Che paese! Ci son volute le sparate di un piazzista di veleni per riscattare il federalismo dal limbo delle favole. Col rischio, più che mai concreto, di lasciarne snaturare completamente le valenze politiche e ideali. Tutta l’intellighentia cultural-progressista (non parliamo della classe politica, non ne vale la pena) ha continuato a dormire della quarta, anche di fronte al radicamento sempre più preoccupante del leghismo, preferendo titillarsi con i dibattiti sul buonismo e altre cretinate consimili. Trincerate dietro un muro di supponente e miope indifferenza le teste più fini della “sinistra” hanno atteso, prima di darsi una scrollata, che maturassero tutti i peggiori presupposti per una discesa in campo del progetto politico federalista (ed eventualmente per una sua applicazione). Col risultato oggi di ritrovarsi in affanno, anzi, in pieno stato confusionale, combattute tra la difesa del fatiscente istituto statalista, che le vedrebbe schierate al fianco della destra, e la rincorsa al recupero sul terreno delle autonomie, per disinnescare la mina della secessione.
Il fatto è che la “sinistra” storica non appare in grado di proporre alcun modello di rinnovamento istituzionale in senso federalista, perché non ha mai voluto confrontarsi seriamente con questo tema. Lo ha inserito negli ultimi programmi elettorali, ma alla maniera in cui vi si inserisce da sempre, ad esempio, il risanamento del debito pubblico, cioè come una mera giaculatoria, ripetuta meccanicamente. D’altro canto sarebbe eccessivo pretendere da chi per mezzo secolo ha perseguito un unico obiettivo, quello di accedere alla stanza dei bottoni, ed ha sacrificato a tale progetto ogni coerenza ed ogni pudore, che una volta raggiunto lo scopo si impegni a disattivare i comandi e a vanificare il risultato, ormai fine a se stesso, della sua strategia. Si deve quindi dare per scontato che da questa direzione difficilmente potranno arrivare segnali concreti di una volontà innovatrice.
Vediamo invece di spiegare sommariamente, rimandando ad altra occasione un’analisi più approfondita, le ragioni che ci inducono a ritenere valida ed auspicabile una soluzione istituzionale di tipo federalista. Resta inteso che assumiamo il termine “federalismo” nella sua accezione più genuina, quella che demanda a livello regionale, o meglio ancora subregionale, la più larga autonomia gestionale dei poteri e delle responsabilità amministrative.
La prima motivazione può essere definita di carattere tattico. Il progetto di Bossi può essere battuto, recuperando sull’elettorato leghista moderato, solo dal rilancio di un’ipotesi federalista seria, che contempli cioè stati regionali semi-indipendenti e federati. I modelli non mancano, in uno spettro di soluzioni che vanno dal lander tedesco alla confederazione cantonale, sino al federalismo “tollerato” statunitense: e comunque, stante la specificità della situazione italiana, dovrebbe essere varata una struttura politica originale. Resta il fatto che a nessuna delle subentità istituzionali, se costituite su base regionale, sarebbe garantita un’autonomia economica sufficiente ad indurla al separatismo. Verrebbe a cadere in tal modo il discorso delle rivendicazioni pseudo-etniche, mentre finirebbero per essere esaltati in positivo i fattori di aggregazione.
Il secondo motivo è invece più genuinamente politico. Ogni prospettiva di decentramento dei poteri, a qualsiasi livello ed in qualsivoglia direzione, deve essere perseguita, e finalizzata ad ampliare le possibilità per ogni cittadino di esercitare un controllo stretto sull’amministrazione e di partecipare direttamente alla stessa. Ciò induce una politicizzazione attiva, la percezione di svolgere un ruolo concreto e l’assunzione conseguente di responsabilità: in definitiva, crea i presupposti per una crescita veramente democratica.
Infine un’ultima considerazione, concernente il pericolo (paventato dalle frange più consapevoli della sinistra) che un’atomizzazione istituzionale porti alla dissoluzione di ogni residuo di stato sociale. Ciò che si teme è che da un lato nelle aree a livello di benessere più elevato, dove più forte è il rifiuto del riequilibrio compensativo operato col tramite fiscale, prevalga l’orientamento verso una privatizzazione totale dei servizi sociali di base (ciò che equivarrebbe ad escluderne le fasce meno abbienti, tutti coloro che non possono permettersene i costi), e che dall’altro nelle regioni economicamente più deboli quegli stessi servizi non possano essere garantiti per le difficoltà di un bilancio ristretto. Il pericolo in effetti esiste: ma occorre non dimenticare che l’esempio normalmente addotto, quello del progressivo smantellamento del Welfare state in atto negli USA, si riferisce ad una realtà di partecipazione politica delle masse lontana anni luce da quella italiana. Quando sono in ballo i temi dello stato sociale un elettorato attivo che sfiora l’80%, e che comprende quindi quella maggioranza della popolazione che è interessata alla pubblicità dei servizi, costituisce ancora un ottimo deterrente contro gli attacchi frontali: e le recenti elezioni lo hanno dimostrato.
Contro quelli più insidiosi, invece, contro le manovre striscianti e aggiranti, non è più questione di stato unitario o federalista, ma di un salto di qualità nel livello della coscienza politica individuale e collettiva: se ciò non accade, il nostro futuro sarà all’insegna del più feroce egoismo privatistico, indipendentemente dalle formule istituzionali che ci riserva. E questo lo hanno dimostrato, in Italia come nel resto del mondo, gli ultimi quindici anni.
Un viandante non è un viaggiatore. Non si limita a superare occasionalmente delle distanze, ma percorre degli itinerari, connota degli spazi. E dal momento che nemmeno è un pendolare, questi spazi, questi itinerari sono sempre diversi. Il viaggio è la sua vita, lo spostamento è la sua meta. Questo lo differenzia dal viaggiatore. Il viaggiatore parte, arriva, vede. Il viandante non parte, perché non ha luoghi o affetti da cui staccarsi, e non arriva, perché non ci sono affetti e luoghi a cui legarsi: e soprattutto non vede, ma conosce, non subisce l’alterità, ma è riconosciuto. Non avendo dimora, non è mai uno straniero. E di ogni contrada, naturale o ideale, può fare la sua patria, senza rinnegare la sua vocazione di apolide.
I Viandanti delle Nebbie non si sottraggono a questa condizione. Le tappe dei loro itinerari, le soste lungo i loro vagabondaggi, diventano occasione di dialogo con chi per il momento preferisce un’esistenza più sedentaria, ma non è immune al richiamo della fantasia. Tali sono ad esempio gli incontri che prendono spunto dalle periodiche incursioni dei Viandanti sui sentieri dell’immaginario (ma anche su quelli, molto più concreti, delle nostre montagne). Due di questi incontri sono già stati realizzati sotto forma di mostre iconografiche, presentate nell’autunno scorso e nella recente primavera.
Ogni viaggio è un’avventura, e ogni avventura è un viaggio. Il viaggio, lo spostamento, nel west della frontiera è molto più di un’avventura, è il senso stesso della vita, la sua intrinseca condizione. Oltre la frontiera occidentale c’è l’ignoto, l’inesplorato: c’è il pericolo, ma c’è anche la speranza di una vita nuova, di un’esistenza diversa. La speranza accomuna nel viaggio tutti i protagonisti del fumetto western: è quella del fuorilegge di sfuggire alla cattura, quella del trapper di sottrarsi alla “civiltà”, quella dell’ex confederato di lasciarsi alle spalle la sconfitta, quella dell’indiano di rintracciare i bisonti e di mettere spazio tra sé e i visi pallidi, quella del mandriano di non avere tra i piedi agricoltori. Tutti inseguono il sole nel suo corso, sui carri, a cavallo, in battello o in diligenza, ricalcando le tracce di tante antiche saghe di migrazione, e incrociando le loro storie in un altrove che le fa assurgere a leggende.
La domanda suonerà superflua per chi il monte lo ha già salito, una o innumerevoli volte: o anche solo per chi è stato affascinato, nelle occasioni e dalle angolazioni più svariate, dall’inconfondibilità del suo profilo. Ma una spiegazione è dovuta a coloro che non hanno provato né l’una né l’altra emozione. Il Tobbio è diverso, è speciale: e intento della mostra, attraverso l’insistenza sulla sua immagine, è di celebrare una diversità da sempre avvertita, che ha rivestito di un’aura di sacralità e di leggenda una vetta accessibile e modesta.
L’eccezionalità del Tobbio è connessa ad un particolare rapporto tra la sua morfologia e la sua collocazione. La conformazione vagamente piramidale e l’escursione altimetrica tra le pendici e la vetta gli conferiscono un’estesa visibilità, pur in mezzo ad altre formazioni di altitudine pari o addirittura superiore. E questo nitido stagliarsi, sulla direttrice ideale che raccorda il mare alla pianura dell’oltregiogo, lo ha eletto a riferimento geografico, meteorologico e simbolico per eccellenza per le popolazioni di entrambi i versanti dell’Appennino.
Percorsi
Lo sviluppo perimetrale della mostra propone, a grandi linee, due diversi itinerari, che possono essere percorsi in parallelo o attuando costanti intersezioni. Il primo ci accompagna in una escursione iconografica a trecentosessanta gradi attorno al Tobbio, colto nei differenti abiti stagionali e meteorologici, e prosegue poi con un ribaltamento del punto di osservazione, trasferito sulla vetta stessa. Il secondo abbozza un excursus storico-scientifico sulle caratteristiche geologiche e naturalistiche del monte, e sul “culto” ad esso tributato. Ciascun pannello offre pertanto una sequenza di immagini corredate di riflessioni generali sul rapporto con la montagna o specifiche su quello col Tobbio, ed una sezione scientifico-documentaria, sviluppata orizzontalmente lungo l’intera mostra.
Noi ci permettiamo un paio di suggerimenti extra. Intanto, quello di percorrere questi itinerari non con il fardello di pignolerie fotografiche, naturalistiche, alpinistiche o che altro, ma in assetto leggero, per ritrovare quella fusione tra reale e fantastico che costituisce la particolare magia di ogni ascensione al Tobbio. Ma, soprattutto, quello di regalarsi un’appendice esterna alla mostra, guadagnando l’altura più vicina e godendosi, se la visibilità lo permette, il soggetto dal vero; o meglio ancora, facendo una puntatina in vetta, per ripercorrere queste immagini dopo aver rotto il fiato, col ritmo giusto per la salita.
Visibilità
Caratteristica precipua del Tobbio è senz’altro la visibilità. Il suo profilo si distingue nettamente, provenendo da nord-est, sin dalle piane o dalle basse colline del pavese. Verso settentrione la sua visibilità non incontra ostacoli lungo tutta la larga fascia pianeggiante che arriva sino al gruppo del Rosa e alle Lepontine, da Ivrea al lago di Como. Da occidente è riconoscibile dai rilievi di tutto l’arco alpino, sino alle Marittime. Meno visibile risulta dal versante appenninico, tra sud-sud-ovest e sud-sud-est, dove il suo dominio trova un limite prossimo nella cresta del Figne, e si frange contro l’altitudine superiore della corona della Val Borbera. In condizioni di eccezionale limpidezza, però, anche chi bordeggi lungo la costa ligure può coglierlo, in uno scorcio ristretto, allineato a nord sulla direttrice del santuario della Guardia.
“L’utopia oggi non consiste affatto nel preconizzare il benessere attraverso la decrescita economica e il rovesciamento dell’attuale modello di vita; l’utopia consiste nel credere che lo sviluppo continuo della produzione sociale possa ancora portare ad un miglioramento delle condizioni di vita e che tutto ciò sia materialmente possibile”. (André Gorz)
In poche righe Gorz ribalta la prospettiva nella quale è sempre stata confinata l’utopia. Il suo non è un puro gioco d’immagini o di parole: è la presa d’atto di ciò che, a dispetto di tutti i polveroni capital-consumistici, già dovrebbe apparire lampante. E cioè che utopico non è il seguire le linee di fuga convergenti, sia pure all’infinito, verso la società ideale, mentre lo è il credere che possa reggere a lungo l’attuale modello sociale e produttivo, fondato su un divario sempre più accentuato tra gli eletti e i diseredati, e su un aumento esponenziale del numero di questi ultimi.
