Uno più uno uguale meno due

sulla serenità delle sconfitte e sul come addolcire i consuntivi

di Fabrizio Rinaldi, 9 dicembre 2019

Succede. Succede che ad un certo punto si tirino le somme, e che il risultato sia differente (troppo spesso per difetto) rispetto a quello che ci si prefiggeva mesi o anni prima. Succede sempre.

Ad alcuni capita a vent’anni, ad altri dopo, ma arriva, anche per gli idioti, il momento di sedersi su una qualsiasi soglia e fare la lista di ciò che si è riusciti a concludere degnamente, di quel che non s’è ottenuto e di cosa andrebbe buttato nel dirupo. Se si è minimamente obiettivi, questi bilanci non sono mai in attivo.

Mai, infatti, che i propositi di un tempo si siano realizzati, mai che le ambizioni di gioventù (o anche di pochi anni fa) siano state soddisfatte, mai che le speranze si siano avverate. Spesso addirittura ci riduciamo ad annoverare come un risultato positivo, la realizzazione di ciò che una volta temevamo potesse avvenire.

Funziona così. La vita ha sempre l’ultima parola. Dobbiamo ammettere che talvolta ha la bontà di stupirci con soluzioni e svolte assolutamente insperate, che ci lasciano frastornati per la loro piacevolezza. Ma più spesso ci mette perfidamente di fronte a scelte drammatiche, o peggio ancora a soluzioni già scritte. E quegli imprevisti spiazzanti, che nei migliori dei casi magari risolvono situazioni o relazioni aggrovigliate, in quelli peggiori affossano le convinzioni, stravolgono le consuetudini di vita e di pensiero e ammutoliscono le speranze. Soprattutto quando questo accade nella piena maturità.

Le reazioni a questo stravolgimento sono le più svariate: c’è chi si toglie direttamente dai piedi (risolvendo la cosa nel modo più spiccio …), chi si fidanza con una ventenne pur avendo superato i sessanta, chi si rifà da capo a piedi o si abbona alla palestra e all’estetista, chi molla tutto per issarsi su una moto e girare il mondo (magari arrivando solo al Sassello, per bersi un bianchino), chi si scopre artista (che è una bellissima cosa, quando non si pretende di essere riconosciuti come tali anche dagli altri); e c’è chi, possedendo – o credendo di averla – una sufficiente dimestichezza con la penna (oggi con il computer), ha la presunzione di regalare al mondo un personale bilancio scritto della vita (quello che sto facendo io, appunto: magari senza la superbia di dire parole originali). I più immodesti dichiarano di scrivere solamente per le persone più intime, in realtà sono i peggiori: rivolgendosi a pochi, vogliono abbagliare il mondo intero.

Sono tutti ingenui tentativi di dare risposte alla condizione umana, quella descritta benissimo dalla scultrice Camille Cloudel in una lettera ad Auguste Rodin del 1886, dove scrive: “c’è sempre qualcosa di assente che mi perseguita”. È così, ed è così perché ci illudiamo di riempire i vuoti che la condizione umana si porta inesorabilmente dietro, e ci sottraiamo dal convivere con somme di esperienze di segno negativo. E menomale direi.

Leonard Cohen in Anthem canta: “c’è una crepa in ogni cosa, / è da lì che entra la luce”. Forse cercare quel punto di rottura è l’unico modo per colmare i vuoti. Sapere che la crepa c’è, ostinarsi a cercarla, tentare di rattopparla, sono le uniche risposte all’insensato. Ci consente di stimare il nostro grado di tolleranza verso gli abusi, di soppesare la nostra fragilità, dare forma alle emozioni, misurare la dignità e, di conseguenza, la vulnerabilità nei confronti del mondo (nel senso di: quanto ce ne importa davvero). La consapevolezza della nostra imperfezione (difetto di fabbrica o crepa che sia) può diventare così il perno su cui fare leva per sollevarsi dalle personali insicurezze.

 

Ognuno dentro di sé ha un vuoto, è stato messo in noi per ricordarci che siamo involucri: ad alcuni per colmarlo è sufficiente un amore, un figlio sano, un lavoro come si deve; è appena un avvallamento malinconico, e presto la strada risale e dimentica. Altri per cancellare il buco sono costretti a gettarci dentro tutte le loro cose, la vita intera, perché la bestia va saziata ogni giorno, ha la bocca sempre aperta e chiede, chiede in continuazione, non vuole mai riposare. E poi c’è chi non arriva a sfamarla con ciò che possiede, neanche un regno basterebbe, e allora deve riempire quelle fauci con i sogni, eppure neanche i sogni bastano, servono illusioni ancora più grandi, assolute.

