La poesia di Beppe Salvia

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Non è frequente, nella poesia degli ultimi vent’anni, imbattersi in versi lievi eppure compatti, leggeri eppure solenni come quelli di Beppe Salvia. Sottile e fluida la sua poesia è lo specchio di un vuoto da cui, senza un grido, si figura un sentimento d’esilio che intride il sangue e lo guasta irreparabilmente.
Le ferite del poeta sono immedicabili, come per un veleno sottile o per invisibile contagio, eppure la voce preserva un tono pacato, il verso si distende in un endecasillabo gentile, da cui traspare come in filigrana un disperato desiderio d’essere dentro le cose, dentro la vita e, contemporaneamente, la consapevolezza di non esserne capace.
La vita sognata, l’“aerea vita” appare continuamente a portata di mano, attraverso i piccoli oggetti quotidiani, i brevi “sentimenti paghi di letizia”, ma nessuno riuscirà ad esserne all’altezza, ad essere cosa tra le cose, vita nella vita, a contenere – proprio in senso etimologico – l’insostenibile leggerezza, l’insopportabile superficialità della vita. La profondità del senso dell’esistere richiede alla nostra grevità una levità, una vaghezza di cui siamo incapaci.
Il vivere lamenta ad ogni passo una mancanza, un’assenza: la voce s’imbriglia in un sentimento di nostalgia, “nostalgia delle cose impossibili”, del vuoto e del nulla, di una condizione quasi prenatale, di ciò che non è stato e non sarà, di ciò che non nasce e quindi non s’infetta e non perisce.
La nostalgia in Salvia è lo scacco, la tragedia senza catarsi, poiché la nostalgia dell’assenza è al di là delle passioni e della vita, pur se la sua poesia è così felice-mente, e perciò dolorosamente, abitata di cose e colori, di odori e giorni, capaci di fermarsi ed indugiare il tempo innamorato di un ascolto.

Beppe Salvia è nato a Potenza nel 1957. Tra i fondatori della rivista “Braci”, ha pubblicato alcuni testi su “Nuovi Argomenti”. È sempre vissuto poveramente, mantenendosi con lavori occasionali e con l’aiuto di alcuni amici. È morto suicida a Roma, durante la Pasqua del 1985.

(Quanto fu lunga la mia malattia,
e tanto amara la mia vita in quella
fu stretta e spiegazzata come un cencio,
e io pallido e stanco come un mondo
intero dovessi sopportar tutto
sulla mia schiena, faticavo tanto,
m’immaginavo mondi tutti assai
più lievi e volatili di questo mio,
che tanto m’affliggeva e tormentava,
e vaneggiavo di nascoste verità
e cieli quieti di pensieri chiari
ove più mio l’animo affranto potesse
dimorare, e non trovavo queste
cose che non esistono, e soffrivo)

I miei malanni si sono acquietati,
e ho trovato un lavoro. Sono meno
ansioso e più bello, e ho fortuna.
È primavera ormai e passo il tempo
libero a girare per strada. Guardo
chi non conobbe il dolore e ricordo
i giorni perduti. Perdo il mio tempo
con gli amici e soffro ancora un poco
per la mia solitudine.
Ora ho tempo per leggere e per scrivere
e forse faccio un viaggio, e forse no.
Sono felice e triste. Sono distratto
e vagando m’accorgo di che è perduto.

M’innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch’io ho trovato un leggero confine
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale, e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.

fui prigione di cifre d’alfabeto
e delle loro forme allineate
e dello sciocco mistero che non mai
muti maestri insegnano a noi.
mai mi fu detto e constenti imparai
che non v’è ossa e sangue nelle cose
morte, di che si possa, meravigliose
dimenticarne, eterne. E non più mai
le perfezioni del pensiero a queste
cose inanimate san provvedere
che sian così mutevoli e leggere
da non imprigionare i vivi. Tanto
noi siamo, d’aerea vita soltanto
nuda dimora della vita e tanto
basta ad aver caro il grave, il centro
imperfettibile, d’ignoto peso.

 

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Ma allora esiste?

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

  1. La poesia esiste tuttora, vitale e numerosa, e continua a servirsi dei poeti, purché essi siano disposti all’incredibile sforzo che costa assottigliarsi tanto da ottenere la necessaria trasparenza.
  2. La ferita è al centro della poesia.
    Come una ferita le parole si aprono sempre più mentre la parola si chiude in un proprio arcaismo intimo. Accostate per ferirsi e scoprirsi, le parole non sono i guitti adatti all’avanspettacolo di un teatrino dell’io, ma compiono ritualmente i gesti crudeli che la sperimentazione liturgica richiede: urtandosi nei piccoli chiostri dei suoi metri, finiscono per scorticarsi, per perdere la superficie.
    Metafore nel senso più primordiale del termine, il cuore, il sangue, le ciglia, la bocca sono propriamente parti per il tutto: non devono ricongiungersi o accordarsi: compiono la fatica poetica, al tempo stesso non venendo meno all’inevitabile funzione di risarcimento della piaga esistenziale, della mancanza di un senso, cui accenna Blumenberg.
  1. Un verso è il luogo destinato alla missione delle assonanze, allitterazioni, reiterazioni: in quello spazio ristretto e sconfinato esse devono dire, pronunciare i loro couplets, le piccole ariette imbarazzate e legnose, cariche di furia, di garbo o di scontrosa ritrosia: marionette tinte nelle vernici futuriste o dada, ormai un poco essiccate o fanèes, o annerite nel sangue di un espressionismo poco caritatevole. La concentrazione del fuoco sulla bambolesca disperazione di questi espedienti retorici non fa che suscitare quanto vi è di viscerale nei taciuti, negli omessi corporei ed erotici di una poesia che non può che essere antilirica e rabbiosamente antiatmosferica: come un negromante il poeta circuisce ed allude, e tanto più mentre ostenta di stendere i tappeti della reticenza e della preterizione sul buio ed il terribile dell’assenza e della mancanza cui non si rimedia. Il poeta richiama le parole a formare le loro figure, le loro costellazioni, di danza e di rito, ed esse si scontrano, ognuna portatrice d’intrasmissibili malanni, senza contagiarsi mai, scambiandosi testimoni come in una gara di spietate coreografie.
  2. La serietà invernale delle narrazioni contenute nei versi denuncia quanto gravosa sia l’ipoteca mitica che il poeta ha acceso sul suo patrimonio lessicale ed iconografico.
    Dalla secca stenografia accostativa all’immagine di maternità surrealista, dalla rima infrequente sotto forma di titubante assonanza ai richiami camuffati all’interno del verso, la devozione notturna della poesia non lascia dubbi: non si tratta di mises indossate ad un defilè di tendenza, ma della sostanza profonda di un’originaria matrice magica ad essere rivissuta e messa in gioco.
  1. Sentinella di frontiera, trasferitasi interamente in quelle laboriose solitudini, il poeta ascolta il misterioso telegrafo del celato ticchettargli gesti, ritmi, cadenze con le quali comporre gli incendi subitanei delle sue miniature. Nel territorio della poesia parole, oggetti, fatti non gettano ombra: nonostante l’apparente éclat delle figure, nessun alone circonda e soffonde le minime mònadi che di volta in volta vengono a costituirla.
  2. Antiepica nelle forme, la poesia è epica nella sostanza più intima e, personalmente, prova ne sia il chiamare in causa la figura femminile, rigorosamente invocata in quanto assente. Invece di compiere incantesimi, essa raggruma le magie della poesia e contemporaneamente ci conferma quanto sia sostanziale l’esperienza dell’altrove assoluto nel quale si svolge l’atto dello scrivere. La poesia non può essere detta e risuonare senza il “tu” di questo femminile, che garantisce i pur brevi ristori di una narrazione. Soltanto dalla lontananza da costei si possono indirizzare i versi, soltanto nella lontananza i versi possono conservare la caratteristica, così effimera, di appunti del viandante, come in un lehrreise che ritorna sullo stesso, malinconico ossessivo percorso.
  3. La poesia esiste tuttora, e le ferite della memoria, che ci fanno vivere, sono tenute aperte soprattutto grazie ai poeti.

