Nessun luogo è perfetto

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

E torniamo a parlare di utopia. O meglio, continuiamo. Chi già conosce la rivista sa infatti che, in una salsa o nell’altra, è questo il comune denominatore sotteso a tutti gli interventi. E sa anche che, attribuendo all’utopia la natura impalpa bile del sogno (cfr. SOTTOTIRO n. 4, L’altra metà della storia), la si vuole sottrarre ad ogni imbalsamazione teorica, aprendole invece, paradossalmente, gli spazi concreti del vissuto. In altre parole, l’assunto è che non valga la pena insistere su una “definizione” dei caratteri o su una tassonomia dei progetti utopici, perché si approderebbe comunque ad una contraddizione in termini (non si può “definire” ciò che per antonomasia non ha confini, né naturali né storici); e che, al contrario, abbia invece un senso cogliere di questi ultimi i portati e le risultanze storiche. Non la chimica o la meccanica del sogno, dunque, ma la sua ricaduta sulla vita del sognatore, e di chi gli sta attorno.

Ci sembra tuttavia che almeno un aspetto inerente le forme della progettualità utopica vada ulteriormente chiarito. Su queste pagine si è fatto e si farà spesso ricorso all’identificazione tra utopia e sogno. Va precisato una volta per tutte, per quanto banale possa apparire, che ci si riferisce al sogno ad occhi aperti, ad un sogno “vigile”, rispetto al quale possa essere imputata al sognatore un’assunzione di responsabilità, quella serietà che Lenin chiedeva nella citazione con la quale si apriva il numero precedente. Il sogno utopico è quindi esattamente l’opposto del delirio onirico. E mentre sappiamo quanto inutile sia (per chi ascolta come per chi parla) tentare di costringere il caotico magma irrazionale del sogno nelle coordinate logiche del linguaggio (qualsiasi linguaggio), possiamo al contrario constatare come la formulazione utopica tenda ad esprimersi proprio nelle forme più ordinate, logiche, consequenziali, e come anzi questo ordine venga sottolineato proprio in alternativa alla caoticità e all’illogicità dell’esistente. Quindi ogni utopia, anche la più trasgressiva e destabilizzante, non è in fondo che la ribellione contro l’assurdità e il degrado di un ordine politico, sociale, economico, culturale che appare alle corde, nel nome di un ordine o comunque di un sistema ordinatore alternativo. (Col che, abbiamo fatto rientrare dalla finestra ciò che si voleva buttare fuori dall’uscio).

Torniamo all’assunto di partenza, che è in definitiva questo. Sulle pagine della rivista compariranno di volta in volta, in ordine sparso, senza pretese di esaustività o di originalità interpretativa, richiami, riletture, riscoperte, confronti con le più disparate formulazioni letterarie, politiche, artistiche, produttive ecc… attraverso le quali l’utopia si è espressa. Il (o un) filo conduttore lo troverà il lettore, se gli parrà il caso: ma per chi voglia farne a meno potrebbe bastare il piacere di certe consonanze, la gratificazione di veder condivisi amori o simpatie che si temevano esclusivi.

La proposta di questo numero risponde anche ad una esigenza di “leggerezza”, di preventiva ironica dissacrazione nei confronti di un tema che se trattato troppo seriosamente rischia di diventare (speriamo non sia già diventato) palloso. Ma è meno gratuita di quanto si potrebbe credere. Essa riguarda infatti uno degli aspetti della rigenerazione utopica sui quali la fantasia dei sognatori di “mondi nuovi” si è costantemente sbizzarrita: quello della regolamentazione (o deregolamentazione) sessuale.

Anche prima di Freud, e prima che Reich, Marcuse e Norman Brown ponessero in relazione diretta la disposizione repressiva nei confronti del sesso con l’autoritarismo e l’iniquità dell’organizzazione sociale, il sospetto che una società nuova non potesse darsi senza una revisione dei modelli di comportamento sessuale aveva già attraversato la mente dei maggiori teorici dell’utopia. Da Platone a Campanella, da Rabelais a William Morris, da Cyrano a De Sade (certo, anche lui!) è tutto un succedersi di ipotesi combinatorie le più peregrine e le più fantasiose. E tuttavia alla sessualità non viene quasi mai riconosciuto un ruolo primario, di cardine del sistema sociale: in genere l’evoluzione dei costumi sessuali è posta in subordine al riordinamento politico e sociale, non è motrice del cambiamento, ma conseguenza. Per gli utopisti classici il sesso può essere liberato, ma non è liberatore. E nemmeno è scontato che il nuovo ordine sessuale predicato comporti una effettiva emancipazione: qualche volta la regolamentazione risulta decisamente costrittiva, e quasi sempre mantiene immutata l’attitudine penalizzante nei confronti della componente femminile. Spesso finisce per assumere la sessualità in una connotazione biologistica, per non dire animalesca e addirittura meccanicistica (come nel caso della copulazione a catena, nel De Sade de Le centoventi giornate di Sodoma).

Insomma, laddove il problema venga posto emergono tutte le contraddizioni e le aporie dei progetti di rigenerazione sociale, la difficoltà di ricondurre nell’ordine del sogno il disordine proprio degli umani sentimenti. Viene a galla, cioè, come l’utopia non possa darsi se non come progetto ideale, sentito come tale e tale destinato a rimanere. Forse un’utopia veramente liberatoria, in questo ambito, non è nemmeno concepibile, non ha senso o ne ha solo se intesa in negativo, come assenza di qualsiasi progetto. Forse l’unico modo di pensare una sessualità liberata è quello paradossale e scanzonato, eccessivo e irriverente, di cui offrono un magistrale saggio le pagine che seguono.

 

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Un’utopia copulatoria

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Luciano Bianciardi è uno dei tre o quattro autori italiani del dopoguerra che vale la pena conoscere. Ha scritto La vita agra nel bel mezzo del “miracolo” economico, anticipando e liquidando con una risata tutte le mode contestatarie e liberatorie che sarebbero esplose nei due decenni successivi. È morto di cirrosi epatica non ancora cinquantenne, praticamente suicida, nel tentativo di annegare nell’alcool una consapevolezza troppo lucida e disperata. Naturalmente non compare in alcuna antologia scolastica, né nelle più “qualificate” storie letterarie.

… Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone, questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta, ma il continuo stimolo del simbolo sessuale che induca a muoversi all’infinito.
Un simbolo sempre ritrovato, nelle apparenze, e che la gente accetta senza discutere: altrimenti come spieghereste le fortune delle diete dimagranti, del modello steccoluto e asessuato, il quale riassume ed eleva a modulo la donna arrivista, carrierista, stirata, tacchettante, petulante e negata quindi al coito verace? E infatti essa già mira alla fecondazione artificiale e magari alla gravidanza in vitro, ove vaghezza la punga di maternità, e insieme mira a ridurre il maschio un pecchione inutile.
Da tutto questo, mi pare, vien fuori la noia, l’incapacità, come dicono, di possedere gli oggetti, di entrare in rapporto con i bicchieri, i tram e le donne. Ma io so che la noia finirebbe nell’attimo in cui si ristabilisse la natura veridica del coito. Lo so, finirebbe anche la civiltà moderna, perché il coito veridico non è spinta ad alcunché, si esaurisce in se medesimo e, in ipotesi estrema, esaurisce chi lo compie.
Provate questa sorta di predicazione (evitando tuttavia di chiamarla educazione sessuale, altrimenti addio i miei limoni e buona notte al secchio) e avrete ogni anno un certo numero di coppie estinte per consunzione da eccesso di coito. Lo so bene. Ma i casi mortali sarebbero pur sempre meno d’un decimo di quelli oggi provocati dai doppi sorpassi in terza corsia, o dallo smog, o dalle malattie cardiocircolatorie.
E non sarebbe forse una bella morte? Gli amanti così periti avrebbero onori distinti, e sulle loro tombe, erette nei parchi cittadini e nei campi di gioco dei bimbi, altri amanti andrebbero a giurarsi fedeltà eterna.
E poi ogni anno, al volgere della primavera, ciascun villaggio sceglierebbe il suo bel prato, e lì s’infrattarebbero, da stelle a stelle, due trecento coppie copulanti, sullo sfondo del cielo terso, durando lo strillare delle cicale, ma senza ventilazione di ninfe biancovelate, con accompagnamento dei cori che vanno eterni dalla terra al cielo, e in un angolo, gialla, ferma, inattiva, una macchina trebbiatrice della premiata ditta Cosimimi di Grosseto.
Lo so, finirebbe la civiltà moderna, cesserebbe ogni incentivo alla produzione dei beni di consumo, essendo dono gratuito di natura l’unico bene riconosciuto e durevole; cesserebbe anche l’insorgere di bisogni artificiali, nessuno vorrebbe più comprarsi l’auto, la pelliccia, le sigarette, i libri, i liquori, le droghe, e nemmeno giocare a biliardo, vedere la partita di calcio, discutere sul Gattopardo.
Unico grande bisogno sarebbe quello di accoppiarsi, di scoprire le centosettantacinque possibilità di incastro realizzabili fra l’uomo e la donna, ed inventarne ancora. Unirsi in piedi, seduti, supini, bocconi, inginocchiati, accoccolati, a caposotto. Eseguire la penetrazione vaginale, rettale, orale, scritta, telegrafata, intramammillare, subascellare, praticare l’irrumazione, la fellazione, la podicazione, il cunnilingo e il symplegma trium copulatorum.
Unirsi sui letti, dentro gli armadi, alla finestra guardando chi passa, nei prati di periferia e nella pineta di Tirrenia, sopra un moscone al largo della costa adriatica, abbandonati al ritmo delle onde e delle correnti, anche a rischio di toccare l’orgasmo già in acque territoriali jugoslave; negli scompartimenti di seconda sulla linea di Sarzana, al cinema dietro le tende delle uscite di sicurezza, per le scale di casa (coi piedi su due gradini diversi, ove trattisi di donne zoppe, neanche esse escluse dai festeggiamenti), dentro le cabine degli ascensori, nei capanni della spiaggia di Rimini, in acque salse poco oltre la battigia e frammezzo i bagnanti, sul piedistallo delle statue di Pomona, nei palchetti della scala recubando sulla pelliccia pagata dal Bubù; nei vomitoria dell’Arena di Verona, fra le rovine della cittadella di Pisa, e finalmente sulla poltrona padronale del padrone Timber Jak, lasciandovi a dispetto e a prova i segni d’una eiaculazione ritardatissima.
Poche persone, ripeto, hanno sinora inteso queste cose: Abelardo, ripeto, il Molinari Enrico di New York, la mezz’ala Cherubillo e io.
Non D.H. Lawrence, che stravide tutto tirando a indovinare, non Ovidio, che ci diede soltanto una galleria di positure da bordello, non il povero Fausto Coppi, troppo tafanato com’era dalla sfortuna e dal bisogno di dané.
No davvero: questo programma massimo, eversore della moderna civiltà, esige purezza di cuore e assoluta dedizione, rinuncia ai beni mondani e castità di sentire, una specie di voto per un vivere solitario a due (massimo a tre) lungi dalle tentazioni terrene.
Chi faccia tale scelta, giacché egli mina alle basi il neocapitalismo e il socialismo insieme, si prepari a vedersi contro tutta quanta la società: fittacamere, portinaie, camerieri di albergo, segretarie di redazione, colleghi di ufficio, vigili urbani, questurini, preti, sociologi, radicali, comunisti, levatrici, banche, fornitori, enti nazionali, tutti li avrà contro.
LUCIANO BIANCIARDI, La Vita Agra

 

 

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Battere il colpo

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Il primo numero della nuova serie di SOTTOTIRO (il numero quattro) ha ormai fatto la sua strada. Le centocinquanta copie stampate sono state distribuite brevi manu, con un criterio se vogliamo “selettivo”, che non sarà il massimo per quanto attiene alla “democraticità”, ma ci assicura che almeno in parte siano state lette. Era questo l’obiettivo che ci si poneva e i riscontri ottenuti ci fanno credere di averlo centrato.

La nuova serie nasce dalla collaborazione di due gruppi che hanno annullato la distanza nello spazio con la prossimità negli ideali: il Circolo Reds di Vecchiano, ideatore della testata e redattore della prima serie, e i Viandanti delle Nebbie di Ovada. A dimostrazione che i problemi, i bisogni, i sogni sono gli stessi ovunque, e che le risposte, al netto dalle diversità delle istanze e delle urgenze locali, coincidono. In questo numero la collaborazione e la fusione diventano ancora più strette. Ma non intendiamo fermarci qui. Vogliamo provare a dar voce ad una sotterranea identità di sentire che riteniamo diffusa, anche se minoritaria, e che non soltanto non trova spazio nel supermarket dell’imbonimento informativo, ma nemmeno lo cerca. Crediamo cioè che esistano migliaia di altre coscienze cui ripugna esporsi sui chilometrici scaffali della coazione e dell’uniformazione al consumo, confondersi con mille offerte speciali, tutte confezionate alla stessa maniera, sterilizzate, plastificate, valide per un giorno e destinate in quello successivo all’immondezzaio dell’effimero.

Le pagine della rivista sono dunque aperte: aperte ai singoli o ai gruppi che si riconoscono nella testarda riproposizione di idealità forti, nel rifiuto di omologarsi ai parametri dell’imbecillità patinata e televisiva, nell’opporre una resistenza estrema al martellamento dei surrogati di sogno che sta facendo terra bruciata degli anni e degli intelletti. Ragazzi, se ci siete battete un colpo!

