Per molti studiosi, l’etica è il sostituto della originaria armonia di istinto e comportamento, della certezza istintuale del comportamento animale. Con il processo di ominazione, cioè di nascita del genere umano, istinto e comportamento sono diventati autonomi, senza che l’istinto fosse più in grado di guidare le scelte di comportamento. L’uomo si è così trovato ad affrontare il conflitto tra una base istintiva individuale e la sua appartenenza ad un mondo regolato da leggi di natura, sprovvisto di un vincolo biologico con gli altri esseri umani. Il sostituto di tale vincolo è stato ricostruito dalla specifica capacità degli esseri umani di pensare e di provare sentimenti. Molto probabilmente la tradizione religiosa e, poi, quella filosofica hanno rappresentato i tentativi di ricomporre la lacerazione, prendendo il posto dell’istinto nella guida del comportamento. Le basi dell’etica sono, quindi, da rintracciarsi nella nascita del genere umano; difficilmente sparirà l’etica senza che muoia anche l’uomo.

La ricomposizione del conflitto rimanda però alla capacità che rende l’uomo libero, in quanto la conoscenza o il sentimento non sono vincoli necessari per il comportamento. Il conflitto è solo parzialmente risolto dall’acquisizione delle capacità di pensare e di provare sentimenti, perché occorre un atto di volontà per aderire ad un valore riconosciuto o ad un sentimento che ispira un valore. La mancanza di necessità rende insieme libera e problematica la guida del comportamento, la rende il prodotto di una scelta ineliminabile. Il conflitto tra istinto e coscienza appartiene alla vita umana ed è necessario imparare a convivere con esso senza pensare a fughe illusorie in mondi dove tale conflitto viene annullato dall’ascesi o dall’accettazione di un ordine prestabilito.

Inoltre, la particolare natura dei valori etici non permette una loro evidente e chiara formulazione, per cui l’uomo può pensarne versioni differenti, può non riconoscerli come suoi, può negarli o può contrapporli l’uno all’altro. Si possono quindi creare conflitti anche esterni alla coscienza, conflitti sui valori che possono assumere la forma di guerre religiose o di guerre ideologiche, anche se talvolta tali motivazioni servono a coprire interessi che non hanno una dimensione etica. L’associazione di valore e verità come corrispondenza, verità che sembrano basarsi sulla descrizione di fatti così come sono nella realtà, può facilitare tali atteggiamenti. Bisogna imparare ad accettare anche la pluralità dei linguaggi e dei modelli di scoperta di verità associabili a pratiche che non rimandano solo alla logica della dimostrazione o a quella della scienza, ammesso che ve ne sia una, ma anche alla logica dell’interpretazione, della ricerca di senso, del mito e del racconto come strumenti per dare senso alla vita, della rivelazione come scoperta interiore e personale condivisibile e coagulante, capace di produrre identità di gruppo, ma non assoluta.

Molte prospettive etiche si basano invece sull’individuazione, una volta per tutte, dei contenuti di ciò che viene definito l’oggetto dell’etica, cioè il bene: la felicità, il benessere, la liberazione dai bisogni o dai desideri, l’insieme delle norme riconosciute da una tradizione culturale, l’adeguamento al corso della storia o a ciò che la ragione rileva come intima essenza della natura umana o della storia dello spirito, la volontà di Dio. I limiti di tali prospettive sono di due tipi. Da un lato ci sono i limiti pratici, una volta stabilito che cosa è il bene rimane il problema di far sì che esso venga accettato come valore da tutti. Dall’altro ci sono i limiti teorici, legati all’osservazione di G. E. Moore che diceva “Una volta riconosciuto qualcosa come bene, posso sempre chiedermi se è bene che ciò sia il bene”. In altre parole bisogna ammettere che, se diamo all’etica un valore universale, essa non può avere un contenuto specifico, valido per tutti e indipendente dall’assenso degli esseri umani e dai contesti in cui essi operano. Se cerchiamo qualcosa di universale, già Kant aveva detto che possiamo trovare solo un imperativo formale, senza alcun contenuto, un imperativo che rimanda alla libertà dell’essere umano e alla necessità di scegliere volta per volta in contesti definiti senza che sia possibile derivare analiticamente dall’imperativo etico la soluzione. In sostanza l’uomo è libero e tale libertà è insopprimibile. Che cosa è il bene da un punto di vista universale è una domanda senza risposta; posso solo dire che cosa è il bene per me ora in questo luogo e sperare che altri condividano la mia idea, cercando di convincerli. Non posso aspettarmi che tale idea valga per tutti in virtù di una sua autoevidenza etica.

Dal nichilismo può nascere un’etica, quella che da qualche anno vado chiamando etica del viandante, a condizione di non leggere il nomadismo come anarchica erranza. Il nomadismo è la delusione dei forti che rifiutano il gioco fittizio delle illusioni evocate come sfondo protettivo. È la capacità dell’anima di disertare le prospettive escatologiche per abitare il mondo della casualità della innocenza non pregiudicata da alcuna anticipazione di senso, e dov’è l’accadimento stesso, l’accadimento non iscritto nelle prospettive del senso finale, della meta o del progetto a porgere il suo senso provvisorio e perituro.     UMBERTO GALIMBERTI

D’altra parte è difficile anche accettare che non sia possibile stabilire un insieme di norme di riferimento valide per la convivenza tra esseri umani indipendentemente dalla loro cultura o dalla loro storia, dai problemi che essi debbono affrontare in un determinato tempo e in un determinato luogo. Se ciò non fosse possibile infatti sarebbe difficile giustificare la condanna di qualcosa come i crimini contro l’umanità, l’olocausto o lo scempio dell’ambiente. Tutto potrebbe essere giustificato sulla base del relativismo etico, cioè sulla base dell’idea che i valori valgono solo entro la cultura che li produce o li fa propri.

Kant aveva cercato di dare un fondamento all’etica sulla base del riconoscimento della consapevolezza da parte del soggetto dell’imperativo categorico, cioè dell’imperativo che si impone alla ragione e chiede di agire solo in base a massime che possono valere per tutti, sulla consapevolezza ancora da parte del soggetto di essere libero di fronte all’imperativo morale e, insieme, di far parte di una società di uomini liberi. Il soggetto consapevole è perciò responsabile delle sue azioni nei confronti degli altri. L’etica di Kant è un’etica dell’individuo singolo, certo della sua esistenza e consapevole di sé e delle sue facoltà, posto di fronte alla molteplicità astratta e indifferenziata dei suoi simili.

Sono proprio i presupposti dell’autonomia del soggetto e della sua consapevolezza che oggi appaiono più deboli rispetto all’epoca di Kant. La psicologia, a partire da Freud, ha messo in luce che l’individuo non è solo una coscienza libera, ma un intreccio di dimensioni psichiche, alcune delle quali agiscono in modo inconsapevole. Le scienze umane hanno creato un’immagine molto forte di dipendenza del soggetto e della sua coscienza dall’ambiente sociale e culturale in cui esso vive. Sulla base di tali assunti è nato un atteggiamento culturale che assegna la responsabilità ad anonime strutture, togliendola agli individui che compiono tutti i giorni le loro scelte di comportamento. La conoscenza, per così dire, invece di stabilire la dimensione etica, sembra averla annullata. Anche in questo caso però ciò che rende possibile l’atteggiamento culturale pessimistico (quando non opportunisticamente giustificazionista) è l’intromissione di un universale nel mondo del contingente utilizzato per rendere assoluto ciò che non lo è. Il ragionamento sembra questo: se non si è liberi di fare qualcosa non si è liberi in assoluto, quindi non si è responsabili. L’idea che sta dietro l’annullamento della responsabilità è l’idea di una libertà assoluta. La libertà è invece sempre libertà condizionata entro un contesto, libertà che si realizza storicamente e si manifesta in forme storiche. La libertà assoluta appartiene ad una dimensione che non è propria dell’uomo. Solo il genere umano è libero da condizionamenti storici, ma è una libertà formale, priva di contenuti umani, ed è una libertà apparente perché anch’essa condizionata dall’appartenenza alla natura e alla storia naturale.

La dimensione etica non può essere cancellata dalla conoscenza scientifica né da nessun altra forma di razionalità, perché conoscenza e ragione introducono immediatamente la responsabilità etica. Chi formula l’idea che un individuo non è responsabile di una certa azione, assume su di sé la responsabilità di tale giudizio e, in molti casi, quello del mancato intervento per modificare la situazione. La conoscenza o l’ignoranza, la consapevolezza o l’incoscienza, così come accade per il contesto storico e culturale, possono solo ridurre o ampliare i confini della responsabilità, spostarla da chi agisce a chi sa o ha il potere di intervenire. L’accrescersi della conoscenza, come l’incremento di una qualsiasi forma di potere, aumenta la responsabilità e le opportunità di incrementare la consapevolezza.

Nulla si edifica sulla pietra, tutto sulla sabbia,
ma noi dobbiamo edificare come se la sabbia fosse pietra.
JORGE LUIS BORGES

Si può dire invece che la nostra forma di vita ha riproposto con forza il problema etico. La nostra società è la società della conoscenza scientifica e della tecnologia, della circolazione mondiale veloce delle informazioni, degli uomini e delle donne, delle merci, dei modelli culturali. La scienza e la tecnologia hanno consegnato all’uomo poteri enormi di cambiamento (anche della struttura genetica degli esseri viventi) e di distruzione. Spostamenti di persone hanno messo in contatto fisico culture diverse, costringendole a condividere spazi e istituzioni. Televisione, computer, viaggi hanno reso le culture più elastiche e permeabili, più facilmente influenzabili da modelli esterni.

Di fronte a tali mutamenti dobbiamo riconoscere che le tradizioni culturali, che una volta costituivano la base più solida per i modelli etici, hanno un’importanza sempre minore. I problemi etici oggi riguardano tutto il genere umano come insieme di gruppi che vivono su uno spazio più omogeneo culturalmente, più esiguo sia per l’enorme e incontrollata crescita della popolazione, sia per la contrazione dei tempi necessari per spostare o far circolare informazioni, persone, idee, immagini, oggetti. Quelli che una volta erano sistemi mondo, oggi sempre più appaiono come un unico sistema globale caratterizzato dagli stessi problemi: i problemi della convivenza, della distribuzione sempre più ineguale delle ricchezze, del degrado ambientale, le conseguenze di interventi sul patrimonio genetico degli esseri umani, il rispetto dei diritti degli uomini e delle donne sono problemi non più affrontabili nell’ottica delle diverse tradizioni storiche e soggettive dell’etica. Gli esseri umani non hanno più di fronte una comunità compatta e un’astrazione come quella della nozione di genere umano; c’è invece una molteplicità di culture obbligate a condividere spazi, problemi, istituzioni e responsabilità. È necessario pensare a modelli etici che non si rivolgono più soltanto al singolo individuo o a comunità isolate, ma a modelli che riguardano tutto il genere umano come entità complessa, non come astrazione. Tali modelli ancora non esistono in forma esplicita e che si preannunciano come storicamente universali.

Sembra un ossimoro l’accostamento di due termini come storico e universale e in contraddizione con quanto detto prima. Ma è la natura dell’etica che rimanda a tale contraddizione. Nell’ambito dei prodotti della cultura umana dobbiamo abbandonare l’idea che possa esistere l’universale come valore da sempre dato, necessario per sua intrinseche caratteristiche, da scoprire; esiste un processo di costruzione di valori storicamente e culturalmente connotato che può portare a creare idee che possono diventare storicamente universali. Entro questo processo possono manifestarsi (ma essere anche dimenticate) idee che hanno una portata universale, cioè possono riguardare tutti gli uomini e le donne. Niente è universale nel senso di eterno o necessario. Sono il contesto in cui viviamo e i problemi che dobbiamo affrontare che ci spingono a cercare un modello etico per tutto il genere umano, un modello che deve passare per un filtro molto stretto e difficile, quello dell’adesione volontaria di una grande maggioranza dell’umanità. Perciò tale modello non può rifarsi a fonti locali, a tradizioni particolari. Deve essere un modello minimale che lascia poi liberi i gruppi e gli individui di scegliere le proprie identità, la propria appartenenza. La portata universale di un atteggiamento etico, di un’idea etica è costituita dal rimando al bisogno di sanare in qualche modo il conflitto connaturato con l’avvio del processo di ominazione. L’universalità dell’etica si esaurisce qui, diluita nel problema della giustizia in luoghi e tempi determinati.

