​Ariette 3.0

di Maurizio Castellaro, 30 maggio 2021

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso».

​L’unico vizio

Ariette 3bAnche nel post-cristianesimo può essere utile riflettere sui vizi capitali, perché i Padri della Chiesa che li codificarono sapevano bene cosa era l’uomo. Rivediamoli al volo, si sono quasi tutti trasformati in virtù. La gola è il presupposto della cultura dominante del buon cibo, la lussuria virtuale governa la maggior parte del traffico in rete, la superbia è il pregio degli infiniti capetti in circolazione, l’avarizia è nobilitata a sano individualismo, l’accidia è convertita in uno sguardo realistico su un mondo senza più futuro, l’ira è derubricata a semplice mancanza di cultura. Da questa trasvalutazione di valori resta fuori l’invidia, e non é un caso che non sia stato possibile disinnescarla. Perché l’invidia è il rimosso di cui non si parla, ed è sempre con noi come l’aria che respiriamo. L’invidia è uno dei principali carburanti che alimenta il motore della gran macchina del capitalismo globale. Il vizio capitale, la gran madre dei peccati del mondo.

​Inferni e Oltre

L’Inferno non è tema da Ariette, ma azzardo salendo sulle spalle di qualche gigante, perché il bello dell’Arte è che ci rende un poco geniali consentendoci di ripensare i pensieri dei Geni. L’Inferno di Dante lo ritrovo ad esempio nel Lager nazista, grazie al “Canto di Ulisse” che Primo Levi traduce al compagno polacco in francese, mentre insieme portano la marmitta della zuppa ai compagni del Kommando, zuppa di cavoli e rape, “Infin che il mar fu sopra noi rinchiuso”. E a farmi sentire più vicino l’Inferno di Virgilio mi aiuta Ceronetti sulla riva del Mincio (“Albergo Italia”). Narcotizzato dal verso virgiliano il visionario Guido trasfigura il fiume mantovano nel Flegetonte, e il petrolchimico che si scorge all’orizzonte nella città di Dite: “Già al tempo in cui Virgilio contemplava queste acque e niente di emerso dal sottosuolo che sempre brucia dilaniava la pace dell’occhio, Montedison e Total erano là … però non visibili, non udibili …”. Va bene, la Storia è l’inferno, la Tecnica è l’Inferno. Prendo atto, è il lascito del Novecento, ma sento che tanta polvere si è già posata su queste rispettabili idee. Per fortuna mi soccorre Calasso, che nelle “Nozze di Cadmo e Armonia” ricorda l’incontro nell’Ade tra Ulisse e l’ombra di Achille. Ulisse prova a indorargli la pillola, ma Achille lo inchioda: «Non truccarmi la morte, nobile Odisseo. Preferirei vivere come guardiano di buoi, al servizio di un povero contadino, dalla tavola neppure abbondante, piuttosto che regnare su tutti questi morti consunti”. Achille ha scelto una vita breve e splendida, proprio perché irrecuperabile e irripetibile, e conosce bene la differenza che c’è tra Oltretomba e Vita. Più o meno negli anni di Omero gli etruschi a Tarquinia preparavano il viaggio nell’Aldilà dei loro cari con le immagini di ciò che di meglio la Vita ci offre: amore, amicizia, convivi, danze, musica, gioco. Incapacità di pensare il Trascendente o intuizione che il meglio dell’Aldilà coincide con il meglio dell’Aldiquà? Lascio la domanda aperta, e per me scelgo la tomba del Tuffatore, un’immagine un po’ greca e un po’ etrusca dipinta per l’ultimo eterno sguardo di un giovane morto circa 2500 anni fa dalle parti di Paestum. Un tuffo in un mare di mistero, da fare ad occhi aperti, col sorriso sulle labbra.

Ariette 3c

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Se questo non è un idiota!

di Paolo Repetto, 17 maggio 2021

Per i pochi credenti ancora in circolazione Maggio è il mese mariano. Per me, da sessantacinque anni, da quando transitarono anche a Lerma, sulla provinciale appena asfaltata, le maglie verdoline della Legnano e quelle azzurro pallido della Bianchi, è il mese del Giro d’Italia. A mio modo sono un credente anch’io. Credo che lo sport, lo si pratichi attivamente o lo si segua dalla poltrona, da una gradinata o dal bordo di una strada, debba sempre suscitare emozioni positive e genuine. E che se c’è uno sport che queste emozioni è ancora in grado di offrirle, quello è il ciclismo.

Non mi importa del giro d’affari che sta dietro o del doping che circola dentro. Quella è la parte sporca e va messa in conto ovunque c’è di mezzo l’uomo: ma chi ha provato ad affrontare una salita di qualche chilometro con pendenza oltre il dieci per cento, o ha tenuto il sedere su una sella per quattro o cinque ore, sia pure ad andatura turistica, non può che commuoversi davanti alla fatica di gente che chilometri ne macina più di duecento tutti i giorni e supera dislivelli spropositati. Per questo non mi sono mai perso un Giro.

Negli ultimi anni però queste emozioni non sono più così positive. L’invadenza della televisione, che consente di seguire la gara metro per metro, dalla partenza allo striscione d’arrivo, come si fosse a fianco dei ciclisti, non ha aumentato il livello della partecipazione emotiva: ha scatenato piuttosto un circolo vizioso che è ormai fuori controllo. Se un tempo lungo le salite più dure trovavi i veri appassionati, quelli che magari erano arrivati sin lì in bicicletta (e non sempre anche loro si comportavano correttamente, ma per un malinteso senso dello spirito sportivo), oggi quelle rampe sono diventate la ribalta di mandrie di idioti cui dello sport, della fatica, della bellezza del gesto atletico non importa un accidente, ma sono lì solo per incrociare l’occhio della telecamera, per un irrefrenabile impulso a comparire, a mostrarsi, ad avere una prova visibile della loro pur inutile esistenza. Per avere un quadro della crescita esponenziale dell’imbecillità non servono indagini ISTAT: è sufficiente seguire una tappa di montagna del Giro, del Tour o della Vuelta. Anche l’imbecillità purtroppo è globale.

Si vedrà gente che corre nuda in mezzo a bufere di neve o sepolta in costumi da puffo o da carota sotto la canicola, solo per strappare un secondo di visibilità. E già questo è uno spettacolo degradante. Ma la cosa veramente grave è che questi mentecatti mettono costantemente a rischio l’incolumità dei corridori e la correttezza delle gare. Un paio d’anni fa un ciclista che non aveva mai vinto in vita sua e stava per aggiudicarsi una tappa durissima, con arrivo in salita, al Giro d’Italia, venne gettato a terra da un esagitato e perse probabilmente l’unica occasione per illuminare finalmente una lunga carriera da gregario. Non mi risulta che il responsabile sia stato arrestato, o multato, o meglio ancora malmenato pesantemente dagli altri tifosi. Ha rovinato il sogno di un ragazzo, ne ha vanificato anni e anni di sforzi e di sacrifici, e l’ha passata liscia. Queste cose mi mandano in bestia. Fossi stato presente alla scena lo avrei accompagnato sino in vetta a calci nel sedere, tenendolo per aria come un hovercraft.

Ad irritarmi ancora di più è però il modo in cui queste vicende vengono trattate dai commentatori televisivi. In quell’occasione il telecronista non andò oltre una patetica deplorazione: “eccesso di entusiasmo”, “gesto poco sportivo”, invito ai tifosi “pur nella comprensione per la loro passione” ad un comportamento più corretto. Non ha mai pronunciato la parola “idiota”.

Ora, è chiaro che la televisione ha nel DNA la consapevolezza di un’utenza di intelletti poveri (Berlusconi in tal senso era stato molto esplicito – almeno questo dobbiamo riconoscerglielo – e già quarant’anni fa di questa consapevolezza aveva fatto il principio fondante delle scelte editoriali di Mediaset), e che quindi i giudizi e le indicazioni etiche vanno parametrati su questo livello. Ma parlare di “eccesso di entusiasmo sportivo” per un deficiente che si piazza in mezzo alla strada per essere inquadrato dalla telecamera o per farsi un selfie con l’atleta che sta arrancando, e lo danneggia, non è più ipocrisia da politically correct, è vera e propria complicità.

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Per questi casi (ma per tantissimi altri analoghi, in occasioni e situazioni diverse) vale solo la tolleranza zero. Personalmente applicherei alle ruote delle auto che precedono la corsa lame rotanti come quelle dei carri da guerra assiri. Ho goduto come un riccio quando, quarant’anni fa, durante una prova a cronometro che vedeva impegnato Hinault, di fronte al tentativo di infastidirlo da parte di alcuni pseudo-tifosi che invadevano la sede stradale l’auto che lo precedeva spalancò la portiera di destra, abbattendo quei mentecatti come birilli. La voce dell’accaduto si diffuse all’istante lungo il percorso e la gara terminò regolarmente.

Mi rendo conto che questa strada è purtroppo impossibile da seguire (non che non si dovrebbe fare, ma non è consentito: la salvaguardia dei persecutori e degli scemi è l’imperativo categorico della società buonista, con tanti saluti alle vittime): ma almeno si dovrebbe pretendere che la televisione, che il fenomeno lo ha creato, collabori in qualche modo ora a tenerlo a freno. Se ad esempio nell’occasione ricordata più sopra fosse stato mandato in onda un fermo immagine, con il cretino perfettamente riconoscibile e con la scritta: questo è un cretino; e se quella immagine la si fosse riproposta per tutti i giorni successivi, in apertura di telecronaca, facendo sì che quella fisionomia e quella scritta si imprimessero nella mente dei telespettatori, e soprattutto dei compaesani e dei parenti del demente; e se la stessa cosa si fosse fatta per altri comportamenti analoghi, fino a comporre una vera e propria galleria degli idioti; ebbene, sono convinto che un qualche effetto lo avrebbe sortito. Invece no: un delitto contro lo sport rubricato come “intemperanza” o “eccesso di entusiasmo”.