22.
Cuore che imprimi prèmiti

e impunito mi tieni
versi esilio nel torace e torci
il verso, il gesto breve.

Sbianca le labbra lo sguardo
così aspro da dire
dove cade il respiro e raggela
la parola, il pallore sottile.

9. (winterreise)
D’un inverno dimora d’ombra

sta come un cortile nel gelo
l’asciutto andare se corto
se incerto nel sogno sfigura
d’un tempo il malo modo
la premura il nodo al cuore.

XXVI.
Il primo polso si placa
ma incompiuto nella corta
quiete dell’osso e intende
a lungo tra la scheggia del cuore
e la pioggia volgersi e sostare.

10.
Divide il respiro e svoglia

tardiva memoria che veglia
sul disgelo la gola taciuta
saliva in filo che impiglia
e non vede e non veduta.

18.
È un’ombra questo andare
senza impronta tra crudi
congedi simile alla morte
questo andare immaginando
tra un corto sguardo che perde
il cuore ma nella saliva
cerca un filo per tornare.

 

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Barangain

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

La rivista che stai leggendo è nata per concretizzare le tante discussioni su idee, esperienze, letture che accomunano gli autori. Spesso abbiamo parlato di libri, consigliandoceli a vicenda, affrontando pure la questione del rapporto che abbiamo con essi. Tenterò qui di delineare un percorso che attraversi le principali tappe (o tematiche) che chi ama il libro ha prima o poi affrontato.

Poiché il paradiso del mondo di là è incerto, ma vi è effettivamente un cielo su questa terra, un cielo nel quale abitiamo quando leggiamo un buon libro.   CHRISTOPHER MORLEY

Prima ancora di aver superato l’infanzia, il bambino è costretto ad incatenare i propri occhi a quelle strisce di caratteri apparentemente senza senso. Non comprende il motivo per cui, invece di andare a tirare calci ad un pallone, deve stare lì a balbettare parole semplici, ma che vanno ricavate da quegli scarabocchi sulla carta (“perché devo leggere ma-ti-ta quando posso più facilmente disegnare una matita?”).

L’amore per i libri non è immediato, anzi per nascere ha bisogno di un lungo periodo di incubazione. Nessuno, neppure colui che diverrà bibliofilo incallito, può affermare di aver trovato piacere a leggere durante i primi anni scolastici.

Presto però il neo-lettore si rende conto che dietro al semplice (fino ad un certo punto) esercizio vocale di scansione delle sillabe c’è ben altro. Pian piano prende coscienza che ha tra le mani un nuovo gioco, paragonabile ai Lego, con il quale ha l’opportunità di crearsi un mondo tutto suo. Qui i mattoni sono le parole, e per capire la “costruzione” queste vanno lette in un certo ordine, che la maestra chiama “periodi”.

Con quella di leggere cresce anche la capacità di scrivere e il paragone con i Lego si completa: ora anche il ragazzino è in grado di fare delle costruzioni con le parole. Ma questo appartiene ad un altro mondo, quello dello scrivere.

A questo punto della crescita del novello lettore possono intervenire due eventi: il primo è il rifiuto della parola scritta, il secondo una simpatia che con gli anni diverrà vero e proprio amore.

Il ragazzo che comincia a leggere è spinto a farlo essenzialmente dalla sua curiosità verso piccoli eventi, spesso insignificanti. Questa prerogativa è insita nel bambino, ma in genere va scemando col divenire adulti. Solo in chi legge assiduamente, e non solamente la Gazzetta dello Sport o consimili, questa curiosità ancestrale rimane, e viene soddisfatta dalla ricerca che il lettore fa all’interno e all’esterno del libro stesso.

Cominciando ad indagare il rapporto che il lettore abituale instaura con l’oggetto della lettura, ci rendiamo conto che quest’ultimo offre solamente lo sfondo delle vicende narrate (l’autore lo si potrebbe paragonare, nel mondo del cinema, al soggettista o al sceneggiatore); i primi piani, i particolari sono a completa discrezione del lettore. Al ragazzo che passa dai soldatini al libro viene aperta una finestrella in un mondo tutto da scoprire, in cui diviene comparsa, protagonista e regista, separatamente o contemporaneamente.

[…] abbandonandomi alla più cara delle mie abitudini: l’arbitrio della conversazione. Alle mie spalle sento il riposo della mia biblioteca.      XAVIER DE MAISTRE

Ciò segue la differenza con quanto invece offre la “scatola ipnotica”, la quale ci presenta un prodotto preconfezionato, che inibisce i nostri desideri e le nostre passioni, appiattendo ogni personale emozione, e propinandone altre omologate. La distinzione tra chi preferisce leggere e chi si bea dei programmi idioti che sforna la televisione sta nel fatto che il primo è ancora cosciente della propria esistenza, ha una propria autonomia intellettiva; il secondo non sa più sognare, lascia che altri siano i protagonisti della sua esistenza.