Proprio l’uso che Gorz fa del termine “Utopia” (e dei suoi derivati, Utopico, Utopista e Utopistico) ci impone però di riconsiderarne la valenza polisemica, in rapporto a differenti contesti o a specifiche intenzionalità di lettura. Nell’accezione corrente “utopico” è considerato qualsiasi progetto di rifondazione dei rapporti tra gli uomini o del rapporto uomo-natura che non trovi riscontro, per il passato, nella concretezza delle realizzazioni storiche, e appaia inconciliabile, per il futuro, con i bisogni e con gli egoismi che si suppongono connaturati all’essere umano. In altre parole, è definita utopica ogni speranza di edificare una società non conflittuale, fondata non sui rapporti di forza ma sullo spontaneo consenso e sulla collaborazione, non sul perseguimento del privato interesse ma su quello del bene collettivo. E questa, evidentemente, non è solo una definizione, ma è già una liquidazione. “Utopisti” in tal senso sarebbero coloro che si trastullano col sogno e viaggiano tra le nuvole, invece di posare i piedi per terra e operare entro i margini della realtà di fatto, con i mezzi e nei modi che essa consente; e “utopistico”, con un’accentazione più spregiativa, il loro atteggiamento.
Ora, pur rovesciandone il significato, anche Gorz in questa accezione semantica connota peggiorativamente il sostantivo (non a caso utilizzandolo nella versione “minuscola”, come “nome comune di luogo, astratto”). Fa propria cioè, per la necessità polemica di demolire la tesi opposta, la banalizzazione d’uso nella quale il termine è incorso.
Ma lo stravolgimento del significato dell’Utopia, l’imbalsamazione delle sue valenze ideali, non sono passati solo attraverso l’usura linguistica. L’attacco più profondo ha investito il concetto stesso. Il sogno di un’armonica composizione dei conflitti sociali, di una “razionalizzazione” non finalizzata al profitto è stato letto, da un secolo a questa parte, soprattutto in negativo. Ne sono state colte le potenziali implicazioni coercitive, o addirittura totalitarie, connesse al soffocamento anestetizzato di ogni individualità o dissidenza, alla pressione morale esercitata dalla comunità, all’atrofizzazione del confronto e dell’antagonismo “costruttivo”. Se ne è stigmatizzata l’astoricità, in quanto una società perfettamente realizzata si sottrae alla dinamica storica. Si è insistito sull’astrattezza e sull’innaturalità dei presupposti, che negano la dominanza di quell’istinto competitivo ritenuto comune a tutte le specie e a tutti gli individui, e non terrebbero conto dell’esistenza di devianze e patologie psichiche d’origine genetica. Ma soprattutto si è confrontato il sogno con i ripetuti e fallimentari tentativi (o presunti tali) di una sua attuazione (dalle “reducciones” gesuitiche all’esperimento khmer, passando per le colonie anarchiche, le comunità religiose nordamericane, il comunismo sovietico, ecc.). Col risultato, appunto, di imputare all’Utopia non più soltanto l’inconsistenza e la volatilità del sogno, ma addirittura la gestazione irresponsabile dell’incubo.
E allora è opportuno, a questo punto, rimettere un po’ d’ordine nel significato dei termini e nell’interpretazione dei concetti. In primo luogo va definita un’area di riferimento del termine Utopia. Non tutti i progetti di rifondazione sociale su base comunitaria, ad esempio, rientrano nell’Utopia: non sono definibili tali i movimenti millenaristici, che identificano la rigenerazione con la fine dei tempi, né le comunità di stampo religioso, che escludono uno dei cardini del pensiero utopico, la libertà totale di coscienza, e neppure le dottrine scientifico-sociali, che fanno dipendere la realizzazione della società “giusta” non dal concorso di libere volontà, ma da quello di fattori storici ed economici, secondo una prospettiva evoluzionistica. Ecco quindi che il campo si restringe, e di molto, finendo per comprendere solo quelle espressioni dell’immaginario sociale nelle quali si manifestano aspirazioni, ideali, sistemi di valori non storicamente determinati, potremmo dire “assoluti”. Ciò non significa che l’Utopia non abbia frontiere mobili, o che si sottragga a fenomeni di ibridazione, all’interazione e all’osmosi con altre forme di strutturazione dell’immaginario sociale: ma è pur necessario imporsi un certo rigore terminologico, se si ha la pretesa, o la speranza, di essere capiti. Assumiamo dunque che il termine utopia designa per noi la visione di una società ideale fondata sulla libertà individuale e sulla fratellanza (o quanto meno, sul reciproco rispetto), sulla democrazia diretta e sulla realizzazione di potenzialità, anziché di profitti.
Designa cioè, molto semplicemente, un sogno. E questo attiene alla definizione del concetto. Un sogno non è una chimera, se non quando dimentica il suo status di idealità e pretende ad un’attuazione letterale. L’Utopia conserva, già nella sua formulazione semantica, questa fondamentale autocoscienza: è un paradigma assoluto, un ideale inarrivabile. Tommaso Moro non ha inteso preconizzare il migliore dei mondi possibili (l’”eu-topos”), ma immaginare un mondo che non c’è (l’”u-topos”).
L’Utopia è dunque una pura forma dello spirito, alla quale ispirare i nostri progetti di edificazione della realtà. Un modello strategico, sul quale orientare le tattiche che consentano di esistere, e di non limitarsi a sopravvivere. Ci deve essere consapevolezza che è un sogno, ma perché questa si dia è necessario che ci sia il sogno. E se è impossibile tradurre il sogno in realtà, è possibile però in qualche misura viverlo. Se sognate ad esempio un mondo senza televisione, siate consapevoli che è un sogno: ma ricordate anche che nessuno vi impedisce di spegnere il vostro apparecchio, o meglio ancora, di buttarlo.
Ci risiamo. L’ho perso un’altra volta. Rallento e mi volto a cercarlo, ma già immagino cosa sta facendo: è parecchio indietro, si è fermato a scattare una foto. In una settimana ha fatto andare tre dozzine di rullini, ha fotografato ogni albero della Foresta Nera, ogni fontana, ogni casolare. Una volta a casa, se metterà in fila tutte le dia scattate potrà rifare il percorso per intero.
Poso lo zaino, mi siedo su un ceppo e accendo una sigaretta, mentre lo guardo camminare a ritroso, fermarsi ancora, catturare un altro scorcio. La sta prendendo comoda. Siamo fuori di un’ora e mezza rispetto alla tabella concordata, e la cosa si ripete immancabilmente da otto giorni. È il primo trekking che facciamo assieme, ma credo sarà anche l’ultimo.
Adesso è nuovamente uscito dal sentiero. È scomparso nel bosco.
Quando rispunta sono alla terza sigaretta. Mi vede e fa cenno col braccio. Non rispondo. Continuo a fumare e a guardarlo. Non so se essere più irritato o sconfortato. Quasi due ore di ritardo dopo sole quattro di marcia.
Avanza tranquillo, si ferma, traffica con la Nikon, sostituisce il rullino. Se mi capita tra le mani, quella macchina, finisce in orbita. Finalmente mi raggiunge, scarica lo zaino e siede lì vicino. Dev’essere foderato d’amianto, perché il mio sguardo non lo ustiona.
– C’era una piattaforma su un albero, laggiù. Penso la usino per osservare gli uccelli. Sono salito a scattare un paio di foto.
– Potevi aspettare un altro po’, magari avvistavi qualche tordo – rispondo acido.
Nemmeno se ne accorge. Inossidabile.
– No, c’era una vista magnifica, il bosco da sopra, le cime degli alberi.
Schiaccio con cura la cicca, ma non accenno ad alzarmi. Mi accorgo con sorpresa che la rabbia è già sbollita. Sto pensando a quanto deve essere bello questo bosco, visto da sopra. Io la piattaforma non l’avevo notata. Guardavo avanti, e quando buttavo lo sguardo ai lati del sentiero i tronchi mi sembravano più o meno tutti uguali. Siamo in ritardo di due ore, ma su cosa? Mica abbiamo un appuntamento. Dobbiamo solo arrivare alla Gasthaus, che non si muove, è là da decenni, ci aspetta. Cambia niente arrivare alle cinque, alle sette o alle otto. È una giornata splendida, limpida, calma.
Osservo Pietro. Sta scartocciando una barretta di cioccolato. È tranquillo e soddisfatto, mi sta ancora raccontando della piattaforma. E mentre parla capisco finalmente la differenza. Pietro si muove come un uomo libero, come chi ha nessuno che lo aspetti, e sceglie quando e cosa vedere e chi incontrare. Io mi muovo sempre per arrivare in qualche posto. La parte più importante dello spostamento per me è la meta, non il viaggio. Per lui è esattamente il contrario.
E questo fa la differenza tra il viaggiatore e uno che cammina.
Il tema di questa sera è “la Cultura”. Con la C maiuscola. Per essere più precisi, ci chiederemo: “cosa è, cosa non è Cultura”? Una domanda del genere avrebbe fatto correre immediatamente la mano di Goering alla fondina: voi, che siete più tolleranti, vi sentirete al massimo cascare le braccia. A ragione, perché è una domanda vecchia almeno quanto l’homo sapiens, perché ha già ricevuto un’infinità di risposte, tutte per certi versi egualmente valide, e perché questo significa che non esiste alcuna risposta seria e oggettiva. Tuttavia, se siamo qui evidentemente un po’ di curiosità la conserviamo, e pensiamo che in fondo porsi una volta di più il problema e azzardare una risposta nuova non faccia male a nessuno Il rischio massimo che corriamo è per me di dire delle banalità, per voi quello di ascoltarle.
Premesso questo, vediamo intanto perché ho accettato di trattare un argomento così trito e impalpabile, con la prospettiva, oltre che di riuscire banale, anche di apparire presuntuoso. Bene, io ho l’impressione che a furia di rivoltare per dritto e per traverso certi concetti finiamo per darli come acquisiti; oppure, e forse è ancora peggio, rinunciamo a darne una definizione, sia pure provvisoria, e li priviamo pertanto di ogni valenza e significato, facendone dei contenitori. Vorrei dunque approfittarne dell’occasione di questo incontro per provare a chiarirmi una fastidiosa sensazione di distonia linguistica e mentale con quel che mi circonda: ma niente paura, non intendo partire dalla mela di Eva, mi limiterò ad alcune considerazioni spicciole. Se siano poi marginali, o gratuite, o decisamente stupide, starà a voi giudicare.
Prendo lo spunto da un articoletto apparso su “La Stampa” dell’8 febbraio scorso (“L’Italia patria di libri e i mostre/ Ma RAI e Fininvest non lo sanno”), firmato da Giorgio Calcagno. Calcagno si chiede quanto spazio venga riservato in televisione alla cultura, e trae dalle statistiche dati decisamente sconfortanti: un misero 5% nei palinsesti della RAI, una presenza puramente simbolica (l’1%) in quelli della Fininvest. Sdegnato, il notista deplora la generalizzata insensibilità dei programmatori televisivi per ogni tipo di evento culturale, e soprattutto la quasi totale assenza di informazione libraria. “Ha perfettamente ragione – direte – spazio ai libri la televisione ne concede veramente poco. Ma è una novità? È sempre stato così, a memoria di teleutente”. Infatti, e sono il primo a pensare che l’articolo di Calcagno non aprirà nuovi orizzonti e dibattiti serrati. Ma non voglio farne questione di novità o meno: quel che mi preme è altro, e sta a monte dell’indignazione del nostro. Vorrei piuttosto chiedermi(vi): la disattenzione televisiva nei confronti dei libri, o più in generale, della “cultura”, è un problema? E rispondermi(vi): no, per niente.
