Avventure e disinvolture del plagiario

di Paolo Repetto, 21 febbraio 2020

Si quis furetur,
Anathematis ense necetur
Marc Drogin, “Anathema!”

Mentre cercavo notizie del pittore-scrittore-esploratore inglese Arnold Savage Landor per un album dedicato alla sua pittura (che apparirà a breve sul sito dei Viandanti), mi sono imbattuto in un accenno ai suoi contatti con D’Annunzio. Nulla di sensazionale: D’Annunzio conosceva un sacco di gente e Landor, che tra l’altro era nato e aveva vissuto a lungo a in Italia, a Firenze e a Roma, senza dubbio anche qualcuno in più. Mi aveva colpito però una particolare concomitanza: in parallelo all’album su Landor ne stavo curando infatti un altro su Guido Boggiani, e anche Boggiani è stato in rapporto con d’Annunzio, per un certo periodo abbastanza strettamente: oltre a collaborare alla stessa rivista e a frequentare gli stessi ambienti, ha veleggiato con lui sul panfilo “Fantasia”, in un viaggio-pellegrinaggio nell’Egeo, lungo le coste greche e dell’Anatolia, dal quale il vate avrebbe poi tratto ispirazione (trasfigurando in epica una vicenda quasi comica) per una delle sue Laudi più famose, “Elettra”.

Ora, per me queste non sono semplici e casuali coincidenze: sono lampi di luce, mi confortano del fatto che i miei interessi corrono lungo un filo rosso, sia pure spesso invisibile (di Landor sapevo assolutamente nulla fino a pochi mesi fa), e che tutto alla fine in qualche modo si tiene.

Ma il motivo di queste righe è un altro. Infatti, incuriosito, ho indagato un po’ più in profondità, per scoprire che di contro alle insistenze e al corteggiamento di D’Annunzio, il quale gli aveva proposto persino la scrittura di un romanzo a quattro mani, Landor si era sempre mantenuto su un piano di cortese freddezza (ciò che lo ha ingigantito immediatamente ai miei occhi, perché l’Immaginifico all’epoca era già un mito, non solo in Italia, e snobbarlo non era da tutti): e che un decennio dopo questi c0ntatti aveva trovato molte pagine dei suoi diari di viaggio trasposte di sana pianta in almeno due dei romanzi dannunziani. La cosa era stata messa in evidenza da “La Critica”, la rivista di Benedetto Croce, che aveva pubblicato fianco a fianco le pagine di Landor e quelle corrispondenti delle opere dannunziane.

Lo scoop de “La Critica” era solo l’ennesimo capitolo di una diatriba che andava avanti da anni, non solo in Italia ma anche in Francia, con accuse (più che fondate) rivolte a D’Annunzio di trarre con eccessiva libertà ‘ispirazione’ dalle opere altrui, da quelle di Maupassant, di Zola, di Paul Bourget e di un sacco d’altri. Non conosco la reazione di Landor, non ne ho trovato traccia: probabilmente, se un po’ ho capito il personaggio, non ha dato grosso peso alla cosa, ci ha fatto su una risata e se ne è dimenticato.

A me interessa però più il plagiario che il plagiato: non tanto nello specifico D’Annunzio, ma l’operazione in sé del furto e riciclaggio di idee, immagini e testi. E mi interessa non da un punto di vista, diciamo così, accademico, quanto piuttosto perché di alcuni plagi sono testimone diretto, e in altri anche parte in causa (non scrivo ‘vittima’ perché l’uso del termine per questi casi non mi piace, e spero di riuscire a spiegarne il motivo).

Veniamo ai fatti. Devo premettere che ho la memoria ‘pratica’ di un criceto, non c’è verso che ricordi dove ho posato un attrezzo, le chiavi della macchina o le ricevute dell’IMU, ma in compenso ne ho una ‘letteraria’ da elefante. Magari mentre ne parlo mi sfugge il titolo di un libro, o il nome dell’autore, ma il testo, quello rimane lì, l’ho ben presente. E di libri ne ho letti parecchi. Per cui non è così strano che provi ogni tanto delle sensazioni di deja vu, che mi squillino campanellini nella mente e mi renda conto di trovarmi davanti a pagine sospette. Fossi nato cane, sarei stato un ottimo segugio da plagiari.

