Tassonomie della letteratura di viaggio

di Paolo Repetto, 6 marzo 2020

La scrittura di queste pagine era iniziata diversi anni fa, quando ancora la letteratura di viaggio costituiva il mio interesse dominante. Dovevano completare una serie di microsaggi di accompagnamento alla catalogazione dei volumi della mia biblioteca. Sono poi subentrati altri impegni e una certa disaffezione al tema, e le avevo archiviate. Nel frattempo il numero delle opere stipate sugli scaffali del settore viaggi è quasi raddoppiato, ed è giunta l’ora di aggiornare il catalogo alla consistenza attuale. Ho colto quindi anche l’occasione per ripescare il pezzo, riscriverlo in pratica daccapo (ne ho tagliato almeno due terzi, sembrava un libretto di istruzioni per l’uso della lavatrice, noiosissimo) e portare a termine un disegno che era rimasto incompleto.

Una considerazione: se vi pigliasse l’uzzolo di dedicare un comparto della vostra biblioteca alla letteratura di viaggio, pensateci almeno due volte. È un pozzo senza fondo, e anche adottando parametri molto selettivi e specialistici diventa quasi impossibile stare al passo con le novità. In compenso riserva continue e piacevolissime sorprese, e non teme crisi di rigetto o sazietà. Siamo la più nomade delle specie, e di viaggi si è sempre raccontato e si continuerà – spero – a raccontare.

 

A parere di molti (soprattutto tra quelli che mi circondano) quando una raccolta di libri di viaggio – ma anche di qualsiasi altro argomento – supera un certo limite quantitativo sarebbe il caso di cominciare a preoccuparsi. Può essere, ma tutto sommato la cosa non arreca danno a nessuno, e nella peggiore delle ipotesi potrà creare domani un fastidio minimo agli eredi che decidessero di sbarazzarsene (se così fosse, però, spero vivamente che il fastidio risulti tutt’altro che minimo).

Io credo piuttosto che sia importante per il collezionista chiarirsi se a motivare l’accumulo è la pura passione per il tema o un qualsivoglia disegno di ricerca. L’ingombro rimane lo stesso, ma in entrambi i casi diventa opportuno, per gestire materialmente la collocazione nel primo o per farne uno strumento più agile di consultazione e di lavoro nel secondo, raggruppare i volumi in base a criteri di appartenenza chiari e pratici.

A questo scopo, in primo luogo va definito il perimetro che ci interessa, perché in una interpretazione allargata qualsiasi narrazione costituisce a suo modo un percorso. La categoria dei libri di viaggio comprende invece nella mia accezione solo quelle narrazioni nelle quali il viaggio è l’oggetto del racconto, indipendentemente dai motivi, dagli esiti e dalle circostanze materiali in cui si svolge, e non un tramite per raccontare. Che la valenza possa poi essere metaforica, che cioè ogni vero viaggio includa o assuma poi significati che vanno molto al di là dello spostamento, questo lo si dà per scontato. Quindi: la letteratura di viaggio include tutti quei libri nei quali vengono raccontate le peripezie connesse ad uno spostamento da un luogo all’altro, reali o fantastiche che siano.

All’interno di questo perimetro, i criteri più sensati di classificazione sono in linea di massima tre (quelli possibili sono naturalmente infiniti). Uno considera lo specifico della tipologia letteraria (saggio, diario, romanzo, ecc …), il secondo suddivide in base al teatro del viaggio, il terzo guarda alle modalità e alle motivazioni dello spostamento. La scelta dell’uno o dell’altro dipende dalla direzione d’uso o di ricerca che si intende intraprendere: qualche volta poi può accadere che siano la disposizione stessa dei libri o il modello di catalogazione usato a dettare la direzione verso cui la ricerca si indirizzerà. Voglio dire che l’ordine in cui i libri di una biblioteca privata sono disposti ha già di per sé alle spalle una storia, ma a grandi linee ne annuncia e guida anche una futura.

Queste righe non vogliono naturalmente proporre alcun modello preferenziale di catalogazione o di disposizione. È giusto che ciascuno si basi su criteri compatibili col proprio ordine mentale o con gli spazi che ha a disposizione. Vorrei invece fornire un esempio di come i libri, prima ancora di essere aperti e letti, possono stimolare processi logici e percorsi analogici magari complessi, e a volte peregrini, ma sempre istruttivi e coinvolgenti.

1.

La suddivisione per tipologie letterarie è la più semplice ed immediata. Le opere possono essere infatti raggruppate in quattro grandi sottoinsiemi:

  1. relazioni o diari di viaggio (redatti dal viaggiatore stesso), a loro volta, volendo, suddivisibili in: viaggi di esplorazione, viaggi scientifici e viaggi turistici
  2. storie di viaggi (redatte da un terzo), a loro volta divisibili in storie di singoli viaggi o viaggiatori e in storie generali dei viaggi
  3. guide al viaggio o riflessioni sul viaggio (sulle motivazioni, il simbolismo, la psicologia del viaggio)
  4. opere di narrativa (romanzi o racconti) o di poesia incentrate sul viaggio

È il criterio che io stesso ho seguito per redigere il catalogo dei libri presenti nel settore viaggi della mia biblioteca (e del quale questo scritto è un’appendice). Lo definirei un criterio “quantitativo”, funzionale più alla gestione che alla consultazione. Si presta comunque anche ad un lavoro di ricerca storica molto ben definito e specifico, perché offre un quadro chiaro e completo degli “strumenti” disponibili. Diciamo che garantisce l’individuazione teorica del libro che ci serve. Quanto poi a trovarlo, la cosa è un po’ più complicata.

Non è infatti lo stesso criterio che ho adottato nella collocazione fisica dei volumi: per questa, seguendo un ordine mentale tutto mio, funzionale ad un lavoro che procedesse per intuizioni estemporanee piuttosto che per linee predefinite, ho scelto in linea di massima la seconda opzione (quella dei teatri di viaggio). Ho individuato delle aree geografiche e all’interno di queste ho poi creato delle sottosezioni, ordinandole in qualche caso cronologicamente, in altri per temi. Ciò comporta ad esempio che i libri di uno stesso autore che ha viaggiato in varie parti del mondo (come Landor o Loti o De Amicis, ad esempio, o come Bryson tra i contemporanei) siano sparpagliati in scaffalature o ripiani diversi. Naturalmente le opere di narrativa pura incentrate sul viaggio non trovano una collocazione fisica in questa sezione, perché l’avrebbero letteralmente fatta esplodere: ma sono state comunque censite e idealmente ne fanno parte.

A questo punto probabilmente avrete una immagine della mia libreria molto simile alla Battaglia di Isso di Altdorfer, ma vi assicuro che non è così. L’ordine regna sovrano, sia pure con leggi transitorie, e fino a quando non devo cercare qualcosa di particolare funziona anche. Inoltre la disposizione attuale tiene costantemente in esercizio la mia immaginazione, perché devo ogni volta ricostruire i processi mentali che possono aver determinato una specifica collocazione. Quando questa ricostruzione va velocemente a buon fine, e non finisco esasperato, la cosa è anche divertente.

Rimane la terza opzione, quella che prende in considerazione le motivazioni e le modalità specifiche del viaggio. In realtà non è un criterio molto funzionale, né alla collocazione né alla catalogazione, perché solitamente in ciascun testo si intrecciano e si accavallano motivazioni e modalità molteplici, ed è quasi impossibile definire raggruppamenti che risultino sufficientemente comprensivi. Questo già ci dice che delineare una mappatura della letteratura di viaggio a partire dalla fenomenologia del viaggio stesso è impresa ardua. E può sembrare anche decisamente inutile: a meno che, come nel mio caso, l’intento sia non di procedere ad uno studio o ad una trattazione dell’argomento “accademicamente” mirata, ma di regalarsi degli excursus biografici o storici, degli spaccati di storia delle idee o del costume, dettati dalla pura curiosità o dalla simpatia per i protagonisti.

A differenza poi dei due primi modelli di classificazione, questo tende a considerare egualmente significative le opere di fantasia pura e quelle di narrazione realistica o storica. In pratica tende a spostare il fulcro dell’attenzione dal viaggio in sé all’idea che lo motiva. É, ripeto, il modello meno pratico, ma è anche quello che offre maggiori opportunità di sbizzarrirsi e di procurarsi illuminazioni. Per questo l’ho tenuto in considerazione, almeno a livello di schedatura mentale, e per questo è l’unico sul quale mi soffermo.

2.

Come per la zoologia fantastica di Borges, si potrebbe adottare in questo terzo caso qualsiasi criterio tassonomico: in rapporto allo spazio attraversato (per cielo, per mare, per terra, sotto terra, sotto il mare) o alla modalità di locomozione (a piedi, a cavallo, in carrozza, in treno, in barca, in aereo, su un’astronave, ecc …), o al numero degli attori (viaggio individuale, in coppia, in compagnia, di gruppo, di massa, ecc …), oppure in relazione alle finalità (esplorazione, commercio, studio, evangelizzazione, pellegrinaggio, conquista, migrazione, ecc …). Volendo si possono inventare infinite altre varietà di classificazione (alla ricerca di se stessi, dell’altro – per amore o per odio –, di uomini, piante, animali, monti, laghi, tesori, mostri …).

Ho iniziato a immaginare griglie mentali basate su queste possibili suddivisioni per finalità didattiche, quando ancora insegnavo letteratura: ma è poi diventata un’abitudine, perché consente di organizzare per qualsivoglia esigenza degli schemi elementari di ricerca. Tra questi schemi ce ne sono alcuni, in sostanza quelli che ho maggiormente utilizzato, che riescono immediatamente evidenti, ma che vorrei comunque dettagliare un po’ di più. Sono relativi il primo alla direzione del viaggio, il secondo alle sue motivazioni e finalità, il terzo alla sua morfologia.

La tipologia “direzionale” è molto semplice. Si può andare verso un luogo, tornare da un luogo, andare e tornare, o vagare senza meta. E già così si aprono innumerevoli possibilità, sulle quali tornerò tra poco. Quella motivazionale è invece più complessa. Si viaggia infatti per scelta, per necessità o per costrizione: ma in tutti e tre i casi possono essere varie le finalità, e talvolta le motivazioni stesse si sovrappongono. Provo solo a schematizzarle, perché a trattarle non basterebbe un volume.

Il viaggio compiuto per scelta può avere scopo iniziatico o conoscitivo (pellegrinaggio – viaggio culturale – viaggio di esplorazione), economico (commercio – ricerca di minerali preziosi o di tesori nascosti), religioso (missione), militare (di conquista), di studio o scientifico, di diporto (turistico o sportivo). Quello intrapreso per necessità può essere invece finalizzato a migrazione, azione politica o diplomatica, ricongiungimento, partecipazione ad eventi particolari (funerali, ad esempio), ecc … Infine quello per costrizione può essere determinato da necessità di fuga (esilio, persecuzione, ecc …), rapimento, rituale iniziatico, imposizione ricattatoria, ecc … Come si vede, ci si avventura in un vero ginepraio di possibilità: e non è il caso di andare oltre.

Anche per la tipologia morfologica, quella connessa alla “consistenza” del viaggio, è possibile una semplificazione: si può distinguere tra viaggio reale, allegorico, fantastico o fantascientifico, psicologico, utopistico.

Ma è evidente che insistendo a scovare modelli di classificazione sempre più peregrini non ci si muove dal punto di partenza; mentre se si intende davvero semplificare conviene adottare lo schema più immediato, ovvero quello direzionale, articolandolo poi con l’occasionale ricorso ad altri criteri. Ciascuna delle tipologie o sottotipologie identificate può in genere essere ricondotta ad archetipi mitologici o biblici, e trova riscontri nella fiaba e nella letteratura popolare. Il che serve tra l’altro a ribadire che non c’è mai nulla di veramente nuovo sotto il sole, e che indipendentemente dalle direzioni prese gli uomini si sono mossi lungo i millenni spinti dagli stessi aneliti o dalle stesse paure.

Naturalmente, anche questo tipo di classificazione ai fini della praticità gestionale è del tutto ozioso, e infatti nel mio catalogo i titoli cui farò riferimento sono rubricati tutti in base a tre sole voci: viaggi di esplorazione e viaggi turistici, scientifici, culturali, suddivisi tra quelli antecedenti o successivi al 1950 (che è una data assolutamente arbitraria, ma ha il pregio di essere vicina a quella della mia nascita: e comunque è sullo spartiacque tra due differenti concezioni del mondo in genere e del viaggio nello specifico). È utile invece per identificare i fili narrativi comuni che corrono lungo i secoli, e per metterne a confronto gli esiti nelle diverse epoche e attraverso i diversi sguardi.

3.

Partiamo dunque dalla prima sottospecie della tipologia direzionale: il viaggio di andata. È quella più classica e presenta una notevole varietà fenomenologica. Può configurarsi ad esempio come una migrazione, e in questo caso gli archetipi si sprecano, a partire dall’Esodo biblico (che può essere tuttavia letto anche come viaggio di ritorno). Ma anche la migrazione, pur essendo di regola un fenomeno vissuto negativamente, può avere diversi volti: può essere indotta da una necessità, ad esempio dall’esaurimento produttivo di un territorio, o dall’impossibilità comunque di sopravvivere a casa propria (è il caso di Furore); da una costrizione, dalla pressione o dall’invasione da parte di altri popoli, con conseguente cacciata, o da una scelta, ad esempio quella di occupare terre migliori, magari cacciandone le popolazioni indigene, a loro volta costrette ad emigrare o eliminate (Verso il West o Il grande cielo, di Guthrie). E anche in questo caso è possibile che gli invasori non scelgano, ma siano essi stessi forzati (magari nell’accezione sostantivata del termine: è il caso raccontato ne La riva fatale di Hugues, straordinario affresco della colonizzazione dell’Australia) alla conquista.

Un viaggio di sola andata è in genere anche quello connesso alla fuga. Qui l’archetipo potrebbe essere l’Eneide, anche se in realtà la fuga di Enea si traduce ben presto in migrazione e in conquista. Gli esempi che mi vengono in mente, e che corrispondono a ulteriori sottotipologie del viaggio di andata, sono naturalmente in primo luogo quelli di fughe dalla detenzione (da Cinque settimane in pallone a Sette anni in Tibet e Tra noi e la libertà), dalla caccia di nemici e persecutori, umani e non (Fuga senza fine, Un sacchetto di biglie, I tre giorni del Condor), dai pericoli della guerra (Palla di sego) o da quelli naturali: e poi ancora fughe adolescenziali dalla famiglia, o più mature, dal coniuge. Farei rientrare in questo gruppo anche le meno frequenti narrazioni che propongono il punto di vista del cacciatore, dell’inseguitore, (tanto meno frequenti che in questo momento mi viene in mente solo Il leopardo delle nevi).

Appartengono al filone dell’andata anche i viaggi di esplorazione. Quando a narrarli sono gli stessi protagonisti è evidente che si tratta in realtà di viaggi di andata e ritorno: ma la narrazione in genere privilegia il primo momento, e quindi possono essere classificati, salvo casi particolari, nella tipologia dell’andata. Gli archetipi narrativi sono naturalmente Il milione e I viaggi di Ibn Battuta, ma potrebbero esserne indicati infiniti altri, ben più antichi. Oltre ai diari di svariati esploratori troviamo in questo settore una narrativa sterminata, che va dalle incursioni verniane al centro della Terra, sulla Luna o al Polo australe ai viaggi esotici di Ridder-Haggard (Lei, Le miniere di re Salomone) o di Hudson (Terra di porpora), a quelli a ritroso di Conan Doyle ne Il mondo Perduto, alle ricostruzioni storiche romanzate di Michener, fino ad arrivare ad Alice nel paese delle meraviglie.

Parente prossimo del viaggio di esplorazione è quello connesso ad una particolare impresa, che in molti casi assume anche il valore di viaggio iniziatico. L’archetipo potrebbe essere quello delle Argonautiche, o più addietro ancora quello dell’epopea di Gilgamesh. Anche in questo caso gli esempi narrativi si sprecano: da Il signore degli anelli a Il giro del mondo in 80 giorni, da Ricordi di un’estate a Capitani coraggiosi, fino a Cuore di tenebra.

Il viaggio iniziatico per antonomasia è quello “formativo”, ritualizzato nel Gran Tour dei nordici in Italia (da Montaigne, a Goethe, a Seume, a Sthendal) e in quello degli italiani all’estero (Algarotti, Alfieri), o degli Europei nei nuovi e antichi continenti (Tocqueville, Beltrami) e dei non europei in Europa (Twain), con appendici anche nel Novecento (il Patrik Leigh Fermor di Tempo di regali). Un particolare significato emancipatorio possono avere quelli femminili (Lady Montagu, Cristina di Belgioioso), e soprattutto quelli delle viaggiatrici in Oriente (Ella Maillart, Freya Stark, Vita Sakwille-West, Isabelle Eberhardt, Rebecca West). Rientrano in qualche modo nel viaggio formativo anche gli itinerari “sulle tracce di” (Chatwin, ad esempio, o Tesson).

Ci sono infine i reportages, quelli di autori più o meno famosi dell’Ottocento (Andersen, Dickens, Twain, Loti, De Amicis), quelli occasionali di inviati “speciali” (Piovene, Moravia) e quelli degli specialisti novecenteschi del viaggio (Chatwin, Theroux, Thubron, Kapuscinski) o dell’ironia (Bryson).

E fin qui abbiamo trattato di viaggi reali o raccontati come fossero reali, finalizzati a raggiungere una meta concreta, si tratti di una terra, di un rifugio, di un luogo sconosciuto. Ma si può viaggiare anche per raggiungere una condizione interiore, una consapevolezza, un’illuminazione. È il caso dei viaggi allegorici, come anche di quelli filosofici. Madre di tutti questi viaggi è naturalmente La Divina Commedia, ma tra gli antenati possiamo annoverare ad esempio tutti i romanzi del ciclo del Graal, il Perceval o l’Enide di Chretien de Troyes, mentre la progenie si allunga sino a Moby Dick, o a Kim, passando per Il viaggio del pellegrino di Bunyan. La versione più moderna è per l’appunto quella del viaggio filosofico, concepito un tempo preferibilmente in chiave satirica, come nel caso de I viaggi di Gulliver o del Candido, e recentemente con velleità sapienziali (dal Viaggio in India di Hesse a Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta).

4.

Il viaggio di ritorno. Naturalmente si parte con Ulisse (e si arriva ancora con lui, tramite Joyce). L’Odissea è solo uno dei tanti “nostoi” che raccontavano gli avventurosi rientri in patria degli Achei dopo la distruzione di Troia, ma è diventato il modello della gran parte dei viaggi letterari. In genere sono i vincitori a tornare: gli sconfitti, come Enea, fuggono. Ma non va sempre così: a volte cercano di tornare anche gli sconfitti. É il caso dei reduci dell’Armir, quelli raccontati da Centomila gavette di ghiaccio e soprattutto da Il sergente nella neve. E anche degli sconfitti dalla vita (potrebbe rientrarci anche Il fu Mattia Pascal), o di coloro che solo apparentemente sono vincitori (La luna e i falò). È comunque sempre un’odissea, qualche volta dichiaratamente ispirata all’originale (Horcynus Orca), in altri casi liberamente interpretata (Il lungo viaggio di ritorno di O’Neill).

Diversi sono i ritorni dei deportati nei campi di concentramento. Non sono né vincitori né vinti, sono dei sopravvissuti, e il loro è un ritorno a casa, quando ancora ne hanno una, ma non alla vita. La tregua li riassume un po’ tutti. Ma a volte le vicende sono molto più complesse, e assumono le dimensioni di avventurose epopee: ad esempio, nei già citati Sette anni in Tibet e Tra noi e la libertà.

Spesso però il ritorno è solo temporaneo, una rivisitazione in cerca delle radici, o dei sapori e delle atmosfere dell’infanzia (Conversazione in Sicilia): e di solito si rivela deludente, o crea una sensazione di estraneità.

A volte infine dà un senso a tutto il viaggio: ma spesso ne mette in luce l’inutilità. Come dice Sjöberg, ne L’arte di collezionare mosche, “Dopo tredici mesi di viaggi intorno al mondo ero finalmente sulla via del ritorno, stanco e disilluso. […] Seguito con il dito sulla carta il mio viaggio era impressionante. Ma dentro di me non ne ho mai capito il senso”.

5.

Andata e ritorno. Particolarmente interessante è il tòpos del ritorno in una zona sicura dopo che si è affrontato il pericolo, dietro il quale stanno il richiamo del focolare e il motivo del cerchio, dell’anello completo. Può apparire come una metafora del confronto con la realtà, dopo che ci si è lasciati illudere e trascinare dall’ideale. Come a dire: va bene l’avventura, ma poi bisogna tornare a casa. Il prototipo assoluto in questo caso è l’Anabasi di Senofonte. Il composto Anà-basis in greco indica propriamente una “spedizione verso l’interno”. Senofonte lo usa però a titolare il racconto della ritirata di un esercito di mercenari greci verso il mare (Κύρου Ανάβασις, l’Anabasi di Ciro). Dei sette libri che compongono l’opera, sei raccontano proprio l’avventurosissimo viaggio di rientro dall’entroterra verso la costa, e quindi in realtà raccontano una katà-basis (alla quale peraltro il Ciro del titolo non partecipa affatto, essendo già stato ucciso prima ancora che il viaggio inizi).

Senofonte vuole narrare un’impresa epica, nella quale ha svolto un ruolo fondamentale (stando almeno a quello che scrive), e in genere le ritirate di epico hanno poco: di solito si pone l’accento sull’avanzata. Se sono poco gloriose, però, le ritirate sono senz’altro narrativamente più efficaci, soprattutto quando ad un certo punto diventano affannose, sotto la pressione del nemico o di un ambiente ostile. Ed è accaduto così che il termine abbia preso in epoca moderna un altro significato, e stia ad indicare un viaggio di andata e ritorno, con ritorno pieno di imprevisti.

In questa forma la letteratura mondiale è piena di Anabasi, più o meno consapevolmente ricalcate sull’originale. In alcuni casi il calco è dichiarato. Valerio Massimo Manfredi ad esempio l’ha praticamente riscritta raccontando ne “L’armata perduta” la vicenda dal punto di vista di una ragazza aggregata alla spedizione in veste di amante dello stesso Senofonte. Come prevedibile, il risultato è un polpettone, nemmeno lontanamente parente dell’originale. In altri casi il motivo di fondo è stato trasposto in tempi e in ambienti completamente diversi, con risultati senz’altro più apprezzabili. Una delle trasposizioni più riuscite è ad esempio quella di Sol Yurik, con “I guerrieri della notte”. Un’altra, divenuta essa stessa un classico, è “Passaggio a nord-ovest” di Kenneth Roberts. In entrambi i casi dai libri sono state tratte versioni cinematografiche, di valore pari a quello delle opere di partenza. L’originale, per fortuna, non lo si è ancora tentato: i costi dell’operazione sarebbero spaventosi. L’unico film che si ispiri apertamente e dichiaratamente all’opera di Senofonte, riletta in chiave contemporanea, è I guerrieri della palude silenziosa.

L’operazione di calco, dall’originale, dai libri che si ispirano all’originale o dai film tratti da quei libri, è stata ripetuta innumerevoli volte. Direttamente ispirato da Passaggio a nord-ovest (il romanzo) è Fort Everglades di Slaughter, dal quale è stato poi tratto il film Tamburi lontani. Ma lo stesso regista di quest’ultimo (Raoul Walsh) ne aveva già diretto una versione attualizzata con Obiettivo Burma.

Ma di anabasi, solitarie o di gruppo, è zeppa anche la letteratura alpinistica. In questo caso a rendere il ritorno più rocambolesco dell’andata concorrono molti fattori, da quello meteorologico (in genere si torna quando già sta scendendo la notte, oppure quando arriva il maltempo) a quello fisico e psicologico (pesa la fatica accumulata nell’ascensione, ma soprattutto la caduta di tensione una volta raggiunta la meta, e quindi la disattenzione). La più classiche e famose tragedie alpine, quella che funestò la prima scalata del Cervino e quella recente sull’Everest, raccontate poi da protagonisti sopravvissuti, hanno avuto luogo proprio durante il ritorno.

6. (ed ultimo)

Vagabondaggi. Se tra le tipologie di viaggio inseriamo anche quella del vagabondaggio i titoli si moltiplicano. Particolarmente ricca in questo settore è la letteratura anglosassone, di qua e di là dell’oceano. Già a partire dal settecento esiste per gli inglesi una gloriosa tradizione di vagabondaggio a piedi, che da Borrow arriva a Stevenson (offrendo piccoli capolavori come Nelle Cevennes in compagnia di un asino) ed è ripresa poi dagli americani (Thoreau, Muir e London): nel secolo scorso è poi esplosa la variante motorizzata (Sulla strada, I viaggi di Theo, In viaggio con Charlie). Il tema è trattato, in termini in genere più drammatici, anche nelle letterature nordiche (Eichendorff, Hamsun, Martinson, Hesse) e in quella russa (Gorkij).

Parente prossimo del vagabondaggio è il viaggio a zig zag. Un esempio italiano è La leggenda dei monti naviganti, di Paolo Rumiz (che ha ripetuto lo stesso schema in Trans Europa Express). Ma si può anche vagare sulle tracce di un’idea, come faceva Samuel Butler in Alpi e santuari e come recentemente ha fatto Giorgio Boatti in Sulle strade del silenzio; o di una identità culturale perduta (Ceronetti, con Viaggio in Italia e Albergo Italia).

 

Mi fermo qui. Potrei anch’io vagare ancora a lungo alla ricerca di ulteriori etichette distintive, ma immagino di aver esaurito ormai tutto il credito di pazienza e di attenzione concessomi da improbabili lettori. Un risultato credo comunque di averlo ottenuto. Se non sono riuscito a dare un’idea del potenziale combinatorio che la letteratura di viaggio offre, ho senz’altro dissuaso chiunque per il futuro dal dettare per essa regole o criteri di catalogazione con qualche pretesa di effettiva applicabilità. La letteratura di viaggio in effetti non sopporta di essere ingabbiata in comparti, scappa per ogni dove, sceglie di volta in volta con chi accompagnarsi. E proprio qui sta il suo fascino. Nella mia biblioteca è l’unico settore che conosce riposizionamenti continui, dettati da intuizioni estemporanee, ripensamenti, nuovi progetti di ricerca o mutati criteri di razionalità, o anche soltanto dalla necessità di sfruttare meglio gli spazi e ottimizzare la visibilità. Bene, questa cosa implica spostare ogni volta centinaia, in qualche caso migliaia, di volumi, riprenderli in mano, riconoscerli, magari anche riaprirli, e poi dare loro una vita e un significato diversi attraverso i nuovi accostamenti.

È la moltiplicazione dei pani in versione laica. Un miracolo che si ripete periodicamente, rinnovato nei dettagli dalle nuove acquisizioni. Non credo di dover cominciare a preoccuparmi. Devo solo insegnare a qualcuno a pescare. Il companatico dovrà metterlo lui.

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Grazie per la risposta. ✨

Anarchismo e politica La revisione critica di Camillo Berneri (di Stefano D’Errico)

Anarchismo e politica La revisione critica di Camillo Berneria cura di Paolo Repetto, 3 marzo 2020

Berneri oggi (Premessa)

Berneri in pillole: alcuni cenni biografici

Una grande curiosità intellettuale

Esilio

Lo scontro con il fascismo e la critica del massimalismo e della demagogia “di sinistra”

La politica delle alleanze e la lezione storica dello scontro con i due totalitarismi

Morte di Berneri  (cinque uomini, un unico destino)

La differenza fra gradualismo e riformismo. il “sovietismo” di Berneri

L’anarchismo fra politica ed antipolitica (nessun sogno romantico)

La questione del programma

Contro “l’anarchismo dagli occhiali rosa”

La scelta anarcosindacalista

Contro l’individualismo

Per l’organizzazione politica degli anarchici

Berneri ed Arcinov

Nessuna paura della revisione: giudizi di fatto e giudizi di valore

Contro la religione della scienza

Per la tolleranza

Umanesimo e anarchismo

Il revisionismo marxista

Dovere del lavoro e diritto all’ozio

Contro l’operaiolatria

Il valore della cultura

Per un programma economico aperto

Astensionismo ed anarchismo

Ubi societas, ibi jus: la differenza fra autorevolezza ed autoritarismo

Berneri e Malatesta

Note

Berneri oggi (Premessa)

 

Contro l’autonomia della politica

Berneri è appena conosciuto come “martire” della guerra civile spagnola, assassinato perché si opponeva ai diktat di Mosca che intendeva soffocare il “cattivo esempio” della rivoluzione libertaria (ufficialmente per accontentare la Società delle Nazioni restaurando la “repubblica di tutte le classi”: in realtà Stalin usava la Spagna come pedina di scambio per concludere il patto di non aggressione con la Germania nazista). Scomoda per tutti (fascisti, comunisti, cattolici e “liberali”), la sua opera – pubblicata parzialmente e con gran ritardo – è passata in secondo piano.

Anche una certa “ortodossia anarchica”, anziché lo sperimentalismo antidogmatico di Berneri, ha valorizzato soprattutto le sue critiche ai ministri dell’anarcosindacalista CNT – maggiore sindacato iberico – nel governo repubblicano del ‘36-’39. In realtà, c’è molto di più: un lascito teorico impressionante ancora di grande attualità.

Di fronte alla “crisi della politica” ed alla débacle della sinistra marxista, anche l’area del “socialismo irregolare” – “prossima”, ma non coincidente con l’anarchismo – stenta a trovare risposte adeguate. In Italia, come segretario dell’Unicobas sono indotto da fatti e comportamenti ad affrontare queste tematiche. Da una parte vedo riproporre la prassi “gruppettara” delle conventio ad escludendum, dei servizi d’ordine che impongono alle piazze sempre più anacronistici “leaders” – l’un contro l’altro armato – che fanno e disfano “cartelli” per la lottizzazione e l’egemonia sulle lotte e sui cortei (spesso mere rappresentazioni): coazione a ripetere le tare della vechia-nuova sinistra che, sotto forma di farsa, rigenerano la malattia del leninismo. Dall’altra, i settori più sinceri paiono succubi di un anti-ideologismo di maniera che rigetta e “parifica” tutte le esperienze storiche, compresa la grande tradizione del socialismo libertario. Il rifiuto di un’indagine senza preconcetti sugli errori del passato non porta risposte per il futuro.

La militanza “antagonista”, eco-sociale e libertaria, si trova così divisa verticalmente fra una maggioranza di gruppi e “cani sciolti” che opera sul territorio ed una (ben divisa e strutturata) minoranza d’apparato che si limita a “capitalizzare” – a proprio uso e consumo – il lavoro di base, trasformandolo in elemento di mera “rappresentanza” per una schiera autoreferenziale di “portavoce” mediatici fermi agli anni ‘70. Ma tutto ciò ha origini ben precise e la ricerca della “pietra filosofale” non ha senso: non calerà dal cielo un nuovo Bakunin, tantomeno un nuovo Marx.

Basterebbe invece esaminare la storia per capire che occorre fare quel che non s’è mai fatto: operare una riconversione etica della politica. Il fine non giustifica i mezzi, sono bensì questi ultimi a determinare automaticamente i risultati. Anche se la cosa emerge con fatica, è sempre più netto ed istintivo il rifiuto della autonomia della politica. E’ un concetto che gli anarchici hanno continuamente ripetuto, e non si tratta di una “religione” dell’etica. Semplicemente, una sinistra piegata al conformismo dell’ipse dixit ed alla delega non può sviluppare i germi  dell’autogestione. Eppure, il resto della sinistra – proprio perché condizionata dal lascito di Marx, il “Machiavelli del socialismo” – ha sempre fatto orecchie da mercante.

Ancora scorgiamo il Sisifo del socialismo autoritario ripercorrere pedissequamente le stesse strade, nonostante la storia dimostri senza appello come la dittatura di partito riproduca matematicamente la servitù economica e morale.

Di più, quella “sinistra” è giunta sino alla mutazione genetica: abbiamo visto i postcomunisti attraversare il guado dal bolscevismo al neo-darwinismo sociale in stile liberista. Nulla di strano: lo strumento-guida di questa transizione è la ragion di stato. Scrisse Berneri: “La formula leninista ‘i marxisti vogliono preparare il proletariato alla rivoluzione mettendo a profitto lo Stato moderno’ è alla base del giacobinismo leninista come del parlamentarismo e del ministerialismo social-riformista”.

Ma non è tutto. Pur esistendo nel mondo una – più o meno consapevole – “domandadi anarchismo, a questa non corrisponde “offerta” adeguata. Quel che resta del movimento libertario non riesce da tempo ad esser presente a se stesso a causa della marginalizzazione indotta da un dottrinarismo ossificato. In poche parole, non si può combattere l’autonomia  del politico con lo scetticismo elevato a sistema e con l’indifferentismo rispetto alla politica. In primis, occorre un programma, perché per vincere bisogna saper convincere. Inoltre, se la politica deve venir subordinata all’etica, è un richiamo etico pur quello relativo alla responsabilità che chi fa politica deve prendere immancabilmente su di sé. Una responsabilità rispetto alle conseguenze del suo agire sugli altri e sul mondo e non solo riguardo alla propria coscienza. Ergo, il parametro etico di riferimento dovrà veramente essere messo alla prova, riattualizzato, con una rielaborazione il più plurale possibile, oltre gli steccati ed ogni fondamentalismo. Se l’anarchismo è uno strumento di emancipazione, per dimostrare di essere valido non può arroccarsi nei suoi valori in una sorta di autocompiacimento nullista e narcisista. Tutt’altro: non solo deve dimostrare di aver ragione in modo concreto hic et nunc, ma essere anche capace di lavorare per creare le condizioni di una vittoria nello scontro sociale. Non bastano quindi la “buona volontà”, la determinazione del singolo o di piccoli gruppi più o meno “coordinati”. Nello specifico anarchico occorrerebbe un vero soggetto organizzativo di livello internazionale, con un forte senso d’appartenenza però aperto ed orizzontale: un sistema complesso votato a studio, discussione e sperimentazione pratica, che sviluppi relazioni con l’eterogeneo mondo dell’associazionismo e valorizzi le differenze, per creare una vera prospettiva generale. Sarebbe l’ora di una nuova, inclusiva, costituente libertaria.

Riassumendo: la politica è l’arte del possibile e se per i libertari il fine non giustifica i mezzi, essi hanno comunque il dovere di sapersi destreggiare in politica, cosa da non delegare a (presunti) “specialisti”. Ed è qui che interviene Berneri: “Essere col popolo è facile se si tratta di gridare: Viva! Abbasso! Avanti! Viva la rivoluzione! – o se si tratta semplicemente di battersi. Ma arriva il momento in cui tutti domandano: Cosa facciamo? Bisogna avere una risposta. Non per far da capi, ma perché la folla non se li crei”. Ecco perché il movimento d’emancipazione ha un grande bisogno della riflessione berneriana. Essa avversa quel comunismo da caserma trasformatosi poi in capitalismo di stato e quindi di nuovo in liberismo, ma non fa sconti a nessuno, neppure all’ortodossia anarcoide. Berneri rincorre, “stana” e svela le fobie di quel “ritualismo” che ha reso quasi impotente un movimento altrimenti portatore dei più adeguati “anticorpi” prodotti dall’umanità per contrastare il dominio in tutte le sue forme.

L’anarchia non è semplicemente il “non-stato”

Per Berneri, l’anarchia: “non è semplicemente il non-Stato, bensì un sistema politico a-statale, ossia un insieme di autonomie federate”. Egli precisa: “Un organismo qual è lo Stato odierno può essere demolito, ma alla sua ossatura fa riscontro tutto quel sistema di fasci muscolari e nervosi, che sono i servizi pubblici. (…) Le società primitive, le città dell’epoca dei Comuni, il villaggio contadino, la cittadina di provincia della Spagna, possono realizzare delle forme più o meno integrali di quell’anarchismo solidarista, extra-giuridico a-statale caro al Kropotkin, ma la metropoli odierna, ma la nazione che ha un ritmo di vita economica internazionale debbono affrettarsi a saldare le fratture prodotte dalla fase insurrezionale, perché la vita non si arresti; come il chirurgo deve affrettarsi a passare dal bisturi all’ago, quando si accorge che il cuore del paziente rallenta il proprio ritmo”. E già nel 1926, afferma: “i nostri migliori, da Malatesta a Fabbri, non riescono a risolvere i quesiti che ci poniamo, offrendo soluzioni che siano politiche. La politica è calcolo e creazione di forze realizzanti un approssimarsi della realtà al sistema ideale, mediante formule di agitazione, di polarizzazione e di sistemazione, atte ad essere agitanti, polarizzanti e sistematizzanti in un dato momento sociale e politico. Un anarchismo attualista, consapevole delle proprie forze di combattività e di costruzione e delle forze avverse, romantico col cuore e realista col cervello, pieno di entusiasmo e capace di temporeggiare, generoso e abile nel condizionare il proprio appoggio, capace, insomma, di un’economia delle proprie forze: ecco il mio sogno. E spero di non essere solo”.

Ha scritto Pier Carlo Masini che Berneri: “(…) trasferiva la tematica federalista all’interno del movimento operaio, fino ad allora egemonizzato dal centralismo di marca germanicosocialdemocratica e di marca russo-bolscevica”. Il lodigiano scrisse: “io sono semplicemente autonomista-federalista (Cattaneo completato da Salvemini e dal Sovietismo)”. Quello di Berneri, era un sovietismo sociale, molto critico rispetto all’anarchismo “dagli occhiali rosa” di kropotkiniana memoria. I corporativismi locali e la “giustizia popolare” sono rischi che non si possono correre. La libertà non è quindi mai assoluta, perché deve contemperare il rispetto di precisi doveri verso gli altri. A tal fine la collettività esprime una sua autorevolezza che è altra cosa rispetto all’autoritarismo: “All’autorità formale del grado e del titolo anteponiamo l’autorità reale del valore e della preparazione individuali. Questo senza cadere in una dialettica fusione, o confusione, dei contrari. La libertà non è nulla, se non finalizzata, e non è possibile una eguaglianza generale fra gli esseri umani raggiunta per diktat ideologico. Occorre ripartire dall’impegno su valori condivisi e dall’impiego degli stessi come metro comune. Berneri ribadisce: “Qualunque società non può soddisfare interamente i bisogni di libertà dei singoli. La volontà delle maggioranze non è sempre conciliabile con quella delle minoranze. Qualunque forma politica presuppone la subordinazione delle minoranze. Quindi autorità. Sfuggire l’autorità vale fuggire la società. Nella botte di Diogene può stare il singolo, un popolo ha bisogno della città”.

Berneri non crede alla giustizia sommaria delle masse, né alla società “trasparente” impaludata su se stessa senza istituzioni. La società libertaria si deve creare intorno alla responsabilità e quindi anche con l’accettazione di regole, condivise ma cogenti: “(…) un minimo di diritto penale è necessario come un minimo di autorità (…) credo che l’idea di giustizia sia nel

popolo, ma non credo alla giustizia popolare, intesa come giustizia di folle”. La massa non è composta né da libertari nati, né da cherubini. Chi lo afferma è un illuso ed un semplicista: “La negazione a priori dell’autorità si risolve in un angelicarsi degli uomini ed in uno sviluppo irrompente di un genio collettivo, quasi immanente alla rivoluzione, che si chiama iniziativa popolare”.

Il lodigiano non si fermò certo a vaghi proclami “millenaristi” relativi ad automatiche “palingenesi sociali”: indagò sulla diversità strutturale che intercorre fra le istituzioni proprie della società civile e le categorie imposte dallo stato, ipotizzando la leva del contrasto fra le prime e le seconde al fine di una strategia di liberazione e di ricostruzione rivoluzionaria. Questa è una lezione anche per i nostri giorni. Origina una riflessione sulle istituzioni delle quali la società civile dovrà dotarsi, le regole che verranno, la struttura economica che si darà e principalmente i meccanismi decisionali atti a definire il tutto. Ciò comporta necessariamente il riconoscimento di una differenza radicale fra istituzioni e stato, nell’ambito della realizzazione dell’autonomia della società civile federalista rispetto ad ogni entità centralistica. In poche parole, per essere credibile, la lotta contro lo stato deve essere animata da una prospettiva di organizzazione futura capace già di mettere in crisi l’entità statuale oggi per abolirla domani. La scuola, ad esempio, è una istituzione che va diretta e gestita dalla società civile, come “sfera pubblica non statale”, in alternativa al privato, ma anche alla “ragion di stato” (si pensi, ad esempio, alla redazione dei programmi di storia in ordine a libertà d’insegnamento e d’apprendimento). Così le mille altre realtà, secondo un sistema che si organizza dal semplice al complesso, esistendo altresì una naturale differenza, sia di livello che organizzativa e giuridica, fra istituzioni e servizi.

Elemento centrale è il decentramento amministrativo, che ha nei comuni i principali punti di riferimento, così come, tramite l’anarcosindacalismo, lo sono i comitati di gestione della produzione e dei servizi espressi dal mondo del lavoro. In ordine a tali questioni eminentemente pratiche, aventi a che fare con la vita di tutti giorni e con la rifondazione di un senso e di una codifica del diritto atti a gestire la convivenza, gli scambi e la produzione, occorre per Berneri disperdere definitivamente l’ombra dello stato. Ma non sarà impugnando le armi spuntate fornite dalle astrazioni ideologiche  che si abbatterà la centralizzazione, si porrà fine allo sfruttamento e si scongiurerà il capitalismo, “tradizionale” o di stato.

Per la definizione di un progetto politico libertario

Per tutti questi motivi Berneri rifiuta e combatte il diktat ideologico che vieta agli anarchici l’elaborazione di un progetto ed impedisce loro di agire anche sul piano tattico: “Mezzo: l’agitazione su basi realistiche, con l’enunciazione di programmi minimi”. Inoltre, la storia costringe a dare risposte e l’assenza di programma condanna l’anarchismo ad agire di rimessa rispetto alle condizioni determinate dagli avvenimenti e soprattutto “in coda” alle altre entità politiche: senza un progetto, anziché indipendenza, si mostra sudditanza.

L’antipatia per il programma non dovrebbe contraddistinguere i rivoluzionari, è invece tipica di chi non vuole realmente cambiare lo stato delle cose: “Il gradualismo del socialismo legalitario e statolatra è parallelo all’antipatia, evidentissima nel Kautsky, per qualsiasi piano di ricostruzione economica in senso socialista. Che l’ingranaggio sociale sia così complicato che nessun pensatore possa indagarne tutti i mali e prevederne tutte le possibilità, è evidente; ma (…) ciò non toglie che sia necessario al socialista poggiare su di un programma pratico, sì come allo scienziato è necessaria la luce di un’ipotesi”. Non si tratta quindi di mero “progettismo”: “Ma occorre distinguere: vi sono programmi che sembrano voler dare la sintesi del domani storico come deterministico calcolo di quel che sarà quel domani e questi sono i programmi detti realistici mentre non sono che deterministici; mentre vi sono programmi che pur calcolando grosso modo il gioco delle forze statiche e di quelle dinamiche non dimenticano che la probabilità di certe risultanti è tanto più alta quanto più la volontà di rinnovamento ha forzato i limiti progressivi”.

La prima cosa che Berneri fa capire è che non bisogna confondere giudizi di fatto e giudizi di valore. Per questo “osa” mettere in discussione anche la pratica astensionista. Pure Bakunin ammoniva di non confondere tattica e strategia, perciò: “Il non distinguere la prima dalla seconda conduce al cretinismo astensionista non meno infantile del cretinismo parlamentarista”. E ancora: “Il cretinismo astensionista è quella superstizione politica che considera l’atto di votare come una menomazione della dignità umana  o che valuta una situazione politico-sociale dal numero degli astenuti delle elezioni, quando non abbina l’uno e l’altro infantilismo”.

La strada da seguire è quella del comunalismo: “Ecco, invece, un tema di studio: lo Stato nel suo funzionamento amministrativo. Ecco un tema di propaganda: la critica sistematica allo Stato come organo amministrativo accentrato, quindi incompetente ed irresponsabile. (…) Una sistematica campagna di questo genere potrebbe attirare su di noi l’attenzione di molti che non si scomporrebbero affatto leggendo Dio e lo Stato (di Bakunin)”. Con ciò, il lodigiano mostra la “freschezza” della propria interpretazione della realtà, ancora adeguata rispetto al mondo odierno.

E’ oggi evidente l’assoluta lontananza dei cittadini dagli istituti dello stato, ma ciò non trova adeguata capacità di contrasto nella critica “rivoluzionaria”, di sovente ferma alla propaganda ideologica e poco attenta alle contraddizioni del quotidiano, largamente sperimentate dalla “gente comune”. In differenti occasioni Berneri afferma che una prassi radicata ab origine nel rifiuto della truffa di una democrazia rappresentativa senza controllo e mandato – un palliativo concesso come diritto solo per una piccola parte della popolazione da monarchi che conservavano nomina e gestione del parlamento, – nasce come risposta, non come principio e non può rimanere sempre e comunque inamovibile dettame dottrinario incurante delle situazioni particolari da affrontare nel corso della storia. La propaganda astensionista è “reazione contro la rappresentanza generica”.

l pensiero del lodigiano diviene chiarissimo laddove coniuga la questione del voto con quello che per lui dovrebbe essere il progetto libertario in divenire: “Vi sono, secondo me, quattro sistemi politici possibili: l’amministrazione diretta, la rappresentanza generica o autoritaria, la democrazia propriamente detta e l’anarchia. L’amministrazione diretta è un sistema politico nel quale il popolo in massa delibera volta a volta sulle varie questioni d’interesse generale, e provvede all’esecuzione delle proprie deliberazioni. La rappresentanza generica o autoritaria è un sistema nel quale il popolo delega la propria sovranità ad un certo numero di persone da lui scelte e lascia a quelle il potere deliberativo ed esecutivo. L’astensionismo politico è una reazione contro la rappresentanza generica, reazione salutare, ma non ha più ragione di permanere di fronte alla democrazia propriamente detta, sistema nel quale il popolo delega le varie faccende di interesse generale a dei tecnici, riservandosi di approvarne gli atti, controllando il loro operato, riservandosi di destituirli e destituendoli quando ciò occorra. Gli anarchici hanno ragione di continuare in seno alla democrazia la loro opposizione correttiva e la loro propaganda educativa al fine di permettere il passaggio dalla democrazia all’anarchia, sistema nel quale l’amministrazione diretta e la democrazia si integrano, sopprimendo qualunque residuo della rappresentanza autoritaria”.

La presenza al voto diviene quindi persino uno strumento di “medio termine”, pienamente utilizzabile, se le condizioni del progresso sociale sulla strada della realizzazione pratica della società libertaria sono abbastanza avanzate ed adeguate.

Anarchismo & Anarchia

La polemica contro l’astensionismo, il nostro la affronta peraltro dopo la vittoria elettorale del Fronte Popolare in Spagna nel 1936, alla quale concorsero in modo determinante gli anarcosindacalisti della CNT, che per la prima volta non si abbandonarono ad una posizione intransigente, venendo per questo fatti oggetto di un fuoco di fila di critiche impietose piovute dal di fuori della penisola iberica. Ma senza quella vittoria, sostenne il lodigiano, non vi sarebbero state neanche le successive conquiste rivoluzionarie che la CNT stessa seppe mettere in atto dal basso. La sconfitta avrebbe significato una condizione pratica (ed anche psicologica) ben diversa per il movimento dei lavoratori e per questo sarebbe stata assurda in quella situazione una campagna astensionista: le tattiche della politica vanno giudicate mirando ai risultati e non in modo ideologico-aprioristico.

Così pose la questione Berneri: “Il problema, insomma, è questo: l’astensionismo è un dogma tattico che esclude qualsiasi eccezione strategica?

Per Berneri, il voto è uno strumento utile anche all’interno del mondo libertario e, come già visto, il lodigiano definisce più volte, senza pietà, “cretinismo astensionista” la demonizzazione senza deroghe di tale meccanismo decisionale, a maggior ragione se questo rifiuto è esteso persino

all’interno dell’organizzazione specifica. Un rifiuto invalso spesso nelle strutture anarchiche non perché il voto fosse incongruo alla tradizione, bensì per una sorta di “moda” che ha sclerotizzato la militanza. Berneri discrimina poi chiaramente fra voto e voto. Nel caso di liste locali, ed ancor più di plebisciti e referendum, non vede per gli anarchici alcun motivo di possibile avversione: “Se domani si presentasse il caso di un plebiscito (disarmo o difesa nazionale armata, autonomia degli allogeni, abbandono o conservazione delle colonie, ecc.) si troverebbero ancora degli anarchici fossilizzati che crederebbero doveroso astenersi”.

Berneri, a proposito della dimensione politica dell’anarchismo, la nobilita senza remore e preferisce certo chi si batte per il successo dell’impostazione libertaria nella storia a quanti, astraendosi dalla politica, riducono il libertarismo ad una mera, sofistica, professione di fede. Il

purismo” mostra tutta la sua inutilità, ed è anzi sinonimo di disimpegno ed autoreferenziale narcisismo: “Chi crede alla possibilità dell’anarchia come sistema politico è anarchico, qualunque siano le sue vedute strategiche, qualunque siano le sue riserve sulle realizzazioni massime della

società futura. Ed è anarchico anche se scomunicato dai dottrinari sofistici, ed è anarchico anche se gli si oppone con il termine generico di principi le vedute di questa o di quella scuola, le opinioni di questo o di quel maestro, le abilità polemiche di questo o di quel giornalista autorevole nonché le scandalizzate proteste dei pensanti con la testa altrui”.

Ma come si fa se gli anarchici per primi, immobilizzati dal fondamentalismo, non credono nell’anarchismo politico? La mancanza di sperimentazione è infatti sinonimo di sfiducia nei propri mezzi ed ancor più nelle possibilità interne alla prospettiva libertaria: “La storia è opposizione e sintesi. L’anarchismo, se vuole agire nella storia e diventare un grande fattore di storia, deve aver fede nell’anarchia, come una possibilità sociale che si realizza nelle sue approssimazioni progressive. L’anarchia come sistema religioso (ogni sistema etico è di sua natura religioso) è una ‘verità’ di fede, quindi per propria natura, evidente soltanto a chi la può vedere. L’anarchismo è più vivo, più vasto, più dinamico. Egli è un compromesso tra l’Idea e il fatto, tra il domani e l’oggi.

L’anarchismo procede in modo polimorfo, perché è nella vita. E le sue deviazioni stesse sono la ricerca di una rotta migliore”. Berneri è quindi “un anarchico che crede all’anarchia e, ancor più, all’anarchismo”. Berneri è un gradualista rivoluzionario perché è ben conscio della futilità del tutto e subito o del “tanto peggio-tanto meglio”, così come dell’irraggiungibilità della perfezione, e tiene distinti l’anarchia (“religione”) e l’anarchismo (l’anarchia nella storia): “l’anarchico comprende che nella storia si agisce sapendo essere popolo per quel tanto che permette di essere compresi e di agire, additando mete immediate, interpretando reali e generali bisogni, rispondendo a sentimenti vivi e comuni”. Berneri non fu mai un massimalista: “A mio parere, il non esercitare un diritto perché è concesso dallo Stato, non creare una situazione migliore dell’attuale perché se ne vorrebbe una migliore di quella conseguibile, vale fossilizzare la nostra azione politica”. Ancora oggi la sinistra “radicale” non sa distinguere fra riformismo e gradualismo.

Nel corso della rivoluzione spagnola, pur essendo intransigentemente schierato per la difesa e lo sviluppo delle conquiste popolari, delle collettivizzazioni agrarie e della socializzazione delle industrie, il lodigiano seppe comprendere i tentativi della dirigenza cenetista di destreggiarsi nella situazione. Naturalmente questa posizione Berneri la tenne solo fino a quando la CNT dell’epoca seppe conservare la propria autonomia e rimase all’offensiva. Alle prime avvisaglie del precipitare della situazione, egli divenne un critico feroce rispetto ai cedimenti determinati  dall’incapacità di fronte alle esigenze della politica.

Berneri era un fautore non già della mediazione, bensì della sperimentazione pragmatica, e ben sapeva che i limiti maggiori dell’anarchismo non stavano in presunte mancanze di serietà o d’onestà dei “leaders”, quanto invece nell’impreparazione assoluta di tutto un corpo militante abituato a pensarsi unico padrone del campo di fronte alla rivoluzione: viceversa, in un panorama necessariamente plurale, il progetto comunista libertario va difeso anche con le armi della politica.

Così com’era convinto che per il tramite dell’organizzazione anarcosindacalista, proprio ovviando a quest’impreparazione (obiettivo per il quale aveva lavorato tutta la vita), si sarebbe invece potuta restituire a chi di dovere quella famosa, proudhoniana, capacità politica delle classi operaie, sviluppare la quale è la prima ragione della tradizione libertaria.

Fu anche contro il sindacato unico, indicando agli anarchici l’intervento e la creazione di strutture anarcosindacaliste come elemento prioritario, diversamente rispetto a Malatesta e Fabbri, che propugnavano un’indifferenziata presenza nelle strutture di massa “unitarie”, alla fine sempre guidate da segreterie nazionali socialriformiste o comuniste.

 

 

La questione sindacale

L’anarcosindacalismo deve avere una propria ben definita autonomia, anche dal movimento specifico. L’anarchismo ha contato di più ove ha assunto una fisionomia anarcosindacalista. L’anarcosindacalismo è una struttura organizzata, prima di tutto composta da lavoratori e ad essi rispondente, con i loro tempi e bisogni. Altrimenti si rischia di rimanere vittime degli stessi mali del movimento, che è il “partito” degli anarchici. Parallelamente, la realtà sindacale libertaria è più “politica” di un movimento che, in assenza di un proprio riferimento di massa, tende fatalmente ad estraniarsi dal mondo reale ed a divenire marginale e rivolto su se stesso. L’anarcosindacalismo, leale interprete dello spirito della Prima Internazionale, deve riportare il sindacato alle sue origini: una struttura indipendente da qualsiasi partito (anche dal movimento libertario in quanto tale), ma non estranea alla politica, dove l’agire politico è fissato nell’alterità della prassi democratica ed orizzontale. In sintesi, il tutto s’incardina nella capacità dei lavoratori in quanto tali, senza “mediazioni” e direttive provenienti da “élites” e guide esterne. Altrimenti non si sarebbe superato il limite naturale del sindacalismo burocratico e “dipendente”: quello della soggezione a forze politiche sedimentate in campo esterno. Il sindacato di partito viene costretto all’inazione e posto a guardia della pace sociale quando la sua forza parlamentare di riferimento ha conquistato il potere e “scatenato” nella “lotta” solo quando questa è all’opposizione. Di contro, la “esternità” delle leve della politica al mondo del lavoro, rappresenta, peraltro, una concezione inaccettabile in campo libertario: l’esistenza di un “limbo” separato ove si maturano le idee-guida, una sorta di piano astratto dove il mondo del lavoro non è vivo e pulsante, ma solo “rappresentato” sul palcoscenico del teatrino della politica (prevalentemente – ma non unicamente – parlamentare). Una deviazione tipica della Seconda Internazionale socialdemocratica e della Terza Internazionale bolscevica, che destina alla forza politica – partito, poi identificato con lo stato – il piano del progetto, lasciando al sindacato al massimo la mera “vertenza” e facendolo succube di strategie maturate esternamente ad esso, così espropriando il mondo del lavoro della propria titolarità politica soprattutto in termini progettuali.

Il primato dell’etica, diviene quindi preminenza della democrazia di base (prassi organizzativa).

Il  mito della mera “emergenza del sociale”

Va sfatata la leggenda che alla politica si possa sostituire la mera emergenza del sociale, il cui inseguimento ha comunque ricadute politiche (anche se ci si muove in nome e per conto del “ribellismo” e della cosiddetta “antipolitica”). Negli ultimi anni ‘70, ad inquinare oltremodo il panorama della militanza libertaria, ha contribuito il mito della cosiddetta “autonomia proletaria”, di provenienza italiana ma invalsa per molti anni in tutta Europa. L’ennesimo “succedaneo” venne, ancora una volta (e contro-natura), ben accolto dagli anarchici massimalisti, con tutti i suoi cascami di estremismo, avventurismo e violentismo. La spessa coltre dell’intransigenza “rivoluzionaria” mascherava l’operazione mimetica. Contrabbandando se stessa come “radicale” (solo perché votata ad uno scontro di piazza autoreferenziale) e “libertaria”, l’area dell’ autonomia, ha invece introdotto un’impostazione del tutto autoritaria. L’apparente assemblearismo nascondeva gruppi di “professionisti”, determinati a decidere sempre e comunque il corso degli avvenimenti senza cura per le dinamiche espresse dai movimenti, la foglia di fico dietro la quale celare la fruizione di una delega in bianco. Fu il trionfo di una prassi del lavoro politico volta a denunciare strumentalmente l’inutilità delle organizzazioni specifiche, al fine di realizzare strutture “unitarie” legate a doppio filo a sovrastrutture più o meno nascoste impegnate ad impostarne la linea. Secondo la prassi più dozzinale, la critica dello ideologismo fuorviante e totalizzante si fece critica delle idee e strozzatura della discussione collettiva. Venne riportata in auge la condanna delle diversità a favore dell’uniformità e dell’appiattimento, perseguendo metodi dettati dall’insofferenza verso ogni particolarità. Nel nome di una malintesa “coscienza proletaria”, pretesa come avulsa dal dibattito sulle metodologie e sull’etica della libertà, s’impose l’ennesima riproposizione della autonomia della politica. L’antitesi autoritarismo-libertarismo veniva quindi ancora una volta derubricata. Un vero e proprio ricatto ideologico in omaggio agli stilemi del controllo e della presa del potere nel micro-sistema “antagonista”, della preminenza dell’economico e del “militare”, nonché di una presunta “linea di condotta comunista”, sul gradualismo, sulla rivendicazione e sul bisogno. Da questo, l’attivismo totalizzante, per lo più finalizzato ad un impegno acritico eterodiretto spinto sino ad estreme conseguenze, estraneo ad ogni forma non velleitaria di ripensamento suscettibile di mettere in forse un dominio da esercitarsi in ogni caso sul sociale per mezzo delle continue forzature operate da un gruppo omogeneo selezionato, dirigente di fatto.

L’ultima nota di colore riguarda, al momento, le frange dell’estremismo anarchico fondamentalista, convinte di cogliere l’occasione della storia nel cercare di prendere il posto dell’autonomia in divisa da black-block, come se la mistica dello scontro rituale di piazza non fosse colto, oggi come ieri, soltanto come un’utile pretesto per rinverdire le politiche repressive degli stati al fine di una criminalizzazione tout court di qualcosa che è molto più complesso, articolato ed assai meno povero di contenuti: l’intero progetto e la prassi del socialismo libertario.

Berneri invece indicava la necessità di un movimento con un’identità precisa, capace anche di battaglie d’opinione, adatto a lasciare il segno nella storia, in una complessità poliedrica che lo veda strumento primario per la riconquista insieme della soggettività politica delle masse sfruttate e dell’umanesimo il più avanzato. Tale è il senso del “sovietismo” di Berneri: non un’arronzata “scopiazzatura” consigliarista di derivazione pannekoekiana o luxemburghiana, bensì la ricollocazione dell’anarchismo in quanto tale nella sua propria dimensione. Preminente è perciò il protagonismo del movimento anarchico con la sua identità, in “prima persona”, senza remore e paure; in totale autonomia e come forza politica: “Se il movimento anarchico non acquisterà il coraggio di considerarsi isolato, spiritualmente, non imparerà ad agire da iniziatore e da propulsore. Se non acquisterà l’intelligenza politica, che nasce da un razionale e sereno pessimismo (ché è, di fatto, senso della realtà) e dall’attento e chiaro esame dei problemi, non saprà moltiplicare le sue forze, trovando consensi e cooperazione nelle masse” .

 

L’identità dell’anarchismo, unica alternativa ai totalitarismi

Però l’identità non ha nulla a che fare con la ricerca autistica di uno “splendido isolamento”. Ancora da Fallimento o crisi?, leggiamo: “Chiuso nell’intransigenza assoluta di fronte alla vita politica, l’anarchismo puro è fuori del tempo e dello spazio, ideologia categorica, religione e setta. Fuori dalla vita parlamentare, fuori da quella delle amministrazioni comunali e provinciali, non ha saputo e voluto condurre delle battaglie di dettaglio, suscitanti, volta a volta, consensi; non ha saputo agitare problemi interessanti grande parte dei cittadini. (…) Da un’infinità di battaglie il movimento anarchico si è avulso, sempre allucinato dalla visione della Città del Sole, sempre perso nella ripetizione dei suoi dogmi, sempre chiuso nella sua propaganda strettamente ideologica”.

Da qui la sua critica all’impostazione “frontista” (a senso unico) che ha reso il movimento libertario succube del bolscevismo. Berneri indicherà all’anarchismo il rifiuto dell’omologazione “frontista” come una delle medicine necessarie a ridare autonomia al movimento: “Fra queste esperienze, vi è quella delle insufficienze tattiche del movimento anarchico, troppo fiducioso nei fronti unici, troppo poco autonomo (…)”.