Il libro consente a chi lo scopre una fuga nella fantasia, la creazione di un universo totalmente a misura del lettore. C’è chi preferisce immedesimarsi nei personaggi di Dickens, respirando l’atmosfera ottocentesca di Londra; oppure percorrere in lungo e il largo con Holden la New York di J. D. Salinger; o, ancora, seguire la fuga vera e propria che Bruce Chatwin ha eletto a sistema di vita.

Marguerite Yourcenar scriveva: “La lettura è una specie di porta d’ingresso su altri secoli, altri Paesi, su moltitudini di esseri più numerosi di quanti ne incontreremo nella vita, talvolta su un’idea che trasformerà la nostra, su un concetto che ci renderà un po’ migliori o almeno un po’ meno ignoranti di ieri”.

Chi è assalito dalla mania (malattia?) di leggere è soggetto a richiudersi nel proprio mondo dove il libro è un facile compagno di gioco. La lettura comporta conseguentemente un isolamento dalla società. Presto il “malato” si scontra con l’impossibilità di conciliare l’intensità dei sentimenti che trova nei libri con la pochezza della quotidianità. Si rende conto che il mondo anarchico di Bakunin è del tutto, e soprattutto, utopico (per questo a noi piace tanto!), che l’amore assoluto di Dante per Beatrice è irraggiungibile, che non esiste l’amicizia perfetta descritta ne “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman, nella realtà questa se ne va senza tragiche separazioni, semplicemente scivola via.

La troppa immedesimazione nei personaggi letterari può portare a ragionare e a comportarsi come loro (vedi Don Chisciotte). Nel libro ci si rifugia dalle brutture della società, perché lì gli omicidi, gli amori e le disgrazie hanno un senso, una logica, una continuità; cosa che la realtà non sembra possedere: qui regna il caos, tutto pare non avere autore.

Luciano Canfora ne “Libro e Libertà” scrive: “Don Chisciotte che, a furia di leggere, entra nel mondo dei suoi libri e ragiona come se fosse egli stesso un soggetto di quei libri e addirittura vive come quei personaggi, è una creazione inquietante, che incombe, per così dire, come esito possibile sul mondo dei lettori”.

Tutti i giorni affrontiamo il compito di essere lettori di un libro che non ha trama e di cui non capiamo i perché, ma è il nostro mondo e dobbiamo accettarlo come tale, magari cercare di modificarlo, ma partendo comunque dal presupposto che questo è quello reale. Difficilmente torneremo sui nostri passi, quindi compito di ogni lettore è quello di chiudere il libro rifugio, con una trama, un inizio ed una fine, per affrontare i fogli sparsi di tutti i giorni. Tutti i lettori corrono il rischio di combattere contro mulini a vento se non si adoperano a filtrare ciò che contiene il libro e trarne utili appigli per la loro “sopravvivenza quotidiana”, in modo da trovare un compromesso tra la vita reale e quella utopica. Chi legge spera di trovare nel libro una possibile soluzione ai problemi di tutti i giorni: questo però non deve impedirgli di prendere coscienza del fatto che nessun testo, nessun consiglio che questo può dare, sarà determinante nelle scelte della sua vita. Essi testimoniano solo che i nostri crucci, le nostre debolezze, i nostri mal d’animo sono comuni a moltissime persone, compreso l’autore. È un’amara consolazione, ma questo ci fa sentire meno soli.

Coloro che amano il libro, leggendo ne “Il Nome della Rosa” la descrizione del momento in cui Guglielmo da Baskerville entra nella biblioteca del monastero, hanno provato invidia per la realizzazione di un sogno comune a molti: entrare in un mondo nel quale non esistono altro che scaffali zeppi di codici antichi e pergamene, dove l’aria è satura di polvere, il silenzio è quello del culto e della reverenza per la parola scritta. Molti infatti potrebbero fare proprie le parole di Jorge Luis Borges, uno che di biblioteche se ne intendeva parecchio: “Mi sono sempre immaginato il Paradiso come una specie di biblioteca”. All’interno della labirintica torre, il protagonista mette finalmente le mani su un testo che si credeva non esistesse: il “secondo libro della Poetica di Aristotele”. In fondo tutti coloro che amano leggere cercano quel volume, dal quale trasse risposte alle loro domande.

La mia libreria era un ducato abbastanza vasto.    WILLIAM SHAKESPEARE

Il libro lo si deve considerare anche come un oggetto fine a se stesso. Il piacere di possederlo, sentirlo al tatto, ammirare l’iconografia, il tipo di carattere, la rilegatura e l’odore delle pagine vecchie di molti anni, vissuti in segreti scaffali, sono risvolti che chi ama il libro non sottovaluta. Naturalmente questo deve risultare di secondaria importanza rispetto al contenuto, ma ha una sua significativa valenza.

Edmondo De Amicis diceva: “L’amore dei libri è fonte, per se solo, di mille piaceri vivissimi, piaceri della vista, del tatto, dell’odorato. Certi libri, si gode a palparli, a lisciarli, a sfogliarli, a fiutarli”.

Oggi si discute tanto di Internet, di multimedia, di molti libri a cui poter accedere tramite un semplice CD-ROM; tutti dicono che presto il libro si estinguerà. Personalmente non lo credo affatto. Il libro per la sua funzionalità è molto più avanzato del computer. Molto più pratico, più economico e non ha bisogno della spina per essere letto.

L’importanza di possedere un libro sta proprio nel fatto che è lì nella libreria personale, a portata di mano quando lo si vuole leggere, rileggere, spulciare, scoprire; oppure lo si può lasciare lì per anni, magari non leggerlo mai, ma sapere che c’è. Un buon libro può rimanere a “decantare” per anni in una polverosa biblioteca prima che lo si affronti, ma quando questo accade ci compiacciamo del fatto di aver avuto l’accortezza di acquistarlo, e magari aver atteso tanto tempo prima di affrontarlo.

Capita pure che mentre cerchiamo un testo ci rendiamo conto che non si trova nello scaffale sul quale dovrebbe essere. Divenendo sempre più nervosi cerchiamo negli interstizi più oscuri della libreria, ad un certo punto lo sgomento ci assale: lo abbiamo prestato!