Non sempre riesco ad identificare la fonte originale, ma quando il sospetto si insinua sono certo che qualcosa prima o poi arriverà a dargli conferma. In qualche caso invece l’agnizione è immediata. È accaduto ad esempio con uno dei moltissimi libri pubblicati negli ultimi trent’anni dal massimo divulgatore italiano di storia dell’ebraismo, Riccardo Calimani. Mentre lo leggevo ho avuto la percezione netta di essermi già imbattuto in quelle pagine, e sono corso a verificare su un paio di volumi sullo stesso argomento che avevo letto tempo prima. Bingo! Interi periodi risultavano pescati da “Profeti senza onore”, di Frederic Grunfeld, pubblicato in Italia una decina d’anni prima, senza cambiare una virgola, mentre più di un capitolo era stato riassunto usando al risparmio gli stessi termini. A quanto pare nessun altro se n’è accorto, perché Calimani ha continuato a sfornare libri senza che alcuno gli muovesse la minima obiezione.

Altrettanto clamorosa è una vicenda che mi ha visto in qualche modo coinvolto. Trent’anni fa, nel 1989, sono stato interpellato dalla Fondazione Feltrinelli per sistemare in un italiano corretto le schede di testo e le corpose didascalie che avrebbero dovuto corredare un volume prevalentemente iconografico, pensato come una polemica e anticipata contro-celebrazione dei cinquecento anni dalla ‘scoperta’ di Colombo. La redazione dell’opera era stata affidata, in linea con quell’intento e con la politica editoriale ‘terzomondista’ che in quel periodo caratterizzava ancora la casa editrice milanese, a un paio di docenti universitari latino-americani, mentre un fotografo argentino piuttosto quotato aveva il ruolo di consulente per la grafica e di responsabile della scelta delle immagini. C’era una certa urgenza, e ho accettato soprattutto in nome dell’amicizia che mi legava a chi dirigeva in quel periodo la Fondazione: ma quando mi sono trovato tra le mani il materiale mi è venuto un colpo.

I sensori si sono attivati già alla lettura della prima scheda, con la seconda è subentrata la certezza: quella roba l’avevo già letta. Infatti, non c’è voluto molto per risalire alla fonte: era la “Storia dell’America Latina” di Pierre Chaunu, un libricino sintetico, che abbracciava cinque secoli in poco più di cento pagine. I testi erano perfetti per il numero di schede previste, ma come oggetto di plagio risultavano decisamente poco azzeccati, dal momento che qualsiasi studente universitario avesse dato esami sull’argomento li conosceva. Per farla breve, dopo che l’editore si è convinto che a pubblicare roba del genere avrebbe perso ogni credibilità, e anche qualcos’altro, ho dovuto rifare di sana pianta più di un centinaio di schede storiche: e non solo, ho dovuto scrivere anche le didascalie esplicative di ciascuna immagine, ma prima ancora cercare le immagini stesse, perché per la parte relativa alla scoperta, alla conquista e al sistema coloniale non ne era stata selezionata e riprodotta una. Dovendo il volume uscire entro la metà di ottobre, in concomitanza con un convegno che avrebbe aperto con largo anticipo il carrozzone delle contro-celebrazioni colombiane, ed essendomi stato affidato il lavoro a fine giugno, ho trascorso per i successivi tre mesi tutti fine settimana girando da una biblioteca milanese all’altra, munito di speciali salvacondotti che mi hanno guadagnato l’odio imperituro del personale precettato, a scovare immagini in antichi e preziosissimi tomi di relazioni di viaggio e a inventarmi poi qualcosa che giustificasse le mie scelte.

Per la cronaca, uscimmo in tempo utile. Ne venne fuori persino un bel volume (“I tempi dell’Altra America”), anche se non conosco nessuno che lo abbia mai letto. Credo che i sudamericani contassero proprio sul fatto che il libro puntava soprattutto sull’iconografia, era un’opera da sfogliare, e per questo motivo non si fossero nemmeno curati di accertare se la loro ‘fonte’ era stata tradotta in italiano. In quell’occasione, visto che il mio nome sarebbe comparso a fianco di quello di quei lavativi, ho considerato per l’unica volta nella mia vita la ricerca come un lavoro, e ho preteso di essere remunerato in ragione del mio effettivo impegno.

Avrei altri personalissimi casi da citare, ma non credo sia necessario: per farsi un’idea della diffusione del fenomeno è sufficiente scorrere qualche pagina su Google alla voce ‘plagio’ (non le prime, perché trattano solo dei plagi musicali). Vengono fuori una serie di siti sui quali rimbalzano, spesso trasposti dall’uno all’altro alla lettera e senza alcun riferimento alla fonte originaria, tanto per rimanere in sintonia con l’argomento, esempi e denunce di casi di plagio letterario clamorosi, e testimonianze a carico e a discarico. Il che fa pensare che in rete sul concetto di plagio esista quantomeno una certa confusione.