MARCO LODOLI, I pretendenti, Einaudi 2013

A questo fine i bilanci individuali, pur costituendo il punto di partenza obbligato, hanno una rilevanza solo marginale. In genere seguono un identico schema: si nasce, si cresce, si lavora, si figlia, si invecchia, si muore, e le variazioni sul tema, quelle che rendono singolare e unica ciascuna vita, hanno peso solo su quella.

Diventano importanti invece quando sono proiettati sullo sfondo delle esperienze e del vissuto collettivo. Anche in una “visione dall’alto” le vicende umane mostrano un ciclo – nostro malgrado – piuttosto ripetitivo. Le grandi esperienze collettive, quelle che chiamiamo civiltà, o culture, hanno vissuto tutte una iniziale crescita economica, culturale e sociale, un periodo più o meno lungo di stabilità (spesso non percepito come tale) e poi la caduta, spesso rovinosa, delle gerarchie valoriali, oltre che del benessere economico. Se ci mettiamo in quest’ottica riesce evidente a tutti che abbiamo raggiunto la terza fase, e intrapreso una discesa decisamente ripida e potenzialmente catastrofica. Magari la mia è una percezione esageratamente sensibile, quella di un uomo che s’avvicina (o ha già superato: chissà!) al personale “mezzo cammin di nostra vita”: ma credo che nessuno possa negare l’evidenza del regresso sociale, del degrado politico, della pericolosa precarietà e del disastro ambientale che stiamo vivendo.

Staccarci dalle singole vicende consente di guardare in modo più lucido a quelle generali, di smascherare le pseudo-verità e le scempiaggini che ci vengono propinate dall’informazione urlata. E ci crea l’obbligo morale di combatterle, di coltivare un pensiero divergente, di vivere criticamente la contemporaneità, pur consapevoli dell’insufficienza dei mezzi a disposizione, della scarsa efficacia dei nostri sforzi e la coscienza della nostra fragilità (di cui accennavo prima).

Le nostre azioni, le nostre scelte individuali, devono essere frutto di una riflessione e di una attenzione costante: devono segnare e rivendicare la differenza rispetto al comune sentire, dal momento che questo sentire è ormai totalmente permeato da forze che non hanno nemmeno più un’entità, un nome o un volto, e sono finalizzate solo alla propria perpetuazione. Certo, il rapporto fra le scelte che facciamo e le conseguenze che queste avranno è troppo spesso frutto di una casualità che, per sua natura, non è né maligna, né persecutoria: ma non è il risultato a doverle guidare, è il nostro imperativo morale.

Nei bilanci di cui parlavo sopra, l’obiettivo è individuare un ordine e una coerenza in un cumulo disordinato di fatti, esperienze e scelte, trovare un filo multicolore che, sgomitolato e tessuto con pazienza e tenacia, possa prendere la forma di una coperta come quelle che realizzavano una volta le nonne, con scampoli e stracci: bellissime a vedersi e calde nelle sere d’inverno. E anche quando ci rendiamo conto che la coperta ha degli strappi, che la coerenza fra causa ed effetto era solamente nelle nostre speranze e nella nostra immaginazione, possiamo prenderne atto e scaldarci comunque con essa, o portarcela appresso come Linus.

Durante le fluttuazioni della vita i picchi positivi hanno la premura di essere brevi nel tempo e intensi nelle emozioni. La combinazione di questi elementi regala attimi di piacere e felicità che ripaga un’esistenza relativamente monotona e intrisa di fatiche quotidiane.

Per cui, se i nostri personali bilanci restano, in conclusione, sempre in negativo, se le speranze di cambiamento rimangono insoddisfatte, frustrate dallo scontro quotidiano con l’ottusità dei saccenti, la cecità degli arroganti e la vanità degli arrivisti, se le crepe restano da rabberciare e le aspettative si rivelano irrealizzabili, tutto questo non deve raffreddare la nostra voglia di combattere. L’obiettivo non è vincere (per chi, poi, e contro chi?), ma solo non arrendersi: per consapevole coerenza, non per una irrazionale testardaggine. Per non divenire parte di ciò che combattiamo. Non sarà il massimo, ma è già qualcosa.

Consapevoli che la natura umana non cambia, è doveroso perseverare nel tentare un qualche miglioramento, in un circuito senza fine. L’insistenza nel tentativo di uscirne deve essere cieca e cosciente che mai si realizzerà. Fine pena: mai, per fortuna.

 

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