Il bibliofilo spesso è in conflitto con due sentimenti apparentemente inconciliabili: il primo la gelosia dei propri testi e la loro conservazione, l’altro il desiderio di condividere con qualcuno le sensazioni che questi hanno suscitato in lui. Il prestito oculato, quello limitato a compagni di lettura accuratamente selezionati, concilia i due opposti. Con questo gesto si trasmettono sentimenti ed emozioni che altrimenti sarebbero difficilmente comunicabili. È pure un modo per dare una continuità a noi stessi. Possedere libri, far partecipi altri della lettura di questi, da l’illusione di realizzare un sogno che da secoli l’uomo insegue: l’immortalità. Avere l’opportunità di scegliere i libri da includere nella propria collezione, arrivando quindi alla realizzazione di una biblioteca che ci caratterizza, diventa la concretizzazione di un risvolto fisico che per sua natura non ha nulla di concreto: l’anima.

Non esistono in un libro risposte a domande come: chi siamo, dove stiamo andando, ma le si possono trovare in una biblioteca costruita con accuratezza; i libri stessi diventano le risposte. In ciascuno di essi troviamo esperienze di vita, enigmi, pensieri che sono i nostri. La lettura crea dei punti di riferimento della nostra vita. Una sintesi della letteratura mondiale e temporale crea nella coscienza del lettore un modello originario, primordiale ed immutabile dei rapporti umani: l’Amicizia, la Morte, la Solitudine, l’Amore, il Patriottismo, l’Esilio, ecc. Questi modelli sono gli obiettivi da raggiungere che ogni lettore si prefigge per poter avere le risposte che desidera, per poter soddisfare la sua sete di sapere.

Esistono pure libri che hanno fornito modelli ideali di comportamento e di pensiero, o hanno indotto il tentativo di renderli concreti. Penso ad esempio al fenomeno della beat generation, diffusosi dopo la divulgazione di testi come “Sulla strada” di J. Kerouac. Oppure, andando indietro nel tempo, a ciò che avvenne nel ‘600, quando fu pubblicato il manifesto “Fama Fraternitatis”, che creò il mito dei Rosacroce. Nessuno può affermare con sicurezza che essi esistessero prima di allora, ma dopo sicuramente sì. Il libro trasmise ai lettori del tempo un messaggio di integrità morale, impregnato di esoterismo, a cui molti fecero riferimento come modello organizzativo e politico.

La letteratura in generale ha dei presupposti utopici. Essa è rivolta sempre e comunque al lettore del presente come a quello del futuro. Il fatto è che da millenni l’uomo continua a scrivere, e a divulgare ciò che ha scritto, sempre sugli stessi argomenti: l’amore, la morte, la vita, l’odio, l’amicizia. A differenza delle scienze nelle quali una nuova scoperta in un certo qual modo soppianta quella precedente, la letteratura rimane immutabile nel tempo. È un eterno interrogativo, alla ricerca di una risposta che non potrà mai essere definitiva.

Per concludere vorrei spiegare il significato del titolo. È tratto dal libro “L’uomo che portava felicità” di Jürg Federspiel. È la storia di un ussaro che instancabilmente cerca un paese di nome Barangain. Il luogo è quello dove vengono realizzate tutte le sue aspettative, come dice lui stesso nelle ultime righe del racconto: “Cerco un paese, un paese come il mio. Ho tutto il tempo al mondo, per trovarlo. Tutto il tempo al mondo”.

Pure noi Viandanti delle Nebbie cerchiamo quel paese; non importa se alla fine non lo raggiungeremo, quel che conta è insistere nella sua ricerca. Il nostro Barangain è un luogo dove si concretizzano i nostri sogni, le nostre utopie, dove incontriamo personaggi fantastici e reali, che in una qualche maniera ci appartengono. Un posto dove si possa discutere di letteratura con Calvino, di poesia con Leopardi. Viaggiare nello spazio e nel tempo con Corto Maltese. Apprendere il coraggio, l’onore e la cavalleria da Don Chisciotte e Re Artù. Studiare il Medioevo, le eresie e l’Inquisizione con chi l’ha subita, come il Gran Maestro Templare De Molay. Ubriacarci con Bukowski. Sognare con Valentina (va bene anche se qualcuno è sconcio). Entrare nella biblioteca dell’Abbazia con Gugliemo da Baskerville e Jorge Luis Borges. Amare Madame Bovary.

Meglio questi sogni che quelli a 12 pollici. Quindi lasciateci cercare il nostro Barangain e non rompete con la pubblicità!

Collezione di licheni bottone

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Celebration

di Antonio Cammarota, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Immaginiamo. Immaginiamo di camminare lungo viali alberati, lungo prati rasati di fresco, immersi nel verde e nel silenzio della natura.

Immaginiamo strade pulite, vicini di casa gentili e cani tenuti al guinzaglio. Ottime le abitazioni intorno: tutte ville monofamigliari, più o meno grandi. E poi il box per le automobili, i campi da tennis, la piscina. Dimenticavo la jacuzzi e la sauna per tutti.

Non è male vero, come passaggiata virtuale?

Immaginiamo ancora di camminare e camminare e camminare, senza pericolo alcuno di essere investiti, senza essere asfissiati dallo smog e assordati dal rumore di migliaia di feroci automobilisti in lotta tra loro. Lassù nell’azzurro del cielo, poi, c’è sempre il sole, non piove mai ed il vento serve solamente a riempire le vele delle barche ancorate nel porticciolo.

Immaginiamo insomma (a parte l’idromassaggio, la sauna e la piscina: un po’ troppo snob, lo ammetto) un luogo tranquillo dove vive gente felice ed operosa.

Ma ecco – come in un vecchio film – comparire all’improvviso un’automobile di grossa cilindrata, enorme, nera, guidata da un autista tutto pieno di se (Ambrogio con i cioccolatini?) e sul sedile posteriore un ricco uomo d’affari.

Ecco comparire da un lato la vicina di casa gentile e silenziosa: si stava preparando per andare all’Opera, trucco e gioielli di ordinanza compresi. Ecco il cane – rigorosamente – al guinzaglio: è un dobermann. Un cucciolo, ma pur sempre un dobermann!

Non potevano mancare le forze dell’ordine: carabinieri, vigili urbani, guardie forestali? No, muscolosi vigilantes con tanto di walkie-talkie e di pistola. “Chi sei, cosa ci fai qui?” Pochi suoni gutturali ed eccomi “accompagnato” all’uscita.