Tantomeno fu fautore in politica della demagogia del “più uno”: “Per la smania di essere più a sinistra di tutti non dobbiamo assecondare il Partito Comunista nei suoi errori estremisti, oltre che per il nostro principio di non volere imporre il comunismo, anche perché mentre il Partito Comunista farebbe macchina indietro sul terreno economico, si gioverebbe della nostra collaborazione insurrezionale ed espropriatrice per costruire e rinsaldare la propria dittatura

Senza però indulgere mai nell’integralismo e rifuggendo il settarismo. Sarà anzi l’anarchico italiano che più cercherà di favorire e porre in essere un’adeguata politica delle alleanze, rivalutando, a suo tempo, repubblicani di sinistra e liberal-socialisti come Gobetti e gli antifascisti federalisti-autonomisti (anti-sovietici) di Giustizia e Libertà: Salvemini e i fratelli Rosselli.

La scelta di un’alleanza “strategica” con i fautori di un “socialismo federalista liberale” era legata alla contingenza ed alla politica, non rappresentava una deroga rispetto all’opzione del socialismo libertario. In altre parole, l’obiettivo rimaneva lo stesso. Anzi, si affinava, ma veniva delineata da Berneri soprattutto una tattica per la presenza ed il protagonismo dell’anarchismo.

Cionondimeno Berneri riteneva che l’anarchismo avrebbe dovuto stringere patti d’unità d’azione unicamente con entità federaliste ed equitarie, ma per definizione contrarie ad ogni totalitarismo.

 

L’Anarchismo e i “movimenti”

Berneri insegna ad accettare da subito (e veramente) la necessità di una sinistra (e di una società) aperta, come elemento non mediabile e non rinunciabile di arricchimento e revisione rispetto ad un passato (anche recentissimo) di macerie. Viceversa, le realtà “antagoniste” (costruite ancora “contro” più che “per”) non sanno fissare davvero per il futuro, programmaticamente, l’ineliminabilità del pluralismo e del pensiero divergente. Tale elemento, centrale per una vera rivoluzione, è affatto scontato. Porsi questo problema è difficile per quanti identificano nella rivoluzione solo il superamento dell’esistente e rimandano fideisticamente al “dopo” la discussione sui nuovi parametri della democrazia. Del resto, sbaglierebbe i suoi conti chi pensasse che è solo la radicalità degli slogan e dei comportamenti esteriori (nella quale sconfitti ed orfani cercano l’ultima spiaggia dell’identità) il veicolo della ripresa di protagonismo: all’alba del Terzo Millennio contano finalmente molto di più la genuina radicalità delle idee e del progetto. Soprattutto nei paesi del “primo mondo”, la politica dello scontro per lo scontro è una deviazione involutiva e del tutto simbolica dell’immaginario e della (molto più complessa) realtà del conflitto sociale.

Essere rivoluzionari è elemento d’identità, ma soprattutto nella proposta. Per due motivi. In primis perché per affermare la necessità del cambiamento bisogna saper dimostrare di poter e saper ottenere dei risultati. Secondariamente perché c’è bisogno di un’inversione della prassi.

L’antipolitica non è una novità: negare l’autonomia della politica lo è, ovvero dimostrare di saper davvero subordinare la politica all’etica. La qual cosa prevede anche delle capacità di studio ed osservazione che non stanno certo nella semplice negazione del ragionamento politico. Occorre la

capacità di mettere in atto il gradualismo rivoluzionario, proporre sistemi di riorganizzazione ed aggregazione, di autogestione e prima liberazione (anche culturale), immediatamente praticabili dalla (e nella) società civile. L’anarchismo deve imparare ad “uscire dal guscio” per capire che

l’egemonia delle idee non è egemonia politica nel senso negativo del termine – ovvero l’imposizione di eterodirezioni che sono solo una variabile del potere – ed occorre saperla praticare.

Allo stesso modo, non è l’egemonia dei fatti da criticare, vanno bensì esclusi quegli atti che tendono solo a stabilire l’egemonia di un qualche gruppo dirigente in quanto tale (prassi leninista).

La radicalità non è dunque elemento meramente formale, bensì questione di sostanza e non può prescindere dalla volontà (chiaramente espressa e comprensibile) di farsi intendere e capire, nell’auspicato (e finalmente salutare) sacrificio dell’autocompiacimento (autoreferenziale ed elitario) del ghetto ideologico e/o impolitico. E’ il coraggio di proporre elementi nuovi e sperimentali, elementi non graditi dagli schemi di qualunque ortodossia. E’ necessario unire protesta e proposta, promuovere un agire condiviso e plurale, capace di conquistare spazi, dosare e calibrare l’azione perché sia condivisa e condivisibile: non per “adattamento”, ma per preparare elementi più forti e decisivi di cambiamento. La radicalità non è nella rottura estemporanea, nella marginalità, nell’autocompiacimento dell’appartenenza ad una specie “altra” serrata in un recinto, ma nella determinazione (e quindi nella preparazione) di un cambiamento qualitativamente alto (etico): radicale, appunto.

Viceversa, nei “movimenti”, spesso l’assenza di un evidente progetto libertario si sposa con l’incapacità di coniugare strutturalmente la libertà con la democrazia economica, e questo spiana la strada al liberismo arrembante, i cui fautori hanno buon gioco nel “parificare” ogni movimento solidarista ed egualitario ai rottami del comunismo dittatoriale statolatra. Il cortocircuito è dato sempre dallo stesso elemento: un progetto sociale chiuso, autoritario ed economicista, che ancora contempla l’uso a tempo indeterminato dello stato (per di più totalitario) e contiene quindi in nuce i germi del fallimento e del recupero in una (già ben sperimentata) spirale dalla quale il determinismo del “programma comunista” impedisce l’uscita, trascinando con sé nel baratro l’intero movimento d’emancipazione.

Natura e funzione dello stato: il marxismo come ideologia dell’intellighènzia tecnoburocratica

La questione dello stato resta centrale. Elementi ormai acclarati, come il fatto che fu lo stato a dare origine alle classi (e non viceversa, come pretendeva Marx), non sono ancora per nulla patrimonio della sinistra. Il sociologo Luciano Gallino accredita oggi le tesi di Gumplowicz (1905), Oppenheimer (1928), Darlington (1969), secondo le quali le classi sociali hanno origine alla “conquista violenta di un paese da parte di un popolo straniero, o alla costituzione forzata di un’organizzazione statale. (…) In molti paesi all’origine della divisione in classi sociali v’è un’espansione di tipo coloniale, da parte non soltanto della razza bianca ma anche dei cinesi, degli indiani, dei malesi, degli arabi e di varie stirpi africane, a spese di locali popoli primitivi”. Berneri, confortato dalla posizione anarchica, era della stessa idea: “Gli anarchici si differenziano dai  marxisti nel considerare lo Stato non come un organo interclassista bensì come un organo di classe. Secondo Marx-Engels, lo Stato sarebbe sorto quando già si erano formate le classi. Questa  concezione, che costituisce un ritorno alla filosofia del diritto naturale di Hobbes, è respinta dagli anarchici, che considerano il potere politico come il generatore principale delle classi, e da questa concezione storica inducono che la distruzione dello Stato è la conditio sine qua non dell’estinzione del capitalismo”. Il lodigiano segnalava – citandolo – che persino secondo il socialista Labriola, lo studio scientifico della genesi del capitalismo: “conferisce un carattere di realismo veramente insospettato alle tesi anarchistiche sull’abolizione dello Stato. Sembra infatti assai più probabile l’estinzione del capitalismo per effetto dell’estinzione dello Stato, che non l’estinzione dello Stato per effetto dell’estinzione del capitalismo”.

Berneri non contesta tanto l’analisi economica di Marx, quanto quella politica, denunciandone l’astrattezza idealistica che fa da brodo di coltura per la creazione di nuove forme di dominio, perché lo stato, come già affermava Bakunin, è un apparato che non può smentire se stesso. La vera “utopia” negativa sta quindi nella convinzione che la statualità possa essere utilizzata per poi praticamente “estinguersi motu proprio” ed il vero “revisionismo” (presente in nuce nel marxismo) sta nell’affermare tale possibilità. La sinistra tardo-comunista guarda invece ancora attonita il capitalismo di stato cinese e – dopo analoga fine per tutto il restante socialismo “surreale” – non sa far altro che balbettare giaculatorie sul presunto “tradimento” degli ideali di Mao (quindi non muove una paglia per il Tibet ed il Darfur: eppure già la crisi del sistema sovietico avrebbe dovuto insegnare che lo statalismo è parente strettissimo dell’imperialismo e dell’etnocentrismo).

Berneri anticipa la denuncia di un vero e proprio collettivismo burocratico, sul tipo di quello analizzato a cominciare dal 1937 da Bruno Rizzi, quando le dinamiche del sistema bolscevico erano già ben evidenti. L’ancora ignoto Rizzi – transfuga della IV Internazionale in polemica diretta con Trotskij che non gli perdonava la definizione di capitalismo di stato per il regime sovietico – è l’unico in campo marxista ad aver identificato la vera natura dell’URSS. Si parla di quella tecnoburocrazia poi chiaramente identificata in campo anarchico con lo studio degli anni ‘70 sui nuovi padroni (intellighènzia dell’apparato statale e di partito ed aristocrazia operaia).

Nessuna scuola che si richiami al marxismo – neanche quelle più critiche verso il “socialismo reale” – ha mai riconosciuto l’esistenza del capitalismo di stato: una bestemmia per i seguaci dell’autore de Il capitale. Ma questa chiusura ideologica impedisce, ad esempio, di capire le dinamiche delle grandi privatizzazioni. Ad Ovest, la guerra fredda aveva favorito il welfare e riforme di struttura che hanno consentito lo sviluppo del potere dei boiardi di stato, ceto moltiplicato peraltro dallo statalismo fascista e delle socialdemocrazie. Caduto il muro e scongiurato il “pericolo comunista”, la marcia è stata invertita facendo rotta sul liberismo totale e la cosa pubblica è diventata business, con un occhio di riguardo per i burocrati che la gestivano.

Esattamente come ad Est, ove le strutture economiche e di servizio di quelli che furono “stati socialisti” sono oggi proprietà dei “camaleonti” che già le dirigevano e le sfruttavano “in nome e per conto di tutti”.

 

L’etnocentrismo marxista

Marx credette che il raggiungimento di un’organizzazione statuale fosse sinonimo di sviluppo e relegò – nella fase dell’etnocentrismo occidentale cresciuta all’ombra dell’industrialismo – le cosiddette realtà “tribali” ad un ruolo secondario ed arcaico, intanto perché solo con lo stato si produrrebbe oltre la quota determinata dai bisogni primari. Ma, discutibilità del dato a parte – le popolazioni “primitive” producono anche beni per soddisfare le pulsioni ludiche e lo scambio – è nella diversa cultura e qualità della vita che va ricercato il loro “topos” sociale: nel collettivismo, nella gestione comunitaria e nella riduzione del potere dei “capi” al solo momento della difesa. L’etnologia libertaria è di tutto rispetto, ma quanti conoscono La società contro lo stato (Feltrinelli, 1977) di Pierre Clastres? Eppure la concezione etnocentrica deriva da quella antropocentrica. Oggi denunciamo, con Bookchin, il presunto diritto al dominio totale dell’essere umano sulla natura come retaggio della concezione aristotelica e della Bibbia (o, se si preferisce, della sua “vulgata”). Tale autorità assoluta è affatto scontata nella filosofia dell’uomo in natura e certamente prelude al dominio di gruppi umani su propri pari, giustificandone la reificazione, per analogia, al ruolo dell’animale, considerato, più ancora che subordinato, quale “cosa” senza spirito senziente.

In sostanza, la subordinazione assoluta della natura incardina un precedente, dal quale, gradualmente, si passa con facilità all’etnocentrismo, allo schiavismo, al razzismo. A tali conclusioni era già giunto, peraltro, e nell’800, Elisée Reclus: “C’è tanta differenza fra il cadavere di un bue e quello di un uomo? L’abbattimento del primo facilita la distruzione del secondo”. Oggi possiamo affermare a ragion veduta, con Adorno, che: “Dire: «Tanto è solo un cane»“, non è che il primo passo per dire: “«Tanto è solo un ebreo»“. D’altronde, Reclus può ben dirsi un precursore del pensiero ecologico, avendo affermato per primo che: “L’uomo è la natura che prende coscienza di se stessa”.

Non può sfuggire come lo sfruttamento smisurato delle materie prime e delle risorse (rinnovabili e non), nonché il quasi totale disinteresse per le leggi di natura – una congiuntura che sta portando il pianeta al collasso – abbiano molto a che fare con tale arroganza antropocentrica. La ricerca di Marx, indirizzata prevalentemente verso la “struttura” economica produttiva, intesa quale volano di sviluppo del proletariato (la futura “classe egemone”), ha lasciato in ombra elementi fondamentali e di cultura, a torto ritenuti “sovrastrutturali”, facendo del marxismo un’ideologia collaterale e del tutto compatibile con lo sviluppo (ed il sottosviluppo) capitalistico e industrialista.

La deviazione ha poi raggiunto il suo apice nell’operaiolatria (ben denunciata da Berneri) e nel culto del produttivismo (stakanovismo). La sinistra ha così accumulato anni luce di ritardo in un campo strategico dell’analisi sociale. Un ritardo da recuperare in fretta, se si vuole che i movimenti di liberazione espressi dal Terzo Mondo – laddove non siano segnati da tendenze retrive e passatiste come l’integralismo islamico – vengano valorizzati per il contenuto di “novità” ecologica ed ecosociale che rappresentano, anziché spinti a terminare il loro percorso ancora una volta nell’imbuto del neo-stalinismo marxista leninista dal quale sono sempre corteggiati ed infiltrati. Anche rispetto alla questione degli immigrati, non esiste solo l’arrogante pretesa a matrice liberista di un’assoluta “integrazione” delle culture altre, bensì pure il rischio di una semplicistica omologazione agli

stereotipi marxiani.

Contro il dogmatismo positivista

Poi sopravvive un dogmatismo positivista. Berneri insegna a diffidare del conformismo di sinistra e della politica del ghetto: occorre invece una concezione etica del pensiero. La coerenza con la propria coscienza è tutt’uno con il dovere di sperimentare in pratica la giustezza e l’applicabilità dei postulati di principio. Quello che conta non è l’omologazione al “branco”

(foss’anche quello dell’ “élite” del politically correct), bensì l’attitudine all’indipendenza ed alla libertà: “Non è dunque la cosa che si pensa che costituisce la libertà, ma il modo con il quale la si pensa”. Tutti gli integralismi sono un pericolo, e così anche le “religioni” della ratio e della scienza.

Perciò Berneri, prima di Feyerabend, lavorò ad una nuova epistemologia anarchica, affermando: “Essere irrazionalista (…) non vuol dire essere un sostenitore dell’irrazionale bensì essere un diffidente nei riguardi delle verità di ragione”. La stessa posizione la ebbe rispetto al rapporto fra politica, scienza e religione: “L’anticlericalismo assume troppo spesso il carattere di Inquisizione… razionalista. Un anticlericalismo illiberale, qualunque sia la colorazione avanguardista, è fascista. (…) Il sovversivismo e il razionalismo demomassonico furono in Italia clericalmente anticlericali”.

Quanto alla liceità dei culti, per l’appunto autodefinendosi agnostico, si espresse chiaramente a favore della totale libertà religiosa, come diritto da garantire e non da sopportare.

Contro lo scetticismo

Berneri escluse dall’anarchismo lo scetticismo e l’indifferentismo: “Credere di possedere la verità o considerarla come inaccessibile è un bivio che non può esistere per l’anarchico irrazionalista. (…) Lo scettico non è che la caricatura o il cadavere vivente dell’irrazionalista. (…) Ogni volta che lo scettico vuole illustrare lo scetticismo diventa un razionalista sentenzioso, sillogistico, aprioristico”. E giunse all’aperta denuncia dell’estremismo esibizionista e massimalista: “I fascisti che bruciano i giornali di opposizione sono, per lo più, quegli stessi sovversivi che non leggevano che i giornali del proprio partito e ci giuravano sopra. I fascisti che fanno a pezzi le bandiere rosse sono, per lo più, quelli che non volevano che i preti sonassero le campane, che disturbavano le processioni, che offendevano gli ufficiali, ecc. Là dove l’ineducazione sovversiva era maggiore il fascismo s’è sviluppato prima e più largamente. Perché l’intolleranza della violenza spicciola è il portato della miseria e della grettezza intellettuale e di una scarsa e deviata sensibilità morale. (…) Anche riguardo alla tolleranza il giusto morale e l’utile politico concordano. (…) L’anarchia è la filosofia della tolleranza”. Con una precisazione: “La tolleranza, del resto, non implica scettica valutazione della vita; dubbio sui fini e sui metodi. E non giustifica il ritrarsi egoistico dall’opera comune. Né implica tolstoiana rinuncia alla violenza”.

L’ignoranza di una certa sinistra

E’ sempre l’ignoranza il male peggiore. Ma ciò non vale solo quando ci s’accorge che per questo le destre (Berlusconi docet!) divengono maggioritarie: ci si dovrebbe preoccupare anche di una sinistra divenuta orfana di se stessa a forza di usare stereotipi oltremodo sconfitti dalla storia. Il fatto che Berneri per la stragrande maggioranza della sinistra sia quasi sconosciuto nonostante abbia lo stesso spessore di Gramsci, spiega molto in proposito. Stesso dicasi per la rivoluzione iberica, il fenomeno d’autogestione di massa più interessante del ‘900, già poco studiato in Spagna e quasi per nulla all’estero.

Oggi si parla tanto di Zapatero ma, come al solito, nessuno indaga sul pregresso. Nel ‘36 i veri “riformisti” erano i rivoluzionari. Nonostante tutto, i libertari hanno segnato la storia senza mai venir meno al pluralismo politico ed alla democrazia sostanziale, ancorché nel mezzo di una guerra civile e di un forte scontro interno. Con ben quattro dicasteri ricoperti dagli anarchici furono possibili: la prima donna al mondo divenuta ministro (Federica Montseny); la prima legge in assoluto sull’aborto, da lei promulgata dal ministero della Sanità e Assistenza Sociale vent’anni dopo la rivoluzione d’Ottobre; la completa parità fra i generi proprio con un decreto  dell’anarchico García Oliver, ministro di Grazia e Giustizia (quando nella stragrande maggioranza delle rinomate “democrazie compiute”, le suffragette non avevano ancora ottenuto neppure il diritto di voto); il riconoscimento legale della socializzazione di fabbriche e campagne. E poi una piena riforma sanitaria, la parificazione/integrazione fra lavoro manuale ed intellettuale, la speciale attenzione all’educazione integrale, laica e non direttiva.

Il socialismo riprenderà forza e valore solo quando saprà tornare alle proprie radici che, soprattutto nei paesi latini, sono umanitarie e libertarie. Il pozzo non cala e non cresce e lo schema è sempre lo stesso.

L’eguaglianza senza la libertà non è possibile: verrà automaticamente negata anche (e soprattutto) fosse “ottenuta” tramite la dittatura. La strutturazione autoritaria porta alla creazione di una nuova classe di sfruttatori che possiede gli strumenti culturali – affatto “sovrastrutturali” e la cui “nazionalizzazione” non è possibile – atti a gestire ad usum delphini il “bene comune”, e quelli coercitivi forniti dalla dittatura del partito unico (indiscutibile casta dominante). All’equità non si potrà mai pervenire se non con un processo unitario, complesso e paritetico fra diritti civili e diritti sociali.

La libertà senza l’eguaglianza non esiste, perché le condizioni economiche fra gli uomini sono dispari. Non può esistere libertà nella miseria: le condizioni – di partenza e permanenti – avvantaggiano l’uno e condannano l’altro. Non si può giocare una partita di libertà con i dadi truccati del liberismo economico, delle sole leggi di mercato deificate e deregolamentate.

L’anarchismo è per l’eguaglianza nella libertà, senza sconti, veramente senza se e senza ma o inutili e controproducenti machiavellismi. La sua alterità – si sarebbe tentati di dire, in burla del marxismo, già “scientificamente provata” alla luce degli esiti catastrofici che il potere bolscevico aveva immediatamente prodotto ancora nel 1921 – è soprattutto etica. Però, perché l’etica domini la politica, occorre realizzare ciò che Berneri tentò senza riuscirvi: un vero rinnovamento (plurale ed inclusivo) del movimento libertario, ovvero la (ri)nascita di un anarchismo politico. Per dirla precisamente con lui: “L’anarchismo deve essere vasto nelle sue concezioni, audace, incontentabile. Se vuol vivere, adempiendo la sua missione d’avanguardia, deve differenziarsi e conservare alta la sua bandiera anche se questo può isolarlo nella ristretta cerchia dei suoi”.

 

Berneri in pillole: alcuni cenni biografici

 

Berneri è uno degli elementi principali del nuovo socialismo italiano dei primi del ‘900 (nasce nell’897). Fa quindi parte della medesima generazione di Gobetti, dei fratelli Rosselli, di E. Rossi, di A. Gramsci (maggiore di circa 6 anni) e di tutti questi fu stimato interlocutore. La sua produzione intellettuale non ha certo nulla da invidiare agli altri. Solo Gramsci sviluppa la propria produzione su di un orizzonte che, se è altrettanto vasto, ha – soprattutto a causa della lunga prigionia – occasione di ordinare con maggiore sistematicità. Berneri interloquisce inoltre con giovani (come Tasca, Pertini, Bordiga) e “vecchi” del socialismo, quali Malatesta, Salvemini, Turati, Fabbri.

Eppure è quasi sconosciuto ai più, complice il mondo accademico ed in primis la storiografia di sinistra. Non ha neppure una strada che lo ricordi. Con un’emblematica eccezione. Si legga Gianni Furlotti (1) (ogni commento è superfluo): “Appena fuori Reggio, sulla via Emilia che porta a Parma, il Rio Modolena è poco più di un fosso. La sua riva sinistra che parte dalla grande strada è un argine in terra battuta dai bordi erbosi che s’inoltra sinuoso nella campagna. E’ un sentiero che porta in nessun posto, e il Comune di Reggio una ventina d’anni or sono, l’ ha intitolato a Camillo Berneri. Due cose furono sùbito chiare: quell’argine non sarebbe mai assunto

a dignità di strada, e che sarebbe stata l’ultima tappa dell’esilio di Camillo. L’antifascista anarchico più estradato d’Europa”.

Berneri nasce a Lodi, ma sviluppa l’adolescenza fra Reggio Emilia, Arezzo e Firenze. Gira molto l’Italia sia per la sua professione d’insegnante di scuola superiore, che per l’impegno sociale che lo attrae sin da giovanissimo.

Viene alla politica quindicenne, aderendo al socialismo umanitario di Camillo Prampolini. E’ l’unico studente di Reggio Emilia nel socialismo ed uno dei pochissimi nel Paese. Collabora immediatamente a molte testate del partito: da “L’Avanguardia”, di Roma, organo della Federazione Giovanile Socialista Italiana, all’emiliana “La Giustizia” (domenicale), diretta dallo stesso leader reggiano, a “L’Università Popolare” di Luigi Molinari e “La Folla” di Milano, al foglio razionalista “La Luce” di Novara. Diviene segretario provinciale e membro del Comitato Centrale della Federazione Giovanile Socialista Italiana. Svolge soprattutto propaganda antiinterventista e subisce le prime aggressioni. Conosce un’altra grande figura, Torquato Gobbi (2), e – giudicando inadeguata di fronte alla guerra la politica del “non aderire e non sabotare” – passa nel 1916 all’anarchismo.

Berneri segna la svolta con una toccante lettera aperta (3) rivolta ai giovani socialisti. A testimonianza di un clima di grande correttezza che, a dispetto di tutto, pur dopo la rottura assicurò rispetto e stima reciproci – nonché dell’alto senso democratico che pervadeva la Federazione Socialista di Reggio Emilia – sarà utile riportare le seguenti considerazioni di Berneri: “Poiché vi era la consuetudine di leggere all’assemblea le lettere di dimissioni pensai di farne una che servisse alla propaganda. La spedii un venerdì, e la sera di poi mentre passeggiavo sotto i portici della Via Emilia i socialisti del circolo mi richiamarono che era l’ora della riunione (ci riunivamo ogni sabato). Io dissi fra me e me: Non hanno ricevuto le mie dimissioni. E risposi loro, non senza un po’ di batticuore: ‘Ma non avete avuta la mia lettera?’. ‘Si, mi risposero, l’abbiamo avuta, ma vieni lo stesso’. Allora andai. Ed ebbi una delle più vive emozioni della mia vita: quella di essere chiamato a presiedere l’ultima riunione alla quale partecipavo. Fu un gesto di simpatia del quale soltanto più tardi vidi l’enorme valore di educazione politica” (4).

Anche l’atteggiamento di Prampolini fu correttissimo: “ ‘Dunque, ci lasci’ egli disse al dimissionario, con tristezza; e dopo una pausa, soggiunse: ‘Ma resta sempre nel socialismo’ “ (5).

Ma Berneri non vede nell’anarchismo solo il veicolo per una lotta più determinata, bensì un movimento che in potenza può fornire risposte politiche maggiormente appropriate per un cambiamento del mondo qui ed ora.

E’ così, dopo esser stato cacciato per “idee sovversive” ed insofferenza verso il militarismo dall’Accademia allievi ufficiali di Modena e spedito al fronte nel 1918 sotto scorta dei carabinieri, che Berneri inizia la sua “dissacrante” riflessione libertaria.

Nel frattempo, viene deferito due volte al Tribunale di guerra, anche perché arrestato alla Casa del Popolo di Sestri Ponente durante lo stato d’assedio proclamato per i moti di Torino. Nel 1919, ancora sotto le armi, è inviato al confino a Pianosa in occasione dello sciopero generale del mese di luglio. Liberato, però ancora coscritto, continua il lavoro. Racconta Luce Fabbri: “Nel 1920, erano le dieci di sera, e parecchi compagni erano riuniti da me, quando sentimmo bussare alla porta ed una voce che mi chiamava che era affatto sconosciuta. Era lui. (…) Berneri passava la giornata alla caserma e la notte a lavorare con la penna, studiando e scrivendo per ‘Umanità Nova’” (6). Partecipa direttamente all’occupazione delle fabbriche, ai moti antifascisti e s’impegna nella preparazione armata delle squadre operaie, quale membro di una speciale commissione.

Berneri è presente da subito nei momenti topici del Movimento, dal Congresso di fondazione della Unione Anarchica Italiana (Ancona, aprile 1919), alla creazione del suo organo più importante, il quotidiano “Umanità Nova” (1920). S’impegna sin dal primo numero (Roma, 1.1.1924), con Errico Malatesta (7), Luigi Fabbri (8), Carlo Molaschi e Carlo Frigerio, nella principale rivista teorica libertaria: “Pensiero e Volontà”. Cionondimeno allarga sempre i propri orizzonti, continuando a partecipare al dibattito pubblico sui giornali socialisti e spaziando ovunque. Berneri presta la sua penna anche a “Conscientia” (9), rivista protestante, nonché ad altri periodicidichiaratamente non anarchici come “Pagine Libere” di Pistoia, “Humanitas” di Bari, “I nostri quaderni”, di Lanciano, l’ “Avanti!” di Milano e “La Critica Politica” di Roma. Studente universitario a Firenze, frequenta i più significativi gruppi intellettuali della città.

E’ influenzato da “La Voce”-”Lacerba” di Prezzolini-Papini (10). Per i rapporti con il primo, rimane il ricordo (molto postumo) dedicato a Berneri all’interno di Prezzolini alla finestra: “(…) appariva nella conversazione di una cultura non comune, come poi mi son accorto dalle sue citazioni negli scritti che ho letto di lui” (11).

Però Berneri è attratto soprattutto da “L’Unità” (Firenze-Roma 1911-20), settimanale creato da Salvemini (uno dei “padri nobili” del liberalsocialismo italiano, nel 1929 fondatore con i fratelli Rosselli, Lussu, Nitti ed altri, della formazione politica Giustizia e Libertà). Con questi stabilirà, come vedremo, una relazione stretta e duratura (sarà il docente più apprezzato e più vicino negli studi accademici). E’ proprio Salvemini a testimoniare che: “Quando Carlo e Nello Rosselli ed Ernesto Rossi fondarono un gruppo di studi sociali, Berneri fu uno degli assidui” (12).

Berneri collaborerà quindi al “forum” antifascista raccolto intorno ad uno dei primissimi fogli clandestini italiani, il “Non mollare” (1925). Parallela all’impegno culturale, la sua attività militante non subisce mai pause, è anzi sempre più febbrile. Come scrive lui stesso: “In quel tempo ero membro del Consiglio Nazionale dell’Unione Anarchica Italiana e della Federazione Giovanile Rivoluzionaria. Ebbi qualche influenza, pur non essendo nei quadri, nel campo degli Arditi del Popolo, ed entrai nell’ ‘Italia Libera’ (sezione fiorentina) partecipando alla sua attività clandestina. Dal 1924 al 1926 lavorai illegalmente (diffusione stampa antifascista, ecc.), partecipando nell’inverno ‘26 al convegno anarchico delle Marche, del quale fui delegato al convegno nazionale dell’Unione Anarchica Italiana” (13).

Una grande curiosità intellettuale

La curiosità intellettuale del lodigiano non ha praticamente confine. Per questo, di lui si potrà dire: “Contenuta nell’arco temporale di un ventennio, la vicenda politica e intellettuale di Camillo Berneri si rivela, in misura in cui viene recuperata negli archivi, prodigiosa di opere. E’ impressionante la mole e la varietà degli scritti; vasto il solco aperto nella problematica ideale e politica di quel periodo; unica e pressoché isolata figura nel grande affresco che raffigura la battaglia libertaria nell’Europa dell’interguerra” (14).

Persino in campo psicanalitico, singolarmente, produsse almeno due opere molto significative per l’epoca: “A Firenze, oltre che con Salvemini, Berneri aveva lavorato con Enzo Bonaventura, autore di un manuale divulgativo sul pensiero freudiano. Ebreo (…), Bonaventura tenne a Firenze, nel primo dopoguerra, un corso sulla psicanalisi che vide Berneri tra i più (…) attenti ascoltatori. E’ mescolando il ricordo delle conversazioni con Bonaventura, insieme alla lettura folgorante dell’edizione francese, curata da Marie Bonaparte, del Ricordo d’infanzia di Leonardo Da Vinci, che l’anarchico inizia a riflettere sull’opera freudiana, sulla libido e sul réfoulement. (…) Ai ricordi d’infanzia di Leonardo è dedicato un apposito studio. Per tutte queste ragioni Le Juif antisémite (15) va inserito nel dossier di Michel David, su La psicoanalisi nella cultura italiana: la figura di Berneri costituisce un capitolo importante nella storia della prima, travagliata penetrazione di  Freud in Italia”. Così Roberto Cavaglion, autore di studi molto felici su Berneri ed il mondo ebraico (16). Per lui: “…Berneri (va) considerato oggi un intellettuale del nostro Novecento tra i più attenti al problema ebraico, ipersensibile dinnanzi ai segni premonitori di una campagna razziale imminente, ma da nessuno, escluso appunto lui, avvertita come tale. (…) Ma è comunque un dato ancora sconosciuto ai più. Nessun minimo cenno a Berneri, e al suo libro uscito in edizione francese presso una casa editrice assai nota nel mondo del fuoruscitismo (17), ritroviamo in alcuna opera dedicata alla storia degli ebrei; né è mai stata fatta, in sede di ricerca storiografica, una indagine a tappeto sulla stampa periodica anarchica italiana, da sempre sensibile alla questione. Né infine Le Juif antisémite è ricordato se non di sfuggita nella memorialistica dell’antifascismo in Francia. Qualche significativo cenno a Berneri come figura dell’anarchismo troviamo adesso nel volume collettivo AAVV, P. Gobetti e la Francia, a cura del Centro Studi Piero Gobetti di Torino, Milano, F. Angeli, 1985, pp. 43 e 53. Sulle ragioni del silenzio che avvolge (…) questo libro (…) meriterebbe fare un discorso a parte” (18). Cavaglion cita la (tuttora) validissima ultima esortazione contenuta ne L’ebreo antisemita: “A noi rimane il piacere di poter rileggere di tanto in tanto il suo appello finale, rimeditando sul suo estremo ‘Ascolta, Israele!’ di sapore bebeliano (l’antisemitismo come socialismo degli imbecilli) (…)” (19).

Stesso silenzio sulla berneriana, brillantissima “psicologia di un dittatore” (20), intitolata Mussolini grande attore (21). Va segnalato, in proposito, quanto ha scoperto Pier Carlo Masini: “(…) fu sulla base dell’indirizzo  iennese di S. Freud, trovato da un informatore nella sua agenda, che la polizia fascista condusse l’inchiesta sulla Scuola psico-analitica e sulle sue propaggini in Italia. Quando saranno aperti gli archivi di Freud, probabilmente ne uscirà fuori anche la lettera con cui Berneri accompagnava l’invio dell’opuscolo Le Juif antisémite al fondatore della psico-analisi (…)” (22).

Berneri, con questo libro, ci ha regalato un testo politico redatto con un tempismo storico che non ha pari. Solo un ebreo tedesco, Theodor Lessing, aveva appena scritto un pamphlet (23) simile, cosa che pagò con la vita, nel 1933, raggiunto dai sicari dei servizi segreti nazisti fino a Marienbad, a dimostrazione della particolare sensibilità di Hitler sull’argomento (si ricordi il contenzioso aperto sulle voci relative ad una possibile ascendenza “non ariana” del “fuhrer”).

Già dalle prime battute ci si accorge che Berneri non è un personaggio “qualunque”. Eppure è rimasto particolarmente sconosciuto al “grande pubblico”. La verità è che a Berneri è stata destinata la sorte da sempre riservata all’anarchismo, contro il quale la congiura del silenzio ha operato ad ogni “latitudine politica” o “longitudine storica”. Una vergogna che, già prima dell’esperienza spagnola (peraltro senza citare neppure Messico, Italia, Francia, Portogallo, Argentina, Brasile, Svezia, Cina, Giappone, Corea…), denunciò chiaramente anche il lodigiano stesso: “Il ruolo degli anarchici nella rivoluzione russa, in quella germanica e in quella ungherese è materia, quando lo è, di paragrafo, mentre lo sarebbe per più di un capitolo: superficialità e tendenziosità che si rivelano in tutta la storiografia contemporanea più in voga (…)” (24).

Gaetano Salvemini testimoniò il seguente ricordo di Berneri (che con lui si laureò): “Aveva il gusto dei fatti precisi. In lui l’immaginazione, disciolta da ogni legame col presente, in fatto di possibilità sociali, si associava a una cura meticolosa per i particolari immediati nello studio e nella pratica di ogni giorno. Si interessava di tutto con avidità insaziabile. Mentre molti anarchici sono come le case le cui finestre sulla strada sono tutte murate (a dire il vero non sono i soli!) lui teneva aperte tutte le finestre” (25).

Berneri si laureò in filosofia il 27 novembre 1922, con tesi ad indirizzo pedagogico (sulle riforme scolastiche in Piemonte intorno al 1848) (26).

Negatagli per veto prefettizio nell’autunno 1925, avendo rifiutato di giurare fedeltà al regime (27), la cattedra di Liceo cui – dopo aver abitato ad Arezzo (città nella quale nel ‘18 nacque la primogenita Maria Luisa) ed ancora a Firenze (ove l’anno dopo vide la luce l’altra figlia, Giliana); dopo aver insegnato anche a Montepulciano, Cortona, Bellagio, Milano e Macerata – aveva diritto, ottenne infine solo un incarico meno remunerato presso l’Istituto Tecnico di Camerino. Ormai era chiaro che non lo avrebbero lasciato più vivere.

Esilio

Sempre segnalato e seguito dalla polizia, aggredito dai picchiatori in orbace, Berneri e famiglia (28) ripararono in Francia nell’aprile 1926. Qui il nostro attraversò periodi di vera e propria indigenza e non esitò a guadagnarsi da vivere esercitando qualsiasi lavoro, anche quello dell’edile.

Comincia così, dopo un breve periodo di clandestinità, il suo “esilio senza requie” (29), durante il quale gli affibbiano il (ben meritato) titolo di “italiano più espulso d’Europa” (30). Partecipa in prima persona  all’antifascismo d’oltralpe e si fa promotore di iniziative ove mette a rischio la propria vita ed è fra gli “osservati speciali” dell’OVRA. La tentacolare polizia segreta del regime, che imbastisce a suo danno più d’una montatura, facendolo sbattere in galera ed espellere anche oltralpe. E’ quindi al centro di una grande campagna per la riammissione dal Belgio e dal Lussemburgo in Francia. Viene braccato anche in Svizzera, Olanda e Germania, sempre

combattendo, con la critica e con i fatti, il tiepidume dell’ “ufficialità” del “fuoruscitismo” antifascista, il presenzialismo, l’attendismo ed il compromesso. Intanto colleziona condanne contumaci e nuove denunce ed istruttorie in Italia.

Berneri spazia, è presente e considerato in tutti i dibattiti, anche se questo nel mondo anarchico è poco recepito ed ancor meno compreso: “Per conto mio, ho collaborato alla stampa socialista, a quella repubblicana, a quella protestante così come ho sempre accettato di parlare per invito di partiti avversari, a condizione di esser del tutto libero di scrivere o di parlare. Questo mio modo di vedere ha creato leggende, delle quali non mi sono mai curato” (31).

All’interno del movimento libertario, articoli e saggi del lodigiano sono conosciuti in Europa e nelle due Americhe già dal 1926 al 1932, ben prima del suo arrivo in Spagna. Collabora a “Il Monito”, “La Lotta Umana” e “La Revue Anarchiste” di Parigi, a “L’en dehors” di Orleans, a “Le Reveil” di Ginevra e “Vogliamo” di Lugano, a “Guerra di Classe” di Bruxelles, a “La Revista Blanca” di Barcellona e ad “Estudios” di Valencia, ad “Arbetaren” di Stoccolma, a “Der Syndikalist” di Berlino, così come a “Studi Sociali” di Montevideo; “L’Adunata dei Refrattari”, New York; “Germinal”, Chicago (Illinois); “Il Pensiero”, “Antorcha”, “Niervo”, “La Protesta” e relativo supplemento, di Buenos Aires.

Lo scontro con il fascismo e la critica del massimalismo e della demagogia “di sinistra”

L’amicizia con Carlo Rosselli è stata determinante per Berneri. Come detto, i due s’erano legati dal tempo della condivisa esperienza di studio all’Università di Firenze presso la cattedra di Gaetano Salvemini, nel corso della quale avevano maturato un’intransigente avversione per ogni totalitarismo ed uno smisurato amore per la giustizia sociale.

Entrambi combatterono il fascismo con tutte le loro forze, ma parimenti non furono certo teneri nel giudizio sulla follia di massa che aveva sconvolto l’Italia, segnalando le responsabilità del Paese reale.

Rosselli nel 1930 ebbe modo di scrivere: “In una certa misura il fascismo è stato l’autobiografia di una nazione che rinuncia alla lotta politica, che ha il culto della unanimità, che fugge l’eresia, che sogna il trionfo del facile, della fiducia, dell’entusiasmo. Lottare contro il fascismo non significa dunque lottare solo contro una reazione di classe feroce e cieca, ma anche contro una certa mentalità, una sensibilità, contro delle tradizioni che sono patrimonio, purtroppo inconsapevole, di larghe correnti popolari” (32).

Berneri, intorno alla metà dello stesso decennio, aggiunse: “Quando un avventuriero come Mussolini può giungere al potere, vuol dire che il paese non è né sano né maturo. Bisogna che gli italiani si sbarazzino di Mussolini, ma bisogna anche che si sbarazzino dei difetti che hanno permesso la vittoria del fascismo” (33). Oppure: “Bisogna abbattere il regime fascista, ma bisogna sanare l’Italia della mistica fascista, che non è che una manifestazione patogena della sifilide politica degli italiani: il facilonismo retorico” (34). Ma già nel 1929 aveva formulato un vero e proprio “vaticinio” sul rapporto fra i connazionali ed il regime, preconizzando le condizioni della

caduta dello stesso, cosa che avverrà solo a causa dei rovesci della guerra nel 1943: “Il popolo italiano non è ancora un branco di schiavi, non è materia morta. Ma non è neppure un popolo uso a libertà e di libertà geloso. Non è l’asino paziente, ma non è il leone incatenato. La rivolta non sarà morale. Sarà lo scoppio di un generale malcontento egoistico, di  una esasperazione di ventri vuoti” (35).

Il lodigiano non ha mai amato la demagogia: “Una bella rivelazione fu per me una conferenza di Angelo Tasca, che illustrò la questione della guerra di Libia con il manuale di statistica del Colajanni alla mano. Parlare in un comizio con tanto di manuale statistico alla mano era trasferire alla piazza la serietà della scuola” (36). Per questo non lesinò critiche anche alla sinistra: “Oggi è costume ridere della retorica fascista. Ma siamo delle scimmie che ridono davanti ad uno specchio” (37).

La politica delle alleanze e la lezione storica dello scontro con i due totalitarismi

Ha scritto Pier Carlo Masini che Berneri: “(…) si sentiva vicino ai repubblicani di Critica politica, (…) trasferiva la tematica federalista all’interno del movimento operaio, fino ad allora egemonizzato dal centralismo di marca germanico-socialdemocratica e di marca russo-bolscevica

Il liberalismo di Gobetti era considerato compatibile per un’alleanza con l’anarchismo, perché “richiama a Pareto, a Einaudi, ecc. ben più che ai liberali inglesi” (40).

Carlo Rosselli, autore durante il confino nell’isola di Lipari e prima di riparare in Francia, dell’opera Socialismo liberale, fu il principale animatore di un’organizzazione politica sincretista, federalista e liberal-socialista che, soprattutto attraverso Berneri, dialogò molto con gli anarchici.

Questo portò alla realizzazione – tra alterne vicende – di una colonna mista che, inquadrata fra le forze della CNT, ebbe in Rosselli il comandante (41) ed in Berneri il commissario politico e che raggruppò, oltre ai volontari di Giustizia e Libertà, parte significativa dei duemila anarchici italiani accorsi in Spagna per combattere a fianco della Repubblica nella guerra rivoluzionaria che seguì il colpo di stato fascista del 17 luglio 1936. Va segnalato che questa milizia precorse di molto le (oggi) più famose “Brigate Internazionali” di matrice comunista. Intellettuali militanti, Berneri e Rosselli combatterono in prima linea sul fronte di Huesca. Il lodigiano venne ferito nella battaglia per la conquista di Monte Pelato (42).

Morte di Berneri
(cinque uomini, un unico destino)

L’esistenza di Berneri, Gobetti e Rosselli venne segnata da un feroce destino comune, dettato proprio dall’impatto con l’intolleranza espressa dagli assolutismi ideologici del “secolo breve”. Non uno di loro ebbe vita facile: oltre che con gli avversari, dovettero scontrarsi anche con molti “compagni di strada”. Come Berneri, pure Rosselli non era molto amato da una certa “sinistra”. Il lodigiano ne prese le difese: “ (…) sono curiosamente e cordialmente attento all’attività dei giellisti che conosco: quelli di Parigi. Io mi rifiuto di considerare «diciannovisti ritardatari» dei giovani intelligenti, colti e di animo generoso nei quali non riesco a scorgere una forma mentis mussoliniana ma nei quali vedo, invece, una ferma volontà di formazione politica, il disgusto per l’improvvisazione programmatica e per la demagogia, un’appassionata ricerca di colmare le proprie lacune di cultura e di esperienza nello studio e nel contatto con elementi dei vari partiti e movimenti dell’emigrazione antifascista” (43). A nessuno di loro – con Antonio Gramsci (che ne condivise la sorte), i maggiori intellettuali  dello antifascismo italiano di nuova generazione – venne consentito di invecchiare.

Il primo segnale fu la prematura scomparsa di Gobetti, non ancora venticinquenne, avvenuta il 15 febbraio 1926 a Parigi, dove era riparato da soli nove giorni onde ricoverarsi in clinica per i postumi del brutale pestaggio (che gli fu fatale) subito in Italia dai fascisti due anni prima (44). Rosselli (con il fratello Nello) (45) venne poi eliminato in Francia dai sicari di Mussolini il 9 giugno 1937. Con poco anticipo, nello stesso anno, Berneri – come Rosselli non ancora quarantenne – venne prelevato da casa ed assassinato a sangue freddo, nel corso delle giornate di maggio a Barcellona, da agenti staliniani sguinzagliatigli contro da Palmiro Togliatti. Com’è noto, questi era segretario in esilio del Partito Comunista d’Italia e plenipotenziario nella penisola iberica di quel Komintern del quale, con coraggio, il lodigiano aveva resi pubblici nel 1933 i vergognosi compromessi e cedimenti verso il nazismo ingiunti al Partito Comunista tedesco, indotto a tempestare “col calcio del fucile il sistema di Weimar” (46).

Erano i prodromi della campagna contro il “socialfascismo”, orchestrata da Stalin a scapito di tutti i gruppi di sinistra che non fossero direttamente controllati da Mosca. Berneri aveva denunciato che la Spagna era “posta tra due fuochi: Burgos e Mosca” (47), accomunando i totalitarismi rappresentati dalla capitale-fantoccio di Franco e da quella dell’URSS. Aveva infine “osato” difendere il POUM, piccolo ma combattivo partito comunista dissidente (spesso oggi impropriamente definito come “trotskista”), vergognosamente denigrato dagli stalinisti, alleato politico del movimento libertario.

L’altro grande giovane intellettuale italiano dell’epoca, la vera mente del comunismo marxista in questo Paese – peraltro affatto gradito a Stalin – era deceduto appena nove giorni prima a Roma solo quarantaseienne, dopo undici anni di carcere fascista e confino in Sardegna nel corso dei quali non aveva praticamente ricevuto alcuna cura. Nonostante fosse ammalato di tubercolosi e “soggetto a svenimenti prolungati e febbri altissime”, come scrisse lo stesso lodigiano nel Discorso in morte di Antonio Gramsci (48), l’ultimo che Berneri pronunciò dalla radio CNT-FAI di Catalogna, la sera del 3 maggio, solo quarantotto ore prima di venire rapito.

Fra Berneri e Gramsci esisteva un rapporto di comune, reciproco, rispetto. Il lodigiano aveva scritto interventi anche per “L’Ordine Nuovo, diretto dall’intellettuale comunista, foglio che ammirava e che teneva come esempio, unitamente a “L’Unitàdi Salvemini, per un suo progetto di rivista che non riuscì mai a realizzare.

Con Gramsci polemizzò, si scontrò sul bolscevismo e sulla concezione del primato operaio: “In Italia, la mistica industrialista di quelli dell’Ordine Nuovo mi appariva (…) come un fenomeno di reazione analogo a quello del futurismo” (49). Ma ne ebbe sempre quella grande considerazione che testimoniano i contenuti dell’elogio funebre per il “sardo tenace” (letto appunto a Radio Barcellona il giorno prima della morte): “Gramsci era un intellettuale nel senso intero della parola, troppo sovente usata abusivamente per indicare chiunque abbia fatto gli studi” (50).

Per ironia della sorte, quando venne sequestrato per essere ucciso, sul suo tavolo stava l’appello all’unità contro il franchismo che il nostro stava scrivendo onde scongiurare la guerra civile nella guerra civile, nei giorni dell’assalto dei comunisti alla centrale telefonica della capitale catalana. Centrale che dal 19 luglio ‘36 era controllata dalle milizie anarcosindacaliste, cioè da quando esse avevano inchiodato nelle caserme e costretto alla resa i militari golpisti nei due terzi della Spagna.

L’assassinio brutale ed a sangue freddo suscitò grande indignazione. Peraltro aveva fatto molto felici le spie dell’OVRA che euforicamente comunicarono a Roma che la “Ceka del partito comunista” s’era sbarazzata del più pericoloso avversario in Spagna fra le fila repubblicane.

Nenni, nel discorso d’apertura del 3° congresso del Partito Socialista in esilio denunciò con forza le responsabilità dei  comunisti staliniani: “Berneri è stato assassinato e noi dobbiamo dirlo” (Parigi, resoconto del 28 giugno 1937). Lo stesso aveva già fatto Angelica Balabanoff (51) dalle colonne del “Nuovo Avanti” del 6 giugno 1937: “E’ caduto assassinato vilmente, freddamente dalla Ceka controrivoluzionaria. Il PSI saluta il nuovo martire della rivoluzione spagnola, ripetendo più forte che mai le sue ultime parole: ‘La rivoluzione deve vincere su due fronti e vincerà’”. Altrettanto determinate furono ovviamente le denunce di Carlo Rosselli, Ernesto Rossi e tantissimi altri. Sul “Grido del Popolo” del 20 maggio 1937, organo del Fronte Unico controllato dai comunisti italiani, Togliatti, senza scomporsi e dopo aver attaccato giellini e socialisti deplorando cinicamente “le tradizioni di un passato prefascista, quando gli avversari politici potevano essere

nello stesso tempo amici personali”, rivendicò invece direttamente l’eliminazione di Camillo Berneri, “giustiziato dalla Rivoluzione democratica, a cui nessun antifascista può negare il diritto di legittima difesa”.

Ma fu una mossa molto avventata. Nel volgere di poco, sommerso dall’ondata di sdegno, cambiò tesi, negando ogni responsabilità e addebitando alla malasorte ed alle pallottole vaganti la morte del lodigiano. Sino a giungere persino, in una polemica aperta da Gaetano Salvemini, a tessere le lodi di Berneri, questa volta qualificato come elemento serio  dell’anarchismo, “che si stava avvicinando ai socialisti unificati” (cioè ai comunisti), addirittura nemico degli ‘anarchici cattivi’, definiti “incontrollati” (“Rinascita”, marzo 1950).

Su tutto ciò non v’è davvero bisogno di commento.

La differenza fra gradualismo e riformismo. il “sovietismo” di Berneri

 

Berneri additò compiutamente la differenza, non solo tattica, fra gradualismo intransigente e riformismo concertativo: “Vi è un possibilismo ingenuo come vi è un estremismo ingenuo. Tutto sta non nell’essere possibilisti od estremisti bensì nell’essere rivoluzionari intelligenti” (52). A sinistra,

l’errore sta nello statalismo marxista, vera e propria forma di revisionismo negativo, incline al compromesso nella socialdemocrazia e nel leninismo alla riedificazione autoritaria (e per questo socialmente e moralmente iniquo): “L’ibrido connubio del rivoluzionarismo apocalittico e del gradualismo determinista che era in Marx si perpetuò nella socialdemocrazia. Dal primo derivò la trascuratezza verso i problemi dell’economia di transizione, dal secondo il riformismo” (53).

Berneri tenne in Spagna una posizione pragmatica. Non criticò i leaders della CNT dell’epoca perché “ministri”. Li criticò quando non seppero decidersi a fare quello che andava fatto. Per questo appoggiò il piano elaborato da Pierre Besnard, segretario dell’Internazionale anarcosindacalista (al tempo AIT). Significava assumersi delle precise responsabilità di fronte alla storia. Rendere innocuo il poco esteso partito comunista di stretta osservanza moscovita, al quale venivano rimessi gli approvvigionamenti sovietici, rendendo di pubblico dominio la vergognosa manovra di accantonare le armi nelle retrovie in funzione della già prevista repressione antianarchica. Dichiarare indipendenti le ex colonie (ove avevano base le truppe golpiste) e riconoscerne la legittima rappresentanza autoctona. Liberare Abdel Krim, capo rivoluzionario marocchino, per scatenare la guerriglia alle spalle di Franco, anche se questi era prigioniero dei tiepidi “alleati” francesi (governo di “Fronte Popolare” social-comunista) che più del fascismo temevano egoisticamente un “contagio” indipendentista verso l’Algeria. Intensificare una guerra di resistenza “mordi e fuggi” nei territori iberici controllati dai fascisti e fomentare rivolte in Portogallo contro il regime di Salazar. Confiscare l’oro della Banca di Spagna per acquistare liberamente le armi necessarie e sopperire così alle carenze tattiche e strategiche dovute alle continue forniture italiane e tedesche alle truppe di Franco. Disgraziatamente il piano, al quale erano favorevoli Buenaventura Durruti ed altri, fu bloccato all’ultimo momento da Federica Montseny e da una parte dei leaders cenetisti. Così, quindici giorni dopo, il tesoro nazionale finì in URSS e non venne restituito nemmeno alla caduta di Franco, perché introitato – complice parte del governo – come smisurato pagamento delle armi “generosamente” inviate alla Repubblica. Per liberarsi dello stato occorreva avere una precisa autonomia politica in grado di esautorare il sistema, svuotandolo con la difesa e l’estensione delle conquiste popolari ed al tempo stesso di combattere efficacemente il fascismo internazionale e la quinta colonna legata a Mosca.

La posizione del lodigiano è pragmatica, ma non deroga dai binari  dell’anarchismo, così come quando aveva difeso il “sovietismo” dai “puristi” che lo rifiutavano a priori: “Recisamente contrari al sovietismo, noi? Noi che nelle autonomie locali avremmo la migliore trincea per sbarrare la strada allo Stato? Noi che non possiamo sognare di veder realizzata l’anarchia se non dopo la più lunga e la più profonda esperienza di auto-democrazia, nel campo dell’amministrazione cooperativa e comunale?

(54). Vedeva nel protagonismo del movimento anarchico in quanto tale lo strumento per utilizzare l’impianto comunalista della rete dei soviet (letteralmente “comune”), non l’occasione per ritrarsi dallo scontro con i bolscevichi in nome di forme stereotipe di “autismo ideologico”. Ma al tempo stesso non cadde mai nell’errore di voler “copiare” i bolscevichi o abbandonarsi, immoti ed abbacinati, alla loro guida: “Il sovietismo è il sistema di auto-amministrazione popolare e risponde ai bisogni fondamentali della popolazione, rimasta priva degli organi amministrativi statali. Questo sistema può permettere la ripresa della vita economica, compromessa dal caos insurrezionale e può servire di base alla formazione di un nuovo ordine sociale, costituendo inoltre una proficua palestra di auto-amministrazione preparante il popolo a sistemi di maggiore autonomia. E’ compito degli anarchici in seno al sovietismo di cercare di conservare ad esso il suo carattere spontaneo, autonomo, extra-statale: di cercare che

esso sia un sistema essenzialmente amministrativo e non diventi un organismo politico, destinato, in tal caso, a partorire uno stato accentrato e la dittatura del partito prevalente; di lottare contro le tendenze burocratiche e poliziesche, cercando anche di circoscrivere la sua azione legislativa ai regolamenti rispondenti all’utilità generale” (55). Anche il sovietismo non è che un mezzo: la meta è più alta. Perciò è transitorio: “Resta inteso che gli anarchici considerano il sovietismo come un sistema transitorio e superabile, e che non esiteranno a porsi contro di esso quando lo vedessero degenerare in istrumento di dittatura ed accentramento” (56).

Il fatto che Camillo Berneri, un instancabile costruttore di progetti ed un intransigente organizzatore, sia stato poi curato e ricordato da morto (ed i suoi scritti così spesso ospitati in vita), soprattutto da anarchici dichiaratamente antiorganizzatori o intransigenti (come nel caso della redazione de “L’Adunata dei Refrattari” o di Aurelio Chessa, fondatore in Italia dell’ “Archivio Famiglia Berneri”) (57), è un (apparente) paradosso che conferma la tesi. Anche la dirigenza cenetista fu, davvero, quantomeno improvvida nel non preoccuparsi di fornire a Berneri adeguata protezione, nonostante egli fosse uno dei più esposti alle rappresaglie degli agenti del Komintern nel pieno dello scontro fra anarchici e “cekisti”.

Troppo spesso si ricorda la figura di Berneri solo come quella di uno dei “santi degli ultimi giorni” che si opposero strenuamente alla degenerazione della rivoluzione spagnola. Il suo testo più diffuso a livello internazionale è la “Lettera aperta alla compagna Federica Montseny” (58), del 14 aprile 1937, con la quale metteva in guardia contro gli arretramenti della rivoluzione e la compiacenza verso i comunisti, con la famosa frase: “E’ l’ora di rendersi conto se gli anarchici stanno al governo per fare da vestali ad un fuoco che sta per spegnersi o vi stanno ormai soltanto per far da berretto frigio a politicanti trescanti con il nemico o con le forze della restaurazione della ‘repubblica di tutte le classi’”. La stessa lettera nella quale il lodigiano ricordava come, nonostante il 17 dicembre 1936 la “Pravda” avesse già proclamato: “In quanto alla Catalogna è cominciata la pulizia degli elementi trotskisti e anarco-sindacalisti, opera che sarà condotta con la stessa energia con la quale la si condusse nell’URSS”, proprio la Montseny aveva, più recentemente, rilasciato in un’intervista la seguente, grottesca dichiarazione: “…non fu Lenin il vero costruttore della Russia, bensì Stalin, spirito realizzatore…”.

Eppure Berneri non era stato fra quelli che s’erano stracciate le vesti di fronte alla nomina dei ministri anarchici. Per lui il problema non era l’utilizzazione (peraltro incidentale) delle istituzioni. Aveva difeso le scelte della dirigenza cenetista, collaborato con essa e scritto cose molto apprezzate per un lungo elenco di giornali libertari spagnoli (la “Revista Blanca”, “Mas Lejos”, “Tierra y Libertad”, “Tiempos Nuevos”, “Estudios”, il quotidiano “Solidaridad Obrera”), dai quali il suo apporto era richiesto e sollecitato (59).

Si preoccupava bensì dell’assenza di un progetto volto a privilegiare ed estendere, coscientemente ed in modo organico, le conquiste rivoluzionarie ottenute sul campo e le molteplici strutture autogestionarie e federaliste che l’anarcosindacalismo aveva comunque dimostrato di saper creare, dando libero sfogo ad un’esperienza accumulata in decenni e decenni di lotte. Se vi fosse stata abitudine alla politica, le istituzioni sarebbero state svuotate, non dall’interno ma “dall’esterno”, della presenza dello stato.

Egli vide bene l’originalità della “Spagna lavoratrice” (60), che: “…coordina, potenziandole vieppiù, le proprie forze ricostruttive; e questo su schemi propri e non scimmiottando questa o quella rivoluzione” (61). Seppe riconoscere davvero la trasformazione avanzatissima della società spagnola, gli elementi d’inaudita potenza che s’erano sviluppati, come l’abolizione del denaro in grandi territori rurali, la socializzazione delle fabbriche, delle campagne, dei servizi ed il doppio miracolo di una tenuta della funzionalità e dell’aumento della produzione. Era il tipo di prassi rivoluzionaria alla quale aveva sempre creduto, capace di coniugare elementi forti dal punto di vista economico con successi altrettanto importanti sul piano delle libertà e dei diritti civili. Senza mai venir meno al pluralismo politico ed alla  democrazia sostanziale, ancorché nel mezzo di una guerra civile e di un forte scontro interno con chi – comunisti in testa – intendeva “gestire” opportunisticamente la guerra ed abbandonare la rivoluzione, in un patto scellerato che contemplava la restituzione delle terre e delle industrie.

Esattamente a partire da quelle realizzazioni, che comunque restano agli atti come le più importanti nell’ambito di una rivoluzione, e dall’esame delle cause della sconfitta, assume maggior valore il monito di Berneri. Ma davvero pochi ne hanno, ancor oggi, compreso il messaggio, in primo luogo per quanto attiene alla necessità impellente di una revisione profonda nel campo socialista libertario, arato male e senza sistema.

L’anarchismo fra politica ed antipolitica (nessun sogno romantico)

A quasi vent’anni dalla caduta del muro di Berlino e dalla tragicomica fine del socialismo “surreale”, l’opera di questo intellettuale militante, più unico che raro nel panorama libertario “classico” per le sue prese di posizione insieme eterodosse ed illuminanti, assume una valenza universale, utile non solo agli anarchici, bensì a tutti quanti abbiano finalmente chiaro che il rinnovamento della sinistra non può essere mera riedificazione di facciata, pena la definitiva scomparsa del complessivo movimento d’emancipazione dalla scena del panorama politico.

Ed è proprio dalla “crisi della politica” che deriva l’attualità del pensiero di Camillo Berneri. Da quella richiesta forte, e sempre meno eludibile, di una trasformazione della mistificazione della delega assoluta di potere in partecipazione cosciente ed attiva, in decentramento federalista ed in democrazia diretta. Dalla spinta ad invertire l’incipit fondamentale dell’organizzazione umana, nel passaggio dei modi della rappresentanza, per dirla con Berneri, dal “sono governati” al “si governano” (62).

In verità, in politica egli concesse ben poco al romanticismo: “Il romantico ama i tempi remoti perché può metterli in cornice. Il nuovo gli sfugge e gli fa paura. Così il romantico ama gli eroi, perché può idealizzarli a suo piacimento” (63). Il romanticismo vive una contraddizione insanabile con l’anarchismo: “Il romanticismo è la statuaria della letteratura, della storiografia e della filosofia della storia. Il romanticismo confonde facilmente la grandezza con la fama, l’eroismo con il successo. E’ storicista” (64). Infine, il segno tradizionale e distintivo del romanticismo “classico” inclina pericolosamente a destra: “E il romanticismo reazionario accettò il prete ed elogiò il boia: perché riconducevano il popolaccio dietro le quinte della storia. Il popolo fa troppo fracasso e mette in subbuglio lo spirito. (…) Il romanticismo era contemplazione più che azione, mollezza più che volontà, egoismo più che generosità. E il suo sogno fu quello reazionario”(65).

 

La questione del programma

 

Berneri è soprattutto un “animale politico”, abituato a filtrare ogni cosa alla luce di una enorme capacità critica.

