Ringraziamenti dovuti

di Fabrizio Rinaldi, 1 novembre 2019

Ringrazio i miei figli per la pazienza, mia moglie per avermi sostenuto nelle avversità, l’editore per aver creduto in me, i professori Tizio e l’esimio Caio per l’inestimabile contributo offertomi durante le ricerche, il mio cane Bobby per l’amore incondizionato … e avanti così per mezza, una o addirittura due pagine.

Spesso, durante la lettura, alla prima distrazione o stanchezza, vado a sbirciare chi l’autore ha sentito l’urgenza di ringraziare per la sua opera: a volte quella dei ringraziamenti è la pagina più ben scritta e divertente del libro. Capita di rintracciare lì suggerimenti per ulteriori scoperte, o scovare chi maledire per aver sostenuto tale imbrattacarte.

La sequela dei ringraziamenti è diventata un atto dovuto in calce alle fatiche letterarie dei tanti – troppi – scrittori; i più ossequiosi addirittura li azzardano prima dell’introduzione, dopo l’altrettanto immancabile dedica.

È un costume nuovo, almeno per quanto riguarda la letteratura. Oggi c’è chi ringrazia pure la mamma per aver regalato al mondo cotanto genio, mentre un tempo la riconoscenza si esprimeva soprattutto nelle tesi di laurea, con intenti chiaramente ruffiani. Solo in casi particolari si rendeva omaggio a qualcuno.

Gustave Flaubert ad esempio apriva Madame Bovary  con questa dedica e questo ringraziamento:

A Marie-Antoine-Jules Sénard
dell’Ordine degli avvocati di Parigi,
ex presidente dell’Assemblea nazionale,
ex ministro dell’Interno

Caro ed illustre amico,
mi permetta di scrivere il suo nome in testa a questo libro, e sopra la stessa sua dedica; perché a lei soprattutto ne devo la pubblicazione. Passando attraverso la sua splendida arringa la mia opera ha acquisito ai miei stessi occhi come un’autorità inaspettata. Voglia quindi accettare un questa l’omaggio della mia gratitudine che, per grande che possa essere, non sarà mai all’altezza della sua eloquenza e dedizione.

Ne aveva ben donde. Con la sua appassionata difesa Sénard aveva fatto assolvere il romanzo dall’accusa di oscenità, vincendo un processo che aveva suscitato un enorme clamore e che decretò il successo e la fama di Flaubert anche fuori dal suo paese.

Per contro, noto che Herman Melville in Moby Dick non ringraziò proprio nessuno per l’immensità del suo libro, ma si limitò ad una dedica:

In segno della mia ammirazione per il suo genio
questo libro è dedicato a Nathaniel Hawthorne

In questo caso l’intento è di rimarcare una solidarietà e un’amicizia reali, che rimasero sino alla fine intense e sincere, come si può evincere dal carteggio tra i due. Il ringraziamento è sottinteso: non è neppure necessario esprimerlo.

Ho invece l’impressione che nel costume attuale l’intento non sia solo quello di evidenziare il personale debito dell’autore verso chi gli è stato accanto nella realizzazione del libro o, più in generale, nella sua formazione letteraria o umana. È spesso anche l’occasione per rivalersi nei confronti di chi non ha dimostrato una convinta fiducia nelle sue capacità: che siano gli insegnanti, gli editor o l’ex ragazza. Come è possibile che non abbiano compreso la genialità quando si palesava loro innanzi? Per questo sono puniti o ignorandoli nella stesura dei ringraziamenti o addirittura ringraziandoli per il mancato sostegno, perché questo ha reso più forte e convinto di sé lo scrittore.

È, infine, l’ultima opportunità, prima che il lettore chiuda definitivamente il libro, per mettere in evidenza le capacità dello scrittore di trattenerne l’attenzione, rendendo interessante un elenco di persone. È, in sintesi, un esercizio di stile: vedi come so rendere intrigante persino una lista, come sono bravo a scrivere ciò che voglio e ciò che vuoi.

È un po’ quel che accade coi titoli di coda dei film: quando scorrono come semplice elenco di nomi su uno sfondo nero, ci alziamo, usciamo dal cinema o cambiamo canale. Mentre quando i nomi di produttori, attori, sceneggiatori, costumisti e tecnici vari, si sovrappongono a sequenze di backstage o a scene magari tagliate, rimaniamo a leggerli fino alla fine.

Ma anche i selfie e i social hanno le stesse funzioni dei ringraziamenti nei libri: sono l’autorappresentazione narcisistica dei molti cui importa l’apparire piuttosto che l’essere nella quotidianità. La vanità è assecondata e incoraggiata da una sequela di “grazie d’aver creduto in me”.

Insomma, dalla paginetta dei ringraziamenti emergono molti aspetti, tutti intesi a soddisfare la sete sempre più morbosa di conoscere i dati privati degli altri, piuttosto che a illuminarci in qualche modo sul contenuto del volume: l’ambiente familiare, la rete delle relazioni e dei legami sociali dello scrivente sono, qualche volta, una involontaria spia delle sue reali capacità. Recentemente mi è capitato di leggere i ringraziamenti in un manuale per incidere il legno. Da quella pagina si desumeva in pratica che il libro l’aveva scritto l’editor.

Alla fine comunque ciò che conta in un libro è il testo stesso. Ma anche qui, è sempre più evidente il bisogno narcisistico di protagonismo. È vero che ogni scrittore in ultima analisi scrive sempre di se stesso, ma un tempo la cosa non era così spudorata: si parlava di marinai e della caccia alle balene per raccontare i propri tormenti interiori. Oggi si scrive per lo più in prima persona narrando le proprie avventure, vicissitudini, meschinità, per poi assolversi con i compiacenti ringraziamenti finali.

Anch’io non posso dunque che ringraziare tutti voi per la paziente lettura, e mi sprofondo nella confortevole poltrona dell’amor proprio a leggere i ringraziamenti degli altri. Buon pro mi faccia.

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