Addio prati verdi, addio silenzio, addio sole perenne …

L’enorme cancello in acciaio si chiude con violenza alle mie spalle. Non mi hanno portato in galera: ripeto, mi hanno accompagnato all’uscita. Eccomi infatti fuori da Fort Apache, in balia degli eventi e degli indigeni violenti.

Ho detto “immaginiamo”, ma questo non è un sogno e non è neppure una fantasiosa ricostruzione dell’isola che non c’è.

Questo luogo, o meglio, questi luoghi esistono davvero. A nord come a sud, nelle grandi e nelle piccole città, a Los Angeles e a Johannesburg, nel Montana e in Florida. Si chimano – i luoghi di felicità recintate – Waterford Crest, Laguna Nigel, e – in futuro – (grazie Disney!) Celebration … Sono piccole città “indipendenti”, quartieri residenziali privati, agglomerati urbani di soli bianchi-ricchi-conservatori.

Rappresentano il nuovo apartehid mondiale. Un nuovo apartheid invisibile e per questo più becero e più schiettamente egoista. Chi se lo può permettere fugge. Fugge da tutto, dai pericoli, dalla criminalità, dall’inquinamento, dal diverso. Chi se lo può permettere.

Questa sfacciata e irresponsabile balcanizzazione della società (soprattutto statunitense) rappresenta però – per loro – un’utopia realizzata. L’utopia dell’autogestione (tali comunità private eleggono piccoli parlamenti e propri governanti, istituiscono regole generali, e provvedono ad una autotassazione per realizzare poi vari progetti), l’utopia della sicurezza (vigilantes, cancelli elettronici, telecamere e cani da guardia), l’utopia di una vita più tranquilla, di una vita migliore, immersi nel verde e avvolti dal silenzio (operoso).

Chi non invidia le loro utopiche città del sole alzi la mano.

Chi non invidia almeno i capisaldi generali che le reggono (s’intende: piscine e guardaspalle esclusi)?

Peccato che loro piccole fortezze siano destinate a rimanere isolate. Non sono arcipelaghi che vogliono diventare continenti: sono piccoli scogli e insulse isolette decisissime a rimanere tali.

Le loro strade e i loro cancelli poggiano su un grande e spesso strato di dollari. Un’utopia costruita con moneta sonante, con conti in banca a sei e nove zeri. Esiste l’Utopia, poveri disillusi che non siamo altro, il “nostro” (o quasi) sogno è già realtà.

A proposito, che carta di credito avete in tasca? Nessuna! Mi dispiace allora, non sarete tra gli abitanti della futura Celebration, la più grande città – privata del mondo che sarà costruita dalla Disney in Florida. Non temete però, saremo in buona compagnia: né Paperino, né Pippo, ma neanche Minnie e Nonna Papera andranno a vivere in quella città-acquario. Zio Paperone invece pare proprio di sì.

Tre cose occorrono per essere felici: essere imbecilli, essere egoisti e avere una buona salute; ma se ti manca la prima, tutto è finito.     GUSTAVE FLAUBERT

 

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Moto perpetuo

di Giuseppe Schepis, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Credo sia possibile far scaturire l’essenza di ciò che definiamo utopia direttamente dalla morfologia del nostro cervello. Questa macchina sembra avere una intrinseca necessità che la spinge a costruire un modello teorico descrivente e capace di decifrare il mondo intero e, inserita in questo, se stessa. Nel fare questa operazione, accade che si trovino modelli ideali migliori della realtà ed auspicabili rispetto ad essa. Così il motore che realizza trasformazioni fisiche ideali è migliore ed ha rendimento più alto rispetto a quello realmente costruibile, la società umana teorizzabile meglio funzionante rispetto a tutti i modelli finora realizzabili, il “cavaliere inesistente” migliore di ogni uomo che abbia mai posato il suo piede su questa terra. Da questo fatto, dall’impossibilità di sottrarsi al secondo principio della termodinamica – sia nei modelli fisici che in quelli antropici o di altro tipo –, si genera il gradiente fra sistema ideale e sistema reale da cui nasce l’utopia. In questo senso definirei la spinta utopica che anima molti uomini come la forza che tende a ridurre e – in via teorica – ad annullare il gradiente sopra menzionato.

L’obiezione più usuale che viene mossa a chi vorrebbe ragionare e vivere in termini utopici sta proprio nel fatto – peraltro indiscutibile – che il sistema ideale risulta irraggiungibile: così gli oppositori dell’utopia derivano da questo, come conclusione ultima, l’inutilità del muovere verso un obiettivo destinato a sfuggire. Proprio l’esempio scientifico dovrebbe invece spingere a conclusioni di segno opposto: se, studiato il modello teorico, il ricercatore si fosse arrestato perché conscio di non poterlo eguagliare nella realtà, non avremmo avuto quasi nulla di ciò che oggi è la nostra scienza. Così, anche nelle scienze umane, l’ideale – l’utopia – deve segnare direzione e verso del moto, pur sapendo che alla meta ultima potremo solo tendere asintotticamente senza che questa e la nostra realtà riescano mai a coincidere.

Le direttive figliazioni della mancanza di una “rotta” da seguire, mancanza derivante dalla rinuncia alla spinta utopica, sono la stagnazione culturale e la passiva accettazione dell’esistente.

Solo la “direzione” è una realtà, la “meta” è sempre una finzione, anche quella raggiunta – e questa in modo particolare.    ARTHUR SCHNITZLER

 

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Il piacer vano

di Giuseppe Schepis, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Nella società contemporanea il mercato sembra essere rimasto l’unico sistema economico possibile. Al centro di esso – protagonista assoluta – la merce. Val la pena allora di tornare ad analizzare l’essenza della regina incontrastata del nostro tempo, rispolverando la teoria marxiana sul feticismo delle merci. Questa, a grandi linee, è nota a tutti, ma anche a rischio di essere pedanti è bene riprenderla brevemente per vedere se si siano verificati cambiamenti economici da quando è stata formulata ad oggi. Si parta dal fatto che la realizzazione di ciò che, in maniera molto generica, possiamo definire merce, è nata dalla necessità di soddisfare i bisogni che la specie umana, lungo la sua evoluzione fisica e culturale, si è trovata ad avere. Questi bisogni – i più svariati – possono essere sia di natura materiale che di natura intellettuale: non faremo da qui in poi differenze di merito dato che l’uomo, animale il cui intelletto è enormemente sviluppato, ha comportamenti appetitivi nei confronti di ambedue le categorie di “cose”.

