L’Italia a piedi

di Paolo Repetto, 30 gennaio 2015

Camminare è l’attività più libera e indipendente,
niente vi è di peggio che star seduti
troppo a lungo in una scatola chiusa.
Johann Gottfried Seume

1. Sui prussiani pesa un vecchio pregiudizio e, dal momento che quasi nessuno sa dove si trovi effettivamente la Prussia, il pregiudizio ha finito per essere esteso a tutte le popolazioni della fascia più orientale e settentrionale della Germania.

Forse è colpa di Federico II, o di Von Clausewitz e di Bismarck (che peraltro erano tra gli uomini più intelligenti del loro tempo), sta di fatto che il termine “prussiano” evoca immediatamente un’enorme caserma abitata da milioni di militari, tutti ugualmente ottusi, tirati su a bastonate, pronti a scattare agli ordini e a marciare al passo dell’oca.

In Italia questa immagine l’ha diffusa Vittorio Alfieri, ben prima degli odierni detrattori della Merkel. Nella Vita scritta da esso racconta:

All’entrare negli stati del gran Federico, che mi parvero la continuazione di uno stesso corpo di guardia, mi sentii raddoppiare e triplicare l’orrore per quell’infame mestier militare, infamissima e sola base dell’autorità arbitraria […] Uscii da quella universal caserma prussiana verso il mese di novembre, aborrendola quanto bisognava […] perché quei perpetui soldati, non li posso neppur ora, tanti anni dopo, ingoiare senza sentirmi rinnovare lo stesso furore che la loro vista mi cagionava in quel punto.

In Francia, dove i prussiani li hanno sempre patiti in maniera particolare (e a ragion veduta, se si guarda alla storia degli ultimi tre secoli), un’identica considerazione era già radicata da un pezzo, così come nei paesi del Baltico e nella stessa Germania (si vedano gli sprezzanti giudizi di Goethe o di Heine, o le battute che ancora negli anni trenta del secolo scorso Leigh Fermor raccoglie attraversando la Baviera).

Malgrado Alfieri e il gran Federico, però, questo stereotipo è falso. I prussiani famosi che mi vengono in mente si chiamano Kant, Herder, i fratelli Humboldt, Jacobi, Hoffmann, Schopenhauer, Nietzche. Nessuno di costoro era un guerrafondaio, qualcuno, gli ultimi due soprattutto, era magari un po’ stravaganti, ma tutti erano intellettualmente geniali e moralmente liberissimi. Se anche fossero casi eccezionali, testimonierebbero comunque che, a volerlo, la dignità e l’indipendenza di spirito si possono coltivare ovunque.

A dimostrare che tanto eccezionali poi non sono, chiamo in causa Johann Gottfried Seume. Seume è certamente molto meno famoso dei suoi connazionali sopra citati e da noi è addirittura uno sconosciuto: ma questo gli fa torto, perché Seume era un uomo indipendente, ironico e integerrimo, e perché ha avuto con l’Italia un rapporto importante. L’ha infatti percorsa per intero nel 1802, in pieno subbuglio napoleonico, lo ha fatto a piedi, prendendosi tutto il tempo per capire ciò che vedeva e sentiva, l’ha infine raccontata in un simpaticissimo diario di viaggio, Spaziergang nach Syrakus (Una passeggiata verso Siracusa), facendoci cogliere attraverso l’occhio neutrale ma non freddo di uno straniero quella quotidianità che non entra nella storia ufficiale.

Ancora una volta quindi parlerò di un camminatore. Seume era anche altro, certamente: era un valente classicista, un filosofo tanto umile quanto coerente e, quasi suo malgrado, un militare. Ma a me interessano prima di tutto le sue buone gambe, perché sono quelle che hanno fatto affluire le giuste dosi di sangue alla sua testa.

Seume va dunque a infoltire una galleria di ritratti i cui soggetti hanno in comune, assieme a tante altre cose, l’amore per le camminate: esploratori illustri come Humboldt o misconosciuti come Raimondi, letterati-vagabondi come Gorkij, London, Hamsun e Leigh Fermor, scienziati-alpinisti come Dolomieu. È insomma in ottima compagnia.

I polpacci infaticabili, il tema del camminare, mi affascinano da sempre: lo dimostrano un migliaio di volumi della mia biblioteca, quelli che ne occupano il settore più ricco e prezioso e che trattano di viaggi, di esplorazioni, di scalate, di vagabondaggi. Io stesso, nel mio piccolo, ne ho scritto: e ho anche camminato parecchio.

Vorrei approfittare di Seume per soffermarmi con un po’ di calma su un’attività che è stata determinante per l’origine e la crescita dell’umanità intera, oltre ad aver avuto tanto peso nella mia vita, sia direttamente che attraverso le suggestioni letterarie. Il personaggio si presta.

Certo, può sembrare un argomento un po’ peregrino, o quanto meno troppo generico: camminare è una funzione naturale, come mangiare e dormire. Ma camminare sulle sole zampe posteriori è una funzione naturale riservata agli umani, quella che segna il limite di non ritorno tra noi e gli altri mammiferi. È una funzione acquisita, non si sa ancora bene quando e per quali motivi (continuano a essere proposte nuove teorie), che ha liberato delle abilità nuove e provocato un effetto volano, causando ricadute che vanno dagli usi alternativi delle estremità anteriori allo sviluppo del linguaggio, sino alle tecnologie che discendono dagli uni e dall’altro.

Ora, in genere noi diamo queste cose per scontate e siamo interessati solo al risvolto “volontaristico” della faccenda, alla possibilità cioè di camminare per scelta, ma nel fare ciò non dovremmo dimenticare che per la stragrande parte dell’umanità questa condizione è piuttosto recente e segna, almeno in apparenza, uno scarto dal percorso cultural-evolutivo.

A differenza di quanto è avvenuto per le altre funzioni primarie, che non sono state surrogate, ma solo agevolate (con la cottura dei cibi, con la costruzione di ripari e giacigli), l’uomo ha cercato per i suoi spostamenti di ovviare il più possibile al determinismo fisiologico, inventando o procurandosi dei mezzi di locomozione alternativi, delle “protesi” animali prima e meccaniche dopo. Lo ha fatto inizialmente a fini utilitaristici, per spostarsi più velocemente, per risparmiarsi la fatica, per procurarsi dei vantaggi sugli avversari, ma la cosa ha assunto col tempo anche una valenza simbolica.

Per un lunghissimo periodo della storia umana la possibilità di spostarsi senza usare le gambe ha addirittura costituito uno dei principali segni di affermazione sociale (Barthes scrive che «qualunque promozione sociale abolisce in primo luogo le gambe»). In effetti, se ci riflettete, il primo gradino di distinzione era nel mondo antico l’ingresso nel ceto degli equites e nel medio evo l’appartenenza alla cavalleria; allo stesso modo nel mondo contemporaneo l’auto rimane lo status simbol per eccellenza.

Qualcosa però è cambiato. Ecco, vorrei parlare proprio di questo, del fatto che da gesto istintivo, naturale e necessario qual era, il camminare sta diventando sempre più un comportamento volontaristico, un gesto culturale innalzato alla seconda potenza. Nel corso della trasformazione a questo gesto sono state associate diverse motivazioni: dapprima religiose e penitenziali, poi anticonformistiche, quindi sportive e infine, oggi, salutistiche, di auto rappresentazione o di protesta. Insomma, camminare non è più oggi solo un modo per spostarsi, ma un linguaggio attraverso il quale inviamo messaggi a noi stessi o agli altri.

Procediamo però con ordine. Il progetto iniziale era limitato alla biografia di Seume, anzi, più specificamente alla sua passeggiata per l’Italia. Poi, come sempre mi accade, l’argomento mi ha preso mano e mi ha spinto ad allargarmi. Diventa quindi necessario dividere il mio racconto in due momenti. Nel primo si seguirà grosso modo la scaletta originaria. Nel secondo prenderò invece spunto da quella per avventurarmi lungo altri sentieri, mantenendo comunque la stessa meta. Faremo, se lo vorrete, un pezzo in più di strada assieme. A piedi, naturalmente.

2. Devo precisare che Seume non è propriamente un prussiano. Nasce nel 1762 in una famiglia di contadini sassoni (ma la Sassonia era da tempo nell’orbita del regno di Prussia), già di per sé povera e gettata poi nella miseria estrema dalla morte del padre, dal quale il primogenito Johann eredita solo «la malattia di non poter vedere un’ingiustizia senza protestare»1.

La perdita del capofamiglia comporta di lì a poco anche quella del fazzoletto di terra su cui la madre viveva con altri quattro figli, per cui il ragazzino deve precocemente ingegnarsi per campare. Ci riesce bene, e la sua intelligenza viene segnalata da un maestro a Friedrich von Hohenthal, il signorotto locale che lo prende sotto tutela e lo aiuta a ricevere in qualche modo, sia pure tra molte ristrettezze, una solida istruzione.

La storia del ragazzo di modeste condizioni avviato agli studi dalla benevolenza di un aristocratico o di un ecclesiastico non è infrequente in Germania e nei paesi nordici. Negli stessi anni, a poche miglia di distanza, un’identica sorte capita a Fichte, coetaneo di Seume, che aveva iniziato la sua carriera come guardiano d’oche. La cosa ha senz’altro a che fare con lo spirito di fondo dell’etica protestante, con l’idea cioè che chi merita vada premiato e aiutato ad affermarsi, e con i suoi presupposti dottrinali, che contemplano il sacerdozio universale, ovvero la possibilità per tutti di avere accesso diretto alla parola di Dio, e quindi una scolarizzazione di base anche per i più poveri.

In sostanza, nei paesi protestanti si crea per la cultura uno spazio di reclutamento allargato, che basterebbe da solo a spiegare il loro primato culturale – ma lo stesso vale anche per la cultura ebraica – in tutta l’età moderna. Nel caso nostro, poi, va anche considerato che Federico II aveva introdotto nei suoi domini l’obbligo di una istruzione minima per tutti, non certo per zelo religioso, ma perché tutti fossero in grado di conoscere direttamente, e in questo caso senza libertà alcuna di interpretazione, la sua volontà.

Buona parte dei personaggi dei quali mi sono occupato ha seguito la stessa trafila, e forse me ne sono occupato proprio per questo, per una sorta di inconscia identificazione. Ciò spiegherebbe anche perché sono quasi tutti stranieri: vicende di questo tipo accadono raramente dalle nostre parti (per l’Italia, se si esclude forse Pascoli, non me ne viene in mente uno).

Al termine degli studi secondari, Seume è indirizzato alla facoltà di Teologia dell’università di Lipsia, perché quella religiosa è l’unica carriera aperta al figlio di un contadino (o a chi non sembra possedere doti particolari: sarà il caso, ad esempio, di Darwin). I geni ribelli e indipendenti ereditati dal padre non tardano però a manifestarsi. Dopo un solo anno, durante il quale anziché al canone ecclesiastico si dedica alla scoperta dei razionalisti inglesi (soprattutto dello scetticismo religioso di Shaftesbury), capisce che non è assolutamente il caso di insistere: «Intesi che da uomo onesto io non potevo continuare per quella strada».

Con grande rammarico del suo benefattore decide quindi di spostarsi a Parigi, la capitale dell’Illuminismo, col progetto di arruolarsi e tentare la carriera militare: ciò che in Germania, stante la sua estrazione sociale, gli sarebbe precluso. Alla fine di giugno del 1781 salda quindi tutti i suoi debiti (cosa decisamente inusuale per gli studenti dell’epoca) e lascia nascostamente Lipsia.

Per arrivare in territorio francese deve però attraversare una miriade di staterelli regionali tedeschi, e lo fa nel momento peggiore. Da diversi anni infatti i langravi dell’Assia e del Brunswick inviano in America milizie reclutate a forza tra i contadini o tra chiunque capiti nelle mani degli “arruolatori”. Vendono i soldati agli inglesi un tanto a capo, come fossero bestiame. È in corso la rivoluzione americana e l’Inghilterra non ha effettivi sufficienti per contenere la ribellione (è contemporaneamente impegnata a desertificare l’Irlanda); il parlamento è restio a creare un forte esercito con sudditi britannici, cosa contraria alla mentalità e alla tradizione inglese, oltre che pericolosa per l’autonomia parlamentare stessa, e soprattutto preferisce far svolgere il lavoro sporco della repressione alla soldataglia straniera. Dal canto loro i principi tedeschi non si fanno alcuno scrupolo, pur di incrementare risorse sempre inadeguate al tenore di vita che mantengono.

Quando a Erfurt, sulla strada per Metz, Seume viene fermato dagli uomini del langravio d’Assia e arruolato, combattono già oltreoceano circa trentamila “mercenari”, per la gran parte provenienti dall’Assia. Costituiscono in pratica l’ossatura dell’esercito lealista e sostengono gli scontri più impegnativi. Alla fine settemila di loro rimarranno sul campo, uccisi soprattutto dagli stenti e dalle malattie, mentre altrettanti disertano nel corso del conflitto e scelgono di andare a impinguare le colonie tedesche della zona costiera centrale. Non sono comunque solo i prussiani a fare commercio dei propri concittadini: anche i Savoia inviano un contingente mercenario di circa duemila uomini.

Seume e i suoi sventurati compagni vengono concentrati nel giugno del 1782 a Kassel, e di lì marciano sino al porto di Brema dove li attendono le navi inglesi. Il carattere di Seume viene fuori già dal modo in cui affronta questa circostanza. Scrive nell’Autobiografia:

Nonostante la generale tristezza, io godevo della bellezza della regione montana […] il viaggiare rende lieti, e la nostra compagnia era così variopinta, forniva una tal mescolanza da fornire a ogni momento un motivo di distrazione.

Johann Gottfried ha vent’anni e vive questa esperienza con eccitazione: in fondo, lo porterà addirittura a conoscere il Nuovo Mondo. Ciò non toglie che durante la marcia guidi un tentativo di fuga e che una volta ripreso salvi la pelle solo perché ogni uomo venduto agli inglesi vale sette sterline. È la prima delle tantissime situazioni estreme in cui verrà a trovarsi. A Brema è imbarcato su un vascello inglese che ha nulla da invidiare alle navi negriere. Il viaggio è un disastro. Per arrivare a destinazione sono necessari quasi tre mesi, vissuti in condizioni spaventose:

Venimmo pigiati accatastati, messi a strati come le aringhe […] Non c’era spazio […] Nessuno poteva cercare di muoversi o di dormire sul dorso. Il vitto era pessimo e l’acqua putrida. Non era possibile berla senza passarla per uno straccio, e ancora ci si dovevano chiudere le narici.

Nel corso di tutta la spedizione saranno in effetti più numerosi i morti per i disagi che quelli in combattimento; il contingente di Seume si risparmia almeno questi ultimi, dal momento che quando la nave finalmente arriva (nel settembre del 1782) è già avvenuto a Yorktown lo scontro decisivo che porterà alla conclusione del conflitto. Il battaglione al quale i rincalzi sono aggregati sverna pacificamente nella baia di Halifax ed è rimpatriato alla fine dell’estate successiva.

Unico risvolto positivo di questa drammatica esperienza è l’amicizia che Seume stringe ad Halifax con Karl von Münchhausen, omonimo e nipote del famoso barone che ispirò il libro di Raspe, di solo un paio d’anni più anziano di lui. Münchhausen è partito come volontario due anni prima e comanda la compagnia alla quale Seume, il più istruito del suo gruppo e probabilmente anche il più tosto, è assegnato come sergente.

L’intesa intellettuale è immediata e profonda e l’amicizia è destinata a durare anche dopo il rientro di entrambi in patria. In verità si rivedranno solo a distanza di vent’anni, per una sola volta, a Smalcalda (città della Turingia), al ritorno di Seume dall’Italia, ma manterranno una fittissima corrispondenza, parte della quale sarà pubblicata congiuntamente nel 1797 col titolo di Rückerinnerungen, che sta pressappoco per Memoria di un’amicizia. In essa rievocano le loro peripezie americane, ma si scambiano anche opinioni sulla situazione politica e sociale della Prussia, da posizioni repubblicane l’uno e aristocratico-conservatrici l’altro2. Seume esprimerà poi la nostalgia per quei tempi difficili ma avventurosi e carichi di aspettative per il futuro in una poesia del 1802, Addio al mio amico Münchhausen, che fornirà appunto l’occasione per l’ultimo incontro.

Anche il viaggio, e nel complesso tutta la vicenda, viene vissuto (o almeno, così sarà poi raccontato) con una spensieratezza che non è per nulla frutto di giovanile incoscienza, ma nasce dall’esercizio continuo della forza di volontà. Seume non vuole lasciarsi travolgere dagli avvenimenti e riesce in qualche modo a dominarli, traducendo ogni disavventura in esperienza.

Il suo atteggiamento positivo risulta ancora più evidente se confrontato con quello di un compagno di sventura, un religioso, l’unico dotato di un po’ di istruzione, col quale inizialmente aveva sperato di instaurare un rapporto meno animalesco: quello però si lascia andare alla disperazione, rimedia continue punizioni e finisce poi per morire in un angolo isolato del ponte, abbandonato da tutti.

Seume oppone invece tutta la resistenza che gli è consentita dalle sue risorse culturali. È riuscito in mezzo a tutto questo pasticcio a conservare un volumetto delle odi di Orazio e quando ha un momento d’aria lo legge sul ponte. E qui accade un altro della serie di “miracoli” iniziati con la sua adozione da parte del conte di Hohenthal, che si ripeteranno lungo tutta la sua vita. Il capitano lo nota mentre legge, è incuriosito, è colpito dall’intelligenza, dalla cultura e dalla forza di carattere del giovane e fa in modo di rendergli meno penoso il viaggio e di procurargli un po’ di cibo in più.

3. Col ritorno in Germania, nell’agosto successivo, le disavventure di Seume non sono per niente finite. Riesce a eludere il controllo degli assiani, ma solo per finire nelle mani degli sbirri del re di Prussia, che lo obbligano di guarnigione a Emden senza nemmeno riconoscergli il grado precedente. Tenta altre due volte la fuga e due volte viene riacciuffato e processato come disertore3.

Se la cava, al solito, per quella strana fortuna che pur nelle disgrazie lo assiste e perché sa far valere la sua istruzione. Una volta, durante il processo, uno dei magistrati dell’accusa contestata l’esattezza di un verso latino che il giovane ha scritto sulla porta della cella. Ne nasce una situazione da film di Totò, con la corte che si mette a discutere di metrica e l’accusato che spiega come deve essere costruito un esametro: a quanto pare riesce molto convincente, perché alla fine viene assolto.

Un’altra volta sfugge per un pelo a una fustigazione a sangue che probabilmente lo avrebbe ucciso. Viene graziato per l’intervento dei maggiorenti di Emden, ai cui figli ha nel frattempo impartito delle apprezzatissime lezioni4: uno di essi paga anche una cauzione (successivamente rimborsata da Seume) che gli permette di tornare finalmente libero. Riesce così nel 1787 a rientrare a Lipsia e a rivedere la madre. Dalla sua forzata partenza sono trascorsi quasi cinque anni.

In patria è riaccolto calorosamente dai molti amici dell’università, che ne apprezzavano il carattere modesto e l’indipendenza di pensiero e che già all’epoca in cui era scomparso si erano mobilitati per rintracciarlo. Christian August Clodius, poeta, librettista e compagno di studi di Seume, del quale porterà poi a termine l’autobiografia, racconta come riuscisse immediatamente simpatico a tutti: e in effetti vedremo che anche all’estero non avrà mai difficoltà a conquistarsi la fiducia di altri viaggiatori e l’ospitalità degli autoctoni.

Seume riprende dunque a frequentare l’università, si mantiene con lezioni e traduzioni (soprattutto dall’inglese), vive una vita spartana e non cerca impieghi, perché questi gli creerebbero vincoli e limiterebbero la sua libertà di dire tutto ciò che pensa:

Mi si rimprovera di non cercarmi un impiego statale. Per molti impieghi del genere mi sento inadatto; d’altronde fa parte dei miei principi che debba essere lo stato a cercar gli uomini per i suoi impieghi, e non viceversa. Se fossi ministro, difficilmente concederei un impiego a chi lo chiede […] Molti riterranno questa mia una bizzarria. Io no. Se non fossi io, individuo isolato, a combattere per le mie idee, chi dunque dovrebbe farlo?

Consegue il dottorato nel 1791 e l’anno seguente si abilita all’insegnamento con una dissertazione su Arma veterum cum nostris breviter Comparata (L’armamento nell’antichità e nei tempi moderni. Un breve confronto). Seume wird Privatdozent.L’argomento è significativo perché a questo punto Seume continua a considerarsi un militare e a coltivare il vecchio sogno di diventare ufficiale (in fondo è un quasi-prussiano!) e quando gli si offre l’occasione di entrare come attendente al servizio del generale Otto von Igelström, prussiano al servizio dello zar e comandante in capo delle truppe di occupazione russe a Varsavia durante la campagna di Polonia, la coglie al volo.

Siamo nel 1794. La Polonia, oggetto l’anno precedente della seconda spartizione tra Russia, Prussia e Impero Asburgico, si è ribellata sotto la guida di Tadeusz Kościuszko. La rivolta è soffocata a prezzo di scontri sanguinosissimi e Seume stesso durante la decisiva battaglia di Varsavia cade nelle mani dei polacchi. Viene risparmiato perché come ufficiale può tornare utile negli scambi, rimane prigioniero per diversi mesi e torna libero solo dopo la resa definitiva degli insorti.

Al termine della campagna Seume si congeda: dopo le carneficine cui ha assistito, la carriera militare non gli sembra più tanto appetibile:

Feci allora come ufficiale russo il mio dovere, ma poi giudicai quei fatti a modo mio.

E meno che mai al servizio di un potere dispotico:

In Russia non mi mancherebbe certo qualche posto decoroso. Ma andrei a Lipsia ad azionare il mantice dell’organo piuttosto che dare la mia vita in ipoteca a un paese dove solo di tanto in tanto si vede galleggiare un frammento di umanità in un oceano di barbarie.

Ha anche dovuto rendersi conto dell’incompatibilità del suo carattere con un ambiente nel quale non sono i meriti a determinare la carriera:

In tutta la mia vita non mi sono mai abbassato a chiedere qualcosa che non abbia meritato, e nemmeno chiederò mai quel che ho meritato finché esistono in questo mondo tanti mezzi di vivere onestamente: e quando poi anche questi finissero, ne resterebbero alcuni altri per non vivere più.

4. Dopo una serie di vani tentativi per vedersi riconosciuti il servizio e il grado (era stato nominato da Igelström tenente dei granatieri) rinuncia a rivendicare i suoi diritti e torna in Sassonia. Nel catalogo dei liberi corsi offerti dall’università di Lipsia per il 1797 ci sono tre sue proposte ma evidentemente non riscuotono molte adesioni. Si mantiene quindi come al solito, dando lezioni di inglese e di francese, fino a quando non viene chiamato a collaborare da Göschen, un editore che pubblica a Grimma soprattutto traduzioni di classici. A Seume viene invece affidata la cura delle opere complete di Klopstock (in realtà non gli è particolarmente congeniale e più tardi, al momento della morte del poeta, rifiuterà di scriverne il necrologio). Lo stipendio non è principesco, ma a lui basta e avanza: tanto che è in grado di restituire al conte di Hohenthal buona parte della somma investita nella sua istruzione.

All’atto dell’assunzione si impegna per due anni e fa un ottimo lavoro, ma allo scadere esatto del secondo anno, come annunciato preventivamente all’editore, molla tutto quanto e dà corso al sogno che coltivava da anni: un viaggio in Italia.

La curiosità intellettuale per l’Italia era arrivata anche in Germania sull’onda degli studi di Winckelmann, altri viaggiatori tedeschi come Carl Moritz e Leopold zu Stolberg avevano contribuito poi a diffonderla sul finire del Settecento. Goethe aveva visitato la penisola a metà degli anni ottanta, ma la pubblicazione del suo diario avverrà solo nel 1816.

Seume non è tuttavia motivato dalla moda incipiente, il suo amore per i classici è genuino, fondato su una conoscenza profonda e su una perfetta sintonia del sentire. Come Leopardi, tra gli autori classici predilige Teocrito e il viaggio si configura quindi come una sorta di pellegrinaggio sino ai luoghi teocritei. Prima di partire scrive a un amico:

Sono sempre dell’idea di partire per l’Italia, fosse anche solo per leggere alcune odi di Orazio sotto il suo cielo. Non sarà male che io respiri altra aria. Vivi dunque fino a quando io ritorni e ti possa raccontare come si legge Teocrito vicino alla fonte Aretusa.

Come vedremo, però, l’immersione nella classicità è solo un pretesto: gli interessano altrettanto, e forse più, i suoi contemporanei e le loro storie. E non è tutto, c’è anche quella coazione del viaggiatore della quale torneremo a parlare, e che gli fa scrivere:

Che il destino mi spinga tanto singolarmente per il mondo non è sempre una mia scelta, ma io mi comporto in questi casi di solito assai passivamente.

Naturalmente, trattandosi di un pellegrinaggio e trattandosi di Seume, il viaggio avrà uno svolgimento tutto particolare. Innanzitutto sarà compiuto a piedi. Nella scelta entra senz’altro la motivazione economica, ma Seume è anche sinceramente convinto che:

Chi va a piedi vede di più di chi viaggia in carrozza, […]. Camminare è l’attività più libera e indipendente, niente vi è di peggio che star seduti troppo a lungo in una scatola chiusa […] chi si fa trascinare da un veicolo si abbassa di molti gradi dalla sua dignitosa e genuina umanità.

Poi sarà all’insegna della più assoluta sobrietà. Seume viaggia con un equipaggiamento essenziale: uno zaino di pelle di foca sormontato da una testa di tasso (oggetto di una stupita curiosità lungo tutto il viaggio), una giubba pesante polacca, un mantello, scarponi chiodati ai piedi, un nodoso bastone.

Dentro lo zaino ci sono un paio di ricambi di calze, un abito per le occasioni speciali, scarpe leggere, una fiaschetta di resina come borraccia e le edizioni economiche di Virgilio e di Omero, quelle stampate in corpo otto. Un bagaglio più che leggero. Evidentemente però è quanto basta, perché con questo corredo tirerà avanti per nove mesi. Scriverà in chiusura del suo diario:

A lode del mio calzolaio devo dire che sono andato e tornato sempre con gli stessi stivali, e che questi sembrano avere ancora solidità sufficiente da partecipare a un’altra scarpinata del genere.

In verità gli stivali ha dovuto farli risuolare in due volte in Italia.

5. Seume parte da Lipsia ai primi di dicembre del 1801. Passa per Dresda, Praga, Vienna, Graz, Lubiana e a gennaio è a Trieste; di lì, toccando Venezia, Bologna, Ferrara e Ancona, arriva a Roma al primo di marzo e a Napoli alla fine del mese. Da Napoli, la traversata sino a Palermo è effettuata via mare su un mercantile per evitare i pericoli di una Calabria infestata di briganti. Da Palermo va ad Agrigento e finalmente arriva a Siracusa, quattro mesi dopo la partenza. «Oggi sono qui, e leggo Teocrito nella sua città natale, seduto presso la fonte Aretusa» scrive all’amico.

A Catania compie anche un’ascensione sull’Etna, in mezzo alla nebbia e in un’aria gelida, in compagnia di cinque inglesi che si dopano col rhum e salgono con attrezzatura tecnica, finendo con i piedi congelati:

Continuai ad arrampicarmi, e a onore della nazione tedesca arrivai per primo sul ciglio dell’immensa voragine.

Il 20 di aprile, concluso il periplo della Sicilia, ha inizio il ritorno. Ancora a Napoli via mare, con salita solitaria al Vesuvio. Poi a Salerno, dove vede la reggia ma ha anche modo di fare esperienza, proprio nella persona della sua guida, dello stile della camorra. Tocca nuovamente Roma, questa volta solo di passaggio. Sulla via per Firenze deve rinunciare alle camminate solitarie per le notizie recenti di assalti banditeschi e di omicidi di viaggiatori. Si ferma pochissimo a Siena, dove ha modo di inorridire per il racconto delle atrocità compiute poche settimane prima con il benestare della chiesa (alla partenza dei soldati francesi, tredici ebrei accusati di giacobinismo sono stati arsi sul rogo, e l’arcivescovo ha impartito la benedizione ai carnefici). A metà giugno è a Milano, dopo essere ritransitato per Bologna, Modena e Reggio. Passa quindi le Alpi e tocca in successione Lucerna, Zurigo, Basilea, Digione, Auxerres, per essere a Parigi il 6 luglio. Di lì (21 luglio) Chalons, Nancy, Strasburgo, passaggio del Reno, Worms, Magonza, Francoforte, Bergen, Weimar, Lipsia.

Ho fatto un po’ di conti a braccio: non è facile desumerli dal suo giornale di viaggio, che fornisce solo raramente indicazioni sui tempi e sulle distanze, percorse oltretutto in misure prussiane (un miglio prussiano equivale a sette chilometri e mezzo), e non offre resoconti giornalieri dettagliati. Da Lipsia a Siracusa, lungo il percorso praticato da Seume, sono circa duemila e duecento chilometri. Al ritorno ce ne sono altrettanti da Siracusa a Parigi e quasi novecento da Parigi a Lipsia. Un totale di cinquemilatrecento chilometri.

Non li ha percorsi tutti a piedi come si era proposto, un po’ per motivi di sicurezza perché in alcune zone viaggiare da solo avrebbe significato farsi rapinare o ammazzare quasi certamente, un po’ per il cattivissimo stato in cui ha trovato le strade in piena stagione invernale e dopo un’alluvione che aveva sconvolto mezza penisola. Anche sottraendo i tratti percorsi in diligenza o in nave, sono comunque ben oltre i quattromila chilometri5.

Si è concesso lunghi periodi di sosta nelle città più importanti o che semplicemente più gli aggradavano, quindici giorni a Vienna, nove a Venezia, un mese a Roma, e così via, durante i quali peraltro non è rimasto in poltrona, ma ha girato come una trottola, asceso vulcani, fatte escursioni nei dintorni. Sui nove mesi della durata complessiva del viaggio ha dedicato alle tappe di spostamento meno di centocinquanta giorni, coprendo in media più di trenta chilometri il giorno. In realtà spesso i chilometri giornalieri sono oltre cinquanta, percorsi in dieci ore comprensive della sosta per il pranzo: il che ci dice che marcia a un passo davvero sostenuto. Ma ci dice anche che altre volte se la prende comoda: non sta cercando il record, ma vuole guardarsi attorno, conversare quando capita, gustare buoni pranzi, fare deviazioni se qualcosa nel panorama lo attrae. Non a caso titola il suo diario di viaggio Una Passeggiata fino a Siracusa.

Vediamo dunque come Seume affronta questa passeggiata, come si pone di fronte ai luoghi che attraversa, alle persone che incontra, alle situazioni in cui viene a trovarsi. Cercherò di farlo il più possibile attraverso le sue stesse parole, anche a rischio di riuscire un po’ noioso. Con Seume non è necessario leggere tra le righe: è sempre estremamente chiaro, schietto e spontaneo.

6. Il nostro prussiano viaggia naturalmente armato di quei principi sui quali ha fondato le sue scelte di vita e il suo modo di rapportarsi agli altri: onestà, lealtà, semplicità, tolleranza, frugalità (ha ridotto i suoi bisogni al punto che gli amici lo chiamano il nobile cinico), e quando si presenta l’occasione, o qualche episodio lo spinge a considerazioni più generali, non manca di professarli e farne partecipe il lettore. Ma non è un integralista.

Nell’introduzione al diario scrive:

Non sono abbastanza forte per mettermi con le mie idee controcorrente, quando la corrente è fatta di milioni di uomini – in compenso ritiene però che – se contro la corrente del tempo l’individuo singolo non può nuotare, chi è a parte può tenersi saldo e non lasciarsi trascinare via.

Nell’etica privata è un pronipote di Seneca e in generale del sentire classico:

Chi è convinto in buona coscienza di avere compiuto il proprio dovere fino all’ultimo può, alla fine, quando gli vengono a mancare le forze, uscire dalla scena senza vergognarsene.

Per quella pubblica è invece un figlio dell’Illuminismo: libertà, diritti e progresso devono esserne i fondamenti, ma all’insegna di una razionalità tollerante o, più semplicemente, del buon senso.

Seume ha inizialmente creduto nella Rivoluzione Francese, come la gran parte dei suoi coetanei, anche in Germania, e ora, a dispetto degli esiti e della delusione, continua a pensare che:

La rivoluzione avrà sempre il merito di aver posto i fondamenti della ragione e del diritto pubblico – tuttavia ci tiene a chiarire – non sono, e tu lo sai, un rivoluzionario, perché convinto che la rivoluzione tragga dal male al peggio – convincimento senz’altro rafforzato dai guasti che vede prodotti, soprattutto in Italia e nella versione napoleonica, dal giacobinismo da esportazione.

Questo non gli impedisce di esprimere, a volte «con voce più alta del dovuto», le proprie idee e soprattutto la propria indignazione nei confronti del malgoverno e delle soperchierie. Come tutti i prussiani più seri, resi sensibili dal bastone del dispotismo, è tendenzialmente repubblicano. Scrive a un certo punto:

Se fossi un viaggiatore ordinato e sistematico, avrei dovuto prendere a destra verso i monti per visitare la felice Repubblica di San Marino, tanto più che ho un debole per le repubbliche, anche per quelle che non sono molto sane.

Non bastano comunque i cambiamenti istituzionali e nemmeno le costituzioni a rendere migliore il mondo:

La giustizia è la prima, la cardinale virtù divina che sola può far progredire l’umanità – ma – se cerchi la giustizia nelle leggi, ti sbagli di molto: quante più leggi, tanto minore giustizia.

Sono invece necessarie e sufficienti poche semplici regole, che ogni individuo deve impegnarsi a rispettare e ogni comunità a far rispettare. Entro questo quadro, ciascuno può poi godere del massimo della libertà.

Da buon illuminista è naturalmente anticlericale, infatti, la citazione precedente terminava con:

Quanta più teologia, tanto meno religione; quanto più lunghe le prediche, tanto meno moralità.

Seume non si professa ateo: nutre anzi legittimi dubbi su chi – ed erano molti all’epoca sua – dell’ateismo fa una bandiera, pronto poi magari, alla resa finale dei conti, a rifugiarsi nella misericordia divina. Sull’argomento ha pubblicato nel 1796 un brevissimo saggio, dal titolo Ubere Ateismi in Verhältniß gegen Religion, Tugend und Staat (Sull’ateismo in rapporto alla religione alla virtù e allo stato), nel quale, mettendo a confronto l’ateismo e il fanatismo religioso, sceglie naturalmente la via di mezzo, quella di una laicità coerente (non senza rilevare però che «la storia ci ha insegnato che i più famosi mascalzoni non erano certo sospetti di ateismo»).

È proprio la sua disposizione laica, paradossalmente informata all’idea che ogni dottrina morale si risolve «nel più fine egoismo», in altre parole che il conseguimento della felicità individuale è inscindibile da quello del benessere collettivo, a fargli provare disgusto di fronte alla superstizione e all’ipocrisia usate per asservire le masse.

Io sono così ben disposto, verso il Cattolicesimo, e mi atterrei volentieri a una suprema autorità anche nel campo spirituale, solo che la gente fosse un po’ più ragionevole. Il mio è il cattolicesimo della ragione, della generale giustizia per tutti, della libertà e dell’umanità, e il loro è invece la cappa di nebbia dei pregiudizi, dei privilegi, della ferrea oppressione delle coscienze.

Il suo anticlericalismo non nasce quindi da motivazioni teologiche, a muoverlo è l’indignazione nei confronti di chi della religione fa un uso sporco.

Di nuovo si vendono indulgenze a sconto di ogni genere di birbonate. È già di per sé abbastanza assurda la remissione dei peccati, ma colui che ha inventato tal sorta di remissione rimarrà una maledizione per l’umanità.

Per questo non si lascia sfuggire l’occasione di raccontare episodi boccacceschi che coinvolgono dei religiosi.

A Prewald, ospite in una locanda gestita da tre sorelle, nella quale soggiorna anche un cappellano militare, gli capita di alzarsi presto per chiedere il conto e, non trovando nessuno, di entrare in una stanza dalla porta appena socchiusa:

Ed ecco quel bel pezzo di peccato originale alzarsi dal letto scusandosi molto educatamente che nessuno fosse ancora sveglio. Dio sa come io, poverino, sarei rimasto imbarazzato se quella figliola non si fosse gettata sulle spalle il mantello che il sant’uomo aveva indosso la sera prima. Quell’indumento mi ispirò una buona dose di stoicismo, pagai il conto e me ne andai.

Dopo aver descritto le portate di un pranzo quaresimale in un convento messinese del quale è ospite, chiude: «Con tale dieta credo che si acquisti una fede ortodossa che sfida il buon senso».

I privilegi del clero, alimentati speculando sull’ignoranza e la superstizione, hanno il loro corrispettivo nell’oppressione e nella miseria in cui è tenuto il popolo. Dopo aver constatato che Messina è «ancora oggi uno spaventevole mucchio di rovine» (un terremoto l’aveva quasi completamente rasa al suolo nel 1783), racconta:

La santa vergine è notoriamente la patrona dei messinesi […] Se poi non difende dai terremoti, ciò è da imputare al fatto che i peccatori debbono venir puniti. Ho avuto occasione di assistere a una solenne cerimonia in suo onore. […] La processione sarebbe stata comica se non fosse stata fin troppo seria. Un frate predicò per mezz’ora nella cattedrale, parlando della santa Vergine, del suo grande credito in cielo, delle grazie speciali da lei ottenute per la città.

A Catania invece sbotta:

Qui si comincia a prendere viva coscienza dell’infelicità del paese […]. I frati hanno nelle loro mani la terza parte dei beni, e se il loro ingrassarsi fosse l’unico male che procurano allo stato, l’orribile errore di stampa dell’intelligenza umana sarebbe ancora perdonabile.

Non stigmatizza però solo la doppiezza e l’avidità dei religiosi, sottolinea anche il fariseismo dei credenti, quale che sia la classe sociale di appartenenza. Tra Pesaro e Fano ha a che fare con un vetturino che:

[…] era un perfetto cattolico ortodosso che si segnava davanti a ogni croce, mormorava giaculatorie, recitava la messa e per il resto bestemmiava come un lanzichenecco. […] se fossi dannato a udir spesso simili melodie, mi convertirei al materialismo e all’idea della completa distruzione dopo morte, perché non è possibile pensare che per questi esseri esista una sopravvivenza dell’anima.

Ad Agrigento fa la conoscenza di un revisore delle imposte, «un personaggio vestito con gran lusso» estremamente affabile, che si autoinvita a cenare con lui.

Il signor revisore a un certo punto venne a sapere, dietro sua domanda, che ero eretico. Per lo spavento lasciò cadere la forchetta e il coltello, e mi fissò come se già mi vedesse bruciare all’inferno. […] Il mio uomo era sposato nella capitale, aveva a casa tre figli e, secondo la sua aperta confessione, durante i suoi viaggi non poteva fare a meno, appena gli era possibile, di passare la notte con una ragazza. Del resto bestemmiava e diceva oscenità in latino e in italiano come un marinaio, ma non poteva assolutamente concepire come non si credesse al papa e che si potesse vivere senza frati. Nonostante tutto, decise di continuare a mangiare con me.

E tuttavia, il suo non è un anticlericalismo viscerale: niente a che vedere, per capirci, con quello astioso di un Voltaire. Seume riesce a essere equilibrato e tollerante anche nella condanna. A volte appare addirittura divertito davanti all’inverosimiglianza di certi comportamenti, e in altre occasioni si toglie lo sfizio di mettere i religiosi di fronte alla loro ignoranza. Nel convento benedettino di Catania:

[…] come tesoro di straordinaria rarità mi mostrarono uno splendido manoscritto della Vulgata. Io ne lessi qualche riga e dispiacque a quei signori una mia osservazione: dissi subito, cioè, che era un peccato che il copista non capisse il greco. Mi guardarono stupiti, e allora fui costretto a dimostrare che per tale ignoranza colui aveva commesso molti errori e inesattezze. La buona gente ci rimase male: rimisero subito al suo posto il sacro testo, con un’espressione sulla faccia che chiaramente mi avvisava che simili tesori non sono per profani.

Arriva anche ad apprezzare i pochissimi aspetti positivi del governo papale:

Quando un papa costruisce un bell’acquedotto fluente gli si può quasi perdonare d’essere papa e a riconoscere i religiosi dabbene, quando (raramente) li incontra – Ho conosciuto un frate che, come frate, è l’unico esempio di buonsenso che abbia incontrato in vita mia.

7. Seume non viaggia “all’inglese” e neppure “alla francese”. Non ostenta lo snobistico understatement del viaggiatore d’oltremanica, il distacco che nasce dalla convinzione di rapportarsi (ovunque ci si trovi, sul continente o nel mondo intero) con livelli di civiltà inferiore, con i quali non vale neppure la pena del confronto (ciò che consente poi di rubricare e recuperare sotto le specie del “pittoresco” quanto appare primitivo, ma comunque intriga).

Allo stesso modo non insiste come i cugini d’oltralpe a criticare e a scandalizzarsi contrapponendo alla barbarie altrui la raffinatezza dei costumi e delle istituzioni proprie. Sta dentro la narrazione fino al collo, è pieno di curiosità non preconcetta e racconta il paesaggio, le persone incontrate, attraverso la sua interazione. Quello che ci rimane alla fine è una sorta di documentario ricchissimo e intrigante, perché non solo non ci offre cartoline scontate, ma ci fa conoscere anche un personaggio originale e carico di simpatia, onesto nei giudizi, umile e ironico. Seume è consapevole di compiere a suo modo un’impresa: anche se non lo sottolinea, ci tiene però a rimarcare (ad esempio in occasione dell’ascensione all’Etna) che quanto a velocità e resistenza non la cede a nessuno, si avverte che se ne compiace e lo fa spesso trapelare dai commenti altrui:

Precedendo a piedi la vettura, e mantenendo a malapena l’equilibrio su esili ponticelli (tanto che i miei compagni ammirarono assai la mia forza e la mia abilità nel frangente) – come anche, in occasione dell’incontro con altri viaggiatori – i signori furono sbalorditi all’udire che volevo viaggiare fino ad Agrigento col mio zaino sulla schiena.

Lungo tutto il percorso trova, in effetti, gente che lo guarda allibita e perplessa quando capisce cosa sta facendo, gli dice che solo un pazzo può cacciarsi in un’impresa del genere o cerca di dissuaderlo evocando i pericoli dei briganti.

La gente continuava a ripetermi che ero matto a voler andare da Trieste a Venezia attraverso le montagne, e mi dicevano che avrei rischiato di lasciarci la pelle. Le montagne erano malsicure, perché rifugio di tutta la marmaglia degli stati vicini.

Lui se la cava con un’alzata di spalle, facendo intendere che i pericoli ventilati sono spesso un’esagerazione:

Io continuo tranquillo la mia strada, e mi affido al mio buon bastone nocchieruto, con cui posso validamente battermi e rompere qualche costola.

Ma non è per nulla uno spaccone incosciente. Quando ancora cammina per la Germania col suo amico Snort, spiega al lettore:

Noi non diamo l’impressione di portare molto con noi, e nemmeno di cedere facilmente quel poco che portiamo – e ribadisce a più riprese – anche in quei luoghi non mancavano le storie di assassini e assassinati, ma io possiedo il dono di apparire talvolta più povero e più scemo di quanto sia, e così arrivai felicemente al Campidoglio.

In effetti si può dire che gli va liscia, anche se almeno un paio di volte corre dei seri pericoli. Tra Genzano e Ariccia è sequestrato da quattro individui con barbe finte e volto annerito, che puntandogli il pugnale alla gola e colpendolo col calcio dei fucili lo spingono nel folto della boscaglia, dove gli strappano la borsa e i pochi spiccioli che teneva in tasca. Probabilmente lo spoglierebbero del tutto se non fossero disturbati da voci che si avvicinano. Il danno materiale non è molto, ma la sensazione del rischio corso di essere assassinato è forte, tanto che quando, a Roma, viene a sapere che due di essi sono stati catturati, si augura di vederli impiccati.

Ad Alicata viene invece fermato da tre cavalieri che lo tempestano di domande, rovistano nel suo sacco e solo quando si convincono che è un povero cristo un po’ originale, che non ha nemmeno i soldi per permettersi un cavallo, lo lasciano andare, offrendogli anche una sorsata di vino.

Rimango convinto di essere stato salvato dalla mia palese povertà, e che l’orologio e le onze d’oro – che portava nascoste nel giaccone – avrebbero potuto spedirmi all’altro mondo.

Comunque, sa anche affrontare situazioni pesanti con buon senso e determinazione, senza lasciarsi eccessivamente intimidire. A Itri un gruppo di «villanzoni» irrompe nella locanda in cui è ospitato assieme a un militare francese con l’intento di fare giustizia sommaria dei due forestieri, o quantomeno di derubarli e malmenarli un po’:

Indossai mantello e stivali, raccolsi tutta la mia dignità e il mio poco di italiano, e feci atto di scendere le scale per andare loro incontro – dall’alto, li apostrofa con – il tono più alto e risoluto che mi riuscì di prendere […] si fece un poco di silenzio, l’ostessa e alcuni mi pregarono di non scendere, cosa che naturalmente feci molto volentieri; e poco a poco se la svignarono tutti.