Lo stesso linguaggio l’ho sentito usare recentemente nei confronti delle torme di insensati che in pieno lockdown e in barba ad ogni divieto di assembramento hanno festeggiato nelle piazze milanesi lo scudetto (e già una settimana prima il derby). Fioccavano i “deplorevole” e “intollerabile”, ma nessuno ha parlato di dementi o di criminali, che nel caso, aggravato dall’assalto finale ai cordoni di polizia, erano gli unici epiteti appropriati. Nessuno che abbia detto “questo con lo sport non ha nulla a che vedere”, “si tratta di una manifestazione di pura idiozia collettiva, di mentecatti a piede libero”: tanta attenzione per la “comprensibile gioia”, per il diritto a festeggiare la vittoria, e qualche timido rimbrotto: ragazzi, via, non fate così.

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La cosa non vale solo per il ciclismo o per il calcio. Un degrado analogo si manifesta rispetto ad altri sport che amo, ad esempio nel tennis, sia pure per il momento in forma meno violenta. Chiunque abbia calcato un rettangolo di terra rossa sa benissimo che nel corso di una partita il livello di concentrazione deve rimanere costantemente altissimo, più che in qualsiasi altro sport, e che ogni rumore, persino gli applausi, rischia di farlo precipitare. Sentir oggi ripetere al termine di ogni giocata le urla dei burini che assiepano le gradinate del Foro Italico (ma ormai anche del Roland Garros, e di Wimbledon) è snervante persino per lo spettatore. Ma non ho mai visto cacciare fuori qualcuno per manifesta imbecillità, e dubito capiti per il futuro. Tutto finisce per essere prima tollerato e poi accettato come normale.

Con tutto ciò non scopro e non voglio denunciare nulla che non stia quotidianamente sotto gli occhi di tutti, e non solo nello sport, ma in ogni aspetto della vita sociale. Mi chiedo soltanto se non sia io ad aver maturato con la vecchiaia una sensibilità esasperata e distorta, ad essere diventato intollerante a tutto; se la piega onnivora che nostra cultura sta prendendo sia solo una naturale evoluzione, o non sia invece il sintomo dell’ineluttabile degrado cui ogni civiltà è destinata. E comunque, quand’anche così fosse non potrei farci nulla. Ma vorrei almeno aggrapparmi alla ricchezza del poco che rimane, di quel linguaggio che ci fa diversi dagli altri animali, alle forme, alle idee e alle sfumature che sa esprimere. Le parole giuste per bollare questi comportamenti esistono, al momento non le hanno ancora cancellate dal vocabolario in nome della correttezza. Esistono gli stupidi, esistono gli scemi, esistono gli idioti: non limitiamoci ad ammutolire di fronte a loro. Il fatto che siano legione, che siano in odore di maggioranza, non deve dare loro una patente di legittimità, una garanzia di impunità, il lasciapassare per fare danni senza pagare dazio.

Possiamo farci poco, ma almeno chiamiamoli col loro nome.

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Questione di gusti

di Paolo Repetto, 30 aprile 2021, introduzione a Estetica per palati ordinari, vol. VII di Opera omnia ed altri scritti, 2022

Il modo migliore per introdurre questo volume è chiarire il senso del titolo: ovvero, cosa intendo per estetica e, prima ancora, per “palati ordinari”. Quale ne è l’oggetto, e quale la destinazione.

Parto da quest’ultima perché il sostantivato Estetica, proposto con l’iniziale maiuscola, parrebbe rimandare immediatamente ad una particolare “dignità” degli argomenti trattati, mentre l’aggettivo che connota l’utenza, ma anche una veloce scorsa all’indice, sembrerebbero escluderla. Devo giustificarne allora l’uso, e credo sia possibile farlo solo precisando a chi ho scelto di rivolgermi. Non ho usato infatti “ordinari” per rispettare equilibri metrici o perché mi suonava bene. L’ho scelto a ragion veduta.

Ordinario è il contrario di raffinato, elegante, ma nell’accezione che ne dò io non è affatto sinonimo di volgare. Potrebbe semmai essere apparentato a rude, che a sua volta non è sinonimo di rozzo o triviale. E ancora, indica qualcosa che non è fuori del comune, eccezionale, extra-ordinario appunto, ma rientra tranquillamente nell’ordine, nella norma, se vogliamo anche nella banalità.

Il palato ordinario cui mi riferisco è quello educato a un regime alimentare di sopravvivenza, che non prevede raffinatezze o preziosità, ma è sufficiente a tenerti in piedi e può essere insaporito dalla fame e dalla fantasia. Questa è stata, letteralmente, la mia dieta nell’infanzia e nell’adolescenza, con una madre che ricombinando in mille modi quattro ingredienti essenziali, provenienti tutti dall’orto, dalla stalla o dal pollaio, è riuscita a sfamare e a soddisfare per anni un marito e tre figli con stomaci da lupo.

Ma è stata anche la mia dieta culturale: non potendo fare conto su una biblioteca domestica e nemmeno su una pubblica, o su parenti che fossero andati oltre la quinta elementare, ho imparato subito a integrare il rancio passato dalla scuola con quello che potevo raccattare da vecchie riviste, dai pochi libri strausati che approdavano a casa mia, dalle immagini che scorrevano sullo schermo del cinema parrocchiale (la televisione è arrivata molto dopo, almeno in casa mia).

Con questo non rivendico alcuna eccezionalità: non ho la sindrome del genio cui la vita ha negate le condizioni e le occasioni per esprimersi. La condizione di cui parlo era comune alla gran parte dei miei coetanei ancora negli anni cinquanta dello scorso secolo, fatta salva forse la passione per i libri. E di occasioni ne ho poi avute, sufficienti a farmi capire che non sprizzavo scintille di genialità, ma soprattutto che mi andava bene anche così. Parlo invece di una gavetta della quale vado fiero, e rispetto alla quale non ho recriminazioni o rimpianti: in realtà non potevo desiderare di meglio, anche se all’epoca non lo sapevo (ma nemmeno mi sembrava una gavetta). Ne sono uscito con un fisico a prova di montagne, di studenti e di macchine agricole, ma soprattutto non ho mai sofferto di inappetenza, di noia da sazietà, né fisica né culturale, e certe caratteristiche del gusto giocoforza acquisite non le ho più dismesse. Fuor di metafora, sono rimasto onnivoro, con qualche giustificata eccezione, in tutte le direzioni: e non nel senso che mi faccio piacere tutto, ma che tutto continua a incuriosirmi e a sorprendermi (non sempre in positivo, naturalmente).

Questo preludio potrebbe far supporre un’attitudine particolarmente rilassata e indulgente con gli interlocutori (in questo caso, con i lettori). Non è affatto così. In realtà, proprio perché conosco tanto i costi quanto le gioie di una cultura conquistata con i denti, sono molto esigente. Scrivere mi diverte, e vorrei che anche gli altri leggendomi potessero divertirsi; ma non lo considero un risultato sufficiente, non scrivo per strappare un sorriso o un complimento, scrivo per pensare, e come Diderot (fatte le debite proporzioni) ho anche l’ambizione di indurre qualcun altro a farlo. Questo dunque esigo: che mi si legga non per nutrirsi delle mie idee (ci mancherebbe altro), ma per trarre lo stimolo a produrne in proprio. E non avendo granché da offrire a palati già avvezzi alle raffinatezze, mi rivolgo a quelli ordinari, a chi riesce a trovare sapore e nutrimento anche in una cucina “povera”. I requisiti essenziali di un palato ordinario sono semplici e solidi: un sano appetito e un buon apparato digerente. Su questa base si può già costruire una convivialità genuina, divertita e reciprocamente appagante.

E veniamo finalmente all’oggetto. A ciò che viene offerto in questo volume. Il titolo è indubbiamente ambizioso. Pretendere di definire Estetica i frutti di una bulimia culturale tanto disordinata può sembrare eccessivo. Ma proprio perché educato a non andare troppo per il sottile lo trovo appropriato. E poi, è vero, sono ammassate qui dentro cose molto diverse tra loro, ma tutte in fondo attengono alla sfera del gusto. Volevo offrire un repertorio delle immagini che hanno impressionato la mia mente, così come in altri volumi ho raccolto le storie, le parole, le vicende di uomini e di popoli, i pensieri, ecc…, : e lasciare poi che fossero quelle a disporsi autonomamente lungo una linea di coerenza, o che fosse il lettore a rintracciarla. A rigor di termini è un’estetica monca, perché mancano quasi completamente i suoni, ed è un’assenza imperdonabile. Ma non avendo alcuna preparazione musicale di base mi riesce molto difficile raccontare, tradurre in parole quelle impressioni. Che ho accumulato, e sono state importanti, ma meriterebbero di essere trattate con un minimo di competenza. Così le tengo per me.

Per chiarire meglio le mie scelte di campo sono però obbligato a questo punto ad alzare un po’ il tiro: non ho la pretesa di impartire lezioni di filosofia, ma voglio evitare che il tono dell’aneddotica precedente faccia apparire del tutto arbitrario l’uso del termine estetica. Per questo, un accenno alle etimologie e ai significati diversi che a quel termine possono essere conferiti devo farlo.

Άἴσθησις in greco significa “sensazione”, e il verbo αἰσθάνομαι indica “percepire attraverso i sensi”. Col tempo l’Estetica è diventata una branca della filosofia, ma originariamente non era così: il termine stava semplicemente a designare quell’aspetto della conoscenza che passa attraverso i sensi. Verrebbe spontaneo dire che ogni tassello del nostro sapere arriva di lì, ma in proposito i greci (e tutto o quasi il mondo antico) la pensavano diversamente. Nell’ambito dell’idealismo platonico, ad esempio, questa conoscenza godeva di una considerazione scarsa, a tutto favore di quella che si riteneva discendere direttamente dal regno delle idee (ovvero da modelli conoscitivi che si supponevano presenti a priori nella nostra mente). Il rapporto che la conoscenza sensibile aveva con la produzione artistica, poi, non era del tutto chiaro. Per Aristotele, ad esempio, dalla contemplazione della natura e dal tentativo di imitarla che sta alla base dell’opera d’arte l’uomo trae sia sapere che piacere: questa attività consente inoltre alle idee, che scaturiscono esclusivamente dalla mente dell’artista, di manifestarsi tradotte in materia. Platone andava giù molto più duro nel rifiuto di ogni tipo di conoscenza di origine sensoriale: per lui l’arte è imitazione non della realtà, ma solo di quella copia confusa e sbiadita della realtà che i sensi consentono di cogliere. La esclude persino dal progetto educativo, perché a suo parere può corrompere gli animi, distoglierli dalla vera ricerca.