 

Da una esplorazione velocissima emergono comunque due scuole di pensiero. C’è chi abbraccia una posizione ‘giustificatoria’, citando tutta una sfilza di addetti ai lavori, dal grammatico latino Elio Donato a Roland Barthes e, per una volta a proposito, a Umberto Eco, e chi invece sembra godere a scoprire gli altarini dei ‘mostri sacri’, da Pirandello a Montale, a Ungaretti, a Eco stesso, indiziato di plagio sia per “Il nome della rosa” che per “Numero Zero”, e persino a Camus. Il problema è che non sempre (anzi, quasi mai) riesce chiaro di cosa precisamente si sta parlando, e spesso si confondono volutamente le idee. Peggio ancora è quando di idee proprio non ce ne sono, e si parla a vanvera, riproponendo pari pari cose leggiucchiate qua e là e malamente assemblate.

Faccio un esempio, e naturalmente scelgo proprio quello relativo a Camus.

Sul bollettino del P.E.N. Club di aprile-giugno 2015 compare un articolo di Luigi Mascheroni, caposervizio della redazione Cultura e Spettacoli de “Il Giornale”. È un pezzo autopromozionale, visto che Mascheroni ha appena pubblicato un libro dal titolo sibillino, “L’elogio del plagio”, nel quale passa in rassegna i ‘prestiti’ letterari più clamorosi, dall’antichità a oggi, per arrivare poi a concludere che “senza il plagio la lettura sarebbe più povera” e che “i veri geni copiano”. A questa conclusione (che non è sua, ma di T.S. Eliot) arriva però dopo una pars destruens nella quale non fa sconti a nessuno, e smaschera i copioni di ogni epoca, “da Marziale al web”, come recita il sottotitolo. E lo fa in questi termini:

“E chi avrebbe mai pensato di trovare nello stesso elenco dei plagiari il nome dello scrittore franco-algerino Albert Camus, morto il 4 gennaio 1960 in un incidente automobilistico, dopo essere stato tre anni prima il più giovane Nobel per la Letteratura della storia? La pietra dello scandalo è rappresentata peraltro dal suo romanzo più acclamato, “La peste” (1947), le cui pagine, a un’attenta comparazione, risultano incredibilmente affini a quelle di un singolare romanzo di un autore italiano anticonformista e semidimenticato: “La peste a Urana” (apparso da Mondadori nel 1943) di Raoul Maria De Angelis, nato in provincia di Cosenza nel 1908 e morto a Roma nel 1990. Non è solamente il titolo del romanzo di Camus e i nomi delle città in cui si svolge la vicenda (Urana e Orano) a deporre a favore di un possibile plagio dal libro dello scrittore italiano, che il futuro premio Nobel avrebbe potuto conoscere in traduzione francese, ma l’intero impianto narrativo dell’opera. Lo stesso De Angelis, nel pieno della polemica, tra il 1948, anno della traduzione del romanzo di Camus da Bompiani, e il 1949, quando i giornali italiani titolavano “La Peste di De Angelis ha contagiato Camus”, fu il primo a parlare di «precedenti» e «somiglianze impressionanti» (ma mai di plagio), ed è indubbio che le due opere, pure sostanzialmente autonome e stilisticamente molto differenti, presentino ambientazioni ed episodi (e il finale) – diciamo così – «somiglianti». Sulla vicenda la querelle fra gli studiosi è aperta …

Ora, si dà il caso che dieci anni prima, su “Il Tempo” del 6 aprile 2006, fosse comparso un articolo non firmato titolato “Da Fedro a Dan Brown”, l’arte immortale del plagio letterario, il cui autore afferma ad un certo punto: “Non ci saremmo mai aspettati di vedere inserito nel registro nero dei plagiari il celebre scrittore franco-algerino Albert Camus, morto il 4 gennaio 1960 in un incidente automobilistico, dopo essere stato tre anni prima il più giovane Nobel per la letteratura. La pietra dello scandalo, se così possiamo dire, è rappresentata dal suo romanzo più acclamato, “La Peste” (1947), le cui pagine, da un attento esame comparativo, sono risultate scopiazzate in più punti da un altro reperto di narrativa, “La peste a Urana” (1943), dello scrittore calabrese Raoul Maria De Angelis. Non è solamente il titolo del romanzo di Camus a deporre a favore della tesi del plagio, ma l’intero impianto narrativo dell’opera. Sul conto dello scrittore francese c’è da osservare che egli poté venire a conoscenza del libro del narratore calabrese a seguito della traduzione in lingua gallica che ne fu fatta a suo tempo. La conclusione è che anche in campo letterario non ci si può fidare di nessuno”.