Non scandalizzatevi. Io credo che il vero problema sia un altro, e che le geremiadi di Calcagno non soltanto non dicano, ma soprattutto non siano niente di nuovo. Mi paiono tanto inutili quanto stantie, al pari di tutte le grida di dolore che da più parti e a vari titoli si levano a chiedere una più consistente “offerta” culturale. Perché questo è il vero problema: ha senso esigere una “offerta” culturale? Sembra a prima vista un quesito assurdo, tanto appare ovvia la risposta. In teoria, infatti, una vasta gamma di proposte culturali consente ad un maggior numero di persone di scegliere, di partecipare, mentre in assenza di una offerta esibita il mercato si restringe, e molti potenziali fruitori sono scoraggiati o esclusi. Quindi l’offerta contribuisce alla diffusione, ovvero alla democratizzazione della cultura.
Ma le cose stanno davvero così? Crediamo davvero che se i libri avessero sul teleschermo più spazio delle gambe delle ballerine, e le rubriche di critica letteraria più seguito dei telequiz, questo avrebbe a che fare con l’informazione culturale? Non raccontiamoci storie. Sarebbe come voler pensare che le facce di Andreotti o di Craxi hanno indotto negli italiani una maggiore partecipazione e consapevolezza politica, o le cosce della Parietti un costume sessuale più evoluto, o i telequiz un anelito all’erudizione. No, l’informazione, rispetto ai libri (ma allo stesso modo rispetto a tutto ciò che considero “cultura”) uno se la procura in altro modo. Cercare, trovare, sapere che esiste una pubblicazione, e capire che ci interessa, deve rappresentare una conquista, diventare momento di un itinerario culturale che è insieme metodo e obiettivo. Ogni libro parla di altri libri, rimanda ad essi, si inserisce in un percorso tutto personale, solo apparentemente casuale, costruito attraverso letture, cataloghi, riviste, note, chiacchiere con gli amici: tutto, tranne la televisione. La televisione offre, esibisce, si rivolge ad un mercato di spettatori, non di lettori: fa pubblicità, non informazione. È’ nella sua natura. Crea una disposizione attendista, passiva, che nulla ha a che vedere con la conquista e con la partecipazione, quindi con la cultura. Chi attende dalla televisione indicazioni e stimoli per le sue letture, per le sue scelte, è già perso per la causa della cultura (e per tante altre), come del resto lo è chi li “attende” da qualsiasi altra fonte. “Il pubblico vero, effettivo, una minoranza di dieci o ventimila persone che non sono disposte a farsi abbindolare, questo pubblico si è già affrancato da un pezzo dalle arlecchinate dei mass-media, si forma il proprio giudizio senza dipendere dai bla-bla delle recensioni e dei talk-show, e l’unica fonte di pubblicità alla quale crede è la propaganda orale, che è insieme gratuita e impagabile”. (H. M. Enzensberger). Il “pubblico” di Enzensberger, che è poi quella koiné dispersa e disaggregata nella quale sopravvive l’ultima resistenza all’omologazione, sa benissimo a quali criteri può ispirarsi l’”informazione libraria” televisiva. L’unico in sintonia col mezzo e con i suoi utenti è il “di tutto e di più”: ovvero, ciò che piace a tutti e non interessa a nessuno, e che comunque si presta a mettere in piedi un teatrino. È quanto in effetti si è verificato anche in trasmissioni “qualificate” (da Apostrophes a Babele) e non può che essere così, perché si tratta di una questione di contesto. È’ naturale che “consigli culturali” che cadono in mezzo ai “consigli per gli acquisti”, precedendo o seguendo altri spot più o meno espliciti in sembiante di telefilm, varietà o tribune politiche, debbano trattare il libro come un comune oggetto di consumo, al pari di merendine e pannolini e carta igienica, e debbano proporre quei libri che sono proprio tali, fatta salva la minore utilità. Non ha dunque senso lamentarsi perché ciò accade, e rivendicare spazio per qualcosa che nulla ha in comune con la dimensione televisiva.
Le lamentazioni di Calcagno (il quale evidentemente non rientra nei dieci o ventimila di Enzensberger) attengono a quella stessa logica che permette a qualcuno di distinguere tra “Samarcanda” e “Il processo del lunedì”. Chi ha bisogno di Babele per conoscere i libri, e di Samarcanda per scoprire la corruzione e il malgoverno, accetta in pieno il gioco della spettacolarizzazione, e non è neppure abbastanza onesto con se stesso da godersi in santa pace gli opinabili “vantaggi” della sua scelta. Non è questione di stabilire se la televisione sia un medium buono o cattivo, caldo o freddo, stupido o intelligente: di questo si è discusso già sin troppo. La televisione è quel che è, risponde perfettamente alle logiche, ai bisogni e ai disegni del sistema che l’ha prodotta. Proprio per questo non ha niente a che fare con l’idea affermativa e formativa di cultura di cui sopra.
Ho finito per parlare solo di televisione, ma l’intento era un altro. Se infatti non ha senso caricare la televisione di ruoli che non le competono, che vanno contro la sua “natura”, ne ha ancor meno attribuire una speciale dignità ad ogni altro prodotto che si fregi del bollino d.o.c. della qualità “culturale”. E mi riferisco a mostre, convegni, rassegne, dibattiti, festival, meeting, stagioni liriche e teatrali, concerti, premi letterari, a tutta la paccottiglia del “kultur-shop”, a quegli eventi culturali in confezione patinata ai quali pensa Calcagno quando ne stigmatizza l’assenza in tivù. Sono queste le “occasioni” invocate, offerte speciali sempre più spettacolari, più fini a se stesse (o comunque a qualcosa che è ben lontano dalla crescita culturale), puro pretesto per la chiacchiera salottiera, per il presenzialismo, per l’auto-gratificazione di divi delle lettere, del bel canto, delle scene o delle tele, per gli incensamenti impudichi e gli sproloqui insensati dei critici col patentino, e per il plauso pecoreccio di un pubblico tanto ignorante quanto ansioso di farsi titillare da questi vibratori mentali.
Ma allora, cosa si salva? Se inteso come pura “offerta”, niente. Non c’è nulla cui si possa rivendicare un valore “culturale” intrinseco, che possa agire culturalmente quando è rapportato ad un soggetto passivo: mentre è cultura tutto ciò che postula una partecipazione mentale ed emozionale accrescitiva, tutto ciò che induce a non sentirsi soddisfatti, a voler perseverare nella ricerca, tutto ciò che funziona da tramite, e non si propone come punto d’arrivo. È pur vero che anche le “occasioni” culturali ufficiali possono essere vissute in questo modo (io ho i miei dubbi), ma ciò vale per qualunque altra occasione, dalla serata al bar con gli amici alla scampagnata con famiglia, sino all’assemblea condominiale, e senza bisogno di tanti certificati di conformità.
Insomma, spero sia chiaro a tutti che i luoghi deputati della cultura esistono ormai solo in funzione di prosaici significati economici, che vanno (in progressione geometrica) dallo stipendio degli insegnanti nella scuola alle prebende dei docenti universitari, dai rimborsi-spese dei relatori nei convegni ai gettoni dei giurati nei premi letterari, dalle percentuali dei critici nelle mostre ai cachet dei teatranti e dei concertisti. Non è il caso di scandalizzarsi: è così, in altri modi lo è stato anche prima, probabilmente lo sarà sempre più per il futuro. È invece il caso, preso atto di tutto questo, di rifiutare il ruolo di consumatori di cultura e di diventarne attori: e allora diventa necessario uscire dal circuito ufficiale, prendere sentieri meno battuti, e camminare. “Dovete camminare come il cammello, l’unico animale, si dice, che rumina mentre cammina”. (Thoreau)
Camminare ruminando: perché non è sufficiente alzarsi dalla poltrona e rifiutare le offerte speciali, per fare cultura. Non ha senso nemmeno ascoltare questo sfogo, se poi non ci si confronta con le quattro idee che ne possono venir fuori. È per questo che vi chiederò, tra pochissimo, di non applaudire mentre già tenete il cappotto sottobraccio e vi affrettate a guadagnare l’uscita. Non invoco il dibattito, da Fantozzi in poi riuscirebbe comunque ridicolo: vorrei semplicemente capire se c’è qualcuno in questa sala che sta in qualche modo ruminando, per conto proprio o in compagnia, se ha consigli da dare, proposte da avanzare, critiche da fare all’impostazione che ho dato al mio intervento, esperienze di percorsi da condividere. Risparmiatemi però, ve ne prego, le analisi a tutto campo sullo stato pietoso della cultura nel nostro paese o nel mondo intero: non dico che non me ne freghi niente, anzi, ma non siamo qui per ripeterci quello che già dovremmo sapere. Non ho accettato il vostro invito per esibire un consumato scetticismo su tutto e su tutti, sono qui perché credo che ancora ci siano valori da sottrarre all’impacchettamento da grande distribuzione e voglio uscire di qui avendo imparato qualcosa sui modi in cui difenderli. Quale sia lo stato della Cultura già lo so, e penso anche che il problema si sia posto, sia pure in modi differenti, in ogni epoca. In altri tempi le urgenze erano magari quelle di sfuggire alla censura o di allargare l’area della comunicazione delle idee: rispetto ai nostri voglio capire se e come posso muovermi senza produrre alimento per lo spettacolo e senza accettare di rassegnarmi all’immobilità.
Penso che dovremmo approfittare di occasioni come questa, che “ufficiali” non sono, nelle quali al relatore non va nemmeno il rimborso delle spese, per vivere il tema cultura “come se”: come se fosse possibile, ad esempio, sfruttare le nuove tecnologie per produrre in economia pubblicazioni dignitose, e non soggiacere quindi al ricatto e all’imperativo delle sponsorizzazioni. Oppure per creare una rete comunicativa davvero libera, una rete del tam tam, una semplice amplificazione del passaparola, svincolata dai sensi unici e dal controllo preventivo del sistema, politico, mediatico o “culturale” che sia. O semplicemente per intrecciare conoscenze, sulla base di comuni interessi che evidentemente ancora esistono, altrimenti non sareste qui, che possano magari domani trasformarsi in amicizie. Non so, vedete un po’ voi. In fondo, è quello che nel piccolo della nostra serata stiamo già facendo.
Vi sarete accorti, spero, che ho evitato con cura di accennare a temi, soggetti o discipline, così come ad ambiti o a modalità di ricerca e di creazione particolarmente qualificanti. Non ho parlato di conventicole chiuse ed esclusive di illuminati o di “veri sapienti”, ma di amicizie aperte, libere e inclusive di sani curiosi. Per rapporti del genere gli interessi in comune non devono necessariamente concernere il teatro Nô, la poesia erotica finlandese o il dibattito storiografico sui “comuneros”. Si può volare anche più rasoterra, ridere e godere coi fumetti, discutere della pallosità dei cantautori brasiliani, condividere l’amore per i western di John Ford, scherzare sul cinema horror: si può persino parlare di politica. Tutto può essere messo in circolo, purché preso con la dovuta dose di ironia e di distacco, la sola capace di dare una valenza veramente culturale a ciò che altrimenti rimane solo esibizione o moda.
Per come la vedo io questo è fare cultura, questa è l’unica possibile e credibile resistenza all’omologazione, all’imbalsamazione, al bollino di qualità da appiccicare sulla confezione patinata. Non mi importa nulla poi del riscontro, dell’utenza o, come si dice oggi, dell’ “audience”: non cerco ascoltatori, voglio interlocutori, non voglio vendere o comprare, voglio scambiare, per anacronistico che sia.