Tutto questo riguarda però un processo creativo che i greci chiamavano poiesis, all’interno del quale erano accolte tutte quelle forme espressive non direttamente dettate dalle nostre esigenze quotidiane, e concernenti le cosiddette arti visive (quali architettura, scultura, pittura), quelle letterarie e quelle dello spettacolo. Per questo la teoria greca dell’arte si chiama poetica, e non estetica. In sostanza, per i greci estetico è rimasto sempre un aggettivo neutro, indicante semplicemente una modalità di percezione, e non un parametro valutativo.

L’uso di estetico a designare sia il rapporto di creazione che quello di fruizione dell’opera d’arte è invece piuttosto recente, risale in pratica al Settecento (lo si può attribuire al filosofo tedesco Alexander GottliebBaumgarten, che nel 1750 pubblica un trattato intitolato appunto “Aesthetica”) . Questa nuova accezione è stata poi sviluppata in profondità da Denis Diderot nel TraitéduBeau. Il senso estetico (e quindi l’idea del bello) è per Diderot il frutto della relazione tra l’oggetto artistico e chi lo percepisce in base alla propria sensibilità individuale. “Estetico” è il “rapporto” soggetto-oggetto: non c’è uno schema codificato, un parametro unico per la bellezza. Questo rapporto può cambiare infatti nel tempo e nello spazio, ed è condizionato da innumerevoli fattori, ambientali, culturali, caratteriali dei singoli. Non siamo all’“è bello ciò che piace”, perché del motivo per cui una cosa piace si danno poi articolate spiegazioni, ma insomma: quel che importa però è che Diderot liquida l’idea di un “bello” che deve valere allo stesso modo per tutti perché rispondente ad una norma “esterna” universale.

Il tema è affrontato poi in maniera decisiva da Kant, espressamente nella “Critica del giudizio”, ma già prima nella “Critica della ragion pura”: e proprio qui si trova quel che a me interessa. Dicendo che noi percepiamo attraverso i sensi e filtriamo e assembliamo queste percezioni attraverso le “categorie”, ovvero attraverso una grammatica del gusto già iscritta nel nostro cervello, Kant da un lato si riallaccia a Platone e ad Aristotele, dall’altro anticipa tutte le più moderne teorie cognitive. Teorizza in fondo quel che oggi le neuroscienze asseverano, e cioè che noi possediamo delle facoltà innate di riconoscimento di determinate forme o colori o azioni, che ci portano ad apprezzare o meno particolari oggetti o particolari comportamenti. La “relatività” dei gusti ipotizzata da Diderot esiste anche per lui, ma solo sino ad un certo punto: oltre quello, intervengono criteri di valutazione sui quali ancora oggi si discute, ma solo per stabilire se siano frutto di una lenta evoluzione o di transizioni repentine determinate da mutazioni genetiche. Voglio dire che ad esempio noi riconosciamo in natura il ricorrere di forme, di colori, di combinazioni delle une o degli altri, che ci suggeriscono un certo ordine naturale, un equilibrio, un’armonia, e ne siamo in qualche modo tranquillizzati. Altre cose invece ci lasciano sgomenti, perché non riusciamo ad inquadrarle correttamente, e altre ancora addirittura ci ripugnano, perché avvertiamo delle evidenti distonie, che fanno scattare i nostri campanelli d’allarme. Con tutte le differenze che si possono trovare tra le varie culture, e che sono spiegabili con fattori ambientali e storici, è comunque evidente negli umani una identica disposizione “recettiva” di base.

Kant fa dunque riconfluire nell’estetica i due filoni di pensiero sull’arte e sul bello, fondendo assieme la semplice dottrina della sensibilità antica e il più complesso discorso settecentesco sul rapporto soggetto-oggetto e sulle nostre capacità di “comprensione” sensoriale e di catalogazione mentale. Di fatto, introducendo il concetto di giudizio riflettente getta le basi dell’estetica moderna.

Sarà poi Friedrich Schelling a superare le premesse kantiane, facendo dell’Estetica una vera e propria filosofia dell’arte. Ma qui mi fermo, un po’ perché la faccenda rischia di diventare noiosa, ma soprattutto perché sarebbe inutile, dal momento che quando parlo di Estetica io non restringo affatto l’applicazione del termine al campo di quella che a vario titolo viene considerata arte.

Quella di cui propongo qualche esempio in questo volume è infatti una estetica del quotidiano, che si fonda sulla convinzione che ogni cosa, ogni gesto, possono essere esteticamente valutati, e che il criterio primo di valutazione sia capire se chi crea o chi agisce lo fa nel modo migliore possibile. Il che ci conduce in sostanza dritti dritti all’Etica, ma non sacrifica a quest’ultima, in nome di valori più alti, dettati dalla nostra autonoma volontà razionale (l’imperativo categorico kantiano), la dimensione del piacere. Tradotto, significa che ciò che è eticamente buono non può riuscire che esteticamente bello, e viceversa (καλὸςκαὶἀγαθός era la definizione greca).

Il che è meno semplicistico e scontato di quanto possa apparire: o almeno, esige che si abbia chiaro cosa intendiamo per buono e per bello. Per me è buono ciò che giova agli altri, o quantomeno non arreca loro danno, e offre a me una gratificazione estetica. Rispetto ad un gesto, ad una azione, il criterio prescinde da quanto quest’ultima possa essere faticosa, pericolosa, o addirittura apparentemente inutile: rispetto ad un oggetto, o a una situazione, prescinde dalla sua immediata utilità. Il muratore che al termine della sua opera si sofferma a considerare criticamente l’appiombo o la compattezza di una parete, il contadino che si compiace del parallelismo perfetto dei solchi appena tracciati, l’insegnante che vede attorno a se volti attenti e curiosi in attesa che la spiegazione prosegua (so che sembrano immagini da libro Cuore, ma io sto parlando di una situazione ideale, quella cui si dovrebbe almeno tendere) traggono da una sensazione estetica, da una gratificazione sensoriale, una conferma etica: hanno fatto un buon lavoro, indipendentemente da quelli che potranno esserne col tempo gli esiti (che comunque, con questa premessa, hanno maggiori probabilità di riuscire positivi). Tutto qui, e non mi pare poco.

In sintesi:

a) Sto parlando di una Estetica del concreto, dell’essenziale. Amo il romanico, il barocco mi riesce indigesto. Nelle persone, come nelle cose, bado alla sostanza. Questo fa sì che sia anche molto diffidente nei confronti delle sperimentazioni, dell’innovazione, e segnatamente di quelle contemporanee, che il più delle volte si risolvono in pacchianate fini a se stesse o al mercato. So che l’evoluzione, dei costumi, delle tecniche, e di conseguenza anche del gusto, è nell’ordine delle cose e della natura umana in particolare, ma non credo che il nuovo rappresenti in automatico un valore positivo. Le novità, laddove finiscano per imporsi, vanno semmai valutate quando non sono più tali, quando (e se) diventano appunto prassi ordinarie.

b) Dire che bado alla sostanza implica che non riesco a tenere distinta l’opera dall’autore, al contrario di quanto il canone critico moderno imporrebbe. Sono consapevole del fatto che questo atteggiamento costituisce un limite, perché con tali premesse diventa poi difficile spiegare come possa piacermi Thomas Mann, ma io tendo a considerarlo invece uno scandaglio di profondità: consente in molti casi di scoprire quali deserti spirituali si stendono come nei western all’italiana dietro le facciate di cartapesta delle parole (vedi alla voce: Sartre): oppure, al contrario, aiuta a cogliere la bellezza non immediatamente evidente di un percorso genuino (questo mi pare fondamentale, ad esempio, nei confronti dell’arte contemporanea).

c) La mia è dunque anche un’estetica dell’esemplarità. Pretendo coerenza tra ciò che si predica e ciò che si fa. Posso apprezzare l’intelligenza di Rousseau e di Voltaire, posso in qualche caso condividerne le idee, ma è una condivisione “fredda”, che rimane molto in superfice, non accomunante. Il mio modello illuministico è invece Diderot, che opera concretamente, e si assume la responsabilità piena delle sue azioni, pagandone anche pesantemente il prezzo. Ogni sua parola mi riesce credibile perché so che ha il corrispettivo in un comportamento conseguente. Non mi accade lo stesso con i suoi due contemporanei. E non è questione di integralismo: condivido ad esempio quasi nulla dell’immagine che Cèline dà degli uomini e del mondo, ma gli riconosco la coerenza, e questo mi permette di confrontarmi antagonisticamente con lui: lo riconosco almeno come un interlocutore.

d) È pertanto un’estetica della responsabilità. Ritengo che chiunque agisce a qualsiasi livello, e tanto più se opera in un ambito “culturalmente” rilevante, nel senso che ha o presume una particolare visibilità e una ricaduta significativa sulla sensibilità collettiva, abbia la responsabilità di fronte a se stesso e agli altri di farlo al meglio. Nei confronti di se stesso perché le cose fatte bene, almeno in ragione delle singole possibilità, danno di per sé una gratificazione che giustifica e allevia ogni sforzo e ogni sacrificio (che nel momento in cui si entra in quest’ottica non sono nemmeno più tali). Di fronte agli altri perché trasmettono l’esemplarità di cui parlavo sopra, e in essa risiede il loro reale valore, indipendentemente persino dal risultato.
L’estetica dell’esemplarità non impone naturalmente di essere esemplari, o di proporsi come tali, in ogni attimo della propria vita. Non è l’imitazione di Cristo. Va intesa semmai come il risultato a posteriori di scelte comportamentali compiute di volta in volta “responsabilmente”. Consegue all’assunzione di responsabilità, non la detta. Voglio dire che queste scelte dovrebbe essere tali, perché “belle e buone” in sé, e darmi la stessa gratificazione, anche se vivessi su un’isola deserta.

e) È infine anche un’estetica universale. Credo in regole universali del gusto. Non pretendo che agli altri piaccia quel che piace a me, ma ritengo esista un minimo comun denominatore la cui soglia tutti, lo vogliano o meno, sono in grado di riconoscere. Se il mondo ci appare pieno di brutture non è perché ognuno ha ricevuto un imprinting morale ed estetico diverso e adotta differenti criteri, ma perché la gran parte degli umani non ne segue alcuno. Ovvero, non si assume alcuna responsabilità.