[…] Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non scaglierà più la freccia anelante al di là dell’uomo, e la corda del suo arco avrà disimparato a vibrare! Io vi dico: bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante. Io vi dico: voi avete ancora del caos dentro di voi. Guai! Si avvicinano i tempi in cui l’uomo non partorirà più stella alcuna. Guai! Si avvicinano i tempi dell’uomo più spregevole, quello che non sa disprezzare se stesso.
Ecco! Io vi mostro l’ultimo uomo.
F. NIETZSCHE

 

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Percorsi bibliografici n. 5

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Le indicazioni bibliografiche che seguono, lungi da ogni pretesa di esaustività, sono solo suggerimenti per chi avesse la tentazione di assecondare curiosità, perplessità e spunti, soprattutto accostando l’“alterità” del passato e la “modernità” del presente, che la lettura di queste pagine ha suscitato.

SENTIERI DELL’UTOPIA
Adriani, M. – L’utopia – Studium 1962
AA.VV. – Forme dell’utopia – La Pietra 1979
Hill, C. – Il mondo alle rovescia – Einaudi 1981
Brown, N. – La vita contro la morte – Il Saggiatore 1968
Bianciardi, L. – La vita agra – Rizzoli 1962
Bianciardi, L. – L’integrazione – Bompiani 1960
Bianciardi, L. – Il lavoro culturale – Feltrinelli 1957
London, J. – Il tallone di ferro – Corno 1966
Melville, H. – Billy Budd – Rizzoli 1965
Von Eichendorff, J. – Storia di un fannullone – Einaudi 1944
Walser, R. – La passeggiata – Adelphi 1966
Roth, J. – Ebrei erranti – Adelphi 1985
Chatwin, B. – Anatomia dell’irrequietezza – Adelphi 1996
Pegoraro, S. – Nel solitario cerchio – Pendragon 1994
Salinger, J.D. – Il giovane Holden – Einaudi 1961
Kerouac, J. – Sulla strada – Mondadori 1959
Magris, C. – Itaca e oltre – Garzanti 1982
Benjamin, W. – Parigi capitale del XIX secolo – Einaudi 1986
Boitani, P. – L’ombra di Ulisse – Il Mulino 1992
Novalis – Enrico di Hofterdingen – Mondadori 1955
Amsun, K. – Misteri – Rizzoli 1979
Shelley, P.B. – Poesie – Rizzoli 1989
Ivanov, V. – Asvero – Sellerio 1992

SENTIERI DELLA POESIA
Serrao, A. – Mal’aria – All’antico Mercato Saraceno 1990
Serrao, A. – A’canniatura – Editori Associati 1993
Serrao, A. – Semmènta vèrde – Edizioni dell’Oleandro 1996
London, J. – Martin Eden – Bietti 1964
Kerouac, J. – I sotterranei – Feltrinelli 1958
Polillo, A. – Jazz – Mondadori 1975

SENTIERI DELLA FANTASIA
Storr, A. – Solitudine – CDE 1990
Herrigel, E – Lo zen e il tiro con l’arco – Adelphi 1975
Sfogliarini, E. – Il tiro con l’arco – De Vecchi Editori 1994
Galeano, E. – Las Palabras Andantes – Mondadori 1996

 

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Elogio della solitudine

di Fabio Marchelli, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Perché scrivere di un non-valore? La solitudine è stata per lo più considerata una condizione da cui fuggire, a qualsiasi costo; evoca, infatti, immagini di tristezza, di vecchiaia, di emarginazione, di morte.

Succede che io sono diventato uomo quando ho imparato ad essere solo; altri quando hanno sentito il bisogno di accompagnarsi.     CESARE PAVESE

Rivendicando invece il diritto alla solitudine, in un’epoca di cultura teleinvasiva, nella quale la superficialità batte la grancassa e i cretini prevalgono, si vuole recuperare quest’ultima come valore, anche se spesso essa presenta degli inconvenienti. Ci mette infatti davanti a noi stessi senza filtri, e a volte l’immagine riflessa non è quella che avremmo voluto vedere. Ciò nonostante l’esercizio dello star soli affina certi meccanismi cognitivi che permettono una più puntuale osservazione del proprio Io, e quindi risulta particolarmente efficace per capire chi veramente siamo.

Ciò non può avvenire, invece, in un rapporto a due, nel quale si è costretti a recitare un gioco delle parti che viene via via rappresentato nella perenne commedia del mondo.

La solitudine deve diventare però una scelta libera e consapevole, non soltanto sul piano psicologico, ma anche su quello temporale, perché solo così non rischia di ridursi ad una sorta di solipsismo intellettuale, ad un ripiegamento fine a se stesso, non costruttivo. L’ideale della solitudine è invece l’ideale della vis, della fiducia nelle proprie capacità, del distacco dall’umano consorzio. È quello perseguito dal viandante (per antonomasia, colui che viaggia non per conoscere ma per conoscersi), legato all’idea di solitudine errabonda, che assimila e si appropria delle esperienze altrui nel breve spazio temporale di una sosta, lasciando in cambio una traccia, un ricordo; o dell’eremita, che si ritira dal mondo secolare non in una cella claustrale, soggetta ai riti abitudinari della regola, ma cerca, in simbiosi con la natura, il proprio dio; o ancora del bibliofilo, che sogna il silenzio della Biblioteca (con la B maiuscola) per potersi immergere, in perfetta solitudine, in quella ricerca spasmodica e minuziosa di libri e documenti sconosciuti che ha elevato a proprio modus vivendi.

Insomma, il solitario che sceglie di essere tale è colui che ricerca, che sperimenta su se stesso il senso della libertà, intesa come assenza di ogni costrizione o impedimento, anche e soprattutto sul piano sentimentale. Come scriveva Pessoa, o meglio uno dei suoi eteronimi, Ricando Reis: “Nessuno ama un altro, ama soltanto \ ciò che di sé c’è in lui, o che suppone”. Che cosa ama (o suppone) Reis? Ama il fanciullo che egli è, che lo costringe a tracciare percorsi, ad immaginare itinerari sempre nuovi, a segnare una fittissima rete topografica della “Baixa”, per avere un’eventuale via d’uscita, nel caso la vita, o nello specifico la propria amata, lo costringessero ad assumersi quelle responsabilità che lui aborrisce.