È vero. Soprattutto non ci si può fidare di giornalisti semi-analfabeti che si improvvisano critici letterari. L’anonimo in teoria non dovrebbe essere Mascheroni, che a “Il Tempo” non ha mai lavorato. Quindi questo è uno squallido esempio di plagio, perché Mascheroni o ha copiato di sana pianta l’articolo, dopo aver rubato al suo autore l’idea, oppure ha copiato se stesso per rivendere roba vecchia senza neppure cambiare l’incarto. E fin qui, comunque, il danno sarebbe relativo: il bollettino non lo legge nessuno, il P.E.E. club ha semplicemente pagato per nuova merce riciclata, e probabilmente non è nemmeno la prima volta. Rimane però un problema di merito. L’autore infatti (o gli autori?), oltre a non aver letto evidentemente nessuno dei due romanzi, e quindi a non aver fatto un “attento esame comparativo”, dal quale risulterebbe invece che le due opere non sono nemmeno lontanamente parenti (a differenza del nostro fustigatore, li ho letti entrambi), porta poi a sostegno della sua tesi la quasi omonimia delle città in cui le vicende sono ambientate. Ovvero, a suo parere Camus avrebbe chiamato Orano la sua storpiando l’Urana di De Angelis. Il che significa che il nostro acuto critico, oltre ad essere un millantatore (l’attento esame comparativo!) ignora tanto la geografia, perché non sa che esiste in Algeria una città di nome Orano, quanto la storia della letteratura, perché ignora che Camus proprio ad Orano è nato e ha trascorso la giovinezza. Per non parlare del titolo: col criterio investigativo adottato da Mascheroni Camus potrebbe aver pescato a piene mani da De Foe o dal cardinal Borromeo (che scrisse un “De pestilentia” ‘ispiratore’ anche di Manzoni). Quanto all’argomento, non ricorda troppo da vicino Tucidide, Lucrezio, Boccaccio, Manzoni stesso? Ragazzi, se questo è il responsabile dei servizi culturali, non oso immaginare il livello della truppa.

Potrà sembrare che io dia un peso eccessivo alla vicenda. In fondo, non sarà certo il libello di Mascheroni a intaccare la stima di cui Camus gode presso i suoi lettori. Ma il fatto è che due cose detesto dal profondo dell’anima, e quelle sono l’ipocrisia e la viltà, e Mascheroni mi conferma che vanno sempre a braccetto. “Sulla vicenda la questione è aperta …con tanto di puntini è un modo pilatesco per dire: “Io non mi pronuncio, ma vi ho insinuato il tarlo e ho fornito gli indizi”. È insomma un modo vile per spargere veleno nella certezza dell’impunità. Dietro la ricerca del sensazionalismo di bassa lega c’è infatti un’operazione sottile di delegittimazione, nel caso specifico avviata nei confronti di un autore che alla destra per la quale Mascheroni scrive piace poco (ma qui l’ignoranza diventa abissale, perché Camus non ha mai goduto di eccessiva simpatia neppure presso la sinistra ‘ortodossa’, che fino a ieri e probabilmente anche oggi gli ha sempre preferito Sartre): ed è anche infine, verosimilmente, un mezzuccio per autoassolversi, appellandosi al “così fan tutti”. Proprio tutti no, Camus no senz’altro, Mascheroni certamente.

Quindi, c’è di molto peggio, ma io ritengo siano gli indizi meno clamorosi, più subdoli, quelli da cogliere, se si vuol tentare di arginare l’andazzo. Non è solo questione di personale disgusto: è che in questo modo si intorbidano talmente le acque da non consentire più di distinguere ciò che andrebbe conosciuto dalle fanfaluche.

Ma torniamo al dunque. Se non scaglio la prima pietra, a meno che il bersaglio non siano i lapidatori professionali, è intanto perché non sono poi così sicuro di non essere incorso qualche volta io stesso in piccoli plagi, sia pure involontari. Da almeno sessant’anni annoto in innumerevoli taccuini le idee che mi vengono suggerite dalle letture o da semplici accadimenti quotidiani, e spesso trascrivo frasi o interi periodi che mi hanno colpito, immagini che ho trovato originali, non sempre riportando in calce a ciascuna l’autore o il titolo di provenienza.

Di norma so distinguere tra ciò che è frutto della mia mente e quello che appartiene ad altri, ma potrei anche, soprattutto per le cose annotate molto tempo fa, essermi convinto di una paternità che in realtà non mi spetta. Non sto mettendo le mani avanti: spero non sia accaduto, ma so che potrebbe, e dovessi accorgermene mi spiacerebbe, ma non ne farei un dramma. Quando arrivo a scrivere qualcosa è perché mi urge in mente da parecchio e, da qualunque parti arrivi, almeno in parte ormai è mia.

