Sulle tracce di Norman Douglas

di Vittorio Righini, 24 aprile 2026

Quando ho scritto quelle quattro e incomplete righe su Giuseppe ‘‘Pino’’ Orioli (Sono arrivato a un bivio, ma ho sbagliato strada), ho anche evidenziato che ero partito per scrivere qualcosa a proposito delle mie letture dei libri di Norman Douglas.

Riprendo quindi il cammino interrotto ma non aggiungo altro sulla biografia dello scrittore inglese (anzi, austro-scozzese, perché tale era la sua origine).

Innamorato del Sud Italia, in particolare della Calabria, di Napoli, di Ischia, Capri e Firenze. Di biografie ne esistono più di una, di pagine internet ce ne sono decine; ci sono testi meritevoli ai quali ci si può accostare. Ho già citato Rachel Hope Claves come sua meritevole biografa, ma possono essercene di migliori.

MI interessa di più lo scrittore prima che l’uomo; ma pure dell’uomo devo scrivere comunque qualcosa, perché personaggio a dir poco “particolare” e perché è necessario inquadrarlo per delineare meglio la sua opera.

Anzitutto, si tratta di uno dei (tanti) anglosassoni che si sono innamorati dell’Italia (nella prima metà del XX secolo). La sua venuta (o meglio, il suo mancato ritorno in Inghilterra), è dovuta anche a un processo al quale non si volle presentare, perché in patria gli omosessuali erano pesantemente perseguiti, col carcere o con forme diverse di costrizione.

Ricordate quel genio di Alan Turing, giovane matematico inglese, che costruì una ‘‘macchina’’ – un antenato del computer – capace di imitare i codici di Enigma, cioè il codice di trasmissione segreto tedesco nella Seconda Guerra Mondiale, decrittarli, e dare un enorme aiuto alla causa bellica? Probabilmente, milioni di persone si sono salvate grazie a lui, eppure finì suicida anche perché venne sottoposto a un trattamento forzato di castrazione chimica tramite iniezioni di ormoni, imposto dal governo britannico come alternativa alla prigione dopo la sua condanna per omosessualità nel 1952.

Non si poteva divulgare cosa avesse fatto Turing per l’umanità, e i vertici della intransigente Inghilterra non si ricordarono di lui. Per non dire di Oscar Wilde, che ne sa qualcosa della stessa “evoluta” Inghilterra della prima metà del XX secolo e delle sue carceri.

Douglas da giovane era un vero sciupafemmine, poi divenne omossessuale. Sposato, due figli, il matrimonio è durato due anni e poi se ne è andato per la sua strada; i vincoli e i legami non facevano per lui. Per concludere questo argomento, credo che la sua (e quella di Pino Orioli) fosse soprattutto una visione del bello. Un giovanetto bello nelle forme non significava automaticamente una deviazione sessuale. Una visione epicurea della vita, accompagnata da un estetismo proveniente da una smisurata cultura e da gusti raffinati gli permetteva di apprezzare una vecchia statua malconcia in una diroccata chiesa calabra, come un fanciullo particolarmente bello in un piccolo villaggio di montagna. Douglas l’era l’iconoclasta per eccellenza, tutto quello che non era di suo gradimento andava demolito. Collerico, bilioso e psicologicamente meteoropatico, molto dipendeva dal suo risveglio al mattino. Tutto girava intorno a lui, come intorno al Sole; poteva permetterselo, perché raramente ha vissuto momenti di difficoltà economica.

Ma la sua intelligenza, la sua spropositata cultura (era anche un esimio biologo), la sua prodigiosa memoria, la sua capacità di apprendimento di lingue straniere (e di dialetti locali!), hanno permesso la nascita di alcuni suoi splendidi libri.

C’entra molto la narrativa di viaggio; anche i romanzi, ma sempre attenti al territorio in cui si svolgono i fatti (Nepente – o Nepenthe – altro non è che Capri, raccontata in Siren Land e South Wind, entrambi tradotti in italiano). Si definiva caprese, napoletano e fiorentino, non più inglese. E qui concludo il discorso sull’uomo, perché in fondo scrivo quel che ho letto e penso di aver capito, ma nelle varie interpretazioni ci sono molte discordanze. So solo che, per qualche motivo che non mi è dato conoscere, un brutto giorno interruppe il rapporto quasi “coniugale” con Pino Orioli, e lo lasciò a morire in miseria a Lisbona nel 1942, in piena Seconda Guerra.

Entriamo nel dettaglio dei suoi scritti. I suoi lavori principali, libri tradotti nella nostra lingua, sono:

  • La Terra delle Sirene (Siren Land);
  • Fontane nella sabbia (Fountains in the Sand);
  • Vento del Sud (South Wind);
  • Vecchia Calabria (Old Calabria).

Tutti questi primi libri (eccetto Fontane nella s sono incentrati sulla vita nell’Italia del sud nei primi anni del XX secolo.

