Perché scrivere?

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 4, giugno 1996

Scrivere sottintende una volontà di riconoscersi. Qualche volta. Più spesso sottintende invece solo l’ambizione di essere riconosciuto. Riconoscersi significa prendere coscienza di sé, essere riconosciuto significa rinunciare a questa coscienza e accontentarsi di apparire. Messo giù così suona chiaro ed essenziale. Lapidario. Sono tentato quasi di congratularmi con me stesso, quando mi viene in mente che le lapidi si prestano male ad aprire un discorso. Di norma lo chiudono. E allora, come esordio non ci siamo. Perché le cose poi, nella realtà, non sono così semplici come negli aforismi. Per fortuna.

Proviamo allora a complicare un po’ il discorso.

Partiamo dal riconoscersi, dal prendere coscienza di sé. Nella accezione più semplice riconoscersi significa sottrarsi all’inautenticità, al conformismo, all’omologazione, alle opinioni in serie (maggioritarie o minoritarie, conformiste o trasgressive che siano): in parole povere, avere il coraggio di pensare con la propria testa. In effetti, l’esercizio di riflessione che la scrittura postula può aiutarci a trovare questo coraggio. L’economia dello scrivere ci impone linearità e conseguenza, ci obbliga a far chiarezza nella nostra mente. Ma in questa operazione il riflessivo (riconoscersi) non può prescindere dal transitivo (riconoscere). Scrivendo conosciamo meglio noi stessi perché siamo costretti a fare il punto sullo stato della nostra conoscenza (se si vuole, della nostra ignoranza). Quindi per riconoscerci indirizziamo lo sguardo al nostro interno, ma solo per vedere come si rispecchia in noi ciò che sta fuori: e di questa auto-indagine la scrittura è uno strumento prezioso.

Scrivere, tuttavia, non è solo una forma di razionalizzazione: è soprattutto un atto di mediazione. La parola scritta, spogliata delle inflessioni, delle tonalità e delle sfumature vocali, in qualche modo si stacca da noi (dalla nostra presenza, dalla nostra corporeità), si assolutizza: diviene riassuntiva, al livello più semplice, delle svariate implicazioni e interpretazioni di ogni singolo fonema, si pone come un minimo comune denominatore sul quale soltanto è possibile fondare la comunicazione allargata (quella cioè che non passa tra interlocutori che si confrontano fisicamente). Essendo un tramite “povero” nel senso della individuazione, perché elimina tutte le particolarità e le singolarità espressive, la scrittura facilita il “riconoscimento” in quei denominatori che possono costituire la base di un rapporto culturale. Riconosciamo cioè che, al di là delle contingenze del nostro sentire e del nostro vivere, coltiviamo idee, diamo interpretazioni del mondo che sono state, sono e si spera saranno condivise da altri: non moltissimi (purtroppo), ma non importa. Questa coscienza ci aiuta a sconfiggere l’angoscia della solitudine e dell’insignificanza, e al tempo stesso giustifica e impone che usciamo allo scoperto. Scrivendo dunque ci riconosciamo negli altri, ma ci attendiamo anche di essere riconosciuti dagli altri. E allora scriviamo per essere riconosciuti, oltre che per riconoscerci. Con buona pace della lapide iniziale.

 

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