Ravioli d’agosto

agosto 2025

di Paolo Repetto, 6 febbraio 2026

Le date che compaiono in grassetto accanto o sotto i titoli delle ultime cose postate non sono evidentemente quelle di pubblicazione, ma quelle di composizione o di ideazione. Avevo in mente di raccogliere un po’ di pezzi “facili”, scritti con cadenza mensile, in un libretto-strenna per il trentennale dei Viandanti; poi naturalmente mi son fatto distrarre da sempre nuove “urgenze” e ho archiviato il progetto. Solo ora mi decido a ripescare i pezzi già scritti e a rimettere mano a quelli rimasti in sospeso, un po’ perché stento ormai a trovare argomenti sui quali non abbia già detto la mia e un po’ perché sono convinto che ai frequentatori di questo sito di tutto importi meno che dell’attualità.

Avrei dovuto registrare il dibattito che si è acceso un paio di sere prima di Ferragosto, davanti a un piatto di ravioli al sugo che si accompagnava a prosciutto e melone (accostamento che neppure la nouvelle cuisine avrebbe azzardato, un’aperta sfida ai canoni della dieta stagionalmente corretta). Su You Tube avrebbe potuto diventare virale.

Il luogo: casa mia, la sala da pranzo insonorizzata su tutti i lati dagli scaffali grondanti libri, a luci spente per evitare l’assalto delle zanzare (ciò che ha reso più appropriata l’atmosfera, perché nel buio le parole assumono un peso diverso: ma una videoregistrazione sarebbe venuta male). Il tempo: l’ennesima serata più calda della storia, con temperatura registrata di trentasei gradi e percepita di settantadue. I protagonisti: Nico e Beppe Rinaldi, viandanti honoris causa, più dediti a viaggiare col pensiero che con le gambe, e poi io, nell’inedito ruolo del moderatore, anche se in realtà non ho moderato un granché.

Ci si aspetterebbe che in una serata del genere il discorso scivoli stancamente su Sinner o sulle ennesime trovate dell’amministrazione alessandrina, oppure sui balletti mediatici di quella nazionale: al massimo su quanto sta accadendo a Gaza e in Ucraina, e sui due potenti del mondo che se la spassano in Alaska (scelta di location azzeccata, con queste temperature). Invece questi temi sono ignorati e si passa subito a parlare di cose serie.

Per giustificare questo reportage devo comunque fare una premessa. Ho coltivato a lungo l’ambiziosissimo progetto di immaginare una serie di incontri che avrebbero potuto verificarsi proprio in questa casa, nei primi decenni dell’800, tra i miei personaggi preferiti di quell’epoca, e che avrebbero senz’altro dato luogo a dialoghi interessantissimi. Il modello erano Le serate di Pietroburgo, di De Maistre. I protagonisti immaginati erano naturalmente Alexander von Humbold, Alexis de Tocqueville, Leopardi, Filippo Buonarroti. La difficoltà maggiore stava nel fatto che volevo pescare le voci dei protagonisti direttamente dai loro scritti: ciò che era fattibile ad esempio per Leopardi, compulsando l’indice per argomenti dello Zibaldone, ma riusciva difficilissimo per gli altri. Avevo anche accumulato molto materiale, prima di rendermi conto che una cosa del genere, per accedere ad un minimo di significatività, avrebbe richiesto il lavoro di una vita, e non era nelle mie corde. Oggi probabilmente facendo ricorso all’AI sarebbe fattibile: ma in questo modo non avrebbe più alcun senso (e comunque vai a sapere quante bufale ne verrebbero fuori).

Bene: almeno ho avuto una dimostrazione pratica di come avrebbero potuto svolgersi quei dialoghi, tra l’altro su un argomento che non sarebbe spiaciuto affatto ai convitati dei miei fantomatici incontri. Ed è stato divertente ascoltare i due che a notte già inoltrata proseguivano nella discussione, mentre scendevano le scale, e poi in cortile, mentre salivano in macchina. Mi ha divertito pensare che, una volta riapprodati in Alessandria, prima di accomiatarsi abbiano trascinato ancora per un pezzo la conversazione, si spera a motore spento. Senz’altro non l’hanno esaurita, perché il giorno seguente ho trovato sulla posta digitale da parte dell’uno e dell’altro le segnalazioni di articoli e di saggi sul tema.

