di Paolo Repetto, 6 marzo 2026
Ieri ho visto un cinese che portava un cane al guinzaglio. Non lo stava pascolando, come mi hanno malignamente detto gli amici quando l’ho raccontato. Lo stava proprio portando a passeggio.
E in questo ho colto un segno.
Io credo molto nei segni, intesi come spie di un’anomalia o di un mutamento in atto. Credo in quelli inviati dalla natura, che ultimamente di spie ne accende moltissime: ma altrettanto in quelli che ci mandano gli umani, individui o comunità. Ci credo, e penso di esserne un esperto. Un semiologo sui generis. Un tempo avevo persino elaborato dei criteri ermeneutici applicabili ai maschi adulti sposati: se ad esempio uno cessava di indossare le calze d’inverno, o la canottiera cui era sempre stato devotissimo, c’era in vista qualcosa di grosso Non ho mai fallito una diagnosi (con le donne non ci ho neanche provato: troppo complicato decifrare i loro segnali).
Coi segni non vanno però confuse le stranezze. Queste ci colpiscono in maniera diversa, ci vengono incontro, mentre i segni siamo noi a cercarli, più o meno consciamente. Una cosa strana non ci offre necessariamente indizi per leggere il futuro. Al più può raccontarci qualcosa del passato, con linguaggi molto diversi. Certe insolite conformazioni rocciose, ad esempio, raccontano una lunghissima storia di erosione: una persona che cammina, o gestisce, o parla in maniera scomposta narra forse una storia di sofferenze e di esclusione, mentre se veste in maniera vistosamente stravagante o sfoggia un eccentrico taglio di capelli ci dice di problemi di convivenza con se stessa. Tutte queste cose possono suscitare una riflessione, ma difficilmente aprono inchieste su futuri possibili o probabili.
In Spie. Radici di un paradigma indiziario Carlo Ginzburg proponeva già nel 1979 un metodo di ricerca storica e culturale basato sull’attenzione minuziosa da rivolgere ai dettagli marginali, agli scarti, a piccolissimi elementi in grado di rivelare qualcosa di molto più grande. É quello di cui sto parlando io, con la differenza che Ginzburg concentrava l’attenzione sulla storia dell’arte (con facoltà comunque di estenderla ad ogni altro ambito), e quindi prospettava la possibilità di riletture e di nuove spiegazioni del passato; ma pur sempre a partire da ciò che era stato trascurato, che era sfuggito alla lettura canonica. Senza alcuna pretesa di confronto, posso affermare che in maniera molto empirica io quel metodo l’ho sempre applicato.
Del resto nemmeno Ginzburg poteva vantare una primogenitura, dal momento che nel campo della storia dell’arte altri lo avevano già teorizzato da un pezzo: e in certi campi, come quello della diagnostica medica, è stato sino a pochi decenni fa quello più praticato. In Foto di gruppo con signora (1971) Heinrich Böll fa crescere la protagonista in un collegio femminile cattolico dove ogni mattina una suora passa in esame i pitali usati dalle educande, cogliendo nelle sfumature di colore e nelle variazioni di consistenza delle feci le spie di possibili incipienti malanni. Voglio dire che il paradigma indiziario può essere applicato in modi e circostanze diverse, ma lo schema e le finalità sono quelli.

Comunque, torniamo al nostro cane e al cinese che lo portava a spasso. Suppongo che anche in Cina chi possiede un cane lo conduca a prendere aria, magari prestando più attenzione di quanto si faccia da noi a non lasciare tracce lungo il percorso. Quindi in ciò che ho visto non ci sarebbe alcunché di eccezionale. Ma mi risulta che in Cina il rapporto cani-umani sia di uno a trenta (con andamento in crescita), mentre in Italia è di 1 a 5, e soprattutto, forse perché frequento solo città di provincia, ho sempre avuto l’impressione che i cinesi nostrani dedicassero a tutt’altre occupazioni la loro attenzione e il loro tempo. Per questo il signore di ieri mi ha colpito. D’altra parte lui stesso sembrava consapevole di fare qualcosa di molto nuovo, di assolutamente rivoluzionario: e se non lo era, qualcosa comunque lo tradiva: sfoggiava un sorriso a sessantaquattro denti, ma al tempo stesso appariva un po’ impacciato. Non teneva un atteggiamento provocatorio, voleva solo dire: eccomi, mi sto adeguando, sono simile a voi.
Ammetto di essere un po’ particolare, e di avere idee antiquate sul rapporto coi pet, ma quell’incontro mi ha fatto riandare a un film che compie settant’anni esatti, L’invasione degli ultracorpi (1956), nel quale Don Siegel mostrava forme di vita aliene, provenienti dallo spazio sotto forma di giganteschi baccelli, che si impossessavano silenziosamente dei corpi e delle menti dei terrestri, annullandone ogni emozione e individualità. Con un finale però almeno in parte diverso, perché nel nostro caso sono gli alieni a conformarsi al modello terrestre, e si impadroniscono solo dei bar e delle aziende. Quanto alle emozioni e all’autonomia di pensiero, non c’è bisogno di cancellarle: hanno già provveduto gli umani stessi (e questo, tra parentesi, valeva anche per il significato originario del film, che voleva essere metafora del pericolo della penetrazione comunista nella società occidentale: anche i “comunisti”, come già i romani al tempo della conquista della Grecia, si sono rapidamente adeguati ai “vinti”).

Non sempre tuttavia gli indizi arrivano da qualcosa di assolutamente nuovo. A volte le cose le abbiamo quotidianamente davanti agli occhi, e anche se le notiamo non ne tiriamo tutte le conseguenze. Deve darsi un’occasione insolita o un nostro momento di particolare percettività, per coglierne il senso profondo.

