Voglia di essere ebreo

di Paolo Repetto, 1990

È una suggestione nata molto presto, risale addirittura all’infanzia e alle prime confuse percezioni dell’esistenza di una diversità ebraica. Immagino sia scaturita dall’anomalia del sabato festivo, e più specificamente del fatto che il sabato non fosse consentita alcuna attività: anomalia tanto più avvertita in rapporto ad una famiglia che non conosceva neppure il riposo domenicale. C’entravano però in qualche modo anche le ambiguità del pregiudizio popolare diffuso, l’alone di paura e di repulsione che avvertivo dietro ogni accenno agli ebrei, e che intrigava la mia mente a caccia di inquietudini; così come debbono aver contribuito in pari misura le storie, sussurrate e nebulose, di misteriosi rifugiati, tenuti nascosti per tutta la durata della guerra dal cappellano delle Rocchette. Di lì a poco la curiosità doveva convertirsi in naturale simpatia per le vittime, con la scoperta degli orrori dell’olocausto (ma anche – si era nel periodo della guerra di Suez – con il tifo per quello che mi appariva il piccolo Davide Israele impegnato a dare una lezione al grande Golia arabo).

L’adozione definitiva, il passaggio dalla simpatia istintiva a quella meditata, culturale, sopraggiunse più tardi, ma anche in questo caso attraverso una facile suggestione: un popolo che si autodefiniva “popolo del libro” non poteva che essere il mio. E questo mi stimolava ad approfondirne la conoscenza, a constatarne progressivamente l’eccezionalità culturale, il ruolo determinante nella modernità. Divenne quasi un gioco quello di riscontrare l’eccellenza degli ebrei nelle scienze, nella musica, nella letteratura, nelle arti figurative, nel cinema, ecc. Tutto quel che mi piaceva rivelava immancabilmente una matrice ebraica di qualche tipo, e mi divertivo a compilare elenchi dei “grandi” di ogni disciplina, per il gusto di riconoscerne l’ebraicità. È probabile che spesso abbia anche inconsapevolmente barato, costruendo elenchi già “orientati”: ma la stessa facilità con cui ciò poteva essere fatto era una riprova della bontà dell’assunto. Ho sviluppato anche veri e propri culti, come quello per la figura e l’opera di Furio Jesi, che si nutrivano e si giustificavano ad ogni nuova traccia scoperta, ad ogni indicazione che permettesse di avanzare nel labirinti di vite e pensieri straordinariamente intensi.

Da questo percorso è infine naturalmente scaturita la voglia di tirare un po’ le fila, di capire perché, di indagare le peculiarità che hanno fatto dell’ebraismo qualcosa di speciale. Ho raccolto per anni bibliografie, materiali, spezzoni di idee e fili di raccordo: e ogni nuova acquisizione faceva intravedere un supplemento di cammino, rimandava ad orizzonti più ampi e ancora inesplorati. Oggi, rientrati gli entusiasmi di ogni tipo, quella voglia è rimasta. L’unica spiegazione con cui riesco a giustificarla è che in un mondo che non presenta più punti fermi e valori forti gli ebrei conservano qualcosa di certo: dei nemici manifesti, qualcosa da combattere, da cui difendersi, e quindi la necessità di reagire, di scegliere e di definire, se non altro per opposizione, una identità. E non è poco. Forse questa è la ragione di fondo.

Varrebbe magari la pena sancire anche ufficialmente questa adesione, proprio per essere nel mirino, per doversi difendere davvero e per poter guardare negli occhi i propri nemici. Varrebbe la pena, non fosse per la faccenda della circoncisione.

 

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Lo spazio di un mattino

Origini e fine repentina di un mito moderno

di Paolo Repetto, da Tam Tam n. 1, giugno 1987

In principio era il rock. Ma prima del principio c’erano tante altre cose, come il jazz, il blues, il country. Poi venne la bomba atomica, e al suo calore tutto si fuse, anche i generi musicali, e ne sortì un ibrido che al di là delle parentele costituiva qualcosa di fondamentalmente nuovo. Il rock, appunto.

La novità stava nel “senso” di questa rivoluzionaria espressione musicale. Chi aveva superato la pubertà ai tempi della bomba scoprì di essere incapace di concepire la vita senza un futuro. Chi non aveva ancora raggiunta la pubertà al tempo della bomba era incapace di concepire la vita con un futuro. Il rock nacque dalla coscienza di un inganno, dalla sensazione di essere allevati in batteria, nutriti di ipocrisie, costretti a ritmi e luci artificiali: nacque dal rifiuto di rinunciare quotidianamente all’uovo per inseguire un’inafferrabile gallina. Questo rifiuto fu espresso dalle giovani generazioni degli anni cinquanta con la nascita del teppismo giovanile, delle bande motorizzate americane, dei teddy-boys inglesi, con la scelta orizzontale della strada e degli spazi aperti e colorati da contrapporre a quella verticale dei grattacieli e dell’arrampicata nel grigiore dei grattacieli.

L’unico linguaggio appropriato a farsi interprete della nuova coscienza era quello musicale. Le altre forme espressive, da quelle plastico-figurative a quella letteraria, rimanevano bene o male legate all’ambito delle élites culturali, erano impossibilitate a prescindere da una tradizione “colta”, anche, e forse più, nei movimenti d’avanguardia. La musica poteva invece opporre ai generi colti un retroterra popolare ricchissimo e variegato, una tradizione di creatività, di esecuzione e di consumo “poveri” nella quale attingere ed alla quale fare riferimento, particolarmente radicata proprio in quegli strati sociali, in quelle etnie e in quelle forze generazionali che avvertivano una maggiore estraneità ed esclusione nei confronti del “sogno americano”. Fu così che quando Chuck Berry, Bill Maley, Jerry Lewis, Little Richard, Eddie Cochran e gli altri spinsero il piede sulla carica liberatoria ed anche esotica dei testi, accelerando e sincopando alla maniera jazzistica i tempi del blues, trovarono un uditorio immenso, affamato di modelli di identificazione diversi da quelli del perbenismo ufficiale, ansioso di sentirsi protagonista, una volta tanto, di una proposta culturale.

Il rock fu, almeno inizialmente, questo. Le scomuniche a raffica che arrivarono immediatamente dagli ambienti culturali, dai pulpiti delle diverse confessioni, dalla stampa di alta, di media e di bassa levatura, dai circoli dei genitori benpensanti, dai capotavola preoccupati, battezzarono il nuovo genere musicale come espressione “out”, partorita a dispetto del sistema e pertanto propria di chi del sistema si sentiva al margine. Nel rock riconoscevano infatti la propria voce soprattutto i negri e i giovanissimi, coloro cioè che per ragioni di pelle o di età non trovavano spazio nei canali ufficiali di comunicazione. In verità, scorrendo i testi di Chuck Berry o di Little Richard non si trova nulla di quella violenza dissacratoria di cui si vorrebbe far credito al rock delle origini. Ma non ce n’era bisogno. La dissociazione, la contestazione, erano impliciti nel ritmo, nella carica emotiva che questa musica originava, nella “scompostezza” degli esecutori e degli ascoltatori, nell’umiltà delle radici di questa cultura.

L’impatto del rock fu violento perché per un attimo quest’ultimo sfuggì al controllo del sistema, lo colse di sorpresa. Ma fu davvero solo un attimo. Poi venne subito Elvis Priesley, e con lui l’ambiguità, il disordine laccato e organizzato, la bianca rispettabilità che rientrava dalla finestra. L’attimo era trascorso velocemente. Il mercato già bussava alla porta.

 

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Segnali di fumo dal parco

di Paolo Repetto, da Contro n. 8/9, 1980

Dalla fine dell’agosto scorso i nostri polmoni possono contare su di un nuovo parco naturale, quello delle Capanne di Marcarolo. Intendiamoci, un parco provincialotto, un po’ sottotono rispetto ai dettami della cultura telefilmica su riserve, parchi e affini. Niente a che vedere con Yellowstone (quello dell’orso Yoghi) o col Kenia. Non ci sono i rangers con l’aereo né i loro aiutanti indiani o neri, e neppure i figli dei rangers col cane o con la foca intelligente. L’animale più feroce che vi è dato di incontrare è l’uomo, nelle sottospecie del bracconiere o del gitante maleducato; per il resto mucche, pecore, scoiattoli, ramarri e qualche cinghiale spaventato. È in realtà una striscia di terra esigua (circa 10000 ettari, un fronte di 10 chilometri per lato), che si è ristretta come un panno bagnato nei confronti del progetto iniziale, sotto una pioggia di critiche, di opposizioni e di manovre di disturbo di ogni genere.

Con tutto questo, rimane un angolino bello, pulito e tranquillo, dove vale la pena di camminare, respirare e guardarsi attorno. Purtroppo per il momento questo angolino è “parco” solo sulla carta, in quanto esiste giuridicamente ma non è dotato di alcuno strumento di salvaguardia o di valorizzazione. Nulla, anzi, potrebbe farne sospettare l’esistenza al pellegrino di passaggio che non fosse tra i lettori assidui del Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte (la legge istitutiva è apparsa sul numero dell’11/9/1979).

Agli indigeni, comunque, anche a quelli non abbonati al bollettino regionale, è stato dato modo di accorgersi subito della sua istituzione: perché dopo una settimana i boschi hanno cominciato a bruciare, ad intervalli regolari, come in ogni parco che si rispetti, e in ciò almeno il nostro è all’altezza di quelli dei telefilm (con la differenza che là l’incendiario inciampa, si sloga una caviglia e se non arrivassero il cane e il figlio del ranger farebbe la fine del sorcio, così che lo portano via mezzo abbrustolito, mentre qui non accade, e non lo vede mai nessuno, e dopo una settimana ricomincia tale e quale).

La regolare combustione del nostro parco è alimentata da un ampio consesso di malevolenze. Vi ha senza dubbio la sua parte una componente di negligenza e di antipatia diffusa in tutto il paese nei confronti dei pubblici beni, tanto più se sono naturali. Ma il parco di Marcarolo di antipatie se ne è create parecchie anche per conto proprio, “personali”. E forse vale la pena di ripercorrerne a grandi linee la storia, per capire cosa brucia dietro questi incendi, e per trarne qualche considerazione.

Il progetto di attuare un parco appenninico aveva già trovato voce in seno alla prima amministrazione regionale, democristiana. Esso era inserito in un più vasto piano di “sistemazione” del territorio regionale, che prevedeva anche altre quattro aree di salvaguardia strategicamente dislocate in Piemonte. Il parco non è nato quindi in risposta a specifiche istanze locali, ad una particolare sensibilità ecologica o a scelte di sviluppo alternativo della popolazione: è piuttosto il frutto di una volontà politica di vertice. Ora, da queste parti è un po’ difficile credere ad una qualsiasi volontà politica democristiana finalizzata al bene collettivo. Una rapida occhiata in giro, a quello che tale volontà ci ha combinato in trenta e passa anni, porta a concludere che essa è al di sopra di ogni sospetto, non le è dato indirizzarsi al bene neanche per sbaglio. Viene quindi spontaneo domandarsi a cosa diavolo mirasse questa pianificazione (i più malevoli pensano a selvagge lottizzazioni nelle adiacenze del parco, o addirittura, stanti le voci che circolavano insistentemente, a raffinerie e a strutture retroportuali sloggiate dall’hinterland genovese, col parco a fare da contrappeso e a chiudere la bocca ai più riottosi) e ringraziare il cielo che non abbia avuto modo di “sistemare” ulteriormente il territorio, e noi con esso.

