La poesia di Alessandro Quattrone

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 6, maggio1997

La poesia di Alessandro Quattrone è poesia del movimento e insieme della stasi, onirica fino alla visionarietà, ma nitida, lirica e al tempo quotidiana.  Proviene da una stagione d’ombra in cui il movimento non è fuga, ma interrogazione dell’Altro, la stasi è instabile e residua, la visionarietà simbolica evoca le immagini che, pur senza contagiarsi, parlano del proprio passato come di un’epifania smarrita e prosciugata, ormai inidonea a gettare luce sul presente.

I veri soggetti della poesia di Quattrone non sono tanto l’io o il tu della consuetudine lirica, ma gli oggetti e gli affetti che abitano il suolo velato, ineguale e ruvido del sogno e della memoria.

Compito della poesia è richiamare queste voci dalle ceneri del trascorso e avvicinarle le une alle altre in un gesto che, riconoscendole, le contempli, le interroghi e le rinomini. Procedendo in questo tentativo di agnizione delle cose e della loro esperienza, la poesia si rivolge ad un aspro antropomorfismo – si pensi a Rimbaud per i toni di luminosa miniatura e a Rilke per comunanza di sensibilità – attingendo dal profondo, da quella condizione d’ombra che è figura del disorientamento, paesaggio interiore e presagio del mutare delle cose e del loro dileguarsi.

 

Alessandro Quattrone è nato a Reggio Calabria nel 1958, insegna a Como. Svolge un’intensa attività di traduttore: ha curato traduzioni di classici e di moderni, da Baudelaire a Coleridge, da Rimbaud a Ovidio. Ha pubblicato le due raccolte poetiche Interrogare la pioggia e Passeggiate e inseguimenti.

 

(in montagna)
Respirare in mezzo ai grandi spiriti

delle montagne,
e insieme agli amici e ai figli
estenuarsi a guardare le cime
e gli strapiombi con il batticuore,
si, rimanere poi nella radura
con la pelle silenziosa
con la memoria spenta e un’allegria
dispersa tra gli alberi,
mentre il mondo laggiù si avvicina
alle acque del lago
e un paese senza nome recita
la parte di chi tace, di chi è calmo,
e tutto congiura per fare
di te un filo d’erba felice.

(esplorazioni)
Inoltrandoci nel bosco noi esploriamo

la quiete; invece a riconoscere
i nostri antichi volti senza pace
non basta più l’indagine.
Cerchiamo profezie tra queste foglie,
una voce amica tra i castagni
che ci spieghi il passato e ci lasci
un messaggio oscuro per domani.
Assediati da arcieri leggendari,
da rami pronti a trafiggerci i ricordi,
procediamo scherzando per negare
l’ombra intima che ci sfugge a tratti.


(pomeriggio a Lugano)
Camminare lenti sotto i portici

attardarsi, farsi più discreti
rivestirsi di malinconia elegante.
Dalle case mute si diparte
un annuncio ardito, un’estasi
divenuta presto pura attesa.
E si esce nella piazza, più belli
per la bellezza prodiga di oblio
delle donne simili a oleandri,
delle donne belle d’altra quiete.
Poi si guarda il lago: i pedalò
sollecitano un’allegria importuna,
le anatre ignorano i battelli
e noi alla balaustra siamo il vento.

(farfalla immortale)
Quel miracolo che solo il sonno

sa fare mentre tace ogni cosa
nell’universo e nella stanza chiusa,
dalla febbre, ecco, mi ha liberato.
Ma nella luce aspra del mattino
ho ancora brividi, altre nostalgie.
Tu, farfalla presunta immortale,
che sfiori le mie foglie stamattina
non temendo la tempesta e il grido,
ti posi su queste mie parole
bianche, rosse, gialle, celestine,
e riprendi il volo già sapendo
la levità crudele del destino.

 

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