La possibilità di disporre di strutture per la libera manifestazione e la difesa dei propri interessi e, nello stesso tempo, di procedure per arrivare ad una soluzione mediata, concordata, aperta e non distruttiva del conflitto possono costituire oggi il rimando all’universale etico di cui abbiamo parlato prima, un rimando attraverso soluzioni, idee, modelli di natura storica e, quindi, contingente, legati ai grandi problemi dell’umanità nel mondo dominato della scienza e della tecnica e dalla grande concentrazione di ricchezza in poche mani. Non stiamo vivendo in un mondo senza valori, non sta morendo l’etica; solo la realtà che ci circonda ha prodotto cambiamenti tali da rendere insufficienti o parziali i modelli che fino ad oggi avevamo utilizzato, talvolta con successo.

Possiamo allora provare a delineare con più precisione alcune idee utili per uscire dalla sensazione di star vivendo in un mondo senza valori senza prospettive etiche.

Il primo aspetto, apparentemente un po’ paradossale, è la rivalutazione dell’individuo come unica realtà umana esistente, portatore di diritti e di doveri. L’aspetto paradossale consiste nel partire dalle esigenze di un’etica planetaria per rivalutare l’importanza dell’individuo. L’idea che però sta dietro questa rivalutazione è che l’unico elemento in cui si concretizza il genere umano è l’esistenza degli individui; rispettare la loro esistenza e cercare di far sì che la loro vita sia una vita dignitosa vuol dire rispettare il genere umano. Senza una valutazione positiva e alta dell’individuo non può esserci rispetto dell’umanità. Pensare che individualismo ed egoismo siano sinonimi significa sottovalutare una componente fondamentale dell’essere umano, la componente della razionalità, della capacità di conoscere, della capacità di provare sentimenti, anche se razionalità, conoscenza e sentimento da soli non bastano a produrre comportamenti etici.

Il secondo elemento potrebbe essere la rivalutazione della responsabilità sia individuale che collettiva (non nel senso dell’anonimato delle strutture ma dei gruppi che compiono scelte, mettono in atto comportamenti e atteggiamenti, sanno). Proprio i progressi della conoscenza scientifica e della tecnologia ci hanno messo in grado di conoscere le conseguenze delle nostre scelte e delle nostre azioni sulla natura e sugli altri esseri umani in tempi lunghi. Ci hanno anche fornito un potere di azione e di trasformazione della natura enorme. Chi ha più conoscenza e chi ha più potere è più responsabile, ma è necessario iniziare a pensare anche alla condivisione delle responsabilità con chi sceglie e può scegliere, senza potersi riparare dietro l’anomia delle strutture o delle professioni. Nessuno può tirarsi indietro e dire “non sapevo” o “non potevo” in società democratiche basate sulla libera circolazione dell’informazione e delle conoscenze.

Il terzo aspetto è il senso del limite. Le conoscenze scientifiche sono sempre conoscenze limitate, conoscenze che mostrano anche i loro limiti. La pretesa di onniscienza è una pretesa della metafisica o di certe filosofie, non della scienza, così come il miraggio dell’onnipotenza o della capacità di poter comunque mantenere il controllo della situazione. Anche le religioni, in questo senso, sono in accordo con l’atteggiamento critico degli scienziati più consapevoli e dell’epistemologia. Rispettare il limite, riconoscere la finitezza della natura e della conoscenza umana e di tutto ciò che esiste (comprese le risorse naturali e la nostra capacità di comprendere) significa riconoscere l’altro, l’estraneità come un dato insopprimibile, e riconoscere anche il conflitto, la contraddizione e la sconfitta come ineliminabili aspetti della natura e della vita umana. Va contemporaneamente valutato positivamente anche la capacità di affrontare il rischio, perché senza questa capacità l’uomo si troverebbe appiattito sull’esistente, ma un rischio calcolato, un rischio controllato attraverso il filtro delle conoscenze delle possibili conseguenze, un rischio che si sa arrestare di fronte al pericolo di provocare disastri irreparabili.

Il quarto aspetto riguarda la realizzazione pratica di un modello etico. Perché un atteggiamento etico si affermi occorre un atto di volontà dell’individuo e il consenso della grande maggioranza degli esseri umani. Gran parte di ciò che chiamiamo potere si basa sull’accettazione degli individui. Occorre essere consapevoli di questa potenziale capacità di modificare le cose da parte di soggetti che vivono un problema, condividono bisogni e idee, che si aggregano e si organizzano, e occorre che chi ha il potere si abitui a rispettare gli individui perché essi si fanno sentire, perché sono in grado di individuare problemi, organizzarsi, proporre soluzioni, lottare. Ma è anche necessario, affinché i soggetti possano arrivare a trovare soluzioni mediate sulla base di procedure di confronto, che si determinino le condizioni per la circolazione delle idee entro un processo di discussione e di argomentazione. Occorre quindi che si rompa il muro tra sapere evoluto e senso comune, che si acquisti consapevolezza dei meccanismi di costruzione dei modelli culturali, che si determinino le condizioni per un incontro tra le diverse tradizioni culturali, tra i diversi gruppi di potere e tra tali gruppi e coloro che tali poteri debbono subire, condizioni che possono essere riassunte nella parità di diritto di intervento e di conoscenza concessa a tutti gli interlocutori coinvolti nella discussione sulle regole e sulle scelte, nel coinvolgimento motivazionale legato alla consapevolezza dei pericoli di sopravvivenza del genere umano nell’epoca dello strapotere della tecnologia, nel riconoscimento della propria responsabilità individuale e collettiva di fronte a tali problemi, nella necessità di costruire strutture per l’esercizio controllato e per il controllo dei poteri, apparati e strutture responsabili verso tutto il genere umano.

Se queste sono le condizioni, è evidente come le prospettive etiche legate all’idea di valore come verità legata alla corrispondenza fattuale sono di poco aiuto. Si tratta invece di riconoscere la necessità di muoversi in ambiti diversi; un ambito che possiamo definire della giustizia, l’ambito della costruzione di un sistema di regole valide per tutti attraverso procedure razionali di confronto e di discussione, un ambito di conoscenza per acquisire strumenti per scegliere, e un ambito di riconoscimento della propria appartenenza, un ambito in cui si può pensare di essere in possesso di una personale o collettiva fonte di valori da gettare nella discussione per costruire una dimensione intersoggettiva e interculturale di regole e per arrivare a delle scelte. Il valore della verità come corrispondenza può appartenere solo alla dimensione della conoscenza; alla sfera dell’appartenenza può corrispondere soltanto la verità come ricerca di senso. Nella dimensione della giustizia, delle regole, tutto invece deve essere sottoposto al processo di discussione, di argomentazione e di ricerca di consenso (non possiamo in altre parole illuderci che i valori verità nostri siano riconosciuti e accettati per loro intrinseca autoevidenza o perché dotati di speciali fondamenti)

Nel momento in cui definiamo un tale sistema di regole passiamo dalla sfera dell’etica alla sfera della giustizia e poi, attraverso essa, a quella del diritto, della politica, degli apparati istituzionali cui può essere delegata anche la capacità d’uso legittimo in casi estremi della forza di coercizione ma, di fronte ad essa, anche la legittimità della forza di ribellione; il passaggio è il salto da una dimensione universale ad una dimensione storica e fattuale entro la quale si disciplina la convivenza.

Che cosa rimane dell’etica? Rimangono non i contenuti, ma la necessità di procedure che portino al riconoscimento del conflitto e alla costruzione di sistemi per la regolamentazione di esso affinché non diventi distruttivo e mantenga per ciascuno il diritto alla libertà e alla differenza, intesa come nuova possibilità di uguaglianza. L’etica non può dare risposte concrete, non può dirci quali siano i valori, perché questi dobbiamo costruirli nel corso della nostra vita sociale e collettiva e di essi siamo responsabili individualmente e collettivamente. L’etica è kantianamente il riconoscimento di un’esigenza associata ad un conflitto, esigenza che non può trovare una traduzione nelle frasi del linguaggio descrittivo e delle strutture prodotte dall’uomo, perché in tale passaggio diventa un atto umano che appartiene alla storia dell’uomo, non alla sua condizione di essere umano. L’etica come esigenza non può né nascere né morire entro la storia finché sopravviverà il genere umano, perciò anche le idee e gli apparati nati in suo nome possono essere sottoposti alla critica etica, al giudizio etico. Ciò comporta che gli universali storici non hanno validità assoluta e comporta anche che l’uomo, individuo e gruppo, è responsabile di ciò che elabora e fa nel corso della storia in base a ciò che sa, al suo potere economico, sociale, politico e culturale, anche in controtendenza rispetto alle idee, alle strutture, alle leggi o alle istituzioni che si rifanno agli universali storici.

Prima di concludere forse è necessario chiarire un aspetto di ciò che è stato detto qui. Sembra che l’etica trovi il suo fondamento in un processo evolutivo naturale messo in luce dalla conoscenza, il processo di ominazione. Sarebbe in fondo ricadere nella giustificazione dell’etica sulla base della scienza, una sorta di determinismo che non è conciliabile con la prospettiva qui esposta. Invece è bene essere consapevoli del ruolo di tale giustificazione, un ruolo, per così dire, coreografico, legato al bisogno di razionalità. Il modello etico proposto è il frutto di una scelta libera che rivela un’appartenenza, un’identità di cui mi sento portatore, l’identità di chi privilegia il cosmopolitismo rispetto al nazionalismo, la libertà individuale e il singolo individuo rispetto alla libertà del gruppo di appartenenza, la responsabilità dei propri atti, il ruolo centrale della razionalità nelle sue molteplici forme e procedure, il ruolo altrettanto centrale dei sentimenti e della capacità di immedesimarsi con l’altro, di comprendere e accettare la differenza, la necessità di organizzarsi, di convincere e di allargare il consenso sulle proprie idee, sempre nell’ottica della disponibilità a modificarne alcuni aspetti o accettarne di nuove se convinto dall’argomentare altrui, piuttosto che credere di essere in possesso dell’unica verità disponibile; infine un’identità che sottolinea l’importanza del senso del limite, anche come limite della proprietà, affiancato al senso della cosa pubblica e del rispetto dell’individuo quali elementi per proteggere il genere umano e la natura dagli abusi e dalle violenze di tutti i tipi.

 

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Il bohemien anarchico

Omaggio ad Erich Muhsam

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

Ben lontani dalla presunzione di voler “riscoprire” un autore, operazione che sottende ad un’interpretazione inedita e più acuta di quelle che l’hanno preceduta, ci limitiamo ad additare il nome di un autore scarsamente tradotto nella nostra lingua e raramente frequentato dagli editori (e dagli Intellettuali) di casa nostra.

Nato a Berlino nel 1878 e morto in un lager nazista nel 1934, Erich Muhsam era uno scrittore. Uno scrittore anarchico. Attivista politico, giornalista di manifesta lotta rivoluzionaria con esiti lucidamente anarchici sulle vecchie radici marxiste-socialiste.