Il passaggio delle consegne amministrative regionali non affossa il progetto del parco: la giunta di sinistra lo fa proprio e lo rilancia, impegnandosi anche seriamente in vista di una concreta realizzazione. Questa volta è concesso sperare in una volontà politica meno sospetta ed ambigua: ma bisogna per contro rilevare una notevole mancanza di tatto. Arrivano infatti i funzionari regionali e annunciano: qui faremo un parco. I limitrofi, che già sentivano puzzo di raffineria, sono sollevati; meno tranquilli appaiono invece ii residenti nel territorio destinato al vincolo. Cristo, dicono, è una fregatura. Questi residenti, beati loro, sono poco appassionati di telefilm, e quindi la parola parco non evoca per essi automaticamente immagini di rangers o di foche intelligenti, ma suscita piuttosto il timore di avere tra i piedi degli esperti che non distinguono un salice da un abete e che spiegano come e quando e dove si deve tagliare la legna, o pascolare la mucca. Anzi, probabilmente non hanno neppure atteso di sapere cosa si volesse “fare” per pronunciarsi in proposito. Potevano dir loro facciamo un aeroporto, un bordello, una scuola per palombari, e la reazione sarebbe stata la stessa. Il fatto è che se vedono pochi telefilm hanno in compenso fatta tanta, troppa esperienza di interventi governativi, regionali, provinciali, mercato comunitari ecc…, e questa esperienza li ha indotti subito a pensare, per riflesso condizionato, alla fregatura.

I problemi maggiori non sono venuti però dai residenti. C’è voluto un po’ di tempo per superare la loro giustificata diffidenza e per spiegare i vantaggi connessi alla “sistemazione”, ma oggi il buon senso sembra avere prevalso. Chi invece non l’ha digerita proprio sono coloro che nella zona non vivono, ma vi coltivano interessi di grosso calibro, assolutamente inconciliabili con i vincoli di tutela di un parco. I proprietari di riserve venatorie, ad esempio, o le società “milanesi” (qui tutte le società fantasma e i soldi investiti in operazioni di cui a prima vista riesce difficile scorgere i vantaggi finiscono per essere “milanesi”, salvo poi rivelarsi molto meno esotiche) che hanno fatto incetta di cascinali abbandonati all’epoca della grande fuga verso la città, avendo in mente tanti bei “villaggi” (piscina, tennis, villette plurigemellari con fazzoletto di giardino all’inglese per i bisogni del cane). O i grossi speculatori immobiliari attratti dall’arrivo dell’autostrada, che fa dell’ovadese il polmone di Genova, e dalle prospettive di un arretramento trans-appenninico delle strutture inquinanti del genovese.

A tutti costoro la prospettiva del parco ha provocato un mezzo infarto, ed è comprensibile che appena ripreso fiato abbiano cominciato ad agitarsi, a brigare, ad aggrapparsi a destra e a sinistra per scongiurarla. Bisogna riconoscere che sono stati in grado di strumentalizzare sapientemente le perplessità dei residenti, fatti oggetto di una straordinaria campagna di “solidarietà “, e l’egoismo al solito ottuso dei cacciatori, facendo così muovere in prima linea una “opposizione popolare” che per una giunta di sinistra non poteva non costituire un grave problema.

La stessa giunta, dal canto suo, è riuscita a complicare ulteriormente la faccenda muovendosi in maniera un po’ confusa ed intempestiva. Ha infatti affidato alla Comunità Montana Alta Val Lemme e Alto Ovadese (i cui comuni sono in gran parte interessati territorialmente al Parco) il compito di preparare il terreno presso la popolazione, di informare, di sondare e di redigere infine un regolamento del parco che, basandosi sullo schema delle norme istitutive vigenti a livello nazionale, tenesse in considerazione le esigenze specifiche della zona e i problemi dei suoi abitanti: e questa sarebbe stata la soluzione ottimale, se all’interno di tale organismo esistesse un’unanime compattezza di intenti. Purtroppo la realtà è diversa, e la Comunità Montana finisce per riprodurre in miniatura gli stessi scontri politici e di interesse presenti a tutti gli altri livelli. Si sono così moltiplicati in seno alla commissione per il parco gli incontri, gli scontri e i ripensamenti, mentre all’opera di persuasione esterna si affiancava una neanche troppo sotterranea propaganda in direzione opposta. Soltanto dopo più di un anno tutta questa attività ha cominciato a dare frutti positivi. Sennonché, al momento in cui gli esausti rappresentanti della C.M. si accingono a tirare le somme e a presentare alla Regione una bozza di normativa vincolistica, ti arriva da Torino la comunicazione che la legge istitutiva è già stata varata, che alla Regione si sono spazientiti ed hanno deciso di darci un taglio.

Col risultato che il giorno in cui si dà inizio alla palinatura di delimitazione la Regione si trova isolata, ed hanno buon gioco le truppe dei cacciatori e dei residenti incazzati che spianano le paline, sotto l’occhio compiaciuto della tivù privata locale; mentre gli esterrefatti rappresentanti della Comunità Montana, con un diavolo per capello, mandano in mona regione e tutto il resto. In pratica è tutto da rifare. La regione deve prorogare l’entrata in vigore della legge istitutiva, subordinandola nuovamente alla revisione della C.M., soprassedere alla delimitazione dei confini del Parco, ecc… Il tutto fino a quest’anno, quando, come si è visto, bene o male la legge passa. E i boschi cominciano a bruciare.

Questi i fatti. Ora, in margine alla vicenda e in attesa di vedere se con l’arrivo della primavera si ricomincerà a sentire odore di fumo, alcune brevi considerazioni.

Un parco è, etimologicamente, una zona di rispetto, di salvaguardia. La sua stessa esistenza costituisce di per sé una denuncia: se deve essere creata una zona di rispetto ‚ perché il rispetto non esiste a livello di coscienza collettiva. Il concetto di parco non è quindi intrinsecamente positivo: esso nasce dal presupposto che il rapporto quotidiano e normale con la natura sia per forza di cose improntato allo stravolgimento e alla distruzione, e che non esistano alternative di reale simbiosi, ma soltanto esigenze di riequilibrio e di compensazione. La creazione di oasi strategiche, conservate sotto vetro e artificiosamente riservate alla “contemplazione”, risponde perfettamente alla logica del capitale, quella stessa cui fanno capo le divisioni lavoro – tempo libero, zona residenziale – zona industriale ecc… I parchi, il verde pubblico, l’urbanistica “a misura d’uomo”, non sono che uno dei tanti volti nuovi di un capitale che all’uomo ha preso appunto le misure, come un becchino, per chiuderlo in una cassa climatizzata, o come un sarto, per cucirglisi addosso come una seconda pelle. Fanno parte di una immensa ragnatela di assistenza-dipendenza che progressivamente ci avviluppa, sempre più elastica, sempre più trasparente, sempre più impermeabile, come un preservativo. Dalle mutue al sistema pensionistico, dagli asili agli ospizi per i vecchi, dalla televisione all’auto, alla scuola, alla droga, tutto diventa secrezione del capitale, filamento appiccicoso dal quale è sempre meno facile districarsi.

Su queste cose è urgente aprire gli occhi, lasciando perdere le religiose reverenze. Tra le due pulsioni di fondo entro cui si muove, quella dello sfruttamento incondizionato e selvaggio e quello della propria sopravvivenza e perpetuazione (anche qui Eros e Thanatos si confondono e si contrappongono) il capitale ha ormai privilegiata decisamente quest’ultima. Razionalizzandosi mira a garantirsi da un lato contro l’esasperazione dei soggetti, dall’altro contro il suo stesso impulso alla fagocitazione distruttiva di ogni risorsa, umana e naturale. Un parco, e con esso tutta la promozione ecologica degli ultimi tempi, entra a far parte automaticamente di questo disegno. Di ciò occorre essere coscienti, proprio mentre ci si muove a loro sostegno: sono concessioni, non conquiste. Quindi vanno accettate, anzi promosse e difese: ma solo nell’ottica di trasformarle in un reale possesso e in un trampolino per ben altre mete. Brecht avrebbe detto: beati i popoli che non hanno bisogno di parchi.

 

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Nuove forme di lotta in tv

di Paolo Repetto, a Contro n. 7/8, 1980

Proviamo ad immaginare un tizio (il solito signor Rossi), fuggito in vacanza tra la metà di agosto e i primi di settembre, in un cascinale disperso in mezzo ai boschi dell’Appennino, senza lasciare indirizzo per i giornali (se è abbonato) e con la ferma intenzione di non scendere in paese a comprarli.

Ora, ipotizziamo che il signor Rossi per debolezza propria, o dei figli, o della moglie, o del suocero, non abbia saputo rinunciare al televisore portatile, sia pure in bianco e nero e monocanale, e previo impegno solenne di accenderlo soltanto per mezz’oretta, la sera, alle venti, quasi una breve pausa tra l’indigestione di natura e quella di salsicciotti alla brace. Di cosa avrà sentito parlare tutte le sere, a quell’ora, il nostro amico? Naturalmente della Polonia. In servizi quotidiani di dieci e più minuti, anche se in gran parte dedicati agli interventi di politologi, politici e alpini di passaggio (Piccoli in testa).

Vediamo i dati di cui dispone. Egli ha potuto gustare belle coreografie di masse operaie e di grandi cantieri (il tutto, naturalmente, in immagini di repertorio); è stato ragguagliato sui livelli del caro-vita polacco (tra l’altro, con diagrammi, cifre, rapporti tra prezzi e salari reali, tutte cose che quando si parla dell’economia italiana sembrano molto più difficili da determinare); ha avuto tempo e modo di meditare (volendo, di dire un rosario) sulle effigi fotografiche, gigantografiche, in bassorilievo, a mezzobusto o in medaglietta di Wojtila; infine non ha potuto fare a meno di apprezzare il carisma sprigionante dai baffi di Lech Walesa, il teleprotagonista assoluto della vicenda. Gli hanno mostrato Lech che va a trattare preoccupato, Lech che torna dalle trattative soddisfatto, Lech che stringe mani, che prega, che firma autografi in calce alla propria foto, che trasloca tirandosi dietro un crocefisso di due metri per uno e mezzo, che inaugura benedicendo la nuova sede sindacale, ecc… Roba che neanche Giotto è riuscito ad essere più agiografico nei confronti di san Francesco.

Anche il contrappunto, diciamo così, “interno”, era ricco e degno di una capace regia. Una buona dose di suspence orchestrata dai cremlinologi (arrivano! si muovono! oliano i cingoli dei carri armati! annullano le licenze a Vladivostock!). Una strizzatina d’occhi alla Provvidenza, col papa a fare le rogazioni, tipo “a flagillo sovietorum, libera nos domine!” Poi gli sbuffi di fumo delle pipe presidenziali e sindacali (con tanto di delegazione sempre sul piede di partenza) e, immancabili come il caffè, le dichiarazioni dei socialisti (ma ogni spettacolo ha il suo punto morto). Non tutto, insomma, ma di tutto.