Una scena quasi analoga si ripete a Terranova, in Sicilia. In un altro difficile frangente fornisce prova di una determinazione cocciuta:

Alcune ore dopo Ferrara le cose si misero male: la vettura affondò fino all’asse.

Dopo vari tentativi inutili, si cerca di ricorrere ai contadini del luogo, che pretendono però una ricompensa esorbitante. Seume esorta il conducente a non cedere al ricatto e i viaggiatori a scendere dalla carrozza e a spingere, ma il problema non è ancora risolto.

I cavalli finalmente si rialzarono, ma la carrozza non si muoveva. Direi che mai un alemanno si sia ritrovato in Italia in una condizione più miseranda: immagina il tuo amico, coperto di fango da capo a piedi, che, postosi con le spalle sotto l’asse posteriore della vettura spingeva con tutte le sue forze, tra lo stupore della signora, del commissario e del vetturino. Dopo tre tentativi la vettura incominciò a muoversi e finalmente si disincagliò […].L’ha vinta lui.

Pur rimanendo necessariamente e consapevolmente al centro della scena:

È una vecchia constatazione che ogni scrittore nei suoi libri parla sempre di sé – scrive – ma non può né deve essere altrimenti, sempreché ognuno guardi in se stesso senza schermi e con purezza di intenti, Seume differisce nel modo di porsi dalla maggior parte dei viaggiatori del Gran Tour.

Oltre che dentro se stesso guarda senza schermi e senza pregiudizi anche fuori. La sua è una curiosità genuina e davvero illuministica, e lo si capisce proprio dall’essenzialità dei dati relativi al viaggio materiale: parliamo di cose serie, sembra dire, al lettore interessa cosa ho visto, non quanto ho impiegato per vederlo.

Veniamo quindi anche noi a quel che ha visto. In primo luogo l’ambiente. Seume non è a caccia di scenari o di panorami. E nemmeno di suggestioni artistiche alla maniera di Goethe e sulla scia di Winckelmann:

Se fossi un artista, ma anche soltanto un conoscitore, ti parlerei di quel che vi è e di quel che vi è stato. Ma probabilmente tu conosci già tutto attraverso i libri – e quindi si sente libero di parlare d’altro.

A proposito di Winckelmann, anzi, trovandosi ad alloggiare a Trieste proprio nella locanda e forse addirittura nella stanza in cui era stato assassinato, nota che quasi nessuno se ne ricorda e nessuno sa dove si trovi la sua tomba (lo stesso accade quando cerca il monumento a Tito Livio in Padova, ma qui alla fine almeno chi lo accompagna gli si rivolge in latino).

8. Il suo sguardo ricorda un po’ quello con cui viaggerà, solo tre anni dopo, Alexander von Humboldt, che arrivato sul passo della Bocchetta, dal quale finalmente vede il mare e un lungo tratto della costa ligure, ci dice solo che il terreno in quel punto è di natura calcarea. Niente epifanie particolari.

Nel caso di Seume l’attenzione, anziché agli aspetti geologico-naturalistici, va a quelli economici, antropologici e sociali. Al suo ingresso in Italia trova le zone del Polesine devastate dall’alluvione, o quelle appenniniche costellate di frane.

Tra Padova e Monselice potei osservare i guasti prodotti dalle esondazioni dei numerosi corsi d’acqua – non gli andrebbe diversamente duecento anni dopo – le condizioni disastrose delle strade, la miseria che regnava nei casolari della campagna. Fermatomi in un’osteria nei pressi di Monselice, tentai disperatamente di avere un pezzo di pane, dichiarandomi disposto a pagarlo a qualsiasi prezzo, ma trovai soltanto una fetta di cattiva polenta.

Il pessimo stato delle strade sarà il suo cruccio costante per tutto il percorso, per ovvi motivi, eppure, anche su questo argomento evita ogni sciovinistica supponenza:

Però di strade è meglio che non parli con i miei concittadini, perché di rado se ne trovano di più brutte e più incoscientemente trascurate che in Sassonia.

Col progredire verso il centro l’impressione di miseria si attutisce. Probabilmente non è la situazione nel complesso a mutare, ma è lo spettatore a cambiare i parametri, una volta sopravvenuta una sorta di assuefazione. Gli scenari però oggettivamente migliorano, trova ordinate e feraci le campagne del versante adriatico, o quella emiliana:

A destra avevo magnifiche colline, coperte di grano tenero e di olivi. Prima di Ancona, il 19 febbraio, vidi fagioli e piselli in fiore. […] Le valli e le montagne sulla destra, dove si allineano vigneti, frutteti, oliveti e campi di grano, offrono una vista magnifica.

Lo stesso vale per alcune zone prima di Napoli:

La valle campana è il più bel luogo che finora io abbia veduto nel vecchio e nuovo mondo […] Olivi, fichi, arance […] e sotto biade, fagioli, piselli […], in abbondanza frutta, cereali, vino.

Persino in Sicilia, dove in genere «quanto più ci si allontana dalla capitale tanto più cresce la desolazione» e la situazione lo porta a esclamare «Mai veduta in vita mia una miseria maggiore!» si imbatte in piccoli paradisi terrestri.

Vicino a Barcellona:

[…] la valle è una mescolanza incantevole d’ogni specie di frutti, aranci e olivi, fichi e vigne, legumi e cereali: e i monti che la rinchiudono non sono né troppo alti né troppo aspri, e le loro cime sono tutte coronate di selve.

È vero che anche in quest’occasione non trova pane e dorme vicino alla greppia dei maiali, ma in compenso può apprezzare il gesto di un mulattiere che gli cede il suo mantello di lana grezza con cappuccio:

Mi ci trovai benissimo, e ci feci un bel sonno e, anche a giudicare da una sola notte, si direbbe che abbia la vocazione a fare il cappuccino.

Sulla via del ritorno apprezza invece le campagne toscane:

Da Siena a Firenze il viaggio è stupendo, e via via che ci si avvicina a Firenze il coltivato diventa sempre migliore, e alla fine magnifico. Da San Casciano, ultimo paese prima di Firenze, si ha la più bella alternanza di monti e valli fino alla capitale […] Tutto quello che Leopoldo ha fatto per la Toscana è nuovamente disfatto in gran fretta, e i frati riprendono qui il loro governo come a Roma. Però il grande e generale benessere che qui era stato raggiunto sotto un governo austriaco molto liberale non può essere facilmente distrutto […] Le colline dopo Firenze sono un vero giardino fino alle vette maggiori.

Più in generale, una volta ripassato l’Appennino per traversare la padana occidentale, trova segni maggiori di prosperità:

Qui era stato fatto un buon lavoro nel passato […] Da Sesto risalii il Ticino e poi il lago Maggiore, soltanto per godere della bellezza dei luoghi, che in verità sono splendidi […] La fertilità della zona del lago è straordinaria, e laddove le coltivazioni sono protette dai venti rigidi si trovano […] ancora bellissimi olivi e persino fichi d’India all’aperto.

Questo principalmente gli interessa dei luoghi, ma non è insensibile alle bellezze naturali. Anche se non rincorre il sublime, in alcuni casi non può sottrarsi alla magia degli spettacoli della natura:

Mi si aprì il cuore quando, alcune miglia prima di Terni, […] mi si aprì la valle del Nera, e di nuovo mi si spalancò davanti agli occhi il paradiso […].

E davanti alle cascate del Velino:

Mi misi seduto di contro, su una roccia, e per alcuni minuti dimenticai tutto quello che il mondo può avere di più bello e di più grande: difficilmente la mano dell’uomo avrebbe potuto creare qualcosa di più imponente, di più affascinante di quella cascata.

Non indossa gli occhiali deformanti che, visualizzando le aure classiche, sfocano la realtà:

Passai accanto alle fonti del Clitumno, che adesso vengono inquinate con perfetta incoscienza da asinai e lavandaie: […] ma assetato scesi devotamente alla fonte e bevvi a grandi sorsate, quasi fosse stata la fonte di Ippomene.

Ha uno sguardo clinico, prima e piuttosto che estetico. Certo, in qualche occasione, come all’ingresso in Italia «mi guardai attorno fiero, sicuro ormai di posare i piedi sul suolo classico», al cospetto di taluni monumenti, o quando arriva a Siracusa, non può non cedere alla commozione e a un sacrale rispetto: «Qui non c’è pietra che non abbia un nome». Ma è solo un attimo, passa subito.

Non lontano si dovrebbero vedere, credo, i ruderi della villa di Nerva. Ma mi interessai molto più degli aranceti che delle mura antiche della città, del lago, di san Tommaso e di tutte le altre meraviglie – e allo stesso modo – Ho girato un’ora per Pompei, e ho veduto cose che già altri hanno veduto.

Non rinnega certo la classicità di cui i luoghi, alcuni in particolare, sono intrisi, ma riesce ad ancorarsi a terra con l’ironia.

Qui dunque Cesare e io abbiamo varcato il Rubicone, ma per il resto non abbiamo niente in comune, se si eccettua il fato che ambedue andavamo a Rimini.

Il Soratte gli si presenta privo di neve, a differenza di come l’aveva visto e cantato Orazio. Ma non manca di un suo fascino: «Il Soratte non è straordinariamente alto, ma lo sembra perché si leva immediatamente dalla pianura».

L’impressione è che Seume diffidi della classicità-spettacolo, o dello spettacolo della classicità che comincia a essere allestito, sia pure molto malamente, dagli italiani, e che i viaggiatori stranieri si sono già costruiti per conto proprio creando una sorta di percorso a stazioni fisse, una sorta di via crucis. La classicità di cui è impregnato è quella che entra sottopelle attraverso la consuetudine con il pensiero classico, non quella offerta da immagini che rimangono in superficie.

9. Viaggiando con questa disposizione, pur se non può realisticamente esimersi dal rappresentarne un quadro generale di miseria e di ingiustizia sociale, non gli è difficile apprezzare il paese dei limoni: e anche i suoi abitanti, a differenza di quanto accade per quasi tutti coloro che lo precedono o lo seguono nel Tour.

È un apprezzamento benevolo, mai entusiasta, ma sincero. E quindi non incondizionato. Così «gli abitanti di Genzano mi sono apparsi i più laboriosi e costumati di tutto lo stato della Chiesa» mentre al contrario «Nepi potrebbe essere un posto magnifico, se i suoi abitanti amassero un poco di più il lavoro».

Dai suoi incontri con persone di ogni estrazione sociale, favoriti proprio dalle modalità del viaggio e resi significativi dalla situazione paritaria in cui sempre si pone, viene fuori una interessantissima rassegna che azzera appunto ogni stereotipo.

A Orticoli «borgo antico e sporco», un abitante

[…] dall’aspetto sembrava di umile condizione, eppure era uno degli uomini più intelligenti e meglio informati tra quanti ho incontrato in questo mio viaggio […] sembrava che in lui resistesse ancora l’antica fierezza romana.

In Sicilia trova un buon mulattiere che dà consigli a un ragazzo scappato di casa «con tanta bontà e tanto tatto da suscitare la mia ammirazione». Lo stesso mulattiere poi, colpito dal fatto che Seume regala una moneta d’argento al ragazzo, lo presenta ai suoi colleghi con le parole più cordiali.

Sulla via per Napoli incontra un signore

[…] che apparteneva alla casa del re, e questo aumentò ancor di più la mia meraviglia per la sua cortesia, perché da noi la cortesia non è, di regola, la virtù più cospicua di coloro che prestano servizio presso i grandi.

La situazione di Napoli gliela spiega un vecchio genovese che ha girato mezzo mondo e ora fa il servo di piazza e il cicerone:

Il vecchio è intelligente, ha buon senso e sa apprezzare ciò che è buono, e anche ciò che è bello.

Ma non si tratta solo di eccezioni, di individui isolati. Spesso è una disposizione diffusa a colpirlo. Ad Acerra, dove al termine di un pranzo scadente condito solo da un passabile vino finisce un po’ fuori giri:

La gente e l’asinaio mi guardarono e sorrisero del mio camminare e del mio linguaggio, ma furono generosi e non risero. Erano davvero gente urbanissima, e penso invece alle grasse risate dei tedeschi in un caso simile […].

Nello stretto di Sicilia assiste al salvataggio di una nave straniera, al quale partecipano gli abitanti di un intero paese: «mi sono commosso sin quasi alle lacrime pensando, io uomo, agli altri uomini».

Coglie le differenze tra le diverse etnie, frutto di successivi avvicendamenti e stratificazioni demografiche:

Qui la gente assomiglia ai Sicani, primi abitatori dell’isola, gente grande e forte, rude e d’aspetto temibile.

Individua anche, molto perspicacemente, i caratteri regionali. Commenta così l’incontro in una locanda con un gruppo di milanesi reduci da Napoli, dove con ogni evidenza hanno anche praticato turismo sessuale:

La conversazione fu viva e piacevole e potei capire che questi italiani del nord avevano saputo godere la bella Napoli in ogni modo possibile, letterariamente, esteticamente e fisicamente.

Considera infine le vicissitudini storiche che hanno indotto a certe differenze negli atteggiamenti. La separazione del giudizio sugli uomini da quello sui governi è un tema che ricorre con frequenza.

A Catania si trova la vita più limpida e più saggia di tutta la Sicilia, e forse dell’Italia. Ma […] qui perlomeno si comincia a prendere viva coscienza dell’infelicità del paese […] Si ritrova persino una sorta di agiatezza e floridezza, che parla a vergogna della cattiva amministrazione dell’isola.

E non c’è ombra di una lettura razzista:

Considero i napoletani una delle nazioni più valorose e generose, come in genere gli italiani. Tutto il male che si può dire di questo paese riguarda solamente il governo, la cattiva amministrazione e la depravazione religiosa.

Registra cose che non suonano per nulla nuove o superate ai nostri orecchi.

L’amnistia regia ha riempito l’esercito e le province di briganti matricolati. Il re ha assunto i banditi: erano bravi, come diceva il loro nome; li ha ricompensati regalmente, ha dato loro uffici e onori, e adesso essi esercitano i loro misfatti legalmente, come capi delle province. Amico, se fossi napoletano sarei tentato di diventare per esasperata onestà un brigante, e comincerei dal primo ministro.

E constata naturalmente anche il costume selvaggio, talora barbaro, che regola i rapporti in Sicilia. A Palermo:

Ero uscito il mattino: mi passò accanto di furia un uomo sanguinante, e un altro dietro che impugnava il pugnale. Si radunò folla e in pochi minuti l’uno cadde trafitto e l’altro fuggì ferito. La pattuglia, che non era lontana, si comportò come se la cosa non la riguardasse.

10. Non si limita però a raccontare i costumi degli italiani. In più occasioni ha modo di annotare anche i comportamenti degli stranieri, viaggiatori, residenti o occupanti.

Tutto sommato ha un’opinione positiva dei francesi: la maggior parte di quelli che incontra, e con i quali a tratti anche si accompagna, sono militari delle truppe napoleoniche che lo aiutano a capire come realmente si sono svolte le ultime campagne. Quanto a risorse, sono piazzati come lui, se non peggio.

Trova invece generalmente pesanti gli inglesi, compresi i suoi compagni di ascensione all’Etna: sono portati comunque a vedere e a giudicare tutto dall’alto di una radicata presunzione di superiorità, e a comportarsi di conseguenza. Arrivati in vetta al vulcano, di fronte alla spaventosa voragine del cratere:

[…] dopo aver ripreso fiato con ampi respiri il maggiore ruppe il silenzio: “Di certo valeva la pena per noi giovanotti di salire fin qui, una visione simile non possiamo averla nei parchi della nostra vecchia Inghilterra”. Da un genuino britanno non ti potevi aspettare di più: il suo spirito patriottico distribuiva ora fra i compagni roast-beaf e porto.

Gode nel raccontare dell’umiliazione inflitta a Roma da un pittore prussiano a un ecclesiastico inglese, tanto ricco e arrogante quanto ignorante, e fa proprie le sue parole:

Io so apprezzare chiunque io incontri, in qualsiasi luogo, e non bado alla casta e al patrimonio: giudico le persone per ciò che valgono, e vi dirò che voi non valete proprio nulla. Avete tutto ciò che meritate: il mio disprezzo.

Sulle città da lui toccate troviamo giudizi molto vari, a volte singolari, in qualche caso anche falsati dalle vicissitudini che lo toccano, soprattutto lentezze o incomprensioni burocratiche, o alloggio e pasto cattivo.

Dopo aver liquidato la prima città italiana, o l’ultima austriaca secondo i punti di vista, con:

Poche cose potrai sapere da me su Trieste, dove tutto è commerciale – insaporisce il giudizio riferendo che – un’altra singolarità di questo teatro era che la platea, da qualsiasi parte mi voltassi, puzzava orribilmente di stoccafisso.

A colpirlo in maniera decisamente negativa è anche Venezia:

La cosa più triste di Venezia è la miseria, la mendicità. Non si possono fare dieci passi senza sentirsi afflitti dalle più pungenti invocazioni di pietà […] Alla Giudecca, se possibile, la miseria è ancora maggiore che in città, ma proprio per questo ci sono meno mendicanti, forse perché nessuno può sperare di ricevere una sia pur piccola elemosina.

A Ferrara:

[…] la disposizione e l’architettura della città sono assai belle, le strade sono larghe, lunghe, luminose. Ma in tutta la città manca una cosa, una piccolezza, manca la gente.

Nemmeno Bologna ne esce bene:

Qui a Bologna ho trovato a ogni passo un sudiciume esemplare, quasi un vero porcile, e, se è vero che non si possono fare grandi elogi della lindura domestica degli italiani, tuttavia la gente di Bologna porta la palma per la sporcizia.

Mentre, al contrario:

Modena mi è piaciuta moltissimo. La città è pulita, vivace e ridente: i caffè e le trattorie sono buoni e non cari.

A volte, quando l’umore è stato guastato da qualcosa che non gli garba, il giudizio risulta seccamente liquidatorio:

Siena è pressoché vuota. Il santo odore dell’arcivescovo mi ha tolto la voglia di uscire di casa.

E anche:

Spoleto è grande, scura, antica e misera. Tutta la gente che ho osservato mi sembrava che avesse la faccia della cattiva coscienza.

In altri casi risente della comparazione con le aspettative maturate dalla lettura dei classici.

Nella Siracusa odierna, vale a dire nell’antica isoletta Ortigia, non vi è oggi niente più di notevole, fuorché l’antico tempio di Minerva e la fonte Aretusa.

Spesso valuta le città anche dal punto di vista strategico: annota di quali opere difensive dispongono, calcola quanti uomini sarebbero necessari per difenderle e con quali armamenti. Lo stesso avviene quando tocca luoghi resi famosi dalla storia militare recente, dalle campagne napoleoniche in particolare. Con il terreno degli scontri sott’occhio rievoca le disposizioni degli schieramenti e le soluzioni tattiche adottate, giocando a immaginare che risultati avrebbero prodotto scelte diverse. Ma non c’entra l’origine prussiana: sono abitudini mentali contratte negli anni di servizio, e coltivate poi, come abbiamo visto, anche attraverso lo studio della storia antica.

11. Lungo tutto il viaggio le sue bestie nere sono traghettatori, mulattieri e locandieri (non gli andrebbe diversamente con i tassisti e gli albergatori odierni). In genere sono dei tipacci o è comunque gente con un folto pelo sullo stomaco che vede lo straniero come un pollo da spennare. E ai prezzi Seume è molto sensibile, per necessità ma anche perché non gli va per principio di recitare la parte del pollo. Tratta lungamente e a volte, come nel caso dell’attraversamento del Reno, in Emilia, rinuncia al servizio e fa da solo. In altri casi non gli è consentito, viene quasi sequestrato a forza:

Le loro pretese in fatto di compenso furono poi sfacciate, ma il mio mulattiere fece intendere a bassa voce che era il caso di accontentarli di buona voglia, per evitare che si infuriassero – tanto più che si tratta di – due grossi, ciclopici diavolacci, che a forza di muscoli mi issarono sulle loro spalle e mi tragittarono […] Io avrei voluto passare a piedi, e la cosa non mi sarebbe stata difficile […].

Altrove cede al ricatto psicologico:

Fui preso di mira da una quantità di barcaioli che volevano accompagnarmi fino alla punta. A me sembrava che il mattino fosse troppo avanzato, e non volevo sentirne parlare; ma fui preso per il lato debole: si cominciò a guardare il mare, che si faceva grosso, il cielo, che si faceva minaccioso, e poi a guardare me come a dirmi: è questo a farti paura. Bastò perché subito pagassi una piastra in più per la via più pericolosa.

Alcune situazioni sono però talmente esasperanti da fargli perdere la pazienza e il controllo. Vicino a Catania prende a bastonate un asinaio indolente e incapace, che lo ha fatto finire in un ginepraio paludoso dal quale riescono a uscire con enorme difficoltà. Ma se ne vergogna subito e gli chiede poi di scusarlo. Immagino come si sarebbe comportato e come l’avrebbe raccontata l’Alfieri.

Molto sensibile è anche alla qualità dell’ospitalità. Non manca di rallegrarsi quando trova un ottimo servizio a un prezzo equo.

Alla sera, all’albergo, sono stato ottimamente trattato con minestra, lesso, salsiccia, fritto, cappone, frutta, uva e formaggio parmigiano. Vedi dunque che non sempre digiuno come il giorno del mio compleanno a Udine, e che gli albergatori di Lipsia possono forse prendere esempio da questi dell’alta Italia.

Oppure: Quando, in una chiara e fredda sera di febbraio, uno ha viaggiato per parecchie ore sotto l’acqua, una buona camera calda, una minestra e un cappone appena tolto dal forno costituiscono una piacevolissima accoglienza. E questo ben di Dio trovai a Pontelagoscuro.

O ancora, a Macerata:

[…] mi indirizzò a una trattoria non lontana dalla porta, dove venni trattato con tanta cordialità e discrezione da ispirarmi uno straordinario concetto di questa gente, malgrado tutto il loro bigottismo.

Gli capita spesso anche di sperimentare e di apprezzare l’ospitalità genuina dei privati:

A Pesaro […] essendo stanchissimo mi rivolsi al primo cittadino che incontrai per chiedergli dovei avrei potuto alloggiare. “Da me”, mi rispose. “Benissimo” dissi io, e gli andai dietro. L’uomo portava un grembiule di cuoio e, per dirla con Shakespeare, sembrava un chirurgo di scarpe vecchie. Adesso egli si rivolse a me chiedendomi cosa volessi mangiare. M’abbandonai completamente alla sua saggezza, ed egli ce la mise tutta per accontentarmi […] Da quella volta m’accadde spesso che mi si presentasse e mi preparasse una cena patriarcale mentre io davo una mano.

Naturalmente, le cose non vanno sempre a questo modo, ed è costretto a tacciare di ladroneria, di scortesia o di luridume più di una locanda. Anche quando non è stato trattato bene, però, tende a giustificare i comportamenti con lo stato imperante di disordine e di miseria. A Cesena, ad esempio

[…] l’oste mi riservò un’accoglienza dura e fredda, che mi valse una cameretta modestissima nel retro della casa. Ma […] trovai al rientro che le mie cose erano state spostate in una bella bella camera sul davanti. L’ostessa mi dette la spiegazione: ero stato preso per un francese che venisse alloggiato per conto della municipalità: ora questa da molto tempo non pagava nemmeno un centesimo per gli ospiti che inviava.

E nei pressi di Catania:

Chiesi dei maccheroni e l’oste mi rispose sarcastico: “A Catania ci sono maccheroni, qui non c’è niente”. Aveva la fisionomia scontrosa, accigliata della povertà oppressa e dell’indigenza a cui non si può fare colpa […].

Anche ad Agrigento:

Mi fu preparata una camera e, per quanto fosse tanto brutta, quella gente ci mise tanta buona volontà ad aggiustarmela: e questo basta perché un galantuomo sia soddisfatto.

Il bilancio finale è positivo, e non potrebbe essere diversamente per uno che si dichiara già soddisfatto in presenza della buona volontà. I suoi epigoni ottocenteschi avranno a disposizione una piccola guida Michelin per muoversi nel nostro paese, attenta alla pulizia, alla cortesia, al rapporto tra qualità (e quantità) e prezzo: ma avranno soprattutto un esempio di come per godere appieno di ogni esperienza offerta dal viaggio sia sufficiente adottare la giusta disposizione.

12. L’Italia non offre però soltanto arte, sole e paesaggi. Nell’immaginario dei frequentatori del Gran Tour, soprattutto degli anglosassoni o dei tedeschi, per un paio di secoli, è anche il luogo “esotico” della trasgressione, delle donne (e dei maschi) facili e disinibiti, dell’iniziazione per i più giovani e del collezionismo sessuale per i più navigati.

Seume non ha messo questo tra i suoi obiettivi. Non è per nulla insensibile al fascino femminile, tutt’altro, ne è già anche rimasto profondamente scottato, ma qui ne parla con assoluta leggerezza, senza fanfaronate e, anzi, con molta autoironia. «Ridi pure di questa osservazione di un rospo qual sono» scrive raccontando di essere stato salutato da una bella ragazza e immaginando la faccia dell’amico al quale le lettere di viaggio sono destinate. In effetti, non è un Apollo. Raggiunge a stento il metro e sessanta e i pochi suoi ritratti non testimoniano di una gran bellezza. E lui ne è perfettamente e serenamente consapevole.

Viaggiando su una carrozza tra Firenze e Bologna, si ritrova in compagnia di una signora svizzera con un bimbo di un anno e mezzo.

Il bimbo graziosissimo e vivacissimo dalle ginocchia della madre passò a quelle di tutti noi, e la compagnia rise quando lo vide tra le braccia di quell’uomo irsuto che io sono: e a me venne in mente il Sileno col Bacco fanciullo della Galleria Borghese. Tu vedi che io so darmi il dovuto onore. Comunque […] il fanciullo se ne stette tutto contento sulle mie braccia.

Non stento a crederlo. È una persona rassicurante e i bambini, come gli animali, hanno per queste cose antenne particolarmente sensibili.

Tutto questo non gli impedisce di stilare le sue graduatorie. Sia positive:

Devo dirti anche che a Milano ho veduto quelle che secondo il mio gusto sono le donne più belle di tutta Italia.

che negative:

Questo porto (Messina) e quello di Palermo sono gli unici luoghi in Sicilia in cui ho veduto qualche donna graziosa. Altrove, e specialmente ad Agrigento e a Siracusa, i miei ideali greci, tratti da Teocrito, sono stati tristemente bocciati.

I commenti sono tutti di questo tenore, mai volgari. Le figure femminili che descrive sono in genere deliziose e aggraziate:

Non puoi credere quanto sia piacevole che questi auguri (di buon viaggio) siano pronunciati da una bella ragazza, nel mese di gennaio, quando la tormenta di neve flagella le montagne.

Di ritorno dall’ascensione al Vesuvio si imbatte in una fresca bellezza campana:

Avevo già sete mentre salivo, e adesso cercavo anelando un po’ d’acqua. Una ragazza bella e gentile ce ne portò un’anfora colma. Per quanto assetato, la vista della ragazza mi fu quasi più gradita dell’acqua, e credo che se restassi qui più a lungo ripeterei spesso per questa strada la visita al vulcano.

Non ne viene fuori quindi l’immagine universalmente diffusa tra i viaggiatori nordici di donne italiane dai facili costumi. Semmai, ad esempio a Venezia e poi a Roma, sottolinea la presenza di un numero inverosimile di prostitute. Ma anche qui senza alcun moralismo. «Mi è capitato di trovarmi in piazza San Marco al centro di una scena alquanto comica». Due prostitute gli si appiccicano e

[…] mi presero amichevolmente a braccetto, mi si strinsero addosso e io gentilmente le pregai di non seccarmi e di lasciarmi andare […] erano in verità due graziose peccatrici, che si comportavano con finezza e decenza. – Seume ha però altro per la testa, e allora – cominciai a rabbuiarmi […] le esortai alla meglio a lasciarmi in pace – mentre – di lontano qualcuno cominciava a ridacchiare e mi giunse anche qualche grossa risata. – Alla fine, quando si fanno troppo intraprendenti – m’arrabbiai e cominciai a battere sul selciato col mio pesante bastone e a imprecare in russo, […] così enfaticamente che le due creature ripresero spaventate la loro strada.

Molto diversa è l’impressione riportata a Milano:

Una domenica mattina me ne stavo in tutta tranquillità nella mia camera e per caso leggevo appunto i carmi erotici di Catullo, quando fu bussato alla porta e, poi che ebbi risposto, entrò una ragazza la quale, Catullo a parte, avrebbe indotto in tentazione un santo. La giovane e bella peccatrice aveva studiato l’effetto della sua apparizione secondo le arti più fini della seduzione: “Signore, comanda qualche cosa?” bisbigliò in tono dolcissimo, mentre la mano graziosa giocava con un panierino che faceva atto di aprire. Io la guardai colpito, e mi occorse qualche attimo prima che rispondessi perplesso: “No”. “Niente?” disse lei. Gettai Catullo sul davanzale, e fui sul punto di dire una sciocchezza o di commetterla. “Niente”, brontolai, mezzo in collera con me stesso, e la tentatrice prese congedo con grazia indescrivibile. Chissà cosa sarebbe successo se la diavoletta mi avesse rivolto la domanda per la terza volta (proprio nulla mi piaceva?) o se io avessi esaminato meglio il suo panierino […] Così andò la cosa, amico mio; se fosse andata diversamente non sarei così meschino da raccontartela con particolari diversi, o da non raccontartela affatto.

Questa è una lezione di stile, di signorilità, tanto nel modo di comportarsi come in quello di raccontarlo.

13. Appena lasciata l’Italia Seume si ferma a prendere respiro e traccia un primo sommario bilancio di quel che ha visto nel suo lungo viaggio. Per la verità la sensazione di aver cambiato paese l’ha già avuta dopo aver valicato l’Appennino tosco-emiliano:

A Milano posso dire di aver definitivamente abbandonata l’Esperia, e già da lungo tempo non sono più nel paese “wo die Zitronen blühn”.

Rivolgendosi al destinatario delle sue lettere-diario scrive:

Da quanto ti ho raccontato hai veduto gli aspetti dolorosi, forse più dolorosi che in qualunque altra epoca. Io sono stato coscienzioso, e ogni mia parola è verità, per quel tanto che può garantire la verità storica.

In effetti, il panorama che ne esce è sconfortante. Partendo dalla punta estrema toccata a salire la situazione politica è disastrosa:

Tutto il regno di Napoli è in condizioni tristissime […] in Calabria deve regnare oggi un’anarchia generale […] In Sicilia il sistema feudale spinge la calamità a estreme manifestazioni […] A Roma si lavora a tutto spiano alla restaurazione della gerarchia e delle istituzioni feudali […] Nell’Etruria ci si sta riprendendo a stento dallo stupore per i continui cambiamenti domestici e interni […] – solo la Repubblica Italiana, nonostante le prepotenze e le malversazioni dei francesi, suoi signori e vicini, si risveglia a poco a poco dal suo millenario letargo.

Della miseria delle popolazioni, dello sfruttamento cui sono sottoposte dalle autorità civili e religiose, dell’apatia che troppo spesso le caratterizza, ha già parlato a lungo. Non fa complimenti Seume. D’altro canto, la sua valutazione appare oggettiva ed equilibrata, nel senso che l’Italia quella era, e tutto sommato tale è rimasta.

C’è anche però la componente soggettiva. Se la ragione ha uno sguardo impietoso, il sentimento gli ha fatto cogliere altre cose. Non sono il pittoresco, la carnalità, la sensualità, tutto quel bagaglio di stereotipi con i quali la gran parte dei viaggiatori arriva e che si riporta poi a casa come souvenir da bancarella. È piuttosto l’aspirazione mortificata di un popolo a ritrovare, se non la gloria del passato, la dignità per reggere il confronto con il proprio tempo.

A differenza di un Montesquieu non ha visto solo «preti e canaglia», ha camminato con persone umili e oneste e ha incontrato fior di intelletti fini. E questo non può che aumentare il rammarico per le condizioni in cui il paese versa, ma al tempo stesso lascia aperta una porta alla speranza. Per il momento: «Qui si può anche abitare e trovarcisi benone, – scrive – soltanto bisogna lasciare a casa ogni sentimento d’umanità».

Di qui innanzi, Seume procede nella narrazione con un passo diverso. Non che gli manchino le cose da raccontare (vede tra l’altro a Parigi Napoleone, durante i festeggiamenti del 14 di luglio «è un uomo che si vede forse meglio da duecento miglia che da dieci passi», commenta), perché le conseguenze morali e materiali dei rivolgimenti politici dell’ultimo quindicennio sono evidenti dovunque, ed è soprattutto su queste che si appunta la sua attenzione. Avverte però che la parte più avventurosa (e quindi più interessante) del suo viaggio è ormai alle spalle, e che quanto potrebbe ora descrivere è risaputo:

Da Zurigo si qui corre un bel pezzo di strada, e io ti scrivo il meno possibile perché si tratta di cose piuttosto note.

Lo stesso vale per l’accoglienza:

Da quando ho cominciato a viaggiare sul territorio francese ho trovato prezzi buoni, tutto è andato senza intoppi e ho incontrato dovunque grande cortesia – o per la situazione politica – Sarebbe da presuntuoso volerti scrivere una lunga relazione da Parigi, dato che puoi leggerne una dozzina ogni mese sui giornali.

Il mistero, l’incognito, qualche volta l’incomprensibile, è rimasto al di là delle Alpi. Qui si respira un’altra aria:

Verso sera feci una passeggiata lungo i giardini e i prati e a un tratto udii venire da un pendio boscoso un canto che mi avvinse subito. Questo non mi era mai accaduto in Italia […] – anche perché si tratta di una melodia popolare su un testo tedesco, e – chi cantava erano tre giovinette, che nella luce del tramonto si sarebbero potute prendere per le tre Grazie.

14. Una volta concluso il viaggio Seume torna a Lipsia, dove

[…] adesso voglio vivere, e vivere bene e tranquillamente, per quanto è possibile farlo senza un soldo di risparmi.

Ci riesce, adottando il suo solito sistema: la riduzione al minimo dei bisogni e delle ambizioni. Una sua poesia recita:

Non bevo vino, caffè o liquori / Non fumo tabacco e non sniffo alcunché / Mangio solo i piatti più semplici, /e non mi sono mai ammalato, / né sul lago né sotto altro clima diverso.

Il suo giaccone polacco, che lo accompagnerà ancora a lungo, diventa popolare in città. Ma popolare è ormai lo stesso Seume. La Spaziergang nach Syrakus im Jahre 1802 viene pubblicata nel 1803. Attesa e sollecitata dai suoi molti amici, lo farà conoscere anche fuori da quella cerchia perché verrà apprezzata da diversi artisti e intellettuali di tutta la Germania. Molto meno dai suoi governanti e soprattutto dal governo imperiale, che non digerisce i giudizi negativi espressi sul sistema politico e amministrativo degli Asburgo e ne vieta la pubblicazione su tutto il territorio tedesco (ciò che non ne impedirà comunque la diffusione)

A Lipsia riprende il suo lavoro di traduttore e di curatore di testi classici, ma nel frattempo scrive anche in proprio: oltre a una raccolta di poesie e a diversi saggi critici pubblica una tragedia, prepara una raccolta di aforismi alla maniera di Lichtenberg edita lo scritto comparativo degli armamenti moderni con quelli antichi. Partecipa quindi alla vita intellettuale, ma da par suo, in sordina, mantenendosi sempre un po’ in ombra.

Già prima del viaggio in Italia non era un perfetto sconosciuto. Aveva incontrato Wieland, Schiller, Herder, Goethe, Böttiger, Kotzebue e Garlieb Merkel, il fior fiore dell’intelligencija tedesca, era in contatto epistolare con quasi tutti ed era stato presentato al principe Luigi Ferdinando di Prussia. Ora riprende le collaborazioni, scrive su una rivista letteraria assieme a Schiller e Wieland, ha fatto conoscenza sulla via del ritorno col principe von Metternich, ma non esce dal suo atteggiamento critico e riservato. Ad esempio, non manifesta alcun entusiasmo per il movimento romantico che comincia a dilagare nei vari centri culturali della Germania.

Riceve anche molte visite di suoi corrispondenti inglesi e francesi, che ha conosciuto attraverso il suo lavoro di traduttore e spesso e volentieri se li porta appresso in brevi vagabondaggi. Quella delle camminate a piedi e delle escursioni, soprattutto nelle zone montuose (lo Harz, il Bröchen, i Monti dei Giganti) è una abitudine che non vuol perdere, neppure quando cominciano a manifestarsi i primi segni di un cedimento della salute. Anche i suoi spostamenti per lavoro, a Dresda, a Lipsia o a Berlino, si svolgono rigorosamente a piedi.

Quando nel 1805 gli chiedono di unirsi alla sollevazione (antifrancese) per la patria, risponde che quella in cui un contadino deve combattere senza sapere il perché o addirittura per essere poi venduto come uno schiavo (esperienza che conosce bene), non può essere una patria: o almeno, non è quella che a lui interessa.

La verità è che noi non siamo ancora una nazione nel significato politico della parola, e forse nemmeno abbiamo un fondato motivo per desiderarlo, e forse mai per diventarlo: nelle nostre vecchie e barbariche istituzioni non si ritrova abbastanza giustizia e libertà da suscitare in un uomo entusiasmo per una causa che gli rimane estranea.

Allorché si combatterà per l’uguaglianza dei diritti (lui la chiama «isonomia») allora sarà della partita. Con i governanti che la Germania si ritrova non vuole avere a che fare. Rispetto alla svalutazione dell’individualità, allo sprezzo per i diritti e per la libertà del singolo manifestati in quegli stessi anni da Hegel, qui siamo davvero avanti.

15. Sempre nel 1805 intraprende un altro viaggio, ufficialmente come accompagnatore di un giovane nobile, questa volta volgendosi decisamente al nord. Tra i primi di aprile e la fine di settembre attraversa la Polonia e i paesi baltici e visita la Russia (dove arriva sino a Mosca e a Pietroburgo, e incontra la zarina), la Finlandia, la Svezia e la Danimarca. Anche questa volta il percorso si aggira attorno ai cinquemila chilometri, coperti solo parzialmente a piedi perché Seume comincia ad accusare problemi a una gamba.

Il viaggio è raccontato nel Mein Sommer im Jahr 1805 (La mia estate del 1805), pubblicato l’anno successivo e immediatamente censurato, questa volta non solo nell’impero asburgico e in Prussia ma anche su tutte le terre dello Zar. Non ha perso infatti l’occasione per criticare la situazione politica e sociale in Russia e in Polonia, e in particolare la condizione dei contadini, senza dimenticarsi di quella prussiana.

Anche questo secondo diario, a dispetto delle proibizioni, diventa popolare, soprattutto per le dichiarazioni contenute nell’introduzione, che consolidano la sua aura di “libero vagabondo”.

Con la sincerità ho cumulato tante esperienze, ma non ho guadagnato alcun favore; perché quasi ovunque qualcuno si è sentito offeso […].

Sulle motivazioni reali del viaggio c’è però mistero. Qualche biografo sostiene sia stato intrapreso in conseguenza alla fine deludente di una relazione amorosa (le sue storie sentimentali non furono mai molto fortunate). Il suo più intimo amico, l’editore Georg Joachim Göschen, scrive nell’occasione a un altro comune conoscente:

Non creda che Seume intraprenda il viaggio per qualche scopo. Mi fa rabbia che quest’uomo se ne vada per il mondo così, senza pensare; voglio dire, senza pensare ai giorni futuri della sua vita. Va così, tanto per andare, o per disfarsi di qualcosa camminando: ricavare, non ne ricaverà nulla. Eccolo che, mentre scrivo, entra questo orso di amico. Gli leggo quello che ho scritto. “Tutto a posto – risponde – deve restare tutto così com’è”.

Seume usa comunque le conoscenze e le referenze acquisite nella campagna di Polonia per arrivare sino alla corte imperiale russa, e forse per chiedere anche quel riconoscimento, morale ed economico, che non gli era stato attribuito a suo tempo.

Al ritorno gli viene offerto un lettorato in lingua inglese dall’Università di Lipsia, che gli amici gli consigliano di accettare ma che lui rifiuta dicendo «non lo farei nemmeno se mi offrissero mille fiorini». Non vuole svendersi. Afferma di essere disponibile solo per un’assunzione col titolo di professore, ma in realtà teme i vincoli alla sua indipendenza di pensiero che quell’impiego potrebbe comportare.

Si dedica così alla compilazione dei suoi Apocrypha e inizia anche a scrivere un’autobiografia, poi pubblicata postuma col titolo Mein Lieben. Ma la lascia incompiuta, (sarà completata dal suo amico Clodius), perché la salute alla fine lo tradisce. Muore prima dei cinquant’anni, nel 1810, a Teplitz, per una malattia ai reni che lui stesso aveva battezzato «Morbona». Tra i non molti che accompagnano il suo funerale c’è anche Fichte.

Muore ma non scompare, anche se la popolarità dei suoi libri di viaggio verrà da lì a poco di gran lunga superata da quelli di von Humboldt e di Goethe.

Pur non brillando di una luce particolarmente viva nel firmamento culturale tedesco, Seume in patria non è stato dimenticato. Per limitarci alle cose più recenti, nel 2005 è uscita una sua biografia firmata da Eberhard Zänker (Johann Gottfried Seume: Eine Biographie). Ancor più recentemente, nel 2012, Robert Eberhardt ha analizzato il rapporto con il compagno dell’avventura americana (Seume und Münchhausen. Mit dem Neudruck der Rückerinnerungen von 1797) mentre Christian Preischl lo ha affiancato ai due nomi per eccellenza della letteratura di viaggio germanica (Georg Forster, Johann Gottfried Seume, Alexander von Humboldt: Vertreter der authentischen Reportage). Anche in Italia peraltro era comparso nel 1978, per la penna della bravissima Marlis Ingenmey, un importante studio biografico (L’illuminismo pessimistico di J. G. Seume). Peccato che pochi se ne siano accorti, e che la biografia sia oggi altrettanto introvabile del libro di Seume.

16. Per tornare alla Germania, però, va segnalata ancora un’opera che rappresenta un indiretto omaggio a Seume e testimonia della sua attualità. Nel 1995 è stato pubblicato Der Spaziergang von Rostock nach Syrakus (La passeggiata da Rostock a Siracusa), un romanzo breve di Friedrich Christian Delius. Nel libro sono narrate le vicende di un cameriere, cittadino della Repubblica Democratica Tedesca, che coltiva per lunghi anni il sogno di un viaggio sino a Siracusa, sulle tracce di Seume. Il romanzo è basato sulla vicenda reale di Klaus Müller, che tra il giugno e l’ottobre del 1988 ha lasciato la DDR su una barchetta a vela per realizzare il suo progetto. Nella finzione narrativa il protagonista è rinominato Paul Gompitz.

Gompitz ha letto a scuola La passeggiata a Siracusa nel 1802, e da allora è determinato a recarsi in Italia almeno una volta nella vita. Spera a lungo di poter lasciare legalmente il paese: si prepara procurandosi moneta occidentale, studiando appassionatamente la storia e l’arte della romanità classica, la geografia italiana, oltre al diario di viaggio di Seume.

Arriva però alla conclusione che potrà farlo solo illegamente: impara addirittura a navigare per tentare la via del Baltico, poiché neppure una richiesta ufficiale rivoltagli dal sindaco di Brema, legata proprio ai suoi studi su Seume, gli guadagna la possibilità di uscire in modo legittimo.

Varcato il confine con uno stratagemma, Gompitz non può muoversi come Seume. Paradossalmente la circolazione in Europa è molto meno libera che ai tempi di Napoleone, e poi lascia nella DDR una moglie che non può partire con lui. Ha a disposizione quindi un tempo limitato e non può ripetere l’esperienza del viaggio a piedi. Utilizza treni a lunga percorrenza e sceglie di toccare soltanto alcune mete. Con questo spirito e sotto questa pressione già all’arrivo a Roma è colto dalla nostalgia per la moglie e decide di abbreviare notevolmente il viaggio. Ciò non gli impedisce di assaporare a Siracusa una certa aura “classica” e di vivere poi a Mantova, sulla via del ritorno, davanti al Palazzo Te, una sorta di epifania, legata a reminiscenze del Rigoletto e di un film visto nell’infanzia. Questo momento era la mia più alta ricompensa. Come Faust io gli dicevo: indugia ancora, sei così bello!

Come rientra nella DDR viene immediatamente arrestato, e in questo può senz’altro dire di aver ripetuto un’esperienza di Seume, ma viene poi rilasciato dopo essere riuscito a convincere i suoi inquisitori che l’espatrio clandestino non aveva motivazioni politiche e aver fatto ammenda (in una lettera inviata al vice-presidente della Repubblica Democratica poco prima del suo rientro ammette di «essersi alleato, per amore della conoscenza, con le forze del male», definendo «mefistofelico», in senso goethiano, lo spirito di violazione della legge che lo ha spinto a «cercare sempre, anche mettendosi a rischio»). D’altro canto, il richiamo a Goethe e alla sua immagine dell’Italia, oltre e forse più che a quella raccontata da Seume, è costante in tutto il libro di Delius.

