Si, viaggiare!

di Paolo Repetto, aprile 2010, da In Novitate

Queste pagine di coda di INJ rischiano di trasformarsi in una rubrica fissa. Non sarebbe neppure una cattiva idea, a patto che non debba essere sempre io a riempirle e che vengano utilizzate per trasmettere un po’ di ottimismo – quello salutarmene critico, non quello acriticamente idiota – rispetto allo svaccamento generalizzato in corso. Abbiamo un gran bisogno di buone notizie, di piccole “scosse” culturali (non di “eventi”) che rompano il tracciato piatto dell’elettroencefalogramma collettivo.

Questa volta la segnalazione positiva riguarda la Biblioteca Civica di Novi Ligure. Nella seconda metà di ottobre, nell’ambito di “Librin-Mostra”, la biblioteca ha organizzato una serie di incontri dedicati al viaggio e alla letteratura di viaggio. La notizia è doppiamente buona, perché conferma la vocazione propositiva di questa istituzione ma soprattutto perché ci dice dell’interesse intelligente per un tema che si presta in genere ad uno sfruttamento ben diverso. Nel corso degli incontri novesi si è viaggiato da Dante a Pavese, da Salgari a London, a piedi, in barca e in bicicletta, in compagnia di esperti o di dilettanti della letteratura e della storia odeporica. Si è parlato di viaggio metaforico, di viaggio immaginario, di viaggio scientifico, di come e quando e quanto viaggiare, e del perché. Ce n’era per tutti i gusti. E tutto ha funzionato bene.

O quasi.

Lo so. Sono incontentabile. E quindi sento di dover fare qualche considerazione sulla perfettibilità dell’iniziativa, fermo restando il suo successo. Magari partendo dal fondo, dai destinatari. Gli incontri sono stati organizzati pensando principalmente ad un pubblico di studenti. E si è ritenuto, con molto coraggio, di proporre una fruizione “libera”; per intenderci, niente classi spostate come mandrie e usate per fare numero, solo studenti motivati da un genuino interesse o da semplice curiosità, debitamente autorizzati e giustificati dalle scuole di appartenenza. Pochi, insomma, ma buoni. Sotto questo profilo però le cose non sono andate come avrebbero dovuto, o potuto. Il pubblico non è mancato, ma non era esattamente quello che ci si attendeva. Come mai? Scarsa motivazione? Mi permetto di avere qualche dubbio; dove l’iniziativa è stata propagandata e spiegata a dovere le adesioni sono fioccate spontanee, e che fossero davvero tali lo dimostra la partecipazione agli incontri fissati in orario non curricolare. Credo invece che abbiano giocato contro, tra le altre cose, le resistenze più o meno esplicite di parte del corpo insegnante. Di fronte a proposte come queste c’è sempre chi ha paura che i ragazzi “perdano delle ore”, e di non riuscire a “portare a termine il programma”. Sacrosanti timori, che inducono però qualche riflessione. Intanto: cos’è un programma? Ha qualcosa a che vedere con l’esistenza concreta degli studenti, e quindi ci piaccia o no va rapportato, parametrato sulle loro capacità reali e sulle loro attese, oppure è un’entità trascendentale, una e immutabile, della quale il docente è ministro terreno? Il disgraziato che si perde la pace di Aquisgrana o il correlativo oggettivo, avrà una vita segnata dall’ignominia?

E poi: abbiamo un’idea di cosa siamo davvero tenuti ad offrire a questi ragazzi? Non ha forse una sufficiente valenza educativa far sapere loro che tra il deserto cerebrale del “Grande fratello” e la fisica del neutrino c’è un’ampia terra di mezzo, e che la possono esplorare, magari anche abitare? È chiaro che questo impone di vagliare ciò che viene proposto, di nuotare tra la schiuma delle “offerte culturali speciali” che investono quotidianamente la scuola e riversano su questi poveracci le iniziative più peregrine: ma appunto, è necessario farsi anche un po’ coinvolgere, mettersi in gioco, inventare di volta in volta il programma e riadattarlo costantemente. È certamente più impegnativo che non riproporre anno dopo anno la stessa scansione liturgica dei tempi e gli stessi argomenti, o addirittura le stesse verifiche. Ma forse chi non si riesce fare a meno di certi rituali avrebbe dovuto intraprendere un’altra carriera.

Il secondo punto di riflessione concerne invece le modalità dell’offerta. Si può fare meglio, anche se molto è già stato fatto. Per capire di cosa parlo è necessario risalire un po’ a monte. Le conferenze sul viaggio avevano in origine una diversa destinazione. Dovevano rientrare nell’ambito di un convegno di studi, una o due giornate di confronto su un tema sviluppato da diverse angolazioni. Si sa come funziona un convegno: si susseguono in tempi stretti più relatori, si fa la pausa con l’assalto al buffet, si ricomincia nel pomeriggio e si tira sino a tardi, magari per più giorni. Uno sceglie le cose che lo interessano, segue quelle, poi esce a farsi due passi, fuma una sigaretta, prende il caffè e rientra. Se non è inchiodato al tavolo dei relatori se la cava senza eccessive sofferenze. Nel nostro caso si è deciso, a giochi già iniziati, di cambiare il target, come si dice oggi, di provare ad allargare il campo di utenza distribuendo in più giorni gli interventi e riformulandoli ad uso di un pubblico di non addetti ai lavori. È rimasto però intatto lo schema che prevedeva più relatori in successione, con il risultato di tempi troppo brevi per ciascun relatore e di blocchi frontali di tre o quattro ore per gli studenti. Per fortuna non ci sono stati svenimenti in sala, i ragazzi hanno retto sin troppo bene, ma è chiaro che è stato chiesto loro troppo. Non occorre essere tabagisti come me per provare, dopo un’ora di conferenza, la sindrome da sedia scomoda e l’irrefrenabile impulso a catapultarsi fuori, ci fosse anche Benigni a raccontarti il viaggio di Colombo. Per il futuro dovremo tenere maggiormente conto del fatto che la soglia di attenzione dei giovani, così come la nostra, si è di molto abbassata, e che tempi superiori all’ora sono difficilmente sostenibili.

Ma non è tutto. Dobbiamo anche prendere atto che le modalità della fruizione sono notevolmente cambiate, che questi ragazzi sono abituati, quando va bene, ad una informazione culturale sul modello di “Atlantide”, per citarne uno positivo, quindi ad una “spettacolarizzazione” del racconto. Ora, non si tratta qui di mettersi in competizione con i mezzi di comunicazione di massa, di giocare sul loro terreno, perché in questo caso saremmo battuti in partenza, ma di cercare di piegare al nostro fine, per quel che è possibile, i loro trucchi. In termini pratici significa, ad esempio, ricorrere alle immagini per dare corpo concreto e supportare visivamente i concetti, a slides riassuntive per evidenziare i nodi della trattazione, a strutture espositive aperte che consentano ai ragazzi stessi di inserirsi e suggeriscano loro direzioni di ricerca molteplici. Farlo diventare insomma un gioco nel quale tutti possono sentirsi attori. Capisco che detto così sembri il format di “Amici”, ma è un’altra cosa.

Una terza riflessione nasce invece dallo specifico del tema trattato, quello del viaggio. Con tutto quello che di tremendo ci circonda, con tutti i guai e i problemi che ci angustiano, la fame per un buon terzo dell’umanità e l’effetto serra per tutta, il terrorismo, le guerre, il razzismo strisciante, per non parlare di quelli propri del nostro paese, la maleducazione che imperversa, l’arroganza e la pochezza del potere, con tutte queste urgenze ed emergenze che ci rimbalzano sul piatto ogni sera all’ora di cena, ha senso parlare ai ragazzi del viaggio? Verrebbe da rispondere con un’altra domanda: ha senso mettere in piedi carrozzoni sulla cittadinanza attiva e consapevole e sull’educazione alla legalità, quando è poi sufficiente un qualsiasi telegiornale o dibattito televisivo a mostrare loro come funzionano realmente le cose e da chi sono rappresentate e incarnate le nostre istituzioni? Ma sarebbe troppo facile.

Parlare del viaggio ha un senso, di qualunque viaggio si parli, perché si parla quantomeno di un segnale positivo di vita. Si viaggia alla ricerca di qualcosa, o in fuga da qualcosa: si viaggia quando non ci basta ciò che abbiamo, siano ricchezze o conoscenze, o non si sopporta la condizione in cui viviamo. Quando si è capaci di curiosità e di desiderio, e prima ancora di speranza. Parlare del viaggio significa quindi trasmettere un po’ di quella voglia di utopia che abbiamo frettolosamente azzerato e sostituito con una desolante realtà virtuale. E poi, gli orizzonti verso i quali si possono indirizzare gli sguardi e le menti sono infiniti. A volte non è nemmeno il caso di muoversi, per viaggiare: lo spostamento non avviene solo nella dimensione spaziale. C’è anche il tempo: si può zigzagare a ritroso sui libri, per capire qualcosa di ciò che siamo, e del perché siamo così, e di come potremmo essere. Magari si ha l’impressione che ai ragazzi non possa fregare di meno: ma è un’impressione che si presta un po’ troppo a creare facili alibi, dietro i quali trincerare la nostra indolenza e la nostra incapacità di proporre delle alternative al nulla, e prima ancora di perseguirle.

Due righe infine sul tema trattato nell’occasione dal sottoscritto, quello del viaggio scientifico. Non mi illudo che dei ragazzi tra i sedici e i diciotto anni, svezzati a botte di “X factor”, possano entusiasmarsi alle vicende di Alexander von Humboldt, di Darwin o di Cook, soprattutto se vengono loro ammannite come le portate di un banchetto ufficiale del sapere. Ma penso che se i loro viaggi vengono proposti come metafora di un modo di concepire la vita, di una curiosità onnivora di conoscenza che non ti fa considerare mai sazio, del piacere di conquistarsi questa conoscenza con un po’ di fatica, e se si riesce a far avvertire che in questo modello almeno un po’ ci si credi, beh, qualcuno potrebbe anche esserne intrigato. E allora, vale la pena.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Viaggi, scalate, esplorazioni

di Paolo Repetto, 2005, estratto da Elisa nella stanza delle meraviglie

Con storie di vagabondaggi abbiamo salutato (come sarebbe a dire, finalmente!?) sia la narrativa moderna che quella classica: con la letteratura di viaggio approdiamo all’unico settore della mia biblioteca che nutre ambizioni specialistiche. Per seguirmi non devi nemmeno cambiare posizione, puoi rimanere spaparanzata sul divano, perché guardiamo sempre alla parete di fondo. Questo settore ne riempie tutta la metà di destra, e occupa al momento sedici ripiani; ma se aggiungiamo il comparto alpinistico si arriva a venti. Qualcosa tra gli otto e i novecento volumi. Non svenire, prometto di essere breve. Consentimi solo qualche considerazione.

Una raccolta di tali dimensioni parrebbe suggerire l’immagine di un appassionato viaggiatore, carico di chilometri, di esperienze agli antipodi e magari di diapositive. Invece, come ti ho già detto, non sono nulla di tutto questo. Naturalmente anch’io mi sono mosso un po’, almeno in gioventù, sperimentando diversi modi di spostamento (soprattutto i più economici): ho vissuto letteralmente il mio “Senza un soldo a Parigi e a Londra”, ho navigato come mozzo, ho percorso a piedi la Corsica, mezza Italia e la Foresta Nera, ma tutto questo in maniera sempre episodica, con il tempo alla gola. Se volessi cercare degli alibi potrei accampare proprio la mancanza di tempo, la perenne urgenza dei lavori in campagna, nei periodi liberi dalla scuola, e la precocità dei miei impegni familiari. Potrei trovare un sacco di scuse.

Ma non mi sembra il caso: probabilmente ho viaggiato poco perché non ne avevo poi un così gran desiderio, o almeno non avevo voglia di muovermi alla maniera che mi sarebbe stata consentita, che era quella di un turismo veloce. Inoltre mi sono reso conto molto presto che nei viaggi cercavo piuttosto la conferma delle cose lette che non la scoperta di ciò che non conoscevo (e raramente la trovavo). Non ero del tutto libero, perché facevo in fondo dei viaggi di verifica, e allora tanto valeva inseguire libertà e soddisfazione sulla carta.

Con l’età sono diventato sempre più sedentario. A differenza dell’Ariosto non penso di aver già visto mondo a sufficienza; al contrario, ritengo di averne visto pochissimo. Ma credo che riuscirei a vederne poco anche se mi dedicassi d’ora in poi ad una vita errabonda, oppure che incontrerei ormai più o meno le stesse cose dovunque. Magari è solo la sindrome della volpe e dell’uva, ma arrivo persino a pensare che chi sente tutto questo bisogno di muoversi in lungo e in largo molto spesso stia solo cercando rassicurazioni – o giustificazioni – dell’essere vivo, abbia bisogno del vento in faccia per tenersi sveglio. Una cosa tipo “mi sposto, dunque esisto”. Ora, io non credo che lo spostamento sia indispensabile né al “vivere” né al “vedere”, se non in relazione alla quantità: chi ha girato tutti e cinque i continenti è probabile non abbia mai esplorato le colline dietro casa, non ne avrebbe avuto materialmente il tempo, e chi ha visto moltissime foreste difficilmente ha veduto crescere un albero. È questione di gusti. Il risultato è comunque che, in sintonia stavolta con l’Ariosto, anch’io preferisco viaggiare sulle carte, perché questo mi consente di scegliere e di muovermi nel tempo, oltre che nello spazio.