E qui torniamo a chiederci: cosa ne avrà capito il nostro Rossi? Se è una persona seria e normale, non può averci capito un accidente. Se ha provato qualche volta, agli ultimi bagliori del falò, messi a nanna moglie, bambini e suocero, a chiedersi cosa cavolo volessero gli operai polacchi con quello sciopero, deve aver crollato la testa. Come può uno raccapezzarsi all’idea di dieci, quindici giorni di sciopero duro per ottenere la messa nei cantieri, o il crocefisso nella sede sindacale? Eppure, da quanto gli era stato dato di vedere e di sapere attraverso il telegiornale, questi erano i nodi della trattativa, naturalmente assieme al sindacato libero e alle libertà democratiche, quelle che noi abbiamo già, e dobbiamo ringraziare il cielo (e la DC) che ce le conservano.

E così Rossi, e con lui altri cinquanta e passa milioni di Rossi sparsi per l’Italia, hanno salutato la fine della crisi polacca con molto sollievo, giustificato, e con moltissimi dubbi, più giustificati ancora. Nessun inviato o esperto infatti si è premurato di spiegare loro che i polacchi non si battevano soltanto per 10 o 20 mila lire in più in busta, o per liberalizzare il culto della madonna nera. Nessuno ha sottolineato per esempio il fatto che tra le loro richieste figurasse, e in primo piano, l’aggancio alla scala mobile. E si capisce. Mica si poteva chiedere al mondo occidentale, e in particolare agli operai italiani, di solidarizzare su una richiesta del genere, dopo che per mesi si era teleinquisita la scala mobile come il tarlo della nostra economia.

Già appariva poco opportuno, e da trattarsi con le molle, il tema dei “sindacati liberi”, nel bel mezzo della operazione di “autoregolamentazione” e della rincorsa al sindacato di regime. Quindi liberi si, ma nel senso classico di anticomunisti (vedi “mondo libero”, alias occidentale) invece che nell’accezione più rozza di “libera espressione della volontà della base operaia”.

Non è stato difficile imbastire lo spettacolo. Gli elementi per creare ambiguità e confusione, data la particolare situazione polacca, c’erano. È bastato scegliere i protagonisti, badando bene che la massa operaia avesse un ruolo di comprimaria (grosso spazio, piuttosto, alla intellighentia dissidente cattolica, vera “anima” della lotta) e lavorare di fino al montaggio, per ottenere un quadretto edificante. Altro che la reazione scomposta degli operai Fiat, con picchettaggi, scontri e incazzature, parevano suggerire le immagini giustapposte. Qui si vince con la dignità e la compostezza: niente provocazioni, solo comunioni collettive e messe cantate.

Ma è sperabile che quando sono apparsi sul minivideo i cancelli chiusi di Mirafiori il signor Rossi abbia finalmente capito. E al pensiero di ciò che poteva trovare al rientro abbia tirato un calcio ai tizzoni, esclamando: “ma cosa mi vengono a raccontare, sti stronzi!

 

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Dietro la svastica

di Paolo Repetto, da Contro n. 7/8, 1980

Generalmente, quando vediamo sui muri le lugubri scritte nere siglate dalla svastica o dall’ascia bipenne, ci limitiamo a pensare: Imbecilli! Se il muro è quello di casa nostra aggiungiamo anche altro, ma il concetto in definitiva non cambia, e neppure l’atteggiamento di fondo nei confronti del fenomeno. Ormai abbiamo fatto il callo all’esistenza di questa imbecillità, è entrata nel negativo quotidiano come le olandesine volanti o gli orologi al quarzo. L’ atteggiamento muta invece quando conosciamo l’identità di chi ha scritto sul muro, quando l’”imbecillità” comincia ad avere un volto. Ci sentiamo affrontati dall’esistenza di un imbecille concreto molto più che da una presenza diffusa, ma incorporea. Non siamo più egualmente disponibili, in questo caso, ad accettarlo nel nostro quotidiano. È un po’ quello che succede per gli incidenti stradali: solo se c’è coinvolto un conoscente li avvertiamo nella loro effettiva gravità.

Ma c’è un’altra eventualità ancora, che coglie completamente spiazzati e lascia storditi, invalidando la nostra sbrigativa categoria di “imbecillità” e mettendo fuori causa anche l’istintiva avversione politica. Questo avviene quando chi ha scritto sul muro lo conosciamo molto bene, o almeno, credevamo di conoscerlo. Quando su costui ci eravamo fatta un’opinione, e non siamo ora disposti a liquidarla nell’ “imbecillità”, o a subordinarla alla contrapposizione politica. Siamo costretti in questo caso a riflettere, a cercare di capire cosa significhi realmente quel gesto per chi lo ha compiuto. Salvo accorgerci subito, se chi ha scritto appartiene ad un’altra generazione, di non avere in mano alcuno strumento adatto alla comprensione.

Questa esperienza dalle mie parti l’abbiamo fatta di recente. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo dovuto ammettere che pur vivendo un rapporto intergenerazionale apparentemente molto aperto, quale solo l’ambiente di un piccolo paese può consentire, non conosciamo affatto i nostri “fratelli minori”. Non siamo in grado di capire, cioè, al di là del fatto contingente delle scritte, che senso diano a tutto il resto, che progetti, che ideali, che modelli vadano perseguendo. E questo è grave. Perché anche qui è da cercare, almeno in parte, la spiegazione del sostanziale fallimento dei nostri sforzi per ridare fiato alla sinistra.

Cosa fare allora? Intanto possiamo tranquillamente evitarci di indagare o dibattere sulle caratteristiche psicosociali del “fascetto”. Ci pensa già l’Espresso a giocare su queste cose e a dedurne grottesche tipologie. Dobbiamo evitarlo sia perché si tratta oggettivamente di idiozie, sia anche perché il problema non può restare circoscritto alla presenza del neofascismo giovanile: deve allargarsi all’assenza sempre più diffusa di un impegno a sinistra, ai moventi di quello che appare, o si vuol fare apparire, come il “vuoto ideologico” della nuova generazione.

Certo, in questa prospettiva il discorso corre il rischio di diventare ingovernabile, ed al tempo stesso inutile. Ma a noi in realtà non serve esplorare i meandri della psicologia giovanile: per il momento sarebbe già sufficiente capire attorno a cosa o a chi si aggregano questi ragazzi, e come. I “perché” sono con ogni probabilità al di là della nostra portata (ma anche di coloro che ne sproloquiano in veste ufficiale). In questo senso azzardo alcune considerazioni, senz’altro troppo semplificatorie, che possono tuttavia servire da traccia per riflessioni future più serie.

Credo che i momenti primari di aggregazione siano ancora quelli propri alla generazione precedente: scuola, lavoro, vacanza, politica, musica, sport (in un ordine di importanza che varia a seconda delle situazioni specifiche). Mi sembra radicalmente cambiato, invece, l’atteggiamento nei confronti di ciascuno di questi momenti: vale a dire il modo di viverlo, di concepirlo, di utilizzarlo.

Prendiamo il caso della musica, che mi sembra prestarsi a possibilità più immediate di esemplificazione. Prescindendo dalla qualità dell’odierno “prodotto” musicale (che proprio in quanto prodotto vanifica le scale di valori, care purtroppo anche a gran parte della sinistra), è certo che le modalità di fruizione della musica, così come i significati che in essa si cercano o ad essa si attribuiscono sono profondamente diversi da quelli degli anni ‘60. Lo dimostra se non altro il venir meno di un fenomeno che aveva caratterizzato quel decennio, quello della proliferazione di piccole formazioni musicali di ispirazione rock, pop o jazzistica.

Alla base di quel fenomeno c’era senz’altro la spinta della moda di importazione anglosassone, l’illusione del facile e rapido successo, molto provincialismo musicale, nel senso di un bagaglio tecnico e di idee spesso del tutto inadeguato: ma c’era anche una legione di praticanti, di esecutori, più o meno bravi, animati dalla voglia di fare musica insieme. Non solo: c’era anche la specifica esigenza dei semplici ascoltatori di vivere “direttamente” la musica, buona o pessima che fosse, di essere coinvolti e partecipi dell’esecuzione (ricreando quella che Adorno, in relazione alla musica del salotto borghese, chiama “aura”). La musica insomma era fatta ed ascoltata come pretesto per una eccitazione ed una liberazione collettiva: questo almeno nelle intenzioni. Se poi il risultato, all’atto pratico, andasse in una direzione diversa e fosse alienante non ha importanza ai fini di quello che stiamo cercando. Sta di fatto che il concerto dal vivo appariva l’espressione musicale più compiuta, ed era vissuto come l’equivalente della manifestazione, quando non diventava il pretesto per la stessa.

La disposizione odierna appare invece improntata alla passività e alla chiusura. Il far musica è delegato agli specialisti, l’ascolto mira più allo stordimento e all’estraniamento che non all’ eccitazione. È il caso della musica da discoteca, per la quale fondamentale è il volume di emissione, che innalza una barriera acustica impenetrabile; ma è il caso anche dell’ascolto “stereofonico”, incentrato sulla perfezione tecnica a livello di esecuzione e di riproduzione. Questo tipo di ascolto ha da essere necessariamente il più possibile “privato”, individuale o ristretto ad una piccola cerchia. È refrattario ad ogni partecipazione emozionale, presume silenzio e compostezza. D’altra parte, il rilancio dei concerti di massa, tentato la scorsa estate, si è dimostrato fallimentare: e comunque, al di là della disaffezione dimostrata dal pubblico, sono venute a galla una impostazione organizzativa ed un tipo di partecipazione ben diverse. I luoghi deputati all’ascolto sono ormai altri, spesso connessi alla vanità delle mode (l’impianto stereofonico in macchina, quando non sulla “Vespa”) e sempre scarsamente idonei alla socializzazione.

Considerazioni pressoché analoghe si potrebbero fare per lo sport, la scuola, le vacanze, ecc… La tendenza generale rilevabile in rapporto a questi, ma anche ad altri, nuovi, momenti di aggregazione (la passione motoristica, lo spinello, ecc …) è la stessa; paradossalmente, essi appaiono sempre più come luoghi o occasioni ulteriori di disgregazione, di solitudine e isolamento, ricercato o coatto. Questi ragazzi sono sempre più soli nella scuola, dove il “rinnovato ardore per gli studi” maschera solo una desolante carica antagonistica innescata dalla paura della disoccupazione; sono più soli in una pratica sportiva che tende a privilegiare i livelli specialistici, nella vacanza che deve forzatamente connotarsi (in direzione intelligente o freak o alternativa, ecc…, col risultato di essere tutto tranne una vacanza), nel frastuono del gruppo che cavalca le Vespe, nell’intimità dei club dello spinello o nello squallore dei cessi ferroviari, alla ricerca dei paradisi artificiali.

