di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 5, novembre 1996
E torniamo a parlare di utopia. O meglio, continuiamo. Chi già conosce la rivista sa infatti che, in una salsa o nell’altra, è questo il comune denominatore sotteso a tutti gli interventi. E sa anche che, attribuendo all’utopia la natura impalpa bile del sogno (cfr. SOTTOTIRO n. 4, L’altra metà della storia), la si vuole sottrarre ad ogni imbalsamazione teorica, aprendole invece, paradossalmente, gli spazi concreti del vissuto. In altre parole, l’assunto è che non valga la pena insistere su una “definizione” dei caratteri o su una tassonomia dei progetti utopici, perché si approderebbe comunque ad una contraddizione in termini (non si può “definire” ciò che per antonomasia non ha confini, né naturali né storici); e che, al contrario, abbia invece un senso cogliere di questi ultimi i portati e le risultanze storiche. Non la chimica o la meccanica del sogno, dunque, ma la sua ricaduta sulla vita del sognatore, e di chi gli sta attorno.
Ci sembra tuttavia che almeno un aspetto inerente le forme della progettualità utopica vada ulteriormente chiarito. Su queste pagine si è fatto e si farà spesso ricorso all’identificazione tra utopia e sogno. Va precisato una volta per tutte, per quanto banale possa apparire, che ci si riferisce al sogno ad occhi aperti, ad un sogno “vigile”, rispetto al quale possa essere imputata al sognatore un’assunzione di responsabilità, quella serietà che Lenin chiedeva nella citazione con la quale si apriva il numero precedente. Il sogno utopico è quindi esattamente l’opposto del delirio onirico. E mentre sappiamo quanto inutile sia (per chi ascolta come per chi parla) tentare di costringere il caotico magma irrazionale del sogno nelle coordinate logiche del linguaggio (qualsiasi linguaggio), possiamo al contrario constatare come la formulazione utopica tenda ad esprimersi proprio nelle forme più ordinate, logiche, consequenziali, e come anzi questo ordine venga sottolineato proprio in alternativa alla caoticità e all’illogicità dell’esistente. Quindi ogni utopia, anche la più trasgressiva e destabilizzante, non è in fondo che la ribellione contro l’assurdità e il degrado di un ordine politico, sociale, economico, culturale che appare alle corde, nel nome di un ordine o comunque di un sistema ordinatore alternativo. (Col che, abbiamo fatto rientrare dalla finestra ciò che si voleva buttare fuori dall’uscio).
Torniamo all’assunto di partenza, che è in definitiva questo. Sulle pagine della rivista compariranno di volta in volta, in ordine sparso, senza pretese di esaustività o di originalità interpretativa, richiami, riletture, riscoperte, confronti con le più disparate formulazioni letterarie, politiche, artistiche, produttive ecc… attraverso le quali l’utopia si è espressa. Il (o un) filo conduttore lo troverà il lettore, se gli parrà il caso: ma per chi voglia farne a meno potrebbe bastare il piacere di certe consonanze, la gratificazione di veder condivisi amori o simpatie che si temevano esclusivi.
La proposta di questo numero risponde anche ad una esigenza di “leggerezza”, di preventiva ironica dissacrazione nei confronti di un tema che se trattato troppo seriosamente rischia di diventare (speriamo non sia già diventato) palloso. Ma è meno gratuita di quanto si potrebbe credere. Essa riguarda infatti uno degli aspetti della rigenerazione utopica sui quali la fantasia dei sognatori di “mondi nuovi” si è costantemente sbizzarrita: quello della regolamentazione (o deregolamentazione) sessuale.
Anche prima di Freud, e prima che Reich, Marcuse e Norman Brown ponessero in relazione diretta la disposizione repressiva nei confronti del sesso con l’autoritarismo e l’iniquità dell’organizzazione sociale, il sospetto che una società nuova non potesse darsi senza una revisione dei modelli di comportamento sessuale aveva già attraversato la mente dei maggiori teorici dell’utopia. Da Platone a Campanella, da Rabelais a William Morris, da Cyrano a De Sade (certo, anche lui!) è tutto un succedersi di ipotesi combinatorie le più peregrine e le più fantasiose. E tuttavia alla sessualità non viene quasi mai riconosciuto un ruolo primario, di cardine del sistema sociale: in genere l’evoluzione dei costumi sessuali è posta in subordine al riordinamento politico e sociale, non è motrice del cambiamento, ma conseguenza. Per gli utopisti classici il sesso può essere liberato, ma non è liberatore. E nemmeno è scontato che il nuovo ordine sessuale predicato comporti una effettiva emancipazione: qualche volta la regolamentazione risulta decisamente costrittiva, e quasi sempre mantiene immutata l’attitudine penalizzante nei confronti della componente femminile. Spesso finisce per assumere la sessualità in una connotazione biologistica, per non dire animalesca e addirittura meccanicistica (come nel caso della copulazione a catena, nel De Sade de Le centoventi giornate di Sodoma).
Insomma, laddove il problema venga posto emergono tutte le contraddizioni e le aporie dei progetti di rigenerazione sociale, la difficoltà di ricondurre nell’ordine del sogno il disordine proprio degli umani sentimenti. Viene a galla, cioè, come l’utopia non possa darsi se non come progetto ideale, sentito come tale e tale destinato a rimanere. Forse un’utopia veramente liberatoria, in questo ambito, non è nemmeno concepibile, non ha senso o ne ha solo se intesa in negativo, come assenza di qualsiasi progetto. Forse l’unico modo di pensare una sessualità liberata è quello paradossale e scanzonato, eccessivo e irriverente, di cui offrono un magistrale saggio le pagine che seguono.






… Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone, questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta, ma il continuo stimolo del simbolo sessuale che induca a muoversi all’infinito.
No davvero: questo programma massimo, eversore della moderna civiltà, esige purezza di cuore e assoluta dedizione, rinuncia ai beni mondani e castità di sentire, una specie di voto per un vivere solitario a due (massimo a tre) lungi dalle tentazioni terrene.

SENTIERI DELL’UTOPIA
Von Eichendorff, J. – Storia di un fannullone – Einaudi 1944


Riprende, dopo oltre due anni, la pubblicazione di SOTTOTIRO. Non è un evento del quale parleranno stampa e televisione, nemmeno quelle locali: e questo per gli intenditori è già un marchio D.O.C., la garanzia di una proposta culturale genuinamente alternativa. La rivista torna all’insegna di una continuità e di un rinnovamento: continuità nella direzione dell’impegno, rinnovamento nella veste grafica e nel parco dei
collaboratori. Si potrebbe obiettare che questa è la formula utilizzata in genere per coprire i passaggi di mano o le sterzate a centottanta gradi di qualche testata o di qualche programma televisivo: ma nel nostro caso risponde a verità. La rivista è la stessa, il progetto di fondo che la anima rimane invariato, così come gli interlocutori ai quali si rivolge. Abbiamo soltanto cercato di renderla più leggibile “visivamente”, mettendoci al passo coi tempi e utilizzando quel minimo di dotazione e di tecnologia informatica che è concesso anche a noi meschini. Abbiamo inteso la ricerca di uno standard dignitoso nella qualità “tecnica” come una sfida a noi stessi e come un ulteriore messaggio per chi ci leggerà, quello della consapevolezza che mai come oggi è stato possibile costruire, con pochi mezzi, una rete di informazione e di circolazione “controculturale”, e che una cultura alternativa non deve necessariamente essere (ed anzi, non è mai) sgangherata nelle forme o penitenziale nei contenuti.
Il lupo svolta, cambia occhio. Il ragazzo è sempre fermo che lo guarda. Ma non sorride più, sembra che abbia paura. Fissa la pupilla del lupo che s’allarga, che pian piano si mette in movimento. Una luce strana sprigiona dal vortice, come un lampo sinistro nella notte. È… il luccichìo di un cranio pelato, di una faccia dalla mascella volitiva. Il simbolo del socialismo interventista. È il Giuda del proletariato, è Mussolini, il fascista. È Hitler con i baffetti da moscone, seduto su una svastica che si stende sul mondo. Che finisce ad Auschwitz, che finisce a Mathausen. “L’olocausto può succedere ancora” diceva Hannah Arendt solitaria. Nessuno le credette veramente. Ma ecco che avanzano due baffoni georgiani, è Josif Giugasvili, detto Stalin. Un gulag a trenta gradi sotto zero, la rivoluzione si suicida a testa in giù. L’occhio destro è Leon Blum che si sveglia nella notte e piange il sangue dei miliziani spagnoli. È Franco che avanza a Guadarrama mentre la repubblica arresta gli anarchici della CNT. È Petain che lascia ai nazisti mezza Francia per seviziare più “liberamente” l’altra. È Salazar che instaura il suo regime così come “sostiene Pereira”. Ma è anche Togliatti, ministro della giustizia, che vara l’amnistia per i fascisti. O Saragat, che a palazzo Barberini vende l’anima per una poltrona. O Nenni, che con il centro-sinistra puntella una DC moribonda. C’è invece solo il carcere per i camalli che fermano a Genova la svolta autoritaria. E il ‘69 delle lotte operaie svanisce dieci anni dopo con la marcia dei quarantamila. L’occhio destro è la polizia dei colonnelli che “ripulisce” il politecnico di Atene. È Pinochet che assalta la “Moneda” contro Salvador Allende, il “presidente”. Sono le mani dei generali argentini che grondano del sangue dei “desaparecidos”. Sono gli squadroni della morte in Guatemala e i killer di bambini del Brasile. Sono le raffiche dei mitra brigatisti che distruggono ogni possibilità di “Movimento”. Sono gli anni della “deregulation”, con Reagan e la Thatcher a farla da padroni. Sono i naziskin che nelle città tedesche danno la caccia ai turchi o ai nigeriani. L’occhio destro è Re Mida Craxi che trasforma la scala mobile in tangenti per il suo partito. “Mani pulite” rompe l’incantesimo, ma nulla può contro il mago delle televisioni. “Forza Italia” dice Berlusconi, prendendo sottobraccio il camerata Fini. La bandiera rossa ammainata sul Crem lino, la svolta del PCI alla Bolognina. La faccia di Fede incipriata, quella di Sgarbi apPannellata, quella di Ferrara maleducata, quella di Liguori malfidata, quella di Mike Bongiorno asservita, quella di Baudo democristianata, quella di Magalli rincoglionita, quella di Frizzi imbambolata, quella di Santoro arruffianata, quella di Prodi… di Prodi? Sì, di Prodi, appaccioccata, quella di Veltroni arcipretata, quella di D’Alema supercontrollata, quella di Buttiglione inCasinata, quella di Bianco addormentata, quella di Bertinotti assignorata, quella dell’Avvocato liftata… C’è una gran confusione dentro l’occhio destro, tutti spingono per stare in prima fila. E l’occhio gonfia, gonfia a dismisura, esce fuori dall’orbita, s’ingrossa finchè esplode e spande materia dappertutto. Il ragazzo stramazza, colpito in pieno, e per un attimo crede di essere morto. Non appena si riprende s’accorge di essere ricoperto da una sostanza molliccia. La tocca con cautela, forse teme si tratti del suo sangue; poi si porta le dita al naso e l’annusa: è merda, È PROPRIO MERDA SCHIETTA.
