Ma “artisti”, si nasce o si diventa?

di Paolo Repetto, aprile 2010

Se vi aspettate una risposta all’interrogativo posto dalla titolazione di questo articolo cambiate pagina. Io la risposta non ce l’ho, e dubito che qualcuno possa darla. Posso invece aiutarvi a capire meglio qualcos’altro, che ha comunque molto a che fare con il tema.

Restringo dunque il campo e riformulo così la domanda: cosa accade in un Liceo artistico?

Nell’immaginario collettivo, quello creato dalle fiction televisive e dalle leggende metropolitane in vendita al supermercato, un Liceo Artistico è una specie di zona franca, una terra di nessuno nella quale ciondolano e bivaccano giovani un po’ fricchettoni, persi nelle nuvole di un presente incerto e inermi di fronte a un futuro tempestoso. Ci piaccia o no, l’immagine è quella (e magari qualcuno tra gli studenti, e non solo tra loro, se ne compiace anche).

Bene; anzi, male, malissimo, perché le cose non stanno affatto così. La mostra “EX-CELL-ENT. LE PORTE INIZIATICHE DELL’ARTE”, che dal 18 aprile rimarrà aperta per dieci giorni presso il Centro Comunale di Cultura di Valenza, è lì apposta per sostenere il contrario. Si tratta di una mostra vera, perché non ha alcuna funzione celebrativa, ma un chiaro intento “dimostrativo”: vuole raccontare dei percorsi, quelli che gli studenti di un Liceo Artistico compiono per arrivare a disciplinare e a liberare la loro creatività nei risultati che potete ammirare, e dire chi sono questi ragazzi.

Cominciamo da questi ultimi. Chi frequenta il Liceo Artistico è in genere motivato da una disposizione, vera o presunta, all’espressività creativa. Impara presto, dal confronto con i docenti, con le discipline, con i compagni, che con questo solo bagaglio si va poco lontano, e che occorre educare il proprio talento, rivestirlo di un abito di competenze appropriate e metterlo ordinatamente in valigia. Qualcuno invece è attratto solo dall’immagine che citavo sopra, ma ha modo di ricredersi alla svelta: e dallo stesso confronto impara magari a scoprire dentro sé abilità, disposizioni, sensibilità di cui non aveva neppure il sospetto. E lo fa attraverso il lavoro.

Questi percorsi non sono infatti passeggiate al chiar di luna, ma distanze guadagnate faticosamente in migliaia di ore di studio e di esercitazione, consumando non scarpe ma matite, carta e pennelli; e conducono a mete che hanno a che vedere di striscio con certificazioni e diplomi, mentre riguardano essenzialmente la consapevolezza di sé e delle proprie capacità, la sensibilità per il bello, il piacere di goderne e la soddisfazione di trasmetterlo.

Tutte belle cose, si dirà: ma col futuro tempestoso, come la mettiamo? Che prospettive hanno questi ragazzi? Ora, il termine prospettiva deriva da prospicere, guardare avanti, e si può guardare innanzi a sé in vari modi: tenendo gli occhi bassi, cercando nel raggio breve di ciò che è più immediatamente visibile la prima pietra su cui posare il sedere, oppure alzando lo sguardo e spingendolo verso l’orizzonte, anzi, spingendo l’orizzonte sempre un po’ più in là. Nel primo caso è chiaro che un Liceo Artistico è la scuola meno adatta ad assicurare ancoraggi nell’orto dietro casa; ma nel secondo, se si ha cioè la voglia e la capacità di guardare ad alzo d’uomo nel variegato panorama del presente, c’è solo da scegliere. Ci rendiamo conto o no che la nostra è la civiltà dell’immagine? Che dietro ogni tubetto di dentifricio, ogni involucro per mozzarelle o cioccolata, ogni oggetto per la stanza da bagno o per il tinello, per non parlare delle auto, dell’abbigliamento, di tutto ciò che ci circonda, ci sono un’idea, uno disegno, uno studio di funzionalità e di gradimento? Che è questo il campo in cui noi occidentali ancora possiamo competere, visto che sarà difficile battere in quello produttivo chi non solo non ha l’articolo diciotto, ma nemmeno i diciassette che lo precedono?

C’è di tutto in questa mostra: si va dalla progettazione al figurativo puro, dalla riproduzione di capolavori celebri all’ideazione di nuovi sguardi, dall’irruenza del colore alla disciplina delle matite e dei chiaroscuri. Ce n’è per tutti i gusti, e confido che davvero vi divertirete. Ma vorrei soprattutto che coglieste ed apprezzaste il lavoro, quello degli studenti e quello dei loro docenti, che sta dietro a ciascuna delle opere esposte e che garantisce per il futuro dei loro autori.

Altro che terra di nessuno!

 

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