Ad esempio: siamo ormai assuefatti a vedere stuoli di individui con gli occhi incollati all’iPhone e la mente sconnessa dalla realtà che li circonda. Ma anche questa assuefazione per un attimo può venire meno. Non c’è bisogno di epifanie eccezionali: può accadere in un momento, in un luogo o in una situazione qualsiasi. Può essere che un vagone della metropolitana milanese, preso d’infilata con uno sguardo, ti restituisca decine di persone sedute lungo le pareti laterali, tutte, ma proprio tutte, nessuna esclusa, rapite dai monitor dei loro cellulari: o che in piazza Genova, a metà pomeriggio, le sedici panchine dell’isoletta verde siano singolarmente occupate da umanoidi (due sono con ogni evidenza dei senzatetto) che non comunicano con qualcuno all’altro capo, ma appaiono ipnotizzati dai display. In quel momento ci si sente calati direttamente in Matrix (1999) o in qualche altro incubo fantascientifico, nel quale l’AI ha soggiogato tutta l’umanità e soppresso ogni resistenza. A me, ormai quasi ottuagenario, scenari di questo tipo ricordano immediatamente anche Vip, mio fratello superuomo (1968), il film d’animazione nel quale Bruno Bozzetto già prefigurava un’umanità resa completamente schiava del consumismo attraverso micro missili spediti direttamente nel cervello. Anche in questo caso con una differenza, perché i missili sono già stati superati dai microchips inoculabili in vena, o magari, nella versione complottista, tramite pseudo vaccinazioni.
Forse farei meglio a fermarmi qui, anche se penso di essermi giocato a questo punto ogni credibilità; immagino che qualcuno abbia colto in queste righe le spie di una incipiente alterazione mentale. In realtà ho solo chiuso un cerchio aperto anni fa con un articoletto titolato Fuori garanzia, nel quale iniziavo ad accennare a queste improvvise e significative intuizioni. O forse anche da prima, da quando ragazzino assistevo alle caratterizzazioni che mio padre faceva di chiunque in due battute, facendole icasticamente emergere dagli aspetti meno scontati. Purtroppo non ne ho ereditato la verve umoristica, che gli ha consentito di affrontare una vita tutta in salita sempre col sorriso sulle labbra e con la determinazione ad arrivare in vetta. Le cose le vedo, i segni li colgo, ma non sempre sono capace di riderci su. Non soffro della sindrome di Cassandra, è solo che nel mio mondo e nel mio tempo tutto sommato ci ho vissuto bene, e mi piacerebbe che continuassero a trovarcisi altrettanto bene coloro che mi lascerò alle spalle: quindi di per sé in prima battuta ogni segnale di cambiamento mi insospettisce e mi turba.
Vorrei però aggiungere ancora che l’attenzione agli indizi non conduce necessariamente a presagi negativi. E dal momento che a giustificazione del mio metodo ho già tirato in ballo la storia, la letteratura e il cinema (non per esibire uno straordinario bagaglio di conoscenze, ma perché il modo stesso in cui mi sono formato, uno studio matto e bulimico, mi porta a filtrare ogni riflessione, ogni pensiero, attraverso uno schermo culturale) posso ora appoggiarmi anche alla sociologia senza che ciò aggravi ulteriormente la mia inaffidabilità.
Dunque. Penso che il mio metodo possa essere apparentato in qualche misura a quello di Michel De Certeau, il sociologo francese che ne L’invenzione del quotidiano (1980) mostra come all’interno della cultura di massa i singoli individui pieghino alle proprie necessità e attitudini i vari elementi che la compongono, “personalizzando” tutto ciò che superficialmente parrebbe omologarli (le tradizioni, la lingua, i simboli, le leggi, le credenze, l’arte, gli articoli di uso o consumo quotidiano). De Certeau dice insomma che malgrado la cultura di massa abbia la capacità di assorbire, triturare e assimilare anche ciò che sembra rivolgerlesi contro, e anzi la sua caratteristica sia proprio quella di concedere ampi spazi alla controcultura senza per questo perderne il controllo, le “appropriazioni indebite” generano delle anomalie, e quelle anomalie possono tradursi in rotture, generare orizzonti e percorsi nuovi: come accade per gli errori nella replicazione genetica. Nel novantanove per cento dei casi le rotture si esauriscono in se stesse, ma rimane sempre la possibilità che siano la spia di qualcos’altro.
De Certeau era un gesuita, scriveva all’indomani del Sessantotto, del quale era stato un influente protagonista, ed è abbastanza comprensibile che tendesse a cogliere e a interpretare in positivo i segni rintracciabili nei comportamenti quotidiani. Io sono magari un po’ meno ottimista, ma mi riconosco appieno nel suo “camminare nella città”, nel suo riconoscere ad esempio nel modo di procedere di un pedone la rottura degli schemi di percorrenza dettati dalla pianificazione urbanistica e dai reticoli stradali: il pedone può inventare scorciatoie, vagabondare senza meta, fermarsi, cambiare idea (è quello che De Certeau chiama un modo “tattico” di spostarsi, di contro al modello “strategico” di definizione degli ambienti e dei percorsi elaborato dalle istituzioni).
È in fondo ciò di cui parlavo pochi mesi fa ne Alla ricerca di un impero, segnalando i differenti rapporti dei viennesi e dei milanesi con le scale mobili. Volendo, questi scarti tattici potrebbero offrirci qualche spiraglio. Fino a quando anche il traffico pedonale non sarà totalmente disciplinato, e potremo scegliere in che direzione andare e a che velocità, e se col cane o meno; fino a quando cioè ci saranno ancora segni, e sapremo ancora riconoscerli; fino ad allora avremo ancora speranza di dare scacco all’algoritmo.


