L’artista nell’epoca della sua riproducibilità biologica

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

Ogniqualvolta mi trovo di fronte all’opera di un artista contemporaneo devo prendere atto che l’arte odierna mi trova completamente spiazzato, che sono sprovvisto dei più rudimentali strumenti critici per una riflessione sui suoi valori formali o contenutistici: e tuttavia la cosa non mi sembra poi tanto grave. Cercherò di spiegare il perché.

Per indole e per formazione ho adottato nei confronti di ogni umana espressione un’ottica storicistica: e in quest’ottica per me la “storia dell’arte” ha chiuso il suo cammino nel secondo ‘800. Se la storia è tensione verso qualcosa, o meglio è la pretesa di riconoscere una tensione nel succedersi delle opere e dei giorni, tutta l’arte pre-moderna ha inseguito l’imitazione della realtà, con finalità di volta in volta esorcistiche, propiziatorie, celebrative, didascaliche, promozionali, ecc… Il fatto poi che ne siano conseguiti una trasfigurazione, una idealizzazione, un superamento della realtà stessa, e che questo sia in fondo il discrimine al di là del quale si colloca l’opera d’arte, attiene al peso ed al portato delle singole personalità, non alle finalità del percorso.

Con l’avvento della riproducibilità tecnica, dalla fotografia al cd, all’arte sono stati sottratti non solo l’aura, ma il ruolo storico (peraltro connesso strettamente all’aura). Non c’è più “storia” dell’arte in quanto è venuto meno il “senso” – inteso sia come significato che come direzione –, dissoltosi in una nebulosa espressiva nella quale si confondono le mozioni più svariate e i più svariati linguaggi.

Disarmato dei miei parametri “oggettivi” – quello dell’evoluzione (tecnica e contenutistica), quello della corrispondenza con l’epoca (anticipazione, testimonianza o riflessione) e quello delle risultanti semantiche (universalità dei concetti, equilibrio compositivo, ecc…), mi ritrovo a confrontarmi con ogni espressione dell’arte moderna o post-moderna dal basso di un approccio molto soggettivo, e senz’altro semplicistico, anche se non riducibile al “mi piace-non mi piace”. Parto cioè dal presupposto che, esauritasi la storia dell’arte, o perlomeno una sua fase, sia comunque rimasta viva la pulsione alla ricerca e alla produzione artistica, e che ciò avvenga in assenza di un visibile “progetto” (da cui l’impossibilità, almeno per ora, di una lettura storica) e in presenza invece di una fin troppo visibile mercificazione (che ha a che fare col consumo, e non con la fruizione).

Questo approccio impone di trasferire la ricerca di tensione dall’esterno all’interno, dalla necessità di esprimere alla volontà di esprimersi. Nell’opera d’arte contemporanea va cercata e colta non l’universalità di una risposta, o la novità di una sollecitazione, ma la rivendicazione di una originalità del sentire che resiste alle sirene della conformità. “Esprimersi” artisticamente significa oggi scavare sotto la calcina culturale omologante di cui siamo stati e ci siamo intonacati, portare a vista i cretti della nostra individualità e far filtrare attraverso gli stessi quel respiro autentico che solo ci permette di comunicare. L’opera d’arte va letta quindi come un tentativo di sottrarsi alla vertigine di rapporti via via più fitti e più stereotipati, al gioco della poliedrica e menzognera rappresentazione di sé in cui siamo coinvolti: come una sosta creativa, nel corso della quale l’atto della riflessione, lo sforzo di recupero dell’identità vengono tradotti in forma, in un segno che è letteralmente segnaletica, riconoscimento di sé e indicazione alternativa di rapporto per gli altri.

Questo nuovo status dell’arte rende ardua, o forse del tutto inutile, l’individuazione di parametri adeguati di valutazione. Forse oggi all’artista possiamo chiedere solo coerenza nella ricerca (che peraltro può manifestarsi tanto in percorsi trasversali quanto in una costante rielaborazione delle modalità espressive e dei temi), indipendenza delle mozioni, non conformità alle logiche del mercato. Il resto, ciò che attiene al risultato espressivo, al di là delle interpretazioni pilotate e delle plusvalenze indotte dalla mercificazione, è solo funzione di una consonanza, di un dialogo tra sensibilità che può aprirsi o meno.

Non sono dunque certamente giudizi critici quelli che possono essere espressi sull’opera d’arte contemporanea. Solo sensazioni. A me ad esempio piace sfogliare i cataloghi come fossero album fotografici. Attraverso le geometrie, le linee, le scelte cromatiche cerco di ricostruire i modi e le inflessioni del linguaggio dell’artista, ne deduco la duttilità o l’indisponibilità nei rapporti, in qualche maniera persino la fisicità. Voglio percepirne le curiosità culturali, il piacere di aprirsi alle esperienze, nuove o consuete che siano, e di rielaborarle artisticamente mescolandone e armonizzandone le suggestioni. Ma soprattutto voglio respirare qualcosa di cui raramente mi è dato godere in questo asfittico e convulso mondo della becera spettacolarizzazione: la capacità di ironico distacco, la pacatezza meditativa e illuminata che non è disincanto, e che sola, anzi, rende possibile l’incantesimo dell’arte.

 

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