Se mi sono mosso poco ho in compenso riflettuto parecchio sul perché e sul come gli uomini viaggiano, e soprattutto su cosa li induce a raccontare i loro viaggi. Ho anche scritto un po’ di cose in proposito; per saperne di più potrai eventualmente leggerle. Qui ci occuperemo solo dei libri che hai di fronte, e per quanto ci sarà consentito dal numero e dalla varietà vedremo anche di non dilungarci troppo.

Questi scaffali raccolgono grosso modo ciò che di significativo è stato pubblicato negli ultimi trent’anni, oltre a quello che ho recuperato con una caccia serrata sulle bancarelle e nelle librerie antiquarie. Ti confesso che ultimamente l’impegno è diventato oneroso, anche finanziariamente, perché la letteratura di viaggio sta conoscendo un vero e proprio boom. Non era così fino a una ventina d’anni fa; i libri di viaggio non tiravano, e anche le opere più classiche erano rintracciabili solo in edizioni piuttosto vecchie. Poi è arrivato il successo di Chatwin, e la situazione è decisamente cambiata. Oggi rischiamo addirittura l’inflazione, con una conseguente caduta di valore di quello che circola.

Il tema del viaggio naturalmente non è affatto nuovo, anzi, è antico come la letteratura stessa. Lo ritrovi in tutte le epopee. È naturale che sia così: da un lato testimonia la memoria dei popoli per una primordiale condizione nomade, dall’altro si presta a diventare metafora dell’iniziazione alla vita o della vita stessa. Inoltre è un argomento che offre gli spunti narrativi ideali, perché determina le condizioni migliori per l’avventura e per il confronto con luoghi, usanze e persone diversi.

Ciò che ho raccolto in questo settore non concerne tuttavia il viaggio come tematica letteraria, ma la letteratura di viaggio, ovvero tutta quella produzione in cui il viaggio non è un pretesto narrativo, ma l’oggetto vero e proprio della narrazione. Per la collocazione ho adottato un criterio arbitrario, che garantisce tuttavia un certo ordine. In linea di massima ho distinto quattro sottosezioni: storia materiale e psicologica del viaggio (studi su modalità, motivazioni e simbolismo del viaggiare); storia generale delle esplorazioni; resoconti o diari di viaggio di esploratori o scienziati: resoconti o diari di viaggi a fini culturali, esotici, turistici.

Da cosa è giustificato questo cumulo di libri? Al solito: da una passione degenerata in mania. Per farla breve, la curiosità per i racconti di viaggio l’ho sempre avuta; è nata da un libro su Magellano e da un film favoloso, “I due capitani”, sulla spedizione di Lewis e Clark lungo il Missouri, si è consolidata nella prima giovinezza in compagnia del “Kon-Tiki” di Heyerdhal e di “I fiumi scendevano a oriente”, e da lì si è poi riversata su ogni tipo di esplorazione. La bibliomania specifica è esplosa però più tardi, quando per scrivere un breve saggio sulle scoperte geografiche tra Quattro e Cinquecento ho letto un sacco di studi in proposito, e ho cominciato ad essere attratto dalle fonti di prima mano, dai diari e dalle relazioni di viaggio – compresi quelli verso paesi immaginari, verso i luoghi geografici dell’Utopia. Solo dopo l’incontro con Alexander von Humboldt, comunque, il tutto ha cominciato ad assumere connotati maniacali.

Posso risparmiarti il resto, ma non Humboldt. D’altro canto, tu stessa hai già cominciato a farmi domande, quando tentavi di leggere quegli strani titoli in caratteri gotici che occupano un intero ripiano. Quelli sono i libri di e su Alexander von Humboldt, lo scienziato universale. Figurati che io l’ho scoperto come alpinista. Leggo di un tizio che alla fine del ‘700, nel corso di una traversata verso l’America fa tappa per tre o quattro giorni alle Canarie, vede il Pic de Tenerife, che non è esattamente una collina, sono tremilasettecento e passa metri, e decide di andare a dare un’occhiata di lassù. Così com’è, prende su e sale e scende in un giorno e mezzo: e quando poi lo racconta nel suo diario dice che ha misurato il cratere sommitale e analizzato i gas, e che si, in effetti tirava un po’ di vento e faceva freddino. L’ho capito subito che era il mio uomo. Quel viaggio in America doveva rivelarsi un’avventura scientifico-esplorativa entusiasmante, durata cinque anni, nel corso dei quali Humboldt ha girato a piedi, a dorso di mulo o in barca mezzo continente sudamericano, ha fatto rilevamenti mineralogici, botanici, meteorologici, topografici, tutto quel che era possibile fare con le strumentazioni dell’epoca, ha salito il Chimborazo, arrivando a 5900 metri, la massima altitudine raggiunta da un uomo ai suoi tempi e per quasi tutto il secolo successivo, ha studiato e criticato i sistemi economici, politici e sociali delle colonie spagnole. Dopo il suo ritorno ha vissuto ancora sessant’anni, facendo altri viaggi, riorganizzando la cultura tedesca, teorizzando un rapporto con la natura, di conoscenza e conseguentemente di rispetto, che ne fa il primo genuino ecologista in assoluto. Oggi non lo ricorda quasi nessuno, persino in Germania le sue opere sono praticamente introvabili, e quando le ho richieste ad un libraio di quelli autentici, ad Amburgo, si è commosso: ero il primo da anni che chiedeva quei titoli, e per giunta un italiano che non parlava il tedesco (ma si riprometteva di impararlo al più presto).

L’opera di Humboldt è immensa, ciò che vedi lì è quanto ho raccolto in trent’anni – compresa una prima edizione tedesca (1847) di un volume del “Cosmos”, portata via per dieci marchi in una libreria dell’usato a Costanza –, ma il solo epistolario riempirebbe venticinque o trenta tomi. Sono edizioni francesi e tedesche, persino una americana, oltre a quel poco che è uscito in italiano, e uno dei compiti che mi sono prefisso per la tarda maturità è proprio la prima traduzione italiana del “Cosmos” (per allora avrò imparato il tedesco, ma in realtà Humboldt stesso curò la stesura e la traduzione della versione francese, quindi potrò far base su quella).

Del valore dello scienziato, e del perché, dopo essere stato considerato (da Goethe!) lo studioso più colto e intelligente della sua epoca, sia stato così incredibilmente rimosso, non è qui luogo di parlare. Voglio aggiungere invece qualcosa dell’uomo, per aiutarti a capire questa monomania. Humboldt ha viaggiato per quattro anni in zone paludose, infestate di zanzare, di insetti e parassiti di ogni tipo, di sanguisughe e serpenti, ha traversato tutta la fascia equatoriale sudamericana, è salito sulle Ande, ha mangiato e bevuto quello che il convento passava, e non è mai stato male, non si è messo in mutua un solo giorno. Non ha lamentato un raffreddore, un mal di schiena, un’infezione, niente: una salute di ferro, a qualsiasi latitudine e altitudine. Il suo compagno, il pittore Bompland, che era un essere umano, e ogni tanto si ammalava, deve averlo anche odiato: quando si ritrovava talmente spossato da aver bisogno di qualche giorno o settimana di pausa l’altro ne approfittava per battere un po’ la zona e andare a cacciare il naso su qualche monte o nelle foreste o lagune circostanti. Indistruttibile, un caterpillar. Ma tutto questo non era solo frutto di una condizione fisica strepitosa, era anche il risultato di una determinazione e di un entusiasmo incredibili: Humboldt aveva sempre troppo da fare per ammalarsi, lo aspettavano ogni giorno nuove misurazioni, scoperte, problemi geografici, incontri ecc… E quell’entusiasmo della conoscenza lo ritrovi nelle sue relazioni: fa le cose più incredibili, come quando sale sul Chimborazo, sta compiendo un’impresa sportiva eccezionale, e desiste a un centinaio di metri dalla vetta solo perché gli altri, le guide locali per prime, sono distrutti e congelati, e rifiutano di proseguire di fronte all’ennesimo crepaccio, e racconta il tutto in otto righe commentando: “Peccato, ci tenevo a misurare lassù la pressione dell’aria!

Humboldt era omosessuale, dicono. Sottolineo “dicono” perché a quell’epoca non si andavano a esibire le proprie preferenze sessuali in televisione, non se ne faceva spettacolo, soprattutto se erano un po’ fuori della norma, e nella fattispecie il nostro eroe era persona riservatissima, che non ha mai dato adito a pettegolezzi. E comunque, di per sé sarebbero stati un po’ fatti suoi. Lo rilevo invece come un dato statistico, come potrebbe essere il colore degli occhi o la statura, che diventa significativo quando ti accorgi che tale condizione era condivisa da almeno l’ottanta per cento dei grandi esploratori, soprattutto quelli tedeschi e inglesi dell’800. Allora ti viene da fare un ragionamento, ti chiedi se non ci sia qualche rapporto tra un disagio esistenziale, perché all’epoca dichiararsi omosessuali o comportarsi come tali significava essere messi al bando dalla società, e la spinta a lasciare il proprio paese, a volgere le spalle ad una cultura rigida e sessuofoba, per cercare nuovi lidi dove respirare più liberamente ed essere se stessi senza vergogna. È evidente che il legame tra le due cose c’è, e vale anche per le numerose figure di donne esploratrici, omo o eterosessuali che fossero, anch’esse alla ricerca di luoghi e situazioni nei quali lasciare finalmente briglia sciolta alla propria natura. È altrettanto significativo che questi personaggi arrivassero nella stragrande maggioranza da paesi luterani o puritani, nei quali vigeva una pressione morale fortissima, mentre erano pochissimi quelli provenienti dai paesi cattolici, dove i costumi erano decisamente più rilassati.

Ho fatto questa digressione, toccando un tema delicato, perché ho notato che ultimamente tiri spesso il discorso sui gay, e temo che l’impatto televisivo finisca per confonderti non poco le idee. Allora, Humboldt era probabilmente un gay, ma era prima di tutto un grande scienziato, che aveva come unico scopo quello di condividere il più possibile le sue conoscenze e le sue intuizioni, senza gelosie e senza rivalità, era un nobile prussiano che detestava l’assolutismo ed esaltava i sistemi democratici, era un bianco che si indignava di fronte al sistema schiavistico e considerava assurda ogni teoria razziale, era un uomo temprato fisicamente, psicologicamente ed eticamente da una inossidabile volontà di sapere. Queste sono le caratteristiche sulle quali si misura un “ essere umano” vero, uomo o donna che sia, e non le sue preferenze per la carne o le verdure o per il mare o la montagna. Chiaro? E lascia perdere per favore i buffoni televisivi, di ogni sesso e categoria.

Sotto il ripiano dedicato ad Humboldt c’è il settore della storia delle esplorazioni, nel quale campeggiano i cinque enormi tomi bianchi, elegantissimi, delle “Esplorazioni e Viaggi” di Giovabattista Ramusio. Devi sapere che quell’opera, compilata verso la fine del ‘500 raccogliendo tutti i resoconti delle spedizioni esplorative da Colombo in avanti, è per gli studiosi e gli appassionati dell’argomento una sorta di Bibbia, ed è rimasta a lungo per me un sogno proibito, dato il costo, soprattutto quando ne avevo realmente bisogno per i miei lavori di storia. Ne sono invece entrato in possesso solo recentemente, grazie ad un colpo fortunato (si fa per dire: anche ad un quarto del prezzo è già un bel investimento). Ho impiegato due giorni a decidere come collocare i volumi, per dare loro la giusta visibilità, e una volta soddisfatto della collocazione non li ho più aperti.

Ho notato con piacere che sei curiosa e ardimentosa, ed esplorare ti piace: tuttavia non mi spingo fino a sperare che avrai interesse anche per le esplorazioni altrui. Se invece così fosse, su questi scaffali trovi praticamente tutto, dai viaggi dei Fenici alla conquista dei poli, passando, per le Americhe, l’Asia, l’Africa e l’Oceania. Ti do un unico suggerimento, per evitare inutili elenchi di titoli: leggiti comunque, esploratrice o no, “Derzu Uzala” e dopo, ma solo dopo, vediti anche il film che ne è stato tratto. Me ne sarai grata.

Qualche dubbio ce l’ho anche su una possibile tua frequentazione dei ripiani più bassi, quelli dedicati alla letteratura alpinistica. Come si affrettano a puntualizzare gli esperti del settore, non esiste una letteratura dell’alpinismo: esistono resoconti di ascensioni, di successi e di fallimenti, sovente di tragedie. Ma io, come avrai ben capito, non ho molto rispetto per i “generi” letterari, classifico un libro in base al fatto che sia scritto bene o meno, che mi abbia spinto ad arrivare sino in fondo o no. Bene, esistono degli alpinisti che sanno scrivere e dei libri di alpinismo che ti affascinano letteralmente. È evidente che occorre essere almeno un po’ in sintonia con quello spirito particolare, e questo può accadere anche a chi, come me, ha avuto con la pratica alpinistica un rapporto sempre irrisolto e saltuario.

L’unico libro che ti segnalo in questo settore è fondamentale proprio per capire qualcosa di “quello spirito”. Si tratta di “Come le montagne conquistarono gli uomini”, di Robert McFarlane, recentissimo. Spiega come abbia potuto accadere che luoghi considerati sino a tre secoli fa inaccessibili, maledetti e assolutamente privi di interesse siano diventati poco alla volta l’oggetto del desiderio di un sacco di fanatici, disposti a rischiare la pelle e a patire i disagi più impensabili pur di cavalcare una vetta per pochi minuti. È uno dei famosi tre o quattro libri che avrei voluto scrivere io, e che sono contento abbia scritto un altro, perché l’ha fatto senz’altro meglio. Con il pregio ulteriore della giovanissima età dell’autore, una di quelle cose che impediscono ogni tanto di pensare che sia già in atto l’involuzione della specie umana. Se questo libro dovesse piacerti, credo che finiresti per divorare anche tutti gli altri.

