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Per favore, leggete Tony Judt

di Paolo Repetto, 3 marzo 2020

Di Tony Judt ho già scritto, anche recentemente (Sulle rimozioni), e so di aver indotto almeno un paio di amici a leggerlo. Spero magari qualcuno in più. Non c’è molto da aggiungere. O meglio, in realtà ci sarebbe moltissimo, ma lo stesso Judt insegna che a insistere troppo su un argomento si rischia di banalizzarlo, ed è un consiglio da seguire. Mi limito pertanto a segnalare che è stata edita in questi giorni da Laterza una raccolta di articoli suoi, “Quando i fatti (ci) cambiano”, inediti in Italia, sparsi lungo un arco di quindici anni (tra il 1995 e il 2010) e comprendenti gli ultimissimi, quelli lucidamente e caparbiamente dettati ad un assistente, quando già la malattia lo aveva ridotto all’immobilità totale, fino a pochi giorni prima della morte. È raro leggere oggi cose altrettanto chiare, altrettanto vere, altrettanto sentite, e scritte altrettanto bene. Direi che per chi ancora ama la verità, e crede che la cultura ci consenta di avvicinarla, la lettura di Judt non è soltanto un piacere, è quasi un dovere.

Judt era mio coetaneo. A voi può sembrare un dato irrilevante, forse lo è, ma a me spiega già in parte le incredibili consonanze che, ferma restando la distanza abissale tra le rispettive esperienze culturali e umane, scopro ogni volta che lo leggo. Potrei sottoscrivere tale e quale l’elenco che nella presentazione la moglie fa di quelli che Judt considerava i suoi maestri. Oggi poi mi sono ritrovato particolarmente in un articolo dedicato a “Il problema del male nell’Europa del dopoguerra”, scritto nel 2007, nel quale a proposito del culto della memoria della Shoah esprime esattamente gli stessi dubbi che avevo formulato un paio d’anni prima, in uno scritto dal titolo “La notte della memoria”. Naturalmente Judt lo fa alla sua maniera, con una scrittura pulita e semplice che va dritta al cuore dell’argomento. Ritengo allora valga la pena trascrivere l’ultima parte dell’articolo e proporvela, con la speranza che qualcuno non resista alla tentazione di leggersi tutti gli altri.

 

[…] “Abbiamo ancorato la memoria dell’Olocausto così saldamente alla difesa di un singolo paese –Israele – da rischiare di circoscrivere il suo significato morale. È vero, il problema del male, per citare di nuovo Hannah Arendt, nel secolo scorso ha assunto la forma di un tentativo tedesco di sterminare gli ebrei. Ma non si tratta soltanto dei tedeschi e non si tratta soltanto degli ebrei. Non si tratta nemmeno soltanto dell’Europa, anche se è successo lì. Il problema del male – del male totalitario, del male del genocidio, è un problema universale. Ma se viene manipolato in favore di interessi locali, ciò che accadrà (ciò che credo stia già accadendo) è che le persone in contesti distanti dal ricordo del crimine consumato in Europa – perché non sono europee o perché sono troppo giovani per ricordare il motivo per cui è importante – non capiranno perché quel ricordo le riguardi e smetteranno di ascoltare quando cercheremo di spiegarglielo.

In poche parole, l’Olocausto potrebbe perdere il suo potere evocativo universale. Dobbiamo sperare che ciò non avvenga e dobbiamo trovare il modo per mantenere intatta la lezione fondamentale che la Shoah può davvero insegnare: la facilità con cui le persone – un intero popolo – possono essere diffamate, disumanizzare e annientate. Ma a nulla approderemo se non riconosciamo che questa lezione potrebbe veramente essere messa in dubbio o dimenticata; il problema delle lezioni è che, come il gatto del Cheshire, tendono a sbiadire di giorno in giorno. Se non mi credete allontanatevi dall’occidente avanzato e provate a chiedere qual è la lezione di Auschwitz. Le risposte non saranno molto rassicuranti. Non c’è una soluzione semplice per questo problema. Ciò che oggi appare ovvio agli europei occidentali è ancora oscuro per molti europei dell’Est, proprio come lo era per gli europei dell’Ovest quarant’anni fa. Il monito morale di Auschwitz, proiettato a caratteri cubitali sullo schermo della memoria europea, è quasi invisibile per gli asiatici o gli africani. E, forse soprattutto, ciò che sembra lampante alle persone della mia generazione avrà sempre meno senso per i nostri figli e i nostri nipoti. Possiamo preservare un passato europeo che da memoria sta sfumando in storia? Non siamo condannati a perderlo, anche solo in parte?

