La casetta in Canadà (con l’accento)

di Paolo Repetto, 24 gennaio 2026

Anni fa mio cugino, quasi un fratello minore adottivo, dopo un paio di viaggi in Canada aveva seriamente meditato di trasferirsi oltreoceano, preferibilmente nel Quebec. All’epoca ne abbiamo parlato molto: conosceva bene il mio entusiasmo giovanile per i romanzi di James Oliver Curwood e prima ancora per le avventure oltreconfine di Tex (quelle con Gros-Jean), nonché quello tuttora vivo per Il grande cielo e per i film con le giubbe rosse. Quindi ero l’interlocutore ideale. Naturalmente un po’ lo invidiavo, anzi, gli invidiavo già il fatto di poter coltivare quel sogno (conoscendolo, mi direbbe subito: perché? cosa impediva a te di farci un pensiero?), e un po’ anche mi spiaceva, perché significava che ci saremmo visti molto meno – cosa che poi è avvenuta comunque. Era già andato in esplorazione e aveva individuata una casa dai requisiti fantastici: vicina ad un lago, in mezzo a una foresta, isolata. Come quella di Thoreau. Solo che quella di Thoreau era a due chilometri dal primo villaggio, mentre quella adocchiata da mio cugino ne distava cinquanta dal primo insediamento umano, che come isolamento è un po’ pesante. Le circostanze hanno poi fatto svanire il sogno, e del Canada non si è più parlato. Un vero peccato.

È stato un peccato perché oggi quella casa sarebbe tornata utilissima. Avrebbe potuto fornirci il punto d’appoggio per scegliere come Foscolo l’esilio volontario. Dopo aver letto il discorso pronunciato dal primo ministro canadese a Davos (vedi Appendice) mi sono convinto che l’unico paese in cui varrebbe la pena vivere sia quello che elegge a guidarlo un uomo di quella tempra. Stiamo lì a cianciare e dibattere se esista una tradizione occidentale, e in cosa consista, e se valga la pena salvaguardarla: eccola, la tradizione occidentale vera, quella di cui dovremmo andare orgogliosi. Non dico che lo stile sia quello di Demostene o di Cicerone, ma il piglio e la capacità di andare dritto all’argomento mi hanno ricordato proprio le loro orazioni.

Intendiamoci: in quello che Mark Carney ha detto non c’è nulla di rivoluzionario o di particolarmente eclatante. È un discorso onesto, pronunciato tenendo i piedi per terra, senza drammatizzare e concedere nulla alla retorica, senza sciorinare slogan o produrre elenchi di lamentazioni. E proprio questo ne fa qualcosa di diverso, di inusitato rispetto alle logore e ipocrite litanie politiche cui siamo abituati. C’è papale papale la presa d’atto di una realtà di cui tutti sono consapevoli ma con la quale nessuno osa confrontarsi, e la dichiarazione semplice e chiara che a quella realtà non ci si deve passivamente rassegnare. C’è anche l’indicazione di quella che potrebbe essere l’unica realistica e onorevole via d’uscita, che passa per l’orditura di una nuova e diversa rete di rapporti internazionali. C’è. soprattutto, un senso della dignità nazionale che è tutt’altro che nazionalismo, un richiamo alla fierezza di un popolo che è ben lontano dal populismo.

Poi, è chiaro, Carney parla in primo luogo di interessi, di economia, di strangolamenti e di prevaricazioni che stanno snaturando il gioco del mercato globale. Ma dice che chi prevarica può farlo solo se i prevaricati non sono capaci, non hanno il coraggio di un gesto di ribellione. Quindi in realtà esce dalle considerazioni puramente economicistiche per approdare a un discorso di dignità, oltre che di necessità. Non parla di guerra al capitalismo, e neanche di stravolgere le logiche dominanti del mercato: anzi, sono proprio quelle logiche che vuole difendere. Ma in quello specifico contesto e nella particolare situazione che il mondo sta vivendo le sue parole assumono ben altro significato. Non importa se sia esattamente quello che vuol dire, dovremmo imparare a darglielo noi un senso, e la forma del messaggio apre proprio a questo.

Io ad esempio ho voluto leggere soprattutto tra le righe, e non era difficile, perché il discorso implicito era perfettamente in continuità con quello in chiaro. Mentre leggevo mi veniva in mente l’Orwell di 1984: “Vivere nella menzogna. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità nasce dalla stessa fonte. Quando anche una sola persona smette di recitare, quando il droghiere toglie il cartello (n.d.r.: si riferisce ad un saggio di Vaclav Hael), l’illusione comincia a incrinarsi.