Ma sbaglierebbe chi pensasse a Berneri semplicemente come ad un “dissacratore” della tradizione anarchica. Il suo approccio è semmai contrario ed inverso e denota l’impegno consapevole di operare uno screening fra ciò che di vivo, vitale ed “immortale” è in essa contenuto e quanto invece, da elemento secondario, congiunturale e tattico è, per un gioco “inerziale”, assurto impropriamente al rango di principio. Per lui, i principi non escludono la politica: sono semmai quanti negano la politica a confondere gli elementi tattici con le questioni di principio. Berneri vuole: “un anarchismo idealista ed insieme realista, un anarchismo, insomma, che innesta verità nuove al tronco delle sue verità fondamentali, sapendo potare i suoi vecchi rami. Non opera di facile demolizione, di nullismo ipercritico, ma rinnovamento che arricchisce il patrimonio originale” (66). Di concerto ritenne perciò necessario combattere i “tabù” dei dottrinari, la fobia e l’ideologismo della “degenerazione”: “(…) e non pianteremo più meli perché molte mele hanno il baco? Ogni cosa che è nel mondo ha il proprio baco. Tutto sta nel saperlo levare. Preoccuparsi eccessivamente delle degenerazioni possibili, conduce ad un errore comune a molti tra noi: alla negazione assoluta” (67).

La generalizzazione negativa è un arbitrio logico” (68).

Il compito che coscientemente s’impose fu quello di demolire le costruzioni incerte edificate sotto l’influenza di pratiche “rituali”. Per questo, la lettura di Berneri è più che propedeutica al ritrovamento di un anarchismo in grado di agire a tutto campo, orgoglioso delle proprie radici ed altamente “competitivo” rispetto agli avversari, “conservatori” o “progressisti”. Berneri lavora affinché l’azione ed il pensiero libertario vengano restituiti alla propria dimensione naturale: per un anarchismo sempre pronto a mettersi in discussione, mai chiuso rispetto alla verifica della prassi, aperto a previsione e revisione. Capace quindi di rispondere alle sfide, di reinventarsi e soprattutto di esprimere progettualità.

 

 

 

Contro “l’anarchismo dagli occhiali rosa”

 

Il nostro ingaggerà dunque una lotta – rispettosa ma senza quartiere – contro l’ubriacatura positivista, il semplicismo, l’ottimismo spontaneista e l’ “anarchismo dagli occhiali rosa” (69) di kropotkiniana memoria, presenti anche in altro filone dell’anarchismo: quello comunista. Fra le varie, dichiarerà: “Respinto da Bakunin il Rousseau arcadico e contrattualista, l’ideologia kropotkiniana ci ha riportati all’ottimismo e all’evoluzionismo solidarista. Sul terreno dell’ottimismo antropologico, l’individualismo ha perpetuato il processo negativo dell’ideologia anarchica, conciliando arbitrariamente la libertà del singolo con le necessità sociali, confondendo l’associazione con la società, romanticizzando il dualismo libertà ed autorità in uno statico ed assoluto antagonismo. Il solidarismo kropotkiniano, sviluppatosi sul terreno naturalistico ed etnografico, confuse l’armonia di necessità biologica delle api con quella discordia discors e quella concordia concors propria dell’aggregato sociale (…)” (70).

Berneri lavora alla costruzione di un progetto politico che sappia raccogliere le caratteristiche migliori del pensiero antiautoritario ed egualitario: “Dal 1919 in poi non mi sono stancato di agitare in seno al movimento anarchico il problema di conciliare l’integralismo educativo e il possibilismo politico, osando sostenere polemiche e contraddittori con i più autorevoli rappresentanti dell’anarchismo italiano” (71). Per lui saranno soprattutto il federalismo ed il comunalismo gli strumenti atti alla riappropriazione ed all’autodeterminazione, mentre l’anarcosindacalismo rappresenterà il metodo organizzativo ed agitatorio in grado di dare al movimento libertario capacità di penetrazione, onde sviluppare la necessaria “egemonia” nel mondo del lavoro atta a far maturare e mutare i rapporti di forza. Strumento utile anche a combattere la scarsa propensione all’autodisciplina dello “specifico” anarchico ed a far da cemento per il senso di appartenenza che deve legare le strutture militanti.

 

 

La scelta anarcosindacalista

 

Recupererà quindi di Kropotkin il rigore scientifico, gli studi sulle dinamiche della rivoluzione francese, le intuizioni sulla fine del bolscevismo, la questione della parificazione fra lavoro manuale ed intellettuale, la propensione federalista (che arricchirà grazie alla profonda conoscenza di Cattaneo acquisita negli studi con Salvemini), lo spirito organizzativo e la comprensione dell’importanza del nascente anarcosindacalismo. Ecco, sintetizzato, il suo Commiato (72), redatto in morte del grande vecchio: “(…) al di sopra delle riserve, delle incertezze contingenti il suo sovietismo sindacalista-comunista brillava di coerenza logica e di audacia costruttiva”.

Che Berneri vedesse in Kropotkin un fautore dell’anarcosindacalismo è testimoniato anche da quest’altro estratto: “Il partito anarchico sognato dal Kropotkin sarebbe stato, anche se non ne avesse portato il nome, un partito anarco-sindacalista. Narra lo Schapiro: ‘E quando la discussione era sulla questione sindacale ripeteva sempre che in realtà, il sindacalismo rivoluzionario così come si sviluppava in Europa si trovava già interamente nelle idee propagate da Bakunin nella Prima Internazionale, in questa Associazione Internazionale dei lavoratori che egli amava dare come esempio di organizzazione operaia. Egli si interessava sempre più dello sviluppo del sindacalismo rivoluzionario e dei tentativi degli anarco-sindacalisti russi di partecipare al movimento sindacale ed alla ricostruzione industriale del paese’” (73).

Come Kropotkin, Berneri identificava nell’anarcosindacalismo la continuazione ideale della Prima Internazionale. Precisamente: “La ricostruzione sociale anti-statale non può essere, quindi, secondo il Kropotkine, che un nuovo ordine basato su un sistema di rappresentanze e di direzioni del quale partecipi tutta la massa lavoratrice. E tanto più questa massa dispone di uno strumento proprio per sostituire al regime capitalistico  l’organizzazione economica comunista, e tale istrumento non può che essere il sindacato, tanto più è possibile che la federazione comunalista possa subentrare allo Stato” (74).

Berneri, che nell’esilio scelse di rivitalizzare e dirigere la rivista di lingua italiana “Guerra di Classe” – prima del fascismo organo dell’Unione Sindacale e col quale aveva già collaborato in Italia dal 1917 – fu molto chiaro in merito: “Il campo sindacale è diventato l’unico campo che permette  un’attività concreta. (…) La stampa anarco-sindacalista ha un riflesso costante dei bisogni, delle aspirazioni, delle lotte delle masse proletarie (…) ma quella anarchica, pura, salvo qualche rara eccezione, è generica, cioè sorda e cieca alle realtà particolari dell’ambiente sociale in cui essa vive. Il giornale di Parigi potrebbe essere fatto a New York, e quasi in nulla muterebbe. In questo fenomeno sta uno dei massimi indici della crisi dell’anarchismo puro” (75).

Il suo è un anarcosindacalismo di progetto, volano di un nuovo programma: “La maggior parte degli anarco-sindacalisti è costituita da anarchici che sono sindacalisti in quanto vedono nel sindacato un ambiente di agitazione e di propaganda più che di organizzazione classista. E ben pochi anarco-sindacalisti si sono, quindi, posti i problemi inerenti al sindacato quale cellula ricostruttiva, quale base di produzione e di amministrazione comuniste. Ancor meno numerosi sono coloro che si sono posti il problema dei rapporti fra i sindacati e i Comuni. Ancor oggi siamo al bivio, fra l’insidia del sovietismo bolscevico e l’insidia unitaria accentratrice del confederalismo socialdemocratico” (76). Un programma insieme economico e politico, nonché mirato alle diverse realtà nazionali: “Se il movimento anarchico non si decide a limitare il proprio comunismo a pura e semplice tendenzialità, a formulare un programma italiano, spagnolo, russo, ecc. a basi comunaliste e sindacaliste; a crearsi una tattica rispondente alla complessità e variabilità dei momenti politici e sociali; a sbarazzarsi, insomma, di tutti i suoi gravami dogmatici, di tutte le sue abitudini stilistiche, di tutte le sue fobie, il movimento anarchico non attirerà più la gioventù intelligente e colta, non saprà combattere efficacemente la statolatria comunista, non potrà per lungo tempo uscire dal marasma. La crisi dell’anarco-sindacalismo è la crisi dell’anarchismo. Ed io ho fede che nella corrente anarco-sindacalista più che in ogni altra è possibile trovare le possibilità di una rielaborazione ideologica e tattica dell’anarchismo” (77).

Nel proprio iter il lodigiano esprimerà il suo punto di vista praticamente su tutte le questioni dibattute nel movimento libertario internazionale.

Contro l’individualismo

 

L’individualismo nichilista verrà combattuto da Berneri con grande determinazione, in particolare nelle sue accezioni nietzschiane e superuomistiche: “Una vita di quotidiani sforzi di volontà e di quotidiane esperienze di dolore e di amore vale certo più dei sogni infingardi dei Super-uomini, che si credono tali solo perché non sanno, non vogliono essere ‘uomini’” (78).

Significativa in proposito anche l’interpretazione critica che Berneri ci fornisce del Carlyle: geni ed eroi sono il prodotto di moltitudini, eventi e tempi dai vasti e spesso anonimi confini. Non esiste alcuna giustificazione per le concezioni elitarie: i pochi sono il prodotto, la voce dei tanti che si sommano fra passato e presente. Cionondimeno, il lodigiano non sottovalutò mai la forza dell’idea e la positività del mito: “Lo studioso dall’abito di considerare la storia, è condotto ad una particolare forma di irrealismo: quella che consiste nel non vedere la funzione del mito, delle tendenze estreme, dell’assoluto” (79). Purché l’ideologia non venisse considerata sacra e intoccabile e di contro la storia non dimenticasse ugualmente il determinante apporto dei semplici ed il sacrificio della miriade degli anonimi militanti: “Il socialismo deve uscire dall’infantilismo rivoluzionario che vede posizioni nette là dove sono problemi complessi, e da quello riformista, che non capisce la funzione storica dei programmi massimi e degli imperativi spirituali. E deve convincersi delle necessità di abbinare, nella propaganda, il fascino del mito con l’evidenza della necessità, in un’armonica conciliazione di valori ideali e di interessi utilitari” (80).

 

 

Per l’organizzazione politica degli anarchici

 

Per ovvi motivi, Berneri contrastò gli antiorganizzatori. Egli era per un anarchismo capace di dotarsi di strutture forti, di metodo e di senso d’appartenenza: “Che cosa intendo per coscienza di partito? Intendo qualche cosa di più del lievito passionale di un’idea, della generica esaltazione di ideali. Intendo il contenuto specifico di un programma di parte” (81).

Io non vedo i pericoli dell’accentramento, dell’autoritarismo che molti vedono nell’organizzazione sempre più salda e coordinata dei nostri gruppi, delle nostre unioni provinciali, delle nostre federazioni regionali. L’atomismo individuale e dei gruppi ha mostrato di essere utile? Il nostro movimento non è per sua natura e per definizione refrattario ai cattivi influssi di una disciplina di partito male intesa? Per quali ragioni un movimento libertario può cristallizzarsi divenendo un partito e può degenerare in tutte quelle forme di autoritarismo accentratore che alcuni paventano e profetizzano?” (82).

Eppure dovette constatare che il fenomeno, apparentemente marginale, aveva – eccezion fatta forse per la Spagna – conquistato molto più spazio di quello relativo ai singoli gruppi che esprimevano un palese rifiuto teorico dell’organizzazione: “Se me la piglio con l’individualismo è perché, se la corrente individualista ha poca importanza numerica, è riuscita ad influenzare quasi tutto il movimento” (83). Berneri scorgeva nel ripudio del lavoro sindacale, nella demonizzazione della discussione finalizzata al progetto e nell’indisponibilità ad impegnarsi sul piano di una politica del quotidiano, la determinante influenza dell’individualismo: “Quasi tutti gli anarchici, ai miei occhi, sono individualisti, ottimisti e dottrinari” (84).

Va da sé che gli strali di Berneri fossero diretti contemporaneamente contro la politica del “tanto peggio, tanto meglio”, (alla quale bisogna sostituire il detto: “meglio il male attuale che uno peggiore”) (85), quanto contro ogni tentazione di defilarsi dal contatto con le masse e di allontanarsi, con pericolose “fughe in avanti”, dalla comprensione dell’uomo comune.

E’ forse solo con Camillo Berneri che si può cominciare a parlare di un esplicito spirito autocritico nella storia del Movimento Anarchico militante. Se non si fosse colta la cosa sino ad ora, si avrà certo modo di ricredersi presto. L’orizzonte critico del lodigiano scava così in profondità nel paradigma libertario, tocca così tanti argomenti, da potersi definire davvero il tentativo di rivederlo globalmente, a tratti nella ricerca di una riattualizzazione, altrove cercando di “ripulirne” l’ideologia dalle scorie sedimentate di differente provenienza, e non di rado assistiamo ad una vera e propria opera di riforma.

Se in ogni occasione siamo di fronte ad un linguaggio privo di tatticismi, davvero sempre mirato senza mezzi termini all’obiettivo (ed anche in ciò sta la grandezza e la singolarità del “caso Berneri”), dinanzi agli interrogativi ed alle questioni relative all’organizzazione abbiamo l’argomentare più diretto e meno mediato in assoluto. Il testo più emblematico in materia ha un titolo assai significativo: Il cretinismo anarchico (86), del 1935. Vi si lancia una sfida senza esclusione di colpi alle deficienze croniche  dell’anarchismo “fossile”, vale a dire a prassi ed atteggiamenti invalsi da una acquisizione superficiale dei “sacri” principi: ciò che viene colpito è

quell’insieme di rituali senza senso che caratterizzavano – ed in molte occasioni caratterizzano ancora – un certo modo di vivere il momento collettivo nello specifico anarchico. Il malinteso di una mancanza assoluta di regole, un “democraticismo” autistico e paranoide che scambia il rispetto per forzatura autoritaria, e tanto d’altro: tutti elementi che impediscono il corretto funzionamento di un’organizzazione, ne nullificano l’esistenza.

Invece, il problema del funzionamento dell’organizzazione sta molto a cuore a Berneri. Per lui la struttura non deve servire al piccolo protagonismo dei partecipanti ad un’assemblea, bensì allo  scopo per la quale esiste in ogni consesso umano ed in particolare in politica: costruire ed affinare

l’impianto onde rendere incisiva la prassi del movimento. Leggiamo questo testo: “Benché urti associare le due parole, bisogna riconoscere che esiste un cretinismo anarchico. Ne sono esponenti non soltanto dei cretini che  non hanno capito un’acca dell’anarchia e dell’anarchismo, ma anche dei compagni autentici che in esso sono irretiti non per miseria di sostanza grigia bensì per certe bizzarrie di conformazione cerebrale. Questi cretini dell’anarchismo hanno la fobia del voto anche se si tratti di approvare o disapprovare una decisione strettamente circoscritta e connessa alle cose del nostro movimento, hanno la fobia del presidente di assemblea anche se sia reso necessario dal cattivo funzionamento dei freni inibitori degli individui liberi che di quell’assemblea costituiscono l’urlante maggioranza, ed hanno altre fobie che meriterebbero un lungo discorso, se non fosse,  quest’argomento, troppo scottante di umiliazione. Il problema della libertà, che dovrebbe essere sviscerato da ogni anarchico essendo il problema basilare della nostra impostazione spirituale della questione sociale, non è stato sufficientemente impostato e delucidato. Quando, in una riunione, mi capita di trovare il tipo che vuole fumare anche se l’ambiente è angusto e senza ventilazione, infischiandosene delle compagne presenti o dei deboli di bronchi che sembrano in preda alla tosse canina, e quando questo tipo alle osservazioni, anche se cordiali, risponde rivendicando la ‘libertà dell’io’, ebbene, io che sono fumatore e per giunta un poco tolstoiano per carattere, vorrei avere i muscoli di un boxeur nero per far volare l’unico in questione fuori dal locale o la pazienza di Giobbe per spiegargli che è un cafone cretino. Se la libertà anarchica è la libertà che non viola quella altrui, il parlare due ore di seguito per dire delle fesserie costituisce una violazione della libertà del pubblico di non perdere il proprio tempo e di annoiarsi mortalmente. Nelle nostre riunioni bisognerebbe stabilire la regola della condizionale libertà di parola: rinnovabile ogni dieci minuti. In dieci minuti, a meno che non si voglia spiegare i rapporti tra le macchie solari e la necessità dei sindacati o quella tra la monere haeckeliana e la filosofia di Max Stirner, si può, a meno che si voglia far sfoggio di erudizione o di eloquenza, esporre la propria opinione su una questione relativa al movimento, quando questa questione non sia di … importanza capitale. Il guaio è che molti vogliono cercare le molte, numerose, svariate, molteplici, innumerevoli ragioni, come diceva uno di questi oratori a lungo metraggio, invece di cercare e di esporre quelle poche e comprensibili ragioni che trova e sa comunicare chiunque abbia l’abito a pensare prima di parlare. Disgraziatamente accade che siano necessarie delle riunioni di ore ed ore per risolvere questioni che con un po’ di riflessione e di semplicità di spirito si risolverebbero in mezz’ora. E se qualcuno propone, estremo rimedio alla babele vociferante, un presidente, in quel regolatore della riunione che ha ancor minore autorità di quello che abbia l’arbitro in una partita di foot-ball, certe vestali dell’Anarchia vedono… un duce. Per chi questo discorso? I compagni della regione parigina che hanno, recentemente, affrontato la spesa e la fatica di recarsi ad una riunione da non vicine località per assistere allo spettacolo di gente che urlava contemporaneamente intrecciando dialoghi che diventavano monologhi per la confusione imperante e delirante, si sono trovati, ritornando mogi mogi verso le loro case, concordi nel pensare che la gabbia dei pappagalli dello zoo parigino è uno spettacolo più interessante. Quando degli anarchici non riescono ad organizzare quel problema meno difficile di quello della quadratura del circolo, di esporre a turno il proprio pensiero, un regolatore diventa indispensabile.

Questa è quella che io chiamo l’auto-critica. Ed è diretta a tutti coloro che rendono necessario un regolatore di riunioni anarchiche. Cosa che è ancora più buffa di quello che pensino coloro che se ne scandalizzano. Molto buffa e molto grave. E grave perché resa, molte volte, necessaria proprio là dove dovrebbe essere superflua”.

Il ruolo dell’organizzazione specifica è ben preciso per Berneri. Nel testo Risposta ad una consultazione sui compiti immediati e futuri dell’anarchismo (87), egli accenna a critiche e suggerimenti: “L’organizzazione (l’Unione Anarchica Italiana) ha vissuto poco, ma qualche anno di vita sarebbe bastato, se fosse esistita tra noi una costante ed intelligente volontà rivoluzionaria, a fare di essa un organismo di combattimento capace di agire con coordinazione e simultaneità, anche fuori dei quadri sindacali ed indipendentemente dai fronti unici, che si risolsero in bluff. Si consumarono energie insurrezionali in sporadiche azioni e si perdettero ottime occasioni (…) le esperienze del passato non vanno dimenticate. E la diagnosi dei nostri mali e delle nostre deficienze va accompagnata alla ferma volontà di un rinnovamento”.

E’ un altro, ancor più forte, richiamo all’organizzazione come veicolo della politica, capace di concentrare ed applicare le forze ed al tempo stesso di rigenerarsi e rielaborare: un vero e proprio laboratorio di idee, capace di essere al tempo stesso fabbrica e motore di esperienze.

Berneri è molto infastidito dai continui attacchi alla logica organizzativa. Già nell’agosto del 1922 interviene nel dibattito, molto contrariato dalle invettive strumentali lanciate contro l’appena nata Unione Anarchica Italiana: “(…) Vediamo, piuttosto, se ha ragione lo Cizeta a scrivere che gli anarchici italiani ‘costituendosi in partito e centralizzandosi negli organi e nelle commissioni di corrispondenza dell’Unione Anarchica Italiana, si sono allontanati dalle folle’. (…) Dov’è la centralizzazione? Forse nella Commissione di Corrispondenza? Essa è una Commissione (in cui v’è un solo indennizzato) incaricata dai singoli gruppi, di prendere iniziative di carattere generale: come manifesti nazionali, partecipazione a convegni con altri partiti di sinistra, ecc. La sua opera si limita a ricevere e trasmettere comunicati, somme di denaro, ecc. quando i gruppi abbiano bisogno, per questo, di lei. Altrimenti tutta la vita del movimento si svolge senza che sia avvertita l’esistenza di questa Commissione che ha tanto impressionato alcuni fegatosi critici per scopi personali e voi che, vivendo lontano non sapete come stanno le cose. Non vi avrei scritto se non credessi dannosi al nostro movimento questi contrasti che sono creati artificiosamente e non hanno alcuna ragione di esistere.

Piuttosto che sprecare lo spazio dei nostri giornali a fare critiche che non hanno base seria, intensifichiamo la nostra propaganda al di fuori ed al di sopra delle piccole sfumature di tendenza. Avrei preferito scrivere sul vostro giornale di altri argomenti, ma ho creduto necessario chiarire un equivoco che minaccia di prolungarsi, tutto a scapito del movimento nostro” (88).

In Considerazioni sul nostro movimento (89), Berneri non disdegna di usare il termine “partito”. La cosa è significativa, anche se si tratta della medesima accezione usata talvolta pure da Malatesta. La questione di una unione precisa dell’anarchismo organizzatore, sebbene all’epoca più sentita all’interno della tendenza maggioritaria, era comunque affatto scontata: “(…) Sul tappeto della discussione rimane la questione della costituzione del nostro movimento a partito. Occorre, per questa come per tutte le altre questioni, stabilire il valore delle parole, dando loro un significato ben definito, per evitare le eterne ed inutili discussioni pro e contro. Si può ripetere oggi quello che Epicuro – mi si conceda una citazione che puzza d’antico – diceva in una sua epistola ad Erodoto: «Convien rendersi conto del significato fondamentale delle parole, per poterci ad esse riferire come criterio nei giudizi o nelle indagini o nei casi dubbi: se no, senza criterio procederemo all’infinito nelle dichiarazioni o useremo parole vuote di senso». Che cosa intendiamo per partito? Qual è il calore, quali i limiti, quale la missione? (…) Io credo alla necessità di consolidare le nostre forze, associandole e coordinandole, ma riconosco che molte e contrastanti correnti scorrono in seno al nostro movimento riguardo a questa questione (…)”.

In un altro testo, Anarchismo e federalismo – Il pensiero di Camillo Berneri (90), il lodigiano aggredisce il problema con ancor maggiore veemenza: “(…) Siamo immaturi. Lo dimostra il fatto che s’è discussa l’Unione Anarchica sottilizzando sulle parole partito, movimento, senza capire che la questione non era di forma, ma di sostanza, e che quello che ci manca non è l’esteriorità del partito, ma la coscienza del partito (…)”. Berneri ci dice subito a cosa si riferisca: “Che cosa intendo per coscienza di partito? Intendo qualche cosa di più del lievito passionale di un’idea, della generica esaltazione di ideali. Intendo il contenuto specifico di un programma di parte” (91).

Sta evidentemente parlando di un’unità teorica e strategica, nonché di un necessario “senso di appartenenza”. Due cose che difettano molto nel movimento anarchico: la prima per carenza di programma, soprattutto in ambito strategico e tattico, la seconda per un malinteso senso di assoluta indipendenza individuale di fronte all’organizzazione. Questa è sicuramente un corpo collettivo, ed in quanto tale ogni suo membro, pur libero in coscienza, ne è parte, e deve ugualmente sentirsi interno ad un’entità plurima e plurale che unifica. Altrimenti non avrebbe senso parlare di organizzazione. La libertà individuale è quindi libertà di dissenso, ma mai senso di nonappartenenza. La differenza fra le due cose non è secondaria. La libertà di dissenso è garantita dalle regole, ma le regole sono di tutti e per tutti. Non sono valide a seconda della “giornata e dell’umore”. Una decisione può essere contrastata, ma deve, comunque, venire riconosciuta come la decisione della maggioranza, perché questa è la regola di ogni associazione umana. L’anarchismo non sfugge quindi alla democrazia: deve semmai essere democratico sino all’estremo limite, ma questo non può significare mettere in discussione la democrazia stessa. Si può arrivare all’estrema ratio di non rendere obbligatoria l’applicazione delle decisioni per chi non ha contribuito a prenderle, ma mai si può negare l’obbligo, almeno d’onore, di accettarle come scelte della maggioranza e quindi dell’organizzazione o quello di rimanere leale alla stessa.

 

 

Berneri ed Arcinov

 

Il dibattito sull’organizzazione diverrà assai attuale fra gli anarchici negli anni ‘20, dopo la deriva autoritaria della rivoluzione russa e la marginalizzazione del movimento libertario in quel paese, dovuta anche a deficit organizzativi palesi denunciati dalla maggioranza degli anarchici ucraini che avevano resistito militarmente all’armata rossa dopo che da questa erano stati abbandonati, traditi ed attaccati alle spalle durante le invasioni dei reazionari bianchi e dopo che la rivoluzione in Ucraina era stata assolutamente opera loro. Questi, data vita al gruppo “Dielo Truda”, proposero una Piattaforma per la ricostituzione dell’anarchismo organizzato che propugnava la cosiddetta “responsabilità collettiva” e l’unità tattica e teorica per una rifondazione dell’organizzazione libertaria.

Anche Berneri esprime critiche alle insufficienze di struttura dell’anarchismo russo (92): “Un altro errore è quello di non aver tenuto conto del fatto che tra lo scoppio della rivoluzione (…)” e la presa del potere da parte dei bolscevichi c’è stato un significativo lasso di tempo con “(…) libero gioco fra i partiti” durante il quale il movimento anarchico “(…) s’è esaurito e i partiti di sinistra hanno dimostrato di non essere all’altezza della situazione”. Nello stesso articolo, il lodigiano riconosce che, nonostante: “Criticare i criteri ed i metodi del partito comunista russo, illustrare gli errori e gli orrori del governo bolscevico”, fosse per gli anarchici un preciso “(…) dovere ed un diritto, poiché nel fallimento del bolscevismo statolatra vediamo la migliore conferma delle nostre teorie libertarie”, di fatto inizialmente vi fu il silenzio a causa del “(…) fascino rivoluzionario” (93) esercitato dalla Russia. Ed ammette che la denuncia cominciò per contrastare “(…) lo scimmiottamento di tutti i criteri tattici e la pedissequa imitazione di tutti i punti programmatici di Lenin e compagni” (94), aggiungendo: “Ci trovammo nella necessità di non più tacere ciò che era ormai rivelato dalla stampa socialista e nella necessità di opporci a quella propaganda giacobina che dilagava tra le masse, pregiudicando quello che noi riteniamo il giusto indirizzo rivoluzionario. A tutto questo si aggiunse la reazione anti-anarchica del governo di Mosca e la convinzione che la politica dei bolscevichi russi portasse ad un ripiegamento rivoluzionario in Russia e nell’Occidente” (95).

È evidente il senso di una riflessione amara, che denuncia col senno di poi i guasti prodotti dall’appiattimento di molti anarchici nella prima fase dell’affermarsi del potere sovietico, un favore che i bolscevichi ricambiarono con una spietata repressione.

Il motivo del contendere, a proposito della piattaforma del gruppo Dielo Truda, era relativo sia alla prassi organizzativa che a quella politica. E Berneri è sempre stato schierato per una più seria ricostruzione di entrambi gli elementi. Ci saranno però due cose che ad un certo punto lo faranno sobbalzare.

In primis, l’eccesso di zelo di uno dei massimi esponenti del gruppo “revisionista” russo: quel Pietro Arcinov che era stato il braccio destro di Nestor Mackhno, il principale fautore della rivoluzione anarchica in Ucraina. Arcinov, contrariamente a quanto avvenuto per gli altri, deciderà nel giugno del 1935 di tornare in Russia dall’esilio francese al quale era stato costretto come tutti per le persecuzioni dell’armata rossa e di aderire, nel pieno dello stalinismo, al partito comunista sovietico. A quel punto, in una lettera aperta del 5.10.1935, Due parole a Pietro Arcinov (96), Berneri stigmatizzerà brutalmente la posizione del russo: “(…) se ero preparato all’abiura, non ero preparato – nonostante non vi abbia mai considerato, come oggi vi presenta la stampa bolscevica, «uno dei più notevoli ideologi dell’anarchismo» – alla miseria delle giustificazioni, alla tendenziosità delle critiche, alla volgare demagogia delle sconfessioni dei vostri giudizi di un passato non ancora remoto. (…) Mentre, in nome del fallimento della dittatura proletaria nell’URSS, dei bolscevichi hanno dato e danno la libertà o la vita, voi, neobolscevico, vi affrettate ad agitare il turibolo di fronte allo Czar Stalin, e proprio in un momento politico in cui il possibilismo bolscevico sta degenerando nell’opportunismo il più governamentale e il più nazionalista.

Quando Francesco Saverio Merlino si allontanò dall’anarchismo, credette giustamente che fosse dovere di dignità di pensatore e di scrittore giustificare seriamente il suo nuovo atteggiamento. Quello che voi scrivete a giustificazione vostra e ad incitamento agli anarchici a seguirvi è di una povertà pietosa e di una volgarità disgustevole.

La vostra Piattaforma del 1926 ha contribuito a scindere il movimento anarchico polacco e quello bulgaro, e tanto in Polonia che in Bulgaria i secessionisti piattaformisti sono finiti in grembo al bolscevismo o alla socialdemocrazia. (…) Lo stesso Mackhno che agli estranei del movimento anarchico ucraino pareva essere unito a voi da una profonda comunità di idee, vedeva nel vostro piattaformismo una deviazione bolscevizzante. Mackhno era anarchico; ed è per questo che, non sperando adescarlo e sapendolo tenacemente coerente nemico, la stampa bolscevica lo ha sistematicamente diffamato in Russia e fuori di Russia.

Voi siete, inserito nel regime bolscevico, un suicida. Non avete altro ruolo che non sia quello dell’anarchico ricreduto. Quando attaccherete noi, tutte le Pravda e tutte le Isvestia vi saranno aperte. Ma se un po’ del lievito rivoluzionario, anche un minimo residuo, è restato nel vostro cervello e vorrete esprimere opinioni non consone a quelle del dittature e dei suoi luogotenenti, finirete come Sandomirsky. Il bivio aperto dinanzi a voi è questo: o insignificante inserito, destinato a confondersi nel grigio totalitario del regime o oppositore ben presto costretto a meditare su quanto e su come il regime bolscevico sia una dittatura proletaria. Questa seconda strada vi salverebbe dal fallimento della vostra personalità. (…) Eravate al di sopra della vostra abiura, Arcinov. Vi è modo e modo di andarsene dalla nostra casa. Voi ne siete uscito sbattendone le porte e vociferando come un ubriaco. E questo modo di uscire porta disgrazia, perché è di per sé un segno di decadenza intellettuale e morale”.

Purtroppo per Arcinov, il nostro fu buon profeta: il russo, dopo essere stato spremuto come un limone a fini propagandistici, verrà, di lì a poco, spietatamente epurato dal regime sovietico.

Arcinov era caduto nel versante opposto della critica che aveva espresso: avviando con altri una comprensibile critica all’anarchismo rispetto all’ambito organizzativo, era scivolato tragicamente nell’imitazione dell’avversario politico, quel bolscevismo che una ristrutturazione seria dell’anarchismo avrebbe messo in grande difficoltà. Questo, perché succube del plagio dei “vincitori”, cosa che gli aveva fatto dimenticare le ragioni dell’anarchismo. Ma succube anche del mito frontista, contrastato da Berneri in Spagna (e non solo) (97), nonché del politicismo senza scrupoli, tipico del bolscevismo. Peraltro, questo malinteso spirito d’unità, pure in campo sindacale (ove la scelta di formare un’organizzazione libertaria verrà sacrificata spesso alla militanza nel sindacato comunista) e filo-consiliarista, divenuto paradossalmente un indistinto, spontaneo embrasson nous (concepito fra mitiche “basi” popolari “autonome”), risulterà anche successivamente un difetto dei cosiddetti “arcinovisti” (di quanti cioè continuarono a seguire le

indicazioni della Piattaforma dopo la morte di Arcinov).

Infine, la seconda questione: la Piattaforma non poteva essere accettabile laddove portava – appunto copiando l’opportunismo marxista in politica – verso l’assurdo della cosiddetta “dittatura antistatale del proletariato”. Una sorta di periodo “transitorio” utilizzante ovviamente l’apparato statuale in termini totalitari: una sorta di pre-anarchismo negante la radice dell’anarchismo. Questo era inusitato, soprattutto per Berneri, che vedeva nella concezione antistatale l’elemento discriminante prioritario dell’anarchismo politico. Anche se per il lodigiano si tratta di un antistatalismo mai immotivato o dottrinario, bensì riconosciuto come base ineludibile per costruire una società di liberi ed eguali, proprio tramite la crescita e la vittoria della società civile a scapito delle impalcature autoritarie costruite per mantenere o ricreare il dominio di classe. Lo scontro fra il lodigiano ed i cosiddetti piattaformisti non è quindi ascrivibile alla questione organizzativa relativa al movimento specifico, rispetto alla quale moltissime sono le prese di posizione a favore di una maggiore strutturazione del movimento libertario negli scritti che abbiamo analizzato.

Non è certo la questione della “responsabilità collettiva”, la “pietra dello scandalo”. Berneri ha addirittura una concezione “etica”   della organizzazione, e in nome dell’integrità della struttura diviene a volte durissimo (98). Semmai, il nostro, rimprovera ai piattaformisti un inalterato eccesso di ingenuità dovuto, ancora una volta, all’idealizzazione delle masse. Vediamo, in proposito, il testo In margine alla piattaforma (99): “(…) nell’azione popolare insurrezionale vedo più «effetti» anarchici che «intenti» anarchici; non credo che la funzione degli anarchici nella rivoluzione debba limitarsi «a sopprimere gli ostacoli» che si oppongono alla manifestazione della volontà delle masse; vedo gravi pericoli e non poche difficoltà negli egoismi municipalisti e corporativi”.

Ed ecco di nuovo la critica del “semplicismo” di Kropotkin, inaccettabile per Berneri e da lui chiamato ancora in causa a proposito di un’ennesima, malintesa “santificazione” dell’azione popolare: “Il «Mir» con i suoi anacronismi, il Comune medioevale autoritario nella sua intima struttura, l’anarchismo comunalista delle masse popolari della Rivoluzione francese, gli apparivano, giustamente, forze innovatrici libertarie, moderne, in funzione storica di anti-Stato. Ma quando si trasportò sul terreno politico e guardò all’avvenire, Kropotkin sublimò le masse. Crollato lo stato, ci vuole una potenza ricostruttrice che ne riprenda e ne perfezioni le funzioni vitali, pubbliche. Kropotkin (la) sostituì (con): l’iniziativa popolare. Questo genio collettivo, questa volontà proteiforme ed armonica insieme, non ha soste e ricorsi. È satura di anarchismo. Gli anarchici posson confondersi in essa, che non fa che moltiplicare i loro sforzi, non fa che attuare le loro idee. Tutt’al più non c’è che da levare in alto una bandiera, da additare qualche ostacolo o lanciare una idea. Tutt’al più non c’è che da respingere il tentativo dei giacobini di pilotare l’azione popolare” (100).

Berneri vuole un progetto chiaro, capace di indicare concretamente la strada dell’organizzazione sociale dopo la rivoluzione, mentre i piattaformisti continuano ad affidarsi al cosiddetto “spirito costruttivo delle masse”. Queste sono paradossali analogie con l’impostazione kropotkiniana. Ma, meglio ancora sarebbe il dire che si tratta di indubbie influenze consigliariste (marxiste nella forma e populiste nella sostanza): “Kropotkin, storiografo ed etnologo, vide, in potenza, l’anarchismo integrale nell’anarchismo relativo delle masse in rivolta o nelle masse viventi fuori dell’orbita statale. Con ingenuo ottimismo proiettò il secondo nella rivoluzione sociale avvenire, e credette che tutto dovesse svolgersi non per una serie di esperienze, più o meno fortunate, ma per un «fiat»“ (101).

In ultima analisi, la necessità di un’organizzazione strutturata viene vista da Berneri come ineludibile, ma a patto che sia utile all’elaborazione di un progetto serio, non l’ennesimo appiattimento strategico di natura ideologica, che non è capace di differenziare la tattica relativamente alle esigenze. Il lodigiano vuole di più di un organismo strutturato, vuole che la capacità di intervenire in modo sincronico derivi da elaborazioni ed acquisizioni convinte, non da un semplice ed inutile conformismo di partito fine a se stesso. Per questo, nel piattaformismo, critica la “tattica unica”: “(…) Bisogna uscire dal romanticismo. Vedere le masse in modo, direi, prospettico. Non c’è il popolo, omogeneo, ma folle varie, categorie. Non c’è la volontà rivoluzionaria delle masse, ma momenti rivoluzionari, nei quali le masse sono enormi leve. (…) «Tattica unica» vuol dire tattica uniforme e continua. Alla «tattica unica» la «Piattaforma» è portata dalla semplificazione del problema dell’azione anarchica in seno alla rivoluzione. Se vogliamo arrivare ad una revisione potenziatrice della nostra non piccola forza rivoluzionaria, bisogna che sbarazziamo il terreno dagli apriorismi ideologici e dal comodo rimandare al domani l’impostazione dei problemi tattici e ricostruttivi. Dico ricostruttivi perché è nelle tendenze conservatrici delle masse il pericolo maggiore dell’arresto e delle deviazioni della rivoluzione” (102).

Se vi fossero ancor dubbi, va detto che è semmai proprio rispetto al profilo organizzativo che Berneri non usa mai mezzi termini. Contrariato dal timore reverenziale di tanti anarchici, avversi per partito preso alla strutturazione del movimento, la ritiene, al contrario, del tutto necessaria.

Nessuna paura della revisione: giudizi di fatto e giudizi di valore

 

Per inseguire e determinare un progetto anarchico capace di affermarsi sul piano politico, Berneri non esitò neanche di fronte alla solitudine: “(…) solissimo arrabbiandomi per far sì che gli anarchici siano qualche cosa di meglio degli eterni chiacchieroni ipercritici ed utopisti (…)” (103). “Chi dice chiaramente il proprio pensiero senza cercare applausi e senza temere le collere è l’uomo della rivoluzione” (104).

Lo confortava una frase di Malatesta, il cui ritaglio (sistema di raccolta e catalogazione molto usato da Berneri), conservava gelosamente: “Chi non si sente più anarchico si ritira da sé, in maniera più o meno franca ed elegante; e chi si sente anarchico resta tale anche se nell’interpretazione tattica dell’anarchismo fosse il solo della sua opinione” (105).

Il lodigiano nobilita il “revisionismo” in campo anarchico: “Non temiamo quella parola revisionismo, che ci viene gettata contro dalla scandalizzata ortodossia, ché il verbo dei maestri è da conoscersi e da intendersi. Ma troppo rispettiamo i nostri maggiori, per porre costoro a Cerberi ringhiosi delle proprie teorie, quasi come ad arche sante, quasi come ai dogmi. L’autoritarismo ideologico dell’ ipse dixit non lo riconosciamo che come canovaccio di comuni motivi ideali, non come schema da svilupparsi in pure e semplici volgarizzazioni” (106).

E’ ancora la figlia di Luigi Fabbri a scrivere: “(…) caratteristica principale che si libera chiaramente da tutti i suoi scritti: l’indipendenza di giudizio di fronte ai ‘Padri della Chiesa’, sarebbe a dire ai pensatori consacrati. Egli aveva in orrore il termine ‘ortodossia’” (107).

Sua convinzione basilare è non avere principi inamovibili: “Lo confermo: a me il richiamo ai principi non fa né caldo né freddo, perché so che sotto quel nome vanno delle opinioni. (…) Io ho dei principi e tra questi vi è quello di non mai lasciarmi impressionare dal richiamo ai principi. (…) L’uomo che ‘parte da principii’ adotta il ragionamento deduttivo, il più infecondo e il più pericoloso. L’uomo che parte dall’esame dei fatti per giungere alla formulazione di principii adotta il ragionamento induttivo: che è l’unico veramente razionale” (108).

Berneri contrasta con vigore: “(…) la gretta e pigra mentalità di molti compagni che trovano più comodo ruminare il verbo dei maestri che affrontare i problemi vasti e complessi della questione sociale quale si presenta oggi” (109).

Contro la religione della scienza

Berneri critica il positivismo, come rivela questa frase contenuta in un intervento di natura filosofica che esprime anche personali tensioni emotive: “respingerò, dunque, qualsiasi verità sulla materia. E fino a quando la materia rimarrà per me un mistero, in quel mistero vi è posto per Dio”.

Ma la valenza politica dello stesso, già dal titolo, non lascia alcun dubbio: “Irrazionalismo e anarchismo”. Si tratta di un testo molto importante, nato come risposta nel mezzo di un dibattito nel corso del quale Berneri fu critico sull’ateismo: “Tutti i ragionamenti dell’ateismo sono di una presunzione enorme e mi sembrano altrettanto assurdi dei ragionamenti del teismo. Irrazionalista, l’anarchico non sarebbe ateo bensì agnostico. E sarebbe il solo modo di essere razionale. Diffidenza verso il si sa dello scienziato; nessuna concezione universale del mondo, agnosticismo di fronte al problema religioso” (110).

Lo aveva già detto, usando delle citazioni, in termini ugualmente efficaci ma forse più “morbidi” ed allusivi, in un altro intervento (111): “Henri Poincaré ha potuto scrivere che «il mondo, che due secoli or sono si credeva relativamente semplice, diventa sempre più oscuro ed indecifrabile» proprio perché viveva in un’era di grande sviluppo scientifico. Ed il Pasteur diceva in un suo discorso: «Colui che proclama l’esistenza dell’infinito – e nessuno vi può sfuggire – accumula in questa affermazione più di soprannaturale di quel che ve ne sia in tutti i miracoli di tutte le religioni»“.

Ma il contributo sull’Irrazionalismo, come ben si può capire, non riguardava certo solo questo punto: “Il razionalismo conduce all’utopismo autoritario, al giacobinismo, alla mistica industrialista. Chi parla di verità proprie e di pregiudizi altrui è incline a sopprimere con la forza le ‘ragioni’ divergenti. (…) La pretesa di possedere la verità conduce a tutti gli eccessi autoritari. (…) La Città del sole dei filantropi autoritari è una specie di enorme gabbia dorata nella quale questi maniaci vorrebbero far entrare l’intera umanità” (112). Viene quindi posta in discussione qualsiasi presunzione dottrinaria basata sic et simpliciter sul raziocinio positivista, sullo scientismo manicheo e materialista che s’era fatto ideologia ed aveva arruolato anche gli anarchici, per analoghi ed altri versi già vittime di un altrettanto pericoloso semplicismo.

A dimostrazione delle difficoltà che il lodigiano aveva rispetto all’ambiente libertario, va detto che il testo rimase inedito, rifiutato dal giornale per il quale era concepito: “L’Adunata dei Refrattari”, di New York. Uscì postumo ed incompleto su “Volontà” solo nel 1952.

Per la tolleranza

 

Contro la violenza dei totalitarismi ed a favore della tolleranza come dato distintivo dell’anarchismo, Berneri ha scritto passi memorabili: “La tolleranza ha, dunque, due piani di possibilità: quello intellettuale e quello morale. Quanto al primo è tollerante colui che conoscendo il valore dello scambio di idee, della loro fusione o contrasto, non respinge aprioristicamente le ideologie altrui, ma si accosta ad esse e tenta penetrarle; per trarne ciò che vi è di buono (…). Quanto al secondo è tollerante colui che, pur avendo fede in un gruppo di principi e sentendo profondamente la passione di parte, comprende che altri, per il loro carattere, per l’ambiente in cui vivono, per l’educazione ricevuta ecc., non partecipa alla sua fede e alla sua passione. La distinzione tra il male e il malvagio, tra la tirannide e gli oppressori è scolastica, e chi concepisce la vita come lotta per il bene e per la libertà deve combattere coloro che intralciano la sua opera di redenzione. Ma il suo spirito, pur negando come formalistica la distinzione sopraccennata nei riguardi del problema morale dell’azione, giunge a combattere senza l’odio bruto che non sa la pietà (…). E a svolgere quest’azione di tolleranza, con la propaganda e con la forza, dobbiamo essere noi. I comunisti hanno una mentalità domenicano-giacobina, i socialisti riformisti sono dei De Amicis che si perdono in un impotente sentimentalismo. Noi possiamo abbinare la violenza e la pietà, in quell’amore per la libertà che ci caratterizza politicamente ed individualmente. La tolleranza è un concetto squisitamente nostro, quando non si intenda con questo termine  il menefreghismo (113).

Umanesimo e anarchismo

 

Alla tolleranza va avvicinato l’umanesimo profondo “ereditato” da Malatesta: “Malatesta è stato sempre profondamente umano, anche verso i poliziotti che lo sorvegliavano. Una notte fredda e piovosa, in Ancona, egli sapeva che un questurino era là alla porta, ad inzupparsi e a battere i denti per adempiere il proprio compito. Andare a letto compiacendosi di sapere il segugio nelle peste sarebbe stato naturale, ma non per Malatesta, che  scese alla porta ad invitare il questurino a scaldarsi un po’ e a bere un caffè. Passarono gli anni, tanti anni. Una mattina, in piazza della Signoria, a Firenze, Malatesta riceve un buon giorno, signor Errico’ da un vecchio spazzino municipale. (…) Gli domanda chi sia e quegli gli dice: ‘Sono passati tanti anni. Si ricorda quella notte che io ero alla sua porta…’. Era quel questurino, che serbava in cuore il ricordo di quella gentilezza come si conserva tra le pagine di un libro il fiore colto in un giorno soleggiato dalla gioia di vivere. Malatesta, nel raccontare quell’incontro, aveva un sorriso di dolce compiacenza, quello stesso sorriso con cui Gori respingeva l’insistente offerta di portargli la valigia, pesante di lastre da proiezione, dei poliziotti che, nel corso delle sue tournées di conferenze, lo attendevano alla stazione. (…) Soltanto chi vede in ogni uomo l’uomo, soltanto costui è umanista. L’industriale cupido che nell’operaio non vede che l’operaio, l’economista che nel produttore non vede che il produttore, il politico che nel cittadino non vede che l’elettore: ecco dei tipi umani che sono lontani da una concezione umanista della vita sociale. Egualmente lontani da quella concezione sono quei rivoluzionari che sul piano classista riproducono le generalizzazioni arbitrarie che nel campo nazionalista hanno nome xenofobia. Il rivoluzionario umanista è consapevole della funzione evolutiva del proletariato, è con il proletariato perché questa classe è oppressa, sfruttata ed avvilita ma non cade nell’ingenuità populista di attribuire al proletariato tutte le virtù e alla borghesia tutti i vizi e la stessa borghesia egli comprende nel suo sogno di umana emancipazione” . (…) Niente dittature, né del cervello sui calli, né dei calli sul cervello, ché ogni uomo ha un cervello e il pensiero non sta nei calli”. (…) Dittatura del proletariato è concetto e formula d’imperialismo classista, equivoca ed assurda. Il proletariato deve sparire, non governare (…). Che cosa permane allo sparire delle classi? Rimangono le categorie umane: intelligenti e stupidi, colti e semi-incolti, sani e malati, onesti e disonesti, belli e brutti, ecc.. (…) La rivoluzione sociale, classista nella sua genesi, è umanista nei suoi processi evolutivi. Chi non capisce questa verità è un idiota. Chi la nega è un aspirante dittatore” (114).

La verve antidottrinaria di Berneri, quindi, non fu certo rivolta solo contro i “dogmi” dei “maestri” dell’anarchia, per i quali, peraltro, conservò sempre, pur nella polemica, profonda considerazione, bensì contro tutti i luoghi comuni della “vulgata” di una certa sinistra.

 

Il revisionismo marxista

 

Berneri sviluppa un’altra delle vecchie questioni indicate da Bakunin. Puntando tutto sull’economico e considerando la cultura come “sovrastrutturale”, il potere sarà ancora una volta nelle mani di epigoni borghesi, naturali detentori degli arnesi del sapere atti a gestire la cosa pubblica, o dell’aristocrazia operaia, patrimonio quindi di un nuovo ceto tecnoburocratico giunto a dominare grazie all’infingimento della dittatura “proletaria”. In sostanza, non basta abolire la proprietà privata, se si crea una nuova struttura di dominio (connaturata allo stato), perché, tramite il monopolio del sapere, rimarrà il monopolio della conduzione del bene pubblico, amministrato da pochi sebbene nel nome di tutti. Evidentemente, il monopolio, anche economico, nelle mani dello stato, e la dittatura del partito unico rendono impossibile lo sviluppo della società in senso autogestionario: “Egualmente formalista è l’affermazione della necessità di un massimo concentramento del potere economico e politico dello Stato, come se il massimo concentramento avesse di per se stesso potere regolatore, virtù d’innovazione positiva, e non fosse, invece, il massimo accentramento statale passibile di dare una progressione geometrica agli errori dei governanti” (115).

Per Berneri, che lo stato sia la causa scatenante delle classi: “appare evidente dagli studi degli stessi marxisti quando siano degli studi seri, come quello di Paul Louis su Le travail dans le monde romain (Parigi 1912). Da questo libro risulta chiaramente che il ceto capitalista romano si è formato come parassita dello Stato. Dai generali predoni ai governatori, dagli agenti delle imposte alle famiglie degli argentari, dagli impiegati della dogana ai fornitori dell’esercito, la borghesia romana si creò mediante la guerra, l’intervenzionismo statale nell’economia, il fiscalismo statale, ecc., ben più che altrimenti. E se esaminiamo l’interdipendenza tra lo Stato e il capitalismo, vediamo che il secondo ha largamente profittato del primo per interessi statali e non nettamente capitalistici. Tanto è vero questo, che lo sviluppo dello Stato precede lo sviluppo del capitalismo. L’Impero Romano era già un organismo vastissimo e complesso quando il capitalismo romano era ancora alla gestione familiare. Paul Louis, non esita a proclamare: ‘Il capitalismo antico è nato dalla guerra’. I primi capitalisti furono, infatti, i generali ed i pubblicani. Tutta la storia della formazione delle fortune è storia nella quale è presente lo Stato. E’ da questa convinzione che lo Stato è stato ed è il padre del capitalismo e non soltanto il suo alleato naturale che noi deriviamo la convinzione che la distruzione dello Stato è la conditio sine qua non della disparizione delle classi e della non-rinascita di esse” (116).

Il lodigiano si scontra violentemente con il bolscevismo, considerando insieme impropri e mortali per il movimento socialista l’eliminazione del pluralismo ed il dominio del partito unico. Cosa che non perdona a Lenin e a Stalin, ma neppure a Trotskij, condannandone l’involuzione militarista e la disinvoltura politica: “Trotsky in atteggiamento di san Giorgio in lotta con il drago stalinista non può fare dimenticare il Trotsky di Kronstadt” (117).

Berneri svela inesorabilmente il legame profondo fra i dettami del marxismo ed i suoi epigoni, nessuno escluso, neppure quelli che denunciano la “burocratizzazione” del sistema sovietico. Infatti l’errore sta all’origine: “(…) se la diagnosi opposizionale è quasi sempre esatta, l’etiologia opposizionale è quasi sempre insufficiente. (…) Scagliarsi contro gli effetti senza risalire alle cause, al peccato originale del bolscevismo (dittatura burocratica in funzione di dittatura del partito) vale semplificare arbitrariamente la catena causale che dalla dittatura di Lenin giunge a quella di Stalin, senza profonde soluzioni di continuità” (118).

I marxisti sono i giacobini del socialismo e se Stalin è Napoleone, Lenin è Robespierre: “Chi dice «Stato proletario» dice «capitalismo di Stato»; chi dice «dittatura del proletariato» dice «dittatura del Partito Comunista»; che dice «governo forte» dice «oligarchia zarista» di politicanti. Leninisti, trotskisti, bordighisti, centristi non sono divisi che da diverse concezioni tattiche. Tutti i bolscevichi, a qualunque corrente o frazione essi appartengano, sono dei fautori della dittatura politica e del socialismo di Stato. Tutti sono uniti dalla formula: «dittatura del proletariato», equivoca formula corrispondente al «popolo sovrano» del giacobinismo. Qualunque sia il giacobinismo, esso è destinato a deviare la rivoluzione sociale. E quando questa devia, si profila l’ombra di un Bonaparte. Bisogna essere ciechi per non vedere che il bonapartismo stalinista non è che l’ombra fattasi vivente del dittatorialismo leninista” (119).

Nell’illusoria “scientificità” del meccanicismo economicista, nella subordinazione di ciò che è affatto “sovrastrutturale”, nel machiavellismo spregiudicato sempre pronto alla “conversione” dei principi a seconda della convenienza del momento, nella riduzione della libertà a “concetto borghese”, il marxismo teorizzato ed applicato tradisce tutti i suoi vizi.

Berneri denuncia di concerto la discriminazione del “popolo non operaio” ed all’interno di questo verso le masse contadine, peraltro a volte più combattive di quelle industriali: “Durante la settimana Rossa i centri industriali si mantennero fermi. Durante l’agitazione interventista, i centri industriali furono al di sotto delle campagne nelle manifestazioni antiguerresche. Durante le agitazioni del dopo-guerra i centri industriali furono i più lenti a rispondere. Contro il fascismo nessun centro industriale insorse come Parma, come Firenze e come Ancona, e la massa operaia non ha dato alcun episodio collettivo di tenacia e di spirito di sacrificio che eguagli quello di Molinella. Gli scioperi agrari del modenese e del parmense rimangono, nella storia della guerra di classe italiana, le sole pagine epiche. E le figure più generose di organizzatori operai le hanno date le Puglie. Ma tutto questo è misconosciuto. Si scrive e si parla dell’occupazione delle fabbriche, e quella delle terre, ben più grandiosa come importanza, è quasi dimenticata. Si esalta il proletariato industriale, mentre ognuno di noi, se ha vissuto e lottato nelle regioni eminentemente agricole, sa che le campagne hanno sempre alimentato le agitazioni politiche d’avanguardia delle città e hanno sempre dato prova, nel campo sindacale in ispecie, di generosa combattività” (120).

Per il lodigiano, sono sbagliate ed ingiuste le discriminazioni aprioristiche anche contro il ceto medio e medio-basso: “(…) La realtà è la classe sfaccettata in ceti, la classe eterogenea socialmente e psicologicamente” (121).

Tutti gli uomini hanno bisogno di essere redenti da altri e da se stessi. Il proletariato è stato, è e sarà più che mai il fattore storico di questa universale emancipazione. Ma lo sarà tanto più quanto meno sarà fuorviato dalla demagogia che lo indora e ne diffida, che lo dice Dio per trattarlo da pecora, che gli pone sul capo una corona di cartapesta e lo lusinga perfidiosamente per conservare, o per conquistare, su di lui il dominio” (122).

Per il lodigiano, il marxismo diviene parodia di se stesso quando, con presunta “scientificità”, condiziona lo sviluppo umano allo sviluppo dell’industrialesimo: “(…) la teoria della concentrazione del capitale si ridurrebbe ad un errore teorico che non intaccherebbe la solidità del marxismo se non avesse assunto, nella forma rivoluzionaria, il valore della previsione: separazione profonda tra le classi e conseguente cozzo finale (…); nella forma social-democratica, della previsione: conquista completa dello Stato da parte del proletariato per mezzo del parlamento. Quest’ultima revisione da tempo non ha ripercussione politica notevole, ma la prima si è trasformata in quella idolatria della grande industria come condizione necessaria del socialismo” (123).

Tale convinzione, che ha fatto del marxismo una “energia collaterale” nell’opera di spoliazione delle società cosiddette “primitive” (e non statali) e nella devastazione dell’ambiente, ha esportato anche a sinistra il mito del produttivismo, finendo, col bolscevismo e lo stalinismo, alla

ben nota farsa consistita nell’esaltazione dello stakanovismo.

Dovere del lavoro e diritto all’ozio

Berneri, pur fautore di una “rivoluzione culturale” ed economica in grado di eliminare l’anomia indotta dalla ruolizzazione del lavoro e dai miti del produttivismo acquisiti anche nel campo socialista (124), si preoccupò di ragionare sul modo affinché in una società liberata il lavoro venisse accettato come un dovere di tutti: “Un grande numero di anarchici oscilla tra il diritto all’ozio e l’obbligo del lavoro per tutti, non riuscendo a concepire una formula intermedia, che mi pare potrebbe essere questa: nessun obbligo di lavorare, ma nessun dovere verso chi non voglia lavorare” (125).

Cionondimeno, l’operaismo è per il lodigiano una deviazione ipocrita e pericolosa, dietro la quale spesso si celano anche forme di corporativismo invalse in un certo mediocre sindacalismo, incline a “lottare”, ad esempio, per l’aumento delle commesse militari nelle fabbriche d’armi.

Stesso dicasi per certe antieconomiche forme di protezionismo, destinate ad impoverire i consumatori ed a creare disoccupazione per favorire mere rendite di categoria: “Nel 1914, gli operai dell’industria zuccheriera che erano 4.500, cioè una piccolissima categoria, venivano protetti dai socialisti riformisti, che chiedevano al governo la protezione doganale dello zucchero, senza curarsi dell’industria danneggiata dall’alto prezzo della materia prima. Tale richiesta veniva a danneggiare tutti i consumatori italiani, costretti a pagare a prezzo più alto non solo lo zucchero, ma anche le confetture e le marmellate. Non solo; essa limitava il consumo interno delle seconde, ne impediva la esportazione, quindi diminuiva il lavoro degli operai di queste industrie. Gli operai degli zuccherifici avrebbero, quindi, dovuto: o richiedere la protezione per tutte e due le industrie o richiedere il libero scambio per lo zucchero, potendo essi essere assorbiti dallo sviluppo dell’industria delle confetture e della marmellata. Questo nell’interesse generale. Ma come pretendere che gli operai degli zuccherifici che guadagnavano «salari elevati, ignoti ad altre categorie di lavoratori» (Avanti!, 10 marzo 1910) rinunziassero alla loro posizione privilegiata?”(126).

Contro l’operaiolatria

 

L’operaismo sviluppa, per Berneri, un’inaccettabile iconografia. Scrisse: “Fu a Le Pecq, mentre in costume e in fatica da manovale muratore mi aveva sorpreso uno dei ‘responsabili’ comunisti. ‘Ora la puoi conoscere, Berneri, l’anima proletaria!’. Così mi aveva apostrofato. Tra una stacciatura di sabbia e due secchi di ‘grossa’ riflettei (…). I primi contatti con il proletariato: era lì che cercavo la materia della definizione. Ritrovai i miei primi compagni (…). E dopo allora, quanti operai, nella mia vita quotidiana! Ma se nell’uno trovavo l’esca che faceva scintilla nel mio pensiero, se nell’altro scoprivo affinità elettive, se nell’altro ancora mi aprivo con fraterna intimità, quanti altri aridi ne incontravo, quanti mi urtavano con la loro boriosa vuotaggine, quanti mi nauseavano con il loro cinismo! (…) E gli amici e i compagni operai più intelligenti e più spontanei mai mi parlavano di ‘anima proletaria’. Sapevo proprio da loro, quanto lente a progredire fossero la propaganda e l’organizzazione socialiste. Poi (…) vidi il proletariato, che mi parve, nel suo complesso, quello che ancor oggi mi pare, un’enorme forza che si ignora; che cura, e non intelligentemente, il proprio utile; che si batte difficilmente per motivi ideali, o per scopi non immediati, che è pesante di infiniti pregiudizi, di grossolane ignoranze, d’infantili illusioni. (…) Il giochetto di chiamare ‘proletariato’ i nuclei di avanguardia e le élites operaie è un giochetto da mettere in soffitta. (…) Una ‘civiltà operaia’, una ‘società proletaria’, una ‘dittatura del proletariato’: ecco delle formule che dovrebbero sparire. Non esiste una ‘coscienza operaia’ come tipico carattere psichico di un’intera classe; non vi è una radicale opposizione tra ‘coscienza operaia’ e ‘coscienza borghese’” (127).

 

 

Il valore della cultura

 

La cultura, peraltro, ha per lui un valore quasi assoluto. Ma non certo in quanto mero esercizio di enciclopedismo elitario e dimostrativo fine a se stesso, la qual cosa Berneri rifugge a tal punto da farne oggetto di analisi impietose e persino inutilmente autocritiche (sorta di “esorcismi” volti a definire prioritariamente un ruolo militante che prevale nettamente sul suo essere intellettuale). La sua preoccupazione è quella di differenziarsi dallo stile del “pensatore solitario” chiuso in una torre d’avorio che, con una critica speciosa ed onnicomprensiva, naufraga infine nel puro scetticismo.

