Pullman azzurri nella sera

di Paolo Repetto, 10 ottobre 2013

Carissimo Mario,

lo so che devo trasmettere le mie impressioni immediatamente, senza lasciarle decantare, altrimenti rischio di perderle. Stavolta non ce l’ho fatta, e quindi ti scrivo a freddo. Ad essere sincero stavo quasi ormai per lasciar perdere, temevo di imbandirti una recensione. Per scrupolo ho però riaperto il libro di Nico, sono andato a rileggermi le poesie che mi avevano colpito, poi anche quelle che mi avevano toccato meno, e poi il resto. Ti confesso che è una cosa che non faccio mai: ho talmente poco tempo e tante cose ancora da conoscere, da capire e da godere che non riesco a costringermi a rileggere. E invece è così che andrebbe fatto. Nella prima lettura è più quello che perdi che quello che ti porti a casa. Sempre che ci sia qualcosa da portar via.

Dunque, le poesie di Nico. Parto dalle poesie perché, lo avrai capito, sono quelle che mi hanno più immediatamente toccato. Ed è strano, perché io non sono un gran lettore di poesia, anzi, non sono un lettore di poesia in assoluto. Temo sempre la fregatura, la parola un po’ peregrina che ti incanta e ti mette in soggezione, così che devi sospendere il giudizio e non riesci nemmeno più a goderti in pace quel che varrebbe la pena godere. Per questo mi sono dato parametri classici e sicuri, Leopardi e Foscolo, Montale e Saba: la garanzia di qualità me la dà la resistenza all’usura della scuola (Manzoni ad esempio non regge. Gozzano è meglio se non lo toccano). Comunque, se ami un poeta dopo che te lo hanno spiegato a scuola, deve essere davvero bravo.

Tuo fratello a scuola non me lo hanno spiegato, dubito che lo faranno coi miei nipoti anche dopo questa pubblicazione: ma l’ho amato subito. Due versi (li avevo colti, ricordi?, aprendo il libro a caso, mentre sorbivamo il caffè. Ma forse non era così ‘a caso’): “il legno del sedile mi era amico/e buono il caldo del termosifone” e mi sono ritrovato catapultato indietro di cinquant’anni esatti, all’epoca in cui nella sala d’aspetto di Ovada attendevo tutti i giorni per un’ora e mezza la corriera che mi avrebbe riportato a casa. Ho fatto i conti. In quella sala d’aspetto ho trascorso millecinquecento ore. Posso essere preciso perché alle superiori non ho mai perso un giorno per malattia, e gli scioperi erano di là da venire. Ti lascio immaginare quanto mi fosse amico il legno del sedile sul quale studiavo, e quanto caro il caldo del termosifone, mentre fuori c’era un freddo cane. Ma perché questa epifania, come la chiameresti tu, ha atteso tanto a presentarsi? Perché aspettava qualcuno che la racchiudesse in due endecasillabi perfetti: che fosse capace di farci stare dentro, senza nemmeno raccontarla, tutta la saletta, con la porta a vetri che speravi ogni volta ti riservasse una sorpresa (la fanciulla dei sogni: ma a che pro, se poi non le avresti nemmeno rivolto lo sguardo, e meno che mai la parola), con il tabellone degli orari, con il tavolo lungo a volte ingombro di pacchi e di cavagne. È la sala d’aspetto d’antan, tutt’altro che un non-luogo: i non luoghi non sono mai caldi, né amici. Era un luogo che anziché spronarti ad andare ti accoglieva. Il legno del sedile mi era amico, e buono il caldo. Magari tuo fratello l’ho visto anche, e mi sono chiesto cosa stesse leggendo. Magari anche lui ha notato un ragazzone che traduceva faticosamente e distrattamente dal greco, col vocabolario squadernato sul tavolo (mi portavo dietro, oltre i testi delle materie del giorno, anche quelli del giorno successivo. Avevo una borsa modello testimone di Geova, più capiente del bagagliaio della Panda, che a volte pesava come uno zaino zavorrato degli alpini).