Dal mio quarto piano sull’infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che da sull’inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l’accordo di un ritmo, di una distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili”. FERNANDO. PESSOA

 

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Mu-u-usic pla-a-a-a-a-a-ay!

di Feronan – Petregi – Kerouac, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996

Finalmente, dopo un’attesa spasmodica, i cancelli si aprono. Controllati come in un serraglio, filtriamo a due a due oltre le transenne. Ci accoglie una selva di bancarelle, la bottega della freakmanìa. Mi faccio strada a fatica fino all’area concerto, puntando verso il palco. Con quei tralicci giganteschi che lo sosvastano assomiglia ad un relitto postindustriale. Sono in tanti, già buttati sull’erba, molti hanno cominciato ad arrotolare. Mi buttò giù anch’io, non si sa mai. Si sta bene distesi sul prato, la serata è tiepida, il cielo stellato. Un posto adatto per sognare. Una nota infinita si libera dal palco, forse è il segnale di inizio. Miscelati blandamente si diffondono nell’aria suoni e voci mediterranei. Poi, all’improvviso, la musica deflagra, sparata in decibel impossibili, per arenarsi subito dopo in un ritmo ripetitivo, privo di energia. È una musica senz’anima, non è la mia musica.

Saltammo fuori nella notte calda, selvaggia, sentendo un indiavolato sax tenore che faceva ululare il suo strumento dall’altra parte della strada in questo modo: “ii-iah! ii-iah! ii-iah!” mentre delle mani battevano a tempo e la gente urlava: “dai, dai, dai!”.

Penso immediatamente al leggendario Howling’ Woolf, all’anagrafe Chester Burnet, classe 1910. Il suo itinerare dal delta del Mississipi a Chicago è in sé l’essenza storica della musica: una fuga lungo una strada costellata di note e di sensazioni. Per me ascoltare musica è questo: un meccanismo che una volta innescato porta sempre a nuove mete sonore ed è destinato all’incompiutezza. Una specie di trance che, in un turbinio di ritmi, melodie e dissonanze, scaturiti da chissà quale luogo della mente, ci possiede per ore o anche giorni fino a ricondurci alle radici musicali di un popolo.

Il sax tenore col cappello stava suonando sull’onda di un meraviglioso soddisfacente motivo improvvisato, una frase ripetuta che si alzava e ricadeva e andava da “ii-iah!” fino a un più indiavolato “ii-iah! ii-iah! ii-iah!” e imperversava al suono della cascata scrosciante della batteria incrinata, martellata da un grosso nero brutale dal collo taurino cui non importava un corno di niente fuorché di castigare i suoi logori tamburi. “Crak, ta – ta – ta – bum, crak”.

Ricordo quando assistei al primo concerto. Era il 1966, al palazzetto dello sport di Bologna c’erano i Rolling Stones. Per me fu come sopravvivere ad un tornado e trovare il mondo capovolto. Qualcuno lì mi parlò di un certo Sonny Boy Williamson e di quello che faceva con l’armonica a bocca. Non appena tornai a casa cercai qualche sua incisione. Fu così che fui preso dalla passione per il blues, specialmente per quello elettrico, più adatto all’orecchiabilità delle mie prime esperienze. Cominciai a conoscere le vicende umane dei bluesman e allora mi si aprì il significato dei loro testi. Attraverso le viscere della “musica del diavolo” colsi l’anima della musica nera.

Scrosciar di musica col sax tenore che era in istato di grazia e tutti lo sapevano. Dean si stava afferrando la testa fra la folla, ed era una folla di pazzi. Stavano tutti ad incitare il saxofonista, con urli e stralunar d’occhi, perché tenesse duro e continuasse, e lui si sollevava sulle ginocchia e si abbassava col suo strumento, lanciandolo alto in un chiaro grido sopra il furore. Una negra ossuta altissima dondolava le sue ossa contro la bocca del sassofono di lui, ed egli lo spingeva verso di lei: “ii-iah! ii-iah! ii-iah!”

I primi accostamenti al jazz risultarono scontati col l’ascolto del “Blues-jazz” di Jimmy Whiterspoon (voce) e Ben Webster (sax tenore). Andare a vedere che cosa c’era dentro lo scatolone del jazz, fino ad allora per me un oggetto incomprensibile, è stata la chiave di volta di un processo di ridefinizione esistenziale della mia vita. Nell’estetica del jazz, nei suoi stili, così mutevoli nel tempo, ho colto sfumature, pathos, ribellione, che hanno scatenato dentro di me ragioni d’essere mai prima sentite e per questo dure da conciliare con la realtà quotidiana. A questo punto non mi restava che scegliere tra una forma di liberazione misticheggiante e lo scontro. Scelsi lo scontro.

Il sax tenore saltò giù dal palco e stette in piedi tra la folla, suonando in tutte le direzioni; aveva il cappello sugli occhi; qualcuno glielo spinse all’indietro. Lui indietreggiò e batté un piede e soffiò una nota rauca, ululante, e tirò il fiato, e alzò lo strumento e lanciò una nota larga, larga e stridula nell’aria.

I suoni ordinati determinano un oggetto sonoro estetico compiuto, ma istintivamente i nostri sensi scompongono la musica formando altrettante sonorità interpretate e sentite soggettivamente in volo talmente rapido che nessun ingabbiamento risulta possibile. È il sogno struggente di una figura di donna, impalpabile, dai volti molteplici, che cambia al mutare del nostro stato d’animo creato di volta in volta dal sax di turno o da una voce che canta amore e solitudine.

Il sassofonista decise di superare se stesso e si accoccolò giù e tenne un acuto per un tempo lunghissimo mentre tutto il resto crollava all’intorno e le urla si accrescevano e io pensai che i poliziotti sarebbero arrivati a squadre dal più vicino commissariato. Dean era in trance. Gli occhi del sax tenore stavano puntati dritti nei suoi, là c’era un pazzo che non solo capiva ma s’interessava e voleva capire di più e molto di più di quanto non ci fosse, ed essi cominciarono a duellare per questo …

Oggi a seguito del decadimento creativo e innovativo del jazz e del rock, mi ritrovo con la smania di inventare ancora ragioni alle mie fughe sonore. Lontano dalle nostalgie bigotte di chi ritiene la musica delimitata da un perimetro preciso, compio incursioni all’interno della musica totale, sempre con lo stesso fine, liberare la mente e lo spirito dal sonno bianco di cui siamo schiavi. Perché è assurdo pensare che i suoni di fine millennio trovino spazio solo nel passato.

… tutto uscì dallo strumento, non più frasi, solo gridi, gridi: “booh” e giù fino a “biip!” e su in alto “iiiih!” e giù fino a note discordanti e ancora su, suoni di corno echeggianti di fianco. Tentò di tutto su, giù, di lato, sottosopra, orizzontalmente, a trenta gradi, quaranta gradi, e finalmente ricadde fra le braccia di qualcuno e si diede per vinto e tutti gli si accalcarono intorno e gridarono: “si! si! l’ha suonato come un dio!”

