Tapiro!

di Paolo Repetto, 1996

In un parcheggio arroventato, in un pomeriggio torrido di luglio, ho visto il tapiro. Non è stato difficile scovarlo. Mi hanno portato dritto dritto alla savana d’asfalto i manifesti rosso fiammanti che per una decina di chilometri attorno ad Ovada tappezzavano muri e viadotti. Al centro l’immagine di un animalone bicolore; sopra, cubitale, la scritta “Tapiro!”, senza l’articolo e con il punto esclamativo. E sotto: “Unico esemplare in Italia!”. Li ho rivisti per giorni, non potevo farne a meno: nel tragitto tra Lerma e Ovada il manifesto compariva almeno venti volte. Quaranta esclamativi! E così ho finito per andare a visitare lo zoo ambulante, e a vedere il tapiro.

La prima emozione mi attendeva già all’ingresso: quindicimila. Ma insomma, esemplare unico in Italia, si entra. Altra botta all’interno: una puzza terrificante, non giustificata dalla quantità di animali, in effetti pochini, ma solo dal loro esotismo. C’erano infatti galline tibetane, molto simili alle nostre, anzi, identiche; caprette del Perù, anche quelle identificabili solo dal passaporto; cavalli, un dromedario, sei ferocissimi galli messicani da combattimento, tutti in una stia, a razzolare tranquillamente assieme; un lama, uno gnu e poco altro. In compenso però c’erano il marabù e naturalmente la star, sua maestà il tapiro. Che era poi un poveraccio, un goffo incrocio tra un maiale e un ippopotamo, con un muso da vittima più interrogativo che esclamativo, oppresso da un ciranesco nasone di cui, stando in una gabbia, non sapeva assolutamente cosa fare (e nemmeno ho capito a cosa potesse servirgli fuori). Questo poi non era nemmeno bicolore: indossava uno spelacchiato mantello setoloso, di colore indefinibile, un marroncino sporco. Bofonchiava annoiatissimo, spostandosi nell’afa il meno possibile, quel tanto sufficiente a guadagnargli due sparute strisce d’ombra. A dirla tutta, faceva una gran pena.

Quando sono uscito (per vedere tutto, anzi, per ripetere in semiapnea due volte il giro sono stati più che sufficienti cinque minuti) la domanda era lì già pronta: ma sul momento, diciamo sull’onda dell’emozione, o forse del gran caldo, ho preferito lasciar perdere.

È stata l’ironia degli amici, un paio di sere dopo, a costringermi ad una riflessione più seria. Per loro ero io l’esemplare unico, l’unico fesso italiano che aveva visto il tapiro. E allora mi sono chiesto cosa può spingere un adulto cosciente, passabilmente normale, a spendere quindicimila lire per vedere un malinconico maialone dal grugno allungato: e ho trovato la risposta.

Ammetto che una parte nella suggestione l’ha avuta la scritta. Quell’esclamativo riecheggiava certi titoli degli albi di Tex, Navahos! Anaconda! Mephisto!, e quindi evocava l’avventura, il pericolo, il mistero. Ho pagato il tributo a un colpo di genio pubblicitario e alle mie reminiscenze bonelliane.

Ma il motivo vero era ben più profondo: erano altre reminiscenze, quelle salgariane. Ricordate come sopravvivono i bucanieri braccati nella foresta, o Josè il Peruviano alle pendici delle Ande, o un sacco d’altri personaggi sperduti nei più selvaggi anfratti del globo? Mangiano carne di tapiro. Quando sono allo stremo, pressati dai nemici o dispersi in zone sconosciute, spunta provvidenziale un tapiro e finisce in bistecche. Ma è anche il piatto forte di banchetti selvaggi, rosolato allo spiedo in notti di festeggiamenti o in improvvisati bivacchi. Per Emilio quella del tapiro doveva essere una fissazione. Gli cascava a pennello, è un animale diffuso in tutti i continenti calcati dai suoi avventurieri, niente pericoloso, esotico quel che basta per eccitare la fantasia. Perfetto per salvare la situazione e per mantenere l’atmosfera. Come le testuggini e i tacchini selvatici (le tre T alimentari di Salgari) è facile da catturare, offre cibo in abbondanza e aggiunge (letteralmente) sapore all’avventura. Non possiamo immaginare un bucaniere che spenna una gallina.

Dunque, ho visto il tapiro: ma la mia non era una semplice curiosità, era un omaggio. Un pellegrinaggio, come andare sulla tomba di Leopardi, o a Santa Croce. Non sto scherzando: perché alla fin fine, a dispetto della povertà dello spettacolo e dell’insignificanza del protagonista, devo confessare che una certa emozione l’ho provata. Siamo sinceri: cosa accade quando ci accostiamo con religiosa compunzione ai sepolcri dei nostri Grandi Maestri, o radiografiamo con curiosità devota, ma anche un po’ forzata, gli angoli più anonimi del palazzo di Recanati e del casale di Santo Stefano Belbo? Il “sospiro che dai tumuli a noi manda Natura” non è certo quello degli spiriti magni, sovrastato ormai dal vocio delle fiere culturali e turistiche allestite sulle loro spoglie: è invece quello della memoria, delle fantasie, dei sogni e degli ideali che romanzi e poesie, o magari canzoni, ci hanno ispirato, quando ancora il nostro fantasticare non era dettato dal telecomando. Quelle mura spoglie, la sedia, il tavolo di scrittura, la pietra tombale, non ci comunicano alcunché di nuovo, non ci aiutano a costruire alcuna aura. Non siamo lì per trovare Leopardi o Pavese, siamo lì per ritrovare una parte di noi stessi che non vogliamo vada perduta.

Che senso hanno, dunque, questi rituali, queste occasioni commemorative e celebrative? Lo hanno se siamo capaci di darglielo. Lo hanno se riusciamo ad ignorare lo squallido mercato di icone o di convegni di cui è oggetto tutto ciò che ci ha appassionato, se rifiutiamo l’imprigionamento di ogni nostra fantasia in confezioni patinate o in puzzolenti baracconi, se difendiamo il nostro diritto alla privacy del sogno. Se riteniamo cioè che le cose non importino per quel che sono, ma per quel che rappresentano, o hanno rappresentato. E allora, se il gusto che sentivamo a dodici anni nell’addentare il pane era quello della galletta dei corsari o della “tortilla” degli scorridori, e se strappavamo a morsi le rare bistecche dell’adolescenza come fosse carne di bufalo affumicata, e se questo ce le faceva amare e digerire, ben venga il tapiro, cari amici, e bando all’ironia. Con quindicimila lire ho fatto un viaggio nella stagione più bella della mia vita: e se penso che ho visto anche lo spolpatore di cadaveri della jungla nera, l’immondo marabù, e ne ho ascoltato il verso, quella specie di singulto che gela il sangue nelle vene anche a Tremal Naik, figlioli, era proprio regalato!

 

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L’alpinismo come metafora

di Paolo Repetto, 1996

Per convincersi che l’alpinismo è una pratica settaria. è sufficiente considerare i parametri sui quali si gradua la militanza. Sono straordinariamente simili a quelli in uso tra i Catari, o tra i Filadelfi di Filippo Buonarroti (ma anche nelle Brigate Rosse). Come nelle conventicole ereticali e carbonare gli adepti si raggruppano in una struttura piramidale, che prevede gradi differenziati di frequentazione, di impegno e, conseguentemente, di autorevolezza. Si sale dai semplici simpatizzanti o apprendisti ai praticanti assidui, e di lì al vertice, costituito dai sublimi maestri perfetti. Allo stesso modo, si comunica attraverso una sorta di codice cifrato, si progredisce superando prove iniziatiche di crescente difficoltà, si abbraccia un’etica del sacrificio che arriva fino a prendere in considerazione quello supremo (quale alpinista vero non sogna, sotto sotto, la “bella morte” in parete?); e si assume anche, indubbiamente, quella disposizione snobistica che nasce dall’idea di una appartenenza minoritaria, di una pratica, e quindi di riflesso di una personale capacità e sensibilità, non comuni.

Questa disposizione accomuna tutti, indipendentemente dal livello delle prestazioni o dal tipo di approccio alla montagna, sportivo, professionistico o escursionistico che sia: direi che vale però in maniera particolare per i principianti, o per coloro che si limitano ad un tipo di frequentazione sporadica e poco “qualificata” quanto a difficoltà e impegno. Non che lo snobismo venga meno al di sopra di un certo livello, ché anzi, aumenta sino ad indurre uno spirito di casta: ma ha altre motivazioni, a volte fondate, spesso pretestuose, e comunque di ordine “interno” al gruppo (anche perché il “sublime maestro perfetto” opera di norma là dove gli “esterni” non arrivano nemmeno per caso). Il novizio o il simpatizzante agiscono invece ancora in una zona di confine, materialmente e metaforicamente, nella quale la differenziazione rispetto alle genti di pianura, ai discesisti e ai funicolaristi è ancora incerta, non evidente: sentono quindi la necessità di marcare questa diversità, vuoi nell’abbigliamento e nell’attrezzatura, vuoi nei comportamenti, vuoi soprattutto nell’atteggiamento mentale, e lo fanno per sé, prima ancora che per gli altri. Aspirano ad una ideale stella gialla che li renda immediatamente riconoscibili e accetti al gruppo, e li escluda nel contempo dalla massa.

 

Ma è proprio necessaria, e pertinente, una lettura in chiave sociologica, o addirittura esoterica, dell’alpinismo? Non è forse sufficiente un tramonto che irraggia le cime innevate, o il semplice piacere di un siderale silenzio, a giustificare una fede innocua, anche se non immune dall’integralismo? In effetti non è necessaria. Ma è interessante, e forse è più pertinente di quanto non appaia. Inoltre può riservare sorprese, soprattutto quando si abbia il coraggio di applicarla a se stessi.

Come alpinista io bivacco alle prime pendici della piramide. Mi sono accostato alla montagna molto tardi, ma con tanto entusiasmo, bruciando anche alcune delle normali tappe di avvicinamento: e tuttavia non sono andato oltre l’attacco della parete. Qualcosa ha sempre interferito nel mio rapporto con la montagna. Una volta il lavoro, un’altra la famiglia, un’altra ancora varie sorte di impegni. Credo però che questi siano in fondo solo alibi. La verità è che il rapporto non è mai stato chiaro, e che ho chiesto alla montagna risposte che non poteva darmi, oppure ho posto le domande nel modo sbagliato.