E qui finalmente chiudo, per lasciare spazio a voi. Se per qualcuno la conversazione di stasera non è stata sufficientemente “stimolante”, mi spiace per lui e mi scuso: ma mi era stato chiesto di proporre la mia idea di cultura, e questo semplicemente ho fatto.
Appendice 2010 – Da quella serata, in concreto, non uscì nulla. Dalle idee espresse in quella serata, invece, qualche anno dopo hanno avuto origine due diverse esperienze, che andavano esattamente nella direzione prefigurata: quella di sodalizi culturali aperti, autoironici e non conformisti. Entrambe quelle esperienze possono essere considerate ad oggi, per certi versi, esaurite. Sono rimaste vive però le amicizie nate con l’una e con l’altra: e questo è ciò che in fondo chiedevo, e ancora oggi chiedo, quando parlo di cultura.
In un tardo pomeriggio di oltre quarant’anni fa mi resi conto all’improvviso che a mio padre mancava una gamba. Avevo otto anni, forse addirittura nove. Evidentemente non ero un bambino molto sveglio, o forse già allora vivevo talmente immerso nelle mie fantasie da non badare alla realtà che mi circondava (che è un modo più elegante per dire la stessa cosa). Sta di fatto che mio padre aveva perduto l’arto ben prima della mia nascita, e quindi io l’avevo sempre visto così, anche perché non usava alcuna protesi: e che se pure qualche dubbio, qualche curiosità mi avevano sfiorato, fino a quel momento il suo stato mi era parso naturale. Naturale che saltellasse invece di camminare, che calzasse una sola scarpa e che una braga dei suoi pantaloni fosse vuota e arrotolata quasi sino all’inguine.
In sostanza, se anche del fatto della gamba mi ero accorto da tempo, quale incidenza potesse avere sulla sua vita so di averlo realizzato d’un tratto, lucidamente, solo allora. Ho perfettamente a fuoco il momento, la situazione, il luogo in cui ciò avvenne. E anche il sentimento che provai. Sono certo che non ci fu alcuna delusione, anche perché mi era naturale non attendermi da lui qualcosa che comportasse l’uso di entrambe le gambe. Non mi piaceva passeggiare, saltare, giocare a nascondino: volevo solo leggere, essere lasciato in pace, inscenare battaglie infinite con i miei soldatini, e sempre possibilmente da solo, lontano dalla vista e dalla presenza altrui. Tutte cose per le quali le gambe, mie o sue, non erano importanti.
Mi venne quindi spontaneo non pensare a quello che una simile condizione poteva comportare per me, ma a ciò che significava per lui, titanicamente ostinato a sbarcare il lunario col lavoro della terra. E fui assalito dall’angoscia. Un’angoscia sottile, non devastante, che cominciò ad avanzare e ad erodere a piccoli flutti, quasi impercettibili, ma implacabilmente continui. Un senso di vuoto allo stomaco che non mi avrebbe più lasciato, e che col tempo si è somatizzato in irrequietudini più o meno manifeste.
Non fu un trauma violento, né poteva esserlo. Chi ha conosciuto mio padre nei suoi giorni migliori sa che su una gamba era in grado di svolgere l’attività di due persone (e non solo era in grado, la svolgeva anche): quindi l’impressione che ne veniva non era quella di un’impotenza ma quella di una eccezionalità, e nello stesso tempo di uno sforzo enorme. Vederlo spingere sull’unico pedale della bicicletta, saltellare tra i filari della vigna (fino ai cinquant’anni non usava, di norma, nemmeno le stampelle), sollevare pesi spropositati, arrampicare sugli alberi innalzandosi a braccia di ramo in ramo, era uno spettacolo ad un tempo esaltante e penoso. Dava orgoglio per quello che stava facendo, e rabbia per quello che avrebbe potuto fare in una condizione normale. Ma soprattutto, ad un bambino di otto o nove anni, imponeva la coscienza di un debito, l’inibizione a qualsiasi attesa, sul piano del gioco e delle attenzioni e del tempo, perché già stava ricevendo moltissimo. Il credito era tutto di quell’uomo formidabile, a lui semmai qualcosa era dovuto, e in qualche modo doveva essere ripagato di quella gamba mancante. Anche quando compresi, molto più tardi, di non essere stato coinvolto solo in una lotta per la sopravvivenza, ma anche in una personalissima guerra di riscatto col destino, in una orgogliosa sfida testa a testa col mondo intero, non potei che condividere quella scelta. Perché in fondo, per un uomo così, non c’era alternativa.
Ripensandoci oggi, a tanti anni di distanza, sono sempre più sicuro che quello sia stato il mio vero battesimo alla vita. In quel momento scoprii il peccato originale, avvertii di essere in fallo, di dover in qualche modo espiare e rendermi degno del perdono. C’era qualcuno che faticava e soffriva anche per me, ed io dovevo ripagarlo, ripristinare l’equilibrio, essere l’altra gamba. Forse si stava solo manifestando una congenita presunzione, o forse la sofferta voluttà di offrirmi come capro espiatorio, di caricarmi la soma delle responsabilità del mondo, era frutto dell’ambiguo spirito da controriforma che mia madre mi aveva inculcato: o magari fu davvero la scoperta dell’invalidità di mio padre a mettere in moto tutto il processo. Non lo so, probabilmente hanno concorso tutti e tre i fattori, ma senza dubbio la condizione necessaria era la prima, una natura portata ad esasperare, nel bene come nel male, l’autoconsapevolezza (forse perché poco fiduciosa negli altri).
Più o meno consapevolmente ho passato dunque tutta la vita ad espiare. Perché la colpa, quando è originaria, non si redime, non si cancella mai. L’innocenza perduta non la ritrovi più, la macchia ricompare, tu la vedi, e temi che anche gli altri la vedano, e non sei mai a tuo agio. Mentre studi, mentre leggi, mentre ti diverti, pensi che lui sta faticando, che in quel momento sta facendo qualcosa che tu avresti potuto fare. Tutto diventa secondario e relativo. Ti scopri incapace di andare in fondo in qualunque tua idea o passione, perché c’è quella realtà di sudore e di fatica a rendertela vana e illusoria. Finisci per fare tua la sfida in faccia al mondo, solo per accorgerti di essere sconfitto in partenza, perché tu non ti confronti col destino, ma con un uomo che il destino lo ha battuto su una gamba sola. E quando capisci che non riuscirai mai ad emularlo, e che in fondo tutto questo non ha senso, che devi riprenderti la tua gamba per fare la tua strada, è ormai troppo tardi: l’altro arto si è rattrappito, non riesci più a distenderlo. Rimani in bilico come le gru dormienti di Chichibio, e aspetti invano che qualcuno batta le mani e ti risvegli.
da un’escursione autunnale con HANS MAGNUS ENZENSBERGER
di Paolo Repetto, 1991 e da Sottotiro review n. 3, maggio 1993
P. Allora, le piace qui, dottor Enzensberger?
H.M. Certo. È veramente un bel posto. E poi queste colline, questa natura, sono molto diversi rispetto al paesaggio italiano cui sono abituato. Io conosco bene soprattutto la Toscana, come tutti i tedeschi, d’altra parte.
P. Già, è così. Comunque, con tutto il rispetto, credo ci siano molti altri volti dell’Italia che lei non conosce. Confesso che mi è piaciuto molto il quadro che Lei ne ha dato in “Ah! Europa”, perché è più che veritiero: ma non è completo. Per questo ci tenevo tanto ad incontrarla, e tra l’altro, ad incontrarla proprio qui.
H.M. L’avevo capito dalla sua lettera: e ho accettato per la stessa ragione. Mi corregga se sbaglio, ma ho l’impressione che Lei voglia mostrarmi la “faccia seria” di questo paese.
P. Direi piuttosto la faccia “in ombra”, quella che non è sempre sotto i riflettori, che non invade i teleschermi, le sale dei congressi e le riviste più o meno patinate. Badi bene, niente a che vedere con l’Italia dei misteri, anzi. Questo anche Lei lo ha sottolineato, in Italia non ci sono misteri, tutti sanno tutto, fingono di non saperlo ma lasciano capire che lo sanno, e le prime e seconde e terze pagine sono piene dei resoconti di attività che paradossalmente vengono definite occulte. No, semplicemente mi premeva farle constatare che anche in un paese come il nostro, zeppo di parassiti e cialtroni, c’è gente che lavora e resiste in silenzio. Anche se sta diventando sempre più difficile. In fondo è la stessa gente di cui Lei parla ne “In difesa della normalità”: magari meno “maggioranza silenziosa”, perché qui la maggioranza è piuttosto di casinisti, ma insomma, c’è anche gente seria.
H.M. Non ne dubitavo. Mi sembra naturale che dietro la mandria di idioti che appaiono in tivù, accendono fuochi nei boschi e si pestano negli stadi, ci debbano essere anche persone normali e responsabili. Anche se, a dire il vero, non ho avuto molte occasioni di incontrarle. Sa, col mio lavoro finisco per frequentare soprattutto convegni culturali. Resta il fatto che il fenomeno di italianizzazione dell’Europa di cui parlo nel saggio da Lei citato fa riferimento soprattutto al modello “eccessivo” italiano. Tra l’altro, da allora (era l’87) sono maturate altre situazioni che rendono a mio parere ancor più valida la prospettiva di una esportazione del modello italiano. Mi riferisco alla crisi di legittimità del sistema partitico. Quello che in apparenza sembra un prodotto dell’arretratezza politica italiana è in realtà l’anticipazione di una tendenza che a breve interesserà tutta l’Europa (e quella parte del mondo in cui esistono istituti politici basati sui partiti). Intendo dire che il sistema capitalistico, dopo aver avuto bisogno della democrazia partitica, dei partiti politici (e mi riferisco a tutti i partiti, di governo e forse ancor più di opposizione, con tutti gli annessi e connessi, tipo sindacati, ecc.) quali cinghie di trasmissione per far digerire alle popolazioni i mutamenti economici, culturali e sociali degli ultimi due secoli, oggi può farne tranquillamente a meno. Il sistema-capitale aderisce ormai al nostro corpo come una seconda pelle, si propone come una seconda natura. Nel corso di cinque o sei generazioni ci siamo abituati a considerare “naturale” ogni sua manifestazione, dal lavoro parcellizzato alla cementificazione a tappeto, dal guidare l’automobile al rimbambirci davanti alla televisione. Non è stata una rieducazione indolore: i partiti politici hanno funzionato da anestetico. Ricorda Guicciardini, a proposito di Ferdinando il Cattolico? “Quando volea fare impresa nuova o deliberazione di grande importanza, procedeva spesso di sorte che, innanzi si sapesse la mente sua, già tutta la corte e i popoli desideravano ed esclamavano: el re dovrebbe fare questo, ecc.” Perfetto. A questo sono serviti i partiti, a far si che la gente si convincesse di aver chiesto quel che le veniva imposto. Ora non è più necessario, come dicevo, ormai il filo è diretto.
P. Il filo diretto passerebbe in Italia attraverso la guaina del leghismo? Non mi sembra di aver colto un’analisi di questo tipo nel suo ultimo libro, “La grande migrazione”.
H.M. In effetti “La grande migrazione” è solo un excursus molto generale su un fenomeno che tutti sembrano scoprire solo adesso, con i “barbari” alle porte, ma che in realtà ha caratterizzato da sempre la storia dell’umanità. Quanto al leghismo, si, penso che in qualche modo si proponga come modello di decisionismo diretto, non mediato: l’illusione di scegliere “di persona”, senza più deleghe, quando in verità tutte le scelte sono già state fatte e le decisioni sono già state prese. Comunque, il filo non ha nemmeno più bisogno di guaine metaforiche. Esiste già materialmente, corre via etere, e magari oggi anche via modem, si dispiega sempre più invisibile e solido e veloce fino a tessere “la grande rete” nella quale ci stiamo ingabbiando, narcotizzati dal sogno della democrazia telematica.