Cultura e pratica d’analisi sono per Berneri indispensabili alla maturazione della coscienza e della capacità dell’organizzazione libertaria, ed è per questo che mostra di aborrire l’ideologismo, statico e immutabile: “Un anarchico non può che detestare i sistemi ideologici chiusi (teorie che si chiamano dottrina) e non può dare ai principi che un valore relativo” (128). Il lodigiano non sopporta la superficialità raffazzonata ed invasata dei neofiti e la sicumera di alcuni dottrinari dell’anarchismo: “Noi siamo sprovvisti di coscienza politica nel senso che non abbiamo consapevolezza dei problemi attuali e continuiamo a diluire soluzioni acquisite dalla nostra letteratura di propaganda. Siamo avveniristi, e basta. Il fatto che ci sono editori nostri che continuano a ristampare gli scritti dei maestri senza mai aggiornarli con note critiche, dimostra che la nostra cultura e la nostra propaganda sono in mano a gente che mira a tenere in piedi la propria azienda, invece che a spingere il movimento ad uscire dal già pensato per sforzarsi nella critica, cioè nel pensabile. Il fatto che vi sono dei polemisti che cercano di imbottigliare l’avversario invece di cercare la verità, dimostra che fra noi ci sono dei massoni, in senso intellettuale. Aggiungiamo i grafomani pei quali l’articolo è uno sfogo o una vanità ed avremo un complesso di elementi che intralciano il lavorio di rinnovamento iniziato da un pugno di indipendenti che danno a sperar bene. (…) E’ l’ora di finirla coi farmacisti dalle formulette complicate, che non vedono più in là dei loro barattoli pieni di fumo; è l’ora di finirla coi chiacchieroni che ubriacano il pubblico di belle frasi risonanti; è l’ora di finirla con i semplicisti, che hanno tre o quattro idee inchiodate nella testa e fanno da vestali al fuoco fatuo dell’Ideale distribuendo scomuniche” (129).

Anche fra noi vi è il volgo, difficile a fare orecchio nuovo a musica nuova, che ad impostazioni di problemi e a soluzioni oppone vaghi disegni utopistici e grossolane invettive demagogiche. Ché quelle quattro ideuzze, racimolate in opuscoletti didascalici o in grossi libri incompresi, nel cervelluccio inoperoso si sono accucciate e se ne stan lì, al calduccio di una facile retorica che pretende essere forza solare di una fede intera, mentre non è che focherello fumoso”(130).

Il suo sforzo per la costruzione di un progetto politicamente fruibile per l’anarchismo è assai complesso e variegato, come dimostra l’organicità della Costituzione della Federazione Italiana Comuni Socialisti (FICS) (131), sortita a latere del Convegno d’intesa degli anarchici italiani esuli in Francia tenutosi a Parigi nel 1935, ove è ben riconoscibile un preciso organigramma collettivistasindacalista-comunalista. Anche se si tratta di un progetto di “secondo livello” per l’anarchismo, utile, come ha avuto modo di sostenere Max Sartin, principalmente ad una mediazione per l’alleanza con Giustizia e Libertà, vi si trovano elementi tipici della posizione berneriana. Oltre al piano di una strutturazione orizzontale tramite il quale la società civile esautora lo stato, v’è ad esempio una particolare attenzione nella salvaguardia dell’autonomia e delle specifiche competenze delle professioni. Un elemento che richiama il periodo contiguo agli studi universitari, quando il nostro si prese una “reprimenda” da Salvemini appunto per aver innalzato l’insegnamento alla stregua di una professione: “…occorre sopprimere ciò che non si riferisce strettamente al tema. Il libero esercizio delle professioni ha niente da vedere con la libertà d’insegnamento. (…) le due questioni sono del tutto distinte: e formano argomenti di studi diversi. (…) Comprendere insieme le due discussioni non è né logicamente corretto, né utile al lavoro. (…) Sono incantato di aiutarti coi miei consigli; (…) è il mio dovere di insegnante” (132). Ricordiamo che Berneri ha esercitato il lavoro di cattedra. Alla luce degli sviluppi della funzione docente, ridotta ormai a rango di livello impiegatizio, chi può dire quale dei due avesse ragione?

Per un programma economico aperto

 

Berneri, se è intransigente in politica (per lui l’anarchismo coincide prioritariamente col rifiuto dello stato), non lo è in campo economico. Il ruolo dell’individuo deve venire recuperato in una struttura sociale che ne favorisca le inclinazioni e, pur nella necessaria strategia volta alla democrazia economica, occorre tener conto del valore e dell’iniziativa dei singoli.

Egli propende quindi per un sistema collettivista di tipo bakuniniano, con il rispetto della piccola proprietà (anche agraria), contemperata dalla eliminazione del lavoro salariato e da “inserti” di comunismo non coatto, proposti soprattutto a mo’ d’esempio e per realizzare, in itinere, il necessario incontro con i “compagni di strada” liberalsocialisti: “Le mie simpatie per i repubblicani revisionisti in senso socialista e autonomista risalgono al 1918 e le ho più volte manifestate, giungendo a polemizzare con Malatesta, che insistiva sull’individualismo repubblicano in contrasto con il comunismo nostro, (e le ho più volte manifestate) a favore di questa tesi: il collettivismo, inteso (…) come adattamento delle premesse comuniste alla realtà economica e psicologica dell’Italia, può diventare il terreno d’incontro e di collaborazione tra noi e i repubblicani” (133).

Avoca ai comuni ed alle entità federali la gestione generale delle terre e delle istituzioni pubbliche, ma intende premiare la capacità produttiva per il tramite di cooperative ed associazioni. Affida le grandi imprese alle assemblee operaie.

La sua è, anche in economia, un forma complessa di socialismo libertario (“socialista libertario come lo sono io”) (134), che parte dal piano più semplice per giungere ad una realtà più ramificata (ma mai piramidale), più “equitaria” che pianificatoria. Parlando della Prima Internazionale in Italia, ed usando la cosa per chiarire il suo pensiero, Berneri scrive: “ <<Il socialismo non ha ancora detto la sua ultima parola; ma esso non nega ogni proprietà individuale. Come lo potrebbe, se combatte la proprietà individuale (leggi: capitalista) del suolo, per la necessità che ogni individuo abbia un diritto assoluto di proprietà su ciò che ha prodotto? Come lo potrebbe se l’assioma ‘chi lavora ha diritto ai frutti del suo lavoro’, costituisce una delle basi fondamentali delle nuove teorie sociali?’>> (…) In questa risposta del Friscia è netta l’opposizione della proprietà per tutti alla proprietà monopolistica di alcuni; il principio dell’eguaglianza relativa (economica); ed infine il principio dello stimolo al lavoro rappresentato dalla ricompensa proporzionata, automaticamente, alle opere” (135). L’accento è posto sia su una democrazia diretta da realizzarsi prioritariamente in sede locale (pur contemperata dall’opera di salvaguardia solidaristica e di controllo di altre entità di tipo regionale e nazionale), che sull’attenzione allo sviluppo autonomo dei membri della collettività (cosa determinante per la stessa).

Il lodigiano coglie con preveggenza il problema e la sfida che rappresenta per il movimento rivoluzionario l’imporsi di una società complessa con un’enorme moltiplicazione dei beni, ove la questione di una nuova qualità della vita non può venire affrontata deterministicamente con un sistema chiuso. Egli considera “utopistica ogni pretesa di ridurre la produzione ad una sola forma”, individuale od associata (136). I meccanismi della partecipazione, l’organizzazione del lavoro, come già la diffusione della cultura, sono prioritari nella sua riflessione, in un interrogarsi che non ammette deroghe inclini al “sic et simpliciter” e ad assolutizzazioni ideologiche. Una

riflessione che non dà mai nulla per scontato.

In sostanza, Berneri indaga a tutto campo e “senza rete”, mettendo in crisi tutti i dogmi del socialismo. Di se stesso scrive: “Ho abbandonato il movimento socialista perché continuamente mi sentivo dare dell’anarchico; entrato nel movimento anarchico mi sono fatto la fama di repubblicano federalista. Quello che è certo è che sono un anarchico sui generis, tollerato dai compagni per la mia attività, ma capito e seguito da pochissimi. I dissensi vertono su questi punti: la generalità degli anarchici è atea ed io sono agnostico; è comunista ed io sono liberista (cioè sono per la libera concorrenza tra lavoro e commercio cooperativi e lavoro e commercio individuali); è anti-autoritaria in modo individualista ed io sono semplicemente autonomistafederalista (Cattaneo completato da Salvemini e dal Sovietismo)” (137). “In sede politica, il federalismo repubblicano di Cattaneo e del Ferrari mi pareva, fin dal 1918, passibile d’integrarsi col comunalismo libertario propugnato dalla 1.a Internazionale e con il Soviettismo, quale esperienza genuina, cioè prima che diventasse strumento della dittatura bolscevica” (138).

Nondimeno Berneri resterà sempre e comunque un socialista libertario ed i tentativi (anche postumi) di guadagnarlo al liberalismo rimarranno sempre frustrati.

Astensionismo ed anarchismo

 

Berneri arriva a mettere in discussione anche la pratica astensionista. Parte dall’assunto che la critica antiparlamentare debba nutrirsi di esempi pratici, in grado di rendere chiaramente comprensibile alla gente comune sia le lacune del burocratismo dovute alla delega priva di controllo che la sostituibilità del sistema secondo un progetto orizzontale. Perciò la propaganda non dovrà essere astrusa e dozzinale, dovendosi invece nutrire del quotidiano, ed il progetto dovrà essere meditato, pratico e comprensibile: “Federalismo! E’ una parola. E’ una formula senza contenuto positivo. Che cosa ci danno i maestri? Il presupposto del federalismo: la concezione antistatale, concezione politica e non impostazione tecnica, paura dell’accentramento e non progetti di decentramento” (139).

Berneri si scaglia quindi contro la reiterazione senza soluzione di continuità che l’anarchismo fa dell’astensionismo: “Come constato l’assoluta deficienza della critica antiparlamentare della nostra stampa, lacuna che mi pare gravissima, così non sono astensionista nel senso che non credo, e non ho mai creduto, all’utilità della propaganda astensionista in periodo di elezioni” (140). La propaganda astensionista va usata cum grano salis: è da adottarsi solo se utile tatticamente. Precisamente: “Ora, vorrei poter proporre a Malatesta questo quesito: se un trionfo elettorale dei partiti di sinistra fosse un tonico rialzante il morale abbattuto della classe operaia, se quel trionfo permettesse il discredito degli esponenti di quei partiti e avvilisse al tempo stesso le forze fasciste, se quel trionfo fosse una conditio sine qua non degli sviluppi possibili di una rivoluzione sociale, come un anarchico dovrebbe comportarsi? (…) Che quell’anarchico possa errare nella valutazione del momento politico è possibile, ma il problema è: se giudicando così un momento politico ed agendo di conseguenza egli cessa di essere anarchico (141).

Berneri, in realtà, si chiede che tipo di democrazia debba costruire l’anarchismo e non tralascia d’interrogarsi anche sul diritto (“ubi societas ibi jus”) (142).

Ubi societas, ibi jus: la differenza fra autorevolezza ed autoritarismo

 

Berneri ci lascia in merito un’ultima riflessione importante per l’anarchismo: “L’autorità è libertà quando l’autorità sia mezzo di liberazione, ma lo sforzo anti-autoritario è necessario come processo di autonomia. Autorità e libertà sono termini di un rapporto antitetico che si risolve in sintesi, tanto più la antitesi è sentita e voluta” (143). E’ l’autorevolezza che sta nelle cose, presente in natura, ad esempio, nelle regole non scritte che soprassiedono allo scambio di esperienze fr esseri umani e ai meccanismi dell’apprendimento, o al rapporto con i figli: “Ed è, d’altra parte, l’eteronomia dell’autorità, quando non mi ha soffocato od offuscato lo spirito, che ha permesso la mia autonomia, cioè la mia libertà” (144). Il concetto ha un valore notevole e si avvicina molto ad una dichiarazione programmatica, sempre presente nei testi di Berneri.

Quella del lodigiano è una concezione dinamica, pragmatica e affatto demagogica, per una nuova pedagogia sociale rivoluzionaria: “L’anarchia mi pare risulti dall’approssimarsi, identificarsi mai, ché sarebbe la stasi, della libertà e dell’autorità. Come principi. Come fatti, libertà e autorità stanno tra loro come verità ed errore; come enti che differenziano e si identificano, nel divenire storico” (145).

 

Berneri e Malatesta

 

Chiuderemo questo excursus berneriano cercando di tracciare – a mo’ di sintesi e chiosa – la differenza fra l’opzione malatestiana (un “classico” dell’anarchismo) e quella del nostro. Meglio sarebbe dire che si proverà a definire per sommi capi il percorso evolutivo che stacca Berneri da Malatesta, ma che pure mantiene i due in relazione. E’ vero infatti che se l’attualismo del lodigiano supera il volontarismo, dallo stesso volontarismo Berneri non prescinde completamente. Semplicemente lo sublima politicamente.

A prescindere da Malatesta, per Berneri, anziché parlare sempre e solo dei massimi sistemi, in un crescendo millenaristico che verrà riconosciuto al massimo come utopia positiva, irrealizzabile o molto “aldilà” da venire, la propaganda anarchica deve calarsi nella realtà, deve prendere corpo nell’azione quotidiana. In sostanza, non deve affidarsi al semplice volontarismo, deve divenire induttiva. L’anarchismo deve essere levatore di se stesso partendo dal capo e non dalla coda della problematica sociale. Per vincere, deve convincere la società civile che si può fare a meno dello stato, che ci si può organizzare su basi differenti, e che tutto ciò è assolutamente pratico e utile.

D’altro canto è evidente la necessità immediata di uscire dalle vuote formule cui il dottrinarismo ha costretto la ricerca sociale ed economica del movimento. Un movimento al quale – banalizzando – è stato predicato che prima avviene la rottura rivoluzionaria e poi la costruzione, che i due momenti sono privi di continuità e religiosamente separati, quasi nell’attesa di una sorta di palingenesi “mistica”, tanto timoroso di sbagliare da esser certo che si sbagli non appena ci si cali nell’opera di preconizzazione del futuro.

Questo è il segno dell’influenza giacobina sul movimento libertario, sia perché dal giacobinismo mutua la sciocca certezza che, mutatis mutandis, un “partito” d’avanguardia possa comunque forzare e predeterminare il futuro con la semplice azione o il gioco d’azzardo dei propri quadri (concezione che può bastare solo ad organizzazioni che abbiano come fine ultimo la realizzazione di un mero colpo di stato), sia perché esigenze dovute alle incombenze immediate della lotta politica e della storia costringono giocoforza l’anarchismo (privato della riflessione e del “sistemismo” che invece i vari giacobini praticano) a seguire pedissequamente “in coda” il bolscevismo in tutte le sue varianti.

Anche questo viene capito dal Berneri che comunque, sia detto per inciso, è un intellettuale d’azione. Egli afferma: “Io ho sempre vissuto, idealmente, accanto ai giganti dell’azione. Non ho idolatrie, ma tutti coloro che gettarono la vita, la libertà, la salute nel turbine luminoso della lotta per la Causa mi sembrano fratelli” (146).

Il lodigiano non disdegna per nulla l’opera di traino dei militanti rivoluzionari. Per lui occorrono l’uno e l’altro: un progetto che sfugga all’arroganza dei sistemismi e degli scientismi, nonché l’azione. Un progetto chiaro e comprensibile, ma sempre in divenire e soprattutto sempre aperto davanti agli insegnamenti pratici e teorici che si determineranno nel corso del suo inverarsi. Un’azione senza compromessi sul piano etico, ma pragmatica soprattutto nella capacità attrattiva che deve svolgere verso le masse. Infine, è per lui necessaria una revisione epistemologica, filosofica e sistemica dell’anarchismo. Paradossalmente, nonostante le critiche che riceve, Berneri è molto più “libertario” dei suoi detrattori o di quanti sono portati ad esprimersi polemicamente nei suoi confronti. Berneri, proprio nel momento in cui ritiene sia più necessario di qualsiasi altra cosa elaborare un programma, è totalmente convinto dell’impossibilità di una realizzazione, totale e radicale, del programma stesso.

Per gli stessi motivi, Berneri sa bene quanto poco possa essere auspicabile la credenza palingenetica nella totale trasformazione sociale dovuta alla rottura rivoluzionaria e persino, altrettanto naturalmente, aborre il retaggio di un’idea di perfezione. Proprio il pragmatismo varrebbe infatti a spingere il movimento anarchico, che dovrebbe essere il meno dottrinario per definizione, ad una prassi di continuo confronto senza rete con la realtà e con il progetto.

Tutto ciò è tanto importante da spingere il lodigiano a mettere nel conto che sarà meno grave un isolamento interno dell’anarchismo innovatore, dovuto all’incomprensione dell’ortodossia libertaria, che un isolamento dell’intero movimento rispetto al resto della società a causa dell’incapacità di rinnovarsi. Tuttavia non esiste il “sofisma” della “verità”. Se occorre riflettere a trecentosessanta gradi e darsi una rotta, non bisogna neppure dimenticare l’aderenza alla questione fondamentale: il moto di sdegno contro l’ingiustizia. Da ciò, il richiamo al sentimento, all’impeto, alla “bellezza” intrinseca allo spirito rivoluzionario.

Quali sono dunque le differenze fra il classico volontarismo malatestiano e l’attualismo berneriano?

Entrambi combattono contro il rivoluzionarismo “general generico”. L’alterità etica vale in entrambi i casi. Ma per il lodigiano il primo richiamo è verso la capacità d’incidere nel mondo e d’essere all’altezza delle situazioni, nonché dell’inevitabile assunzione di responsabilità che questo comporta, onde piegare la politica all’etica. Tutti e due lottano contro il nichilismo e le correnti disgregatrici, tutti e due promuovono un forte senso d’appartenenza, ma in Berneri tale sentimento è “più politico”. Per Malatesta conta maggiormente l’autonomia assoluta dell’etica di fronte alla politica. Tanto che, come avvenuto soprattutto dopo la scomparsa del “grande vecchio” (la cui mera presenza di grande organizzatore, unitamente ad un intuito innato avevano sempre funzionato da “collante”), l’anarchismo corre il pericolo di dirigersi semplicemente “contro la storia”.

Ma a ben vedere il volontarismo malatestiano rischia di divenire molto più “politico” di quanto non sembri, o addirittura involontariamente politicista. Se estremizzato (nel modo secondo il quale se ne sono appropriati molti epigoni), vi si può riscontrare la pericolosa tendenza a vedere il sociale quale mera risultante della volontà. Quindi volontà politica, se vogliamo, degli “uomini d’azione”, una variante “romantica” del partito di quadri (la “minoranza agente”).

Parliamo naturalmente della propensione a pensare di poter sovradeterminare la realtà per il tramite preponderante della volontà. La realtà è però molto più complessa, e l’evoluzione sociale, soprattutto se la si vuole libertaria, necessita per forza di cose un’attenzione particolarissima al livello di consapevolezza del corpo sociale (ed alla crescita dello stesso). Il volontarismo ha quindi senso solo se diviene volontà d’ascolto, capacità di relazione, sintonizzazione sulla lunghezza d’onda delle “masse”, stimolo alla crescita. La mera volontà, altrimenti intesa, può servire unicamente ad un colpo di mano più o meno autoreferenziale che (se riuscito) necessita poi di un’altra iniezione di “volontà”: quella dei vincitori (che diviene imposizione). L’approdo di un tale “volontarismo”, ben lungi dai desideri di Malatesta (il cui impianto teorico era poi tutto volto alla tolleranza), può divenire una variante di quella che oggi viene chiamata “società trasparente”, nell’accezione di una realtà subordinata agli imperativi di qualche “metafisica” volontà, che controlla l’intera vita di relazione. E’ per questo che – come dice Giampietro Berti (anche se all’interno di un discorso d’altro tipo) – per Berneri: “All’idea di un assetto ideale sotteso da una tensione utopica, è preferibile pensare l’anarchia in termini ‘liberali’, cioè non come: ‘la società dell’armonia assoluta, ma solo come la società della tolleranza’” (147).

Il progetto che si basa sull’indeterminata “volontà”, anche se non scritto (o forse a maggior ragione per questo), diviene in tal caso legittimazione del controllo, e il tutto (paradossalmente) si aggrava se alla base viene posta una totale fiducia nella spontaneità delle “masse”. La cosa non cambia qualora vi si sostituisca la fede nella capacità, presupposta come “innata” (conculcata sino alla rivoluzione, ma pronta a “riemergere”), di esprimere rispetto reciproco e civile coesistenza da parte degli “individui”. Qualora invece si prospetti una rivolta delle istituzioni contro lo stato, mirante a sopprimere l’identità del dominio, ma non a sovradeterminare il corpo sociale, la situazione è di molto diversa. Cambiano sia il concetto di “rivolta”, che quelli relativi a “massa” ed individuo. Carlo De Maria (148) conduce riflessioni interessanti in proposito: “(…) notiamo come l’importanza del gruppo familiare – vale a dire dell’ammaestramento dei genitori, della fedeltà a certe persone, della ricchezza di una tradizione ereditata, della continuità tra le generazioni – fosse parte in Berneri della centralità del ‘mondo dell’associazione involontaria’ (…). Potremmo dire che esse costituiscono il dato sul quale si fonda (si radica) l’ individuo, divenendo persona (con i suoi legami sociali, culturali ed economici) (149). Ai fini del nostro discorso, risulta particolarmente efficace la definizione di ‘persona’ che è stata data da Alessandro Ferrara: ‘Individuo <<preso con tutta la zolla>>, considerato cioè in congiunzione con quel nesso di relazioni di riconoscimento reciproco che lo fanno essere quel <<chi>> unico e irripetibile che è’ (150). Le seguenti parole di Lelio Basso – che corrispondevano, nel 1933, a un questionario di Giustizia e Libertà – forniscono, poi, una periodizzazione estremamente significativa: Abbandonare definitivamente il concetto dell’individuo così come è stato elaborato dal pensiero settecentesco e dalla rivoluzione francese, per sostituirvi quello più concreto e completo di personalità, ciascuna diversa e distinta e ciascuna centro di confluenza di rapporti sociali economici spirituali, è, se non m’inganno, un bisogno largamente diffuso fra le giovani generazioni’ (151). La sensibilità per le modalità della finitudine richiama (e sostanzia) l’opposizione ai regimi totalitari e al volontarismo politico – inteso come onnipotenza verso il dato – che li caratterizza (152). (…) Diviene, allora, possibile individuare con estrema chiarezza i temi della critica sociale di Berneri. Al totalitarismo, egli oppose, da una parte le associazioni involontarie e, dall’altra, l’autonomismo e il federalismo (…). La riflessione di Berneri ebbe al suo centro l’individuo immerso (come produttore e cittadino) nella società e nei suoi corpi intermedi, territoriali e non territoriali (famiglia, Comune, sindacato ecc.). Individuo radicato (153) in antagonismo con la società, piuttosto che individuo assoluto – ‘eroe liberale’ (e anarchico) – ‘preso’ e contrapposto allo Stato. La riflessione sull’individuo radicato in società conduce a una dimensione giuridica (di ‘diritti e responsabilità’) (…) avendo in mente ‘la società, con tutte le sue istituzioni: familiari, economiche, religiose, politiche, ecc.’ (154) e ‘intendendo le leggi come le norme morali e civili che sono più universalmente accettate come base di un’ordinata convivenza, e come quelle necessarie costrizioni della libertà individuale che sono la condizione necessaria della sicurezza e libertà individuali e collettive’ (155). (…) Proprio la coscienza dell’importanza del diritto si configura come antidoto alla presa esercitata dalle ideologie (156).  (…) Di fronte al totalitarismo, Ortega y Gasset, come Berneri, dava risalto al fenomeno giuridico (157). Rispetto a questa affinità, la lontananza politica tra i due passa – ai nostri occhi – in secondo piano (…). Con consonanza sorprendente, Ortega y Gasset e Berneri rifiutarono il contrattualismo moderno. Secondo le parole del primo (maggio 937): ‘Uno degli errori più grandi del pensiero ‘moderno’, di cui sentiamo ancora gli ultimi riverberi, è stato quello di confondere la società con l’associazione, che è più o meno il suo contrario. Una società non si costituisce per un accordo delle volontà. Al contrario, ogni accordo di volontà presuppone l’esistenza di una società, di gente che convive, e l’accordo non può consistere che nel precisare questa o quella forma di tale convivenza, di tale società preesistente’ (158).

L’errore contrattualista – aveva scritto Berneri – consiste nel confondere l’associazione con la società. Il contratto sociale non fu la base di alcuna società, di alcuno Stato; né lo può essere. Il contratto sociale è lo stabilirsi di una forma politica basata sulla libera volontà dei consociati. E’ la società che si uniforma nel volere, la società che da natura e storia si fa filosofia. E’ società utopica che si fa associazione ideale’ (159).

Potremmo dire che alla volontà del contrattualismo moderno i due autori contrapposero una fatalità del radicamento (della tradizione). La società, secondo le parole di Berneri, è ‘una cosa che si trova’. Essa comprende un insieme di unioni involontarie: ‘la società sono i genitori, il paese di nascita’… In questo, ‘non si può cambiare’ (160). (E le unioni involontarie, è bene ripeterlo, richiamano un sistema di valori comuni). A sua volta, Ortega scriveva: ‘La vita non sceglie il suo mondo, ma vivere vuol dire trovarsi immediatamente in un mondo determinato e incommutabile: questo mondo. Il nostro mondo è la dimensione di fatalità che integra la nostra vita’ (161).

Quanto abbiamo appena letto, pone un primo discrimine fra volontarismo malatestiano ed impostazione berneriana.

Al lume della conoscenza che abbiamo acquisito di lui, potremmo però affermare che il lodigiano si sforza di portare la politica ad “influire sulla fatalità”, ma in realtà egli semmai inaugura la strada per un tentativo di risocializzazione della società – dalla quale non è dato prescindere – atto a far “scorrere” la “fatalità”, sapendo che non può sovradeterminarla volontaristicamente. E tali, probabilmente, sono anche le basi del suo “irrazionalismo”. Ma tutto questo non è, come qualcuno tacitamente immagina (l’ortodossia libertaria), o apertamente tenta di dimostrare (qualche liberalsocialista), un allontanamento di Berneri dall’anarchismo, bensì una precisazione dello stesso: una “teoria politica” per il movimento autogestionario. Teoria politica con preminenza etica, ma pur sempre teoria politica. Sono le apparenti contraddizioni del lodigiano: non crede nel volontarismo, eppure è un uomo d’azione; vuole costruire un progetto, ma pretende che “l’anarchia” (il progetto stesso) sia nelle cose: nella società più che nell’associazione.

Per Berneri l’anarchismo è realtà politica (ché l’ “utopia perfetta” e totale è giudicata non solo irraggiungibile, ma anche pericolosa), e si costruisce nella storia e con la storia.

Da Malatesta la partita con la politica viene affrontata in modo molto diverso (o non viene giocata affatto, dandola per “persa” sin dall’inizio): se ne tiene conto solo se non se ne può “fare a meno”. Da qui anche il relativo interesse (se non meramente contingente e “strumentale”) per le alleanze. Lo stesso dicasi per l’anarcosindacalismo (giudicato “spurio”), per  l’associazionismo autonomo, per l’ambito normativo, per le battaglie d’opinione ed, in ultima analisi, anche per un progetto definito di federalismo sociale. Un’attenzione diminuita quindi, non tanto per il federalismo in sé, quanto per la accettazione dello stesso quale strumento, quale canale di connessione atto alla crescita graduale dell’anarchismo “possibile”.

In Malatesta, il federalismo è prima di tutto un fine. E’ vero che viene da lui visto anche come un metodo organizzativo: è intrinseco però  all’organizzazione specifica, polo intorno al quale ruota tutta l’azione degli anarchici. Per Berneri è in primis uno strumento che ha sia valenza strategica che tattica, un mezzo da utilizzarsi per estendere il protagonismo dei soggetti sociali che hanno cittadinanza al di fuori del movimento specifico, per sollevare, da subito, le contraddizioni fra società civile e stato, per far crescere la prima a detrimento del secondo. Poi è naturalmente un punto d’arrivo, ma il raggiungimento della tappa finale dipende dal percorso.

Questa è l’applicazione berneriana del gradualismo malatestiano, in uno sforzo programmatico, se possibile, molto più compiuto, che cerca ovunque adesioni e conferme quotidiane, che al tempo stesso è utilizzato per mettere in pratica e verificare costantemente un progetto politico preciso e riconoscibile, organizzato per fasi successive.

Il compito dichiarato della struttura specifica è quello di elaborare una prassi evolutiva (ed esserne garante), rivoluzionaria e non riformista, ma di lungo periodo. Non necessariamente da subito funzionale alla rottura rivoluzionaria, che semini invece il germe del divenire per essere modificazione qui ed ora, non solo per preparare lo scontro decisivo: una modificazione dell’oggi che è già parte dello scontro decisivo di domani, senza la necessità impellente di essere immediatamente strumentale allo stesso.

L’impegno volontaristico, eliminata ogni tentazione autoreferenziale, viene trasferito soprattutto nella militanza, sia nel profondo rispetto degli uomini d’azione (per i quali il riconoscimento di una valenza trainante non viene certo meno in Berneri), sia nella capacità di garantire un’autodisciplina capace di assicurare la costruttività dell’azione e l’elaborazione costante di una linea d’intervento, nella quale però le battaglie d’opinione hanno rilevanza quasi assoluta.

Un’organizzazione prima di tutto idonea a sedimentare sinergie con il corpo sociale, indipendentemente dall’adesione dello stesso agli ideali anarchici, indicando obiettivi e conquiste immediatamente praticabili, ma anche in grado di elaborare ed aver ben chiaro un progetto strategico che sappia sia promuovere una cultura del cambiamento, dell’autonomia e della libertà, che identificare le necessarie alleanze con quelle altre forze politiche che vengano ritenute utili per aumentare la possibilità di raggiungere tali obiettivi. Forme d’alleanza stabili che richiedono un’approfondita riflessione politica, l’identificazione di una linea di demarcazione (quella rispetto ai totalitarismi), in grado di garantire l’identificazione di obiettivi strategici a medio e lungo termine (come il comunalismo), e quindi non unicamente episodiche e contingenti come sono le alleanze nelle fasi di tensione ed insorgenza sociale. Un’organizzazione non ecumenica, ma decisamente orientata, parallelamente capace però di aprire le porte all’innovazione ed alla sperimentazione pragmatica e di circoscrivere le tendenze fondamentaliste. Nella quale la discriminante ideologica principale viene identificata nell’eliminazione finale dello stato, più che in disegni di trasformazione immediata rigidamente di stampo comunista (l’economia è un campo nel quale il lodigiano è molto più possibilista). Berneri rimprovera a Malatesta la contraddittorietà di un programma molto ideologico ed altrettanto parco nell’approfondimento del peculiare carattere politico (discussione di previsione sulle fasi, sulle tattiche, sulle strutture della società liberata, rimando generalizzato alla “onnicomprensività” della rivoluzione, anche in ambito normativo, sottovalutazione di una politica delle alleanze), ma molto rigido in economia. Tanto rigido da rischiare (nella pratica politica) di esporre il movimento ad opzioni codiste di fronte all’iniziativa di marca giacobina, nella quale la trasformazione economica e del potere prescindono da quella libertaria.

L’anarcosindacalismo è per Berneri un elemento di riconoscibilità dell’anarchismo, di sperimentazione della prassi della democrazia diretta, già nel quotidiano della prima fase di costruzione del tessuto connettivo del cambiamento, esattamente come gli altri strumenti per la propaganda specifica, ma con maggiori possibilità d’incidere a partire dall’impatto aggregativo delle vertenze e dalla pratica dei bisogni. Con una strutturazione organizzativa assai più forte, perché più forti sono il legame e la motivazione se non discendono unicamente da elementi di carattere ideologico. Soprattutto grazie alla consapevolezza di divenire gradualmente la base strutturale della riorganizzazione futura. Uno strumento per l’esercizio di un’egemonia reale del mondo del lavoro sui partiti e tutte le nomenclature della politica, operante a mezzo di un’autonomia decisiva anche dallo specifico anarchico (e dalle sue carenze organizzative e chiusure dottrinarie). Cionondimeno, espressione di un socialismo umanista, questo si, di chiaro stampo malatestiano. Nell’ambito di un “sovietismo sociale” capace di nutrirsi non solo dell’apporto dell’associazionismo indipendente, bensì anche delle istituzioni espresse – principalmente sul piano decentrato (ma non solo) – ancora una volta da quella società civile che per il lodigiano va stimolata dall’insieme dell’intervento politico dell’anarchismo nella capacità di darsi strumenti, anche normativi, per un autogoverno che dovrà basarsi su di una prassi libertaria, ma essere politicamente pluralista. La militanza libertaria organizzata, la cui presenza è fondamentale in quanto garante (oggi e domani) della democrazia diretta, non è perciò indirizzata senza consegne tattiche nelle organizzazioni di massa (ovvero con l’unica raccomandazione “frontista” di agire da stimolo per l’azione diretta), bensì deve lavorare alla costruzione di un sindacato autogestionario ben riconoscibile e strutturato.

In quanto all’empiriocriticismo, esiste invece un rapporto stretto con Malatesta, anche se Berneri porterà più avanti il discorso, fino alle estreme conseguenze, e con evidenti e ben diverse ricadute – come abbiamo già visto – sulla questione della politica. Scrive in proposito Pietro Adamo: “E’ il radicamento delle elaborazioni politiche nella sfera dell’epistemologia a costituire uno degli elementi dell’originalità berneriana, con una riflessione che (…) muove direttamente dai problemi posti dalla nuova fisica e dalla nuova filosofia della scienza. (…) Prendere atto dell’impossibilità di giungere a ‘verità’ definite conduce ovviamente alla valorizzazione della tolleranza, della controversia e del dibattito, come vie per evitare le cadute nel dogmatismo e nell’assolutezza dottrinaria e per progredire lungo la strada della conoscenza. Ed è proprio a partire da questa prospettiva che Berneri tenterà di concettualizzare la sua ‘rivisitazione’ dell’anarchismo, caratterizzandolo come la filosofia politica più adeguata a esprimere le ragioni e le suggestioni che emergevano dalla scienza (…)” (162).

Ed ecco, a seguire, il legame epistemologico con Malatesta. Questi, infatti, non solo consentì ed incoraggiò la sperimentazione berneriana perché – nonostante l’intransigenza “anti-politica” – era nel profondo intrinsecamente tollerante e “fidente” nel valore positivo  della controversia e del dibattito, ma soprattutto perché lui stesso aveva iniziato dapprima un percorso epistemologico parallelo (che, pur giunto infine all’importante istanza gradualista, non riuscirà a concludersi con i risultati d’impatto politico prodotti da Berneri): “La riflessione di Berneri si situa in un momento storico (gli anni Venti e Trenta del Novecento) in cui gli argomenti degli empiristi radicali e degli empiriocriticisti sono divenuti uno dei principali strumenti dell’attacco alla concezione positivistica della scienza ma anche della politica. La critica dello ‘scientificismo’, elaborata e divulgata in Italia soprattutto dai pensatori idealisti (Croce primo fra tutti), viene ripresa anche da parte dell’intellighenzia anarchica, in particolare da Malatesta. Quest’ultimo ammette di esser stato in gioventù ‘sotto l’influenza dell’allora prevalente filosofia positivista’ e di esser caduto, per questo motivo, ‘nella contraddizione in cui si dibattono tutti i cosiddetti deterministi’, accettando in particolare una visione organicistica del corpo sociale e la fede in una ‘legge sociale’ analoga, per sua natura, alle leggi naturali. Sottrattosi poi al nefasto ascendente ‘dei sociologi organicisti e dei pregiudizi scientificisti’, Malatesta giunge a una posizione che, di fatto, è assimilabile non tanto – e non solo – alla posizione idealista, quanto piuttosto alle versioni critiche del valore della scienza a suo tempo proposte da un matematico-scienziato come Jules-Henri Poincaré, e poi riprese e sviluppate nell’ambito del cosiddetto Circolo di Vienna, per non dire delle considerazioni sulla natura fallibile della scienza articolate nel corso degli anni Trenta da Karl Popper in confronto critico, se non in aperto scontro, con gli stessi positivisti logici e con l’impostazione convenzionalistica” (163).

Infine, quale fu il rapporto fra diretto fra Malatesta e Berneri? Le posizioni del lodigiano non hanno mai portato ad uno “scontro” aperto con Malatesta, che pare invece aver sempre avuto grande considerazione ed affetto per il giovane, indubbiamente considerato più che una promessa per il movimento. E la grande stima era certo ricambiata. Non è mai stata esercitata alcuna “censura” verso Berneri fino a che l’anarchico di Santa Maria Capua Vetere e Luigi Fabbri sono stati in vita.

 

 

Note

1 Gianni Furlotti, Le radici e gli ideali educativi dell’infanzia di Camillo Berneri, in Memoria antologica. Saggi critici e appunti biografici in ricordo di Camillo Berneri, Ed. Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1986.

2 Ne L’operaiolatria, Berneri scrisse: “Torquato Gobbi mi fu maestro (…). Lui era legatore di libri, io studentello di liceo, ancora <<figlio di papà>> dunque, e ignaro di quella grande e vera Università che è la vita”. Vd. C. Berneri, L’operaiolatria, pubblicato in opuscolo, Gruppo d’edizioni libertarie, a Brest nel 1934, poi in P. C. Masini e A. Sorti, Scritti scelti di Camillo Berneri. Pietrogrado 1917 Barcellona 1937, Sugar Editore, Varese 1964, p. 145. Sulla figura di Gobbi vd. il libro indicato nella nota a seguire.

3 Berneri, quando decide di passare al movimento anarchico scrive, usando lo pseudonimo “Camillo da Lodi”, la ben nota Lettera aperta ai giovani socialisti di un giovane anarchico, che viene pubblicata nel 1916 sul giornale pisano “L’Avvenire Anarchico”. La lettera verrà poi ripresa (parzialmente) in Pensieri e battaglie, edito a cura del Comitato Camillo Berneri, Parigi 5.5.1938. Oggi in Francisco Madrid Santos, Camillo Berneri. Un anarchico italiano (1897- 1937). Rivoluzione e controrivoluzione in Europa (1917-1937), Edizioni dell’Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1985.

4 Commento di Berneri a ricordo della “Lettera aperta ai giovani socialisti di un giovane anarchico”, op. cit., pubblicato in premessa alla stessa su C. Berneri, “Pensieri e battaglie”, op. cit., espresso in una lettera alla figlia Maria Luisa.

5 Adalgisa Fochi, In difesa di Camillo Berneri, Cooperativa Industrie Grafiche, Forlì 1951, p. 16.

6 Luce Fabbri, Prefazione a C. Berneri, Guerre de classe en Espagne, Edition Les Humbles, Parigi, luglio 1938 (la traduzione è mia).

7 Su Errico Malatesta vd. Luigi Fabbri, Malatesta, l’uomo e il pensiero, Edizioni Anarchismo, Catania, 1979; Giampietro Berti, Errico Malatesta e il movimento anarchico italiano e internazionale 1872-1932, Franco Angeli Editore, Milano, 2003.

8 Su Luigi Fabbri vd. Luce Fabbri, Luigi Fabbri. Storia d’un uomo libero, Biblioteca Franco Serantini Edizioni, Pisa,1996.

9 “Conscientia”, [1922] – 1925, rivista diretta da Piero Chiminelli e Giuseppe Gangale.

10 Raccogliamo queste informazioni da P. C. Masini in La formazione intellettuale di Camillo Berneri, pubblicato in Atti del Convegno di studi su Camillo Berneri. Milano 9 ottobre 1977, La cooperativa Tipolitografica Editrice, Carrara 1979.

11 G. Prezzolini, Ricordo di Camillo Berneri, da “Il Resto del Carlino”, Bologna 1962, poi in Prezzolini alla finestra, Pan Editrice, Milano 1977. Citato da Alberto Cavaglion, Camillo Berneri. L’anarchico filosemita, in Memoria antologica. Saggi critici e appunti biografici in ricordo di Camillo Berneri, Ed. Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1986. Lo stralcio citato del giudizio di Prezzolini su Berneri è ricordato da C. De Maria, nel suo Camillo Berneri tra anarchismo e liberalismo, Franco Angeli Editore, Milano 2004, p. 42.

12 Gaetano Salvemini, Donati e Berneri, da “Il mondo”, Roma 3.5.1952. Va ricordato che al nominato Circolo di Cultura o “Gruppo di cultura politica” – sorto con sede in Piazza S. Trinità nel gennaio 1921 e bruciato dai fascisti nel ‘25 – collaboravano anche Piero Calamandrei, Alfredo e Nello Riccoli, Piero Jahier e naturalmente lo stesso Salvemini, che ne fu il principale ispiratore.

13 C. Berneri, Ricordi, appunti manoscritti non datati, conservati presso ABC, Reggio Emilia, cassetta XII.4.Ricordi.

14 Gianni Furlotti, Le radici e gli ideali educativi dell’infanzia di Camillo Berneri, in Memoria antologica. Saggi critici e appunti biografici in ricordo di Camillo Berneri, Ed. Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1986.

15 C. Berneri, Le Juif antisémite, Edition Vita, Parigi 1935. Oggi vd. C. Berneri, L’ebreo antisemita, Carucci Editore, Roma 1984.

16 Alberto Cavaglion, Camillo Berneri. L’anarchico filosemita, op. cit.

17 Edition Vita, Parigi, per i tipi della quale venne appunto pubblicato, nel 1935, di C. Berneri, Le Juif antisémite.

18 Alberto Cavaglion, Camillo Berneri. L’anarchico filosemita, op. cit.

19 Ibid.

20 Il libro è stato pubblicato anche con questo titolo.

21 C. Berneri, Mussolini grande attore. Pubblicato per la prima volta in Spagna, Mussolini gran actor, Valencia Collecion Manana, 1934, Impresos Costa, Nueva de la Rambla, 45 Barcelona. In Italia, C. Berneri, Mussolini grande attore, Edizioni dell’Archivio Famiglia Berneri, Comune di Pistoia 1983. Viene trattato nel presente libro nel capitolo: Contro il fascismo e…. (nda).

22 P. C. Masini, La formazione intellettuale di Camillo Berneri, in Atti del Convegno di studi su Camillo Berneri.

Milano 9 ottobre 1977, La cooperativa Tipolitografica Editrice, Carrara 1979.

23 Theodor Lessing, Judischer Selbsthass – in italiano vd.: T. L., L’odio di sé ebraico (a cura di Ubaldo Fadini), Mimesis, Milano 1995. Segnala Cavaglion: “ (…) (un libro che ebbe diffusione maggiore di Le Juif antisémite), se soltanto qualcuno avesse avuto l’opportunità di segnalarlo alla sua curiosità onnivora – ma nemmeno Spire, che dopo il 1935 fu amico di Berneri, conosceva Lessing” (Alberto Cavaglion, Camillo Berneri. L’anarchico filosemita, op. cit.).

24 C. Berneri, Gli anarchici e G.L., da “Giustizia e Libertà”, Parigi 6.12.1935. Ora in P. C. Masini, P. C. Masini, A.Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit., ivi pubblicato sotto il titolo La polemica con Carlo Rosselli.

25 Gaetano Salvemini, Donati e Berneri, da “Il mondo”, Roma 3.5.1952, op. cit.

26 Il titolo esatto della tesi fu: La campagna dei clericali piemontesi per la libertà della scuola in rapporto alla campagna clericale in Francia (1831 – 1852), citato in C. Berneri (a cura di P. Feri e L. Di Lembo), Epistolario inedito, vol. II, ed. AFB, Pistoia, 1984, p. 18.

27 La stessa cosa la fece Luigi Fabbri: anch’egli insegnante, perse la cattedra quando si trattò di dover giurare fedeltà al fascismo ed infine riparò in Uruguay. E così molti altri. Ma la lotta contro l’imposizione del giuramento ha sempre appassionato gli anarchici, che hanno dimostrato di saper condurre (e vincere) anche battaglie d’opinione, alle quali poi lo stesso movimento libertario, sottovalutandole, ha dato e dà poco lustro. Per un insegnante, dover aderire alle leggi dello stato – di qualunque stato – è in sé un’imposizione assolutamente inaccettabile. Si tratta infatti di dare un placet in toto alle leggi e piegarsi ad esse ed alla ragion di stato (pensiamo ad esempio ai diktat sulla storia), ad onta della libertà d’insegnamento e di coscienza. Lo comprese bene l’insegnante e militante anarchico Sandro Galli, di Bologna, che nel 1982, con un durissimo sciopero della fame, costrinse gli organi preposti ad esonerare i docenti (unici, da allora, fra i dipendenti pubblici italiani) dal dovere di sottostare a tale pratica.

28 E’ doverosa una nota sulle donne della famiglia di Camillo Berneri. Tutte hanno dato un loro diretto contributo al movimento anarchico. La moglie, Giovanna Caleffi in Berneri (4.5.1897), presa su di sé l’attività politica del marito, con l’occupazione nazista viene detenuta per 3 mesi alla Santé di Parigi alla fine del 1941 e poi deportata in Germania, ove rimane in prigione altri 5 mesi. Consegnata alle autorità italiane, è rinchiusa nel carcere di Reggio Emilia e quindi condannata ad un anno di confino. Liberata, si dà alla latitanza e nel 1943 si unisce a Cesare Zaccaria, col quale pubblica il giornale clandestino “La rivoluzione libertaria”. Sempre con Zaccaria, dopo la liberazione, sarà la (ri)fondatrice in Italia della rivista “Volontà”, erede della storica testata teorica di Fabbri e Malatesta, che avrà come collaboratori Silone, Camus, Salvemini e diversi altri tra i migliori intellettuali del momento. Gestirà anche una casa editrice libertaria. Nel 1948 edita l’opuscolo Il controllo delle nascite, subito sequestrato: lei e Zaccaria subiscono un processo per propaganda contro la procreazione, dal quale usciranno assolti solo dopo due anni di battaglie su quello che fu il primo caso di denuncia civile dell’ignoranza in materia, imposta in Italia dal mondo politico clerico-fascista. Nello stesso anno, darà vita ad una sorta di Colonia estiva per bambini e ragazzi delle famiglie di anarchici, in particolare del Meridione, ospitati da compagni del Nord, esperimento che si ripeterà anche nel ‘49. Nell’estate del 1951, grazie ad una proprietà sita a Piano di Sorrento, messa a disposizione da Zaccaria, la Comunità è stabilmente inaugurata e raccoglie i giovani ospiti per due mesi d’estate, informandosi unicamente a principi di solidarietà e pedagogia libertaria. Verrà intitolata alla figlia Maria Luisa (scomparsa prematuramente a soli 31 anni), e procederà sino al 1957. Con la chiusura del rapporto con Zaccaria, dopo un periodo d’intervallo, altri proseguiranno il lavoro, sino agli anni ‘60, in località Ronchi, a 700 metri dal mare in provincia di Massa. Giovanna muore il 14 marzo 1962.

La primogenita, Maria Luisa (Arezzo, 1.3.1918), dopo aver condiviso il lavoro del padre a Parigi e Barcellona, con Vernon Richards darà vita a Londra al giornale “Spain and the word” combattendo dal 1939 al 1945 una difficilissima battaglia contro la guerra tramite le pagine dell’unica rivista antimilitarista presente in una nazione direttamente impegnata nel conflitto. Animerà l’editrice “Freedom Press” e darà un contributo importante all’anarchismo britannico. Come il padre, s’interessa alla psicologia ed è fra i primi a diffondere nel Regno Unito le opere di Wilhelm Reich.

Morirà per un’infezione virale quattro mesi dopo un parto andato male conclusosi con la morte della nascitura, il 13.4.1949 a Londra. Cionondimeno lascerà molti scritti, fra i quali il bellissimo libro Viaggio attraverso utopia

(Edizione a cura del Movimento Anarchico Italiano-Archivio Famiglia Berneri di Pistoia, Carrara, 1981).

L’altra figlia, Giliana (Firenze, 3.10.1919), laureata in medicina, opererà a lungo nel movimento anarchico francese dopo la liberazione. E’ morta il 19.7.1998 a Montreuil-sous-Bois. In quanto alla madre, Adalgisa Fochi Berneri, coinvolta direttamente nella vicenda politica del figlio, esule ella stessa, dopo l’assassinio lavorò assiduamente per tenerne alta e viva la memoria.

29 C. Berneri, Esilio, inedito, originale incompiuto custodito da AFB, Reggio Emilia. Si tratta di un libro autobiografico che Berneri iniziò a scrivere ma non riuscì mai a portare a termine.

30 Si veda in proposito: Vittorio Emiliani, Camillo Berneri: l’anarchico più espulso d’Europa, in V. Emiliani, Gli anarchici. Vite di Cafiero, Costa, Malatesta, Cipriani, Gori, Berneri, Borghi, Bompiani Editore, Milano 1973.

31 C. Berneri, Come vedo il movimento giellista, da “L’Adunata dei Refrattari”, N. Y. 4.4.1936. Oggi in P. Adamo, Anarchia e società…, op. cit.

(38). La sua attenzione sarà volta in particolare verso “Rivoluzione Liberale” e “Giustizia e Libertà”, organi di stampa omonimi dei relativi movimenti politici (embrionale il primo, definito il secondo), guidati rispettivamente da Piero Gobetti e Carlo Rosselli. Fu nel corso di uno dei primi dibattiti affrontati su quei giornali, proprio confrontandosi con Gobetti nell’aprile del ‘23, che Berneri sostenne essere gli anarchici “i liberali del socialismo” (39). 32 Carlo Rosselli, Socialisme libéral, Paris 1930, frase riportata da C. Berneri in Mussolini grande attore (Conclusioni), op. cit.

33 C. Berneri, Mussolini grande attore (Conclusioni), pubblicato per la prima volta in Spagna, Mussolini gran actor, Valencia Collecion Manana, 1934, Impresos Costa, Nueva de la Rambla, 45 Barcelona. In Italia, Mussolini grande attore, Edizioni dell’Archivio Famiglia Berneri, Comune di Pistoia 1983.

34 C. Berneri, Della demagogia oratoria (III), da “L’Adunata dei Refrattari”, N. Y. 28.3.1936. Pubblicato fra i testi di complemento nell’edizione italiana curata da P. C. Masini di Mussolini grande attore, op. cit.

35 C. Berneri, Scuotiamoci dal tedio di una attesa imbelle, indegna di noi. Appello agli anarchici, da “Il Martello”, New York 8.6.1929.

36 C. Berneri, Della demagogia oratoria (II), da “L’Adunata dei Refrattari”, N. Y. 7.3.1936, riportato fra i testi di complemento nell’edizione curata da P. C. Masini di C. Berneri, Mussolini grande attore, Ed. dell’Archivio Famiglia Berneri, Comune di Pistoia, 1983.

37 Ibid.

38 P. C. Masini, La formazione intellettuale di Camillo Berneri, in Atti del Convegno di studi su Camillo Berneri. Milano 9 ottobre 1977, La cooperativa Tipolitografica Editrice, Carrara 1979.

39 C. Berneri, Il liberismo nell’Internazionale, da “Rivoluzione liberale”, Torino 24.4.1923, poi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit.

40 C. Berneri, Il mio nazional-anarchismo, manoscritto inedito conservato presso Archivio

Famiglia Berneri-Aurelio Chessa (ABC), Reggio Emilia, cassetta IV – opere di carattere politico, citato da P. C. Masini, in La formazione intellettuale di Camillo Berneri, op. cit. Il manoscritto non è datato, ma per le citazioni che vi appaiono risulta sicuramente successivo a C. Berneri, Costituzione della Federazione Italiana Comuni Socialisti (FICS), probabilmente elaborata nel corso del Convegno d’Intesa degli anarchici italiani emigrati in Europa o a margine dello stesso, Parigi, ottobre /novembre 1935. Lo scritto è anche indubitabilmente successivo alla Riforma Gentile (divenuta legge nel 1923).

41 Incarico assunto dopo la morte di Mario Angeloni, repubblicano, caduto il 19 agosto del 1936 nella battaglia di Monte Pelato (come l’Angeloni stesso aveva soprannominato una parte d’importanza strategica che venne conquistata sull’altipiano della Galocha). Angeloni morì in circostanze eroiche: “Angeloni era alla testa di un plotone di una quarantina di miliziani italiani, a pochi Km. da Huesca. Mentre Angeloni, con i suoi uomini, marciava sulla strada carrozzabile in direzione appunto di Huesca, un’auto blindata occupata da nazionalisti, improvvisamente è sbucata di fronte alla piccola colonna. Naturalmente una scarica di mitragliatrice ne uccise otto o nove; gli altri, gettandosi a terra a lato della strada, e fuggendo, riuscirono a salvarsi. (…) Al momento di morire, l’Angeloni lanciava una bomba a mano contro l’auto blindata (…)” (Divisione Affari Generali e Riservati, Nota n.° 441/038065, copia appunto n.° 500/27108, datata 17.9.1936, conservata presso ABC-Reggio Emilia, posizione CPC ACS, CB, documento n.° 104).

42 Lo testimonia una nota informativa sui partecipanti ai funerali di Mario Angeloni, tenutosi a Barcellona. Si tratta della Nota della Divisione Generale Affari Riservati n.° 441/038065, copia appunto n.° 500/27108, datata 17.9.1936 (documento n.° 104, conservato presso CPC ACS, CB, ABC-Reggio Emilia), e vi si legge: “(…) I funerali ebbero luogo il 1° corrente (…) Seguivano il corteo anche Rendani, l’anarchico Berneri, con la testa bendata e il braccio al collo, essendo anch’egli stato ferito in combattimento”.

43 C. Berneri, Come vedo il movimento giellista, op. cit.

44 Su Gobetti, dopo la sua morte, Berneri scrisse ampiamente recensendo Risorgimento senza eroi in “Veglia” (Parigi) del novembre 1926. Segnalato da P. C. Masini, La formazione intellettuale di Camillo Berneri, in Atti del Convegno di studi su Camillo Berneri. Milano 9 ottobre 1977, La cooperativa Tipolitografica Editrice, Carrara 1979. Su Berneri collaboratore di “Rivoluzione liberale” lo stesso Masini ha scritto un saggio su “Volontà”, Napoli 1.6.1947.

45 Sabatino (Nello) Rosselli, fratello di Carlo, pubblicò nel 1927 l’opera Mazzini e Bakunin in Italia, lavoro considerato oggi come il primo a porre sul piano scientifico l’intervento storico sul movimento operaio nella penisola. Oggi vd. Einaudi, Torino 1982. Berneri scrisse: “La lotta fra Mazzini e Bakunin, così ben illustrata da Nello Rosselli e da Max Nettlau, fu in grande parte lotta tra l’astratto ideale di Mazzini e il concretismo sociale” (C. Berneri, Il mio nazionalanarchismo, op. cit.).

46 C. Berneri, Cielo tre quarti coperto, da “La protestation”, Puteaux 28.3.1933. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit.

47 C. Berneri, Guerra e rivoluzione, in “Guerra di Classe”, Barcellona 21.4.1937. Oggi in P. Adamo, Anarchia e società aperta, op. cit.

48 C. Berneri, Discorso in morte di Antonio Gramsci. Ricostruito e pubblicato da Alberto Sorti, Pier Carlo Masini in Pietrogrado 1917 Barcellona 1937, Sugar Editore, Varese 1964.

49 C. Berneri, L’operaiolatria, pubblicato in opuscolo, Gruppo d’edizioni libertarie, a Brest nel 1934, poi in P. C. Masini e A. Sorti, Scritti scelti di Camillo Berneri. Pietrogrado 1917 Barcellona 1937, Sugar Editore, Varese 1964.

50 C. Berneri, Discorso in morte di Antonio Gramsci, op. cit. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit.

51 Angelica Balabanoff. Esponente storico del movimento operaio, russa, nata nel 1869 a Černigov e morta a Roma nel 1965. Di famiglia benestante, laureatasi a Bruxelles, fu in Italia dal 1897. Della scuola di A. Labriola, aderì nel 1900 al Partito Socialista Italiano. Svolse lavoro politico in Svizzera con gli immigrati italiani. Sino alla prima deflagrazione mondiale fu vicina a Mussolini ed al suo massimalismo e “codiresse” con lui l’organo del PSI, il quotidiano “Avanti!”. Rientrata in Russia nel 1917, le vennero affidate da Lenin responsabilità di governo. Divenne segretaria dell’Internazionale Comunista, ma nel 1922 rifiutò i metodi dei bolscevichi ed, entrata fra l’altro in forte contrasto con Zinoviev, uscì dal Komintern e lasciò l’URSS, stabilendosi a Vienna ed in seguito a Parigi. Qui fu vicina a Turati e diresse l’ “Avanti!”. Fu anche negli USA. Di ritorno in Italia con la liberazione, aderì al nuovo PSLI e rimase nell’area socialista sino alla morte. Tra l’altro, ha scritto: Ricordi di una socialista (1946) e Lenin visto da vicino (1959). Angelica Balabanoff, nel protestare per l’assassinio di Berneri, riconobbe in lui l’erede della migliore tradizione dell’anarchismo: “Dopo la scomparsa di Malatesta e di Fabbri, egli era certamente la mente più elevata del movimento libertario italiano” (da l’ “Avanti!”, Parigi 6.6.1937).

52 C. Berneri, Come vedo il movimento giellista, op. cit.

53 C. Berneri, La socializzazione, op. cit.

54 C. Berneri, Sovietismo, anarchismo e anarchia, op. cit.

55 Ibid.

56 Ibid.

57 Su Aurelio Chessa è appena uscita una biografia curata dalla figlia Fiamma, che attualmente gestisce l’Archivio Famiglia Berneri, oggi intitolato anche a nome del padre. Dell’Archivio Famiglia Berneri, Chessa è stato per decenni l’animatore. Senza l’impegno, le doti e la tenacia di questo vecchio militante, qualsiasi studio sul lodigiano, qualsiasi ricerca o anche il semplice reperimento di molti dei testi (anche fra i più significativi), sarebbe oggi estremamente difficile. Egli è riuscito a raccogliere, catalogare e conservare un insieme incredibile di reperti, significativamente incrementati pure rispetto a quanto ebbe dalla moglie di Berneri, Giovanna. Un’opera continuata da Fiamma con analoga abnegazione, arguzia e competenza.

Aurelio Chessa (Putifigari-SS, 30.10.1913 – Rapallo, 26.10.1996), si avvicina all’anarchismo dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale. Con Franco Leggio, risulta tra i fondatori del gruppo “Genova Centro” e nel 1948 conosce Giovanna Caleffi (vedova Berneri), fornendole aiuto per la Colonia estiva libertaria che ella costituisce su di una proprietà di Cesare Zaccaria nella zona di Sorrento. Alla scomparsa della primogenita di Berneri, Maria Luisa, Chessa s’impegna nel supporto della Comunità che le viene intitolata e nella gestione della segreteria della rivista “Volontà”. Nel frattempo viene processato per istigazione alla disobbedienza civile a seguito di una campagna astensionista. Ferroviere, è molto attivo nelle iniziative popolari che hanno l’epicentro proprio in Genova durante il luglio 1960 e la parte datoriale lo ammonisce per la partecipazione a scioperi e manifestazioni politiche, imputandogli l’inosservanza “degli obblighi di servizio”. Nel 1962, alla morte di Giovanna, l’ultima figlia di Berneri, Giliana, gli passa l’archivio di famiglia che assumerà poi l’attuale denominazione. Chessa, intrattenendo costanti rapporti con la vecchia militanza anarchica in Italia ed all’estero, incrementa il materiale, assumendo varie importanti donazioni. Parallelamente, egli dà vita alle editrici “Vallera” e “Porro”, curando la stampa di varie opere di Berneri. “Galleanista”, con la scissione della FAI intervenuta nel 1965, è fra i promotori dei Gruppi d’Iniziativa Anarchica costituitisi il 4.11.1966. A quel punto, con ventidue anni d’anzianità, lascia il lavoro per dedicarsi interamente al movimento, impegnandosi, anche economicamente, oltre che per l’Archivio, nella cura del “Notiziario dei GIA” e del giornale “L’Internazionale”, nonché nella promozione di convegni ed iniziative a carattere nazionale (notizie da AA.VV., Dizionario biografico degli

anarchici italiani (2 volumi), Biblioteca Franco Serantini Edizioni, Pisa-Città di Castello, 2004).

58 C. Berneri, Lettera a Federica Montseny. Pubblicata postuma in Pensieri e battaglie, Parigi 5.5.1938. Oggi vd. in C. Berneri, Il federalismo libertario (a cura di Patrizio Mauti), Ed. La Fiaccola, Catania 1992.

59 La redazione di “Tiempos Nuevos” a Camillo Berneri – Barcellona, 3.9.1936: “Caro compagno, colla presente vogliamo chiederti un articolo di collaborazione per la nostra rivista <<Tiempos Nuevos>> su temi teorici di

orientamento e di ricostruzione sociale. Occorre che tu metta il necessario impegno nel sostenere, col tuo apporto intellettuale il nostro sforzo economico, in modo che noi si riesca a superare tutte le difficoltà del momento attuale, che assorbe in molteplici incarichi ed attività i compagni del corpo redazionale. Poiché la nostra Rivista, a livello nazionale come internazionale, è una pubblicazione unica nel suo genere come tribuna di propaganda libertaria, di grande prestigio, e indiscutibile importanza; vogliamo che rifletta nelle sue pagine i numerosi problemi di ricostruzione che gli anarchici devono affrontare nel momento attuale e il tuo apporto e le tue opinioni non devono mancare nelle sue pagine contribuendo così al chiarimento delle idee e delle tattiche del movimento libertario. Tenendo presente che il tempo preme, ti chiediamo che tu ci invii il tuo scritto colla massima urgenza, in modo che

possa uscire tra il 1° ed il 15 di questo mese. Sperando che tu risponderai alla nostra richiesta, ti salutiamo cordialmente. Redazione e Amministrazione” Il giornale chiedeva che Berneri inviasse il suo saggio su Lo Stato e le classi, già uscito in lingua madre sulla testata diretta dall’italiano (C. Berneri, Lo Stato e le classi, in “Guerra di Classe”, Barcellona, 17.10.1936, riportato in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit.).