L’equivoco è nato probabilmente dalla singolare modalità del mio approccio, che è stato spirituale molto prima che fisico. Ho platonicamente amato l’idea della montagna prima della montagna stessa. L’attrazione risale all’infanzia, alle suggestioni create dalle favole ambientate tra le “montagne della neve”, come ho sempre sentito chiamare le Alpi da mio nonno e da mio padre, e dalle illustrazioni dei libri di fiabe sui quali ho cominciato a sognare. Ogni tanto, in giornate invernali particolarmente secche e limpide, o nelle mezze stagioni, all’indomani di violenti temporali che avevano ripulita l’atmosfera, quelle montagne mi apparivano dalle finestre di casa (il Monviso nella cornice del tramonto) o dal crinale del vigneto (il massiccio del Rosa, che nello splendore dell’alba prometteva fantastici “regni dei ghiacci”) e alimentavano sensazioni contraddittorie: da un lato uno struggente richiamo e dall’altro quasi il timore di violare un incanto.

Forse anche per questo, per una sorta di religiosa riverenza, sino a trent’anni a quei monti non mi sono nemmeno avvicinato, accontentandomi di surrogarli col Tobbio e con gli altri panettoni appenninici; ma nel frattempo il mio immaginario si dilatava e si andava riempiendo dei panorami alpestri tratti dai vecchi calendari svizzeri che mia zia mi regalava, delle Ande e delle Montagne Rocciose lette in Salgari o in London, degli stupendi scenari delle storie di Ken Parker o o di Jeremy Johnson. Da ultima era arrivata anche la letteratura, prima quella filosofica (Milarepa e i suoi esegeti occidentali, da Evola a Zolla), poi quella specificamente alpinistica (la casuale scoperta di Pete Boardman, e poi via via tutti gli altri).

Era inevitabile che quando arrivai a mettere piede su un ghiacciaio il mio zaino fosse talmente zavorrato da aspettative e sogni da rendermi impossibile una normale esperienza alpinistica. Non stavo compiendo un’ascensione, ma andavo ad inverare avventure e sensazioni e pericoli già vissuti mille volte, a ripetere itinerari già conosciuti e percorsi. E naturalmente, anche se scoprivo emozioni e luoghi straordinari, il risultato era alla fin fine inferiore alle attese. La fatica si rivelava più sorda, il freddo più intenso, il sudore più fastidioso, il rischio più subdolo: io, soprattutto, ero più vulnerabile e prosaicamente umano dell’eroe delle mie fantasticherie d’alta quota.

Mi ci è voluto del tempo per piegarmi all’idea che le rocce e le creste e le cenge e i seracchi che incontri sono diversi da quelli che popolano le tue fantasie, e che sei tu, se vuoi salire, e soprattutto ridiscendere, a doverti adattare. Ho dovuto cancellare quei picchi e quegli strapiombi che avevo immaginato a mia misura e somiglianza, e insieme l’immagine di me che aveva dettato la misura, per scoprire la gratificazione di una salita fatta in umiltà, compiuta senza dover dimostrare nulla a nessuno. Ma temo che la cancellazione sia stata solo parziale. Ciò che ancora non riesco ad accettare è il fatto che in montagna si trovi solo quello che ci si porta. Non mi attendevo rivelazioni, né di vacare le porte iniziatiche del Tutto, ma almeno di guadagnare qualcosa in termini di armonia con me stesso, di equilibrio. Invece ogni volta, trascorsa l’euforia da sforzo, da rischio e da altitudine, mi ritrovo più confuso ed irrequieto, combattuto tra la nostalgia di quello stato e la percezione della sua effimera artificiosità, così da non capire che cosa veramente mi attrae nel rapporto con la montagna.

Credevo che dell’alpinismo mi piacesse lo spirito di cordata, e mi sono trovato ad apprezzare soprattutto l’isolamento e la solitudine. Credevo mi piacesse il rischio, e invece ho constatato che mi piace solo la sfida con me stesso, il suo superamento: ma non è un piacere, me lo impongo. In fondo appartengo alla schiera di coloro che pensano che si possa arrivare in cima per la via più sicura: e tuttavia invidio coloro che ci provano e ci riescono per la più difficile.

Mi piace la fatica, ma non come liberazione. È un accumulo, una sorta di dovere, come fosse una pena purgatoriale nemmeno finalizzata al paradiso. È l’idea in sé di far fatica che insieme mi attrae e mi ripugna: e questo non riesco a capirlo. Ho letto e sentito le motivazioni più varie all’alpinismo, praticamente le condivido tutte, ma nessuna mi soddisfa in maniera esauriente. E mi ritrovo a parlare di montagna in maniera un po’ tartarinesca, più con i profani che con i praticanti, quindi più per sottolineare la mia diversità che per sancire un’appartenenza.

Nello scrivere queste cose mi accorgo che la mia distonia con l’alpinismo riflette molto bene quella che avverto rispetto alla vita in generale, alla cultura, allo studio, alle amicizie, alla partecipazione politica, ai sentimenti. Riflette una storia di rapporti sempre incompiuti o asincroni, falsati dal tentativo di far coincidere gli altri e l’esistente con un universo ideale di cui sono l’ordinatore, di far corrispondere ogni profilo ai contorni da me disegnati. Non credo si tratti solo di presunzione: temo sia qualcosa di molto peggio, una debolezza, una malattia dell’animo che mi rende incapace di reggere il non senso di questa vita, ma anche di accontentarmi di surrogati d’ogni sorta. Una malattia che nemmeno l’immobile ed eterna concretezza della montagna, nemmeno la brutale terapia di autocoscienza che essa impone a chi la frequenta, riescono a sanare: e che forse addirittura acuiscono.

E allora? Sospendere la cura? Ma neppure per idea. Anzi, come direbbe il passeggere leopardiano, voglio l’almanacco più bello, più caro, più illustrato che ci sia. Voglio continuare a sognare. E quest’anno voglio il Cervino!

 

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Teoria generale della genialità

(una sintesi divulgativa)

di Paolo Repetto, 1996

Fino all’età di sei anni ero considerato un potenziale genio. Non avevo fatto granché per meritare una simile reputazione, ma all’epoca (in ogni epoca) era sufficiente saper leggere con un po’ di anticipo e preferire un libro al pallone o alla bicicletta per guadagnarsi una patente di eccezionalità presso i genitori, e di anormalità presso parenti e conoscenti. Io preferivo il libro.

L’impatto con la scuola non modificò la mia disposizione. Modificò invece la considerazione che di me avevano gli altri. Costretto alla forzata promiscuità con ragazzini molto più rotti alle leggi della sopravvivenza, mi rivelavo goffo e tardo, incapace non solo di dominare, ma persino di difendermi. E questi, in un’accezione vincente della genialità, diffusa allora come oggi, non erano precisamente dei tratti qualificanti. Con disappunto dei genitori, e con somma soddisfazione del parentado e del vicinato, venni quindi retrocesso a scolaro diligente e partecipe, ma anche un po’ ciula.

Quando mi resi conto di non essere un genio ci rimasi piuttosto male. Ormai mi ero abituato ad una considerazione molto particolare, gravida di attese per il futuro ma in fondo comoda per il presente, giacché ad un anormale non si chiede di comportarsi normalmente e gli si consente anche la stravaganza; per cui, in luogo di sentirmi sollevato per lo scarico di una responsabilità che ancora non avvertivo, fui molto infastidito dalla reintegrazione nei ranghi e dalla necessità di omologarmi. Smisi pertanto di scrivere poesie, con molto anticipo rispetto a Rimbaud, e mi calai nella prosa: ma iniziai contemporaneamente a coltivare il veleno di una sottile vendetta.

Non ci si rende conto di non essere un genio tutto d’un tratto, ma nemmeno ci vuole troppo tempo, Se entro i dieci anni non l’hai capito, i casi sono due: o sei davvero un genio, o sei un idiota. Se ci arrivi prima non sei un genio, ma sei almeno precoce. Io, in questo senso, ero molto precoce: e precocemente iniziai a diffidare del genio, o meglio, di tutto ciò che aveva a che fare con la genialità. Mi dedicai ad esercitare nei suoi confronti l’ironia.

L’ironia è ciò che rimane a chi è stato sfiorato dall’ala della genialità, ma solo per sentirla volare più alta, inafferrabile. Può nascere solamente dalla coscienza di essersi persi qualcosa, quindi da un risentimento, e si esercita soprattutto e prima di tutto nei confronti di se stessi: ma questo uno non lo sa, neppure se è precoce, e pensa che l’arma sia puntata contro gli altri, anche quando si abitua, nei lunghi allenamenti davanti allo specchio, a colpire la propria immagine.

Il paradosso dell’ironia sta invece proprio qui: essa finisce per costituire un inibitore fortissimo per chi la esercita, ma risulta spuntata o caricata a salve nei confronti degli altri. Viaggia come una corrente elettrica, solo tra polarità predisposte, in un circuito chiuso che suppone compatibilità e reciprocità. Pertanto chi non è capace di esercitarla non ne viene nemmeno sfiorato, interrompe il circuito senza ricevere né scosse né impulsi: mentre tra chi è allacciato alla rete non si va oltre il gratuito gioco di rimpallo, il complice ammiccamento che induce a riconoscersi reciprocamente piuttosto che a contrapporsi.

L’ironia dunque non funziona con gli idioti: ma casca male anche con i geni. Un genio è costituzionalmente incapace di ironia: se così non fosse gli sarebbe impedita ogni genialità. Deve credere fortemente in se stesso e in ciò che fa, e deve quindi essere inossidabile all’ironia propria e altrui (soprattutto alla propria). Nei confronti degli altri, poi, il genio non può produrre ironia, perché questa presuppone benevolenza. Può produrre invece sarcasmo. Se l’ironia è l’arma puntata su se stessi, o al più uno strumento di difesa, un cavallo di frisia che ci si svolge attorno e del quale troppo spesso si rimane prigionieri, il sarcasmo è l’arma puntata sugli altri. Presuppone non benevolenza, ma disprezzo. In fondo tutti i grandi geni sono stati degli implacabili egoisti, che sono riusciti (beati loro) a passare sopra le esigenze altrui e i condizionamenti affettivi e sentimentali. Da Cristo a Marx, è tutta una storia di gente che dice a padri, madri, figli, mogli e amanti: ma che volete? L’ironia è invece sintomo di remissività, che nei casi estremi può spingersi sino all’altruismo. Fare dell’ironia significa gratificare gli altri della capacità di comprenderla, di apprezzarla, di non sentirsene offesi: significa credere che al postutto gli uomini siano animali intelligenti, e che valga la pena meritarsi la loro amicizia. Fare del sarcasmo significa pensare che sono degli animali, e che convenga in ogni caso diffidarne. Che è in fondo ciò che pensano anche gli idioti.