Nessuno ci crede. Ma lo espone comunque per evitare problemi, per segnalare obbedienza, per andare avanti senza guai. E poiché ogni negoziante in ogni strada fa lo stesso, il sistema persiste — non solo attraverso la violenza, ma grazie alla partecipazione delle persone comuni a rituali che sanno privatamente essere falsi”. Sostituite i negozianti con gli stati e avrete la realtà dell’attuale “ordine” mondiale.

Da un anno stiamo assistendo allo spettacolo indecoroso di capi di stato umiliati e svillaneggiati, di altri che, usando il linguaggio raffinato del presidente dello stato più forte al mondo, fanno la coda per baciargli il culo, di autocrati che minacciano e inverano l’apologo esopiano del lupo e dell’agnello: e assistiamo a quello ancora più squallido di un occidente non a stelle e strisce che tentenna, che esita, che si ritrae e litiga come i capponi di Renzo, senza mostrare mai un briciolo di dignità, senza mai raddrizzare la schiena.

Ma il parallelismo è ancora più forte, perché stiamo andando (o ci siamo già dentro) verso uno scenario che vedrebbe divisa la terra tra tre grandi potenze totalitarie, gli USA, la Cina e la Russia, come nel mondo di Orwell lo era tra l’Oceania, l’Eurasia e l’Estasia, impegnate in una perenne finzione di conflitto tra loro, mentre il vero scopo è quello di esercitare sulla società un controllo totale.

Insomma, in poco più di duemila parole Carney ha fotografato lucidamente l’attuale situazione. È in corso “la spaccatura nell’ordine mondiale, la fine di una bella storia e l’inizio di una realtà brutale”. A qualcuno senza dubbio un esordio del genere non piacerà, non sarà d’accordo sul fatto che si trattasse di “una bella storia”, non gli aggraderanno l’inquadratura, il taglio, la prospettiva, il contrasto, tutto quel che cavolo si vuole, ma non si può negare che quella da lui descritta sia la situazione reale, e che se anche tutti (o quasi) bene o male ne eravamo consapevoli da un pezzo nessuno, a livello di poteri decisionali, lo aveva mai detto così chiaramente.

Il premier canadese non ha solo messo a nudo i nuovi imperatori che sfilano sul tappeto rosso, ma senza troppi giri di parole ha denunciato quanto fosse fasullo il set sul quale si stava recitando: “Sapevamo che la storia dell’ordine basato sulle regole era parzialmente falsa […] che il diritto internazionale sarebbe stato applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima […] che l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo, che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono”.

Cose scontate, indubbiamente: ma meno scontato è ciò che segue: “Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che torna ad affermarsi. E di fronte a questa logica c’è una forte tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi, ad adattarsi, ad accomodarsi, a evitare i problemi, a sperare che la conformità garantisca sicurezza. Ebbene, non sarà così”.

Leggere le sue parole mi ha un po’ riappacificato col mondo: se non altro ospita ancora qualcuno capace di dare un taglio alle ipocrisie e parlare chiaro. Meno bene mi ha fatto invece constatare le reazioni. Anzi, la mancanza totale di reazioni. Avrebbe dovuto accadere quello che avviene nei film anni Trenta di Frack Capra, quelli con James Stewart, nei quali tutto il consesso si alza in piedi e tributa un’ovazione a chi semplicemente ha detto una volta tanto la verità. Invece nulla. L’applauso c’è stato, ma sembrava più rivolto all’eleganza dell’oratore che alle sue parole. Poi tutti si sono riseduti, i forti con un sorrisino ironico sulle labbra, annuendo come a dire: Si, va bene, ma adesso torniamo a parlare di cose serie, i deboli riprendendo a tessere le loro meschine manovre per ingraziarsi i forti. Trump si è fatto tradurre il discorso, perché il linguaggio usato da Carney proprio non lo capisce, come tutto il resto d’altronde: e dubito l’abbia capito anche dopo.

