L’asino di Stevenson e altre storie di viaggio non vissute

di Paolo Repetto, 2013

Anni fa, tra la metà e la fine dei settanta, l’esercito italiano decise di darsi un assetto più moderno. I primi ad essere sacrificati alle nuove tecnologie furono i protagonisti della grande guerra, i muli, ancora in forza a migliaia nel corpo degli alpini e nell’artiglieria di montagna. I poveri animali vennero messi all’asta, e venivano via per cifre irrisorie (sarebbe interessante sapere che fine abbiano fatto, probabilmente oggi si dovrebbe aprire un’inchiesta).

In quell’occasione vidi profilarsi la possibilità di realizzare un sogno covato da tempo: quello di un trekking a zig zag sull’Appennino, da fare rigorosamente da solo, in perfetta autonomia, lungo i sentieri meno conosciuti o ormai non più battuti. Si era in piena fase di spopolamento delle campagne e più ancora delle zone montane, e immaginavo quel viaggio come un’immersione in una natura che stava velocemente tornando padrona dell’ambiente. La possibilità di acquisire un mulo per pochi soldi forniva il supporto perfetto: avrei caricato sul suo dorso la tenda e le vettovaglie, e avrei potuto affrontare qualsiasi sentiero, senza l’incombenza di trovare riparo ogni notte e cibo ogni giorno.

Devo confessare che, come per tutte le cose della mia vita, c’era dietro anche una forte suggestione infantile. Attorno ai cinque o sei anni mi aveva entusiasmato al cinema comunale la serie di Francis, il mulo parlante, (quello con Donald O’Connor, che dopo i primi episodi lasciò il set perché il mulo riceveva più lettere di lui), e ne avevo riportato la convinzione (peraltro mai del tutto abbandonata) che i muli siano molto più intelligenti degli uomini. L’ipotesi di acquistare un mulo non era comunque campata per aria, perché disponevo di una stalla e perché riuscivo a giustificarne moralmente il possesso con l’utilizzo per i lavori agricoli. Nulla avrebbe quindi potuto ostare al sogno, se non il fatto che tra gli impegni familiari, quelli del lavoro a scuola e quelli del lavoro in campagna, la ristrutturazione della casa appena acquistata e la collaborazione ad una impresa editoriale ambiziosa, era difficile persino pensare di trovare il tempo per quella fuga. Alla fine, complice anche l’ostilità di mio padre, che ci vedeva un aggravio insensato di preoccupazioni (e non del tutto a torto, perché anche il mulo necessita di cure, e nelle mie condizioni a quel tempo era difficile pensare di potergliele offrire), lasciai perdere. Salvo poi pentirmene per tutto il resto della vita.

All’epoca non avevo ancora letto il Viaggio nelle Cevennes in compagnia di un asino, di Stevenson: un vero peccato, perché se lo avessi conosciuto senz’altro il mulo lo avrei preso, e non starei qui ora a recriminare. Stevenson ha viaggiato esattamente come avrei voluto fare io: in assoluta libertà. O meglio, nella libertà relativa consentitagli da Modestine, l’asina affittata per quell’avventura, che dimostrò nel corso del viaggio di possedere una sua spiccata personalità e di voler partecipare alle decisioni sugli itinerari, sulle soste, sulla distribuzione del carico, ecc. – il che in qualche modo conferma l’idea che mi ero fatta con i film di Francis. Oggi quell’itinerario è offerto in pacchetto turistico, asino compreso, a dimostrazione di come ormai tutto finisca inevitabilmente per diventare merce: ma all’epoca di Stevenson, e ancora anche alla mia, era uno spicchio di avventura tranquilla e quasi domestica, senza adrenaline particolari ma con tutti gli altri ingredienti originali.

Il mancato viaggio con il mulo è solo una delle tante esperienze non vissute per un soffio, e al tempo stesso ripetute con la fantasia innumerevoli volte. Oggi sarebbe difficile da organizzare, e poi mi imbarazzerebbe sapere che non è per nulla originale (ho incontrato un paio d’anni fa una ragazza poco più che ventenne che arrivava direttamente dalla Francia in compagnia di un asinello): ma non mi sono ancora rassegnato. Potrebbe essere un modo per riempire i giorni della pensione, se verranno.

Un altro viaggio quasi fatto, e pensato e studiato tante volte che mi capita di pensare talora di averlo compiuto davvero, è anch’esso legato all’Appennino. Quella dell’Appennino è una fissa facilmente spiegabile. I suoi contrafforti partono subito alle spalle della casa in cui ho sempre vissuto, le sue alture e le sue vette hanno costituito il limite dell’orizzonte dalla finestra della mia camera e del mio studio. Da ragazzo immaginavo, molto prima di aver letto l’Infinito, di superarle a volo, e mi ero costruito mentalmente tutto un paesaggio, e piccoli borghi e vallate al di là, talmente realistici da tornare uguali a popolare i miei sogni per innumerevoli notti. Ancora oggi, se sosto sovrappensiero alla finestra, per un attimo ho la percezione che al di là di quelle creste ci siano le valli e le case e le persone che mi figuravo nell’infanzia.