A dispetto della precocità ho impiegato parecchio tempo a capacitarmi di come procede la faccenda. Forse dovrei essere retrocesso di qualche altro gradino. Comunque funziona così. Il mancato genio si trastulla con gli alambicchi credendo di distillare il veleno della rivincita, e invece ne assorbe inconsapevolmente l’unico principio attivo, quello che agisce sull’alchimista stesso. È naturale, a pensarci bene, che il terreno più adatto a far germogliare i semi sparsi dall’ironia sia l’intelligenza stessa che li produce. E che ripiantati nel loro humus quelli si moltiplichino come piante infestanti, con un effetto altrettanto rovinoso.

L’ironia non è dunque un’arma innocua. È pericolosissima, almeno per chi la impugna. Attacca come un virus la volontà e la fiducia in se stessi, e se non viene tenuta sotto controllo può risultare paralizzante. E tuttavia può anche fungere, se assunta nella corretta posologia, da salutare vaccino. È necessario però farsi la diagnosi giusta, vagliare bene indicazioni e controindicazioni, considerare gli effetti collaterali; e, soprattutto, diversamente da quanto ho fatto io, leggere le avvertenze prima di iniziare la cura.

Forse per esercitare impunemente l’ironia occorre davvero essere un po’ geniali.

 

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Riflessioni sul monte Tobbio

di Fabrizio Rinaldi, 1996, dalla mostra 51 vedute del Monte Tobbio

Percorrendo la Direttissima, ad un certo punto ci si trova di fronte ad una cresta ripida, superata la quale la pendenza diminuisce, addolcendosi sino alla vetta del Tobbio; sicuramente questo è il tratto più impervio del sentiero. Mentre arranco sbuffando, un unico pensiero mi ronza in testa: vorrei che fosse già visibile il campanile.

Continuo a camminare, un passo dietro l’altro: vorrei vederlo ORA, subito.

Questo desiderio di vedere ciò per cui fatichiamo, riguarda in questo caso la montagna e la vetta: ma non è raro che si riferisca ad altri ostacoli, ben più ardui, nei quali troppo spesso ci imbattiamo: alcuni la chiamano sindrome del “Sole nero”. È un male che morde dentro, un malessere dell’anima che non lascia tregua, per il quale non esiste cura se non la volontà di uscirne: ma il rischio di riammalarsi è sempre lì, basta niente per ricascarci. Mi piacerebbe sapere cosa sto affrontando, distinguerlo, guardarlo negli occhi.

Camminare, così come leggere, non offre la soluzione, ma è almeno un modo per non precipitare. Percorrere sentieri più o meno impervi ci aiuta a non farci sopraffare dalla pigrizia, ci induce a fissare delle mete.

Leggendo, poi, ci si rende conto che altri stanno soffrendo le nostre stesse angosce, che altri provano le stesse emozioni. È una consolazione relativa, anche amara, ma ci fa sentire meno soli.

Dall’anticima vedo finalmente stagliarsi il profilo del rifugio; ma è solo un attimo, il tempo di una folata di vento che alza la nube. Quando ci si porta dentro questo male oscuro, a volte la si intravvede appena la meta; poi torna la nebbia.

***

Luna piena. Aria fredda che brucia la pelle, e anche sotto.

Per poter salire senza accendere le torce ci spostiamo sul versante opposto agli Eremiti. Lo spettacolo rimarrà nella nostra memoria per un bel po’. La luce lunare fa risaltare particolari che altrimenti non percepiremmo. Ogni albero, ogni pietra, ogni canalone della montagna hanno una forma distinguibile e delineabile. Tutto viene percepito dai nostri occhi come una singolarità, non come un “complesso”.

A Giuseppe tornano in mente versi del “Canto notturno”. Un posticino nello zaino della nostra immaginazione Leopardi lo occupa sempre.

Sorgi, la sera, e vai,
contemplando i deserti […]”

Paolo ci invita a fermarci, e al silenzio; stiamo camminando, anzi fluttuando in un sogno latteo. Il paesaggio che ci circonda avrebbe mandato in delirio qualsiasi poeta o pittore romantico.

Mi ritrovo a recitare silenziosamente la preghiera che i fedeli pronunciano mentre salgono al monte Fuji: “Sii pura … Conserva il tuo splendore, o montagna!”. E mentre proseguo mi abbandono al sogno, e lo popolo degli esseri fantastici che abitano la montagna: un unicorno mi passa accanto, talmente veloce che quasi mi fa cadere. Dalla cresta di una roccia un lupo bianco mi fissa con i suoi occhi luccicanti, poi ulula alla luna. Un brivido mi percorre la schiena.

Mi risvegliano le parole di Paolo: dalla vetta indica le luci a valle. Anche la realtà della pianura può essere bellissima, vista da quassù.

***

Salire la Montagna da soli procura sicuramente emozioni differenti dal farlo in compagnia. Anzitutto bisogna vincere la paura di non farcela che coglie coloro che, come me, non sono particolarmente allenati. Il Tobbio è una montagna imprevedibile, come ogni monte che si rispetti a volte ci spiazza con i suoi cambiamenti repentini. I sentieri che lo salgono sono impervi, impervi come quelli della vita. E l’amor proprio, l’orgoglio, quei fattori “propulsivi” che quando si sale con altri ci fanno tener duro, per non essere i primi a cedere, non servono a nulla. La decisione di mollare o proseguire spetta unicamente alla nostra volontà e testardaggine. La forza per vincere queste paure, gli stimoli per andare avanti quando le gambe tremano, si possono trovare solamente dentro, attingendo magari alla fantasia, immaginando avventure più o meno verosimili. Si può fingere di scalare montagne ardue e immense: oppure sfidare la tramontana come fosse un vento gelido del Polo Nord. O ancora, quando il sole cocente secca le labbra, possiamo trasferirci nel deserto cinese di Takla Makan.

Fantasie, che ci spingono avanti … avanti fino alla cima. Fino a guadagnare il “tetto del mondo”. (Insomma…!)

***

Salendo il Tobbio si ha una diversa percezione delle durate. Il tempo dell’ascesa e del ritorno non lo si quantifica nelle consuete ore d’auto, ma in inusuali ore di cammino. Così come leggere, camminare aiuta a prendere coscienza di una diversa scansione ed estensione temporale.

In un mondo nel quale è possibile sapere se in Cina, in questo preciso istante, fa caldo o freddo, il Tobbio esce dal computo. Lì il tempo si misura in passi, in soste per guardarsi attorno. Bisogna avere l’umiltà di rallentare la corsa. Chi sale sul Monte sa che trascorrerà del tempo prima che egli torni in valle, e questo tempo lo trascorrerà camminando, trascinato avanti solamente dalla sua volontà.

***

A chi ama cercare funghi, andare per more o semplicemente passeggiare per i nostri boschi, è sicuramente già capitato di smarrirsi, di perdere l’orientamento, anche per un solo istante.

In tale occasione ha alzato gli occhi dai suoi passi e ha cercato all’orizzonte l’inconfondibile profilo del Tobbio. È un gesto istintivo, non cerchiamo il Figne, il Tugello, la Colma, ma il Tobbio, proprio perché costituisce da sempre “il” punto di riferimento, perché sovrasta gli altri per imponenza e riconoscibilità. È lo Uluru dell’ovadese (Uluru è la definizione aborigena dell’Ayers Rock, in Australia, immenso monolite che i nativi considerano il tramite tra il mondo dei sogni e quello degli uomini).

Fin da bambini, quando col padre o col nonno ci si avventurava nei boschi, e invece di cercare funghi e raccogliere castagne, ci si perdeva nella scoperta dell’orizzonte, abbiamo fatto conoscenza con la Montagna, prima ancora che qualcuno ce ne dicesse il nome.

Collezione di licheni bottone

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La zappa e il tiro con l’arco

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Primo tiro, cinquemila lire. Tanto costa una freccia del modello più economico per il tiro con l’arco. Tanto ho speso, perdendo la freccia. Non c’è stato verso, è finita tra la sterpaglia del campo e non è più venuta fuori. Chi si esercita nel tiro campale conosce questa prerogativa delle frecce. Se non becchi il paglione non le trovi più, nemmeno col metal detector. Dunque l’inizio è stato scoraggiante, anche perché io della prerogativa della freccia non sapevo nulla, e ho perso mezza giornata a cercarla inutilmente. Adesso non ci provo neanche più. Certo, perché malgrado i primi deludenti risultati ho insistito a tirare, e ormai novantanove volte su cento colgo il paglione, se non altro per motivi economici.

Non ho mai tirato in un poligono (si chiamano così?), o comunque in un campo attrezzato, di quelli tutti in piano, con l’erbetta all’inglese (lì le troveranno, le frecce?), con le distanze misurate al centimetro. Ho sempre misurato le distanze a passi, tirando al risparmio su ogni singolo passo, dribblando con le traiettorie pali e filari, per andare ad impattare un paglione slabbrato poggiato su trespoli di fortuna (per chi non lo sapesse, il paglione è un supporto di paglia pressata, spesso circa dieci centimetri, quadrato o rotondo, di diverse misure di lato o di raggio, sul quale si fissa il bersaglio, o targa, e che dovrebbe assorbire l’impatto della freccia. Dico dovrebbe, perché dopo qualche centinaio di tiri tende a spappolarsi, e le frecce entrano ed escono che è un piacere): ma giuro che ne ho tratto le più impensate soddisfazioni. Perché l’arco è ruffiano: evoca suggestioni culturali, suggerisce un’esotica marzialità, rispetta la quiete e il paesaggio, non lascia alcun tipo di scoria, nemmeno psicologica, in quanto è sì un’arma, ma talmente obsoleta da non essere più considerata tale nemmeno dai nostri legislatori, che è tutto dire (infatti non necessita di alcun porto d’armi, e poi, avete mai sentito di serial-killers che prediligano l’arco? solo al cinema). Ti consente di giocare alla guerra, ma in una forma così simbolica e stilizzata che non hai nemmeno da vergognarti dei tuoi istinti. Ma c’è un aspetto, soprattutto, che mi affascina in questa pratica: è forse la più solitaria delle attività sportive. Può essere svolta in gruppo, ma viene esaltata dalla solitudine: una solitudine vera perché, diversamente da quanto accade nelle alte pratiche di tiro, è fasciata nel silenzio. Tutto il gioco è fra te e quel bersaglio concentrico, che già nel disegno ti ipnotizza, cattura il tuo sguardo, così che non lo vedi come un avversario, e lo trafiggi solo per congiungerti con lui, perché la freccia porta con se il tuo corpo e la tua mente. Hai tu in mano tutta la situazione: sono il tuo occhio, i muscoli tesi del tuo braccio di supporto e quelli contratti del braccio di tensione, i tuoi deltoidi irrigiditi, la sensibilità al rilascio delle tue dita, a determinare la traiettoria. Per una volta senti di poter avere il controllo totale. Soprattutto, di avere la possibilità di riprovarci, se non cogli alla prima il bersaglio. Sempre che non perda la freccia.