Ma se il valore poetico si misurasse con la capacità di suscitare ricordi, le poesie la cederebbero ai biscotti. C’è ben altro, credo. “In cucina alle dieci del mattino / nella luce violenta del locale / (Dio non esiste, è un’elucubrazione)”. Deve essergli piaciuta da matti quella parola, per infilarla in un verso. Anzi, non infilarla: incastonarla. Nel tempo, nello spazio, nella coscienza: pensa quanto sarebbe tanto più facile (e ovvio) il contrario: “So che Dio esiste, è un’illuminazione”. E invece, ce la ficca a martellate, e ci sta dentro che è una meraviglia.

C’è altro, e sinceramente non so dirti cosa. Cos’è che ti si imprime, se leggendo “prendevo azzurri pullman nelle sere / della mia giovinezza, e attraversavo / la campagna d’estate delle Langhe” ti fermi e ti sorprendi a viaggiare con la mente, malgrado nelle Langhe di sera non abbia mai viaggiato, e poco anche di giorno? Oppure quando ti chiedi come mai ti abbia colpito “Inautentici gli altri mi irridevano / tra i banchi della scuola o nel cortile”, sensazione che conosci sì benissimo, e condividi, ma che trovi qui espressa con un quid di più: e poi ti accorgi che sono le otto “i” del primo verso, che messe in fila fanno il ghigno della iena (io una iena non l’ho mai vista, ma immagino che abbia un ghigno di quel tipo). Insomma : te li rivedi tutti “gli altri. senza stupore esistenziale”.

Penso che la poesia debba essere questo: ti dà il là, e poi parti. Avrai notato che il là a me lo danno soprattutto gli endecasillabi, ma cosa vuoi, sono malgrado tutto un po’ scolastico, e amo i sapori antichi. No, è che mi prende subito il distendersi del verso, e il suo arrestarsi proprio sull’orlo della sillaba che farebbe perdere l’equilibrio. L’endecasillabo è perfetto perché è in grado di contenere tutta un’immagine: la porzione minima di discorso in grado di stare in piedi da sola, così che il discorso potrebbe anche chiudersi lì. Ma non si chiude lì: perché, diciamocelo, di incipit belli sono capaci (quasi) tutti, ma è al secondo verso che casca l’asino. Per cui, se a “Il treno esce dal tunnel nella notte” segue “sbadiglio nel grigiore dell’aurora: / è fatto giorno”, non ricevi solo il là per staccarti: parti con Nico.

Le poesie di tuo fratello mi piacciono molto. Alcune, come “Mi piace anche l’inverno”, moltissimo. Mi intriga naturalmente anche l’immagine di lui che ne esce, e che mi sono fatto più sui versi che sulle prose (di queste parleremo un’altra volta). Doveva amare molto la vita, per attardarsi a radiografarla così, con uno sguardo da entomologo (io credo che gli entomologi siano degli entusiasti: il contrario della freddezza che si attribuisce loro). Quel giorno in cui forse ci siamo incrociati nella sala d’aspetto di Ovada avrei dovuto parlargli, conoscerlo. Lo avrei senz’altro sorpreso, e saremmo diventati amici. Questo l’ho capito dalla tua “prefazione”. Quando ho letto che Nico collezionava frasi fatte ero reduce da un mercatino dell’antiquariato, nel quale non avevo trovato nulla di interessante, ma dal quale mi portavo a casa un tris (“bottino ricco”) eccezionale. Ecco, adesso mi torna in mente perché avrei dovuto scriverti subito: ho dimenticato due di quelle frasi, eppure so per certo che erano fantastiche. La superstite è: “Non puoi immaginare cosa abbiamo mangiato. (pausa) Il minestrone!”

A presto, Mario: e grazie.

 

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