Mi sono dilungato su questo romanzo perché mi sembra significativo non tanto della persistenza dalla memoria di Seume, quanto della differenza che ci separa dai suoi tempi e dagli uomini di quell’epoca.

Il più commosso omaggio alla memoria di Seume è venuto però da Beethoven. Negli anni immediatamente successivi la sua morte, il compositore si recò più volte a Teplitz, a visitarne la tomba, e confessò ad alcuni suoi corrispondenti di aver tratto dai suoi scritti più di una suggestione. In effetti, tra i non molti volumi dei quali si componeva la sua biblioteca, due erano di opere di Seume. È anche molto probabile che il movimento lento di apertura della sonata per pianoforte e voce Al chiar di luna sia stato composto proprio a partire dai versi del poemetto di Seume Die Beterin (Il supplice).

È un’ipotesi che ha più di un fondamento, qualche critico si spinge oltre e sostiene che i due avessero discusso e concordato la cosa. Non so e non mi interessa se ciò sia veramente accaduto, se si siano incontrati per parlare di poesia e di musica: è comunque una immagine troppo bella per rinunciare a chiudere con essa la straordinaria storia di Johann Gottfried Seume.

17. Penso non sia necessario a questo punto ribadire quanto Seume mi abbia conquistato. Lo avevo scoperto quasi per caso moltissimi anni fa, poche righe di Cesare De Seta nel suo saggio L’Italia nello specchio del Gran Tour, ne ho trovato in seguito menzione qua e là, ma sempre in brevi accenni, e comunque mi interessava solo come camminatore.

Quando ho potuto finalmente leggere la Passeggiata verso Siracusa6 è venuto invece fuori l’uomo. Sprigionava una simpatia immediata che è poi divenuta ancora più forte alla luce di tutta la sua storia. È una simpatia tanto più genuina perché è discreta, nasce dalla modesta semplicità che porta quest’uomo a essere positivamente curioso di tutto.

Nel diario di viaggio Seume parte in quarta e racconta, e si racconta, e dà l’impressione di non nascondere o alterare nulla. È tutt’altro che freddo, anzi, è partecipe ma questo non appanna la lucidità del suo sguardo. Sembra non portarsi dietro alcuno degli stereotipi creati dai viaggiatori precedenti. Guarda, osserva, ascolta e giudica, ben consapevole che il suo è uno sguardo straniero e che non può essere che parziale, e mantiene la sua indipendenza di giudizio.

Dovendo rimanere, per forza di cose, sempre sulla scena, non si propone come protagonista ma si ritaglia un ruolo da conduttore. Se nella prefazione ammette che «ognuno racconta sempre e solo se stesso, ed è naturale che sia così», racconta poi ciò che vede, e solo a margine annota ciò che sente. E alla fine del viaggio non appare cambiato rispetto all’inizio, non ne esce trasformato, ne esce arricchito, di coscienza e di conoscenza.

Seume è la tipica persona che vorresti come compagno di camminata. Al contrario dei maggiori teorici del camminare, si accompagna volentieri a occasionali compagni di viaggio e ne apprezza la conversazione. È vero che in un paio di occasioni confessa di aver volontariamente accelerato e finto di non sentire i richiami di chi gli si era attaccato a rimorchio, per toglierselo dalle calcagna: ma chi non lo ha fatto? Ci sono volte in cui, o per la particolare fastidiosità dei soggetti o per un particolare stato d’animo nostro, non si chiede altro che solitudine o silenzio.

Sa vivere bene sia la solitudine che la compagnia, così come sa adattarsi a tutte le situazioni: all’occorrenza si sporca di fango sino ai capelli o si immerge nei guadi fino al petto, senza tante scene (anzi, guardandosi ironicamente dall’esterno). Ama la vita, ama la natura che lo circonda, ama la gente che la abita, quasi tutta (con qualche eccezione per i frati). È disposto ad ammettere che al mondo c’è posto per tutti, anche se alcuni disturbano parecchio la scena e andrebbero possibilmente “riposizionati”.

In tutto il suo diario non compare un vero momento di sconforto: non si chiede mai «ma chi me lo ha fatto fare?». Intendiamoci, non è Candido: si arrabbia di fronte a spettacoli di palese ingiustizia, si innervosisce per le lungaggini e l’arroganza di una burocrazia beota o per i contrattempi e gli incidenti creati dalla stupidità, ma non sembra mai sull’orlo di arrendersi.

Ora, immagino che qualche momento più difficile lo abbia vissuto e magari non abbia voluto parlarne, a differenza dei più che usano il conflitto interiore dei sentimenti per aumentare il pathos della narrazione. Non Seume: è determinato, ha una meta, lì vuole arrivare, non ha tabelle di marcia stringenti, non ha lasciato a casa impegni che lo attendono. La sua vita è tutta concentrata in ciò che sta facendo, che ha voluto fortemente. Per questo tira avanti senza ripensamenti.

In altre occasioni ho parlato di quanto incida la sicurezza di sé nei rapporti umani, scindendola dalla fisicità. Seume non ha un fisico da corazziere. Lui stesso quando racconta dell’arruolamento dice di essere uno dei più bassi, ma non è tipo da lasciarsi pestare i piedi e nemmeno gli passa per la testa di calpestare quelli altrui. Il suo vero randello, la sua arma di difesa, è la cultura. Una cultura fortemente desiderata e conquistata a dispetto delle proibitive condizioni di partenza, non indossata come un abito o un guscio, ma digerita e assimilata bene, che gli circola nelle arterie assieme all’ossigeno e nutre il suo animo e il suo cervello.

Parla cinque lingue moderne e ne conosce tre antiche (oltre al greco e al latino, anche l’ebraico). È in grado di conversare alla pari con i mulattieri come con gli studiosi e con gli uomini politici, e sa ascoltare gli uni e gli altri senza riverenze per gli ultimi e senza supponenza nei confronti dei primi. Soprattutto, sa prendere se stesso e il mondo con la giusta dose di ironia che è l’espressione sottile e discreta di una sostanziale benevolenza. Questo può permetterselo solo chi è davvero sicuro di sé, è ciò che gli altri avvertono e per cui non possono provare che un altrettanto benevolo rispetto.

Ho accennato sopra all’unica biografia italiana di Seume, L’illuminismo pessimistico di J.G. Seume, di Marlis Ingenmey (che è la miglior traduttrice di letteratura italiana in lingua tedesca, ed è anche figura di primo piano nel dibattito culturale europeo odierno) (7). Come dicevo, anche questa è praticamente introvabile e ne sono venuto in possesso solo di recente: la lettura mi ha fornito un sacco di nuove informazioni, anche se non mi ha indotto a cambiare una virgola delle mie impressioni. Ho piuttosto trovato ingannevole quel pessimistico riferito all’illuminismo di Seume, che già dal titolo sembra voler scoraggiare il lettore o prepararlo a una lettura mesta e penitenziale.

Seume non è affatto un pessimista. È un realista, che come tutte le persone normali e intelligenti (sempre che l’intelligenza sia la normalità) ha coltivato in gioventù i suoi sogni, li ha visti presto svanire e ha saputo svegliarsi e tornare con i piedi per terra senza per questo rinnegarne la bellezza.

Il viaggio in America, quello in Italia e infine quello in Russia, in maniere diverse sono state occasioni per toccare con mano che il mondo e gli uomini rimangono gli stessi a qualsiasi longitudine, che ovunque prevale quell’ingiustizia che aveva ben conosciuta e sofferta sin da bambino, direttamente e attraverso le disgrazie del padre, e che le ideologie nazionalistiche sono gli strumenti dell’oppressione e dello sfruttamento allo stesso modo delle superstizioni religiose. Dove si è tentato di sottrarsi a questa condizione, in nome della libertà e dell’eguaglianza come in Francia e in Italia, o dalla patria come in Polonia e in Germania, le cose sono finite sempre egualmente male. D’altra parte, se tornasse in vita, si guardasse attorno e ripetesse oggi quei viaggi, ne uscirebbe con impressioni identiche.

Ciò non significa però che Seume, disperando della natura umana, si abbandoni a un rassegnato cinismo. Continua a combattere una sua personalissima battaglia, l’unica in cui è possibile davvero credere, che passa innanzitutto attraverso l’esemplarità. Questo non glielo può togliere nessuno. E se uno si intestardisce a comportarsi come ritiene dovrebbero comportarsi tutti, ma non pretende di imporlo a nessuno, significa che alla fin fine in una qualche positività della natura umana ci crede, senz’altro molto più di coloro che quella natura vogliono educarla e cambiarla a forza di rivoluzioni.

Su Seume, come su Leopardi, pesa quel fraintendimento che nasce dall’accezione distorta di “pessimismo”. Vedere le cose come stanno e indignarsi perché stanno così, almeno per quella parte imputabile alla cattiva volontà o all’ignavia nostra e non alle leggi della natura, non è pessimismo. È passione civile. Pensare che non sarà la provvidenza divina a cambiarle e che non esistono paradisi, né in cielo né in terra, ma che dipende da noi far sì che non esistano nemmeno inferni, è la più genuina manifestazione possibile di fiducia nei confronti degli uomini. È l’atto di fede della religione «della ragione, della generale giustizia per tutti, della libertà e dell’umanità».

A differenza della maggior parte di coloro che incontra, Johann Gottfried Seume non si limita a professare il suo credo, cerca di viverlo concretamente, in ogni rapporto con gli altri, indipendentemente dalle risposte che gli arrivano e a dispetto di un mondo che pare andare in direzione opposta. Non è da stupirsi che si arrabbi, sarebbe assurdo il contrario. Ma Seume sa anche che la coscienza e il civismo non sono derrate da esportazione, se non crescono in loco non sono commestibili. Non crede nella rivoluzione perché le rivoluzioni non cambiano nulla, aggiornano soltanto la situazione ai tempi. Non ci crede non per sfiducia nel cambiamento, ma perché vorrebbe cambiare sul serio.

È questo, il pessimismo?

Una Bibliografia minima

CRAVERI CROCE, E. – Poeti e scrittori tedeschi dell’ultimo settecento – LATERZA, 1951

EBERHARDT, R. – Seume und Münchhausen. Mit dem Neudruck der Rückerinnerungen von 1797 – WOLFF, ED 2012

INGENMEY, M. – L’illuminismo pessimistico di J. G. Seume – MARSILIO, 1978

ZÄNKER, E. – Johann Gottfried Seume: Eine Biographie – F&FABER, 2005

PREISCHL,Georg Forster, Johann Gottfried Seume, Alexander Von Humboldt: Vertreter Der Authentischen ReportagePETER LANG, ED 2013

SEUME, Johann Gottfried – L’Italia a piedi 1802 – LONGANESI 1973

SEUME, Johann Gottfried – Seumes Werke (2 vol)– AUFBAU, 1977

SEUME, Johann Gottfried – Mein Leben – HOLZINGER, 2014

1 Per il suo carattere insofferente di ogni prevaricazione, Andreas Seume ebbe più di un problema con le autorità civili e religiose, che gli costarono in pratica la riduzione progressiva da libero artigiano e contadino a servo della gleba. Fu proprio questo, agli occhi del figlio, a distruggerne la salute e a farne un modello esemplare di giusto che non si piega alle iniquità del mondo.

2 Nell’aprile del 1809 Münchhausen sarà coinvolto nella rivolta antifrancese animata dal generale Wilhelm von Dörnberg, dopo la repressione della quale verrà anche processato per alto tradimento. Scamperà alla fucilazione solo per l’abilità dei suoi avvocati.

3 Nel porto di Brema una lapide segnala il luogo nel quale Seume saltò dalla nave all’arrivo dall’America, e ricorda che alcuni cittadini e un pescatore cercarono di aiutarlo, sottraendolo alle ricerche dei suoi rapitori. Venne catturato solo alcuni giorni dopo, in territorio prussiano.

4 Seume nell’Autobiografia racconta che i suoi scolari abbracciarono le gambe dei soldati incaricati di fustigarlo, invocando e ottenendo la grazia.

5 In una lettera Seume scrive: «In otto mesi e mezzo mi sono fatto a piedi di 800 miglia (6000 chilometri) senza contare i tratti di trasporto per terra e per mare […]». Mi sembra un calcolo per eccesso.

6 Non è stato facile. Il libro, tradotto da Alberto Romagnoli e pubblicato nel 1974 da Longanesi col titolo L’Italia a piedi nell’anno 1802, è fuori catalogo da decenni e non è più stato ristampato. Ho potuto procurarmelo solo attraverso un’asta in rete. È l’unica opera di Seume tradotta nella nostra lingua.

 

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Sentieri in utopia (bibliografia)

di Paolo Repetto, 2013

Classici del pensiero utopico

Andreae, Johann Valentin – Descrizione della repubblica di Cristianopoli (1619) – Napoli, Guida 1983
Bacon, Francis – Nuova Atlantide – Novara, De Agostini 1966
Bellamy Edward – Nell’anno 2000 – Milano, Treves 1891
Boulle, Pierre – Il pianeta delle scimmie – Milano, Mondadori 1978
Boulwer Litton, Edward – La razza ventura – Carmagnola, Arktos 1980
Bradbury, Ray – Fahrenheit 451 – Milano, Mondadori 1958
Brantenberg, Gerd – Le figlie di Egalia (1977)
Brendano (san) – Viaggi di San Brendano
Butler Samuel – Ritorno in Erewhon – Milano, Adelphi 1988
Butler, Samuel – Erewhon – Milano, Adelphi 1988
Cabet, Etienne – Viaggio in Icaria – Napoli, Guida 1984
Cajanov, A.V. – Viaggio di mio fratello Aleksei nel paese dell’utopia contadina – (1920) Torino 1979
Campanella, Tommaso – La città del Sole – Milano, Feltrinelli 1991
Capek, Karel. – R.U.R. (1921) – Torino 1971
Cavendish, Margaret – Descrizione di un nuovo mondo – in Les Voyages Imaginaires, Laffont, Paris 1994
Crucè, Eméric – Il nuovo Cinea (1623) – Napoli, Guida 1980
Cyrano de Bergerac – L’altro mondo, ovvero stati e imperi della luna (1657) Roma, Theoria 1990
De Fontenelle, Bernard – Storia degli Agiaoiani (1768) – Napoli, Guida 1982
De Foigny, Gabriel – La terra australe (1676) – Napoli, Guida 1978
Desfontaines, Pierre-Francois – Le nouveau Gulliver (1730)
Diderot, Denis – Supplemento al viaggio di Bougainville – Roma, Salerno 1978
Doni, Anton Francesco – I mondi … – in Scritti politici del ‘500 e del ‘600 – Rizzoli 1964
Dossi, Carlo – La colonia felice (1874)
Donnelly, Ignatius – Caesar’s Column (1890)
Efremov, Ivan – Andromeda (1958)
Fenelon, François – Le avventure di Telemaco (1699) – Guida 1982
Goodwin, Francis – L’uomo sulla luna (1638) – in Les Voyages Imaginaires, Paris, Laffont 1994
Graves, Robert – Sette giorni tra mille anni – Milano, Mondad. 1976
Hall, Joseph – Mundus alter et idem (1605) (The discovery of a New World, 1609)
Harrington, John – Oceana (1700)
Hudson, William H. – Un’era di cristallo (1887) – Napoli, Guida 1983
Huxley, Aldous – Il mondo nuovoRitorno al m. n. – Mondadori 1991
Huxley, Aldous – L’isola – Milano, Mondadori 1979
Jeffries Richard – Dove un tempo era Londra (1885) – Milano, Serra e Riva 1983
Junger, Ernst. – Sulle scogliere di marmo (1939) – Milano 1942
Junger. Ernst. – Heliopolis (1949) – Milano 1949
Lem, Stanislav – Solaris (1961)
Lewis, C. S. –Lontano dal pianeta silenzioso – Milano, Mondad. 1978
London, Jack – Il tallone di ferro (1908) – Milano, Feltrinelli 1990
Luciano di Samosata – Storia vera
Mercier, Louis-Sébastien – L’an 2440 (1771)– Bordeaux 1971
Manley, Delarivier – The New Atlantis (Londra 1709)
Mantegazza, Paolo – L’anno 3000. Sogno (1897)
More,Thomas – Utopia (1516) – Napoli, Guida 1990
Morelly, Codice della natura – Roma, editori Riuniti 1975
Morris, William – Notizie da nessun luogo – Milano, Garzanti 1984
Neville, Henry– The isle of pines (1668)
Orwell, George – 1984 – Milano, Mondadori 1989
Orwell, George – La fattoria degli animali – Milano, Mondadori 1984
Perkins Gilman – Charlotte – Herland (1914)
Rand, Ayn – Antifona (1938)
Restif de la Bretonne – La scoperta australe – Milano, Mondad. 1980
Robida, Albert – La guerre au Vingtiéme siècle (1887)
Scott, Sara – Millenium Hall (Londra 1772)
Seriman, Zaccaria – I viaggi di Enrico Wanton ai regni delle scimmie e dei Cinocefali (Venezia 1749)
Shakespeare, William – La Tempesta
Shelley, Mary –L’ultimo uomo (1826)
Swift, Jonathan – Viaggi di Gulliver in vari paesi lontani del mondo (1726) – Milano, Rizzoli 1981
Verne, Jules – L’isola misteriosa (1874)
Verne, Jules – I cinquecento milioni della Bégun (1879)
Voltaire – Candido, ovvero l’ottimismo (1759) – Torino, Einaudi 1983
Wells, H.G. – Un’Utopia moderna (1905) – Milano, Mursia 1990
Wells, H.G. – La macchina del tempo (1895)
Wells, H. G. – Il risveglio del dormiente (1899)
Wilkins, John – Discovery of a New World in the Moone (1638)
Zamjatin, E. – Noi (1924) – Milano, Feltrinelli 1990

Opere generali sulla storia dell’utopia

AA. VV.– Forme dell’utopia – Milano, La Pietra 1979
AA. VV. – voce “Utopia” in Alla ricerca della politica – To. Bollati Boringhieri 1995
Adriani, M.. – L’utopia – Roma, Studium 1963
Atwood, M. – In Other Worlds – Virago, London 2003
Backzo, B– L’utopia – Torino, Einaudi 1979
Backzo, B – voce “Utopia” in Enciclopedia Einaudi. Vol. XIV – Torino 1979
Baldini, M. – Il pensiero utopico – Roma, Città Nuova 1974
Baldini, M. – Storia delle Utopie – Armando, 1996
Bartolommei, S.– Illuminismo e utopia – Mi., Il Saggiatore 1978
Berlin, I. – Il legno storto dell’umanità – Adelphi 1994
Bignami, M. – Il progetto e il paradosso. Saggi sull’Utopia in Inghilterra – Guerini 1990
Bloch, E. – Spirito dell’utopia – Firenze, La nuova Italia 1980
Boguslav, R. – I nuovi utopisti – Torino 1975
Buber, M.– Sentieri in Utopia – Milano, Comunità 1967
Callembach, E. – Ectopia – Milano 1979
Castagneto, P. – Utopia nera – Genova, Graphos 1994
Colombo, A.– L’Utopia – Dedalo 1998
Creagh, R.– Laboratori d’utopia – Milano, Eleuthera
Dahrendorf, R. – Uscite dall’Utopia – Bologna 1971
Dumont, R. – L’utopia o la morte – Bari 1974
Fest, J. – Il sogno distrutto (Fine delle Utopie) – Garzanti 1992
Fortunati, V. – La letteratura utopica inglese – Longo, Ravenns 1979
Fortunati, V. Trousson, R., – Dictionary of Literary Utopias – Champion, Parigi 2000
Grassi, G. – Utopia morale e utopia politica – Messina-Firenze, D’Anna 1980
Kolakowski, L. – Utopia e antiutopia – Milano 1983
Kumar, K. – Utopia e antiutopia – Longo 1987
Lapouge, G. – Utopie et civilisations – Paris, Flammarion 1981
Mannheim, K. – Ideologia e utopia – Bologna 1957
Marcuse, H– Eros e civiltà – Torino 1964
Marcuse, H. – La fine dell’utopia – Bari 1968
Matteucci, N. – L’Utopia e le sue forme – Bologna 1982
Melchiorre, V. – La coscienza utopica – Milano 1970
Menghi, M.– L’utopia degli Iperborei – Iperborea, Milano 1998
Mumford, L. – Storia dell’utopia – Bologna, Calderini 1969
Nozick, R. – Anarchia, stato e utopia – Firenze 1981
Pagetti, C. – I sogni della scienza – Editori Riuniti 1993
Petrucciani, A. – La finzione e la persuasione – Roma, Bulzoni 1983
Pitocco, F. – Utopia e riforma religiosa nel Risorgimento – Laterza , Bari 1972
Popper, K. – Congetture e confutazioni – Firenze 1972
Popper, K. – La società aperta e i suoi nemici – Armando, Roma 1974
Quarta, C. – Tommaso Moro. Una reinterpretazione dell’Utopia – Dedalo 1992
Roventi, I. – Luoghi dell’utopia – Messina-Firenze, D’Anna 1979
Ruyer, R. – L’Utopie et les utopies – Paris 1950
Servier, J. – Histoire de l’utopie – Paris, Gallimard 1967
Servier, J. – L’Utopia nel mondo moderno – D’Anna, Firenze 1969
Soriano, O. – Ribelli, sognatori e fuggitivi – Einaudi 2001
Tundo, L. – Kant.Utopia e senso della storia – Bari, Dedalo 1998
Tousson, R.– Viaggi in nessun luogo – Ravenna, Longo 1992
Verra, V.– “Utopia” in Enciclopedia del ‘900 vol. X – Ist. Enc. Italiana, 1996

Articoli e citazioni significativi

Cacucci, P. – Utopia in Topolabampo – da “La polvere del Messico” – FELTRINELLI 1992
Enzensberger, H. M. – Andature. Un codicillo all’Utopia – da “Zig Zag” – EINAUDI 1999
Losurdo, D. – L’Utopia – in http://www.emsf.rai.it /Archivio/Testi
Magris, C. – Utopia e disincanto – da “Utopia e disincanto” – GARZANTI 1999
Pezzini, I. – La noia dell’Utopia – da “Corto Maltese” anno 3, n.2 Milano

 

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Viaggi di carta. La letteratura dei viaggi e delle esplorazioni

Tracce per un itinerario bibliografico sul tema

di Paolo Repetto, 2013

Questa bibliografia non pretende di essere “ragionata”, ma ambisce a risultare quanto meno “ragionevole”: nel senso che propone, con un paio di eccezioni, opere disponibili nella traduzione italiana e abbastanza facilmente reperibili o acquistabili. Che siano tali lo dimostra il fatto che io le ho acquistate o reperite.

Sulle motivazioni, la psicologia, il simbolismo del viaggio
Sulla storia del viaggio
Guide al viaggio o riflessioni sul viaggio
Storia delle esplorazioni
Storie romanzate di viaggiatori o esploratori
Resoconti e diari di viaggio: scienziati ed esploratori
Resoconti e diari di viaggio: turismo, esotismo e viaggi culturali (fino al 1950)
Resoconti e diari di viaggio: turismo, esotismo e viaggi culturali (dopo il 1950)
Opere di narrativa e di poesia utilizzabili per percorsi didattici sul viaggio

Sulle motivazioni, la psicologia, il simbolismo del viaggio

AA. VV. – Il viaggio. L’avventura e la memoria – GUIDA, 1990
AA. VV – Il viaggio nei classici italiani. Storia ed evoluzione di un tema letterario – LE MONNIER, 2011
AIME, M. – Sensi di viaggio – PONTE ALLE GRAZIE, 2005
ANDERSON, N. – Il Vagabondo. Sociologia dell’uomo senza dimora – DONZELLI, 1994
ATTALI, J. – L’uomo nomade – SPIRALI, 2006
AUGÉ, M. – Non luoghi – ELÉUTHERA, 1993
BARBER, R. – Pellegrinaggi – ECIG, 1995
BENJAMIN, W. – Il viaggiatore solitario e il flaneur – MELANGOLO, 2001
BLUMBERG, H. – Naufragio con spettatore – BOLOGNA, 1985
BLUMBERG, H. – La leggibilità del mondo – IL MULINO, 1984
BOCCONI, A. – Viaggiare e non partire – GUANDA, 2002
BOITANI, P. – L’ombra di Ulisse – IL MULINO, 1992
BOITANI, P. – Sulle orme di Ulisse – IL MULINO, 1998
BOITANI, P. – Parole alate – MONDADORI, 2004
BRIL, J. – La traversata mitica – ECIG, 1993
BRILLI, A . – In viaggio con Leopardi – IL MULINO, 2000
CAMASSA, C. – FASCE, S. – Idea e realtà del viaggio – ECIG, 1991
CARLA’ M. , MERLANTE R. – Il viaggio – PALUMBO, 1996
COLLINI, P. – Wanderung. Il viaggio dei Romantici – FELTRINELLI, 1996
DEMETRIO, D. – Filosofia del camminare – CORTINA, 2006
D’AGOSTINI, M.E. – Viaggi in Utopia e altri luoghi – MILANO, 1989
D’AGOSTINI, M.E. – La letteratura di viaggio – MILANO, 1987
DISCACCIATI, R. – Invito al viaggio – ARCHINTO, 2010
DISCACCIATI, R. – Il dottor Livingstone, suppongo – ARCHINTO, 2011
FARINELLI, F. – La crisi della ragione cartografica – EINAUDI, 2009
FARINELLI, F. – L’invenzione della terra – SELLERIO, 2007
FISSET, E. – L’ebrezza del camminare. Piccolo manifesto in favore del viaggio a piedi – EDICICLO
FASANO, P. – Letteratura e viaggio – LATERZA, 1999
FEGA, W. –Il viaggio. Mito e scienza – BONONIA U.P., 2006
GARGANO, A. SQUILLANTE, M. – Il viaggio nella letteratura occidentale tra mito e simbolo – LIGUORI, 2005
GASPARINI, G. – Il viaggio – EDIZIONI LAVORO, 2000
GOTT, R. – Viaggiare nel tempo – MONDADORI, 2002
GROS, F. – Andare a piedi – GARZANTI, 2013
GUARNIERI, L. – Viaggio, nonostante tutto – ANIMA, 2009
GUEDJ, D. – Il meridiano – TEA, 2002
LAVARINI, R. – Viaggiatori. Lo spirito e il cammino – HOEPLI, 2005
LEED, E. – La mente del viaggiatore – IL MULINO, 1992
LEED, E. – Per mare e per terra – IL MULINO, 1994
MASPERO, A. – A come Avventura – FBE ED., 2005
MAZZOLENI, G. TIBALDI, M. – Il mito delle Isole Felici – D’ANNA, 1976
MENZIO, P. VATTIMO, G. – Il viaggio dei filosofi. La metafora del viaggio – CIRVI, 2000
MILANI, R. – Il paesaggio è un’avventura – FELTRINELLI, 2006
MONTANDON, A. – La passeggiata. Ritualità e divagazioni – SALERNO, 2006
NORTHJ, J. – Il segreto degli ambasciatori – RIZZOLI, 2005
PELLEGRINO, F. – Geografia e viaggi immaginari – ELECTA, 2006
PIERANGELI,F. PAPI,F. – Il viaggio nei classici italiani – LE MONNIER, 1987
PRATO, P. – TRIVERO, L. – Viaggio e modernità – SHAKES. e C., 1989
QUAINI, M. – La mongolfiera di Humboldt – DIABASIS, 2002
RIVA, G. – Filosofia del viaggio – CITTÀ NUOVA, 2008
SCARAMELLINI, G. – La geografia dei viaggiatori – UNICOPLI, 1993
SCARPI, P. – La fuga e il ritorno – MARSILIO, 1992
SOBEL, D. – Longitudine – RIZZOLI, 1996
TEROUX, P. – Il tao del viaggio – Dalai, 2012
VIRILIO, P. – L’orizzonte negativo – COSTA e NOLAN, 1989
ZANETTO, G. – Entra di buon mattino nei porti – B. MONDADORI, 2012
ZUMTOR, P. – La misura del mondo – Bologna, 1995
WINCESTER, S. – La mappa che cambiò il mondo – TEA, 2001
WINCESTER, S. – Il fiume al centro del mondo – NERI POZZA, 2001
WINCESTER, S – Atlantico – ADELPHI, 2014

Sulla storia del viaggio

AA. VV – Geografia e viaggi immaginari – ELECTA 2006
AA. VV. – Storie di viaggiatori italiani. Le Americhe – ELECTA-NBA 1987
AA. VV. – Storie di viaggiatori italiani. L’Oriente – ELECTA-NBA 1985
AA. VV – Storie di viaggiatori Italiani . L’Africa – ELECTA-NBA 1986
AA. VV – Storie di viaggiatori Italiani . EUROPA – ELECTA-NBA 1988
AA. VV. – Schiavi e negrieri. La grande tratta – ELECTA GALL. 1996
AA. VV. – Il turismo. Dal Grand Tour alle grandi organizzazioni – ELECTA GALLIMARD 1995
AA.VV. – I viaggi della storia – DEDALO 1988
AA. VV. – Le rotte degli schiavi – TOURING CLUB, 2001
AA VV – Il Viaggio nella letteratura occidentale tra mito e simbolo – LIGUORI, 2005.
AA.VV. – Hic sunt leones. Geografia fantastica e viaggi straordinari – Milano 1983
AA VV – Viaggi e viaggiatori nel Medioevo – JAKA BOOK 2008
BARRIE, D – Il viaggio del sestante – RIZZOLI 2014
BAXTER, S. – Storia del mondo in 500 viaggi in treno – RIZZOLI 2018
BELLEC, F. – La navigazione – NUOVA ERI, 1990
BERTUCCI, P. – Viaggio nel paese delle meraviglie.(Sc e curiosità nell’Italia del 700) – BORIN. 2007
BRILLI, A. – Quando viaggiare era un’arte – IL MULINO 1995
BRILLI, A. – L’arte del viaggiare – SILVANA 1992
BRILLI, A. – Il viaggiatore immaginario – IL MULINO 1997
BRILLI, A. – Il viaggio in Italia – IL MULINO 2006
BRILLI, A. – Il viaggio in Italia – BANCA POPOLARE DI MILANO 1987
BRILLI, A. – Il viaggio in Oriente– IL MULINO 2009
BRILLI, A. – Un paese di romantici briganti – IL MULINO 2003
BRILLI, A. –Mercanti avventurieri – IL MULINO 2013
BRILLI, A. – Il grande racconto del viaggio in Italia – IL MULINO 2014
BRILLI, A. – Gli ultimi viaggiatori – IL MULINO 2018
BRILLI, A. – Le viaggiatrici del Grand Tour – IL MULINO 2020
BROC, N. – La géografie des Philosophes. Géographes et voyageurs en XVIII° siècle – OPHRIS 1975
BROTTOM, J. – Le grandi mappe – GRIBAUDO 2015
BROWN, K. J. – Viaggio nel tempo – WHITE STAR 2017
CAMUSSO, L. – Guida ai viaggi nell’Europa del 1492 – Milano 1990
CAPPELLI ,V. – Sguardi (Il sud osservato dagli ultimi viaggiatori) – RUBBETTINO 2000
CARDINI, F., VANOLI, A. – La via della seta – IL MULINO 2017
CARDONA, G.R. – I viaggi e le scoperte – in LETT. IT. V, EINAUDI 1986
CASSON, L. – Viaggi e viaggiatori nell’antichità – MURSIA 1978
CHASTEL,A.– Luigi d’Aragona. Un card. in viaggio per l’Europa – LAT. 1995
CLEMENTI, A. STELLA, M. – Viaggi di donne – NAPOLI 1996
CLERICI, L. (a cura di) – Il viaggiatore meravigliato – IL SAGGIATORE 1999
CLIFFORD, J. – Strade (Viaggio e tradizione alla fine del secolo) – BORINGHIERI 2001
COLLINI, S. (a c.) – Le istruzioni scientifiche per i viaggiatori (XVII-XIX sec.) – POLISTAMPA 1997
CORSI, D. – Altrove. Viaggi di donne dall’antichità al ‘900 – VIELLA 1999
D’ANCONA, A. – Viaggiatori e avventurieri – SANSONI 1964
DEAKIN R. – Diario d’acqua – EDT 2011
DOSSENA, G. – Avventure e viaggi di mare – SALANI 1999
DUNN, R. E. – Gli straordinari viaggi di Ibn Battuta – GARZANTI 1993
FARNETTI, M. – Reportages. Letteratura di viaggio nel ‘900 italiano – MILA-NO 1994
FINZI, C. – Ai confini del mondo – NEWTON COMPTON 1978
FLEMING, F. – I ragazzi di Barrow – ADELPHI 2016
FOCCARDI, G. – Viaggiatori del regno di mezzo – EINAUDI 1992
FERRARI, M. – Terraferma – CORBACCIO 2002
FRANZINA, E. – Merica, Merica! – FELTRINELLI 1979
FUSSEL, P. – All’estero – IL MULINO 1981
GABRIELI, F. – Viaggi e viaggiatori arabi – SANSONI 1966
GREPPI, C.- La geografia del Rinascimento : cartografi, cosmografi, viaggiatori, 1460-1620 – PANINI 1996
GREPPI, C. Viaggi e scienza : le istruzioni scientifiche per i viaggiatori nei secoli 17.-19. – Olschki, 2005
GREPPI, C. Intorno a Humboldt : nove interventi– Uni. FERRARA 1996
GREPPI, C. Una carta per la corte: il viaggiatore immobile – Ed girasole, 1984
GUAGNINI,  E.– La regione e l’Europa. Viaggiatori emiliani e romagnoli nel 700 – IL MULINO 1986
HARVEY , M. – L’isola delle mappe perdute – RIZZOLI 2001
HOCKMAN, C. – La navigazione nel mondo antico – GARZANTI 1988
HUGUES, R. – La riva fatale – ADELPHI 1990
LE CARRER, O. – Carte nautiche – MONDADORI ELECTA 2017
MACZAC, A. – Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna – LATERZA 1990
MARCENARO, G. – Viaggiatori stranieri in Liguria – JANUA (GE)1987
MARTINO, M. C. – Viaggiatrici. Quando le donne inglesi potevano andare dappertutto – XL ed.
MAZZEI, R. – Donne in viaggio, viaggi di donne – LE LETTERE, 1998
MAZZEI, R. – Per terra e per acqua. Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna – CAROCCI 2013
MORABITO, G. – Stranieri nel mezzogiorno d’Italia –BARBARO, 1981
MOZILLO, G. – Viaggiatori stranieri nel Sud – COMUNITA’ 1964
OLHER, N. – I Viaggi nel Medio Evo – GARZANTI 1988
OLHER, N. – Vita pericolosa dei pellegrini nel Medio Evo – PIEMME 1996
QUATRIGLIO, G. – Viaggio in Sicilia – MARSILIO 2002
PAVAN, A. – La via dell’incenso. Sulle tracce delle antiche carovane attraverso la Penisola Arabica DE AGOSTINI, 2010
PELLEGRINO, A.– Verso oriente. Viaggi e letteratura degli scrittori nei paesi orientali – RO 1985
PELLEGRINO, F. – Geografia e viaggi immaginari – ELECTA 2006
PEYER, H.C. – Viaggiare nel Medio Evo – LATERZA 1990
PICCIONE, L.– Il libro dei vulcani d’Islanda – IPERBOREA 2019
PIZZAGALLI, D. – Il viaggio del destino –RIZZOLI 2006
PROSIO, M. – Stendhal e altri viaggiatori a Torino – CIRVI, 2004
RAIMONDI, E. – Scienziati e viaggiatori – In Storia Lett. It. Cecchi–Sapegno, GARZANTI 1988
REVELLI, G. – Da Ulisse a … Il viaggio nelle terre d’oltremare – ETS 2005
REVELLI, G. – Da Ulisse a … Il viaggio per mare – ETS 2003
ROSSI, F. – Itinerari e viaggiatori inglesi nella Calabria del ‘700 e dell’ ‘800 – RUBBETTINO 1998
RUSSO, N. – L’Italia è un sentiero – LATERZA 2019
SCAMARDI, T. – Viaggiatori tedeschi in Calabria – RUBBETTINO 2000
SCHIWELBUSH, W. – Storia dei viaggi in ferrovia – EINAUDI 1988
SILVESTRE, M. L. – VALERIO, A. – Donne in viaggio – LATERZA 1999
SOBEL, DAVA – Longitudine – RIZZOLI 2017
SOLÈ, R. – Viaggi in Egitto – TOURING CLUB., 2004
SORI, E. – L’emigrazione italiana dall’Unità alla prima guerra mondiale – IL MULINO 1979
SPRAGUE DE CAMP, L. – Le terre leggendarie – BOMPIANI 1962
TAVIANI, P. E. – Il profilo del mondo – NUOVA ERI, 1992
UHLIG, H. – La via della seta – GARZANTI 1994
VANOLI, A. – Strade perdute- FELTRINELLI 2019
VICENTI, L. (a c. di) – Viaggiatori del Settecento – TORINO 1950

Guide al viaggio o riflessioni sul viaggio

AA VV – Libri di viaggio, libri in viaggio – SETTE CITTÀ 2014
BENJAMIN, W. – Il viaggiatore solitario e il flaneur – IL MELANG. 1998
BERTINETTI, L. – Verso la sponda invisibile. Il viaggio nella letteratura inglese – ETS 1995
BORSANI, A – Addio Eden – NERI POZZA 2009
BOUVIER, N. – La polvere del mondo – DIABASIS 2005
BRILLI, A. – Il viaggiatore raffinato ( 2 voll. ) – AMILCARE PIZZI 1992
BROWN, M. – Il turista spirituale – TEA 2008
CACUCCI, P. – Camminando – FELTRINELLI 1998
CAMPA, R. – Il viaggio – GUIDA 1992
CANESTRINI, D. – Andare a quel paese – Feltrinelli 2000
CHATWIN, B. – Anatomia dell’irrequietezza – ADELPHI 1993
CONTI, L. – Inter Rail Men – STAMPA ALTERNATIVA 1991
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Storie romanzate di viaggiatori o esploratori

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PICCARD, B – JONES, B. – L’ultima grande avventura – TEA 2002
PIETRO MARTIRE D’ANGHIERA – Mondo Nuovo – IST ED IT 1958
PIETRO MARTIRE D’ANGHIERA – De orbo novo. I viaggi di Cristoforo Colombo – LOGART PRESS 1998
PINTO, A.– Peregrinazione – LONGANESI, 1974
PINTO O. (a c. di) – Viaggi di C. Federici e G. Balbi alle Indie Orientali – LIB. DELLO STATO, 1962
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RAMUSIO, G.B. – Delle navigazioni et viaggi ( 5 voll.) – EINAUDI 1988
RICCI, (p.) M. – Imperatori e mandarini – SEI. 1981
RICCI ,(p.) M. – Storia dell’introduzione del cristianesimo in Cina – LIBR. DELLO STATO 1942
ROSSELLI, F. – Esplorazioni spagnole in Mesoamerica e nell’oceano Pacifico – PONTE ALLE GRAZIE 1991
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SAGARD, G. – Grande viaggio nel paese degli Uroni – LONG. 1972
SLOCUM, J. – Solo, intorno al mondo – MURSIA, 1999
SPEKE, J. H. – Viaggio alle sorgenti del Nilo – NAT. GEOGRAFIC 2007
STADEN Hans – La mia prigionia tra i cannibali – EDT 1996
STADEN Hans – Tùpia – FMR 1994
STANLEY, H.M. – Come trovai Livingstone – SAVELLI 1981
STANLEY, H. M. – Alla ricerca di Livingstone – NAT. GEOGRAFIC, 2005
STANLEY, H. M. – Diari dell’esplorazione africana – DALL’OGLIO 1963
SYMES, M. – Viaggio a Pegù (1795) – FMR, 1988
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THESIGER, W. – Quando gli arabi vivevano sull’acqua – NERIPOZZA 2004
T’SERSTEVENS, A.(a c. )– I precursori di Marco Polo – GARZ.1982
TUCCI, G. – Dei, demoni e oracoli – NERI POZZA, 2006.
TUCCI, G. – Nepal: Alla scoperta del regno dei Malla – NEW COMPT 1978
TUCCI, G. – Tra giungle e pagode – NEWTON COMPTON 1979
TUCCI, G. – A Lhasa ed oltre – NEWTON COMPTON, 1980
TUCCI, G. – Tibet ignoto – NEWTON COMPTON 1978
TUCCI, G. – La via dello Swat – NEWTON COMPTON 1979
VINCI, A. – Samatari – L. DA VINCI, BARI, 1956
VINCI, A. – L’acqua, la danza e la cenere – RIZZOLI 1973
XU XIAKE – Peregrinazioni in luoghi sublimi – RIZZOLI 1997
WALLACE, A. D. – L’arcipelago malese – MIMESIS 2014
WALLACE, A. D – Travels of the Amazon and Rio Negro – LONDRA 1890

Eccellenti le antologie LES VOYAGES , edite da ROBERT LAFFONT (Parigi)
Interessante la AA VV – Biblioteca illustrata dei viaggi intorno al mondo per terra e per mare. N. 1 – La Gujana Francese. L’isola del diavolo N. 2 – Cuba e Portorico N. 3 – Il tetto del Mondo viaggio al Pamir N. 4 – I fiordi della Norvegia N. 5 – La Cina cinese N. 6 – Le Filippine N. 7 – In Tunisia N. 8 – Il Siam N. 9 – I Barcelonnettes nel Messico N. 10 – L’Isola Maurizio N. 11 – Attraverso le Pampas (Repubblica Argentina) N. 12 – Le Nuove Ebridi N. 13 – Suriname (Gujana Olandese) N. 14 – Nel Klondyke N. 15 – Darjiling (Himalaya) N. 16 – Il Marocco N. 17 – Chicago N. 18 – Madagascar N. 19 – Ceylan N. 20 – In Palestina N. 21 – L’Ararat N. 22 – Il Paese del Fiume Azzurro N. 23 – Le Steppe Kirghise N. 24 – Bombay la città dei Parsi N. 25 – In Lapponia N. 26 – Gli antropofagi del Perù N. 27 – Il Brasile N. 28 – Gli Annamiti N. 29 – Tangeri (La città dei cani) N. 30 – I Boubous del Congo – SONZOGNO, 1899

Resoconti e diari di viaggio: turismo, esotismo e viaggi culturali (fino al 1950)