Un oggetto dunque, qualunque sia la sua natura, ha un certo valore correlato alla sua possibile utilità per i membri della specie umana. Il suo valore è così legato alla capacità di soddisfare delle esigenze, ma si verifica – spesso – che oggetti capaci di uguali prestazioni abbiano un valore di mercato profondamente diverso. Possiamo lambiccarci più e più volte il cervello, senza riuscire a trovare nulla che li differenzi se non il valore di mercato e la complessità produttiva; nasce così il sospetto che queste ultime due grandezze siano strettamente correlate tra di loro e solo minimamente dipendenti dall’oggettivo valore della merce. Ma allora cosa dà alla merce il suo valore di mercato, se non direttamente la sua capacità di soddisfare bisogni come logica imporrebbe, e perché due oggetti con analoghe possibilità di utilizzo devono avere uno un dato valore di mercato e l’altro un valore magari superiore? L’arcano è facilmente risolto: per realizzare il primo occorrono meno ore di lavoro, si hanno minori scarti di lavorazione, necessitano un numero inferiore di Kwh di energia e simili. Il secondo oggetto, quindi, vale più del primo solo perché è stata necessaria alla sua foggia una maggiore quantità di “lavoro di produzione”. Così il feticcio del lavoro speso nella produzione diventa una delle qualità dell’oggetto e lo segue nel suo viaggio attraverso il mercato. Così la merce viene caricata di un significato sociale che nulla ha più a che vedere con il reale valore legato all’utilizzo e che esiste solo all’interno della società stessa. Senza le convenzioni sociali borghesi questo secondo valore sparirebbe di colpo, non essendo intrinseco agli oggetti. È già stato detto da voce ben più autorevole dei danni provocati dal verificarsi di questo, di come così l’uomo diventi funzionale ai bisogni della produzione e non viceversa – come sarebbe auspicabile e logico – la produzione funzionale al soddisfacimento dei bisogni umani. Si aggiunga che esiste un altro aspetto: il valore feticistico spesso riesce a nasconderci le qualità reali delle cose; il primo, che è semplicemente involucro, ci nasconde ormai l’essenza, aggiungendo inganno ad inganno e facendo sì che non si riesca nemmeno a cogliere appieno i benefici che un oggetto – fisico o intellettuale – può darci.

Tutto questo è reso poi ancora più devastante dal fatto che, massimamente nella società contemporanea, oltre ai bisogni reali se ne manifestano altri indotti dal sistema – che così tenta di autoalimentarsi – sempre in quantità crescente. Così la pubblicità veicolata in tutti i mezzi di comunicazione di massa è come ossigeno per il mercato: lo vivifica arrivando ad ogni cellula elementare (il cosiddetto consumatore), fino a far prosperare questo tumore maligno che con le sue metastasi sta sostituendo completamente quelle che dovrebbero essere le cellule sane – ben differenti – di un organismo degno del nome di società umana. È bene sottolineare che anche le risorse economiche spese nel pubblicizzare un prodotto diventano, schizzofreneticamente, valore feticistico aggiunto di questo.

Forse se riuscissimo a togliere le lenti deformanti che il mercato ci ha messo davanti agli occhi, apprezzando così solo l’essenza di ciò che ci circonda, potremmo arrestare il moto dell’ingranaggio in cui siamo presi e da cui rischiamo di essere dilaniati; spinti verso l’autodistruzione da un sistema per sua natura non regolato, rischiamo di far scomparire la nostra civiltà e di arrecare seri danni al pianeta che ci ospita.

Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni.
GIACOMO LEOPARDI

 

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Percorsi bibliografici n. 4

da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Nello spirito che anima questa rivista, che è quello di fornire elementi e stimoli per una crescita della qualità dei rapporti e del livello della discussione, riteniamo utile indicare brevi percorsi bibliografici, relativi agli argomenti di volta in volta trattati. È implicito che si tratta di suggerimenti molto personali, altrettanto sommari e forse anche abbastanza scontati. Valgano dunque per chi potrà ricavarne qualche piacevole scoperta: per gli altri potrebbero invece essere testimonianza di una sintonia (o magari conferme di una distanza). A qualcosa, insomma, serviranno.

SENTIERI DELL’UTOPIA

Baczko, B. – L’Utopia – Einaudi 1979
Mumford, L. – Storia dell’Utopia – Calderini 1969
Roventi, I. – Luoghi dell’utopia – D’Anna 1979
Servier, J. – Histoire de l’ utopie – Gallimard 1991
Adriani, M. – L’Utopia – Studium 1961
Bloch, E. – Spirito dell’Utopia – La Nuova Italia 1980
Baldini, M. – Il pensiero utopico – Città Nuova 1974
Galante Garrone, A. – Filippo Buonarroti e i rivoluzionari dell’800 – Einaudi 1972
Masini, G. – Storia degli anarchici italiani – Rizzoli 1974
Del Carria, R. – Proletari senza rivoluzione – Savelli 1975
Enzensberger, H.M. – La breve estate dell’anarchia – Feltrinelli 1978
Joll, J. – Gli anarchici – Il Saggiatore 1970
Gorz, A. – Sette tesi per cambiare la vita – Feltrinelli 1977
Guevara, E. / Granado,A. – Latinoamericana – Feltrinelli 1993
Del Carria, R. / De Boni, C. – Gli Stati Uniti d’Italia – D’Anna 1991
Cattaneo, C. – Tutte le opere – Mondadori 1967
De Rougemont, D. – L’uno e il diverso – Ed. Lavoro 1995

SENTIERI DELLA POESIA

Salvia, Beppe – Cuore – Rotundo 1988
Lagazzi,P./Cecchini,S. – Una strana polvere – Campanotto 1994
Berardinelli,A./ Cordelli,F. – Il pubblico della poesia – Lerici 1975
Pontiggia,G. / Di Mauro E. – La parola innamorata – Feltrinelli 1978
Duras, M. – Scrivere – Feltrinelli 1993
Pennac, D. – Come un romanzo – Feltrinelli 1992
Jean, G. – La scrittura memoria degli uomini – Electa 1992
Canfora, L. – Libro e libertà – Laterza 1994
Morley, C. – Il Parnaso ambulante – Sellerio 1995
Borges, L. – Finzioni – Einaudi 1985
Gustave Flaubert – Bibliomania – Imaginaria & C.