P. Credo che Lei prefigurasse qualcosa del genere ne “Gli installatori del potere”.
H.M. Già, pressappoco. Ma le confesserò che quel “prefigurasse” mi dà un po’ fastidio. Preferisco pensare di avere gli occhi aperti sul presente piuttosto che lo sguardo lungo sul futuro. Per come la vedo io, poi, finirei per passare per un profeta di sventure.
P. Capisco. Ma resta il fatto che a Lei riesce di anticipare sistematicamente i tempi rispetto alle grandi tematiche, e di affrontare i risvolti di un problema prima che il grosso dell’armata intellettuale abbia avuto anche solo la percezione del problema stesso. Nelle poesie di “In difesa dei lupi”, ed erano l’opera di un giovane, c’era già la presa per i fondelli di quella puzza al naso “di sinistra” che ha caratterizzato le “avanguardie” politiche e intellettuali degli anni sessanta. In “Politica e terrore”, e siamo prima del ‘68, è puntigliosamente dimostrata la sostanziale equivalenza e complementarità tra l’azione politica del sistema e l’azione politica di chi lo combatte col terrorismo. In “Palaver”, e siamo ai primi anni settanta, si colgono le ambiguità di un ecologismo “integralista”, nonché la sua predisposizione ad essere strumentalizzato. Tra i saggi di “Sulla piccola borghesia” ho trovato finalmente un discorso sincero e pulito rispetto agli esotismi terzomondisti, quello di “Eurocentrismo controvoglia”. E lo stesso vale per l’analisi spietata de “Il massimo stadio del sottosviluppo”, sul socialismo reale e la sua fine incombente, prodotta negli anni settanta. Certo, non parliamo di doti profetiche, ma è senza dubbio frutto di una stupefacente lungimiranza.
H.M. Insomma, non un profeta ma uno scout. Mah, non mi ci vedo a cavalcare un po’ avanti alla truppa, a leggere le tracce sul terreno e a spiare i polveroni lontani. No, torniamo a terra. Mettiamola così: è evidente che scrivo perché credo di aver qualcosa da dire, magari anche di vedere qualcosa che gli altri non vedono, o fingono di non vedere. Niente lungimiranza, se mi permette: solo onestà intellettuale. E già così non mi sembra di peccare di eccessiva modestia. Se c’è una cosa che mi irrita è il constatare come la stragrande maggioranza, tra coloro che formano l’intellighentia, rifiuti ostinatamente di guardarsi attorno, o, quando lo fa, di prendere atto di quanto vede. Ricorda quella poesia, “Sulle difficoltà della rieducazione”? “Quando è il momento della liberazione dell’umanità/ corrono dal barbiere…/ Invece che per la giusta causa/ lottano con le vene varicose e il morbillo. / Eh sì, se non ci fosse la gente/ tutto si aggiusterebbe in un baleno”. Certo che si aggiusterebbe! C’è solo il piccolo dettaglio che l’opera di aggiustaggio viene intrapresa, negli intenti, in nome, alla testa, per il bene della “gente”. Quando dico “prendere atto” non intendo che una volta realizzato come la “gente” non voglia quello che vuoi tu, la si debba lasciar cuocere nel suo brodo, o peggio, che si debbano rincorrere i suoi gusti per non essere cacciati dalla cucina: no, intendo dire che non si può costruire un abito ideale, senza prendere le misure, avendo in mente magari il canone di Policleto, e poi arrabbiarsi se quelli cui è destinato hanno la pancia, o le gambe corte. Ecco, se uno si guarda in giro, o ha il coraggio di guardarsi allo specchio, vede che la “gente” ha la pancia, le gambe corte, le spalle strette o il sedere sporgente. Cosa fa, li elimina tutti? Non è più sensato cucire abiti meno attillati, un po’ più informi e goffi, ecco, oggi si dice “casuals”, che si adattino a tutti? Fuor di metafora, se dà un’occhiata proprio all’abbigliamento moderno, vedrà che il sistema questo l’ha già capito da un pezzo. Insomma, giriamo giriamo, ma stiamo parlando semplicemente di buon senso.
P. Ecco, ci siamo arrivati: buon senso, ovvero razionalità. Assieme a Calvino, e in qualche modo anche ad Eco, Lei per me rappresenta la persistenza e la validità dell’atteggiamento illuministico. Il più simpatico tra i personaggi dei suoi “Dialoghi tra immortali, morti e viventi” risulta Diderot. Forse perché è un ironico autoritratto. Le piace essere considerato un epigono dell’Illuminismo?
H.M. Mah, intanto aggiungerei al gruppetto anche Böll, così siamo giusti per lo scopone. Quanto all’Illuminismo, dopo il contropelo di Adorno e Horkeimer c’è da chiedersi se non sia un insulto. Comunque, seriamente, rifiuto di considerarmi un epigono, perché questo connoterebbe l’Illuminismo come una moda culturale, mentre è un atteggiamento, una disposizione di spirito. In questo senso sì, allora lo considero un complimento: se illuminismo significa difesa del buon senso, che non sempre si identifica col senso comune, ma qualche volta sì, ebbene, sono un illuminista. Riguardo a Diderot, poi, c’è senz’altro un po’ di me, anzi, c’è parecchio: ma l’intento era piuttosto quello di evidenziare una certa “banalità”, aspetti, la precedo, una “normalità” attraverso la quale lo spirito, diciamo l’intelligenza, riesce ad operare in positivo. Niente ascetismi, niente eroismi: la storia va avanti attraverso il tran tran, e si accompagna alle grettezze e meschinità di persone che comunque lavorano seriamente e con passione. Qualcosa di simile, anche se colto in chiave più ironica, a quel che ho cercato di dire nelle poesie di “Mausoleum”.
P. È vero. “Mausoleum” mostra l’altra faccia di tante medaglie, quelle che recano da un lato l’effigie dei protagonisti della vicenda del “progresso”. Quel che più mi piace, in questa Spoon River del villaggio della conoscenza, è l’assenza di qualsiasi volontà dissacratoria. C’è un clima di mestizia, piuttosto: sono presentati i costi, a fronte dei ricavi. E qualche volta è dubbio che ci sia stato per l’umanità un utile netto.
H.M. Già. Credo sia andata proprio così: le grandi scelte scientifiche, o in senso più lato culturali, sono state fatte tutte in buona fede, da gente convinta di essere nel giusto, di operare per il bene comune. I risultati non sempre hanno corrisposto. Quanto al dissacrare, credo che presupponga qualcosa di sacro: nell’epoca nostra è quasi un gioco di società. Una volta che è caduto, tutti vogliono portarsi a casa un pezzetto del muro di Berlino. Ci sono bancarelle che li vendono, e sospetto che ormai questi detriti arrivino addirittura dall’Italia.
P. È probabile. Ma in definitiva, banalizzando, lei ritiene di avere un’attitudine ottimista o pessimista rispetto alla storia dell’umanità, quindi al passato, o rispetto ai suoi sogni, quindi al futuro?
H.M. Dovendo proprio rispondere direi ottimista, ma non lo so, dipende dall’accezione che si vuol dare al termine. C’è chi crede che la storia dimostri come l’umanità abbia comunque sempre progredito, malgrado Attila e Hitler e tutti gli altri, e che in pratica è in moto un processo di perfezionamento. Chiaro che questo non è essere ottimisti, ma idioti. Cinque miliardi di persone che muoiono per fame, malattie e violenze, e tutti gli altri miliardi che sono morte allo stesso modo e per le stesse ragioni nel corso degli ultimi cento secoli stanno a dimostrare il contrario, e avrebbero qualche obiezione a questa idea. Nemmeno credo valga l’ipotesi di una razionalità che si è affermata, o che comunque si è ritagliata un suo spazio, e non lo perderà più. Basta accendere per cinque minuti un apparecchio televisivo per avere la dimostrazione del contrario.
P. In effetti in “Mediocrità e follia” Lei esprime molti dubbi in proposito. E anche nelle poesie di “La furia della caducità” non sembra nutrire speranze in una nuova primavera dei Lumi.
H.M. Beh, è chiaro che ultimamente è un po’ difficile coltivare entusiasmi. Qualcuno potrebbe dire: per fortuna. Ma spero che da nessuna delle due opere da Lei citate giunga la sensazione di una mia posizione “apocalittica”, un annuncio della fine dei tempi. Per carità, i grandi pessimisti, tipo Cioran, o il vostro Ceronetti, mi danno sui nervi. Volgarità trionfante, barbarie incombente, suicidio collettivo, eh, santo Iddio! Tocchiamo ferro. O almeno, sia un po’ come vuole, questo significa forse che io debba rinunciare al rispetto di me stesso, e quindi al dovere di capire e di aiutare, per quel che posso, anche gli altri a capire? E magari tentare qualcosa, con gli altri, per evitare lo sfascio?
P. Mi par di potere desumere, allora, che Lei, arrivato a sessant’anni, con alle spalle un quarantennio di attività come letterato e polemista, non dia segni di cedimento. Dica la verità, non la sfiora ogni tanto l’idea di mettersi in pensione?
H.M. Oh, altroché. A volte penso che dovrei davvero staccare. Ho i miei amici, i miei affetti, i miei libri: magari in ordine inverso. Ma vede, è più facile smettere di fumare che di impicciarsi. Io non riesco a liberarmi né dell’uno né dell’altro vizio.
P. Ma non prova mai una impressione di inutilità, la sensazione di predicare nel deserto, di dire cose che alla fin fine vengono ascoltate da quattro gatti, ma delle quali i più sembrano poter fare tranquillamente a meno?
H.M. No, no. O meglio, si, è naturale che a volte uno ne abbia le scatole piene e si chieda: ma cosa sto facendo, perché, e per chi? E più ancora quando ti accorgi di essere travisato, che non quando sei ignorato. Si, capita. Ma poi? Voglio dire, il senso che do al mio impegno, per quel che vale, non è senz’altro quello di fare adepti. Per quelle cose lì ci sono altre strade: si predica, come il reverendo Moon, o si fa lo scemo in televisione, come il vostro Sgarbi. Ne abbiamo già parlato: se ti proponi di essere una voce critica non puoi certo pretendere gli applausi. Ritorniamo al discorso delle “avanguardie” e della pretesa che ad ogni presunta provocazione il pubblico reagisca, ma nello stesso tempo consenta. Se il pubblico, come sempre più spesso accade, incassa imperturbabile, non significa che non ha capito niente, ma che non aveva senso la provocazione. Comunque, tornando a me: Lei ed io siamo qui, Lei ha vent’anni meno di me, si pone gli stessi problemi, domani risponderà ad altri che Le porranno le stesse domande. È un filo di “resistenza”, come Lei stesso lo ha chiamato, che val la pena continuare a tessere. Direi che, al limite, è sufficiente questo a giustificare quarant’anni di impegno: o le sembra poco?
P. No, certo. E anzi, la ringrazio, a nome mio e di tutti coloro che continueranno ad attaccarsi a quel filo. E ora andiamo, signor Enzensberger: arriveremo a quella chiesetta lassù, sul monte lì di fronte, il Tobbio. È un po’ il nostro Broken. La vede?
H.M. Uhm, si direbbe piuttosto lontana. Pensa che possa farcela?
P. Ce la farà senz’altro. Lei è ancora capace di salire molto in alto. Garantito.
di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 2, dicembre 1992
Da qualche tempo tra i miei allievi è invalso l’uso dell’aggettivo “mitico”. L’origine è televisiva, o gazzettosportiva: non certo foscoliana. È quasi un intercalare, un irritante e blasfemo sostituto del punto interrogativo. Lo buttano lì per supplire all’incapacità di esprimere un qualsiasi commento, di azzeccare un aggettivo appropriato, di articolare un oh! di meraviglia. Li strozzerei.