Forse ogni ragionamento sull’estetica dovrebbe partire da questo dato.

Avvertenza dovuta al lettore

di Paolo Repetto, 30 aprile 2021, prefazione a Un’etica per taglie robuste, vol. VI di Opera omnia ed altri scritti, 2021

A differenza di molti ex-colleghi, non credo che l’aver insegnato per qualche anno Storia della Filosofia nei Licei dia diritto a fregiarsi del titolo di filosofo. Dirò di più: nemmeno credo che una qualifica del genere abbia un senso, che ci si possa insomma iscrivere ad un albo professionale dei filosofi come si fa con quello dei geometri o degli avvocati. Se uno mi si qualifica come filosofo mi viene spontaneo chiedergli: si, va bene, ma come ti guadagni la zuppa? In fondo la Filosofia non suppone una attività specifica, come può essere considerata quella di un imbianchino, di un ingegnere, di uno scienziato o di un insegnante, e persino quella di un calciatore, ma solo l’esercizio particolare, magari un po’ più intenso, di una pratica che almeno in teoria dovrebbe essere comune a tutti: porsi delle domande e darsi delle risposte, sia pure parziali. Ovvero, pensare.

Se il requisito per l’iscrizione al club fosse solo questo, allora si. Ho pensato parecchio, ponendomi molte domande, forse sin troppe, forse non sempre sensate: e qualche volta mi sono anche dato delle risposte, che in realtà erano poi solo nuove domande o un modo diverso di riformulare quelle vecchie. Non ho invece abbozzato un sistema originale di pensiero, pur senza abbracciarne alcuno di quelli preesistenti, e ciò mi esclude in automatico dal circolo hegeliano (nella sua opera più famosa, l’Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Hegel afferma che “ogni filosofia è necessariamente sistema”). Insomma, se la Filosofia fosse un partito politico non sarei un militante, ma al più un simpatizzante.

Ciò non mi ha impedito di avere qualche idea rispetto al mondo e a come gli uomini lo conoscono e lo vivono, nonché ai rapporti che instaurano tra di loro. Queste idee non sono nate da illuminazioni o rivelazioni improvvise: sono maturate nel tempo, si sono sviluppate attraverso esperienze di vita e di lettura, in qualche caso rafforzandosi, in altri tornando ad essere messe costantemente in discussione: senza comunque tradursi mai in ideologie. Voglio dire che non ho cercato di imporle agli altri: un po’, lo confesso, perché ne ero in qualche modo geloso, un po’ perché appunto avevo solo domande da trasmettere, e non risposte. Credo che queste ultime uno debba cercarsele da solo, nella coscienza che non saranno mai definitive, e che la vera risposta è appunto la costante ricerca.

Per questo col tempo ho modificato molte delle mie convinzioni, ma solo nel senso che oggi mi appaiono più chiare, o almeno sorrette da argomentazioni più solide. Nella sostanza sono rimasto a quelle cui ero pervenuto già a vent’anni. Ciò potrebbe sembrare – e probabilmente in parte lo è – un male. Nella vita è importante e necessario crescere, quindi sapersi aprire a nuove conoscenze, a nuove scoperte e a nuove suggestioni. Ma penso sia altrettanto importante che le domande sul come e sul perché dell’esistenza, e di conseguenza sugli atteggiamenti migliori per affrontarla, poggino su alcuni caposaldi sia conoscitivi che etici. Queste fondamenta saranno certamente condizionanti rispetto a tutto ciò che si andrà a costruire, ma se mancano si costruisce sul vuoto, ed è molto peggio.

Le mie idee sono sparse nelle migliaia di pagine che ho riempito per una morbosa coazione alla scrittura, soprattutto negli ultimi anni. Non sono tenute assieme da un progetto coerente ed esplicito, ma sono emerse di volta in volta dal confronto con situazioni o vicende apparentemente contingenti. E tuttavia una linea di continuità, o quanto meno di sviluppo, può essere rintracciata. Se sono ora tentato di raccoglierle è soprattutto per verificarne la reciproca compatibilità. Di fronte alle nuove evidenze e alle trasformazioni mie e del mondo che mi circonda potrebbero rivelarsi meno coerenti di quanto io creda: e se ciò accadesse non ne farei un dramma, ma quantomeno dovrei cercare di capire dove ho scartato di lato.

Confesso da subito che ho rispettato solo in minima parte quello che era l’ambizioso disegno iniziale, di procedere ad una sistemazione logica dei materiali .Avrei infatti voluto rispettare la distinzione convenzionale tra campi di interesse delle diverse discipline filosofiche, adottando quale criterio della compilazione lo schema elementare che parte dagli interrogativi classici: come conosciamo, cosa conosciamo, che ne facciamo della conoscenza. Ma non ho tardato a rendermi conto che la natura totalmente estemporanea e colloquiale degli scritti che mi trovavo tra le mani non me lo avrebbe consentito. Mi sono dunque limitato ad una raccolta “differenziata”, per quanto era possibile praticarla, procedendo per blocchi tematici. Confido che in questo modo un certo ordine interno, sempre che esista, finirà per emergere, o che chi avrà in mano questo libro saprà attribuirgliene uno. In fondo, la filosofia è ricerca, quindi fatica: e almeno quest’ultima, a chi vorrà affrontare queste pagine, la garantisco. Spero soltanto che il mancato guadagno in termini di conoscenza che gli offriranno sia in parte compensato da qualche briciola di divertimento.

Dieci minute 02

In memoria di Yahoo Answers

orazione funebre per un sito scomparso

di Lorenzo Solida, 26 aprile 2021

È di poche settimane fa la notizia che Yahoo Answers, il portale di risposte collaborative, chiuderà definitivamente il 4 maggio: dopo tale data, infatti, non solo non sarà più possibile proporre nuove domande o rispondere a quelle già presenti, ma nemmeno accedere agli archivi. Probabilmente la notizia lascerà indifferente la maggior parte dei lettori, considerando la ridotta popolarità della piattaforma, che veniva utilizzata perlopiù dai millennials. Tuttavia, sono convinto che chi, come me, ha speso in passato un po’ del suo tempo nella community di Answers, non potrà non dedicare almeno un fugace pensiero di rimpianto, un sorriso malinconico, a questo vecchio portale che se ne va …

La decisione in sé è ben comprensibile: il calo di popolarità del servizio, soppiantato da assistenti virtuali e social network, e i problemi di moderazione, che ultimamente stavano diventando sempre più accentuati, soprattutto dopo che era stata concessa la possibilità di porre domande in forma anonima (anche prima, comunque, i profili troll abbondavano), sono elementi sufficienti a decretarne la chiusura. Anch’io, non vi nascondo, avevo abbandonato la piattaforma da anni (non ricordo con precisione quando, ma penso che i miei ultimi contributi risalgano al periodo della fine delle scuole superiori); tante le ragioni, dal minor tempo a disposizione, alla preferenza per altre forme di conoscenza collaborativa, al crollo della qualità di domande e risposte (eh sì, ognuno tende a ricordare il periodo in cui ha contribuito come il più fulgido nella storia di Answers …). Non sono quindi contrario alla chiusura, né sentirò la nostalgia di un servizio che ormai da anni non mi interessava in alcun modo, però questa vicenda mi suggerisce lo spunto per alcune riflessioni, che provo a condividere.

Impermanenza: l’anitya principio fondamentale del buddhismo, il panta rei di Eraclito, dopo secoli di filosofia dovremmo oramai aver capito che nulla può durare in eterno. Tuttavia, è insista nella specie umana una certa riluttanza al cambiamento, o perlomeno un fisiologico tempo di assestamento nei confronti delle novità, tempo che viene sempre meno rispettato nella società contemporanea: la rivoluzione digitale ha estremizzato questa tendenza, producendo in continuazione una moltitudine di “trend” e contenuti, il cui orizzonte temporale è però spesso molto breve.

googlekeepNon so se sia un’abitudine comune, ma io sono un utilizzatore abbastanza compulsivo delle liste: siccome mi imbatto spesso in contenuti che ritengo interessanti, ma non ho tempo di guardarli in quel momento, oppure prevedo che mi serviranno in un periodo successivo, o ancora so già che mi piacerà riguardarli, li inserisco in una lista. Possono essere libri, visti di passaggio nella vetrina di una libreria, sfogliati sommariamente alla Feltrinelli di Milano Centrale nell’attesa tra un treno e l’altro, indicati in bibliografia da un testo precedente, suggeriti dal passaparola di un amico di cui condivido i gusti letterari: proprio perché la loro origine è varia, per poter gestire queste informazioni trovo utile centralizzarle, e uso con soddisfazione le note di Google Keep per tenerne traccia.

Uso le liste anche per archiviare video su YouTube: avete mai ritrovato quel brano musicale che vi piaceva, ma di cui non ricordate mai il titolo (talvolta nemmeno il compositore e l’esecutore, e lì la ricerca si fa ardua…)? Vi siete mai imbattuti in un podcast interessante, garbato, che ha catturato la vostra attenzione? Oppure avete un hobby, che magari non coltivate quanto vorreste, ma di cui vi piace guardare i contributi di altri appassionati? Voilà, basta un clic e tutti questi contenuti finiscono in una playlist! Anzi, perché limitarsi quando si possono creare una moltitudine di elenchi, uno per ogni tema di nostro interesse?

Ma l’ambito nel quale raggiungo l’apice della mia listo-mania sono i preferiti dei browser: la Rete è una miniera di informazioni, ma non sempre i contenuti che cerchiamo di ritrovare sono facilmente disponibili; anzi, è proprio l’abbondanza di materiale a renderli spesso introvabili come il classico ago nel pagliaio. Ecco, i preferiti servono (dovrebbero servire) a questo: alias digitale delle molliche di pane di Pollicino, ci aiutano a riavvolgere il nastro, a tornare sui cammini già percorsi, permettendoci anche di riunire e sincronizzare i contributi salvati su più dispositivi dello stesso utente in un’unica raccolta. Nel momento in cui sto scrivendo, nonostante li sfoltisca spesso, ho 1359 segnalibri nel mio browser (li ha contati lui, non io) raggruppati in un albero di circa 150 cartelle (qui vado a stima), annidate secondo lo stesso paradigma dei documenti in un file system. Come dite, sono tanti? Avevo premesso che li uso in modo abbastanza compulsivo …

Ho divagato un po’, ritorno al tema principale: se anche voi, come me, siete abituati a utilizzare questi tipi di liste, vi sarà certamente capitato di imbattervi in link non funzionanti, in contenuti rimossi. Sembra (ed è) un controsenso: depositiamo un link in un elenco di segnalibri o un video in una playlist proprio per poterlo ritrovare un domani, e quando cerchiamo di utilizzare questa informazione, il contenuto non è più disponibile!