SENTIERI DELLA FANTASIA

Fine, E. – La psicologia del giocatore di scacchi – Adelphi 1985
Acheng – Il re degli scacchi – Theoria 1989

 

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Perché non sono juventino

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Già vi sento. “E chi se ne frega?” Giusto. Dopo Mosca e Mughini parlare di calcio (e tanto più della Juventus) non è soltanto stupido, è un crimine contro l’intelligenza. Ma in effetti non ho alcuna intenzione di parlarne. Il tema è un altro. È quello delle “cause perse”. E se di calcio capisco niente (anche perché non c’è niente da capire), del fascino dei perdenti posso disquisire con assoluta cognizione.

Il fatto è che, così come alcuni nascono con le stigmate di una superiore vocazione, con un corredo genetico che li porta a distinguersi e a primeggiare nei campi più svariati (Mozart per la musica, Giotto per la pittura, Merczx per il ciclismo, e così via), nascono anche individui il cui naturale talento consiste nello schierarsi sempre dalla parte dei perdenti. Un sottile, nemmeno tanto inconscio masochismo li pervade, li guida, veglia sulle loro scelte e fa si che manco per sbaglio si intruppino una volta nelle schiere dei vincitori. Ebbene, io credo d’essere il Mozart delle cause perse, almeno per quanto concerne la precocità della vocazione. Voglio dire che mentre per altri questa matura attraverso un processo di crescita, di differenziazione, di disgusto per la volgarità, l’adulazione, l’ opportunismo che sempre si accodano ai vincitori, nel mio caso non vi sono dubbi: è talento vero, innato, naturale. Solo questo può spiegare perché abbia sfacciatamente parteggiato per le giubbe grige (i sudisti) contro quelle blu (i nordisti), quando in età prescolare giocavo ai soldatini, e tutta la storia americana che conoscevo mi veniva da “L’assedio delle sette frecce”. O perché abbia cominciato a tifare per Gastone Nencini (mai sentito nominare prima) il giorno stesso in cui perse il Giro d’Italia da Magni (e avevo sette anni). O abbia amato, alle medie, tra tutti i personaggi dell’Iliade lo sfigatissimo Ettore. E così via, in un crescendo letterario, politico e sportivo di voluttuosi patimenti, di amari calici delibati con passione, che mi ha consentito un’ampia facoltà di scelta (gli sconfitti sono sempre molti di più dei vincitori), mi ha permesso di avere sempre il meglio. Sotto questo profilo, devo dire, la vita non è stata avara. Se qualche volta ho dovuto abbandonare il campo, quando magari il vento girava e i già perdenti rischiavano di riscattarsi, l’ho fatto in tempo, prima che si profilasse il pericolo della vittoria. In alcuni casi, poi, la soddisfazione è stata piena: chi non ha letto Eliade quando era out per la sinistra, chi non si è ispirato a Cattaneo e a Kropotkin quando lo erano per tutto lo schieramento politico e culturale, chi non ha tifato G.B. Baronchelli (il massimo, solo per intenditori finissimi, ha volutamente perso dieci o quindici Giri d’Italia, più qualche centinaio di altre corse) non sa quali gioie riservino questi amori esclusivi, indivisi, derisi e osteggiati. E non parliamo della partecipazione politica: ho votato per trent’anni, senza vincere una volta le elezioni; le ho vinte (?) l’unica volta in cui ero decisamente del parere che fosse meglio perderle. Dunque una militanza senza macchia, plutarchiana nella sua esemplarità.

Ma questo che c’entra col fatto di essere o meno juventino, e soprattutto, dove va a parare? Ci arrivo. Non sono juventino perché quarant’anni fa, all’epoca della scelta di campo, che allora avveniva tra i sette e i dieci anni, la Juventus era quella di Sivori e Charles, e vinceva tutto e sempre, lo scudetto tutti gli anni, o due in un anno solo, coppeitalie, tornei di Viareggio, proprio tutto. E tutti i miei amici, naturalmente, tifavano Juve, saltavano sul carro del vincitore. Come non cogliere l’occasione per restare a terra? Oltretutto c’era lì, pronta, l’Alessandria, un investimento a perdere di totale affidabilità, più che restare a piedi era come sdraiarsi lunghi sul selciato per farsi maciullare dal corteo trionfale. Ebbene, è stato proprio lì che ho avuto consapevolezza di una diversità, e del piacere e delle sofferenze che le sarebbero stati legati. Lì ho capito che il mio destino era segnato, che avrei vissuto all’insegna della resistenza contro ogni tipo di vincitore, e soprattutto contro coloro che gli si accodano; e che per praticare questa disciplina avrei dovuto allenarmi, prepararmi, indurirmi. La Juventus è stata solo la prima manifestazione simbolica (ma mica poi tanto) del potere, una delle sue molteplici incarnazioni: ha prefigurato la DC, il craxismo, le mode culturali, gli intellettuali da talk-show, Berlusconi, tutti quei sugheri insomma (per non dire quegli stronzi) che galleggiano su qualsiasi mare. E soprattutto mi ha fatto capire come siano sempre la stragrande maggioranza coloro che si accontentano di vincere, e di vivere, per interposta persona o squadra o idea, e non hanno il minimo sentore di cosa significhi accettare dignitosamente e sportivamente (quando si può) la sconfitta. Non è stato sempre facile, ad onta della naturalità della disposizione, vivere da cultore delle cause perse (ma non da perdente, si badi bene). Qualche volta è insorto anche il dubbio: non starò mica scambiando un’ostinazione per una vocazione? Ma è durato solo un attimo. Mi ha soccorso Darwin. Secondo la più recente versione della teoria evolutiva lo sviluppo di una specie non avviene per modificazioni abbondanti, cumulative e graduali, frutto di un processo adattivo minuto che interessa solo il livello degli organismi, quanto piuttosto per alterazioni a livello genetico, ristrette a pochi individui, legate al caso, che innalzano la capacità di risposta della specie alle pressioni dell’ambiente. Ora, delle due l’una: o la mia alterazione è del tipo soccombente, di quelle cioè che non lasciano traccia nel percorso evolutivo della specie, e allora la coerenza del mio cammino sarebbe totale: o è di quelle che migliorano la capacità adattiva, e allora alla lunga trionferà. Va a finire che, nell’un caso o nell’altro, corro il rischio d’essere un vincitore.