Mi concedo ancora una segnalazione, ma questa non è per te: o meglio, spero magari che possa esserlo, ma la considero anzitutto doverosa per me, perché riguarda un uomo che mi ha colpito non tanto per i meriti alpinistici quanto per la statura etica. Si tratta di Ettore Castiglioni, uno dei più forti arrampicatori italiani tra le due guerre e un antifascista convinto – cosa abbastanza insolita nell’ambiente, in quel periodo. Qui trovi il suo diario, “I giorni delle Mesules”, ma la sua vicenda è magistralmente raccontata da Marco Ferrari ne “Il vuoto dietro le spalle”. Castiglioni è morto in montagna, come gran parte degli autori e dei protagonisti dei libri che vedi qui, ma non nel corso di un’ascensione, bensì durante un tentativo di fuga. Durante l’ultima guerra usava la propria esperienza di alpinista per far espatriare in Svizzera attraverso le montagne resistenti, perseguitati ed ebrei. Arrestato per l’ennesima volta dagli svizzeri e destinato ad un campo di concentramento, fuggì di notte, durante una tempesta di neve, senza abiti e senza scarpe, infagottato in una coperta e coi piedi fasciati da stracci. Lo hanno ritrovato tre mesi dopo, a primavera, rannicchiato sotto una roccia a tremila metri.

Approdiamo infine alla sezione del viaggio puro e semplice (culturale, turistico, di migrazione, ecc…), che occupa entrambi gli scaffali alla sinistra di Humboldt. Visto che si è parlato in precedenza del rapporto tra viaggio e “diversità” ti cito almeno altri due casi, inglesi questa volta. Il primo è quello di Chatwin. Lo abbiamo già incontrato tra i narratori, ma Chatwin è famoso soprattutto per i suoi libri di viaggio, “In Patagonia”, “Le vie dei canti”, “Che ci faccio qui?” e “Anatomia dell’irrequietezza”. Anzi, è lo scrittore di viaggio per eccellenza del secondo e forse di tutto il Novecento, quello che ha dato il via alla moda di cui ti ho già parlato ed è divenuto oggetto di un vero e proprio culto, favorito anche dalla morte precoce. Come tutti i culti, anche quello di Chatwin ha avuto una forte ricaduta consumistica. La Patagonia è diventata una meta turistica quasi di massa, almeno a livello di viaggiatori “culturalmente motivati”; e l’azienda che produce le “Moleskine”, gli imprescindibili taccuini dalla copertina nera sui quali il nostro annotava le impressioni di viaggio, sta diventando un colosso, dopo che a metà degli anni sessanta aveva addirittura chiuso i battenti. Paradossalmente come viaggiatore Chatwin non doveva essere granché, a giudicare almeno dalle testimonianze dei suoi occasionali compagni: ma sa vendere bene la sua merce, costruisce il suo racconto con ingredienti raffinati ma adatti anche al palato di un pubblico più vasto. Insomma, un po’ di new age, un pizzico di snobismo, un understatement da inglese alla Kipling: oltre, naturalmente, ad una classe indubbia. Leggilo, appena potrai, e ti piacerà: ma non pensare di capire qualcosa dei luoghi di cui parla. In effetti parla solo di sé.

Se invece cerchi uno sguardo da vero viaggiatore, anzi, in questo caso da viaggiatrice, devi rivolgerti a “Il più personale dei piaceri” di Vita Sackville-West. La Sackville-West è uno stravagante personaggio della cultura inglese del primo Novecento, romanziera in proprio ma soprattutto amica di Virginia Woolf e di tutti quelli che contavano nella cerchia artistico-letteraria. Ha viaggiato in Iran e in Afganistan a più riprese, senza la pretesa di scoprire e di rivelare alcunché di nuovo. Racconta semplicemente quello che vede, tenendosi fuori il più possibile dal quadro, e questo è già un grande merito, perché la maggior parte degli scrittori di viaggio, Chatwin in testa, tendono a muoversi in primo piano.

Mi azzardo a pensare che esista un particolare sguardo al femminile, perché la stessa attitudine l’ho trovata nelle altre viaggiatrici, da Margaret Fountaine a Freya Stark, dalla Swarzenbach ad Ella Maillart. A contatto con culture che appaiono ancor più “maschiliste” di quella occidentale la viaggiatrice sente più forte la sua estraneità, sa di essere un’intrusa, quindi si tiene in disparte e guarda: il viaggiatore tende invece a voler partecipare ed interagire. Il che, mi accorgo, fa un po’ a pugni con le considerazioni sulla “diversità” dei viaggiatori: ma non vorremo star qui a complicarci troppo la vita.

Per quanto concerne il nostro scopo, ovvero darti un’idea di ciò che trovi qui, possiamo anzi semplificarla. Diciamo che Chatwin getta una specie di ponte tra due epoche, tra due tipologie di scrittori di viaggio. Da un lato è l’epigono di una tradizione di grandi esploratori, tipo Wilfred Thesiger (“Sabbie arabe”), Charles Dougty (“Arabia deserta”), Theodor Monod (“Il viaggiatore delle dune”) e Sven Hedin (“Il lago errante”), o di “viaggiatori raffinati”, come Robert Byron (“La via per l’Oxiana”); dall’altro interpreta quel cambiamento che la scrittura di viaggio ha subito nell’ultimo quarto del secolo scorso, per adeguarsi al nuovo modello di mondo globalizzato. A partire dagli anni settanta l’attitudine del viaggiatore è radicalmente mutata. Non è rimasto angolo della terra o recesso marino che non sia stato frugato, scandagliato e riversato in mille documentari. Il viaggio è diventato professione, funzionale allo scriverci su libri o reportage o a girare video, per accontentare un mercato sempre più affamato e sempre più onnivoro. Ed è diverso proprio ciò a cui si guarda. Prima veniva privilegiata la sopravvivenza dell’antico, del tradizionale, oggi è messa a fuoco soprattutto l’irruzione del nuovo. È sufficiente confrontare Chatwin con quello che è unanimemente considerato il suo successore, William Dalrymple, o con Colin Thubron, per accorgersene. Nei diari di questi ultimi dall’India, dal Medio Oriente, dalla Cina o dalla Siberia viene fuori soprattutto l’immagine minacciosa di ciò che incombe, e non quella rassicurante di ciò che sopravvive.

Non vorrei tuttavia farti pensare che i resoconti di viaggio siano una lettura barbosa e pesante. Non è assolutamente così. C’è un po’ di tutto, ci sono quelli che si prendono sin troppo sul serio, ma ci sono anche dei viaggiatori simpatici e scanzonati. Bill Bryson, ad esempio, ha raccontato un esilarante trekking lungo la via degli Appalachi, percorsa in compagnia di un tizio ancor più sprovveduto di lui, in “Una passeggiata nei boschi”. Ed ha poi proseguito girando per gli Stati Uniti (“America perduta”), per L’Europa (“Una città o l’altra”), per l’Australia (“In un paese bruciato dal sole”), e ancora per l’Inghilterra e per l’Africa, sempre con lo stesso spirito, quello che sa unire conoscenza a divertimento.

Mi fermo qui, perché sono centinaia i nomi e i titoli che vorrei raccomandarti, e sento che se non ci do un taglio ti terrò qui sino a sera. Mi congedo con lo stesso autore col quale abbiamo chiuso la rassegna di letteratura: Edward Abbey. Abbey non è un viaggiatore, non almeno nel senso di tutti quelli dei quali ti ho parlato sino ad ora. Nel suo “Deserto solitario” non si raccontano viaggi, ma esperienze: mesi trascorsi come ranger in un deserto talmente bello da essere stato vincolato a parco, discese in canoa lungo affluenti del Colorado, nel Gran Canyon, in luoghi destinati a sparire sotto gli sbarramenti idrici, storie di cavalli, di indiani e di cercatori d’uranio. Al di là del suo fascino, e del valore letterario, il libro è un po’ la dimostrazione di quanto ti dicevo poco fa, a proposito dei diversi modi di viaggiare. Abbey viaggia “dentro” quel piccolo pezzo di mondo del quale è innamorato. Senti che per lui ogni pietra è importante, ogni ruscello che sfocia nel Canyon merita di essere risalito, perché a dispetto delle apparenze offre qualcosa di nuovo, di diverso. O semplicemente perché c’è.

 

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Del viaggiare in largo e del viaggiare in profondo

di Paolo Repetto, 2002

Quando si parla di una via alla conoscenza, o del cammino verso il sapere, non si ricorre soltanto ad una metafora. Si esplicita visivamente un convincimento radicato, quello che associa il percorso mentale al movimento nello spazio. Prendiamo ad esempio il racconto dantesco dell’ultimo viaggio di Ulisse: vi è riassunta tutta la condizione di ambiguità congenita al cammino del pensiero, la miscela di grandezza e dannazione che lo caratterizza, e questa condizione viene esemplificata attraverso uno spostamento concreto, materiale. Di norma è proprio così che ci rappresentiamo il conoscere: dal momento che solo dello spazio abbiamo una percezione sensoriale, iscriviamo visivamente in esso le geografie delle possibilità e dei limiti umani. Consideriamo lo spazio come il mezzo da attraversare per approssimarci alla verità, e al tempo stesso come la distanza che ce la nega. Per muovere verso la conoscenza riteniamo dunque necessario sradicarci, svincolarci dai legami prossimi o remoti, incontrare genti e luoghi e idee e costumi sempre nuovi: e lo facciamo fingendo di ignorare che da questi incontri trarremo per lo più la coscienza di quanto poco ci è stato dato rispetto al molto che non abbiamo avuto e non avremo. La parabola marinara di Ulisse, quella aviatoria di Icaro, la corsa disperata per montagne e per valli del vecchierello leopardiano, raccontano la stessa cosa: conoscere equivale per noi a viaggiare, il viaggio è assieme anelito e costrizione, ma la meta è il fondo dell’abisso, il Maelstrom orrido e immenso ove precipitando si oblia il tutto. Oppure, se siamo di costituzione più ottimista, il mare nel quale è dolce naufragare.

Posso capire i lettori/viaggiatori che a questo punto hanno cominciato a toccarsi o mi hanno già mandato a stendere, ma voglio rassicurarli: non è mia intenzione rovinare loro il piacere genuino, l’emozione pura e immediata che il viaggio procura, né sindacare sulle loro scelte esistenziali (che sono poi anche le mie). Semplicemente, fermo restando che sull’approdo finale non ci piove, quello è e rimane, credo valga la pena riflettere su quanto dicevo sopra, di cui più o meno siamo convinti tutti: ovvero sull’identificazione della conoscenza con il movimento nello spazio.

È evidente che tra il viaggio e la conoscenza, al di là di ogni metafora, il rapporto c’è, ed è profondo: ma mi sembra opportuno ricordare che quella che scaturisce dal viaggio è una forma di conoscenza particolare, non solo per le esperienze che ne sono oggetto, ma per le modalità e la disposizione con le quali la si acquisisce. Il che può sembrare ovvio ma, almeno a giudicare dalla letteratura di viaggio di cui mi occupo da una vita e dai resoconti che leggo o ascolto quotidianamente, non lo è affatto.

Vediamo perché. Lo faccio partendo da una considerazione d’ordine più generale, molto terra terra, ma imprescindibile: noi cerchiamo la conoscenza per sottrarci alla consapevolezza della nostra finitudine. Da quando come sapiens, o forse prima ancora, non ci riconosciamo più nella ciclicità naturale, siamo impegnati a distrarre in ogni modo una coscienza che non è più in sintonia con la ripetitività del consueto. In una prospettiva del genere, evidentemente, nulla vale meglio del viaggio. Questo spiega perché lo spostamento fisico (ma anche mentale: ci sta anche il viaggiare sulle carte), sia considerato condizione necessaria e spesso sufficiente del conoscere, e come ciò abbia ha finito per “orientare” e determinare da sempre i modelli conoscitivi. Dovremmo quindi chiederci quali sono in sostanza questi modelli, e magari domandarci anche se dalla realtà attuale del viaggio possano ancora scaturire elementi di conoscenza con essi compatibili.

Per farlo torniamo alla metafora dell’itinerario spaziale alla conoscenza, che è poi tout court la metafora della condizione umana dopo l’incresciosa faccenda della mela e della conseguente cacciata dall’Eden. (la prendo un po’ larga, ma questo dovrebbe alla fine facilitare la comprensione di ciò che vorrei dire). Parlo della mela perché la vicenda sta in pratica all’origine di tutte le mitologie, ed è raccontata in termini pressoché simili in ogni angolo del globo. Cosa perfettamente naturale, perché l’aspirazione ad un “ ritorno” alla conoscenza nasce ovunque dalla consapevolezza di un distacco. Insomma, dal momento in cui l’uomo si accorge che qualcosa non quadra, che il suo tempo è determinato mentre quello del mondo non lo è, quel rapporto che in origine era immediato, in quanto il mondo era partecipato dall’interno, diventa necessariamente mediato: e la mediazione si traduce immediatamente in un giudizio. Per attingere quella che Platone chiama l’epistéme, una conoscenza certa delle cause e degli effetti, ci si pone di fronte al mondo e lo si legge attraverso il ragionamento (la diànoia platonica) o attraverso una intuizione intellettuale (la nòesis): l’una e l’altra modalità appartengono comunque ad un soggetto conoscente separato, che non partecipa, ma valuta. Dopo il distacco (l’uscita, la cacciata, quel che volete) il mondo è diventato per l’uomo un “altro da sé”, e non gli detta più in automatico le risposte, i modi e i ritmi dell’agire. In buona sostanza, gli uomini non agiscono più per istinto, ma sono chiamati a decidere del loro comportamento: e per farlo devono necessariamente “calcolare”, semplificare e scegliere. A questo mi riferivo parlando di modalità “valutativa” del conoscere: al fatto che, messo nella condizione di dover scegliere, l’uomo adotta un meccanismo binario di opposizioni: terra-cielo, caldo-freddo, destra-sinistra, uomo-donna, dentro-fuori, ecc., e si muove tra queste.