 

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Pudore e sudore

di Antonio Cammarota, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

In genere sulle alte montagne, quelle più famose, si arriva in due maniere: a piedi o con la funivia. Sono due modi completamente diversi di salire.

Una volta sulla vetta, certo, lo scenario che ci si presenta è lo stesso. Una distesa splendida di cime innevate, l’aria tersa, un paesaggio da favola che nella sua maestosità ci affascina e ci da una stretta al cuore.

Ma – e questo è solo il primo ma del nostro breve ragionamento – a seconda di come si è saliti lo sguardo col quale lo si abbraccia, lo spirito col quale lo si contempla sono diversi.

Credo sia chi ha faticato di più, lo scalatore, a godere maggiormente del panorama. Egli è arrivato lassù con fatica, a volte correndo pericoli, salendo sentieri tortuosi, tagliandone alcuni e percorrendone anche di sbagliati. Ma è arrivato contando solamente sulle sue gambe e sulla sua volontà. Sul suo modo di vedere e godere la montagna influisce il cumulo delle emozioni della salita.

Chi ha usato la funivia invece appare più riposato, non è stravolto dalla fatica, non si è sforzato per nulla ed ha raggiunto la vetta semplicemente in virtù dei quattro soldi del biglietto. Di lassù vede le stesse cose, certo, ma non sono sicuro che le apprezzi fino in fondo. Non ha conquistato, non si è guadagnato nulla, e il panorama è quasi un dono immeritato.

A pensarci bene la stessa cosa vale per la lettura e per la cultura in generale. Se vogliamo, anche in questo caso si è realizzata una piccola utopia: due persone, l’una figlia di contadini o operai, l’altra proveniente da una famiglia di dottori, di professori, comunque di intellettuali, possono oggi parlare infatti nella stessa lingua e delle stesse cose. Ma non illudiamoci: in realtà non è mai la “stessa” cosa, non saranno mai due persone “eguali”.

Mettiamo che queste persone con origini diverse possano avere entrambe una ricca biblioteca ed essere lettori modello: non credo affatto che apprezzino alla stessa maniera il piacere della lettura e della conoscenza. Non sono sicuro che concetti come cultura, conoscenza dei fatti e opinioni politiche abbiano per esse lo stesso significato.

Chi trova tutto già pronto, tutto realizzato, non deve fare altro che andare nello studio e prelevare dai ricchi scaffali della biblioteca di famiglia un libro; ma con “quale” piacere lo leggerà? E soprattutto, cosa ne trarrà?

Io credo infatti che la ricerca di un testo particolare debba essere un itinerario personale, faticoso, tortuoso, difficile, in definitiva splendido, e che assuma un valore che travalica quello del libro stesso. Chi non possiede già una biblioteca arriva necessariamente ad ogni libro attraverso altri libri, ad uno scrittore attraverso altri scrittori, ad una idea grazie a mille piccole idee sparse qua e là.

Anche la mia biblioteca è cresciuta lentamente (e sottolineo che la mia è una storia come tante altre) ed ogni libro in essa accolto è il risultato di un percorso e, a volte ha costituito anche un traguardo. Altro che biblioteche di famiglia più o meno ricche, altro che padri e madri che ti invitano alla lettura e ti conducono per mano nel labirinto delle mille biblioteche possibili. Questa esperienza mi porta a pensare che le persone “bibliodotate” dall’infanzia, malgrado conoscano più libri, li abbiano più a portata di mano, leggono con uno sguardo diverso le cose del mondo rispetto al lettore selfmade. Quel mondo, infatti, lo hanno conosciuto solamente attraverso i libri. Questo è vero soprattutto quando si parla del mondo del lavoro.

Il lavoro, e quando parlo di lavoro intendo quello nero e maledetto, quello subordinato, quello che esige la testa chinata di fronte agli ordini dei superiori e per il peso della fatica, è la cosa più materiale che ci sia, la più lontana dal pensiero “puro”. Per chi nasce in famiglie che non conoscono o non vivono il lavoro, come supplizio

quotidiano, è difficile concepire quanta umiliazione, frustrazione, abbruttente ripetitività esso comporti. Costoro hanno letto sui libri che esiste il lavoro, hanno visto con i loro occhi il lavoro (cioè, gente che lavorava), ma non hanno mai lavorato. Né per costruirsi una biblioteca, né per sopravvivere. Si può dire che in genere chi ha vissuto a contatto sin dall’infanzia coi libri e con ambiente culturalmente stimolanti non ha mai bisogno di lavorare (e mi riferisco sempre al lavoro inteso in un’unica accezione: quella manuale). Le famiglie di questo tipo si riproducono di gene-razione in generazione, e i figli occupano sempre (salvo ribellioni o incidenti) le posizioni dei padri. Nel loro DNA viene inscritto un codice culturale di-verso da quello della gente “normale”, ed essi partono quindi già con un notevole margine di vantaggio.

È difficilissimo, di conseguenza, per un figlio di operaio o di contadini assurgere all’olimpo della cultura, diventare un intellettuale. Il DNA di questi ultimi è povero e vuoto, e quando accade a chi ha origini “modeste” di arricchirlo, di acculturarsi, non gli è comunque facile godere serenamente di questo patrimonio. O fa della cultura un’arma di riscatto economico-sociale, e ne tradisce pertanto tutte le più genuine valenze, o subisce un’ulteriore discrimina-zione, quella creata dall’urgenza di mettere a frutto bene o male, in genere più male che bene, le competenze acquisite. Sempre che almeno questo gli sia consentito: basterebbe infatti una piccola indagine statistica sulla provenienza sociale dei ricercatori universitari (non parliamo dei docenti!), di coloro cioè che possono permettersi il lusso pluriennale di un’attività sottopagata in attesa del “posto”, per farci dubitare anche di quest’ultima possibilità.

E allora godiamoci almeno la soddisfazione di aver sollevato la fronte, di aver rialzati gli occhi affaticati per posarli – magari – su un libro, su qualcosa che si sceglie per crescere e migliorare, di aver tentato di inverare la piccola utopia della parità tra persone di origini diverse e con storie diverse, della parità tra persone più o meno fortunate. Una parità, un’eguaglianza di diritti che si rivela solo teorica, che si realizza sulla carta ma scompare quando si verifica la solidità delle basi di partenza di ognuno. Da un lato stanno coloro che hanno avuto ogni tipo di faci-litazione (economica, intellettuale, di frequentazio-ne) e dall’altro color che hanno dovuto costruirsi con fatica ogni minima possibilità. E in fondo non è che la parità mi interessi poi molto. Preferisco rimanere ciò che sono, un selfmade man nel campo della cultura (e della lettura), con un padre dalle mani grandi e nere, scavate da anni di lavoro duro, mani ormai insensibili al freddo e al caldo, incapaci di sfogliare un libro o di fare una carezza.

Ma che importa: il libro lo leggerò io (e per mio padre sarà un po’ come se lo leggesse lui) e le carezze, beh, quelle non le farebbe mai, anche se avesse mani di fata, per pudore.

C’è troppo pudore in chi lavora duramente per lasciarsi andare ad una carezza, si pensa quasi di non averne il diritto.

Mio padre, ad esempio, non ha mai letto da nessuna parte la parola pudore, non sa neppure che esista, ma – dovreste vedere – sa cos’è il pudore.

 

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La poesia di Achille Serrao

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Quella di Serrao è una poesia di contrasti, petrosa e impervia, in un clima inusitatamente nordico: il dissolversi del tempo, la fuga delle cose e il defilarsi delle presenze sono i temi che l’attraversano. Una crepa (a’ cannatura) di senso, un assedio del vuoto, una sconfitta che è quella del Sud non vengono riscattate, se non occasionalmente e per il breve spazio di un respiro, nemmeno dal ricordo, momento intimo e segreto dove si rifugia la possibilità salvifica di esprimere la voce dell’amore.La questione del linguaggio è nella poesia di Achille Serrao assolutamente centrale. Il suo dialetto – precisamente quello di Caivano, un piccolo centro ai confini della provincia di Napoli – è aspro e stonato, l’uso antiletterario e antidiscorsivo.

Il suo Sud è quello dell’infanzia, ormai inesistente, mitizzato, ma che non si presta ad una ricostruzione in un modello esemplare: dalla poesia di Serrao emergono solo frammenti, schegge, frantumi e rottami. Il tutto è avvolto da una luce ispida e livida, scabra e lunare, e l’ora topica è quella sbandata che precede l’alba, in cui ci ferisce la dolorosa irreparabilità del giorno e la pena del suo sorgere. Il suo verso si frantuma in sussulti, inciampi, slabbrature e omissioni: tutto ciò a testimonianza della sofferta fatica della parola e del vivere, dell’offesa ferita di un passato indagato senza reticenze. Quello di Serrao è un paesaggio interiore: le cose, gli oggetti che definiscono frammentariamente i suoi orizzonti sono allusivi di qualcosa che sta dietro, che è oltre: poesia che, in questa dimensione di percorso interiore, è pervasa da un alito metafisico.

La materia è frequentemente di origine autobiografica, ma ostinata in un’ invernale impersonalità: più dell’io si avverte l’incalzare doloroso di una realtà che impone di essere detta in una poesia così autenticamente impervia da alterare il sangue, ma perciò così persuasiva.