Questo vale anche per quella particolare pratica costituita dall’auto-plagio. Occupandomi disordinatamente di un po’ di tutto (per pura curiosità, e non per mestiere) ed essendo ormai avviato verso il rimbambimento senile, mi scopro talvolta a ripetere cose già scritte in precedenza. Dipende probabilmente dal fatto che vado molto d’accordo con le mie idee, e finisco per ribadirle quasi sempre nella stessa forma. Quando me ne accorgo taglio corto e ricorro sfacciatamente all’autocitazione, ma non sempre la memoria mi soccorre in tempo. In tal caso non danneggio nessuno, risulto soltanto noioso. Naturalmente però non funziona sempre così. C’è come abbiamo visto anche chi ricicla senza alcuno scrupolo più volte le stesse cose, cambiando semplicemente titoli e contesti, e se pure lo fa con materiale proprio è quanto meno poco corretto nei confronti del lettore e meno ancora nei confronti di se stesso.

Un secondo motivo che mi induce a chiamarmi fuori dalla canea è la piega bassamente strumentale e speculativa che lo ‘smascheramento’ del plagio ha preso ultimamente. Come accade per altri fenomeni (si pensi al boom delle denunce per molestie sessuali), le motivazioni, al di là dell’imbecillità maligna o della malafede rancorosa alla cui esternazione la rete ha aperto praterie immense, sono nella gran parte mirate a possibili risarcimenti o comunque alla ricerca di una visibilità pubblicitaria. Tale deriva attiene però ad una idea del ‘lavoro culturale’ che mi è totalmente estranea, che equipara le realizzazioni dello spirito e della fantasia ad una qualsiasi merce materiale e il plagio al furto di segreti aziendali. Non è certamente questa l’ottica nella quale volevo affrontare il problema, anche se per forza di cose, e appunto per prenderne le distanze, devo tenerla presente.

Proprio mentre sto scrivendo queste righe mi viene in mente un’altra considerazione. Al di là del plagio letterario, che è il vero argomento di questo intervento, esiste una sterminata casistica di piccoli plagi quotidiani dei quali siamo protagonisti attivi o passivi. Mi riferisco a idee, frasi, vicende, che colpiscono l’immaginazione e vengono fatti propri e riciclati. È una compulsione a riempire la propria esistenza di fatti che la rendano più significativa, e probabilmente non solo agli occhi altrui. È capitato recentemente che mi sia sentito raccontare da un conoscente un episodio di cui ero stato protagonista moltissimi anni fa, e nel quale quella persona non aveva avuto alcuna parte, forse neppure era presente. Me lo ha raccontato come fosse capitato a lei, con dettagli e particolari che mi fanno pensare di essere stato io stesso a riferirglielo. La situazione era a dir poco surreale, ma sono stato al gioco, pensando che per non rendersi conto dell’assurdità della cosa quella persona, per il resto assolutamente normale, doveva averla fatta totalmente propria, doveva averla rivissuta una miriade di volte nella fantasia, fino a dimenticarne la fonte originaria.

Ora, pur senza arrivare a situazioni limite di questo tipo, penso che nella nostra quotidianità il plagio più o meno inconsapevole abbia un ruolo importantissimo. In termini scientifici ciò è stato confermato dalla scoperta recente dei neuroni specchio, in quelli antropologici dalla teoria mimetica di René Girard. In pratica ogni nostra azione non sarebbe che l’imitazione di azioni altrui, e il plagio arriva anche oltre, va fino alle intenzioni. Certo che, messa così, la cosa cambia decisamente aspetto. Se il plagio è una componente essenziale della nostra cultura e della nostra stessa esistenza, allora tutta la faccenda va riconsiderata sotto un’altra luce. Avremo comunque modo di riparlarne. Qui mi limito a cercare di capire perché goda di una considerazione tanto negativa quando riguarda la letteratura.

Il plagio letterario ha una storia antichissima. Risale alla tradizione orale, nella quale non costituiva però un problema, perché non c’era alcuna paternità certa, nessuno sapeva da chi avesse avuto origine un’idea o un racconto particolare e nessuno poteva vantarne l’esclusiva. L’imitazione o l’appropriazione erano in fondo l’unico tramite per la diffusione di un testo. Quando Omero (o chi per esso) trasferì questa usanza alla scrittura cominciarono ad esserci delle prove documentali delle precedenze, anche se le cronologie rimanevano difficili da stabilire. Il plagio a questo punto aveva una sua evidenza, e infatti si cominciò a parlarne. Tra i latini, ad esempio, qualcuno (come Marziale) lo stigmatizzava, altri lo giustificavano (come Elio Donato). In linea di massima, però, non era ancora considerato uno scandalo: intanto perché non esisteva il concetto giuridico di proprietà intellettuale, ma soprattutto perché il valore di un’opera non era calcolato sulla sua originalità, quanto, al contrario, sulla sua aderenza a modelli riconosciuti, e il grande pubblico questo si attendeva. Di fatto, poi, è evidente che ciascun autore serio cercava un linguaggio e un percorso suo.