Per ovviare a questa situazione è nata la Wayback Machine, un immenso archivio del web lanciato nel 2001 che si prefigge l’ambizioso intento di tenere traccia di tutte le modifiche apportate alla Rete, archiviando non solo tutte le pagine, ma anche le loro differenti versioni (con il relativo marker temporale) ogni qualvolta vi siano state apportate delle modifiche rilevanti. La capacità di memorizzazione necessaria per perseguire questo risultato è mostruosa: nel 2005 sui server del progetto si contavano circa 40 miliardi di pagine, nel 2020 cresciute a 514 miliardi, occupando uno spazio di storage di oltre 70 petabytes (milioni di gigabytes)! Per quanto si potrà andare avanti ad accumulare dati a questa velocità? Il problema è sfaccettato, non si tratta “solo” di soddisfare la continua domanda di nuovi supporti di memoria, ma anche di garantirne la durata nel tempo e, di conseguenza, l’integrità dei dati in essi custoditi; è inoltre sempre maggiore l’attenzione all’enorme quantità di energia necessaria a tenere sempre disponibili questi contenuti online … e poi, per chi? Sono davvero tutti necessari? Riusciremo mai a utilizzarne anche solo una parte? In più occasioni il professor Barbero, noto medievalista, ha posto l’attenzione sulla differenza tra lo studiare il mondo antico, dove una delle difficoltà maggiori è il numero limitato delle fonti disponibili, e gli stati burocratizzati nati a partire dall’Ottocento, in cui una parte considerevole del lavoro dello storico consiste nello spulciare l’immensa quantità di documenti disponibile, da cui condensare un risultato di sintesi.

È certo che oggi siamo aiutati in questo processo dall’archiviazione digitale e dai motori di ricerca, Google in testa, che hanno costruito la loro fortuna proprio sulla capacità di fornire, grazie a complessi algoritmi di indicizzazione, risultati rapidi e precisi con il minor dispendio di energie (umane) possibile. A mio parere, però, anche grazie alla crescita esponenziale della quantità di informazioni prodotta da dispositivi wearable, sensori, intelligenza distribuita, stiamo migrando sempre più da una comunicazione macchina-uomo ad una macchina-macchina, in cui una consistente parte di questo cicaleccio digitale è destinato ad essere gestito senza alcun intervento umano.

L’accessibilità dei dati pone problemi ancora maggiori se la si considera non solo nel presente, ma su orizzonti temporali medio-lunghi, coinvolgendo almeno altri due aspetti: il supporto e lo standard.

Ad una prima analisi i moderni supporti di memoria sembrano affidabili, in qualche misura anche più dei precedenti equivalenti fisici: un compact disc può essere riprodotto migliaia di volte garantendo un suono costante, mentre un disco in vinile perde progressivamente di “risoluzione” ad ogni ascolto, a causa dell’attrito tra la puntina e la superficie del disco, che provoca un’infinitesima asportazione di materiale soprattutto nei tratti con spostamenti maggiori (l’effetto si percepisce in particolare nei dischi stereofonici, in cui i due canali vengono memorizzati in modo ortogonale l’uno rispetto all’altro). Se, tuttavia, si considerano gli effetti causati dal trascorrere del tempo, la prospettiva si ribalta: i vinili sono tranquillamente riproducibili anche dopo svariati decenni, e senza particolari precauzioni di conservazione, potendo essere esposti alla luce e, entro limiti ragionevoli, all’umidità, mentre i CD risultano spesso illeggibili anche solo in 10-15 anni, soprattutto se conservati al di fuori delle custodie di protezione.

I supporti di memoria possono rappresentare un problema anche dal punto di vista dell’evoluzione nel tempo degli standard: se, infatti, dal punto di vista software il problema sembra limitato (i vecchi formati sono, nella maggior parte dei casi, ancora supportati, ad esempio il Rich Text Format, antenato del .doc, che vide la luce nel lontano 1987), altrettanto non si può dire dell’hardware. Quando ripenso alle mie interazioni con l’informatica da bambino, i miei ricordi sono indissolubilmente legati al floppy disk (lo ricordate? Quel quadrato di plastica nera rigida con la linguetta metallica, che in poco più di 9 cm di lato conteneva ben 1.44 MB di dati!). Che ne è oggi dei floppy? Nessun computer recente integra più le unità di lettura, e gli stessi lettori CD stanno diventando sempre meno comuni nei dispositivi attuali, in special modo nei notebook, in cui la compattezza e lo spessore ridotto sono caratteristiche dominanti. Dobbiamo quindi aspettarci che anche i supporti che utilizziamo ai giorni nostri, e che consideriamo talmente “naturali” da non dubitare della loro eternità, possano subire lo stesso destino, rapidamente rimpiazzati da tecnologie più innovative?

floppy0001E quindi, cosa dovremmo fare? A mio avviso sarebbe sciocco voler rinunciare al progresso tecnologico, tentando di cristallizzare la situazione attuale e non cogliendo i vantaggi che l’avanzamento tecnico ha comportato e che continuerà ad apportare. Probabilmente la strategia migliore consiste nell’essere vigili, nel non accettare le novità in modo passivo, nel prendere coscienza dei nuovi problemi e nel tentare di affrontarli con un equilibrato mix di nuovi e vecchi approcci.

La chiusura di Yahoo Answers, spunto di partenza per questo breve scritto, e il problema della fragilità della memoria collettiva affidata alla Rete, mi forniscono infine l’occasione per riflettere sull’importanza del patrimonio librario della nostra nazione, testimonianza tangibile e duratura della nostra Cultura. Libri custoditi nelle tante piccole raccolte domestiche di chi tra noi ama la lettura (e se siete arrivati fino al fondo di questo articolo probabilmente vi annoverate tra questi), libri antichi ospitati negli archivi e nei monasteri, libri allineati in gran numero sugli scaffali delle 12268 biblioteche italiane, moltitudine sterminata di libri custoditi nelle Biblioteche Nazionali Centrali di Roma e Firenze.

Sit tibi terra levis, Yahoo Answers

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Il più crudele?

di Paolo Repetto, 24 aprile 2021

Aprile è il più crudele dei mesi? Non saprei, anche gli altri non scherzano. So comunque che per i Viandanti (e non solo per essi, purtroppo) l’aprile dello scorso anno, quello della prima terribile ondata, è stato crudelissimo. Esattamente un anno fa ci ha portato via due amici, due viandanti onorari, Mario Mantelli e Armando Cremonini. Mario e Armando erano entrati da tempo a far parte del club degli “ultimi illuminati”, e a pieno titolo: il primo quasi mettendoci in soggezione, a dispetto della sua mitezza, per l’eccezionale sensibilità estetica e per la vastità della cultura che la alimentava, il secondo facendosi amare per il sottilissimo umorismo, per quell’aria sorniona che assieme al sigaro gli dava un che di anglosassone (ma un anglosassone tutt’altro che freddo).

Non voglio raccontare di loro, l’ho già fatto e chi volesse conoscerli meglio può trovarli su questo stesso sito (per Mario, oltre ai suoi libri – Di cosa ci siamo nutriti e Viaggio nelle terre di santa Marta e san Rocco – e ai quattro Quaderni di prose e di poesie pubblicati dai Viandanti, si possono leggere: Una raccolta di silenzi; Arrivederci, maestro!; Visite guidate nei giardini della memoria; Che belle figure!. Per Armando, Il collezionista).

Queste poche righe vogliono solo scongiurare il silenzio attonito e subito distratto col quale siamo ormai ridotti ad accettare la scomparsa degli amici. Per me, per noi, non è così. Gli amici ci lasciano, ma non scompaiono. Alla faccia di aprile.

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Ariette 2.0

di Maurizio Castellaro, 19 aprile 2021

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso».

Quei cretini di Dunning e Kruger

Ariette 2 01I Viandanti delle Nebbie sono da sempre consapevoli della prevalenza del cretino, tanto da auspicare emendanti spedizioni di massa alla chiesa francese che ospita il sarcofago di San Menulfo, antico miglioratore delle sinapsi di chiunque introduca il capo nel suo apposito orifizio (rimando all’articolo “Il decretinatore”). Dò il mio piccolo contributo al dibattito presentando l’“effetto Dunning e Kruger”, scoperto nel 1999. Dunning e Kruger sono due simpatici psicologi che hanno dimostrato scientificamente il motivo per cui individui incompetenti in un campo tendano a sopravvalutare le proprie abilità e a ritenersi dei veri esperti, mentre al contrario persone davvero competenti abbiano la tendenza a sottostimare le proprie reali capacità. Si tratta in realtà di una distorsione nell’autovalutazione, che a sua volta è connessa ad una incapacità metacognitiva di riconoscere i propri limiti ed errori in un determinato ambito. Il grafico che illustra questo effetto connette, in accordo con le intuizioni del vecchio Socrate, il rapporto che si instaura tra fiducia in sé stessi e reale competenza, ed è piuttosto istruttivo. La curva che si impenna a sinistra la conosciamo bene. È il crinale impervio sul quale giocoforza si piantano la maggior parte dei cretini presuntuosi ed incompetenti che vivono accanto a noi, ma molto spesso anche dentro di noi.