Purtroppo non è l’unico. Basta guardare alle reazioni in Italia. Certo, ho letto elogi, un sacco di gente che dice “che bravo!”, ma nessuno che provi a trarne delle conseguenze serie: e cioè, “sta parlando anche a me”. Le parole di Carney sono già state archiviate, salvo che da coloro che hanno sempre alzato il dito del “però …”. Da noi se qualcuno ha provato a dire cose simili, magari con molto minore eleganza e icasticità (penso ad esempio a un Calenda, per fare un nome che sono sicuro non piacerà a nessuno) è stato immediatamente sbeffeggiato dagli innumerevoli Travagli d’ordinanza, reso macchietta dalla pseudo satira di un Crozza che ormai fa solo l’imitazione di se stesso (e gli riesce anche male), accusato dalle maddalene delle flottiglie turistiche, silenziato da una sinistra che non sa dove stare e meno che mai in che direzione andare, e da una destra divisa tra gli amiconi di Putin e di Kim Jong-un e le nipotine obbedienti di Trump.

Carney ha detto: “Vogliamo essere insieme guidati da principi e essere pragmatici. Guidati da principi nel nostro impegno verso i valori fondamentali, la sovranità, l’integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza se non in conformità con la Carta dell’Onu e il rispetto dei diritti umani. Ed essere pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condivideranno tutti i nostri valori”. Ecco ragazzi, Avremo poi modo di discutere, se un “poi” ci sarà, di cosa si debba intendere per “realismo basato sui valori”. Per intanto non sarebbe male cominciare a difenderli convintamente quei valori, garantirci almeno la possibilità di continuare a discuterli.

Dovremmo dunque concentrarci sulla parte finale del discorso, quella che lo riassume tutto e che lo proietta ben oltre la dimensione di una guerra economica. “Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo compiangerlo. La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto. […] I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme […]. Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia, ed è una strada aperta a qualunque Paese voglia percorrerla con noi.

Ho già capito che i canadesi rischiano di percorrerla da soli. Gli altri sembrano mestamente incamminati ciascuno su sentieri diversi. Spero almeno vergognandosi. Ma ormai, anche in questo ci spero poco.

Devo quindi chiamare mio cugino e chiedergli se ancora ha dei contatti. Col francese me la cavo discretamente, devo solo riprendere un po’ l’inglese.

Appendice

Discorso pronunciato il 22 gennaio 2026 da Mark Carney, primo ministro del Canada, al World Economic Forum di Davos

Oggi parlerò della spaccatura nell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale in cui la relazione tra le grandi potenze non è soggetta a vincoli.

Ma vi dico anche che altri Paesi, in particolare le potenze medie come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati. Il potere dei meno potenti inizia con l’onestà.

Sembra che ogni giorno ci venga ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze — che l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo, che i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono.

E questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile, come la logica naturale delle relazioni internazionali che torna ad affermarsi. E di fronte a questa logica c’è una forte tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi, ad adattarsi, ad accomodarsi, a evitare i problemi, a sperare che la conformità garantisca sicurezza.

Ebbene, non sarà così. Quali sono dunque le nostre opzioni?

Nel 1978 il dissidente ceco Václav Havel, poi divenuto presidente, scrisse un saggio intitolato Il potere dei senza potere, nel quale poneva una domanda semplice: come faceva il sistema comunista a reggersi?

E la sua risposta iniziava con un droghiere.

Ogni mattina il negoziante appende nella vetrina un cartello: “Proletari di tutto il mondo, unitevi”. Non ci crede. Nessuno ci crede. Ma lo espone comunque per evitare problemi, per segnalare obbedienza, per andare avanti senza guai. E poiché ogni negoziante in ogni strada fa lo stesso, il sistema persiste — non solo attraverso la violenza, ma grazie alla partecipazione delle persone comuni a rituali che sanno privatamente essere falsi.

Havel definì tutto questo “vivere nella menzogna”. Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità nasce dalla stessa fonte. Quando anche una sola persona smette di recitare, quando il droghiere toglie il cartello, l’illusione comincia a incrinarsi.

Amici, è tempo che aziende e Paesi tolgano i loro cartelli.

Per decenni, Paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che abbiamo chiamato ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, ne abbiamo celebrato i principi, beneficiato della sua prevedibilità. E grazie a questo abbiamo potuto perseguire politiche estere fondate sui valori, sotto la sua protezione.

Sapevamo che la storia dell’ordine basato sulle regole era parzialmente falsa. Che i più forti si sarebbero svincolati quando conveniente, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico, e che il diritto internazionale sarebbe stato applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima.

Questa finzione è stata utile, e l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito in molti modi: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e strutture per risolvere le dispute.

Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali e, in larga parte, evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà.

Ma questo patto oggi non funziona più.

Lasciatemi essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione.

Negli ultimi due decenni, una serie di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Recentemente, le grandi potenze hanno cominciato a usare l’integrazione economica come arma. Le tariffe come leva. Le infrastrutture finanziarie come coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.

Non puoi “vivere nella menzogna” di un vantaggio reciproco attraverso l’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della tua subordinazione.

Le istituzioni multilaterali su cui le potenze medie facevano affidamento – l’Omc, l’Onu, le conferenze sul clima, l’intera architettura della risoluzione collettiva dei problemi – sono fortemente indebolite.

Di conseguenza, molti Paesi stanno traendo la stessa conclusione: devono sviluppare una maggiore autonomia strategica nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento. Ed è un impulso comprensibile.

Questa spinta è comprensibile. Un Paese che non riesce a nutrirsi, a rifornirsi di energia o a difendersi ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono, devi proteggerti da solo.

Ma siamo realistici su dove questo ci porta. Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile.

E c’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la pretesa di regole e valori per perseguire liberamente il loro potere e i loro interessi, i benefici del transazionalismo diventeranno più difficili da replicare.

Gli alleati si diversificheranno per coprire i rischi. Investiranno in assicurazioni. Aumenteranno le opzioni. Questo ricostruisce sovranità – una sovranità che una volta si fondava sulle regole, ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni.

Come ho detto, questo classico approccio di gestione del rischio comporta un costo. Ma quel costo dell’autonomia strategica, della sovranità, può anche essere condiviso. Investimenti collettivi nella resilienza sono più economici di ognuno che costruisce la propria fortezza.

Gli standard condivisi riducono la frammentazione. Le complementarità sono un gioco a somma positiva.

La domanda per le potenze medie, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà – dobbiamo farlo. La domanda è se ci adattiamo semplicemente costruendo muri più alti – o se possiamo fare qualcosa di più ambizioso.

Il Canada è stato tra i primi a sentire questo allarme, portandoci a cambiare fondamentalmente la nostra postura strategica.

I canadesi sanno che la nostra vecchia e comoda supposizione secondo cui la nostra geografia e l’appartenenza alle alleanze conferivano automaticamente prosperità e sicurezza non è più valida. La nostra nuova visione si basa su ciò che Alexander Stubb ha definito «realismo basato sui valori». In altre parole, vogliamo essere insieme guidati da principi e essere pragmatici. Guidati da principi nel nostro impegno verso i valori fondamentali, la sovranità, l’integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza se non in conformità con la Carta dell’Onu e il rispetto dei diritti umani. Ed essere pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condivideranno tutti i nostri valori.

Per questo ci impegniamo in modo ampio e strategico, a occhi aperti. Affrontiamo il mondo così com’è, senza aspettare un mondo che vorremmo fosse.

Stiamo calibrando le nostre relazioni affinché la loro profondità rifletta i nostri valori, e stiamo dando priorità a un impegno ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità del mondo attuale, i rischi che comporta e le poste in gioco di ciò che verrà.

E non ci affidiamo più solo alla forza dei nostri valori, ma anche al valore della nostra forza. Stiamo costruendo questa forza in patria.

Da quando il mio governo è entrato in carica:

  • abbiamo tagliato le tasse su redditi, plusvalenze e investimenti aziendali;
  • abbiamo rimosso tutte le barriere federali al commercio interprovinciale;
  • stiamo accelerando trilioni di dollari di investimenti in energia, AI, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e oltre.

Stiamo raddoppiando la nostra spesa per la difesa entro il 2030 in modi che rafforzano le nostre industrie nazionali.

Stiamo rapidamente diversificando all’estero. Abbiamo concordato una partnership strategica con l’Unione Europea, includendo l’adesione a Safe, gli accordi europei di approvvigionamento per la difesa. Abbiamo firmato dodici altri accordi commerciali e di sicurezza su quattro continenti negli ultimi sei mesi. Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuove partnership strategiche con Cina e Qatar e stiamo negoziando patti di libero scambio con India, Asean, Thailandia, Filippine e Mercosur.

Per contribuire a risolvere problemi globali, stiamo perseguendo una “geometria variabile” – diverse coalizioni per diverse questioni, basate su valori e interessi condivisi.

Sul fronte dell’Ucraina, siamo membri chiave della Coalizione dei Volenterosi e uno dei più grandi contributori pro capite alla sua difesa e alla sicurezza.