Sono infine più che mai soli nella ricerca di una identità e di un significato politico. In effetti, come fenomeno aggregante la partecipazione al gruppo o all’attività politica ha perso ogni vitalità. I ragazzi sono respinti sulla soglia dal clima di sbando, dalla confusione, dalle meschinità che il vuoto di idee e di prassi fa risaltare. E il loro conseguente disinteresse non investe solo la politica di vertice, quella che passa per i telegiornali, o gli annosi dibattiti ideologici, ma si allarga anche alle manifestazioni che potrebbero sembrare più vive e coinvolgenti: la politica locale, i problemi della scuola e del lavoro, ecc… Quelli che qualche interesse in proposito lo conservano, se non optano per la carriera nei ranghi di partito sembrano preferire soluzioni di semiclandestinità, meno impegnative (e scoccianti) agli occhi dei coetanei. Normalmente non parlano di politica, non sentono il bisogno di discutere le loro idee: preferiscono una segretezza che è in fondo una rivendicazione di individualità. O almeno lo sembra. Quando c’è comunicazione, essa avviene in ambiti ristretti. Attira l’idea di appartenere ad un gruppo esoterico, minoritario, chiuso; non si è tenuti a vivere e a professare le proprie idee nel quotidiano, ci si ritaglia semplicemente uno spazio ed un tempo politici ben delimitati.

In questo senso la scelta di una militanza a sinistra è senz’altro meno facile. Comporta un livello, sia pur minimo, di impegno anche nel quotidiano, e quindi una rinuncia o una presa di distanza nei confronti dei modelli correnti, pena l’esporsi alle accuse di incoerenza (“il privato è politico” non paga più molto). Su una personalità in formazione questi elementi hanno il loro peso: non saranno determinanti, senz’altro, ma spesso contribuiscono a favorire l’abbraccio di posizioni che in fondo non sono affatto capite o condivise. Basta magari una piccola spinta dall’esterno, la suggestione esercitata dall’adulto o dal compagno di scuola al momento giusto. E qui torniamo in ballo noi. La sinistra, al di là delle sclerotiche strutture giovanili dei partiti storici, prive di ogni credibilità, brilla per la sua assenza rispetto a questi particolari momenti. Non ha quindi diritto di stupirsi e di lamentarsi: perché, a differenza di quanto succede tra i compagni in crisi o rifluenti, che non hanno più il tempo di guardarsi attorno tanto sono impegnati a tastarsi, analizzarsi, commiserarsi interiormente, c’è dall’altro versante chi si da molto da fare. Coi risultati che abbiamo davanti agli occhi, e che vanno dalle stragi alle svastiche sui muri dei nostri paesi addormentati. Per forza: a furia di autoconvincerci che non dovevano più esserci missionari abbiamo lasciato il terreno ai miscredenti.

 

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Compagno, se ci sei batti due fogli

di Paolo Repetto, da Contro n. 4, 1980

Mi permetto ancora un breve intervento su quello che avrebbe dovuto essere il dibattito sullo stato della nuova sinistra e sul suo ruolo, auspicato e lanciato qualche mese fa da questo giornale. Dico “avrebbe dovuto essere”, perché in effetti l’iniziativa si è arenata subito, e al momento sembra che i compagni non abbiano alcuna intenzione di farla marciare.

Ora, non mi nascondo che la cosa potrebbe anche sembrare positiva, visto che i dibattiti, assieme al colera, alle inchieste e ai congressi vanno ormai annoverati tra le calamità endemiche del nostro paese, e che ci si “dibatte” a sinistra, al centro, nel sindacato, sull’ecologia, sulla masturbazione, sulla Panda, ecc… , coi risultati che si conoscono. Sono anche convinto che sia senz’altro difficile prendere ancora seriamente in considerazione uno “strumento d’analisi” che è stato usato persino da Craxi (!!), quando faceva Livingstone alla ricerca delle sorgenti ideologiche del suo partito (le ha poi ritrovate nel petrolio arabo). In linea di massima, quindi, ogni dibattito che non si fa potrebbe essere considerato un successo, un trionfo del buon senso e della serietà. E tuttavia, confesso di aver nutrito una mezza speranza che questa volta la noia e il sospetto, e soprattutto quel pizzico di “puzza al naso” che la banalizzazione e l’abuso osceno del dibattere hanno indotto, potessero essere ancora superati. Credevo cioè che di fronte alla possibilità di dimostrare come il riflusso abbia portato con sé solo i sugheri i compagni si sarebbero sentiti stimolati ad un ripensamento e ad un tentativo serio di analisi sul perché e sul come del loro essere nella sinistra.

Forse mi ero fatto delle illusioni, forse, va a sapere, il ripensamento si presenta ponderoso, e allora dobbiamo aspettarci, senza fretta, dei parti teorici di grossa levatura. Vorrei sperarlo: ma in verità ci credo poco. Ho l’impressione invece che la sfiducia e l’afasia si siano veramente impadronite dei compagni. Che anche coloro che non si sono dati alla meditazione trascendentale o all’apicoltura intensiva siano ridotti ad una militanza abitudinaria, vadano avanti per forza d’inerzia.

L’impressione non nasce solo da questo fatto assolutamente contingente del mancato dibattito: si è maturata anche nei contatti personali, negli incontri, nei tentativi di aggancio, di ricostituzione di un tessuto umano e politico della nuova sinistra locale meno sfilacciato di quello attuale. C’è molta stanchezza, veramente, in giro. Si incontra troppa gente che non capisce come per uscire da questo torpore occorra riscoprire la necessità, magari anche solo ad uso personale, dell’impegno concreto, rivedendone senz’altro i termini, legandolo al privato quanto si vuole, evitando di connotarlo in senso missionario o penitenziale, ma dando un senso a questa benedetta esistenza, a questo trascorrere dei giorni e delle leggi speciali.

E molti hanno magari paura di fare discorsi inutili, o scontati, o utopistici, e per questo non parlano. È anche vero, ci sono già quelli che parlano troppo e inutilmente, basta accendere il televisore o aprire un qualsiasi giornale: ma non è diventando muti che li si combatte. Diventando muti li si lascia solo parlare. e anche se dicono cazzate diventano loro i padroni del discorso. Invece bisogna togliere loro la parola proprio parlando, gridando, sussurrando, sibilando, usando il linguaggio in tutte le sue potenzialità, distruttive e creative. Parlando soprattutto tra noi, incontrandoci, discutendo, dibattendo. Può darsi che serva a poco o niente, ma cristo, perlomeno ci si prova.

Bisogna ritrovare la forza di arrabbiarsi. Ogni volta che appaiono Andreotti o Longo o Emilio Fede o Costanzo o tutti gli altri sul video le viscere debbono rivoltarsi, il cibo deve andare di traverso, il colesterolo deve salire; ogni volta che leggiamo le loro dichiarazioni o i commenti alle loro dichiarazioni sul giornale un senso di nausea deve scendere fino al nostro stomaco. Se ci abituiamo a digerirli con il cappuccino o con la cena siamo spacciati. Loro non cercano altro: vogliono essere assimilati. Gliene frega assai del consenso: quello è un problema che al più può ancora interessare Berlinguer. Non vivono mica sul consenso: vivono sulla paura, sull’ignoranza, sugli interessi capillarmente diffusi, sulla malafede e sulla rassegnazione e sui silenzi nostri.

Che c’entra questo col dibattito? C’entra eccome! Il dibattito dovrebbe servire se non altro a scaldarci, a risvegliarci, a rispolverare vecchie ire e vecchie speranze, a mandare in culo il telegiornale, il tam tam e il telefilm serale, a riprendere contatto con la realtà senza esserne fagocitati o annichiliti, vedendola non come ciò che è e si impone, ma come ciò che va cambiato. A trovare, nella coincidenza o nella discordanza d’idee con altri compagni, stimoli e indicazioni. A ridarci un parametro sul quale misurare e rifiutare e irridere i vaniloqui dei segretari politici, delle triadi sindacali, dei sommi pontefici, dei procuratori capi e via dicendo.

Quanto ai primi interventi, magari erano poco stimolanti, presuntuosi, vaghi, noiosi, tutto quel che si vuole. Ma c’erano, che diavolo, non fosse altro per essere controbattuti o ridicolizzati; insomma, un senso, positivo o negativo, lo avevano, una indicazione, da elaborare o da rifiutare, la davano. Invece, niente! Sembra che chiunque possa ormai azzardare qualsiasi oscenità, fare qualsiasi proposta, non succede niente! E allora questo spiega tutto: spiega Piccoli ed Evangelisti, spiega il morto quotidiano da eroina e tutto il resto. Che sia davvero già troppo tardi?

 

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Sinistra non è solo una mano

di Paolo Repetto, 1979

Questo intervento è apparso sulla rivista “CONTRO” nel 1979, anche se il tono e l’uso di termini come “compagni” parrebbero farlo risalire a qualche decina d’anni prima. Lo ripropongo perché in realtà trovo significativo constatare come i problemi, al netto dei contesti e della forma in cui erano espressi, siano rimasti per la sinistra esattamente gli stessi. Diversi eravamo solo noi.

Nell’editoriale di apertura dell’ultimo numero di CONTRO (ottobre 1979) compagni e simpatizzanti erano sollecitati a rilanciare il dibattito e la riflessione all’interno della sinistra. Crediamo che questo invito non andrà deserto. Esso rappresenta infatti un’esigenza che tutti, in questo momento, sentiamo profonda dentro di noi e diffusa attorno a noi. Soprattutto, la interpreta nei termini nuovi in cui questa esigenza si pone: vale a dire come bisogno di prendere le distanze dalle vane e assurde beghe ideologiche che hanno caratterizzato la cultura “progressista” negli ultimi tempi, di dare finalmente alla nuova sinistra un’identità non ricalcata su velleitari modelli esotici, di costruire un nuovo rapporto attraverso e in funzione di una presenza più concreta nella dinamica politica e sociale del paese.

Una seria riflessione sullo stato e sugli obiettivi odierni della sinistra non può esimersi, a mio giudizio, da uno sforzo preventivo di chiarimento e di intesa sul valore stesso del termine “sinistra”. Non si tratta di trovare la formula che risolva un secolo e mezzo di dibattiti, di incomprensioni o di vere e proprie lotte: più semplicemente, vanno individuati punti di riferimento comuni che consentano di discutere e di lavorare assieme senza equivoci. Per questo motivo è necessario riprendere e ribadire concetti che possono apparire scontati e acquisiti: me ne scuso in anticipo, ma ritengo che ciò giovi alla chiarezza.

È scontato, ad esempio, che le grandi formazioni partitiche tradizionalmente legate alla classe lavoratrice non esauriscono oggi, come non hanno mai esaurito, il potenziale di prassi e di teorizzazione politica implicito nell’essere “a sinistra”. Addirittura, i partiti storici, in quanto coautori dell’attuale forma di dominio politico, sono entrati in simbiosi col sistema ed hanno finito per farsi garanti della sua sopravvivenza. E tuttavia, nell’ottica dell’esercizio di una opposizione concreta o alla ricerca di un’alternativa di potere a scadenze non troppo remote non si può prescindere dall’esistenza di queste forze e dalla necessità di instaurare con esse un rapporto non ambiguo e non puramente tattico. Ci si deve allora chiedere entro quali confini e su che basi può muoversi la ricerca di una intesa, ovvero, per arrivare ad una enunciazione meno sfumata del problema, quali tra queste forze sono recuperabili in un progetto di rifondazione della sinistra, e in che misura. Né meno urgenti sono un confronto ed una chiarificazione su questo piano con altre forme organizzate che percorrono vie diverse ed originali ai margini della sinistra storica, dal radicalismo all’Autonomia.