Due sentenze

Ariette 2 02In Kafka e in Svevo è presente una scena molto simile: due padri trattano con violenza il figlio un istante prima di morire. Ne “La condanna” di Kafka le ultime parole del padre al figlio sono: “Ti condanno ad essere affogato!”. Ne “La coscienza di Zeno”, con un ultimo sforzo papà Cosini schiaffeggia il figlio. È interessante osservare il modo diverso in cui questo estremo momento di violenta verità viene descritto dai due autori, perché questa differenza mi sembra rivelatrice di due sensibilità antitetiche, in eterna lotta tra loro. In Kafka il padre è “un gigante”, una “figura terribile” che condanna il figlio in modo ineluttabile. La sua sentenza, immotivata e assurda, trova infatti immediata attuazione, poiché il figlio si immola gettandosi nel fiume, gridando per l’ultima volta il suo amore verso i genitori. In Svevo lo schiaffo estremo del padre è invece attribuito da Zeno ad uno scherzo della forza di gravità piuttosto che a una chiara volontà (“alzò la mano alto alto, come se avesse saputo ch’egli non poteva comunicarle altra forza che quella del suo peso”). Zeno sopravvive alla sentenza del padre (nel suo diario ricorda l’evento assieme all’ennesima ultima sigaretta). Fa subito pace con il ricordo del genitore, si sposa, ha un amante, dei figli, diventa un ricco commerciante e infine il vecchio patriarca della famiglia. Sempre con l’eterna ultima sigaretta in bocca, sempre con la coscienza dell’incurabilità della sua malattia. Sempre con quello sguardo ironico su di sé e sul mondo che gli ha consentito di non prendere mai nulla troppo sul serio e di surfare sulle onde della vita anziché prenderle di petto (perché si rischiare di affogare). K. oppure Zeno, il sentimento tragico o quello ironico dell’esistenza? Ha ragione il vecchio Fichte: se si parla di filosofie la scelta dipende sempre dagli uomini e dalle donne che siamo.

Troppo zucchero fa male?

Ariette 2 03Un mio amico, musicista dilettante, superati i 60 anni si è licenziato, si è sposato con entusiasmo, e ora pubblica regolarmente su YouTube fragili e delicate canzoni d’amore di sua recente composizione. Anche Stefano Bollani, il pianista dio della musica, non nasconde alle telecamere la sua felicità personale mentre canta canzoni d’amore con la sua mogliettina, la quale ricambia adorante. In entrambi i casi non sono mancati da parte degli osservatori (virtuali e reali) dileggi e sarcasmi su quelle che a molti sono sembrate ostentazioni gratuite (forse strumentali?) di sentimenti personali che è buon gusto lasciare confinati alla sfera del privato. E se invece si trattasse di casi autentici di amori felici? Ne parla la Szymborska e quindi non servono altre parole: “Un amore felice. Ma è necessario? / Il tatto e la ragione impongono di tacerne / come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita./ Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto. / Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra, / capita, in fondo, di rado. / Chi non conosce l’amore felice / dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice. / Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

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Fenomenologie della borraccia

di Fabrizio Rinaldi, 10 aprile 2021

Una delle cose che i nostri progenitori hanno dovuto imparare a loro spese, una volta scesi dagli alberi e inoltratisi nella savana, è che conviene sempre portarsi dietro dell’acqua, perché non è detto che la si trovi ovunque.

Fenomenologie della borraccia 02Si ingegnarono quindi a creare dei recipienti adatti, possibilmente poco ingombranti, leggeri e infrangibili. Questi requisiti si trovano tutti perfettamente sommati negli otri, sacche di pelle conciata, di vacca o di capra, a tenuta stagna, che hanno accompagnato per millenni la crescita di tutte le civiltà e che sono rimasti nell’uso comune fino alla metà dell’Ottocento.

Fenomenologie della borraccia 03È a quell’epoca infatti che un torinese, Pietro Guglielminetti, introdusse la grande novità, perfezionando per le truppe del Regio Esercito un contenitore in legno, in pratica una botticella piatta da un lato, per poggiare comodamente sullo zaino o sul fianco del soldato, e curva dall’altro. La novità venne adottata da tutti gli eserciti europei, raro esempio di una pratica comune alle forze armate: tutti i soldati bevevano dallo stesso tipo di recipiente. Era nata la borraccia.

Che l’oggetto abbia una origine militare lo si desume facilmente dalla capienza. Nella versione classica questa varia dal mezzo litro al litro, ed è pensata per le necessità di un singolo, adulto e addestrato ad una certa resistenza. Quanto sia sottodimensionata per impieghi diversi, ad esempio per uscite familiari, lo si capisce subito, dopo la prima escursione con moglie e marmocchi al seguito. E a poco serve dotare ciascuno dei membri della famiglia di borraccia, alla fine si dovrà cedere la propria riserva d’acqua ai dissetati, compreso al cane.

Tecnicamente, la borraccia ha una chiusura a scatto o con tappo filettato, a volte è provvista di ganci per appenderla allo zaino o alla tracolla; quelle più raffinate possono essere termiche, a doppia parete, altrimenti il contenuto può essere mantenuto fresco con un rivestimento in panno opportunamente bagnato. È insomma un oggetto dalle caratteristiche tecnologiche abbastanza elementari.

Fenomenologie della borraccia 04Agli inizi del Novecento il legno è stato sostituito dall’alluminio, mentre la forma classica è rimasta ancora per qualche tempo quella: ma nella seconda metà del secolo si sono moltiplicati i materiali, le misure, le forme e i colori. E sono cambiate anche la platea degli utenti e le occasioni d’uso. Per non parlare dei contenuti. Per un certo periodo però ha conosciuto un calo di popolarità, sostituita della ormai onnipresente bottiglietta di plastica. Oggi è in netta ripresa, e vedremo dopo il perché.

Accennavo prima al fatto che la borraccia, nelle sue successive svariate tipologie, ha accompagnato (letteralmente), umile e discreta, il cammino delle civiltà. Forse non ci abbiamo mai fatto mente locale, ma il possesso o meno di una borraccia ha significato per moltissimi uomini la vita o la morte. Nei film western è quasi un classico: per una borraccia ci si uccide, l’eroe la condivide con gli altri o col suo cavallo, è l’ultimo oggetto del quale l’appiedato che attraversa il deserto si disfa.

Fenomenologie della borraccia 05 aIn qualche caso è diventata un’icona della solidarietà o della sportività: Bartali che passa la borraccia a Coppi (o viceversa, a seconda delle tifoserie), l’alpinista che soccorre il sopravvissuto della cordata rivale (si presume, con quella della grappa). In altri della malvagità: il cattivo che ne versa il contenuto a pochi centimetri dal volto dell’eroe sepolto sino al mento nella sabbia, o che lo abbandona dopo aver bucato e reso inservibili i contenitori. Insomma, dietro un oggetto tanto semplice e scontato c’è la Storia e ci sono tante singole storie.

Fenomenologie della borraccia 05Sino a ieri. Perché oggi le cose sono un pochino diverse. Oggi la borraccia è una icona pop. Lo è particolarmente da quando Greta Thunberg, nel 2019, ha cominciato ad usarla durante il suo peregrinare per il mondo. È assurta a simbolo, come la lanterna di Diogene: Diogene con quella voleva significare che la civiltà greca si era involuta su se stessa, Greta con la sua borraccia richiama l’uomo ai suoi doveri nei confronti della natura, vuole creare consapevolezza del comportamento suicida che ha adottato, e non solo nella sfera ambientale, ma anche a livello sociale, civico ed etico. Per ora Greta ha trovato sui suoi passi solo personaggi del calibro di Trump, che in un western la borraccia gliela avrebbero sadicamente bucata. Deve stare attenta ai deserti …

Nella sua nuova esistenza simbolica la borraccia viene sfoggiata in infinite colorazioni e forme, ad ogni occasione: le aziende ad esempio la usano per trasmettere un’immagine “green”, limitandone naturalmente l’utilizzo a favore di tele/web/foto-camere.

Nell’epoca pandemica in cui è un atto quasi sovversivo l’andare per sentieri, la primigenia pelle di vacca cucita affinché potesse contenere liquidi per dissetarsi durante le migrazioni, è diventata la borraccia moderna, spesso dalla forma sinuosa e dall’inquietante allusione fallica, la cui “punta” fuoriuscirebbe dalla tasca esterna degli zaini di escursionisti e camminatrici.

Ho notato che in molte case, almeno a giudicare dal moltiplicarsi obbligato dei collegamenti “domestici” via web, quelli di lavoro o di meditazione o quelli con i talk televisivi, per sproloquiare di politica o di cultura, è ormai un vero complemento d’arredo. Troneggia sulle scrivanie, occhieggia dagli scaffali alle spalle, fra i libri.

Fenomenologie della borraccia 06Del resto, già ai tempi d’oro degli show televisivi c’era un altro oggetto da ostentare a favore di camera: la tazza. Negli Stati Uniti il salotto buono di David Letterman l’ha resa un elemento imprescindibile per comunicare informalità, confidenza e, allo stesso tempo, permettere fra un sorso e l’altro la pausa necessaria a trovare la battuta azzeccata o a glissare la domanda inopportuna.

Sostituirla oggi con la borraccia mi pare un po’ eccessivo, ma forse è un problema mio, che sono rimasto attaccato al suo uso millenario. D’altro canto è sconsigliabile bere dalla borraccia avanti ad una webcam, poiché l’atto di portarla alle labbra, oltre ad essere cafone, può apparire anche un malizioso messaggio sessuale, soprattutto nella malaugurata circostanza in cui ci si dovesse sbrodolare sentendo ripetere dall’altra parte dello schermo che sono necessari dei cambiamenti radicali per migliorare l’ambiente. Meglio limitarsi all’uso ornamentale e simbolico.

La borraccia dà comunque le sue brave soddisfazioni. Girando un po’ su internet se ne trovano di magnifiche, presentate in modo che solo a vederle ti viene una gran sete e al tempo stesso ti vergogni per non aver ancora adeguatamente contribuito a “migliorare l’ambiente” comprandone una (o dieci, o cento). Esistono delle vere e proprie collezioni annuali, come fossero capi d’abbigliamento di alta moda, e la scelta va da quella Decathlon, del costo di pochi euro, a quella marchiata Larq, acquistabile a soli 240 euro; da quelle griffate da designer di fama a quelle che mantengono costante la temperatura del liquido per più di un giorno (molto indicata per le maratone televisive). Non manca naturalmente quella di Chiara Ferragni. Per i feticisti dei quadernetti Moleskine, poi, ci sono le Momoblottle, a forma di taccuino.

In questo momento la necessità di ridurre l’uso di plastica monouso col rimpiazzo di posate e bicchieri biodegradabili stride con l’enorme produzione e consumo di ammennicoli anch’essi monouso derivanti dalla pandemia: mascherine, guanti, siringhe, camici, visiere, barattoli, ecc… Però ci si lava la coscienza usando la borraccia firmata.