Per Muhsam l’attività giornalistica era da intendersi come una vera e propria forma di azione diretta di carattere eversivo. Sullo stesso registro si muove la sua attività letteraria, maneggiando un linguaggio formale che procede dalla vecchia scapigliatura del cabaret satirico (che pervade anche i suoi testi poetici, ben lontani da soluzioni intimistiche) verso gli accesi stilemi retorico-estatici dell’espressionismo. Le sue composizioni, pur essendo volontariamente anche arte di propaganda, sono sicuramente espressione di un’epoca e di un ambiente culturale vissuti in prima persona. Si pensi alle movenze Jugendstil del primo periodo, soprattutto come filosofia della vita più che come stile artistico, in cui un’utopia estetizzante è il sogno, nell’era industriale, di una società senza classi e di un uomo senza peccato: un paradiso in terra dove la natura e la bellezza sarebbero state le difese contro il fragore e l’alienazione della moderna civiltà. Oppure si notino la trama espressionistica d’alcune sue opere di mezzo, la concretezza realistica e documentaria fino al modello di teatro-documento degli altri lavori. Per inciso, si ricorda che Erwin Piscator, gran maestro del teatro di agitazione politica, s’interessò ai testi di Muhsam, alla loro trasparenza, alla forma onesta e chiara, priva di giochi tecnici e stilistici d’alcun genere.

Muhsam non si premurò delle tendenze o delle possibilità offerte dalla prassi teatrale e letteraria di allora, in cui si passava dal vecchio dramma naturalistico, con contaminazioni dialettali e duplicazioni da “tranche de vie”, all’ancora assiduo dramma storico in versi o in prosa di discendenza schilleriana, pindarico e vivace, copioso di alti ideali e drammatici duelli ostentati come stendardi;  oppure al neo-oggettivismo, radicato nella Storia, della Neue Sachlichkeit, aspro e pungente, ma con l’esito, nella presunzione di un’efficace rappresentazione disadorna del reale, di proporne un calco automatico ed artificioso, quasi frutto di un congegno meccanico.

Continuamente perseguitato e incarcerato in quanto ebreo ed anarchico, ma mai rassegnato al silenzio, fu collaboratore instancabile di giornali e riviste – sulle quali disputava dei problemi della democrazia e scagliava acuti e polemici attacchi alla borghesia, alla sua morale, alle tendenze nazionalistiche, agli impulsi del militarismo, alla chiesa – frequentatore assiduo dei circoli e dei gruppi culturali e politici, dei cabaret letterali e delle organizzazioni operaie della Berlino del primissimo ‘900 – nutrendo nei confronti dell’uomo del sottosuolo” un sentimento d’autentica adesione e di non ipocrita condivisione delle sue miserie.

Ben lontano dal filisteismo di molti scrittori dell’espressionismo e del naturalismo poetico – che ritrassero l’umanità dei “reietti” condividendone la degradazione, senza però farsi carico del gesto che ne spartisse la sofferenza – Muhsam s’avvicinò a questa classe sociale identificandola come “l’avanguardia di una società migliore” potenzialmente rivoluzionaria, i cui personaggi esemplificano e compendiano la disubbidienza sociale. Si sviluppa l’esempio della figura di Caino – ormai già riabilitata nel secolo del romanticismo attraverso anche apporti nietzscheani, dell’uomo superiore isolato nel seno di una società gregaria – prototipo del ribelle cui è negato ogni diritto elementare, “come il Prometeo mitico” che incarna in rifiuto di un’etica della sottomissione e delle fede cieca, in nome di un’insopprimibile esigenza di libertà.

Chi dopo la morte vuole andare in paradiso è chi in vita vuole avere il potere, e chi in vita ha il potere è chi consola le sue vittime con la prospettiva del Regno dei Cieli dopo la morte.
Chi ama la libertà ed ha accettato in sé, definitivamente, l’idea che l’uomo sarà libero quando lo sarà la società, ma che la società della libertà può essere creata soltanto da uomini interiormente liberi, comincerà da se stesso e nel suo ambiente l’opera di liberazione. Egli non sarà lo schiavo di nessuno e saprà che non è schiavo soltanto colui che non vuole più essere padrone di nessuno. È libero l’uomo che lascia a tutti gli altri uomini la libertà e sarà libera la società che vivrà nell’uguaglianza del cameratismo e nella libertà.
Se non avessimo avuto la spensierata incoscienza di viaggiare per il mondo sempre senza programmi, col solo denaro per i biglietti, e di affidare al caso e al nostro buon genio tutelare il problema dell’alloggio e del cibo durante il viaggio, adesso me ne starei qui con i miei cinquant’anni, non avrei visto Firenze né Parigi e non avrei nostalgia di una giovanile paura piccolo borghese per un po’ di fame e per le cimici di qualche misero ostello italiano.

                                                                                                       ERICH MUHSAM

Emerge qui l’aspetto più singolare dell’autore: la sua coscienza anarchica, continuamente alimentata da un’insoddisfatta tensione alla ribellione e alla libertà, convive in misura apparentemente eccentrica con la seduzione della bohéme. Come rileva opportunamente Luisa Coeta nella postfazione all’edizione italiana de “La psicologia della zia ricca” – a cui si rimanda per un ritratto esauriente dell’autore – “anarchia e bohème rappresentarono le due anime di Muhsam” e gli permisero di essere espressione fedele, attenta ed anticipatrice di un periodo e di un paesaggio culturale vissuto in prima persona.

Da Parigi a Vienna, da Monaco a Berlino – passando anche per la ricerca di modelli alternativi di vita (si veda l’opuscolo “Ascona”, resoconto dell’esperienza nell’omonima comunità nata come resistenza alla civiltà industrializzata) – Muhsam fu un instancabile giornalista, polemista, saggista e scrittore che amava esprimersi soprattutto per mezzo della stampa. I fatti e le circostanze occasionali del tempo assurgevano ad una questione sociale più ampia, diventandone espressione e al tempo stesso indizio di chiaro rilievo.

Il suo pensiero, disperso in numerose glosse e saggi, pur non essendo agevolmente condensabile, si presenta comunque lungimirante e lucido soprattutto nella distanza che operò dallo stalinismo e dal fascismo, considerando il primo come il conclusivo ed immobile esito dell’idea di stato e il secondo come caratteristica ineliminabile di una società capitalistica, capace di camuffarsi e di modificarsi nel superamento d’ogni crisi che ne minacci la sopravvivenza. In questa sua capacità di scorgere, smascherare e denunciare con anticipo e lungimiranza le mistificazioni, le intolleranze e i pericoli che si insinuavano nel tessuto sociale del suo tempo si trova il movente dell’accanita persecuzione di cui fu vittima Eric Muhsam, mentre l’impossibilità, dopo la sua morte, di liquidarne e delimitarne il pensiero in una facile e semplicistica definizione spiega l’oblio e la negligenza nei confronti della sua opera e della sua persona.

 

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La poesia di Alessandro Quattrone

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 6, maggio1997

La poesia di Alessandro Quattrone è poesia del movimento e insieme della stasi, onirica fino alla visionarietà, ma nitida, lirica e al tempo quotidiana.  Proviene da una stagione d’ombra in cui il movimento non è fuga, ma interrogazione dell’Altro, la stasi è instabile e residua, la visionarietà simbolica evoca le immagini che, pur senza contagiarsi, parlano del proprio passato come di un’epifania smarrita e prosciugata, ormai inidonea a gettare luce sul presente.

I veri soggetti della poesia di Quattrone non sono tanto l’io o il tu della consuetudine lirica, ma gli oggetti e gli affetti che abitano il suolo velato, ineguale e ruvido del sogno e della memoria.

Compito della poesia è richiamare queste voci dalle ceneri del trascorso e avvicinarle le une alle altre in un gesto che, riconoscendole, le contempli, le interroghi e le rinomini. Procedendo in questo tentativo di agnizione delle cose e della loro esperienza, la poesia si rivolge ad un aspro antropomorfismo – si pensi a Rimbaud per i toni di luminosa miniatura e a Rilke per comunanza di sensibilità – attingendo dal profondo, da quella condizione d’ombra che è figura del disorientamento, paesaggio interiore e presagio del mutare delle cose e del loro dileguarsi.

 

Alessandro Quattrone è nato a Reggio Calabria nel 1958, insegna a Como. Svolge un’intensa attività di traduttore: ha curato traduzioni di classici e di moderni, da Baudelaire a Coleridge, da Rimbaud a Ovidio. Ha pubblicato le due raccolte poetiche Interrogare la pioggia e Passeggiate e inseguimenti.

 

(in montagna)
Respirare in mezzo ai grandi spiriti

delle montagne,
e insieme agli amici e ai figli
estenuarsi a guardare le cime
e gli strapiombi con il batticuore,
si, rimanere poi nella radura
con la pelle silenziosa
con la memoria spenta e un’allegria
dispersa tra gli alberi,
mentre il mondo laggiù si avvicina
alle acque del lago
e un paese senza nome recita
la parte di chi tace, di chi è calmo,
e tutto congiura per fare
di te un filo d’erba felice.

(esplorazioni)
Inoltrandoci nel bosco noi esploriamo

la quiete; invece a riconoscere
i nostri antichi volti senza pace
non basta più l’indagine.
Cerchiamo profezie tra queste foglie,
una voce amica tra i castagni
che ci spieghi il passato e ci lasci
un messaggio oscuro per domani.
Assediati da arcieri leggendari,
da rami pronti a trafiggerci i ricordi,
procediamo scherzando per negare
l’ombra intima che ci sfugge a tratti.


(pomeriggio a Lugano)
Camminare lenti sotto i portici

attardarsi, farsi più discreti
rivestirsi di malinconia elegante.
Dalle case mute si diparte
un annuncio ardito, un’estasi
divenuta presto pura attesa.
E si esce nella piazza, più belli
per la bellezza prodiga di oblio
delle donne simili a oleandri,
delle donne belle d’altra quiete.
Poi si guarda il lago: i pedalò
sollecitano un’allegria importuna,
le anatre ignorano i battelli
e noi alla balaustra siamo il vento.

(farfalla immortale)
Quel miracolo che solo il sonno

sa fare mentre tace ogni cosa
nell’universo e nella stanza chiusa,
dalla febbre, ecco, mi ha liberato.
Ma nella luce aspra del mattino
ho ancora brividi, altre nostalgie.
Tu, farfalla presunta immortale,
che sfiori le mie foglie stamattina
non temendo la tempesta e il grido,
ti posi su queste mie parole
bianche, rosse, gialle, celestine,
e riprendi il volo già sapendo
la levità crudele del destino.

 

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Attenti al gregge

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 6, maggio1997

In questo numero l’appuntamento con la “poetica” salta. Abbiamo constatato che ci sono in giro un sacco di poeti, ma che nessuno, o quasi, è disposto a fare i conti con se stesso, a porsi delle domande e a tentare delle risposte sulle motivazioni, sul senso e sui modi del proprio poetare. Tutto ciò vorrà anche dire qualcosa, ma ne lasciamo al lettore l’interpretazione.

Proponiamo invece un testo che può essere considerato un classico, almeno in relazione allo spirito che anima la rivista, almeno quanto On the road, e che ha in comune con quest’ultimo l’anno di composizione, il 1957. È una poesia di Hans Magnus Enzensberger, autore che ha già trovato spazio su queste pagine e la cui voce, checchè ne pensino Nanni Moretti e tutta l’intellighentia scazzata, rimane una delle poche che valga la pena ascoltare. La proponiamo perchè è introvabile, essendo comparsa in traduzione italiana nel 1964 da Feltrinelli (ma è stata composta nel 1957) nella raccolta “Poesie per chi non legge poesia”, e mai più ristampata. Forse perché in questi quarant’anni le cose sono cambiate, le coscienze si sono svegliate, le pecore hanno messo zanne e artigli? forse perché, come s’usa dire oggi, “non se ne può più” (!) di impegno e serietà? o forse, più probabilmente, perchè il miglior modo per non provare schifo di se stessi è nascondere gli specchi.