Il sapere, come ogni altro aspetto della vita, evolve per sintesi di opposti, di diversità che si incontrano e si fecondano. Oppure che si escludono, perché anche questa è una scelta. Maggiore comunque è la diversità, la distanza, più numerose sono le possibilità messe in gioco. In questo senso il viaggio, lo spostamento, funge indubbiamente da moltiplicatore di quelle occasioni di incontro e di ibridazione, o di scontro, dalle quali si generano idee nuove; ma esso implica anche l’adozione di un habitus mentale particolare. Un habitus da viaggio, appunto.

Sto parlando di quel tipo di viaggio che ti immerge completamente nella realtà diversa cui vai incontro, ti costringe a confrontarti con essa, a rifiutarla o a venire in qualche modo a patti. Non è quindi questione di durata, o di modalità più o meno spartane dello spostamento: non è detto, ad esempio, che una realtà la si conosca sempre meglio “dal basso”, in situazione di bisogno (era la consolazione cui mi aggrappavo cinquant’anni fa, quando giravo l’Europa senza una lira in tasca): una condizione di dipendenza distorce l’immagine né più né meno che una di privilegio. Allo stesso modo, a volte un incontro fuggevole e occasionale può fornire più elementi di conoscenza che non una permanenza prolungata. Mi riferisco invece al viaggio affrontato, quali che siano le modalità, gli scopi e i tempi, con una attitudine non superficiale. Il che significa portare nello zaino non la macchina fotografica, o non solo quella, ma un’idea del mondo da mettere alla prova. Questo aspetto mi sembra importante: troppo spesso si confonde il viaggiare con bagaglio leggero con un totale disimpegno critico, col lasciare aperto l’otturatore del cervello per uno shopping compulsivo di immagini e di emozioni. Il viaggio di cui parlo non è una corsa all’acquisto, dalla quale si porta a casa in genere solo paccottiglia. È un esercizio di scambio. In questo senso è probabilmente un’esperienza negata al nostro tempo, o comunque addomesticata dalla globalizzazione; ma non è stata frequente neppure in quelli che ci hanno preceduto. Insomma, il primo esempio che mi viene in mente è quello di Gulliver: è quindi chiaro che sto parlando di un idealtipo del viaggio.

L’import-export di idee non è però un’attività semplice. Portare a spasso delle idee significa comunque svellerle dal terreno culturale nel quale sono maturate, potarne le radici, disincrostarle dell’humus originario, alleggerirle insomma sino a renderle trasportabili: e poi adattarle bene o male al gusto e alle misure di coloro coi quali ci si confronta. Il che finisce per non attenere più soltanto al peso, ma incide sulla sostanza. Ogni bagaglio culturale che si esporta o si importa è necessariamente sottoposto ad un processo di standardizzazione, così come accade ad esempio per i cibi, la cui diffusione al di fuori dei luoghi tradizionali di consumo impone l’adeguamento a palati diversamente educati, a situazioni ambientali e a tradizioni alimentari differenti, e comporta quindi l’attenuazione o la perdita dei sapori forti, di tutte le caratteristiche legate alla disponibilità di particolari ingredienti o alla rispondenza a specifici fabbisogni. Si tratta di un processo del tutto normale, che investe ogni forma di interazione e di comunicazione già a partire dai livelli più elementari, anzi, è l’essenza stessa del comunicare: ma ciò non deve farci dimenticare che quando la diluizione di una cultura viene ripetuta infinite volte i suoi valori, le sue proprietà e la sua originalità si riducono a dosi omeopatiche.

Il problema – e che un problema esista basta a dimostrarlo lo stato attuale dell’interscambio culturale, il livello di qualità di quanto viene messo in circolo dalla globalizzazione – non concerne tuttavia solo il bagaglio. Assieme alle idee si trasforma anche il loro portatore: non solo, ma questi trasforma a sua volta lo spazio nel quale si muove. Una volta lontano dai condizionamenti del luogo originario, da una sudditanza parentale o sociale che gli impone riti e limiti di comportamento, accetti o meno che siano, il viaggiatore è libero di riconoscersi in altre identità, ha modo di cogliere la sua singolarità nell’evidenza del contrasto, incontra e sperimenta nuove forme di approccio all’esistente. O almeno, così dovrebbe essere se le differenze ancora esistessero. Cosa che oggi non c’è più: e purtroppo, ad annullarle hanno contribuito anche i viaggiatori.

Sradicarsi non significa infatti solo guadagnare delle opportunità: significa anche perdere in profondità, condannarsi alla superficie: e la forma di conoscenza che ne consegue non può che essere superficiale. Per quanto aperti e motivati, e magari preparati, ci si rapporta comunque agli spazi altri con uno sguardo laico, che ne coglie solo gli aspetti presenti, concreti e manifesti, avulsi da quella profondità storica che conferisce ad ogni luogo una sua sacralità: e quindi li si dissacra e li si apre agli innesti, alle novità e alle trasformazioni. Ogni viaggio, di esplorazione, di colonizzazione, di commercio, ma anche turistico o di studio, è di per sé una profanazione, in quanto introduce un elemento estraneo. Il viaggiatore può anche spogliarsi dei modi e delle convenzioni cui è soggetto nella propria cultura, riconoscersi come diverso, ma non si assimila mai completamente al mondo che incontra, perché non può e perché in realtà non vuole.

In più, dal momento che nessuno può saltare oltre la propria ombra, l’estraneo coglie della diversità solo ciò che è commisurabile con quanto già sa e conosce. Anche quando si trova di fronte a cose completamente nuove, che non hanno riscontro nella sua cultura di provenienza, le legge forzatamente con gli strumenti di cui la sua educazione lo ha attrezzato. Voglio dire che l’ambito nel quale si è in grado di comunicare nella situazione del viaggio è circoscritto: non può essere che quello degli elementi comparabili, delle grandezze e delle quantità, di ciò che è riconducibile a metri unificati e unificanti, siano essi culturali, economici o sociali: tutto il resto, ciò che si nutre attraverso radici che affondano nel tempo, che è radicato dunque, e non trasportabile, resta fuori. (Con questo mi sarò inimicato tutti i fans di Terzani, e non solo loro, ma non posso farci nulla: ho grossi limiti caratteriali, stento a convivere con la mia di cultura, figuriamoci se ho la presunzione di comprendere quella altrui. Di rispettarla, invece, si.)

Il fatto che solo ciò che sta in superficie possa essere messo in circolo, diventi oggetto e tramite della comunicazione, modifica necessariamente anche le scale di valori dell’interlocutore indigeno, il rapporto di quest’ultimo col suo stesso mondo. In sostanza il riconoscimento reciproco tra il viaggiatore e l’ambiente nel quale questi si muove presuppone una semplificazione: l’uno e l’altro adottano un codice che rende possibile l’incontro, ma a prezzo di un impoverimento stravolgente rispetto alla profondità e complessità di entrambe le culture in gioco. È un dato di fatto abbastanza ovvio, perché senza la riduzione ad un denominatore comune l’incontro non ci sarebbe, ma non posiamo ignorarne le conseguenze rispetto al tipo di conoscenza che induce. In una situazione del genere, nella quale la disposizione conoscitiva del viaggiatore, e per induzione quella di chi lo incontra, è per forza di cose comparativa, la percezione delle differenze avviene in forma classificatoria, valutativa, a dispetto o forse proprio in ragione di ogni buon proposito di obiettività, ed è già intesa alla sintesi e alla composizione, o al rifiuto, quindi al loro annullamento. Il che significa che questo atteggiamento contempla il dubbio, la presenza di diverse possibilità e soluzioni, ma solo come sfida, e lo tollera solo in funzione del suo superamento, di una superiore ricomposizione nella certezza.

Questo atteggiamento noi lo chiamiamo razionalità.

Ora, la razionalità è una forma della comunicazione, che si traduce in una modalità di conoscenza (o viceversa: è come per l’uovo e la gallina): ma è per l’appunto un modo, una forma. Il problema è che ha finito per essere confusa con la sostanza, per cui ormai si identifica il sapere con una delle sue possibili vie. Indagare il come e il perché ciò sia avvenuto va ben oltre gli intenti di queste righe (e le capacità del loro estensore), quindi non preoccupatevi. È tuttavia legato al nostro discorso. Mi limito a constatare che in origine l’opzione razionalistica è connessa all’affermarsi di una economia agricola stanziale, in contrapposizione a quella nomade-pastorale, e che questo non è un paradosso (anche se parrebbe più logico il contrario) perché il modo di produzione agricolo comporta alla lunga il prevalere della necessità dello scambio rispetto a quella del confronto, e quindi il ricorso alla mediazione. Ma mediare non significa accettare la differenza: implica anzi il superarla, quindi annullarla. Di conseguenza questa scelta, comunque la voglia considerare, cioè come propria della cultura occidentale e da questa imposta al resto dell’umanità, oppure intrinseca ad un necessario processo di civilizzazione, ha uniformato progressivamente, se non le capacità di risposta, almeno le aspettative e i bisogni, cioè i presupposti di ogni cultura: e proprio qui, saltando parecchi ulteriori passaggi, volevo arrivare.

Volevo arrivare a costatare come la “razionalizzazione” del mondo (della quale la globalizzazione è figlia, ma solo una delle tante) ha in buona misura reso nulla la portata conoscitiva dello spostamento, del viaggio. Lo sperimentiamo tutti. In un mondo equalizzato si finisce per incontrare dovunque lo stesso brodino culturale del quale oggi siamo nutriti, insaporito magari dagli aromi del folclore locale, ma identico negli ingredienti e nella sostanza. E il meticciato che consegue da questi incontri non risulta ormai più fecondo di alternative, di direzioni e di scelte, ma solo di mode effimere e false vie di fuga. Di fatto dunque, prescindendo da ogni giudizio di valore sul mondo razionalizzato e sulla conoscenza che ne abbiamo, possiamo constatarne una deriva suicida: sono state azzerate anche le possibilità di un confronto su schemi semplificati, è stato azzerato cioè il confronto tout court.

Probabilmente sarei stato molto più chiaro e vi avrei risparmiato tutto questo mappazzone ricorrendo ad un paio di esempi: ma forse non è troppo tardi (spero), anzi, giocati adesso possono risultare più illuminanti. Ho ascoltato proprio recentemente due versioni dello stesso viaggio in un paese dell’Estremo Oriente. Nel primo caso l’amica è tornata entusiasta dello stile di vita sobrio e dignitoso della popolazione, della sua resistenza al consumismo. Nel secondo l’amico, che aveva viaggiato al suo fianco per quasi tre settimane, raccontava di sperequazioni economiche e sociali intollerabili, di una povertà dalla quale tutti aspirano a fuggire, magari emigrando verso la Cina, il che è tutto dire, e del loro sogno ultimo che rimane l’Occidente. Ora, questo mi pare un esempio evidente che anche nel viaggio, come in montagna o in un rapporto sentimentale, ciascuno trova in definitiva solo quello che ci porta, ma soprattutto mi sembra testimoniare che la realtà con la quale ci si confronta è ormai talmente contaminata da non consentire un vero scambio, ma solo la ricerca di conferme a ciò di cui si era già intimamente convinti.

Dopodiché, il valore intrinseco di un viaggio, se si ha l’accortezza di non caricarlo di troppe aspettative “sapienziali”, naturalmente rimane: solo, è sempre più relativo ad un altro tipo di confronto, quello con se stessi: che non è poco, ma è cosa ben diversa da quanto da un viaggio un tempo ci si attendeva.

Vorrei ora considerare se esistano altre opzioni conoscitive, altri modi di “viaggiare”, capaci di offrirci una percezione diversa dell’esistente. Beninteso, non mi sto riferendo al ciarpame esoterico messo sul mercato dalla new age, ai misticismi da salotto, alle esperienze sciamaniche o allucinatorie, alle versioni patinate della saggezza orientale. Il discorso vuole essere un po’ più serio, e concerne la direzione del movimento a conoscere e il tipo di conoscenza che questa direzione consente. Se, ad esempio, invece di muoverci orizzontalmente, nello spazio, proviamo a rapportarci all’altra dimensione, quella verticale lungo la quale scorre il tempo, le prospettive di conoscenza cambiano radicalmente. In questo caso non siamo noi a tracciare le linee. Noi possiamo percorrere gli spazi, chiuderli o dilatarli, tendiamo oggi persino ad annullarli: ma rispetto al tempo non ci è consentita alcuna domesticazione. Dobbiamo subirne il movimento, e rinunciare a qualsivoglia certezza. Nel tempo, e del tempo, non è data conoscenza razionale, a dispetto di tutto lo strumentario tecnologico col quale ci illudiamo di imbrigliarlo: perché in esso le possibilità non si ricompongono, ma si aprono e si moltiplicano incessantemente, e non è consentito enumerarle, confrontarle, annullarle nella sintesi. Questo non significa che non sia data conoscenza alcuna: significa solo che per conoscere nel tempo è necessario piegarsi alla sua direzione, scendere cioè in profondità, e accettare di convivere con l’infinito ventaglio di opzioni che ogni attimo ha rappresentato e rappresenta: in altre parole col dubbio come condizione esistenziale e conoscitiva.