È comprensibile allora che abbia progettato di cavalcare quelle creste per dritto e per sbieco, attraversando a zig zag la catena, un giorno sul versante tirrenico, l’altro su quello padano. E che per farlo abbia pensato, una volta svanito il sogno del mulo, come mezzo più indicato proprio all’equivalente meccanico di un piccolo mulo, una cinquecento giardinetta rossa che ho posseduto e sfruttato per quindici anni, ma che già al momento dell’acquisto aveva alle spalle dieci anni di onorato servizio. Tecnologicamente ed esteticamente era il mezzo più primitivo e rozzo che si possa immaginare, l’anello di congiunzione tra la carriola e l’auto. Un motore di nemmeno cinquecento centimetri cubici, una velocità massima di ottanta all’ora (da nuova) cambio non sincronizzato, freni a tamburo, sterzo totalmente manuale, e via dicendo. E poi, nelle mie mani aveva finito per perdere il fondo, sostituito da una lastra di metallo saldata alla meglio all’assale, e per lamentare una cronica mancanza d’olio. Ma aveva anche un sacco di qualità: la meccanica era semplicissima, al punto che in una situazione di emergenza ho potuto utilizzare una stringa in sostituzione di un cavo rotto: il raffreddamento era ad aria, per cui non c’era pericolo di fondere il motore per la mia solita sbadataggine; nella parte posteriore, sganciando il sedile, era possibile ricavare uno spazio dove coricarsi, sia pure in posizione fetale. Infine, unico vero lusso, era dotata di un tettuccio apribile in tela incerata, un po’ rabberciato e difficile a richiudersi ma sufficiente a tener fuori il grosso di eventuali piogge, che avrebbe permesso di godere all’interno la libera circolazione dell’aria e del sole (e ce n’era bisogno, dal momento che il motore, anche se posteriore, mandava in cabina una puzza terribile di olio).

Per quel che avevo in testa io era perfetta. Avrei percorso strade secondarie, comunali, vicinali, sterrate, e avrei dovuto comunque viaggiare sempre a ritmi da tartaruga, quasi di passo, godendomi così appieno i panorami e gli ambienti. Non avrei nemmeno dovuto preoccuparmi per il ricovero notturno, perché alla mala parata avrei sempre potuto dormire in macchina.

Questo viaggio, come dicevo, non si è mai realizzato. Ero entrato in una ulteriore fase di impegni che non mi consentiva di liberarmi per più di due o tre giorni di seguito. Ho continuato a rimandarlo a tempi meno convulsi, ma nel frattempo la giardinetta ha chiuso la sua carriera. E tuttavia, anche di questa idea ho trovato una realizzazione altrui, e la relativa testimonianza letteraria. Stavolta però il copyright è mio. Un’esperienza di questo tipo è stata fatta da Paolo Rumiz nel Duemilauno, su una Topolino risalente ai primi anni cinquanta. Rumiz si è spostato esattamente come intendevo fare io, tra l’altro partendo proprio da queste parti, e ha cucito a croce i due versanti dell’Appennino fino all’estrema punta della Calabria, con un supplemento in Sicilia. Ha visto luoghi, conosciuto persone che parevano vivere in un altro tempo, proprio quello che mi attendevo io: è stato ospitato, accolto, ha trovato ritmi completamente diversi da quelli frenetici e insensati di valle. Ha incontrato una dimensione umana che nulla ha a che vedere con quella in cui annaspiamo quotidianamente. Tutto questo lo ha poi narrato in un fantastico resoconto, La leggenda dei monti naviganti, che anziché suscitarmi invidia mi ha reso felice: ho vissuto attraverso i suoi occhi e le sue parole quello che già nella mia immaginazione mi ero centinaia di volte prefigurato, e l’ho vissuto attraverso un racconto totalmente privo di retorica e di concessioni al folklore.