AA. VV. – Viaggiatori del Settecento – UTET 1962
AA. VV. – Viandanti e viaggiatori – ROBIN, 2008
AA. VV. – Il viaggio. L’avventura e la memoria (4 voll.) – GUIDA 1988
AA. VV. – I narrabondi – EDITORI RIUNITI 1991
AA VV. – Il mediterraneo pittoresco – SONZOGNO 1892 (ried. LIRITI 2003)
AA VV– Viaggiatori dell’Ottocento e del Novecento – IST. POL. STATO 2003
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Babilonia – FMR 1992
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Tsu-Ching-Cheng– FMR 1993
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Argovia e Brisgovia – FMR 1989
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Carpazia – FMR 1990
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Vulcania – FMR 1993
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Beciuania – FMR 1994
AA. VV. (a c.Guadalupi G.) – Ingermanlandia (Sankt Peterburg) – FMR 1992
AA.VV. (a c. Guadalupi G.) – Vicereame della Nuova Spagna – FMR 1992
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Etèria – FMR 1992
AA. VV. (a cura di Gianni Guadalupi) – Palatinato di Masovia – FMR 1993
AAFJES, B. – Un viaggio a piedi sino a Roma (poemetto) – OLANDA 1946
ALGAROTTI, F. – Viaggi di Russia – GARZANTI, 2001
ALLAN, M. – I viaggi di Byron – BIBL. DEL VASCELLO 1992
ANDREANI, P. – Giornale 1790 (al paese deli Irochesi) – CLUEB 2005
ANDREANI, P. – Viaggio in Nord America – SCHEIWILLER 1994
ANDREANI, P. –Giornale di viaggio – CDA VIVALDA 2003
ANGIOLINI, L. – Lettere sopra l’Inghilterra, la Scozia e l’Olanda– MODENA 1990
ANONIMO – Racconti di un pellegrino russo – RUSCONI 1973
APPELIUS, M. – La sfinge nera. Dal Marocco al Madascar – 1924
APPELIUS, M. – Asia gialla – 1926
APPELIUS, M. – Il cimitero degli elefanti – 1928
APPELIUS, M. – Le isole del raggio verde – 1929
APPELIUS, M. – Da mozzo a scrittore: attraverso il mondo – 1934
APPELIUS, M. – La crisi di Budda: due anni tra i Cinesi – 1935
APPELIUS, M. – Asia tragica e immensa – 1940
ARDEMAGNI M. – Viaggio alla Terra del Fuoco e in Patagonia – AGNELLI, 1929
ARNAUD, J.F. – Viaggio nel regno della regina di Saba – SELLERIO 2007
BACCHELLI, R. – Mal d’Africa – 1933
BACHOFEN, J.J. – Viaggio in Grecia – MARSILIO, 1993
BADIA y LEBLICH, D. – Viaggio in Siria e Palestina – NOVECENTO 1991
BARETTI, G. – Narrazione incompiuta di un viaggio in Inghilterra – BIB. DEL VASCELLO 1995
BARRILI, B. – Il viaggiatore volante – MUZZIO 1999
BARILLI B. – Il sole in trappola. Diario del periplo dell’Africa (1931) – SANSONI
BARZINI, L. – Viaggio in Terrasanta – EDITORI RIUNITI, 2004
BARZINI, L. – Sotto la tenda – RINFRESCHI (PC), 1915
BARZINI, L. – Nell’estremo oriente – LIB. ED. INTERNAZIONALE, 1904
BARZINI L. – Dall’impero del Mikado all’impero dello Zar – RINFRESCHI,1914
BELLOC, H. – La via per Roma – CANTAGALLI, 2012
BELYI, A. – Da Venezia a Palermo – CASTELVECCHi 2008
BELZONI, G. B. – Viaggi in Egitto e Nubia – HARMAKIS 2019
BENJAMIN, W. – Il mio viaggio in Italia – RUBBETTINO 2000
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BEONIO-BOCCHIERI, V. – Vita selvaggia – 1938
BEONIO-BOCCHIERI, V. – In volo traverso i secoli – 1941
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BERTARELLI, L.V. – Insoliti viaggi – TOURING 2004
BIRD, F. – Una lady nel West – EDT 1998
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BOTTA, P. E. – Viaggio intorno al globo – FIBRENO, NAPOLI 1841
BRYDONE, P. – Il grand tour – AGORA’ 2002
BURCKHARDT, J. – Viaggio in Giordania – CIERRE 1994
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BYRON, R. – Gente di pianura, dei della montagna – BIB. DEL VASC 1993
BYRON, R. – La via per l’Oxiana – ADELPHI 1996
BYRON, R. – Monte Athos. Viaggio alla montagna sacra della Grecia – IBIS, 2006
BYRON, R – L’Europa vista dal parabrezza –  EXCELSIOR 1881
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DICKENS, C. – Impressioni italiane – BIB. DEL VASCELLO 1992
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DUMAS, A. – La guerra santa. Viaggio tra i ribelli ceceni – RUBETT. 2002
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EBERHARDT, I – Il paradiso delle aquile – IBIS 2012
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GIDE, A . Viaggio al Congo
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GUADALUPI, G. – Cieli del mondo. Avventure aeronautiche italiane – ANABASI 1994
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GUADALUPI, G. – La terra dei Rajah. Passaggi in India dal ‘600 al ‘900 – ANABASI 1993
GUGLIELMINETTI, M. – Viaggiatori del Seicento – UTET 1976
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THUBRON, C. – Oltre la Muraglia – PONTE ALLE GRAZIE 2001
THUBRON, C. – Nel cuore dell’Asia – PONTE ALLE GRAZIE 1998
THUBRON, C. – Ombre sulla via della seta – PONTE ALLE GRAZIE 2006
THUBRON, C. – Viaggio tra i Russi – PONTE ALLE GRAZIE 2003
THUBRON, C. – Verso l’ultima città – PONTE ALLE GRAZIE, 2002
TORRES, M. – Amor America: un viaggio sentimentale in America Latina – FELTRINELLI, 1996
TILMANN, H. W. – Himalaya dal Nepal – BALDINI & CASTOLDI, 1954
TREVI, E. – L’onda del porto. Un sogno fatto in Asia – LATERZA, 2005
TRILLARD, M. – Cabotage e altri vagabondaggi. Capo Verde e il respiro dell’Atlantico – TCI, 2005
TULLY, M. – Sabarmati express. Nel cuore del gigante indiano – SARTORIO, 2006
TURRI, E. – Viaggio a Samarcanda – DIABASIS, 2003
TUZZI, H. – In Irlanda – TOURING 2004
TYLER, J. – La valle della casbah – NERI POZZA, 2003
TYLER, J. – Congo – NERI POZZA 2001
VERGANI, O. – 45 gradi all’ombra – SEI 1958
VERNI, P. – Mustang, ultimo Tibet – CORBACCIO 2000
VERONESE, P. – Africa : reportage – LATERZA, 1999
VOGEL A. A: – Papuasi e Pigmei – BALDINI & CASTOLDI, 1953
WAUGH, E. – Etichette. – Milano, ADELPHI, 2006
WILL, R. – Il viaggiatore innocente. Avventure nel Pacifico del Sud – GUANDA 2006
WRIGHT, R. – Spagna pagana – MONDADORI 1962

Opere di narrativa e di poesia utilizzabili per percorsi didattici sul viaggio

CASTELLANETA, C. – Viaggio col padre – MONDADORI 1976
CONRAD, J. – Cuore di tenebra – EINAUDI 1980
CONRAD, J. – Racconti di mare e di costa – NEWTON COMPTON 1992
CONRAD, J. – Romanzi della Malesia – NEWTON COMPTON 1993
CONRAD, J . – TifoneIl negro del “Narciso” – BOMPIANI 1955
CONRAD, J. – Lord Jim – MURSIA 1965
FAST, H. – Gli emigranti – EST 1996
FORSTER, E.M. – Passaggio in India – EINAUDI 1981
FORSTER, E.M. – Camera con vista – RIZZOLI 1963
GIONO, J. – Nascita dell’Odissea
GOLDING, W. – Riti di passaggio – MONDADORI
GUTHTRIE, A. B. – Il grande cielo – MONDADORI 1956
GUTHTRIE, A. B. – Il sentiero del west – MONDADORI 1960
HUXLEY, A. – Isole – MONDADORI
KING, S. – Stagioni diverse – SPERLING E KUPFER 1982
KEROUAC, J. – Sulla strada – MONDADORI 1959
JEROME, K. J. – Tre uomini in barca – RIZZOLI 1960
JEROME, K. J. – Tre uomini a zonzo – RIZZOLI 1963
LARSSON, B. – Il cerchio celtico – IPERBOREA 1999
LAWRENCE, R.D. – Sulle piste del grande Nord – MURSIA 1984
LESKOV, N. – Il viaggiatore incantato – GARZANTI 1985
LONDON, J. – Racconti del Pacifico e dei mari del Sud – NEW.CO. 1992
LONDON, J. – Racconti del Grande Nord –NEWTON COMPTON 1992
LONDON, J. – Avventure di mare e di costa – NEW. COMPTON 1992
MALAUF, B. – Leone l’africano
MALRAUX, A. – La via dei re – MONDADORI
MC CARTY, C. – Cavalli selvaggi – EINAUDI 1995
MC CARTY, C. – Oltre il confine – EINAUDI 1996
MELVILLE, H. – Moby Dick – EINAUDI 1974
MELVILLE, H. – Giacchetta bianca – SANSONI 1967
MELVILLE, H. – Billy Budd – RIZZOLI 1965
MELVILLE, H. – Le isole incantate – RIZZOLI 1965
MELVILLE, H. – Taipi – RIZZOLI 1965
MICHENER, J.A. – Il viaggio – BOMPIANI 1993
MOORE, B. – Manto nero – PIEMME 1992
MUTIS , A. – Trittico di mare e di terra – EINAUDI
OMERO – Odissea – EINAUDI 1995
PIRSIG, R. – Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta –ADELPHI 1981
PLATONOV, A. – Ricerca di una terra felice – EINAUDI 1980
POE, E. A. – Gordon Pym – SANSONI 1965
REPETTO, G.L. – Careghé – GUARALDI 1996
RIDER-HAGGARD, Le miniere di re Salomone – NEW.COMPTON 1995
SEBALD, W. – Gli emigranti – BOMPIANI 1999
SENOFONTE – Anabasi – RIZZOLI 1974
SEPULVEDA, L. – Il vecchio che leggeva romanzi d’amore – GUANDA 1994
STERNE, L. – Viaggio sentimentale – RIZZOLI 1995
STEVENSON, R.L. – Mare e avventura – CURCIO 1978
STEVENSON, R. L. – L’isola del tesoro – CASINI, 1963
STIFTER , A. – Cristalli di rocca – ADELPHI 1982
SWIFT, J. – I viaggi di Gulliver – FELTRINELLI 1997
THUBRON, C. – Verso l’ultima città – PONTE ALLE GRAZIE, 2002
TOLKIEN, J.R.R. – Il signore degli anelli – RUSCONI 1970
TOURNIER, M. –Venerdì, o il limbo del Pacifico – EINAUDI 1993
VERNE, J. – Il giro del mondo in ottanta giorni – RIZZOLI 1991
VERNE, J. – Viaggio al centro della terra – RIZZOLI 1991
VERNE, J. – Cinque settimane in pallone – RIZZOLI 1991
VOLTAIRE – Candido – SANSONI 1968
YURIK, S. – I guerrieri della notte – MONDADORI 1983
WHITE, P. – L’esploratore – MONDADORI 1979

 

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Viaggiare (a piedi e non)

Postilla

di Paolo Repetto, 2013

Per una fertile combinazione di motivi (le cose che ho trovato per caso, quelle che ho ostinatamente cercato e quelle che ho scritto) la letteratura di viaggio ospitata nella parte destra della scaffalatura a tutta parete ha continuato in questi anni a debordare verso sinistra, a conquistare prima nuovi ripiani e poi interi scaffali e a costringermi a periodiche risistemazioni.

Dovessi scriverlo oggi, quindi, il capitoletto sul viaggio occuperebbe almeno il doppio di pagine. Le nuove scoperte, sia per quanto concerne le opere che per i personaggi, riguardano soprattutto la storia delle esplorazioni e dei viaggi scientifici. Provo a rendertene sommariamente conto.

Innanzitutto, i protagonisti. A Humboldt ho dedicato un piccolo saggio biografico (glielo dovevo) e nel frattempo ho acquisito tutto ciò che di suo era reperibile, comprese le edizioni in italiano, in tedesco e in francese del Cosmos. Le lacune ora riguardano solo la corrispondenza: non esiste una raccolta completa in francese, e quella tedesca, in fase di edizione, occupa già oltre dieci volumi: in compenso ho trovato in Francia una scelta abbastanza ampia e significativa delle lettere scambiate con Bonpland, (A. von Humboldt, A. Bonpland – Correspondance 1805-1858, a cura di Nicolas Hossard) e una biografia di Bonpland (Aimè Bonpland, mèdecin, naturaliste, explorateur en Amerique du Sud, dello stesso Hossard), l’unica che conosco e che possiedo A differenza di trent’anni fa, quando è partita la mia humboldt-mania, e quando era praticamente sconosciuto in Italia e dimenticato in patria, oggi lo scienziato-viaggiatore tedesco conosce un piccolo ritorno di popolarità grazie anche a due recenti biografie: Federico Focher ha scritto A. von Humboldt. Abbozzo di una biografia, mentre Andrea Wulf, già autrice de La confraternita dei giardinieri, gli ha dedicato quel volumone dal titolo L’invenzione della natura, sul quale, ti confesso, ho molte riserve. Insomma, anche il mio personalissimo eroe comincia ad essere macinato dall’industria culturale.

Sull’onda delle ricerche dedicate a Humboldt è cresciuta la curiosità per le biografie di altri scienziati-esploratori. Darwin, naturalmente (del Viaggio di un naturalista attorno al mondo possiedo ormai quattro diverse edizioni, e due dell’Autobiografia, oltre alla biografia classica di Desmond e Moore, a quella leggermente più romanzata di Irwing Shaw, L’origine, e ai Taccuini); ma anche, e soprattutto, il suo corrispondente-amico-antagonista Alfred Douglas Wallace, un po’ meno ignoto anche agli italiani da quando il buon Federico Focher ne ha scritto una avvincente storia (L’uomo che gettò nel panico Darwin). Wallace è un personaggio che riserva un sacco di sorprese: oltre che esploratore, cercatore di specie, scienziato autodidatta, era un socialista umanitario, pronto a battersi per ogni causa, soprattutto per quelle perse, e un convinto spiritista, tanto solare e disposto a mettersi in gioco quanto Darwin era riservato e pieno di dubbi. Dei suoi scritti è stato finalmente tradotto L’arcipelago malese, divertente e commovente resoconto di quattro anni di avventure (e soprattutto disavventure) a caccia di nuove specie vegetali nel sud-est asiatico. Lo trovi accanto ai libri di e su Darwin, e a quello sullo spiritismo che ho scaricato dalla rete.

La passione per la montagna mi ha aiutato a scoprirne il miglior interprete e precursore in Déodat de Dolomieu, l’”inventore” delle Dolomiti. Dolomieu ebbe un’esistenza che definire avventurosa è riduttivo. Fece le esperienze più disparate, da un duello mortale (per l’avversario) a sedici anni fino a venti mesi di assoluto isolamento in una fetida e piccolissima cella di un carcere borbonico, poco prima di morire, ma compì soprattutto una ricognizione minuziosa e completa di ogni vallata alpina. Era un camminatore formidabile, capace di sfiancare non solo i compagni di percorso ma anche i muli e i cavalli da soma, e uno spericolato arrampicatore, che tuttavia nei Viaggi sulle Alpi non rivendica alcuna delle innumerevoli vette da lui per primo conquistate. Per conoscerlo mi sono avvalso di una monumentale (ma piuttosto confusa) biografia scritta da Luigi Zanzi (Dolomieu, un avventuriero nella storia della natura) e ho poi ricostruito il resto attraverso la lettura diretta dei suoi resoconti di viaggio.

Del tutto fortuita è sta invece la conoscenza con l’opera e la vita di Guido Boggiani. Attraverso un volume dedicato principalmente alla sua pittura (Guido Boggiani. Pittore, esploratore, etnografo, di Maurizio Leigheb) ho scoperto una seconda esistenza, quella di etnologo e viaggiatore (raccontata da Boggiani stesso nei Viaggi di un artista nell’America meridionale) che lo ha portato a vivere per anni ai margini del Gran Chaco paraguagio e a morirvi, ucciso da un indigeno, prima dei quarant’anni.

Altre storie come la sua, o come quelle di Wallace e di Dolomieu, ho trovato in un paio volumi piuttosto stagionati, I cacciatori di piante di Thaylor Whittle e Scienziati ed esploratori alla scoperta del Sudamerica di Victor von Hagen, e in uno recentissimo, Cercatori di specie, di Richard Conniff. Quella del viaggio a scopo scientifico è una vera e propria epopea, naturalmente poco conosciuta e per niente celebrata nelle nostre scuole, che ha cambiato non solo lo sguardo ma anche la quotidianità della vita dell’Occidente. I libri che ho appena citati offrirebbero ai nostri demotivati studenti, e non solo a loro, ben altri stimoli rispetto alle ricostruzioni politiche e militari alle quali si riduce in genere l’insegnamento della storia, e li aiuterebbero a coltivare un minimo di passione per le scienze e ad acquisire qualche fondamento etico.

Attraverso un gioco di rimandi, di letture di sponda, sono poi arrivato ad alcuni personaggi davvero singolari, avventurieri nel senso più letterale del termine. L’ultimo in ordine di comparsa, ma primo per collocazione storica, è Lodovico de Varthema. Ne ho trovato traccia nei testi di Herrmann e di Brilli di cui parlerò tra breve, ho poi acquisito una sua biografia (Lodovico di Varthema alle Isole della Sonda) e ho scovato infine le recentissime edizioni del suo Itinerario e del Viaggio alla Mecca. De Varthema si trovava già a Calicut quando, nei primissimi anni del ‘500, ci arrivarono i Portoghesi. Dalle mie parti si usa dire che quando Colombo approdò in America ci trovò i mandrogni che già gestivano un ben avviato giro d’affari. Bene, i lusitani trovarono senz’altro un bolognese che già aveva girato tutto il Medio Oriente e visitato le Isole della Sonda, pronto a far fruttare le informazioni accumulate e ad acquisirsi meriti (al ritorno in Europa fu insignito dal re del Portogallo della dignità nobiliare, oltre che di una pensione). Anche se probabilmente molte delle sue avventure sono enfatizzate, soprattutto per il gusto di inserire situazioni boccaccesche delle quali è immancabile protagonista, resta il fatto che quelle terre le aveva realmente visitate e che per esserne tornato vivo e vegeto doveva avere senz’altro la scorza dura.

Non quanto Enrico Tonti, o Henry de Tonti, però. Tonti è stato una vera folgorazione. Non lo avevo mai sentito nominare sino a dieci anni fa, e vengo poi a scoprire che è stato uno dei protagonisti dell’esplorazione nordamericana, al fianco di de La Salle. Non esiste una sua biografia in italiano (che mi risulti, nemmeno in francese), ma le notizie essenziali sulle sue incredibili avventure si possono ricavare da L’Europa alla conquista dell’America, un bellissimo libro di Raymond Cartier che racconta nel dettaglio le guerre indiane sui Grandi Laghi tra Sei e Settecento – quelle de L’Ultimo dei Mohicani, per intenderci, o di Ticonderoga –, o da Mississippi di Mario Maffi. “Mano di ferro”, come lo chiamavano gli indiani, fu uno dei pochi che mise in soggezione persino gli Irochesi, che quanto a ferocia e coraggio non la cedevano a nessuno, e fu determinante per l’esplorazione del bacino del Mississippi, consegnato poi nelle mani della corona francese. Su questo tema e sulla storia di La Salle è invece appassionante La Louisiana per il mio re, di Hans Otto Meissner, mentre interessanti sono alcuni libri di memorie legati alla fase americana della guerra dei Sette Anni: ad esempio il diario anonimo di un soldato francese che ha partecipato a tutte le fasi della campagna e alla caduta di Montreal (Oltre le cascate del Niagara).

Altrettanto singolare, e secondo nemmeno agli Irochesi per determinazione, è il personaggio di Augusto Franzoj. Militare, disertore, giornalista radicale sempre in cerca di rogne e capace di sopravvivere ad oltre cinquanta duelli, Franzoj attraversò nella seconda metà dell’Ottocento mezza Africa centro-orientale per andare a recuperare le spoglie di un esploratore italiano morto nel paese dei Galla. L’Africa fu per lui inizialmente un rifugio, ma divenne poi una vocazione. Sebbene non avesse alcuna necessità di spostarsi per vivere pericolosamente, l’Etiopia gli offrì il teatro ideale per un’avventura che più pazza e disperata è difficile immaginare. Ne uscì, e la raccontò, naturalmente con tutti gli aggiustamenti del caso, in Continente nero, che nella sua ostentata “obiettività” è davvero un resoconto spassosissimo: ma per conoscere anche gli altri particolari della sua vita sempre sopra le righe occorre leggere Un viaggiatore in brache di tela, di Felice Pozzo.

Queste ed altre figure altrettanto avvincenti sono balzate fuori dalle pagine di diverse opere sulla storia generale delle esplorazioni da tempo fuori commercio, alle quali solo recentemente ho potuto arrivare attraverso il mercato on line. Pur restando fermo sulla mia linea di principio, secondo la quale l’eccessiva facilità nel reperire testi ritenuti a lungo introvabili sottrae una buona fetta di piacere al gioco, quella dell’attesa, della ricerca febbrile sulle bancarelle e magari dell’incredula sorpresa di un ritrovamento, devo ammettere che la diffusione di siti dedicati alla compravendita dei libri ha reso accessibili cose che mai mi sarei sognato di poter un giorno possedere. È il caso della fondamentale trilogia di Paul Herrmann (Sulle vie dell’ignoto, Sette sono passate e l’ottava sta passando e Santa vergine di Guadalupa, aiutaci tu) o di La conquista della terra di Giotto Dainelli, opere edite più di mezzo secolo fa. Mentre il libro di Dainelli lo conoscevo (e lo desideravo) da tempo, quelli di Herrmann sono stati un’autentica rivelazione. Soprattutto mi ha stupito il non averne mai sentito parlare in precedenza, il non avere mai colto alcun rimando. Forniscono una messe incredibile di informazioni, ma sono anche di lettura piacevolissima: avrei voluto averli tra le mani a quindici anni, e forse mi avrebbero cambiata la vita.

Ma sarebbe stato probabilmente sufficiente poter disporre per tempo di opere divulgative illustratissime come Il grande libro delle esplorazioni o Le grandi esplorazioni che cambiarono il mondo, che a dispetto dell’apparente destinazione a fare tappezzeria nei salotti forniscono un racconto dettagliato ed esauriente delle grandi imprese di esplorazione. Ne ho fatto incetta, e adesso mi ritrovo a confrontare le diverse narrazioni, a scovare le imprecisioni e a sommare i piccoli tasselli forniti da ciascuna per costruirmi un quadro il più vasto e completo possibile.

In che senso una precoce conoscenza di opere del genere può riuscire determinante? Beh, intanto perché consente di affinare lo sguardo sulle vicende storiche, di sottrarlo ai condizionamenti che le letture ideologiche legate al clima del momento immancabilmente ne danno. Faccio un esempio. Ho amato molto presto la storia e la civiltà del popolo irochese, o meglio, della Società delle Cinque Nazioni, attraverso la lettura di “Dovuto agli irochesi”, di Edmund Wilson, un classico di quello che Pascal Bruckner chiama “il singhiozzo dell’uomo bianco”. Wilson racconta di una cultura avanzatissima sotto il profilo politico e sociale, che non ha nulla da invidiare alle coeve istituzioni occidentali, ed esprime un accorato rimpianto per la sua distruzione da parte degli invasori bianchi. Bene, leggendo i diari di Tonti, di De La Salle e di padre Hennepin, che con gli Irochesi ebbero a trattare direttamente, nonché le testimonianze di quei pochi gesuiti e francescani che riuscirono a sopravvivere ad una caccia spietata, viene fuori un quadro ben diverso, quello di una popolazione dai costumi ferocissimi, che provava un sadico gusto nella lenta tortura dei prigionieri, delle cui carni spesso e volentieri si cibava, e che per un secolo e mezzo costituì un vero e proprio incubo per tutte le altre nazioni indiane dell’area dei grandi laghi. L’accusa di cannibalismo non è affatto pretestuosa, come si è affannata invece a dimostrare nella seconda metà del novecento l’antropologia terzomondista, e lo dimostra il fatto che i nostri testimoni non hanno esitazione a raccontare come questa pratica fosse fatta propria comunemente, nelle situazioni di necessità, anche dagli occidentali. Quanto al diritto sul suolo, gli Irochesi erano degli invasori al pari degli occidentali: arrivavano da un’altra area, non combattevano per difendere le proprie terre, ma per conquistare nuovi territori sterminandone sistematicamente gli abitanti.

Lo stesso vale per la complessa vicenda dello schiavismo. I diari degli esploratori africani ci mettono di fronte alla realtà di una pratica istituzionalizzata da millenni, tanto comune all’interno delle singole popolazioni quanto normale nei confronti di quelle esterne, e a quella di una tratta araba che ebbe sulla demografia del continente un impatto ben più devastante di quella europea, e che per motivi ideologici viene sempre sottaciuta o minimizzata. Certo, i portoghesi prima e poi via via tutti gli altri hanno intensificato questa pratica, hanno incanalato il flusso addirittura verso un altro continente: ma non hanno inventato nulla. Al più hanno fornito armi e incentivi per intensificare una tragedia presente da sempre, in ogni epoca e presso ogni civiltà: e a partire da un certo periodo, almeno dalla prima metà dell’Ottocento, hanno almeno teoricamente combattuto la tratta. Questo non assolve certamente l’occidente dalle sue colpe: spagnoli, inglesi, francesi, olandesi, belgi, tedeschi, e non ultimi gli italiani, si sono resi responsabili di veri e propri genocidi: ma quando Franzoj ci testimonia dal vivo (è arruolato più o meno a forza come osservatore) che nel corso di una delle periodiche campagne di guerra Menelik fa almeno cinquantamila morti e conduce via quasi il doppio di prigionieri, ovvero di schiavi, la storia lascia spazio a sfumature interpretative un po’ diverse.

Queste sfumature sono state volutamente ignorate nell’ultimo settantennio, a causa di un preconcetto ideologico, purtroppo radicato in quella che continua ad autodefinirsi “cultura di sinistra”, che ha condizionato costantemente la narrazione storica. Ti faccio un esempio. Nel 2008 è uscito in Francia il saggio Le génocide voilé (Il genocidio nascosto), di uno studioso di origine senegalese, Tidiane N’Diaye. In esso, con un calcolo certamente approssimato per difetto, N’Diaye dimostra che nel corso di tredici secoli, arrivando praticamente sino ad oggi, sono stati ridotti in schiavitù e deportati verso il Medio Oriente o verso la fascia mediterranea del continente almeno diciassette milioni di abitanti dell’Africa sub-sahariana. Di costoro, ed è questa la cosa che dovrebbe far maggiormente riflettere, non è rimasta praticamente traccia, mentre ad esempio negli Stati Uniti o nell’America del Sud i discendenti dei nove milioni di schiavi deportati tra il cinquecento e l’ottocento sono oggi più di settanta milioni. Ciò si spiega col fatto che gli schiavi deportati dagli arabi venivano castrati o uccisi, e non potevano lasciare alcuna discendenza. Ora, tutto questo non significa affatto che gli schiavi in America fossero trattati umanamente, non diminuisce lo scandalo della tratta: ma mi pare lecito chiedersi come mai si parli solo di quest’ultimo, e non dello schiavismo arabo, e come mai mentre questo scandalo la cultura occidentale lo ha bene o male denunciato ed esecrato, nessuno storico arabo lo abbia mai ammesso a carico del suo popolo. E anche perché questo dato venga costantemente ignorato in qualsiasi dibattito sulle colpe dell’Occidente.

L’altro aspetto, più personale, riguarda un possibile esito professionale che avrebbe potuto scaturire dai miei interessi. C’è stato un momento, al termine degli studi universitari, in cui ho dovuto scegliere tra strade diverse per il mio futuro. Forse non sarebbe cambiato nulla, ma forse una conoscenza di questi argomenti non legata più soltanto alle letture di Salgari e Verne o del vecchissimo Cantù mi avrebbe reso più determinato ad inseguire quella che era già allora una passione profonda (col rischio magari, come accade per ogni passione che diviene professione, di vedere poi spento ogni entusiasmo).

 

Ma torniamo all’oggi. I percorsi di questi ultimi anni mi hanno indotto a rivedere, almeno parzialmente, il giudizio negativo sull’attenzione riservata in Italia alla letteratura di viaggio che avevo espresso in “Perché non esiste una letteratura di viaggio in Italia”. L’assenza di interesse riguarda a quanto pare soprattutto il periodo del secondo dopoguerra (guarda caso, proprio quello della mia formazione). Gli italiani avevano un sacco di altre cose da sistemare e di cui occuparsi, e il clima culturale era tutt’altro che propizio alla rievocazione delle scoperte e delle conseguenti avventure coloniali. Ma nella prima metà del novecento, per le ragioni opposte, questo interesse c’era, e lo testimonia ad esempio una iniziativa editoriale della Paravia dedicata a I grandi viaggi di esplorazione, che contava decine e decine di titoli. Si trattava di operette divulgative, caratterizzate da un marcato taglio agiografico e intrise, soprattutto quelle degli anni trenta, dello sciovinismo di regime: ma avevano comunque il merito di portare all’attenzione degli adolescenti, e anche degli adulti, la storia delle esplorazioni e dei viaggi. E anche quello di proporre, accanto alle storie di Colombo, Magellano e Cook, quelle di Humboldt, Boggiani e Carlo Piaggia, e persino di Lodovico de Varthema. Le sto raccogliendo con cura, e una buona parte le trovi qui.

Sempre nella prima metà del secolo (ma anche nell’immediato dopoguerra) hanno goduto di una certa popolarità i libri di Vittorio G. Rossi (quella G puntata mi ha sempre fatto impazzire: essendo il mio secondo nome Giuseppe, ho continuato per anni a firmarmi Paolo G. Repetto, fino a quando esigenze di “razionalizzazione” dell’anagrafe non mi hanno costretto a tenermi un solo nome). Alcuni titoli sono davvero suggestivi (Pelle d’uomo, L’orso sogna le pere, Il cane abbaia alla luna). Rossi era uno scrittore atipico, almeno per l’epoca: di mestiere faceva altro, era un navigante, e in questa veste ha visitato praticamente tutto il mondo. Poi riversava nei libri (e tra il 1930 e il 1980 ne ha scritti più di due dozzine) quello che aveva visto e quello che aveva provato, dando spesso spazio, soprattutto nell’ultimo periodo, a considerazioni a ruota libera di filosofia spicciola. Per un sacco di tempo è stato lo scrittore di viaggio più venduto e più conosciuto in Italia, poi, complici da un lato una certa ripetitività e dall’altro l’ostracismo decretatogli dopo gli anni sessanta per i suoi trascorsi politici, è stato totalmente rimosso. Anche nel suo caso sto recuperando tutto il possibile. Prova a leggerlo. Non credo ti appassionerà, non è un grande scrittore, ed è chiaro che per me vale l’aura particolare della quale lo rivestivo da ragazzino, una sorta di precursore di Corto Maltese: ma è un ottimo testimone di come l’occidente guardasse al resto del mondo fino almeno alla seconda guerra mondiale, e del fatto che questo sguardo fosse meno velato dall’ipocrisia di quello dei futuri “terzomondisti”.

La riscoperta del piacere e del valore culturale del viaggio, alla quale già accennavo nell’articolo citato poco sopra ma che attribuivo soprattutto ad una moda di importazione, ha invece dato in questi ultimi anni dei frutti notevoli, non inferiori a quelli anglosassoni. Il merito va soprattutto ad autori come Paolo Rumiz, che con La leggenda dei monti naviganti ha toccato le vette della migliore letteratura di viaggio raccontando un fantastico itinerario dalle Alpi marittime alla Sicilia compiuto a bordo di una vecchia Topolino, seguendo a zig zag la dorsale appenninica, quindi la parte più sconosciuta e relativamente intatta della nostra penisola. Rumiz aveva già pubblicato il resoconto di un viaggio attraverso i Balcani in direzione di Costantinopoli (È oriente) ed ha poi proseguito nella riscoperta dell’Italia con Annibale. Un viaggio, una rivisitazione-confronto tra il passato e l’oggi sulle orme del grande condottiero cartaginese, per spostarsi infine nuovamente fuori dell’Italia con Trans-Europa Express, un itinerario che segue il vecchio confine della cortina di ferro dal circolo polare sino all’Adriatico. (In questo è stato preceduto però da Wilhelm Buescher, che in Germania, un viaggio percorre uno stralunato itinerario invernale seguendo l’ormai scomparsa linea di demarcazione tra est ed ovest).

Una traversata latitudinale completa della penisola è raccontata anche da Enrico Brizzi, sia pure con qualche eccessiva concessione al romanzesco, ne Gli Psicoatleti. Brizzi viaggia rigorosamente a piedi, e percorre preferibilmente i vecchi itinerari del pellegrinaggio, quelli per intenderci della via francigena o del Camino di Santiago di Compostela. Non so se ne abbia tratto ispirazione, ma ha dei precedenti illustri: nel 1801 lo scrittore tedesco J. G. Seume (altro bel personaggio: arruolato a forza nelle truppe vendute dal sovrano dell’Hannover agli inglesi per combattere in America, poi disertore, quindi ufficiale nelle truppe russe impegnate in Polonia, curatore di edizioni di classici, libero pensatore), si è fatto a piedi tutta la penisola, diretto a Siracusa, e lo ha poi raccontato in un gustosissimo L’Italia a piedi, ormai quasi introvabile ma che ho fortunosamente rimediato in un’asta mediatica.

Rimanendo nel campo dei camminatori, una scoperta sensazionale è stata quella di Patrick Leight Fermor, scomparso recentemente in tardissima età e protagonista di vicende degne di un Tonti. Nel corso del secondo conflitto mondiale Fermor venne impiegato dagli inglesi, per le sue conoscenze linguistiche e culturali della Grecia, come agente di collegamento con i partigiani ellenici che operavano a Creta. Bene, in quella veste organizzò e condusse a termine personalmente il rapimento del comandante delle truppe tedesche che occupavano l’isola, portandoselo a spasso per settimane in barba a tutti i rastrellamenti. Ma di possedere la stoffa Fermor lo aveva dimostrato già diverso tempo prima, a diciotto anni, quando intraprese da solo un lunghissimo viaggio a piedi che lo portò dall’Inghilterra a Costantinopoli, lungo la linea del Reno prima e del Danubio poi, attraverso un’Europa che stava appena entrando negli anni oscuri del nazismo. Di questo passaggio e del clima nel quale si stava svolgendo Fermor è un testimone anomalo e interessantissimo in Tempo di regali, dove raccoglie le ultime vestigia di un mondo, soprattutto quello asburgico, che stava ormai rapidamente scomparendo, e avverte tutte le inquietudini e le ombre di ciò che stava arrivando.

Altro formidabile camminatore, questo, come Rumiz, più o meno mio coetaneo, è Bernard Ollivier, un giornalista francese che al momento di andare in pensione si imbarca in un’impresa titanica, la traversata dal Mediterraneo alle porte della Cina attraverso l’Anatolia e il Medio Oriente, in pratica una variante dell’antica via della seta, resa ancor più ardua di quanto non fosse secoli fa dalla situazione politica interna ai diversi paesi. Il percorso è raccontato in una trilogia che comprende La lunga marcia, Il vento delle steppe e Verso Samarcanda.

Stavo però parlando della diffusione della letteratura di viaggio anche in Italia. È indubbia, i viaggiatori-narratori pullulano e le collane nelle quali possono trovare spazio si moltiplicano. Allo stesso tempo è in atto anche una riscoperta e ripubblicazione delle opere del passato che consente di avvicinare cose ormai scomparse addirittura dalla memoria (un caso emblematico è proprio quello di Lodovico di Varthema). A questa rinascita di interesse, a livello storico oltre che di pura evasione, ha dato un fortissimo contributo l’insieme dell’opera di Attilio Brilli, che per certi aspetti può essere considerato l’equivalente italiano di J. Leed, e per altri lo ha sicuramente sopravanzato. Brilli sta sfornando uno dietro l’altro studi avvincenti e documentatissimi sulla storia del viaggio, partendo da quello in Italia, dal Gran Tour sette-ottocentesco (Il viaggio in Italia, Quando viaggiare era un’arte, Un paese di romantici briganti, Il viaggiatore raffinato), per spaziare poi su tutto il globo con Il viaggio in Oriente, Mercanti e avventurieri, Dove finiscono le mappe.

È il segno di un passaggio di interesse, di una raggiunta maturità anche nei confronti di una pratica, quella del viaggio, che dagli italiani è stata sempre considerata piuttosto una costrizione che una scelta. Ma è anche, come tutte le forme di bilancio che si possono fare sulle varie attività umane, il segno di un suggello finale, la manifestazione della coscienza che un’epoca, e un modo di interpretarla, è ormai finita. E che può essere rivissuta, e rimpianta, solo attraverso le tracce lasciate sulla carta.

 

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L’asino di Stevenson e altre storie di viaggio non vissute

di Paolo Repetto, 2013

Anni fa, tra la metà e la fine dei settanta, l’esercito italiano decise di darsi un assetto più moderno. I primi ad essere sacrificati alle nuove tecnologie furono i protagonisti della grande guerra, i muli, ancora in forza a migliaia nel corpo degli alpini e nell’artiglieria di montagna. I poveri animali vennero messi all’asta, e venivano via per cifre irrisorie (sarebbe interessante sapere che fine abbiano fatto, probabilmente oggi si dovrebbe aprire un’inchiesta).

In quell’occasione vidi profilarsi la possibilità di realizzare un sogno covato da tempo: quello di un trekking a zig zag sull’Appennino, da fare rigorosamente da solo, in perfetta autonomia, lungo i sentieri meno conosciuti o ormai non più battuti. Si era in piena fase di spopolamento delle campagne e più ancora delle zone montane, e immaginavo quel viaggio come un’immersione in una natura che stava velocemente tornando padrona dell’ambiente. La possibilità di acquisire un mulo per pochi soldi forniva il supporto perfetto: avrei caricato sul suo dorso la tenda e le vettovaglie, e avrei potuto affrontare qualsiasi sentiero, senza l’incombenza di trovare riparo ogni notte e cibo ogni giorno.

Devo confessare che, come per tutte le cose della mia vita, c’era dietro anche una forte suggestione infantile. Attorno ai cinque o sei anni mi aveva entusiasmato al cinema comunale la serie di Francis, il mulo parlante, (quello con Donald O’Connor, che dopo i primi episodi lasciò il set perché il mulo riceveva più lettere di lui), e ne avevo riportato la convinzione (peraltro mai del tutto abbandonata) che i muli siano molto più intelligenti degli uomini. L’ipotesi di acquistare un mulo non era comunque campata per aria, perché disponevo di una stalla e perché riuscivo a giustificarne moralmente il possesso con l’utilizzo per i lavori agricoli. Nulla avrebbe quindi potuto ostare al sogno, se non il fatto che tra gli impegni familiari, quelli del lavoro a scuola e quelli del lavoro in campagna, la ristrutturazione della casa appena acquistata e la collaborazione ad una impresa editoriale ambiziosa, era difficile persino pensare di trovare il tempo per quella fuga. Alla fine, complice anche l’ostilità di mio padre, che ci vedeva un aggravio insensato di preoccupazioni (e non del tutto a torto, perché anche il mulo necessita di cure, e nelle mie condizioni a quel tempo era difficile pensare di potergliele offrire), lasciai perdere. Salvo poi pentirmene per tutto il resto della vita.

All’epoca non avevo ancora letto il Viaggio nelle Cevennes in compagnia di un asino, di Stevenson: un vero peccato, perché se lo avessi conosciuto senz’altro il mulo lo avrei preso, e non starei qui ora a recriminare. Stevenson ha viaggiato esattamente come avrei voluto fare io: in assoluta libertà. O meglio, nella libertà relativa consentitagli da Modestine, l’asina affittata per quell’avventura, che dimostrò nel corso del viaggio di possedere una sua spiccata personalità e di voler partecipare alle decisioni sugli itinerari, sulle soste, sulla distribuzione del carico, ecc. – il che in qualche modo conferma l’idea che mi ero fatta con i film di Francis. Oggi quell’itinerario è offerto in pacchetto turistico, asino compreso, a dimostrazione di come ormai tutto finisca inevitabilmente per diventare merce: ma all’epoca di Stevenson, e ancora anche alla mia, era uno spicchio di avventura tranquilla e quasi domestica, senza adrenaline particolari ma con tutti gli altri ingredienti originali.

Il mancato viaggio con il mulo è solo una delle tante esperienze non vissute per un soffio, e al tempo stesso ripetute con la fantasia innumerevoli volte. Oggi sarebbe difficile da organizzare, e poi mi imbarazzerebbe sapere che non è per nulla originale (ho incontrato un paio d’anni fa una ragazza poco più che ventenne che arrivava direttamente dalla Francia in compagnia di un asinello): ma non mi sono ancora rassegnato. Potrebbe essere un modo per riempire i giorni della pensione, se verranno.

Un altro viaggio quasi fatto, e pensato e studiato tante volte che mi capita di pensare talora di averlo compiuto davvero, è anch’esso legato all’Appennino. Quella dell’Appennino è una fissa facilmente spiegabile. I suoi contrafforti partono subito alle spalle della casa in cui ho sempre vissuto, le sue alture e le sue vette hanno costituito il limite dell’orizzonte dalla finestra della mia camera e del mio studio. Da ragazzo immaginavo, molto prima di aver letto l’Infinito, di superarle a volo, e mi ero costruito mentalmente tutto un paesaggio, e piccoli borghi e vallate al di là, talmente realistici da tornare uguali a popolare i miei sogni per innumerevoli notti. Ancora oggi, se sosto sovrappensiero alla finestra, per un attimo ho la percezione che al di là di quelle creste ci siano le valli e le case e le persone che mi figuravo nell’infanzia.

È comprensibile allora che abbia progettato di cavalcare quelle creste per dritto e per sbieco, attraversando a zig zag la catena, un giorno sul versante tirrenico, l’altro su quello padano. E che per farlo abbia pensato, una volta svanito il sogno del mulo, come mezzo più indicato proprio all’equivalente meccanico di un piccolo mulo, una cinquecento giardinetta rossa che ho posseduto e sfruttato per quindici anni, ma che già al momento dell’acquisto aveva alle spalle dieci anni di onorato servizio. Tecnologicamente ed esteticamente era il mezzo più primitivo e rozzo che si possa immaginare, l’anello di congiunzione tra la carriola e l’auto. Un motore di nemmeno cinquecento centimetri cubici, una velocità massima di ottanta all’ora (da nuova) cambio non sincronizzato, freni a tamburo, sterzo totalmente manuale, e via dicendo. E poi, nelle mie mani aveva finito per perdere il fondo, sostituito da una lastra di metallo saldata alla meglio all’assale, e per lamentare una cronica mancanza d’olio. Ma aveva anche un sacco di qualità: la meccanica era semplicissima, al punto che in una situazione di emergenza ho potuto utilizzare una stringa in sostituzione di un cavo rotto: il raffreddamento era ad aria, per cui non c’era pericolo di fondere il motore per la mia solita sbadataggine; nella parte posteriore, sganciando il sedile, era possibile ricavare uno spazio dove coricarsi, sia pure in posizione fetale. Infine, unico vero lusso, era dotata di un tettuccio apribile in tela incerata, un po’ rabberciato e difficile a richiudersi ma sufficiente a tener fuori il grosso di eventuali piogge, che avrebbe permesso di godere all’interno la libera circolazione dell’aria e del sole (e ce n’era bisogno, dal momento che il motore, anche se posteriore, mandava in cabina una puzza terribile di olio).

Per quel che avevo in testa io era perfetta. Avrei percorso strade secondarie, comunali, vicinali, sterrate, e avrei dovuto comunque viaggiare sempre a ritmi da tartaruga, quasi di passo, godendomi così appieno i panorami e gli ambienti. Non avrei nemmeno dovuto preoccuparmi per il ricovero notturno, perché alla mala parata avrei sempre potuto dormire in macchina.

Questo viaggio, come dicevo, non si è mai realizzato. Ero entrato in una ulteriore fase di impegni che non mi consentiva di liberarmi per più di due o tre giorni di seguito. Ho continuato a rimandarlo a tempi meno convulsi, ma nel frattempo la giardinetta ha chiuso la sua carriera. E tuttavia, anche di questa idea ho trovato una realizzazione altrui, e la relativa testimonianza letteraria. Stavolta però il copyright è mio. Un’esperienza di questo tipo è stata fatta da Paolo Rumiz nel Duemilauno, su una Topolino risalente ai primi anni cinquanta. Rumiz si è spostato esattamente come intendevo fare io, tra l’altro partendo proprio da queste parti, e ha cucito a croce i due versanti dell’Appennino fino all’estrema punta della Calabria, con un supplemento in Sicilia. Ha visto luoghi, conosciuto persone che parevano vivere in un altro tempo, proprio quello che mi attendevo io: è stato ospitato, accolto, ha trovato ritmi completamente diversi da quelli frenetici e insensati di valle. Ha incontrato una dimensione umana che nulla ha a che vedere con quella in cui annaspiamo quotidianamente. Tutto questo lo ha poi narrato in un fantastico resoconto, La leggenda dei monti naviganti, che anziché suscitarmi invidia mi ha reso felice: ho vissuto attraverso i suoi occhi e le sue parole quello che già nella mia immaginazione mi ero centinaia di volte prefigurato, e l’ho vissuto attraverso un racconto totalmente privo di retorica e di concessioni al folklore.

Rumiz ha grosso modo la mia età, forse un paio di anni in meno. Trovo normale che abbia maturato l’idea di questo viaggio: naviga evidentemente sulla mia stessa lunghezza d’onda. Mi ha invece sorpreso trovare una continuità con i miei progetti, e la capacità di portarli anche a termine, in un ragazzo dell’età di mio figlio, Enrico Brizzi, quello che vent’anni era già famoso per Jack Frusciante e che ha fatto del viaggio a piedi la sua cifra di vita e letteraria. Proprio mio figlio mi ha fatto scoprire un suo libro, Nessuno lo saprà, che racconta, magari con qualche punta romanzata, la traversata dello stivale coast to coast, dall’Argentario al Conero, a piedi e in compagnia di un paio di amici. Nulla di particolarmente estremo; lo stesso Brizzi ha percorso qualche anno dopo lo stivale nella sua intera lunghezza, calcando le orme di Seaume, di Belloc e di un sacco d’altri, che questi percorsi li facevano però nell’Ottocento, quando camminare a piedi era la norma, e non una stravaganza. Nulla di trascendentale, dicevo, non fosse che quasi lo stesso itinerario l’ho esplorato in auto una ventina d’anni fa, ripromettendomi di tornare il prima possibile per percorrerlo a piedi. Naturalmente, non ci sono riuscito. Ma la ciliegina è venuta da un altro libro, e da un altro viaggio di Brizzi, quello raccontato ne Il pellegrino dalle braccia tatuate, resoconto anch’esso romanzato di una traversata a piedi delle Alpi, nel corso di un itinerario sulla via Francigena. Ennesimo itinerario più volte covato nella mente e arrivato in fase di progetto, per poi essere eclissato dagli impegni, ma soprattutto dalla pigrizia e dall’età avanzanti.