A proposito di voce: nelle “istruzioni per l’uso” allegate alla raccolta Enzensberger invita i “lettori impavidi” a leggere le sue poesie ad alta voce, “con quanta voce hanno in corpo”. Provateci. Vale la pena.

Difesa dei lupi contro le pecore

Deve mangiar viole del pensiero, l’avvoltoio?
Dallo sciacallo, che cosa pretendete?
Che muti pelo? E dal lupo? Deve

da sè cavarsi i denti?
Che cosa non vi garba
nei commissari politici e nei pontefici?
Che cosa idioti vi incanta, perdendo biancheria
sullo schermo bugiardo?

Chi cuce al generale
la striscia di sangue sui pantaloni? Chi
trancia il cappone all’usuraio? Chi
fieramente si appende la croce di latta
sull’ombelico brontolante? Chi intasca
la mancia, la moneta d’argento, l’obolo
del silenzio? Son molti
i derubati, pochi i ladri; chi
li applaude allora, chi
li decora e distingue, chi è avido
di menzogna?

Nello specchio guardatevi: vigliacchi
che scansate la pena della verità,
avversi ad imparare e che il pensiero
ai lupi rimettete,
l’anello al naso è il vostro gioiello più caro,
nessun inganno è abbastanza cretino, nessuna
consolazione abbastanza a buon prezzo, ogni ricatto
troppo blando per voi.
Pecore, a voi sorelle
son le cornacchie, se a voi le confronto.
Voi vi accecate a vicenda.
Regna invece tra i lupi
fraternità. Vanno essi
in branchi.

Siano lodati i banditi. Alla violenza
voi li invitate, vi buttate sopra
il pigro letto
dell’ubbidienza. Tra i guaiti ancora
mentite. Sbranati
volete essere. Voi
non lo mutate il mondo.

HANS MAGNUS ENZENSBERGER

 

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C’è un nuovo sceriffo in città

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

Vi proponiamo un testo che ci è parso esemplare di uno spirito aborrito dalla moderna pedagogia (e soprattutto dall’anti-pedagogia). A noi sembra bellissimo, sia letterariamente che come paradigma dell’unico vero rapporto possibile tra docente e discente. Chi ha la pretesa di insegnare deve far leva su una qualche abilità, congenita o acquisita, che gli garantisca il diritto di dettare le regole. Questa abilità ha da essere inerente non allo studio, ma alla “vita”, o meglio a ciò che è inteso come tale da chi dovrebbe ascoltare. Non è una condizione sufficiente, ma senz’altro è necessaria. Il resto, in genere, viene da solo.

L’autore del brano, Giovanni Mosca, era insegnante elementare negli anni ‘20. Ha lasciato una bellissima testimonianza di quel periodo nei “Ricordi di scuola”, che ci parlano di cose come l’amore per la propria funzione, la serietà, l’impegno, senza risultare stucchevoli o retorici. Quella di Mosca non è la scuola “possibile”, ma la scuola che è stata possibile e che mai si è realizzata. L’utopia di una scuola umana. Al confronto i vari Starnone, D’Orta e compagnia cantante si rivelano patetici giullari, che mentre si illudono di irridere il sistema con la demenzialità, titillano la stupidità di un pubblico che è già la caricatura di se stesso.

A proposito di demenza, Giovanni è il padre del famigerato Maurizio Mosca. Quando si dice la degenerazione della specie. Forse forse, Rousseau non fu così infame, ma solo preveggente.

Se non l’avessi sospirata per un anno, quella nomina, se non avessi avuto, per me e per la mia famiglia, una enorme necessità di quello stipendio, forse me ne sarei andato, zitto zitto, e ancora oggi, probabilmente, la V C sarebbe in attesa del suo domatore; ma mio padre, mia madre, i miei fratelli aspettavano inpazienti, con forchetta e coltelli, ch’io riempissi i loro piatti vuoti; perciò aprii quella porta ed entrai.
Improvvisamente, silenzio.
Ne approfittai per richiudere la porta e salire sulla cattedra. Seduti sui banchi, forse sorpresi dal mio aspetto giovanile, non sapendo ancora bene se fossi un ragazzo o un maestro, quaranta ragazzi mi fissavano minacciosamente. Era il silenzio che precede le battaglie.
Di fuori era primavera; gli alberi del giardino avevano messo le prime foglioline verdi, e i rami, mossi dal vento, carezzavano i vetri delle finestre.
Strinsi i pugni, feci forza a me stesso per non dire niente: una parola sola avrebbe rotto l’incanto, e io dovevo aspettare, non precipitare gli avvenimenti.
I ragazzi mi fissavano, io li fissavo a mia volta come il domatore fissa i leoni, e improvvisamente compresi che il capo, quel Guerreschi di cui mi aveva parlato il Direttore, era il ragazzo di prima fila – piccolissimo, testa rapata, due denti di meno, occhietti piccoli e feroci – che palleggiava da una mano all’altra un’arancia e mi guardava la fronte.
Si capiva benissimo che nei riguardi del saporito frutto egli non aveva intenzioni mangerecce.
Il momento era venuto.
Guerreschi mandò un grido, strinse l’arancia nella destra, tirò indietro il braccio, lanciò il frutto, io scansai appena il capo, l’arancia s’infranse alle mie spalle, contro la parete. Primo scacco: forse era la prima volta che Guerreschi sbagliava un tiro con le arance, e io non m’ero chinato: avevo appena appena scansato il capo, quel poco ch’era necessario.
Ma non era finita.
Inferocito, Guerreschi si drizzo in piedi e mi puntò contro – caricata a palline di carta inzuppata con la saliva – la sua fionda di elastico rosso.
Era il segnale: quasi tutti contemporaneamente gli altri trentanove si drizzarono in piedi, puntando a loro volta le fionde, ma d’elastico comune, non rosso, perché quello era il colore del capo.
Mi sembrò d’essere un fratello Bandiera.
Il silenzio s’era fatto più forte, intenso.
I rami carezzavano sempre i vetri delle finestre, dolcemente. Si udì d’improvviso, ingigantito dal silenzio, un ronzio: un moscone era entrato in classe, e quel moscone fu la mia salvezza.
Vidi Guerreschi con un occhio guardare sempre me, ma con l’altro cercare il moscone, e gli altri fecero altrettanto, sino a che lo scoprirono; e io capii la lotta che si combatteva in quei cuori: il maestro o l’insetto?
Tanto può la vista di un moscone sui ragazzi delle scuole elementari.
Lo conoscevo bene il fascino di questo insetto, ero fresco fresco di studi e neanch’io riuscivo ancora a rimanere completamente insensibile alla vista di un moscone.
Improvvisamente dissi:
– Guerreschi, – il ragazzo sobbalzò, meravigliato che io conoscessi il suo cognome – ti sentiresti capace, con un colpo di fionda, di abbattere quel moscone?
– È il mio mestiere – rispose Guerreschi, con un sorriso.
Un mormorio corse tra i compagni.
Le fionde puntate contro di me si abbassarono, e tutti gli occhi furono per Guerreschi che, uscito dal banco, prese di mira il moscone, lo seguì, la pallina di carta fece: den! contro la lampadina, e il moscone, tranquillo, continuò a ronzare come un aeroplano.
– A me la fionda! – dissi.
Masticai a lungo un pezzo di carta, ne feci una palla e, con la fionda di Guerreschi, presi, a mia volta, di mira il moscone.
La mia salvezza, il mio futuro prestigio erano completamente legati a quel colpo.
Indugiai a lungo, prima di tirare:
– Ricordati – dissi a me stesso – di quando eri scolaro e nessuno ti superava nell’arte di colpire i mosconi.
Poi, con mano ferma, lasciai andare l’elastico: il ronzio cessò di colpo e il moscone cadde morto ai miei piedi.
– La fionda di Guerreschi – dissi tornando immediatamente sulla cattedra e mostrando l’elastico rosso – è qui, nelle mie mani. Ora aspetto le altre.
                                                                                                                     GIOVANNI MOSCA

 

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Io sono lento.

Prego, si regoli di conseguenza.

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 6, maggio 1997

John Franklin aveva già dieci anni ed era ancora così lento da non riuscire ad afferrare la palla.

Così inizia La scoperta della lentezza, biografia romanzata, scritta da Sten Nadolny, dell’uomo che divenne nel secolo scorso uno dei più capaci e famosi ammiragli della gloriosa Marina Britannica. Franklin entrò nella storia per aver cercato il Passaggio a Nord-Ovest; quella rotta che partendo dall’Oceano Atlantico, e attraversando le infinite insenature situate a nord del Canada, raggiunge lo stretto di Bering, quindi l’Oceano Pacifico.

Pochi credevano nell’esistenza di una via per mare che congiungesse i due maggiori oceani, senza passare per la Siberia. John Franklin era uno di quelli; era un uomo che aveva un sogno e morì in vista della sua meta.

Strano: quanto più John si avvicinava alla meta, tanto più sentiva che non gli era più necessaria. […] Aveva soltanto il desiderio di poter essere in viaggio, proprio come ora, in viaggio d’esplorazione, sino alla fine della vita. Un sistema di vita e di navigazione “alla Franklin”.

Non riuscì nell’impresa in quanto il ghiaccio artico imprigionò l’Erebus e il Terror, le due navi da lui comandate; la fame e il freddo obbligarono l’equipaggio ad abbandonarle al loro destino e a dirigersi a sud, alla ricerca di insediamenti umani. Nessuno si salvò, e dopo molti tentativi di soccorso – organizzati in prevalenza dalla moglie – si trovarono solo dei resti umani disseminati in molte miglia quadrate, come se gli uomini della colonna fossero morti uno ad uno dopo una terribile agonia. Si ritiene addirittura che la fame abbia indotto molti al cannibalismo, ma neppure ciò servì a farli sopravvivere.

Franklin incarna un desiderio primordiale, che fa parte della natura stessa dell’uomo: il viaggio, inteso sempre e comunque come viaggio di esplorazione.

L’unicità di quest’uomo sta nel fatto che seppe navigare lungo una rotta che lo portò a scoprire la paura, la coscienza di essere diverso dagli altri, la consapevolezza di non riuscire a percepire gli eventi coi tempi di tutti.

Potrei qui descrivere le gesta di un uomo che indubbiamente permise un passo avanti nell’esplorazione di quelle zone impervie e sconosciute, ma credo che qualunque testo storico possa essere più esauriente. Mi è più caro porre l’accento, usando stralci dello stesso libro di Sten Nadolny, su come Franklin abbia inteso l’esistenza e come abbia saputo piegare le leggi della vita sociale al suo sistema di vita.

Già dalle prime pagine si capisce che l’uomo in questione non era comune. Aveva una differente percezione del tempo e dalle velocità in cui avvenivano i fatti, cosa che lo costringeva inizialmente a collezionare e memorizzare una serie di fatti e di relative reazioni, in modo da essere sempre più veloce – attingendo appunto al suo archivio mentale – quando doveva affrontare una situazione. Usò il proprio difetto mentale per ricucire meticolosamente ciò che il mondo caotico apriva, come un chirurgo fa con le ferite.

Amava la calma, ma era necessario anche saper fare le cose in fretta. Quando non ci riusciva, tutto gli si rivoltava contro. Dunque doveva riguadagnare terreno.

John sedeva tutto imbacuccato davanti alla baracca e guardava la tempesta autunnale che spazzava via a mucchi le ultime foglie dai rami. Fissava lo sguardo su una determinata foglia e aspettava finché cadeva. Spesso tutto ciò durava molte ore, durante le quali poteva meditare senza meta e senza fretta.

Non so se questa sua caratteristica sia documentata storicamente o se è un’invenzione dello scrittore, ma ciò non è importante al fine di comprendere la fattibilità di un metodo di vita sostanzialmente in antitesi con quello della società attuale, ingorda di tempo, nella quale il ritornello ricorrente sembra essere quello del coniglio bianco di Alice: “è tardi, è tardi!”.