Achille Serrao è nato a Roma nel 1936. Ha curato, per l’editore Campanotto di Udine, l’antologia di poesia neodialettale “Via terra”.

A st’ora chi simmo …
A st’ora chi simmo? I’ saglio

saglimmo senza
overamènte na sagliuta senza
piatà e arèto a na filara
d’arbere sfrunnate ‘a luna
sfrie comme sfriesse, ‘e luòtene
d’’e cane allérta c’’a neglia ‘ncanna … ‘o mare
nu retecà ‘e parole maje femute … Sàgliere,
‘o chiù malamènte d’’e mestiére,
saglimmo a careggràzia e … ‘o vvi’ llànno
‘o mare farfagliùso, chi suspira
‘e quante ccà ne simmo
nu viecchio sulamènte ammuinatore ‘o mare?

A quest’ora chi siamo / A quest’ora chi siamo Salgo / si sale senza / davvero una salita senza / misericordia e dietro un filare / d’alberi spogli la luna / sfrigola come sfrigolasse, i lamenti / dei cani all’erta con la caligine in gola … il mare / un andare e venire di parole incompiute … Salire, / il più crudele dei mestieri, / si sale per miracolo e … ecco / il mare balbuziente, chi suggerisce sospirando / di quanti ne siamo qui / un vecchio solo ammutinato il mare?

Trasette vierno
Trasette vierno ca ‘ntosseca ll’auciélle, pure

d’’o malaùrio, quanta aucelluzze
se fida ‘e ‘ntussecà picciuse
pe’ na cucchiarèlla ‘e semménte e a’ ggente
vascia, me darraje na voce
ggente d’’a mia ‘e piéde dint’â neve
‘nfi a che ‘a neve se mantène toma
‘ncopp’a stu muojo ‘e paciénza arresugliato
cu ll’uocchie ‘a luntano …
e nce siénte ‘e spicà
‘o silenzio si attòcca, nu sisco
‘e vocca
a malappena na tagliata d’aria.

E arrivò l’inverno … / E arrivò l’inverno che avvelena gli uccelli, perfino / del malaugurio, quanti passeri / ce la fa ad amereggiare lamentosi / per un mucchietto di semi e la gente / povera, te ne accorgerai / gente mia con i piedi nella neve / fino a quando dura la neve quieta / su questo moggio di pazienza raspato / con gli occhi da lontano … / e lì senti crescere / il silenzio semmai, un fischio / di bocca / a malapena uno sfregio d’aria.

 

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Fare poesia è follia

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

  1. Non è vero che fare poesia è una necessità assoluta. Non è vero che fare poesia è inscritto nei geni di ciascuno di noi. Non è vero che fare poesia è un’attività di élite intellettuale. Fare poesia è follia.
  2. La follia? Un classico della poesia. I poeti hanno bisogno di referenti patologici e s’infiammano quando credono di individuare nel folle la loro punta di diamante. Come se la poesia potesse dipendere dalla vicenda umana di un individuo. Ma la follia della poesia non ha niente a che fare con le depressioni e le monomanìe.
  3. La follia della poesia è follia della parola. Della parola, non del poeta. Parola che scaturisce dal nostro sentire con un processo che ci appartiene soltanto nell’aspetto tecnico della trascrizione. La poesia non è un’intuizione soggettiva, è la capacità di cogliere oggettivamente l’universale.
  4. La parola ha un valore semantico che la moltiplica e la estende, ma il linguaggio recondito dell’esistenza non ha significati verbali. Indulgere alla cerebralizzazione del senso produce un’implosione poetica che distrugge il ritmo della scrittura. La poesia è musica e la stecca non riguarda i suoi significati.
  1. La carica emotiva di un testo poetico dipende dal metro della sua composizione. Solo una buona dimestichezza con la musica, tempi e ritmi del solfeggio, non ascolto maniaco e beota, consente di godere fino in fondo l’armonia di un verso e di una strofa.
  2. Tecnica e poesia non sono affatto antitetiche. L’acquisizione e l’interiorizzazione di strumenti sono premesse indispensabili alla produzione poetica. Che è fatica, solitudine, non il bacio di una dea.
  3. Scrivere poesia è sussurri e grida, angoscia e tremore, coraggio ed esaltazione. La prova generale di una prima. Scrivere poesia è un gesto estremo di sfida per catturare una voce che non ci appartiene. Scrivere poesia è un’avventura terrificante che ogni volta ci fa giurare che non lo faremo mai più.
  4. La poesia è voce tuonante, rauca, stridula, lamentosa, e come tale deve essere vissuta. Leggerla in silenzio vuol dire condannarla all’inesistenza. La poesia sulla carta non ha nessun significato.
  5. La poesia è eroismo, profezia, santità. Ma nessun poeta è eroe, profeta o santo. perché il poeta, non appena ha concluso la sua missione, è l’essere più insignificante della terra.

10.  La poesia è paradosso dell’esistenza. Chiamare qualcuno poeta è un insulto alla sua sofferenza.

È bello giacere con una donna
È bello giacere con una donna

che si conceda in tutte le maniere
fino all’esaurimento.
Ma se non posso gridare con lei
parole di liberazione
se non posso confondere con lei
la voce
in suoni e gemiti che rifondino il linguaggio
se non riesco a respirare con lei
fino ad ansimare in palpitante sincronia
se non ho con lei
le visioni del paradiso terrestre
che solo la santità e la buona droga sanno dare
allora sento un vuoto nell’anima
che si allarga a dismisura
e mi consuma con una radice feroce.

Farenheit 451
Un libro

è un baluardo
il forte Apache del nostro intelletto.
Un paese antico
ospitale
dove nessuno nega le nostre parole.
Un’avventura
un sogno
che ci difende dall’ultimo agguato.

Se macineranno i libri
per farne mangime per i polli
beccherò anch’io
la mia parte di parole.
Se li bruceranno
a cataste nelle piazze
raccoglierò le ceneri
come le spoglie di un amico.
Se mi tortureranno
per costringermi a negarli
sopporterò il dolore
cambiandolo in poesia.

Datemi un libro
ancora un libro
che parli al cuore
che parli anche alla mente
e accenda il filo di speranza
che muore ogni giorno dentro me.

 

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Beato chi lasciò presto il festino

Variazioni intorno alla figura del viandante

di Marcello Furiani da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

1.

Il viaggio, luogo privilegiato dell’immaginario mitico e romanzesco, si manifesta essenzialmente in due forme classiche: il viaggio come prova, percorso doveroso per l’eroe alla conquista di una meta, e il viaggio come educazione, come conoscenza e crescita che preventiva il ritorno in qualità di momento finale.

Via, via dagli uomini e dalle città
verso il bosco selvatico e le dune
alla silenziosa selvatichezza
dove l’anima non deve reprimere la sua musica
per timore che non ne trovi
un’eco nella mente degli altri.
PERCY B. SHELLEY

Ci imbattiamo poi in un terzo modello di viaggio, nel quale gli obiettivi si allentano, i profitti restano più impliciti, racchiusi nel momento e nel gesto stesso del viaggiare: mi riferisco al vagabondaggio in tutte le sue forme, dal ramigare all’errare, ad un movimento erratico in cui la linea che unisce due punti non è quella retta (cioè la più economica e la meno speculativa), ad uno spostamento che non ha necessariamente nemmeno il fine di unire due punti. Il viaggio come erranza, divagazione, deriva.

Questa idea del viaggio è la più “moderna” e quindi ha una storia più recente delle precedenti. Ma prima di ripercorrere, senza presunzione di esaustività, la figura del viandante attraverso personaggi letterari, vediamo di definirla più precisamente.

Il viandante non possiede una casa: si sposta di città in città, di villaggio in villaggio, dorme dove accade, talora viene ospitato. Pur essendo una figura che si situa ai margini, non è un antisociale. Spesso è un giovane, piacevole e attraente, non di rado sa suonare o cantare, intreccia nei suoi brevi soggiorni piccole storie d’amore, è capace talora di parole profonde e illuminate. Ma tutto ciò dura poco, perché il viandante riparte mimando col suo continuo allontanarsi la parvenza delle cose, il doppio effimero di qualcos’altro che si sottrae e si dilegua, l’inespugnabilità di ciò che egli stesso vagheggia. Ogni luogo lo soffoca, ogni luogo è un luogo sbagliato che tradisce e consuma: il viandante è alla ricerca infinita del luogo che non c’è, cioè dell’utopia.

Perché divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due? 
BRUCE CHATWIN

Nel Lieder einer fahrenden gesellen (I canti di un giramondo) di Gustaf Mahler il protagonista procede al passo di una marcia funebre nel viaggio verso “l’estrema provincia della memoria”: l’assenza di una patria, di una heimat è quindi anche la morte, il luogo definitivo.

Il viandante sa che ogni cosa finisce e se decidesse di fermarsi non sarebbe per sempre: per ciò riparte. Nel finale del Eugenio Oneghin di Puskin l’autore prende congedo dal proprio personaggio esprimendo il desiderio di tutti i viandanti: “Beato chi lasciò presto il festino / della vita e il boccale pien di vino / non vuotò fino in fondo, chi ha saputo / staccarsi dal romanzo suo più caro / come da Oneghin ora io mi separo”.

Nella letteratura ci si inbatte spesso nella figura del viandante, o flaneur o wanderer; soprattutto la letteratura romantica è abitata da questo personaggio, confermando che l’anima romantica è un’anima nostalgica, inqueta, notturna, inappagata, che iterativamente vagheggia qualcosa che sta al di là dell’immediatamente sensibile. Il viandante ha in se l’inesausta smania e l’inestinguibile struggimento per l’altrove, la romantica sehnsucht, quella che Rousseau chiama una fitta del cuore verso un’altra forma di godimento e di possesso. Tutto ciò cambia il movimento in un errare senza sosta, privato di un risolutivo nostos: come osserva Nietzsche in Umano, troppo umano il ritorno si addice al viaggiatore diretto ad una destinazione, non al viandante che non conosce meta e configura il compimento del proprio destino nella provvisorietà e nell’instabilità.

2.

La Storia di un fannullone di Joseph Von Eichendorff è un’alternativa alla realtà, non un’evasione dalla storia, è la nostalgia di una dimensione umana integra e libera, non un superamento del passato.