Quanto a me, confesso che sono uscito dalla serata più confuso di prima (al contrario dei due, che sono entrambi praticamente astemi e non fumatori, io i vizi me li trascino dietro tutti, e qualche momento di defaillance lo pago) ma senz’altro anche più ricco. Almeno ora ho molte più ipotesi da mettere a confronto. Ed è questo, in fondo, che conta.

Dunque: l’oggetto iniziale del contendere è la “consistenza” o meno della realtà che ci circonda. Non ricordo come ci si sia arrivati, forse è stato Beppe ad accendere la miccia, dicendo che esistono teorie, non sproloqui da social ma robe con background scientifico, secondo le quali noi siamo solo una rappresentazione. Non sostiene abbiano una qualsivoglia credibilità, ma le butta sul piatto (nel frattempo svuotato) a testimonianza che lo stato attuale delle conoscenze in fondo non impedisce di elaborare le ipotesi più strampalate. Non l’avesse mai fatto: corazzato nel suo rigore scientifico Nico non vuole nemmeno sentirne parlare. E parte immediatamente a smontarle.

Ora, è chiaro che non ho memorizzato i dettagli del confronto, non ricordo neppure cosa ho detto io, e ho detto ben poco. Non posso fornirne un resoconto puntuale, neppure per sommi capi. La cosa è andata avanti sin oltre la mezzanotte, e almeno nel mio cervello hanno continuato ad accendersi delle luci, come quando si entra in ambienti con l’illuminazione automatica. Mi limito dunque a schematizzare le due posizioni (la terza, la mia, è stata quella, non troppo riuscita, di mediazione).

Il tema al quale si è ben presto approdati era in sostanza quello del libero arbitrio. Quanto siamo liberi nelle nostre scelte e quanto invece esse sono dettate da una determinazione naturale (e quindi non sono scelte). Molto ambizioso, ma anche molto coraggioso. Come a dire: parliamo di tutto.

Questo tutto è partito, come dicevo, dalla citazione da parte di Beppe di un testo di Lyotard (non so precisare quale) dove si parla di forme “instabili” della razionalità (in Italia Vattimo le ha definite “deboli”). In sostanza Lyotard dice che la modernità ha elaborato delle sintesi teoriche (lui le chiama meta-narrazioni) attraverso le quali verrebbe legittimato il modo di conoscenza “scientifico”. L’illuminismo lo ha fatto in funzione di un uso pratico del sapere, grosso modo identificabile con l’emancipazione e la libertà dei popoli; l’idealismo invece al fine di giustificare il valore delle scienze nell’ambito di una trattazione enciclopedica della vita dello Spirito: valore che si risolve in una conoscenza disinteressata e puramente speculativa che lo Spirito ha di se stesso. Il marxismo, che ha pescato dall’una e dall’altra filosofia, paga in fondo i fallimenti teorici di entrambe.

Quello che Lyotard dice, in sintesi, è che il modello di conoscenza “scientifico” non scaturisce da una configurazione razionale intrinseca al nostro apparato conoscitivo, ma è frutto di scelte ed esclusioni operate in funzione di specifici “progetti” di vita e di società. Ovvero: pensiamo in un certo modo perché questo modo è funzionale a certi scopi, e non perché sia il modo unico e giusto di pensare.

Si badi che Beppe non è un fan di Lyotard, al contrario, è ferocemente critico nei confronti di tutta la filosofia postmoderna. Ha usato Lyotard solo per dire che è possibile concepire forme di conoscenza che non siano puramente scientifiche, senza per questo scadere nella superstizione: e che questo è reso possibile dal fatto che la scienza in realtà non è ancora in grado di dare risposte a tutte le domande, e forse non lo sarà mai. In qualche misura, sia pure in negativo, e sia pure introducendo un fattore difficile da maneggiare come quello della casualità, questo apre un grosso spiraglio all’esistenza di un libero arbitrio.

Beppe insomma ha una formazione filosofica, sia pure sorretta da una forte attenzione al pensiero scientifico: e questo lo dispone ad una apertura alla “possibilità”. In più si appella alle leggi della meccanica quantistica che, al contrario di quelle della fisica classica, sono intrinsecamente probabilistiche, lasciano ampio spazio alla casualità.

Nico ha invece alle spalle una formazione eminentemente scientifica, ciò che lo dispone piuttosto a considerare il mondo sotto le specie della “necessità”. Gli articoli che mi ha trasmesso in visione già il giorno successivo sono tutti concentrati sul tema del libero arbitrio visto alla luce della fisica quantistica. E sembrano smentire quanto sopra.