Per ultimo ho lasciato l’incredibile trekking negli Appalachi di Bill Bryson, quello raccontato in Una passeggiata nei boschi, che mi ha fatto scoprire Bryson, del quale non perdo oggi una riga, e rimpiangere di non aver mai provato a scrivere nulla su questo tema. Un trekking appalachiano non lo avevo mai messo in conto, nemmeno sapevo esistesse questo sentiero lungo quasi tremila chilometri che taglia da nord a sud gli Stati Uniti occidentali, seguendo le creste e le foreste di una catena che sta alle Montagne Rocciose come appunto gli Appennini stanno alle Alpi. E tuttavia, anche senza averne mai sentito parlare, quel sentiero l’ho riconosciuto subito, perché esiste un archetipo di tutti i sentieri, al quale tutti somigliano. L’archetipo è naturalmente nella testa di chi li percorre, nelle motivazioni per le quali lo fa (non mi riferisco naturalmente alle performance affrontate con spirito sportivo, per battere record di velocità o per collezionare chilometri), nel fatto che vede e nota più o meno le stesse cose, soffre gli stessi disagi, si imbatte in avventure simili. Quello di Bryson non l’ho sentito in verità come un viaggio mancato, ma anzi, come il modello ideale del viaggio a piedi contemporaneo, nel quale ho riconosciuto e rivissuto un po’ tutte le mie esperienze.

Perché alla fine la mia storia non è fatta solo di camminate o viaggi rimasti fermi a tavolino: qualche soddisfazione me la sono tolta anch’io. Ho camminato in Corsica e nella Foresta Nera, attorno al Monte Bianco e al Monviso, lungo il sentiero dei Lagorai e sul crinale appenninico sino all’Umbria, in Olanda e nel Parco degli Abruzzi. E nel mio piccolo ho anche viaggiato, con i mezzi più diversi. Non ho alcuna intenzione infatti di lamentarmi: ma al solito, quelle che ci rimangono più impresse sono le cose che non abbiamo fatto, e che realisticamente avremmo potuto fare. È chiaro che quando si tratta di viaggi le possibilità, e quindi le recriminazioni, sono infinite. Una consolazione però c’è: il sapere che qualcuno prima o poi avrà la tua stessa idea, e la metterà in pratica, e la racconterà, dicendo probabilmente le cose che avresti potuto dire tu. E allora, se ti senti parte di una grande spirito, non universale, per carità, ma accomunante almeno quelli che amano guadagnarsi le cose, è come se quel viaggio lo avessi vissuto tu stesso.

 

P.S. Rimane da spiegare perché non ho mai provato a raccontare un’esperienza di viaggio, o una camminata. Me lo sono chiesto, e sono anche arrivato a darmi una risposta: è sempre una questione di tempo. Paradossalmente, per uno che ai temi del viaggio, delle esplorazioni e dell’alpinismo ha dedicato gli ultimi trent’anni del proprio impegno culturale, non ho mai trovato il tempo o la concentrazione per raccontare un qualsiasi mio itinerario o una scalata. Ho tenuto spesso dei piccoli diari dei viaggi fatti, a partire dagli imbarchi di quarantacinque anni fa sino agli ultimi trekking, ma quando li ho poi ripresi in mano non me la sono sentita di farne una trasposizione letteraria. Ho l’impressione che rispecchino un modo di viaggiare mai rilassato, sempre oppresso da tempi limitati, o addirittura dall’idea di rubare quel tempo a più giuste cause, e teso più a raggiungere di volta in volta la meta che a godere ciò che sta in mezzo: un modo che non consente di vedere e apprezzare realmente le cose. Mi tengo dunque i miei diari, immagino con quale sollievo degli amici. Confesso però che, a differenza delle altre cose che scrivo, ogni tanto li rileggo volentieri: per il motivo di cui parlavo sopra raccontano un me che non riconosco, parlano d’altri, e questo mi rende più facile sopportare il rammarico per tante occasioni perdute.

 

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Grazie per la risposta. ✨

I regali di un tempo

di Paolo Repetto, 2013

Io ero stato mandato in Grecia
perché avevo studiato Omero,
e Kreipe aveva fatto otto anni di studi classici.
Sono cose che non esistono più.

Avevo già incontrato Patrick Leigh Fermor a dieci anni, ma senza riconoscerlo. Ho dovuto quindi attendere mezzo secolo prima di ritrovarlo.

Quella prima volta non lo riconobbi perché il film che le sue gesta avevano ispirato era modesto, la trama appariva improbabile e l’interprete, Dirk Bogarde, non mi era simpatico. Questo l’ho capito dopo, naturalmente, quando Leigh Fermor l’ho incontrato davvero: all’epoca non avevo memorizzato nemmeno il nome.

Il film si intitolava “Colpo di mano a Creta”. Apparteneva ad un genere “bellico” che andava per la maggiore alla metà degli anni cinquanta, giusto un decennio dopo la fine del conflitto, quando la gente aveva ormai digerito la paura, i reduci più o meno riadattati alla vita borghese avevano voglia di rivedersi in azione (e magari di far partecipi i figli di quel che avevano vissuto) e soprattutto i vincitori cominciavano a girarla in “epica”, profittando tra l’altro della marea di residuati, navi, aerei, carri armati, divise che si trovavano tra le scatole e che non sapevano come smaltire. (Ricordo altri titoli di film inglesi, come “Birra ghiacciata ad Alessandria” e “Un taxi per Tobruk”, che la dicono lunga sull’aplomb col quale la recente apocalisse veniva raccontata oltremanica, mentre gli americani ci andavano giù più pesanti: in “All’inferno e ritorno” Audie Murphy, presentato come il più decorato soldato d’America, vinceva in pratica da solo la guerra, sul fronte europeo prima e poi, sistemati i tedeschi, anche su quello del Pacifico, facendo più prigionieri del sergente York. Questo però mi era piaciuto).

Ma torniamo a “Colpo di mano a Creta”. Raccontava di un ufficiale dei servizi segreti britannici, paracadutato a Creta in piena occupazione nazista per collaborare coi partigiani greci, che concepisce un’azione clamorosa: il rapimento del comandante tedesco della piazza. L’azione riesce, e l’ufficiale inglese coi suoi amici greci scorrazzano per l’isola sfuggendo alla caccia dei nazi per una settimana, fino a quando non riescono ad imbarcare nottetempo per il Cairo il loro prigioniero.

A dispetto del mio scetticismo le cose erano andate davvero così. Leigh Fermor, l’ufficiale britannico interpretato da Bogarde, aveva vissuto a lungo in Grecia prima della guerra, finendo anche coinvolto nel 1935 negli scontri seguiti alla restaurazione monarchica. Parlava perfettamente la lingua (“milai ta ellinika farsì”, “parla il greco farsì”, dicevano di lui i greci) e amava profondamente tanto la natura come la cultura ellenica. Allo scoppio della guerra, nel ‘39, era rientrato in patria per arruolarsi, e quando i tedeschi avevano occupata la Grecia nella primavera del 1941 (correndo in aiuto dei soliti italiani, che dovevano spezzare le reni e invece si erano spezzati le corna) le sue conoscenze linguistiche e dei costumi della popolazione erano diventate improvvisamente essenziali.

Alla fine di aprile del ‘41 tutta la penisola e le isole dello Ionio e dell’Egeo erano in mano tedesca, tranne appunto Creta, dove nel frattempo erano state inviate in fretta e furia truppe inglesi e australiane. L’isola era considerata strategicamente fondamentale per il controllo del Mediterraneo, e quindi nel maggio dello stesso anno aveva avuto inizio la battaglia per il suo possesso. I tedeschi avevano attaccato con una divisione aviotrasportata, pagando un prezzo terribile: le prime ondate di paracadutisti erano state addirittura sterminate e tra le fila germaniche ci furono più morti che in tutto il resto della campagna greca. Alla fine comunque le truppe alleate erano state costrette alla resa o alla ritirata, e dopo dieci giorni l’isola era occupata. Non completamente, però. Da subito, nel corso della battaglia stessa, aveva avuto infatti inizio la resistenza della popolazione civile, che quando metteva le mani sui paracadutisti tedeschi li massacrava: il che aveva indotto il comando germanico ad attuare feroci rappresaglie (venne applicata per la prima volta la regola dei dieci nemici per ogni tedesco ucciso: o meglio, venne “formalizzata”, con la solita mania teutonica per la precisione. In realtà, rappresaglie del genere, magari praticate a spanne, le avevano sempre attuate tutti, compresi gli Americani nelle Filippine a inizio secolo o gli italiani in Etiopia).

Ed è qui che entra in scena Leigh Fermor. Dopo qualche mese Paddy (così lo chiamavano i commilitoni) viene infiltrato per prendere contatto con i partigiani greci che continuano le azioni di guerriglia, e si muove travestito da pastore (pare un fumetto, ma è proprio così). Sa di rischiare grosso, perché se lo beccano in abiti civili i tedeschi non avranno esitazione ad appenderlo e a scorticarlo vivo: ma è un rischio accettato e voluto. È l’uomo giusto per la situazione, un po’ come lo era stato Lawrence per il Vicino Oriente durante la prima guerra mondiale: e lo dimostra concretamente dopo l’8 settembre del ‘43, quando riesce a portar via sotto il naso dei tedeschi e a far rifugiare in Egitto un generale italiano. Il successo di questa azione lo porta a concepire un’idea ancora più audace: ripetere il colpo, ma questa volta impadronendosi di un generale tedesco. Il piano è stato architettato al Cairo, nell’appartamento di una aristocratica polacca, e sembra il frutto di una mente fuori controllo. Ma i precedenti di Leigh Fermor fanno sì che quando lo presenta allo stato maggiore dei servizi segreti venga preso sul serio, autorizzato e organizzato.

Il 4 febbraio 1944 viene dunque paracadutato sulle montagne dell’isola; poco dopo è raggiunto da un altro ufficiale, Billy Moss, altrettanto pazzo. Il 26 aprile Paddy e Bill, travestiti da militari della Wehrmacht, fermano nei pressi di Cnosso la Mercedes del generale Karl Heinrich Kreipe, comandante in capo delle truppe distaccate sull’isola. Mettono fuori uso la scorta, impacchettano l’ufficiale come un salame, lo nascondono nel bagagliaio (la Mercedes ha sempre avuto bagagliai capienti) e Leigh Fermor indossa la divisa del generale: parla un ottimo tedesco, e questo gli consente di superare almeno una ventina di posti di blocco (era la cosa che nel film mi aveva lasciato più perplesso: ma a quanto pare ai militari tedeschi era sufficiente la vista di un berretto gallonato per scattare sull’attenti). A questo punto l’auto, che ormai scotta, viene abbandonata sulla costa settentrionale dell’isola, con su un biglietto nel quale si precisa che il rapimento è un’azione militare condotta da commandos britannici. In questo modo Leigh Fermor, che ha una mentalità cavalleresca, spera (invano) di scongiurare rappresaglie sui civili. Poi i tre, ai quali si sono uniti due partigiani cretesi, si mettono in cammino a piedi e attraversano le montagne centrali dell’isola, diretti alla costa Sud. Sfuggendo a tutte le ricognizioni aeree e terrestri, che impegnano quasi trentamila uomini, nel giro di una settimana sono ad una rada dove li aspetta ogni notte, come convenuto, una imbarcazione a motore. Caricano Kreipe e il giorno successivo sono al Cairo.

Durante il tragitto naturalmente l’alto ufficiale tedesco cerca di essere il più possibile d’intralcio e mantiene un atteggiamento pesantemente sprezzante, nei confronti soprattutto dei partigiani greci. Ma quando sul monte Ida, dopo una gelida notte all’addiaccio e di fronte ad un’alba fantastica, si vede offrire da Leigh Fermor una sigaretta che crede sia l’ultima (e lo sarebbe senz’altro, se dipendesse dai greci), si lascia andare e comincia a recitare versi in latino. Leigh Fermor nelle sue memorie la racconta così: «Fumavamo in silenzio, quando il generale, quasi tra sé, disse lentamente: Vides et ulta stet nive candidum Soracte (“Vedi come il Monte Soratte spicca bianco di neve profonda”). Era l’apertura di una delle poche odi di Orazio che conoscevo a memoria. Ho continuato a recitare dove lui si era interrotto. “… nec iam sustineant onus silvae laborantes, geluque flumina constiterint acuto” (“e come i boschi affaticati non sostengano più il peso, e come i fiumi si siano fermati per l’acuto gelo”).Gli occhi blu del generale si volsero, lontano dalla montagna, verso di me, e quando ebbi finito, dopo un lungo silenzio, disse: “Ach so, Herr Major!” Fu molto strano. “Ja, Herr General”. Come se per un attimo la guerra avesse cessato di esistere. Ci eravamo abbeverati entrambi alla stessa fonte, tempo prima, e le cose furono diverse tra di noi, per il resto del nostro tempo insieme».

Questa scena nel film non l’avevo assolutamente colta, non so neppure se ci sia: ma se lo avessi fatto, all’epoca, nella disposizione con cui guardavo alla vicenda, con ogni probabilità mi avrebbe anche dato fastidio. A posteriori (l’ho conosciuta dopo che già di Leigh Fermor mi ero innamorato per altre ragioni) è stata la ciliegina sulla torta, perché io stesso, naturalmente in ben altra situazione, al tramonto e non all’alba, ho vissuto un’esperienza simile con alcuni versi di Dante, e ne è nata una grande amicizia.

I due invece per il momento non diventano amici, non c’è nemmeno da pensarci; ma hanno reciprocamente riconosciuto nell’altro il terreno, quello della cultura digerita e vissuta in un certo modo, sul quale le amicizie possono essere coltivate. In effetti si rincontreranno vent’anni dopo, in occasione di un programma televisivo della BBC, e in quella circostanza si abbracceranno, cosa che forse avrebbero voluto poter fare anche sul monte Ida.

In compenso la guerra non ha affatto cessato di esistere: i tedeschi scatenano contro i civili cretesi una repressione sanguinosa, che ottiene solo l’effetto di rendere questi ultimi ancora più determinati e ostili. Dal loro punto di vista i tedeschi hanno ben ragione di essere furibondi. Il colpo di mano di Leigh Fermor e soci risulta per loro più umiliante di qualsiasi sconfitta, perché ha il sapore dell’irrisione e dimostra che di fatto il controllo dell’isola è ancora in mano ai partigiani e agli alleati. Si può ovviare a qualsiasi rovescio, ma non al ridicolo: una volta che ha colpito distrugge ogni credibilità. Agli occhi dei cretesi il mito dell’efficienza e invincibilità germanica è infranto con una beffa, e questo offre loro il puntello morale per proseguire testardamente la lotta. Un altro ufficiale inglese, che come Leigh Fermor ha lavorato con i partigiani greci, racconta che la popolazione li invitava a colpire sempre più duro: dal momento che la repressione ci sarebbe comunque stata, almeno ne valesse la pena. Ci avrebbero pensato poi i cretesi stessi, verso la fine del conflitto, a prendersi le loro vendette, facendo a pezzi tutti i tedeschi che non erano riusciti a sganciarsi dall’isola.

La caduta di un mito ne crea dunque un altro: Leigh Fermor sarà d’ora in poi così famoso e amato dai greci da finire legato alla loro terra per tutta la vita.

A questo punto dobbiamo però chiederci chi è davvero questa sorta di Corto Maltese in ritardo di una guerra, che gira con i generali nel bagagliaio ed è in grado di cogliere e completare a memoria una citazione da Orazio.

Quando l’ho finalmente incontrato, oltre cinquant’anni dopo il film, anche Leigh Fermor aveva fatto un salto nel tempo. Ma all’indietro. Ho preso il suo Tempo di regali (A time of Gifts)solo perché parlava di un viaggio a piedi attraverso il vecchio continente, e mi sono trovato di fronte ad un ragazzo di diciott’anni che dopo l’ennesimo insuccesso scolastico piglia su senza pensarci troppo, parte da casa e si incammina, a piedi appunto, per attraversare tutta l’Europa del 1933 e arrivare in tredici mesi sino a Costantinopoli. Come incontrare in una sola persona Holden Caufield e il Dean Moriatry di On the road.

Per carità, può farlo: non viaggia “senza un soldo a Parigi e Londra” come Orwell, può contare su un modesto appannaggio (50 sterline l’anno) che gli viene accreditato in piccole rate; non deve mantenersi con lavori occasionali, anche se più di una volta gli capita (o è forzato) di cercarne qualcuno; nemmeno lascia a casa una famiglia in angoscia, perché la madre e il parentado sono tutte persone di mondo, e non si scompongono più di tanto; conosce più di una lingua, ed ha referenze presso famiglie altolocate un po’ dovunque; ma insomma, lo fa.

Diciamo che Patrick per cose di questo genere c’è nato. Le congiunture, astrali e non, ci sono tutte. C’è ad esempio l’anno della nascita, il 1915, per cui la madre e la sorella, che devono recarsi in India per raggiungere il padre, direttore del Geological Survey, temendo i siluramenti tedeschi lo lasciano in Inghilterra. Qui, ospite di una famiglia contadina, trascorre un’infanzia campagnola da sogno, priva di ogni regola (“era impossibile disobbedire agli ordini, perché nessuno ne impartiva”), che gli lascia però una indelebile refrattarietà ad ogni sorta di disciplina. Quando i suoi tornano trovano un selvaggio, incapace di resistere in qualsiasi scuola: per la disperazione lo inviano in una sorta di comunità per bambini disadattati, dove trova altri scatenati come lui e docenti adoratori della natura che li lasciano fare, al punto che a pochi mesi dal suo arrivo devono chiudere bottega. I tentativi di inserimento in una scuola normale falliscono uno dietro l’altro. In compenso, quando torna a casa trova porte dipinte da un vicino di casa, Arthur Rackham, il più fantastico illustratore di fiabe che io conosca, una madre che scrive opere teatrali o vola sui biplani e un padre che se lo tira appresso per escursioni naturalistiche sulle Alpi o per le pinacoteche italiane. È chiaro che la scuola, in certe situazioni, è veramente un di più, una perdita di tempo. Finalmente, ad un certo punto capita in un istituto a conduzione familiare dove, pur concedendogli ampi margini di sfogo (dorme per tutto un trimestre in una capanna costruita su un noce gigantesco, alla quale si accede con una scala di corda), lo mettono anche in condizione di superare a quindici anni gli esami per l’ammissione alla King’s School di Canterbury.

Del college gli piace tutto, dall’atmosfera di oscura e polverosa antichità agli insegnanti, e soprattutto alle cose che vi si insegnano. Impara e legge con avidità, si distingue nelle materie classiche e nel pugilato, pubblica poesie; ma non riesce a tenere a bada lo spirito ribelle. C’è molto esibizionismo nelle sue trasgressioni, ma c’è anche un’insofferenza genuina per il sistema di cerimoniali e per la sottile ipocrisia che comunque governa tutti i rapporti, con i compagni come con i docenti. Cerca la genuinità altrove, e la trova nella graziosa figlia di un fruttivendolo, che ha molti più anni di lui. Scoperto, viene cacciato. Ancora una volta ricomincia con lo studio privato, per preparare l’accesso all’accademia militare di Sandhurst, alla quale viene ammesso: e ancora una volta, dopo un breve periodo di tranquillità, alla quale segue una scatenata bohème, torna a galla il ribelle insoddisfatto.

A time of Gifts parte di qui.

Di punto in bianco Patrick prende coscienza che sta bruciando la propria vita. Il bilancio della sua carriera scolastica è disastroso, prospettive non ne vede e quelle che prova ad immaginare non gli piacciono affatto. Capisce che deve ricominciare tutto daccapo, e il modo migliore per farlo è tagliare i ponti con il passato, mettere la maggior distanza possibile tra sé e quel mondo nel quale ha dato il peggio (e fin qui, siamo in un topos classico della letteratura di viaggio). Questo allontanamento non deve però essere una fuga, quanto piuttosto una sorta di espiazione, un percorso iniziatico e rigeneratore, che gli faccia recuperare in conoscenza diretta tutto quello che si è perso con l’intemperanza scolastica. Ha letto i libri di Robert Byron, ed è rimasto affascinato dalla descrizione della “Bisanzio verde drago”. Vuole capire cosa significa, e questo gli dà una meta. Ma evidentemente non è tanto la meta ad attirarlo quanto il viaggio per raggiungerla, dal momento che sceglie la modalità di percorso più lenta e faticosa: arrivarci a piedi, realizzando, come scrive lui, “un viaggio da pellegrino o da palmiere, da chierico vagante o da cavaliere povero”.

Patrick si mette in viaggio con un paio scarponi chiodati ai piedi, un vecchio cappotto militare e uno zaino da alpinista. Lo zaino, tanto per capirci, ha già una sua storia alle spalle, perché ha percorso sul dorso di un mulo gli itinerari più impervi dei Balcani e della Grecia, guarda caso in compagnia di Byron. Dentro, anziché i ricambi di biancheria, ci sono l’Oxford Book of English Verse e, appunto, le Odi di Orazio, oltre ad una scelta di matite di marca con le quali riempire le pagine del diario. Insomma, Leigh Fermor non è un emigrante e nemmeno un uomo in fuga (se non da un futuro che gli si prospetta decisamente incerto).

È il dicembre del 1933, anno tragico per l’Europa. Patrick parte direttamente dai docks di Londra con un piccolo mercantile, che lo trasborda a Rotterdam. Di lì ha inizio il viaggio vero e proprio, in un’atmosfera prenatalizia nevosa, nebbiosa, umida e decisamente stralunata. L’incoscienza del gesto, l’apparire assolutamente disarmato rispetto alla enormità dell’impresa (“Vado a Costantinopoli”, continuerà a ripetere ai sempre nuovi sbalorditi interlocutori), gli creano attorno un’immediata simpatia, quasi una barriera protettiva: e non si può dire che faccia molto per evitarsi i rischi. Il primo giorno a Colonia lo chiude ubriaco in una bettola del porto fluviale; a Monaco sperimenta il Katzenjammer, i postumi della sbornia dura, e gli fregano anche lo zaino. Ma – è lui stesso a dirlo – sembrava che di ogni mondo mi toccasse in sorte la parte migliore. In tutto il viaggio non corre mai alcun vero pericolo, se non quello di perdersi a qualche crocevia in mezzo alla neve.

L’itinerario lo dettano i grandi fiumi che uniscono idealmente il nord e l’Asia bizantina, il Reno e il Danubio: risalendo il primo e costeggiando poi il secondo, a piedi, si compie una traversata naturale, una immersione nella profondità geografica, ma più ancora in quella storica, dell’Europa. E Patrick cerca proprio questa. I paesaggi rurali e gli scenari urbanistici e architettonici che incontra sono rimasti intatti per secoli, non sono ancora stati sconvolti dai bombardamenti del secondo conflitto e dalle successive non meno devastanti ricostruzioni. “Il mondo è avviluppato in un manto bianco che nasconde le strade moderne e i pali del telegrafo, mentre un paio di castelli appaiono in lontananza; ecco che tutto sembra tornare indietro di secoli … ogni cosa risalta in un cupo isolamento sullo sfondo della neve, nitida e solenne”. Mano a mano che avanza verso il centro del continente si sorprende a penetrare in una sorta di Europa originaria (e in effetti, davvero attraversa i luoghi di nascita dell’Europa quale noi la intendiamo), ne respira i tempi lunghi e la lenta continuità, che non può non confrontare con l’accelerazione inglese, ne coglie il crepuscolo, un attimo prima della tragedia, e sia pure confusamente avverte anche le nubi che si ammassano all’orizzonte. Appena entrato in Germania assiste ad una parata di SA che lo lascia perplesso, è incerto se considerarla patetica o minacciosa: e i sintomi si ripeteranno più oltre, sempre più inquietanti. Ma a dire il vero, Leigh Fermor, pur avendo trascritto i suoi diari diversi anni più tardi, non ha voluto attribuirsi una sensibilità premonitrice che all’epoca non gli apparteneva. Le avvisaglie dell’imbarbarimento certamente gli danno fastidio, ma più perché contrastano con la bellezza dei luoghi e delle persone, con l’ospitalità, con l’austera magnificenza delle architetture, con il sentore buono di passato, e di un passato davvero profondo, che per una effettiva sensazione di pericolo. Questa, al massimo, gli viene comunicata da alcuni degli occasionali conoscenti: e comunque, se una sensazione davvero ha, è che il nuovo regime sia guardato con fastidio e timore dalla maggioranza della popolazione.

La Germania che attraversa è ancora cosparsa di fienili e stalle persi nelle campagne, di villaggi nemmeno segnati sulla carta geografica, di soffitte piene di mele, di locande popolate da pacifici bevitori di birra, dediti al canto, ai racconti di gnomi e, soprattutto in Baviera, a fare dell’ironia sui prussiani (persino le SA, quando, finita la parata, si raccolgono attorno ad una tavolata nella sua stessa taverna ad intonare nostalgici lied o chiassosi ritornelli, gli sembrano molto meno truci). E anche, soprattutto nella parte austriaca, di castelli e di schloss: “Era raro che nel panorama mancasse un castello. Si profilavano in lontananza, raggruppati ai margini delle cittadine rurali, posati con sonnolenta grazia barocca su pianori coperti di boschi o sospesi a strapiombo sulle cime degli alberi”. In più d’uno di questi finisce a dormire, preceduto a volte da lettere di presentazione provenienti dall’Inghilterra, a volte semplicemente dal tam tam di villaggio che annuncia l’avvicinarsi di uno strano, giovanissimo viandante: e in essi ha modo di cogliere ancora, forse ultimo, le affascinanti sopravvivenze di un’aristocrazia cosmopolita, dispersa in tutta l’Europa dalla dissoluzione dell’impero asburgico e dalla trasformazione di quello russo. Più spesso, però, sono le locande, le fattorie o i fienili, ad accoglierlo, e Patrick gode e si imbeve allo stesso modo della compagnia o della solitudine.

Il mondo che vede non sarà più lo stesso appena dieci anni dopo. Se lo gusta a passo d’uomo, scorge di fronte a sé le torri della cattedrale di Colonia due giorni prima di arrivarci sotto, e lo stesso vale lungo tutto il viaggio, una sequenza ininterrotta di scatti che impressionano la sua memoria. “Camminai lungo sentieri, sopra cavalcasiepi, attraverso campi e lungo strade di campagna che attraversavano boschi bui per poi sbucare su campi coltivati e pascoli imbiancati. Le vallate erano punteggiate da villaggi che si accalcavano attorno ai tetti a scandole delle chiese, e tutti i campanili si rastremavano e poi si gonfiavano ancora in cupole dalle nervature nere a forma di cipolla che davano loro un aspetto vagamente russo. Per il resto, particolarmente quando alle nude foreste di latifoglie si sostituivano quelle di conifere, il décor era quello delle favole dei fratelli Grimm”.

Non ci sono tempi da rispettare, appuntamenti o luoghi obbligati. Quando vale la pena, o magari nevica troppo forte, o due splendide ragazze ti mettono a disposizione la casa in assenza dei genitori, si può tranquillamente prolungare la sosta. Ogni incontro è a suo modo rivelatore e fantastico: la fattoria isolata raggiunta nel cuore di una notte di neve, con la famiglia uscita da un’illustrazione medioevale che si raccoglie attorno alla tavola per guardare il viandante misterioso scongelarsi e ristorarsi; il pranzo in casa del borghese filonazista, ignorante e grossolano, che ha ricavato un portasigari da una Divina Commedia svuotata; le giornate di sosta trascorse nella dimora dei von Liphart-Ratshoff, discorrendo di libri e ascoltando il monologo di Marco Antonio recitato in quattro lingue. In tutte queste esperienze Patrick entra con occhi pieni di stupore, di curiosità e di gratitudine, e nel raccontarle si riserva la parte di Alice nel paese delle meraviglie. Ma proprio quel che non dice ci lascia intuire degli interlocutori intrigati da un ragazzotto così candido, così desideroso di imparare e al tempo stesso già così ricco di esperienze straordinarie e inusuali.

La riemersione nella realtà del suo tempo avviene soltanto nelle grandi città. A Monaco, ad esempio è colpito dagli effetti devastanti che l’eccesso di benessere e di birra produce nella classe borghese: le immagini che rimanda sembrano uscite dai disegni di Otto Dix o di George Grosz: “Il busto di questi crapuloni era largo come una botte. Lo spazio occupato dalle loro natiche sulle panche di quercia era di poco inferiore a un metro. Si diramavano ai lombi in cosce spesse come il busto di un ragazzo di dieci anni, e braccia di proporzioni analoghe parevano cuscini imbottiti … Mento e petto formavano un’unica colonna e ogni nuca, bella piena, si increspava nei suoi tre ingannevoli sorrisi”. A Salisburgo arriva nel bel mezzo della stagione sciistica, trova un sacco di inglesi e se la squaglia dopo una sola giornata.

Il cammino si snoda per tappe che vengono decise di giorno in giorno, a volte dagli incontri, a volte dal clima o dall’umore. Da Rotterdam muove verso Colonia, e poi su una chiatta fino a Coblenza, scivolando attraverso un panorama di castelli a picco sul fiume, di vigneti imbiancati, di guglie che spuntano da dietro le colline o in mezzo a foreste lontane. Il Natale lo trascorre a Bingen, forse per la prima volta nel calore materiale e spirituale di una vera famiglia; di lì passa a Magonza e si concede quindi una piacevole pausa a Stoccarda. Poi lascia il Reno per intravvedere una prima volta il Danubio ad Ulm. E via di questo passo: Augusta, Monaco, Salisburgo, Vienna, Praga, con in mezzo una miriade di borghi e cittadine che appaiono come visioni nel silenzio incantato della neve. La prima parte della narrazione si chiude qui, alle soglie dell’Ungheria, lasciandoci solo desiderosi di proseguire.

Insomma, davvero non si fa (e non ci fa) mancare nulla, il giovane Patrick. Ed è chiaro che del fascino di un libro come A time of Gifts non si può rendere neppur lontanamente l’idea. Per cui, leggetevelo: è stato tradotto in italiano da Adelphi, appunto come Tempo di regali, nel 2009. Ma sappiate che è solo il volume iniziale della trilogia del viaggio. Il secondo, Between the Woods and the Water, pubblicato nel 1986, è da tempo annunciato nella traduzione italiana, mentre il terzo non è mai stato portato a termine.

A time of Gifts è stato pubblicato solo nel 1977, a quaranta e più anni dallo svolgimento della vicenda, quando Leigh Fermor era già famoso come scrittore di viaggi, e non solo nel suo paese, da almeno venti (dalla pubblicazione di Mani, su cui torneremo). Il ritardo è dovuto ad un complesso di fattori, non ultimo la ricerca perfezionistica dell’autore, ma anche al fatto che la materia prima documentale era andata dispersa durante il conflitto, e ha potuto essere ricomposta successivamente, e solo in parte. Anche i taccuini del diario quotidiano del viaggio, infatti, hanno una storia rocambolesca. Quelli originali del primo tratto gli erano strati rubati a Monaco, assieme allo zaino: aveva dovuto ricostruire tutto affidandosi alla memoria durante le soste successive, ma è chiaro che molte sensazioni immediate sono andate perdute. Dopo l’arrivo a Costantinopoli Patrick, ormai ventenne, passa in Grecia, giusto in tempo, come abbiamo visto, per prendere parte ai combattimenti del ‘35. Di lì, dopo la restaurazione monarchica, va a vivere in Moldavia nel castello della pittrice Balasha Cantacuzene, una contessa conosciuta nell’ultima parte del viaggio, di sedici anni più anziana di lui, della quale si è innamorato. Quando nel ‘39 torna a Londra per arruolarsi lascia a lei i taccuini. Alla fine della guerra la Moldavia passa sotto il regime comunista, e Balasha viene sfrattata senza tanti complimenti dal suo castello, ma porta con sé i taccuini. Tuttavia non può uscire dal paese, né Patrick può entrarvi: quindi i diari torneranno in possesso di quest’ultimo solo diversi anni dopo.

Uno che ha vissuto con questa intensità il suo primo quarto di secolo, e ne ha davanti quasi altri tre, incontra indubbiamente qualche difficoltà a riempirli di altrettanta sostanza. Leigh Fermor lo fa dedicandosi appieno alle quattro cose che più ama: i libri (leggerli e scriverli), la Grecia, i viaggi e le donne. Partiamo da queste ultime. Il suo connazionale Somerseth Maugham, dopo averlo conosciuto ed esserne rimasto poco impressionato, lo definì “Un gigolò di mezza età per donne dell’upper class”. Va detto che Maugham era particolarmente acido, ma è anche vero che Patrick non ebbe mai problemi ad avvalersi dell’innegabile fascino che esercitava sulle donne, in particolare su quelle più mature (come già si era potuto constatare nella vicenda che portò all’espulsione); e in più di un’occasione, a partire dalla convivenza con la pittrice romena, la sua effettiva situazione era quella di un mantenuto.

Ora, sarebbe da stabilire prima di tutto, in linea di principio, se questa è una condizione disonorevole, e se si, perché lo è particolarmente per i maschi; ma nel caso di Leigh Fermor direi comunque che Maugham si sbagliava, perché tutto dipende da come la vivi, quella situazione. Patrick, da parte sua, non si sentiva affatto un gigolò: era un eccentrico, ma i suoi rapporti erano chiari, e lo fu anche quello quarantennale con Joan Monsell, che solo all’ultimo sarebbe diventata sua moglie e che per alcuni periodi provvide ad entrambi. Se si sta assieme si condivide quello che c’è: da ciascuno secondo le sue possibilità (e quando fu il suo turno rispettò il patto). In compenso stava decisamente stretto nei legami, e si sentiva libero di abbandonarsi ai suoi subitanei, molteplici e in genere poco duraturi innamoramenti. Era un gran bel ragazzo, come ci dicono le fotografie giovanili, e mantenne il suo fascino anche nella maturità: le donne gli piacevano, ma la sua scelta di una vita appartata, in un angolo sperduto del Peloponneso, non combacia affatto con l’immagine di un vanesio sciupafemmine. Io ci vedrei invece, tra le altre motivazioni, l’atto di volontà di chi, conoscendo bene se stesso e riconoscendo le proprie debolezze, si impone di non soccombere e di non buttare l’esistenza a rincorrerle. Magari concedendo ogni tanto alla volontà una vacanza.

Quanto ai viaggi, Leigh Fermor in effetti viaggia parecchio e preferibilmente a piedi, da un certo periodo in poi con la futura moglie Joan che gli trotterella dietro; ma non diventa uno scrittore di viaggio “professionista”, anche se oggi viene visto come l’erede di Robert Byron e l’ispiratore di Bruce Chatwin. La continuità tra i due la traccia piuttosto sul piano della ricerca stilistica che su quello del senso del viaggio. Con il secondo poi nasce una strana consonanza, strana proprio perché i due sono molto simili, non solo per la capacità di legare insieme e approfondire temi diversi, per la sensibilità artistica e per la solida cultura umanistica che hanno alle spalle, ma per il loro assoluto egocentrismo, che li rende a volte logorroici e tendenti sempre al protagonismo. Come Maugham aveva stroncato Leigh Fermor, Wilfred Thiesigher, l’altro grande viaggiatore ed esploratore, col quale invece Fermor ha pochissimo in comune, dirà di Chatwin: “parlò per tutto il pranzo e tutta la cena, dopodiché continuò a parlare seduto fuori dalla mia camera da letto, tenendomi sveglio, mentre io speravo che se ne andasse a letto” Avrebbe potuto benissimo dirlo di Leigh Fermor, se lo avesse frequentato.

Viaggia, ma non con l’urgenza di vedere tutto: preferisce vedere bene, e andare oltre le prime immagini e impressioni, scendere in profondità. A testimonianza del fatto che non è un superficiale scrive con parsimonia. Dei suoi lunghi viaggi nel Sudamerica, intrapresi subito dopo la guerra, lascia solo due resoconti: The Traveller’s Tree, del 1950, tradotto in italiano come “L’albero del viaggiatore: viaggio alle isole dei Caraibi”, e Three Letters from the Andes, apparso quarant’anni dopo (1991), oltre a un romanzo ambientato alle Antille (The Violins of Saint-Jacques, del 1953).

Leigh Fermor non è uno scrittore pigro: semplicemente non è mai del tutto soddisfatto del risultato, e ha quindi grossi problemi a pubblicare. Lo dimostra il mancato completamento della terza parte dei diari di Costantinopoli (ma qui c’entra forse il troppo tempo trascorso, la difficoltà di ricostruire i ricordi e, soprattutto, la distanza che ormai separa la nostra epoca da quel mondo). Eppure Mani. Travels in Southern Greece, pubblicato nel 1957 (è stato tradotto in italiano, nel 2006, da Adelphi: Mani. Viaggi nel Peloponneso), il libro che consacra la sua fama di scrittore e che fa scrivere a qualcuno che Leigh Fermor è “il più raffinato scrittore inglese del XX secolo”, oltre che “il più grande narratore inglese di viaggi”, è perfetto. In realtà Mani stenta ad essere contenuto negli schemi della letteratura odeporica. Quello che viene percorso a piedi e descritto è un mondo visto ma soprattutto intuito, ricostruito, dissepolto. Lo spirito col quale il viaggio viene intrapreso è lo stesso che, almeno nella ricostruzione a posteriori, informa il cammino per Costantinopoli: “Tra gli urti della Coca-Cola e della Cortina di Ferro, molto di prezioso e di venerabile, molte vive testimonianze del passato della Grecia vengono ridotte in polvere. Penso che valga la pena di osservare e registrare alcuni di questi aspetti meno famosi prima che il processo sia compiuto. … Mi è parso perciò opportuno attaccare il paese in certi punti prescelti e penetrare, per quanto ne ero capace, in profondità. Queste private invasioni della Grecia si indirizzano quindi alle regioni meno frequentate, spesso di più difficile accesso e di scarsa attrattiva per la maggioranza dei viaggiatori; perché è là che si trova ciò di cui io sono in cerca”.

Il Mani è la penisola centrale del Peloponneso, la più meridionale e la più isolata, un lungo promontorio montuoso che penetra nell’Egeo tra il golfo di Kalamata e il golfo di Lakonia. Le coste scoscese da un lato e l’asprezza del monte Taigeto dall’altro lo hanno reso pressoché inaccessibile tanto ai conquistatori quanto alle contaminazioni culturali con l’esterno. La vita delle sue popolazioni è rimasta inalterata nei secoli, anzi, nei millenni. «Fino al 1830 e oltre non c’era nel Mani una sola scuola e la regione è senza dubbio la più arretrata della Grecia. Donde la quasi totale assenza di letteratura e cultura. Le cupe tradizioni locali si sono mantenute incontrastate per secoli. A parte la generale concentrazione sulla vendetta e sulla morte, di queste tradizioni ci sono altre osservanze sintomatiche. La nascita di un figlio è sempre stata salutata con grande esultanza (“un altro fucile per la famiglia”) […] Per le femmine tutto il contrario. Niente doni, niente esultanza; le femmine servivano solo a procreare “fucili”, a faticare e a cantare lamenti funebri».

Il Mani è un mondo a parte, un’Arcadia selvaggia e violenta, decisamente maschilista. Ma anche il luogo dove è possibile respirare la purezza dei rapporti originari: “Molte cose in Grecia sono rimaste immutate dai tempi dell’Odissea, e forse la più notevole è l’ospitalità verso gli stranieri: più una regione è remota e montuosa, minore è il cambiamento a questo riguardo. […] Non esiste una descrizione migliore del soggiorno di uno straniero presso la dimora di un pastore greco di quella di Ulisse quando entra travestito nella casa del porcaio Eumeo ad Itaca. C’è ancora la stessa accettazione senza domande, l’attenzione ai bisogni dello straniero prima ancora di saperne il nome”. Non meraviglia che Leigh Fermor se ne sia innamorato, al punto da stabilirvi nella maturità la propria dimora; così come è stato affascinato anche da un’altra parte della Grecia, la zona montagnosa centrale nota anche con il nome di Rumeli, sovrastata dal Pindo e bagnata sia dall’Egeo che dallo Ionio, raccontata in Roumeli, del 1966 (non tradotto in italiano).

La produzione letteraria di Leigh Fermor è tutta qui: per uno vissuto novantaquattro anni non è molto. È giusto sufficiente ad assicurargli la fama, ma non sempre la pagnotta. E dal momento che Patrick non svolgeva altre attività, si capisce anche il perché ogni tanto abbia dovuto ricorrere ai “prestiti” delle sue compagne. Il fatto è che Fermor, prima ancora che raccontare la vita, amava vivere, e vivere alla sua maniera, sempre un po’ sopra le righe, ma sempre svincolato da obblighi di immagine pubblica. A settant’anni, ad esempio, attraversa a nuoto il Bosforo, ripetendo l’impresa di Byron (George, questa volta – che però l’aveva compiuta a venti): lo fa per avere una conferma dal suo fisico, non certo per aggiungere un tassello alla leggenda. Che non gli spiace, chiaramente, ma della quale non vuole essere schiavo.

A partire dagli anni cinquanta comincia a risiedere quasi stabilmente in Grecia, proprio ai margini del Mani, dove poco alla volta, coadiuvato da Joan, si costruisce con le proprie mani una casa in una piccola baia. Rientra in patria sempre più raramente; quando c’è non disdegna la frequentazione dell’ambiente aristocratico o delle vecchie biblioteche delle dimore nobiliari, e magari neppure le onorificenze: ma appena può se ne viene via, e cerca rifugio negli antichi monasteri e nei vagabondaggi. È affascinato dalle lingue (ne conosce una decina), dalle tradizioni, dall’idea che comuni origini remote possano ancora unificare gli europei al di là delle barriere nazionali. Il suo ideale rimane sempre quell’impero austro-ungarico del quale aveva potuto vedere e respirare le ultime vestigia durante il viaggio per Costantinopoli.

Un altro originale come lui, il politologo e saggista Christopher Hitchens, ha scritto che “finché Fermor sarà letto e ricordato, l’ideale di eroe sarà un ideale vivo”.

Ma esistono, gli eroi? Kipling (ma non sono sicuro fosse proprio lui) disse una volta che ci voleva più coraggio ad entrare in fabbrica ogni mattina per trent’anni che ad affrontare trenta afgani inferociti. Aggiungerei che per molti, per tutti coloro che convivono con situazioni proprie o familiari pesantissime, è già un atto eroico alzarsi ogni mattina. Il mondo è in effetti pieno di eroi sconosciuti, che anziché essere celebrati sono dati per scontati, e a volta addirittura infastidiscono perché creano interrogativi alla nostra coscienza. Ma anche volendo rimanere ad un livello meno generico, è altrettanto sconosciuta, e a volte addirittura volutamente dimenticata, la maggior parte di coloro che hanno saputo rispondere con coraggio a qualsiasi forma di oppressione e prevaricazione, e hanno pagato con la vita la scelta di non piegarsi. Quanti, non solo tra i nostri ragazzi, ma persino tra i loro insegnanti, conoscono la vicenda di Eric Musham o di altri oppositori tedeschi al nazismo, o sanno che in vent’anni in Russia furono fucilati centotrentamila preti ortodossi, i due terzi del clero, rei di non aver abiurato, o hanno sentito parlare di Camillo Berneri? E cito a caso, perché a voler computare coloro che coscientemente hanno rifiutato il baratto tra la dignità e la vita si stilerebbero elenchi sterminati.

Il fatto è che quando si guarda al corso cruento della storia (“la storia è una tabella di massacri”, scriveva Gunther Anders) è comunque difficile ricondurre quel sangue a specifici individui, quelle sofferenze a persone distinte: forse perché è troppo, ma forse anche perché, come dicevo, il confronto con le singole figure ci pone delle domande imbarazzanti. Eppure dovrebbero essere proprio queste a infonderci speranza, ad alimentare in noi la volontà di non subire passivamente, trincerandoci dietro la nostra debolezza e insignificanza, a ricordarci che se siamo qui ora, nella possibilità di parlare di queste cose, è perché qualcuno ha avuto il coraggio di dire no.

Raccontare un personaggio come Leigh Fermor potrebbe sembrare quindi una scelta incoerente, l’accettazione di un’immagine retorica e romanzesca dell’eroismo: quella, per intenderci, che non piace a Brecht quando definisce “beato” il paese che non ha bisogno di eroi. In realtà sono perfettamente d’accordo con lui, ma solo perché intende qualcosa di molto diverso da ciò di cui parlo io: un conto è infatti l’auspicio di non averne bisogno, cioè di non vivere in quelle condizioni che di norma gli eroi li creano, un altro conto il ritenere non opportuno educare i giovani a comportarsi come tali. Il che, naturalmente, non vuol dire accendere in loro l’anelito al martirio, ma semplicemente abituarli a rispettare se stessi, e in automatico gli altri, e ad esigere di essere rispettati.

Piuttosto, la scelta potrebbe apparire incoerente per uno che da sempre patisce la “sindrome di San Francesco”, il fatto cioè che ci sia gente che può permettersi di fare delle scelte, e viene celebrata quando le fa in una direzione “eroica”, ed altra, molta di più, che le scelte nella stessa direzione se le trova imposte, le subisce e non si vede riconosciuto nulla. Io penso invece che anche il coltivare la memoria di un Leigh Fermor abbia un senso, soprattutto in un’epoca nella quale eroi e miti tendono ad essere quelli dei campi di calcio o televisivi, che davvero con qualsiasi forma di eroismo, comunque la si voglia mettere, hanno nulla da spartire.