La poesia è nella vita feriale e diretta; non c’è l’inquietudine per un ‘oltre’ inconseguibile: solo l’appagamento di ogni battito del fluire della vita in un’identificazione dello spirito con il respiro cosmico, altrettanto umano quanto i tormenti e gli affanni delle anime del Romanticismo. Tutto è epifania, eppure il dolore si comprende presente, per nulla soffocato da un ottuso ottimismo o da una furia trionfalistica; lo si indovina come l’altra faccia della gioia e ciò dà credito, più di ogni altro pensiero, alla possibilità di sentirsi in corrispondenza con il vivere in tutta la sua apparente semplicità. Ciò accade a differenza, per esempio, delle pagine di Hans Christian Andersen, delicate ed idilliche, nelle quali – si veda la novella “Compagno di viaggio” – la figura del viandante puro di cuore e nomade nell’anima si muove in una natura stilizzata e priva di profondità, senza altezze e senza ombre, colorata ma inodore. Il viandante di Andersen rimuove il dolore e la tragedia, avvolto e annebbiato in una visione cristiana dell’esistenza diluita da un ottimismo filisteo e semplicistico.

Intorno non si vedeva anima viva e non si sentiva rumore. Per altro, vagabondare a quel modo era bellissimo.
JOSEPH VON EICHENDORFF

In Eichendorff il fascino del vagabondo in continua fuga, inesausto nella capacità di cantare e di essere felice, è nel ritrovare passo dopo passo lo stereotipo previsto e puntualmente mai disatteso: ciò che realisticamente è l’imprevedibile corrisponde con l’estremo prevedibile della fantasia; ogni elemento del proprio immaginario d’avventura trova spazio nella sue pagine.

I personaggi di Robert Walser sono viandanti che si aggirano per il mondo, osservano la vita, si mimetizzano svestendosi della coscienza, volgono la propria attenzione a fuggevoli dettagli apparentemente trascurabili, non si concedono a nulla in fedeltà ad una condizione d’assenza. Vivono in un eterno presente, sognano una vita come attesa, vigilia di promesse senza modello né costrutto. Nel loro ritirarsi perpetuano infinitamente il congedo, annullati in una nozione del tempo estremamente incerta e indeterminata, quasi per una volontà di perdersi in qualcosa che trascende.

La condizione del viandante disposto ad ogni esperienza non entra in contraddizione con questa modalità, in quanto la libertà per i personaggi walseriani è predisposizione a non legarsi, a non entrare in contatto con alcunché abbia una forma definita: è un’immobilità che si nega al gesto che spartisce il mondo.

Lei non crederà assolutamente possibile che in una placida passeggiata del genere io mi imbatta in giganti, abbia l’onore di incontrare professori, visiti di passata librai e funzionari di banca, discorra con cantanti e con attrici, pranzi con signore intellettuali, vada per boschi, imposti lettere pericolose e mi azzuffi fieramente con sarti e ironici. Eppure ciò può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto. 
ROBERT WALSER

Eppure di quale leggerezza e di quale profondità sono capaci le figure di Walser. Il loro sguardo è lieve e acuto, come quello di chi, non mettendo in gioco se stesso, coglie la bellezza gratuita del mondo e contemporaneamente lo osserva con ironia per quello che è nel suo orrore, nei suoi rapporti di forza, nella morte che è propria delle strutture e dei rapporti sociali irrigiditi.

Ma i suoi viandanti, lievi, trasparenti e fatalisti non sono dei rivoluzionari: non cambiano e non vogliono cambiare nulla, non hanno altra aspirazione che condurre una vita vagabonda, alla periferia di cose e persone con le quali si trastullano senza farsi toccare, quasi che non vi sia nulla oltre la loro superficie, che il loro statuto ontologico sia la loro stessa inconsistenza.

Il vagabondare senza meta fissa è un topos della poesia lirica dal pre al post romanticismo, al punto che ancora nel 1885 Gustav Mahler intendeva il viandante come personaggio del suo ciclo di Lieder Lieder eines fahrenden gesellen, in termini che si adattono altrettanto bene alla Winterreise schubertiana e ad altre centinaia di composizioni poetico-musicali. Nella maggioranza dei casi il Viandante – che diventa il Solitario – esercita il proprio sentimento della natura su fioriti paesaggi primaverili e boschi lussureggianti, donde il contrasto tra la solitudine interiore dell’io e il circostante trionfo della vita e della bellezza. Ma nei Lieder di Mahler e di Schubert la meditazione sul senso dell’esistenza, sulla immutabile presenza della morte, si svolge sullo sfondo di una natura livida e cupa e per ciò stesso partecipe: l’osservazione della natura è il parallelo dell’indagine sullo spirito. Si respira uno stato di vita sospesa, congelata, immobile – assai simile a certi dipinti di Caspar David Friedrich – dove il pensiero del viandante si riduce a rimuginazione ossessiva di ferite narcisistiche e grandiose fantasie compensatorie.

Il viandante diventa straniero al mondo ed erra sospinto da una condanna senza colpa, portatore di un’immedicabile ferita al cuore, che lo trascina verso la distruzione, simbolo ingigantito dell’uomo romantico in preda ai suoi sentimenti, dello straniero senza casa sulla terra gelata, del fuggitivo dal mondo, escluso dalla compagnia degli uomini con cui non ha più sentimenti in comune, dalla forza sovverchiante e autodistruttiva delle sue emozioni. Non c’è scampo all’inesorabilità del lungo cammino verso la morte – dalla quale per altro il viandante si sente attratto – espresso sia con doloroso realismo, sia con un espressionismo visionario.

Walter Benjamin ricorda anche Knut Hamsun come un altro autore capace di creare la figura del fannullone perdigiorno, randagio e sbandato. Versione moderna e tragica, il viandante di Hamsun incarna vitalità, durezza, pietà, nichilismo e protesta: è un distruttore e contemporaneamente un lacerato capace di rilevare l’irrazionalità dell’esistere, con il gesto altero del personaggio epico, frugando impietosamente nella miseria materiale e spirituale dell’uomo moderno. Ma finisce per esserne accecato e cerca nella fuga dai legami sociali l’immediatezza della vita non contaminata dalle idee; si muove spinto da una sprezzante ribellione che ne fa, paradossalmente e inconsapevolmente, un intellettuale modernissimo e anticipatore, nell’alienazione e nella perdita, del nuovo.

Il percorso del viandante di Hamsun conduce alla nevrastenia: fugge davanti alle patologie della società moderna fraintendendo la modernità come patologia, rimanendone vittima e tanto più irreversibilmente condizionato dai legami sociali quanto più si illude di affrancarsene. Ondeggiando tra la brama di un inattuabile assoluto sovratemporale e un compiaciuto sguardo alla caducità di ogni cosa, tentando di avversare il senso univoco delle ideologie con l’informe indefinitezza delle cose e della natura, che pur resta sempre irreparabilmente lontana, approda all’anti-ideologia. La sua ribellione s’irrigidisce in un nichilismo che non ha altri approdi se non quelli di una tendenza regressiva e di un atteggiamento reazionario.

Il viandante dei romanzi di Hamsun, crudele e tenero, sprezzante e fragile, compiaciuto del disordine del mondo, è un inconscio alla deriva che si tutela dalla realtà esterna con vomiti di parole e sequele di gesti provocatori e stonati, è l’io psicologico borghese disgregato, riluttante nel prendere coscienza che il suo destino è solo la vana forma di una vita errabonda, segnata dalla sconfitta e avvilita dall’ostinazione al disprezzo.

Nelle pagine scritte da Walter Benjamin il flaneur si muove come figura di passaggio, che attraversa una sorta di altrove, di sconosciuta città in un orizzonte all’imbrunire, immagine incerta e dubbia, sostanzialmente tragica. Sospeso nel tempo e nello spazio, è sicuramente straniero alla folla, talmente estreneo ai suoi ritmi da apparire in netto contrasto con il processo produttivo.

La città è uno sterminato panorama, quasi il luogo di una rappresentazione teatrale, che desta nel viandante una primitiva curiosità che i suoi occhi alieni e pacificanti cercano di soddisfare. Fondamentalmente è un ozioso, di un’inoperosità che è soprattutto irresolutezza: predominando in lui il dubbio, tutto diventa possibile anche se irrealizzabile.

Può essere permesso ad un vagabondo di disporre degli ultimi istanti come più gli piace?
KNUT HAMSUN

Eppure quanta nostalgia percorre ogni suo passo: ma il flaneur non possiede un passato né una memoria personale: la sua è nostalgia di una vita anteriore, del tempo dell’infanzia. Il viandante è in Benjamin una figura senza tempo e senza storia, il cui motivo di desistere consiste nel “dare un’anima” alla città altrimenti amorfa. In effetti nella Parigi fantastica disegnata da Benjamin pesa come un sasso il vuoto di un’assenza, al di là dell’alacrità delle occupazioni dei suoi abitanti, dominati in sostanza dalla ripetitività del culto che celebrano, quello che l’autore chiamerà culto della merce. Il flaneur benjaminiano è in una comunità immobile e inaccessibile alle novità l’esule che incarna inconsapevolmente la totalità dell’esperienza originaria, l’unico l’uomo a cui sia stata data in sorte l’inattività, in virtù della sua capacità di sognare.

L’utopia di Benjamin, uomo senza patria, è di tornare a ciò che è spezzato, di ridare vita alle cose morte, ma ciò dissimula il desiderio di tornare nelle tenebre, nell’abbandono del non essere, di riavvolgersi verso la propria origine.

La purezza del viandante lo rende impotente di fronte al mondo, da cui per altro nemmeno viene riconosciuto nella sua condizione di estraneità. Ma la sua stessa speranza di non avere una meta, di non arrivare, è la vana illusione di restare nell’infanzia dell’uomo e di non approdare a quello che Benjamin chiama l’“uomo-sandwich”, diventando egli stesso merce venduta al mercato, identificato con il valore di scambio, a proprio agio ormai nell’essere ritenuto vendibile.

Il flaneur oscilla tra queste due inconsistenze: l’estraneità più radicale e la contestualizzazione più omologante che lo prosciuga da ogni parvenza di identità. Può solo, nel suo continuo movimento che simula l’immobilità, mostrarci quanto sfolgorante, fantastico, eccessivo e fragile sia il fiore dell’utopia.