Ma è interessante anche la seguente comunicazione di “Solidaridad Obrera”, quotidiano, principale organo dell’anarchismo catalano (ed iberico). Chi la scrive, esponente della FAI, è il direttore del giornale (che sostituì De Santillán). Jacinto Toryho da parte di “Solidaridad Obrera” a Camillo Berneri (Barcellona, 10.11.1936): “Compagno Berneri, Salud! L’organizzazione mi ha appena incaricato della direzione del nostro giornale <<Solidaridad Obrera>>. Ho accettato ben sapendo l’enorme responsabilità che mi assumo, responsabilità che mi sarà alleviata se potrò contare sulla tua collaborazione, cosa che sollecito attraverso queste brevi righe. Ti sarei grato se mi inviassi un articolo settimanale sulla attività che realizzi, e ti esprimo il desiderio che lo scritto in questione non abbia una lunghezza superiore a tre cartelle senza interlinea. Senza altro se non il mio saluto, rimango fraternamente tuo. Toryho”. Entrambe le lettere sono tratte da C. Berneri, Epistolario inedito, Vol. II – a c. di Paola Feri, Luigi Di Lembo. Ed. Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1984, pp. 171-199.

60 C. Berneri, Levando l’ancora, da “Guerra di Classe”, Barcellona, n.° 4, 9.10.1936. Anche in Entre la revolution y las trincheras-Recompilacion de nueve articulos de Camilo Berneri (Guerra di Classe, Barcelona, 1936-1937), Rennes,

  1. Poi in Guerra di Classe in Spagna (1936-1937), Edizioni RL, Pistoia, 1971. 61 Ibid.

62 C. Berneri, La concezione anarchica dello Stato, inedito incompiuto del 1926, conservato presso Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa (ABC), Reggio Emilia, pubblicato per la prima volta da Pietro Adamo, Anarchia e società aperta, M&B Publishing, Milano 2001.

63 C. Berneri, Carlyle. Oggi in Interpretazione di contemporanei, Ed. RL, Pistoia 1972.

64 Ibid.

65 C. Berneri, Il romanticismo sanfedista, da “Pensiero e Volontà”, Roma, 15.6.1924.

66 C. Berneri, Anarchismo e federalismo. Il pensiero di Camillo Berneri, da “Pagine libertarie”, Milano 20.11.1922. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit.

67 C. Berneri, Sovietismo, anarchismo e anarchia, da “L’Adunata dei Refrattari”, N. Y. 15.10.1932. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit., ivi pubblicato con il titolo Il Soviet e l’Anarchia.

68 C. Berneri, La concezione anarchica dello Stato, op. cit.

69 C. Berneri, L’operaiolatria, op. cit.

70 C. Berneri, Per un programma d’azione comunalista, op. cit.

71 C. Berneri, Gli anarchici e G.L., da “Giustizia e Libertà”, Parigi 6.12.1935. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti,”Pietrogrado 1917…”, op. cit., ivi pubblicato sotto il titolo La polemica con Carlo Rosselli.

72 C. Berneri, Il federalismo di Pietro Kropotkin, su “Fede!”, Roma 1925. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit. Riprendiamo il testo riportato da Masini nell’opera citata, ove però (come chiarisce P. Adamo nel suo Anarchia e società aperta, op. cit., pp. 258-259), va segnalata l’integrazione di C. Berneri, Pietro Kropotkin e l’anarcosindacalismo, “Guerra di Classe”, Bruxelles febbraio 1931.

73 Ibid.

74 C. Berneri, Pietro Kropotkin e l’anarco-sindacalismo, da Guerra di Classe, Bruxelles, febbraio 1931 (incluso da P. C. Masini nel testo precedente: C. Berneri, Il federalismo di Pietro Kropotkin).

75 C. Berneri, Fallimento o crisi?, in “Guerra di Classe”, Parigi 1930. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit.

76 C. Berneri, L’ora dell’anarco-sindacalismo, da “Guerra di Classe”, Parigi settembre 1930. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit., ivi pubblicato sotto il titolo Anarco-sindacalismo, oggi e domani.

77 Ibid.

78 C. Berneri, Nietzsche e l’anarchismo, oggi in Quaderni liberi: C. Berneri, Interpretazione di contemporanei, op. cit.

79 C. Berneri, Come vedo il movimento giellista, op. cit.

80 C. Berneri, La socializzazione, op. cit.

81 C. Berneri, Anarchismo e federalismo. Il pensiero di Camillo Berneri, op. cit.

82 C. Berneri, Considerazioni sul nostro movimento, firmato con lo pseudonimo “Camillo da Lodi”, in “Libero accordo”, Roma luglio 1926. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit., pubblicato sotto il titolo Il movimento anarchico.

83 C. Berneri, Lettera a Luigi Fabbri, fra dicembre 1930 e gennaio 1931, pubblicata poi in Pensieri e battaglie. Oggi in P. Adamo, Anarchia e società aperta, M&B Publishing, Milano 2001.

84 Ibid.

85 C. Berneri, Per finire, op. cit.

86 C. Berneri, Il cretinismo anarchico, da “L’Adunata dei Refrattari”, N. Y. 12.10.1935. Oggi in P. Adamo, Anarchia esocietà aperta, op. cit.

87 C. Berneri, Risposta ad una consultazione sui compiti immediati e futuri dell’anarchismo, da “La Revue Internationale Anarchiste” (sezione italiana), Parigi, 15.1.1925. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op.cit.

88 C. Berneri, A proposito dell’Unione Anarchica Italiana da “L’Adunata dei Refrattari”, New York, 30.8.1922.

89 C. Berneri (firmato con lo pseudonimo “Camillo da Lodi”), Considerazioni sul nostro movimento, da “Libero accordo”, Roma 1920. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit., ivi pubblicato con il titolo Il movimento anarchico.

90 C. Berneri, Anarchismo e federalismo – Il pensiero di Camillo Berneri, da “Pagine libertarie”, Milano 20.11.1922.Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917 Barcellona 1937, op. cit.

91 Ibid.

92 C. Berneri, A proposito delle nostre critiche al bolscevismo, quotidiano “Umanità Nova”, 4.6.1922. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit.

93 Ibid.

94 Ibid.

95 Ibid.

96 C. Berneri, Due parole a Pietro Arcinov, da “L’Adunata dei Refrattari”, N. Y. 5.10.1935. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit.

97 Si veda in proposito il duro attacco di Berneri all’Unione Comunista Anarchica che, appena abbracciata la teoria arcinovista, sollecitata dai socialisti massimalisti, progettava l’ingresso in un fronte unico con questi e con i comunisti (“L’Adunata dei Refrattari”, N. Y. 10.6.1933).

98 Basta dare uno sguardo a quanto scrisse (e fece) in Spagna, quando ad esempio fu promotore dell’espulsione di un militante di nome Girelli. Da C. Berneri, Un indegno, su “Guerra di Classe” (Barcellona) del 16.12.1936, si legge: “Comunico ai compagni tutti di aver richiesta l’espulsione dalla Spagna di Giuseppe Girelli, che iscritto alla milizia della CNT e della FAI, si è ripetutamente sottratto alle partenze per il fronte per abbandonarsi alle più indegne gozzoviglie. In Spagna un anarchico non viene che per combattere e per lavorare e non per sciupare tempo, energie, e soldi nelle bettole e nei postriboli. (…) Chi manca alla disciplina morale della milizia antifascista, come vi è mancato il Girelli, non è che un sedicente anarchico ed un pseudo rivoluzionario. Ed è doveroso sbarazzare il campo da questa gramigna”.

99 C. Berneri, In margine alla piattaforma, da “Lotta umana”, nella serie “Discussioni anarchiche”, Parigi 3.12.1927. Oggi in P. Adamo, Anarchia e società aperta, op. cit.

100 Ibid.

101 Ibid.

102 Ibid.

103 C. Berneri, Lettera a S. Spada, Versailles, 15.11.1929, copia manoscritta da una spia fascista, Archivio Centrale dello Stato, riportata da Carlo De Maria in Camillo Berneri tra anarchismo e liberalismo, Franco Angeli Editore, Milano 2004.

104 C. Berneri, Umanesimo e anarchismo, da “L’Adunata dei Refrattari”, N. Y. 22 / 29.8.1936. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, “Pietrogrado 1917…”, op. cit.

105 Frammento presente nella “Raccolta di articoli sul pensiero degli anarchici classici”, presso l’Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa (ABC), Reggio Emilia.

106 C. Berneri, Per un programma d’azione comunalista, op. cit.

107 Luce Fabbri, Prefazione a C. Berneri, Guerre de classe en Espagne, Edition Les Humbles, Parigi, luglio 1938 (la traduzione è mia).

108 C. Berneri, I principii, da “L’Adunata dei Refrattari”, New York 13.6.1936. Oggi in P. Adamo, Anarchia e società aperta, op. cit.

109 C. Berneri, Anarchismo e federalismo – Il pensiero di Camillo Berneri, op. cit.

110 C. Berneri, Irrazionalismo e anarchismo, interno ad un dibattito, ma non pubblicato da “L’Adunata dei Refrattari”, uscito postumo ed incompleto su “Volontà” (Napoli) nel 1952, testo custodito dall’Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa (ABC), Reggio Emilia. Oggi in P.Adamo, Anarchia e società aperta, M&B Publishing, Milano 2001.

111 C. Berneri, Anarchismo e anticlericalismo, da “L’Adunata dei Refrattari”, N. Y. 18.1.1936. Oggi in P. Adamo, Anarchia e società aperta, op. cit.

112 C. Berneri, Irrazionalismo e anarchismo, op. cit.

113 C. Berneri, Della tolleranza, da “Fede!”, Roma 20.4.1924. Oggi in P. Adamo, Anarchia e società aperta, op. cit.

114 C. Berneri, Umanesimo e anarchismo, op. cit.

115 C. Berneri, Sullo Stato proletario. Manoscritto del 1936 per il “Nuovo Avanti”, censurato dalla redazione, raccolto nel fondo V. Richards, ora depositato presso AFB, Reggio Emilia e pubblicato da P. Adamo in Anarchia e società aperta, M&B, Milano 2001.

116 C. Berneri, Il marxismo e l’estinzione dello Stato, in “Guerra di Classe”, Barcellona 9.10.1936. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit.

117 C. Berneri, Lo Stato e le classi, da “Guerra di Classe”, Barcellona 17.10.1936. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917..., op. cit.

118 Ibid.

119 C. Berneri, Abolizione ed estinzione dello Stato, da “Guerra di Classe”, Barcellona 24.10.1936. Oggi in P. C. Masini e A. Sorti, Pietrogrado 1917…, op. cit.

120 C. Berneri, L’operaiolatria, op. cit.

121 C. Berneri, Sulla difesa della rivoluzione. Per impedire la formazione di un’armata bianca, del 1929, da “L’Adunata dei Refrattari”, N. Y. 21 / 29.5.1937. Citato da C. De Maria, Camillo Berneri fra anarchismo e liberalismo, op. cit.

122 C. Berneri, Umanesimo e anarchismo, op. cit.

123 C. Berneri, A proposito di revisionismo marxista, in “Pensiero e Volontà”, Roma 1.4.1924. Oggi in P. C. Masini, A. Sorti, Pietrogrado 1917..., op. cit.

124 Berneri scrisse infatti: “L’uomo dell’avvenire sarà un miliardario delle idee, un re dello spirito, (…). L’uomo di domani sarà semplice. I suoi piaceri saranno intimi (la lettura dei filosofi e i giuochi erotici) o collettivi (il concerto con 100.000 uditori), piaceri che costano poco e sono inesauribili. (…). Il regime socialista è un sistema epicureo, non utilitarista borghese”. C. Berneri, La ricchezza che è in noi, in “L’Adunata dei Refrattari”, New York 17.6.1933. Citato da Gianni Furlotti, Le radici e gli ideali educativi dell’infanzia di Camillo Berneri, in Memoria antologica. Saggi critici e appunti biografici in ricordo di Camillo Berneri, Ed. Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1986.

125 C. Berneri, Il lavoro attraente, da “L’Adunata dei Refrattari” N. Y., vari numeri dal settembre al novembre 1936. Pubblicato in Spagna: C. Berneri, El trabajo atrayente, Ediciones “Tierra y Libertad”, Barcelona, 1937. Oggi in P. Adamo, Anarchia e società aperta, op. cit.

126 C. Berneri, L’operaiolatria, op. cit.

132 Frammento di lettera di Salvemini a Berneri, Firenze 9.1.1924, conservato presso Archivio Famiglia Berneri –Aurelio Chessa (ABC), Reggio Emilia. Oggi in Camillo Berneri. Epistolario inedito, Vol. I, a cura di Aurelio Chessa /

Pier Carlo Masini, Archivio Famiglia Berneri Edizioni, Pistoia 1980. Citato anche da Carlo De Maria, “Camillo Berneri tra anarchismo e liberalismo”, Franco Angeli Editore, Milano 2004.

127 Ibid.

128 C. Berneri, Astensionismo e anarchismo, da “L’Adunata dei Refrattari”, N.Y. 25.4.1936. Oggi in P. Adamo,Anarchia e società aperta, op. cit.

129 C. Berneri, Anarchismo e federalismo. Il pensiero…, op. cit.

130 C. Berneri, Per un programma d’azione comunalista, op. cit.

131 C. Berneri, Costituzione della Federazione Italiana Comuni Socialisti (FICS), op. cit.

133 C. Berneri, Del diritto alla critica, da “L’Adunata dei Refrattari”, N. Y. 2.7.1932. Citato in C. De Maria, Camillo Berneri fra anarchismo e liberalismo, op. cit.

134 C. Berneri, Come vedo il movimento giellista, op. cit.

135 C. Berneri, Il liberismo nell’Internazionale, op. cit. Oggi in Pier Carlo Masini, Alberto Sorti, Pietrogrado 1917 Barcellona 1937. Scritti scelti di Camillo Berneri, op. cit., qui pubblicata sotto il titolo Una lettera a Pietro Gobetti. Berneri si riferisce (testualmente) a: Risposta di un internazionalista a Mazzini “(pubblicata sopra il giornale bakuninista <<L’Eguaglianza>> di Girgenti, e ripubblicata da Guillaume, che la trova superba e l’approva toto corde [cfr. Oeuvres, VI, pagine 137-140])”. Aggiunge (in nota) Masini: “Successive ricerche hanno accertato che l’autore dell’articolo L’Internazionale e Mazzini (e non Risposta di un internazionalista a Mazzini) apparso su “L’Eguaglianza” di Girgenti, fu non Saverio Friscia ma Antonino Riggio, direttore di quel giornale”.

Per quanto riguarda il testo citato, vd. James Guillaume, L’Internationale. Documents et souvernirs (1864-1878). Oggi vd. James Guillaume, L’Internazionale. Documenti e ricordi (1864-1878), (4 volumi), Edizioni Centro Studi Libertari Camillo Di Sciullo, Chieti 2004 (nda).136 C. Berneri, I problemi della produzione comunista, in “Volontà”, Ancona 1.7.1920. Oggi in P. Adamo, Camillo Berneri…, op. cit.

137 C. Berneri, Lettera a Libero Battistelli, Versailles 7.12.1929, copia dattiloscritta da una spia fascista, Archivio Centrale dello Stato, riprodotta in Camillo Berneri. Epistolario inedito, Vol. I, a cura di Aurelio Chessa / Pier Carlo Masini, Archivio Famiglia Berneri Edizioni, Pistoia 1980. Riportata anche da C. De Maria, Camillo Berneri…, op. cit.

138 C. Berneri, Del diritto alla critica, op. cit.

139 C. Berneri, Anarchismo e federalismo. Il pensiero…, op. cit.

140 C. Berneri, La questione elettorale. Il cretinismo astensionista, in Compiti nuovi dell’anarchismo, su “L’impulso”,Livorno 1955, già apparso come Astensionismo e anarchismo, ne “L’Adunata dei Refrattari”, N.Y. 25.4.1936. Oggi in P. Adamo, Anarchia…, op. cit.

141 C. Berneri; Astensionismo e anarchismo, op. cit.

142 C. Berneri, Per un programma d’azione comunalista, op. cit.

143 Ibid.

144 Ibid.

145 C. Berneri, Libertà ed autorità, op. cit

146 C. Berneri, Lettera a Manlio Bonaccioli, Reggio Emilia, settembre 1918, originale in Archivio Feltrinelli, Milano.Pubblicata in appendice a C. Berneri, Epistolario inedito, Vol. I, a cura di Aurelio Chessa / Pier Carlo Masini. Ed.Archivio Famiglia Berneri, Pistoia (Carrara) 1980, p. 154.

147 Giampietro Berti, Il “revisionismo” di Berneri nella storia dell’anarchismo italiano, in Camillo Berneri singolare/plurale. Atti della giornata di studi. Reggio Emilia, 28 maggio 2005, Biblioteca Panizzi. Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa, Reggio Emilia 2007, p. 22. Berti riporta una frase tratta da C. Berneri, Della tolleranza, da “Fede!”, Roma 20.4.1924. Oggi in P. Adamo, Anarchia e società aperta, op. cit.

148 Carlo De Maria, Camillo Berneri fra anarchismo e liberalismo, Franco Angeli Editore, Milano 2004.

149 Segnala De Maria: “Il ‘mondo dell’associazione involontaria’ ricorda, decisamente, la ‘radice’ di cui scrisse Simone Weil (nel 1942-43): la ‘partecipazione naturale’ – ‘cioè imposta automaticamente dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente’ – alla vita di una collettività (cfr. Simone Weil, La prima radice. Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, trad. di F. Fortini, SE, 150 Segnala De Maria: “A. Ferrara, Presentazione del fascicolo di ‘Parolechiave’, 1996, n.° 10/11, dedicato al termine ‘persona’ (pp. 9-12, p. 9)”.

151 Segnala De Maria: “Citate in M. Salvati, Lelio Basso protagonista e interprete della Costituzione, in G. Monina (a c. di), La via alla politica…, cit., pp. 33-50, p. 41. Basso è del 1903: di appena sei anni più giovane di Berneri. E’ da notare che entrambi ebbero interesse per la dimensione religiosa dell’uomo. Più in particolare, verso la metà degli anni venti, sia Berneri che Basso si avvicinarono alla rivista neo-protestante ‘Conscientia’ di Roma (Berneri vi collaborò nel periodo 1924-1926, con una decina di articoli). Più tardi, poi, Basso fu influenzato dal personalismo di Emmanuel Mounier. Berneri conosceva la figura dell’autore cattolico francese: lo nominò in un articolo (…); in più fra le sue carte vi è il ritaglio di un articolo di Mounier (cfr. Raccolta di articoli sul tema della ‘Intolleranza religiosa in Spagna’, in Afb, cassetta X). Per quanto detto su Basso, cfr. anche G. Monina, Basso, La Malfa e Ruini: considerazioni sul percorso formativo, in id. (a c. di), La via alla politica…, cit., pp. 11-29, pp. 12-15”.

152 Segnala De Maria: “Cfr. A. Finkielkraut, L’humanité perdue, Seuil, Paris 1998 (1° ed. 1996), pp. 80-81. Dedica attenzione a questo testo Mariuccia Salvati, Il Novecento. Interpretazioni e bilanci, Laterza, Roma-Bari 2001 (cfr. p. 101). Una precisa definizione di volontarismo politico la ricaviamo dalle pagine sul Novecento di François Furet: la tendenza a immaginare il sociale come un puro prodotto della volontà politica (cfr. F. Furet, op. cit., pp. 93, 187)”.

153 Segnala De Maria: “Usiamo questa formula poiché Berneri non usò il termine ‘persona’”.

154 Segnala De Maria: “C. Berneri, La concezione anarchica dello Stato, cc. 2 + cc. 4 con numerazione separata, in Afb, cit., cc. 2”.

155 C. Berneri, La concezione anarchica dello Stato, inedito del 1926, conservato presso Archivio Famiglia Berneri–Aurelio Chessa (ABC), Reggio Emilia. Oggi in Pietro Adamo, Anarchia e società aperta, M&B Publishing, Milano

  1. Citato in questo caso da De Maria.

156 Segnala De Maria: “Cfr. M. Salvati, Hannah Arendt e la storia del Novecento, in M. Flores (a c. di), Nazismo,fascismo, comunismo. Totalitarismi a confronto, Mondadori, Milano, 1998, pp. 219-257 (p. 249); M. Salvati, Lelio Basso protagonista e interprete della Costituzione, cit., p. 33”.

Milano 1990, p. 49)”.

157 Segnala De Maria: “Simone Weil andò oltre. Nel 1942-43, la nozione di ‘diritto’ non le sembrava più sufficiente.Preferì quella di ‘obbligo’. L’obbligo al ‘rispetto’ dell’essere umano in quanto tale. Mentre ‘i diritti appaiono sempre legati a date condizioni’, ‘quest’obbligo è incondizionato’: ‘in esso nessun cambiamento nella volontà degli uomini può nulla modificare’. Dal rispetto per l’essere umano deriva il rispetto per ogni collettività (…)”.

158 Segnala De Maria: “Cfr. J. Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, cit., pp. 31-32”.

159 Segnala De Maria: “C. Berneri, La concezione anarchica dello Stato, (…)”, (op. cit. – nda).

160 Segnala De Maria: “Nell’intento di delineare una netta contrapposizione tra società e associazione, Berneri scrisse:’La società è per propria natura giuridica. L’associazione è essenzialmente contrattuale. (…) L’associazione è l’amante,la moglie, il partito: una cosa che si sceglie. La società sono i genitori, il paese di nascita: una cosa che si trova, che non si può cambiare’ (ivi, c. 4 di cc. 4)”. Il riferimento è sempre a La concezione anarchica dello Stato, op. cit.

161 Segnala De Maria: “J. Ortega y Gasset, La ribellione delle masse, cit., p. 80”.

162 P. Adamo, Per una fondazione epistemologica dell’anarchismo: Camillo Berneri e l’empiriocriticismo, in Camillo Berneri singolare/plurale. Atti della giornata di studi. Reggio Emilia, 28 maggio 2005, Biblioteca Panizzi. Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa, Reggio Emilia 2007, p. 112-113.

163 Ibid., p. 106.

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Stickken: The story of a Dog (di John Muir)

Stickeen The Story of a dog (di John Muir)a cura di Paolo Repetto, 3 marzo 2020

Stickeen

Stikine: La storia di un cane

Stikine

Introduction

by Dan E. Anderson and Harold Wood

In 1880, John Muir made his second trip to Alaska. On this trip he explored Brady Glacier, which empties into Taylor Bay in what is now Glacier Bay National Park, with a friend’s dog, Stickeen. Muir was a great story teller and he told this story many times before writing it down in 1909 as a short story at the urging of several of his friends. Stickeen has been ranked as a classic dog story by many who have read it. John Muir’s Adventure with a Dog and a Glacier

 

Introduction

John Muir’s true story of what happened on an Alaskan glacier with a dog named Stickeen, in 1880, is one of Muir’s best-known writings, and is now considered a classic dog story. Although it can be read as a straight adventure story, it is much more than that. Muir’s story is most compelling because it revealed to Muir that man and dog were not so unlike each other. Stickeen was at first an unfriendly little dog, but after surviving a perilous journey across a glacier by crossing an ice bridge, Stickeen’s aloofness is replaced by rapturous emotion, revealing to Muir the fact that our “horizontal brothers” are not that much unlike us.

Muir wrote, “I have known many dogs, and many a story I could tell of their wisdom and devotion; but to none do I owe so much as to Stickeen. At first the least promising and least known of my dog-friends, he suddenly became the best known of them all. Our storm-battle for life brought him to light, and through him as through a window I have ever since been looking with deeper sympathy into all my fellow mortals.”

Muir spent years telling the story, and close to thirty years before he was able to put it in writing. Though the story itself is a simple one, Muir felt it was the hardest thing he ever tried to write. Muir saw Stickeen as “the herald of a new gospel” adding “in all my wild walks, seldom have I had a more definite or useful message to bring back.” Muir wanted to present that message in the best way possible.

When first published in Century magazine in 1897 (V. 54, no. 5, Sept. 1897, under the title “An Adventure with a Dog and a Glacier), it was heavily edited, with whole sections of what his editor called “digressions” deleted. For the original manuscript, painstakingly re-constructed from the Muir Papers, see Ronald Limbaugh’s book, John Muir’s “Stickeen” and the Lessons of Nature . Muir was able to restore some of his thoughts when he published the story in book form in 1909. It was revised and re-told again in his 1915 Travels in Alaska, and has been re-printed several times since then in all kinds of formats, in the 70’s, 80’s and 90’s.

Muir’s story has inspired several books with outstanding illustrations. The 1990 paperback edition published by Heyday Books, contains outstanding black-and-white illustrations by Carl Dennis Buell. The Donnell Rubay re-telling of 1998 (Dawn Publications) is accompanied by outstanding color illustrations by Christopher Canyon. Another childlren’s picture book of the story was illustrated by Karl Swanson, and written by Elizabeth Koehler-Pentacoff (Millbrook Press). Be sure to read about these these editions below.

See below for Muir’s actual Stickeen writings, plus links to a variety of pages about books, audio, and music that tells more about Muir and his remarkable canine friend, Stickeen.

Muir’s Writings

Books About Stickeen

John Muir’s “Stickeen” and the Lessons of Nature , by Ronald H. Limbaugh (Fairbanks, AK: University of Alaska Press, 1996) Black and White illustrations; Index. Appendix: “Notes on ‘Stickeen’ in John Muir’s Library.” 185 pp.

This scholarly examination of Muir’s famous dog story “Stickeen” helps greatly to illuminate Muir’s growth as a writer. Ron Limbaugh uses “Stickeen” to show how Muir’s literary creativity grew over time, and how it was influenced by major turn-of-the-century ideas and events such as the Darwinian debates and the emerging animal rights movement. Moreover, Limbaugh notes that “Stickeen” is the only literary product from Muir’s pen that can be directly and extensively linked to ideas formulated from the books of his personal library. Accordingly, “Studying its origin and evolution is essential to understanding Muir’s development as a writer and as an advocate for the moral equality of all species.”

John Muir and Stickeen: An Icy Adventure with a No-Good Dog by Julie Dunlap & Marybeth Lorbiecki; Illustrated by Bill Farnsworth. (2004)

A beautifully-illustrated children’s book based on Muir’s own book Stickeen, which tells the thrilling adventure of how Muir set off to explore an Alaskan glacier one day, with the unwelcome accompaniment of Stickeen, and ran into a storm. What happened on that terrifying day made Muir see domestic animals in a new light. For ages 5-8, Grades 1-4. The School Library Journal opines: “Although not the first picture-book version of this story about a harrowing 1880 expedition to Glacier Bay, this excellent rendition is the best treatment so far.” The Journal goes on to note: “The only flaw in the text is that the authors overplay the naturalist’s disdain for dogs in general. While Muir’s own Stickeen (Houghton, 1909) does confirm that he thought Sitckeen to be “small and worthless” and likely to “require care like a baby,” he also states plainly that he did generally like dogs. Apart from this minor mischaracterization, they do a fine job of conveying the wonder that inspired the man’s life work and the peril of this particular exploit. While some portions are condensed and others drawn out, they generally remain faithful to Muir’s own accounts.”

Stickeen: John Muir and the Brave Little Dog, as re-told by Donnell Rubay

This children’s picture book contains beautiful art work by Christopher Canyon. Muir’s story is re-told in simple language, while remaining true to Muir’s words.

John Muir and Stickeen: an Alaskan Adventure, by Elizabeth Koehler-Pentacoff, Illustrated by Karl Swanson.

This picture book is for younger children than Rubay’s book (K-3). The author tells the story in the present tense. Full-color illustrations by Karl Swanson highlight the hostility of the environment and the incredible courage of Muir and his canine companion.

 

 

Audio Renditions

Gerald Pelrine Presents “The Tale of Stickeen”

Gerald Pelrine’s riveting rendition is included on the John Muir Tribute CD.

Gerald Pelrine offers his critically acclaimed characterization of Muir as lecturer reliving the experience and the lessons learned: the great crevasse of the glacier as symbol of “the valley of the shadow of death.” little Stickeen perched atop its rim, the joy of deliverance, and his shattering view of eternity seen through the eyes of “the silent, philosophic Stickeen.”

“Stickeen,” performed by Lee Stetson, CD, 1990.

The icy storm story of a little dog named Stickeen is perhaps the most popular and most loved of John Muir’s many wilderness adventures. Your heart will race with excitement and anticipation as you listen to renowned actor Lee Stetson describe the thrilling adventure of this “little, black, short-legged bunchy-bodied, toy dog” on the Alaskan glacier. You’ll also hear Muir’s other thrilling – and true – animal encounters, with bears, rattlesnakes, pigeons and many more, including dogs, cats and sheep. All are extracted from Muir’s writing and woven by Stetson into a splendid performance. Always exciting, often humorous, these stories present Muir’s “gospel” of preaching the fundamental unity and kinship of all the earth’s life forms.

”Stickeen and John Muir’s Other Animal Adventures” by Storyteller Garth Gilchrist (Nevada City, CA: Dawn Publications, 2000)

Compact Disc.

From the CD cover: Storyteller Garth Gilchrist becomes John Muir, recounting the most beloved of all his adventure stories: bears, flying mountain sheep, a lightning squirrel, wise and hilarious farm animals and wondrous birds. The concluding story, Stickeen [24:22 minutes], is a tale of a life-and-death glacier crossing with an extraordinary dog, through whom Muir finds a window into the hearts of “all my fellow mortals.”

………………

John Muir’s story of Stickeen is also included in the various audio versions of his book, Travels in Alaska.

 

 

Stickeen

by John Muir

In the summer of 1880 I set out from Fort Wrangell in a canoe to continue the exploration of the icy region of southeastern Alaska, begun in the fall of 1879. After the necessary provisions, blankets, etc., had been collected and stowed away, and my Indian crew were in their places ready to start, while a crowd of their relatives and friends on the wharf were bidding them good-by and good-luck, my companion, the Rev. S. H. Young , for whom we were waiting, at last came aboard, followed by a little black dog, that immediately made himself at home by curling up in a hollow among the baggage. I like dogs, but this one seemed so small and worthless that I objected to his going, and asked the missionary why he was taking him.

“Such a little helpless creature will only be in the way,” I said; “you had better pass him up to the Indian boys on the wharf, to be taken home to play with the children. This trip is not likely to be good for toy-dogs. The poor silly thing will be in rain and snow for weeks or months, and will require care like a baby.” But his master assured me that he would be no trouble at all; that he was a perfect wonder of a dog, could endure cold and hunger like a bear, swim like a seal, and was wondrous wise and cunning, etc., making out a list of virtues to show he might be the most interesting member of the party.

Nobody could hope to unravel the lines of his ancestry. In all the wonderfully mixed and varied dog-tribe I never saw any creature very much like him, though in some of his sly, soft, gliding motions and gestures he brought the fox to mind. He was short-legged and bunch-bodied, and his hair, though smooth, was long and silky and slightly waved, so that when the wind was at his back it ruffled, making him look shaggy. At first sight his only noticeable feature was his fine tail, which was about as airy and shady as a squirrel’s , and was carried curling forward almost to his nose. On closer inspection you might notice his thin sensitive ears, and sharp eyes with cunning tan-spots above them. Mr. Young told me that when the little fellow was a pup about the size of a woodrat he was presented to his wife by an Irish prospector at Sitka, and that on his arrival at Fort Wrangell he was adopted with enthusiasm by the Stickeen Indians as a sort of new good-luck totem, was named “Stickeen” for the tribe, and became a universal favorite; petted, protected, and admired wherever he went, and regarded as a mysterious fountain of wisdom.

On our trip he soon proved himself a queer character–odd, concealed, independent, keeping invincibly quiet, and doing many little puzzling things that piqued my curiosity. As we sailed week after week through the long intricate channels and inlets among the innumerable islands and mountains of the coast, he spent most of the dull days in sluggish ease, motionless, and apparently as unobserving as if in deep sleep. But I discovered that somehow he always knew what was going on. When the Indians were about to shoot at ducks or seals, or when anything along the shore was exciting our attention, he would rest his chin on the edge of the canoe and calmly look out like a dreamy-eyed tourist. And when he heard us talking about making a landing, he immediately roused himself to see what sort of a place we were coming to, and made ready to jump overboard and swim ashore as soon as the canoe neared the bench. Then, with a vigorous shake to get rid of the brine in his hair, he ran into the woods to hunt small game. But though always the first out of the canoe, he was always the last to get into it. When we were ready to start he could never be found, and refused to come to our call. We soon found out, however, that though we could not see him at such times, he saw us, and from the cover of the briers and huckleberry bushes in the fringe of the woods was watching the canoe with wary eye. For as soon as we were fairly off he came trotting down the beach, plunged into the surf, and swam after us, knowing well that we would cease rowing and take him in. When the contrary little vagabond came alongside, he was lifted by the neck, held at arm’s length a moment to drip, and dropped aboard. We tried to cure him of this trick by compelling him to swim a long way, as if we had a mind to abandon him; but this did no good; the longer the swim the better he seemed to like it.

Though capable of great idleness, he never failed to be ready for all sorts of adventures and excursions. One pitch-dark rainy night we landed about ten o’clock at the mouth of a salmon stream when the water was phosphorescent . The salmon were running , and the myriad fins of the onrushing multitude were churning all the stream into a silvery glow, wonderfully beautiful and impressive in the ebon darkness. To get a good view of the show I set out with one of the Indians and sailed up through the midst of it to the foot of a rapid about half a mile from camp, where the swift current dashing over rocks made the luminous glow most glorious. Happening to look back down the stream, while the Indian was catching a few of the struggling fish, I saw a long spreading fan of light like the tail of a comet, which we thought must be made by some big strange animal that was pursuing us. On it came with its magnificent train, until we imagined we could see the monster’s head and eyes; but it was only Stickeen, who, finding I had left the camp, came swimming after me to see what was up.

When we camped early, the best hunter of the crew usually went to the woods for a deer, and Stickeen was sure to be at his heels, provided I had not gone out. For, strange to say, though I never carried a gun, he always followed me, forsaking the hunter and even his master to share my wonderings. The days that were too stormy for sailing I spent in the woods, or on the adjacent mountains, wherever my studies called me; and Stickeen always insisted on going with me, however wild the weather, gliding like a fox through dripping huckleberry bushes and thorny tangles of panax and rubus , scarce stirring their rain-laden leaves; wading and wallowing through snow, swimming icy streams, skipping over logs and rocks and the crevasses of glaciers with the patience and endurance of a determined mountaineer, never tiring or getting discouraged. Once he followed me over a glacier the surface of which was so crusty and rough that it cut his feet until every step was marked with blood; but he trotted on with Indian fortitude until I noticed his red track, and, taking pity on him, made him a set of moccasins out of a handkerchief. However great his troubles he never asked help or made any complaint, as if, like a philosopher, he had learned that without hard work and suffering there could be no pleasure worth having.

Yet none of us was able to make out what Stickeen was really good for. He seemed to meet danger and hardships without anything like reason, insisted on having his own way, never obeyed an order, and the hunter could never set him on anything, or make him fetch the birds he shot. His equanimity was so steady it seemed due to want of feeling; ordinary storms were pleasures to him, and as for mere rain, he flourished in it like a vegetable. No matter what advances you might make, scarce a glance or a tail-wag would you get for your pains. But though he was apparently as cold as a glacier and about as impervious to fun, I tried hard to make his acquaintance, guessing there must be something worth while hidden beneath so much courage, endurance, and love of wild-weathery adventure. No superannuated mastiff or bulldog grown old in office surpassed this fluffy midget in stoic dignity. He sometimes reminded me of a small, squat, unshakable desert cactus. For he never displayed a single trace of the merry, tricksy, elfish fun of the terriers and collies that we all know, nor of their touching affection and devotion. Like children, most small dogs beg to be loved and allowed to love; but Stickeen seemed a very Diogenes , asking only to be let alone: a true child of the wilderness, holding the even tenor of his hidden life with the silence and serenity of nature. His strength of character lay in his eyes. They looked as old as the hills, and as young, and as wild. I never tired of looking into them: it was like looking into a landscape; but they were small and rather deep-set, and had no explaining lines around them to give out particulars. I was accustomed to look into the faces of plants and animals, and I watched the little sphinx more and more keenly as an interesting study. But there is no estimating the wit and wisdom concealed and latent in our lower fellow mortals until made manifest by profound experiences; for it is through suffering that dogs as well as saints are developed and made perfect.

After exploring the Sum Dum and Tahkoo fiords and their glaciers, we sailed through Stephen’s Passage into Lynn Canal and thence through Icy Strait into Cross Sound, searching for unexplored inlets leading toward the great fountain ice-fields of the Fairweather Range. Here, while the tide was in our favor, we were accompanied by a fleet of icebergs drifting out to the ocean from Glacier Bay . Slowly we paddled around Vancouver’s Point, Wimbledon, our frail canoe tossed like a feather on the massive heaving swells coming in past Cape Spenser. For miles the sound is bounded by precipitous mural cliffs, which, lashed with wave-spray and their heads hidden in clouds, looked terribly threatening and stern. Had our canoe been crushed or upset we could have made no landing here, for the cliffs, as high as those of Yosemite , sink sheer into deep water. Eagerly we scanned the wall on the north side for the first sign of an opening fiord or harbor, all of us anxious except Stickeen, who dozed in peace or gazed dreamily at the tremendous precipices when he heard us talking about them. At length we made the joyful discovery of the mouth of the inlet now called “Taylor Bay,” and about five o’clock reached the head of it and encamped in a Spruce grove near the front of a large glacier.

While camp was being made, Joe the hunter climbed the mountain wall on the east side of the fiord in pursuit of wild goats, while Mr. Young and I went to the glacier. We found that it is separated from the waters of the inlet by a tide-washed moraine, and extends, an abrupt barrier, all the way across from wall to wall of the inlet, a distance of about three miles. But our most interesting discovery was that it had recently advanced, though again slightly receding. A portion of the terminal moraine had been plowed up and shoved forward, uprooting and overwhelming the woods on the east side. Many of the trees were down and buried, or nearly so, others were leaning away from the ice-cliffs, ready to fall, and some stood erect, with the bottom of the ice plow still beneath their roots and its lofty crystal spires towering huge above their tops. The spectacle presented by these century-old trees standing close beside a spiry wall of ice, with their branches almost touching it, was most novel and striking. And when I climbed around the front, and a little way up the west side of the glacier, I found that it had swelled and increased in height and width in accordance with its advance, and carried away the outer ranks of trees on its bank.

On our way back to camp after these first observations I planned a far-and-wide excursion for the morrow. I awoke early, called not only by the glacier, which had been on my mind all night, but by a grand flood-storm. The wind was blowing a gale from the north and the rain was flying with the clouds in a wide passionate horizontal flood, as if it were all passing over the country instead of falling on it. The main perennial streams were booming high above their banks, and hundreds of new ones, roaring like the sea, almost covered the lofty gray walls of the inlet with white cascades and falls. I had intended making a cup of coffee and getting something like a breakfast before starting, but when I heard the storm and looked out I made haste to join it; for many of Nature’s finest lessons are to be found in her storms , and if careful to keep in right relations with them, we may go safely abroad with them, rejoicing in the grandeur and beauty of their works and ways, and chanting with the old Norsemen, “The blast of the tempest aids our oars, the hurricane is our servant and drives us whither we wish to go.” So, omitting breakfast, I put a piece of bread in my pocket and hurried away.

Mr. Young and the Indian were asleep, and so, I hoped, was Stickeen; but I had not gone a dozen rods before he left his bed in the tent and came boring through the blast after me. That a man should welcome storms for their exhilarating music and motion, and go forth to see God making landscapes, is reasonable enough; but what fascination could there be in such tremendous weather for a dog? Surely nothing akin to human enthusiasm for scenery or geology. Anyhow, on he came, breakfastless, through the choking blast. I stopped and did my best to turn him back. “Now don’t,” I said, shouting to make myself heard in the storm. “now don’t, Stickeen. What has got into your queer noddle now? You must be daft. This wild day has nothing for you. There is no game abroad, nothing but weather. Go back to camp and keep warm, get a good breakfast with your master, and be sensible for once. I can’t carry you all day or feed you, and this storm will kill you.”

But Nature, it seems, was at the bottom of the affair, and she gains her ends with dogs as well as with men, making us do as she likes, shoving and pulling us along her ways, however rough, all but killing us at times in getting her lessons driven hard home. After I had stopped again and again, shouting good warning advice, I saw that he was not to be shaken off; as well might the earth try to shake off the moon. I had once led his master into trouble, when he fell on one of the topmost jags of a mountain and dislocated his arm ; now the turn of his humble companion was coming. The pitiful wanderer just stood there in the wind, drenched and blinking, saying doggedly , “Where thou goest I will go.” So at last I told him to come on if he must, and gave him a piece of the bread I had in my pocket; then we struggled on together, and thus began the most memorable of all my wild days.

The level flood, driving hard in our faces, thrashed and washed us wildly until we got into the shelter of a grove on the east side of the glacier near the front, where we stopped awhile for breath and to listen and look out. The exploration of the glacier was my main object, but the wind was too high to allow excursions over its open surface, where one might be dangerously shoved while balancing for a jump on the brink of a crevasse. In the mean time the storm was a fine study. There the end of the glacier, descending an abrupt swell of resisting rock about five hundred feet high, leans forward and falls in ice-cascades. And as the storm came down the glacier from the north, Stickeen and I were beneath the main current of the blast, while favorably located to see and hear it. What a psalm the storm was singing, and how fresh the smell of the washed earth and leaves, and how sweet the still small voices of the storm! Detached wafts and swirls were coming through the woods, with music from the leaves and branches and furrowed boles, and even from the splintered rocks and ice-crags overhead, many of the tones soft and low and flute-like, as if each leaf and tree, crag and spire were a tuned reed. A broad torrent, draining the side of the glacier, now swollen by scores of new streams from the mountains, was rolling boulders along its rocky channel, with thudding, bumping, muffled sounds, rushing toward the bay with tremendous energy, as if in haste to get out of the mountains; the winters above and beneath calling to each other, and all to the ocean, their home.

Looking southward from our shelter, we had this great torrent and the forested mountain wall above it on our left, the spiry ice-crags on our right, and smooth gray gloom ahead. I tried to draw the marvelous scene in my note-book, but the rain blurred the page in spite of all my pains to shelter it, and the sketch was almost worthless. When the wind began to abate, I traced the east side of the glacier. All the trees standing on the edge of the woods were barked and bruised, showing high-ice mark in a very telling way, while tens of thousands of those that had stood for centuries on the bank of the glacier farther out lay crushed and being crushed. In many places I could see down fifty feet or so beneath the margin of the glacier-mill, where trunks from one to two feet in diameter here being ground to pulp against outstanding rock-ribs and bosses of the bank.

About three miles above the front of the glacier I climbed to the surface of it by means of axe-steps made easy for Stickeen. As far as the eye could reach, the level, or nearly level, glacier stretched away indefinitely beneath the gray sky, a seemingly boundless prairie of ice. The rain continued, and grew colder, which I did not mind, but a dim snowy look in the drooping clouds made me hesitate about venturing far from land. No trace of the west shore was visible, and in case the clouds would settle and give snow, or the wind again become violent. I feared getting caught in a tangle of crevasses. Snow-crystals, the flowers of the mountain clouds, are frail, beautiful things, but terrible then flying on storm-winds in darkening, benumbing swarms or when welded together into glaciers full of deadly crevasses. Watching the weather, I sauntered about on the crystal sea. For a mile or so out I found the ice remarkably safe. The marginal crevasses mere mostly narrow, while the few wider ones were easily avoided by passing around them, and the clouds began to open here and there.

Thus encouraged, I at last pushed out for the other side; for Nature can make us do anything she likes. At first we made rapid progress, and the sky was not very threatening, while I took bearings occasionally with a pocket compass to enable me to find my way back more surely in case the storm should become blinding; but the structure lines of the glacier were my main guide. Toward the west side we came to a closely crevassed section in which we had to make long, narrow tacks and doublings, tracing the edges of tremendous traverse and longitudinal crevasses, many of which were from twenty to thirty feet wide, and perhaps a thousand feet deep–beautiful and awful. In working a way through them I was severely cautious, but Stickeen came on as unhesitating as the flying clouds. The widest crevasse that I could jump he would leap without so much as halting to take a look at it. The weather was now making quick changes, scattering bits of dazzling brightness through the wintry gloom at rare intervals, when the sun broke forth wholly free, the glacier was seen from shore to shore with a bright array of encompassing mountains partly revealed, wearing the clouds as garments, while the prairie bloomed and sparkled with irised light from myriads of washed crystals. Then suddenly all the glorious show would be darkened and blotted out.

Stickeen seemed to care for none of these things, bright or dark, nor for the crevasses, wells, moulins, or swift flashing streams into which he might fall. The little adventurer was only about two years old, yet nothing seemed novel to him. Nothing daunted him. He showed neither caution nor curiosity, wonder nor fear, but bravely trotted on as if glaciers were playgrounds. His stout, muffled body seemed all one skipping muscle, and it was truly wonderful to see how swiftly and to all appearance heedlessly he flashed across nerve-trying chasms six or eight feet wide. His courage was so unwavering that it seemed to be due to dullness of perception, as if he were only blindly bold; and I kept warning him to be careful. For we had been close companions on so many wilderness trips that I had formed the habit of talking to him as if he were a boy and understood every word.

We gained the west shore in about three hours; the width of the glacier here being about seven miles. Then I pushed northward in order to see as far back as possible into the fountains of the Fairweather Mountains, in case the clouds should rise. The walking was easy along the margin of the forest, which, of course, like that on the other side, had been invaded and crushed by the swollen, overflowing glacier. In an hour or so, after passing a massive headland, we came suddenly on a branch of the glacier, which, in the form of a magnificent ice-cascade two miles wide, was pouring over the rim of the main basin in a westerly direction, its surface broken into wave-shaped blades and shattered blocks, suggesting the wildest updashing, heaving, plunging motion of a great river cataract. Tracing it down three or four miles, I found that it discharged into a lake, filling it with icebergs .

I would gladly have followed the lake outlet to tide-water, but the day was already far spent, and the threatening sky called for haste on the return trip to get off the ice before dark. I decided therefore to go no farther and, after taking a general view of the wonderful region, turned back, hoping to see it again under more favorable auspices. We made good speed up the cañon of the great ice-torrent, and out on the main glacier until we had left the west shore about two miles behind us. Here we got into a difficult network of crevasses, the gathering clouds began to drop misty fringes, and soon the dreaded snow came flying thick and fast. I now began to feel anxious about finding a way in the blurring storm. Stickeen showed no trace of fear. He was still the same silent, able little hero. I noticed, however, that after the storm-darkness came on he kept close up behind me. The snow urged us to make still greater haste, but at the same time hid our way. I pushed on as best I could, jumping innumerable crevasses, and for every hundred rods or so of direct advance traveling a mile in doubling up and down in the turmoil of chasms and dislocated ice-blocks. After an hour or two of this work we came to a series of longitudinal crevasses of appalling width, and almost straight and regular in trend, like immense furrows. These I traced with firm nerve, excited and strengthened by the danger, making wide jumps, poising cautiously on their dizzy edges after cutting hollows for my feet before making the spring, to avoid possible slipping or any uncertainty on the farther sides, where only one trial is granted–exercise at once frightful and inspiring. Stickeen followed seemingly without effort.

Many a mile we thus traveled, mostly up and down, making but little real headway in crossing, running instead of walking most of the time as the danger of being compelled to spend the night on the glacier became threatening. Stickeen seemed able for anything. Doubtless we could have weathered the storm for one night, dancing on a flat spot to keep from freezing, and I faced the threat without feeling anything like despair; but we were hungry and wet, and the wind from the mountains was still thick with snow and bitterly cold, so of course that night would have seemed a very long one. I could not see far enough through the blurring snow to judge in which general direction the least dangerous route lay, while the few dim, momentary glimpses I caught of mountains through rifts in the flying clouds were far from encouraging either as weather signs or as guides. I had simply to grope my way from crevasse to crevasse, holding a general direction by the ice-structure, which was not to be seen everywhere, and partly by the wind. Again and again I was put to my mettle, but Stickeen followed easily, his nerve apparently growing more unflinching as the danger increased. So it always is with mountaineers when hard beset. Running hard and jumping, holding every minute of the remaining daylight, poor as it was, precious, we doggedly persevered and tried to hope that every difficult crevasse we overcame would prove to be the last of its kind. But on the contrary, as we advanced they became more deadly trying.

At length our way was barred by a very wide and straight crevasse, which I traced rapidly northward a mile or so without finding a crossing or hope of one; then down the glacier about as far, to where it united with another uncrossable crevasse. In all this distance of perhaps two miles there was only one place where I could possibly jump it, but the width of this jump was the utmost I dared attempt, while the danger of slipping on the farther side was so great that I was loath to try it. Furthermore, the side I was on was about a foot higher than the other, and even with this advantage the crevasse seemed dangerously wide. One is liable to underestimate the width of crevasses where the magnitudes in general are great. I therefore stared at this one mighty keenly, estimating its width and the shape of the edge on the farther side, until I thought that I could jump it if necessary, but that in case I should be compelled to jump back from the lower side I might fail. Now, a cautious mountaineer seldom takes a step on unknown ground which seems at all dangerous that he cannot retrace in case he should be stopped by unseen obstacles ahead. This is the rule of mountaineers who live long, and, though in haste, I compelled myself to sit down and calmly deliberate before I broke it.

Retracing my devious path in imagination as if it were drawn on a chart, I saw that I was recrossing the glacier a mile or two farther up stream than the course pursued in the morning, and that I was now entangled in a section I had not before seen. Should I risk this dangerous jump, or try to regain the woods on the west shore, make a fire, and have only hunger to endure while waiting for a new day! I had already crossed so broad a stretch of dangerous ice that I saw it would be difficult to get back to the woods through the storm, before dark, and the attempt would most likely result in a dismal night-dance on the glacier; while just beyond the present barrier the surface seemed more promising, and the east shore was now perhaps about as near as the west. I was therefore eager to go on. But this wide jump was a dreadful obstacle.

At length, because of the dangers already behind me, I determined to venture against those that might he ahead, jumped and landed well, but with so little to spare that I more than ever dreaded being compelled to take that jump back from the lower side. Stickeen followed, making nothing of it, and we ran eagerly forward, hoping we were leaving all our troubles behind. But within the distance of a few hundred yards we were stopped by the widest crevasse yet encountered. Of course I made haste to explore it, hoping all might yet be remedied by finding a bridge or a way around either end. About three fourths of a mile up stream I found that it united with the one we had just crossed, as I feared it would. Then, tracing it down, I found it joined the same crevasse at the lower end also, maintaining throughout its whole course a width of forty to fifty feet. Thus to my dismay I discovered that we were on a narrow island about two miles long, with two barely possible ways to escape: one back by the way we came, the other ahead by an almost inaccessible sliver-bridge that crossed the great crevasse from near the middle of it!

After this nerve-trying discovery I ran back to the sliver-bridge and cautiously examined it. Crevasses, caused by strains from variations in the rate of motion of different parts of the glacier and convexities in the channel, are mere cracks when they first open, so narrow as hardly to admit the blade of a pocket-knife, and gradually widen according to the extent of the strain and the depth of the glacier. Now some of these cracks are interrupted, like the cracks in wood, and in the opening the strip of ice between overlapping ends is dragged out, and may maintain a continuous connection between the side, just as the two sides of a slivered crack in wood that is being split are connected. Some crevasses remain open for months or even years, and by the melting of their sides continue to increase in width long after the opening strain has ceased; while the sliver-bridges, level on top at first and perfectly safe, are at length melted to thin, vertical, knife-edged blades, the upper portion being most exposed to the weather; and since the exposure is greatest in the middle. they at length curve downward like the cables of suspension bridges. This one was evidently very old, for it had been weathered and wasted until it was the most dangerous and inaccessible that ever lay in my way. The width of the crevasse was here about fifty feet, and the sliver crossing diagonally was about seventy feet long; its thin knife-edge near the middle was depressed twenty-five or thirty feet below the level of the glacier, and the up-curving ends were attached to the sides eight or ten feet below the brink. Getting down the nearly vertical wall to the end of the sliver and up the other side were the main difficulties, and they seemed all but insurmountable. Of the many perils encountered in my years of wandering on mountains and glaciers none seemed so plain and stern and merciless as this. And it was presented when we were wet to the skin and hungry, the sky dark with quick driving snow, and the night near. But we were forced to face it. It was a tremendous necessity.

Beginning, not immediately above the sunken end of the bridge, but a little to one side, I cut a deep hollow on the brink for my knees to rest in. Then, leaning over, with my short-handled axe I cut a step sixteen or eighteen inches below, which on account of the sheerness of the wall was necessarily shallow. That step, however, was well made; its floor sloped slightly inward and formed a good hold for my heels. Then, slipping cautiously upon it, and crouching as low as possible, with my left side toward the wall, I steadied myself against the wind with my left hand in a slight notch, while with the right I cut other similar steps and notches in succession, guarding against losing balance by glinting of the axe, or by wind-gusts, for life and death were in every stroke and in the niceness of finish of every foothold.

After the end of the bridge was reached I chipped it down until I had made a level platform six or eight inches wide, and it was a trying thing to poise on this little slippery platform while bending over to get safely astride of the sliver. Crossing was then comparatively easy by chipping off the sharp edge with short, careful strokes, and hitching forward an inch or two at a time, keeping my balance with my knees pressed against the sides. The tremendous abyss on either hand I studiously ignored. To me the edge of that blue sliver was then all the world. But the most trying part of the adventure, after working my way across inch by inch and chipping another small platform, was to rise from the safe position astride and to cut a step-ladder in the nearly vertical face of the wall,–chipping, climbing, holding on with feet and fingers in mere notches. At such times one’s whole body is eye. and common skill and fortitude are replaced by power beyond our call or knowledge . Never before had I been so long under deadly strain. How I got up that cliff I never could tell. The thing seemed to have been done by somebody else. I never have held death in contempt, though in the course of my explorations I have oftentimes felt that to meet one’s fate on a noble mountain, or in the heart of a glacier, would be blessed as compared with death from disease, or from some shabby lowland accident. But the best death, quick and crystal-pure, set so glaringly open before us, is hard enough to face, even though we feel gratefully sure that we have already had happiness enough for a dozen lives.

But poor Stickeen, the wee, hairy, sleekit beastie , think of him! When I had decided to dare the bridge, and while I was on my knees chipping a hollow on the rounded brow above it, he came behind me, pushed his head past my shoulder, looked down and across, scanned the sliver and its approaches with his mysterious eyes, then looked me in the face with a startled air of surprise and concern, and began to mutter and whine; saying as plainly as if speaking with words, “Surely, you are not going into that awful place.” This was the first time I had seen him gaze deliberately into a crevasse, or into my face with an eager, speaking, troubled look. That he should have recognized and appreciated the danger at the first glance showed wonderful sagacity. Never before had the daring midget seemed to know that ice was slippery or that there was any such thing as danger anywhere. His looks and tones of voice when he began to complain and speak his fears were so human that I unconsciously talked to him in sympathy as I would to a frightened boy, and in trying to calm his fears perhaps in some measure moderated my own. “Hush your fears, my boy,” I said, “ we will get across safe , though it is not going to be easy. No right way is easy in this rough world. We must risk our lives to save them. At the worst we can only slip, and then how grand a grave we will have, and by and by our nice bones will do good in the terminal moraine.”

But my sermon was far from reassuring him: he began to cry, and after taking another piercing look at the tremendous gulf, ran away in desperate excitement, seeking some other crossing. By the time he got back, baffled of course, I had made a step or two. I dared not look back, but he made himself heard; and when he saw that I was certainly bent on crossing he cried aloud in despair. The danger was enough to haunt anybody, but it seems wonderful that he should have been able to weight and appreciate it so justly. No mountaineer could have seen it more quickly or judged it more wisely, discriminating between real and apparent peril.

When I gained the other side, he screamed louder than ever, and after running back and forth in vain search for a way of escape, he would return to the brink of the crevasse above the bridge, moaning and wailing as if in the bitterness of death. Could this be the silent, philosophic Stickeen? I shouted encouragement, telling him the bridge was not so bad as it looked, that I had left it flat and safe for his feet, and he could walk it easily. But he was afraid to try. Strange so small an animal should be capable of such big, wise fears. I called again and again in a reassuring tone to come on and fear nothing; that he could come if he would only try. He would hush for a moment, look down again at the bridge, and shout his unshakable conviction that he could never, never come that way; then lie back in despair, as if howling, “O-o-oh! what a place! No-o-o, I can never go-o-o down there!” His natural composure and courage had vanished utterly in a tumultuous storm of fear. Had the danger been less, his distress would have seemed ridiculous. But in this dismal, merciless abyss lay the shadow of death, and his heart-rending cries might well have called Heaven to his help. Perhaps they did. So hidden before, he was now transparent, and one could see the workings of his heart and mind like the movements of a clock out of its case. His voice and gestures, hopes and fears, were so perfectly human that none could mistake them; while he seemed to understand every word of mine. I was troubled at the thought of having to leave him out all night, and of the danger of not finding him in the morning. It seemed impossible to get him to venture. To compel him to try through fear of being abandoned, I started off as if leaving him to his fate, and disappeared back of a hummock; but this did no good; he only lay down and moaned ill utter hopeless misery. So, after hiding a few minutes, I went back to the brink of the crevasse and in a severe tone of voice shouted across to him that now I must certainly leave him, I could wait no longer, and that, if he would not come, all I could promise was that I would return to seek him next day. I warned him that if he went back to the woods the wolves would kill him, and finished by urging him once more by words and gestures to come on, come on.

He knew very well what I meant, and at last, with the courage of despair, hushed and breathless, he crouched down on the brink in the hollow I had made for my knees, pressed his body against the ice as if trying to get the advantage of the friction of every hair, gazed into the first step, put his little feet together and slid them slowly, slowly over the edge and down into it, bunching all four in it and almost standing on his head. Then, without lifting his feet, as well as I could see through the snow, he slowly worked them over the edge of the step and down into the next and the next in succession in the same way, and gained the end of the bridge. Then, lifting his feet with the regularity and slowness of the vibrations of a seconds pendulum, as if counting and measuring one-two-three , holding himself steady against the gusty wind, and giving separate attention to each little step, he gained the foot of the cliff, while I was on my knees leaning over to give him a lift should he succeed in getting within reach of my arm. Here he halted in dead silence, and it was here I feared he might fail, for dogs are poor climbers. I had no cord. If I had had one, I would have dropped a noose over his head and hauled him up. But while I was thinking whether an available cord might be made out of clothing, he was looking keenly into the series of notched steps and finger-holds I had made, as if counting them, and fixing the position of each one of them in his mind. Then suddenly up he came in a springy rush, hooking his paws into the steps and notches so quickly that I could not see how it was done, and whizzed past my head, safe at last!

And now came a scene! “Well done, well done, little boy! Brave boy!” I cried, trying to catch and caress him; but he would not be caught. Never before or since have I seen anything like so passionate a revulsion from the depths of despair to exultant, triumphant, uncontrollable joy. He flashed and darted hither and thither as if fairly demented, screaming and shouting, swirling round and round in giddy loops and circles like a leaf in a whirlwind, lying down, and rolling over and over, sidewise and heels over head, and pouring forth a tumultuous flood of hysterical cries and sobs and gasping mutterings. When I ran up to him to shake him, fearing he might die of joy, he flashed off two or three hundred yards, his feet in a mist of motion; then, turning suddenly, came back in a wild rush and launched himself at my face, almost knocking me down. all the while screeching and screaming and shouting as if saying, “Saved! saved! saved!” Then away again, dropping suddenly at times with his feet in the air, trembling and fairly sobbing. Such passionate emotion was enough to kill him. Moses’ stately song of triumph after escaping the Egyptians and the Red Sea was nothing to it. Who could have guessed the capacity of the dull, enduring little fellow for all that most stirs this mortal frame? Nobody could have helped crying with him!

But there is nothing like work for toning down excessive fear or joy. So I ran ahead, calling him in as gruff a voice as I could command to come on and stop his nonsense, for we had far to go and it would soon he dark. Neither of us feared another trial like this. Heaven would surely count one enough for a lifetime. The ice ahead was gashed by thousands of crevasses, but they were common ones. The joy of deliverance burned in us like fire, and we ran without fatigue, every muscle with immense rebound glorying in its strength. Stickeen flew across everything in his way, and not till dark did he settle into his normal fox-like trot. At last the cloudy mountains came in sight, and we soon felt the solid rock beneath our feet, and were safe. Then came weakness. Danger had vanished, and so had our strength. We tottered down the lateral moraine in the dark, over boulders and tree trunks, through the bushes and devil-club thickets of the grove where we had sheltered ourselves in the morning, and across the level mudslope of the terminal moraine. We reached camp about ten o’clock, and found a big fire and a big supper. A party of Hoona Indians had visited Mr. Young, bringing a gift of porpoise meat and wild strawberries, and Hunter Joe had brought in a wild goat. But we lay down, too tired to eat much, and soon fell into a troubled sleep. The man who said, “The harder the toil, the sweeter the rest,” never was profoundly tired. Stickeen kept springing up and muttering in his sleep, no doubt dreaming that he was still on the brink of the crevasse; and so did I, that night and many others long afterward, when I was over-tired.