Neppure mi consola il pensiero che questo abuso potrebbe rivelarsi un efficace anticorpo, da opporre all’attacco dei miti serializzati, effimeri, preconfezionati e messi in commercio dal sistema: che cioè dove tutto diventa “mitico” crolla il mercato per il mito-merce. È un prezzo troppo alto da pagare, è l’opzione zero delle idealità. Preferisco invece pensare che rimanga ancora spazio per una mitizzazione spontanea, genuina, impermeabile alle mode dettate dal consumo.
Ma vediamo, a questo punto, di intenderci. Quando parlo di miti mi riferisco ai fenomeni di consacrazione non manipolata, o magari sottrattasi ad un progetto iniziale di manipolazione, di alcuni modelli di pensiero o di comportamento, trasgressivi o integrativi che siano. È un fenomeno che ha caratterizzato in forme diverse ogni epoca, ed ha assunto tratti di particolare intensità (e ambiguità) nell’età post-atomica. Per decenni, dopo l’ultimo conflitto, miti ed eroi scaturiti dal mondo della letteratura, del cinema, dello sport, della musica, o anche da quelle altre forme di spettacolarità che sono in ultima analisi la politica, la religione, ecc. , hanno riempito di riferimenti comportamentali la vita di due generazioni. Così gli anni cinquanta hanno offerto James Dean o Pavese, i sessanta Kerouack, Pasolini o Cassius Clay, i settanta Che Guevara o Jim Morrioson o Tolkien, e tanti altri, per ogni gusto e tendenza e livello. Questi personaggi, al di là del fatto che fossero più o meno legati al carro della società dello spettacolo, e al di là anche del travisamento, spesso totale, dei loro veri o presunti “messaggi”, sono stati recepiti come risposte ad un bisogno di esemplarità tanto più sentito quanto più si faceva manifesto il processo di uniformazione consumistica. Sono stati quindi assunti a simboli collettivi, universali, hanno rappresentato il minimo comune multiplo dei sogni, delle disperazioni, delle speranze e delle paure spontanee, non di quelle diffuse e alimentate dal sistema. In essi ci si riconosceva, anche se poi ad essi si attribuiva una speciale capacità, quella di essere andati sino in fondo, di aver “realizzato”. Il personaggio-simbolo, il “mito” appunto, era un tramite per sentirsi solidali con tutti coloro che in esso si identificavano, nella convinzione che se altri vedevano in esso ciò che noi vi vedevamo questa era una forza, e in qualche modo avrebbe potuto agire sul mondo. Si trattava di una mitizzazione collettiva, che aggregava una ideale comunità di spiriti attorno alla figura-simbolo e al messaggio di cui era fatta latrice.
Tutto questo oggi sembra incredibilmente lontano. Dieci, quindici anni di purghe deideologizzanti hanno sortito il loro effetto. Sconcertati dai “pentimenti” della nostra generazione, dagli autò da fé singoli o collettivi celebrati in televisione o sulla stampa, i costruttori di miti per eccellenza, i giovani, sembrano preoccupati soprattutto di non lasciarsi alle spalle eredità di sogni di cui dover magari un giorno rendere conto. Consumano le quotidiane dosi di metadone mitologico con menefreghistico distacco e fanno terra bruciata dietro di sé, azzerando nella banalizzazione i grafici dell’entusiasmo e dell’utopia. Non mi chiedo di chi sono le colpe, e se ci sono: constato una realtà di fatto.
Ma allora, non c’è proprio più spazio per il mito? Al contrario, spazio ce n’è, a volerlo trovare. Soltanto si presta ad una forma di mitizzazione diversa, più discreta, più privata, diciamo pure più elitaria. Costretti dai tempi (o dall’età?) alla fuga dal mondo, a ritirarci nel nostro particulare, non possiamo trascinarci appresso simboli ingombranti e gigantografie: dobbiamo optare per piccoli miti tascabili, per scrignetti di tesori che non amiamo spartire o disvelare, ma coviamo gelosamente come piccole conquiste individuali. Che poi l’onnipresenza e l’onniscienza del sistema li abbia già contabilizzati, e che ci blandisca addirittura, assecondandoci e magari offrendoceli nella confezione personalizzata, non ha importanza, almeno ai fini di quel che possiamo trarne. Perché il fatto di farne partecipi solo pochi intimi, scelti tra coloro che ci paiono in grado di apprezzarne il vero valore, torna ad essere una ricerca di solidarietà, più spicciola magari, più laica, che non passa attraverso i grandi simboli, ma per i piccoli amici, i compagni di avventura (o di sventura) discreti e segreti: quasi una complicità. E in effetti della complicità ha molti tratti, questo rapporto esclusivo, iniziatico, che si instaura con il mito “post-moderno”. È il rapporto più consono alla forma di resistenza catacombale cui siamo ridotti, che induce alla diffidenza, alla sfiducia nei grandi numeri, nelle parole d’ordine e negli slogan troppo inclusivi, e predilige legami stretti e molto personalizzati.
In sostanza, dalle nuove figure di riferimento ci si attende più un conforto che uno sprone. Si cercano testimonianze di una possibilità di vita, di esistenza autentica, in quel grottesco palcoscenico che è divenuto il mondo: e ci appaiono credibili soltanto quelle che sfuggono ai riflettori, che si adattano al nostro oscuro e specifico tran-tran quotidiano, invece di proporsi come modelli universali, e in quanto tali inarrivabili.
A questo punto il discorso potrebbe portarci lontano: mi limito quindi ad accennarne, per sommi capi, un possibile sbocco. Questo elitarismo, questa tendenza al mito privato ed esclusivo, non sono privi di legami con le attuali spinte particolaristiche che caratterizzano tutto il mondo occidentale. Coltivare un mito privato significa in definitiva riconoscersi soltanto in chi parla il nostro stesso linguaggio, pensa come noi, vive aspirazioni e sconfitte identiche alle nostre, e non solo genericamente condivise. Significa appunto coltivare una identità, fortemente sentita, contrapporre al cosmopolitismo degli anni sessanta-settanta, dei figli dei fiori o dei sessantottini, la difesa e la sottolineatura di una “differenza”. Il che, da un certo punto di vista, può apparire un atteggiamento reazionario, decisamente di “destra”, come si diceva un tempo. Ma non avrà qualcosa a che fare anche con l’insistenza con cui la cultura progressista ha spinto, negli ultimi anni, sul rispetto delle differenze, sulla salvaguardia delle identità culturali, dei particolarismi etnici, ecc.? Non sarà che a furia di essere catechizzati sul rispetto della diversità altrui (e qualche volta, riconosciamolo, in maniera acritica, o addirittura grottesca), e sui guasti della omologazione razionalistica occidentale, abbiam finito per sentirci indotti (o costretti) a difendere la nostra, di diversità? E questo moto di fastidio, questa forma di autodifesa, sono proprio così totalmente immotivati e illegittimi?
di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 2, dicembre 1992
Bruce Chatwin l’ho conosciuto “In Patagonia”. A dire il vero ero arrivato laggiù proprio insieme a lui; ma sulle prime questo non mi era sembrato importante, perché avevo scelto il libro per il titolo, non per l’autore. Quel titolo mi intrigava: la Patagonia per me ha da sempre equivalso all’altro capo del mondo, all’idea della fuga assoluta. E in effetti la Patagonia che cercavo l’ho poi trovata, in quelle pagine, con l’ossessione del vento, la solitudine, la desolante immensità degli spazi: tutte cose passate però in secondo piano, quando mi sono reso conto di aver trovato ben altro, di aver conosciuto uno scrittore vero, un viaggiatore vero, un amico. Non è stata una folgorazione: piuttosto un affetto cresciuto con la frequentazione. Dopo “In Patagonia” è stata infatti la volta de “Il Viceré di Ouidah”, opera apparentemente del tutto diversa dalla prima, che mi ha spiazzato, convinto com’ero di aver trovato con Chatwin un filone narrativo ben determinato. Mi sono ritrovato indietro di due secoli, nell’Africa della tratta, dei mercantiavventurieri, dei sovrani grotteschi e sanguinari di effimeri regni costieri. Ho faticato, in un primo momento, a ritrovare in quel brulichio di corpi e riti e teste mozze e harem il narratore dei silenzi della Patagonia: fino a quando non ho realizzato che non ero al cospetto di un serialista, ma di un autentico fenomeno, capace di attraversare gli spazi e i tempi e le storie più diversi mantenendo intatta la genuinità dell’interesse e la padronanza stilistica. La conferma, se ancora ce ne fosse stato il bisogno, è venuta con “Utz”. Ancora un’altra epoca, altri luoghi; dagli spazi immensi e aperti al chiuso di un appartamentino praghese, all’atmosfera soffocante di uno stato poliziesco. Un capolavoro di finezza, una storia minima eppure straordinaria di “resistenza umana”. Ormai entrato in sintonia, ho ricavato piaceri di lettura che mi erano negati da un pezzo da “Le vie dei canti” (l’opera più vicina, nell’impostazione, a “In Patagonia”), un pellegrinaggio lungo le “Piste del sogno” degli aborigeni australiani, e soprattutto da “Sulla collina nera”, storia povera di spazi, giocata com’è in un ristrettissimo lembo della campagna gallese, ma densa di avvenimenti e di inquietudini. Da ultimo, la raccolta di brevi articoli e di bozzetti “Che ci faccio qui” mi ha fatto avvertire una sensazione di intimità con Chatwin quale solo avevo conosciuto, forse, per Salinger. Eppure di lui, della sua vita, so ben poco. E mi accorgo che non mi interessa saperne di più. Chatwin non entra di prepotenza nei suoi libri. È già lì, e riesce naturale e scontato il fatto di trovarcelo. Non importa come sia finito in Patagonia, o in Australia, o a Praga, perché importano quello che vede, la gente che incontra, le vicende semplici e insieme esemplari che annota. Benché la sua ottica sia particolarissima, e i suoi interessi siano tutt’altro che comuni, non è la sua storia, la sua figura ad emergere: sono luoghi, persone, eventi proposti da un testimone intelligentemente curioso e intimamente partecipe, ma sempre discreto. Il fatto è che Chatwin rispetta sempre, pur senza essere acritico, i suoi interlocutori, anche quando è in presenza di scelte di vita singolari, e magari difficili da comprendere. Nelle sue pagine troviamo la loro voce, non le interpretazioni dell’autore. E questo significa rispettare anche il lettore, dargli credito di intelligenza e di autonomia di giudizio. Per questo non ha bisogno di andare in caccia di vicende o personaggi sensazionali: nell’era del reportage, dell’obbligo alla spettacolarità e della spettacolarizzazione dell’ordinario, egli racconta una quotidianità che diventa eccezionale ai nostri occhi solo per il fatto di essere quotidiana. Sentiamo che raccoglie dai suoi viaggi e dai suoi incontri quello che noi avremmo raccolto e che sarebbe stato ritenuto dal filtro della nostra memoria. Ci dà conforto, soprattutto, sapere che per il mondo girano, in mezzo a tanti imbecilli, uomini come lui: e che non è impossibile ogni tanto incontrarne qualcuno, magari non di persona, magari solo attraverso le pagine di un libro. È già molto, è già una risposta alla domanda posta a titolo dell’ultima raccolta dei suoi scritti: che ci faccio qui?