Sulla sovranità artica, siamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto esclusivo a determinare il futuro della Groenlandia.

Il nostro impegno verso l’Articolo 5 della Nato è incrollabile. Per questo lavoriamo con i nostri alleati, inclusi i Paesi nordico-baltici, per rafforzare i fianchi settentrionale e occidentale dell’Alleanza, anche attraverso investimenti senza precedenti in radar oltre l’orizzonte, sottomarini, aerei e presenza militare sul terreno — sul ghiaccio.

Il Canada si oppone fermamente ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere i nostri obiettivi condivisi di sicurezza e prosperità nell’Artico.

Sul commercio multilaterale, sosteniamo la creazione di un ponte tra il partenariato transpacifico e l’Unione europea, che darebbe vita a un nuovo blocco commerciale di 1,5 miliardi di persone sui minerali critici. Stiamo creando “club di acquirenti” ancorati al G7 per consentire al mondo di diversificare le forniture concentrate. E sull’intelligenza artificiale cooperiamo con le democrazie affini per evitare di dover scegliere tra egemoni e hyperscaler.

Questo non è un multilateralismo ingenuo, né si tratta di fare affidamento su istituzioni indebolite. Si tratta di costruire le coalizioni che funzionano, questione per questione, con partner che condividono abbastanza terreno comune da agire insieme – in alcuni casi, la maggioranza delle nazioni.

E stiamo creando una fitta rete di connessioni attraverso commercio, investimenti e cultura su cui possiamo contare per le sfide e le opportunità future.

Le potenze medie devono agire insieme perché se non siedi al tavolo, sei nel menù.

Le grandi potenze possono permettersi di fare da sole. Hanno la forza del mercato, la capacità militare, la leva per dettare i termini. Le potenze medie no. Quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra di noi per essere i più accomodanti.

Questa non è sovranità. È la recita della sovranità accettando la subordinazione.

In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i paesi intermedi hanno una scelta: competere per il favore dei più forti o unirsi per creare una terza via capace di incidere. Non dovremmo permettere che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole resterà forte se sceglieremo di esercitarlo insieme.

E questo mi riporta a Havel. Che cosa significa, per le potenze medie, vivere nella verità?

Anzitutto significa chiamare la realtà con il suo nome. Smettere di invocare l’ordine internazionale basato sulle regole come se funzionasse ancora come pubblicizzato. Chiamarlo per ciò che è: un sistema di rivalità crescente tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come strumento di coercizione.

Significa agire con coerenza, applicando gli stessi standard ad alleati e rivali. Quando le potenze medie criticano l’intimidazione economica in una direzione ma tacciono quando proviene da un’altra, stiamo ancora tenendo il cartello in vetrina.

Significa costruire ciò in cui diciamo di credere, invece di aspettare il ritorno del vecchio ordine. Significa creare istituzioni e accordi che funzionino davvero come descritto e ridurre le leve che consentono la coercizione.

Questo vuol dire costruire un’economia domestica forte. Dovrebbe essere la priorità immediata di ogni governo.

E la diversificazione internazionale non è solo prudenza economica: è il fondamento materiale di una politica estera onesta, perché i paesi si guadagnano il diritto a posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni.

Il Canada ha ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Possediamo vaste riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra i più grandi e sofisticati investitori globali. In altre parole, abbiamo capitale e talento. Abbiamo anche un governo con una grande capacità fiscale per agire con decisione. E abbiamo valori a cui molti aspirano.

E abbiamo i valori a cui molti aspirano.

Il Canada è una società pluralista che funziona. Il nostro “spazio pubblico” è vivace, diversificato e libero. I canadesi restano impegnati per la sostenibilità. Siamo un partner stabile e affidabile – in un mondo tutt’altro che stabile – un partner che costruisce e valorizza relazioni a lungo termine.

E abbiamo qualcosa in più: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza.

Capiamo che questa rottura richiede più dell’adattamento. Richiede onestà sul mondo così com’è.

Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina.

Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo compiangerlo. La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto. Questa è la missione delle potenze medie, che hanno di più da perdere da un mondo di fortezze e di più da guadagnare da un mondo di cooperazione genuina.

I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di chiamare la realtà con il suo nome, di costruire la nostra forza in patria e di agire insieme.

Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia, ed è una strada aperta a qualunque Paese voglia percorrerla con noi.

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