Provo a tradurre questa formulazione generica in percorsi concreti. Muoversi nel tempo può significare, ad esempio, ricostruire al di fuori degli schemi obbligati del dato di fatto, gli itinerari che ci hanno portati ad essere quelli che siamo; e quindi scendere all’indietro nella memoria, personale o collettiva, per indagare quali strade si siano presentate, quali sono state scartate e perché, e se non sia ancora possibile recuperarne alcune, e se questo recupero non possa essere la risposta a domande che, nella condizione attuale, rimangono sempre inevase. Non dunque un’operazione di antiquariato culturale, snobistico e fine a se stesso, e neppure un pasticcio di contaminazione postmoderna, che implica comunque la neutralizzazione dei valori di ciò che viene recuperato, o il suo uso solo ornamentale. L’indagine deve muovere da un approccio ben diversamente motivato, dalla disponibilità a rimettersi in gioco e a cercare in un confronto col tempo quelle potenzialità alternative che lo spazio ormai ha esaurite.

Vale a dire? Beh, ad esempio, l’espressione artistica è in grado di offrirci delle metafore adeguate di questa modalità di conoscenza: ci sono casi in cui riesce a sottrarsi all’orizzontalità del confronto spaziale e fissa in istantanee le terga del tempo, magari raccogliendo gli scarti che questi lascia lungo il cammino. I risultati non di rado sono discutibili (mi riferisco ad esempio all’arte povera), ma è apprezzabile l’intento di esplorare una dimensione che al contrario di quella spaziale vede permanere e anzi allargarsi le macchie bianche. E comunque, l’arte coglie lo spirito di questa immersione allorché si ferma a riflettere perplessa sulla propria capacità di “comprendere” letteralmente il mondo, sul “questo, e perché non quello?”.

Oppure, si possono fare viaggi bellissimi riprendendo in mano testi di duemilacinquecento anni fa: si scoprirà, tanto per fare un altro esempio, che il reddito di cittadinanza non lo hanno inventato i nostri politici d’assalto, ma il buon Pericle, e che anziché garantire la democrazia (quella ateniese, per carità, tutt’altro che perfetta) l’ha mandata a picco. La storia non si ripete, ma spesso fa rima, e varrebbe la pena ricominciare a imparare a memoria un po’ di poesie.

Insomma, forse è il caso di rivedere un po’ il convincimento da cui si erano prese le mosse, che cioè il correre, il muoversi per il mondo, sia sempre meglio dello stare, e il discorrere, il mettersi a confronto, sia preferibile al tacere e al meditare. Può essere vero, in tanti casi, ma non lo è certamente in assoluto. È discutibile infatti che veder crescere un albero conferisca un sapere meno profondo dell’aver visto molti alberi diversi. Conferisce senz’altro un sapere diverso, meno spendibile sul piano dell’autoaffermazione, ma assai più pregiato sulla via dell’autocoscienza.

Se si considera questa possibilità, di tramutare il desiderio per le cose dello spazio in desiderio per le cose del tempo, le prospettive di conoscenza cambiano radicalmente. Intanto ci si può rendere conto del fatto che di norma per metà del cammino non facciamo che tornare sui nostri passi e che in verità conosciamo bene solo ciò da cui fuggiamo e non ciò che cerchiamo (non lo dico io, lo diceva Montaigne), e quindi più che annullare distanze le creiamo, le inframmettiamo tra noi e ciò di cui davvero ci importa, e che costituisce il metro, positivo o negativo, al quale commisuriamo ogni conoscenza. Si può scoprire che se pure è lo spazio il mezzo di cui abbiamo percezione, possiamo attraversarlo solo nel tempo, ed è il tempo il nostro orizzonte.

In un romanzo di Chesterton un tizio parte dall’Inghilterra per i Mari del sud, sbaglia rotta e dopo aver circumnavigato il globo finisce nuovamente sulle coste inglesi. È convinto di aver scoperto una nuova isola, tra l’altro commette adulterio con sua moglie, e solo alla fine si rende conto di essere andato alla ricerca di ciò che già aveva. Forse è questo il vero senso del viaggio.

Come scrive un contemporaneo e quasi connazionale di Chesterton, T.S. Eliot:

Noi non cesseremo di esplorare,
e fine di ogni nostra esplorazione
sarà arrivare là donde partimmo,
e conoscere il luogo per la prima volta.

 

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Per una storia della letteratura di viaggio in Italia

di Paolo Repetto, 2002

I percorsi e le scoperte (letterari) di questi ultimi anni mi hanno portato a rivedere, almeno parzialmente, il giudizio negativo sull’attenzione riservata in Italia alla letteratura di viaggio. Giudizio che avevo espresso diverso tempo fa e che ho volutamente riportato nel mio precedente articolo.

L’assenza di interesse cui mi riferivo caratterizza soprattutto il periodo del secondo dopoguerra (guarda caso, quello della mia formazione), quando gli italiani avevano un sacco di altre cose da sistemare e di cui occuparsi e il clima culturale era tutt’altro che propizio alla rievocazione delle scoperte e delle conseguenti avventure coloniali.

Ma nella prima metà del Novecento, per ragioni opposte, questo interesse c’era stato, e lo testimonia ad esempio un’iniziativa editoriale della Paravia dedicata a I grandi viaggi di esplorazione, che contava decine e decine di titoli. Si trattava di operette divulgative, caratterizzate da un marcato taglio agiografico e intrise, soprattutto quelle degli anni Trenta, dello sciovinismo di regime: avevano comunque il merito di portare all’attenzione degli adolescenti, ma non solo, la storia delle esplorazioni e dei viaggi. E anche quello di proporre, accanto alle biografie di Colombo, Magellano e Cook, vicende come quelle di Boggiani e Carlo Piaggia, e persino di Ludovico de Varthema. A giudicare da ciò che trovo nei mercatini dovette godere di una certa diffusione, almeno nelle librerie delle case borghesi, ed è l’unico mio motivo di rammarico per non essere nato in una famiglia benestante (in verità ce n’è un altro, legato alle riduzioni a fumetti dei grandi classici della letteratura avventurosa che anni dopo la Magnesia San Pellegrino distribuiva in omaggio ai clienti: a casa mia nessuno aveva problemi di digestione).

Rivista oggi, sotto un’altra luce, e ferme restando le differenze qualitative e quantitative rispetto a tradizioni letterarie come quelle inglese e francese, la letteratura italiana rivela in realtà un rapporto intenso col tema del viaggio, soprattutto fino al XVIII° secolo. Una breve carrellata lo dimostra.

Si può idealmente partire da Dante e da Brunetto Latini (Il tesoretto) per il viaggio allegorico, ma per il resoconto di viaggi reali occorre attendere Petrarca. Quest’ultimo è costantemente a caccia di manoscritti nelle biblioteche europee, e quindi visita Parigi, le Fiandre e i paesi della valle del Reno: ma nel frattempo attraversa anche a cavallo la selva delle Ardenne, e scala il Monte Ventoso (Ventoux). La sua irrequietudine è documentata nelle Epistole Familiari (I, 4 e 5).

È però già possibile ravvisare un atteggiamento tutto italiano nei confronti del viaggio nello stilnovista Guido Cavalcanti, che parte da Firenze nel 1294 per un pellegrinaggio a San Jacopo in Galizia, ma si ferma a Tolosa perché lì ha trovato una bella donna (lo confessa nel Canzoniere). Ed è questo, tra l’altro, l’unico motivo per cui abbiamo notizia del pellegrinaggio.

Il primo resoconto di un viaggio extraeuropeo di qualche interesse è invece quello di Giovanni dal Pian del Carpine, frate francescano inviato nel 1245 dal papa a Karakorum, presso il sovrano dei Tartari, nipote di Gengis Khan (Viaggio ai Tartari). Tira un po’ sul meraviglioso, ma la narrazione è sostanzialmente attendibile. Descrive il clima e l’estensione del paese, il modo di vestire, le abitazioni, la religione, l’alimentazione, l’organizzazione politica e militare dei mongoli, il modo di trattare i popoli sottomessi ecc… Per essere un religioso medioevale, si dimostra assolutamente libero da pregiudizi.

Un quarto di secolo dopo (1271) ha inizio il viaggio di Marco Polo, narrato poi (in francese) nel Livre des merveilles, e oggi conosciuto come Il Milione. Dal momento che il libro non fu scritto da Marco stesso, ma dettato a Rustichello da Pisa, si ha motivo di credere che molti degli elementi favolosi presenti nel racconto siano frutto della fantasia e della cultura di quest’ultimo. Ma il risultato non cambia. È una pietra miliare nel genere, e sorprende un po’ costatare che non ha trovato imitatori (almeno in Italia) per oltre due secoli.

Un piccolo boom della letteratura di viaggio si ha invece nel periodo rinascimentale. Tengono diari minuziosi dei loro spostamenti i diplomatici come Machiavelli e Guicciardini, soprattutto quest’ultimo (Diario del viaggio in Spagna), mentre raccontano viaggi fantastici su e giù per l’Europa e per il vicino oriente i poeti come Boiardo (Orlando innamorato) e Ariosto (Orlando furioso, con un salto anche sulla Luna). Tuttavia quando parla dei suoi viaggi reali (nelle Satire) Ariosto non manifesta grandi entusiasmi.

L’elemento cruciale di novità è però la scoperta di un continente nuovo. Cominciano a fioccare i resoconti dei viaggi oltre oceano, a partire da quelli di Cristoforo Colombo (Diario), di Amerigo Vespucci (Lettera a Pier Soderini, 1506) e di Giovanni Verrazzano (Lettera a Francesco I, re di Francia, 1524), destinati a diventare dei classici del genere. Sono altri però, molto meno noti, a lasciare le tracce più succose e intriganti del nuovo spirito nomade e avventuroso che anima il Cinquecento. Tra questi spicca il già citato Lodovico de Varthema (Itinerario dallo Egypto alla India, 1512), un incredibile avventuriero che arriva in India prima dei Portoghesi stessi, viaggiando per via di terra e attraversando tutto il mondo mussulmano. È difficile distinguere nel racconto di de Varhema la verità dalle millanterie, ma anche queste sono divertenti, di fatto comunque la gran parte delle sue avventure è testimoniata da riconoscimenti ufficiali.

Un secolo dopo il romano Pietro della Valle percorre un itinerario quasi identico (narrato nel Diario di viaggio in Persia), ma reso più complicato dal fatto che buona parte del percorso la fa in compagnia della salma imbalsamata della giovane moglie. Credo sia un’esperienza unica nella storia della letteratura di viaggio.

Il grande coordinatore di quest’ultima è Giovan Battista Ramusio, veneziano, che tra il 1550 e il 1559 pubblica i tre volumi delle Navigazioni e viaggi, dove sono raccolti tutti i materiali editi ed inediti relativi ai viaggi di scoperta del mezzo secolo precedente. Tra questi, la drammatica Relazione del primo viaggio attorno al mondo, scritta dal vicentino Antonio Pigafetta, compagno di Magellano e diarista ufficiale dell’impresa. La circumnavigazione è ripetuta verso la fine del secolo da un fiorentino, Francesco Carletti, che la descrive nei Ragionamenti del mio viaggio attorno al mondo, (editi solo nel 1701), magari meno emozionanti del racconto di Pigafetta ma di grande interesse per le descrizioni dei popoli delle Americhe e dell’Asia e delle loro culture.

Nel Seicento sono soprattutto i Gesuiti a raccontare le missioni evangelizzatrici proprie, come Matteo Ricci (Lettere e Storia dell’introduzione del Cristianesimo in Cina, 1608)), o altrui, come Daniello Bartoli (Missione al Gran Mogor, 1653). Per il resto, non essendosi sviluppata in Italia una cultura “libertina”, il tema del viaggio è relegato in secondo piano.

Un risveglio si ha nel secolo successivo. Gli stimoli che arrivano dall’Illuminismo, il clima cosmopolita e il desiderio di entrare nel Grand Tour invertendone la direzione inducono nuovamente i letterati italiani a muoversi. Lo fanno animati da un forte spirito critico nei confronti del proprio paese, ma non mancano di esercitarlo anche verso gli altri. E soprattutto lo riversano nei loro diari. A dare l’esempio è Francesco Algarotti, grande divulgatore scientifico e viaggiatore lungo un ventennio per tutti i paesi del Nord-Europa, autore tra l’altro dei Viaggi di Russia. Quasi contemporaneamente Giuseppe Baretti lascia nelle Lettere familiari ai suo’ tre fratelli (1762) delle pungenti annotazioni sui suoi itinerari attraverso Portogallo, Spagna e Francia e sul suo soggiorno in Inghilterra. Baretti quando è in giro non fa sconti a nessuno, ma è evidente che a stargli stretta è proprio l’Italia (e sceglierà infatti di rimanere in Inghilterra). Un altro bello spirito, Vittorio Alfieri, gira l’Europa per cinque anni, tra il 1767 e il 1772, toccando la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda, l’Austria, la Prussia, la Danimarca, la Svezia, e ce ne dà conto ne la Vita scritta da esso. Ne ricaviamo poco sulla situazione dei vari paesi, ma del carattere del conte alla fine non ignoriamo più nulla. Così come di Giacomo Casanova, che fa avanti e indietro per tutta la vita, battendo l’intero continente e raccontandolo (nella Storia della mia vita, 1798) da un punto di vista senz’altro singolare.