A quanto pare però molti preferivano le scorciatoie, tanto che nel medioevo per difendersi dalle operazioni piratesche gli autori riempivano la prima o la quarta di copertina dei manoscritti di anatemi e maledizioni come quella che ho riportato in esergo. In effetti, al di là di quelle non avevano molte armi per difendersi. Lo stesso Cervantes fu indotto a scrivere la seconda parte del “Don Chisciotte” per contrastare le imitazioni dozzinali e i sequel che avevano cominciato immediatamente a circolare, ma non ottenne alcuna soddisfazione dai tribunali ai quali si era rivolto per impedire che fosse usato il suo personaggio. E già si parla di un’opera uscita a stampa.

I tempi comunque stavano cambiando. La connotazione decisamente negativa del plagio è legata infatti proprio all’avvento della stampa e alla nascita del mercato editoriale moderno, contestualmente alla quale arrivava già ai primi del Settecento la definizione del diritto d’autore (che in inglese ha mantenuto la dicitura di copyright, diritto di copia, ovvero di stampa, in quanto si riferiva inizialmente solo ai privilegi concessi agli stampatori).

Con l’ingresso nella modernità il mercato editoriale crea la professione letteraria, o meglio, ne cambia lo status. Non che un rapporto ‘mercantile’ prima non ci fosse, ma fino al Rinascimento il letterato viveva delle pensioni e delle elargizioni dei suoi committenti (pubblici o privati): ora vive invece delle parole che scrive. Tra Ariosto e Aretino passa nemmeno una generazione, ma il rapporto del secondo con la propria opera e il proprio pubblico è già mutato. Ancor più lo sarà un paio di secoli dopo, quando committenti diventano i borghesi, e De Foe e Diderot possono offrire in libreria o in abbonamento la giustificazione morale e la consacrazione sociale delle fortune di questi ultimi. Le parole acquistano un preciso valore economico (nell’Ottocento gli scrittori d’appendice erano pagati un tanto – o un poco – a pagina), e diventa importante difenderle dall’appropriazione altrui (quanto all’Aretino, erano gli altri a doversi difendere dai suoi saccheggi).

Quello stesso mercato è però l’ispiratore fondamentale del ricorso al plagio. Con la crescita dell’alfabetizzazione e quindi del numero dei lettori i ritmi editoriali diventano sempre più frenetici, il pubblico chiede cose sempre nuove da consumare. D’Annunzio copia da Landor e da molti altri perché è inseguito dai debiti e dai contratti stipulati con gli editori strappando cospicui anticipi. Deve accelerare costantemente i tempi di produzione. Lo stesso accade a Salgari, a De Amicis e ad un sacco di altri autori. Il modello fordista di produzione si applica prima all’editoria che alle automobili.

Ma è cambiato anche il gusto, perché i lettori hanno cominciato ad apprezzare piuttosto l’originalità che non l’aderenza ad un modello. Nella letteratura non cercano più rassicurazione e conferme della stabilità del mondo, ma indizi del suo progresso e aperture a potenzialità nuove. E in quanto consumatori paganti non vogliono farsi rifilare merce di seconda mano. Acquistano un prodotto che reca stampigliato in copertina, in piena evidenza, prima ancora del titolo, il nome dell’autore, e a partire dai primi dell’Ottocento, nel frontespizio, persino il suo ritratto. Queste cose sono un marchio di fabbrica, sanciscono appunto una proprietà, un’esclusiva: ma dovrebbero anche essere garanzia di una ‘originalità controllata’.

Naturalmente, così come le maledizioni, anche queste marchiature non scoraggiano affatto i plagiari. Che, anzi, nell’Ottocento e nel secolo scorso si moltiplicano. Ma non godono più di una distratta impunità. Il vero deterrente è il disprezzo cui è esposto chi viene colto in fallo. Il plagio diventa ‘moralmente’ intollerabile perché, a differenza di una qualsivoglia altra truffa, che è un gioco sporco di astuzie attorno a beni materiali, macchia un ambito che si vorrebbe considerare spiritualmente immacolato. Ed è anche sanzionato giuridicamente. Una volta che la proprietà diventa un diritto, il plagio diventa un furto. Viola un principio etico e viola al tempo stesso una legge di mercato. In più, rivela aspetti e retroscena del lavoro intellettuale che spiazzano e disilludono.

