Perché capita

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2019

Giuro di non averci pensato affatto. È arrivato per vie traverse.
Quando si è trattato di raccogliere sotto un’unica titolazione i diversi pezzi scritti nell’ultimo anno mi è tornata in mente l’osservazione di un amico (quello solito), che mentre gli raccontavo delle recenti “folgorazioni” mi ha interrotto: “Possibile che queste cose capitino solo a te?” Preso così, in contropiede, nell’immediato non ho saputo rispondergli, perché in effetti si direbbe che io sia un catalizzatore di piccole epifanie, o almeno mi spacci per tale. Poi ho però realizzato che la domanda non era malevola, solo era posta in modo sbagliato. La risposta quindi è stata: “Non è che a me le cose capitino. Le faccio capitare”.
In realtà ho una vita abbastanza monotona, non pratico sport estremi, non corro appresso alle donne, non seguo gli eventi artistici, culturali o politici, e neppure quelli sportivi, non sono affiliato a chiese o a sette spiritiche: addirittura non gioco nemmeno a burraco o a poker e non compro i gratta e vinci. Insomma, non faccio proprio nulla che favorisca l’ingresso nella mia vita di qualcosa di insolito o di straordinario. Leggo, scrivo, frequento i mercatini e appena possibile lavoro in campagna. È in queste cose che cerco di giorno in giorno motivi per un nuovo entusiasmo, qualcosa che mi faccia desiderare la sera di rimetterci mano il mattino seguente. Senza affanni eccessivi: diciamo che lascio la porta sempre aperta, perché le cose passano lì davanti, e trovando aperto a volte entrano, anche senza essere invitate. È una disposizione congenita, l’ho ereditata forse da entrambi i genitori, ma l’ho coltivata poi di mio. Non conduce a nulla di pratico, non produce alcunché di tangibilmente utile, ma consente di viaggiare a un metro da terra come gli hovercraft. E non si rischia di cadere troppo dall’alto.
Ho deciso quindi di titolare la raccolta proprio “Càpita”, perché il lemma rimandava ad accadimenti così indefiniti da poter significare tutto e il contrario di tutto. Non mi convinceva molto (io do una grande importanza ai titoli), ma quando una cosa ti entra in testa è poi difficile sbarazzarsene. Il titolo è dunque rimasto quello, con tanto di accento sulla prima sillaba. *
E tuttavia, ripeto, non ero convinto. Ho continuato a considerarla per un pezzo una titolazione provvisoria: mi sembrava sin troppo anodina, priva di efficacia. Un titolo deve in qualche modo prima della lettura alludere ai contenuti, e dopo richiamarli. Una voce verbale poi, specie se intransitiva e coniugata in un modo che non sia l’infinito, e massime se indicante non un’azione compiuta ma una situazione subita, rimane assurdamente sospesa sul vuoto.
Fino a che mi è capitato (appunto!) di leggere la parola in latino. Del tutto casualmente, sostituendo per errore l’accento grave con un breve. Quando parlo di folgorazioni mi riferisco proprio a queste cose. Guardi qualcosa che hai costantemente sotto gli occhi e che avevi colto sempre sotto una determinata luce, e improvvisamente la illumini da una angolazione diversa, ne scopri altri usi, altre potenzialità. In questo caso è bastato passare da una lingua all’altra per sostantivare, e sostanziare, il significato: alla inconsistenza di una non-azione è subentrata la concretezza di oggetti, ruoli e condizioni.
Naturalmente il primo lampo di luce, la traslazione più immediata, è stata: ”teste”. Căput declinato al plurale era perfetto, a indicare tante teste, tante modalità di pensiero. Ma per sineddoche “căput” significa anche persona, individuo: quindi “căpita” mi rimanda a tanti individui, a una galleria di persone.
Una volta aperta la diga mentale non c’è stato più verso di fermare il flusso. “Căput” è per antonomasia il luogo dell’intelligenza, della razionalità: nel caso specifico da intendersi in contrapposizione alla “pancia”, luogo delle passioni irrazionali. Quindi “căpita” designa non solo delle persone, ma delle persone pensanti: il che di questi tempi restringe alquanto il campo degli interessati.
Ma non è finita. Lo stesso termine sta pure ad indicare l’ argomento principale, l’essenziale di un discorso (căput tuae litterae = il punto principale della tua lettera). Sottolinea la sostanza, in contrapposizione all’irrilevanza, alla chiacchera e al ciarpame dilaganti (căput est ad beate vivendum securitas = la condizione fondamentale per vivere felici è l’assenza di preoccupazioni). E poi, se riferito ad un monte ne designa la cima, la sommità, e di un fiume il punto di arrivo, lo sbocco, la foce: ma pure la sorgente, l’origine, il principio (ad extremi sacrum căput amnis = presso la sacra sorgente del fiume).
Non basta ancora: se riferito a un gruppo umano “căput” assume il significato di guida, di comandante. Potevo farmelo mancare, sia pure al plurale? In un libro indica invece un capitolo, un paragrafo. Nel nostro caso “càpita” davvero a fagiolo, ad indicare che si tratta di tanti capitoli diversi.
E infine, ciliegina finale sulla torta, c’è il “căpite censeri”: essere registrato solo come persona, ovvero non possedere beni, essere proletario. I “căpite censi” erano per l’appunto i proletari. Visto che sono spariti, o almeno non se ne parla più (sono stati sostituiti da cinque milioni di ‘poveri’), riesumo anche questo significato collaterale, aggiornandolo magari a “quelli che vivono (o hanno vissuto) del loro lavoro”. Altra categoria in forte contrazione.
Tutto questo accade perché ho letto la parola in latino. Ho lasciato la porta aperta, e quando ha chiesto di entrare ero pronto ad accoglierla, e ho potuto dialogare con lei. Il che mi scatena una ridda di ulteriori riflessioni, che riassumo misericordiosamente in un căput, appunto: nessun sovranista o populista o pentastellato, militante, simpatizzante o anche semplicemente ammiccante, farà mai una cosa del genere. E non per ignoranza del latino, che può essere solo una condizione accidentale, ma per una chiusura miope e rancorosa, che è invece un atteggiamento congenito, nei confronti delle opportunità offerte (ma non regalate) dalla vita.
Sto chiedendomi se un titolo tanto ricco non sia sprecato per una raccolta di scritti così limitata. Dovrei usarla come titolazione per la mia opera omnia.
E parlano di lingue morte.

* La visualizzazione grafica dell’accento su càpita è tassativamente contemplata dal Vocabolario Treccani della Lingua Italiana. Questo per tacitare preventivamente eventuali neo-pedanti, allineati sul versante della “semplificazione” linguistica. Si comincia sempre così, eliminando gli accenti e le sfumature, e si finisce per eliminare la parola, e magari anche chi la pronuncia. Orwell docet.


 

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