Meno attento a sé e più a ciò che lo circonda è Luigi Angiolini, che lascia delle interessantissime Lettere sopra l’Inghilterra, Scozia e Olanda (1790), nelle quali, come avviene per tutti gli altri autori di questo periodo, coglie l’occasione per lamentare il degrado culturale e civile dell’Italia a confronto con i paesi europei del Nord. Altri, come Giovan Battista Malaspina (Relazione del viaggio in Francia e in Spagna, 1786), sono meno esterofili, ma non mancano di sottolineare i ritardi italiani.

Il romanticismo nostrano, a differenza di quello europeo, non segna un ritorno alla grande del viaggio nella letteratura e della letteratura di viaggio. I nostri maggiori romantici magari si spostano all’estero (Foscolo in Francia e in Inghilterra, Manzoni in Francia), ma non reputano importanti queste esperienze. Meno che mai il viaggio costituisce un tema significativo nella narrativa e nella poesia. C’è molto attaccamento al focolare domestico, ai tetti e al campanile. Chi si sposta in genere non è un viaggiatore, ma un esule (Renzo, Jacopo Ortis, Carlino Altoviti ne Le confessioni di un Italiano del Nievo) o un emigrante. E solo nel tardo Ottocento compare qualche accenno a quest’ultimo tema. Edmondo de Amicis è l’unico autore italiano a raccontare, in Sull’oceano, un fenomeno che forza milioni di persone a cambiare latitudine o emisfero. Fioriscono in compenso le pubblicazioni periodiche destinate ad un pubblico di media e bassa cultura (il Giornale illustrato dei viaggi), infarcite di esotismi da salotto e di inverosimili peripezie, ed esplode il viaggio immaginario e popolar-avventuroso nei romanzi d’appendice di Emilio Salgari.

Tra i resoconti genuini di viaggi di esplorazione qualche valore anche letterario hanno La scoperta delle sorgenti del Mississippi di Giacomo Beltrami, Sette anni nel Sudan egiziano di Romolo Gessi, Due anni tra i cannibali di Carlo Piaggia e soprattutto il Viaggio allo Yemen di Renzo Manzoni, quest’ultimo forse l’unico in grado di reggere il confronto con i viaggiatori-narratori anglosassoni e francesi.

Ancora nella prima metà del Novecento il racconto di viaggio rimane confinato in un genere minore. Non mancano letterati che vi si cimentino (a partire da Guido Gozzano con Verso la cuna del mondo, o da Emilio Cecchi con America Amara e Viaggio in Grecia); ma sono soprattutto i giornalisti come Luigi Barzini (Il libro dei viaggi), Bruno Barrili (Il viaggiatore volante), Virgilio Lilli (Penna vagabonda) e Vittorio G. Rossi (Tropici) a produrre le cose migliori. In qualche caso, come per il Viaggio in India (1966) di Alfredo Todisco, sono le profonde trasformazioni intervenute nel frattempo a rendere interessante la fotografia di un mondo scomparso. In altri, come per Un’idea dell’India e Passeggiate africane di Moravia, ma anche L’odore dell’India di Pasolini, riesce fin troppo evidente come spesso nei viaggi si trovi null’altro che ciò che ci si porta.

Solo nell’ultimo scorcio del secolo il rinnovato interesse per l’argomento ha portato alla creazione di veri capolavori (come Danubio, di Claudio Magris), oltre che alla emersione (o in qualche caso, riemersione) di un paio di generazioni di bravi narratori di esperienze di viaggio, da quelle asiatiche di Fosco Maraini (Incontro con l’Asia), Tiziano Terzani (In Asia) e Giorgio Bettinelli (In Vespa), a quelle americane di Pino Cacucci (La polvere del Messico), Cesare Fiumi (La strada è di tutti) e Alessandro Portelli (Taccuini americani), a quelle africane di Carla Perrotti (Deserti), fino a quelle mondiali di Walter Bonatti (In terre lontane).

Si è ridestato anche l’interesse per la storia del viaggio e dei viaggiatori, che ha trovato ottimi narratori in Stefano Malatesta (Il cammello battriano, Il mare di sabbia) e soprattutto in Attilio Brilli (a partire da Quando viaggiare era un’arte). Brilli è il grande maestro della loggia dei viaggiatori “in su le carte”, una enciclopedia ambulante (appunto) della letteratura odeporica, e ha al suo attivo un numero straordinario di titoli.

La riscoperta del piacere e del valore culturale del viaggio, che nell’articolo sopra citato attribuivo soprattutto ad una moda di importazione (e confesso che sostanzialmente ne sono ancora convinto), ha dato nel nuovo secolo frutti notevoli, non inferiori a quelli anglosassoni. Il merito va ad autori del calibro di Paolo Rumiz, che con La leggenda dei monti naviganti ha toccato le vette della migliore letteratura, raccontando un fantastico itinerario dalle Alpi marittime alla Sicilia compiuto a bordo di una vecchia Topolino, seguendo a zig zag la dorsale appenninica, quindi la parte più sconosciuta e relativamente intatta della nostra penisola. Rumiz aveva già pubblicato il resoconto di un viaggio attraverso i Balcani in direzione di Costantinopoli (É oriente) ed ha poi proseguito nella riscoperta dell’Italia con Annibale. Un viaggio, una rivisitazione-confronto tra il passato e l’oggi sulle orme del grande condottiero cartaginese, per spostarsi infine nuovamente fuori dell’Italia con Trans-Europa Express, un itinerario che segue il vecchio confine della cortina di ferro dal circolo polare sino all’Adriatico.

Anche in Italia incontrano infine un crescente successo i “viaggiatori estremi”, in sostanza quelli che si muovono a piedi su lunghe distanze. Una traversata latitudinale completa della penisola è raccontata da Enrico Brizzi, sia pure con qualche eccessiva concessione al romanzesco, ne Gli Psicoatleti. Quella longitudinale, dall’Argentario al Cònero, l’aveva già narrata in Nessuno lo saprà. Brizzi percorre preferibilmente i vecchi itinerari del pellegrinaggio, quelli della Via Francigena o del Camino di Santiago di Compostela. Come Rumiz, e come tutti gli altri citati, sa scrivere bene. E questo è sempre un vantaggio per la letteratura, se non una condizione imprescindibile, ma per quella di viaggio può costituire anche un rischio. Perché chi ama le narrazioni di viaggio in realtà bada molto più alla sostanza che alla forma, vuole identificarsi con i luoghi e con le storie, più che lasciarsi coinvolgere dalla malìa delle parole. Oggi i viaggi vengono intrapresi sempre più solo per poterne poi scrivere, e c’è il rischio che il piacere letterario lasci poco spazio a quello della fantasia. Quando si legge per immaginare noi stessi a compiere il viaggio un racconto troppo perfetto ci esclude, non consente di figurarci qualcosa di diverso da ciò che viene raccontato.

È quanto sembra aver capito molto bene Roberto Giardina, che in due poderosi volumi (L’altra Europa. Itinerari insoliti e fantastici dell’Europa di ieri e di oggi e L’Europa e le vie del mediterraneo ha condensato un repertorio vastissimo di itinerari possibili e di suggestioni storiche da inseguire. Pochissime pagine per ciascuna tappa, descrizioni all’osso, rimandi storici a vicende e personaggi spesso sconosciuti: un liofilizzato di indicazioni che l’autore consegna al lettore come una possibilità, un ricettario con gli ingredienti essenziali: il gusto, sembra dirgli, ora devi mettercelo tu.

 

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L’ultima volta che (non) vidi Parigi

di Matteo Mottin, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Conoscete qualcuno che dopo tre ore di vacanza riesce a lussarsi una spalla e a bivaccare per cinque ore nel pronto soccorso di un paese straniero, dove le uniche parole che sa pronunciare correttamente sono “ecargot” e “voulez vous coucher avec moi”? Io purtroppo si, e so anche dove abita.

In questo momento scrivo usando un solo dito della mano sinistra e spero entro nat(uffa, maiuscolo)Natale di finire ‘sto racconto. Chi diceva “la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo”? Boh, aveva fin troppo ragione.

Alors; io e una mia amica progettavamo almeno da marzo di fare una vacanza assurda, stile barbonaggio, in giro per l’Europa. Col passare dei mesi e dopo l’intervento dei rispettivi genitori il tutto si è ridotto a “una settimana a Parigi e non ne parliamo più”, che grazie alla mia abilità si è ristretta a due giorni sfigati.

Vi spiego com’è andata. E per farlo è necessario richiamare la vostra attenzione sugli orari (sono fondamentali). Dunque. Alle 7.30 io, Cristina e Poldo partiamo dalla stazione di Novi; arriviamo a Genova Pricipe alle 8.10, e alle 8.30 saliamo su un treno che alle 12.30 ci scarica a Nizza, en France!

Poldo, che quest’estate sta lavorando come cuoco in un albergo vicino a Saint Tropez, prosegue sulla scatola viaggiante alle 13.30. Noi alle 15.30, dopo avere abilmente cazzeggiato per le strade nicesi, decidiamo di andare al mare; alle 16.10 sono già in ambulanza a bestemmiare.

Stendiamo gli asciugamani, ci costumiamo e decidiamo di fare il bagno a turno, cosi che uno possa fare la guardia agli zaini – sai che sfiga se ti rubano lo zaino il primo giorno – mentre l’altro sguazza nella salata striscia azzurra.

Da buon cavaliere faccio andare prima lei, e quando torna dicendomi “ehi, Matte, ci sono le onde furbe” parto, sinceramente un po’ svogliato, ed entro in acqua.

Ci sono dei cavalloni giganteschi e io, come al solito, mi metto a fare il deficiente.

Dopo dieci minuti sono solo in acqua, a saltare come un lobotomizzato; a un certo punto arriva un’onda che ho calcolato male, mi fa su e mi sbatte sul fondo, facendomi strisciare per un paio di metri.

Quando mi alzo sento un po’ di dolore alla spalla, la tocco e mi sembra cambiata rispetto a un attimo prima; mentre sto cercando di capire una seconda onda, altro che furba, questa proprio bastarda, mi falcia e mi fa nuovamente cadere.

Come uno sfigato Crusoe esco dall’acqua e chiedo aiuto alla prima persona dalla faccia gentile; fortunatamente non ha solo quella, poiché mi fa sedere, chiama il cent dix–huit o qualcosa di simile e mi da i primi soccorsi.

Il mio problema é di trovare Cristina, visto che facendo il cretino sono finito in un’altra spiaggia.

Un attimo prima che mi carichino in ambulanza la individuo e le grido “ehi Cri mi sono rotto un braccio, ora andiamo a visitare l’ospedale di Nizza”.

Lì sono tutti gentili, e visto che gli risulto anche così simpatico mi tengono cinque ore con loro.

Ora salto tutti i noiosi particolari ospedalieri e passo alla cosa che mi ha colpito di più, in tutti i sensi: la morfina.

Uau! una cosa eccezionale, mi ha detto poi la mia amica che deliravo, dicevo di aver visto passare dei miei conoscenti in macchina, cantavo a ritmo dei bip dell’elettrocardiogramma, parlavo con tutte le infermiere e i malati che mi trovavo vicino, giocavo con tutte le cose che mi avevano lasciato sottomano. In poche parole è come un’iniezione di divertimento concentrato, come una pillola di Gardaland o un sorso di delirio.

Al mio ritorno ho descritto tutte queste cose alla mia ragazza e le ho chiesto se la vendevano in farmacia. Lei, beato il giorno in cui l’ho conosciuta, mi ha cassato dicendo: “Matte, quella roba la danno ai malati terminali, è una droga e tu sei contrario, ricordi?”. Peccato. Per questa volta addio, Madame Morfina.

Comunque lì in ospedale non sono solo. A farmi compagnia trovo due coppie di compatrioti che, sentendomi bestemmiare, si avvicinano e chiedono “italiano?”. La prima coppia è lì perché alla moglie, dopo un giorno di vacanza, è scoppiato un febbrone da cavallo. La seconda perché il marito si è disintegrato un dito del piede con le onde alte.

Si consolano ampiamente sentendo che c’è in giro qualcuno più sfigato di loro. Mi fanno tutti i migliori auguri di pronta guarigione, ricambio e mi aiutano ad arrivare in stazione.

Ah! ricordate Parigi? Ecco, il nostro treno partiva alle 20.48 e noi arriviamo in stazione alle 21 precise.

Avevamo già fatto i biglietti (circa 96 euro a testa) e forse non ce li rimborseranno.

Passiamo la “notte” in un “hotel” a due stelle, per poi svegliarci alle 5.30 e tornare a casa.

In paese tutti mi hanno preso per il culo. I vecchietti del bar mi chiedono se è stato un cavallone o una cavallona a ridurmi così, ho una voglia assurda di suonare coi miei amici ma il basso con una mano sola è un po’ difficile da far andare e in più non posso guidare.

Ma guardiamo il lato positivo dalle cose: il braccio guarirà giusto in tempo per consentirmi di fare gli esami di ammissione all’università, non sto lavorando (anche se non lavorerei comunque, visto che mio padre in questo momento è in ferie. Ma vabbé), mi faccio fare la barba da mia sorella, gli amici di mio padre sono sempre felici di vedermi e non devo tagliare il prato.