Ora che il concerto è finito e m’incammino al buio verso i parcheggi, rivedo il momento del mio arrivo: il popolo del rock era giunto con i suoi jeans tagliati, strappati ad arte, ondeggiante epico verso le biglietterie. Era venuto ed aveva consumato un evento. Ma tutto questo con la musica non ha niente a che fare.

“Sai, amico, quel sax alto l’aveva afferrato quella COSA: una volta che l’ha trovata, non se l’è lasciata scappare; non ne ho mai visto uno che sapesse tenere una nota come lui.” Io volli sapere che cosa volesse dire quella COSA. “Ah, bÈ …” Dean rise. “Adesso mi stai chiedendo l’im-pon-de-ra-bi-le … ehm! Qua c’è un tale e là stanno tutti gli altri, giusto? Tocca a lui esprimere quello che essi hanno in mente. Comincia il primo chorus, poi organizza le sue trovate … la gente dice … sì, sì, ma hai voglia, e poi egli affronta il suo destino e gli tocca suonare in modo da esserne degno. Tutto a un tratto a un certo punto nel bel mezzo del chorus conquista quella COSA. Tutti guardano su e capiscono; ascoltano; lui la prende su, quella cosa, e la porta avanti. Il tempo si ferma. Egli riempie lo spazio vuoto con la sostanza delle nostre vite, confessioni dello sforzo dal profondo del ventre suo, rimembranze di idee, rimpasti di vecchi motivi. Gli tocca attraversare il punto centrale del ritornello e tornare indietro e farlo con un sentimento talmente intenso di esplorazione d’anime per il motivo del momento che tutti capiscono che non è il motivo che conta, ma quella COSA …” A Dean non riuscì di continuare; sudava a parlarne.

 

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A volte ritornano

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Riprende, dopo oltre due anni, la pubblicazione di SOTTOTIRO. Non è un evento del quale parleranno stampa e televisione, nemmeno quelle locali: e questo per gli intenditori è già un marchio D.O.C., la garanzia di una proposta culturale genuinamente alternativa. La rivista torna all’insegna di una continuità e di un rinnovamento: continuità nella direzione dell’impegno, rinnovamento nella veste grafica e nel parco dei collaboratori. Si potrebbe obiettare che questa è la formula utilizzata in genere per coprire i passaggi di mano o le sterzate a centottanta gradi di qualche testata o di qualche programma televisivo: ma nel nostro caso risponde a verità. La rivista è la stessa, il progetto di fondo che la anima rimane invariato, così come gli interlocutori ai quali si rivolge. Abbiamo soltanto cercato di renderla più leggibile “visivamente”, mettendoci al passo coi tempi e utilizzando quel minimo di dotazione e di tecnologia informatica che è concesso anche a noi meschini. Abbiamo inteso la ricerca di uno standard dignitoso nella qualità “tecnica” come una sfida a noi stessi e come un ulteriore messaggio per chi ci leggerà, quello della consapevolezza che mai come oggi è stato possibile costruire, con pochi mezzi, una rete di informazione e di circolazione “controculturale”, e che una cultura alternativa non deve necessariamente essere (ed anzi, non è mai) sgangherata nelle forme o penitenziale nei contenuti.

Quindi, senza la pretesa di porre una pietra miliare in quest’area, che oggi risulta peraltro desertificata, ci siamo assunti l’impegno di proporre idee, riflessioni, percorsi, sogni, magari anche recriminazioni, nella forma più semplice e schietta possibile e in una veste che non penalizzi il lettore di buona volontà. Quali idee, quali percorsi? Non è difficile scoprirlo. Basta passare alle pagine seguenti.

 

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L’occhio del lupo

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

<<… È da un’ora, ormai, che il lupo trotta. Un’ora che gli occhi del ragazzo lo seguono. Il pelo grigio del lupo sfiora la rete. I muscoli guizzano sotto il pelame invernale. Il lupo grigio trotta come se non dovesse fermarsi mai… “Lupo della steppa” sta scritto sulla targhetta di ferro, sulla rete… Un occhio giallo, rotondo, con una pupilla nera proprio al centro. Un occhio che non si chiude mai. È come se il ragazzo stesse fissando una candela accesa nella notte; non vede che quell’occhio: gli alberi, lo zoo, il recinto, tutto è scomparso. Non resta che un’unica cosa: l’occhio del lupo. E l’occhio si fa sempre più grande, sempre più rotondo, come una luna rossa in un cielo vuoto con, nel mezzo, una pupilla sempre più nera, con macchioline di colori diversi che appaiono nel bruno giallastro dell’iride…>>. Nel suo andirivieni il lupo guarda il ragazzo ora con un occhio, ora con l’altro. Il ragazzo non ha paura. Rimane immobile, non abbassa lo sguardo. E scopre quello che finora nessuno aveva mai scoperto nell’occhio del lupo: la pupilla è viva, si scuote, è in movimento. È… un uomo che alza il pugno chiuso gridando. Uno schiavo romano che brandisce il gladio strappato ad un centurione. Un contadino tedesco che colpisce con la forca il suo feudatario. Un cardatore fiorentino che scaccia il padrone dalla sua bottega. Una donna milanese che ruba il pane imboscato da un fornaio. Un sanculotto parigino che taglia la testa ad un nobile imparruccato. E questo? Che cos’è questo? “L’iride” pensa il ragazzo, “l’iride intorno alla pupilla…”. Scorrono veloci le immagini e tutte hanno contorni rossi e accesi. C’è Robespierre che si difende fino all’ultimo nel municipio di Parigi, e poi Babeuf che attacca la Convenzione al grido di “Tutti uguali!”, mentre Filippo Buonarroti sfugge ancora una volta alla polizia (francese? olandese? tedesca? austriaca? piemontese?) e s’incontra con Mazzini in una località segreta. C’è lo sguardo amareggiato di Pisacane davanti ai forconi dei contadini del Cilento, c’è la barba grigia e maleodorante di Bakunin appena fuggito dalla Siberia, che diventa rossa, ricciuta, come se ringiovanisse. C’è Carlo Marx, che con il suo “Manifesto” suscita un fantasma che fa ancora tremare le vene ai signori, e Robert Owen, con le sue città ideali, e poi Proudhon, per il quale la proprietà è un furto. C’è Amilcare Cipriani, con un cappellaccio tirato sugli occhi, che risponde sprezzante ai giudici del regno. C’è Malatesta sui monti del Matese ad organizzare un’impossibile rivolta. C’è un lupo che trotta avanti e indietro, chiuso in un vagone blindato che attraversa l’Europa: Vladimir Ilic piomba a Pietroburgo, la Russia s’infiamma, è la rivoluzione. Ci sono i corpi senza vita di Rosa Luxemburg e di Karl Liebknecht, assassinati dai compagni socialisti. C’è il sorriso pulito di Giacomo Matteotti quando enuncia alla Camera i brogli elettorali. Ci sono i capelli arruffati di Gobetti prima delle bastonate dei fascisti. C’è la gobba travagliata di Gramsci che non riesce a trovar pace neanche dopo morta. C’è il cadavere di Durruti, fasciato nella bandiera rossa e nera, e il popolo anarchico che rimane muto, per una notte intera, sotto l’acqua a dirotto, a presidiare il cimitero. C’è una folla di partigiani antifascisti cadti con negli occhi il sol dell’avvenire. Ci sono i morti di Reggio Emilia, di Afragola e di Portella delle Ginestre, quelli di Piazza Fontana, di Bologna e di Ustica, che invocano ancora giustizia. Ci sono i ragazzi del Maggio francese, che volevano la fantasia al potere. C’è la faccia sorridente del Che, con il basco e la stella rossa sulla fronte, la folla ondeggia, “el pueblo unido jamà serà vencido… venciidoo… venciiidooo”. La pellicola stride, come se fosse rovinata. I fotogrammi sono sempre più sbiaditi. Irriconoscibili. Bianchi. Ciak, bianchi, ciak, bianchi. L’OCCHIO SINISTRO È ORMAI UN OCCHIO CIECO, L’OCCHIO CIECO DELLA SINISTRA INESISTENTE.