La questione si complica ulteriormente nell’odierna età dell’informatica. La massa enorme di materiali immediatamente accessibili e facilmente manipolabili attraverso il ‘copia e incolla’ crea una tentazione enorme a profittarne per velocizzare ulteriormente. Il fatto stesso che tutto ciò che viene intellettualmente prodotto sia visto sempre più come materiale di immediato consumo, e presto destinato all’oblio, induce a rischiare tranquillamente, per produrre appunto a ritmi industriali. Sono insomma l’insignificanza delle idee e la volatilità stessa del supporto sul quale circolano a favorire la tentazione del plagio. Ed è anche vero che sulle onde di quella rete di idee ne circolano talmente tante che non ha nemmeno più senso parlare a loro proposito di plagio.

Si complica pertanto anche la casistica. In teoria oggi qualsiasi appropriazione di materiale altrui potrebbe essere smascherata all’istante, con un semplice confronto in rete; nella pratica sembrano ormai tutti talmente indaffarati a scopiazzarsi a vicenda, cercando magari di essere originali nella copiatura, da non dar peso a queste cose (o da dargli solo quello sbagliato). Una definizione giuridica della materia è d’altro canto quasi impossibile (e più ancora, assolutamente inutile). Sarebbe persino assurda, in un contesto nel quale ciascuno di noi è giornalmente spogliato di ogni “dato sensibile”, che viene immesso immediatamente sul mercato e diventa strumento per un totale asservimento ai meccanismi del consumo. Al confronto, la ‘sottrazione’ di qualche pagina o di qualche idea non può che far sorridere.

Al di là di questo, però, ciò che mi spinge ad un atteggiamento cauto (che non vuol dire tollerante), è la varietà dei modi e delle motivazioni che possono stare dietro un plagio. Prendiamo il caso del già citato Calimani: tutto sommato, prestiti o meno, l’intento e l’insieme della sua opera sono meritori. È un divulgatore, ha scritto più di venti volumi (e tutti piuttosto poderosi) di storia dell’ebraismo dai quali io stesso ho attinto conoscenze e rimandi ad altri autori, ci sta anche che qualche volta abbia preso delle scorciatoie. Il problema in questo caso, trattandosi di saggistica storica, è piuttosto che i materiali usati siano stati vagliati criticamente. Il resto è una questione di virgolette (non lo dico io, lo scrive Barthes, ma l’ho fatto mio), e mettere o meno le virgolette dipende da una personalissima concezione della dignità propria e del senso del proprio lavoro. C’è persino chi eccede, e virgoletta metà del testo: ma in questo caso lo scrupolo c’entra poco. Di norma è solo un trucco per conferirgli autorevolezza, per dirci che ciò che stiamo leggendo ha alle spalle scavi e accumuli e conoscenze profonde.

Intendiamoci, non sto dicendo che in un lavoro a carattere essenzialmente compilativo il plagio sia accettabile o addirittura giustificato. Dico solo che in questi casi il problema del plagiario è con se stesso, piuttosto che coi suoi lettori. Certo, c’è una bella differenza tra raccontare le stesse vicende e raccontarle con le stesse parole o trarne identiche riflessioni: ma rimane che quelle vicende, i fatti storici, sono proprietà di nessuno, che le riflessioni uno le scrive perché circolino e che al limite da una loro ‘trasposizione’, anche letterale, il lettore non ha un danno. È normale che provi un senso di fastidio, se si accorge della cosa, e certamente concederà per il futuro minor credito all’autore. Ma finisce lì.

Diverso è il discorso per l’opera narrativa. La narrazione letteraria, e tanto più quella poetica, sono creazione più o meno ex-nihilo, e allora le idee e le parole per esprimerle sono soggette alla denominazione d’origine controllata. Appropriarsi delle une e delle altre e spacciarle per proprie è in questo caso un furto bello e buono e, peggio ancora, è un furto assolutamente stupido. Ma anche qui occorre fare delle distinzioni. Salgari e Verne copiavano intere voci dalle enciclopedie e paragrafi dai libri di viaggio per dare una credibile ambientazione alle loro storie, oltre che per cumulare pagine da tradurre in moneta. Anche per loro vale a mio giudizio la scusante di una utilità per il lettore. Di questo infatti ancora li ringrazio: ho imparato prima dei dieci anni che esiste il marabù, che l’Islanda è piena di vulcani e dove si trova l’isola di Tristan da Cunha, conoscenze che sono poi risultate fondamentali per la mia vita. D’Annunzio copiava invece Landor per ammantarsi di esotismo, per contrabbandare di sé un’immagine falsa e alimentare un mito. Sono due cose ben diverse.