Thereafter Stickeen was a changed dog. During the rest of the trip, instead of holding aloof, he always lay by my side, tried to keep me constantly in sight, and would hardly accept a morsel of food, however tempting, from any hand but mine. At night, when all was quiet about the camp-fire, he would come to me and rest his head on my knee with a look of devotion as if I were his god. And often as he caught my eye he seemed to be trying to say, “Wasn’t that an awful time we had together on the glacier?”

Nothing in after years has dimmed that Alaska storm-day. As I write it all comes rushing and roaring to mind as if I were again in the heart of it. Again I see the gray flying clouds with their rain-floods and snow, the ice-cliffs towering above the shrinking forest, the majestic ice-cascade, the vast glacier outspread before its white mountain-fountains, and in the heart of it the tremendous crevasse,–emblem of the valley of the shadow of death,–low clouds trailing over it, the snow falling into it; and on its brink I see little Stickeen, and I hear his cries for help and his shouts of joy. I have known many dogs, and many a story I could tell of their wisdom and devotion; but to none do I owe so much as to Stickeen. At first the least promising and least known of my dog-friends, he suddenly became the best known of them all. Our storm-battle for life brought him to light, and through him as through a window I have ever since been looking with deeper sympathy into all my fellow mortals.

None of Stickeen’s friends knows what finally became of him. After my work for the season was done I departed for California, and I never saw the dear little fellow again. In reply to anxious inquiries his master wrote me that in the summer of 1883 he was stolen by a tourist at Fort Wrangell and taken away on a steamer. His fate is wrapped in mystery. Doubtless he has left this world–crossed the last crevasse–and gone to another. But he will not be forgotten. To me Stickeen is immortal.

 

 

Notes by Francis H. Allen

Fort Wrangel.

Now generally spelled Wrangell. Any good map of Alaska will show its location.

Rev. S. H.Young.

Samuel Hall Young, now superintendent of Alaska Presbyterian missions with office in New York City, but at that time a missionary in the field with headquarters at Fort Wrangel. Mr. Muir’s Travels in Alaska contains an interesting account of a mountain-climbing adventure in which Mr. Young nearly lost his life. Dr. Young (he received the degree of D.D. in 1899) has written entertainingly of this and other experiences with John Muir ( Outlook , May 26, June 23, and July 28, 1915). In the last of his three articles he tells about Stickeen, the subject of this story.

Tail . . . shady as a squirrel’s.

The Green word for squirrel, skiouros , from which our English word is derived, is formed from two words meaning “shadow” and “tail.” It is quite likely that Mr. Muir had this in mind.

The water was phosphorescent.

Some of the small and microscopic animal life of the sea becomes luminous at night when disturbed by the breaking of the waves, the churning of a boat’s propeller, the splashing of oars, the strokes of a swimmer, or any similar cause, as, in this case, the movements of the salmon. The surrounding water at such times glows and sparkles beautifully.

The salmon were running.

Salmon, though for most of the year living in the sea, spawn only in fresh running water, and every spring and summer they swarm up the streams to the breeding-grounds. This is the time when they are caught for sport and for the market,–in the East by rod and line, in Alaska, where they are found in vast numbers, with nets and spears. This migration up the streams is called “running.”

Panax.

Panax horridus , or Fatsia horrida , a dangerously prickly araliaceous shrub commonly called devil’s-club. It is abundant in Alaska.

Rubus.

The genus of plants to which the blackberry, raspberry, cloudberry, and salmonberry belong.

Wild-weathery.

One looks in the dictionaries in vain for this word, but the meaning is obvious. Mr. Muir was rather fond of coining playful words of this kind, such as are so common in his native Scotch.

Diogenes.

A celebrated Greek Cynic philosopher who despised riches and is said to have lived in a tub. Plutarch relates that when Alexander the Great asked Diogenes whether he could do anything for him he replied, “Yes, I would have you stand from between me and the sun.”

Sphinx.

“A spinxlike person; one of enigmatical or inscrutable character and purposes” (Webster’s New International Dictionary ). The Sphinx of Greek mythology propounded a riddle to all comers and, upon the failure of each one to guess it, speedily devoured him.

Tahkoo.

An Indian name, also spelled Taku.

Fountain ice-fields.

The ice-fields that formed the sources of the glaciers.

Glacier Bay.

The famous Muir Glacier , discovered by Mr. Muir in 1879, is at the head of this bay.

Yosemite.

The Yosemite Valley of California , where Mr. Muir made his home for years.

Storms.

John Muir was never afraid of bad weather. One of his most interesting papers is the account in The Mountains of California of how he climbed a tree in the forest during a wind-storm and remained there rocked wildly in the treetop while he studied the habits of the trees under such conditions.

Dislocated his arm.

See the account in Travels in Alaska .

Doggedly.

Note the play on the word.

“Where thou goest I will go.”

Doubtless suggested by Ruth’s reply to her mother-in-law, Naomi, “Whither thou goest, I will go” (Ruth 1:16).

Narrow tacks.

The word “tacks” is used in the nautical sense, as when a sailing vessel “tacks” to windward, taking a zigzag course because it is impossible to sail directly against the wind. By “narrow tacks” the author evidently means tacks in which little real progress was made, the crevasses coming very close together.

Fountains.

In the sense of sources; in this case the sources of glaciers.

Icebergs.

Icebergs are, of course, the natural discharge of a glacier into a lake or the sea.

Power beyond our call or knowledge.

This has been the experience of many who have extricated themselves from imminent dangers by their own unaided efforts. The emergency calls forth hitherto unsuspected supplies of reserve energy.

Wee, hairy, sleekit beastie.

This reminds one of Burns’s poem “To a Mouse,” which begins “Wee, sleekit, cow’rin’, tim’rous beastie.” “Sleekit” is doubtless used in its original sense of sleek, smooth. It is the past participle of the verb “to sleek.” Muir was fond of dropping occasionally into his native Scotch, especially when an affectionate diminutive was called for.

We will get across safe.

Here and at the top of the next page Mr. Muir follows the Scotch custom of using the word “will” where the best English usage demands “shall.”

Devil-club.

See note on Panax.

 

 

Stikine: La storia di un cane

di John Muir (1909)

Introduzione

da Dan E. Anderson e Harold Wood

Nel 1880, John Muir fece il suo secondo viaggio in Alaska. In questo viaggio ha esplorato Glacier Brady, che sfocia nel Taylor Bay in che cosa ora è il Glacier Bay National Park, con il cane di un amico, Stikine. Muir è stato un grande narratore e ha raccontato questa storia molte volte prima di scriverlo nel 1909 come un racconto sotto la spinta di molti dei suoi amici. Stikine è stato classificato come un racconto classico cane da molti che hanno letto. Avventura di John Muir con un cane e un ghiacciaio.

Introduzione

Storia vera di John Muir di quello che è successo su un ghiacciaio d’Alasca con un cane denominato Stikine, nel 1880, è uno dei più noti scritti di Muir e ora è considerato una classico cane storia. Anche se può essere letto come una storia di avventura dritto, è molto di più. Storia di Muir è più convincente perché è rivelato a Muir che uomo e cane non erano così a differenza di ogni altro. Stikine era inizialmente un piccolo cane scortese, ma dopo essere sopravvissuto a un pericoloso viaggio attraverso un ghiacciaio attraversando un ponte di ghiaccio, distacco di Stikine è sostituito da emotion estatico, rivelando a Muir il fatto che i nostri “fratelli orizzontali” non sono che molto a differenza di noi.

Muir ha scritto, “ho conosciuto molti cani e molti una storia che potrei dire della loro saggezza e devozione; ma a nessuno devo tanto da Stikine. In un primo momento il meno promettente e meno conosciuto dei miei amici-cane, improvvisamente divenne il più noto di tutti loro. La nostra tempesta-battaglia per la vita lo ha portato alla luce, e attraverso di lui come attraverso una finestra ho allora cercato con la più profonda simpatia in tutti i miei compagni mortali.”

Muir ha trascorso anni che racconta la storia e quasi trenta anni prima che fosse in grado di metterlo per iscritto. Anche se la storia in sé è un semplice, Muir sentivo che era la cosa più difficile, che ha mai provato a scrivere. Muir visto Stikine come “l’araldo di un nuovo Vangelo” aggiunta “in tutte le mie passeggiate selvaggi, raramente ho avuto un messaggio più preciso o utile per portare indietro.” Muir voluto presentare quel messaggio nel miglior modo possibile.

Quando in primo luogo pubblicato nel secolo rivista nel 1897 (V. 54, n. 5, settembre 1897, sotto il titolo “An Adventure con un cane e un ghiacciaio), è stato pesantemente modificato, con intere sezioni di quale suo editor chiamato”digressioni”eliminati. Per il manoscritto originale, faticosamente ricostruito dai giornali Muir, vedere il libro di Ronald Limbaugh, John Muir di “Stikine” e le lezioni della natura . Muir è stato in grado di ripristinare alcuni dei suoi pensieri, quando pubblicò il racconto in forma di libro nel 1909. Esso è stato rivisto e ri-ha detto ancora una volta nel suo 1915 viaggia in Alaskaed è stato ri-stampato più volte da allora in tutti i tipi di formati, negli anni 70, 80 e 90.

La storia di Muir ha ispirato diversi libri con illustrazioni eccezionali. L’edizione in brossura 1990, edito da Apogeo Books, contiene eccezionali illustrazioni in bianco e nero di Carl Dennis Buell. Donnell Rubay ri-raccontare del 1998 (Dawn Publications) è accompagnato da illustrazioni a colori eccezionale da Christopher Canyon. Libro dell’immagine di un altro childlren della storia è stato illustrato da Karl Swanson e scritto da Elizabeth Koehler-Pentacoff (Millbrook Press). Assicuratevi di leggere su questi queste edizioni qui sotto.

Vedi sotto per effettivo Stikine scritture di Muir, oltre a collegamenti ad una varietà di pagine di libri, audio e musica che dice di più su Muir e il suo amico canino notevole, Stikine.

Scritture di Muir

Libri su Stikine

John Muir di “Stikine” e le lezioni della natura, di Ronald H. Limbaugh (Fairbanks, AK: Università dell’Alaska Press, 1996) illustrazioni in bianco e nero; Indice. Appendice: “Notes on ‘Stikine’ nella libreria di John Muir.” 185 pp

Questo esame da studioso di storia del famoso cane di Muir “Stikine” aiuta notevolmente a illuminare la crescita di Muir come scrittore. Ron Limbaugh usi “Stikine” per mostrare come creatività letteraria di Muir è cresciuta nel tempo, e come è stato influenzato da major turn-of-the-secolo idee ed eventi come i dibattiti darwiniana e l’emergente movimento dei diritti degli animali. Inoltre, Limbaugh osserva che “Stikine” è il prodotto solo letterario dalla penna di Muir che possa essere collegato direttamente e ampiamente a idee formulate dai libri della sua biblioteca personale. Di conseguenza, “studiando la sua origine e l’evoluzione è essenziale per comprendere lo sviluppo di Muir come scrittore e come fautore per l’uguaglianza morale di tutte le specie.”

John Muir e Stikine: un’avventura ghiacciata con un cane buono a nulladi Julie Dunlap & Marybeth Lorbiecki; Illustrato da Bill Farnsworth. (2004)

Splendidamente illustrato libro per bambini basato sul libro di Muir Stikine, che racconta l’emozionante avventura di come Muir partì per esplorare un ghiacciaio d’Alasca un giorno, con l’accompagnamento sgradito di Stikine e incappò in una tempesta. Quello che è successo quel giorno terrificante Muir ha fatto vedere animali domestici sotto una nuova luce. Per tutte le età 5-8, classi 1-4. Opina School Library Journal: “Anche se non la prima versione di foto-libro di questa storia di una spedizione di 1880 straziante a Glacier Bay, questa resa eccellente è il trattamento migliore finora.” Il giornale fa poi per notare: “l’unica pecca nel testo è che gli autori overplay disprezzo del naturalista per i cani in generale. Mentre Stikine di Muir (Houghton, 1909) confermare che ha pensato di Sitckeen per essere “piccoli e privi di valore” e probabile che “richiedono cura come un bambino,” afferma chiaramente che egli generalmente come cani. A parte questa caratterizzazione minore, fanno un ottimo lavoro di veicolare la meraviglia che ha ispirato il lavoro di vita dell’uomo e il pericolo di questo exploit particolare. Mentre alcune parti sono condensati e altri tirato fuori, rimangono generalmente fedele ai conti di Muir”.

Stikine: John Muir e il coraggioso piccolo canecome ri-raccontata da Donnell Rubay

Questa foto libro per bambini contiene bellissime opere d’arte di Christopher Canyon. Storia di Muir è ri-raccontata in un linguaggio semplice, pur rimanendo fedele alle parole di Muir.

John Muir e Stikine: un’avventura in Alaska, da Elizabeth Koehler-Pentacoff, illustrato da Karl Swanson.

Questo libro è per i bambini più piccoli che il libro di Rubay (K-3). L’autore racconta la storia al presente. Illustrazioni a colori di Karl Swanson evidenziano l’ostilità dell’ambiente ed il coraggio incredibile di Muir e suo compagno canino.

Gerald Pelrine presenta “Il racconto di Stikine”

Resa di rivettatura di Gerald Pelrine è incluso nel CD di tributo di John Muir.

Gerald Pelrine offre la sua caratterizzazione acclamato dalla critica di Muir come conferenziere, rivivendo l’esperienza e le lezioni apprese: il grande crepaccio del ghiacciaio come simbolo della “Valle dell’ombra della morte.” little Stikine arroccato in cima il suo cerchio, la gioia di liberazione e la sua sconvolgente visione dell’eternità visto attraverso gli occhi di “il silenzio, filosofico Stikine.”

“Stikine,” eseguita da Lee Stetson, CD, 1990.

La storia di tempesta di ghiaccio di un piccolo cane di nome Stikine è forse il più popolare e più amato di molte avventure deserto di John Muir. Il tuo cuore correrà con l’eccitamento e anticipazione come si ascolta rinomato attore Lee Stetson descrivere l’emozionante avventura di questo “piccolo, nero, corto-zampe cane giocattolo bunchy-bodied,” sul ghiacciaio d’Alasca. Sentirete anche incontri con gli altri animali emozionante – e vero – di Muir, con orsi, serpenti a sonagli, piccioni e molte altre, tra cui cani, gatti e pecore. Tutti sono estratte dalla scrittura di Muir e tessuti by Stetson in una splendida performance. Sempre emozionante, spesso umoristico, queste storie presentano “Vangelo” di Muir di predicare l’unità fondamentale e la parentela di forme di vita di tutta la terra.

John Muir, Stikine (Haven Libri Audio)

Il classico racconto dell’uomo… e il migliore amico dell’uomo, dal grande naturalista. Dal cuore dell’Alaska viene fornito un racconto straziante in una sola volta ed edificante. Viaggio con il grande avventuriero John Muir come egli prende il suo viaggio più memorabile. Eseguita Alaska NPR voce attore protagonista Lee Salisbury e con effetti sonori e musica originale, questa è una delle storie più popolari in Alaska, uno dei più toccante di storie di animali e una veramente grande avventura per tutta la famiglia.

“Stikine e di John Muir altre avventure con animali” da Storyteller Garth Gilchrist (Nevada City, CA: pubblicazioni di Dawn, 2000)

Compact Disc.

Dal CD copertina: Storyteller Garth Gilchrist diventa John Muir, raccontando la più amata di tutte le sue storie di avventura: orsi, flying pecore di montagna, uno scoiattolo di fulmini, saggio e divertente animali e uccelli meravigliosi. La storia conclusiva, Stikine [24:22 minuti], è un racconto di una traversata del ghiacciaio di vita o di morte con un cane straordinario, attraverso il quale Muir trova una finestra nei cuori di”tutti i miei compagni mortali.”

Stikine

di John Muir

Nell’estate del 1880 ho deciso da Fort Wrangell in una canoa di continuare l’esplorazione della regione ghiacciata dell’Alaska sud-orientale, iniziata nell’autunno del 1879. Dopo le necessarie disposizioni, coperte, ecc., era stato raccolto e riposto, e il mio equipaggio indiano era nei loro luoghi pronti per iniziare, mentre una folla di loro parenti e amici sul molo sono state offerte loro addio e buona fortuna, mio compagno, il Rev. S. H. Young , per cui erano in attesa, finalmente è venuto a bordo, seguita da un piccolo cane nero, che immediatamente è fatto a casa di avvolgersi in una conca tra il bagaglio. Mi piacciono i cani, ma questo sembrava così piccolo e inutile che ho obiettato al suo corso e ha chiesto il missionario perché lui stava prendendo.

“Tali una piccola creatura indifesa sarà solo nel modo”, ho detto; “avuto meglio a passare lui fino a casa i ragazzi indiani sul molo, da adottare per giocare con i bambini. Questo viaggio non è probabile che sia buona per cani. La poveretta sciocca sarà in pioggia e neve per settimane o mesi e richiederà cure come un bambino.” Ma il padrone mi ha assicurato che non sarebbe stato nessun problema a tutti; che era una meraviglia perfetta di un cane, potrei sopportare freddo e fame come un orso, nuotare come un sigillo, ed era meraviglioso saggio e astuzia, ecc., facendo fuori un elenco delle virtù di mostrare lui potrebbe essere il membro più interessante del partito.

Nessuno poteva sperare di svelare le linee della sua ascendenza. In tutti meravigliosamente mista e variegata cane-tribù non ho mai visto una creatura molto simile a lui, anche se in alcuni dei suoi scivolante sly, morbido, movimenti e gesti ha portato la volpe alla mente. Egli era a zampe brevi e mazzo-bodied e aveva i capelli, anche se liscio, lungo e setoso e lievemente ondulato, così che quando il vento era alle sue spalle arruffato, farlo apparire irsuto. A prima vista la sua solo una caratteristica essenziale era la sua bella coda, che era circa come ariosa e ombroso come uno scoiattolo e fu portato avanti curling quasi al suo naso. Un esame più attento si potrebbe notare le sue orecchie sensibili sottili e affilati occhi con astuzia tan-macchie sopra di loro. Signor Young mi ha detto che quando l’omino era un cucciolo di circa le dimensioni di un woodrat che è stato presentato a sua moglie da un cercatore irlandese a Sitka e che al suo arrivo a Fort Wrangell fu adottato con entusiasmo dagli indiani Stikine come una sorta di nuovo totem di buona fortuna, è stato chiamato “Stikine” per la tribù ed è diventato un favorito universale; siamesi, protetta e ammirato ovunque andasse e considerata come una fontana misteriosa della saggezza.

Il nostro viaggio egli presto si dimostrò un carattere queer–dispari, celato, indipendente, mantenendo invincibilmente tranquilla e facendo tante piccole cose sconcertante che ha suscitato la mia curiosità. Come abbiamo navigato, settimana dopo settimana, attraverso i canali lungo intricati e insenature tra le innumerevoli isole e le montagne della costa, trascorse la maggior parte dei giorni sordo nella facilità pigro, immobile e a quanto pare come unobserving come se nel sonno profondo. Ma ho scoperto che in qualche modo ha sempre saputo cosa stava succedendo. Quando gli indiani stavano per sparare alle anatre o guarnizioni, o quando qualcosa lungo la riva era eccitante la nostra attenzione, avrebbe appoggiare il mento sul bordo della canoa e con calma Guarda come un turista dagli occhi sognanti. E quando ha sentito noi parlando di fare un atterraggio, egli suscitò immediatamente se stesso per vedere che tipo di un posto ci stavano arrivando a e reso pronti a saltare in mare e nuotare fino a Riva, non appena la canoa si avvicinava la panchina. Quindi, con una scossa vigorosa per sbarazzarsi della salamoia in suoi capelli, corse nel bosco per cacciare piccola selvaggina. Ma però sempre la prima fuori della canoa, lui era sempre l’ultimo a entrare in esso. Quando eravamo pronti per iniziare potrebbe mai essere trovato e ha rifiutato di venire al nostro appello. Abbiamo presto scoperto, tuttavia, che anche se non abbiamo potuto vedere lui in questi momenti, ci vide e dalla copertura dei rovi e huckleberry cespugli ai margini del bosco stava guardando la canoa con occhio diffidente. Per non appena siamo stati abbastanza fuori è venuto trotto lungo la spiaggia, immerso nel surf e nuotato dopo di noi, ben sapendo che avremmo cessano di canottaggio e portarlo. Quando il vagabondo poco contrario è venuto a fianco, lui è stato sollevato per il collo, tenuto a mano portata di un momento a gocciolare e sceso a bordo. Abbiamo provato a curarlo di questo trucco da costringere lui a nuotare un lungo cammino, come se avessimo una mente di abbandonarlo; ma questo fatto non va bene; il più a lungo la nuotata meglio egli sembrava piacere.

Anche se capace di grande pigrizia, non riuscì mai di essere pronti per ogni sorta di avventure ed escursioni. Una notte di pioggia oscurissima siamo sbarcati circa 10 alla foce di un salmone streaming quando l’ acqua era fosforescente . Il salmone erano in esecuzione e le pinne una miriade dell’accorrente moltitudine erano zangolatura tutti il flusso in un bagliore argenteo, meravigliosamente bello e impressionante nell’oscurità d’ebano. Per avere una buona visione dello spettacolo ho impostato con uno degli indiani e risalì in mezzo di esso al piede di una rapida circa mezzo miglio dall’accampamento, dove il focoso corrente veloce sopra le rocce reso il bagliore luminoso più glorioso. Accadendo a guardare indietro lungo il torrente, mentre l’indiano è stata la cattura alcuni dei pesci che lottano, vide un fan lunga diffusione di luce come la coda di una cometa, che abbiamo pensato che deve essere fatta da qualche grosso animale strano che ci stava inseguendo. Via è venuto con il suo magnifico treno, fino a quando non abbiamo immaginato che abbiamo potuto vedere il mostro testa e gli occhi; ma era solo Stikine, che, trovando che avevo lasciato l’accampamento, è venuto a nuotare dopo di me per vedere che cosa era finito.

Quando ci siamo accampati all’inizio, il miglior cacciatore dell’equipaggio è andato solitamente nel bosco per un cervo e Stikine era sicuro di essere alle calcagna, fornito che non ero andato. Per, strano a dirsi, anche se non ho mai portato una pistola, ha sempre seguito me, abbandonando il cacciatore e anche il suo padrone per condividere i miei dubbi. I giorni che erano troppo tempestosi per la vela che ho trascorso nei boschi o sulle montagne adiacenti, ovunque miei studi mi ha chiamato; e Stikine sempre insistito per andare con me, tuttavia selvaggio il meteo, scivolando come una volpe attraverso grondante huckleberry cespugli e spinosi grovigli di panax e rubus , scarse mescolando le loro foglie carichi di pioggia; piscinetta per bambini e rotolarsi nella neve, nuoto flussi ghiacciati, saltando sopra i registri e le rocce e i crepacci dei ghiacciai con la pazienza e la resistenza di un alpinista determinato, mai stancante o scoraggiarti. Una volta mi ha seguita nel corso di un ghiacciaio, la cui superficie era così croccante e ruvida che tagliare i piedi fino a quando ogni passo è stato contrassegnato con sangue; ma ha tirato su con forza d’animo indiano fino a quando ho notato la che sua pista rossa e, prendendo pietà di lui, lo ha reso un insieme di mocassini fuori un fazzoletto. Quanto grande i suoi guai non ha mai chiesto aiuto o presentato alcuna denuncia, come se, come un filosofo, che aveva imparato senza fatica e sofferenza non ci potrebbe essere alcun piacere vale la pena avere.

Ancora nessuno di noi era in grado di fare tutto ciò che era veramente buono per Stikine. Lui sembrava soddisfare pericolo e disagi senza nulla come la ragione, ha insistito per avere la sua strada, mai obbedito un ordine, e il cacciatore potrebbe mai metterlo su nulla, o fargli recuperare gli uccelli che ha sparato. Sua equanimità era così stabile che sembrava dovuto alla voglia di sentimento; ordinarie tempeste erano piaceri a lui, e quanto alla mera pioggia, egli fiorì in esso come un vegetale. Non importa quali progressi si potrebbe fare, scarso uno sguardo o una coda-wag hai preso per i dolori. Ma anche se lui era apparentemente freddo come un ghiacciaio e su come impermeabili per divertimento, ho cercato di fare la sua conoscenza, indovinando ci deve essere qualcosa vale la pena nascosto sotto tanto coraggio, la resistenza e amore di selvaggio-weatheryavventura. Nessun mastino vetuste o bulldog diventato vecchio in ufficio ha superato questo nano birichino in dignità stoico. A volte mi ha ricordato di un cactus del deserto piccolo, tozzo, incrollabile. Per lui mai visualizzata una singola traccia di divertimento allegro, furbata, elfish del Terrier e collies che tutti conosciamo, né di loro toccante affetto e devozione. Come i bambini, maggior parte dei cani di piccole taglia chiedono di essere amati ed ammessi all’amore; ma Stikine sembrava un molto Diogenes , chiedendo solo di essere lasciato da solo: un vero figlio del deserto, che tiene il tenore anche della sua vita nascosta con il silenzio e la serenità della natura. La sua forza di carattere risiede nei suoi occhi. Sembravano come vecchio come le colline e come i giovani e come selvaggi. Non ho mai stanchi di guardare in loro: è stato come guardare un paesaggio; ma erano piccole e piuttosto infossati e non aveva alcuna spiegazione linee intorno a loro per dare indicazioni. Ero abituato a guardare dentro le facce delle piante e degli animali, e ho visto la piccola Sfinge più acutamente come un interessante studio. Ma non c’è nessuna stima l’arguzia e la saggezza nascosta e latente in nostri compagni mortali inferiori fino al manifesto fatto di profonde esperienze; per esso è attraverso la sofferenza che cani come i Santi sono sviluppati e reso perfetti.

Dopo aver esplorato i fiordi Dum Sum e Tahkoo e loro ghiacciai, abbiamo navigato attraverso il passaggio di Santo Stefano in Lynn Canal e da lì attraverso Icy Strait in croce suono, alla ricerca di insenature inesplorate che conduce verso il grande Fontana di ghiaccio-campi della gamma Fairweather. Qui, mentre la marea era a nostro favore, siamo stati accompagnati da una flotta di iceberg alla deriva per l’oceano da Glacier Bay . Lentamente abbiamo paddled attorno al punto di Vancouver, Wimbledon, nostra fragile canoa gettato come una piuma sulla massiccia ansante si gonfia provenienti in passato Capo Spenser. Per miglia il suono è delimitato da scogliere murale precipitosa, che, frustato con onda-spray e le loro teste nascoste nelle nuvole, sembrava terribilmente minaccioso e stern. Era la nostra canoa stato schiacciato o sconvolto abbiamo non fatto nessun atterraggio qui, per le scogliere, alte come quelli di Yosemite , pura affondare in acque profonde. Con entusiasmo abbiamo scansionato il muro sul lato nord per il primo segno di un fiordo di apertura o il porto, tutti noi ansiosi tranne Stikine, che assopito in pace o guardava sognante precipizi tremendi quando noi ne ha sentito parlare di loro. A lungo abbiamo fatto la gioiosa scoperta della bocca dell’ingresso ora chiamato “Taylor Bay”, e circa 5 ha raggiunto la testa di esso e si accamparono in un Boschetto Spruce vicino alla parte anteriore di un grande ghiacciaio.

Mentre camp era stato fatto, Joe il cacciatore scalato la montagna parete sul lato est del fiordo nel perseguimento di capre selvatiche, mentre Mr. Young ed io siamo andati al ghiacciaio. Abbiamo trovato che è separata dalle acque dell’insenatura di una morena di marea-lavato e si estende, una barriera brusca, tutta la strada di fronte alla parete a parete dell’ingresso, una distanza di circa tre miglia. Ma la nostra scoperta più interessante era che ha avuto recentemente avanzato, anche se ancora leggermente sfuggente. Una parte della morena terminale era stata Arata fino e spinto in avanti, sradicamento e travolgente il bosco sul lato est. Molti di questi alberi erano giù e sepolto, o quasi così, gli altri erano piegato lontano il ghiaccio-scogliere, pronte a cadere, e alcuni levato in piedi eretti, con la parte inferiore dell’aratro ghiaccio ancora sotto le loro radici e le sue guglie alte cristallo torreggiante enorme sopra loro cime. Lo spettacolo presentato da questi alberi secolari in piedi vicino al lato di una parete spiry di ghiaccio, con i loro rami quasi toccarla, era la maggior parte del romanzo e sorprendente. E quando ho scalato intorno la parte anteriore e un po’ sul lato ovest del ghiacciaio, ho trovato che aveva gonfiato e aumentato in altezza e larghezza in conformità con la sua avanzata e portato via le fila esterne degli alberi sulla sua riva.

Al nostro ritorno in campo dopo queste prime osservazioni ho programmato un’escursione di livello e lontano per l’indomani. Mi sono svegliato presto, chiamato non solo dal ghiacciaio, che era stato sulla mia mente tutta la notte, ma da una grande inondazione-tempesta. Il vento soffiava un vento da nord e la pioggia stava volando con le nuvole in un diluvio di orizzontale larga appassionato, come se si trattasse di tutti passando sopra il paese invece di cadere su di esso. I principali corsi d’acqua perenni era in piena espansione in alto sopra le loro banche, e centinaia di nuovi, ruggendo come il mare, quasi coperto le alte mura grigie dell’entrata con bianche cascate e cascate. Avevo intenzione di preparare una tazza di caffè e ottenere qualcosa di simile una colazione prima di iniziare, ma quando ho sentito la tempesta e guardò fuori che ho fatto fretta ad unirsi ad essa; per molti della natura lezioni migliori si trovano nel suo tempeste , e se attenti a mantenere nei giusti rapporti con loro, possiamo andare tranquillamente all’estero con loro, rallegrandosi per la grandezza e la bellezza delle loro opere e modi e cantando con il vecchio Norsemen, “l’esplosione della tempesta nostra remi l’aids, l’uragano è un nostro servo e noi dove che vogliamo andare.” Così, omettendo la colazione, mettere un pezzo di pane in tasca e si allontanò.

Mr. Young e l’indiano erano addormentati, e così, ho sperato, era Stikine; ma non ero andato una dozzina barre prima ha lasciato il suo letto nella tenda e mi ha inseguito noioso attraverso l’esplosione. Che un uomo debba accogliere tempeste per loro esilarante musica e movimento e andare indietro vedere Dio fare paesaggi, è ragionevole abbastanza; ma quale fascino ci potrebbe essere in un tempo così tremendo per un cane? Sicuramente niente di simile a umano entusiasmo per il paesaggio o geologia. Comunque, su è venuto, breakfastless, attraverso l’esplosione di soffocamento. Mi sono fermato e ho fatto del mio meglio per lui tornare indietro. “Ora non,” ho detto, gridando per rendermi sentito nella tempesta. “non ora, Stikine. Che ha preso il tuo noddle queer ora? Devi essere stupido. Questo giorno selvaggio non ha nulla per te. Non c’è nessun gioco niente all’estero, ma tempo. Torna al campo e tenere al caldo, ottenere una buona prima colazione con il tuo padrone e per una volta di essere ragionevoli. Non riesco a portare tutto il giorno o da mangiare, e questa tempesta ti ucciderà.”

Ma natura, a quanto pare, era in fondo dell’affare, e lei guadagna lei finisce con i cani, così come con gli uomini, facendoci fare come le piace, spingendo e tirando a noi lungo i suoi modi, tuttavia grezzo, tutti, ma ci uccidendo a volte a ottenere le sue lezioni spinti duri a casa. Dopo che avevo smesso ancora e ancora, gridando buoni consigli di avviso, ho visto che lui non doveva essere scrollato di dosso; anche la terra potrebbe tentare di scrollarsi di dosso la luna. Una volta avevo condotto suo padrone nei guai, quando è caduto su una delle intaccature più in alto di una montagna e slogato il braccio ; Ora il turno del suo umile compagno stava arrivando. Il wanderer pietoso rimase lì nel vento, inzuppato e lampeggiante, dicendo caparbiamente , “dove tu andrai andrò.”Così alla fine che gli ho detto di venire, se necessario e gli diede un pezzo di pane che ho avuto nella mia tasca; poi abbiamo lottato su insieme e così ha cominciato il più memorabile di tutti i miei giorni selvaggi.

L’alluvione di livello, guida difficile nei nostri volti, battuto e ci ha lavati selvaggiamente fino a quando siamo entrati in al riparo di un boschetto sul lato est del ghiacciaio vicino alla parte anteriore, dove ci siamo fermati un po’ di respiro e di ascoltare e guardare fuori. L’esplorazione del ghiacciaio era mio oggetto principale, ma il vento era troppo elevato per consentire escursioni sopra la relativa superficie aperta, dove uno potrebbe essere pericolosamente spinto mentre il bilanciamento per un salto sull’orlo di un crepaccio. Nel frattempo la tempesta era uno studio fine. Lì alla fine del ghiacciaio, discendente di un brusco rigonfiamento di resistenza roccia circa cinquecento piedi di altezza, si appoggia in avanti e cade in Cascate di ghiaccio. E come la tempesta è venuto giù il ghiacciaio da nord, Stikine ed io eravamo sotto la corrente principale dell’esplosione, mentre una posizione favorevole per vedere e sentire. Che cosa stava cantando un Salmo la tempesta e come fresco l’odore della terra lavato e foglie e come dolce l’ancora piccole voci della tempesta! Turbinii e distaccata aleggia stavano arrivando attraverso il bosco, con musica dalle foglie e rami e solcata boles, e anche dall’overhead di rocce e ghiaccio-falesie scheggiato, molti dei toni morbidi e bassi e flauto-like, come se ogni foglia e albero, falesia e guglia erano un reed sintonizzati. Un ampio torrente, drenante sul lato del ghiacciaio, ora gonfiato da decine di nuovi flussi dalle montagne, stava rotolando massi lungo il canale roccioso, con thudding, urtando, attutiti suoni, correndo verso la baia con un’energia incredibile, come se in fretta di uscire le montagne; gli inverni sopra e sotto la chiamata a vicenda e tutto l’oceano, loro casa.

Guardando verso sud dal nostro rifugio, abbiamo avuto questo grande torrente e la parete di montagna boscosa sopra di esso alla nostra sinistra, spiry ghiaccio-falesie sulla nostra destra e liscio grigio gloom avanti. Ho provato a disegnare la scena meravigliosa nel mio taccuino, ma la pioggia offuscata la pagina nonostante tutti i miei dolori per proteggerla e lo schizzo è stato quasi inutile. Quando il vento cominciò a abate, ho rintracciato il lato est del ghiacciaio. Tutti gli alberi in piedi sul bordo del bosco erano latrati e contuso, mostrando alta ice marchio in maniera molto significativa, mentre decine di migliaia di coloro che avevano resistito per secoli sulla riva del ghiacciaio più lontano fuori lay schiacciato ed essere schiacciato. In molti posti che ho potuto vedere lungo cinquanta piedi o giù di lì sotto il margine del ghiacciaio-mulino, dove tronchi da uno a due piedi di diametro, qui, essendo terra alla polpa contro eccezionale rock-centine e boss della banca.

Circa tre miglia sopra la fronte del ghiacciaio che sono salito sulla superficie di esso per mezzo di ascia-passaggi reso facile per Stikine. Per quanto l’occhio potrebbe raggiungere, il ghiacciaio di livello, o pressoché livello, distanza allungata indefinitamente sotto il cielo grigio, una prateria apparentemente senza limito di ghiaccio. La pioggia continua e crebbe più fredda, che non mi dispiaceva, ma un look dim nevoso nelle nuvole cadenti mi ha fatto esitare circa avventurarsi lontano dalla terra. Nessuna traccia della sponda ovest era visibile e nel caso le nuvole sarebbero accontentarsi e dare neve, o il vento ancora diventare violenti. Avevo paura di essere scoperti in un groviglio di crepacci. Cristalli di neve, i fiori delle nuvole di montagna, sono fragile, belle cose, ma terribile poi volare su venti di tempesta in oscuramento, rimasto sciami o quando saldati insieme in ghiacciai pieni di crepacci mortale. Guardando il meteo, saltellando sul mare cristallino. Per un miglio o così fuori ho trovato il ghiaccio notevolmente sicura. I crepacci marginali semplici per lo più stretta, mentre i pochi quelli più ampia erano facilmente evitare passando attorno a loro, e le nuvole cominciarono ad aprire qui e là.

Così incoraggiati, ho finalmente spinto fuori per l’altro lato; per natura può farci fare qualcosa che le piace. In un primo momento abbiamo fatto rapidi progressi, e il cielo non era molto minaccioso, mentre ho preso cuscinetti occasionalmente con una bussola tascabile che mi permettesse di trovare la mia strada di ritorno più sicuramente nel caso della tempesta dovrebbe diventare accecante; ma le linee di struttura del ghiacciaio erano mia guida principale. Verso il lato ovest siamo venuti a una sezione strettamente crepacciata in cui abbiamo dovuto fare lunghe, strette aderenze e accoppiamenti, tracciare i bordi delle traverse tremenda e crepacci longitudinali, molti dei quali erano da venti a trenta piedi di larghezza, e Forse un migliaio di piedi profondi..–bella e terribile. Nel lavoro un senso attraverso di loro ero gravemente cauto, ma Stikine è venuto come senza tentennamenti come le nuvole volanti. Il crepaccio più ampio che avrei potuto saltare lui saltava senza così tanto come fermare per dare un’occhiata a questo. Il tempo ora stava facendo cambiamenti rapidi, pezzetti di scattering di luminosità abbagliante attraverso l’oscurità invernale a rari intervalli, quando il sole ha rotto indietro completamente libero, che il ghiacciaio è stato visto da Riva a Riva con una brillante gamma di che comprende montagne parzialmente rivelate, indossando le nuvole come capi, mentre la prateria fiorì e scintillavano con iridata luce da miriadi di cristalli lavati. Poi improvvisamente tutto il glorioso spettacolo sarebbe stato oscurato e cancellò.

Stikine sembrava cura per nessuna di queste cose, chiaro o scure, né per i crepacci, pozzi, moulins o swift lampeggiante flussi nella quale egli potrebbe cadere. L’avventuriero poco aveva solo circa due anni, ma nulla sembrava romanzo a lui. Nulla spaventare lui. Ha mostrato né attenzione né curiosità, meraviglia né paura, ma coraggiosamente trotto su come se i ghiacciai erano parchi giochi. Il suo corpo robusto ed ovattato sembrava tutto un muscolo di salto ed è stato veramente meraviglioso vedere quanto rapidamente e in apparenza heedlessly ha mostrato attraverso nervo-cercando voragini sei o otto largo piedi. Suo coraggio era così incrollabile che sembrava di essere a causa di ottusità della percezione, come se fosse solo ciecamente grassetto; e continuavo a avvisandolo di stare attenti. Per siamo stati stretti compagni su così tanti viaggi deserto che avevo formato l’abitudine di parlare con lui come se fosse un ragazzo e capito ogni parola.

Abbiamo guadagnato la sponda occidentale in circa tre ore; la larghezza del ghiacciaio qui essere circa sette miglia. Poi ho spinto verso il nord per vedere quanto più indietro possibile nelle Fontane dei Monti Fairweather, nel caso in cui le nuvole dovrebbero aumentare. La distanza era facile lungo il margine della foresta, che, naturalmente, come che da altra parte, era stato invaso e schiacciato dal ghiacciaio gonfio, trabocca. In un’ora o così, dopo aver superato un massiccio promontorio, siamo venuti improvvisamente su un ramo del ghiacciaio, che, sotto forma di una magnifica cascata di ghiaccio due miglia di larghezza, pioveva a dirotto sopra l’orlo del bacino principale in direzione ovest, la sua superficie suddivisi in lame a forma di onda un d in frantumi blocchi, suggerendo la più selvaggia updashing, ansante, immergendo il movimento di una cataratta del grande fiume. Rintracciando giù tre o quattro miglia, ho trovato che scarichino in un lago, riempiendolo di iceberg.

Volentieri avrebbe seguito l’outlet Lago di acqua di marea, ma il giorno era già trascorso lontano, e il cielo minaccioso chiamato di fretta durante il viaggio di ritorno a scendere il ghiaccio prima che faccia buio. Ho deciso quindi di andare no più lontano e, dopo aver preso una vista generale della meravigliosa regione, tornata indietro, sperando di vederlo ancora una volta sotto auspici più favorevoli. Abbiamo fatto buona velocità fino il cañon del torrente grande ghiaccio e fuori sul ghiacciaio principale finché non abbiamo lasciato la sponda occidentale circa due miglia dietro di noi. Qui siamo entrati in una rete difficile di crepacci, le nuvole di raduno cominciarono a cadere frange nebbiose e presto la neve temuta è venuto volante spessa e veloce. Ora ho cominciato a sentire ansiosi di trovare un modo nella tempesta sfocatura. Stikine ha mostrato alcuna traccia di paura. Egli era ancora lo stesso eroe poco silenzioso, in grado. Ho notato, tuttavia, che, dopo la tempesta-oscurità è venuto teneva vicino dietro di me. La neve ci ha esortato a fare in fretta ancora maggiore, ma allo stesso tempo nascose il nostro modo. Ho spinto come meglio potevo, saltando innumerevoli crepacci e per ogni cento canne o giù di lì di anticipo diretto viaggiare un miglio in raddoppio su e giù nel tumulto delle voragini e blocchi di ghiaccio slogati. Dopo un’ora o due di questo lavoro siamo venuti per una serie di crepacci longitudinali di larghezza spaventoso e quasi dritto e regolare in tendenza, come solchi immensi. Questi ho rintracciato con costante del nervo, eccitato e rafforzato dal pericolo, fare salti largo, rettilineo con cautela sui loro bordi vertigini dopo il taglio di incavi per i miei piedi prima di fare la primavera, per evitare possibili scivolamenti o qualsiasi incertezza sul lato più lontano, dove viene concessa solo una prova..–esercitare contemporaneamente spaventosi e stimolante. Stikine seguita apparentemente senza sforzo.

Molti un miglio che abbiamo viaggiato così, per lo più facendo su e giù, ma poco reale progresso in traversata, in esecuzione invece di camminare il più delle volte come il pericolo di essere costretti a passare la notte sul ghiacciaio è diventato minaccioso. Stikine sembrava essere in grado per qualsiasi cosa. Senza dubbio abbiamo potuto hanno resistito alla tempesta per una notte, ballando su un appartamento posto al teme il gelo, e ho dovuto affrontare la minaccia senza sentire nulla come disperazione; ma eravamo affamati e bagnato e il vento dalle montagne era ancora spesso con neve e freddo pungente, così naturalmente quella notte sarebbe sembrato una molto lunga. Non riuscivo a vedere lontano abbastanza attraverso la neve sfocatura per giudicare in quale direzione generale il percorso meno pericoloso posare, mentre i pochi scorci dim, momentanee che ho preso delle montagne attraverso spaccature tra le nuvole volanti erano tutt’altro che incoraggiante come segni del tempo o come Guide. Ho dovuto semplicemente brancolare mio modo da crepaccio di crepaccio, tenendo una direzione generale di ghiaccio-struttura, che non doveva essere visto ovunque, e in parte dal vento. Ancora e ancora mi hanno messo al mio coraggio, ma Stikine seguita facilmente, suo nervo apparentemente in crescita più inflessibile come il pericolo maggiore. Così è sempre con gli alpinisti quando è duro assediato. Difficile correre e saltare, che tiene ogni minuto della luce diurna rimanente, povero come era, prezioso, abbiamo caparbiamente perseverato e provato a sperare che ogni crepaccio difficile che abbiamo superato risulterebbe per essere l’ultimo della sua specie. Ma al contrario, come abbiamo avanzato divennero più mortale cercando.

A lungo il nostro modo era sbarrata da un crepaccio molto ampio e diritto, che ho rintracciato rapidamente verso il nord un miglio o così senza trovare un incrocio o la speranza di uno; poi giù il ghiacciaio su quanto, a cui ha unito con un altro crepaccio invalicabile. In tutta questa distanza di forse due miglia c’era solo un posto dove avrei potuto eventualmente saltare esso, ma la larghezza di questo salto era il massimo che ho osato tentare, mentre il pericolo di scivolamento sul lato più lontano era così grande che ero restio a provare. Inoltre, il lato che ero era circa un piede più alto di altra, e anche con questo vantaggio il crepaccio sembrava pericolosamente ampio. Uno rischia di sottovalutare la larghezza di crepacci dove le magnitudini in generale sono fantastici. Quindi guardavo questo possente acutamente, stimando la sua larghezza e la forma del bordo sul lato più lontano, fino a quando ho pensato che avrei potuto saltare, se necessario, ma che nel caso in cui io dovrei essere costretto a saltare indietro dal lato inferiore potrei avere esito negativo. Ora, un alpinista cauto raramente fa un passo su terreno sconosciuto che sembra affatto pericoloso che egli non può ripercorrere nel caso in cui egli deve essere interrotto da ostacoli invisibili avanti. Questa è la regola di alpinisti che vivono a lungo, e, anche se in fretta, sono costretto a me stesso di sedersi e deliberare con calma prima l’ho rotto.

Ripercorrendo il mio percorso subdola in immaginazione come se si fossero disegnato su un grafico, ho visto che stavo riattraversare il ghiacciaio un miglio o due più lontano a monte rispetto al corso perseguito la mattina, e che ora stavo impigliato in una sezione che non avevo visto prima. Devo rischiare questo salto pericoloso, o cercare di riconquistare i boschi sulla sponda occidentale, fare un fuoco e hanno solo fame di sopportare durante l’attesa di un nuovo giorno! Avevo già attraversato un così vasto tratto di ghiaccio pericoloso che ho visto che sarebbe stato difficile tornare nel bosco attraverso la tempesta, prima che faccia buio, e il tentativo comporterebbe probabilmente una lugubre notte-danza sul ghiacciaio; mentre appena oltre la barriera presente sulla superficie sembrava più promettente, e la sponda orientale ora era più vicino forse circa come l’Occidente. Quindi ero impaziente di andare avanti. Ma questo grande salto era un terribile ostacolo.

A lungo, a causa dei pericoli già dietro di me, ho deciso di avventurarsi nei confronti di coloro che potrebbero venire, saltò e atterrato bene, ma con così poco di ricambio che ho temuto sempre più costretti a prendere quel salto indietro dal lato inferiore. Stikine seguita, fare nulla, e ci siamo imbattuti con entusiasmo in avanti, sperando che ci hanno lasciato tutte le nostre angosce. Ma trovano alcune cento yarde di distanza abbiamo hanno fermati il crepaccio più ampio ancora incontrati. Naturalmente ho fatto fretta per esplorarlo, sperando che tutto potrebbe ancora essere sanate trovando un ponte o un senso intorno a entrambe le estremità. Circa tre quarti di miglio fino streaming che ho trovato che ha unito con quello che aveva appena attraversato, come temevo che sarebbe. Poi, rintracciando giù, ho trovato che ha aderito il crepaccio stesso all’estremità inferiore, inoltre, conservando per tutto l’intero corso una larghezza di quaranta-cinquanta piedi. Così per il mio sgomento ho scoperto che eravamo su un’isola stretta circa due miglia di lunghezza, con a malapena possibili due modi per fuggire: uno indietro dal modo in cui siamo venuti, l’altro avanti di un quasi inaccessibile scheggia-ponte che ha attraversato il grande crepaccio da vicino al centro di esso!

Dopo questa scoperta del nervo-cercando corsi indietro al nastro-ponte e cautamente esaminato esso. Crepacci, causate da ceppi da variazioni del tasso di movimento delle diverse parti del ghiacciaio e convessità nel canale, sono semplici crepe quando in primo luogo aprire, così strette come difficilmente per ammettere la lama di un coltello da tasca e gradualmente ampliare secondo il misura dello sforzo e la profondità del ghiacciaio. Ora alcune di queste crepe sono interrotti, come le crepe nel legno, e nell’apertura la striscia di ghiaccio tra le estremità di sovrapposizione viene trascinata e può mantenere una connessione continua tra il lato, proprio come i due lati di una crepa scaglie in legno essendo divisa ar e collegato. Alcuni crepacci rimangono aperte per mesi o addirittura anni e per la fusione dei loro lati continuano ad aumentare in larghezza lungo dopo lo sforzo di apertura ha cessato; mentre lo scheggia-ponti, livello in cima al primo e perfettamente sicuro, a lungo si fondono a lame sottili, verticali e acuminate, parte superiore essendo più esposta alle intemperie; e dal momento che l’esposizione è più grande nel mezzo. essi a curva di lunghezza verso il basso come i cavi dei ponti sospesi. Questo era evidentemente molto vecchio, che era stato esposto all’aria e sprecato fino a quando è stato il più pericoloso e inaccessibile che azzardi a modo mio. La larghezza del crepaccio era qui circa cinquanta piedi, e l’attraversamento di scheggia in diagonale era circa settanta piedi di lunghezza; sua sottile coltello vicino al centro era depresso venticinque o trenta piedi sotto il livello del ghiacciaio, e le estremità in su-curvatura sono state fissate ai piedi i lati otto o dieci sotto l’orlo. Scendendo la parete quasi verticale all’estremità del nastro e l’altro lato sono state le principali difficoltà, e sembravano tutti, ma insormontabili. Dei molti pericoli incontrati nei miei anni di vagabondaggio su montagne e ghiacciai, nessuno sembrava così semplice e severo e spietato come questo. Ed è stato presentato quando eravamo bagnati per la pelle e affamati, il cielo scuro con neve Guida rapida e la notte nei pressi. Ma siamo stati costretti ad affrontarlo. È stata una tremenda necessità.

A partire, non immediatamente sopra l’affondata fine del ponte, ma un po’ da un lato, ho tagliato una profonda cavità sull’orlo per mie ginocchia a riposare in. Quindi, che si appoggia sopra, con la mia ascia manico corto ho tagliato un passo sedici o diciotto pollici qui sotto, che a causa di sheerness del muro era necessariamente superficiale. Tale passaggio, tuttavia, era ben fatta; suo piano inclinato leggermente verso l’interno e formata una buona tenuta per i miei tacchi. Quindi, scivolare con cautela su di essa e che si accovaccia più in basso possibile, con il mio lato sinistro verso il muro, assestato me stesso contro il vento con la mano sinistra in una tacca lieve, mentre con la destra ho tagliato altri passaggi simili e tacche in successione, difendendosi perdita di equilibrio da scintillante dell’ascia o da raffiche di vento, per vita e la morte erano in ogni colpo e la gentilezza di finitura di ogni appiglio.

Dopo che è stata raggiunta la fine del ponte scheggiato e giù fino a quando avevo fatto una piattaforma di livello sei o otto pollici di larghezza ed era una cosa cerca di equilibrio su questa piattaforma poco scivoloso mentre si piega in avanti per ottenere in modo sicuro da ambo i lati del nastro. Incrocio quindi era relativamente facile da chipping spento il bordo tagliente con colpi brevi, attenta e aggancio avanti un pollice o due alla volta, mantenere il mio equilibrio con le mie ginocchia premuto contro i lati. L’enorme abisso su entrambe le mani che ho diligentemente ignorato. Per me il bordo di quel nastro blu era poi tutto il mondo. Ma la parte più difficile dell’avventura, dopo aver lavorato mio modo attraverso pollice dal pollice e chipping un’altra piccola piattaforma, era a salire dalla posizione sicura da ambo i lati e tagliare uno step-ladder in faccia quasi verticale della parete, — chipping, arrampicata, aggrappandosi con i piedi e le dita nelle tacche di mere. In questi momenti di uno tutto il corpo è occhio. e abilità e forza d’animo comuni sono sostituite da potere oltre ogni nostra chiamata o la conoscenza . Mai ero stato così a lungo sotto il ceppo mortale. Come mi sono alzato quella scogliera mai potrei dire. La cosa sembrava essere stato fatto da qualcun altro. Mai ho tenuto morte in disprezzo, anche se nel corso del mio esplorazioni spesso ho sentito che per soddisfare il proprio destino su una montagna nobile, o nel cuore di un ghiacciaio, sarebbero state benedette rispetto a morte da malattia o da qualche incidente pianura squallido. Ma la morte migliore, rapida e cristallo-puro, impostata così vistosamente aperta davanti a noi, è abbastanza difficile da affrontare, anche se siamo convinti con gratitudine che abbiamo già avuto abbastanza felicità per la vita di una dozzina.

Ma povero Stikine, wee, pelosi, sleekit beastie , pensare a lui! Quando avevo deciso di osare il ponte, e mentre ero sulle mie ginocchia chipping una cavità sulla fronte arrotondata sopra di esso, è venuto dietro di me, ha spinto la testa passata mia spalla, guardato giù e da altra parte, analizzato il nastro e nei suoi approcci con i suoi occhi misteriosi , poi mi guardò in faccia con un aria fatto sussultare di sorpresa e preoccupazione e cominciò a mutter e piagnucolare; dicendo chiaramente come se parlasse con le parole, “sicuramente, non si sta in quel posto orribile.” Questa era la prima volta che avevo visto lo sguardo deliberatamente in un crepaccio, o nella mia faccia con uno sguardo ansioso, che parlano, turbato. Che egli dovrebbe hanno riconosciuto e apprezzato il pericolo al primo sguardo ha mostrato sagacia meraviglioso. Mai prima aveva il nano audace sembrava sapere che il ghiaccio era scivoloso o che c’era una cosa del genere come pericolo ovunque. Suoi sguardi e toni di voce quando ha iniziato a lamentarsi e parlare le sue paure erano così umani che inconsciamente gli ho parlato in simpatia come vorrei un ragazzo spaventato, e nel tentativo di calmare la sue paure forse in qualche misura moderato mio. “Hush tue paure, ragazzo mio,” ho detto, “ ci metteremo in cassetta di sicurezza , anche se non sara ‘ facile. Nessun modo giusto è facile in questo mondo agitato. Noi dobbiamo rischiare la vita per salvarli. Nel peggiore dei casi possiamo solo scivolare, e quindi quanto grande una tomba avremo, e via via le nostre ossa bella farà bene nella morena terminale.”

Ma il mio sermone era tutt’altro che rassicurante lui: ha iniziato a piangere, e dopo aver preso un altro sguardo penetrante al Golfo tremendo, scappato in eccitazione disperata, alla ricerca di qualche altro incrocio. Con il tempo che e ‘ tornato, sconcertato naturalmente, avevo fatto un passo o due. Non ho osato guardare indietro, ma si è fatto sentire; e quando vide che io era vòlto in certamente incrocio che gridò ad alta voce in preda alla disperazione. Il pericolo è stato sufficiente a tormentare qualcuno, ma sembra meraviglioso che avrebbe dovuto essere in grado di peso e apprezzarlo così giustamente. Nessun alpinista potrebbe avere visto più rapidamente o giudicati più saggiamente, discriminare fra il pericolo reale e apparente.

Quando ho guadagnato da altro lato, si mise a gridare più forte che mai e dopo correre avanti e indietro inutile ricerca di una via di fuga, sarebbe tornato sull’orlo del crepaccio sopra il ponte, gemiti e lamenti come se nell’amarezza della morte. Questo potrebbe essere lo Stikine silenzioso, filosofico? Ho gridato incoraggiamento, dicendogli che il ponte non era così male come sembrava, che avevo lasciato piana e sicura per i suoi piedi, e che poteva camminare facilmente. Ma aveva paura di provare. Strano, un animale così piccolo dovrebbe essere capace di tali timori grande, saggi. Ho chiamato nuovamente in un tono rassicurante per venire e aver paura di nulla; che poteva venire se solo avrebbe provato. Egli sarebbe silenzio per un attimo, guarda giù nuovamente presso il ponte e gridare sua incrollabile convinzione che non potesse mai, mai cosi ‘ che arrivano; poi si trovano indietro in preda alla disperazione, come se urlando, “O-o-oh! che posto! No-o-o, non riesco mai andare-o-o laggiù!” Sua naturale compostezza e coraggio era scomparso completamente in una tumultuosa tempesta di paura. Il pericolo era stato meno, sua angoscia sarebbe sembrato ridicolo. Ma in questo lugubre, spietato abisso giaceva nell’ombra di morte, e sue grida strazianti potrebbe ben chiamato cielo in suo aiuto. Forse hanno fatto. Così nascosto prima, ora era trasparente, e si poteva vedere il funzionamento del suo cuore e la mente come i movimenti di un orologio dalla custodia. Sua voce e gesti, speranze e timori, erano così perfettamente umana che nessuno potrebbe confondere loro; mentre sembrava di capire ogni parola mia. Ero turbato al pensiero di dover lasciare lui fuori tutta la notte e il pericolo di non trovare lui la mattina. Sembrava impossibile farlo per avventurarsi. Per costringerlo a provare per paura di essere abbandonato, ho iniziato come se lasciarlo al suo destino e scomparve dietro un hummock; ma questo fatto non va bene; Egli solo stabilire e gemeva male indicibile miseria senza speranza. Così, dopo aver nascosto a pochi minuti, sono tornato sull’orlo del crepaccio e in un tono grave di voce gridato attraverso a lui che ora devo lasciare certamente lui, non potrei attendere non più, e che, se lui non sarebbe venuto, tutto quello che potuto promettere era che mi piacerebbe ritornare in lo cercano il giorno successivo. L’ho avvertito che se e ‘ tornato nel bosco i lupi lo avrebbero ucciso e terminato da esortandolo ancora una volta con le parole e i gesti a venire su, andiamo.

Sapeva molto bene quello che significava e finalmente, con il coraggio della disperazione, sommesso e senza fiato, si appiattò sull’orlo nella cavità che avevo fatto per le ginocchia, premuto il suo corpo contro il ghiaccio, come se cercasse di ottenere il vantaggio dell’attrito di ogni capello , fissato il primo passo, mettere i suoi piccoli piedi insieme e li scivolò lentamente, lentamente sopra il bordo e giù in esso, Trefolatura tutti e quattro in esso e quasi in piedi sulla sua testa. Quindi, senza sollevare i piedi, così come ho potuto vedere attraverso la neve, ha lentamente lavorato li sopra il bordo del gradino e giù in quella successiva ed il successivo in successione nello stesso modo e acquisita alla fine del ponte. Quindi, sollevamento suoi piedi con la regolarità e la lentezza delle vibrazioni di un pendolo a secondi, come se di conteggio e misura uno-due-tre , che tiene lo stesso stabile contro il vento rafficato, e dando attenzione separata per ogni piccolo passo, si guadagnò il piede della scogliera, mentre ero sulle mie ginocchia che si appoggia sopra per dargli un ascensore lui dovrebbe riuscire a ottenere alla portata del mio braccio. Qui ha fermato in silenzio, e fu qui che ho temuto che potrebbe avere esito negativo, per cani sono poveri scalatori. Ho non avuto nessun cavo. Se avessi avuto uno, sarebbe sceso un cappio sopra la sua testa e lui trascinato. Ma mentre stavo pensando se un cavo disponibile potrebbe essere fatto di abbigliamento, fu acutamente esaminando la serie di passaggi dentellate e dito-tiene che avevo fatto, come se li contiamo e fissare la posizione di ciascuno di essi nella sua mente. Poi improvvisamente up egli è venuto in fretta ed elastica, aggancio suo paws in passaggi e tacche così in fretta che non ho potuto vedere come era fatto e ha inviato oltre la mia testa, sicuro, finalmente!

E ora è venuto una scena! “Ben fatto, ben fatto, ragazzino! Ragazzo coraggioso!” Ho pianto, cercando di prendere e accarezzare lui; ma egli non sarebbe stato catturato. Mai prima o da allora ho visto nulla di simile così appassionato una repulsione dalla profondità della disperazione di gioia esultante, trionfante, incontrollabile. Egli balenò e guizzavano qua e là come se abbastanza demente, urlando e gridando, vorticoso giro ed il giro in loop vertiginoso e cerchi come una foglia in un vortice, sdraiato e di rotolamento più e più volte, lateralmente e talloni sopra la testa e versando via un tumultuoso alluvione di grida isteriche e singhiozzi e ansimante borbottii. Quando mi sono imbattuto a lui per agitare lui, temendo che potesse morire di gioia, ha mostrato fuori due o tre cento iarde, i piedi in una nebbia di movimento; poi, svolta improvvisamente, è tornato in una corsa selvaggia e lanciò la mia faccia, quasi mi bussa. nel frattempo stridore e urlando e gridando come se dicendo, “Saved! salvati! salvato!” Poi via di nuovo, cadere improvvisamente a volte con i piedi in aria, tremante e abbastanza singhiozzando. Tale emozione appassionata era abbastanza per ucciderlo. Il brano maestoso Mosè di trionfo dopo la fuga gli egiziani e il mar rosso era niente di che. Chi potrebbe avere indovinato la capacità dell’omino sordo, duratura per tutto ciò che più suscita questo telaio mortale? Nessuno avrebbe potuto aiutare piangere con lui!