Forse tutti i nostri musei, i nostri siti commemorativi e le nostre gite scolastiche obbligatorie non sono segno che oggi siamo pronti a ricordare, ma indicano che riteniamo di aver scontato le nostre colpe e di poter cominciare a lasciare andare il passato e dimenticare, affidando alle pietre il compito di ricordare al posto nostro. Non so: l’ultima volta che sono stato a Berlino e ho visitato il monumento alla memoria degli ebrei d’Europa assassinati, ragazzini annoiati in gita scolastica giocavano a nascondino tra le steli. Quello che so per certo è che, se la storia deve svolgere correttamente il ruolo che le spetta e conservare per sempre prova dei crimini del passato e di ogni altro evento, è meglio non scomodarla. Quando saccheggiamo il passato per profitto politico, scegliendo i pezzi che possono fare al caso nostro e reclutando la storia per impartire opportunistiche lezioni morali, ne ricaviamo cattiva morale e anche cattiva storia.

Nel frattempo, forse dovremmo tutti fare attenzione quando parliamo del problema del male. Perché non c’è un solo tipo di banalità. C’è la banalità tristemente nota della quale parlava Hannah Arendt: il male inquietante, normale, familiare, quotidiano negli esseri umani. Ma c’è anche un’altra banalità, quella dell’abuso: l’effetto di appiattimento e di desensibilizzazione che si produce quando si vede, si dice o si pensa la stessa cosa troppe volte, fino a stordire chi ci ascolta e a renderlo immune dal male che descriviamo. Questa è la banalità – o la “banalizzazione” – con cui ci confrontiamo oggi.