Comunque, osservando un suo ritratto sono indotto a credere che Franklin fosse veramente così.

John Franklin era uno che faceva pause, anche quando non gli erano necessarie. Non era il navigatore ad avere bisogno della pausa, bensì la pausa ad avere bisogno del navigatore.

Quest’uomo si scosta indubbiamente dai canoni dell’eroe romantico in voga ai suoi tempi, ed ancor più da quelli odierni. L’incapacità di inseguire gli eventi che fagocitavano velocità lo portò a sviluppare un proprio metodo di apprendimento, basato sull’osservazione di un fatto per un tempo più o meno lungo, durante il quale rifletteva sul da farsi, per poi, con estrema semplicità, agire di conseguenza. E quando ciò accadeva, la sua scelta era sempre la più razionale e logica.

Tutti gli altri devono adattarsi al mio ritmo, perché è il più lento. Solo se questo punto viene rispettato possono subentrare la sicurezza e l’attenzione. Sono un amico di me stesso. Prendo sul serio ciò che penso e ciò che sento. Il tempo che mi occorre per questo non è mai sprecato. Lo stesso atteggiamento concedo anche agli altri. Se possibile, bisogna ignorare l’impazienza e la paura, il panico è severamente vietato.

La sua capacità di riflettere sulla situazione che si veniva a creare – fosse pure complicata e richiedesse un’azione immediata – faceva sì che l’affrontasse comunque con la calma dei saggi, la logica e la freddezza dei grandi.

La pazienza è eroica perché non ha nessuna apparenza d’eroico.    GIACOMO LEOPARDI

Una sola cosa era ancora peggiore: la campana della nave che si metteva a suonare da sola. Ma questo non succedeva mai, o non poteva più essere raccontato, perché allora le navi colavano rapidamente a picco con uomini e topi. […]

Subito dopo la dritta della nave andò a sbattere contro la massiccia banchisa. Tutti gli uomini andarono a gambe all’aria, nessuno riusciva a star ritto, era come se fosse stato tolto loro un tappeto da sotto i piedi. Poi ci fu un suono terribile, un segnale di morte: la campana della nave suonò. John si aggrappò con le unghie per rimettersi in piedi, indicò la coffa di trinchetto e gridò: “Mollare i terzaroli!” Tutti lo guardarono come se notassero i primi sintomi di una malattia mentale. Un altro cavallone tuonò lì accanto e sbatté di nuovo la nave contro la parete come un uovo in padella. Gli alberi si piegarono come steli. E in quel frangente uno doveva arrampicarsi sui pennoni e – come aveva detto? – “mollare i terzaroli”? La campana della nave suonava come un’ossessa. Naturalmente suonava! Era la fine! Avrebbe continuato a suonare finché fossero morti. Gli uomini si tenevano aggrappati a qualcosa, più nessuno si muoveva. All’ondata successiva, stessa cosa. La nave era perduta.

John Franklin era sempre più strano. Ora stava afferrando con la mano destra la spalla sinistra, tenne la presa e si mise a tirare con tutte le sue forze. Voleva togliersi i gradi o strapparsi in due pezzi? Comunque era diventato pazzo, questa era la prova. Gilbert bestemmiava, Kirby pregava, tutti pregavano. Chissà se Kirby avrebbe parlato ancora una volta delle ragazze?

Franklin si strappò la manica dalla giacca dell’uniforme, si arrampicò fino alla campana della nave e, tra un rovescio di tempesta e l’altro, disse al primo ufficiale: “Mr. Beechey, sia così gentile da far mollare i terzaroli sull’albero di prua.” Poi avvolse lo spesso panno dell’uniforme attorno al batacchio della campana, fece un nodo e tirò come se volesse strangolare un elefante. “Adesso staremo tranquilli!” disse contento, come se avesse imbavagliato anche la tempesta.

La peculiarità che mi affascina in questo personaggio è l’arte di saper ascoltare, merce rara al giorno d’oggi. Lo si scopriva a prestare eguale attenzione agli uomini come agli eventi, anche quando richiedevano una risposta immediata, come il rischio di un naufragio. Aveva il suo tempo per ogni cosa, dopodiché con la stessa naturalezza impartiva ordini o dava consiglio.

Un lunedì sera Richardson gli chiese: “ma lei non ha paura del nulla?” e John tacque, meditando fino a martedì. Poi il dottore chiese: “Se esiste l’amore, non dovrebbe esistere un vertice, una summa d’amore?” Allora John rispose alla domanda del giorno precedente: “Non ho paura di questo, perché posso immaginare il nulla come qualcosa di abbastanza tranquillo.” Sull’amore al momento continuò a tacere. Il mercoledì sera parlarono a lungo, perché era la volta della vita eterna. Richardson parlò della prospettiva di rivedere persone perdute. Questo interessò John a tal punto, che dimenticò completamente di rispondere a proposito dell’amore. Comunque, quando osservava Hood, gli sembrava che l’amore fosse più una malattia che qualcosa di divino. “Ci sono persone che stanno andando e persone che stanno arrivando. Ciò che arriva in fretta, passa anche in fretta. È come guardare dal finestrino di una carrozza, niente resta fermo. Di più non so dire.”

Un libro, un personaggio del genere rimane un sicuro approdo per coloro che ricercano l’isola dove abiti ancora la pazienza.

Ad Akaitcho non sfuggiva nulla. Né della delusione di John riguardo alle società per il commercio delle pellicce e alle stoltezze di Back, né delle tensioni all’interno del gruppo. Un giorno disse: “I lupi sono diversi. Si amano, si toccano col muso e si nutrono reciprocamente.” Adam tradusse.

John divenne un po’ incerto. Era difficile dare una risposta ad Akaitcho senza parlare più o meno dei suoi compagni di viaggio. Quindi si limitò a inchinarsi e a tacere. La sera aveva preparato la risposta: “Ho riflettuto molto sui lupi. Hanno il vantaggio di non poter parlare l’uno dell’altro.”

Ora fu Akaitcho ad inchinarsi.

Collezione di licheni bottone

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La metastasi dell’utopia

Considerazioni su “Il legno storto dell’umanità” di Isaiah Berlin

di Paolo Repetto, 1996

Una naturale disposizione (curiosità onnivora e dispersiva, difficoltà ad accedere ai livelli alti dell’astrazione), coltivata e rafforzata da una formazione culturale tutt’altro che lineare (laurea in Lettere moderne, ma con tesi in Sociologia, e attenzione volta preminentemente alla storia e alle scienze biologiche) mi ha portato da sempre a preferire ai percorsi verticali della speculazione filosofica quelli orizzontali della “storia delle idee”. Traggo quest’ultima dizione dal sottotitolo del libro di Isaiah Berlin, Il legno storto dell’umanità, che recita Capitoli di una storia delle idee, e la adotto sia per definire quello che mi sembra essere il vero ambito dei miei interessi sia per giustificare il conseguente tipo di approccio. In pratica, sono incline a seguire il flusso emerso delle idee verso la foce, a coglierne le proprietà erosive o fertilizzanti, o la tendenza a impaludarsi, e a valutarne portata e debiti agli immissari raccolti per strada, piuttosto che ad indagarne analiticamente le componenti alla sorgente: e pur rendendomi conto dei limiti e dei rischi insiti in questa attitudine all’osservazione di superficie, ritengo possa anch’essa produrre frutti positivi.

Un’autorevole conferma a questo convincimento la fornisce (fatte le debite proporzioni) proprio l’opera di Berlin. Isaiah Berlin rifiuta l’etichetta di “filosofo” e le contrappone, riferita a sé, quella di intellettuale; ritiene che la filosofia imponga una sistematicità ed una erudizione disciplinare specifica per le quali non ha disposizione, e alle quali preferisce di gran lunga una cultura “generale”, aperta a tutti gli stimoli conoscitivi ma soprattutto capace di cogliere i fenomeni culturali entro l’orizzonte più vasto possibile dei loro sviluppi e delle loro derive. La sua posizione non è dettata né da un dissenso sui modi né da perplessità sui fini del filosofare: afferma semplicemente di “aver smesso di fare filosofia così come è insegnata nella maggior parte delle università di lingua inglese, e come pensa debba essere insegnata”, per dedicarsi ad un campo di ricerca in cui al termine di una vita di studio si possa almeno sperare di saperne di più di quando si è cominciato. Il che non suona a mio avviso come un atto di accusa, ma piuttosto come un consapevole gesto di umiltà.

Il campo scelto da Berlin è per l’appunto la storia delle idee, che nel caso della sua ricerca finisce per identificarsi sempre più con la storia delle varianti di lettura applicate nel tempo ad una idea centrale nella riflessione politica e filosofica, quella di libertà. La breve autobiografia intellettuale preposta ai saggi raccolti nel volume La ricerca dell’ideale, che costituisce, per semplicità di linguaggio e chiarezza concettuale una splendida occasione di lettura propedeutica allo studio filosofico per gli allievi dell’ultimo anno delle superiori, ci offre tutte le coordinate per ricostruire le tappe di una progressione esemplare dalla consapevolezza culturale alla professione etica. Questo itinerario passa attraverso alcuni incontri determinanti, quelli col pensiero di Machiavelli, di Vico e di Herder, in una sequenza che Berlin ritiene inevitabile (“poi, naturalmente, arrivai a J.G. Herder”).

La lettura di Machiavelli è determinante per la svolta “storicistica” di Berlin, e conseguentemente per il suo distacco dalla philosophia perennis. Fa crollare il suo iniziale convincimento che non potesse esserci conflitto tra fini veri, tra vere risposte ai problemi centrali della vita, al quale si oppone ora l’idea che non tutti i valori supremi perseguiti dall’umanità nel corso della sua storia siano stati compatibili tra loro, pur risultando nei rispettivi domini, a livello razionale, egualmente fondati ed autentici. Non è tanto l’autonomia della politica dalla morale e dalla religione a colpirlo, quanto la percezione più generalizzata della non compatibilità di concezioni che, pure inconciliabili, sono ritenute altrettanto valide sul piano etico come su quello logico (sia quelle morali che quelle politiche sono in fondo definite da Machiavelli virtù).

Con Vico, secondo Berlin, viene compiuto il passo decisivo, la svolta irreversibile del pensiero europeo. In base al principio per il quale ogni mondo storico, ogni cultura, ogni civiltà è diversa da ogni altra, e le differenze nei valori di riferimento, pur senza essere assolute, sono comunque profonde, inconciliabili, non riconducibili ad una sintesi finale, diventa assurda la pretesa, sottesa a tutte le concezioni filosofiche e politiche del pensiero occidentale sino al XVIII° secolo, di trovare la risposta unica ai problemi fondamentali dell’umanità, e di attuare soluzioni valide per tutti.

Mentre in Vico questo principio discende da una lettura storica, in chiave di fasi, di successione di civiltà, con Herder esso viene desunto da una indagine di matrice già antropologica, che valorizza come vitale e fecondo ciò che è singolare ed unico, che foggia la lingua così come i sentimenti e i pensieri degli uomini, determinandone l’appartenenza ad una “comunità”, e che ispira loro risposte diverse ai problemi comuni, profondamente legate agli specifici caratteri ambientali, temporali e culturali. Nessuna di queste risposte è migliore o superiore ad altre, semplicemente è diversa, non commensurabile, e costituisce un patrimonio unico e inconfondibile.