Bruce Chatwin è scomparso nell’89, non ancora cinquantenne. Le sue opere hanno cominciato a circolare in Italia nei primi anni ottanta, incontrando anche un certo successo, ma senza fornire mai lo spunto per l’esplosione di un “caso letterario”. Il che, se ho ben capito il personaggio, è esattamente ciò che l’autore voleva, o comunque è ciò che io amo pensare preferisse. (Così come non mi è affatto spiaciuto che nessuno dei sacerdoti della critica letteraria italiana si sia accorto della sua morte – e d’altronde neanche della sua opera – e che gli siano state risparmiate le aspersioni delle solite brode di ovvietà). In questo modo posso continuare a pensare a lui come ad un amico, ai suoi libri come a lunghe missive personali, condivise al più da una piccola cerchia selezionata. e se mi sono deciso scrivere queste poche righe che lo riguardano è proprio perché so che pochissimi le leggeranno.
Viaggiare verso il mistero non significa conoscerlo, ma custodirlo come mistero, assumerlo come tale. Pietro Chiodi
Introduzione
A dispetto del continuo progresso nelle conoscenze scientifiche e dell’opinione razionalizzatrice della scuola e della cultura di massa la nostra società continua a registrare un persistente, anzi crescente interesse per l’occulto.
In questo mondo di oscuri riti ed enigmatici personaggi l’uomo comune cerca una risposta ai quesiti esistenziali che lo affliggono.
Dato che la scienza ufficiale, la filosofia e la religione non offrono risposte immediate, concrete e soddisfacenti a queste domande, l’essere umano cade spesso nelle trappole di fantomatiche sette che con l’inganno abbindolano i loro adepti facendo credere loro di godere della possibilità di accedere a poteri o a saperi misteriosi e riservati a pochi eletti.
Solamente in Italia esistono più di seicento sette ufficialmente dichiarate che praticano i più svariati culti esoterici, con gli scopi e le origini più disparati.
È indubbiamente difficile individuare tra queste quelle che possono essere classificate come associazioni religiose o sapienzali e non società a fine di lucro, ma certamente ne esistono alcune che si prefiggono il solo scopo di aiutare l’uomo nell’affrontare serenamente la vita avvalendosi delle proprie facoltà, anche se spesso vengono potenziate da antichi riti, magari celebrati in lingua sconosciuta.
Servendomi dell’aiuto di conoscitori della materia e dalla lettura di libri sull’argomento (uno di quelli che più mi hanno stimolato all’approfondimento è senza dubbio Il pendolo di Foucault di Umberto Eco), ho cercato, basandomi soprattutto sulle origini delle sette, di individuare i più importanti ordini occulti che hanno caratterizzato la storia di questo millennio e finalizzati al proseguimento di una qualche forma di conoscenza, e non a spillare denaro agli sciocchi.
I Templari
Gli odierni Templari vantano una presunta discendenza dall’ordine religiosomilitare del Tempio di Gerusalemme, comunemente denominato Templari.
Erano appunto dei monaci con spada al fianco, una novità assoluta nell’organizzazione della Chiesa.
L’Ordine venne fondato da un nobile cavaliere chiamato Hugo de Payer e da altri otto compagni nel 1118 con l’approvazione del re di Gerusalemme Baldovino II, che assegnò loro anche una parte del suo castello, costruito secondo la leggenda sulle rovine del tempio di Salomone.
La loro regola si basava essenzialmente sulla povertà, castità e obbedienza. Non possedevano nulla tranne il loro mantello bianco, con sopra ricamata una croce rossa a braccia uguali, e la loro spada; anche il cavallo doveva essere diviso con un compagno, questo è testimoniato anche dal loro primo sigillo sul quale erano impressi due Templari in sella ad un solo cavallo, segno di povertà e fratellanza.
Oltre alla regola suddetta c’era quella di difendere con la spada coloro che si accingevano a visitare i Luoghi Santi della Palestina.
Essi non dovevano obbedienza a nessuno tranne al papa in persona, e divennero pertanto in Terra Santa una specie di stato autonomo senza territorio.
L’ordine ebbe uno sviluppo sorprendente; solo alla metà del 1100 erano più di millecinquecento, con immensi possedimenti e un patrimonio in oro e pietre preziose superiore a cinquemila miliardi di lire attuali.
Questa enorme ricchezza era spiegata dalle donazioni di coloro che entravano a far parte dell’Ordine e di coloro che, in cambio di protezione, offrivano ai Cavalieri del Tempio ingenti somme. Questi non potevano in nessun modo utilizzare tale tesoro, ma praticavano il prestito; divennero così abilissimi banchieri prestando somme enormi ai sovrani dell’Europa con tassi d’interesse modesti.
Non si occupavano soltanto di denaro ma, grazie ai continui contatti con la cultura giudaica e islamica, i Templari diffusero in tutta l’Europa nuove idee filosofiche e nuove scienze: tra queste anche quelle occulte derivanti dalle dottrine degli Esseni, dei Terapeuti e degli Gnostici, le cui origini si perdono nel tempo. L’Ordine del Tempio però procurava grossi problemi a quasi tutti i sovrani europei proprio per la sua influenza economica e politica, che rendeva l’Europa quasi dipendente dai Templari.
In particolare questa situazione non piaceva a Filippo IV il Bello, di Francia, anche per il fatto che i Templari avevano finito per divenire proprietari di una vasta zona meridionale della Francia (la Linguadoca), creando uno stato templare in pratica indipendente.
Ciò spronò il sovrano a trovare il modo per liberarsi di loro e ad impossessarsi delle immense ricchezze dell’Ordine.
Egli però non aveva nessuna autorità sui Templari, e quindi dovette assicurarsi la collaborazione del pontefice, al quale l’Ordine doveva obbedienza, anche se questa era diventata in realtà solo teorica, dato che anche il Vaticano aveva debiti con i Cavalieri del Tempio.
Fu così che papa Clemente V, in combutta con Filippo IV, scomunicò l’Ordine per eresia.
All’alba di venerdì 13 ottobre 1307 quasi tutti i Templari in Francia vennero arrestati e i loro beni confiscati; ma i grandi tesori che anche il re aveva visto tempo prima non vennero mai trovati, e la sorte del favoloso “tesoro dei Templari” rimane ancora oggi un mistero.
È da ricordare che tutti i Cavalieri che vennero catturati si arresero passivamente; inoltre esistono prove certe della fuga di un gruppo di Templari incaricati di far sparire il tesoro del Tempio e tutti i documenti segreti.
Molti membri dell’Ordine arrestati furono processati, molti vennero sottoposti a torture e alcuni di loro cedettero confessando tutto ciò di cui la Santa Inquisizione li aveva accusati (insultare il nome di Cristo, ripudiare la croce, adorare un diavolo chiamato Baphomet considerandolo immagine del vero Dio, praticare l’omosessualità), ma altri resistettero e furono coerenti nelle loro idee anche sotto la tortura, come il Gran Maestro dell’Ordine Jacques de Molay al quale questo coraggio non impedì di essere condannato al rogo.
Tutto questo non significa che i Templari fossero scomparsi completamente perché negli altri stati riuscirono a sopravvivere trasformandosi in una società occulta, costretta alla latitanza in quanto accusata di eresia.
L’ultimo atto storico documentato della storia dell’Ordine è il supplizio dell’ultimo Gran Maestro nel marzo del 1314.
Jacques de Molay maledisse i suoi persecutori e promise al popolo che entro l’anno sarebbero morti. Un mese dopo papa Clemente V morì, sembra per un attacco di dissenteria. A novembre morì anche Filippo IV cadendo da cavallo.
La maledizione non finì lì, era destinata a gettare un’ombra tenebrosa sull’intera stirpe reale francese: nel 1789, quando la testa di Luigi XVI cadde sotto la lama della ghigliottina, uno sconosciuto balzò sul palco, immerse la mano nel sangue del re, lo spruzzò sulla folla circostante e gridò: “Jacques de Molay, sei vendicato!”.
Alcuni Templari riuscirono a sfuggire agli artigli dell’Inquisizione e si rifugiarono in Scozia dove il potere secolare del papato era molto minore.
Dal Trecento in poi nacquero numerosi ordini che si proclamavano discendenti dei Templari, ma nessuno riuscì a produrre prove convincenti della propria autenticità.
I Rosacroce
Su cosa siano i Rosacroce esistono due correnti di pensiero: una fondamentalista e l’altra storiografica.
La prima corrente raccoglie coloro che accettano l’esistenza di una Confraternita fondata nel 1408 da Cristian Rosenckreutz, un cavaliere che aveva compiuto lunghi viaggi in Arabia, Turchia e Egitto, acquisendo conoscenze occulte nell’ambito dell’alchimia.
Tornato in Europa egli si ritirò a vita eremitica, trasmettendo la sua dottrina segreta a soli tre discepoli, i quali perpetuarono il suo insegnamento per non più di otto adepti.
Questi ultimi all’inizio del Seicento decisero che era arrivato il momento per diffondere il pensiero del fondatore.
Infatti vennero pubblicati tra il 1614 e il 1623 una serie di “Manifesti” che sarebbero diventati la base ideologica della setta, di questi ricordiamo: Fama Fraternitatis, ConfessioFraternitatis e Nozze Chimiche con Cristian Rosenckreutz.
Nel primo manifesto è narrata la vita del fondatore della setta, del suo pensiero e degli obiettivi che si prefisse l’Ordine rosacrociano. Nel ConfessioFraternitatis viene ripreso il messaggio della Fama con maggior forza descrivendo nei minimi particolari la vita di Rosenckreutz e promettendo la riforma del mondo con il rovesciamento della tirannia papale.
L’insegnamento della Confraternita si rifaceva al pensiero gnostico, il quale concepiva l’universo come un insieme di spirito e materia, e sosteneva l’ipotesi dell’esistenza di un essere divino supremo, eterno e inconoscibile.
Secondo l’opinione rosacrociana lo spirito umano è un frammento di questo “Superiore Sconosciuto” che si è distaccato diventando prigioniero della materia. Il mondo materiale non è opera del Dio supremo ma di una divinità minore.
I fini che si prefiggono i Rosacroce sono quelli di guarire i malati e di diffondere e acquisire nuove conoscenze.
Dalla metà del Seicento la Confraternita è ritornata a tramare e a diffondersi segretamente. Da allora si sono diffuse numerose sette che si ispiravano al pensiero di Rosenckreutz.
L’altra corrente sull’Ordine è quella storiografica, che respinge la tesi fondamentalista perché ritiene non esistente alcuna prova sulla effettiva presenza della Confraternita del Quattrocento fondata da Rosenckreutz, né tanto meno sulla derivazione esoterica dei Rosacroce; anzi, lo scrittore Valentin Andreae riconobbe nel 1618 che si era trattato di uno scherzo, di una burla agli intellettuali della sua epoca nel tentativo di creare un nuovo mito letterario.
Che il fondatore sia o non sia veramente vissuto non sembra essere un problema, dato che il successo che la Confraternita ha avuto, al punto da divenire un simbolo attorno al quale nascono varie correnti di pensiero che si rifanno agli ideali rosacrociani. Il movimento infatti s’innesta e spesso si confonde con associazioni affini di carattere politico-culturale, in un intreccio di non facile comprensione. Spesso coloro che si identificano come appartenenti alla Confraternita dei Rosacroce erano accusati di praticare la stregoneria o la magia nera, o di diffondere l’eresia; di conseguenza spesso si rifugiavano in stati dove la Chiesa era meno influente. Nacquero così in Inghilterra e in Olanda dei gruppi di stampo rosacrociano, come la Gran Loggia di Londra e la Libera Muratoria.
Lo scopo che ha avuto la Confraternita nella storia prescindendo dalla sua reale esistenza, è senza dubbio quello di aver costituito l’elemento catalizzante delle speranze e dei sogni di molti intellettuali del Seicento, che cercarono in essa l’ideale di fratellanza e di razionalità che poi sarebbero stati caratteri centrali dell’illuminismo.