Schiavi anche dell’oblio

di Paolo Repetto, 16 gennaio 2020

“Uno solo è il luogo per vivere: un pezzetto di giaciglio, il resto appartiene al campo, allo Stato. Ma né questo pezzettino di posto, né la camicia, né la pala è tua. Ti ammali, e ti portano via tutto: il vestito, il berretto, la sciarpa avuta di frodo, il fazzoletto da naso. Quando muori ti strappano i denti d’oro, in precedenza già registrati nei libri contabili del campo. Ti bruciano e con la tua cenere concimano i campi o ci bonificano gli stagni. È vero che sprecano tanto di quel grasso, tante ossa, tanta carne, tanto calore! Ma altrove con la gente ci fanno sapone, con la pelle umana abatjour, con le ossa bigiotteria. Chissà, forse da esportare ai negri quando li assoggetteranno. Lavoriamo sottoterra e in superficie, sotto un tetto e alla pioggia, con la pala, con il vagoncino, con i picconi e con la mazza di ferro. Portiamo sacchi di cemento, posiamo mattoni e binari ferroviari, recintiamo il terreno, battiamo la terra … Gettiamo le fondamenta di una qualche nuova, mostruosa civiltà. Solo ora conosco il prezzo dell’antichità. Quale mostruoso delitto sono le piramidi egiziane, i templi e le statue greche! Quanto sangue dovette scorrere sulle strade romane, sui valli di frontiera e nei cantieri delle città! Quell’antichità che era un gigantesco campo di concentramento, dove allo schiavo veniva impresso a fuoco il marchio di proprietà sulla fronte e lo crocefiggevano per una fuga. Quell’antichità che era una grande congiura dei liberi contro gli schiavi!
Ricordi quanto amavo Platone. Oggi so che mentiva. Perché nelle cose terrene non si riflette l’ideale, ma vi risiede il pesante, sanguinoso lavoro dell’uomo. Eravamo noi a costruire le piramidi, noi ad estrarre il marmo per i templi e le pietre per le strade imperiali, eravamo noi a remare nelle galere e a tirare gli aratri, mentre loro scrivevano dialoghi e drammi, giustificavano con le patrie i propri intrighi, lottavano per i confini e le democrazie. Noi eravamo sporchi e morivamo sul serio. Loro erano estetici e discutevano per finta.
Non è bellezza quella che poggia su un torto verso l’uomo. Non è verità quella che sottaccia un tale torto. Non è bene quello che lo permetta. Cosa ne sa mai l’antichità di noi? Conosce un astuto schiavo da Terenzio e da Plauto, conosce dei tribuni del popolo, i Gracchi, e il nome proprio di uno schiavo solamente: Spartaco. Loro facevano la storia e un criminale qualunque – Scipione – un avvocato qualunque – Cicerone o Demostene –, li ricordiamo alla perfezione. Rimaniamo incantati dall’eccidio degli Etruschi, dallo sterminio di Cartagine, dai tradimenti, dagli stratagemmi e dai saccheggi. Il diritto romano? Anche oggi c’è un diritto.
Che ne saprà il mondo di noi, se trionfassero i tedeschi? Sorgeranno giganteschi edifici, autostrade, fabbriche, monumenti alti sino al cielo. Sotto ogni mattone ci saranno le nostre mani, sulle nostre spalle verranno portate le traversine ferroviarie e i lastroni di cemento armato. Ci assassineranno le famiglie, i malati, i vecchi, i bambini. E nessuno saprà di noi. Copriranno le nostre grida i poeti, gli avvocati, i filosofi, i preti. Creeranno il bello, il bene e la verità. Creeranno una religione.”
Tadeusz Borowski, Paesaggio dopo la battaglia

Ho ritegno ad aggiungere qualcosa a queste parole. Qualsiasi commento non può che svilirne la forza tragica. Se azzardo un paio di considerazioni è solo perché negli ultimi tempi più di una volta, ancor prima di aver conosciuto l’opera di Borowski (che ho scoperto con ingiustificabile ritardo), mi sono sorpreso a pensare le stesse cose. E lo faccio avendo ben presente che le mie meditazioni scaturivano da stati d’animo (e da una situazione) assolutamente non comparabili con quelli di Borowski.

In una di queste occasioni, considerando la solidità e la bellezza di un acquedotto romano e di un Alcazar, avevo anche scritto che quantomeno i sacrifici di chi li aveva costruiti erano valsi a lasciare qualcosa di duraturo. “Mentre ne ammiri il disegno o la semplicità elegante o la ricchezza non puoi non pensare alle sofferenze di tutti coloro che queste cose le hanno costruite, alle fatiche che sono costate, alle ingiustizie di cui sono impastate le mura, i pilastri e le colonne; ma hai l’impressione che un sia pur minimo riscatto di tutto ciò arrivi proprio dalla loro durata, dalla sfida vittoriosa al tempo e dalla testimonianza di un gusto del bello che ancora ci affascina ma che non siamo più in grado di coltivare concretamente.” Erano stupidaggini, dettate probabilmente dalla concomitante constatazione della fragilità e della bruttezza delle “grandi opere” (ma anche di quelle piccole) contemporanee: e Tadeusz Borowski me lo ha immediatamente ricordato. Lui era tra coloro che costruivano, e non ci coglieva alcun riscatto.

Un’impressione analoga ho provato poco dopo, nel corso di un viaggio nel Peloponneso. Mi aggiravo per Micene, in mezzo a quelle vestigia colossali, nella luce fantastica di un tardo pomeriggio autunnale. Ciò che vedevo avrebbe dovuto commuovermi e impressionarmi, ma in realtà mi sentivo solo a disagio. Non mi era mai accaduto prima. Quelle maturate in terra di Spagna erano ancora riflessioni piuttosto distaccate, non dico fredde, ma confinate comunque alla mente. A Micene il disagio era anche fisico. Non riuscivo ad ammirare quelle rovine e quasi mi vergognavo di essere lì. So quanto pesa una pietra (sono un appassionato costruttore di muretti a secco), anche quando ciò che fai lo fai per scelta, o addirittura per divertimento: ma mi rendevo dolorosamente conto di sapere nulla, in realtà, di tutti coloro che quelle pietre erano stati costretti con la violenza a portarle e posarle e lavorarle, di quanti sotto o sopra esse saranno morti o avranno perso mani o braccia o gambe, che equivaleva a morire.