Ma non c’è niente come lavoro per smorzare eccessiva paura o di gioia. Così mi sono imbattuto avanti, chiamandolo in come burbero una voce come io potrei comando di venire a interrompere la sua assurdità, per noi era troppo lontano andare e sarebbe presto egli scuro. Nessuno di noi temevano un altro processo come questo. Cielo sarebbe sicuramente contare uno abbastanza per tutta la vita. Il ghiaccio avanti era squarciato da migliaia di crepacci, ma erano più comuni. La gioia della liberazione bruciato in noi come il fuoco, e ci siamo imbattuti senza fatica, ogni muscolo con rimbalzo immenso vanto nella sua forza. Stikine volò attraverso tutto ciò che a suo modo, e non fino a buio egli sistemazione in suo trotto volpe-come normale. Le montagne nuvolosa giunse in vista, e abbiamo presto sentito la roccia solida sotto i nostri piedi ed erano al sicuri. Poi è arrivata la debolezza. Pericolo era scomparso, e così aveva la nostra forza. Siamo schiacciati lungo la morena laterale al buio, su massi e tronchi d’albero, attraverso i cespugli e boschetti di diavolo-club del boschetto dove abbiamo noi stessi avevamo riparato al mattino e da altra parte il livello mudslope della morena terminale. Abbiamo raggiunto circa 10 di camp e trovato un grande fuoco e una grande cena. Una festa degli indiani Hoona aveva visitato il signor Young, portando un regalo di focena carne e fragoline di bosco, e Hunter Joe aveva portato in una capra selvatica. Ma abbiamo stabiliscono, troppo stanchi per mangiare molto e presto cadde in un sonno agitato. L’uomo che ha detto, “più difficile la fatica, più dolce il resto,” non è mai stato profondamente stanchi. Stikine mantenuto sorgendo e borbottando nel sonno, sognando non c’è dubbio che egli era ancora sull’orlo del crepaccio; e anch ‘ io, quella notte e molti altri molto tempo dopo, quando ero troppo stanco.

Da allora in poi Stikine era un cane modificato. Durante il resto del viaggio, invece di tenere in disparte, sempre giaceva al mio fianco, ha cercato di tenermi costantemente in vista e difficilmente avrebbe accettato un boccone di cibo, tuttavia allettante, da qualsiasi mano ma la mia. Di notte, quando tutto era tranquillo circa il falò, avrebbe venire da me e riposare la testa sul mio ginocchio con uno sguardo di devozione, come se fossi il suo Dio. E spesso come ha catturato la mia attenzione che sembrava essere cercando di dire, “non era che un tempo terribile che abbiamo avuto insieme sul ghiacciaio?”

Niente nel dopo anni ha smorzato quel Alaska Tempesta-giorno. Mentre scrivo tutto arriva correndo e ruggente in mente come se fossi di nuovo nel cuore di esso. Ancora una volta vedo il grigio volante nuvole con le loro piene di pioggia e neve, il ghiaccio-scogliere torreggianti sopra la foresta di contrazione, la maestosa cascata di ghiaccio, il vasto ghiacciaio tese prima sua montagna bianca-fontane e nel cuore di esso il crepaccio tremendo,… emblema della valle dell’ombra della morte, –nuvole basse finali sopra esso, la neve che cade in esso; e il suo orlo vedo poco Stikine, e ho sentito le sue grida per aiuto e sua grida di gioia. Ho conosciuto molti cani e molti una storia che potrei dire della loro saggezza e devozione; ma a nessuno devo tanto da Stikine. In un primo momento il meno promettente e meno conosciuto dei miei amici-cane, improvvisamente divenne il più noto di tutti loro. La nostra tempesta-battaglia per la vita lo ha portato alla luce, e attraverso di lui come attraverso una finestra ho allora cercato con la più profonda simpatia in tutti i miei compagni mortali.

Nessuno degli amici di Stikine sa che cosa è diventato infine di lui. Dopo che è stato fatto il mio lavoro per la stagione partii per la California, e non ho mai visto il caro piccino nuovamente. In risposta a richieste ansiosi suo padrone mi ha scritto che nell’estate del 1883 egli fu rubato da un turista a Fort Wrangell e portato via su un piroscafo. Suo destino è avvolta nel mistero. Senza dubbio ha lasciato questo mondo..–ha attraversato l’ultimo crepaccio..–e andato ad un altro. Ma non sarà dimenticato. A me Stikine è immortale.

Note da Francis H. Allen

[dall’edizione di The Riverside Press]

Fort Wrangel.

Ora generalmente scritto Wrangell. Qualsiasi buona mappa dell’Alaska mostrerà la sua posizione.

Rev. S. H.Young.

Samuel Hall Young, ora sovrintendente della Alaska presbiteriana missioni con ufficio a New York City, ma a quel tempo un missionario nel campo con quartier generale a Fort Wrangel. Viaggia in Alaska di Mr. Muir contiene un interessante resoconto di un’avventura alpinismo in cui Mr. Young perse quasi la vita. Dr. Young (ha ricevuto il grado di D.D. nel 1899) ha scritto entertainingly di questa e di altre esperienze con John Muir ( Outlook , 26 maggio, 23 giugno e 28 luglio 1915). Nell’ultimo dei suoi tre articoli racconta Stikine, oggetto di questa storia.

Coda… ombroso come uno scoiattolo.

La parola verde per scoiattolo, skiouros , da cui deriva la nostra parola inglese, è formata da due parole significato “ombra” e “coda”. È abbastanza probabile che Mr. Muir aveva questo in mente.

L’acqua era fosforescente.

Alcuni dei piccola e microscopica vita animale del mare diventa luminosa di notte quando disturbato dalla rottura delle onde, la zangolatura dell’elica di una barca, gli schizzi dei remi, i tratti di un nuotatore, o qualsiasi causa simile, come, in questo caso, i movimenti del salmone. L’acqua circostante a volte risplende e brilla splendidamente.

Il salmone erano in esecuzione.

Salmone, anche se per la maggior parte dell’anno vivono in mare, depongono le uova solo in acqua corrente fresca, e in primavera e in estate brulicano i flussi per il breeding-grounds. Questo è il momento quando vengono catturati per lo sport e per il mercato, –a est con la canna e la linea, in Alaska, dove sono trovati in gran numero, con reti e Lance. Questa migrazione i flussi è chiamata “in esecuzione”.

Panax.

Panax horridus, o Fatsia horrida , un arbusto araliaceous pericolosamente spinoso, comunemente chiamato del diavolo-club. È abbondante in Alaska.

Rubus.

Il genere di piante a cui appartengono la mora, lampone, rovo e lamponi.

Wild-weathery.

Uno sembra nei dizionari invano per questa parola, ma il significato è ovvio. Mr. Muir era piuttosto affezionato di coniare parole giocosi di questo genere, come sono così comuni nel suo nativo Scotch.

Diogenes.

Un celebre filosofo cinico greco che disprezzava le ricchezze ed è detto di aver vissuto in una vasca. Plutarco racconta che quando Alessandro Magno chiesto Diogenes se poteva fare niente per lui rispose, “Sì, avrei si levano in piedi tra me e il sole.”

Sfinge.

“Una persona di spinxlike; una delle enigmatiche o imperscrutabile carattere e finalità”(Webster New International Dictionary ). La Sfinge della mitologia greca proposto un enigma per tutti i visitatori e, dopo il fallimento di ciascuno a indovinarla, rapidamente divorato lui.

Tahkoo.

Un nome indiano, anche ortografato Taku.

Fontana-campi di ghiaccio.

I campi di ghiaccio che formano le fonti dei ghiacciai.

Glacier Bay.

Il famoso Muir Glacier , scoperto da Mr. Muir nel 1879, è a capo di questa baia.

Yosemite.

Yosemite Valley della California , dove Mr. Muir ha reso la sua casa per anni.

Tempeste.

John Muir ha mai avuto paura di maltempo. Uno dei suoi scritti più interessanti è l’account in The Mountains della California di come ha scalato un albero nella foresta durante una tempesta di vento e vi rimase scosso selvaggiamente negli alberi mentre ha studiato le abitudini degli alberi sotto tali condizioni.

Slogato il braccio.

Vedere l’account in viaggi in Alaska.

Accanitamente.

Si noti il gioco di parole.

“Dove tu andrai andrò.”

Senza dubbio suggerito dalla risposta di Ruth a sua suocera, Naomi, “dove tu andrai, io andrò” (Ruth 01:16).

Virate strette.

La parola “Chiodini” viene utilizzata in senso nautico, come quando una nave a vela “Chiodini” di bolina, un corso a zig-zag, perché è Impossibile navigare direttamente contro il vento. Per “stretta tacks” l’autore intende evidentemente Chiodini in cui pochi veri progressi, i crepacci arrivando molto vicini tra loro.

Fontane.

Nel senso delle fonti; in questo caso le fonti dei ghiacciai.

Iceberg.

Gli iceberg sono, naturalmente, lo scarico naturale di un ghiacciaio in un lago o il mare.

Potere che supera la nostra chiamata o la conoscenza.

Questa è stata l’esperienza di molti che hanno districato da pericoli imminenti con le proprie forze senza aiute. L’emergenza suscita finora insospettate forniture di energia di riserva.

Sleekit Wee, pelosi, beastie.

Questo ricorda la poesia di Burns “Per un Mouse”, che inizia “Wee, sleekit, cow’rin’, tim’rous beastie.” “Sleekit” viene utilizzato senza dubbio nel suo senso originale di elegante, liscio. È il participio passato del verbo ““elegante. Muir era affezionato a cadere occasionalmente nel suo nativo Scotch, soprattutto quando è stato chiamato un diminutivo affettuoso.

Ci metteremo in cassaforte.

Qui e nella parte superiore della pagina successiva Mr. Muir segue l’usanza di Scotch di usare la parola “sarà” dove meglio uso inglese richiede “shall”.

Diavolo-club.

Vedere nota su Panax.

Stikine(Boston: Houghton Mifflin Co., 1909), copyright © 1909 John Muir; Introduzione copyright © 1995 Dan Anderson. Trascritto da Dan Anderson da copia al capitolo di San Diego, Sierra Club della biblioteca [Riverside letteratura serie numero 231, The Riverside Press, Cambridge, Massachusetts (fuori stampa)]. Ultimo aggiornamento 18 novembre 1996.

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Per favore, leggete Tony Judt

di Paolo Repetto, 3 marzo 2020

Di Tony Judt ho già scritto, anche recentemente (Sulle rimozioni), e so di aver indotto almeno un paio di amici a leggerlo. Spero magari qualcuno in più. Non c’è molto da aggiungere. O meglio, in realtà ci sarebbe moltissimo, ma lo stesso Judt insegna che a insistere troppo su un argomento si rischia di banalizzarlo, ed è un consiglio da seguire. Mi limito pertanto a segnalare che è stata edita in questi giorni da Laterza una raccolta di articoli suoi, “Quando i fatti (ci) cambiano”, inediti in Italia, sparsi lungo un arco di quindici anni (tra il 1995 e il 2010) e comprendenti gli ultimissimi, quelli lucidamente e caparbiamente dettati ad un assistente, quando già la malattia lo aveva ridotto all’immobilità totale, fino a pochi giorni prima della morte. È raro leggere oggi cose altrettanto chiare, altrettanto vere, altrettanto sentite, e scritte altrettanto bene. Direi che per chi ancora ama la verità, e crede che la cultura ci consenta di avvicinarla, la lettura di Judt non è soltanto un piacere, è quasi un dovere.

Judt era mio coetaneo. A voi può sembrare un dato irrilevante, forse lo è, ma a me spiega già in parte le incredibili consonanze che, ferma restando la distanza abissale tra le rispettive esperienze culturali e umane, scopro ogni volta che lo leggo. Potrei sottoscrivere tale e quale l’elenco che nella presentazione la moglie fa di quelli che Judt considerava i suoi maestri. Oggi poi mi sono ritrovato particolarmente in un articolo dedicato a “Il problema del male nell’Europa del dopoguerra”, scritto nel 2007, nel quale a proposito del culto della memoria della Shoah esprime esattamente gli stessi dubbi che avevo formulato un paio d’anni prima, in uno scritto dal titolo “La notte della memoria”. Naturalmente Judt lo fa alla sua maniera, con una scrittura pulita e semplice che va dritta al cuore dell’argomento. Ritengo allora valga la pena trascrivere l’ultima parte dell’articolo e proporvela, con la speranza che qualcuno non resista alla tentazione di leggersi tutti gli altri.

 

[…] “Abbiamo ancorato la memoria dell’Olocausto così saldamente alla difesa di un singolo paese –Israele – da rischiare di circoscrivere il suo significato morale. È vero, il problema del male, per citare di nuovo Hannah Arendt, nel secolo scorso ha assunto la forma di un tentativo tedesco di sterminare gli ebrei. Ma non si tratta soltanto dei tedeschi e non si tratta soltanto degli ebrei. Non si tratta nemmeno soltanto dell’Europa, anche se è successo lì. Il problema del male – del male totalitario, del male del genocidio, è un problema universale. Ma se viene manipolato in favore di interessi locali, ciò che accadrà (ciò che credo stia già accadendo) è che le persone in contesti distanti dal ricordo del crimine consumato in Europa – perché non sono europee o perché sono troppo giovani per ricordare il motivo per cui è importante – non capiranno perché quel ricordo le riguardi e smetteranno di ascoltare quando cercheremo di spiegarglielo.

In poche parole, l’Olocausto potrebbe perdere il suo potere evocativo universale. Dobbiamo sperare che ciò non avvenga e dobbiamo trovare il modo per mantenere intatta la lezione fondamentale che la Shoah può davvero insegnare: la facilità con cui le persone – un intero popolo – possono essere diffamate, disumanizzare e annientate. Ma a nulla approderemo se non riconosciamo che questa lezione potrebbe veramente essere messa in dubbio o dimenticata; il problema delle lezioni è che, come il gatto del Cheshire, tendono a sbiadire di giorno in giorno. Se non mi credete allontanatevi dall’occidente avanzato e provate a chiedere qual è la lezione di Auschwitz. Le risposte non saranno molto rassicuranti. Non c’è una soluzione semplice per questo problema. Ciò che oggi appare ovvio agli europei occidentali è ancora oscuro per molti europei dell’Est, proprio come lo era per gli europei dell’Ovest quarant’anni fa. Il monito morale di Auschwitz, proiettato a caratteri cubitali sullo schermo della memoria europea, è quasi invisibile per gli asiatici o gli africani. E, forse soprattutto, ciò che sembra lampante alle persone della mia generazione avrà sempre meno senso per i nostri figli e i nostri nipoti. Possiamo preservare un passato europeo che da memoria sta sfumando in storia? Non siamo condannati a perderlo, anche solo in parte?

Forse tutti i nostri musei, i nostri siti commemorativi e le nostre gite scolastiche obbligatorie non sono segno che oggi siamo pronti a ricordare, ma indicano che riteniamo di aver scontato le nostre colpe e di poter cominciare a lasciare andare il passato e dimenticare, affidando alle pietre il compito di ricordare al posto nostro. Non so: l’ultima volta che sono stato a Berlino e ho visitato il monumento alla memoria degli ebrei d’Europa assassinati, ragazzini annoiati in gita scolastica giocavano a nascondino tra le steli. Quello che so per certo è che, se la storia deve svolgere correttamente il ruolo che le spetta e conservare per sempre prova dei crimini del passato e di ogni altro evento, è meglio non scomodarla. Quando saccheggiamo il passato per profitto politico, scegliendo i pezzi che possono fare al caso nostro e reclutando la storia per impartire opportunistiche lezioni morali, ne ricaviamo cattiva morale e anche cattiva storia.

Nel frattempo, forse dovremmo tutti fare attenzione quando parliamo del problema del male. Perché non c’è un solo tipo di banalità. C’è la banalità tristemente nota della quale parlava Hannah Arendt: il male inquietante, normale, familiare, quotidiano negli esseri umani. Ma c’è anche un’altra banalità, quella dell’abuso: l’effetto di appiattimento e di desensibilizzazione che si produce quando si vede, si dice o si pensa la stessa cosa troppe volte, fino a stordire chi ci ascolta e a renderlo immune dal male che descriviamo. Questa è la banalità – o la “banalizzazione” – con cui ci confrontiamo oggi.

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Cerchi e linee della Storia

di Paolo Repetto, 1 marzo 2020

Nella pagella di Leonardo spicca il dieci in Storia. Compare improvviso in mezzo ad altre valutazioni più che dignitose, ma che parlano in fondo di un interesse puramente scolastico. È un Everest che svetta tra tanti settemila, coronato dagli ottomila di Francese, Geografia e Italiano. Un po’ staccato, là sullo sfondo, il K2 del nove di Musica. Questo panorama disegna un profilo inequivocabile, sia pure facendo la tara alle maniche più o meno larghe degli insegnanti: Leonardo è un umanista. Quel dieci ci sta tutto, perché Leo ha una vera passione per la storia. E questa passione ha una spiegazione scientifica: c’è un gene particolare che ricompare nella mia famiglia ad ogni generazione, o almeno nelle ultime tre. Una volta, quando la genetica nemmeno esisteva, lo chiamavano bernoccolo, quasi a significare un’escrescenza maligna, una superfetazione del cervello, o la conseguenza di una botta in testa. Invece è questione di DNA. Elisa, mia figlia, studia Storia all’università. Leonardo è mio nipote.

La cosa più probabile è che si tratti di un fattore epigenetico: vivere in mezzo a migliaia di volumi che parlano di storia, che se ti muovi un po’ più bruscamente ti cadono in testa (di lì il bernoccolo), e che solo a vederli tutti assieme o ti sconfortano o ti danno l’idea di un universo sconfinato da scoprire, forse un po’ condiziona. Come che sia, l’interesse per la storia è ormai di casa, e suscita reazioni diverse. Nel mio entourage c’è chi lo reputa un viatico certo al disadattamento, oltre che alla disoccupazione. Io la penso diversamente. Quanto alla prima conseguenza, ne vado fiero: il mondo è sempre stato sottratto alla noia e al conformismo proprio dai non adatti (e resta ancora da stabilire chi davvero non lo è). Sulla seconda ho qualche dubbio. Se la passione è sincera, uno sbocco lo trova. E se non lo trova, rimane almeno la passione.

L’amore per la storia è la manifestazione più alta e nobile della curiosità. Posso sembrare partigiano (e lo sono, eccome), perché anche l’inclinazione per le scienze ne è una manifestazione elevatissima; ha però un retroterra di finalità pratica, quindi non è amore “puro”. E qui si potrebbe discutere all’infinito (col risultato poi che ciascuno rimarrebbe della sua idea), ma non è questo che mi interessa. Piuttosto, devo chiarire un paio di cose. La prima è che quando parlo di storia mi riferisco anche a quella naturale, e ci faccio rientrare quindi tutta la vicenda evoluzionistica. La seconda è che l’amore per la storia non può essere a mio parere settoriale, non può privilegiare un solo ambito, un’unica epoca particolare, singole aree o vicende. Sono senz’altro comprensibili le preferenze individuali per specifici campi di ricerca, ma se queste preferenze si spingono fino all’esclusività non hanno più a che vedere col genuino sentimento amoroso, ne sono una distorsione: sconfinano nel feticismo.

Quando Elisa decise di lasciare la facoltà di Design, dopo un anno di frequenza e dopo aver completato tutti gli esami con ottimi risultati, motivò così la sua scelta: “Mi piaceva, ma avevo l’impressione che sarebbe stato così” e disegnò con le mani un angolo che si chiudeva verso l’esterno. E aggiunse: “Ci sono un sacco di cose che non conosco, sento di non poter continuare ad ignorarle, e ho bisogno di uno sguardo così”, disegnando un angolo che si apriva e si allargava verso l’esterno. L’angolo visuale della Storia. Questo era sentimento genuino. Cosa potevo opporre, sempre che avessi voluto opporre qualcosa?

Lo studio della storia non risolve naturalmente il problema della conoscenza. Piuttosto, lo crea. È l’attività più socratica che si possa immaginare. Ed è un’attività che coinvolge alla stessa stregua tutte le nostre facoltà, tutte quelle che determinano la nostra condizione eccezionale di umani. Siamo umani proprio perché ci interroghiamo sul chi siamo e da dove veniamo, cercando magari anche di intravvedere dove andremo. Le altre conoscenze sono più o meno immediatamente necessarie alla sopravvivenza: quella storica rispetto a quel fine immediato è superflua, ma è indispensabile all’“esistenza”. Perché esistere (ex-sistere) significa chiamarsi fuori dal ritmo ciclico naturale, e amare la storia significa saper cogliere la progressiva “linearità” di questo distacco. Che non vuol dire pensare la storia come “progresso”, come una linea retta protesa in una sola direzione, ma interrogarsi sulle ragioni, positive o no, del nostro allontanamento dalla naturalezza, ripercorrerne le tappe, magari cercando di recuperare la memoria di opzioni che sono state scartate e che avrebbero potuto rendere diverso il nostro presente.

Queste cose però altri hanno saputo spiegarle molto meglio di quanto possa farlo io. Rientrano nelle motivazioni più consapevoli, razionali, allo studio della storia. A me qui interessa invece capire cosa c’è a monte: cosa può indurre la passione per una ricerca così apparentemente fine a se stessa, prima ancora di avvertire che tanto fine a se stessa poi non è. E posso farlo solo partendo da ciò che ha motivato me.

A differenza di Elisa, ho scoperto che avrei vissuto di storia e per la storia molto precocemente. Oserei dire che l’ho sempre saputo, molto prima di incontrarla come disciplina scolastica. L’ho scoperto principalmente attraverso le immagini. Ero affascinato dalle rappresentazioni di castelli, di ruderi, di velieri, di cavalli e cavalieri, di antiche città o di borghi medioevali, dalle divise settecentesche e dalle scene di battaglia all’arma bianca, da tutto ciò insomma che mi riportasse indietro nel tempo. Ma anche dalle favole e dalle epopee cavalleresche che lo zio Micotto raccontava la sera, impreziosite da una maniacale precisione nei dettagli ambientali e nei riferimenti temporali. E penso sia proprio questa la chiave: la scoperta di possibili tempi diversi da abitare (gli spazi sarebbero venuti dopo), ciò che suppone il non sentirsi totalmente in sintonia con quello in cui si vive. Più sopra l’ho chiamato “disadattamento”: ora devo precisare che non è il risultato dell’amore per la storia, ma, al contrario, ne è la causa.

Sentirsi fuori sintonia rispetto al proprio tempo non comporta comunque un rifiuto specifico. La sensazione di estraneità di cui parlo riguarda in realtà ogni tempo, e paradossalmente nasce proprio dal desiderio di abitarli o averli abitati tutti. E questo è reso tanto più possibile, sia pure a livello di fantasia, quanto più di quei tempi si conosce.

Abitare un’altra epoca non significa infatti fare del turismo temporale, andare a vedere un po’ come vivevano. Implica una partecipazione: si vorrebbe poter interferire, modificare qualcosa, segnare in qualche modo col proprio passaggio quel tempo. Magari, che so, riparando un torto, difendendo una causa, dando una piccola spinta a qualche cambiamento positivo che potrebbe avviarsi.

Il mio approccio alla storia è stato fin da subito di questo tipo. Ad ogni nuova situazione o vicenda o personaggio di cui venivo a conoscenza, seguiva l’immediata immersione. Cercavo lo spiraglio attraverso il quale, forte del senno di poi, avrei potuto inserire un piccolo cuneo. Diventavo il difensore di ogni oppresso, aiutavo la fuga di ogni perseguitato.

È chiaro che si trattava di una motivazione estremamente ambiziosa. Non mi identificavo nel dio che la storia la crea, perché ho sempre saputo che la storia la creano gli uomini, ma senz’altro nel demiurgo che con un piccolo gesto la modifica, che fa manutenzione per assicurare ordine, armonia ed equità.

Quindi, paradossalmente, l’amore per la storia è stato per me prima di tutto segreta ambizione di modificarla, di averne un qualche controllo. E questa ambizione, manifestatasi dapprima come un ingenuo sogno infantile (ma anche adolescenziale), si è tradotta poi ad un certo punto in una possibilità concreta. È avvenuto quando mi son reso conto che la storia con la quale mi confrontavo non era in realtà la somma neutra e inconoscibile e immodificabile degli accadimenti, ma una Storia con la maiuscola, consistente in ciò che è (o è stato) raccontato e in ciò che viene ricordato. Ed ecco allora rivelarsi la possibilità di intervento: la Storia si può leggerla in modi diversi, interpretarla e magari anche raccontarla da differenti punti di vista, riscattando dall’oblio protagonisti da tempo dimenticati o volutamente cancellati, riportando a galla vicende rimosse, redistribuendo ragioni e torti.

Non si tratta più dunque di usurpare il ruolo di Dio per far procedere la storia in un certo modo, ma di assumere responsabilmente quello di uomini nel dare un senso a come è andata, e una dignità a tutti coloro che ne sono stati protagonisti. Che poi, all’atto pratico, non è cosa molto diversa.

Confesso che la pagella di Leo mi ha euforizzato. Non è freddamente asseverativa come quelle fitte di soli nove e dieci, e non è appiattita sulla mediocrità pigra del sei. Parla, racconta. E quando ho chiesto a mio nipote come mai gli piaccia tanto la storia, lui mi ha guardato con espressione stupita e mi ha dato l’unica risposta possibile: “E come fa a non piacerti?

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Uomini e Topoi

di Paolo Repetto, 28 febbraio 2020

Premesse / Promesse

A partire da questo numero offriremo una serie di presentazioni prematuramente pensate per libri che non sono poi stati scritti, e con ogni probabilità non lo saranno mai. Potrebbe essere lo stimolo a farvene carico, e a scriverli voi stessi.

Fu il critico tedesco Ernst Robert Curtius (i nomi vanno citati entrambi, perché i Curtius nelle discipline archeologiche e linguistiche si sprecano) ad usare per primo il termine greco “topos” (luogo) in una accezione simbolica allargata, applicabile in letteratura, ad indicare un “luogo comune”. Curtius era un uomo tutto di un pezzo, un grande camminatore e uno studioso tanto valente quanto libero e serio, erede di quella tradizione classicistica tedesca che fa capo a Winckelmann ed è passata attraverso Goethe, Novalis, Holderlin, Seume e infiniti altri. Venne cacciato dall’insegnamento universitario in Germania nel 1937, perché il suo modo di concepire il rapporto tra la cultura classica e quella germanica era diametralmente opposto a quello del regime nazista. Può sembrare che tutto questo c’entri poco col nostro discorso, ma mi piace comunque sottolineare le eccezionalità, quando ci sono.

Quindi il topos è un “luogo comune”, ma non ha nulla a che vedere con la frase fatta, ecc. Sta invece ad indicare un soggetto letterario, o anche un semplice motivo, che viene ripetuto in forme più o meno stereotipate e a più riprese nell’opera di uno scrittore (ad esempio, l’adolescenza in Twain, ecc.) o ricorre in una particolare letteratura, o caratterizza trasversalmente un’epoca. La caratteristica del topos è però proprio quella di non scadere nello stereotipo, di proporre delle costanti di base che vengono poi declinate in una varietà di ambientazioni e interpretazioni sempre nuove. È un topos ad esempio quello del letterato che combatte contro l’ottusità e l’incomprensione dei suoi contemporanei (vedi ad esempio l’Hamsun di Fame), mentre è uno stereotipo quello dello studioso sfigato, occhialuto e inetto alla vita pratica e ai sentimenti.

A dispetto della loro natura estremamente duttile i topoi esistono, e quelli più ricorrenti sono facilmente riconoscibili: si può farne un elenco a partire dal nostos (il viaggio di ritorno), la queste, l’età dell’oro, il locus amoenus, l’avventura (o disavventura) notturna, e così via.

A mio giudizio, però, i topoi esistono anche sotto altra forma, chiamiamola “passiva”, In questo caso sono l’espressione delle inclinazioni mentali e caratteriali dei singoli. Voglio dire che un lettore (o un cinefilo) finisce per privilegiare dei filoni che per ragioni diverse lo attraggono in maniera particolare. Le motivazioni di queste preferenze possono essere opposte: perché si riferiscono a situazioni di cui il lettore ha esperienza, o perché cerca almeno sulla pagina o sullo schermo le esperienze che non ha fatto nella vita reale.

Io naturalmente, stante anche la mia natura onnivora, mi sono costruito un sacco di topoi personali: e proprio di questi voglio parlare in queste pagine. Non intendo però proporre una rassegna arida, per cui mi permetterò di raccontarli nel loro intreccio con la mia vita, con le mie esperienze e con il mio percorso culturale. Per farla breve: più che descrivere questi topoi, questi luoghi, ciò che mi interessa è raccontare il modo in cui li ho raggiunti. È sottinteso che certe indicazioni di percorso potrebbero risultare utili anche ad altri. Credo proprio che questo non costituirà una sorpresa per chi già conosce qualche altro mio scritto.

E gli uomini? Quelli non ho bisogno di spiegarli, e anche se volessi sarebbe impossibile. Racconterò invece di alcuni di loro, e di come abbiano, ciascuno a modo suo, contribuito alla costruzione dei topoi.

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Sulle tracce di Arnold Henry Savage Landor

di Paolo Repetto, 24 febbraio 2020 – vedi Album Sulle tracce di Arnold Henry Savage Landor

Sulle tracce di Arnold Henry Savage Landor copertinaUna volta esistevano personaggi di questo calibro: un po’ perché così ci nascevano, un po’ perché il mondo fino ad un secolo fa consentiva (o imponeva) di essere tali.  Di essere cioè veri viaggiatori, veri artisti, veri spiriti liberi, di inseguire la propria insaziabile curiosità solo muovendosi, possibilmente lenti, preferibilmente a piedi, e di vederlo davvero il mondo, e di ritrarlo da dentro.

Arnold Henry Savage Landor il mondo lo ho visto, e ritratto, praticamente tutto. Non aveva terraferma. Nato a Firenze (1865) in una famiglia inglese, si è formato sui libri di Verne e sui diari degli esploratori, ha coltivato la sua passione per la pittura negli studi di artisti affermati, ha cominciato a viaggiare giovanissimo in Europa e nei paesi nordafricani. A vent’anni varca l’oceano e per qualche tempo vive dell’attività di ritrattista negli Stati Uniti. Quindi attraversa il Pacifico per approdare in Giappone (1889), e anche qui si impone subito, viene chiamato addirittura a dipingere alla corte del Mikado: ma non è quel mondo a interessarlo. Trova invece i suoi soggetti ideali nell’isola di Hokkaido, tra gli Ainu. E ancora, in Corea (all’epoca praticamente sconosciuta agli europei), e poi in Cina e finalmente in Australia (1891), dove ritrae il primo ministro. Breve riposo in Inghilterra (mostra direttamente i suoi quadri alla regina Vittoria), poi nuovamente in Asia, nel Tibet “proibito”, dove viene catturato dai briganti e torturato. Riesce a scansarla per un pelo e torna in Cina, nel frattempo sconvolta dalla ribellione dei Boxers (1900): di lì in Russia, poi in Persia, in India e nelle Filippine (1901). Ancora negli Stati Uniti, e di qui nuovamente in Africa (in Abissinia fa un ritratto del Negus). Gli manca l’America Latina, ma rimedia subito: Mato Grosso e Rio delle Amazzoni (1911-12), canoa, mosquitos, serpenti, rapide. In Europa torna giusto a tempo per partecipare alla guerra (sul fronte italiano) e per distinguersi come progettista di armamenti avanzati (aerei e carri armati).

Alla fine del conflitto la salute non lo sorregge più. Rinuncia ai viaggi, fa vita semi-mondana tra Roma e Firenze, conosce (e dipinge) reali e diplomatici e attrici al tramonto. Tramonta anche lui, prima di toccare i sessant’anni, lasciando vivacissimi resoconti dei suoi viaggi (chissà perché, mai tradotti in italiano) e un enorme patrimonio iconografico, che ha però trovato scarso spazio nei musei, forse per le ridottissime dimensioni della maggior parte delle sue opere.

Landor riassume perfettamente le caratteristiche dei semi-irregolari del suo tempo. Condivide con Guido Boggiani l’amore per la pittura “documentaria”, per le esplorazioni e per l’etnologia (oltre ad un ironico disprezzo per D’Annunzio), con Albert Robida la passione per le macchine belliche futuristiche, e con l’alter ego di quest’ultimo, Saturnino Farandola, le avventure in ogni angolo del globo.

È coetaneo anche di Gorkji, di London e di Knut Hamsun, e a modo suo esprime il loro stesso spirito vagabondo. Lo fa naturalmente all’inglese, tenendosi in perfetto equilibrio malgrado poggi un piede sulla strada e l’altro sugli scaloni dell’alta società.

Anche nella pittura si muove controcorrente. Ignora tutti i fermenti impressionistici e post-impressionistici, non si cura di rivoluzioni tecniche ed estetiche. La pittura non è la sua vita. Non gli basterebbe, ha ben altro con cui riempirla. L’arte è uno strumento al servizio della sua curiosità, le dà corpo e la riassume. È antropologia per immagini, che si sovrappone ai racconti di viaggio e acquista poi una dignità autonoma. Landor affida la testimonianza agli occhi (e ai pennelli) anziché all’obiettivo, fissa figure, situazioni e ambienti sul legno delle tavolette anziché sulle lastre fotografiche. Può sembrare una scelta snobistica, in realtà è motivata proprio dall’equilibrio tra le sue passioni. Ed è una scelta che alla fine paga. Perché quelle immagini, a differenza di quelle fotografiche, non sono invecchiate col tempo. Gli Ainu di Landor sono nostri contemporanei, mentre quelli delle rarissime fotografie dell’epoca sono scomparsi da oltre un secolo. La sua arte è inattuale, ma inattuale non significa superata: significa mai attuale, ovvero sempre fuori dal tempo e dalle mode.

Che è quanto all’arte si dovrebbe chiedere.

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Avventure e disinvolture del plagiario

di Paolo Repetto, 21 febbraio 2020

Si quis furetur,
Anathematis ense necetur
Marc Drogin, “Anathema!”

Mentre cercavo notizie del pittore-scrittore-esploratore inglese Arnold Savage Landor per un album dedicato alla sua pittura (che apparirà a breve sul sito dei Viandanti), mi sono imbattuto in un accenno ai suoi contatti con D’Annunzio. Nulla di sensazionale: D’Annunzio conosceva un sacco di gente e Landor, che tra l’altro era nato e aveva vissuto a lungo a in Italia, a Firenze e a Roma, senza dubbio anche qualcuno in più. Mi aveva colpito però una particolare concomitanza: in parallelo all’album su Landor ne stavo curando infatti un altro su Guido Boggiani, e anche Boggiani è stato in rapporto con d’Annunzio, per un certo periodo abbastanza strettamente: oltre a collaborare alla stessa rivista e a frequentare gli stessi ambienti, ha veleggiato con lui sul panfilo “Fantasia”, in un viaggio-pellegrinaggio nell’Egeo, lungo le coste greche e dell’Anatolia, dal quale il vate avrebbe poi tratto ispirazione (trasfigurando in epica una vicenda quasi comica) per una delle sue Laudi più famose, “Elettra”.

Ora, per me queste non sono semplici e casuali coincidenze: sono lampi di luce, mi confortano del fatto che i miei interessi corrono lungo un filo rosso, sia pure spesso invisibile (di Landor sapevo assolutamente nulla fino a pochi mesi fa), e che tutto alla fine in qualche modo si tiene.

Ma il motivo di queste righe è un altro. Infatti, incuriosito, ho indagato un po’ più in profondità, per scoprire che di contro alle insistenze e al corteggiamento di D’Annunzio, il quale gli aveva proposto persino la scrittura di un romanzo a quattro mani, Landor si era sempre mantenuto su un piano di cortese freddezza (ciò che lo ha ingigantito immediatamente ai miei occhi, perché l’Immaginifico all’epoca era già un mito, non solo in Italia, e snobbarlo non era da tutti): e che un decennio dopo questi c0ntatti aveva trovato molte pagine dei suoi diari di viaggio trasposte di sana pianta in almeno due dei romanzi dannunziani. La cosa era stata messa in evidenza da “La Critica”, la rivista di Benedetto Croce, che aveva pubblicato fianco a fianco le pagine di Landor e quelle corrispondenti delle opere dannunziane.

Lo scoop de “La Critica” era solo l’ennesimo capitolo di una diatriba che andava avanti da anni, non solo in Italia ma anche in Francia, con accuse (più che fondate) rivolte a D’Annunzio di trarre con eccessiva libertà ‘ispirazione’ dalle opere altrui, da quelle di Maupassant, di Zola, di Paul Bourget e di un sacco d’altri. Non conosco la reazione di Landor, non ne ho trovato traccia: probabilmente, se un po’ ho capito il personaggio, non ha dato grosso peso alla cosa, ci ha fatto su una risata e se ne è dimenticato.

A me interessa però più il plagiario che il plagiato: non tanto nello specifico D’Annunzio, ma l’operazione in sé del furto e riciclaggio di idee, immagini e testi. E mi interessa non da un punto di vista, diciamo così, accademico, quanto piuttosto perché di alcuni plagi sono testimone diretto, e in altri anche parte in causa (non scrivo ‘vittima’ perché l’uso del termine per questi casi non mi piace, e spero di riuscire a spiegarne il motivo).

Veniamo ai fatti. Devo premettere che ho la memoria ‘pratica’ di un criceto, non c’è verso che ricordi dove ho posato un attrezzo, le chiavi della macchina o le ricevute dell’IMU, ma in compenso ne ho una ‘letteraria’ da elefante. Magari mentre ne parlo mi sfugge il titolo di un libro, o il nome dell’autore, ma il testo, quello rimane lì, l’ho ben presente. E di libri ne ho letti parecchi. Per cui non è così strano che provi ogni tanto delle sensazioni di deja vu, che mi squillino campanellini nella mente e mi renda conto di trovarmi davanti a pagine sospette. Fossi nato cane, sarei stato un ottimo segugio da plagiari.

Non sempre riesco ad identificare la fonte originale, ma quando il sospetto si insinua sono certo che qualcosa prima o poi arriverà a dargli conferma. In qualche caso invece l’agnizione è immediata. È accaduto ad esempio con uno dei moltissimi libri pubblicati negli ultimi trent’anni dal massimo divulgatore italiano di storia dell’ebraismo, Riccardo Calimani. Mentre lo leggevo ho avuto la percezione netta di essermi già imbattuto in quelle pagine, e sono corso a verificare su un paio di volumi sullo stesso argomento che avevo letto tempo prima. Bingo! Interi periodi risultavano pescati da “Profeti senza onore”, di Frederic Grunfeld, pubblicato in Italia una decina d’anni prima, senza cambiare una virgola, mentre più di un capitolo era stato riassunto usando al risparmio gli stessi termini. A quanto pare nessun altro se n’è accorto, perché Calimani ha continuato a sfornare libri senza che alcuno gli muovesse la minima obiezione.

Altrettanto clamorosa è una vicenda che mi ha visto in qualche modo coinvolto. Trent’anni fa, nel 1989, sono stato interpellato dalla Fondazione Feltrinelli per sistemare in un italiano corretto le schede di testo e le corpose didascalie che avrebbero dovuto corredare un volume prevalentemente iconografico, pensato come una polemica e anticipata contro-celebrazione dei cinquecento anni dalla ‘scoperta’ di Colombo. La redazione dell’opera era stata affidata, in linea con quell’intento e con la politica editoriale ‘terzomondista’ che in quel periodo caratterizzava ancora la casa editrice milanese, a un paio di docenti universitari latino-americani, mentre un fotografo argentino piuttosto quotato aveva il ruolo di consulente per la grafica e di responsabile della scelta delle immagini. C’era una certa urgenza, e ho accettato soprattutto in nome dell’amicizia che mi legava a chi dirigeva in quel periodo la Fondazione: ma quando mi sono trovato tra le mani il materiale mi è venuto un colpo.

I sensori si sono attivati già alla lettura della prima scheda, con la seconda è subentrata la certezza: quella roba l’avevo già letta. Infatti, non c’è voluto molto per risalire alla fonte: era la “Storia dell’America Latina” di Pierre Chaunu, un libricino sintetico, che abbracciava cinque secoli in poco più di cento pagine. I testi erano perfetti per il numero di schede previste, ma come oggetto di plagio risultavano decisamente poco azzeccati, dal momento che qualsiasi studente universitario avesse dato esami sull’argomento li conosceva. Per farla breve, dopo che l’editore si è convinto che a pubblicare roba del genere avrebbe perso ogni credibilità, e anche qualcos’altro, ho dovuto rifare di sana pianta più di un centinaio di schede storiche: e non solo, ho dovuto scrivere anche le didascalie esplicative di ciascuna immagine, ma prima ancora cercare le immagini stesse, perché per la parte relativa alla scoperta, alla conquista e al sistema coloniale non ne era stata selezionata e riprodotta una. Dovendo il volume uscire entro la metà di ottobre, in concomitanza con un convegno che avrebbe aperto con largo anticipo il carrozzone delle contro-celebrazioni colombiane, ed essendomi stato affidato il lavoro a fine giugno, ho trascorso per i successivi tre mesi tutti fine settimana girando da una biblioteca milanese all’altra, munito di speciali salvacondotti che mi hanno guadagnato l’odio imperituro del personale precettato, a scovare immagini in antichi e preziosissimi tomi di relazioni di viaggio e a inventarmi poi qualcosa che giustificasse le mie scelte.

Per la cronaca, uscimmo in tempo utile. Ne venne fuori persino un bel volume (“I tempi dell’Altra America”), anche se non conosco nessuno che lo abbia mai letto. Credo che i sudamericani contassero proprio sul fatto che il libro puntava soprattutto sull’iconografia, era un’opera da sfogliare, e per questo motivo non si fossero nemmeno curati di accertare se la loro ‘fonte’ era stata tradotta in italiano. In quell’occasione, visto che il mio nome sarebbe comparso a fianco di quello di quei lavativi, ho considerato per l’unica volta nella mia vita la ricerca come un lavoro, e ho preteso di essere remunerato in ragione del mio effettivo impegno.

Avrei altri personalissimi casi da citare, ma non credo sia necessario: per farsi un’idea della diffusione del fenomeno è sufficiente scorrere qualche pagina su Google alla voce ‘plagio’ (non le prime, perché trattano solo dei plagi musicali). Vengono fuori una serie di siti sui quali rimbalzano, spesso trasposti dall’uno all’altro alla lettera e senza alcun riferimento alla fonte originaria, tanto per rimanere in sintonia con l’argomento, esempi e denunce di casi di plagio letterario clamorosi, e testimonianze a carico e a discarico. Il che fa pensare che in rete sul concetto di plagio esista quantomeno una certa confusione.

 

Da una esplorazione velocissima emergono comunque due scuole di pensiero. C’è chi abbraccia una posizione ‘giustificatoria’, citando tutta una sfilza di addetti ai lavori, dal grammatico latino Elio Donato a Roland Barthes e, per una volta a proposito, a Umberto Eco, e chi invece sembra godere a scoprire gli altarini dei ‘mostri sacri’, da Pirandello a Montale, a Ungaretti, a Eco stesso, indiziato di plagio sia per “Il nome della rosa” che per “Numero Zero”, e persino a Camus. Il problema è che non sempre (anzi, quasi mai) riesce chiaro di cosa precisamente si sta parlando, e spesso si confondono volutamente le idee. Peggio ancora è quando di idee proprio non ce ne sono, e si parla a vanvera, riproponendo pari pari cose leggiucchiate qua e là e malamente assemblate.

Faccio un esempio, e naturalmente scelgo proprio quello relativo a Camus.

Sul bollettino del P.E.N. Club di aprile-giugno 2015 compare un articolo di Luigi Mascheroni, caposervizio della redazione Cultura e Spettacoli de “Il Giornale”. È un pezzo autopromozionale, visto che Mascheroni ha appena pubblicato un libro dal titolo sibillino, “L’elogio del plagio”, nel quale passa in rassegna i ‘prestiti’ letterari più clamorosi, dall’antichità a oggi, per arrivare poi a concludere che “senza il plagio la lettura sarebbe più povera” e che “i veri geni copiano”. A questa conclusione (che non è sua, ma di T.S. Eliot) arriva però dopo una pars destruens nella quale non fa sconti a nessuno, e smaschera i copioni di ogni epoca, “da Marziale al web”, come recita il sottotitolo. E lo fa in questi termini:

“E chi avrebbe mai pensato di trovare nello stesso elenco dei plagiari il nome dello scrittore franco-algerino Albert Camus, morto il 4 gennaio 1960 in un incidente automobilistico, dopo essere stato tre anni prima il più giovane Nobel per la Letteratura della storia? La pietra dello scandalo è rappresentata peraltro dal suo romanzo più acclamato, “La peste” (1947), le cui pagine, a un’attenta comparazione, risultano incredibilmente affini a quelle di un singolare romanzo di un autore italiano anticonformista e semidimenticato: “La peste a Urana” (apparso da Mondadori nel 1943) di Raoul Maria De Angelis, nato in provincia di Cosenza nel 1908 e morto a Roma nel 1990. Non è solamente il titolo del romanzo di Camus e i nomi delle città in cui si svolge la vicenda (Urana e Orano) a deporre a favore di un possibile plagio dal libro dello scrittore italiano, che il futuro premio Nobel avrebbe potuto conoscere in traduzione francese, ma l’intero impianto narrativo dell’opera. Lo stesso De Angelis, nel pieno della polemica, tra il 1948, anno della traduzione del romanzo di Camus da Bompiani, e il 1949, quando i giornali italiani titolavano “La Peste di De Angelis ha contagiato Camus”, fu il primo a parlare di «precedenti» e «somiglianze impressionanti» (ma mai di plagio), ed è indubbio che le due opere, pure sostanzialmente autonome e stilisticamente molto differenti, presentino ambientazioni ed episodi (e il finale) – diciamo così – «somiglianti». Sulla vicenda la querelle fra gli studiosi è aperta …

Ora, si dà il caso che dieci anni prima, su “Il Tempo” del 6 aprile 2006, fosse comparso un articolo non firmato titolato “Da Fedro a Dan Brown”, l’arte immortale del plagio letterario, il cui autore afferma ad un certo punto: “Non ci saremmo mai aspettati di vedere inserito nel registro nero dei plagiari il celebre scrittore franco-algerino Albert Camus, morto il 4 gennaio 1960 in un incidente automobilistico, dopo essere stato tre anni prima il più giovane Nobel per la letteratura. La pietra dello scandalo, se così possiamo dire, è rappresentata dal suo romanzo più acclamato, “La Peste” (1947), le cui pagine, da un attento esame comparativo, sono risultate scopiazzate in più punti da un altro reperto di narrativa, “La peste a Urana” (1943), dello scrittore calabrese Raoul Maria De Angelis. Non è solamente il titolo del romanzo di Camus a deporre a favore della tesi del plagio, ma l’intero impianto narrativo dell’opera. Sul conto dello scrittore francese c’è da osservare che egli poté venire a conoscenza del libro del narratore calabrese a seguito della traduzione in lingua gallica che ne fu fatta a suo tempo. La conclusione è che anche in campo letterario non ci si può fidare di nessuno”.

È vero. Soprattutto non ci si può fidare di giornalisti semi-analfabeti che si improvvisano critici letterari. L’anonimo in teoria non dovrebbe essere Mascheroni, che a “Il Tempo” non ha mai lavorato. Quindi questo è uno squallido esempio di plagio, perché Mascheroni o ha copiato di sana pianta l’articolo, dopo aver rubato al suo autore l’idea, oppure ha copiato se stesso per rivendere roba vecchia senza neppure cambiare l’incarto. E fin qui, comunque, il danno sarebbe relativo: il bollettino non lo legge nessuno, il P.E.E. club ha semplicemente pagato per nuova merce riciclata, e probabilmente non è nemmeno la prima volta. Rimane però un problema di merito. L’autore infatti (o gli autori?), oltre a non aver letto evidentemente nessuno dei due romanzi, e quindi a non aver fatto un “attento esame comparativo”, dal quale risulterebbe invece che le due opere non sono nemmeno lontanamente parenti (a differenza del nostro fustigatore, li ho letti entrambi), porta poi a sostegno della sua tesi la quasi omonimia delle città in cui le vicende sono ambientate. Ovvero, a suo parere Camus avrebbe chiamato Orano la sua storpiando l’Urana di De Angelis. Il che significa che il nostro acuto critico, oltre ad essere un millantatore (l’attento esame comparativo!) ignora tanto la geografia, perché non sa che esiste in Algeria una città di nome Orano, quanto la storia della letteratura, perché ignora che Camus proprio ad Orano è nato e ha trascorso la giovinezza. Per non parlare del titolo: col criterio investigativo adottato da Mascheroni Camus potrebbe aver pescato a piene mani da De Foe o dal cardinal Borromeo (che scrisse un “De pestilentia” ‘ispiratore’ anche di Manzoni). Quanto all’argomento, non ricorda troppo da vicino Tucidide, Lucrezio, Boccaccio, Manzoni stesso? Ragazzi, se questo è il responsabile dei servizi culturali, non oso immaginare il livello della truppa.

Potrà sembrare che io dia un peso eccessivo alla vicenda. In fondo, non sarà certo il libello di Mascheroni a intaccare la stima di cui Camus gode presso i suoi lettori. Ma il fatto è che due cose detesto dal profondo dell’anima, e quelle sono l’ipocrisia e la viltà, e Mascheroni mi conferma che vanno sempre a braccetto. “Sulla vicenda la questione è aperta …con tanto di puntini è un modo pilatesco per dire: “Io non mi pronuncio, ma vi ho insinuato il tarlo e ho fornito gli indizi”. È insomma un modo vile per spargere veleno nella certezza dell’impunità. Dietro la ricerca del sensazionalismo di bassa lega c’è infatti un’operazione sottile di delegittimazione, nel caso specifico avviata nei confronti di un autore che alla destra per la quale Mascheroni scrive piace poco (ma qui l’ignoranza diventa abissale, perché Camus non ha mai goduto di eccessiva simpatia neppure presso la sinistra ‘ortodossa’, che fino a ieri e probabilmente anche oggi gli ha sempre preferito Sartre): ed è anche infine, verosimilmente, un mezzuccio per autoassolversi, appellandosi al “così fan tutti”. Proprio tutti no, Camus no senz’altro, Mascheroni certamente.

Quindi, c’è di molto peggio, ma io ritengo siano gli indizi meno clamorosi, più subdoli, quelli da cogliere, se si vuol tentare di arginare l’andazzo. Non è solo questione di personale disgusto: è che in questo modo si intorbidano talmente le acque da non consentire più di distinguere ciò che andrebbe conosciuto dalle fanfaluche.

Ma torniamo al dunque. Se non scaglio la prima pietra, a meno che il bersaglio non siano i lapidatori professionali, è intanto perché non sono poi così sicuro di non essere incorso qualche volta io stesso in piccoli plagi, sia pure involontari. Da almeno sessant’anni annoto in innumerevoli taccuini le idee che mi vengono suggerite dalle letture o da semplici accadimenti quotidiani, e spesso trascrivo frasi o interi periodi che mi hanno colpito, immagini che ho trovato originali, non sempre riportando in calce a ciascuna l’autore o il titolo di provenienza.

Di norma so distinguere tra ciò che è frutto della mia mente e quello che appartiene ad altri, ma potrei anche, soprattutto per le cose annotate molto tempo fa, essermi convinto di una paternità che in realtà non mi spetta. Non sto mettendo le mani avanti: spero non sia accaduto, ma so che potrebbe, e dovessi accorgermene mi spiacerebbe, ma non ne farei un dramma. Quando arrivo a scrivere qualcosa è perché mi urge in mente da parecchio e, da qualunque parti arrivi, almeno in parte ormai è mia.

Questo vale anche per quella particolare pratica costituita dall’auto-plagio. Occupandomi disordinatamente di un po’ di tutto (per pura curiosità, e non per mestiere) ed essendo ormai avviato verso il rimbambimento senile, mi scopro talvolta a ripetere cose già scritte in precedenza. Dipende probabilmente dal fatto che vado molto d’accordo con le mie idee, e finisco per ribadirle quasi sempre nella stessa forma. Quando me ne accorgo taglio corto e ricorro sfacciatamente all’autocitazione, ma non sempre la memoria mi soccorre in tempo. In tal caso non danneggio nessuno, risulto soltanto noioso. Naturalmente però non funziona sempre così. C’è come abbiamo visto anche chi ricicla senza alcuno scrupolo più volte le stesse cose, cambiando semplicemente titoli e contesti, e se pure lo fa con materiale proprio è quanto meno poco corretto nei confronti del lettore e meno ancora nei confronti di se stesso.

Un secondo motivo che mi induce a chiamarmi fuori dalla canea è la piega bassamente strumentale e speculativa che lo ‘smascheramento’ del plagio ha preso ultimamente. Come accade per altri fenomeni (si pensi al boom delle denunce per molestie sessuali), le motivazioni, al di là dell’imbecillità maligna o della malafede rancorosa alla cui esternazione la rete ha aperto praterie immense, sono nella gran parte mirate a possibili risarcimenti o comunque alla ricerca di una visibilità pubblicitaria. Tale deriva attiene però ad una idea del ‘lavoro culturale’ che mi è totalmente estranea, che equipara le realizzazioni dello spirito e della fantasia ad una qualsiasi merce materiale e il plagio al furto di segreti aziendali. Non è certamente questa l’ottica nella quale volevo affrontare il problema, anche se per forza di cose, e appunto per prenderne le distanze, devo tenerla presente.

Proprio mentre sto scrivendo queste righe mi viene in mente un’altra considerazione. Al di là del plagio letterario, che è il vero argomento di questo intervento, esiste una sterminata casistica di piccoli plagi quotidiani dei quali siamo protagonisti attivi o passivi. Mi riferisco a idee, frasi, vicende, che colpiscono l’immaginazione e vengono fatti propri e riciclati. È una compulsione a riempire la propria esistenza di fatti che la rendano più significativa, e probabilmente non solo agli occhi altrui. È capitato recentemente che mi sia sentito raccontare da un conoscente un episodio di cui ero stato protagonista moltissimi anni fa, e nel quale quella persona non aveva avuto alcuna parte, forse neppure era presente. Me lo ha raccontato come fosse capitato a lei, con dettagli e particolari che mi fanno pensare di essere stato io stesso a riferirglielo. La situazione era a dir poco surreale, ma sono stato al gioco, pensando che per non rendersi conto dell’assurdità della cosa quella persona, per il resto assolutamente normale, doveva averla fatta totalmente propria, doveva averla rivissuta una miriade di volte nella fantasia, fino a dimenticarne la fonte originaria.

Ora, pur senza arrivare a situazioni limite di questo tipo, penso che nella nostra quotidianità il plagio più o meno inconsapevole abbia un ruolo importantissimo. In termini scientifici ciò è stato confermato dalla scoperta recente dei neuroni specchio, in quelli antropologici dalla teoria mimetica di René Girard. In pratica ogni nostra azione non sarebbe che l’imitazione di azioni altrui, e il plagio arriva anche oltre, va fino alle intenzioni. Certo che, messa così, la cosa cambia decisamente aspetto. Se il plagio è una componente essenziale della nostra cultura e della nostra stessa esistenza, allora tutta la faccenda va riconsiderata sotto un’altra luce. Avremo comunque modo di riparlarne. Qui mi limito a cercare di capire perché goda di una considerazione tanto negativa quando riguarda la letteratura.

Il plagio letterario ha una storia antichissima. Risale alla tradizione orale, nella quale non costituiva però un problema, perché non c’era alcuna paternità certa, nessuno sapeva da chi avesse avuto origine un’idea o un racconto particolare e nessuno poteva vantarne l’esclusiva. L’imitazione o l’appropriazione erano in fondo l’unico tramite per la diffusione di un testo. Quando Omero (o chi per esso) trasferì questa usanza alla scrittura cominciarono ad esserci delle prove documentali delle precedenze, anche se le cronologie rimanevano difficili da stabilire. Il plagio a questo punto aveva una sua evidenza, e infatti si cominciò a parlarne. Tra i latini, ad esempio, qualcuno (come Marziale) lo stigmatizzava, altri lo giustificavano (come Elio Donato). In linea di massima, però, non era ancora considerato uno scandalo: intanto perché non esisteva il concetto giuridico di proprietà intellettuale, ma soprattutto perché il valore di un’opera non era calcolato sulla sua originalità, quanto, al contrario, sulla sua aderenza a modelli riconosciuti, e il grande pubblico questo si attendeva. Di fatto, poi, è evidente che ciascun autore serio cercava un linguaggio e un percorso suo.

A quanto pare però molti preferivano le scorciatoie, tanto che nel medioevo per difendersi dalle operazioni piratesche gli autori riempivano la prima o la quarta di copertina dei manoscritti di anatemi e maledizioni come quella che ho riportato in esergo. In effetti, al di là di quelle non avevano molte armi per difendersi. Lo stesso Cervantes fu indotto a scrivere la seconda parte del “Don Chisciotte” per contrastare le imitazioni dozzinali e i sequel che avevano cominciato immediatamente a circolare, ma non ottenne alcuna soddisfazione dai tribunali ai quali si era rivolto per impedire che fosse usato il suo personaggio. E già si parla di un’opera uscita a stampa.

I tempi comunque stavano cambiando. La connotazione decisamente negativa del plagio è legata infatti proprio all’avvento della stampa e alla nascita del mercato editoriale moderno, contestualmente alla quale arrivava già ai primi del Settecento la definizione del diritto d’autore (che in inglese ha mantenuto la dicitura di copyright, diritto di copia, ovvero di stampa, in quanto si riferiva inizialmente solo ai privilegi concessi agli stampatori).

Con l’ingresso nella modernità il mercato editoriale crea la professione letteraria, o meglio, ne cambia lo status. Non che un rapporto ‘mercantile’ prima non ci fosse, ma fino al Rinascimento il letterato viveva delle pensioni e delle elargizioni dei suoi committenti (pubblici o privati): ora vive invece delle parole che scrive. Tra Ariosto e Aretino passa nemmeno una generazione, ma il rapporto del secondo con la propria opera e il proprio pubblico è già mutato. Ancor più lo sarà un paio di secoli dopo, quando committenti diventano i borghesi, e De Foe e Diderot possono offrire in libreria o in abbonamento la giustificazione morale e la consacrazione sociale delle fortune di questi ultimi. Le parole acquistano un preciso valore economico (nell’Ottocento gli scrittori d’appendice erano pagati un tanto – o un poco – a pagina), e diventa importante difenderle dall’appropriazione altrui (quanto all’Aretino, erano gli altri a doversi difendere dai suoi saccheggi).

Quello stesso mercato è però l’ispiratore fondamentale del ricorso al plagio. Con la crescita dell’alfabetizzazione e quindi del numero dei lettori i ritmi editoriali diventano sempre più frenetici, il pubblico chiede cose sempre nuove da consumare. D’Annunzio copia da Landor e da molti altri perché è inseguito dai debiti e dai contratti stipulati con gli editori strappando cospicui anticipi. Deve accelerare costantemente i tempi di produzione. Lo stesso accade a Salgari, a De Amicis e ad un sacco di altri autori. Il modello fordista di produzione si applica prima all’editoria che alle automobili.

Ma è cambiato anche il gusto, perché i lettori hanno cominciato ad apprezzare piuttosto l’originalità che non l’aderenza ad un modello. Nella letteratura non cercano più rassicurazione e conferme della stabilità del mondo, ma indizi del suo progresso e aperture a potenzialità nuove. E in quanto consumatori paganti non vogliono farsi rifilare merce di seconda mano. Acquistano un prodotto che reca stampigliato in copertina, in piena evidenza, prima ancora del titolo, il nome dell’autore, e a partire dai primi dell’Ottocento, nel frontespizio, persino il suo ritratto. Queste cose sono un marchio di fabbrica, sanciscono appunto una proprietà, un’esclusiva: ma dovrebbero anche essere garanzia di una ‘originalità controllata’.

Naturalmente, così come le maledizioni, anche queste marchiature non scoraggiano affatto i plagiari. Che, anzi, nell’Ottocento e nel secolo scorso si moltiplicano. Ma non godono più di una distratta impunità. Il vero deterrente è il disprezzo cui è esposto chi viene colto in fallo. Il plagio diventa ‘moralmente’ intollerabile perché, a differenza di una qualsivoglia altra truffa, che è un gioco sporco di astuzie attorno a beni materiali, macchia un ambito che si vorrebbe considerare spiritualmente immacolato. Ed è anche sanzionato giuridicamente. Una volta che la proprietà diventa un diritto, il plagio diventa un furto. Viola un principio etico e viola al tempo stesso una legge di mercato. In più, rivela aspetti e retroscena del lavoro intellettuale che spiazzano e disilludono.

La questione si complica ulteriormente nell’odierna età dell’informatica. La massa enorme di materiali immediatamente accessibili e facilmente manipolabili attraverso il ‘copia e incolla’ crea una tentazione enorme a profittarne per velocizzare ulteriormente. Il fatto stesso che tutto ciò che viene intellettualmente prodotto sia visto sempre più come materiale di immediato consumo, e presto destinato all’oblio, induce a rischiare tranquillamente, per produrre appunto a ritmi industriali. Sono insomma l’insignificanza delle idee e la volatilità stessa del supporto sul quale circolano a favorire la tentazione del plagio. Ed è anche vero che sulle onde di quella rete di idee ne circolano talmente tante che non ha nemmeno più senso parlare a loro proposito di plagio.

Si complica pertanto anche la casistica. In teoria oggi qualsiasi appropriazione di materiale altrui potrebbe essere smascherata all’istante, con un semplice confronto in rete; nella pratica sembrano ormai tutti talmente indaffarati a scopiazzarsi a vicenda, cercando magari di essere originali nella copiatura, da non dar peso a queste cose (o da dargli solo quello sbagliato). Una definizione giuridica della materia è d’altro canto quasi impossibile (e più ancora, assolutamente inutile). Sarebbe persino assurda, in un contesto nel quale ciascuno di noi è giornalmente spogliato di ogni “dato sensibile”, che viene immesso immediatamente sul mercato e diventa strumento per un totale asservimento ai meccanismi del consumo. Al confronto, la ‘sottrazione’ di qualche pagina o di qualche idea non può che far sorridere.