È anche scontato che la connotazione “di sinistra” non copre un’area ideologica omogenea e perfettamente definita nei suoi contorni. Ad un “pensiero di sinistra” sono grosso modo rivendicabili tutte le teorie socio-economiche esprimenti il rifiuto del modo di produzione capitalistico e del tipo di organizzazione sociale che ne consegue, e informate alla prospettiva di una società non classista (quest’ultima condizione costituendo la discriminante primaria nei confronti delle altre forme di anticapitalismo, cattolico o laico di destra, che ipotizzano invece un ordinamento societario gerarchizzato).

Dobbiamo tuttavia chiederci se rientrano in esso (e nel caso, in che misura) anche quelle posizioni che il rifiuto intendono in termini non fattivamente antagonistici, ma come difesa (movimenti ecologici) o addirittura come fuga ed estraniamento (dal fenomeno hippie ai periodici revivals orientalistici). In questo senso sarebbe opportuna, ad esempio, una riflessione meno superficiale sul movimento nordamericano degli anni sessanta e sui suoi esiti attuali, che sappia scorgervi la prefigurazione delle tendenze involutive della sinistra in uno stadio di avanzata realizzazione del modello sociale capitalistico (naturalmente, fatte le debite distinzioni…).

Niente affatto scontata, invece, e quindi tanto più necessaria, mi sembra la presa di coscienza nei confronti di alcune realtà sino ad oggi testardamente ignorate in nome di vecchi miti: primo tra tutte il processo di uniformazione che il capitale, nel suo aspetto totalizzante, ha innescato. Mi riferisco alla dissoluzione, sia pure per il momento limitata al piano formale e operante su scale diversificate, dei confini di classe rispetto alla nuova attività primaria, quella del consumo. È su questa base ormai che il capitale tende a perpetuare il suo dominio. Anche lo sfruttamento della forza-lavoro è destinato a passare in second’ordine, dal momento che il capitale comincia già a fare ricorso, per la soddisfazione delle sue esigenze produttive, all’alta tecnologia della robotizzazione e dell’automazione. Esso mira a sviluppare nei propri confronti un nuovo tipo di subordinazione, consensuale, incentivando un consumo opportunamente caricato di valenze indotte (prestigio sociale, “realizzazione”, liberazione ecc…). La devalorizzazione della forza-lavoro e il carattere antagonistico del consumo fanno emergere nell’ambito della classe lavoratrice atteggiamenti corporativistici che sono il primo passo verso la dissoluzione della classe in sé e verso una sorta di atomizzazione sociale.

A questo proposito va riesaminato criticamente, ad esempio, il ruolo dei sindacati, che barattando troppo spesso l’utile immediato, magari anche in termini di potere contrattuale, con l’assecondamento di queste tendenze, hanno funto da cinghie di trasmissione del nuovo meccanismo capitalistico. E va accettato il fatto che lo scontro non si dà più immediatamente tra le classi, ma tra il capitale autonomizzato, mirante ad una superiore razionalità distributivo-consumistica, e la coscienza che questa operazione, una volta permessa, è irreversibile: coscienza che non è più di classe, ma postula altre determinazioni, meno automatiche, dell’ “essere a sinistra”.

Un’ulteriore conferma di questa nuova realtà ci viene, se ce ne fosse bisogno, proprio in questi giorni da Torino: sono esempi clamorosi di scarsa combattività operaia e delle forme esasperate in cui la combattività residua è costretta a esprimersi nelle minoranze. Ma lo stravolgimento di significato degli strumenti tradizionali di lotta è un dato su cui da tempo si sarebbe dovuto riflettere maggiormente. Fino agli anni sessanta ogni sciopero costituiva un momento di aggregazione allargato a tutti gli altri spezzoni della classe operaia. La lotta tendeva con facilità a generalizzarsi, nelle componenti come negli obiettivi. Oggi non possiamo nasconderci che lo sciopero sortisce in realtà effetti disgreganti: ogni categoria si sente danneggiata, più che stimolata, dalla lotta delle altre: e proprio su questi presupposti riesce a passare un discorso sino a qualche tempo fa inconcepibile, come quello dell’autoregolamentazione. D’altro canto, gli stessi scioperi generali e nazionali non sono più un’espressione di lotta economica e sociale, ma vengono usati come strumento di dissuasione o di spinta nelle situazioni di stallo politico. da momento più alto della conflittualità spontanea essi sono diventati il paradigma della involuzione burocratica.

A volerli cogliere, comunque, gli indizi di questa perdita di fiato dell’opposizione tradizionale sono infiniti, non ultimo quello della resa della protesta giovanile, del suo incanalamento in direzione iperconsumistica (e in ciò il capitale ha potuto giovarsi anche della ingenua complicità di frange della nuova sinistra, Lotta Continua in testa), ecc…

Mi rendo conto che queste note circa ciò che la sinistra non è, o non è più, rimangono vaghe e possono dare luogo ad interpretazioni distorte. Esse tuttavia si pongono soltanto come spunti per il dibattito e confidano nella volontà e nella capacità di non fraintendere da parte di chi al dibattito stesso è interessato. Lo stesso vale per le brevi considerazioni su ciò che ritengo la sinistra dovrebbe essere.

Sinistra è innanzitutto un modo di pensare, di agire, di essere con se stessi e con gli altri. Una militanza quindi che non ha confini privati o politici, non nel senso che all’una dimensione vada sacrificato tutto il resto, né nell’ottica di un recupero a dimensione politica di qualsiasi forma d’espressione (per intenderci, non ha niente a che fare con la sinistra non solo il “bucarsi” ma anche il drogarsi intellettualmente con qualsivoglia forma di fanatismo intellettuale, sportivo, musicale, ecc…). Una militanza che non conosce riflussi, fondata sulla convinzione che il miglior modo di preparare la via alla società socialista sia quello di vivere già, nell’arco del possibile, i rapporti umani ipotizzabili in tale società.

In questo senso sinistra è quindi capirsi, in primo luogo farsi capire (e ciò dovrebbe valere tanto più in questo dibattito): un problema di linguaggio, anche nel senso più esteso, ma insisterei soprattutto nel senso più elementare del termine. Quella che si autodefinisce “cultura progressista” ha finito infatti per adottare un linguaggio esoterico e cifrato, e per creare emarginati di doppio tipo: da un lato chi parla, portato a privilegiare se stesso come interlocutore, a “sentirsi parlare” e quindi a perdere il contatto con chi ascolta: dall’altro quest’ultimo, che o reagisce passivamente, fingendo di capire ciò che non capisce (anche perché spesso non c’è niente da capire) o si volge a ciò che gli riesce più accessibile (mi riferisco soprattutto alle giovanissime generazioni, alle quali la scolarizzazione di massa non ha offerto molto sotto il profilo dell’arricchimento linguistico, e che si lasciano facilmente sedurre dalla semplicità del linguaggio televisivo –ma anche di quello concertistico, ecc…).

Il problema del linguaggio della sinistra va visto senza dubbio nel contesto più generale di una cultura ormai volta a funzioni prevalentemente decorative, all’interno della quale è già in fase avanzata il processo di omogeneizzazione. La verità è che dal punto di vista intellettuale è diventato difficile ormai distinguere una destra da una sinistra. Il caso dei “nuovi filosofi” e dell’uso indiscriminato che essi fanno di categorie un tempo esclusive dell’una o dell’altra parte ne è l’esempio più clamoroso. Quindi l’adozione generalizzata di forme espressive appunto esoteriche, proprie di una cultura elitaria, aristocratica, risponde ad una effettiva crisi di identità della cultura progressista. Essa troppo spesso soccombe alla propria mercificazione, degradandosi a prodotto di pronto consumo per il quale è più importante la confezione che non la sostanza (SPIRALI e compagnia). Anche in presenza di una maggiore serietà di intenti le cose cambiano poco. Riviste sul tipo di AUT AUT, che si candidano ad avanguardia culturale della sinistra, attuano in realtà un uso terroristico del linguaggio, impiegando veri e propri cifrari specialistici in relazione a concetti già di per sé tutt’altro che accessibili. In fondo, anche questo erigersi attorno una barriera linguistica è uno stratagemma per non confrontarsi con lo sfacelo delle idee.

Di fronte a questa babele, “sinistra” è quindi un’apertura ed una umiltà intellettuale che consenta di attingere criticamente a ciò che dalle più svariate direzioni può venire, e di usarlo senza preconcetti. Non si tratta di essere onnivori, ché in questa direzione il capitale ci dà comunque dei punti. Si tratta invece di raggiungere una maturità che ci consenta di aggirarci senza scudi ideologici, ma anche con una certa impermeabilità alle facili suggestioni, nel magma culturale odierno, e di trarne alimento. In questo senso si impone, ad esempio, il superamento di quella forma mentis determinata dalla chiusura degli sbocchi rivoluzionari in occidente e dalle delusioni relative all’URSS, che spingeva a cercare modelli e spunti nelle aree non ancora colonizzate dal capitale. Anche se a partire dal ‘68 essa ha subito un ridimensionamento, resta ancora vivo una sorta di rifiuto moralistico per tutto ciò che col capitale ha attinenza, ciò che impedisce di scorgere la possibilità di un uso alternativo dei prodotti (culturali o materiali) del capitale stesso.

Sinistra è infine un sacco di altre cose, più precise e più pregnanti probabilmente di queste accennate: esse troveranno spazio senza dubbio negli altri interventi. Su di una cosa soltanto credo di dover insistere e di dover chiedere un unanime consenso: sulla speranza che la sinistra non sia ancora morta, anche se il coma minaccia di diventare profondo.

 

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Sinistra non è solo una mano

di Paolo Repetto, da Contro n. 3, 1979

Nell’editoriale di apertura dell’ultimo numero di CONTRO (ottobre 1979) compagni e simpatizzanti erano sollecitati a rilanciare il dibattito e la riflessione all’interno della sinistra. Crediamo che questo invito non andrà deserto. Esso rappresenta infatti un’esigenza che tutti, in questo momento, sentiamo profonda dentro di noi e diffusa attorno a noi. Soprattutto, la interpreta nei termini nuovi in cui questa esigenza si pone: vale a dire come bisogno di prendere le distanze dalle vane e assurde beghe ideologiche che hanno caratterizzato la cultura “progressista” negli ultimi tempi, di dare finalmente alla nuova sinistra un’identità non ricalcata su velleitari modelli esotici, di costruire un nuovo rapporto attraverso e in funzione di una presenza più concreta nella dinamica politica e sociale del paese.