Cosa rappresenta dunque Leigh Fermor, che valga la pena di salvare e di trasmettere? Intanto la voglia di vivere una vita della quale, se pur non si può scrivere la sceneggiatura, senz’altro si scelga il soggetto. Il poterlo fare, come abbiamo visto, dipende da una fortunata combinazione di nascita e di condizione fisica. Ma il farlo, e il farlo in un certo modo, dipende invece da un atto di volontà e dagli strumenti dei quali ci si è dotati. Intendo dire che nel fatidico 1933 i diciottenni in condizioni economiche e sociali simili a quelle di Fermor sono probabilmente migliaia, ma solo lui arriva ad immaginare e a compiere un viaggio a piedi sino a Costantinopoli: e sarà lui a guidare il colpo di mano a Creta, perché si è dato la preparazione militare e linguistica per farlo, e ha il coraggio di farlo. Fatta la tara alle favorevoli condizioni di partenza, tutto il resto dipende poi dalle sue scelte. E le sue scelte, per quanto snobistiche, sono frutto di un particolare coraggio. Non solo. Sono frutto anche di una particolare sensibilità culturale, la stessa che lo porta a lasciare incompiuta la trilogia quando subentra in lui il timore di scadere, dalla testimonianza-documento di un’epoca e di un mondo, nel rimpianto senile.

Ho sentito la voglia di raccontarlo quindi per quattro ragioni, e direi che ce n’è d’avanzo: perché era un uomo coraggioso, perché era un intellettuale raffinato, perché era un grande camminatore e perché era uno snob quale solo gli inglesi sanno esserlo. Fermor appartiene alla dinastia dei Byron, George ma soprattutto Robert, quello de La via per l’Oxiana, e risalendo più in su ancora, del bucaniere Dampier, e allungando indietro lo sguardo, dei cavalieri della Tavola Rotonda. E anche di Orwell o di Auden, pronti a combattere per quella che ritengono la causa giusta, e a fermarsi appena hanno l’impressione che tanto giusta non sia, o che comunque non sia più la loro causa. Individualisti, per nulla disposti a sacrificare la loro autonomia di pensiero agli interessi di un’idea che, nel momento in cui non garantisce la massima libertà individuale, non riesce più accettabile.

Ecco, credo che stia lì la radice di tutto: crescendo nella lettura di Malory fin da ragazzino, in quella dei classici nell’adolescenza (ed è da notare che per gli inglesi i classici per eccellenza sono i greci, e non i latini, e l’autore classico più popolare e letto in assoluto è Plutarco. Col risultato che gli studenti italiani conoscono soprattutto Cicerone e Seneca, e per essi la classicità rimanda paradossalmente all’esistenza di uno stato, o comunque di una ragione esterna superiore, alla quale poi in realtà non credono perché se ne sentono vittime, e non protagonisti: mentre al contrario gli inglesi hanno il senso dello stato proprio perché esso sembra esistere apposta per garantire in primo luogo la loro libertà) e con i libri dei viaggiatori e degli esploratori, o comunque di gente che ha girato il mondo in lungo e in largo nella giovinezza (si pensi a Stevenson, a Kipling, a Conrad), se uno poco poco è permeabile si imbeve di un’idea della vita tutta particolare. Quella del mondo viene di conseguenza, ma direi che nella prospettiva inglese è secondaria. Mentre noi ci trinceriamo dietro il Fato, e ci arrendiamo senza troppe resistenze al condizionamento delle contingenze esterne, gli inglesi sono persuasi di poterle tranquillamente governare. Questo spiega perché la nostra letteratura veda come protagonisti di norma degli antieroi, inetti, sconfitti o annoiati, e perché il personaggio letterario che forse meglio rispecchia il nostro sentire sia Don Abbondio, mentre già un secolo prima gli anglosassoni si identificavano in Robinson Crusoe.

Dunque, la prima ragione è in verità che Leigh Fermor era un uomo libero, e questo lo iscrive di diritto nella galleria dei personaggi che vorrei contribuire a tenere in vita. In quanto libero, e intendo libero “dentro”, era di conseguenza coraggioso: al limite della temerarietà, ma non dell’incoscienza. Questo non perché dovesse provare a se stesso, o agli altri, il proprio coraggio: semplicemente, si divertiva. È un atteggiamento che non appartiene alla nostra cultura mediterranea, a dispetto della “solarità” che accampiamo e che gli stessi nordici ci attribuiscono. Noi crediamo di essere allegri, invece siamo solo poco seri e melodrammatici. Recitiamo costantemente una parte della quale non siamo convinti: e nemmeno sappiamo giocare lealmente. Gli inglesi in fondo chiamano “grande gioco” tutta la complicata vicenda che li vede contrapposti ai russi nel Medio Oriente nella seconda metà dell’ottocento. E sono coloro che hanno inventato il concetto moderno di sport, da non confondere con quello postmoderno di industria dello sport. In sostanza, per loro la vita è una cosa seria, e appunto per questo va valorizzata: ma è anche una cosa molto breve, e appunto per questo va presa con il giusto distacco – l’ironia – e con divertimento. Il divertimento nasce solo dal gioco leale, dal concordare delle regole e poi rispettarle. Quindi, gli inglesi prendono la vita come un gioco, e qui sta il loro snobismo, ma sono seri nel gioco, e qui sta la loro forza. (Non sto tessendo il panegirico dello stile britannico, anche se di fatto risulta tale: negli intenti è un panegirico di quello stile che vorrei permeasse qualsiasi atteggiamento esistenziale. Che, chiaramente, non appartiene solo agli inglesi: ma mentre inglesi lo apprezzano, dalle nostre parti – si veda il caso di Berneri – sembra addirittura dare fastidio).

Questo vale anche nei confronti della cultura. Fermor è un autodidatta, ma è anche un intellettuale raffinato, che ama il mondo classico, si crea (viaggiando, prima ancora che studiando) le basi per una profonda competenza artistica e vivifica quest’ultima con uno spirito critico ed intuitivo eccezionale. Non ha quindi remore a spaziare dall’architettura prebarocca tedesca all’arte bizantina, offrendone letture originali e talvolta spiazzanti (è ad esempio intrigante la “formula del lanzichenecco”, con la quale interpreta le costruzioni germaniche cinquecentesche). Ho scovato un’osservazione (negativa, ma al contempo illuminante) di Luciano Canfora a tale proposito (Leigh Fermor era caduto in trappola!), che contesta al viaggiatore inglese di aver peccato, almeno in una occasione, di una troppo affrettata e imprecisa attribuzione. Probabilmente, anzi, conoscendo Canfora, sicuramente il rilievo è fondato; ma non tiene conto del fatto che quella che può apparire solo eccessiva disinvoltura è in realtà coraggio intellettuale, capacità di mettersi in gioco, di azzardare interpretazioni che potranno magari essere confutate, ma che per intanto sollecitano l’interesse e la voglia di approfondimento. Leigh Fermor non si lancia senza paracadute e non fa divulgazione all’ingrosso, ma incuriosisce anche chi all’arte bizantina o all’architettura germanica prebarocca non aveva mai dedicato uno sguardo. Soprattutto, si approssima all’arte e più in generale alle diverse culture di cui parla viaggiando a piedi: il che significa non intrattenere con esse un rapporto puramente libresco, ma immergersi in esse lentamente, traendone oltre alle nozioni e alle conoscenze, delle genuine emozioni. E queste il lettore le sente.

Del camminatore ho già detto. Non è il camminatore classico, non è Thoreau e neppure Seume o Dolomieu. In tutto il racconto di Tempo di regali non c’è una indicazione chilometrica: Fermor non copre delle distanze, percorre degli itinerari, fisici ma anche mentali. Tra una tappa e l’altra non fa mai conti, e questo lo porta più d’una volta a trovarsi in piena notte lontano da qualsiasi centro abitato. Non si ferma quando ha raggiunto il chilometraggio prefissato ma quando è stanco morto, o in presenza di uno scorcio particolarmente suggestivo che gli comanda la sosta. Riempie appunto di profondità, e non di sola linearità, il suo cammino.

Quanto allo “snobismo”, per l’interpretazione che ne do io penso sia sufficiente una frase (dalla prefazione a Mani), che riassume così l’avventura di Creta e tutto ciò per cui Hitchens lo identifica con l’ideale di eroe: “La guerra non interruppe i miei viaggi, anche se ne modificò temporaneamente l’ambito e lo scopo”.

Io credo che gli eroi esistano, e ritengo che anche Leigh Fermor possa essere ascritto alla categoria, sia pure nella cerchia più esterna degli avventurieri; ma soprattutto sono convinto che in un’epoca di cialtroni come la nostra quella frase, che mi piacerebbe incisa sulla sua lapide, debba essere assunta a motto da chi davvero vuol percorrere con stile (che poi altro non è che dignità) il sentiero della vita.

 

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La fortuna di Mister Wallace

di Paolo Repetto, 30 settembre 2012

L'importante è non nascere adatti WallaceIl mio interesse per Wallace dura da lunga data, ma era rimasto sino a qualche tempo fa piuttosto epidermico, legato più ad una sua presunta appartenenza al mio album dei “perdenti” che ad una effettiva conoscenza della complessità del personaggio. Devo il cambiamento radicale di attenzione alla bellissima biografia pubblicata da Ferruccio Focher nel 2006, “L’uomo che gettò nel panico Darwin”, alla quale questo scritto vorrebbe essere solo un’introduzione.

 

Al mondo c’è qualcosa di meglio da fare
che affannarsi ad accumulare denaro.
Alfred Russel Wallace

Nascendo in coda a nove fratelli, in Galles e ai primi dell’Ottocento, si avevano due possibilità: o uno la prendeva male, perché capiva che non gli sarebbe toccato niente, oppure cercava di vedere il lato positivo della faccenda, e cioè l’immensa libertà che una simile condizione avrebbe potuto regalargli, dal momento che quasi subito tutti si sarebbero dimenticati di lui. I figli di Thomas Wallace, indipendentemente dall’ordine di nascita, non ebbero nemmeno l’imbarazzo della scelta; il padre si piccava di avere il pallino degli affari ma era in realtà un pasticcione, e provvide da solo con una serie di investimenti sbagliati a bruciarsi una già modesta rendita e a ridurre la famiglia praticamente sul lastrico. Ciò significava tra l’altro dover cambiare continuamente residenza, alla ricerca di sistemazioni sempre più rurali ed economiche.

Come si diceva, situazioni come questa hanno in genere opposti risvolti: nel nostro caso quello positivo era rappresentato da un’infanzia trascorsa in piena libertà, a pesca nei torrenti o a zonzo per i boschi, e conseguentemente dall’imprinting di un forte rapporto con la natura, mentre quello negativo fu la necessità di uscire assai precocemente dall’infanzia. I fratelli Wallace dovettero infatti ingegnarsi molto presto a guadagnare la pagnotta: lo fece il primogenito William, il quale cominciò a lavorare giovanissimo come agrimensore: lo fece John, che trovò impiego a Londra come carpentiere, e lo fece di lì a poco anche il penultimo figlio, Alfred Russel, nato nel 1823, che a quattordici anni raggiunse William e insieme a lui riallacciò quello stretto contatto con la natura che avrebbe caratterizzato tutta la sua esistenza.

La sfortunata condizione di nascita si rivelò quindi per un verso una manna per il ragazzo, che non dovette sorbirsi il nonnismo e la monotonia imperanti nelle scuole superiori inglesi, e mantenne così intatto l’entusiasmo per la cultura, mentre acquisiva sul campo le cognizioni pratiche che ne fecero un grande naturalista: ma sottraendolo anzitempo agli studi regolari ne condizionò anche fortemente la carriera scientifica, decretandogli una sorta di apartheid o comunque di scarsa considerazione da parte degli ambienti accademici, e in ultima analisi negandogli quel riconoscimento di co-paternità della teoria dell’evoluzione che gli sarebbe invece spettato.

Queste righe non vogliono però essere un contributo alla rivalutazione della figura di Alfred Russel Wallace, che non ne ha certo bisogno: vorrebbero invece indagare sul peso che hanno realmente il successo e il riconoscimento per un animo nobile e per uno studioso e ricercatore entusiasta, e verificare che magari è piuttosto limitato.

Per intanto seguiamo le vicissitudini di Wallace, il cui apprendistato alla vita, seppur precoce, non è in realtà così tribolato o drammatico (niente a che vedere, per capirci, con i suoi coetanei raccontati da Dickens). Per sette anni, dal 1837 al 1844 il nostro lavora a fianco del fratello: in giro per campi e boschi sei giorni la settimana, occupato in un’attività che lo accomuna idealmente ad altri grandi di ogni parte del mondo, da Niebhur a Thoreau, sguinzagliati a tracciare confini e a mappare proprietà pubbliche e private.[1]

Il lavoro gli piace moltissimo: scrive ad un amico, elencando i pro e i contro della sua occupazione (ma soprattutto i primi): “è incantevole in una bella giornata estiva tagliare in lungo e in largo la campagna, ammirare le bellezze della natura, respirare la fresca e pura aria delle colline e infine, nella calura del mezzogiorno, gustarsi il pranzo a base di pane e formaggio in una valle ridente, sulle rive di un ruscello gorgogliante. … Quelli che se ne stanno in casa tutto il giorno non hanno idea del piacere che si prova a sedersi davanti ad una buona cena e sentirsi tanto affamati da mangiare fondina, piatto e tutto il resto”.

L'importante è non nascere adatti Wallace (2)Visto che nel frattempo è diventato un giovanottone lungo e magro, non c’è da dubitarne. La sera poi, e le domeniche e qualsiasi altro momento libero, sono dedicati allo studio appassionato di materie che davvero lo interessano, a letture che lo entusiasmano. Con i primi soldi guadagnati si procura testi naturalistici d’ogni genere, tra i quali gli Elementi di Botanica di Lindley, e in pratica li manda a memoria, applicando ogni nuova conoscenza alle osservazioni sul campo. È in effetti il fratello ad occuparsi delle questioni pratiche e dei rapporti con i committenti, e Alfred si trova a godere della libertà di un lavoro che svolge come un gioco e che gli consente di coltivare e approfondire ciò che più gli interessa. Anche quando dovrà interromperlo, per un calo delle richieste, e adattarsi senza molto entusiasmo a fare per un paio d’anni il maestro di scuola a Leicester, continua a scoprire e a leggere i naturalisti. Divora con passione i Viaggi alle regioni equinoziali di Humboldt e il Diario della “Beagle” di Darwin, ma conosce anche Vestigia della storia naturale della creazione[2]., un testo divulgativo che propone un’interpretazione evoluzionistica del mondo e che suscita alla sua uscita, nel 1844, molto interesse e diverse polemiche Legge inoltre il Saggio sul principio della popolazione di Malthus, che avrà sulla sua futura svolta evoluzionistica lo stesso effetto sortito su Darwin: insomma, conosce le cose giuste al momento giusto. Wallace è in sostanza un autodidatta di genio, come quasi tutti coloro di cui ho raccontato, da Dolomieu a Raimondi, allo stesso Darwin e a Leopardi (il che offrirebbe un interessante argomento di dibattito sul ruolo della scuola. Un altro tema di indagine potrebbe essere costituito dall’influenza esercitata da Humboldt sugli animi più avventurosi nella prima metà dell’Ottocento).

Il giovane Wallace ricorda quel personaggio dei fumetti d’anteguerra che alla fine di ogni storia ribaltava situazioni sfortunatissime, guadagnandoci sempre un milione. A Leicester non vince un milione, ma trova in compenso un amico. Il suo colpo di fortuna è rappresentato infatti in questa occasione dall’incontro con Henry Walter Bates, che si rivela decisivo per il suo futuro. Bates è un altro “dilettante” di genio come lui, un entomologo della domenica (gli altri giorni della settimana lavora sodo come apprendista magazziniere) che si è già creata una non trascurabile collezione privata, e che gli trasmette immediatamente il gusto e la passione per la vita degli insetti. In realtà è molto più che un dilettante, e avrà modo di dimostrarlo. È uno che si prepara meticolosamente, e una volta sul campo mostrerà una tenacia, un coraggio, una capacità di adattamento e di sopportazione dei disagi assolutamente insospettabili, soprattutto in un giovane gracile, affetto da ogni sorta di malattia articolare e dalla necessità di portare lenti spesse un dito.[3]

Nello stesso periodo, a dire il vero, Wallace contrae anche altre passioni, quella per l’occultismo e per il soprannaturale da un lato, e quella per l’impegno sociale dall’altro. Partecipa ad alcune sedute spiritiche e rimane impressionato dai fenomeni connessi al mesmerismo, convincendosi di essere in possesso di facoltà magnetiche particolari. Per un appassionato della natura la cosa è quanto meno singolare: ma la personalità vulcanica e onnivora di Wallace riesce a far convivere (non sempre pacificamente) le due cose. Al momento, comunque, non mescola i due ambiti, e quello dello spiritismo rimane in secondo piano.

Si mescola invece agli interessi naturalistici la sensibilità per le ingiustizie e l’aspirazione ad una società più equa. Il lavoro di agrimensore gli ha fatto toccare con mano, attraverso l’ostilità che i contadini riversano su lui e sui suoi colleghi, le devastanti conseguenze della legge sulle recinzioni (Enclosures Act) Si rende conto che sta collaborando ad “una rapina legalizzata a danno dei poveri”. E questo avrà un peso determinante nella sua scelta di abbandonare la professione.

I due giovani ed entusiasti naturalisti devono a questo punto decidere il grande passo. L’orizzonte inglese è palesemente troppo stretto per le loro ambizioni e per la loro sete di conoscenza, ma i vincoli di tipo familiare o economico non consentono di guardare realisticamente oltre. Almeno fino a quando a smuovere la situazione arriva un evento luttuoso. William muore nell’inverno del 1846, il che complica per Alfred la possibilità di tornare a esercitare la professione di agrimensore e va a sommarsi ai dubbi e agli scrupoli sociali. Non è comunque questo ciò che vuole dalla vita. L’amicizia con Bates si rafforza e si trasforma in complicità, che è quella condizione nella quale si ha un progetto comune e si cerca di realizzarlo assieme. A scalpitare maggiormente, sull’onda dell’entusiasmo procuratogli dalle letture, è Wallace, ma anche Bates, che pure ha un carattere più riflessivo, non intende ammuffire nel magazzino e prende molto sul serio la cosa. Sono proprio le discrete credenziali che quest’ultimo si è conquistato negli ambienti scientifici come collezionista a consentir loro di ottenere il patrocinio del direttore dei giardini botanici di Kew e del conservatore della sezione naturalistica del British Museum: in questo modo i due trovano anche un intermediario per la vendita dei futuri esemplari raccolti.

 

Il momento non potrebbe essere migliore. In Inghilterra, ma in sostanza in tutto il mondo occidentale, sta giungendo a compimento una profonda trasformazione del gusto, in particolare per quel che concerne la percezione della natura. Questa trasformazione ha radici complesse, che affondano un po’ in tutte le direzioni, dalla riforma protestante alla rivoluzione scientifica e a quella industriale, dall’esplorazione del mondo al conseguente confronto con altre culture, e quindi all’adozione di nuove abitudini alimentari e voluttuarie e allo scambio di specie e di essenze. Sta cambiando insomma radicalmente il modo di rapportarsi all’ambiente naturale, con un decorso anche molto contradditorio, perché si è partiti dal “per dominare la natura occorre conoscerla” di Bacone per arrivare al “se conosci davvero la natura ti passa la voglia di dominarla” di Wordsworth e dei romantici. È un esito testimoniato ad esempio dall’inedita curiosità per le montagne e per i luoghi “selvatici”, dalla compassione per gli animali[4], dalla tendenza a difendere e conservare le zone boschive, ed è a sua volta contraddittorio, perché le montagne poi le si scala e i luoghi selvatici diventano mete turistiche, allo stesso modo in cui la scoperta di nuove specie è spesso solo il preludio alla loro estinzione.

Per quanto concerne l’attenzione “scientifica” per la natura c’è un effetto volano. La scoperta e l’introduzione in Europa di nuove specie, soprattutto botaniche, all’inizio ha finalità pratiche, alimentari o farmaceutiche o ornamentali,[5] ma induce ad un certo punto la necessità di riordinare un po’ le idee, perché le vecchie conoscenze sono state completamente sovvertite. Il nuovo modello conoscitivo è fornito da Linneo, che delinea uno schema ed elabora una griglia tassonomica di lettura; la classificazione alimenta a sua volta la voglia di riempire o ampliare l’album delle specie, nonché gli interstizi tra l’una e l’altra. La curiosità destata da piante e animali totalmente sconosciuti si traduce quindi ben presto in passione collezionistica, magari motivata più dall’attrazione per le “forme notevoli” che dallo spirito scientifico, e si trasferisce dai grandi musei e dagli orti botanici anche alle dimore private: naturalmente viene subito monetizzata con la fioritura di un commercio, spesso clandestino e tutt’altro che privo di pericoli, che fa affluire in Europa prodotti sempre più nuovi per nicchie sempre più specialistiche. Ci sono importatori che accumulano vere e proprie fortune, sguinzagliando in giro per il mondo avventurieri o sponsorizzando entusiasti naturalisti che individuano le specie incognite e le contrabbandano nel vecchio continente. Uno di questi è Samuel Stevens, abilissimo a propagandare i nuovi arrivi divulgando presso il pubblico dei collezionisti, attraverso un uso sapiente e mirato della stampa, le lettere e le avventure dei suoi “cacciatori di specie”. Diverrà il referente in patria di Wallace e di Bates, e quest’ultimo sarà in assoluto il suo miglior fornitore.

 

Nella primavera del 1848, galvanizzati dai più recenti resoconti di altri naturalisti-viaggiatori (l’ultimo in ordine di tempo è A Voyage up to Amazon, di W.H. Edwards, uscito l’anno prima), i due si imbarcano per il Brasile. Per i primi quattro mesi bazzicano assieme le foreste lungo il rio Parà, un fratello minore dell’Amazzoni. Poi decidono di separarsi, per ampliare il raggio d’azione e le specie di interesse. Risalgono fino a Manaus e lì si dividono: Wallace setaccerà il bacino del Rio Negro, Bates quello dell’Amazzoni. A metà dell’anno successivo Wallace è raggiunto dal fratello minore Herbert e con lui prosegue le missioni di esplorazione-ricerca, peraltro non molto fruttuose. Il fratello decide quindi dopo un paio di mesi di rientrare, ma proprio nel porto in cui attende l’imbarco si ammala di febbre gialla e muore in pochi giorni.

Sul Britannia, il brigantino che ha portato in Brasile lo sfortunato Herbert, viaggiava anche Richard Spruce. Spruce è destinato a rimanere in Amazzonia quindici anni e a diventare il più importante botanico specialista nella flora di quell’area[6]. Ha alle spalle una storia di autodidatta molto simile a quella dei nostri eroi, e una salute malferma che lo apparenta a Bates. Li incontra una prima volta a Santarem, reduci da un giro di esplorazione di nove mesi, in una serata molto alcoolica promossa da pittoresco commerciante inglese. Rivedrà poi il solo Wallace tre anni dopo, e faticherà alquanto a riconoscerlo.[7]

Dopo il triste intermezzo dell’arrivo e della morte del fratello Wallace ha infatti ripreso le sue spedizioni in solitaria. Risale il rio Negro sino al punto di minor distanza dal bacino dell’Orinoco, e raggiunge quest’ultimo, probabilmente lungo lo stesso itinerario percorso in senso inverso da Humboldt. In questa occasione viene mollato in mezzo alla foresta dai suoi assistenti indigeni e deve cavarsela da solo (a Bates va anche peggio: i suoi lo rapinano e gli portano via persino gli stivali). Torna quindi a Manaus, ma per ripartire quasi subito: questa volta punta sullo Uaupés, un affluente del rio Negro, mai percorso prima da viaggiatori bianchi. È però allo stremo: la malaria gli provoca un collasso, e i suoi indigeni lo riportano indietro quasi in fin di vita. È in questo stato che lo ritrova Spruce, il quale organizza il suo trasporto a valle e raccoglie il testimone dell’esplorazione dell’Uaupés e del Rio Negro.

Nel corso di questi tre anni Wallace ha accumulato un discreto numero di esemplari interessanti, ma ha la piena consapevolezza di quanto il suo bottino sia modesto rispetto all’enorme ricchezza ancora nascosta nella foreste. Dispone di mezzi e di tempo limitati, e deve forzatamente accontentarsi di ciò che è a portata immediata. A differenza di Bates, più rilassato e meticoloso, capace di soggiornare per anni nello stesso luogo e di setacciarlo a tappeto, ha un approccio veloce all’esplorazione (e questo spiega probabilmente anche la loro decisione di separarsi). Gli interessano, non fosse altro per motivi economici, gli esemplari da raccolta, ma gli importa forse più cogliere le peculiarità e le differenze tra zona e zona, e indagare i meccanismi che le producono. Ciò comporta coprire l’area più vasta possibile, e disporre di elementi diversi da comparare.

I problemi logistici connessi ad una esplorazione di questo tipo sono naturalmente molto più grandi. È ad esempio difficile assicurare il regolare invio in patria del materiale raccolto. Accade così che al termine di quattro anni, quando è costretto dalla salute e dalla necessità di far fruttare il lavoro svolto a rientrare in patria, la gran parte delle sue collezioni sia ancora imballata ad attenderlo nel porto di partenza brasiliano.

Ciò che ne segue è una vicenda che avrebbe stroncato qualsiasi spirito appena meno forte e positivo di quello di Wallace. La nave sulla quale si imbarca con le sue collezioni trasporta gomma e resine infiammabili, non adeguatamente protette, che ad un certo punto si comportano come era prevedibile. L’intero scafo va a fuoco, e l’equipaggio fa appena a tempo ad allontanarsi su due scialuppe. Wallace recupera solo qualche schizzo e un orologio, mentre sulla nave bruciano e poi si inabissano il suo diario, innumerevoli disegni, ma soprattutto il materiale che rivenduto avrebbe dovuto assicurargli una piccola fortuna, oltre ad una collezione privata “che comprendeva centinaia di nuove specie che avrebbero reso il mio gabinetto di storia naturale uno dei più ricchi d’Europa”.

E non finisce qui. I naufraghi sono in salvo, ma rimangono in completa balìa dell’Oceano, a circa settecento miglia dalle Bermude. Vagano così per dieci giorni, con viveri ed acqua scarsissimi, fino a quando non vengono tratti in salvo da una nave di passaggio. Naturalmente si tratta di una vecchia carretta, appena in grado di galleggiare e a corto a sua volta di viveri. I disagi rimangono quelli già patiti sulle scialuppe, e in più ci si aggiungono un paio di tempeste tropicali dalle quali la nave esce per puro miracolo, semi devastata.

La vicenda si chiude per fortuna senza ulteriori drammi, anche se l’approdo in terra inglese avviene a rischio di un naufragio nella Manica, spazzata per l’occasione da una burrasca di insolita violenza. Alfred ringrazia il cielo per lo scampato pericolo e comincia, una volta cessata la paura, a realizzare l’entità delle sue perdite; eppure, cinque giorni dopo il suo ritorno in Inghilterra sta già meditando su quale sarà la sua prossima meta.

Vista con gli occhi di oggi la vicenda delle collezioni di Wallace potrebbe apparire da oscar della sfortuna. Per certi versi senz’altro lo è, ma all’epoca non sarebbe certamente entrata nel Guinnes. L’eventualità di perdere tutto durante il viaggio era sempre ben presente ai naturalisti, come del resto a tutti coloro che dovevano affidare qualche merce all’oceano, tanto che in genere cercavano di diversificare il più possibile gli invii. E l’aneddotica dei naufragi è ricchissima di casi a fronte dei quali la sfortuna di Wallace impallidisce.

L’ornitologo e botanico francese Jules Verreaux, per citarne uno, aveva collezionato esemplari per ben tredici anni in Africa. Quando si decise a riportarli a casa la nave incappò in una tempesta proprio davanti al porto di La Rochelle, e naufragò. Lo stesso Verreaux riuscì a raggiungere la riva a nuoto, unico superstite: ma forse avrebbe preferito affogare.

Stamford Raffles, uno dei pionieri dell’impero britannico, fondatore di Singapore e governatore di Sumatra, era anche un appassionato di scienze naturali e accanito collezionista. Dopo una vita trascorsa in Oriente e dopo aver perso quattro figli in un anno per malattie decise di tornare in Inghilterra con la moglie e l’unica figlia superstite, oltre che con tutte le sue preziose collezioni, dagli uccelli impagliati alle conchiglie, ai serpenti sotto spirito: ma la nave che li imbarcava andò a fuoco dopo due giorni di viaggio. Perse tutto, tranne la famiglia.

Non parliamo poi dei cacciatori di specie finiti in fondo all’oceano assieme alle loro collezioni, o di quelli che non arrivarono neppure ad imbarcarsi per il ritorno, dal momento che cadute, malattie, sabbie mobili, serpenti, rinoceronti o cacciatori di teste li fermarono prima. Il tributo di esistenze versato alla scienza in questo campo è davvero impressionante.

Ma c’erano anche altri modi, sotto certi aspetti ancora più maligni, di essere malamente ripagati degli sforzi e dei sacrifici di anni. Dopo aver riportato sana e salva dall’Africa una splendida collezione di uccelli e di pelli di altri animali, William Burchell non trovò nessun privato o istituzione disponibili ad accoglierle e classificarle: il frutto delle sue ricerche rimase dimenticato e imballato per oltre un secolo, prima di essere riesumato ed esposto in un museo di storia naturale. Il povero Burchell naturalmente non ebbe il minimo riconoscimento, e consumò gli ultimi anni della sua vita in una crescente disperata rassegnazione.

 

Wallace quanto meno riporta a casa la propria pelle, anche se un po’ malconcia. Pur essendo abituato a vivere a contatto con la natura ha sofferto moltissimo il clima tropicale, che stranamente sembra debilitare soprattutto quelli più robusti, mentre risveglia le forze di gente come Bates e di Spruce, che in patria avevano grossi problemi di salute[8]. Le vicissitudini del viaggio hanno fatto il resto. Appena sbarcato manda un messaggio ai suoi, avvertendoli che lo troveranno parecchio malmesso, ma che non devono preoccuparsi. In effetti, come si è visto, non ci mette molto a riprendersi.

Una volta tornato a Londra però ricomincia a scalpitare. Ormai non c’è più nulla che lo trattenga in patria. Della grande famiglia sono rimaste solo la madre e una sorella; il denaro ricavato dalla vendita delle poche collezioni inviate durante il primo anno si assottiglia rapidamente: prospettive di impiego presso gli enti scientifici non se ne vedono, e dal canto suo Wallace non fa molto per procurarsele. La prima volta che è chiamato a raccontare in pubblico la sua esperienza amazzonica, con una conferenza sulle scimmie americane presso la Linnean Society, lamenta il fatto che da parte dei curatori delle collezioni non venga in genere indicata con precisione l’area di provenienza degli esemplari. Lo afferma senza alcuna presunzione o volontà polemica, nell’intento di contribuire a migliorare i criteri di classificazione e nell’ottica di un quadro della distribuzione delle specie che comincia a fasi strada nella sua mente. Ma alle orecchie di molti dei convenuti suona come una implicita rivendicazione di scientificità alla sola ricerca sul campo e come un atto di accusa a tutto l’establishment naturalistico. Una posizione simile susciterebbe reazioni anche se fosse assunta da un accademico, figuriamoci da un outsider come Wallace. Nei suoi confronti scatta un sottile ostracismo, manifestato con reazioni infastidite dalla componente più conservatrice, ma sotto sotto condiviso un po’ da tutto l’ambiente (e la vicenda dei suoi rapporti con Darwin, ma soprattutto con l’entourage di quest’ultimo, lo conferma). Anche il resoconto delle sue peripezie americane, pubblicato nel 1853 col titolo A narrative of travels on the Amazon and Rio Negro, incontra un’accoglienza molto tiepida, per non dire nulla.

A dispetto di tutto ciò Wallace partecipa alla vita della comunità scientifica, e gli viene comunque dato accesso alle riunioni delle maggiori società naturalistiche. Ma si sente ancora un intruso: lui stesso ritiene di non essersi guadagnato credenziali sufficienti. E soprattutto c’è il richiamo della foresta, motivato ormai non tanto dalla caccia agli esemplari da collezione quanto dal desiderio di trovare sul terreno il supporto alle idee che confusamente gli stanno maturando in testa. Sceglie stavolta l’oriente, e nello specifico l’arcipelago della Sonda, perché è molto meno battuto dai suoi colleghi e perché è necessario suffragare la nascente teoria con prove raccolte in aree diverse e lontane tra loro. Sulla scelta influisce anche il fatto che le isole malesi sono terra di oranghi, una specie che era già stata oggetto di attenzione e di dibattito nel Settecento e un paio di esemplari della quale avevano destato una forte impressione a Londra (tanto da finire anche nelle storie di Sherlock Holmes). Prima della scoperta e degli studi sui gorilla e sugli scimpanzé gli oranghi erano le antropomorfe che più si avvicinavano all’uomo, e che potevano avvalorare l’ipotesi di una parentela.

Ancora una volta trova l’appoggio giusto, nella persona del presidente stesso della Royal Geographic Society, e riesce ad ottenere un passaggio gratuito per Singapore, via Mediterraneo, con traversata di un pezzo di deserto e reimbarco a Suez. Nel luglio del 1854 è a Singapore. Per acclimatarsi raccoglie esemplari di insetti nelle foreste della penisola di Malacca, assieme ad un giovanissimo assistente, Charles Allen, che lo ha seguito da Londra. Le sue aspettative sulla ricchezza faunistica ed entomologica dell’area trovano piena conferma. Nel corso degli otto anni successivi collezionerà qualcosa come centoventicinquemila esemplari, non solo di insetti, ma anche di mammiferi di grossa taglia e di uccelli. E questa volta si preoccupa di scaglionare i suoi invii, potendo fare affidamento sul sistema rapido e sicuro di trasporti marittimi messo in piedi dagli olandesi.

Anche la qualità delle sue scoperte è di altissimo livello. Non raccoglie nessuna nuova specie particolare, ma studia dettagliatamente nel loro ambiente e nei loro comportamenti animali che in Europa erano conosciuti solo per le fantasiose descrizioni di qualche viaggiatore. Alleva persino per qualche mese un cucciolo di orango, “un piccolo orfano” scrive “ che si è aggiunto alla mia famiglia”.

Nel 1855 è a Sarawak, ospite del famoso sir James Brook, il “rajà bianco”, quello raccontato da Salgari come il più implacabile nemico di Sandokan (il che è storicamente vero, fatta salva la figura della tigre della Malesia, perché James Brook diede una caccia spietata ai pirati della Sonda). E proprio a Sarawak, dove il rajà lo tratta con tutti gli onori, per il piacere di avere come ospite un interlocutore brillante sul piano scientifico, Wallace condensa in un breve saggio le conclusioni cui è pervenuto dopo aver avuto la possibilità di confrontare realtà naturalistiche tanto simili per un lato ma tanto lontane tra loro per altri. “Sulla legge che ha regolato l’introduzione di nuove specie” viene pubblicato nello stesso anno su un’autorevole rivista scientifica inglese. Pur nella sua essenzialità l’articolo è una pietra miliare nell’avvicinamento ad una teoria compiuta dell’evoluzione. Wallace elenca i fatti geologici e geografici sui quali si basa l’evidenza evolutiva e parla apertamente di nuove speciazioni, ossia della discendenza di specie affini da un antenato comune: “… la successione naturale delle affinità rappresenta anche l’ordine secondo il quale le varie specie sono venute alla luce, ciascuna come diretta discendente di un antetipo rappresentato da una specie strettamente affine esistente al tempo della sua origine.” Riassume il suo ragionamento in una legge che afferma: “Ogni specie ha avuto un’origine coincidente sia nello spazio che nel tempo con una specie preesistente strettamente affine”, e suggerisce anche chiavi di lettura che verranno sviluppate oltre un secolo dopo (ad esempio, quella di un processo che conosce brusche impennate e lunghi momenti di stasi – gli equilibri punteggiati di Gould ed Eldredge – anziché uno sviluppo lento e costante.

Alla base della sua riflessione ci sono le esperienze comparate dell’Amazzonia e della Malesia. L’importanza della distribuzione geografica degli animali, quella già sottolineata con forza nella conferenza sulle scimmie amazzoniche, è ormai diventata il suo chiodo fisso. E come succede in questi casi, diventa il filtro attraverso il quale leggere l’insieme dei fenomeni, il sensore che si accende davanti ad ogni elemento di conferma. Nel caso specifico è determinante il fatto di proseguire le ricerche in un ambiente per molti versi simile (la foresta tropicale) ma nel quale si sviluppano forme di vita diverse: il che porta allo scoperto i limiti della teoria di Lamarck, e prova che alla base dell’evoluzione c’è qualcosa di più del condizionamento ambientale. Quale sia questo fattore Wallace non è ancora in grado di dirlo, ma la strada all’intuizione è ormai aperta. Per intanto getta le basi di quella che verrà conosciuta come “biogeografia”[9] e formula la domanda chiave: “… in ogni caso le specie più affini si trovano geograficamente vicine. La domanda che si pone ad ogni mente pensante è: perché è così?

Ci si attenderebbe che il lavoro di Wallace faccia fare salti sulla sedia ad un sacco di gente, di entusiasmo o di dispetto a seconda delle diverse convinzioni naturalistiche. Invece non accade praticamente nulla. Lo scritto non viene ignorato, lo stesso Darwin lo legge e lo segnala a Lyell, ma a quanto pare non lo trova particolarmente interessante (Lyell, al contrario, che professava convinzioni fissiste, ne è turbato, e intravvede quegli sviluppi che in effetti si daranno di lì a pochi anni). È probabile che a indisporlo sia il linguaggio. Wallace ha infatti volutamente evitato la terminologia evoluzionistica, usando ad esempio il termine “create” anziché “evolute” quando parla di nuove specie. Questo accorgimento non gli giova granché neppure negli ambienti ufficiali, accademie o società scientifiche, dove prevale piuttosto il fastidio per un “cacciatore di specie” che si mette a formulare teorie rivoluzionarie. L’unico a manifestare entusiasmo è Bates, il vecchio compagno di avventure, ancora in piena attività in Amazzonia, che profetizza a Wallace: bravo, hai centrato in pieno il problema e hai dato spiegazione di tutto. Peccato soltanto che il mondo scientifico “che conta” non sia affatto pronto a capire quello che dici.

Wallace deve constatare che il suo compagno ha visto giusto. Riceve, si, una paio di lettere di complimenti da Darwin, che ribadisce peraltro quanto Bates aveva già detto: ma tutto finisce lì. Almeno per il momento.

 

Nelle lettere di risposta a Wallace Darwin accenna allo stato delle proprie ricerche, dicendo che c’è ancora molto da fare e che occorreranno anni per arrivare ad una proposta teorica saldamente fondata. Di anni in realtà Darwin se ne è già presi parecchi, se si considera che le prime riflessioni sulla selezione naturale e sui possibili fattori evolutivi risalgono almeno al 1838, a ridosso immediato del viaggio del Beagle, e che un abbozzo della teoria era già stato dato in lettura ad alcuni amici nel 1844. Perché non arriva ad una conclusione?

Darwin è in realtà frenato da due diversi timori. Intanto, è una persona decisamente “solida” nel modo di pensare: come tale, alle teorie vuole che corrispondano i fatti, anzi, vuole che le prime discendano dai secondi; e anche se la stragrande maggioranza dei fatti confermano il suo modello teorico, rimangono comunque alcune zone oscure che potrebbero rendere fragile e attaccabile l’insieme dell’edificio teorico. Darwin non ama il rischio: vuole certezze, e vuole trasmetterle.

In secondo luogo, è il primo ad essere spaventato dalle conseguenze delle sue scoperte. Non ne è turbato per motivi religiosi, ma senz’altro per quella che potrebbe essere la ricaduta etica. Capisce benissimo che gli spiriti alti non possono che essere gratificati da una conoscenza nuova, ma non è affatto sicuro che la cosa valga per tutti. Teme che la sua teoria possa essere strumentalizzata, come in effetti avverrà, e piegata a giustificare posizioni politiche e morali che in essa non sono affatto implicite. Per questo passerà il resto della sua vita a prendere le distanze da qualsiasi interpretazione non scientifica dell’evoluzionismo. Teme insomma che la verità che emerge dai suoi studi possa essere sentita come troppo cruda da chi non ha gli strumenti e l’apparato per digerirla. Per questo sta cincischiando, e continua a raccogliere materiali su materiali, quasi a dare alla sua teoria una consistenza inattaccabile, a schiacciare sotto il peso della documentazione qualsiasi obiezione.

Wallace ha un carattere diverso. Mentre veleggia su e giù per l’arcipelago, alla ricerca dell’uccello del paradiso (compie tre spedizioni, alle isole Aru nel 1857, alle Molucche l’anno successivo e in Nuova Guinea nel 1860; verranno descritte nel 1862 in Narrative of Search after Birds of Paradise), continua a rimuginare sull’ultima parte ancora scoperta della sua teoria, quella che dovrebbe rispondere alla domanda: in che modo avviene l’evoluzione? “Il saggio che scrissi a Sarawak mi aveva convinto che la trasformazione della specie doveva aver luogo per una naturale successione genealogica: lentamente o velocemente una specie si trasforma in un’altra. Tuttavia l’esatto processo della trasmutazione e le cause che lo rendevano possibile erano totalmente sconosciute, tanto da sembrare quasi inconcepibili.[10] Per trovare la risposta deve attendere un accesso febbrile (ancora la malaria) che da un lato lo costringe ad un forzato riposo, dall’altro gli induce evidentemente uno stato di eccitazione mentale particolare. Gli capita più o meno quello che è accaduto a Cartesio, che da un letto di infermo ha rivoluzionato la percezione e la rappresentazione dello spazio. La folgorazione è attivata dall’improvvisa reminescenza del saggio di Malthus sulla popolazione. La chiave è lì, nei freni alla crescita demografica che Malthus elenca e nella capacità di sopravvivenza di coloro che riescono meglio ad adattarsi. Vista ora, sembra la scoperta dell’acqua calda: è ovvio che chi è più adatto sopravvive meglio: ma pensiamo a che salto comporta rispetto alla convinzione che gli dei chiamino a sé prematuramente i migliori, che una morte in battaglia o un martirio per fede valgano mille vite, convinzione che in varie versioni e riletture aveva dominato tanto la cultura classica quanto quella cristiana, ed era tornata in auge col romanticismo. È una bella doccia gelata per la presunzione di superiorità e unicità spirituale dell’uomo, visto che la legge vale per lui come per ogni altro animale.

Come racconterà nella sua autobiografia, Wallace scrive di getto, in una sola sera, un articolo che poi mette in bella copia nei due giorni successivi; e lo spedisce immediatamente a Darwin, certo di fargli una cosa enormemente gradita. Il saggio arriva al destinatario quasi quattro mesi dopo, e per poco non gli procura una sincope. È la versione riassunta in venti pagine di quanto Darwin sta mettendo assieme da vent’anni[11].

È forse utile precisare che quando si parla per Wallace di una improvvisa folgorazione e per Darwin di un lento e ponderato percorso, questi non concernono l’idea di evoluzione, ma la spiegazione dei meccanismi evolutivi. Il frutto dei due diversi approcci è insomma una teoria fondata sull’osservazione diretta dei fenomeni e sull’assemblaggio e la rielaborazione meditata dei loro significati. Nessuno dei due “scopre” l’evoluzione: scoprono entrambi, più o meno contemporaneamente e pressoché negli stessi termini, come l’evoluzione funziona.

Una visione evoluzionistica della vita era in realtà presente, a livello però semplicemente intuitivo, da moltissimo tempo; addirittura potremmo risalire al pensiero dei “fisiologi” della scuola ionica di Mileto, i filosofi-naturalisti pre-socratici. Già nella prima metà del VI secolo Anassimandro postulava l’esistenza di un processo evolutivo delle specie animali (uomo compreso)[12], e tracce di una concezione “evolutiva”, almeno per quanto concerne il livello di civiltà umana, le troviamo anche in Democrito; tracce che attraversano tutta l’epoca classica e riemergono in Epicuro e in Lucrezio (anche qui, però, in connessione con una generica idea di progresso)

Un altro ionico, Anassagora, aveva sottolineato la funzione evolutiva di alcuni organi, primo tra tutti la mano. Malgrado questa osservazione fosse stata poi sconfessata e oscurata dal magistero di Aristotele, che imponeva il fissismo, la sua eco permane evidentemente anche nella tarda antichità e nel pensiero cristiano, se Gregorio Nisseno nella seconda metà del IV secolo torna sul tema della mano per spiegare la superiorità dell’uomo rispetto agli altri animali, e dice che ad un certo punto la natura dotò l’uomo della mano (si badi bene, la natura, non Dio), o addirittura che le zampe si evolsero in mano.