Seguono:

  • Paneros, appunti su afrodisiaci e simili;
  • Capri, Materiali per un una descrizione dell’isola;
  • Isole d’estate: Ischia e Ponza;
  • Biglietti da visita (Looking back);
  • Venere in cucina (pseudonimo Pilaff Bey, libro di ricette);
  • Raccolta finale.

Sono quelli che mi risultano tradotti in italiano, ce ne sono altri disponibili solo in inglese. Poi, per leggere di Douglas, come ho già scritto, sono molto di aiuto i libri di Pino Orioli e un libro molto interessante, dal titolo Sulle tracce di Norman Douglas, Avventure fra le Montagne della Vecchia Calabria di Francesco Bevilacqua, grande lettore di Douglas, camminatore, alpinista e profondo conoscitore dell’entroterra Calabro, come quello percorso dall’autore.

Vecchia Calabria lo si può considerare come il capolavoro di Douglas. Pubblicato nel 1915, racconta di una terra semisconosciuta a quei tempi, povera e disperata sotto molti aspetti, ma bellissima e abitata da un mix di bravissime persone e/o di briganti patentati. Girarla soprattutto a piedi come fece Douglas non deve essere stato semplice a inizio XX secolo.

Ci sono diversi autori, anche precedenti, che hanno scritto della Calabria (Dumas, Leary, Didier, Gissing, Slaughter, perfino il Lombroso e molti altri italiani), e che hanno dimostrato interesse verso una regione fino a pochi decenni fa abbandonata a se stessa. Ora le cose sono, finalmente, un po’ cambiate, e l’editore Rubbettino ha anche pubblicato una collana di alcune decine di libri tutti a tema Calabria.

Resta il fatto che la penna di Douglas è sovrana, e Vecchia Calabria è un vero capolavoro della narrativa di viaggio, che a più di 110 anni dalla sua pubblicazione si legge ancora con gioia.

Biglietti da visita è un libro curioso, particolare; Douglas per una vita raccoglie i biglietti da visita dei suoi conoscenti e li deposita in un antico bruciaprofumi giapponese ricevuto in dono da una donna assai interessante, per ringraziarlo di averle ritrovato il cane bassotto smarrito.

Douglas pesca un biglietto alla volta, e ci ricama sopra. A volte un punto interrogativo a significare che di quel nome non ricorda nulla; a volte una storiella di qualche pagina sul personaggio in questione. Gli fa onore il fatto che, se l’intestatario del biglietto è coinvolto in una storia non proprio adamantina, Douglas si limita a mettere le iniziali. Il libro si legge davvero poco alla volta, lo si può tenere sul comodino e prenderlo in mano ogni tanto per leggere qualche paginetta su curiosi personaggi. Ci sono nomi famosi, Lawrence, Hudson, per citarne alcuni, nei ricordi di Douglas. Questo è un libro felice; concordo quando scrive “una volta ci divertivamo di più”.

La fama però era già arrivata con i romanzi: Vento del Sud, che incantò i soldati in trincea nella Grande Guerra con i suoi racconti di mari limpidi e terre calde e accoglienti. Una storia peraltro torbida in un’isola al largo dell’Africa, Nepente (altro non era che Capri) in cui il caldo opprimente condiziona gli eventi. La contrapposizione tra gli anglosassoni residenti sull’isola e i locali consente a Douglas di evidenziare una volta di più la grettezza puritana delle civiltà nordiche dalle quali lui proviene in confronto a una civiltà più libertina, nella povera Italia del sud. Non amo questo romanzo, e mi interessa di più la Terra delle Sirene, una raccolta di 13 racconti sulla Penisola Sorrentina e sulle isole del golfo di Napoli. Scritto con ironia, freschezza e intelligenza, affronta svariati temi, ma quasi tutti incentrati sul tentativo di afferrare il genius loci di ciò di cui narra.

Fontane nella sabbia riporta di un viaggio del 1909, fatto in compagnia di un giovane maestro (e bravo fotografo) per le oasi della Tunisia. Ma Douglas non subisce il fascino del deserto. Anzi, il suo edonismo lo contrappone alle pratiche di vita musulmana, che detesta. Non apprezza i costumi, non apprezza la cucina, forse perché è troppo abituato all’Italia per comprendere la bellezza e la purezza del deserto.

Isole d’estate è quasi una guida turistica a Ischia e Ponza, breve ma tutto sommato gradevole.

Venere in cucina è una raccolta di ricette ‘‘afrodisiache’’, sostiene lui, che ha accumulato in una vita, a contatto con la cucina del Sud.

Non ho letto altri suoi libri, ma un paio di quelli sopra indicati occupano un posto importante nella mia libreria di casa.

Concludo ricordando che Douglas (nato l’8 dicembre del 1868 a Thuringen, Austria) morì a Capri nel 1952, dopo una lunga malattia e una overdose di medicinali. È sepolto nel Cimitero Acattolico di Capri, e sulla sua lapide cita Orazio: “Omnes eodem cogimur” (Tutti finiamo quaggiù).

Un pensiero riguardo “Sulle tracce di Norman Douglas”

Scrivi una risposta a Domenico Mortellaro Cancella risposta