Gira che ti rigira, oppone, noi abbiamo svariate possibilità e sfumature di scelta, ma queste possibilità e sfumature non sono infinite: hanno dei limiti “naturali”, dettati da una fisicità che non può essere travalicata se non sconfinando nella metafisica. Ogni nostro atto di “volontà” altro non è che la risposta ad uno stimolo fisico, che può essere immediato, venire direttamente dai nostri sensi (sia pure attraverso una rielaborazione in tempo reale da parte del nostro cervello), oppure mediato, scaturire cioè da una memoria accumulata a livello individuale o di specie.

In altre parole, la mia scelta è tale solo all’interno di un paniere di esperienze, personalmente fatte o geneticamente ereditate, che possono poi essere manipolate in funzione di certi scopi, ma certo non sono frutto di meta-narrazioni. Ciò che noi consideriamo scientificamente valido sono dei principi, delle leggi, delle formule, magari spesso applicati in maniera arbitraria, strumentale, funzionale ad un interesse o a uno scopo specifico, ma che hanno comunque una base, un’origine nelle esperienze “concrete” e misurabili che abbiamo del mondo.

Ad avvallare le proprie tesi Nico chiama in campo ad un certo punto Kant: e lì Beppe lo aspettava al varco. Studia Kant da una vita, può dirti cosa mangiava a colazione e a cena (anche perché Kant era metodico e abitudinario, mangiava sempre le stesse cose). Guarda – gli risponde – che Kant ammette che la conoscenza abbia inizio sempre con l’esperienza, ma insinua anche che non tutte le conoscenze debbano per forza scaturire da quest’ultima. E lo cita anche, non so se a memoria o a braccio, pescando dalla Critica della ragion pura.

Stiamo viaggiando insomma verso le famigerate conoscenze a priori, quelle pure, indipendenti da qualsiasi esperienza, che alla fin fine sono l’oggetto vero del contendere, nel senso che per l’uno sono in realtà determinate da una lunga storia evoluzionistica, e quindi il libero arbitrio è una bella locuzione ma un falso problema; mentre per l’altro lo spazio concesso dalla natura (o meglio, dalla conoscenza parziale che della natura noi possediamo) alla possibilità è talmente ampio da consentirci di supporne l’esistenza.

E qui penso di dovermi fermate, perché immagino abbiate già capito come ha funzionato la faccenda, e stiate meditando di soprassedere.

In effetti, riportato così, quanto è stato dibattuto quella sera può sembrare pallosissimo. Invece garantisco che si è trattato di un confronto avvincente, intanto per la caratura dei due contendenti, ma anche per la singolarità delle condizioni in cui si svolgeva. Per aria ronzavano le idee anziché le zanzare, stordite queste ultime dal peso delle argomentazioni; dalla strada i rumori arrivavano attutiti, sfiancati anch’essi dal caldo; nel quasi buio anche i dorsi dei libri che coprono per intero tre pareti tacevano. Sembrava esserci vita solo attorno a quel tavolo, e sono arrivato a pensare che fosse davvero così, che se qualcuno da un altro pianeta stesse captando i segni di attività cerebrale sulla terra avrebbe visto, nel microscopico puntino che ci localizzava, il tracciato grafico, per il resto totalmente piatto, impennarsi in frequenze e in ampiezze anomale.

Quanto ai contenuti, è evidente che non ho saltato soltanto un bel po’ di anelli, ma sono andato direttamente all’altro capo della catena. Chi fosse curioso di saperne di più può fare riferimento ai testi che i duellanti dell’altra sera hanno postato sul sito. Devo confessare che a me la discussione ha lasciato molti più dubbi che certezze, e questo è il miglior sintomo della sua positiva valenza. Ma soprattutto mi ha lasciato la gioia di aver assistito e in qualche misura partecipato a qualcosa di genuino, di sostanziale, a un confronto educatamente corretto, ciò che ultimamente capita assai di rado, e a cui la volgarità cafona e l’insulsaggine dei dibattiti televisivi ci hanno disabituati.

Non so quanto abbiano influito i ravioli (Nico probabilmente direbbe: molto), ma da come è andata sarei propenso a pensare che il libero arbitrio l’altra sera si sia davvero scatenato, e abbia avuto la meglio su tutte le determinazioni interne e le inferenze esterne che di solito gli impediscono di manifestarsi.

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