Rumiz ha grosso modo la mia età, forse un paio di anni in meno. Trovo normale che abbia maturato l’idea di questo viaggio: naviga evidentemente sulla mia stessa lunghezza d’onda. Mi ha invece sorpreso trovare una continuità con i miei progetti, e la capacità di portarli anche a termine, in un ragazzo dell’età di mio figlio, Enrico Brizzi, quello che vent’anni era già famoso per Jack Frusciante e che ha fatto del viaggio a piedi la sua cifra di vita e letteraria. Proprio mio figlio mi ha fatto scoprire un suo libro, Nessuno lo saprà, che racconta, magari con qualche punta romanzata, la traversata dello stivale coast to coast, dall’Argentario al Conero, a piedi e in compagnia di un paio di amici. Nulla di particolarmente estremo; lo stesso Brizzi ha percorso qualche anno dopo lo stivale nella sua intera lunghezza, calcando le orme di Seaume, di Belloc e di un sacco d’altri, che questi percorsi li facevano però nell’Ottocento, quando camminare a piedi era la norma, e non una stravaganza. Nulla di trascendentale, dicevo, non fosse che quasi lo stesso itinerario l’ho esplorato in auto una ventina d’anni fa, ripromettendomi di tornare il prima possibile per percorrerlo a piedi. Naturalmente, non ci sono riuscito. Ma la ciliegina è venuta da un altro libro, e da un altro viaggio di Brizzi, quello raccontato ne Il pellegrino dalle braccia tatuate, resoconto anch’esso romanzato di una traversata a piedi delle Alpi, nel corso di un itinerario sulla via Francigena. Ennesimo itinerario più volte covato nella mente e arrivato in fase di progetto, per poi essere eclissato dagli impegni, ma soprattutto dalla pigrizia e dall’età avanzanti.

Per ultimo ho lasciato l’incredibile trekking negli Appalachi di Bill Bryson, quello raccontato in Una passeggiata nei boschi, che mi ha fatto scoprire Bryson, del quale non perdo oggi una riga, e rimpiangere di non aver mai provato a scrivere nulla su questo tema. Un trekking appalachiano non lo avevo mai messo in conto, nemmeno sapevo esistesse questo sentiero lungo quasi tremila chilometri che taglia da nord a sud gli Stati Uniti occidentali, seguendo le creste e le foreste di una catena che sta alle Montagne Rocciose come appunto gli Appennini stanno alle Alpi. E tuttavia, anche senza averne mai sentito parlare, quel sentiero l’ho riconosciuto subito, perché esiste un archetipo di tutti i sentieri, al quale tutti somigliano. L’archetipo è naturalmente nella testa di chi li percorre, nelle motivazioni per le quali lo fa (non mi riferisco naturalmente alle performance affrontate con spirito sportivo, per battere record di velocità o per collezionare chilometri), nel fatto che vede e nota più o meno le stesse cose, soffre gli stessi disagi, si imbatte in avventure simili. Quello di Bryson non l’ho sentito in verità come un viaggio mancato, ma anzi, come il modello ideale del viaggio a piedi contemporaneo, nel quale ho riconosciuto e rivissuto un po’ tutte le mie esperienze.

Perché alla fine la mia storia non è fatta solo di camminate o viaggi rimasti fermi a tavolino: qualche soddisfazione me la sono tolta anch’io. Ho camminato in Corsica e nella Foresta Nera, attorno al Monte Bianco e al Monviso, lungo il sentiero dei Lagorai e sul crinale appenninico sino all’Umbria, in Olanda e nel Parco degli Abruzzi. E nel mio piccolo ho anche viaggiato, con i mezzi più diversi. Non ho alcuna intenzione infatti di lamentarmi: ma al solito, quelle che ci rimangono più impresse sono le cose che non abbiamo fatto, e che realisticamente avremmo potuto fare. È chiaro che quando si tratta di viaggi le possibilità, e quindi le recriminazioni, sono infinite. Una consolazione però c’è: il sapere che qualcuno prima o poi avrà la tua stessa idea, e la metterà in pratica, e la racconterà, dicendo probabilmente le cose che avresti potuto dire tu. E allora, se ti senti parte di una grande spirito, non universale, per carità, ma accomunante almeno quelli che amano guadagnarsi le cose, è come se quel viaggio lo avessi vissuto tu stesso.

 

P.S. Rimane da spiegare perché non ho mai provato a raccontare un’esperienza di viaggio, o una camminata. Me lo sono chiesto, e sono anche arrivato a darmi una risposta: è sempre una questione di tempo. Paradossalmente, per uno che ai temi del viaggio, delle esplorazioni e dell’alpinismo ha dedicato gli ultimi trent’anni del proprio impegno culturale, non ho mai trovato il tempo o la concentrazione per raccontare un qualsiasi mio itinerario o una scalata. Ho tenuto spesso dei piccoli diari dei viaggi fatti, a partire dagli imbarchi di quarantacinque anni fa sino agli ultimi trekking, ma quando li ho poi ripresi in mano non me la sono sentita di farne una trasposizione letteraria. Ho l’impressione che rispecchino un modo di viaggiare mai rilassato, sempre oppresso da tempi limitati, o addirittura dall’idea di rubare quel tempo a più giuste cause, e teso più a raggiungere di volta in volta la meta che a godere ciò che sta in mezzo: un modo che non consente di vedere e apprezzare realmente le cose. Mi tengo dunque i miei diari, immagino con quale sollievo degli amici. Confesso però che, a differenza delle altre cose che scrivo, ogni tanto li rileggo volentieri: per il motivo di cui parlavo sopra raccontano un me che non riconosco, parlano d’altri, e questo mi rende più facile sopportare il rammarico per tante occasioni perdute.

 

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