A cercarli, gli indizi di una concezione evolutiva carsicamente riemergente si troverebbero anche nella filosofia medioevale: ma è nella seconda metà del seicento che essa comincia a trovare formulazioni esplicite e concrete fondamenta scientifiche, prendendo spunto soprattutto dalla “rivoluzione” delle teorie geologiche innescata da Thomas Burnet[13] e portata a compimento da Hutton[14] e da Lyell. L’input arriva dai primi studi sui fossili. Nicola Stenone inferisce dalla successione stratigrafica di quelli che erano stati in precedenza liquidati come “divertimenti divini” un mutamento costante che interessa le specie[15]. L’idea di una trasmutazione vera e propria viene sostenuta da Benoit de Maillet[16], mentre Pierre–Louis de Maupertuis parla di sopravvivenza del più adatto[17] e Buffon abbraccia decisamente l’idea di un lento processo di nuove speciazioni[18]. Nei dialoghi che segnano la nascita del materialismo moderno Diderot si fa assertore della continua rinascita dei diversi organismi in forme nuove.[19] Lo stesso nonno di Darwin, Erasmus, applica una concezione evoluzionistica ai suoi studi di botanica e di genetica [20]

Nella prima metà dell’ottocento il concetto di evoluzione è quindi, almeno a livello scientifico, ormai acquisito. La prima compiuta formulazione teorica arriva con Jean-Baptiste Lamarck, che fonda il processo evolutivo sulla ereditarietà dei caratteri acquisiti[21]. È un serio tentativo di identificare quei meccanismi che rendono possibile lo sviluppo delle differenze all’interno di una specie, e sul lungo periodo la nuova speciazione. Il limite, giustificabilissimo in base alle conoscenze dell’epoca, è quello di postulare che un agente esterno possa indurre nell’organismo modificazioni ereditabili. In Inghilterra si procede con maggior cautela: si accumulano mattoni di varia provenienza in vista della costruzione finale. William Charles Wells, ad esempio, studia l’adattamento degli organismi al clima, mentre Patrick Mattews parla chiaro e tondo di “selezione” dei più adatti e Charles Lyell nel campo della Geologia fissa definitivamente il concetto di trasformazione costante della cresta terrestre[22]. Nel 1844 addirittura, come abbiamo già visto, Robert Chambers anticipa una compiuta teoria evoluzionistica, che non ha il supporto di intuizioni scientifiche innovative (l’assunto è lamarkiano, il presupposto è creazionista) ed è finalizzata soprattutto a giustificare l’idea di un progresso sociale, ma azzarda comunque un disegno globale[23]. A questa farà riferimento nel decennio successivo la filosofia evoluzionistica di Herbert Spencer,[24] che nel suo Sistema di filosofia generale si richiama a Darwin, ma ha già adottato un approccio evoluzionistico almeno a partire dal 1851.

Insomma, l’evoluzionismo non è solo nell’aria, ha già fondamenta solide ed è ormai radicato nella cultura anglosassone. A questo punto manca soltanto l’enigmista in grado di unire i puntini degli indizi e delle evidenze e ricavarne un concetto che riassuma i meccanismi evolutivi. Il concetto è quello di selezione naturale, o sopravvivenza del più adatto, e nel 1858 gli enigmisti sono addirittura due.

 

In quell’anno va infatti in scena una vicenda che ha molti aspetti ambigui, ma che tutto sommato mi pare edificante, per la lealtà e la dirittura morale mostrata da entrambi i protagonisti.

Quando si riprende dallo shock che la lettura dello scritto di Wallace gli ha procurato Darwin non sa che pesci pigliare. L’articolo riassume quasi esattamente il suo pensiero, gli è stato inviato con la preghiera di farlo leggere a Lyell e di renderlo pubblico, inoltrandolo alla Linnean Society, e tecnicamente è la prima comunicazione ufficiale di una teoria che spieghi i meccanismi dell’evoluzione. L’idea di ignorarlo non lo sfiora nemmeno: onestamente ritiene che a Wallace debba essere riconosciuto il suo merito, e medita di inoltrare subito lo scritto ad alcune riviste scientifiche. Dall’altro lato, però, ci sono i vent’anni spesi nella costruzione del proprio edificio teorico. Si rivolge quindi a Lyell, che già conosce il percorso di Wallace e ne aveva intuiti i possibili esiti, e si affida a lui. Lyell, assieme ad un altro corrispondente e amico di Darwin, il botanico Joseph Hooker, trova la soluzione che salva capra e cavoli. Viene organizzata una presentazione congiunta alla Linnean Society, nella quale è data lettura sia di un manoscritto che Darwin aveva fatto circolare tra alcuni amici nel 1844, che contiene il primo abbozzo della teoria, assieme ad una lettera sullo stesso tema indirizzata al naturalista americano Asa Gray nel 1857, sia del breve saggio di Wallace. Darwin non presenzia nemmeno alla seduta: proprio in quei giorni sta infatti vivendo il dramma della perdita di un figlio. La scelta di presentare il manoscritto del 1844, invece che un estratto dell’opera in gestazione, ha comunque un ben preciso scopo: si sancisce una primogenitura, si brevetta l’idea originale. Nel contempo Darwin, che per uno scrupolo etico continua a nutrire riserve sulla soluzione adottata, viene stimolato ad uscire dai dubbi e dal torpore, e comincia a lavorare a tempo pieno per pubblicare il prima possibile almeno una parte di quanto ha già scritto.

Anche questa volta sulle prime la comunicazione congiunta non suscita grosse reazioni: ma è una bomba a reazione ritardata, e ad accelerare l’innesco provvedono proprio gli amici di Darwin, in particolare Thomas Huxley[25], che creano una particolare aspettativa attorno all’opera tanto annunciata. A Wallace viene comunicato come si è proceduto, e ne è addirittura entusiasta. L’idea di essere stato messo alla pari con un’autorità riconosciuta come Darwin non gli pare vera. E poi, è perfettamente conscio che la priorità morale, almeno per quanto concerne i tempi e la quantità degli studi dedicata, spetta a quest’ultimo. “Naturalmente non solo fui d’accordo, ma sentii che essi mi avevano onorato e riconosciuto maggior credito di quanto meritassi, nell’equiparare la mia fulminea intuizione – scritta in fretta e sottoposta subito al parere di Darwin e Lyell – al lungo lavoro di Darwin, il quale aveva raggiunto lo stesso risultato vent’anni prima di me.”

In realtà, il risultato non è esattamente lo stesso. Le due teorie non sono identiche. Per Wallace la selezione degli inadatti è operata dall’ambiente, mentre Darwin parla piuttosto di competizione tra gli individui. Sullo sfondo ci sono due “culture politiche” diverse, perché Wallace ha una formazione socialisteggiante e crede nella natura positiva dell’uomo, convinzione che come vedremo è rafforzata dal contatto con le fiere popolazioni malesi, laddove Darwin, più conservatore, ha in mente lo stato miserabile di brutalità in cui durante il viaggio del Beagle ha visto vivere i fuegini. Per Wallace, inoltre, la selezione persegue un fine superiore, la realizzazione di un uomo perfetto, e conseguentemente di una società giusta: Darwin sottolinea invece che l’evoluzione non è necessariamente un “progresso”, ma essenzialmente una successione di stati.

Quando l’anno successivo esce “L’origine delle specie” l’ambiguità della situazione si risolve da sola. Wallace è lontano, in Nuova Guinea, in cerca di esemplari dell’uccello del paradiso: è preso da altre cose, e proprio in questo periodo invia alla Linnean Society un altro lungo articolo, “Sulla zoologia geografica dell’arcipelago malese” che viene apprezzato e che può essere considerato l’atto di fondazione della biogeografia evoluzionistica.

La battaglia si scatena quindi tutta attorno all’opera e al pensiero di Darwin. Il nome di Wallace, nell’infuocato dibattito successivo, non compare nemmeno. Egli stesso ritiene che sia giusto così, e continuerà a ribadirlo sino alla fine: «È stato affermato… che io e Darwin abbiamo simultaneamente scoperto la selezione naturale: anzi, alcuni commentatori hanno dichiarato che fui io il primo a scoprirla e ad aprire la strada a Darwin. Credo sia opportuno riportare i fatti oggettivi nel modo più semplice e chiaro. L’unico fatto che mi associa a Darwin è che l’idea di ciò che oggi chiamiamo “selezione naturale” o “sopravvivenza del più adatto”, insieme alle sue pregnanti conseguenze, ci venne in mente indipendentemente. Quello che invece viene spesso dimenticato è che tale idea venne a Darwin nel 1838, ovverossia quasi vent’anni prima che a me, e che durante tutti quei vent’anni egli aveva continuato a raccogliere prove … Perché così sono andati i fatti, io non avrei avuto alcun motivo di lamentarmi se da allora i nostri rispettivi contributi fossero stati stimati proporzionalmente al tempo che ciascuno di noi aveva dedicato al problema, il che sarebbe come dire vent’anni contro una settimana”[26]».

Quindi Wallace non si aspetta, quando finalmente nel 1862 rientra in patria, dopo otto anni di permanenza “sul campo”, di trovare attorno a sé un particolare interesse. Gli è sufficiente sapere di essere stato lo strumento inconsapevole che ha smosso Darwin dalle sue incertezze. D’altro canto Darwin lo apprezza, Huxley e Lyell lo ricevono a casa loro, forse anche perché si sentono un po’ in colpa: tutto sommato ritiene di non avere di che lamentarsi, dal momento che ormai, grazie anche a queste conoscenze, è entrato a pieno titolo nel novero dei naturalisti degni di considerazione.

 

Nel frattempo il clamore delle polemiche accese dall’opera di Darwin non accenna a spegnersi. Nel 1863 Huxley getta ulteriore benzina sul fuoco con la pubblicazione de Il posto dell’uomo nella natura, nel quale abbandona ogni cautela e parla senza mezzi termini di discendenza dell’uomo da un antenato scimmiesco (mentre Darwin ne “L’origine” aveva accuratamente evitato di toccare l’argomento, ancorché la cosa fosse implicita). La rottura del tabù sull’origine dell’uomo incoraggia anche Wallace a trarre delle conclusioni dalle sue esperienze di viaggiatore-esploratore: nel 1864 pubblica un saggio su “L’origine delle razze e l’antichità dell’uomo”, che riscuote stavolta una grossa attenzione e che assieme ai diari offre il destro per valutare la sua posizione sul tema delle razze umane e il suo atteggiamento nei confronti delle culture primitive con le quali è venuto a contatto. Per seguire lo sviluppo del suo pensiero, che è piuttosto tortuoso, è opportuno però tornare all’esperienza amazzonica.

La terza e più inattesa sensazione di sorpresa (le prime due riguardano la maestosità della foresta vergine e la strabiliante varietà e squisita bellezza delle farfalle e degli uccelli) e di gioia fu il mio primo incontro e la vita a contatto con l’uomo allo stato di natura, con selvaggi assolutamente incontaminati” scrive nella sua autobiografia[27]. Quello del “selvaggio incontaminato” è un topos che ricorre in tutti i resoconti di viaggio dei naturalisti-esploratori, da Humboldt a Darwin, da Beltrami a Boggiani. “…Quegli autentici indios selvaggi non avevano nulla di ciò che noi chiamiamo vestiti, ma solo bizzarri ornamenti … ma erano soprattutto il loro aspetto complessivo e i loro modi di essere differenti, i loro lavori e i loro svaghi, per i quali andavano tutti di qua e di là, non avevano nulla a che vedere con l’uomo bianco e con le sue abitudini: camminavano con il passo sciolto dell’indipendente uomo della foresta e non facevano la benché minima attenzione a noi, puri stranieri di una razza aliena …”. Non è più il “buon selvaggio” del Settecento, né quello filosofo di Chateaubriand, ma non è neanche il “bruto” della gerarchia razziale positivista. “Erano uomini autentici che contavano solo sulle proprie forze, senza alcuna dipendenza dalla civilizzazione, e che riuscivano benissimo a vivere a modo loro, come avevano fatto per innumerevoli generazioni”.

Il confronto tra l’abbrutimento morale e anche fisico degli indigeni “civilizzati” e la dignitosa fierezza di quelli “bravos” induce le più amare considerazioni sugli effetti corruttori della “civilizzazione”. “Mi è sempre sembrata una vergogna della nostra civiltà il fatto che quelle brave genti non siano mai state salvaguardate, nemmeno in un caso, dalla corruzione dovuta ai vizi e alle follie delle nostre classi più degradate …Quello che abbiamo fatto, o lasciato che non venisse fatto, avendo avuto come risultato la degradazione e il lento sterminio di un così bel popolo, è una delle tragedie più tristi della nostra civiltà.”

Considerazioni analoghe sono suggerite a Wallace dall’incontro con le popolazioni malesi. Mentre nel primo villaggio di cui è ospite sulle isole Aru constata che “una grande monotonia e una piatta uniformità caratterizzano la vita quotidiana … la loro mi sembrò un’esistenza veramente misera”, quando si inoltra nella foresta vergine e arriva ad un villaggio tradizionale, lontano dai contatti con la civiltà, sente che “ … più ne approfondivo la conoscenza, più cresceva in me l’interesse per questa gente che rappresentava un chiaro esempio della popolazione autoctona delle Aru: veri selvaggi praticamente immuni da mescolanze forestiere…. Gli indigeni di razza pura hanno una migliore qualità di vita, come risulta dal fatto che godono di maggior salute, hanno fisici più prestanti e in genere la pelle più pulita” [28].

Queste osservazioni vengono sviluppate in chiave teorica ne L’origine delle razze, ma per certi aspetti ne risultano anche contraddette. Andiamo con ordine. Wallace si inserisce nel dibattito tra poligenisti e monogenisti, reso incandescente dalla questione della schiavitù e, proprio in quegli anni, dalla guerra civile americana[29]. Lo fa adottando una posizione molto sfumata. Parte sottolineando le differenze esistenti tra le società animali e quelle umane, anche quelle rimaste ad un livello di civiltà più basso. In queste ultime, dice, esistono comunque fenomeni di cooperazione, di “mutuo soccorso” e di divisione del lavoro, che non sono presenti nelle prime. Esiste anche la competizione, come vuole Darwin, ma si svolge tra gruppi, piuttosto che tra individui. Il salto è netto: a livello di specie non ci sono posizioni intermedie, da attribuirsi a “creazioni” o a “evoluzioni” separate. C’è invece una sola specie originaria, che a sua volta si è differenziata in diverse razze per opera dei meccanismi naturali, in primis la selezione.

La selezione ha continuato infatti ad operare a livello di modificazioni fisiche, determinando prima la speciazione, poi all’interno della specie le differenti caratteristiche morfologiche dei gruppi, sino a quando gli uomini non hanno sviluppato facoltà superiori, vale a dire intellettive e morali: da quel momento in poi la pressione ambientale si è trasferita sulle menti. “Dal momento in cui la prima pelle venne adoperata come coperta, la prima rozza lancia venne forgiata per essere usata nella caccia, il primo seme interrato o il primo germoglio piantato, una grande rivoluzione si realizzò nella natura … perché era comparso un essere non più inevitabilmente costretto a modificarsi al mutare dell’universo – era nato un essere che, in un certo senso, era superiore alla natura, visto che sapeva come controllarne e regolarne l’azione, e che poteva mantenersi in armonia con essa non tanto modificandosi nel corpo, quanto progredendo con la mente”. Questa rivoluzione non concerne quindi solo il rapporto con la natura, ma anche quello tra gli individui: induce cioè la nascita di sentimenti morali e sociali, primo tra tutti quello della solidarietà. Ora, proprio i gruppi più capaci di cooperazione sono quelli destinati a trionfare, mentre gli altri finiscono per estinguersi. Ma perché tale capacità si è sviluppata maggiormente in alcune razze piuttosto che in altre, determinando livelli diversi di civilizzazione? Wallace la spiega così: “Dal momento in cui quel potere, che fino ad allora aveva manipolato il corpo, trasferì la sua azione sulla mente, le razze sarebbero migliorate e progredite solo grazie alla severa disciplina di un suolo sterile e di stagioni inclementi … Non è forse vero che in tutte le epoche e in tutti gli angoli della terra gli abitanti dei paesi temperati sono sempre stati superiori a quelli che vivevano nelle regioni tropicali?” Il che parrebbe portarci, a dispetto del fatto che il termine razza venga usato in una accezione culturale e non biologica, pericolosamente vicini al confine che separa i sostenitori di una insuperabile diversità dagli assertori di una sfumata differenza.

Ma le cose non stanno così. Alla luce di una pubblicazione successiva, lo studio su I limiti della selezione naturale applicata all’uomo(1870), si capisce dove Wallace vada veramente a parare. Come vedremo, l’intento del saggio è dimostrare che al di là della selezione, per quanto concerne l’uomo, “qualche altra legge è stata all’opera”. Ciò che però qui ci interessa è che dall’analisi delle comparazioni craniometriche e dal confronto tra le facoltà raziocinanti, linguistiche, estetiche e morali dell’uomo civilizzato e del selvaggio Wallace deduce che “ogni significativo sviluppo di queste facoltà sarebbe per il selvaggio inutile o persino dannoso, poiché potrebbe in qualche modo interferire con la supremazia di quelle facoltà percettive e istintive sulle quali egli fa spesso affidamento proprio per sopravvivere all’aspra battaglia che deve condurre contro la natura e contro i propri simili. Tuttavia, in nuce, tutte queste potenzialità e questi sentimenti esistono sicuramente in lui … Possiamo concludere che esse sono sempre latenti e che il suo grande cervello è sovradimensionato per le reali richieste della sua condizione di selvaggio”.

Nulla a che vedere quindi con differenze biologiche, e ciò si riconcilia in qualche modo con la considerazione positiva dei “selvaggi”, e ci riporta nell’ambito non di una forma di razzismo, ma piuttosto di un ambiguo differenzialismo: magari poco in sintonia con la tendenza dell’epoca, ma senz’altro molto attuale.

 

Una volta riambientatosi nella “civiltà” Wallace cerca di recuperare il tempo perduto, e a quarantatré anni sposa una ragazza che ne ha venticinque di meno. Nel giro di cinque anni nascono tre figli, due dei quali sopravvivono. La vita sentimentale e familiare sarebbe serena, non fosse per i problemi economici. La reputazione, sia pure relativa, che i suoi studi gli hanno creato e la frequentazione degli ambienti ufficiali non bastano ad assicurargli una sistemazione decorosa. Non riesce a trovare un impiego (alla Royal Geografic Society è in concorrenza proprio con Bates, e gli viene preferito quest’ultimo), cerca invano di ottenere la direzione di qualche museo, si improvvisa progettista di parchi pubblici, ma senza alcun risultato. Riesce persino ad imbarcarsi in alcune speculazioni sbagliate, che danno fondo a quel che rimane del piccolo gruzzolo accumulatogli da Stevens durante la campagna di ricerca in Malesia. Sembra di rivedere il film della sua infanzia: inanella una serie infinita di traslochi (l’ultimo ad ottant’anni), ogni volta ricominciando da capo. Darwin e gli altri suoi corrispondenti scientifici non sanno mai da dove arriverà la prossima missiva.

È proprio Darwin, infine, nel 1881, a perorare e ad ottenere in suo favore il conferimento di una pensione per meriti scientifici. Non è molto, ma è sufficiente a garantirgli una certa tranquillità. Tutt’altro che tranquilla è invece l’attività intellettuale e scientifica di Wallace (il che probabilmente spiega anche le difficoltà a trovare un impiego fisso). Con l’articolo sull’origine delle razze umane ha infatti inizio la sua fase “revisionista” (una “metamorfosi in direzione retrograda”, la definisce Darwin). In realtà non sconfessa nulla di quanto ha scritto in precedenza, ma ritiene che occorra andare oltre. L’evoluzionismo e la selezione naturale spiegano tutto, ma si fermano di fronte all’uomo. Quell’oltre non ha più nulla a che vedere con la selezione naturale e con gli altri meccanismi evolutivi. Quell’oltre è lo spirito.

In un primo momento, in realtà, sono piuttosto “gli spiriti”. L’attrazione per l’occulto e il paranormale, sopita dalle esperienze di ricerca negli angoli più remoti del globo, si riaccende una volta tornato a Londra. Partecipa a sedute spiritiche e ad esperimenti di ipnotismo, e si fa apostolo di queste pratiche. Propone una partecipazione persino ad Huxley, il “mastino di Darwin”, e par di vedere quest’ultimo mentre gli risponde senza mezzi termini che sono cose per matti o per dementi. Scrive anche una serie di saggi su “L’aspetto scientifico del soprannaturale”, che lasciano seriamente imbarazzati gli amici, primo tra tutti Darwin. Ma l’imbarazzo diventa profonda delusione quando nel già citato saggio apparso nel 1870 mette in questione “I limiti della selezione naturale applicati all’uomo”. Qui non si tratta più di stramberie: è in gioco la credibilità dell’intera teoria evoluzionistica, tanto più che Darwin è uscito allo scoperto ed è in procinto di pubblicare, l’anno successivo, “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale”.

Il ragionamento dal quale muove Wallace è il seguente: “Se troviamo nell’uomo dei caratteri che, in base a tutte le prove in nostro possesso, mostrano di essere stati veramente dannosi al primo momento della loro comparsa, o degli organi specializzati del tutto inutili per l’uomo, o il cui utilizzo non è proporzionato all’effettivo grado di sviluppo, ciò potrebbe significare che non sono stati prodotti dalla selezione naturale … che qualche altra legge o qualche altra forza è stata all’opera. Se poi ci accorgessimo che proprio queste modificazioni, ancorché nocive o inutili al tempo della loro comparsa, divennero molto più tardi estremamente vantaggiose, e sono ora essenziali per il pieno sviluppo morale e intellettuale della natura umana, dovremmo dedurne l’azione di una mente che prevede e lavora per il futuro”. Parte in fondo dalla stessa constatazione che tanto turbava Darwin, quella della comparsa e soprattutto del persistere inspiegabile di caratteri non solo inutili, ma oggettivamente d’impaccio nella lotta per la sopravvivenza (la famosa coda del pavone): e tiene anche conto correttamente del fatto che la positività o negatività di un carattere va giudicata sul lunghissimo periodo, nell’ottica di possibili trasformazioni ambientali. Tutto questo, però, solo per dedurne che se compare un carattere la cui utilità o funzione non è immediata, e questo carattere non viene spazzato via dalla selezione naturale, ciò accade perché esiste un preciso disegno finalistico-teleologico nel quale ogni mutazione è iscritta. Ciò, agli occhi di un darwiniano ortodosso, che assume il caso a motore unico dell’evoluzione, suona come una resa e come un’eresia.

Non è la fine della carriera scientifica di Wallace, che come abbiamo visto continua a fornire contributi di valore nel campo della biogeografia. I suoi scritti sull’argomento, La distribuzione delle piante (1876) e Island Life (1880), sono entusiasticamente recensiti da Darwin, e ancora a metà degli anni ottanta Huxley propone di chiamare “linea di Wallace” la linea di demarcazione tra l’est e l’ovest dell’arcipelago malese, dove il naturalista aveva maturato le sue prime osservazioni sulla distribuzione e sull’evoluzione delle specie zoologiche. Ma è indubbiamente un grosso colpo alla sua credibilità come evoluzionista, e viene percepito come un disconoscimento di paternità, anche se Wallace continua coerentemente a sostenere, per tutto il mondo animato tranne che per l’uomo, la validità della selezione naturale come spiegazione del meccanismo evolutivo (tanto da pubblicare nel 1889 un trattato sulla selezione naturale con il titolo “Darwinismo”).

 

Confesso che ho una spiccata tendenza a liquidare ogni discorso sullo spiritismo e il paranormale, ma anche sul soprannaturale in genere, come “temporanea apparizione mentale”, per usare un eufemismo; provo irritazione e una notevole riluttanza anche solo a parlarne. Nel caso di Wallace sento però di poter fare un’eccezione. Non è questione di simpatia di pelle, che a tutto mi indurrebbe tranne che a giustificare queste inclinazioni: è che ci scorgo dietro qualcosa di più di una semplice mania o debolezza psicologica, e soprattutto non mi sembra in contraddizione più di tanto rispetto al filone serio del suo pensiero.

Mi spiego. Ho letto gli scritti di Wallace sullo spiritismo e sul paranormale, e li ho trovati, come già avevano fatto Darwin e Huxley, imbarazzanti, patetici nella pochezza e nel candore col quale si ostinano a perorare una causa assurda e a tentare di darne spiegazione su basi scientifiche, partendo dall’assunto che la scienza deve indagare proprio i misteri, e non rigettarli a priori. “L’esistenza di tali intelligenze preter-umane, – afferma – qualora provata, aggiungerebbe solo un ulteriore esempio, il più strabiliante di qualsiasi altro finora osservato, di quanto minima sia la porzione del grande cosmo che i nostri sensi ci permettono di conoscere” Wallace ritiene che l’uomo sia “una dualità, consistente in una forma spirituale organizzata, evolutasi in permeante coincidenza con il corpo fisico, e dotata di sviluppo e organi corrispondenti”, che “la morte scinde questa dualità senza produrre sullo spirito alcun cambiamento, né morale né intellettivo” e che “gli spiriti possono comunicare con i vivi attraverso individui dotati di capacità medianiche”. E aggiunge: “Noi siamo circondati da una schiera di parenti e amici partiti prima di noi, che hanno un certo potere di influenzare, e in certi casi persino di determinare, le azioni dei vivi”. Ora, è comprensibile che possa essere consolante per lui sentirsi accanto il fratello William, che gli aveva fatto da padre, o Herbert, per la morte del quale un po’ si sentiva responsabile, oppure il piccolo Herbert Spencer, il suo primogenito morto a sei anni: ma conoscendo i suoi articoli sulla selezione naturale vien rabbia a pensare che tanta intelligenza e acutezza possano essersi sprecate su simili argomenti. E tuttavia …

Tuttavia nel caso di Wallace ci sta; nel senso che è almeno spiegabile. Intanto c’è una motivazione “esterna”, quella che meno giustifica, ma che va comunque tenuta in considerazione: spiritismo, occultismo e paranormale sono molto di moda nel secondo Ottocento, soprattutto nell’Inghilterra vittoriana (e sono spiritisti addirittura i maggiori grandi rappresentanti del pragmatismo americano, William James e Charles Peirce). Questa potrebbe sembrare semmai un’aggravante – anche Darwin e Huxley vivono nell’Inghilterra vittoriana, ma di spiriti non vogliono sentir parlare – mentre in realtà rivela che Wallace è in fondo più moderno dei due granitici positivisti, perché è già permeato dallo spirito, appunto, del decadentismo. Il che non è un gran merito, almeno ai miei occhi, ma rivela una sensibilità più complessa.

C’è però dell’altro, e questo mi pare importante. A dispetto del campo delle sue ricerche e degli esiti di queste ultime Wallace non è mai stato un materialista convinto. La sua curiosità per lo spiritismo risale come abbiamo visto al periodo di Leicester, e già dai tempi dell’Amazzonia alcuni esperimenti di comunicazione mentale compiuti con gli indigeni, dei quali racconta nel suo diario, rivelano una concezione “psichica” dell’universo, l’idea che esista una dimensione ulteriore, nella quale gli spiriti degli uomini d’ogni tempo sopravvivono alla corruttibile materialità, e che costituisce una impalpabile e rassicurante rete comunicativa. Tutto questo parrebbe esulare dalla concezione evoluzionistica, ma per Wallace ne è invece il compimento: in sostanza, tutto il processo evolutivo, tutte le leggi che lo governano, sarebbero finalizzate al raggiungimento di questo stadio di perfezione. Non solo: è ipotizzabile, anzi, è certo che prima o poi anche tale dimensione immateriale possa essere indagata con gli stessi criteri di scientificità con i quali si è fatta luce sui meccanismi dell’evoluzione (non arriva a tempo a conoscere gli esiti filosofici della psicoanalisi, ma certamente lo avrebbero intrigato).

Ciò comporta naturalmente l’idea di una eccezionalità umana, di un destino speciale per la nostra specie. Antropocentrismo, si dirà. Fino ad un certo punto. Nella concezione di Wallace c’è spazio per tutti, con eguale dignità: “Pensai alle lunghe epoche del passato, durante le quali generazioni e generazioni di questa piccola creatura avevano f atto il loro corso, di anno in anno, nascendo, vivendo e morendo nel fitto di scure e tenebrose foreste, senza che nessun occhio intelligente ne osservasse lo splendore. A quanto pare un inutile spreco di bellezza. …. Tale considerazione ci porta inevitabilmente a negare l’assunto secondo il quale tutti gli esseri viventi furono fatti per l’uomo. … La loro felicità e i loro piaceri, i loro amori e odi, le loro lotte per la sopravvivenza … sembrano avere direttamente a che fare solo con il loro benessere individuale e la loro riproduzione.[30] D’altro canto tutti hanno la stessa origine: ma allo stesso modo in cui da una specie ne nasce un’altra, compiendo un salto qualitativo, può essere ipotizzato un salto qualitativo all’interno della specie stessa. E questo salto l’uomo, secondo Wallace, lo ha fatto. Scrive nella introduzione al saggio sui limiti della teoria della selezione: “Credo di aver provato che, non appena l’intelletto umano ebbe raggiunto un grado di sviluppo al di sopra di una soglia minima, il corpo dell’uomo avrebbe cessato di essere materialmente influenzato dalla selezione naturale, in quanto lo sviluppo delle sue facoltà mentali avrebbe reso inutili significative modifiche della sua forma e della sua struttura”. Non è un argomento banale.

D’altro canto, non è l’unico a sostenerlo: nello stesso periodo lo dice anche Marx (Engels ne è un po’ meno convinto) quando sostiene che per quanto concerne l’uomo ad un certo punto la storia naturale ha lasciato il posto a quella culturale. I modi e i percorsi che poi ne derivano sono per i due molto diversi, ma la finalità, in fondo, è la stessa: il progresso e il perfezionamento dell’uomo. Questo è il motore dell’eresia di Wallace: l’idea che tutta quell’immane vicenda di nascite e crescite ed estinzioni che lui stesso ha contribuito a chiarire debba aver uno scopo ben più nobile del puro perpetuarsi della vita. Non accetta le conseguenze di ciò che ha capito, e questo lo porta, visto che razionalmente non ci sono vie d’uscita, a buttarsi tra le braccia dell’irrazionale. È una debolezza, certo, ma è indotta da un entusiasmo persino eccessivo per ciò che lo ha appassionato, al punto di non consentirgli di accontentarsi del risultato.

 

Con l’articolo del 1858 Wallace sente di aver raggiunto solo uno scopo parziale, quello scientifico. Ha risposto alla domanda: come accade? Non è svuotato, ma al contrario di Darwin, che continua a girare attorno al suo edificio teorico e produrrà tutte le sue ulteriori opere a suffragio e completamento de L’Origine, non lo sente più come l’interesse prioritario. Probabilmente ha anche la coscienza di non possedere i mezzi per andare oltre nella spiegazione. Il suo contributo lo ha dato, agli altri (agli specialisti come Huxley e Hooker) sta ora il compito di portarlo avanti.

Non per questo abbandona l’idea di evoluzione. Semplicemente la sposta, dalla biologia allo studio dei comportamenti e dei problemi sociali. Entra nel campo davanti al quale la biologia si arresta. Si pone la domanda: perché?

La risposta che concepisce induce anche un cambio di atteggiamento per quanto concerne la presenza pubblica. Schivo e sin troppo modesto, Wallace è rimasto senza troppi problemi nell’ombra, sino a quando si è trattato di studiare la natura. Ora, dopo che il suo interesse si è trasferito decisamente sul problema della società umana, sente il dovere di esporsi pubblicamente, magari facendo valere le sue credenziali scientifiche: non certo per trarne qualche vantaggio o celebrità, ma per giovare alla causa dei suoi simili. Sempre più frequentemente quindi interviene nel dibattito pubblico, e non c’è causa sociale che non lo veda schierato.

Wallace non può essere ascritto ad alcun movimento politico specifico. Si professa apertamente socialista (“Sono assolutamente convinto che il socialismo non solo sia perfettamente attuabile, ma sia anche l’unica forma di società degna di uomini civili. Solo esso infatti può assicurare all’umanità un contino avanzamento intellettuale e morale ….”), ma il suo socialismo che non ha nulla a che vedere con il marxismo o con le altre varianti del progressismo riformatore o rivoluzionario: non prende spunto da Marx ma dai romanzi utopistici di Bellamy[31]. Sarebbe forse più corretto definirlo in negativo, come un anticapitalista. Il socialismo è per lui “l’organizzazione del lavoro per il bene di tutti”. “Che economia si avrà quando tutte le industrie di un intero paese saranno uniformemente strutturate per il bene comune, quando tutti gli impieghi assolutamente inutili o non necessari saranno aboliti – come le miniere d’oro o di diamanti, o come i nove decimi degli avvocati e di tutti i faccendieri e i giocatori di borsa? È chiaro che in un sistema così organizzato un lavoro di tre o quattro ore al giorno per cinque giorni la settimana, svolto da tutte le persone di età compresa tra i venti e i cinquant’anni, produrrebbe in abbondanza e per tutta la popolazione tutto il necessario per vivere in agiatezza, con tutte le raffinatezze e i sani piaceri della vita.” È una visione utopistica della società che discende direttamente, come abbiamo visto, dalla fiducia totale nella perfettibilità dell’uomo.

Wallace è anche un ecologista, fervido sostenitore ante-litteram del “piccolo è bello”. In un articolo contro l’adozione del libero scambio scritto nel 1879 preconizza i rischi di un mondo globalizzato. Lo fa alla sua maniera, immaginando piccole comunità semiautonome, quasi villaggi dei Puffi, localizzate in un territorio poco fertile ma ricco nel sottosuolo, i cui componenti “si godono l’aria pura e le bellezze del paesaggio, e una buona percentuale è impegnata in salutari lavori all’aria aperta”. Questo idillio è rovinato dalla scoperta che si possono acquistare i prodotti alimentari a prezzi più bassi dai vicini, mentre si possono sfruttare ed esportare le ricchezze minerarie, naturalmente sconvolgendo tutto il territorio. Wallace sembra raccontare una favoletta, mentre non fa altro che descrivere quanto è veramente accaduto nel corso dell’ultimo secolo nella sua Inghilterra, soprattutto nel suo Galles (fatta la debita tara ai “salutari lavori all’aria aperta”, che in genere erano più salutari di quelli in miniera o nelle industrie, ma non impedivano alla popolazione di morire di fame). È tra l’altro una favoletta che avrà un grosso successo in Germania (sarà una delle icone del nazismo), ed è in fondo la condizione di partenza (e di arrivo) della componente più pura e originaria dell’anarchismo. Ma è anche un modello che, nelle tenebre della crisi che ci illudiamo oggi di attraversare e che in realtà ci sta inghiottendo, torna con insistenza sempre maggiore a ripresentarsi, non più come sogno utopico, bensì come unica alternativa minimamente plausibile alla catastrofe (purtroppo, forse davvero solo immaginabile).

Nella terra ideale di Wallace non si parla però di comunismo o di proprietà collettiva dei mezzi di produzione: meno che mai di dittatura del proletariato. “La maggior parte delle persone rifiuta persino l’idea di socialismo perché pensa che una società socialista si possa instaurare solo con l’imposizione. Se così fosse ripugnerebbe anche a me. Infatti io credo nell’organizzazione volontaria per il bene comune: anzi, sono quasi sicuro che noi abbiamo bisogno di un periodo di sano individualismo – di competizione in condizioni di perfetta uguaglianza per sviluppare tutte le energie e tutte le nostre migliori qualità, così da predisporci a quella volontaria organizzazione che adotteremo con profitto quando saremo pronti, ma che non potrà esserci imposta con la forza, prima di allora”. Qui, al di là dell’ingenuità sulla perfetta uguaglianza, non si parla di rigettare la selezione naturale, ma di ripulire il terreno di gara per garantire una competizione leale e davvero mirata al perfezionamento. La condizione è che tutti abbiano pari opportunità di realizzare appieno le loro potenzialità: perché “senza pari opportunità per tutti non può esistere vero individualismo, nessuna leale competizione”.

Da buon naturalista Wallace pensa che il primo campo nel quale la competizione deve essere riformata sia quello della selezione sessuale. Il sistema capitalistico, creando differenze di classe, induce infatti le donne a scegliere sulla base della convenienza economica, lasciando da parte le spinte istintuali e spirituali. Questo inibisce il potere selettivo della natura, spingendole nelle braccia di uomini che non desiderano e che magari sono affetti da tare fisiche e morali trasmissibili. C’è un fondo di eugenetica nella visione di Wallace (apprezza molto i lavori sul “genio ereditario” di Francis Galton), mitigato dalla introduzione di fattori di scelta legati anche alla sintonia spirituale. L’idea di una selezione che agisse anche secondo criteri di scelta sessuali era stata avanzata da Darwin ne “L’origine dell’uomo”, ma in quel contesto era stata rifiuta da Wallace: non gli piaceva naturalmente il fatto che la scelta fosse pensata in termini di semplice egoismo riproduttivo, di puro istinto materiale. Ora invece rientra dalla finestra quando il tema è affrontato in termini sociali. Nella sua versione i “mariti più desiderabili” non sono solo quelli che danno migliori garanzie riproduttive, ma quelli che vengono liberamente scelti dalle donne secondo criteri estetico-spirituali: il che è possibile solo se le donne hanno le stesse opportunità economiche e sono emancipate dai secolari pregiudizi e vincoli che sono stati costruiti loro addosso.

Quindi il socialismo, come affermazione progressiva delle pari opportunità, naturalmente non solo di genere, ma per tutte le classi sociali, va inteso come strumento per consentire la migliore attuazione del processo evolutivo e come tappa fondamentale della “spiritualizzazione” di questo processo.

 

La sensibilità sociale di Wallace non si esaurisce comunque nelle teorizzazioni sulle pari opportunità e sul socialismo venturo. Si concretizza in un impegno continuativo e diretto nelle cause umanitarie più disparate: Wallace diventa presidente (beninteso, senza percepire senza alcun gettone) della Società per la nazionalizzazione delle terre, si occupa dei problemi della disoccupazione (che in qualche misura lo concernevano direttamente), milita nelle associazioni anticolonialistiche e nel movimento contro la vaccinazione antivaiolosa. Ha tempo per tutto e per tutti, e la cosa ancor più straordinaria è che non lo ruba alla famiglia o alle amicizie: ha capito perfettamente quali siano i veri valori, e questo gli consente di coltivarli armoniosamente.

La frase che ho posto in esergo mi aveva colpito non per una particolare originalità (un sacco di altri prima di lui hanno detto, e qualcuno anche pensato, la stessa cosa), ma perché si attagliava perfettamente al poco che sapevo del personaggio. Posso anzi dire che proprio quella frase è all’origine di questo schizzo biografico. È probabile che tale filosofia di vita sia stata trasmessa a Wallace dal padre, costretto a fare di necessità virtù, dal momento che di accumulare denaro, e nemmeno di tenersi quel poco che aveva, proprio non gli riusciva. O può essere stata elaborata dal figlio stesso, visto come andavano le cose al padre e forte poi delle esperienze proprie. Sta di fatto che Alfred Russel Wallace questa massima l’ha applicata per tutta la vita con perfetta coerenza, e che il paio di volte che ha provato a fare un’eccezione è stato subito ricondotto dalla sorte sulla retta via.[32] Anzi, ne ha esteso il significato facendo rientrare nel superfluo anche l’accumulo di onorificenze e di riconoscimenti. Il che non significa che gli spiacesse veder riconosciuti i suoi meriti, non sarebbe umano: semplicemente non si avviliva più di tanto quando questo non accadeva (e non accadeva quasi mai). Altri suoi colleghi, altrettanto e forse più sfortunati, ne fecero delle vere e proprie malattie, con tutte le ragioni di questo mondo: Wallace non cessò invece di pensare che in fondo andava bene così, che l’importante era il trionfo della scienza, e non quello dei suoi ministri.

Questo atteggiamento non gli rovinò il fegato, non gli compromise la digestione e non gli fece perdere il sonno, così che il nostro campò come Humboldt sino a novant’anni, e soprattutto ci arrivò perfettamente lucido e ancora proteso verso il futuro.A novant’anni era capace di saltare su una sedia o sul divano per raggiungere un libro riposto su un alto ripiano dello scaffale, o di muoversi svelto nello studio in cerca di un articolo che intendeva citare”. I suoi figli lo ricordano così, costantemente indaffarato a progettare parchi e giardini per le sue nuove case, ad apportare modifiche e migliorie, che magari non sempre riuscivano tali, ma appagavano la sua sete perenne di miglioramento, la sua volontà di partecipare in ogni modo al grande disegno di perfezionamento: in fondo procedeva come la natura, per tentativi, con lo scopo della perfezione. In questo era coadiuvato (e sotto l’aspetto pratico, pare, guidato) dalla moglie Annie, figlia non a caso di un illustre botanico, con la quale convisse felicemente, a dispetto ella differenza d’età, per quarantasette anni (Annie gli sopravvisse solo un anno). Appena era possibile li trascinava tutti, con qualsiasi tempo, in lunghissime passeggiate escursionistiche, a caccia di stupendi panorami o delle singolarità di un insetto o di una pianta; ed educava i figli ad ignorare le recinzioni e i divieti d’accesso che si moltiplicavano nella campagna inglese, in nome di un diritto universale a godere dei beni e delle bellezze della natura. Teneva libero nello studio uno strano lucertolone inviatogli dalla California da suo fratello John, andava pazzo per i nonsense e i giochi di parole di Lewis Carrol e li condivideva con i figli, amava cucinare ed era in grado di cavarsela egregiamente in ogni attività pratica, dalla costruzione di un muro al rammendo dei calzini e dei pantaloni.

Lo stesso atteggiamento positivo e propositivo Wallace lo trasferiva pari pari nell’impegno sociale, anche quando perorava le cause più strampalate, come quella dello spiritismo e del paranormale. Un vicino di casa (di una delle ultime case) scrive di lui: “Un’ardua lotta per una causa impopolare, meglio se del tutto impopolare, o qualunque argomento in favore di una tesi generalmente disprezzata, avevano per lui un fascino al quale non poteva resistere”. Il che non significa che fosse un bastian contrario. Wallace prendeva posizioni scomode su questioni che erano date per scontate, non curandosi del fatto che potessero rovinare la sua immagine di scienziato progressista, e spesso ne coglieva risvolti che sarebbero venuti poi alla luce solo molto più tardi, allo stesso modo delle sue intuizioni non ortodosse relative ai modi dell’evoluzione. Ne è un esempio la lunga battaglia condotta contro la vaccinazione antivaiolosa. Non sosteneva che questa fosse inutile, sosteneva che non fosse più utile nella seconda metà dell’Ottocento, quando il morbo si era quasi estinto, e il vaccino risultava più pericoloso della malattia stessa. E non affermava queste cose per partito preso, ma sulla scorta di cifre e di quadri statistici accuratissimi, mantenendo comunque sempre il massimo rispetto per le opinioni altrui (cosa che non sempre avveniva nei confronti delle sue). È comunque innegabile che molte delle sue “cause perse”, così come i caratteri recessivi di molti individui all’interno della specie, siano tornate a distanza di tempo a far rumore (la contestazione dei vaccini è più che mai attuale, e la battaglia di Wallace ha quanto meno contribuito a renderli più sicuri).

Questo personaggio, che a tutta prima, paragonato ai suoi illustri contemporanei e colleghi scienziati appare così ingenuo ed ottimista da sembrare persino un sempliciotto, che è curioso di tutto e di tutto si occupa in un’epoca che consacra la specializzazione, che è spesso in contraddizione con se stesso e quasi sempre con il suo tempo, che parla di spiriti nell’età incipiente del materialismo, che crede nella bontà intrinseca degli uomini mentre avvalora la legge della lotta per la sopravvivenza, che considera felici i “selvaggi” a dispetto della sua fede nel progresso, che immagina (e nel suo piccolo cerca di creare) oasi di ruralità mentre attorno trionfa l’industrializzazione, questo personaggio risulta, quando lo si conosce un po’ più in profondità, incredibilmente attuale, e persino ancora abbastanza scomodo da crearci qualche inquietudine, qualche dubbio. Non è un post-moderno, perché per lui i valori forti esistono eccome, anche se rispetta i modi e i credi altrui: piuttosto trascende ogni modernità, perché è un modello di uomo e di scienziato che apparentemente viene sconfitto in tutte le epoche, ma torna poi immancabilmente a riproporsi, per inocularci quel vaccino contro la paralizzante sfiducia nella natura umana del quale abbiamo costantemente bisogno.

 

Wallace si presta quindi benissimo a testimoniare la possibilità di una vita vissuta (nel suo caso è più che legittimo dire: paradossalmente) fuori dagli schemi che ci vogliono egoisti e competitivi. Il teorico dell’operato della selezione parrebbe la persona meno adatta alla sopravvivenza e all’agone riproduttivo, sia a quello biologico che a quello culturale: e invece risulta alla fin fine un vincitore, nell’uno e nell’altro campo. Come uomo appare pienamente realizzato. Un matrimonio felice, figli che lo adorano e gli rimangono accanto, una giovinezza all’insegna dell’avventura e una vecchiaia attiva e lucidissima sino all’ultimo istante, una vita intera dedicata a quel che più gli piaceva. Come scienziato, ha la tranquillizzante coscienza di aver fatto, e bene, la propria parte, a dispetto di condizioni di partenza sfavorevoli; e nutre anche la consolante speranza che il lavoro verrà portato avanti da altri, che il progresso delle conoscenze scientifiche non si arresterà.