Il tempo presente è il tempo della disperazione, il tempo dell’Ebreo Errante.
SOREN KIERKEGAARD

L’erranza, la tragica volubilità nello spazio, nell’esperienza e nel tempo è specificità che descrive non di meno la figura dell’Ebreo Errante, è la sostanza dell’espiazione per chi non ha compreso e riconosciuto il Messia, con la contraddittoria valenza di seduzione e di maledizione che il rapporto con il sacro implica.

Il mito dell’Ebreo Errante è come pochi altri un mito incompiuto, variamente rappresentato e interpretato nel corso dei secoli, attraverso diversi generi (dalla prosa alla poesia, dalla pittura al folclore) e difformi registri (dal comico al tragico, dal dolente al farsesco). Se il mito popolare fa dell’Ebreo Errante un personaggio per racconti popolari, ballate di menestrelli, melodrammi, balletti, opere liriche e romanzi d’appendice (basti ricordare L’Ebreo errante di Eugéne Sue, in cui l’eroe diventa una metafora del popolo sfruttato e l’errare un’allegoria della fatica del lavoro), sono i poeti, i prosatori, i filosofi e i pittori a costruire su questa figura il mito letterario.

Ripercorrere le tappe della rappresentazione di un mito significa anche attraversare la storia delle idee: così si passa dal viator medioevale che testimonia la verità, investito di una maledizione inemendabile, alla riabilitazione del philosophe illuminista, in cui l’erranza diviene memoria del tempo del mondo, diventa una condizione privilegiata da cui distinguere e tradurre i mali che angustiano la società contemporanea dell’autore. Parallelamente alla figura del viaggiatore ed esploratore, nel ‘700 prese forma anche un Ebreo Errante avventuriero, imbroglione, impostore e baro da cui discende il personaggio inquieto e malinconico che appare fugacemente ne Il monaco di Matthew G. Lewis, in cui, tra l’altro, assistiamo ad una delle prime commistioni del mito dell’Ebreo Errante con quello del Faust. Questa contaminazione, figlia dell’epoca dell’occultismo e dell’esorcismo, fu determinante nella metamorfosi dell’Errante da testimone delle verità cristiane a personaggio dedito alla stregoneria.

L’Errante diventa in seguito l’incarnazione dell’inquietudine e della disperazione romantica: il gusto per il primitivo, per i miti popolari e cristiani, la predilezione per il trascendente e le problematiche religiose tipici della spiritualità romantica si accordano ad un personaggio il cui destino è eccezionalmente unico e tragico, il cui passato è oscuro e ambiguo, la cui colpa suscita orrore e perplessità, il cui desiderio è eternamente inappagato e la cui attrazione verso la morte è il riscatto dal dolore e dalla afflizione.

Mitigando la figura dell’Ebreo Errante della sua singolarità ebraica i romantici acuiscono positivamente le facoltà del mito: la loro sensibilità avverte dolorosamente i caratteri di esilio, di solitudine, di scacco e di disperazione dell’errante e li traduce in veggenza e saggezza, accentuandone l’anima di déraciné e maturandone gli aspetti di ribelle che predilige la libertà dell’inferno alla schiavitù del cielo, figura debitrice del Satana di John Milton.

Il mito continua, trascinando le proprie ambiguità e le proprie contraddizioni, ma ricavando vitalità dalla propria leggenda, come gli Ebrei Erranti di Marc Chagall che volano sopra Vitéck, poiché il viaggio è eterno come l’inferno cristiano.

Nel dipinto di Caspar David Friedrich Viandante sul mare di nebbia del 1818 l’immagine transita dalla più diretta vicinanza alla più radicale lontananza: questa distonia dello sguardo traduce la frattura fra l’uomo e l’assoluto. Ma questa misura tragica si dissimula in una contemplazione idillica, pur trasparendo come in filigrana un irreparabile struggimento per distanze impenetrabili, per lontananze inconseguibili. Il viandante di Friedrich esprime il proprio scacco attraverso l’opposizione di una dimensione interna e di uno spazio esterno che si toccano senza penetrarsi, dando forma ad una sensazione di vertigine e di smarrimento.

Vuoi avermi con te, ma quell’io che ti piace non desidera stare con te. Devo essere solo e sapere che sono solo per poter veder e sentire pienamente la natura. 
CASPAR DAVID FRIEDRICH

Esso è evidentemente una figura di passaggio, colta nell’attimo in cui si è temporaneamente fermata e, fermandosi, misura la propria condizione di estraneità al paesaggio nella sola possibilità di contemplazione, nella propria impotenza a divenire una cosa con esso. Raffigurato di spalle – come moltissime figure di Friedrich – il solitario déraciné trasmette, oltre al mistero del proprio sguardo negato, la vulnerabilità di chi è visto a sua insaputa. Il viandante guarda in avanti, pur escluso dallo spazio sconfinato cui non appartiene, in un cupo desiderio di qualcosa che non accade: per altro il tempo del viandante è un tempo sospeso, immobile, raggelato nell’“hic et nunc” d’un eterno presente, che pur suggerisce l’inarrestabilità della dissoluzione, cioè la morte. Ma la sua anima non si appaga né si placa in una compiaciuta contemplazione della natura.

Il personaggio non ci narra una storia o una vicenda ma, attraverso la propria agghiacciata solitudine e il confine che impietosamente la racchiude, esprime con asciutto dolore l’impossibilità della mente di comprendere (in senso etimologico) l’infinito e la coscienza dell’inafferrabilità del mondo nella sua essenza, tragicamente percorsa da un disperato anelito ad un’osmosi con l’assoluto e la totalità.

Non c’è quiete né casa nel destino di Holden Caulfield, protagonista di The Catcher in the rye (Il giovane Holden) di J. D. Salinger, e di Dean Moriarty, personaggio di On the road (Sulla strada) di J. Kerouac; soggetti la cui condizione si definisce con il loro vagare incessante, sono tra i più famosi prototipi di erranti della letteratura americana.

Ciò che li muove sembra essere una sorta di esigenza esterna alla propria volontà e alla propria consapevolezza, nonostante il rifiuto dei valori della società a loro contemporanea, la profonda frattura con l’America borghese e benpensante e l’innocenza, la superiorità morale, l’esaltazione dell’individuo che non si uniforma ai preconcetti di una società sempre più corrotta e decadente.

Essi vagano senza trovare la loro patria, quasi dovessero scontare una colpa commessa dall’America nei confronti di se stessa e che consiste nel tradimento di quelle promesse e di quella fede nell’uomo e nelle sue possibilità che avevano fatto sognare scrittori come Ralph W. Emerson e Walt Whitman.

Per i personaggi di Salinger e Kerouac spostarsi continuamente significa, oltre il rifiuto d’ogni forma di tirannia e di prevaricazione, entrare in contatto con elementi essenziali della vita. La loro crescita avviene al di fuori, o più precisamente in polemica con la società: dal linguaggio che utilizzano – estraneo al consorzio perbenista, fasullo e convenzionale – al più volte dichiarato rispetto della verità, al punto di non omettere nulla nel racconto, dai lati più seducenti ai più miserevoli e sordidi, tutto denuncia il tentativo di muoversi al di fuori dei canoni narrativi tradizionali.

Queste narrazioni, quasi diari di viaggio in cui si scruta nel proprio animo alla ricerca della propria identità – una sorta di percorso iniziatico sostanzialmente individuale – sono l’espressione di un disperato desiderio di totalità e di appagamento.

Solo affidando alla scrittura le ragioni profonde del proprio errare spirituale e metafisico i personaggi di Salinger e Kerouac diventano i simboli del tormento interiore, dell’alienazione e dell’inquietudine esistenziale di chi si sente destinato alla precarietà, senza poter trovare qualcosa cui aggrapparsi, senza pace né patria, senza una figura cui affidare i propri turbamenti e i propri dubbi.

La sorte umana è il distacco da ogni luogo e casa ove sostammo.
ERNST JUNGER

Il viandante è, in ogni sua sembianza, il custode dell’utopia, è un soggetto mitico che non utilizza le proprie potenzialità a fini costruttivi: Per questo incarna lo spirito di ribellione, la libertà dell’individuo, la sua dignità elementare e la trasgressione antiproduttivistica.

Ciò avviene in un continuo movimento, che vuol dire anche impossibilità di fermarsi, e soprattutto, rifiuto di raccogliere i frutti. C’è qualcosa per cui la drammatica leggerezza del viandante, la sua fuga dal mondo, la sua vulnerabilità e la sua protervia hanno un che di sacrificale: ciò sta nella sua mancanza. Egli si muove eternamente per cercare qualcosa che non troverà e che forse in fondo non gli preme trovare. In ogni modo, nel momento in cui trovasse ciò che cerca, abbandonerebbe la sua condizione di errante.

Il suo fascino consiste nell’impulso spirituale che lo porta sempre oltre, sempre altrove, ma l’eterno vagare, in qualche misura, corrisponde ad una sostanziale immobilità, ad un andare sempre verso lo stesso luogo o verso nessun luogo, che è il luogo dell’esilio. Così se il viandante addita ciò che potrebbe essere, in contraddizione con ciò che invece è, in realtà non assume mai una forma stabile e compiuta, abbozza ma non conclude, considerando anzi le forme irrigidite e compiute come un irrevocabile indizio di morte.

Il viandante è “l’uomo senza religio”, ossia si nega ai legami familiari e sociali, non possiede casa né patria e, sempre errando, si sottrae ad ogni inalterabile codice morale. Prototipo della protesta romantica contro la pianificazione borghese del mondo, che confina il soggetto nella misura della sua funzione sociale, egli vuole solo vivere, respingendo ogni limite alle potenzialità della vita, per quanto ipotetiche, e rifugge da ruoli, legami, impegni predefiniti che ne imprigionano l’esistenza.

Nell’anima del viandante s’agita una profonda inquietudine, mascherata da uno struggente sogno d’armonia: egli è il figliol prodigo che si nega al perdono paterno, è Caino che si fregia del marchio d’inavvicinabilità impresso sulla fronte, è il nomade guerriero che mitizza l’ethos maschile della lotta e della fraternità d’armi in spregio alla tentazione del sesso e della pietà incarnati dalla donna, è l’antitesi della risolta e responsabile certezza dell’Ulisse omerico. Appartiene ad un’odissea senza Itaca, ben più moderno del viandante dell’Enrico di Ofterdingen di Novalis, in cui il viaggio prevede il ritorno come momento finale dopo che tutte le esperienze, i dolori affrontati e vinti nel cammino sono integrati ed elaborati dalla sua individualità, in cui tutto si ricompone e si riconcilia nell’armonia di un’identità ritrovata.