Probabilmente la setta rispondeva ad una esigenza nuova, creata dalla nascita di stati organizzati che stavano dividendo quei popoli che durante il Medioevo avevano fatto parte dell’ecumene cristiano. Non a caso che a diverse riprese, con l’umanesimo prima e con l’illuminismo poi, sia partito dal mondo della cultura l’appello al cosmopolitismo e al superamento delle divisioni nazionali: tutto questo è nato proprio con la formazione degli stati nazionali e con il nuovo regime di guerra e di sospetto costante tra i popoli che essi comportavano.
I Rosacroce in fondo chiedevano proprio, come gli umanisti e come gli illuministi, che la cultura servisse prima di tutto a colmare i fossati che si stavano aprendo tra i popoli.
La Massoneria
Le origini più probabili risalgono alle corporazioni medioevali dei costruttori di cattedrali, alle associazioni artigiane che conservavano gelosamente i segreti del mestiere impegnando gli adepti, con riti e giuramenti solenni, alla loro scrupolosa osservanza e all’aiuto reciproco.
Fra le più antiche e meglio organizzate associazioni c’era la corporazione dei muratori che godeva di grande fama in tutta l’Europa del Medioevo. Essa sopravvisse attraverso i secoli, soprattutto in Inghilterra, dove entrarono a farne parte nobili e intellettuali attratti dai principi di fratellanza.
Vi aderirono anche nuclei esoterici, formati da alchimisti e appartenenti ai Rosacroce, i quali potevano trovare nella fratellanza una copertura e un comodo mezzo per fare riunioni e diffondere all’interno della Libera Muratoria (nome originale della Massoneria) la loro dottrina.
Col tempo queste corporazioni per il mantenimento dell’insegnamento dei maestri artigiani si trasformarono in organizzazioni esoteriche.
Nel 1717 in Inghilterra quattro di queste sette si fusero insieme dando vita alla Gran Loggia di Londra, abbandonarono definitivamente ogni carattere di associazioni di mestiere e divennero una società segreta.
Nella Massoneria, fin dalle origini, esistevano due correnti di idee: quella razionalista, ispirata ad un cristianesimo aperto e al deismo newtoniano, e quello spiritualista, la quale avrebbe trasformato le logge in circoli esoterici e alchemici.
Agli inizi del Settecento la Libera Muratoria si sviluppò in tutta l’Europa e grazie alla colonizzazione degli altri continenti si diffuse anche in India, in Africa e in America, dove ne fecero parte personaggi come George Washington e Benjamin Franklin.
Ma nel diffondersi abbandonò la razionale struttura inglese, trasformandosi in Massoneria scozzese, che si vantava della propria antichità e del possesso di verità spirituali e esoteriche appartenenti ai Templari.
Nacquero così diversi gruppi fondati da personaggi altrettanto misteriosi, che presero il nome delle loro presunte origini, ad esempio Massoneria Templare e Illuminati di Avignone.
Il Settecento fu il secolo in cui si sviluppò maggiormente la Massoneria, perché in questa si identificavano gli ideali razionali e progressisti dell’illuminismo. Molti personaggi famosi furono affascinati dalla cultura massonica. Basti ricordare nella letteratura Goethe nell’opera I dolori del giovane Werther, e nella musica Mozart nel Flauto magico e nella Musica funebre massonica.
In Italia e in genere nei paesi cattolici, la Massoneria dovette affrontare dure accuse, seguite da scomuniche della Chiesa che però non impedirono la sua diffusione, cui aderirono molti intellettuali come Goldoni e Alfieri nel Settecento, Verga e Carducci nell’Ottocento.
Dato il suo ampio proselito in tutta l’Europa, la Massoneria divenne un veicolo per l’espansione delle idee illuministe, tra cui l’atteggiamento anticlericale, che la portò ad essere accusata ingiustamente di aver fatto scoppiare la Rivoluzione Francese.
In Italia durante il Risorgimento molti appartenenti alla Carboneria e alle altre società segrete che si impegnavano nella lotta per l’indipendenza e la libertà, erano affiliati anche alla Libera Muratoria. Negli anni prossimi all’unità molti politici appartenenti al movimento democratico italiano appartenevano alla Massoneria, come Crispi e Garibaldi.
Con l’atteggiamento più tollerante attuato dalla Chiesa in questo secolo si andò attenuando il carattere battagliero massonico, sostituito da una reciproca comprensione e avvicinamento fra il mondo massone e quello cattolico. D’altra parte a partire della seconda metà dell’Ottocento le ideologie si sono divise adeguandosi alle necessità dei luoghi in cui erano esercitate.
Oggi la Massoneria mantiene le antiche divisioni in sette, fra le quali ricordiamo la Massoneria del Rito Scozzese Antico e Accettato.
Il numero degli aderenti alla Massoneria è stimato intorno a cinque milioni di adepti.
Il Priorato di Sion
L’argomento che sto per affrontare risulterà estremamente complesso nell’esposizione in quanto nel ricercare notizie le difficoltà incontrate sono state molte.
Ciò che manca sono precisamente gli “indizi” più concreti, quali ad esempio l’ufficialità dell’organizzazione, la localizzazione della stessa e i mezzi di contatto tra l’eventuale “partecipante” e la società stessa.
Più volte questi elementi vengono affermati e smentiti, quasi a testimoniare ulteriormente quanta poca chiarezza si abbia nei confronti del Priorato.
La sua esistenza è un fatto storicamente dato per accertato da studiosi che la identificano come società segreta tuttora praticante e con origini risalenti ai Templari; questi si sarebbero separati dal Priorato nel 1188.
Il presunto compito di questa setta è quello di preservare per il futuro la stirpe di Gesù. Infatti attraverso particolari studi si è giunti a fare un’ipotesi sconcertante e rivoluzionaria (se effettivamente provata) secondo cui il Salvatore non morì sulla croce (al suo posto ci andò Simone di Cirene), fuggì con Maddalena nel sud della Francia, con lei si sposò ed ebbe dei figli, i quali fondarono la stirpe di Gesù. In seguito questa si fuse con la famiglia dei Merovingi, ancora oggi protetta dal Priorato, che non appena se ne dia occasione proclamerà la propria sovranità.
Purtroppo il Priorato venne spesso associato con i famosi Protocolli di Sion, comparsi all’inizio di questo secolo e nei quali si sosteneva l’ipotesi che gli Ebrei tramassero un complotto mondiale per il dominio dell’intero mondo. I Protocolli successivamente si mostrarono invece un falso perverso e insidioso; nonostante ciò sono ancora oggi in circolazione come strumento di propaganda antisemita.
I Protocolli presentano un programma di dominazione totale basato sull’anarchia e sull’uso della Massoneria, per infiltrarsi ed assumere il controllo delle istituzioni sociali, politiche ed economiche.
Per il carattere sconcertante, ma allo stesso tempo spaventoso, vennero utilizzati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, e poi anche dopo, per avere un motivo in più nello sterminio degli Ebrei.
Il Priorato è ufficialmente registrato in un giornale francese nel quale è pubblicato anche il carattere fondamentale degli adepti: “Il Priorato di Sion ha come scopi la perpetuazione dell’ordine tradizionalista della cavalleria, il suo insegnamento iniziatico e la mutua assistenza morale e materiale tra i suoi membri, in ogni circostanza”.
Una delle cose più sconcertanti di ciò che circonda il Priorato è la possibile appartenenza ad esso come Gran Maestri di personaggi che con l’esoterismo apparentemente non hanno avuto a che fare, come Leonardo da Vinci, Valentin Andreae, Robert Boyle, Isaac Newton, Victor Hugo e Claude Debussy. Però figurano anche uomini ignoti ai più, che magari hanno avuto una vita tutt’altro che adeguate al ruolo di Gran Maestro. Sembra che esista un solo filo conduttore tra tutti, da ricercare nel fatto che erano legati per parentela di sangue o per associazioni personali alla famiglia dei Merovingi.
Inoltre tutti avevano avuto rapporti con vari ordini o società segrete, nutrivano simpatia per il pensiero esoterico e in quasi tutti i casi c’erano stati stretti contatti fra ogni Gran Maestro, il suo predecessore e il suo successore.
La figura del Gran Maestro è quella di un re-sacerdote che “regna ma non governa”.
Nel corso della storia, la Chiesa ha sempre tentato di offuscare le prove sull’esistenza della stirpe di Gesù (successivamente ricondotta al Santo Graal), che sono invece presenti ad esempio in alcuni brani dei Vangeli e in altri documenti da sempre volutamente dimenticati.
Se veramente oggi esistesse un discendente diretto o indiretto di Gesù e se questo potesse essere provato, tramite ad esempio i misteriosi documenti scomparsi durante la disfatta dei Templari, questi soppianterebbero il potere del papa e diverrebbe egli il nuovo sovrano assoluto della cristianità. Forse non solo di questa.
Infatti, se Gesù venisse riconosciuto come un profeta mortale (pari a Maometto e a Buddha), un re-sacerdote, legittimo sovrano della stirpe di David, verrebbe riconosciuto come re anche dai Mussulmani e dagli Ebrei, riconciliando così queste tre principali religioni, guide dell’intera storia umana: cristianesimo, giudaismo e islamismo.
Il Priorato ha da sempre operato per creare un Sacro Romano Impero innovato, una sorta di Stati Uniti d’Europa alla pari delle grandi potenze come gli USA e l’URSS, fondati però su basi spirituali e non su teorie ideologiche.
Questa federazione di stati sarebbero governati da un membro della famiglia dei Merovingi. Questi non occuperebbe soltanto il trono del potere politico, ma anche quello di San Pietro.
Il compito di amministrare la potestà sarebbe affidato al Priorato di Sion assumendo la funzione di un Parlamento Europeo.
Questo fine che si prefigge la setta sembra essere una possibile soluzione al generale malcontento che attualmente regna nella nostra società, da ricercarsi in una disillusione, sull’insoddisfazione verso il sistema che regola il nostro vivere quotidiano, ma soprattutto nella mancanza di qualcosa in cui credere sinceramente.
La riunificazione degli stati appartenenti all’Europa sembra vicina; resta da attuare un rinnovamento religioso verso il quale indirizzare i nostri ideali morali.
Rimane soltanto un dubbio: l’unità politica e religiosa è opera, anche solo indiretta, del Priorato di Sion oppure è una naturale esigenza che l’uomo ha?
Gesù non è stato crocifisso, ed è per questo che i Templari rinnegano il crocifisso. La leggenda di Giuseppe d’Arimatea copre una verità più profonda: Gesù, non il Graal, sbarca in Francia presso i cabalisti in Provenza. Gesù è la metafora del Re del Mondo, del fondatore reale dei Rosacroce. E con chi si è sposato a Cana? Ma perché erano le nozze di Gesù, nozze di cui non si poteva parlare perché erano con una peccatrice pubblica, Maria Maddalena. Ecco perché da allora tutti gli illuminati da Simon Mago a Postel, vanno a cercare il principio dell’eterno femminino in un bordello. Pertanto Gesù è il fondatore della stirpe reale di Francia. Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, Bompiani 1988
Bibliografia
Alexandrian, Sarane – Storia della filosofia occulta – Mondadori 1984
Arnold, Paul – Storia dei Rosacroce – Bompiani 1990
Baigent, Michael &Leigh, Richard &Lincoln, Henry – Il Santo Graal Mondadori 1982
Bordonove, Georges – I Templari – Sugarco 1989
Eco, Umberto – Il Pendolo di Foucault – Bompiani 1989
Francovic, Carlo – voce Massoneria – Enciclopedia Europea Garzanti – vol. 7 Milano 1980
Introvigne, Massimo – Le sette cristiane – Mondadori 1989
Nardini, Bruno – Misteri e dottrine segrete – Convivio 1988
Trocchi, Cecilia – Magia ed esoterismo in Italia – Mondadori 1990
Post scriptum
Queste pagine le scrissi trent’anni fa, ma paiono calzare benissimo anche in questo momento in cui sembra prevalere il desiderio di trovare trame oscure a cui attribuire ogni colpa possibile.