Parrebbe a questo punto inevitabile lo scivolamento nel relativismo culturale. Ma Berlin contesta (e questa contestazione è l’oggetto di due dei saggi contenuti nel volume, Giovan Battista Vico e la storia della cultura e Sul presunto relativismo nel pensiero del Settecento) questa ineluttabilità. A differenza di tutti gli altri pensatori, compresi Leibnitz, Hume, Diderot, Montesquieu, ecc…, che tendono a leggere le differenze solo come variabili ambientali, e mantengono ferma la convinzione di una invariabilità della natura umana (postulando, con questo, la riconducibilità dell’intero genere umano a criteri di valore assoluti, e quindi a parametri scalari di valutazione), Vico ed Herder rifiutano l’applicabilità delle leggi delle scienze naturali all’uomo e ai suoi comportamenti. Ora, l’assenza di parametri non implica l’assenza di valori oggettivi: implica semplicemente l’impossibilità di una condivisione universale e totale dei valori. Ma se non sempre è possibile condividere i valori di altre culture, è tuttavia consentito, con una sufficiente apertura mentale, comprenderli, o almeno capire che sono valori, allo stesso titolo di quelli da noi perseguiti. Mentre il relativismo sostiene che non esistono valori oggettivi e sbocca facilmente nel determinismo e nell’irrazionalismo, il pluralismo si risolve invece nella nozione di una pluralità di valori non strutturata gerarchicamente, e aperta alla conflittualità: “una pluralità di valori, tutti ugualmente autentici, ugualmente ultimi e, soprattutto, ugualmente oggettivi”. Questa è per Berlin l’essenza del pluralismo: cioè di una concezione per la quale sono molti e differenti i fini cui gli uomini possono aspirare restando pienamente razionali, pienamente umani, capaci di comprendersi e di solidarizzare tra loro. La possibilità di comprensione e di solidarietà al di là dei confini di spazio e di tempo presuppone naturalmente che qualche valore in comune esista. Berlin si spinge sino a definirlo un mondo di valori oggettivi, intendendo per tali quei fini o quei principi morali che restano “entro l’orizzonte umano”, tra i quali ci può essere incompatibilità, ma non impossibilità di comprensione. Proprio il conflitto di valori “fa parte di ciò che sono i valori e di ciò che siamo noi stessi”. Non dobbiamo drammatizzarlo. Noi siamo condannati a scegliere, e ogni scelta può comportare una perdita irreparabile: ma il campo di scelta è sempre delimitato dalle forme di vita della società cui apparteniamo, ed è comunque ristretto ad un patrimonio comune di idee e convinzioni appartenenti a quello che si potrebbe definire il “fondo umano” della comune umanità, quel “minimo di terreno morale comune” intrinseco nella possibilità di comunicazione umana.

Ma da quale tipo di comunicazione ci è consentita la “comprensione” di determinate idee? Berlin questo non lo esplicita, ma lo suggerisce quando tira le fila del suo percorso pervenendo ad una proposta etica, a stabilire delle priorità. Se il piano fosse soltanto quello logico-relazionale davvero ci troveremmo di fronte ad una incompatibilità assoluta, e la comprensione risulterebbe sterilmente conflittuale. In realtà, secondo Berlin, è proprio quel terreno morale comune a darle un senso, a garantirne la possibilità. Il suo pluralismo culturale non esclude l’universalismo morale, anzi, è proprio quest’ultimo a riscattarne l’apparente relativismo. Si potrebbe affermare che il pluralismo concerne la direzione della scelta, l’imperativo etico la sua necessità, e il tempo e l’ambiente ne tracciano i confini. Come scrive Berlin “possiamo fare solo quel che possiamo (in quanto condizionati storicamente e culturalmente) ma questo dobbiamo farlo, nonostante le difficoltà”.

La centralità dell’approdo al pluralismo per il pensiero occidentale è ribadita da Berlin in tutti gli altri saggi contenuti nel volume, a dire il vero quasi negli stessi termini (ma è spiegabile, trattandosi di scritti che coprono un arco di trent’anni e che avevano, all’origine, destinazioni autonome). Ma confrontarsi col pluralismo non significa automaticamente, per questo pensiero, assumere un’attitudine pluralistica: anzi, secondo Berlin è stato proprio il venir meno della fede nell’universalità e unicità dei valori, fossero essi riferiti agli assunti aprioristici della teologia o della metafisica, ovvero alle leggi e alle regole convalidate dall’esperienza empirica e dalla capacità di controllo sulla natura, a determinare quella svolta soggettivistica che ha preso il nome di Romanticismo (cfr. il saggio L’apoteosi della volontà romantica). Dallo Sturm und Drang in poi la cultura tedesca prende sempre più decisamente le distanze dallo scientismo materialistico degli illuministi, per dare spazio all’opzione volontaristica. È Fichte, secondo Berlin, il vero padre del Romanticismo. Per Fichte valori, principi, fini morali e politici non sono oggettivamente dati, non sono imposti dalla natura o da un dio trascendente a colui che agisce, non debbono essere “scoperti”. È l’agente a determinare lo scopo, a crearlo, e lo può fare perché la sua essenza è la libertà, intesa come autonomia. E dal momento che è la pressione di ciò che gli è esterno a dargli consapevolezza della sua essenza, questa pressione gli farà scoprire di converso l’importanza di ciò che gli appartiene, della lingua che parla, della cultura e della tradizione di cui è nutrito, del suolo sul quale vive: in sostanza, l’importanza di appartenere ad una nazione. Che non è la stessa cosa della comunità di Herder, anche se ne è una diretta filiazione, perché si presenta animata da una strenua volontà di autoaffermazione, da un’attitudine “offensiva”, laddove il risalto dato da Herder alla comunità aveva piuttosto una valenza difensiva.

Il percorso dall’affermazione dell’idea nazionale al trionfo del nazionalismo, quindi all’apparente disperdersi di quest’ultimo nella notte nera della globalizzazione e infine all’inaspettata sua reviviscenza negli ultimi decenni del XX° secolo, è delineato dall’autore nei due saggi Il declino delle idee utopistiche in occidente e Il ramoscello incurvato. Berlin qualifica il nazionalismo come condizione esaltata della coscienza nazionale, la quale ultima può essere, e talvolta è stata, tollerante e pacifica. Ritiene che a causare questa condizione siano di solito le ferite, una qualche forma di umiliazione collettiva, e spiega il suo manifestarsi in terra tedesca proprio con la marginalità germanica rispetto alla grande rinascita dell’Europa occidentale nell’età moderna e con il senso di frustrazione e di ribellione della sua classe intellettuale contro il dominio della cultura francese. Non ritiene tuttavia imputabili a Fichte o a Hegel, e tantomeno ad Herder, l’origine del furibondo nazionalismo degli scrittori tedeschi più tardi, che pure al loro insegnamento si rifacevano. Le spiegazioni che offre delle derive sciovinistiche, xenofobe e razziste di questo atteggiamento sono piuttosto vaghe, forse condizionate dall’intenzione di attenersi ad una “storia delle idee”, evitando contaminazioni con diversi, più materialistici, approcci storici: e tuttavia non mancano di interesse e di profondità. Per Berlin in definitiva è in atto, da due secoli, una sorda ribellione contro le pretese omologanti, sotto diverse specie, del razionalismo, contro l’idea utopistica di realizzare nel futuro la vera conoscenza e la perfetta società, di uniformare cioè i saperi, i desideri, le speranze e le finalità. Questa pretesa si è incarnata di volta in volta nel liberalismo, nel marxismo, nel positivismo, e tende oggi più che mai a tradursi in realtà di fatto in una società che pianifica, classifica, computerizza e controlla ogni attività ed ogni istanza. “Nelle società industriali o postindustriali, a protestare sono individui o gruppi che non vogliono farsi trascinare dal carro trionfale del progresso scientifico, interpretato come l’accumulazione di beni e servizi materiali e di congegni volti a disporre utilitaristicamente delle loro vite. Nei territori poveri, o ex-coloniali l’aspirazione dei più ad essere trattati alla pari con gli antichi padroni – ossia come esseri umani a pieno titolo – prende spesso la forma dell’autoaffermazione nazionalistica. Il desiderio ardente dell’indipendenza individuale e nazionale nasce dal medesimo senso di dignità oltraggiata… Il soggetto che cerca la sua libertà d’azione, che vuole decidere della propria vita, può essere grande o piccolo, regionale o linguistico. Oggigiorno tende ad essere collettivo e nazionale o etnico-religioso piuttosto che individuale. E cerca sempre di resistere alla diluizione, all’assimilazione, alla spersonalizzazione. Paradossalmente, proprio il trionfo universale del razionalismo scientifico – il grande movimento sette-centesco volto a liberare gli uomini dalla superstizione e dall’ignoranza, dall’egoismo e dall’avidità dei re, dei preti e delle oligarchie, e soprattutto dai capricci delle forze della natura – ha imposto un giogo che a sua volta ha evocato un’ansia sin troppo umana di indipendenza dal suo dominio”.

Il capitolo più corposo di questa sua storia delle idee Berlin lo dedica a Joseph De Maistre e le origini del fascismo. L’analisi della personalità e del pensiero del savoiardo risulta, oltre che di gran lunga anticipatrice (il saggio è stato scritto prima del 1960), anche decisamente più illuminante rispetto alla rilettura che negli anni ‘80 ne è stata fatta in ambienti culturali diversi, da parte sia della nuova destra che di una sinistra più spregiudicata che illuminata. La riabilitazione di gran parte del pensiero reazionario e conservatore in chiave anti-industrialistica e anti-capitalistica ha indotto a privilegiarne gli aspetti profetici sui destini della civiltà di massa e sui rischi dell’egualitarismo omologante, e in questo senso era difficile trovare pensatori che si prestassero al recupero meglio di De Maistre o di Carlyle. Berlin analizza quelle stesse componenti del pensiero del primo che sono state successivamente rivalutate da Alain de Benoist, ma ne trae risultanze decisamente diverse. Nel quadro apocalittico che il conte disegna della modernità egli scorge non la resistenza disperata al trionfo della quantità e alla logica del capitale, ma il germe già maturo del totalitarismo. De Maistre parte da una visione profondamente pessimistica della natura umana. In netta antitesi col pensiero settecentesco (ma anche con gran parte di quello romantico) considera l’umanità in genere come debole, cattiva, meschina: ma nella sua concezione l’individuo ha la possibilità di scegliere, non è del tutto determinato come risulta, a suo giudizio, nella visione materialistica, naturalistica o scientifica. Può scegliere tra il bene, che è il completo assoggettamento al progetto divino, e il male, che è il caos, l’anarchia, la corruzione. Il bene si identifica con lo stato, inteso da De Maistre come non come istituzione politico-amministrativa strumentale alla gestione dei rapporti sociali, ma come una vera e propria religione. Ciò che questa religione chiede non è un’obbedienza condizionata, il contratto-commercio di Locke e dei protestanti, ma la dissoluzione dell’individuo nello Stato, il quale incarna l’anima generale, l’unità morale assoluta, ed ha una ragione d’essere intrinseca, autonoma rispetto alle volontà dei singoli e svincolata da qualsivoglia finalità utilitaristica. Gli uomini devono donare – e non semplicemente prestare – se stessi.. Ogni resistenza individuale in nome di diritti o bisogni immaginari atomizzerà il tessuto sociale e quello metafisico, che solo ha il potere sulla vita. “Questo non è autoritarismo … La facciata del sistema di De Maistre sarà pur classica, ma dietro ad essa sta qualcosa di spaventosamente moderno e di violentemente opposto alla dolcezza e alla luce … La dottrina della violenza come cuore delle cose, la fede nel potere delle cose oscure, la glorificazione delle catene come unico strumento capace di raffrenare gli istinti autodistruttivi dell’uomo, l’appello alla fede cieca di contro alla ragione … la dottrina del sangue e dell’autoimmolazione, la nozione del carattere assurdo dell’individualismo liberale, e soprattutto dell’influenza sovversiva degli intellettuali critici sciolti da ogni controllo; è una musica che abbiamo sicuramente ascoltato più volte. In una forma più semplice e indubbiamente molto più grezza, ma equivalente nella sostanza all’insegnamento di De Maistre, essa è il nocciolo di tutte le dottrine totalitarie”.