Viviamo questo incredibile paradosso per il quale, pur essendo tutti segregati in casa da oltre un anno, le vendite delle borracce sono aumentate, in contraddizione evidente con la loro funzione di abbeverare chi è lontano da rubinetti o frigoriferi. Potenza dei simboli.

Chiariamo una cosa: io non ce l’ho con le borracce. Ne possiedo almeno un paio. Sono davvero un’alternativa alle bottigliette di plastica usa e getta (ne vengono gettate millecinquecento al secondo) che inquinano da decenni, e continueranno a farlo per centinaia, se non migliaia, di anni, il nostro habitat, destinando all’estinzione molte specie animali e vegetali. Usarle in loro vece, oltre a farti sentire alla moda e a lenire le tue frustrazioni frustrazione, un piccolo contributo alla pulizia del pianeta lo dà.

Quindi mi va bene anche immergermi nel mare delle bottigliette “green”: ma possibilmente al Decathlon, o giù di lì, e ricordando il senso e l’uso originario degli oggetti. Non mi piace che si faccia leva sul mio senso di colpa di inquinatore per farmi credere che acquistando una borraccia adotterò dei comportamenti più sani e più giusti. Soprattutto mi dà fastidio che un oggetto che mi è sempre stato caro, che ho usato da sempre con tanta naturalezza, dedicandogli anche qualche attenzione per preservarne l’igiene, e che mi ha accompagnato silenzioso in molti momenti belli della mia vita, venga banalizzato a specchietto commerciale e ideologico per i merli.

Detto ciò, mi è rimasta un’irresistibile voglia di calzare gli scarponi, zaino in spalla, ed evadere dalla clausura. Di camminare veloce per allontanarmi il più possibile da webcam, borracce tech e quant’altro di digitale. Di raggiungere un solitario cucuzzolo (magari – restrizioni permettendo – sul Tobbio) e bermi finalmente una sorsata d’acqua dalla mia più vecchia e ammaccata borraccia.

Fenomenologie della borraccia 07

Collezione di licheni bottone

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Primavere perdute

(e un solo lungo inverno)

di Paolo Repetto, 9 aprile 2021

I remake sono già insopportabili al cinema, figuriamoci quando a riproporsi tale e quale è una realtà come quella della clausura coatta. In queste prime giornate d’aprile, infatti, quanto a numeri dei contagi e dei decessi, e a conseguenti restrizioni, siamo esattamente nella condizione di un anno fa. E andrebbe addirittura peggio, se terapie più mirate non contenessero bene o male le dimensioni della strage.

A non essere più lo stesso è invece lo stato d’animo col quale affrontiamo la pandemia. Forse siamo meno spaventati. Ma se avvertiamo una pressione minore è solo perché ci stiamo abituando, e se prendiamo le regole meno alla lettera è perché in realtà abbiamo introiettato e troviamo naturali le precauzioni elementari (parlo delle persone normali, naturalmente: gli idioti non fanno testo, anche se fanno danni). Soprattutto, la speranza che ci sorreggeva la primavera scorsa, per cui l’estate avrebbe posto fine all’incubo, quella è totalmente svanita. Adesso sappiamo che con la pandemia dovremo convivere ancora per molto, cosa che per quelli della mia età significa per sempre. Nemmeno i vaccini riescono a rischiarare il futuro (ultimamente lo hanno reso anzi ancora più cupo: perché non ci sono, o perché quelli che ci sono non sembrano funzionare granché).

Abbiamo una sola certezza: che nulla sarà più come prima. E dato che già prima avevamo un’idea molto confusa di come le cose andassero veramente, tendiamo a mitizzare quel recentissimo passato, a ricordarlo come un’età dell’oro. Non è solo frutto di una deformazione prospettica: in effetti, paragonata alla situazione che stiamo vivendo, quella di un anno e mezzo fa appare paradisiaca. Se allora navigavamo in acque poco tranquille, oggi siamo proprio in balia della tempesta. Stiamo perdendo d’un colpo tutte le sicurezze che secoli di “progresso” sembravano averci garantito.

Ora, a livello individuale questo sconquasso viene naturalmente vissuto in maniere molto diverse, a seconda delle condizioni oggettive, anagrafiche, di salute, di lavoro, di famiglia, o di ciò che effettivamente si è perduto: ma intervengono poi anche le differenti disposizioni caratteriali, per cui ciascuno è portato a leggere la situazione da un suo particolare angolo prospettico. E dato che ritengo abbia poco senso tentare sintesi di ampio respiro rispetto alla condizione nuova in cui siamo venuti a trovarci, e meno che mai azzardare dei bilanci, vorrei parlare proprio di questi atteggiamenti individuali. Nella fattispecie, come al solito, del mio: per cui è facile che ripeta cose già scritte in questi mesi. Ma lo metto in conto ad una sclerotizzazione tipica dell’età, e anche al fatto che d’altro non c’è in fondo molto da dire.

Allora, pur rimanendo consapevole che delle mie sensazioni e della mia attitudine non può fregare di meno a nessuno, provo a fare mente locale sulla particolarissima percezione che ho della tragedia e dei suoi anche più banali risvolti quotidiani: non fosse altro che per conservarne un po’ di memoria per i tempi in cui l’emergenza sarà alle spalle (sempre che arrivi a vederli), quando ciò che oggi mi sembra intollerabile sarà diventato normale: oppure per confrontare, già da subito, la mia percezione con quella altrui. Penso che non sarebbe male se un’operazione del genere la facessero tutti: aiuterebbe a mitigare i possibili (e molto probabili) eccessi di entusiasmo, e ad evitare di ripetere almeno un po’ degli errori che la pandemia ha messo drammaticamente in luce.

Partiamo dunque da ciò che sento di aver perso, iniziando dalle cose più serie, da quelle che non sono legate a semplici mie impressioni.

Primavere perdute 02

Ho (abbiamo) perso, ad oggi, quasi centoventimila vite. Questo dato tendiamo a rimuoverlo. È troppo grande, ci spaventa e non riusciamo a visualizzarlo. Oppure lo stemperiamo, dicendoci che si tratta delle vite di persone molto anziane (anche se non è vero). Siamo ridotti a pensare che a breve sarebbero comunque morte, e che in fondo avevano già vissuto una buona fetta di esistenza: cercando, o fingendo, di dimenticare che tutti moriremo comunque, prima o poi, e che in genere nessuno ha voglia che sia prima, o pensa di avere già vissuto più che a sufficienza. Non voglio fare il menagramo e pronunciare degli infausti memento mori, e nemmeno sono motivato dal fatto che tra gli anziani di medio periodo rientro ormai anch’io. Constato semplicemente che di fronte a certe cifre, che in tempi normali parrebbero spaventose, abbiamo maturato una quasi indifferente assuefazione. Io stesso, che pure da questa ecatombe continuo ad essere particolarmente turbato, non riesco ad andare molto oltre il dato numerico.

D’altro canto, è naturale che riusciamo a visualizzare solo le perdite prossime. E, come quasi tutti, ne ho anch’io di molto personali da piangere. Amici della mia generazione o più giovani di me, persone con le quali sino a dieci giorni prima facevo progetti. Nella mia percezione di queste perdite ha avuto un rilievo fortissimo l’assenza dei funerali. Loro sono stati defraudati del diritto ultimo che rimane a un defunto, quello di essere salutato dagli amici, e io sono stato defraudato di quello di salutarli. Può sembrare assurdo, ma se sto poco alla volta abituandomi alla loro scomparsa, non ho accettato affatto l’impossibilità di salutarli un’ultima volta. È come se le loro anime non potessero essere pacificate fino a quando in qualche modo non avrò dato loro un addio decente.

Queste perdite hanno cancellato molte consuetudini che avevo ritualizzato: le conversazioni davanti al caminetto o attorno alla tavola, le lunghe passeggiate urbane, il ritrovo ai mercatini o alle mostre, il semplice piacere di condividere in una telefonata scoperte, letture, aneddoti. Mi sono venuti meno dunque un sacco di riferimenti fissi, e lo dico sommessamente, consapevole che c’è chi con queste scomparse ha perso molto di più.

La sfera nella quale il Covid ha pesato maggiormente, anche quando non in maniera così brutale, è appunto quella delle amicizie. L’amicizia può esistere (e resistere) anche a distanza, ma si tratta di casi eccezionali. Di norma è legata alla possibilità di una consuetudine diretta. Mi riferisco al bisogno fisico e psicologico di vedere determinate persone, di portare avanti colloqui fatti a volte anche di poco o nulla, addirittura di silenzi, che riescono in presenza a loro modo eloquenti, del conforto difficilmente rappresentabile che danno certe prossimità. La clausura non mi ha fatto perdere delle amicizie, ma certamente me le ha fatte riconsiderare. Mi ha consentito di capire quali erano interinali e quali a tempo indeterminato, e il criterio di valutazione, se di criteri si può parlare rispetto ad un’amicizia, è stato proprio il bisogno della presenza fisica, di concertare o immaginare o fare cose assieme. Ricordo che nella prima fase pandemica si celebrava il soccorso arrecato dai social, dalle reti virtuali: ma non c’è voluto molto per rendersi conto di quanto questo surrogato sia fragile, insipido ed evanescente.

Anche le restrizioni negli spostamenti e negli incontri hanno naturalmente ridimensionato, in qualche caso azzerato, le vecchie abitudini. Per quanto abbia interpretato i divieti in maniera piuttosto permissiva, improntata al buon senso piuttosto che alla lettera (non è stato difficile, vista l’incredibile confusione delle normative che si sono succedute), ho forzatamente diradato o annullato riunioni conviviali, escursioni di gruppo, conferenze e occasioni svariate di incontro e di scambio: tutte le cose attorno alle quali, sia pure in maniera molto improvvisata e aperta, era ormai organizzata da qualche anno la mia vita. Mi mancano particolarmente i seminari di storia delle idee, perché in fondo erano la naturale prosecuzione di una attività didattica svolta per tutta la vita, con in più il piacere del confronto alla pari, della libertà assoluta nella scelta dei temi e nei modi della loro trattazione, ma soprattutto perché erano una miniera di stimoli e arricchivano senz’altro più me che non i miei uditori. Ho preferito non proseguire quelle attività on-line, da remoto, perché sono convinto che il loro vero valore risieda nell’empatia comunicativa che solo può crearsi in presenza, che si trasmette attraverso l’immediatezza sincera dei gesti, delle posture, degli sguardi.