Al di là di questo, però, ciò che mi spinge ad un atteggiamento cauto (che non vuol dire tollerante), è la varietà dei modi e delle motivazioni che possono stare dietro un plagio. Prendiamo il caso del già citato Calimani: tutto sommato, prestiti o meno, l’intento e l’insieme della sua opera sono meritori. È un divulgatore, ha scritto più di venti volumi (e tutti piuttosto poderosi) di storia dell’ebraismo dai quali io stesso ho attinto conoscenze e rimandi ad altri autori, ci sta anche che qualche volta abbia preso delle scorciatoie. Il problema in questo caso, trattandosi di saggistica storica, è piuttosto che i materiali usati siano stati vagliati criticamente. Il resto è una questione di virgolette (non lo dico io, lo scrive Barthes, ma l’ho fatto mio), e mettere o meno le virgolette dipende da una personalissima concezione della dignità propria e del senso del proprio lavoro. C’è persino chi eccede, e virgoletta metà del testo: ma in questo caso lo scrupolo c’entra poco. Di norma è solo un trucco per conferirgli autorevolezza, per dirci che ciò che stiamo leggendo ha alle spalle scavi e accumuli e conoscenze profonde.

Intendiamoci, non sto dicendo che in un lavoro a carattere essenzialmente compilativo il plagio sia accettabile o addirittura giustificato. Dico solo che in questi casi il problema del plagiario è con se stesso, piuttosto che coi suoi lettori. Certo, c’è una bella differenza tra raccontare le stesse vicende e raccontarle con le stesse parole o trarne identiche riflessioni: ma rimane che quelle vicende, i fatti storici, sono proprietà di nessuno, che le riflessioni uno le scrive perché circolino e che al limite da una loro ‘trasposizione’, anche letterale, il lettore non ha un danno. È normale che provi un senso di fastidio, se si accorge della cosa, e certamente concederà per il futuro minor credito all’autore. Ma finisce lì.

Diverso è il discorso per l’opera narrativa. La narrazione letteraria, e tanto più quella poetica, sono creazione più o meno ex-nihilo, e allora le idee e le parole per esprimerle sono soggette alla denominazione d’origine controllata. Appropriarsi delle une e delle altre e spacciarle per proprie è in questo caso un furto bello e buono e, peggio ancora, è un furto assolutamente stupido. Ma anche qui occorre fare delle distinzioni. Salgari e Verne copiavano intere voci dalle enciclopedie e paragrafi dai libri di viaggio per dare una credibile ambientazione alle loro storie, oltre che per cumulare pagine da tradurre in moneta. Anche per loro vale a mio giudizio la scusante di una utilità per il lettore. Di questo infatti ancora li ringrazio: ho imparato prima dei dieci anni che esiste il marabù, che l’Islanda è piena di vulcani e dove si trova l’isola di Tristan da Cunha, conoscenze che sono poi risultate fondamentali per la mia vita. D’Annunzio copiava invece Landor per ammantarsi di esotismo, per contrabbandare di sé un’immagine falsa e alimentare un mito. Sono due cose ben diverse.

Di questo passo mi sto però addentrando in un ginepraio dal quale so già che non saprei più uscire. I possibili distinguo sarebbero infiniti, e comunque legati alla mia personalissima sensibilità. Meglio tornare indietro e tagliare corto, riassumendo e riannodando quello che sin qui ho cercato confusamente di dire.

  1. In primo luogo è difficile definire l’area del plagio. Non è tanto l’entità del ‘prestito’ a stabilirne le coordinate, quanto il modo o l’intenzione coi quali l’autore usa i materiali di cui si è appropriato (e naturalmente ci sono anche quelli della ricezione del lettore). Quattro pagine di Grunfeld non onestamente citate nel mare magnum di Calimani hanno un peso, se fossero contrabbandate come articolo a sé sotto un altro nome ne avrebbero uno diverso. E più in generale: una cosa è trarre ispirazione da un’opera, un’altra è riscriverla più o meno tale e quale (a meno di non essere il Pierre Menard di cui parla Borges). E fin qui non ci piove.
  2. Per come lo intendo io, il plagio va considerato prescindendo dall’esistenza o meno di ‘diritti di proprietà’ funzionali all’industria culturale, che ha regole e giurisdizioni delle quali francamente mi importa un fico secco. Chi scrive per passione genuina lo fa per sé prima che per gli altri: non si lega alla catena di montaggio e sa di non poter essere derubato della sua interiore soddisfazione. La questione si pone quindi sotto un profilo puramente etico (distinguerei anche da quello morale, per il quale il furto è comunque una colpa: ma qui si tratta di rispondere alla propria coscienza, non a quella collettiva).
  3. In quanto lettori, il plagio esiste quando ci disillude. Quando sentiamo tradita la nostra fiducia, distrutta l’aura speciale che abbiamo costruito attorno ad un autore che amiamo o l’autorevolezza di cui ammantiamo lo storico e il saggista che ci interessano. Più in generale, quando ci mostra un aspetto del lavoro intellettuale che ci rifiutiamo di accettare. E ancor più ci indigna quando è fatto male, in maniera sciatta e abborracciata, e risulta palesemente fine a se stesso.
  4. Quanto agli autori, invece, o attuano l’esproprio in funzione di una creatività che porta quelle pagine ad essere comunque qualcosa d’altro rispetto all’originale, e allora non di plagio si può parlare ma di rielaborazione: oppure tirano semplicemente a campare per la via più comoda e scorretta. In questo caso, al di là della scorrettezza, anzi, del furto bello e buono, a infastidire è la povertà spirituale che induce quel comportamento.
  5. Quando è tale, il plagio si sanziona da solo, indipendentemente dal fatto che venga scoperto o meno. Credo che nessuno possa avere rispetto di se stesso, e pretenderlo dagli altri, quando lo specchio gli rimanda un mistificatore, un poveraccio che non è in grado di fare lo sforzo e di assumersi la responsabilità di quattro idee o di quattrocento parole originali. Gli idioti (che dalle nostre parti vengono chiamati furbetti, e sono comunque moltissimi), forse: ma quelli costituiscono una categoria a parte. Sono idioti appunto perché non hanno rispetto di sé, e lo sono doppiamente perché non lo sanno.
  6. Ho sempre immaginato che girare costantemente con carte false debba essere una sensazione terribile, che la paura di essere scoperto finisca per condizionare ogni gesto, ogni scelta, e, qualora la cosa si verifichi, la vergogna risulti intollerabile. In Germania un ministro accusato di aver copiato parte della sua tesi di laurea si è immediatamente dimesso e si è ritirato dalla vita politica. Ho apprezzato il gesto, sperando fosse dettato più dal tarlo interiore che dalle pressioni esterne. E anche se così non fosse, mi è parso comunque giusto. Non è questione di credenziali culturali attendibili o certificate, ma di coerenza etica: avrebbe potuto essere magari un buon ministro, ma sarebbe rimasto per sempre ricattabile, e non da fuori, ma dalla sua stessa coscienza.

Nessuna paura, però, per chi in Italia avesse qualche peccatuccio di questo tipo. Dalle nostre parti il problema non si pone. Quanto a coscienza, collettiva o individuale, siamo molto più avanti. Da noi un caso simile è valso recentemente alla protagonista la promozione a ministra.

 

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Grazie per la risposta. ✨

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di Paolo Repetto, 16 febbraio 2020

Seconda puntata del caso Albert Robida. In quella precedente abbiamo visto che ci sarebbero mille motivi per riesumare lo scomparso Saturnino Farandola (la mia copia, letteralmente), non ultime le bellissime immagini che impreziosivano l’edizione originale. Ora vorrei concentrarmi invece su un aspetto della immensa produzione di Robida che in Italia è praticamente ignorato: quello visionario-fantascientifico. Anche perché nel frattempo ho scoperto l’esistenza di una setta di cultori di questo autore, gli adepti dello Steampunk, che da qualche anno ne sta promuovendo il culto. La cosa da un lato non può che farmi piacere, ma dall’altro un po’ mi inquieta, perché ho sempre in sospetto ogni forma di beatificazione. In questo caso, poi, siamo già molto al di là del sospetto, visto che figuranti in costumi steampunkers hanno cominciato a sfilare e ad esibirsi nei carnevali e nei festival del fumetto.

Il mio rinnovato interesse per Robida muove da stimoli diversi e viaggia in un’altra direzione, anche se è legato proprio alla tematica che più caratterizza la sua opera e che sta all’origine del “movimento artistico e culturale” (o del fenomeno modaiolo, a seconda dei punti di vista), cui accennavo sopra: quella del rapporto con le tecnologie. Il tema era già presente nel Saturnino in forma di benevola parodia di Verne, ma è stato poi affrontato e sviluppato dall’autore in una trilogia fantastica della quale sinceramente fino a ieri sapevo nulla. Provo adesso a recuperare.

Al trittico fantascientifico sono arrivato per vie traverse, partendo dalla lettura di un libro di André Gorz, L’immateriale, l’ultimo scritto dal filosofo prima della Lettera a Dorine e del tragico e romantico suicidio della coppia. Nel saggio Gorz cerca di immaginare quale possa essere il futuro del lavoro, e questo mi ha rimandato ad altri scritti sullo stesso tema editi recentemente (sui quali intendo tornare). Ma soprattutto mi ha fatto imbattere in una citazione da un romanzo di Robida, Il ventesimo secolo, l’unico tradotto in italiano oltre al Saturnino, che prometteva sviluppi interessanti. Di qui sono partiti la caccia immediata al testo (necessariamente in rete, e quindi già in qualche misura connessa al tema), e il rinnovarsi della fascinazione per le immagini disegnate da Robida, già a partire da quella di copertina. Subito appresso è arrivata però anche la sorpresa dell’attualità dei contenuti: ho scoperto che Robida aveva anticipato tutta una serie di innovazioni tecnologiche con le quali facciamo i conti oggi e che hanno ridisegnato la nostra quotidianità.

Le Vingtième siecle è come dicevo il primo volume di una trilogia che si completa con La guerre au Vingtième siècle e La vie électrique. I tre romanzi sono stati scritti in quest’ordine nell’arco di una decina d’anni, tra il 1883 e il 1892, e sono comparsi nella classica forma del feuilleton, in fascicoli a puntate. Ma alcuni spunti, ad esempio quello della radicale trasformazione dei conflitti nell’età moderna, l’autore li aveva in testa almeno da una ventina d’anni: lo dimostrano gli album giovanili inediti che aveva riempito di disegni di battaglie futuribili. Lo stimolo immediato a scrivere questi romanzi fu costituito probabilmente dal successo arriso a Saturnino Farandola: occorre però tener presente che quel periodo fu caratterizzato da una vera ubriacatura di massa per le potenzialità e le meraviglie connesse all’uso dell’energia elettrica. Robida non ne fu immune, ma rimase sufficientemente sobrio per guardare un po’ più lontano.

Nel 1881 l’Esposizione Universale di Parigi aveva celebrato definitivamente l’ingresso dell’Europa (e del mondo) nell’era dell’elettricità e aveva acceso ogni tipo di fantasia. L’Expò rappresentava il culmine di un percorso iniziato nella capitale francese quarant’anni prima, con la sperimentazione di lampade ad arco per l’illuminazione pubblica. Quelle lampade producevano però una luce molto instabile, soggette com’erano alla velocissima erosione degli elettrodi, quindi necessitavano di una manutenzione costante e costosissima; erano belle a vedersi, la luce era bianca e intensa, ma rimanevano meraviglie più spettacolari che funzionali. Solo dopo la metà degli anni settanta erano state brevettate le prime lampadine a incandescenza, a luce regolare e continua, che potevano invece essere adatte anche ad un uso domestico diffuso. Nel frattempo il telegrafo aveva iniziato a far viaggiare via cavo i suoi impulsi oltre gli oceani, aprendo nuovi orizzonti all’informazione e alla comunicazione, ed erano state brevettate le prime apparecchiature telefoniche. Tutte queste novità venivano propagandate da una fiorentissima pubblicistica di volgarizzazione scientifica e tecnica, e avevano preparato il terreno all’esplosione di quella che potremmo definire una “elettromania”.

Vediamone gli effetti. Intanto, la tecnologia elettrica prometteva di rendere obsoleta quella del carbone, responsabile negli ultimi due secoli di enormi e immediatamente tangibili danni ambientali, e quella del vapore, con i suoi limiti funzionali (quella del petrolio era ancora a venire, e all’epoca non faceva affatto presagire i suoi futuri sviluppi). Poi produceva un eccezionale impatto sull’immaginazione: per la prima volta si potevano davvero abbattere i confini tra la luce del giorno e la tenebra notturna, e quelli tra il tempo del lavoro e quello del riposo. Di notte le strade illuminate diventavano invitanti, e l’invito era ribadito dalle luminarie di facciata subito adottate dai teatri e dai grandi magazzini.

Da un lato quindi l’elettricità ampliava in modo smisurato il campo del possibile, dall’altro eleggeva le città a luoghi per eccellenza dell’utopia. Non solo: era associata alla velocità, in quanto la comunicazione per via elettrica diventava istantanea, e a congegni sempre più maneggevoli, a meccanismi di accensione e di regolazione semplici, quindi accessibili a tutti. L’abbondanza elettrica ventura faceva davvero presagire il passaggio dalla società dello stretto necessario a quella di un consumismo universalmente allargato. E infine, l’elettricità creava anche bellezza, o almeno contribuiva a rivelarla o a spettacolarizzarla: diventava icona di una società del piacere.

Tra gli innumerevoli cantori di questa meraviglia Robida occupa un posto particolare. Non certo per la qualità della scrittura, che non si scosta molto da quella dei romanzi d’appendice, anche se l’ironia di fondo la riscatta, ma senz’altro per la novità dell’impianto e la genialità delle intuizioni. Non si limita infatti a riprodurre e a celebrare l’esistente: ne ipotizza i futuri possibili sviluppi, i prolungamenti, e spinge l’innovazione fino a limiti che all’epoca sua potevano sembrare assurdi. Racconta le macchine, ma racconta soprattutto la società nella quale le macchine agiscono, i mutamenti culturali e sociali che il loro utilizzo induce, e che già stanno avvenendo sotto i suoi occhi: il ruolo dell’educazione, l’informazione di massa, la nascita del movimento femminista, la società dei consumi, ecc.

Robida fotografa la mutazione in corso con gli strumenti che gli sono propri, la scrittura appunto, ma soprattutto il disegno. Colloca le vicende dei suoi romanzi all’incirca attorno alla metà del ‘900, concedendosi uno spettro previsionale di sessanta/settant’anni. In realtà in questi romanzi le trame quasi non esistono, sono solo il pretesto per descrivere con taglio più sociologico che narrativo un mondo dominato e trasformato dalle tecnologie. E nel contempo, e principalmente, per dare la stura ad una immaginazione grafica strabordante (d’altro canto, anche questo scritto è in realtà un pretesto per offrire un assaggio delle immagini create da Robida. Non resistevo alla tentazione di condividerle). Nell’economia del suo racconto le immagini non sono né un semplice ornamento né una ripetizione del testo con un altro linguaggio: sono invece elementi costitutivi del testo stesso. Vanno a sostituire spiegazioni sui dettagli tecnici delle apparecchiature che risulterebbero pesanti e noiose, e che comunque all’autore non interessano affatto, mentre gli interessa la loro collocazione in situazioni che ci raccontano non tanto l’oggetto ma come, e da chi, l’oggetto è usato, come viene recepito, la sua penetrazione sociale, i meccanismi comportamentali o le abitudini cui dà origine.

A differenza di Verne, che rimane comunque il riferimento esplicito, Robida non guarda alle invenzioni eclatanti (sommergibili, razzi lunari, ecc…) quanto piuttosto ai dispositivi destinati ad un uso comune e universale. Ciò che vuol raccontare non è la meraviglia intrinseca agli oggetti, le leggi scientifiche e i processi tecnologici che ne determinano il funzionamento, dei quali sono portato a pensare avesse una conoscenza rudimentale (non possedeva certo le competenze di Verne, e neppure si avvaleva di consulenze scientifiche), ma l’impatto che quegli oggetti hanno sulla quotidianità, sui comportamenti, sul modo di pensare. E quindi immagina apparecchi il cui futuribile contesto d’uso sia il più ampio e comune possibile. Anche se non manca di intuizioni strabilianti, per la gran parte delle novità di cui parla fa riferimento ad oggetti già esistenti: la sua prerogativa è quella di coglierne i futuri possibili sviluppi e la connessione col cambiamento sociale.

Per farla breve: mentre Verne anticipa una evoluzione tecnologica che non nasce dalle esigenze quotidiane, tanto che le invenzioni che descrive sono il parto di “scienziati pazzi” o comunque di personaggi che con la vita normale hanno rotto i ponti, Robida prefigura le ricadute di questa evoluzione su tutti gli aspetti della vita umana, anche quelli un tempo considerati meno significativi. Ed è proprio questo a consentirgli di avere intuizioni a volte davvero straordinarie: la sua scelta prospettica tiene conto di quelle che potrebbero essere le richieste del grande pubblico, di come potranno essere suscitate o indirizzate, degli ambiti nei quali la tecnologia non è ancora presente, delle funzioni inaspettate che potrà andare a ricoprire.

Non stupisce quindi che presagisca fin nei minimi dettagli l’evoluzione dei comportamenti, i cambiamenti che interverranno, ad esempio, nella condizione femminile: donne che portano i pantaloni, che fumano, che non solo godono degli stessi diritti politici dei maschi, come elettrici e come candidate, ma ricoprono ruoli fondamentali nella giustizia, nell’economia e nei servizi. Ha assistito, è vero, ai primi deboli vagiti del movimento femminista, alle prime manifestazioni delle suffragette: ma da episodi che all’epoca venivano liquidati quasi all’unanimità come stravaganti e disdicevoli bizzarrie ha tratto indicazioni per disegnare un assetto sociale futuro assolutamente inconcepibile per i suoi contemporanei. E lo stesso vale per l’affermarsi del turismo di massa, o per i problemi creati dall’inquinamento. Insomma, legge il domani scrutando con incredibile perspicacia le viscere del presente.

Questo fa si che il suo sguardo sia tutt’altro che ottimista ed entusiasta. Robida non scioglie alcun peana alla tecnologia. Si mantiene costantemente su un registro ironico, e dalla sua scrittura traspare una sensazione di cauto distacco nei confronti delle innovazioni tecnologiche. Si riserva un margine di riflessione che gli lascia intravvedere immediatamente anche i possibili risvolti negativi. Le sue anticipazioni assumono quindi un sapore diverso da quelle di Verne, che pure è forse ancor più pessimista: per quest’ultimo la futura decadenza dell’umanità sarà causata dallo sganciamento del progresso tecnico dalla crescita morale, da un’euforia tutta canalizzata verso l’arricchimento individuale, anziché verso un aumento generalizzato del benessere spirituale e materiale (“Ma gli uomini del 1960 non si stupivano più alla vista di quelle meraviglie; ne usufruivano tranquillamente, senza gioia … poiché si intuiva che il demone della prosperità li spingeva avanti senza posa e senza quartiere”): per Robida il germe è già presente nella scienza stessa. E ne parla come se anticipare il futuro fosse il solo modo per esorcizzarlo.

Non crede affatto, insomma, che con un buon uso delle tecnologie il domani potrebbe essere migliore. Teme piuttosto che nella civiltà futura non ci sarà spazio per l’autenticità e l’avventura, i paesaggi diventeranno tutti ugualmente piatti e uniformi, ogni ambiente sarà controllato e addomesticato. Ciò che sembra essere da lui raccontato come una grande conquista, se riletto in filigrana si rivela invece inquietante. Si veda ad esempio questo brano: “Delle nevicate erano cadute in grandi quantità da due settimane, ricoprendo tutta la Francia, tranne una piccola zona del Mezzogiorno, di uno spesso tappeto bianco, magnifico ma molto fastidioso. Secondo l’usanza, il Ministero delle vie e comunicazioni aeree e terricole ordinò un disgelo artificiale, e la postazione del grande serbatoio di elettricità N (dell’Ardèche) incaricato dell’operazione riuscì in meno di cinque ore a sgombrare tutto il nord-ovest del continente di questa neve, il lutto bianco che la natura un tempo portava per settimane e mesi (bellissima questa immagine!), gli orizzonti già tanto rattristati dalle livide brume dell’inverno. […] Quando i venti feroci ci soffiano il freddo delle banchise polari, i nostri elettrici dirigono contro le correnti aeree del Nord delle controcorrenti più forti che le inglobano in un nucleo di cicloni fittizi e conducono questi a riscaldarsi al di sopra dei diversi sahara d’Africa, d’Asia e di Oceania. Così sono state riconquistate le sabbie di Nubia e le infuocate Arabie. Allo stesso modo quando il sole estivo riscalda le nostre pianure e fa bollire dolorosamente i cittadini, delle correnti fittizie stabiliscono tra noi ed i mari glaciali una circolazione atmosferica rinfrescante”. Il fatto che la capacità odierna di controllo del clima sia addirittura peggiorata, nel senso che persino la scienza previsionale ci sta sempre più sfuggendo di mano, non inficia affatto il valore dell’intuizione. Quello che l’autore scorge, e paventa, dietro l’apparenza di una glorificazione del progresso, è l’intento di una pianificazione da incubo.

Robida mette in conto quindi i possibili e più che probabili costi della rivoluzione tecnologica, fino a stilarne un bilancio tutt’altro che positivo. È talmente convinto che le prospettive future non siano entusiasmanti da ipotizzare, ne “La vita elettrica”, la creazione in Bretagna di una valvola di sfogo, una sorta di riserva dalla quale è bandita ogni forma di tecnologia e nella quale ogni tanto i francesi potranno andare a rigenerarsi, a ritrovare un po’ di autenticità e di tranquillità. Tra l’altro, i due protagonisti del romanzo si incontrano proprio per un incidente elettrico, un corto circuito prodotto da un uragano che ha stravolto il funzionamento dei sofisticatissimi strumenti di telecomunicazione. Perché tra i risvolti negativi bisogna annoverare anche gli incidenti, il possibile scatenamento incontrollato di tanta energia e le paure sia fisiche che psicologiche che le sono connesse. L’elettricità attrae, ma al tempo stesso inquieta. Non a caso ad un certo punto i due giovani innamorati decidono di rifugiarsi proprio in Bretagna.

Alla fin fine, tecnologia o no, Robida raffigura ne Il Ventesimo Secolo un mondo privo di ideali e dominato dal denaro, dalla pubblicità, dal consumismo e dall’egoismo, nel quale anche la politica è ridotta a uno spettacolo rituale, con tanto di elezioni farsa e finte rivoluzioni. In questo si trova perfettamente d’accordo con quanto raccontato dall’amico-rivale Verne in Parigi nel XX secolo, scritto almeno una ventina d’anni prima della trilogia di Robida ma ritrovato e pubblicato solo più di un secolo dopo (l’editore, che temeva una reazione negativa del pubblico all’eccessivo pessimismo espresso dal romanziere, ne aveva sconsigliato all’epoca la pubblicazione). Entrambi parlano in realtà di un mondo che già conoscono, della Francia tra il Secondo Impero e la Terza Repubblica, dello strapotere della finanza anche sulla politica, ma esasperandone le caratteristiche negative arrivano a fotografare perfettamente la nostra epoca. Robida lo fa immettendoci la sua consueta dose di humor, e in effetti le sue opere risultano più piacevolmente leggibili, al di là della forza delle immagini, di quella di Verne: ma quanto a capacità previsionale, ambedue sono andati ben oltre la gittata che si proponevano.

Per verificarlo possiamo analizzare alcune delle intuizioni più significative di Robida, quelle che riguardano gli sviluppi futuri delle comunicazioni, si tratti del trasporto fisico di uomini e merci o di quello elettrico di suoni e immagini. Gli scorci urbani rappresentati nei suoi disegni ci mostrano città innervate da tubature di ogni genere e dimensione, entro le quali l’elettricità o l’aria compressa fanno viaggiare persone, cose, informazioni, spettacoli, dati. I cieli sono solcati da aeromobili dalle forme più bizzarre, che ci proiettano direttamente in un tipo di mobilità futuribile anche per noi, saltando in pratica direttamente oltre la fase della motorizzazione automobilistica. E altrettanto congestionato appare il traffico sotto la superfice marina.

Ciò che riesce davvero sorprendente sono però le anticipazioni sul trasporto e sull’uso delle merci immateriali, ovvero dell’informazione.

Negli anni in cui Robida scriveva era ancora fortissima l’impressione destata dalle prime sperimentazioni di telefonia, propagandate in giro per il mondo, con conferenze e dimostrazioni pratiche, da almeno una decina di diversi inventori in competizione per il brevetto. Basandosi su queste suggestioni, Robida immagina un utilizzo pubblico del telefono tramite postazioni alle quali hanno accesso, utilizzando una chiave personale, tutti gli abbonati (tradotto poi nella realtà, fino a pochi anni orsono, nella cabina telefonica con funzionamento a gettoni), ma anche il superamento della funzione di puro tramite comunicativo a distanza riservata all’apparecchio. Pensa come primo sviluppo ad un telefonografo, che funziona come un vivavoce, e consente di dettare e registrare le notizie e di distribuirle via cavo agli abbonati; ma il “perfezionamento supremo del telefono” è raggiunto col telefonoscopio. “Tra le molte invenzioni sublimi di cui il ventesimo secolo può vantarsi, il telefonoscopio spicca come la più impressionante, l’apice della gloria dei nostri scienziati. Il vecchio telegrafo elettrico — quella primitiva applicazione dell’elettricità — è stato rimpiazzato dal telefono e poi il telefono è stato rimpiazzato dal suo più alto perfezionamento, il telefonoscopio. Il vecchio telegrafo permetteva di comunicare a distanza con un interlocutore. Il telefono permise di sentirlo. Il telefonoscopio superò entrambi rendendo possibile anche vederlo. Che si può volere di più? […] Il pubblico accolse con entusiasmo l’invenzione del telefonoscopio. Gli abbonati che ordinavano il nuovo servizio potevano avere l’apparato installato sui loro telefoni per un canone mensile extra”.

Cosa è dunque il telefonoscopio? È una combinazione di telefono, radio, televisione, videocitofono, che può essere piegata agli usi più diversi. “Consiste di un semplice schermo di cristallo, posto contro il muro o appeso sopra il caminetto come uno specchio”. In sostanza un televisore a schermo piatto. La spiegazione tecnica finisce qui. Più dettagliata è invece quella delle condizioni d’uso, che come accade attualmente per la televisione o per la connessione internet sono vincolate a un canone o a un abbonamento, e non al pagamento a consumo o a tempo. Anche questa modalità di erogazione di un servizio è per l’epoca molto avveniristica.

L’abbonato in regola può a questo punto fruire di svariati servizi. Le videochiamate, in primo luogo: anche se lo stesso Robida non sembra molto convinto che tutti vogliano davvero rinunciare ad essere invisibili all’interlocutore, e prefigura i possibili inconvenienti (l’apparecchio che rimane acceso in camera da letto e la centralinista che sbaglia le connessioni). A meno che non si tratti di situazioni particolari, e volute, come nel caso degli innamorati mielosi o in quello del colloquio tra i due coniugi lontani, che suggerisce alla fantasia di Robida interpretazioni maliziose.

Il telefonoscopio funge anche, e direi quasi principalmente, da televisore. Vengono ripresi e mandati in onda i più importanti spettacoli teatrali, ai quali si può assistere tranquillamente da casa propria, standosene in poltrona. E ancora, l’apparecchio consente di seguire corsi o lezioni a distanza, ma anche di fare acquisti, come si direbbe oggi, on line. O di ascoltare, oltre quelli dal vivo, spettacoli musicali registrati, pescando da un archivio sterminato. E poi ci sono naturalmente i notiziari, costantemente aggiornati. L’arrivo di notizie fresche è annunciato da uno squillo, e chiunque può seguire in tempo reale gli avvenimenti in ogni parte del mondo. C’è inoltre, implacabile e abbondante, anche la pubblicità, non meno ossessiva e smaccata di quella odierna, in parte “occultata” all’interno dei programmi, ma in alcuni casi sfacciatamente esplicita: “Cos’è questo?” chiese Hélène. “Un altro romanzo?” “Sì,” rispose il giornalista. “Questo è un romanzo pubblicitario. Avrai compreso che il giornale telefonico non può trasmettere lo stesso tipo di pubblicità che fanno i giornali cartacei. Gli abbonati non le ascolterebbero. Bisogna trovare un altro modo per infilare le pubblicità e così sono nati i romanzi pubblicitari. Ascolta…”

Non manca nemmeno la “tivù spazzatura”, la possibilità di accedere a spettacoli “piccanti”:
“Barnabette ebbe un’improvvisa ispirazione: “Perché non approfittiamo che papà si è addormentato per guardarci qualche scena di quegli spettacoli che ci ha proibito di vedere?”
“Buona idea!” Barbe approvò con entusiasmo. “Assaggiamo il frutto proibito e visitiamo i teatri vietati alle giovani donne. Ah! Il Palais-Royal! Alcune delle mie amiche sposate non si perdono mai gli spettacoli lì o al Variétés.”
“E il Palais-Royal sia. Controlla la guida: che stanno facendo?”
“L’ Ultimo degli Scapoli, una farsa piccante in quindici scene.”
“Rapida Barnabette, colleghiamoci!”

Il telefonoscopio ha infine anche un uso pubblico: maxischermi giganti trasmettono senza interruzione, in genere davanti alle sedi dei giornali più importanti, notiziari e promozioni pubblicitarie. Ora basterà solo inventare anche il calcio o i megaconcerti.

Direi che c’è già tutto: tutto ciò che conosciamo oggi e in cui ci possiamo riconoscere. Quel che ha caratterizzato la seconda metà dello scorso secolo, e una buona parte di ciò che sta caratterizzando gli inizi di quello attuale. Certo, non ci sono gli smartphone, non c’è internet, non c’è la tecnologia digitale, ma le applicazioni e le implicazioni comportamentali ci sono già tutte. E questo vale anche per ogni altro settori. Robida immagina ad esempio un’editoria che tende a far a meno del cartaceo, sostituito da audiolibri che si possono tranquillamente noleggiare o scaricare: ciò favorisce anche il moltiplicarsi di autori autoprodotti, che diffondono on line le loro opere, nonché l’affermarsi degli instant book e dei libri-spazzatura. Esattamente quel che sta accadendo.

Oppure, porta alle estreme conseguenze la grande distribuzione alimentare. “Avete mai visitato la cucina della Grande Compagnia di alimentazione? È una delle curiosità di Parigi … Gli altiforni rosticcieri cuociono ventimila polli contemporaneamente […] Abbiamo anche due enormi marmitte di ghisa e terracotta che contengono ciascuna mille litri di brodo […] niente cuochi né cuciniere: il pasto è assicurato da un abbonamento alla Nuova Compagnia di Alimentazione e arriva attraverso tubature come le acque della Loira e della Senna … È un progresso considerevole. Che fastidio in meno per la padrona di casa. Quante preoccupazioni evitate, senza parlare del grande risparmio che ne risulta!

Noi siamo ancora alla pizza da asporto, ma col digital takeway ci stiamo avviando alla distribuzione porta a porta del già cotto. Il prossimo passo potrebbe essere la creazione diretta e casalinga del cibo con la tecnologia 3D.

Robida ci uscirebbe di testa.

Rimane da considerare un fondamentale risvolto. Ne La guerre au vingtième siècle il discorso sulle nuove tecnologie imbocca direttamente la strada delle loro derive funeste, quelle dell’uso militare. L’umorismo e la fantasia con i quali l’argomento viene trattato non sono sufficienti a dissimulare il vero sentimento di Robida: la desolante percezione che anche nel nuovo secolo la guerra sarà inevitabile e che sarà anzi sempre più atroce e devastante. Non si può che negare che vedesse giusto (e purtroppo ebbe modo lui stesso di constatarlo, nel corso del primo conflitto mondiale).

A dispetto del numero incredibile di disegni dedicati al tema (de La guerre au vingtième siècle ha editato tre differenti versioni) Robida non è affatto un guerrafondaio. Lo attira invece la possibilità di immaginare avveniristici congegni e rappresentare situazioni particolarmente spettacolari, e occorre riconoscere che in tal senso si è davvero sbizzarrito. Più ancora che nei precedenti romanzi il racconto è affidato qui alle immagini. Il testo ha l’andamento di uno scarno bollettino bellico, nel quale si seguono le fasi del conflitto scopppiato per ragioni puramente economiche tra gli stati del Mozambico e dell’Australia. Non a caso vengono ipotizzate due nazioni giovanissime, figlie del nuovo secolo, a dimostrazione che nelle dinamiche dei rapporti tra stati, progresso o no, non cambierà assolutamente nulla. Il conflitto immaginato da Robida sembra essere la prova generale di quello che scoppierà realmente un quarto di secolo dopo: vi si sperimentano armamenti, tecniche, strategie che avranno il loro battesimo proprio nella prima guerra mondiale. Si parla di armi chimiche (le bombe al cloroformio), si riprendono direttamente dal Saturnino Farandola quelle “miasmatiche”, o biologiche (la bombe al vaiolo), si raccontano i duelli tra aeronavi corazzate, le incursioni dei carri armati semoventi, l’impiego di paracadutisti e sommozzatori.

Robida prefigura la guerra-lampo, e persino la violazione della neutralità di uno stato terzo per sorprendere alle spalle il nemico. Ma soprattutto ha la precisa consapevolezza che quella del futuro sarà una guerra totale, combattuta sopra e sotto i mari, per terra e nei cieli, tra gli eserciti ma egualmente contro le popolazioni civili inermi. A risolvere il conflitto sono il bombardamento chimico e la presa per asfissia di Melbourne (per inciso, quella dell’Australia sembra un po’ una fissa di Robida, a partire gia dal Saturnino. Si diverte a farla sconfiggere e invadere da qualcuno, e descrive i suoi abitanti come sleali e prepotenti: ma il vero bersaglio è senza dubbio l’Inghilterra, della quale l’Australia all’epoca era ancora una colonia. E non una colonia di popoli assoggettati, come l’India, ma popolata da inglesi).

Quella del futuro sarà dunque una guerra scientifica, combattuta con i mezzi sempre più sofisticati e letali messi a punto da scienziati di entrambe le parti. La scienza, una volta posta al servizio della distruzione e della morte, rivela qui tutta la sua natura ambigua. Robida aveva espresso già ne “Le vingtième siecle” la sua diiffidenza per questa particolare tipologia umana, mettendo in caricatura conventicole di scienziati con crani enormi e corpi esili, anemici, quasi atrofizzati, a rappresentare “la decadenza fisica delle razze troppo evolute”. L’eccesso di pensiero, di razionalità fredda, costituisce a suo avviso una degenerazione della specie umana. Certo, questi scienziati rachitici dai crani esagerati sono agli antipodi del modello umano rappresentato da Saturnino. Vivono in un mondo teorico che sembra letteralmente risucchiarli, spremerli. Hanno perso ogni contatto con la scimmia originiaria, e quindi con quella natura che hanno la pretesa di dominare (e che Saturnino, al contrario, torna a riabbracciare).

Infine, quasi un post-scriptum. Dal momento che sono su Albert Robida, vado sino in fondo. Ho provato a verificare che ruolo assegnano al nostro le diverse storie della fantascienza che possiedo. Su cinque, quattro nemmeno lo considerano. L’unico che ne parla è ovviamente un francese, Jacques Sadoul (autore di una famosa storia del cinema), che nella sua “Storia della fantascienza” lo cita tra i precursori e gli dedica dieci righe. Ma in queste righe, dopo aver appena nominato Le XXe siècle, parla de “L’horloge des siècles”, pubblicato da Robida nel 1902, riassumendolo così: “Storia di un cataclisma che comincia nel modo più banale: un uomo sente rispuntare un dente caduto. Infatti un fenomeno cosmico sconosciuto fa ruotare la terra a rovescio e il tempo comincia a regredire. Se all’inizio tutto va bene (i vecchi ringiovaniscono, le mogli bisbetiche ridiventano dolci fanciulle) quando anche i morti cominciano a rinascere, le società per azioni sono costrette a restituire il capitale agli azionisti, e così via, la civiltà minaccia di crollare. Robida non dà una conclusione al racconto, ma lo interrompe bruscamente all’epoca della battaglia di Waterloo”.

Quelle dieci righe mi hanno turbato. A tutto avevo pensato fino ad oggi, tranne che alla possibilità di uno scorrimento alla rovescia del tempo. È una sfida incredibile al pensiero. E non solo incredibile: insostenibile. In realtà Robida non ha alcuna intenzione di raccoglierla e di provare a seguire o almeno a fingere un percorso logico. Si diverte invece per un po’ a sparigliare le carte e a giocare con le possibili rocambolesche conseguenze di questa inversione. Di primo acchito, la cosa non è male: tutti ringiovaniscono, vedono cancellati gli errori che hanno commesso, ritrovano i loro cari scomparsi, le coppie divorziate si ricompongono e conoscono nuovamente il perduto amore. Ma c’è anche ad esempio chi dopo tanti sacrifici aveva fatto fortuna, e si ritrova ora povero in canna. Il gioco non può però essere tirato troppo in lungo. È impossibile orizzontarsi in questo rimescolamento di generazioni, in questa situazione capovolta, tanto che alla fine anche l’autore si arrende. E lo fa quando arriva alla ricomparsa della sua bestia nera, Napoleone I, che torna a cavalcare, rappresentato a fianco della morte, per rinnovare la rovina dell’umanità.

È un libro davvero straniante. Anche se Robida evita di porsi le domande serie e se ne infischia della logica, quelle domande arrivano al lettore da sole: se i morti resuscitano, e cominciano il loro cammino nella vita alla rovescia, che ne è dei neonati? Tornano embrioni e poi spermatozoi e poi il nulla? E che senso avrebbe ripercorrere la propria esistenza riavvolgendo il nastro, senza mai alcuna possibilità di scegliere, perché si sceglie solo in funzione del futuro, e senza nemmeno poter correggere le scelte errate, ma solo vederle svanire.

Come per le altre opere di cui ho sin qui parlato, anche “L’orologio dei secoli” è in verità un semplice pretesto. Questa volta non solo per legare assieme le immagini, ma per tutta una serie di riflessioni critiche che investono gli idoli della nostra società, il progresso, l’innovazione, la velocità, il successo, l’arricchimento, e i loro corollari negativi, la polluzione, il sovrappopolamento, l’impoverimento dei suoli, l’inquinamento delle acque e dell’aria, e più in generale il senso del tempo e quello della storia, la guerra e la questione sociale.

L’idea di Robida è stata ripresa tale e quale quasi settant’anni dopo da Philip K. Dick, nel romanzo In senso inverso. Il meccanismo è lo stesso: un cataclisma siderale inverte la freccia del tempo, facendo scorrere quest’ultimo al contrario. Dick spinge molto più avanti, in senso anche crudamente realistico, il gioco creato da Robida (senza peraltro denunciarne da nessuna parte, a quel che mi risulta, la paternità): si inverte ad esempio, anche il processo alimentare, per cui ci si nutre di escrementi (naturalmente assunti per la via consona a questi ultimi) che sono poi trasformati dall’apparato digerente in cibo, a sua volta vomitato dalla bocca e ricollocato sui banchi dei supermercati. E allo stesso modo si fuma partendo dai mozziconi, e fumo e cenere si ricondensano in sigarette, tornano nei pacchetti. La Biblioteca non ha il compito di custodire il sapere ma di cancellare le testimonianze scritte di eventi che non sono accaduti, e anche quello che potrebbe sembrare l’effetto più positivo, il ringiovanimento, rivela poi drammaticamente il suo rovescio: perché ringiovanendo si perde l’esperienza, si cancella ogni sapere acquistato. Persino il linguaggio si adegua: si accoglie qualcuno con un “addio” o un “arrivederci”, ci si congeda con le formule di accoglienza. E la più comune imprecazione scatologica diventa: “Cibo!”

Insomma, un disastro. Che Dick cerca di raccontare con una coerenza “inversa”, ma che ad un certo punto sopraffà anche lui. E stende i suoi lettori.

La differenza tra i due sta tutta in quel dente che ricresce. Solo Robida poteva affidare ad un’inezia del genere (insomma!), tra i tanti possibili sintomi, il ruolo di spia del capovolgimento. Comunque, in entrambe le versioni, l’originale di Robida e il remake di Dick, la conclusione che si impone è desolante: perché la vita, che già minaccia di aver poco senso quando corre in avanti e una giustificazione se l’attende dal futuro, rivela poi tutta la propria insensatezza e insignificanza se srotolata e rivista all’indietro. A meno di accettare l’idea che il futuro in realtà non esiste, e che noi siamo essenzialmente passato: e quindi abbiamo anche la responsabilità di difendere questo passato, prima che la Biblioteca lo cancelli.

È tutto. Forse è persino troppo. Ma se davvero volete sapere cosa mi ha dato la misura più inequivocabile delle capacità previsionali-profetiche di Robida, date un’occhiata all’ultima immagine. Il viandante con gli auricolari non lascia dubbi. Quell’uomo aveva capito.

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Grazie per la risposta. ✨

Il mondo salvato dalle scimmie

di Paolo Repetto, 9 febbraio 2020

L’abbiamo cercato tutto il pomeriggio, Leo ed io, prima in casa e poi al capanno. Non c’è stato verso. Sono saltati fuori cinque o sei Verne “minori” (Il testamento di uno stravagante, La Jancada, Il paese delle pellicce, …) e persino quel José il Peruviano che davo da tempo per scomparso, ma non il mio Saturnino Farandola. Non ho idea di dove possa essere finito. È incredibile: ho conservato quel libro per sessant’anni come una reliquia, non ho consentito nemmeno a mio fratello di leggerlo, sapendo come l’avrebbe trattato, e mio figlio assicura di non averlo mai visto. Mi aggrappo ancora al dubbio che sia imboscato da qualche parte, ma dopo la perquisizione a tappeto di oggi non so proprio più dove guardare. Quel che più mi spiace, oltre naturalmente alla perdita secca, è che essendomi tornato in mente proprio in questi giorni ne avevo parlato a Leonardo fino a metterlo nella voglia, certo che fosse in mezzo a quanto ho salvato delle mie prime letture. Adesso dovrò partire in caccia nei mercatini, ma ho poche speranze. Non me ne è mai capitata sott’occhio una copia (l’avrei subito presa!). In rete ho trovato solo un’edizione molto recente, venduta a prezzi che neanche Sotheby’s: ma voglio che mio nipote lo legga nella riduzione nella quale l’ho conosciuto, quella delle edizioni Carroccio-Aldebaran, dalla copertina rossa, che ha pressappoco la mia età ed è senz’altro più adatta alla sua.

Chi è dunque Saturnino Farandola, e perché mi scaldo tanto per lui? È il protagonista del libro più famoso (un tempo) di Albert Robida, il cui titolo originale recitava: “Le straordinarissime avventure di Saturnino Farandola nelle cinque o sei parti del mondo (e in tutti i paesi visitati e anche in quelli non visitati dal signor Giulio Verne)”. Proprio così. Robida era un ecclettico spiritaccio francese, discreto scrittore e giornalista, illustratore e caricaturista incredibilmente prolifico, anarchico sui generis. Sembra abbia prodotto almeno sessantamila disegni, che hanno illustrato tutti i maggiori capolavori letterari, dal Gargantua ad Alice nel paese delle meraviglie, e ha scritto anche diversi altri libri, sugli argomenti più peregrini, sui quali tornerò.

Saturnino è un personaggio a metà strada tra il barone di Munchausen e Indiana Jones (in effetti, sta a metà strada tra i due anche cronologicamente: è uscito nel 1879) che ha fornito spunti al Kipling de I libri della Jungla e a Edgar RiceBurrougs per Tarzan, forse addirittura anche a Collodi per Pinocchio. Le sue avventure sono davvero troppe, e troppo straordinarie, per poterle anche lontanamente riassumere: nell’edizione integrale occupano seicento pagine, sia pure infarcite di oltre quattrocento immagini.

Per quel che ricordo, la parte migliore del romanzo è la prima, nella quale si narra dell’infanzia di Saturnino, allevato dalle scimmie di un’isola polinesiana, e delle sue avventure sulla “Bella Leocadia”, una nave che lo ha raccolto vagante alla deriva su una piroga e della quale ben presto diventa il comandante. Nel corso dei viaggi successivi incontra i più famosi personaggi dei libri di Verne, dal capitano Nemo a Phileas Fogg, sposa una palombara, che sarà poi ingoiata da una balena e risputata viva giusto in tempo per spirargli tra le braccia, combatte contro i pirati dell’Isola Misteriosa guidati dal crudele Bora Bora, conquista l’Australia con un esercito di scimmie e si autonomina imperatore, si muove tra Apaches e banditi negli Stati Uniti, diventa capo della repubblica nicaraguense del Nord (in guerra con quella del sud, guidata appunto da Phileas Fogg), sfugge ai Patagoni, cerca l’Elefante Bianco nel Siam, si sposta in Africa dove rischia di finire bollito ma poi sconfigge i cannibali, libera due principesse e fugge su un ippopotamo a vela, arriva in Egitto dove viene sepolto vivo tra le mummie, e quindi fa a zig zag tra India, Tibet, Cina, Giappone, Polo Nord e Russia. Senza trascurare lo spazio, perché riesce a fare una capatina su Saturno e a combattere anche lì contro gli indigeni locali. Forse ho confuso un po’ l’ordine delle avventure, ma la sostanza è quella.

Insomma, Saturnino non si fa mancare proprio nulla, la sua è una autentica ottocentesca Odissea, ed è chiaro che da una simile sarabanda non ci si può attendere una scrittura particolarmente raffinata. Non è questa la principale preoccupazione dell’autore, che usa pochissimo i dialoghi (al contrario, ad esempio, di Salgari) e lascia la parte del leone a un narratore esterno, quasi un cronista. Si diverte invece come un matto a inventare le situazioni e le vicende più assurde e strampalate e a lasciarle correre a briglia sciolta: ed essendo dotato di un incredibile senso dell’ironia riesce a far divertire anche chi legge. Io stesso, che a dieci anni ero già un inguaribile rompiscatole, insofferente di tutto ciò che puzzasse di scarsa verosimiglianza, di fronte a Robida dopo un iniziale sconcerto mi sono arreso incondizionatamente e mi son fatto trascinare nel suo mondo fantastico.

In realtà avevo conosciuto il personaggio ancor prima di incontrarlo nel romanzo. Mi erano passate per le mani alcune riduzioni a fumetti dei primi anni quaranta (ora so che erano sceneggiate da Pedrocchi e disegnate da De Vita), che tuttavia non avevano suscitato un interesse particolare. Questo era nato solo dopo l’impatto diretto con l’originale. Non avevo però condiviso l’entusiasmo con i miei compagni di battaglie al bosco della Cavalla, un po’ perché non volevo dare in prestito il libro, ma soprattutto perché ritenevo Robida troppo avanti per essere adeguatamente compreso (e quanto gli è accaduto dopo mi ha confermato che vedevo giusto).

Non erano della stessa idea evidentemente due autori che lavoravano per la Disney, Guido Martina (quello di Pecos Bill) e Pier Lorenzo De Vita (lo stesso che aveva disegnato anche il fumetto “serio” d’anteguerra); nello stesso periodo in cui leggevo il romanzo usciva su Topolino “Le straordinarie avventure di Paperino Girandola”, una rivisitazione in chiave paperopolese che si rifà comunque abbastanza fedelmente alle peripezie del nostro eroe.

Era seguita poi un’eclisse di vent’anni. Il Saturnino Farandola non era più stato riedito, non compariva nelle collane dei classici per ragazzi, e io stesso nei primi anni di insegnamento lo infilavo raramente tra le indicazioni di lettura, sapendo che era quasi impossibile da ritracciare. Mi rendevo anche conto che le sue avventure per certi versi erano molto datate, facevano il paio con quelle di Gordon sul pianeta Mongo o con quelle che comparivano su “l’Avventuroso”: avevano funzionato bene nella fantasia giovanile della prima metà del secolo, che aveva solo bisogno di spunti da sviluppare in proprio nei giochi, ma erano poi state in qualche modo superate dalla realtà. Lo stesso valeva per la qualità della scrittura, molto più simile a quella dei centoni omerici o dei poemi epici che non a quella cinematografica e televisiva. Saturnino sembrava destinato a sopravvivere solo nel mio personalissimo Pantheon.

Per questo, quando venni a sapere, nel 1977, che Rai due avrebbe mandato in onda uno sceneggiato in più puntate tratto dalle avventure di Saturnino Farandola, entrai in agitazione. Avevo i miei motivi. Tutte le trascrizioni televisive dei libri che ho amato sono risultate deludenti, salvo forse “L’isola del tesoro” (ma allora avevo dieci anni, seguivo la tivù nel circolo parrocchiale e mi accontentavo davvero di poco). L’anno precedente era stato trasmesso il Sandokan con Kabir Bedi, e ne era venuto fuori un polpettone inverosimile, da far piangere i salgariani doc, e tre anni prima era andato in onda “L’avventura del grande Nord”, costruito saccheggiando London, che aveva il merito di una adeguata ambientazione, ma era poi insopportabilmente lento, come tutti gli sceneggiati italiani. Ora, davanti a Saturnino, davvero non riuscivo a immaginare come potessero cavarsela: temevo una riduzione cucita sul Quartetto Cetra (che a suo modo poteva anche starci, ma non per tredici puntate) o un teatrino tipo “Giovanna, la nonna del Corsaro Nero” (che tuttavia, almeno per i più piccoli, era riuscito divertente).

Magari fosse andata così!

Pur essendo ormai prossimo ai trent’anni, e padre, e allergico alla televisione, mi ero preparato per l’evento alla maniera fantozziana: coprifuoco in casa e mio figlio a fianco, anche se un po’ scalpitante. Fu una cosa tremenda. Dopo cinque minuti Emiliano mi guardava con occhi smarriti. Il Saturnino Farandola di Raidue andò oltre le più pessimistiche previsioni: fosse stato un titolo di borsa avrebbe affossato Wall Street. Era l’epoca in cui andavano di moda il teatro d’avanguardia, gli indiani metropolitani, la psicanalisi, la decostruzione dei testi, un sacco di scemenze insomma, e gli autori erano riusciti a infilarcele tutte. Una boiata mai vista, devastante, e a pagarla fu la tivù dei ragazzi, che difatti di lì a poco chiuse i battenti. Penso sia davvero cominciato tutto lì: da un simile abisso di idiozie non poteva che venir fuori la generazione dei paninari, seguita a ruota da quella dei consulenti finanziari, giù giù a scendere fino a Salvini. I grandi mutamenti storici nascono sempre dalle inezie: o meglio, sono le apparenti inezie a fornirne i primi veri sintomi. Dopo aver seguito una sola puntata (naturalmente: ma mandarono in onda, implacabili, tutte le altre dodici, divise in due serie) non era più possibile conservare una qualche fiducia nel futuro dell’umanità.

Allora. Tanto per cominciare, il protagonista, Mariano Regillo, più che allevato dalle scimmie sembrava cresciuto da una banda di cretini: girava vestito da dandy o da fachiro e dava l’impressione di metterci molto del suo per toccare il fondo del brutto (devo dire, con eccezionali risultati). Ho provato a dimenticarne il nome, ad applicare la damnatio memoriae, ma non c’è santo: è rimasto l’emblema della stupidità televisiva. E tutto attorno a lui, dalle vicende all’ambientazione, dalla sceneggiatura alla recitazione dell’intero cast, fino alla sigla musicale, sembrava mirare a quello scopo. Comunque, se tra chi legge queste righe ci fosse un amante del kitch più squallido, deve scordarsi di gustare oggi quelle puntate, perché sembra siano misteriosamente scomparse dalle teche Rai. Forse qualcuno ancora capace di vergogna ha voluto cancellare quell’obbrobrio. Il problema è, però, che quell’obbrobrio ha cancellato anche Saturnino. È sparito dalla circolazione. A ripensarci bene, mi spiego adesso perché non ho poi mai raccontato o fatto leggere a mio figlio le sue avventure: temevo fosse rimasto scioccato da quello spettacolo indegno, e che ogni menzione di Saturnino potesse provocargli crisi di rigetto.

A questo punto, quarant’anni dopo, spero abbia superato il trauma, e allora dedico idealmente a lui queste pagine: sapendo che ormai non leggerà più Saturnino Farandola, ma che potrà farmi da sponda per farlo leggere a mio nipote, quando riuscirò a metterglielo tra le mani. Nella riduzione del Carroccio.

Ma torniamo invece all’originale. Ripensato oggi (dopo averlo velocemente scorso nella versione francese che si trova in rete – ma non è scaricabile), se proprio si vuol trovare un filo che non sia quello della pura fantasia sfrenata, credo che il romanzo giochi su tre filoni principali: il rapporto amore-odio con Verne, la carica utopistica, che almeno nella prima parte è rappresentata dai piani di riforma del mondo coltivati da Saturnino, l’attenzione alle tecnologie, quelle militari in primo luogo, e ai loro futuri possibili sviluppi. In mezzo ci stanno poi le riflessioni più bislacche, lunghe tirate contro la poligamia dei mormoni o contro l’Inghilterra, il razzismo delle scimmie nei confronti del primate privo di coda, il ruolo delle donne, nella società e anche nell’avventura, ecc … Cose che magari spezzano il ritmo – e ogni tanto davvero se ne sente il bisogno – ma fanno balenare qua e là idee controcorrente, intuizioni geniali, senza mai indurre il sospetto che siano state cacciate lì solo per tirarla in lungo, alla maniera degli inserti naturalistici salgariani (d’altro canto, essendo apparso il romanzo prima nella sua forma completa, con un enorme successo, ed essendo stato solo successivamente ripubblicato a fascicoli, non avrebbe avuto senso).

Il rapporto con Verne, dicevo, è un po’ particolare. Il riferimento di partenza è senz’altro quello, e non poteva essere diversamente, perché all’epoca Verne era l’autore francese di maggior successo presso il grande pubblico e perché ha dato dignità “letteraria” a quel mondo fantascientifico nel quale anche Robida amava evadere. Ma se Verne rimane sempre e comunque sullo sfondo, il modello narrativo sembra piuttosto ripreso da L’Asino d’oro di Apuleio o dai romanzi picareschi spagnoli del Seicento (nonché, per certi versi, anche dal Candide di Voltaire. Un Candido alla rovescia, naturalmente, che gli eventi non li subisce ma li fa accadere). È l’unico modello che consenta di esprimere una fantasia allo stato brado, quasi onirica, non controllata e organizzata e finalizzata. Cosciente di non poter battere Verne sul suo terreno, Robida sceglie di puntare sulla carta dell’esagerazione parossistica, dell’avventura incalzante e fine a se stessa, senza preoccuparsi di sfu mare i caratteri o di rendere minimamente credibili e conseguenti le situazioni e le vicende. Non fa la parodia di Verne, anche se lo cita continuamente e qualche volta lo chiama direttamente in causa (già nel titolo!): crea piuttosto un personaggio ariostesco trapiantato nell’età del positivismo e del colonialismo. E a differenza di Verne non vuole insegnare nulla: nel romanzo non c’è alcun messaggio ideologico o insegnamento scientifico, nessuna traccia di moralismo trapela dalle sue storie. Lo stesso Saturnino parte rivoluzionario e finisce uomo d’affari, la sua nave affonda sotto il peso dell’oro che è riuscito ad ammassare, il tutto senza ripensamenti o rimorsi. È divertimento allo stato puro.

Quanto all’utopismo, quindi, occorre intenderci. Il mondo ideale che Saturnino prefigura è un impero, di cui lui stesso naturalmente sarà a capo, che partendo dall’Australia e previa cacciata degli inglesi dall’India e sistemazione della questione mediorientale (che evidentemente non esiste da oggi) arrivi ad inglobare anche la vecchia Europa, avendo come capitale Parigi. L’impero dovrà consentire la nascita di una nuova civiltà, dalla quale saranno eliminati, nell’arco di dieci anni, eserciti e monarchie e confini nazionali, e nella quale verranno garantite finalmente libertà e giustizia per tutti. Un programma a dir poco piuttosto vago, e comunque abbastanza comune, almeno un tempo, nelle menti fervide degli adolescenti, ma che presenta una particolarità interessante: ad attuarlo saranno congiuntamente bipedi e quadrumani, gli uomini e le scimmie, nei confronti delle quali Saturnino sembra nutrire maggior fiducia che nei suoi simili. Altro che società multirazziale o multietnica: qui si parla di convivenza paritaria tra diverse specie, e addirittura di unioni matrimoniali interspecifiche. Saturnino al riguardo non è contrario, ma solo molto cauto. La teoria darwiniana, attorno alla quale all’epoca infuriava la polemica, deve aver colpito molto Robida, che l’ha fatta propria e l’ha applicata alla sua maniera spiccia: se siamo parenti prossimi delle scimmie, non si vede perché non coinvolgerle direttamente nel progetto di una futura risistemazione del mondo.

C’è un poi altro aspetto, che non ricordavo perché probabilmente all’epoca mi era parso di scarsissimo rilievo. Ad un certo punto Saturnino decide di sopprimere tutti i giornali australiani, che stanno attaccando le sue riforme e alimentano una campagna di paure e di calunnie, forti del fatto che le scimmie non sanno leggere e scrivere e quindi non possono difendersi con le stesse armi. Messa così, sembra l’attacco ad una delle libertà fondamentali della nostra civiltà. Ma dal punto di vista non antropocentrico che Robida adotta le cose appaiono un po’ diverse. Quella libertà, malamente usata, diventa a sua volta uno strumento di condizionamento e di oppressione. La stampa è nelle mani di gruppi di potere che soffiano sul razzismo per mantenere le proprie posizioni di privilegio, ma che poi non si fanno scrupoli ad approfittare della situazione per inventare sempre nuove opportunità di guadagno (nascono agenzie specializzate nei matrimoni interspecifici, parte la produzione di capi d’abbigliamento pensati per le diverse taglie delle scimmie, ecc …). Lo sguardo di Robida è scanzonato, ma non è affatto miope: vede benissimo ad esempio come funziona l’informazione, quali veleni possa produrre sia quando è eccessivamente controllata che quando sfugge al controllo. Sembra addirittura essersi allungato sino ai tempi nostri, al dominio delle fake news, al travisamento e alla manipolazione di fatti, situa zioni, vicende, storie. È tutt’altro che ingenuamente ottimista. Anzi, è abbastanza smagato da fermare la rivoluzione di Saturnino prima che il sogno utopico possa trasformarsi in un incubo, prima che l’avventuriero libertario possa diventare un tiranno. Questo si chiama saper guardare avanti.

Paradossalmente, a cavallo tra il XIX e il XX secolo in questo esercizio si sono rivelati molto più perspicaci i letterati, e nella fattispecie quei romanzieri ritenuti fino a ieri (ma anche oggi) di serie B, che non i filosofi, gli storici o i pensatori politici. Dal Samuel Butler di Erewhon al London de Il tallone di ferro, sono loro ad aver saputo meglio scorgere la china lungo la quale l’umanità, proprio nel momento in cui si celebravano i suoi trionfi nelle esposizioni universali, si stava incamminando. E i cui effetti sono poi stati descritti con altrettanto agghiacciante lucidità, mezzo secolo dopo, ancora da romanzieri, da Huxley, da Orwell, da Zamjatin.

Dunque, se una morale si può trarre dalle avventure/disavventure di Saturnino, è che una società giusta gli uomini non la vogliono, tant’è vero che per attuarla occorrerebbe imporla attraverso i loro parenti più prossimi, e allora non sarebbe più giusta e non avrebbe senso. Qui risiede a mio modo di vedere l’anarchismo di Robida. Saturnino è il prototipo dell’uomo libero che non vuole vivere la sua libertà nella fuga dal mondo e nell’isolamento, ma tuffandosi nel mondo, pur senza mai rimanerci invischiato. Quindi raddrizza come e quando può i torti, si schiera dalla parte dei deboli, è disposto come Garibaldi o come Cipriani a combattere per ogni causa persa, ma nel contempo è consapevole di come non sia sufficiente emancipare gli schiavi se questi poi (o meglio ancora, prima) non si autoemancipano dentro. Non pretende riconoscenza, ma chiede che ad un certo punto ciascuno si assuma la responsabilità di pensare e decidere in proprio. E non c’è causa più persa di questa. La sua è dunque la versione avventurosa del solitaire, solidaire di Camus (e, fatte le debite proporzioni, anche mio), che tutto sommato non è poi così adolescenziale come potrebbe apparire.

Ma Saturnino è anche quello che, dopo averle provate proprio tutte, si rende conto che l’unico luogo in cui potrà finire davvero libero i suoi giorni è Pomotù, l’isola delle scimmie nella quale è stato allevato. Mi sembra una bellissima metafora, perfettamente adeguata a ciò che sto facendo io in questo momento: dopo aver provato il mondo, non certo come Saturnino, ma insomma, quel tanto che basta, mi rifugio nell’isola del passato, nei territori fantastici della mia fanciullezza. La verità è che solo lì, in mezzo ai libri che mi hanno allevato, mi sono sentito un tempo davvero libero.

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