Non mi rimane che ribadire, a conclusione di questo affrettato excursus, il convincimento relativo al potenziale uso didattico di questo volume, o almeno di alcuni dei saggi in esso raccolti. La loro lettura potrebbe costituire un eccellente percorso a latere rispetto alla normale didattica di Storia della Filosofia nell’ultima classe. Personalmente rimpiango di non essere stato avviato alla consuetudine con testi di questo tipo all’epoca dei miei studi liceali. Probabilmente avrei compreso prima, e forse in tempo, che la storia delle idee assume un significato ben diverso quando si conosce anche la chimica delle idee: e che solo a ciò che si possiede ci si può permettere di rinunciare, senza perderlo.

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Manuale di sopravvivenza (1)

ad uso di giovani perplessi

di Paolo Repetto, 1996

Perplessi a proposito di che? C’è il pericolo, a rispondere, di recare offesa all’intelligenza dei lettori. Ma un manuale che si rispetti non deve dare alcunché per scontato, meno che mai il fatto che i suoi lettori siano tutti intelligenti e abbiano idee chiare sulla perplessità. Quindi partiamo proprio da quest’ultima.

La perplessità è uno stato d’animo che certo psicologismo all’ingrosso tende a confondere e a spiegare con l’insorgere di un dubbio. Ma è una sovrapposizione errata. La perplessità confina col dubbio, ma ne è già un superamento. Supponiamo ch’io mi ponga il problema ontologico per eccellenza: Dio esiste? Qui siamo di fronte ad un dubbio, indotto da due mozioni contrapposte (che potremmo definire mozione degli affetti, o della volontà, quella che ci fa alzare gli occhi al cielo stellato, e pensare che deve avere un senso, e mozione dell’intelligenza, o della razionalità, quella che ce li abbassa su ciò che ci accade attorno, sulla storia, e che ci fa decidere che non ha senso alcuno). Mettiamo ora invece che io abbia zittiti gli affetti e lasciata briglia sciolta alla razionalità, che dia cioè per scontato che Dio non c’è. Ho superato il dubbio, ma quel che mi rimane non lo posso davvero definire una certezza. Va bene, non c’è: ma adesso?

Questo è lo stato d’animo che possiamo definire di perplessità: una condizione etica, quindi, non conoscitiva. Anzi, uno spiazzamento etico che è conseguente ad una condizione conoscitiva. Il che significa, paradossalmente, che non posso essere perplesso se non ho chiaro il quadro rispetto al quale si manifesta la mia perplessità. Il dubbio è figlio dell’ignoranza, o quanto meno della insufficiente informazione: la perplessità è frutto della conoscenza.

L’assunto di questo manuale non è quindi quello di liberare il giovane dalla perplessità, ma, casomai, di condurlo ad essa per mano, attraverso la liquidazione dei dubbi. Che è poi l’assunto di tutte le maieutiche serie da Socrate a noi, anche di quelle che predicano il dubbio metodico come arma conoscitiva. Tradotto in polpettine politiche, ad esempio, il problema vero non è se io possa nutrire dubbi sulla necessità di fermare Fini e Berlusconi, quanto se non debba avere qualche perplessità a considerare Prodi e D’Alema come alternative reali. E con questo abbiamo già scoperto il gioco e, senza tanti preamboli, siamo finiti dritti al cuore: al nostro cuore. Ma prima, come fa ogni buon manuale, abbozziamo un quadro riassuntivo della situazione.

Si danno dunque tre possibili atteggiamenti:

a) la perplessità. È l’atteggiamento di chi conosce, e proprio perché conosce si pone i problemi nella sfera dell’agire.

b) il dubbio. È l’atteggiamento di chi sta sulla via della conoscenza, ma non riesce a venir fuori dal guado. Può preludere alla perplessità, ma se diviene sistematico inibisce ogni scelta, e diventa assimilabile al terzo, ovvero a

c) l’imbecillità. È la disposizione più diffusa, esclude ogni dubbio e, conseguentemente, ogni perplessità. È il modo d’essere di chi non solo “l’ombra sua non cura”, ma nemmeno si accorge se c’è il sole o fa nuvolo. Questa terza attitudine cade naturalmente esterna al nostro campo di riferimento; ma non ci sono dubbi sulla sua esistenza, e sul fatto che condizione del suo esistere sia proprio l’assenza di dubbio (assenza, si badi bene, non superamento). Ciò significa che occorre tenerne conto, in ogni istanza progettuale, riguardi questa il proprio conoscere o il proprio agire, sia pure solo come di un fastidioso accidente, che non deve condizionarti la vita ma può guastartene il piacere.

Torniamo ora al cuore. È assiomatico che il nostro cuore batta a sinistra, e non solo anatomicamente. Questo non perché si presuma che solo tra coloro che si collocano a sinistra possa sbocciare il perplesso, ma perché qui si assume che proprio lo stato di perplessità collochi a sinistra (e che questa sia una condizione necessaria, anche se non del tutto sufficiente). Il che in soldoni significa che la determinante dello stare a sinistra non è in una professione o in una militanza ideologica, ma in uno stato particolare di coscienza critica di sé e del mondo. Sono a sinistra quando il mio superamento del dubbio si traduce in perplessità, sono a destra quando non sono sfiorato dal dubbio, o quando lo supero solo pervenendo a inossidabili certezze.

Può sembrare una formulazione semplicistica, invece è solo semplice, ed ha quanto meno un pregio: non fa eco alle ciàcole sullo stato di salute della sinistra che da decenni tengono occupati i professionisti del pensiero. Questi non conoscono di certo la perplessità, e quand’anche sembrino manifestarla si tratta solo di inconvenienti tecnici, pile scariche o testine di riproduzione sporche.

Via dunque questa spazzatura, e ricominciamo da capo. Non da zero, però. Perché sappiamo che il problema da affrontare concerne l’essenza, non certo l’esistenza della sinistra. La domanda cui dobbiamo rispondere va pertanto formulata così: dov’è la sinistra, e cioè come si pone rispetto all’esistente, sostanziale o fenomenico che sia, e dove va, ovvero cosa si propone?

… ciò che non siamo, ciò che non vogliamo…

Per avviare la ridefinizione di un concetto (nel nostro caso, quello di “sinistra”) è opportuno, nel senso almeno che torna comodo, procedere ad una sbozzatura per contrasto. La connotazione per contrasto marca le linee di contorno entro le quali è racchiuso l’oggetto di interesse, ed esclude o sottolinea in negativo ciò contro cui l’oggetto si staglia. Ci dà le coordinate per determinare il dov’è, e al tempo stesso una immagine d’insieme: in altri termini conferisce visibilità, e sappiamo quanto la sinistra di questi tempi ne abbia bisogno. Naturalmente questo è solo un passo preliminare, perché lascia aperte le questioni del dettaglio, della connotazione cioè interna dell’oggetto, il cos’è e, implicitamente, il dove va.

Non è un’operazione facile: oggi poi meno che mai, tante sono le immagini di sfondo alle quali è necessario contrapporsi o rispetto alle quali è necessario stagliarsi, e soprattutto tante le sfumature che possono far confondere la propria posizione con altre, con le quali non si ha nulla da spartire. Anche in questo caso è necessario procedere ad una sostanziale semplificazione, e insisto sulla positività del semplificare, nella sua accezione contraria al complicare (co-implicare), cioè a quel minestrone olandese in cui tutto bene o male finisce per essere recuperato e assimilato. Semplificare significa partire dal presupposto che i comportamenti umani non differiscano solo per gradi quantitativi, ma per scelte qualitative. E che le scelte qualitative comportino parametri, scale di valori, personali ed opinabili quanto si vuole, ma comunque presenti (e senz’altro fondanti per questo manuale). Dunque semplifichiamo, e avviciniamoci per passi ed esclusioni al nostro tema di fondo.

Il grado più semplice (più basso) della definizione per contrasto è quello relativo all’esistente politico. L’arco politico italiano presenta delle differenze, anche se spesso riesce difficile coglierle. Possiamo grosso modo distinguere sette aree, che disegnano il panorama contro il quale la sinistra deve evidenziarsi:

a) il neo-fascismo. Che è fascismo (inteso come modo d’essere, singolo o collettivo, e anche come referente per determinati gruppi o interessi) nella sostanza, e neo- nella forma (inteso come modo di pensare e d’agire, nel senso che ha dimesse le nostalgie e guarda in avanti, e adegua la prassi ai nuovi meccanismi del potere o del consenso). Fa leva su due forti fattori di spinta: l’imbecillità meschina ed egoista equamente diffusa negli strati sociali medio-bassi, e l’imbecillità miope e reticente che caratterizza le prese di posizione della ex-sinistra tradizionale. Pesca cioè agevolmente nel torbido, dal momento che nessuno sembra avere la capacità di vedere (o la volontà di parlare) chiaro rispetto ad alcuni problemi scottanti (immigrazione, criminalità, ecc…).

b) il berlusconismo. Non ha mai nascosto la sua natura: almeno di questo occorre dargli atto. Governare lo stato come fosse un’azienda è lo slogan. Cioè, fare solo i propri interessi, o in questo caso difenderli, ma con i modi beceri ed esibizionistici di un’imprenditoria caciarona, fragile quanto filibustiera, resa vulnerabile dalla sua stessa mancanza di scrupoli. Tradotto in politica questo modello si è ulteriormente degradato, calamitando nei suoi quadri una fauna parassitaria e ignorante, che nemmeno ha il pregio dell’efficienza (e che da subito è risultata scalcagnata anche come massa di manovra). L’Azienda è proposta come modello: è un buco nero di debiti, intrallazzi, corruzione, un satrapesco acquario nel quale sguazzano pescecani, alligatori, piranhas e tonni di tutte le misure, clonato in milioni di copie formato tivù, che allieta tinelli, cucine e camere da letto di tutta la penisola.

Non è, si badi bene, il trionfo della realtà virtuale: è la definizione e il trionfo di un nuovo soggetto sociale dominante, il cretino. Lo hanno preso per mano, gli hanno incorporato il ricevitore, l’hanno incoraggiato a venire allo scoperto (non nel senso di uscire dal riserbo, che non ce n’era bisogno) permettendogli di solidarizzare via etere con tanti suoi simili e dandogli piena coscienza di essere una forza. È un movimento importante, perché se il berlusconismo può essere un fenomeno effimero, il cretinismo è una realtà concreta e durevole. E vale dieci milioni di voti. Almeno uno su cinque tra noi è un cretino: questo è un dato dal quale non si può prescindere.

c) il capitalismo “illuminato”. O, tout court, il potere. Almeno sino a ieri. Non ha una visibilità politica propria, non ne ha bisogno, ha sempre saputo distribuirsi non nei, ma sui diversi schieramenti. Parliamo di Agnelli, Cuccia, capitale finanziario, grande imprenditoria e compagnia cantante. Ha tenuto le redini del paese dall’epoca di Cavour ad oggi, ma ultimamente la sua capacità di controllo sembra entrata in crisi. Il declino è connesso al riassetto economico (l’acuirsi della competitività internazionale da un lato, lo spostamento dell’asse economico italiano verso il modello più agile e flessibile della piccola e media industria dall’altro), ma è anche il risultato di una grossolana sottovalutazione della velocità di rinnovamento di un settore chiave del potere. Negli anni settanta, infatti, mentre il grande capitale si dilaniava in una guerra feroce per il controllo della stampa, all’imprenditoria corsara è stato lasciato il totale controllo dell’etere.

