Scacco al potere

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Proviamo a figurarci, con divertita arbitrarietà, quello che fu l’incontro decisivo del primo torneo internazionale di scacchi che si svolse a Londra nel 1851. Non è difficile immaginare Howard Staunton, organizzatore del torneo, fino ad un attimo prima d’iniziare la partita decisiva, aggirarsi tra i tavoli, gustando lente boccate di tabacco e magari tenendo sotto il braccio sinistro un testo shakesperiano, con l’incedere sicuro di chi è, fino ad ora, considerato il più grande giocatore del mondo.

Di fronte s’appresta a cominciare Adolf Anderssen, uomo mite e accondiscendente che si divide tra gli scacchi e la sua attività di insegnante di tedesco e matematica.

Sulle pagine della rivista The British Miscellany and Chess Player’s Chronicle ancora non si è spenta l’eco delle polemiche e delle dispute letterarie sulla purezza della lingua in Shakespeare e sui nuovi trattati scacchistici, nelle quali il suo fondatore Staunton si scaglia lancia in resta. Dall’altra parte i familiari di Anderssen possono apprendere dalle sue lettere quanto egli si trovi a proprio agio a Londra: a parte i prezzi salati, gli organizzatori sono cordiali, i giocatori piacevoli, la sistemazione più che soddisfacente, e il clima non è così terribile come temeva.

Una volta seduti l’uno di fronte all’altro assistiamo ad una metamorfosi che potrebbe sorprendere, quasi ad un cambio delle parti. Anderssen attacca senza riserve, romantico e sregolato, crea combinazioni ardite ed eretiche, sacrifica anche a torto dei propri pezzi per disorientare l’avversario come un uccello impazzito. Staunton, pacato e grigio, tenta solo di sfruttare gli errori del rivale, evita ogni rischio, non cede alla tentazione di proporre gambetti, si sforza di conservare una posizione solida, cerca di non essere avvolto dal polverone sollevato da Anderssen.

Alla fine della tenzone l’uomo la cui vita è regolata minuziosamente tra scacchi ed alunni diviene campione del mondo. Ciò non lo esalta più di tanto, come una sconfitta non lo avrebbe abbattuto nello spirito e nel morale.

La carriera di Staunton termina virtualmente con questa sconfitta, il suo narcisismo ne esce mortalmente ferito.

Gli anglosassoni chiamano i dilettanti degli scacchi “woodpushers”, cioè gli “spingilegno”.

Gli scacchi non concedono a chi li frequenta di dedicarvisi come un hobby, un gioco, un divertimento, ma tendono progressivamente e tirannicamente ad assorbire sempre più energie fino a condizionare l’equilibrio interiore del giocatore. Senza spingersi a coniugare il gioco (in quanto attività disinteressata) con l’arte, tipico dei vecchi mistici manuali, e senza sopravvalutare l’elemento narcisisticio ed individualista, il fascino catturante e pericoloso degli scacchi deriva anche dalla totale assenza di casualità del gioco: la vittoria è conseguenza dei propri meriti, come la sconfitta è il risultato dei propri errori.

Non si conoscono giochi che abbiano alle spalle secoli di teoria, migliaia di testi, milioni di analisi, miliardi di varianti, magari sepolte per centinaia di anni e poi riscoperte in una notte. Gli scacchi sono l’unico gioco in cui una tradizione secolare si disegna come un patrimonio antico che ritorna a vivere, similmente nella forma e nel senso additati da Eliot per la letteratura. Non casualmente esistono giocatori definiti classici o romantici, stili di giuoco configurati come tradizionali o d’avanguardia, scuole di pensiero “capitalistiche” o “sovietiche”.

E ciclicamente si parla della “morte del romanzo”, cioè dell’apparenza d’aver ormai esaurito ogni possibilità, d’aver esplorato ogni combinazione e variante, d’essere approdati infine ad una paralisi del gioco degli scacchi, puntualmente smentita dal genio e dalla fantasia di chi stravolge le dimensioni psicologiche del gioco, differendo il respiro delle usanze mentali.

Tutto ciò si svela nitidamente a chi, dopo l’irruenza del neofita, per il quale il piacere più grande deriva dall’attaccare subitamente e direttamente il Re avversario, s’avvicina, dopo la Grammatica, alla Retorica e apprezza le sfumature più sottili come il gioco posizionale, la manovra dei Pedoni, la strategia aperta, il disegno compiuto e articolato.

Il Giuocatore ci muove sulla scacchiera della vita e infine ci getta, uno ad uno, nel cassetto del nulla.    OMAR KHAYYAM

 

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