Ciò nonostante ho continuato per tutto questo ultimo anno a immaginare argomenti per le future conversazioni, a concepire per ogni nuova suggestione la forma di una trattazione colloquiale, come facevo prima: ma riesce difficile quando non c’è una destinazione precisa, una scadenza da rispettare. E anche il mettere le cose per iscritto è un impoverimento, rispetto a quello che può emergere nel corso di una esposizione orale. Platone lo aveva già ben chiaro duemila e passa anni fa, quando negava alla scrittura una vera capacità maieutica. Insomma: avverto ancora più pesante la sensazione di aver accumulato tante cose delle quali vorrei fare partecipi altri, e che invece sembrano destinate all’inutilità.

Diversa è la situazione riguardo ai viaggi e agli spostamenti. A mancarmi, in questo caso, è piuttosto la possibilità di immaginarli, di programmarli, che non la loro concreta realizzazione. Si tratti di viaggi veri e propri o di semplici scappate di giornata, mi rendo conto che per me il motivo maggiore di piacere era l’idea di poterlo fare. Di decidere, prendere su e andare. Dopo una lunga stasi avevo ricominciato a sentir prudere le gambe, forse nell’inconfessata consapevolezza che i tempi per permettermi queste cose (così come tutte le altre) stringono: ora, costretto al tapis roulant fisico e mentale, sento già affievolirsi le forze e la voglia.

Tutto questo ha però niente a che vedere con il senso di soffocamento che sembra rendere impossibile la vita a buona parte dei miei connazionali (chissà come si sentirebbero se vivessero in Cina). Il fatto di non essere totalmente libero di muovermi o di incontrare gli amici non lo considero un attentato alla mia libertà. Penso al contrario che non dovremmo nemmeno aspettare che siano altri ad imporci delle limitazioni, dovremmo arrivarci per conto nostro. Questa è la vera libertà: essere consapevoli del rischio, per la salute nostra e per quella degli altri, che questi movimenti e questi incontri possono comportare. La libertà è coscienza del dovere, solo alla quale consegue legittimamente la rivendicazione del diritto: e dal momento che il mio primo dovere è di non recare danno a nessuno, l’espressione massima della libertà è proprio questa, sapere e potere agire in modo da non nuocere.

Quella che percepisco di meno, e la cosa può apparire paradossale, perché ho piena consapevolezza del disastro che si profila, è il disagio economico. Non è questione di miope egoismo: come pensionato godo per il momento di una situazione privilegiata, ma so perfettamente che è destinata a durare ancora per poco, e che chi non è stato ancora colpito lo sarà al più presto. A furia di scostamenti il bilancio si sporgerà oltre l’orlo e finirà rovinosamente a terra, e il debito qualcuno dovrà pagarlo. Rispetto a queste cose, a differenza che nei confronti del Covid, sono vaccinato: stanti le mie origini mi sto preparando da una vita ad una evenienza del genere. Non me la auguro, ma nemmeno vivo questa prospettiva nel segno dell’angoscia: sarebbe solo il ritorno ad una condizione di precarietà che ho già conosciuto, e che ho la presunzione di saper affrontare. Il problema vero è che ho figli e nipoti, e loro a questa condizione sarebbero del tutto impreparati. Questo mi preoccupa.

Primavere perdute 03

Qualcosa ho perso anche nei confronti della scuola. Non direttamente, perché con la scuola non ho mantenuto alcun rapporto o impegno diretto. Ma indirettamente constato l’accelerazione dello smottamento attraverso coloro che la scuola la frequentano, o chi vi è ancora impegnato, e trovo che sia devastante. Continuavo a coltivare l’illusione, pur sapendo benissimo che di illusione si trattava, che un qualche evento particolare, felice o drammatico che fosse, avrebbe costretto a mettere finalmente mano a un risanamento della scuola. Parlo di risanamento, e non di rinnovamento o di riforma, perché di queste ne abbiamo avute sin troppe, una più rovinosa dell’altra. Risanare la scuola significa per me riconferirle un ruolo, un prestigio, una missione. E questo può essere fatto solo attraverso la ridefinizione di quelle che sono le sue finalità, la revisione di quelli che sono gli strumenti e le strade atti a raggiungerli, il reclutamento di operatori che sappiano davvero usare questi strumenti e percorrere queste strade. Scopi chiari, criteri di valutazione certi (degli studenti come degli insegnanti), luoghi sicuri, tempi congrui.

Sta accadendo esattamente l’opposto. L’emergenza è stata affrontata con provvedimenti uno più insensato dell’altro (i banchi a rotelle!), con decisioni prese sempre sull’onda delle pressioni mediatiche, per mostrare che qualcosa si stava facendo, senza una volta dire chiaro e tondo come stanno le cose: e cioè che la didattica a distanza non è una opportunità ma una sciagura e che le riaperture a singhiozzo avevano l’unico scopo di tacitare i genitori sfiniti. Si sono confusamente raccontate favole alla Baricco sulla “nuova intelligenza digitale”, si sono reclutati insegnanti “di supporto” con compiti sempre più espliciti di assistenza al parcheggio, ci si è riempiti la bocca di termini inglesi per mascherare la fuffa concettuale. Il risultato è che si sono persi due anni scolastici, né più né meno come se le scuole fossero rimaste chiuse, e non si è profittato di questa pausa per fare un concorso decente che sia uno o per riparare almeno le falle dei tetti degli edifici. Banchi a rotelle e piattaforme digitali. L’unico valore in crescita positiva è rimasto quello dell’analfabetismo di ritorno.

Quella che non ho perso del tutto è invece la fiducia nella scienza, anche se devo fare un bello sforzo per continuare a nutrirla. E sono tra i non molti che sanno che dietro i pagliacci esibiti in tivù c’è un sacco di gente in gamba. Figuriamoci la considerazione che possono averne tutti gli altri, coloro che nemmeno immaginano esista una realtà al di fuori di quella raccontata dal teleschermo, e attraverso quello hanno assistito al balletto delle comparsate e dei contrapposti protagonismi. La vicenda dei vaccini è emblematica. È stata ridotta ad un problema di tipo prettamente industriale, di rivalità politiche ed economiche, e a nessuno sembra minimamente interessare il percorso scientifico che sta a monte di quelle fiale. Anche in questo caso, ciò che è frutto di una conquista, di un sapere, di un modello conoscitivo che non è quello degli sciamani o dei taumaturghi ayurvedici, è percepito come qualcosa di dovuto. Si contesta la scienza, ma ci si attende e si pretende che risolva poi ogni nostro problema, e si scalpita se tarda a farlo.

Stavo per scrivere, in conclusione, che ho perso definitivamente il Futuro. In realtà non è stata una gran perdita, non lo vedevo più da un pezzo: diciamo che la pandemia mi ha aiutato a metterci definitivamente una pietra sopra. Questo significa che ho perso soprattutto la voglia, un po’ in generale tutte le voglie. Per questo non mi pesano più di tanto le restrizioni, che come dicevo ho preso con filosofia: non soffro la mancanza di libertà, ma il fatto che di questa libertà non saprei che fare, e che se anche lo sapessi non avrei più voglia di farlo. Questa primavera non ho messo a dimora nemmeno un alberello, e neppure una piantina di rose. Mi sono limitato a una svogliata manutenzione di routine, in campagna e in casa. Mi rimangono il presente e il passato. Nel primo galleggio, nel secondo sono sempre più immerso, ma senza coltivare nostalgie: cerco di rimettere ordine nei ricordi consegnati agli scaffali, e ogni tanto ne risfoglio qualcuno. Non mi chiedo più che ne sarà dopo.

Ma non è così che voglio chiudere. All’inizio ho accennato alle banalità che ci danno il senso di una cesura totale col passato, e ho finito poi per parlare solo di cose serie. Invece le percezioni piccole ci sono, arrivano da dove meno te le aspetti. Mi limito ad un esempio, per non scadere come al solito nell’aneddotica.

In questo periodo ho dovuto frequentare con una certa assiduità lo studio del mio dentista. Lì la percezione di una perdita c’è naturalmente già in partenza, e riguarda tanto il tuo portafoglio quanto la tua bocca. Ma questo valeva anche prima del Covid. Il tocco nuovo, la sfumatura significativa, l’ho conosciuta invece nella sala d’aspetto. Non c’è più una rivista. Quei dieci minuti o la mezz’ora di attesa li riempivo con una scorpacciata di informazioni che solo in quella occasione o in altre simili (studi medici, parrucchiere, ecc…) ero in grado di procurarmi. Mi aggiornavo sui prezzi delle auto con Quattroruote (anche se un po’ in ritardo, perché le riviste erano sempre vecchie di almeno sei mesi), sui modelli più raffinati di doppiette o sovrapposti con Diana o con Sentieri di caccia, ma soprattutto sul gossip, sulle ultime disavventure di Al Bano o di Emanuele Filiberto attraverso Cronaca vera o Chi. Scomparse. Ho provato a portarmi un libro ma non funziona, lì non attacca. Il piacere era nei titoli dei reportage, nelle foto, e nella serialità. Da un anno e passa ho perso totalmente di vista Al Bano: non so se sia vivo o morto, o magari cresciuto, se si sia beccato il Covid o abbia fatto outing, se sia tornato con Romina. La nebbia assoluta. E questo dà la misura della mia distanza dal mondo, spiega perché ne capisco così poco.

Ma non basta. Recentemente ho avuto occasione di seguire, senza volerlo, in un altro studio medico (mi sembra ormai di non frequentare altro), la conversazione tra due signore che come me erano in attesa. Una volta si sarebbero immerse nella lettura, al più avrebbero commentato malignamente gli ultimi amori della Hunziker o la scollatura di qualche giornalista televisiva: invece, orfane delle riviste, stavano parlando delle trame del governo, della pandemia creata ad hoc per imbrigliarci tutti, del complotto dei vaccini. Non so se siano finite sugli ebrei perché nel frattempo era arrivato il mio turno. Sono uscito traumatizzato. Ho capito che ci stavamo davvero perdendo molto più di quel che temiamo, ma che il futuro, purtroppo, non ce lo siamo affatto perso. È quello e, a dispetto della rassicurante continuità delle beghe interne al PD, è già cominciato.

Primavere perdute 04

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