Una seria riflessione sullo stato e sugli obiettivi odierni della sinistra non può esimersi, a mio giudizio, da uno sforzo preventivo di chiarimento e di intesa sul valore stesso del termine “sinistra”. Non si tratta di trovare la formula che risolva un secolo e mezzo di dibattiti, di incomprensioni o di vere e proprie lotte: più semplicemente, vanno individuati punti di riferimento comuni che consentano di discutere e di lavorare assieme senza equivoci. Per questo motivo è necessario riprendere e ribadire concetti che possono apparire scontati e acquisiti: me ne scuso in anticipo, ma ritengo che ciò giovi alla chiarezza.

È scontato, ad esempio, che le grandi formazioni partitiche tradizionalmente legate alla classe lavoratrice non esauriscono oggi, come non hanno mai esaurito, il potenziale di prassi e di teorizzazione politica implicito nell’essere “a sinistra”. Addirittura, i partiti storici, in quanto coautori dell’attuale forma di dominio politico, sono entrati in simbiosi col sistema ed hanno finito per farsi garanti della sua sopravvivenza. E tuttavia, nell’ottica dell’esercizio di una opposizione concreta o alla ricerca di un’alternativa di potere a scadenze non troppo remote non si può prescindere dall’esistenza di queste forze e dalla necessità di instaurare con esse un rapporto non ambiguo e non puramente tattico. Ci si deve allora chiedere entro quali confini e su che basi può muoversi la ricerca di una intesa, ovvero, per arrivare ad una enunciazione meno sfumata del problema, quali tra queste forze sono recuperabili in un progetto di rifondazione della sinistra, e in che misura. Né meno urgenti sono un confronto ed una chiarificazione su questo piano con altre forme organizzate che percorrono vie diverse ed originali ai margini della sinistra storica, dal radicalismo all’Autonomia.

È anche scontato che la connotazione “di sinistra” non copre un’area ideologica omogenea e perfettamente definita nei suoi contorni. Ad un “pensiero di sinistra” sono grosso modo rivendicabili tutte le teorie socio-economiche esprimenti il rifiuto del modo di produzione capitalistico e del tipo di organizzazione sociale che ne consegue, e informate alla prospettiva di una società non classista (quest’ultima condizione costituendo la discriminante primaria nei confronti delle altre forme di anticapitalismo, cattolico o laico di destra, che ipotizzano invece un ordinamento societario gerarchizzato).

Dobbiamo tuttavia chiederci se rientrano in esso (e nel caso, in che misura) anche quelle posizioni che il rifiuto intendono in termini non fattivamente antagonistici, ma come difesa (movimenti ecologici) o addirittura come fuga ed estraniamento (dal fenomeno hippie ai periodici revivals orientalistici). In questo senso sarebbe opportuna, ad esempio, una riflessione meno superficiale sul movimento nordamericano degli anni sessanta e sui suoi esiti attuali, che sappia scorgervi la prefigurazione delle tendenze involutive della sinistra in uno stadio di avanzata realizzazione del modello sociale capitalistico (naturalmente, fatte le debite distinzioni…).

Niente affatto scontata, invece, e quindi tanto più necessaria, mi sembra la presa di coscienza nei confronti di alcune realtà sino ad oggi testardamente ignorate in nome di vecchi miti: primo tra tutte il processo di uniformazione che il capitale, nel suo aspetto totalizzante, ha innescato. Mi riferisco alla dissoluzione, sia pure per il momento limitata al piano formale e operante su scale diversificate, dei confini di classe rispetto alla nuova attività primaria, quella del consumo. È su questa base ormai che il capitale tende a perpetuare il suo dominio. Anche lo sfruttamento della forza-lavoro è destinato a passare in second’ordine, dal momento che il capitale comincia già a fare ricorso, per la soddisfazione delle sue esigenze produttive, all’alta tecnologia della robotizzazione e dell’automazione. Esso mira a sviluppare nei propri confronti un nuovo tipo di subordinazione, consensuale, incentivando un consumo opportunamente caricato di valenze indotte (prestigio sociale, “realizzazione”, liberazione ecc…). La devalorizzazione della forza-lavoro e il carattere antagonistico del consumo fanno emergere nell’ambito della classe lavoratrice atteggiamenti corporativistici che sono il primo passo verso la dissoluzione della classe in sé e verso una sorta di atomizzazione sociale.

A questo proposito va riesaminato criticamente, ad esempio, il ruolo dei sindacati, che barattando troppo spesso l’utile immediato, magari anche in termini di potere contrattuale, con l’assecondamento di queste tendenze, hanno funto da cinghie di trasmissione del nuovo meccanismo capitalistico. E va accettato il fatto che lo scontro non si dà più immediatamente tra le classi, ma tra il capitale autonomizzato, mirante ad una superiore razionalità distributivo-consumistica, e la coscienza che questa operazione, una volta permessa, è irreversibile: coscienza che non è più di classe, ma postula altre determinazioni, meno automatiche, dell’ “essere a sinistra”.

Un’ulteriore conferma di questa nuova realtà ci viene, se ce ne fosse bisogno, proprio in questi giorni da Torino: sono esempi clamorosi di scarsa combattività operaia e delle forme esasperate in cui la combattività residua è costretta a esprimersi nelle minoranze. Ma lo stravolgimento di significato degli strumenti tradizionali di lotta è un dato su cui da tempo si sarebbe dovuto riflettere maggiormente. Fino agli anni sessanta ogni sciopero costituiva un momento di aggregazione allargato a tutti gli altri spezzoni della classe operaia. La lotta tendeva con facilità a generalizzarsi, nelle componenti come negli obiettivi. Oggi non possiamo nasconderci che lo sciopero sortisce in realtà effetti disgreganti: ogni categoria si sente danneggiata, più che stimolata, dalla lotta delle altre: e proprio su questi presupposti riesce a passare un discorso sino a qualche tempo fa inconcepibile, come quello dell’autoregolamentazione. D’altro canto, gli stessi scioperi generali e nazionali non sono più un’espressione di lotta economica e sociale, ma vengono usati come strumento di dissuasione o di spinta nelle situazioni di stallo politico. da momento più alto della conflittualità spontanea essi sono diventati il paradigma della involuzione burocratica.

A volerli cogliere, comunque, gli indizi di questa perdita di fiato dell’opposizione tradizionale sono infiniti, non ultimo quello della resa della protesta giovanile, del suo incanalamento in direzione iperconsumistica (e in ciò il capitale ha potuto giovarsi anche della ingenua complicità di frange della nuova sinistra, Lotta Continua in testa), ecc…

Mi rendo conto che queste note circa ciò che la sinistra non è, o non è più, rimangono vaghe e possono dare luogo ad interpretazioni distorte. Esse tuttavia si pongono soltanto come spunti per il dibattito e confidano nella volontà e nella capacità di non fraintendere da parte di chi al dibattito stesso è interessato. Lo stesso vale per le brevi considerazioni su ciò che ritengo la sinistra dovrebbe essere.

Sinistra è innanzitutto un modo di pensare, di agire, di essere con se stessi e con gli altri. Una militanza quindi che non ha confini privati o politici, non nel senso che all’una dimensione vada sacrificato tutto il resto, né nell’ottica di un recupero a dimensione politica di qualsiasi forma d’espressione (per intenderci, non ha niente a che fare con la sinistra non solo il “bucarsi” ma anche il drogarsi intellettualmente con qualsivoglia forma di fanatismo intellettuale, sportivo, musicale, ecc…). Una militanza che non conosce riflussi, fondata sulla convinzione che il miglior modo di preparare la via alla società socialista sia quello di vivere già, nell’arco del possibile, i rapporti umani ipotizzabili in tale società.

In questo senso sinistra è quindi capirsi, in primo luogo farsi capire (e ciò dovrebbe valere tanto più in questo dibattito): un problema di linguaggio, anche nel senso più esteso, ma insisterei soprattutto nel senso più elementare del termine. Quella che si autodefinisce “cultura progressista” ha finito infatti per adottare un linguaggio esoterico e cifrato, e per creare emarginati di doppio tipo: da un lato chi parla, portato a privilegiare se stesso come interlocutore, a “sentirsi parlare” e quindi a perdere il contatto con chi ascolta: dall’altro quest’ultimo, che o reagisce passivamente, fingendo di capire ciò che non capisce (anche perché spesso non c’è niente da capire) o si volge a ciò che gli riesce più accessibile (mi riferisco soprattutto alle giovanissime generazioni, alle quali la scolarizzazione di massa non ha offerto molto sotto il profilo dell’arricchimento linguistico, e che si lasciano facilmente sedurre dalla semplicità del linguaggio televisivo –ma anche di quello concertistico, ecc…).

Il problema del linguaggio della sinistra va visto senza dubbio nel contesto più generale di una cultura ormai volta a funzioni prevalentemente decorative, all’interno della quale è già in fase avanzata il processo di omogeneizzazione. La verità è che dal punto di vista intellettuale è diventato difficile ormai distinguere una destra da una sinistra. Il caso dei “nuovi filosofi” e dell’uso indiscriminato che essi fanno di categorie un tempo esclusive dell’una o dell’altra parte ne è l’esempio più clamoroso. Quindi l’adozione generalizzata di forme espressive appunto esoteriche, proprie di una cultura elitaria, aristocratica, risponde ad una effettiva crisi di identità della cultura progressista. Essa troppo spesso soccombe alla propria mercificazione, degradandosi a prodotto di pronto consumo per il quale è più importante la confezione che non la sostanza (SPIRALI e compagnia). Anche in presenza di una maggiore serietà di intenti le cose cambiano poco. Riviste sul tipo di AUT AUT, che si candidano ad avanguardia culturale della sinistra, attuano in realtà un uso terroristico del linguaggio, impiegando veri e propri cifrari specialistici in relazione a concetti già di per sé tutt’altro che accessibili. In fondo, anche questo erigersi attorno una barriera linguistica è uno stratagemma per non confrontarsi con lo sfacelo delle idee.

Di fronte a questa babele, “sinistra” è quindi un’apertura ed una umiltà intellettuale che consenta di attingere criticamente a ciò che dalle più svariate direzioni può venire, e di usarlo senza preconcetti. Non si tratta di essere onnivori, ché in questa direzione il capitale ci dà comunque dei punti. Si tratta invece di raggiungere una maturità che ci consenta di aggirarci senza scudi ideologici, ma anche con una certa impermeabilità alle facili suggestioni, nel magma culturale odierno, e di trarne alimento. In questo senso si impone, ad esempio, il superamento di quella forma mentis determinata dalla chiusura degli sbocchi rivoluzionari in occidente e dalle delusioni relative all’URSS, che spingeva a cercare modelli e spunti nelle aree non ancora colonizzate dal capitale. Anche se a partire dal ‘68 essa ha subito un ridimensionamento, resta ancora vivo una sorta di rifiuto moralistico per tutto ciò che col capitale ha attinenza, ciò che impedisce di scorgere la possibilità di un uso alternativo dei prodotti (culturali o materiali) del capitale stesso.

Sinistra è infine un sacco di altre cose, più precise e più pregnanti probabilmente di queste accennate: esse troveranno spazio senza dubbio negli altri interventi. Su di una cosa soltanto credo di dover insistere e di dover chiedere un unanime consenso: sulla speranza che la sinistra non sia ancora morta, anche se il coma minaccia di diventare profondo.