Allo stato attuale delle cose il capitalismo illuminato manca di un’area di riferimento nell’arco politico. Diffida del berlusconismo, per una aristocratica ripugnanza nei confronti della beceraggine, ma soprattutto per i rischi avventuristici, il disordine amministrativo e la caduta di credibilità sul piano internazionale che può produrre. Ha un rapporto tiepido col neo-fascismo, per le stesse ragioni di cui sopra, ma anche per il retaggio di provincialismo, in un contesto di rapporti mondializzati, che quest’ultimo si trascina appresso. Può contare sulla buona volontà di una ex-sinistra tradizionale ormai prona, che scioglie i suoi peana al “buongoverno” dei tecnici dell’economia: ma ne teme ancora i residuati della “politica sociale”. Insomma, ha anche lui le sue perplessità.

d) la transumanza. Non è uno schieramento politico, al più può essere definito un movimento (nel senso letterale del termine, come andirivieni). Raccoglie la foltissima schiera di ex di tutto, orfani della prima repubblica, che fanno cabotaggio tra un polo e l’altro, reinventandosi i crediti ideologici più fantasiosi o offrendosi senza tante storie, parenti e clienti e bagagli compresi. Sono soprattutto ex-quadripartiti, e qualcuno sostiene che in fondo, rispetto alla masnada di avventurieri e di facce di culo partorita dalla seconda repubblica, questi almeno sembrano portare le mutande. Per questo motivo, e per il fatto che sono veramente tanti, disperati e pronti a tutto, non vanno sottovalutati.

Rilevante è anche il numero di trasfertisti dalla sinistra, che sembrano però più allenati ai percorsi lunghi e rapidi, e guadagnano velocemente le ricche spiagge del berlusconismo. A ripensarci, da Ferrara a Vertone, a Guzzanti, a Liguori e a tutta la compagnia dei guitti, animata dal caratteristico fervore astioso dei neo-convertiti, sono proprio loro il nerbo delle orde forzitaliote.

e) la Lega. Valgono le considerazioni finali già fatte per il fascismo, con qualche avvertenza. Intanto il fenomeno è meno effimero di quanto si vorrebbe credere: è radicato in vaste zone, soprattutto nel nord-est, viene alimentato dal persistere delle contraddizioni che ne sono all’origine, ma soprattutto rispecchia non tanto un malessere quanto un modo d’essere. È cioè la risultante culturale (e quindi solo in seconda battuta politica) di un passaggio troppo rapido da condizioni semifeudali ad una abbondanza perseguita solo nei termini economici del potere d’acquisto, senza alcuna mediazione culturale; passaggio che in tempi e con modalità differenti si sta verificando in diverse aree del globo, e sta determinando su scala ben più vasta gli stessi esiti di intolleranza, di xenofobia e di regressione sociale. Inoltre esso cavalca talune parole d’ordine, dal federalismo al decentramento fiscale, che in una formulazione corretta e in un diverso contesto programmatico sarebbero senz’altro da condividere. Ciò non significa che qualcosa della Lega sia recuperabile, perché l’elemento fondante rimane la più pervicace e rozza ignoranza, ma semplicemente che non le si deve consentire di gestire come patrimonio proprio e di svilire in blocco le rivendica zioni antistataliste.

f) l’ex-sinistra storica. Qui è difficile cogliere il confine tra la farsa e la tragedia. Ha rincorso affannosamente, per decenni, un credito politico in “moneta forte” (concesso cioè da chi la moneta la batte, dai clubs economici di cui al punto c), sbarazzandosi lungo la strada di tutto l’ingombro ideologico, ma buttando con quello anche l’enorme investimento in idealità che bene o male le era stato affidato dal basso, assieme alla valigetta delle idee. Si sente ormai prossima alla meta, ma sulla redenzione continua a pesare, come per gli ex pistoleri del western classico, l’ombra del passato, quei fantasmi che vengono malignamente evocati, ad ogni stormir di foglia, dagli avversari. Ancor più patisce l’ansia di non deludere il suo nuovo retroterra sociale, costituito da un instabile cocktail di ceti medi e medio-bassi, e di non farsi revocare il patentino di “ragionevolezza” concessole dai mercati e dai centri del potere politico internazionale.

Si trova quindi paralizzata, affetta da una preoccupante stipsi propositiva (ma a dire il vero desta preoccupazioni maggiori – a sinistra – quando partorisce qualcosa) che non le consente di perseguire alcun progetto politico: insegue a destra e a manca gli umori correnti, impelagata nella contraddittoria strategia di non spiacere a nessuno. Nel tentativo di riciclarsi in socialdemocrazia nordica ha comprato un sacco di abiti nuovi e bazzica i salotti buoni, ma nella parte di chi non ha voce nella conversazione e frequenta soprattutto il buffet. Il vuoto generato dall’assenza di idee è riempito da una campagna di recupero indiscriminato del ciarpame consumistico, materiale o teorico, sul quale sino a ieri pesava un sia pur blando ostracismo: non solo può venire alla luce, ma diventa bandiera, quella voglia di America, Kennedy, jeans, Hollywood e Coca Cola, che sembra aver costituito l’unico elemento in comune tra le varie fenomenologie del comunismo.

In questo look patetico la fu sinistra sopravvive alla crisi di militanza, alla disaffezione della base, al dissolversi della capillare presenza sul territorio che le aveva conferito una capacità di mobilitazione e di propaganda paragonabile solo a quella della Chiesa. Sopravvive per una sfacciatissima dose di fortuna, che fa si che gli avversari siano sempre talmente squalificati da farla apparire come la soluzione meno rovinosa: ma anche, e soprattutto, perché al momento rappresenta ancora il più affidabile degli ammortizzatori politici, la cinghia dentata più elastica, in grado di assorbire e ritrasmettere ai soggetti produttori i cambi di ritmo, le accelerazioni e i rallentamenti impressi dal capitale. Non che sia nuova a questo ruolo, in fondo è lo stesso recitato nell’ultimo mezzo secolo: ma nuova, e squallida, è la consapevolezza di recitarlo, l’assoluta mancanza di pudore a esibirsi senza veli, la disponibilità a tutto pur di comparire nello show.

g) lo zoccolo duro. Almeno quanto ad eterogeneità delle componenti, non ha nulla da invidiare all’accozzaglia berlusconiana, dalla quale naturalmente è lontana sul piano della qualità etica e delle finalità politiche. Sotto le insegne dell’opposizione dura al consociativismo e della difesa ad oltranza del “sociale”, contro la ristrutturazione efficentista del capitale automatizzato, raccoglie una brancaleonesca armata di dispersi e reduci, brandelli multietnici delle varie brigate che si contendevano un tempo le contrade della sinistra. Nella sua forma organizzata riesce a far convivere, con molti affanni, grigi ex-funzionari d’apparato, quelli sorpresi e distanziati dall’avanzata del “nuovo”, leoncavallini, nostalgici stalinisti, fricchettoni di passaggio o in servizio permanente, socialisti in crisi d’identità e di poltrone, intellettuali disorganici e araldi del demenzialismo: di tutto un po’, insomma.

La convivenza è resa possibile solo dalla stoica dedizione, degna davvero di miglior causa, di un drappello di anime buone alla disperata ricerca di un referente politico attivo, sul quale rifondare una sinistra “operativa”. Lodevole intento, senza dubbio, ma invariabilmente destinato a cozzare sia contro la disarmante confusione che regna nei quadri, sia con l’assenza di un’analisi impietosa e deideologizzata della realtà sociale post-moderna. Anche in questo caso, come per il PDS, vale la formula del meno peggio: ma è importante non dimenticare che la presenza di una “sinistra” dura, arroccata sugli ultimi lembi di spiaggia del sociale, fa gioco in qualche modo anche al grosso capitale nel suo confronto con il nuovo modello arrembante della piccola-media imprenditoria, che trae invece alimento dalla deregulation selvaggia. E, soprattutto, quanto sia funzionale al sistema la normalizzazione, l’inquadramento nei ranghi di un partito o di una struttura comunque organizzata e visibile, di tutta quell’area nebulosa e incontrollabile che si era finora sottratta al soporifero abbraccio delle rappresentanze ufficiali della sinistra.

h) gli ambientalisti e i radicali. Quelle che negli anni immediatamente successivi alla contestazione e precedenti il riflusso erano apparse come le risposte alternative al confronto politico tradizionale, l’impegno “civile” e la militanza ambientalista, hanno ormai messe a nudo le loro nature diversamente equivoche, aiutate in ciò dall’asfissiante protagonismo degli innumerevoli surfers nostrani, campioni nel cavalcare tutte le onde. Il dolo di fondo, e la deriva conseguente, erano già impliciti infatti nelle premesse, nella pretesa di affrontare i singoli nodi del groviglio ignorando la loro concatenazione ad una rete globale, la rete che il capitale ha gettato sul mondo. In pratica, rifiutandone la valenza politica, l’organicità ad un sistema di rapporti economici e produttivi che metastatizzano ogni ambito del vivere umano. Ma, a scavare, c’è di più. Il movimento radicale, ad esempio, quando non è stato espressamente sponsorizzato dal capitale per svecchiare le strutture istituzionali obsolete e liquidare le sacche di resistenza di una socialità arcaica, spianando la strada alla “modernizzazione”, è stato comunque sussunto e piegato allo stesso disegno: ha edulcorato il bordo del bicchiere, favorendo l’assunzione della medicina. Ora che l’organismo si è ristabilito dopo la febbre del passaggio di stato, e gli anticorpi sono stati neutralizzati, anche questa rappresentazione è ridotta al rango di parodia.

Un discorso a parte merita l’ambientalismo. La consapevolezza dell’importanza e dell’urgenza della questione ambientale costituisce oggi il connotato primario di una militanza a sinistra: ma questa consapevolezza, così come l’impegno “civile” di cui sopra, rimane sterile o diviene addirittura falsa ed egoistica quando si ferma alla fenomenologia spicciola del problema, non ne coglie i legami profondi con l’ideologia del progresso e non ne fa conseguire un giudizio di incompatibilità con ogni ulteriore modello di sviluppo produttivo e tecnologico. Il risultato è l’ecologismo domenicale, quello che rivendica la salubrità dell’ambiente e la genuinità dei cibi come un lusso in più, e non come un’alternativa, interpretato nelle più svariate versioni, da quella ludico-patetica dei rangers a cavallo che cominciano a pattugliare i nostri torrenti a quelle ancor più irritanti dei fondamentalismi biologici o animalisti. E a questo, purtroppo, sembra ridursi oggi la coscienza ecologica del nostro paese.

Il catalogo, ahimè, è questo: che poi lo spettro politico appaia più variegato e composito (a tutto il 1996 godono dei finanziamenti statali 44 partiti) non ha rilevanza ai fini del nostro discorso, dal momento che:

a) tale complessità è solo apparente, rispecchia la miriade di interessi particolaristici in campo, e non certo una varietà di idee o di progetti

b) gli attori e le comparse che si agitano sulla ribalta sembrano accomunati, al netto delle beghe spicciole, da una assoluta inadeguatezza ai ruoli, appiattiti al punto da risultare intercambiabili (ma questa è sempre stata una specificità del teatro politico italiano, esportata solo recentemente in tutti gli altri paesi dell’occidente)

c) nessun modello politico, nessuna forma di delega, verticale, orizzontale o trasversale che sia, consente a nostro parere una vera partecipazione e una genuina prassi politica. Quello in cui non è sufficiente l’aggregazione spontanea, e si rende necessaria l’organizzazione, non è uno spazio politico praticabile dall’intelligenza e dalla libera volontà.

Ne consegue che il confronto con “questa” dimensione politica consente solo una connotazione a sbalzo, nel senso iperletterale di una collocazione all’esterno, di una totale estraneità. Per il momento ci basti dunque questo, la definizione in negativo dello status (dov’è?) della sinistra: la sinistra non trova collocazione in questo panorama, in nessuna delle sue componenti partitiche o transpartitiche. Non vuol giocare al gioco delle parti, non perché ne ignori le regole, ma perché non le piacciono, e non accetta l’idea che siano le uniche consentite.

(fine della prima parte)

 

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