Magari poi a Parigi mi annoiavo.

 

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Perché si raccontano i viaggi

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

Raccontare un viaggio è impossibile. O almeno, è impossibile raccontare «questo» viaggio, il «nostro» viaggio. Chi ascolta, chi legge, chi guarda le immagini che abbiamo rubate e portate a casa, nel migliore dei casi, quando cioè sia motivato per qualche sua ragione a cercare di condividere la nostra esperienza, deve accontentarsi della nostra capacità di evocare certe situazioni, particolari atmosfere e sensazioni. E per quanto possiamo essere bravi a comunicare, noi gli trasmettiamo solo quello che abbiamo scelto. Persino una ininterrotta documentazione audiovisiva dei nostri spostamenti lascerebbe fuori tutto ciò che in ogni istante è sfuggito alla telecamera, ma soprattutto i profumi, gli odori, la morbidezza o la durezza del suolo, il frizzo o il gelo dell’aria sulla pelle e nei polmoni, o l’afa sudaticcia. E ancora, ben poco potrebbe comunicare della stanchezza, del refrigerio di un bagno o di una sosta, dei malumori, degli stupori, dei disagi e delle paure. Quindi non solo non siamo in grado di raccontare oggettivamente il viaggio, ma nemmeno riusciamo a riprodurre la nostra soggettivissima esperienza del viaggio.

È legittimo chiedersi allora perché si scrivano i libri di viaggio – la risposta potrebbe essere: perché una delle debolezze umane fondamentali è il desiderio di comunicare comunque le nostre esperienze, e il viaggio è per antonomasia un concentrato di esperienze nuove, e quasi si viaggia apposta per poterle raccontare –, ma soprattutto chi li legge, e a che scopo, e se sia quella letteraria la migliore forma di racconto rispetto a questo tema; e, infine, se abbia ancora senso oggi, in un’epoca che ha paradossalmente moltiplicato gli spostamenti e azzerato le differenze, e quindi le motivazioni al viaggio, una letteratura di viaggio. Qui la risposta si fa più complessa. I libri di viaggio sono letti da chi ama viaggiare, per confrontare le proprie esperienze con quelle altrui, o per trovare giustificazioni e nuovi stimoli alla propria passione: ma anche da chi non può viaggiare concretamente, per poterlo fare almeno con la fantasia. O ancora, da chi non ha la voglia di viaggiare, ma ha comunque quella di conoscere, ed è intrigato dai luoghi e dagli uomini che li abitano o li percorrono. Ebbene, tutti costoro, tanto quelli che scrivono come coloro che leggono, accettano una tacita convenzione: sanno che i viaggi non possono essere raccontati. E il fatto che entrambi lo sappiano rende tutto più facile e più pulito: perché ciascuno dei due, a suo modo, ha a questo punto la libertà di inventarli. In questo senso quella letteraria risulta essere la forma di narrazione più adeguata: perché è quella che concede più spazio all’immaginazione, e permette a ciascuno, attore o lettore, di costruire sopra o sotto o ai margini della labile mappa tracciata dall’inchiostro la propria avventura.

E questo vale oggi più che mai. Un tempo si viaggiava per scoprire la diversità, per conoscere ciò che stava al di là dei normali orizzonti della conoscenza, e per riconoscersi nel confronto con l’alterità. Oggi, in tempi di televisione, di Internet e di fotografia, possiamo conoscere tutto ciò che sta fuori rimanendo tranquillamente accoccolati sul divano: non è più questo che andiamo cercando nei nostri viaggi, non certo quel confine tra il noto e l’ignoto che è stato cancellato proprio da generazioni di esploratori, di mercanti, di viaggiatori, di emigranti e di turisti. Cerchiamo piuttosto una differenza interiore, quella modificazione dell’Io che è inevitabilmente indotta dalla situazione del viaggio. Cerchiamo quella condizione di spaesamento, non più nei confronti di una differenza che è ormai solo di facciata, ma, al contrario, rispetto ad una standardizzazione globale dei costumi, dei gusti e dei consumi, che nel mentre vanifica ogni nostro connotato di identità ci spinge a cercarne dei nuovi, magari con un ritorno alle origini, con l’assunzione di una mutata prospettiva rispetto al luogo di partenza. E allora il racconto del viaggio diventa narrazione di questo mutamento, del quale lo spazio esterno è solo la cornice e rispetto al quale gli incontri fungono da reagenti. Non valgono le immagini a raccontarlo. Sono necessarie, anche se non sempre sufficienti, le parole.

 

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Perché non esiste in Italia una letteratura del viaggio

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 9, novembre 2002

La storia «ufficiale» dell’Italia inizia con un viaggio, quello di Enea; o meglio, con la sua narrazione. Un popolo con simili origini e con tremila chilometri di coste non può che essere un popolo di viaggiatori. E in effetti lo è stato; ma non è stato un popolo di narratori di viaggi. In verità sino a tutto il medioevo una consuetudine letteraria col viaggio ha resistito, tanto da esprimere narratori di viaggi reali del calibro di Marco Polo e narratori di viaggi immaginari del livello di Dante: ma è venuta meno nell’età moderna, e questa assenza perdura anche in quella contemporanea.

Lo spartiacque potrebbe essere individuato nel Rinascimento, proprio nel momento in cui esplodono altrove le spinte al viaggio di esplorazione e la necessità di darne conto, ed esemplificato in uno dei massimi letterati del periodo, forse il più grande: Ludovico Ariosto. Ariosto fa rimbalzare i suoi cavalieri da un continente all’altro, da una sponda all’altra del Mediterraneo, e arriva a spedirli addirittura sulla luna: ma non fa alcun cenno alla scoperta di un mondo nuovo, che pure è un dato ormai acquisito al momento della stesura dell’Orlando. I suoi eroi si muovono a piedi, a cavallo, magari in coppia, su nave o su ippogrifo: ma non viaggiano, semplicemente si spostano da uno scenario all’altro, cambiano teatro. Non c’è curiosità, non c’è stupore, non c’è gioia nei loro spostamenti: sono sempre troppo impegnati nella fuga, nell’inseguimento, nella caccia a qualcuno o a qualcosa per potersi guardare attorno. D’altronde, il loro burattinaio è esplicito: E più mi piace di posar le poltre / membra, che di vantarle che alli Sciti / sien state, agli Indi, a li Etiopi, et oltre. / […] /Chi vuole andare a torno, a torno vada / vegga Inghelterra, Ongheria, Francia e Spagna; / a me pia ce abitar la mia contrada. / […] / .. il resto de la terra / senza mai pagar l’oste andrò cercando / con Ptolomeo, sia il mondo in pace o in guerra; / e tutto il mar, senza far voti quando / lampeggi il ciel, sicuro in su le carte / verrò, più che sui legni, volteggiando. Le carte, la carta, sulla carta: sembra il manifesto d’intenti di tutta le letteratura italiana moderna, compreso il più prolifico narratore di viaggi degli ultimi due secoli, Emilio Salgari. Il mondo, piuttosto che girarlo, è meglio inventarlo.

Non è che dal Rinascimento in poi gli italiani rinuncino a viaggiare. Nel Seicento li troviamo ancora dappertutto, un po’ meno nel secolo successivo, in qualità di mercanti, di missionari, di ambasciatori o di avventurieri: E lasciano anche testimonianza scritta del loro viaggiare, soprattutto i Gesuiti. Ma non aspirano a fare della letteratura di viaggio, o meglio, non considerano il racconto di viaggio un genere letterario. Proprio questa mi sembra una delle ragioni principali dell’assenza che lamentavo prima. Nessun’altra letteratura rimane vincolata a lungo ai canoni, alle tipologie, alle appartenenze di genere, come quella italiana. E in questi schemi, in questa élite di modelli contenutistici e formali il racconto di viaggio non rientra.

Un altro fattore frenante è costituito dallo spirito controriformistico. La diffidenza nei confronti di ogni diversità, il timore per gli effetti destabilizzanti dell’incontro con altre culture, la fobia per il disordine e l’impossibilità di controllo rendono sospetto il viaggiatore e pericolosa a priori la narrazione del viaggio. Non a caso, fuori d’Italia la letteratura di viaggio, realistica o fantastica che sia, è quasi sempre appannaggio della cultura libertina.

Contribuiscono poi in modo determinante a mortificare l’attitudine al viaggio e a svalutarne la trasposizione letteraria la debolezza politica della penisola, per l’assenza di uno stato moderno e per la soggezione a potenze straniere, e conseguentemente la recessione economica, la perdita dell’egemonia mercantile nel Mediterraneo e la mancanza di ogni intrapresa coloniale. Non ci sono poteri capaci di trarre vantaggio dalle relazioni dei viaggiatori, istituzioni che li stimolino e li finanzino, e che quindi ne valorizzino anche il ruolo e lo status letterario. Continuano a viaggiare, e a raccontare i propri viaggi, solo gli avventurieri e i missionari, mentre i letterati si rinchiudono nelle loro Arcadie. Poco alla volta diverranno essi stessi, mummificati dalla cieca supponenza di chi non può guardare che al passato, meta dei viaggi altrui; e il paese con loro. È in fondo una diversità quella che gli inglesi, i francesi, i tedeschi vengono a cercare nella penisola; ai loro occhi riescono esotici tanto l’arretratezza civile, il ritardo nei costumi e nelle tecniche, quanto la natura non domesticata e il contrasto con le vestigia della classicità e degli splendori medioevali e rinascimentali. Da maestri di civiltà gli italiani sono declassati a barbari, magari pittoreschi e affascinanti, ma oggetto di distaccato stupore anziché di ammirata emulazione. E dal momento che il viaggio per eccellenza è quello in Italia, gli italiani, e nella fattispecie i letterati, sentono giustificata la loro immobilità. Così, mentre da Montaigne in poi, passando per Montesquieu, per Chateaubriand, per Stendhal, per Tocqueville, fino a Loti ed oltre, filosofi e romanzieri francesi, i primi soprattutto, vanno in cerca dello stato o dell’uomo ideale: mentre da Ruskin a Stevenson, da Dickens a Kipling, fino a Vita Sackville West e ad Auden, gli inglesi girano a cercare o a perdere un’identità; mentre i tedeschi, da Goethe a Hesse, sono in traccia dell’Idea o della spiritualità, e gli americani cominciano da Mark Twain a invertire la direzione degli approdi; mentre tutti si muovono per confrontarsi con qualcosa, non fosse altro per ricondurre snobisticamente il poco noto al banale, gli italiani snobbano direttamente il viaggio. Quando accade loro di muoversi non lo fanno per scelta, ma per necessità, per fuggire o perché sono stati sbattuti fuori. Viaggiano col timbro dell’esule, e tendono costantemente le palme ai tetti natii. Mentre Byron sceglie di andare a morire a Missolungi, Santorre di Santarosa avrebbe preferito invecchiare a Torino. Di conseguenza la nostra letteratura non contempla il viaggio come tema, mentre è tutta intrisa di lacrime da distacco e di nostalgia da lontananza.

Un esempio per tutti. Nel 1827 vengono editate due opere fondamentali per la cultura europea, una in Germania, l’altra in Italia: libri destinati a formare intere generazioni del ceto culturale dei due paesi, dal momento che vengono adottati molto presto come testi obbligatori di studio. Il primo è il Reisebilder di Heine, inno al viaggio, allo sradicamento, al cosmopolitismo del viandante. L’altro è I promessi sposi: vale a dire la poesia del focolare domestico, del paesello, dell’addio monti. Ogni spostamento dei protagonisti è forzato, inevitabilmente destinato ad aggravarne la situazione. Tenendo conto del manzonianesimo imperante nella nostra scuola sino a due decenni fa, non può destare meraviglia la scarsa propensione della classe intellettuale italiana al viaggio, e al resoconto o al racconto di viaggio (che viene per l’appunto lasciato ai manovali, ai Salgari, mentre altrove passa per le penne più prestigiose).

Di questa sindrome la letteratura italiana non si è liberata neppure nel ventesimo secolo. Nove milioni di poveracci hanno attraversato l’Atlantico tra fine Ottocento e il primo quarto del Novecento, e non c’è una sola opera narrativa o descrittiva di un qualche rilievo che racconti questo esodo. Si è dovuto attendere l’ultimo decennio per assistere ad una vera e propria esplosione del genere: ma il fenomeno non è affatto genuino, è un frutto di importazione, una moda di risulta veicolata dai successi di alcuni viaggiatori-scrittori anglosassoni, primo tra tutti Chatwin. Gli scrittori italiani si scoprono oggi viaggiatori, e millantano addirittura una vocazione e una tradizione autoctona, andando a riesumare onesti quanto modesti compilatori sepolti da decenni nell’oblio. Ma non c’è storia. La verità è che il viaggio è entrato nella letteratura italiana solo dopo che la letteratura italiana ha cessato di esistere, e ha lasciato il posto ad una letteratura in lingua italiana, semplice traduzione alla fonte dei nuovi standard letterari della globalizzazione.

 

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Le vie di Pietro

di Paolo Repetto, 1998 e l’Album “A spasso con Pietro

Sono convinto che i due si siano incrociati, da qualche parte. Per tipi come loro il mondo non è poi così grande. Magari si sono urtati nella calca di un suk, o si sono scambiati uno sguardo distratto, mentre stavano fotografando da sedici angolazioni diverse uno stupa; oppure hanno viaggiato schiena contro schiena, immersi nella lettura e nei progetti di nuovi itinerari, su un trenino delle Ande, stipato all’inverosimile di umanità varia, pollame e ortaggi. Insomma, opportunità di incontrarsi ne hanno avute, in un trentennio di vagabondaggi paralleli su e giù per i cinque continenti. E comunque, se anche si fossero “fisicamente” mancati, era inevitabile che prima o poi la loro prossimità spirituale si manifestasse.