Di questo passo mi sto però addentrando in un ginepraio dal quale so già che non saprei più uscire. I possibili distinguo sarebbero infiniti, e comunque legati alla mia personalissima sensibilità. Meglio tornare indietro e tagliare corto, riassumendo e riannodando quello che sin qui ho cercato confusamente di dire.

  1. In primo luogo è difficile definire l’area del plagio. Non è tanto l’entità del ‘prestito’ a stabilirne le coordinate, quanto il modo o l’intenzione coi quali l’autore usa i materiali di cui si è appropriato (e naturalmente ci sono anche quelli della ricezione del lettore). Quattro pagine di Grunfeld non onestamente citate nel mare magnum di Calimani hanno un peso, se fossero contrabbandate come articolo a sé sotto un altro nome ne avrebbero uno diverso. E più in generale: una cosa è trarre ispirazione da un’opera, un’altra è riscriverla più o meno tale e quale (a meno di non essere il Pierre Menard di cui parla Borges). E fin qui non ci piove.
  2. Per come lo intendo io, il plagio va considerato prescindendo dall’esistenza o meno di ‘diritti di proprietà’ funzionali all’industria culturale, che ha regole e giurisdizioni delle quali francamente mi importa un fico secco. Chi scrive per passione genuina lo fa per sé prima che per gli altri: non si lega alla catena di montaggio e sa di non poter essere derubato della sua interiore soddisfazione. La questione si pone quindi sotto un profilo puramente etico (distinguerei anche da quello morale, per il quale il furto è comunque una colpa: ma qui si tratta di rispondere alla propria coscienza, non a quella collettiva).
  3. In quanto lettori, il plagio esiste quando ci disillude. Quando sentiamo tradita la nostra fiducia, distrutta l’aura speciale che abbiamo costruito attorno ad un autore che amiamo o l’autorevolezza di cui ammantiamo lo storico e il saggista che ci interessano. Più in generale, quando ci mostra un aspetto del lavoro intellettuale che ci rifiutiamo di accettare. E ancor più ci indigna quando è fatto male, in maniera sciatta e abborracciata, e risulta palesemente fine a se stesso.
  4. Quanto agli autori, invece, o attuano l’esproprio in funzione di una creatività che porta quelle pagine ad essere comunque qualcosa d’altro rispetto all’originale, e allora non di plagio si può parlare ma di rielaborazione: oppure tirano semplicemente a campare per la via più comoda e scorretta. In questo caso, al di là della scorrettezza, anzi, del furto bello e buono, a infastidire è la povertà spirituale che induce quel comportamento.
  5. Quando è tale, il plagio si sanziona da solo, indipendentemente dal fatto che venga scoperto o meno. Credo che nessuno possa avere rispetto di se stesso, e pretenderlo dagli altri, quando lo specchio gli rimanda un mistificatore, un poveraccio che non è in grado di fare lo sforzo e di assumersi la responsabilità di quattro idee o di quattrocento parole originali. Gli idioti (che dalle nostre parti vengono chiamati furbetti, e sono comunque moltissimi), forse: ma quelli costituiscono una categoria a parte. Sono idioti appunto perché non hanno rispetto di sé, e lo sono doppiamente perché non lo sanno.
  6. Ho sempre immaginato che girare costantemente con carte false debba essere una sensazione terribile, che la paura di essere scoperto finisca per condizionare ogni gesto, ogni scelta, e, qualora la cosa si verifichi, la vergogna risulti intollerabile. In Germania un ministro accusato di aver copiato parte della sua tesi di laurea si è immediatamente dimesso e si è ritirato dalla vita politica. Ho apprezzato il gesto, sperando fosse dettato più dal tarlo interiore che dalle pressioni esterne. E anche se così non fosse, mi è parso comunque giusto. Non è questione di credenziali culturali attendibili o certificate, ma di coerenza etica: avrebbe potuto essere magari un buon ministro, ma sarebbe rimasto per sempre ricattabile, e non da fuori, ma dalla sua stessa coscienza.

Nessuna paura, però, per chi in Italia avesse qualche peccatuccio di questo tipo. Dalle nostre parti il problema non si pone. Quanto a coscienza, collettiva o individuale, siamo molto più avanti. Da noi un caso simile è valso recentemente alla protagonista la promozione a ministra.

 

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