Il lupo svolta, cambia occhio. Il ragazzo è sempre fermo che lo guarda. Ma non sorride più, sembra che abbia paura. Fissa la pupilla del lupo che s’allarga, che pian piano si mette in movimento. Una luce strana sprigiona dal vortice, come un lampo sinistro nella notte. È… il luccichìo di un cranio pelato, di una faccia dalla mascella volitiva. Il simbolo del socialismo interventista. È il Giuda del proletariato, è Mussolini, il fascista. È Hitler con i baffetti da moscone, seduto su una svastica che si stende sul mondo. Che finisce ad Auschwitz, che finisce a Mathausen. “L’olocausto può succedere ancora” diceva Hannah Arendt solitaria. Nessuno le credette veramente. Ma ecco che avanzano due baffoni georgiani, è Josif Giugasvili, detto Stalin. Un gulag a trenta gradi sotto zero, la rivoluzione si suicida a testa in giù. L’occhio destro è Leon Blum che si sveglia nella notte e piange il sangue dei miliziani spagnoli. È Franco che avanza a Guadarrama mentre la repubblica arresta gli anarchici della CNT. È Petain che lascia ai nazisti mezza Francia per seviziare più “liberamente” l’altra. È Salazar che instaura il suo regime così come “sostiene Pereira”. Ma è anche Togliatti, ministro della giustizia, che vara l’amnistia per i fascisti. O Saragat, che a palazzo Barberini vende l’anima per una poltrona. O Nenni, che con il centro-sinistra puntella una DC moribonda. C’è invece solo il carcere per i camalli che fermano a Genova la svolta autoritaria. E il ‘69 delle lotte operaie svanisce dieci anni dopo con la marcia dei quarantamila. L’occhio destro è la polizia dei colonnelli che “ripulisce” il politecnico di Atene. È Pinochet che assalta la “Moneda” contro Salvador Allende, il “presidente”. Sono le mani dei generali argentini che grondano del sangue dei “desaparecidos”. Sono gli squadroni della morte in Guatemala e i killer di bambini del Brasile. Sono le raffiche dei mitra brigatisti che distruggono ogni possibilità di “Movimento”. Sono gli anni della “deregulation”, con Reagan e la Thatcher a farla da padroni. Sono i naziskin che nelle città tedesche danno la caccia ai turchi o ai nigeriani. L’occhio destro è Re Mida Craxi che trasforma la scala mobile in tangenti per il suo partito. “Mani pulite” rompe l’incantesimo, ma nulla può contro il mago delle televisioni. “Forza Italia” dice Berlusconi, prendendo sottobraccio il camerata Fini. La bandiera rossa ammainata sul Crem lino, la svolta del PCI alla Bolognina. La faccia di Fede incipriata, quella di Sgarbi apPannellata, quella di Ferrara maleducata, quella di Liguori malfidata, quella di Mike Bongiorno asservita, quella di Baudo democristianata, quella di Magalli rincoglionita, quella di Frizzi imbambolata, quella di Santoro arruffianata, quella di Prodi… di Prodi? Sì, di Prodi, appaccioccata, quella di Veltroni arcipretata, quella di D’Alema supercontrollata, quella di Buttiglione inCasinata, quella di Bianco addormentata, quella di Bertinotti assignorata, quella dell’Avvocato liftata… C’è una gran confusione dentro l’occhio destro, tutti spingono per stare in prima fila. E l’occhio gonfia, gonfia a dismisura, esce fuori dall’orbita, s’ingrossa finchè esplode e spande materia dappertutto. Il ragazzo stramazza, colpito in pieno, e per un attimo crede di essere morto. Non appena si riprende s’accorge di essere ricoperto da una sostanza molliccia. La tocca con cautela, forse teme si tratti del suo sangue; poi si porta le dita al naso e l’annusa: è merda, È PROPRIO MERDA SCHIETTA.

 

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Una storia bosniaca

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

La calcina volava dalle carriole alla parete e, non s’era ancora spiaccicata sul muro che i fratassini la spargevano in un baleno. L’avevano preso a cottimo quel lavoro, e allora ci davano dentro per farci uscire una bella giornata. La betoniera muggiva in continuazione e Cosimo non faceva in tempo a prepararne una che già gliela chiedevano con insistenza. – Mizzica! Matti siete?! – aveva brontolato ripetutamente, ma non aveva perso una battuta, come se non volesse essere da meno. Franco e Gino ogni tanto gli tiravano dietro qualche accidente, ma così, senza cattiveria, come se fosse ormai più che altro un’abitudine. – Sbroite, terùn! –. – ‘nduma, tera da pippe! – Ma intanto il lavoro cresceva, sostenuto da tutta l’impresa.

Improvvisamente si udì il rumore di un camioncino. Franco si affacciò alla finestra. – È Piero, il lattoniere. Chissà cosa vuole.

– Che non venga a farci perdere del tempo – rispose Gino – Lo sai che se attacca…

Piero passò vicino a Cosimo senza salutarlo. Il ragazzo lo seguì con lo sguardo, poi scosse la testa come per compatirlo. Sapeva che quell’uomo ce l’aveva con i meridionali per cui non c’era da stupirsi del suo comportamento. Finì di scrollare un sacchetto di cemento nella betoniera.

– Ci sieteee? Qui vedo che i lavori vanno avanti.

– Vieni, vieni, che ce n’è anche per te.

Piero entrò nella stanza che stavano intonacando. Franco e Gino non si fermarono neppure un istante. Uno “slash” e via a fratassare. L’uomo stette un po’ a guardarli, poi, come se improvvisamente avesse cambiato voce, disse:

– Avrei da dirvi una cosa importante.