Oggi questa totalità umana e poetica ci ferisce di nostalgia, ma non ci compete né ci appartiene: da Musil in avanti – in cui l’uomo è un insieme di qualità senza un centro che le unifichi – il viandante procede in un’odissea senza fine né ritorno, ben lontana dal rassicurante movimento circolare che preserva ed itera l’ordine immutabile delle cose, come nell’Ulisse di Joyce, nelle cui pagine questa legge garantisce senso e assetto nella salvaguardia del soggetto individuale.

Il viandante moderno – come un Don Chisciotte errante in un mondo abbandonato dai significati e dai valori, come un Achab maledetto ed escluso dalla Natura che rimpiange – non ritorna a casa confortato nella sua identità, ma si dispende straniero a se stesso, senza più libertà di riconoscersi, in una realtà spezzata e precaria dove solo la nostalgia (nel senso etimologico del doloroso desiderio di tornare), similmente ad una lingua segreta, può conferire la piena comprensione del sentimento di un’odissea senza ritorno, di un esilio dell’anima tra sforzi d’identità e sofferenze senza riscatto.

 

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Il rumore del maglio

di Giuseppe Schepis da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Prima metà degli anni quaranta. Una notte di tarda primavera, un campo ai margini di un paesino del sud. Un bambino, l’acqua fino alle ginocchia, i piedi nella mota di un piccolo canale, aziona la paratia di una chiusa. Ha sonno, e brividi di freddo gli percorrono il corpo. Pensa che tra qualche ora potrà asciugarsi, correndo per i sei chilometri che lo separano dalla scuola. La scuola è il luogo che ama più di ogni altro; lì, almeno per un po’, dimentica i campi, il lavoro, la severità della famiglia, e apprende cose che lo affascinano. Il bambino è molto sveglio, ma gracile nel fisico, piuttosto piccolo di statura, forse per caratteristica ereditaria, forse per la cattiva alimentazione. Durante le notti passate ad irrigare attende trepidante il sole, che venga a liberarlo dall’umidità e dal sonno. Ma nel frattempo contrae la malaria che lo accompagnerà coi suoi postumi per tutta la vita.

Dieci anni più tardi, una sera d’inverno, nell’estremo lembo della Calabria. Un ragazzo lavora alla macchina per la spremitura, in un oleificio. Deve raccogliere il prodotto dopo il primo passaggio e ripetere l’operazione una seconda volta. Le olive già macinate formano una poltiglia densa e fredda. Il ragazzo ha le mani gelate, è stanco per i turni di lavoro massacranti, fino a diciotto ore giornaliere. La paga è misera, ma è assolutamente necessaria. Il padrone fornisce anche pranzo e cena. Il menù è costante: un’aringa salata e mezza pagnotta, appena sufficienti a calmare lo stomaco. Tutto questo dura, anno dopo anno, dall’autunno alla primavera; ed è già una fortuna un lavoro del genere, altri non hanno nemmeno questo. Ma il ragazzo preferisce un’altra occupazione, nella quale diventa sempre più abile: la potatura degli alberi d’ulivo. In questo lavoro la sua struttura fisica diventa un vantaggio, ed egli passa di ramo in ramo con facilità e leggerezza. Assapora, lassù, un po’ di quella libertà che gli è sempre stata negata. Ama il sole e il clima mite della stagione della potatura: vivrebbe – potendo – sempre così, sugli alberi, lontano dalla terra, libero.

Inizio anni sessanta. Una notte di fine ottobre. Un giovane cerca di prendere sonno nella sala d’aspetto della stazione di Aosta. È arrivato qui nel primo pomeriggio dello stesso giorno. Ha viaggiato per quaranta ore, con la speranza di un lavoro migliore, meno inumano di quelli cui è stato costretto fino ad ora. Ha saputo da conoscenti che qui, ad Aosta, c’era possibilità di trovare ciò che cercava, ed è partito senza indugi col solo peso di pochi indumenti stipati in una valigia. Ma ora il peso è come moltiplicato: quel lavoro qui non esiste, ed egli è solo, nella sala d’aspetto. Riesce a sentire soltanto il battito accelerato del proprio cuore. Attende un altro treno, per un’altra grande città del nord dove vivono alcuni parenti. È l’ultima speranza che gli rimane, e ci rimugina sopra mentre, insonne, fa dondolare le gambe stanche e fissa le cuciture della scarpa sinistra, sul punto di cedere.

Ottobre 1966, una fabbrica metalmeccanica nel triangolo industriale. Un operaio lavora ad una pressa per lo stampaggio di elementi per termosifoni. Ogni quindici secondi si ripete l’infernale rumore del maglio, ma al reparto presse le macchine sono più d’una, e i loro colpi si succedono con una frequenza elevatissima. L’operaio deve fornire lamiere alla macchina e vigilare che questa non dia alcun colpo a vuoto. Continua così per dieci ore al giorno. Quel mattino all’operaio si è slacciata una scarpa, ed egli si è soffermato a riallacciarla proprio mentre passa il padrone. Questi lo investe subito con una raffica di parole che lo colpiscono come sferzate in pieno viso.

– Beh, cos’è che fai lì, eh? Qui bisogna lavorare, non si può mica fare gli scansafatiche come fai te! Tirati su e torna alla macchina, che la prossima volta che ti trovo a fare niente ti spedisco via. Sai quanti ce ne sono fuori dai cancelli che vogliono il tuo posto? magari lavorano anche meglio di te! Dai! Dai! Lo dico sempre io, a voi bisogna sempre tenervi d’occhio, se no uno si trova a ramengo in un attimo. Che razza di lavativi! Il pugno di ferro ci vuole con voi, il pugno di ferro. –

Umiliazione e rabbia. Non riesce a provare altro. Stringe i pugni senza potere dire nulla, bloccato dall’emozione e dalla paura di perdere il posto; gli occhi bassi, sulle scarpe del padrone, nelle orecchie il rumore del maglio ripetitivo, assordante, ossessivo. Pensa al suo bambino di pochi anni e si ripete che non dovrà subire le stesse cose, che dovrà avere una vita migliore.

Primi anni ottanta. Sono gli ultimi giorni che precedono le ferie d’agosto. Un saldatore lavora alla realizzazione di una carrozza ferroviaria. La maschera lo fa sudare mentre brucia alla luce irreale dell’arco un grosso elettrodo. Il lavoro è ripetitivo e non richiede alcuna concentrazione. La mente rimane libera, ma è occupata a pensare a quanto ha sentito dire il giorno prima. C’è crisi, quindi c’è un esubero di personale: quelli come lui, sui cinquanta, rischiano. Se lo licenziassero, dove troverebbe un altro lavoro, alla sua età? Alle sei esce dalla fabbrica e sull’autobus che lo riporta a casa non riesce a pensare ad altro: in famiglia è il solo a lavorare. La notte prima non è riuscito a dormire neanche un’ora, questa notte chissà.

Ottobre 1990. In una fredda mattinata autunnale un giovane appena laureato attraversa a piedi la città in cui è nato ed ha sempre vissuto. Si reca all’ennesimo colloquio, nella speranza di un’assunzione. L’aria gelida gli penetra nelle narici, ma il pensiero si scalda all’idea delle possibilità che un lavoro gli schiuderebbe. Entra negli uffici dell’azienda che lo ha convocato e viene ricevuto direttamente dall’amministratore unico. È l’uomo alle dipendenze del quale potrebbe domani lavorare. Sui quaranta, piuttosto basso di statura, ha un’ampia fronte e occhi furbi ma sfuggenti. L’atmosfera dell’ufficio è ovattata, tutto appare lucido ed asettico, dalla porta filtra soltanto un sottile ronzio di computer e ogni tanto il trillo dei fax.

Il giovane comincia a percepire uno strano rumore, che non proviene dall’esterno, ma nasce dentro la sua testa: un rumore lontano, indistinto. L’amministratore inizia a parlare sfoderando un tono professionale ammorbidito da una condiscendente cordialità. – Vede, noi cerchiamo una figura professionale in grado di affrontare sia problemi tecnici che moduli di gestione delle risorse umane. Oggi, come lei saprà, il concetto di “qualità totale” presuppone – anche per le medie aziende come la nostra – il controllo completo del processo produttivo e degli operatori ad esso legati. Il massimo rendimento di questi ultimi è la condizione senza la quale la competitività dell’azienda entra il crisi. In sostanza, lei dovrebbe lavorare alla diminuzione dei tempi di ogni singola lavorazione e all’ottimizzazione del rendimento di ogni singolo operatore. Ma il giovane sente, mentre l’altro parla, crescere il rumore nella sua testa ed inizia ad esserne seriamente infastidito: ma non riesce ancora a distinguere di che rumore si tratti. L’amministratore continua.

– Il segreto sta nell’attuare un processo produttivo che non consenta ai singoli individui in esso coinvolti alcuna distrazione, in modo da sfruttare al massimo le ore di lavoro retribuite. Vede quella foto? È mio padre, il fondatore della ditta. Lui non aveva studiato economia, anzi, non aveva studiato per niente: ma aveva capito, sia pure in maniera un po’ rozza, come si deve guidare un’impresa. Per il bene di tutti, si capisce, dal dirigente fino all’apprendista. “Il pugno di ferro, ci vuole!” Diceva sempre così; è un’espressione piuttosto colorita e superata – nella sua durezza … –

Ora il giovane percepisce chiaro e insopportabile il suono che rimbomba nella sua testa: è il rumore del maglio di una pressa, ripetitivo, assordante, ossessivo.

– Ma, in confidenza, rende piuttosto bene quello che … –

Il giovane impallidisce. L’istante dopo, improvviso come di notte una vampa dalla bocca di un cannone, il suo braccio destro scatta e l’uomo crolla per terra. Fosse per una precisa intenzione, o semplicemente per la superiore statura del giovane, il pugno colpisce in pieno la fronte, così ben formata e intelligente, si che il corpo stramazza lungo e disteso, come una greve tavola che venga fatta cadere da una posizione verticale. Un rantolo, due, e poi giace immoto. (HERMAN MELVILLE)

 

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