 

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Perché i viaggi?

di Paolo Repetto, 1977, estratto da “In capo al mondo, vol. 1, L’età delle scoperte

Siamo nomadi per natura o per cultura? Si potrebbe semplicemente rispondere: per l’una e l’altra cosa. A voler essere precisi occorre però distinguere: siamo nomadi per natura, ma viaggiamo per cultura.

La storia naturale è un crocevia costante di spostamenti, migrazioni, colonizzazioni e ritirate che coinvolgono in misura e in modi diversi, con tempi e ritmi i più disparati, tutte le specie animali (ed anche quelle vegetali): è il frutto di una disposizione (per gli animali parliamo di istinto) che permea il vivente e che risponde alle leggi della sopravvivenza e della riproduzione.

Questo istinto appartiene naturalmente anche alla nostra specie: anzi, rispetto ai gruppi parentali a noi più prossimi, ad esempio quello delle antropomorfe, la connota in modo particolare. Sarà per via della postura eretta, della locomozione bipede, dell’alimentazione onnivora, tutti fattori che combinati assieme e in reciproca interazione indirizzano a modalità di esistenza non stanziali: sta di fatto che negli umani si è sviluppato ad un punto e in una direzione tali da produrre un comportamento anomalo ed esclusivo. Il nostro nomadismo ha infatti senz’altro come fondo originario quello animale ed è determinato da una serie di pressioni naturali (la necessità di ampliare i territori di caccia o di raccolta, le mutazioni climatiche, l’avvento di nuovi competitori, ecc…): ma ha indotto nel tempo delle risposte adattive “culturali”, che non vengono tramandate per via genetica (anche se l’attitudine a queste risposte viene geneticamente selezionata), bensì attraverso un processo “educativo”.

Quando superano una certa soglia la dominanza e lo sviluppo quantitativo di taluni caratteri determinano in tutta la scala degli esseri una differenza qualitativa. Nel caso unico e specifico della nostra specie l’effetto è addirittura reversivo: non arriviamo a controllare l’evoluzione, ma ne modifichiamo, sia pure in misura minima e temporalmente quasi irrilevante, il naturale meccanismo. Non ci spostiamo quindi solo perché questa è la nostra natura, ma anche perché questa è diventata la nostra cultura. O viceversa, se vogliamo, perché abbiamo elaborato questa cultura come conseguenza di una spiccata attitudine “naturale” alla mobilità. Alla domanda: “Perché gli uomini viaggiano?” la risposta più esaustiva sarebbe pertanto: “Proprio perché sono uomini”. Perché tutte le altre specie si muovono, si spostano, mentre gli uomini, appunto, viaggiano.

L’irrequietezza umana si è manifestata precocemente, anche in rapporto ai tempi lunghi dell’evoluzione. Da quando sono scesi dagli alberi e si sono inoltrati nelle savane originarie dell’Africa centro-orientale i nostri progenitori non hanno più avuto terraferma. Hanno cominciato ad espandersi verso oriente, dopo aver traversato l’istmo di Suez, già allo stadio dell’homo erectus, attorno a due milioni di anni fa. È probabile che più rami della nuova specie, destinati poi all’estinzione, abbiano fatto in tempi successivi un percorso analogo. Il nostro avo diretto, l’homo sapiens, si è invece diffuso nel volgere di cinquantamila anni, a partire da un centinaio di migliaia di anni fa, prima in tutta l’Asia, poi, di ritorno, in Europa. Per farlo, l’uno e gli altri hanno dovuto adattarsi a condizioni ambientali via via radicalmente diverse, combattere o convivere con altre specie, assumere comportamenti alimentari e di sopravvivenza sempre nuovi. Tutto questo, per quanto ne sappiamo, ed è veramente molto poco, è accaduto ancora sotto la spinta dominante dell’istintualità e della pressione ambientale determinata dai mutamenti climatici: ma al tempo stesso ha imposta la diversificazione e rallentato l’automatismo delle risposte, sino al punto da svincolarle, almeno in parte, dalla correlazione con lo stimolo immediato e di assoggettarle alla mediazione della volontà.

La trasformazione definitiva della mobilità perenne da comportamento istintuale in pratica intenzionale, ovvero nel “viaggio” quale noi oggi comunemente lo intendiamo, è avvenuta proprio nel momento in cui la spinta “naturale” si è esaurita, ovvero quando gran parte dell’umanità, con la comparsa dell’agricoltura, è diventata stanziale. Quando la mobilità non è più stata necessitata dalla pura sopravvivenza è subentrata come motore la curiosità. Le spinte “materiali” non sono venute meno, ma si sono tradotte in “motivazioni economiche”, sono state cioè incanalate in forme complesse di attività, di raccolta, di lavorazione e di scambio, o sono state “addomesticate” e riorganizzate in comportamenti religiosi o politici. L’istinto ha lasciato gradualmente spazio alla consapevolezza, la determinazione genetica alla scelta autonoma, ovvero alla cultura.

In questo senso siamo diversi da tutti i nostri parenti: dai più prossimi, gli altri primati, che sono in realtà piuttosto sedentari e legati al loro territorio; da quelli un po’ più lontani, come i lupi o i topi, o lontanissimi, come gli insetti o i batteri, che hanno colonizzato un habitat altrettanto vasto di quello umano, ma non viaggiano, si diffondono; o da quegli altri parenti con le piume, con il guscio o con le squame che compiono tutti gli anni percorsi di migliaia di chilometri, sempre sulle stesse rotte. Anche questi non viaggiano: semplicemente migrano.

Il viaggio inteso come uno spostamento frutto di scelte consapevoli appartiene dunque solo a noi. Consapevoli non significa necessariamente pacifiche e non condizionate: significa che negli umani persino la fuga non è più un gesto dettato direttamente dall’istinto, ma implica almeno in una certa misura la valutazione di più possibilità, alla ricerca non solo di una via immediata di salvezza, ma anche di garanzie e di prospettive future.

Quella della fuga rimane tuttavia la risposta ad una situazione eccezionale, nella quale l’ignoto che si ha di fronte appare meno spaventoso del noto che preme alle spalle. A caratterizzare l’uomo è invece la scelta di sfidare l’ignoto anche quando non è in gioco la sopravvivenza, di muoversi anche quando la necessità non è così impellente.

La scelta è resa possibile e consapevole dal fatto che l’uomo quando “viaggia” non ha paura di ciò che non conosce; anzi, lo cerca, e vince la paura proprio per il desiderio di incontrarlo e di confrontarsi con esso[1]. Lo fa perché la complessità del suo apparato neuro-sensoriale (ovvero, la “distanza” creatasi tra gli organi che percepiscono lo stimolo e quelli che formulano la reazione dagli innumerevoli “snodi” intermedi) consente di dosare le risposte, di vagliare e scegliere tra diversi possibili comportamenti, di prendere ogni volta coscienza di nuove potenzialità, di conservarne la memoria e quindi di moltiplicarle. Detto in termini più spicci, a differenza degli altri animali l’uomo “sa di non sapere”, ed è preparato, anche se non sempre è egualmente disposto, a incontrare qualcosa che non conosce: può pertanto prefigurarsi l’incognito con l’immaginazione, e in qualche misura già ne esorcizza la pericolosità. Questo gli consente di desiderare “altro”, di proiettarsi oltre i confini dettati dalla sua naturalità e confermati dalle sue appartenenze culturali.

Il desiderio e la scelta sono dunque le discriminanti tra il viaggio e il semplice spostamento. Il desiderio perché è volontà di sottrarsi al determinismo naturale (de-siderare, significa proprio sfuggire al condizionamento degli astri); la scelta perché è affermazione di libertà dalla paura, o quanto meno della consapevolezza di essere in grado di vincerla, e disponibilità a mettersi in gioco.

 

Quando l’Ulisse dantesco apostrofa i suoi compagni con “fatti non foste a viver come bruti”, quelli già capiscono dove si va a parare. Non possono permettersi di avere paura. Non sono animali. Devono andare oltre, “seguir vertute e cagnoscenza”, correre l’azzardo di “vedere”, fosse anche nella quasi certezza di giocarsi la pelle. Molti di loro magari preferirebbero vivere davvero come bruti, e a lungo, ma il destino dell’uomo è quello di dar mano ai remi, drizzare la prua all’orizzonte e spingersi fino all’estremo: in questo caso, fino in fondo al mare.

Perché lo fanno? Perché ritengono valga comunque la pena di mettere a repentaglio la vita e le sicurezze già acquisite pur di “conoscere”. Sono pronipoti di Eva, e questa storia del prezzo da pagare per la conoscenza se la portano nel DNA.

Naturalmente non si può generalizzare. Non è così per tutti, e questa attitudine non è stata presente e diffusa allo stesso modo nell’intero arco dei tempi storici. In realtà si dice “l’uomo”, o “gli uomini”, ma si intendono sempre “alcuni uomini”: quelli paradossalmente disposti a rischiare la vita proprio perché vogliono darle sostanza e significato, e convinti che l’una e l’altro possano venirle solo dall’ignoto (evidentemente del noto non sono granché soddisfatti). Gli altri – e parlo della maggioranza – non sono attratti allo stesso modo dal fascino dell’avventura. I compagni di Ulisse non sono affatto diversi da quelli di Colombo o di Cortès: devono essere trascinati avanti con le minacce e col ricatto, non pensano di aver scelto il rischio, ma di esservi costretti dal destino, e appena possono cercano di ribellarsi e di tornare indietro. Subiscono il viaggio come fatalità e costrizione (e in effetti molti di essi sono stati reclutati a forza), anche se alla fine danno mano ai remi.

Nell’antichità non sono tuttavia solo i poveracci attaccati agli scalmi a lamentarsi. Lo fanno costantemente anche gli eroi delle epopee marinare, persino quelli che a onor del vero non sembrano aver fatto molto per sottrarsi a una sorte errabonda. Ogni esperienza di viaggio è vissuta come fato e necessità, o peggio ancora, come punizione. Nei miti di fondazione, da quelli ebraici (la parte “storica” del racconto biblico inizia con la cacciata dall’Eden, prosegue con la condanna di Caino all’erranza e si dipana poi in vari esodi e peregrinazioni) e del vicino oriente (il ciclo di Ghilgamesh) fino a quelli greci (i viaggi di Ercole e di Giasone e quelli degli eroi omerici) o latini (Enea), il viaggio costituisce il tema di fondo costante, ma il distacco dalla terra nativa è sempre vissuto con dolore e subìto come ineluttabile, imposto dalla malignità divina o da quella umana. Ad ogni nuovo ostacolo gli eroi accusano il Fato di sbatacchiarli da una terra all’altra, anche se poi, appena si offre l’occasione, sono persino disposti a scendere agli Inferi pur di dare un’occhiata. La verità è che avvertono la portata trasgressiva del viaggio e delle motivazioni reali che lo promuovono, e deprecandolo cercano di assolversi agli occhi propri e a quelli altrui.