L’occasione arriva adesso, attraverso una serie di opere nelle quali Pietro Jannon fonde la sua esperienza della varietà e dell’unicità del mondo con le suggestioni derivate dalla lettura di Bruce Chatwin. Il che non significa, e meno che mai in questo caso, rileggere alla luce della propria sensibilità le emozioni altrui, ma al contrario pescare dal proprio bagaglio sensazioni, stupori, nostalgie e smarrimenti, e ravvivarli e riordinarli nel confronto con un itinerario che viene sentito, pur nella sua diversità, come fortemente affine. Certo, un bagaglio occorre averlo, meglio se ha la forma e le dimensioni di uno zaino, e meglio ancora se zeppo di giacche a vento fradice, di calzini sudati e di scarponi pieni di polvere: e in quanto a scarponi e giacche a vento e calzini e zaini non c’è dubbio, Pietro ne ha consumati più di chiunque altro, Chatwin compreso. I dipinti di Jannon non costituiscono dunque un omaggio né un tributo (e questo, per chi ha con lui una certa consuetudine è scontato), non ha nulla a che vedere con la forma di devozione postuma praticata nei confronti del grande viaggiatore inglese da troppi orfani dell’avventura. Pietro non è orfano né devoto di nessuno: l’avventura l’ha sempre vissuta in proprio, con le sue formidabili gambe, sulle sue spalle infaticabili e con la sua (durissima?) testa. Nel suo rapportarsi a Chatwin non c’è alcun sospetto di subalterna riverenza (subalterno, Pietro?!): c’è invece un’attestazione di simpatia (intesa quest’ultima, letteralmente, come affinità del sentire), il saluto ad un coetaneo riconosciuto come tale non solo per ragioni anagrafiche, ma per l’identità delle scelte, delle esperienze e soprattutto dell’interpretazione di quella metafora della vita che è il viaggio.

Il viaggio, appunto, il perenne movimento, la curiosità e il rispetto per il diverso: sono le stigmate di un’elezione, di un’irrequietudine che nel loro caso ha saputo positivamente disciplinarsi, come molla alla conoscenza, invece di inacidirsi a pretesto per la fuga o per l’ arroccamento. È una condizione, questa, che può talvolta trovare espressione anche in forme stimolanti, e i libri di Chatwin e i dipinti di Jannon sono lì a testimoniarlo, ma non può essere trasmessa, e meno che mai acquisita. Perché muoversi, essere irrequieti, provare una curiosità intelligente sono condizioni necessarie, ma non sono ancora sufficienti per individuare un percorso originale, naturalmente proprio e al tempo stesso iscritto nella memoria più recondita della specie. Ciascuno a suo modo, Chatwin e Jannon hanno rintracciato i segni di questo percorso, l’hanno intrapreso e lungo esso si sono incontrati. Entrambi hanno infatti seguito le loro “vie dei canti”, quei tracciati invisibili e pur così evidenti (almeno per chi ha occhi e orecchi per riconoscerli, e cuore e gambe per affrontarli) che corrono il globo in lungo e in largo, e se intersecano le rotte turistiche e commerciali è solo per lasciarle subito, e lungo i quali si muovono da sempre i depositari di un nomadismo ancestrale, istintivo e non condizionato da mode o necessità.

Pietro Jannon appartiene a pieno titolo a questa categoria di nomadi, imprevedibili, schivi, fieramente gelosi della propria indipendenza. Puoi incontrarlo sul Tobbio, tra le rovine dell’Acropoli o sulla via di Katmandu e non ti dirà mai “sono venuto sin qui”, ma “stavo passando di qui”, e già solleverà lo zaino, diretto da un’altra parte. Il suo viaggio è sempre in corso: non contempla punti d’arrivo, così come non suppone luoghi da cui fuggire. Non ne ha bisogno, e non perché si sostanzi dello spostamento in sé, ma perché in quest’ottica ogni luogo è altrettanto significativo nel raggiungerlo come nel lasciarlo.

Nel corso dei suoi viaggi Jannon raccoglie immagini (tante!) e ricordi, di cui peraltro fa partecipi solo pochi eletti, e con parsimonia: ma riporta soprattutto frammenti di segni, flash di colori o di profili, e anche di odori, o di suoni. Li cova nella memoria, li seleziona, lascia dapprima che reagiscano al contatto con gli agenti esterni o interni più disparati (letture, immagini, reminiscenze di altri viaggi già fatti o aspettative per quelli in programma) e poi ne leviga ogni connotazione spaziale e temporale, sino a tradurli in simboli. Solo a questo punto li riversa infine sulla carta, sul legno o sulla tela. Quel che ne sortisce sono emozioni essenziali, rarefatte ma profonde, sedimentate e tuttavia mai fredde; perché i segni ritornano in serie di approssimazioni, appena leggermente variate, che producono un effetto di mobilità, un percorso, appunto. Nessuna delle sue opere vuole chiudere in sé, fermare per intero il ricordo; tutte si iscrivono in sequenze, e pur riuscendo autoconclusiva ognuna già allude alle variabili e alle possibilità altrove esplorate. Come i suoi piedi, anche la pittura di Jannon non può mai essere in quiete; rifiuta la staticità del reportage, i divani dell’introspezione e gli specchi dell’autocompiacimento, per esprimere invece una primordiale meraviglia al cospetto del mondo, e la voglia di rinnovarla costantemente. Per questo, appena la mostra chiuderà i battenti, o forse anche prima, non perdete tempo a cercare Pietro. Sarà già altrove, lungo le vie dei canti, con uno zaino da duecento litri stipato di magliette, calze e suggestioni.

 

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Ragionare

di Paolo Repetto, 1997

Stiamo scendendo per la direttissima. Sulla sinistra un sole malato cerca riposo dietro la Colma. La temperatura è già rigida, ma stranamente non ci buttiamo a rompicollo per il crinale, come di regola ci accade. In giornate come questa l’aura del Tobbio è veramente sacrale, non si lascia profanare dalla fretta e dagli impegni domestici. L’ascensione ha sortito il suo effetto purificante: ora siamo nel paradiso delle idee. Franco è ispirato: sostiene che il razionalismo greco è qualcosa di assolutamente originale nella sua laicità. Osservo che ciò è vero sino ad un certo punto, perché anche la civiltà cinese, col confucianesimo, presenta qualcosa di simile. Non sembra molto convinto (quando non è molto convinto, cioè sempre, Franco ciondola la testa: le rare volte in cui è d’accordo la drizza, e gli si illuminano gli occhi). E infatti: – eh, si, abbastanza simile, tuttavia …(ci siamo) non è la stessa cosa, perché il confucianesimo raccomanda il rispetto delle antiche credenze religiose, e la pratica devota, limitandosi a razionalizzare l’etica, mentre il razionalismo occidentale spazza via le prime e rifonda totalmente la seconda. E poi, gente, (tipico intercalare vallosiano) basta guardare ai risultati: il confucianesimo ha prodotto venticinque secoli di immobilismo politico, sociale, tecnologico, ecc. A prescindere dalla valutazione se ciò sia da considerarsi o meno negativo, la differenza degli esiti balza agli occhi. Non so cosa aggiunga ancora, perché quel termine, immobilismo, mi ha fatto scattare una scintilla.

Mentre scendo, rumino, e appena prendiamo fiato sul pianoro mezzano ho pronta la mia tesi. Dunque, la laicizzazione (razionalizzazione) greca è figlia della mobilità, dello spostamento. A ben considerare, infatti, questo fenomeno nasce (e di lì poi si diffonde) nell’area della colonizzazione ionica, quindi in una zona che trova la sua centralità non nella terra, ma nel mare: e il mare è nell’antichità luogo degli spostamenti per eccellenza. La rottura con la tradizione, o quantomeno la diminuzione del rispetto per essa, è decisamente legata alla colonizzazione. Spostandosi dai luoghi sacri per eccellenza, dalle dimore degli dei e dei lari, vien meno la sacralità annessa agli avvenimenti mitici: si agisce in aree e in atmosfere desacralizzate, a contatto magari con credenze altre, che mostrano la corda ad occhi nuovi e non condizionati. Per quanto si tenti di risacralizzare, vien meno la profondità nel tempo della tradizione. Questo atteggiamento viene mantenuto anche in occasione del ritorno in patria (non a caso i sofisti sono quasi tutti provenienti dalla Ionia, e sono considerati istigatori all’ateismo).

La storia si ripete, dopo due millenni, con la scoperta del nuovo mondo e la secolarizzazione che ne consegue (vedi la nascita del libertinismo, e comunque la spinta che la vicenda dà alla rivoluzione scientifica). Non è secondario poi il fatto che molti degli spostamenti di questo periodo siano indotti dalla volontà di sottrarsi ad una particolare tradizione religiosa. Infine, lo stesso fenomeno possiamo riscontrarlo con l’ebraismo, l’altra matrice della cultura europea. Gli ebrei, gli sradicati per eccellenza, finiscono per costituire l’elemento desacralizzante negli ultimi due secoli.

Siamo in fondo al sentiero, è quasi buio e spira un’arietta che non ha soggezione di magliette e camicie. Non c’è tempo per approfondire il discorso, è ora di tornare. Saliamo dunque in macchina, partiamo e facciamo a balzelloni, col motore gelato, i primi tornanti. Solo dopo qualche minuto, quando l’auto comincia a filare silenziosa e i vetri si disappannano, Franco tossicchia e ricomincia: tuttavia …

 

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Se il sogno muore …

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

… che ne è del sognatore? Dipende. Dipende dalla natura del sogno, e da quanto il sognatore vi aveva investito. Dipende naturalmente anche dal carattere di quest’ultimo. Si può decidere di rinunciare, di dormire una vita senza sogni, e di rifugiarsi nella tele-ipnosi di gruppo. È la fine che fanno i più, appena la vita li risveglia. Oppure ci si può ostinare a chiudere gli occhi, saltando sulla giostra delle mode stagionali e cavalcando al giro destrieri di legno, senza mai staccarsi da terra. È quanto capita ad un sacco di gente, capace di passare disinvoltamente dalla rivoluzione comunista alla mistica indiana, dal terzomondismo all’integralismo ecologista, dall’impegno all’arrampicata sociale. Ma in questo caso non è nemmeno lecito parlare di sogno, siamo alla più desolante delle parodie.

La terza possibilità è quella di resistere, di attendere l’alba senza dimenticare nulla delle emozioni, delle sensazioni indotte dal sogno, e aspirare a farle rivivere, in qualche modo, anche alla luce del giorno. Di essere lucidamente consapevoli, ma non rassegnati, e di comportarsi di conseguenza. È quanto cerchiamo di fare, anche con questa rivista.

Ma proviamo a invertire i termini della domanda. Se il sognatore muore, se si arrende, che fine fa il sogno? Una gran brutta fine. Nella migliore delle ipotesi muore anch’esso, e amen. Ma può andare peggio. Il sogno può essere trafugato, sterilizzato, riprodotto in serie e venduto sotto plastica nel supermarket della banalizzazione.

A questo destino sembra non sottrarsi nulla, nemmeno uno dei temi a noi più cari. La clonazione industriale d’ogni fantasia e d’ogni speranza non poteva risparmiare ciò che del sogno è lievito e quintessenza: l’evasione, la fuga e, per estensione, il viaggio. Non ci riferiamo, naturalmente, all’accezione turistica o sportiva dello spostamento, quella già commercializzata da una miriade di depliant in forma di riviste, ma al viaggio come scelta d’autocoscienza e di libertà. Sull’onda del successo editoriale di Chatwin si sono moltiplicate le collane di “traveller’s books”, sono stati pubblicati i diari di viaggiatori o viaggiatrici di ogni epoca, e del viaggio è stata sviscerata ogni implicazione sociale, letteraria o psicologica. Thiesiger, Robert Byron, Theroux, non occupano altrettanto spazio di Ronaldo, ma sono ormai di casa nelle ex terze pagine dei quotidiani, e si alternano agli excursus sulla letteratura del Grand Tour. La stessa immagine adottata dai “Viandanti delle Nebbie” a simbolo del gruppo, il viandante di Friedrich, è decisamente inflazionata, illustra più o meno a sproposito ogni articolo sul tema. Una colata di erudizione nomadica o dromoscopica viene eruttata da bradipi che non saprebbero orientarsi nel giardino dietro casa, e discettano con nostalgia del buon viaggio andato, di quando si camminava a piedi o a cavallo, e l’Italia era bella di selve e di rovine, e nel deserto non si andava con la jeep. E sottintendono, ma neanche troppo, il consiglio per gli acquisti: sulle orme di Goethe (per i più sedentari), in viaggio per l’Oxiana o nello Yemen (per i cacciatori di emozioni), nel Tibet segreto (solo per mistici e cardionormi). Ci sono ormai programmi per tutte le tasche e con tutte le combinazioni.

Ce ne sarebbe a sufficienza per chiudersi in casa a veleggiare, come faceva l’Ariosto, sulle carte e sugli atlanti, e tacere. Ma questo non significa resistere. Resistere significa contrastare metro per metro, riga per riga, l’usurpazione delle idee, l’occupazione pubblicitaria del linguaggio. Per questo continueremo, su Sottotiro o altrove, a scrivere di viaggi e sogni e utopie: perché con le stesse parole si possono dire cose assolutamente diverse.

 

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