Chi insegue un sogno non desidera, in realtà, la sua realizzazione, ma vuole solo poter continuare a sognare. All’orizzonte di quell’oceano ci sarebbe stata sempre un’altra isola, per ripararsi durante un tifone, o per riposarsi e amare. Quell’orizzonte aperto sarebbe stato sempre lì, un invito ad andare.
HUGO PRATT

 

 

 

 

 

 

 

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Perché scrivere?

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Scrivere sottintende una volontà di riconoscersi. Qualche volta. Più spesso sottintende invece solo l’ambizione di essere riconosciuto. Riconoscersi significa prendere coscienza di sé, essere riconosciuto significa rinunciare a questa coscienza e accontentarsi di apparire. Messo giù così suona chiaro ed essenziale. Lapidario. Sono tentato quasi di congratularmi con me stesso, quando mi viene in mente che le lapidi si prestano male ad aprire un discorso. Di norma lo chiudono. E allora, come esordio non ci siamo. Perché le cose poi, nella realtà, non sono così semplici come negli aforismi. Per fortuna.

Proviamo allora a complicare un po’ il discorso.

Partiamo dal riconoscersi, dal prendere coscienza di sé. Nella accezione più semplice riconoscersi significa sottrarsi all’inautenticità, al conformismo, all’omologazione, alle opinioni in serie (maggioritarie o minoritarie, conformiste o trasgressive che siano): in parole povere, avere il coraggio di pensare con la propria testa. In effetti, l’esercizio di riflessione che la scrittura postula può aiutarci a trovare questo coraggio. L’economia dello scrivere ci impone linearità e conseguenza, ci obbliga a far chiarezza nella nostra mente. Ma in questa operazione il riflessivo (riconoscersi) non può prescindere dal transitivo (riconoscere). Scrivendo conosciamo meglio noi stessi perché siamo costretti a fare il punto sullo stato della nostra conoscenza (se si vuole, della nostra ignoranza). Quindi per riconoscerci indirizziamo lo sguardo al nostro interno, ma solo per vedere come si rispecchia in noi ciò che sta fuori: e di questa auto-indagine la scrittura è uno strumento prezioso.

Scrivere, tuttavia, non è solo una forma di razionalizzazione: è soprattutto un atto di mediazione. La parola scritta, spogliata delle inflessioni, delle tonalità e delle sfumature vocali, in qualche modo si stacca da noi (dalla nostra presenza, dalla nostra corporeità), si assolutizza: diviene riassuntiva, al livello più semplice, delle svariate implicazioni e interpretazioni di ogni singolo fonema, si pone come un minimo comune denominatore sul quale soltanto è possibile fondare la comunicazione allargata (quella cioè che non passa tra interlocutori che si confrontano fisicamente). Essendo un tramite “povero” nel senso della individuazione, perché elimina tutte le particolarità e le singolarità espressive, la scrittura facilita il “riconoscimento” in quei denominatori che possono costituire la base di un rapporto culturale. Riconosciamo cioè che, al di là delle contingenze del nostro sentire e del nostro vivere, coltiviamo idee, diamo interpretazioni del mondo che sono state, sono e si spera saranno condivise da altri: non moltissimi (purtroppo), ma non importa. Questa coscienza ci aiuta a sconfiggere l’angoscia della solitudine e dell’insignificanza, e al tempo stesso giustifica e impone che usciamo allo scoperto. Scrivendo dunque ci riconosciamo negli altri, ma ci attendiamo anche di essere riconosciuti dagli altri. E allora scriviamo per essere riconosciuti, oltre che per riconoscerci. Con buona pace della lapide iniziale.

 

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Storia di un’idea

Piccola antologia del pensiero federalista

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Dal momento che pochi sembrano ricordare (o sapere) che l’idea federalista italiana non è un parto della fantasia (?) di Bossi, ma ha una sua lunga e dignitosissima tradizione nell’area democratica, con formulazioni senz’altro meno deliranti, ci premuriamo di fornire materiali per un utile ripasso, nella speranza che diventino spunti per una riflessione meno superficiale. Cominciamo in questo numero con Carlo Cattaneo, il più lucido, onesto e disincantato pensatore politico del nostro ‘800 (e forse di tutta la nostra storia nazionale).

Ogni stato d’Italia deve rimaner sovrano e libero in sé. Il doloroso esempio dei popoli della Francia, che hanno conquistato tre volte la libertà, e mai non l’hanno avuta, dimostra vero il detto del nostro antico savio, non potersi conservare la libertà se il popolo non vi tien le mani sopra; sì, ogni popolo in casa sua, sotto la sicurtà e la vigilanza delli altri tutti. Così ne insegna la sapiente America. Ogni famiglia politica deve avere il separato suo patrimonio, i suoi magistrati, le sue armi. Ma deve conferire alle communi necessità e alle communi grandezze la debita parte; deve sedere con sovrana e libera rappresentanza nel congresso fraterno di tutta la nazione; e deliberare in comune le leggi che preparano, nell’intima coordinazione e uniformità delle parti, la indistruttibile unità e coesione del tutto.

 Ogni popolo può avere interessi da trattare in comune con altri popoli; ma vi sono interessi che può trattare egli solo, perché egli solo li sente, perché egli solo li intende. E v’è inoltre in ogni popolo anche la coscienza del suo essere, anche la superbia del suo nome, anche la gelosia dell’avita sua terra. Di là il diritto federale, ossia il diritto dei popoli, il quale debbe avere il suo luogo, accanto al diritto della nazione, accanto al diritto dell’umanità.

Io credo che il principio federale, come conviene agli stati conviene anche agli individui. Ognuno deve conservare la sua sovranità personale, ossia la sua libera espressione; e riconoscendo eguale sovranità e libertà negli amici, fare per loro e con loro tutto quanto può senza demordere al proprio diritto. Il sottomettersi agli altrui dettami è da ciechi e da servili. Il transigere è da scoscienziati e imbroglioni. Una transazione in siffatte cose è una bugia, nella quale ciascuno apporta la sua porzione; ognuno rinnega in parte la sua coscienza; tutti si fanno ingiusti, gli uni per tradire, gli altri per essere traditi. Al contrario, con la federazione ognuno rimane onestamente nel suo proposito e nella dignità della sua coscienza, ognuno dice la sua parola libera e vera alla nazione; nell’interesse e nella coscienza della nazione tutto si esprime; ognuno gravita giusto il vero peso; e l’effetto si unisce nel centro di gravità egualmente come per la via delle associazioni.

CARLO CATTANEO

 

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