Gino si fermò: – E dilla! Cosa sarà bene?! – e riprese ad intonacare.

– Non avete saputo… niente?

Franco e Gino si guardarono stupiti. – E cosa avremmo dovuto sapere? – disse Gino, smettendo di lavorare.

Piero si guardò in giro sospettoso, come se temesse che qualcuno lo ascoltasse; poi, avvicinandosi, disse: – Non avete sentito il telegiornale? È tutta la mattina che lo fanno.

– Ma se è dalle sette che siamo qui, come potevamo! – rispose Franco, che già fremeva per quell’ interruzione.

– Ci siamo, – disse Piero tutto eccitato – ci siamo: La gente ha cominciato a ribellarsi. A Milano, a Torino e in tutto il Veneto hanno già preso in mano le prefetture.

– Ma cosa dici?! – replicò Gino incredulo.

– Ma sì, il Nord si è ribellato. E hanno già cominciato a far fuori qualche terrone.

– Vuoi dire che hanno anche sparato?!

– Oh, ragazzi, non stanno mica scherzando. Io l’avevo detto che prima o poi sarebbe successo. – Si zittì immediatamente, aveva sentito alle sue spalle il cigolìo della carriola.

Cosimo venne avanti a testa bassa. Posò la carriola con veemenza, poi fece l’atto di inforcare l’altra, ma quando si accorse che non era ancora vuota, esclamò: – Minchia, che facciamo qui, dormiamo?! – Alla vista di quelle facce scure il sorriso gli morì sulle labbra. Restò un istante lì, imbambolato, poi, come se stesse facendo uno sforzo, afferrò la carriola e se ne andò.

Piero attese che uscisse. – Non ho mai capito cosa vi è saltato in mente di prenderlo a lavorare. Io, piuttosto che prendere un terrone, farei il doppio di fatica – Indugiò un attimo a guardarli, come se volesse suscitare in loro un senso di colpa. – Io sto andando a Ovada. Mi ha telefonato Olivieri quello delle piastrelle, e ha detto che si stavano radunando tutti in piazza. Voi che fate, venite?

Quell’invito così a bruciapelo li lasciò interdetti. Franco guardava la calcina e il lavoro che c’era ancora da fare, e si sentiva montare il nervoso. Gino cercò di obiettare qualcosa: – Ma così, all’improvviso, sporchi come siamo…

– Meglio ancora, che lo vedano che stavolta è l’Italia che lavora a ribellarsi.

Quante volte avevano ragionato all’osteria di quella possibile rivolta, del fatto che il Nord non poteva più sopportare di averci sulle spalle il Meridione. E che, se fossero stati da soli, sarebbero stati come la Svizzera. Ma ora, trovarsi di fronte al fatto concreto, era tutta un’altra cosa, non bastava riempirsi la bocca di parole.

– E Cosimo? – accennò Franco di riflesso.

– Se date a mente a me, lo licenziate, prima che sia troppo tardi.

– Ma così, su due piedi…

– Ma allora non avete proprio capito! Qui sta succedendo davvero qualcosa di grosso, e allora conviene anche a lui andarsene a casa, ma a quella vera, stavolta – sibilò Piero tra i denti, con un’espressione di disprezzo. Dopodiché aggiunse: – Beh, io vado, era tanto che aspettavo di togliermi questa soddisfazione. Voi fate un po’ quello che volete. Ma sappiate che da domani le cose cambieranno per tutti.

Franco e Gino lo guardarono andar via frastornati. Lo conoscevano fin da bambini e sapevano che ce l’aveva sempre avuta a morte con i terroni. Ma non c’avevano mai dato troppo peso, come se si trattasse di un’esagerazione del suo carattere. Ora però che i fatti sembravano dargli ragione, provavano un senso d’angoscia all’idea che anche loro non potevano più tirarsi indietro e dovevano scegliere da che parte stare.

Ripresero a lavorare. Ma la calcina non volava più come prima, sembrava appesantita.

Cosimo tornò con la carriola. Vedendo che l’altra era ancora piena, si fermò e lasciò le stanghe di botto. – Ora si vede chi è che batte la fiacca! – gridò come per canzonarli. Nessuno gli rispose. – Ohè, muti siete?! – insistette quasi risentito. Franco gli diede un’occhiata torva e riprese ad attaccare calcina. – Miinchia! Sto parlando a voi. Che vi prese? – disse Cosimo tirando un calcio alla carriola.

Gino non resistette più: buttò lontano la cazzuola e il fratassino e s’incamminò verso la porta. Cosimo lo guardò sbalordito, non riusciva a capire la ragione di quel gesto. Poi, mettendosi le mani nei capelli, cominciò ad imprecare: – Botta de sangu! Che siete, tutti matti?! Ma se abbiamo scherzato fino ad un minuto fa… E ora, che vi succede? – Tutt’ad un tratto si fermò, come se si rinvenisse. Poi, con una smorfia di compiacimento, disse: – Ah, ora capisco. Che stupido sono! Potevo anche pensarci prima. È stato il lattoniere a dirvi qualcosa, sarei pronto a giurarci. Iddu è ‘nu fetusu!

– Sta zitto! – gli urlò Franco dall’impalcatura. E continuava ad attaccare calcina.

– E no eh, zitto non ci sto. C’avete da spiegarmi che succede. Che credete, non sono mica un minchione.

In quel momento rientrò Gino. Aveva la faccia livida, allucinata, come se si sentisse male. Si avvicinò a Cosimo e, senza alzare gli occhi da terra, gli disse con voce sommessa: – Da domani sei licenziato – Poi stette lì, immobile.

Cosimo stentava a crederci: deglutì alcune volte, guardò ripetutamente i due muratori, poi, con la voce asciutta, rotta solo dal magone, disse: – Tre anni sono che lavoro con voi, e credo di aver fatto sempre il mio dovere. Quando c’è stato da lavorare non mi sono mai tirato indietro, fosse sabato, domenica o anche nelle feste. Perché allora mi fate questo? Forse che non vi mantenevo la calcina? Oppure siete così poco uomini che sono bastate le quattro minchiate che vi ha detto quel fetente per farvi cambiare idea?!

Cosimo era fuori di sè e si piegava tutto in avanti a gridare in faccia a Gino quelle parole. – Sta zitto! – urlò nuovamente Franco dall’impalcatura. E, dopo aver gettato gli arnesi nel bogliolo, saltò giù con un balzo sul pavimento. – Sta zitto! – ripeté furente.

Cosimo tacque qualche istante, come se avesse ubbidito. Poi un ghigno beffardo gli si stampò sulla bocca. – Eh già, io sono un terrone. Io non ho il diritto di parlare. Io servo soltanto se c’è da lavorare. Tanto sono come le bestie, lo dite sempre voi. – Fece una pausa, come per riprendere fiato. – Ma ricordatevi – disse agitando il pugno minaccioso davanti agli occhi di Franco – che c’ho due coglioni anch’io, e se ci provate a scassarmeli qui finisce male per qualcuno.