L’attitudine negativa rispetto alla partenza, al distacco, spiega perché lo schema ricorrente del racconto di viaggio nella letteratura antica sia quello circolare, dell’andata e ritorno: il felice scioglimento della vicenda è il rientro in patria, sia negli archetipi della narrazione mitologica (i ὐὂστοι) sia in quello del racconto storico (l’Anabasi). A connotare la percezione antica del viaggio è dunque la costrizione (ma questo vale in linea molto generale: perché poi, in verità, troviamo un sacco di eccezioni che confermano la regola, da Eudosso ad Alessandro, da Erodoto a Pausania). Assistiamo per il viaggio alla stessa evoluzione e trasformazione di significato che si verifica per quanto concerne il lavoro: ciò che dagli antichi era considerato una punizione o una maledizione verrà interpretato dai moderni come uno strumento di emancipazione. L’uno e l’altro in effetti costituiscono fattori di rottura rispetto alla staticità, alla necessità naturale o sociale; con la differenza che il lavoro sarà sempre più finalizzato ad uno scopo, fino a diventare esso stesso lo scopo, mentre il viaggio si definirà col tempo come scelta volontaristica, non soggetta a scopi utilitari.

La connessione tra viaggio e libertà che diverrà tipica del mondo moderno ha una lunga gestazione nel periodo medioevale. Nel Medio Evo i “liberi” sono liberi innanzitutto di muoversi, mentre i servi sono legati alla terra o ad una residenza fissa. Lo stesso vincolo esisteva nel rapporto di schiavitù antica, ma in un contesto diverso, perché allo schiavo non era riconosciuta la piena dignità umana. Almeno in teoria il cristianesimo la garantisce invece a tutti, e lascia aperta la possibilità di conquistarla. Staccarsi, anche fisicamente, dalla propria condizione, è la strada: e il distacco passa attraverso la partenza.

Il viaggio medioevale è vissuto dunque innanzitutto come processo di purificazione, che si realizza attraverso la sofferenza; ma è una sofferenza cercata, e soprattutto è una espiazione non fine a se stessa, o legata all’arbitrio dei numi, ma finalizzata ad un riscatto. Le penitenze itineranti, che in un primo momento erano imposte dalle autorità religiose per allontanare dalla comunità l’esempio negativo del peccatore, diventano col passar del tempo sempre più espiazioni autoinflitte: il pellegrinaggio passa dal marchio di infamia a quello di santità. Allo stesso modo, mentre nell’epica antica i protagonisti dei viaggi subiscono i rischi, in quella medioevale li cercano (i cavalieri della Tavola Rotonda), inseguono l’ignoto e l’avventura.

 

Per poter leggere il viaggio nei termini di una scelta totalmente autonoma e almeno in apparenza non finalizzata dobbiamo comunque risalire a tempi molto più recenti: questo tipo di percezione appartiene alla modernità. Solo nell’età moderna, o meglio ancora, nell’occidente moderno, in teoria chiunque può scegliere di spostarsi a suo piacimento. All’atto pratico poi la scelta continua ad essere un privilegio di pochi, ed è indubbio che le più recenti forme di nomadismo, quelle economicamente e politicamente indotte dalla globalizzazione, ripetono su una scala ingigantita le vicende degli esodi e delle migrazioni tradizionali, così che la massa dei viaggiatori per costrizione, nella quale andrebbero compresi anche i forzati del turismo, rimane numericamente ben più consistente di quella dei viaggiatori per scelta. Tuttavia è innegabile che una differenza sostanziale rispetto al passato si pone: nel mondo antico, e ancora in quello medioevale, il viaggio rappresentava per tutti, eroi, esuli, migranti o pellegrini, una via di fuga dalla precarietà (spirituale o materiale), mentre in quello moderno è per molti fuga dalla sicurezza.

In occidente l’accezione più comune (o almeno, la più suffragata dalla letteratura) dell’esperienza del viaggio negli ultimi tre o quattro secoli è quella di un rifiuto delle garanzie e delle comodità offerte dalla “civiltà” per tornare in ad assaporare il gusto di “misurarsi” con la vita. Il viaggio diventa una sorta di fuga dalla rispettabilità, dalla pulizia, dalla legge, dai comportamenti appropriati – soprattutto in campo sessuale. Quanto più va consolidandosi un ordine stanziale, e trionfano l’urbanizzazione, il modo di produzione industriale e il modello di vita che ne consegue, tanto più la partenza diventa concretizzazione di una scelta, anziché risposta ad una necessità: scelta di sottrarsi, per periodi più o meno lunghi, a volte per sempre, alla routine sociale e familiare, alla consuetudine culturale e lavorativa. E questo vale per il Grand Tour iniziatico dei giovani rampolli inglesi come per le spedizioni esplorative, da Cook a Humboldt, per le intraprese militari e commerciali come per le missioni religiose: quale che sia la motivazione ufficiale, dietro c’è sempre un “disagio”, le cui componenti sono tanto naturali (l’istinto nomade) quanto culturali (la sensibilità ad una pressione, ad una omologazione che cresce con il consolidarsi dell’identità del gruppo, e di conseguenza la curiosità per esperienze “esterne”, meno “avvolgenti” e più coinvolgenti).

Nella concezione moderna l’intreccio tra viaggio e libertà riflette dunque l’anelito ad una generica libertà attiva di “intrapresa”, ma anche quello al disimpegno individuale, alla rottura dei legami sociali. La società “organica” che caratterizzava il mondo classico e medioevale, nella quale ciascuno aveva senso solo in funzione del “tutto” di cui faceva parte, si è dissolta tra il XV e il XVI secolo con il crollo dell’istituto imperiale e con la lacerazione dell’identità religiosa cristiana; il civis e il credente hanno lasciato il posto all’individuo, i vincoli di appartenenza alla cultura del diritto: e questo cambia radicalmente l’accezione dell’idea di libertà. Mentre per gli antichi la libertà, proprio perché condizione riservata a pochi, comportava il diritto-dovere a partecipare, nel mondo moderno, che l’ha estesa idealmente a tutti, diventa invece un guscio protettivo, il terreno di salvaguardia dell’individualità nei confronti dell’organizzazione. E mentre l’organicità, considerata come vincolo naturale o divino, non contemplava la possibilità di esistenze autonome, separate, l’organizzazione, che ha una origine umana e convenzionale, può anche essere rifiutata, o cambiata.

Il viaggio è in ogni caso, per gli antichi come per i moderni, introduzione o conoscenza della novità: ma se per questi ultimi la ricerca del nuovo appare quasi un imperativo, e oltre un certo livello diviene fine a se stessa, in fondo gli antichi cercavano nel nuovo soprattutto la continuità col conosciuto, o quanto meno la rispondenza con l’immaginato.

La novità e la diversità determinano sempre una reazione identitaria, ma sono percepite, e di conseguenza agiscono, in maniera differente a seconda della condizione dalla quale le si coglie: inducono all’arroccamento difensivo su una appartenenza quando vengono subite da una posizione di debolezza, oppure all’assunzione critica, nel senso di una messa in discussione della propria identità, di spoliazione dal pregiudizio, quando possono essere vagliate da una posizione di forza. Per mezzo del viaggio, attraverso il confronto con la differenza, matura in genere una coscienza inedita dell’identità del gruppo: ma al tempo stesso, soprattutto quando il confronto è impostato su una presunzione di superiorità, si creano anche le condizioni per “riformare” questa identità, rendendola duttile e provvisoria. Lo spostamento e l’interazione sono quindi motori tanto dell’evoluzione biologica (si mescolano geni di gruppi diversi) quanto di quella culturale. Anche questo vale per tutte le epoche, ma è decisamente più evidente per l’Europa degli albori della modernità, all’epoca dei viaggi di scoperta: conoscere i costumi altrui costringe a meditare sui propri, a scegliere ciò che di fondamentale si intende proporre agli altri o si ritiene necessario salvaguardare di contro agli altri; si definiscono i colori della bandiera sotto la quale si combatte, anzi, si adotta la bandiera unica della civiltà “occidentale”, a dispetto dei tanti stendardi dinastici o nazionali che sopravvivono. Ma la selezione di questi valori si attua attraverso il vaglio profano della critica, reso possibile proprio dalla conoscenza e dal confronto con nuovi modelli: la scelta implica pertanto già di per sé una dissacrazione.

 

La nuova concezione del viaggio è infine strettamente legata alla diversa coscienza del tempo che caratterizza appunto la modernità, alla percezione di una velocizzazione degli eventi, della caduta di quelli che erano i cardini strutturali sui quali si reggeva la concezione del mondo, scientifici, politici, religiosi, ecc, e quindi alla necessità di riempire il tempo il più possibile di incontri, di esperienze multiple e diverse, che possono avvenire solo dilatando gli spazi. È come se la contrazione del tempo nel movimento spaziale (che a sua volta è invece una dilatazione), la velocità con cui si percorre lo spazio, potesse idealmente annullare il tempo stesso. Il viaggio è in fondo un modo per non invecchiare. Idealmente, viaggiando ad una certa velocità si potrebbe fermare il tempo. In realtà, l’esito combinato della dilatazione degli spazi e della contrazione dei tempi risulta del tutto opposto: mentre il percorso della civiltà sembra andare in una direzione entropica, che dovrebbe eliminare non solo la necessità, ma anche ogni stimolo culturale al viaggio (se tutto è disponibile allo stesso modo dovunque, non c’è più alcun bisogno di spostarsi, e non ha senso) il paradosso è invece che ci si sposta moltissimo, ma la globalizzazione ha unificato gli spazi, quindi si è sempre fermi.

Naturalmente rimangono, anzi, a questo punto prevalgono quelle motivazioni economiche, religiose e politico cui accennavo sopra come esito della trasformazione di un impulso in una scelta cosciente. Ma questa è la materia di cui trattano le pagine a seguire.

Devo precisare infatti che l’oggetto del presente saggio non è una storia dei viaggi, anche se questi ultimi vi hanno una parte considerevole e costituiscono il tema di partenza. È piuttosto uno studio sulle conseguenze che alcuni viaggi, quelli di scoperta che si moltiplicano tra il XV e il XIX secolo e che portano al riconoscimento di tutto il globo terrestre, hanno avuto per i popoli che li hanno promossi e compiuti e per quelli che li hanno subiti. Per i soggetti e per gli oggetti della scoperta. È la cronaca di un incontro con la diversità, del suo rifiuto, della sua negazione e da ultimo della sua apparente riscossa: e vorrebbe anche essere un modesto contributo alla comprensione del perché, a più di cinque secoli dal suo verificarsi, questo incontro continui ad essere piuttosto uno scontro, una contrapposizione, che neppure l’anestetico della globalizzazione riesce a rendere meno acuto e doloroso.

[1] Va interpretato in questo senso quanto scrive Camus, che sembrerebbe andare invece in direzione opposta: “Ciò che dà valore al viaggio è la paura. È il fatto che ad un certo momento … Siamo colti da una paura vaga e dal desiderio di tornare indietro”. Il viaggio consente il confronto e insegna appunto a vincere questa paura, anche quando siamo privati dello scudo di ciò che ci è familiare e conosciuto. (Camus, Carnets, Gallimard 1962)

 

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