A guardare alle opere del mondo, alla sua storia, da questo punto di vista, dal “loro” punto di vista, c’è da inorridire. C’è il rischio che tutto perda senso, anche quel poco che noi ci sforziamo di dargli. E allora diventa improvvisamente chiaro perché lo stesso Borowski, perché Jean Amery, perché Primo Levi, e chissà quanti altri che non conosciamo, non abbiano retto poi, usciti da quell’incubo, al ritorno alla normalità. Non si può tornare normali, dopo aver assistito a tanta assurda crudeltà e inutile disperazione.

Ci hanno provato. Uno tra tutti, Levi. Le pagine nelle quali racconta le difficoltà e la gioia di spiegare Dante e la potenza della sua lingua a un compagno francese di sventura sono la massima testimonianza del tentativo di opporre la cultura alla barbarie, all’abbrutimento o all’annullamento. Lo fa con il canto di Ulisse: “fatti non foste …”. Per affermare, e confermare a se stesso, che alla fine, comunque, è la prima a prevalere, e a farci riconoscere umani.

E tuttavia proprio coloro che avevano opposto resistenza in nome della cultura, e non semplicemente della sopravvivenza, sono quelli che hanno maggiormente sofferto il dopo. Il silenzio, il disinteresse, addirittura il fastidio manifestato nei confronti di chi non voleva dimenticare, hanno fatto ciò che neppure gli aguzzini erano riusciti ad ottenere. Li hanno fatti dubitare anche di quel labile significato che attraverso la cultura avevano cercato di dare alla propria vita e alle proprie sofferenze. Quegli uomini hanno retto alle atrocità, ma non all’idea che la coscienza di quelle atrocità nemmeno scalfisse chi non le aveva direttamente vissute.

Devo chiudere velocemente, perché ho già nascosto dietro troppe parole le considerazioni lucide e terribili di Borowski. Eppure, qualcosa mi trattiene ancora per un attimo.

Penso che anche Borowski ci ha provato. Lo ha fatto dal fondo della sua disperazione e della sua delusione, ma lo ha fatto. Proprio scrivendo queste pagine. E ora nel mio piccolo, per quel nulla che vale, ho il dovere e l’urgenza di farle conoscere ad altri, di non lasciare che siano risucchiate nel buco nero dell’oblio. Se anche una sola persona le leggerà, un minimo di senso me lo sarò dato anch’io.

Tadeusz Borowski è nato nel 1922 in una famiglia polacca residente in Ucraina. A quattro anni ha visto deportare i genitori i nei gulag sovietici, e li ha ritrovati solo dieci anni dopo. Trasferitosi con loro in Polonia, ha completato gli studi superiori proprio mentre il suo paese veniva invaso dai nazisti. Arrestato come collaboratore di riviste clandestine nel 1943, e deportato prima ad Auschwitz e poi a Dahau, ha condiviso la terribile condizione dei prigionieri slavi. Liberato alla fine della guerra, dopo aver appoggiato in un primo tempo il regime filosovietico, è arrivato poi a riconoscerne quasi una continuità con quello nazista. È morto suicida nel 1951, a soli ventinove anni: ma sulle circostanze della sua morte ci sono ancora molti dubbi. Delle sue non molte opere, sia di poesia che di narrativa, sono state tradotte in italiano “Paesaggio dopo la battaglia” (Lindau, 1993), da cui sono tratte le pagine che ho riportato, e”Da questa parte, per il gas” (L’Ancora del Mediterraneo, 2008). Entrambi i titoli sono introvabili.