Franco trasalì, come se quel gesto avesse evocato in lui qualcosa di ancestrale. Improvvisamente gli si annebbiò la vista e cominciò a tremare da capo a piedi: un istinto primordiale gli saliva su dal profondo e lo pervadeva con tanta forza che era impossibile controllarlo. Di fronte non aveva più il suo manovale, ma un invasore che stava minacciando la sua terra. Quasi senza rendersene, conto allungò un braccio, afferrò il badile appoggiato all’impalcatura e, lesto come un fulmine, colpì Cosimo sulla testa. Il giovane siciliano fu così sorpreso che non tentò nemmeno di schivare il colpo.

Il badile rimbalzò lontano e Cosimo, con la testa tutta insanguinata, rimase qualche istante ancora in piedi con un’espressione di terrore sul viso. Poi, di colpo, crollò su se stesso.

Gino, come se si svegliasse allora da un incantesimo, guardò Franco sbigottito, poi gridò: – Disgraziato, cos’hai fatto! – e si gettò su Cosimo che a terra stava spasimando. – Cosimo, Cosimo, Madonna santa, parla! – Ma Cosimo ormai rantolava e aveva continui sbocchi di sangue. Finchè il sangue gli uscì anche dalle orecchie, il corpo sussultò alcune volte e s’irrigidì.

– Cristo, è morto. Morto, capisci?! E ora che facciamo, siamo bell’e rovinati! – Gino piangeva disperato, inginocchiato sul corpo esanime di Cosimo.

Franco, che fino ad allora era rimasto come di sasso, cominciò a scrollarsi la calcina dai pantaloni. Gino lo guardava, aspettando che dicesse qualcosa.

Franco prese il giacchetto dall’impalcatura, se lo infilò e si tirò su la cerniera; poi, quando ebbe finito, disse. – Io vado giù ad Ovada – Gino lo guardò incredulo: – Ma… Cosimo? – Franco stette un attimo in silenzio. – Io vado giù ad Ovada – ripeté – ormai siamo in guerra.

 

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Scacco al potere

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Proviamo a figurarci, con divertita arbitrarietà, quello che fu l’incontro decisivo del primo torneo internazionale di scacchi che si svolse a Londra nel 1851. Non è difficile immaginare Howard Staunton, organizzatore del torneo, fino ad un attimo prima d’iniziare la partita decisiva, aggirarsi tra i tavoli, gustando lente boccate di tabacco e magari tenendo sotto il braccio sinistro un testo shakesperiano, con l’incedere sicuro di chi è, fino ad ora, considerato il più grande giocatore del mondo.

Di fronte s’appresta a cominciare Adolf Anderssen, uomo mite e accondiscendente che si divide tra gli scacchi e la sua attività di insegnante di tedesco e matematica.

Sulle pagine della rivista The British Miscellany and Chess Player’s Chronicle ancora non si è spenta l’eco delle polemiche e delle dispute letterarie sulla purezza della lingua in Shakespeare e sui nuovi trattati scacchistici, nelle quali il suo fondatore Staunton si scaglia lancia in resta. Dall’altra parte i familiari di Anderssen possono apprendere dalle sue lettere quanto egli si trovi a proprio agio a Londra: a parte i prezzi salati, gli organizzatori sono cordiali, i giocatori piacevoli, la sistemazione più che soddisfacente, e il clima non è così terribile come temeva.

Una volta seduti l’uno di fronte all’altro assistiamo ad una metamorfosi che potrebbe sorprendere, quasi ad un cambio delle parti. Anderssen attacca senza riserve, romantico e sregolato, crea combinazioni ardite ed eretiche, sacrifica anche a torto dei propri pezzi per disorientare l’avversario come un uccello impazzito. Staunton, pacato e grigio, tenta solo di sfruttare gli errori del rivale, evita ogni rischio, non cede alla tentazione di proporre gambetti, si sforza di conservare una posizione solida, cerca di non essere avvolto dal polverone sollevato da Anderssen.

Alla fine della tenzone l’uomo la cui vita è regolata minuziosamente tra scacchi ed alunni diviene campione del mondo. Ciò non lo esalta più di tanto, come una sconfitta non lo avrebbe abbattuto nello spirito e nel morale.

La carriera di Staunton termina virtualmente con questa sconfitta, il suo narcisismo ne esce mortalmente ferito.

Gli anglosassoni chiamano i dilettanti degli scacchi “woodpushers”, cioè gli “spingilegno”.

Gli scacchi non concedono a chi li frequenta di dedicarvisi come un hobby, un gioco, un divertimento, ma tendono progressivamente e tirannicamente ad assorbire sempre più energie fino a condizionare l’equilibrio interiore del giocatore. Senza spingersi a coniugare il gioco (in quanto attività disinteressata) con l’arte, tipico dei vecchi mistici manuali, e senza sopravvalutare l’elemento narcisisticio ed individualista, il fascino catturante e pericoloso degli scacchi deriva anche dalla totale assenza di casualità del gioco: la vittoria è conseguenza dei propri meriti, come la sconfitta è il risultato dei propri errori.

Non si conoscono giochi che abbiano alle spalle secoli di teoria, migliaia di testi, milioni di analisi, miliardi di varianti, magari sepolte per centinaia di anni e poi riscoperte in una notte. Gli scacchi sono l’unico gioco in cui una tradizione secolare si disegna come un patrimonio antico che ritorna a vivere, similmente nella forma e nel senso additati da Eliot per la letteratura. Non casualmente esistono giocatori definiti classici o romantici, stili di giuoco configurati come tradizionali o d’avanguardia, scuole di pensiero “capitalistiche” o “sovietiche”.

E ciclicamente si parla della “morte del romanzo”, cioè dell’apparenza d’aver ormai esaurito ogni possibilità, d’aver esplorato ogni combinazione e variante, d’essere approdati infine ad una paralisi del gioco degli scacchi, puntualmente smentita dal genio e dalla fantasia di chi stravolge le dimensioni psicologiche del gioco, differendo il respiro delle usanze mentali.

Tutto ciò si svela nitidamente a chi, dopo l’irruenza del neofita, per il quale il piacere più grande deriva dall’attaccare subitamente e direttamente il Re avversario, s’avvicina, dopo la Grammatica, alla Retorica e apprezza le sfumature più sottili come il gioco posizionale, la manovra dei Pedoni, la strategia aperta, il disegno compiuto e articolato.

Il Giuocatore ci muove sulla scacchiera della vita e infine ci getta, uno ad uno, nel cassetto del nulla.    OMAR KHAYYAM

 

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