Non credo abbia lasciato ai figli una consistente eredità, se non di affetti: ma ha senz’altro lasciato a noi un patrimonio di intuizioni che si rivelano oggi più che mai stimolanti e di conoscenze che hanno cambiato radicalmente il nostro modo di pensare: e più ancora, l’esempio di una vita spesa in ciò che davvero importa.

Direi che la cosa, soprattutto oggi, merita più di una riflessione.

L'importante è non nascere adatti Wallace (1)

Bibliografia 

Ecco alcuni riferimenti per chi volesse approfondire la conoscenza di Wallace.

BARSANTI, G. – Una lunga pazienza cieca – Einaudi 2005

CONNIFF, R. – Cacciatori di specie – Le Scienze 2012

DESMOND, A. – MOORE, J. – Darwin – Boringhieri 2009

FOCHER, F. – L’uomo che gettò nel panico Darwin – Boringhieri 2006

GREENE, J. C. – La morte di Adamo – Feltrinelli, 1971

PIEVANI, T. – La teoria dell’evoluzione – Il Mulino 2006

PIEVANI, T. – In difesa di Darwin– Bompiani 2007

WITHE, T. – Cacciatori di piante – Rizzoli

VON HAGEN, V. – Scienziati–esploratori nell’America Meridionale – Rizzoli

Non esiste una traduzione italiana dei suoi diversi scritti, tranne che di quelli sullo spiritismo, scaricabili da LiberLiber.

Esistono invece diverse recenti biografie in inglese:

JOHN G. WILSON – The Forgotten Naturalist: In Search of Alfred Russel Wallace – Australian Scholarly Publishing Pty Ltd, 2000

PETER RABY – Alfred Russel Wallace: A Life – Princeton University Press, 2001

JANE CAMERINI – The Alfred Russel Wallace Reader: A Selection of Writings from the Field – The Johns Hopkins University Press, 2002

 

 

[1] In Inghilterra sono in questo periodo in piena espansione le enclosures ed è stato rivoluzionato il regime degli affitti terrieri, per cui un incredibile numero di giovanotti inglesi di media condizione e di una qualche istruzione si trova nella prima metà dell’Ottocento a sbarcare il lunario con questo mestiere.

[2] Vestiges of the Natural History of Creation uscì anonimo. Solo nel 1871, e solo dopo che erano state fatte le più svariate ipotesi, si conobbe la vera identità dell’autore, Robert Chambers, un estroso editore e divulgatore scientifico. Nel frattempo Chambers era morto.

[3] Nel corso della sua campagna amazzonica, che dura undici anni, Bates raccoglierà e spedirà in Inghilterra quasi quindicimila esemplari, la metà dei quali appartenenti a specie sconosciute. Ha anche notevoli intuizioni, soprattutto per quanto concerne l’adattamento di alcune specie, e afferma: “La natura scrive su una tavoletta la storia delle modificazioni della specie”. Questo molto prima della comparsa del libro fondamentale di Darwin. Lo stesso Darwin lo stimolerà poi a scrivere un diario-saggio, Un naturalista sul rio delle Amazzoni, che rimarrà a lungo la migliore descrizione esistente dell’Amazzonia. Dalle sue esperienze non trarrà però alla fine alcuna conclusione teorica: anche perché al ritorno in patria, fisicamente spossato dalle privazioni (le malelingue dicono anche dalla frequentazione delle giovani indigene) e psicologicamente prostrato dai lunghi periodi di semi-solitudine trascorsi in mezzo agli indios, abbandona la ricerca scientifica attiva. A trentaquattro anni ottiene un modesto impiego alla Royal Geografic Society, e si eclissa. Gli rimane addosso una struggente nostalgia dell’Amazzonia: “…lunghi crepuscoli grigi …le ciminiere delle industrie e le folle di operai sporchi che di primo mattino si affrettano a correre al lavoro … preoccupazioni artificiose, convenzioni sociali schiavizzanti. Tornavo in mezzo a questo mondo opaco, lasciando un paese dall’estate perenne” (e soprattutto le ragazze indigene sempre sorridenti).

[4] È sintomatica la posizione assunta da Jeremy Bentham, nella sua “Introduzione ai principi della morale e della legislazione”, dove afferma che degli animali non dovremmo chiederci se sanno parlare o ragionare, ma se possono soffrire.

[5] Si pensi a vicende come quelle dei tulipani, dei gigli e delle dalie, o del thé, per rimanere nel campo della botanica, e a quella dei bachi da seta e di specie rare di uccelli per la zoologia.

[6] Prima di lui avevano raccolto piante nella zona La Condamine, Humboldt e Bompland, i loro emuli von Martius e von Spix, Edward Popping e Francois de Castelnau. Nessuno però aveva intrapreso un lavoro sistematico quale quello che sarà portato a termine da Spruce.

[7] I due rimarranno amici per tutta la vita, e alla morte di Spruce sarà Wallace a curare l’edizione dei suoi diari.

[8] Una rapida e limitatissima ricerca mi ha indotto a pensare che esista una diretta relazione tra le affezioni tipiche dell’emisfero boreale e la resistenza ai climi tropicali. Forse gli anticorpi poco efficaci per le prime, ma comunque attivati, si rivelano invece efficientissimi rispetto alle malattie indotte dai secondi

[9] La “biogeografia” ha dei padri nobili: il modello potrebbe essere individuato nello studio della distribuzione delle piante già portato avanti da Humboldt. Lo specifico delle diversità biologiche viste in rapporto alla loro distribuzione erta stato anticipato invece da Geoffroy Saint-Hilaire.

[10] A. R. WALLACE –My lif.e. A record of Events and Opinions- Londra 1905

[11] Questa storia (anzi, entrambe le storie, perché anche Darwin ha un approccio alla scienza tutt’altro che specialistico) conferma che le grandi intuizioni non scaturiscono mai dagli specialisti, troppo chiusi nel loro orticello, gelosi delle interferenze e impermeabili alle suggestioni provenienti da altri campi. Si potrebbe parlare di una sorta di divisione del lavoro: ci sono quelli che portano i semi delle idee, e li raccolgono perché viaggiano in spazi più ampi (in questo caso, sia metaforicamente che concretamente), e quelli che poi li piantano e li coltivano nelle serre dei laboratori. Alla prima schiera appartengono, almeno fino alla metà dell’ottocento, i grandi savants enciclopedici, gente come Humboldt o Goethe, destinati nella seconda metà del secolo ad essere soppiantati dalla specializzazione positivistica. E tuttavia i savants non sono scomparsi senza eredi: il modello, se non quello di un sapere enciclopedico almeno quello di una conoscenza “trasversale”, si sta riaffermando oggi, proprio in virtù delle nuove tecnologie dell’informazione, che permettono un accesso velocissimo a conoscenze un tempo riservate a pochi. C’entra anche comunque la constatazione che la specializzazione estrema conduce a strade senza sbocco.

[12]dall’acqua e dalla Terra riscaldate nacquero pesci o animali simili; entro di loro si generarono feti umani che crebbero fino alla pubertà; poi, spezzate le loro membrane, ne uscirono uomini e donne che erano ormai in grado di nutrirsi autonomamente». Censorino, De die natali, 4, 7

[13] Thomas Burnet,

[14] James Hutton, Theory of the eart (1788)

[15] Nicolai Stenonis, Elementorum myologiae specimen, seu museuli descriptio geometrica (1667)

[16] Benoit de Maillet, Telleamed (1748, ma scritto nel 1715)

[17] Pierre–Louis de Maupertuis Vénus Phisique, 1745)

[18] George-Louis Leclerc de Buffon, Histoire naturelle

[19] Denis Diderot, Le reve de d’Alambert, (1769)

[20]Erasmus Darwin, The botanic Garden (1789)

[21] Jean-Baptiste Lamark, Philosophie zoologique (1809)

[22] Charles Lyell, Principles of geology, 1833. La lettura di quest’opera fu importante per Wallace quanto lo era stata per Darwin

[23] Robert Chambers, Vestiges of the natural history of creation, 1844. Il libro ebbe un’enorme importanza per il successo di pubblico che ottenne, essendo scritto in una forma facile e divulgativa. A dispetto della fragilità delle spiegazioni, ebbe il merito di far circolare l’idea di evoluzione presso il grande pubblico. Anche Chambers prese lo spunto per le sue idee dalla lettuira di Lyell.

[24] Herbert Spencer, First Principles (1862)

[25] Biologo, coetaneo di Wallace, diverrà il più convinto assertore della causa evoluzionista. È lui a sostenere, in rappresentanza del riluttante Darwin, il famoso dibattito di Oxford con il vescovo Wilberforce.

[26] Dal discorso pronunciato da Wallace in occasione del cinquantesimo anniversario della lettura congiunta, presso la Linnean Society, nel luglio del 1908

[27] My Life.

[28] A. R. Wallace – The Malay Archipelago, the Land of the Orang-utan and the Bird of Paradise; a Narrative of Travels with Studies of Man and Nature – Londra 1869

[29] Gli sudi e le posizioni dei poligenisti, che affermano una differenziazione razziale ab origine, sono finanziati dalla lobby schiavista, ma trovano molti sostenitori anche al nord. Il più famoso degli scienziati poligenisti è Agassiz, ma la maggior messe di dati fu fornita dai “misuratori di crani”, come Samuel George Morton.

[30] The Malay Archipelago (1869)

[31] Edward Bellamy, Nell’anno duemila (1882) ed Equality (1886)

[32] È emblematico l’episodio della scommessa. Wallace vinse una scommessa di 500 sterline con un ricco (ed evidentemente molto ignorante) aristocratico che sosteneva che la terra fosse piatta, dimostrandogli il contrario. Ci mise dieci anni a riscuoterla, e alla fine si era mangiata in spese legali una cifra molto superiore a quella riscossa.

 

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Grazie per la risposta. ✨

 

La raccolta dei sogni al Paraguay

di Paolo Repetto, 30 settembre 2012

Le prime notizie sulla vita di Guido Boggiani le ho rinvenute in un libro di Alberto Viviani, Guido Boggiani, edito dalla Paravia in una vecchia e benemerita collana dedicata a “I grandi viaggi di esplorazione”. Le ho poi approfondite sul volume curato da Maurizio Leigheb ed edito nel 1986 dalla regione Piemonte: Guido Boggiani. Pittore, esploratore, etnografo, che riporta anche alcune bellissime riproduzioni dei dipinti, degli schizzi e dei materiali etnografici e una bibliografia accurata degli articoli e studi dedicasti al pittore. I “Viaggi di un artista nell’America meridionale” sono rintracciabili solo in alcune biblioteche specializzate, le opere etnografiche neppure in quelle.

 

“…egli era svelto odiatore di salmerie e di scorte,
 e silenzioso era il suo ardimento, e cadde
sotto la spada del predone selvaggio…”
Gabriele d’Annunzio, Laus vitae

15Il successo a vent’anni è una bella fregatura: hai davanti un’intera vita di lotta per conservarlo o per rinverdirlo, oppure per farlo dimenticare. Molti non reggono; qualcuno provvede da solo a entrare nel novero dei “cari agli Dei”, qualcuno c’è iscritto dalla sorte, i più finiscono per autodistruggersi o per trascinarsi in una patetica parodia di se stessi. Ma c’è anche un’altra soluzione, in verità poco praticata: quella di infischiarsene, prendere su e mollare tutto. L’esempio che corre subito alla mente è quello di Rimbaud: smette di scrivere poesie e va a vendere armi in Africa. Se dovessimo citarne un secondo, però, saremmo in difficoltà: e invece lo abbiamo in casa. Si tratta di Guido Boggiani, prima pittore, pianista, poeta, poi esploratore, trafficante, etnologo, linguista.

Il caso Boggiani è da manuale. Guido nasce sul Lago Maggiore, in uno dei più bei luoghi d’Italia, nell’anno dell’unità, in una famiglia benestante e colta: grande appassionato d’arte il padre, scienziato il nonno materno. Vive un’infanzia dorata e si ritrova adolescente di successo, ricco e bello, ottimo pianista, poeta, brillante conversatore. E in possesso di un vero talento artistico nella pittura. Si diploma in soli due anni all’Accademia di Brera e diventa l’allievo prediletto di Filippo Carcano. A vent’anni espone a Milano con successo e a ventidue vince il premio “Principe Umberto” con La raccolta delle castagne. È acclamato socio onorario dell’Accademia e viene salutato come la grande promessa nel futuro della pittura italiana. Per sprovincializzarsi si trasferisce a Roma e qui entra nel giro intellettuale di D’Annunzio, di Edoardo Scarfoglio e della rivista Cronaca Bizantina. Presta lo studio al poeta per le sue avventure galanti, bazzica la corte, partecipa alle feste della nobiltà porporata. Ce n’è abbastanza per farne un idiota o un trombone, un fatuo o un disadattato. E invece…

Invece nel 1887 è preso da “una invincibile smania di vedere mondo nuovo e gente nuova, nuove terre e nuovi orizzonti[1] Non ci pensa su due volte. Si imbarca per il Sudamerica e va a stabilirsi a Buenos Aires, dove espone i suoi quadri e continua a lavorare. Ma a anche Buenos Aires non si ferma più d’un anno; non ha varcato l’oceano per ritrovare una caricatura di ciò che si è lasciato alle spalle. Sta cercando qualcosa che né il mondo dell’arte né quello dei salotti decadenti riescono a dargli: non gli è affatto chiaro cosa sia, ma ha a che fare con l’autenticità, la concretezza, l’avventura, la voglia di misurarsi con se stesso fuori dall’ovatta della “civiltà”. È anche piuttosto confuso sugli orientamenti sessuali, il che gli fornisce ulteriori motivazioni. Infine, è in buona compagnia: come abbiamo visto, la sua scelta segue di un decennio quella di Rimbaud e precorre quelle più celebri ed esotiche, anche se non altrettanto radicali, di Gauguin, di Stevenson e di un sacco d’altri giovanotti di belle speranze.

Nel 1888 è quindi nell’alto Paraguay, una regione che a dispetto di quasi quattro secoli di dominazione spagnola (o forse proprio per questo) è ancora praticamente inesplorata e sconosciuta. Ottiene dal governo paraguagio un piccolo appezzamento di terra a Puerto Pacheco, estremo avamposto fluviale della presenza bianca, in pratica quattro baracche attorno alle quali ruotano i miseri commerci con le immense aree del Chaco e del Mato Grosso. L’intento è quello di organizzare delle spedizioni etnografiche fra le tribù indigene dell’interno, alcune delle quali non hanno mai conosciuta, per loro fortuna, la civiltà occidentale. Ma l’etnografia è uno scopo a lungo termine: per l’immediato è necessario trovare un modo per sbarcare il lunario e un pretesto credibile per avvicinare queste tribù, magari ricavandoci anche qualcosa. L’uno viene individuato nell’esportazione di legname verso l’Italia, l’altro nel commercio delle pelli di cervo.

A questo secondo scopo Boggiani si mette in società con due avventurieri bianchi, due ispanici, e si addentra nel Gran Chaco, un immenso bassopiano, quasi un prolungamento settentrionale delle pampas, che è diviso tra Argentina a sud e Bolivia e Paraguay a nord-est, nella propaggine occidentale attraversata dal Rio Paraguay. La zona di esplorazione e di traffico di Boggiani e soci è quella più settentrionale, che per un buon tratto appartiene al Brasile. Le appartenenze politiche sono comunque all’epoca piuttosto confuse e contestate (lo sono ancora oggi) e il territorio è in realtà controllato da due popolazioni indigene in costante conflitto, i Ciamacoco, che abitano la sponda occidentale del Rio Paraguay, e i Caduveo, che vivono lungo un affluente di sinistra di quest’ultimo, il Rio Nabileque, in territorio brasiliano. I primi hanno ormai una certa consuetudine coi bianchi, dalla quale hanno ricavato soprattutto alcoolismo e malattie: i secondi vivono più in disparte, nel folto della foresta. Da questo momento gli uni e gli altri saranno l’oggetto principale dell’interesse, degli studi e dei pennelli dell’artista in fuga.

Boggiani non è uno scienziato: non possiede la preparazione botanica, zoologica e geologica dell’esploratore-naturalista tipo dell’Ottocento, modello Humboldt o Darwin. Ma qualcosa sa, e il resto lo impara poco alla volta, direttamente sul campo, mostrando soprattutto una grande sensibilità e attitudine per la ricerca etnologica e linguistica. Studia i costumi, le tradizioni, gli idiomi degli indigeni; apprezza da artista la qualità e l’estetica dei loro prodotti artigianali, ed è affascinato soprattutto dalla fantasia delle decorazioni corporee; compila dei glossari delle lingue indiane e scrive relazioni etnografiche da inviare alle maggiori riviste di geografia; butta giù un sacco di schizzi e disegni, che magari inizialmente erano pensati in funzione della pittura, ma che costituiscono invece ancora oggi, di per sé, un importantissimo repertorio documentario. “La riproduzione autotipica di alcuni schizzi all’acquarello o a lapis, è l’unico materiale artistico che io potei raccogliere affrettatamente durante la mia escursione, e che io non volli ritoccare né acconciare in nessuna maniera, perché anche se fossi riuscito a renderli, per il volgo, più comprensibili, avrei certamente loro tolto parte del loro merito, che è quello della assoluta fedeltà col vero, al che io tengo assai più che a qualunque altra cosa”.

Come commerciante Boggiani non è diverso dagli altri: compra le pelli pagandole con il micidiale aguardiente, ma d’altro canto è questa la moneta di scambio più richiesta dagli indigeni. Almeno, a differenza dei suoi soci, non disprezza gli indios. Non si può dire che li ami, il suo sembra piuttosto l’interesse di un entomologo: ma almeno lo incuriosiscono, e al contrario degli altri bianchi, che ci tengono a marcare la differenza, cerca il più possibile di comprendere i loro costumi e, quando è loro ospite, di adeguarvisi. Il contatto con gli indios lo induce anche a forgiare il suo fisico, adattandolo alla natura selvaggia del Chaco: si allena a soffrire per fondersi con l’ambiente, come farà dopo di lui Lawrence nel deserto siriano. Ecco come lo racconta un altro pittore, il toscano Lorenzo Viani: “Il pittore cereo, dai piedi delicati, per assuefarsi ai travagli degli spini e delle morsicature delle serpi, che s’adeguano al colore della vegetazione insidiosamente, passeggiava a piedi nudi, sopra i pruni. L’orme si macchiavano del suo sangue vivo; i piedi suppliziati, piagati come quelli di un martire cristiano, si cicatrizzarono lentissimamente, risuolando le piante di cuoio battuto e ribattuto dai poderosi martellamenti del cuore. Dopo il supplizio, Guido Boggiani, solo, con un sacco, delle fiale, una siringa, dei lapis, della carta, e una bandiera italiana (sotto cui furono rinvenute le sue ossa) si avventurò nel Chaco pauroso”. [2] Magari non era esattamente così (soprattutto per quanto concerne la bandiera), ma il personaggio corrisponde a questa descrizione.

Non si tratta comunque di un capriccio passeggero. Boggiani rimane nel Chaco, in questo primo soggiorno, per cinque anni, pur andando ogni tanto a respirare, con la scusa degli affari, una “boccata di civiltà” ad Asunciòn o Buenos Aires. Ma fa sul serio. Diventa un trafficante vero, impara i trucchi e le astuzie dello scambio, si guadagna il rispetto e la fiducia degli indios e persino una certa reputazione di taumaturgo. Soprattutto, diventa tramite di scambio tra gli eterni nemici, Ciamacoco e Caduveo, procurando ai primi il prezioso urucù, una pasta rossa che serve per dipingere il corpo nelle grandi occasioni, e che è prodotta solo dai secondi. Nel frattempo porta avanti con costanza i suoi studi etnografici, raccogliendo una massa di materiali che ne fanno il primo vero studioso di queste popolazioni, come riconoscerà anche Levi-Strauss in “Tristi tropici”.

L’atteggiamento scientifico, come dicevo, è correttamente neutrale. Quando racconta rituali, costumi, cerimonie, Boggiani non valuta e non giudica: riferisce con scrupolo di esattezza, lasciando che parlino i fatti. Ma non per questo è freddo: nel diario non nasconde talvolta l’irritazione per la scarsa affidabilità degli indigeni, per la loro insistenza nelle richieste continue di regali, per la crudeltà spesso gratuita: ma dimostra anche di capire perfettamente che sono portatori di un’altra concezione della vita, di altri valori, e che questi atteggiamenti sono spesso solo la logica risposta all’aggressività e al disprezzo che i bianchi manifestano nei loro confronti. Non dimentichiamo che Boggiani è in fondo figlio dell’età di Spencer, di Darwin e di Lombroso, di un’epoca in cui tutta la cultura occidentale è permeata dalla convinzione di una propria “naturale” superiorità. E non solo: cresce anche in un ambiente nel quale va diffondendosi, soprattutto attraverso d’Annunzio, un’interpretazione razzista e semplicistica del superomismo nietzschiano. Eppure il suo modo di rapportarsi al mondo degli indios lascia trapelare qualcosa che va oltre quella che può essere letta come un’istintiva simpatia di pelle. Non arrivo a dire che invidi gli indigeni, ma certo manifesta una sorta di nostalgia per il rapporto quasi edenico con la natura che soprattutto i Caduveo hanno saputo salvaguardare, e che i bianchi hanno perduto per sempre. Non ripropone l’esaltazione settecentesca dello stato di natura e il mito del “buon selvaggio”, e neppure naturalmente anticipa un qualche sentire “terzomondista”: ha invece la consapevolezza di vivere un’occasione probabilmente irripetibile, in uno degli ultimissimi angoli che ancora si sottraggono alla volontà occidentale di dominio sulla natura: e sente il rammarico per una perdita imminente e irrimediabile, che per l’occidente si è già da tempo consumata.

Nel 1893 torna però in Italia. Va bene la vita selvaggia, ma per mettere ordine nel materiale etnografico raccolto e per pubblicarlo ha bisogno di tranquillità e di supporti scientifici adeguati, che può trovare solo in patria; e poi, c’è anche un po’ di nostalgia per i piaceri della civiltà. È un ritorno alla grande, che rinfocola l’interesse attorno allo stravagante artista e viaggiatore. Anche dalla sua postazione ai confini della civiltà non ha infatti mai interrotto i contatti con l’ambiente artistico, e ora porta con sé le tele realizzate in Sudamerica: per questo riceve dal governo la proposta di recarsi come delegato per le arti all’Esposizione mondiale di Chicago, incarico che accetta con orgoglio. Quando rientra si stabilisce a Roma, dove presso la biblioteca del museo Kircheriano si dedica alla sistemazione e alla divulgazione dei materiali scientifici, subito considerati di primissimo ordine: lo stesso Vittorio Bottego, all’epoca l’esploratore italiano di maggiore spicco, vuole conoscerlo. I dipinti li espone al pubblico in occasione di conferenze organizzate dalla Società Geografica Nazionale, che riscuotono un grosso successo, mentre tutti i materiali raccolti li trasferisce ai musei etnografici nazionali.

Nel 1894 pubblica uno studio etnografico su I Ciamacoco e i Viaggi d’un artista nell’America Meridionale e l’anno successiovo dà alle stampe un secondo studio su I Caduvei, e il Vocabolario dell’idioma Guanà. I Viaggi di un artista sono una cosa a metà tra il diario di viaggio e lo studio antropologico, arricchito da disegni e dalle riproduzioni di alcuni suoi quadri. Il libro è pieno di annotazioni curiose, spesso divertite, e non indulge all’autocelebrazione. Anzi, di sé Boggiani parla davvero poco; riserva ai commenti, alle emozioni e alle considerazioni personali solo alcuni siparietti, e lo fa sempre in toni piuttosto ironici.

Tra i moltissimi disegni c’è ad esempio un ritratto femminile che egli intitola, scherzosamente ma non troppo, “Ritratto di mia moglie”. Lo commenta così: “Ho pensato bene, o male che sia, di contrattare coi padroni della schiavetta, perché essa rimanga con me per tutto il tempo che resterà qui ancora. Dopo trattative andate assai per le lunghe, vi hanno acconsentito mediante il pagamento anticipato di una decina di metri di tela cotona, di alcuni fazzoletti dai colori vivaci e di altre piccole cosette di poca importanza. Per cui da oggi in poi sono ammogliato… sino a nuova avviso. Mi va il pensiero a M.me Chrysantheme di Pierre Loti; ma che differenza tra i Giapponesi ed i Caduvei! Quelli industriosi, delicati, pieni di gentilezze e di raffinatezze; questi invece primitivi, grossolani e poco scrupolosi. Se però non la si può paragonare a quella, questa non è meno bella di forme e, forse, artisticamente anche più bella. È formata come una statua, e ben contento sarebbe un artista d’avere modelli simili a lei. Ha due begli occhi vivacissimi e mani e piedi bellissimi. Quanto a carattere, non posso dirne molto, ma è allegra e ignorantissima di ogni cosa, ciò che non guasta affatto. Un bel mobile, insomma…”. Quest’ultima espressione può lasciare un po’ sconcertati, ma ripeto, siamo a fine Ottocento, in pieno rigoglio delle teorie razziali. E comunque Boggiani non dice in fondo nulla di diverso da quello che D’Annunzio teorizza nei suoi romanzi, che Sartre praticherà nel privato e che la televisione ci propina oggi con i vari reality sulle veline e su uomini e donne. Boggiani non è Multatuli, non auspica per gli indios del Chaco alcun “riscatto” nel segno di idealità religiose o progressiste: anzi, gli piacciono perché sono così, sa che dovranno sparire e vuole provare a conoscerli a fondo prima che ciò accada. In questo caso non sta esprimendo soltanto l’atteggiamento e la mentalità del bianco, ma anche un perfetto adeguamento ai costumi e alla mentalità delle popolazioni in mezzo alle quali vive: magari aggiungendoci quel pizzico di umanità che negli altri suoi contemporanei difficilmente si riscontra.

Proprio per questo appare ancora più straordinaria la facilità con la quale si reinserisce nell’ambiente intellettual-mondano. È accolto con entusiasmo nella cerchia dannunziana, che gravita ora attorno alla rivista estetizzante Il convito di Adolfo DeBosis. Con D’Annunzio prende parte nell’estate del 1895 ad una crociera mediterranea (un viaggio “a traverso un sogno di poesie e di cultura” lo definirà il vate) sullo yacht Fantasia dell’editore napoletano Edoardo Scarfoglio. L’itinerario disegnato dal poeta prevede di bordeggiare i luoghi della classicità da Corinto a Delfi, di spingersi quindi fino a Costantinopoli e alle rovine di Troia, per tornare poi lungo la costa turca a Rodi e toccare l’Egitto, la Tripolitania, Malta, e la Sicilia. Con Boggiani, oltre all’editore, al poeta, all’equipaggio e a due gatti, ci sono il francese Georges Hérelle, traduttore di D’Annunzio, e l’avvocato abruzzese Pasquale Masciantonio, personaggio altrettanto fondamentale nella vita dell’immaginifico. La crociera inizia nel segno della gloria e della classicità, con i novelli argonauti che la sera declamano sul ponte i passi dell’Iliade e dell’Odissea, ma volge rapidamente alla farsa. I gatti patiscono il mal di mare, hanno le pulci e vomitano continuamente, D’Annunzio si aggira nudo sulla tolda, Scarfoglio e Masciantonio non pensano ad altro che a tirar su prostitute in tutti i porti che toccano (il che spiegherebbe la malinconia dei libri di Matilde Serao, la moglie dell’editore). Ci si mette anche il maltempo, con il mare quasi sempre agitato, ragion per cui l’ambizioso piano di navigazione viene drasticamente ridimensionato. Dopo aver visitato Olimpia, Eleusi, Atene, Micene e Tirinto sotto le vampe del sole greco agostano D’Annunzio e Masciantonio ne hanno le scatole piene di classicità, sono provati dalla vita in barca e dal mal di mare e decidono di tornare in Italia con un piroscafo. Hérelle e Boggiani si fermano invece sull’isola di Milos, dove restano fino a metà settembre. Guido lavora, come ha continuato a fare per tutto il viaggio, per portare a termine i suoi lavori etnografici “da troppo tempo abbandonati”.

Sia D’Annunzio che Hérelle e Boggiani tengono un diario del viaggio. Quello di D’Annunzio (compreso nei Taccuini) è già finalizzato alla traduzione in poesia, che avverrà nel primo libro delle Laudi, Maia (su Boggiani in particolare i vv. 5125-5302), ed è attendibile come tutti gli altri suoi scritti diaristici, cioè zero. Quello di Boggiani è custodito oggi nella biblioteca della Yale University, ed è anche corredato da mappe e disegni, ma non è mai stato pubblicato. Dal poco che ho potuto conoscerne sembra che il giovane piemontese sia l’unico a prendere sul serio la full immersion nella classicità, nel senso almeno che invece di trasfigurare tutto per renderlo adeguato alle proprie aspettative, come fa D’Annunzio, vede quello che realmente c’è, ad esempio il degrado nel quale è lasciato il patrimonio artistico della culla dell’Occidente. Ciò non gli impedisce di provare emozione, e persino commozione. Dopo aver visto l’Hermes di Prassitele, ad Olimpia, scrive: “L’ho toccato, poiché gli occhi non bastavano per goderne; l’ho toccato più volte, come si toccano le immagini divine…Quel marmo di una dolcezza infinita, di una perfezione sovrumana, merita un pellegrinaggio da qualunque punto più remoto della terra.” Altrove fa uso della sua sensibilità pittorica per descrivere il paesaggio: “Di quassù tutte le accidentalità della costa dell’isola si staccano perfettamente disegnate sul mare che ha tinte indescrivibili di dolcezza verso il largo e più vigorose presso gli scogli; sono mille e mille toni di celeste, di turchino e d’azzurro verdastro sino al più puro smeraldo, il tutto raddolcito ed amalgamato da una leggiera nebbia e dalla irradiazione solare”.

Dalle pagine del diario di Hérelle si intuisce invece quale clima regni realmente nella brigata. Il traduttore annota con fastidio che “c’è in molti italiani un’assenza totale di pudore che mi sorprende sempre. Lunghe docce di Scarfoglio, di D’Annunzio, di Masciantonio; interminabili lavaggi con il sapone; semi-nudità durante pomeriggi interi, sul ponte. Boggiani, che è del nord, ha tutt’altro carattere: non si stupisce di niente, ma si burla di questo lasciarsi andare e dice ridendo: “Sono dei bambini maleducati!”. E ancora: “Gabriele D’Annunzio amerebbe viaggiare con tutte le comodità e assai lussuosamente. È molto assorbito dalla sua toilette: ha portato otto paia di scarpe, trenta o quaranta camicie, sei vestiti bianchi, ecc. Diceva ieri: “Quando saremo ad Atene, che piacere sarà prendere un gelato al caffè francese, in smoking!” … C’è in D’Annunzio qualcosa di candido e di puerile. … E si affligge di non avere il cappello a cilindro, si sgomenta all’idea di non potersi vestire con sufficiente eleganza per le visite da fare ad Atene”.

Le affinità che Herelle, autore trent’anni dopo, sotto pseudonimo, di una Histoire de l’amour grec dans l’antiquité, scopre di avere con Boggiani vanno molto oltre, diventano una vera attrazione fisica, oltre che spirituale. “Prima di andare a dormire chiacchiero un po’ con Boggiani. Egli pensa, come me, che viaggiamo troppo all’inglese, troppo velocemente. “Non sanno viaggiare né gli uni né gli altri mi dice. Non sono curiosi dei paesi che attraversano, non ne percepiscono le vere bellezze, non hanno il desiderio di imbeversene. Scarfoglio pensa solamente ai suoi piaceri, al gelato, ai meloni. Gabriele D’Annunzio e Masciantonio hanno un po’ di più il desiderio di vedere; ma né l’uno né l’altro comprendono che in viaggio la stanchezza, il caldo, e anche certe piccole privazioni, fanno parte delle impressioni del viaggiatore ed aggiungono qualche cosa di vivo agli aspetti del paesaggio. Sono subito stanchi e non pensano ad altri che a dormire. Il vero, solo viaggiatore della nostra banda, è Boggiani; e io sono stupito di vedere quanto, in ogni cosa, le nostre opinioni concordino […]“

A settembre Boggiani è di nuovo a Roma, per partecipare ai lavori del secondo Congresso Geografico Italiano: porta come contributo tre relazioni, tutte sul Paraguay, ma soprattutto prende posizione sul metodo della ricerca, da effettuarsi sul campo, con l’osservazione diretta e partecipe, e non dietro le cattedre universitarie o nelle biblioteche. Il richiamo del Chaco è di nuovo prepotente, e viene amplificato prima della fine dell’anno dalla morte della madre, uno degli ultimi vincoli che lo trattenevano in Italia. La crociera parodistica del Fantasia, D’Annunzio nudo, i sottili veleni dell’ambiente scientifico ufficiale hanno fatto il resto.

Il primo di Luglio del 1896 riparte per il Paraguay, dove riprende immediatamente le sue attività e le esplorazioni verso l’interno. È molto più consapevole di sé della prima volta: allora era un ragazzo, ora è un uomo. “Mi guardai allo specchio”, scrive; “Il sole mi aveva talmente abbronzato che ero irriconoscibile. Eppure non ero dimagrato. Al contrario stavo benone, ero ingrossato ed avevo un’aria di salute e di forza quale non avevo mai avuto prima”. Si è anche attrezzato meglio per la ricerca. Porta con sé una macchina fotografica, con la quale impressionerà più di quattrocento lastre di vetro, soprattutto ritratti. Sono suoi i primi documenti fotografici delle tribù dei Caduveo, dei Bororo e dei Chamacoco. Come racconta nel diario, ha il suo daffare a convincere i soggetti, che temono di vedersi portar via l’anima, ma ottiene ottimi e preziosi risultati. Quelle tribù sono oggi scomparse, o sono state assorbite e snaturate dalla civiltà, e quella di Boggiani è l’unica e l’ultima testimonianza della loro vita libera. Molte di queste foto vengono poi pubblicate nella Revista del Instituto Paraguayo, che Boggiani stesso fonda nel 1897 ad Asunciòn, e in qualche modo, dando ai soggetti dignità di studio scientifico, contribuiranno a salvaguardali almeno in parte dallo sterminio sistematico e silenzioso.[3] Dà inoltre inizio ad una raccolta di oggetti, archi, lance, suppellettili domestiche, che dovrebbero andare a costituire una collezione privata (e che oggi sono ospitati nel museo etnografico di Berlino). Li ottiene attraverso gli scambi, ma non si fa scrupolo di acquisirli anche per vie meno legittime: “Ebbi notizia che in un punto centrale del Paraguay era stato sorpreso dai contadini di una estancia un accampamento di indiani guayachì, i quali nella loro precipitosa fuga avevano abbandonato sul terreno una quantità di oggetti che erano stati raccolti e trasportati nell’estancia. […] C’è una serie di frecce lavorate a scalpello d’osso, preziosa. Vi sono parecchi archi di varie dimensioni. Vi sono parecchie accette di pietra senza manico e due magnifiche, molto grandi, coi loro manici di legno. Vi sono tre piccole olle di terracotta così rozze e grossolanamente lavorate che non ricordo di averne viste di comparabili nessuna, neppure tra quelle dei tempi preistorici più remoti.” Continua infine ad inviare comunicazione dei suoi studi anche in Italia: nel 1897 compare Nei dintorni di Corumba, nel 1998 Guaicurù.

In questo secondo soggiorno impara ad apprezzare sempre di più i Caduveo. Già alla fine dell’Ottocento essi sono l’ultimo gruppo rimasto di lingua guaikurù. Vantano un’antica tradizione guerriera, e sono stati a lungo i più strenui oppositori della penetrazione degli spagnoli, che li chiamavano indios caballeiros. Infatti hanno adottato il cavallo appena questo si è diffuso nel nuovo continente, il che ha radicalmente mutate le loro abitudini nomadi (paradossalmente rendendoli più sedentari, dal momento che il cavallo consente un raggio d’azione giornaliero della caccia molto più ampio). La loro società è rigidamente gerarchica, suddivisa in classi sociali separate, che vanno dai nobili ai guerrieri, ai servi (le altre popolazioni indigene di agricoltori che si aggregano alla tribù) e agli schiavi (i prigionieri di guerra). Sono fieri e leali, al contrario dei Ciamacoco, ormai abbrutiti dalla frequentazione dei bianchi, e sono soprattutto dei veri artisti della decorazione corporea.

Tra loro Boggiani si ferma a lungo, acquisendosi amicizie davvero sincere e devote, svincolate da ogni aspettativa mercenaria. E i Caduveo manterranno vivo per generazioni il ricordo e l’affetto per questo insolito ospite. Quando, oltre mezzo secolo dopo, l’etnologo brasiliano Darcy Ribeiro incontrerà i resti della tribù, ormai confinata a languire e ad estinguersi in una riserva, scoprirà che anche i più giovani hanno sentito raccontare del mitico Bet’rra (e contribuirà lui stesso ad alimentare il mito, raccontando loro della fine di Boggiani per mano degli odiati Ciamacoco).

Dopo i primi entusiasmi l’irrequietudine torna però a farsi strada. Dal Paraguay scrive a Herélle chiedendogli dei libri di storia e di cultura classica, e lascia trasparire il peso e “la miseria di questa vita solitaria e triste”. Nell’estate del 1901 è quindi in procinto di rientrare nuovamente in Italia, quando sente parlare di recenti avvistamenti di una tribù ancora selvaggia e praticamente sconosciuta, quella dei Barbudos o Moros, noti anche con il nome di Ayoréos. Questi indios nomadi godono tra le altre tribù di una tristissima fama, quella di praticare il cannibalismo e di essere incredibilmente crudeli, e forse anche per questo non sono mai stati avvicinati da nessun europeo. È un colpo da non mancare, la perla che può coronare tutto il suo lavoro scientifico e consacrare la sua fama di esploratore. Rimanda pertanto i progetti di rientro e si mette in cammino ai primi di agosto, penetrando nella foresta del Chaco boreale, con una piccola scorta armata. Come scrive il 18 ottobre nell’ultima lettera al fratello Oliviero, è intenzionato ad attraversare longitudinalmente tutto il Gran Chaco, spingendosi sino in vista delle Ande orientali e confidando di incontrare prima o poi la tribù sconosciuta. Vuol chiudere insomma questa seconda permanenza sudamericana in bellezza. Teme però che la vista di troppi uomini armati spaventi le popolazioni indigene, abituate alle incursioni di sterminio dei bianchi, e faccia fallire la spedizione; a dispetto di tutti gli avvertimenti degli atterriti Ciamacoco decide pertanto ad un certo punto di rimandare indietro la scorta. Il 24 ottobre lascia, insieme all’amico paraguayano Felix Gregorio Gavilàn e a soli quattro indiani, la fattoria di Los Mèdanos, ultimo avamposto della civiltà. Da allora scompare nel nulla.

Dopo otto mesi senza notizie i suoi amici di Asunción decidono di inviare una spedizione di ricerca, capitanata dallo spagnolo José Fernandez Cancio. Cancio trova labili tracce del passaggio di Boggiani, resti di fuochi, capanne di rami, perfino una scarpa e due cavalli abbandonati. La ricerca prosegue però molto lentamente, tra i problemi di approvvigionamento idrico creati dalla stagione secca e le diserzioni degli indigeni assunti come guide. Finalmente, dopo quattro mesi, arriva in un villaggio Ciamacoco dove il mistero si svela. Vengono rinvenuti i corpi di Boggiani e del suo compagno, dai quali sono state staccate la teste; viene recuperata la macchina fotografica con una serie di lastre rovinate, insieme ad altri oggetti appartenuti all’esploratore e che adesso sono esibiti come ornamento da diversi abitanti della tolderia. Viene anche individuato un colpevole, un indio di nome Luciano. Boggiani insomma non sarebbe stato ucciso dai crudelissimi Ayoréo, che non ha fatto nemmeno in tempo ad incontrare: è stato fatto fuori a randellate da indios “domesticati”, per una banalissima questione d’onore. Questa è almeno la versione ufficiale data dall’indio Luciano, che dichiara di aver ucciso l’esploratore, sorprendendolo nel sonno, per vendicare la sua relazione con la moglie di un amico assente. La realtà vera probabilmente è un’altra, e cioè che tutto il villaggio, comprese le guide indigene, abbia partecipato all’aggressione, un po’ per la paura dei contatti ravvicinati con i Moros che Boggiani insiste a cercare, un po’ per spartirsi i pochi beni dei due bianchi: ma questo non lo sapremo mai, perché Luciano dopo essere stato incarcerato e condannato riesce a fuggire dal carcere e non verrà mai più rintracciato[4].

La tragica ironia della sorte vuole che Boggiani, artista sensibile, esploratore ardimentoso, etnologo sul campo, estimatore degli indigeni e, tra le altre cose, omosessuale, venga ufficialmente ucciso da uno dei suoi pacifici Ciamacoco per aver corteggiato un’indigena.[5]

Boggiani pittore lascia un’ottantina di tele sparse tra musei, gallerie e collezioni private. Uno di questi quadri, “La raccolta delle castagne”, fu pagato nel 1883 seimila lire, una quotazione per l’epoca (e per il mercato italiano) altissima. Eppure oggi Boggiani è ricordato (si fa per dire) più come studioso che come artista. Per quel che vale la mia opinione, credo sia giusto: vedendo i suoi quadri, i pochi che ho potuto ammirare dal vivo, si ricava l’impressione di un pittore molto bravo, ma che ha già detto tutto quello doveva dire. E si tratta di opere dipinte tra i venti e i venticinque anni. Credo che lo stesso Boggiani, proprio per la sua sensibilità, fosse cosciente di percorrere una via senza sbocchi. I suoi contemporanei si chiamavano Cezanne, Van Gogh, Segantini. Lui stava facendo un buon lavoro, dava al pubblico quello che il pubblico voleva, e ne veniva ripagato col successo: ma sentiva di non avere nelle sue corde la scintilla per dire qualcosa di nuovo e di originale. Rischiava di diventare un onesto e quotato artigiano della tavolozza, condannato ad una pittura da repertorio per i tinelli buoni di ambienti gozzaniani, almeno fino a che i gusti non fossero cambiati. A Boggiani il successo non poteva bastare.

Cosa cercava, allora? Tralasciando ogni commento sullo spazio poi riservatogli nella memoria patria, torniamo all’interrogativo iniziale: cosa può spingere un giovane di venticinque anni, già all’apice della fama, ricco e ammirato, a mollare tutto e ad andare a cercarsi guai, e addirittura la morte, in mezzo a popolazioni selvagge, apparentemente lontane anni luce dai suoi interessi? La prima risposta che verrebbe spontaneo dare è: la noia. La noia da successo, la smania di esperienze nuove tipica di chi dalla vita sembra già avere avuto tutto. Probabilmente c’è anche questo: ma se la fuga di Boggiani fosse solo il capriccio di un giovane viziato ed annoiato, se pensassi che solo di questo si tratta, non sarei qui ora a scriverne. Di gente così ce n’è un sacco, l’ultimo che mi viene in mente è un rampollo dei Rockfeller che faceva l’antropologo ed è scomparso anni fa nel Borneo. No, il caso di Boggiani mi sembra un po’ particolare; e se anche così non fosse, si presta comunque a dettare qualche riflessione su ciò che davvero vogliamo dalla vita.

Boggiani vuole conoscere. Parrebbe un’ambizione ovvia e comune, ma non lo è affatto. La conoscenza “disinteressata”, non funzionale alla immediata sopravvivenza, dovrebbe costituire la peculiarità dell’essere, quanto meno di quello umano, o se vogliamo la sua anomalia: in realtà i più si accontentano di un sapere pragmatico, quello che consente di avere e quindi di apparire. Quando ha la prima, forse un po’ confusa, consapevolezza di ciò che davvero gli importa, Boggiani indirizza la sua sete di conoscenza nella direzione più gratificante: vuole conoscere ciò che è sconosciuto a tutti gli altri, ciò di cui può essere il primo indagatore. In questo senso parrebbe in fondo solo cercare la gloria per altra via o, al massimo, voler estendere la conoscenza, più che approfondirla. E forse l’intendimento iniziale era proprio questo. Ma poi la cosa gli prende la mano: a contatto con un mondo così lontano, così apparentemente incomprensibile, l’ambizione diventa insieme sfida intellettuale e passione; l’interesse si trasferisce dall’indagatore all’oggetto indagato. È un approccio diverso da quello di Antonio Raimondi[6], che elabora subito un progetto più sistematico e vive in maniera avventurosa solo quando non può farne a meno, mentre Boggiani riserva volutamente un margine all’avventura: ma alla fine il risultato è pressoché identico. Si manifesta indubbiamente in Boggiani anche una forte componente estetizzante, e ci mancherebbe altro, in uno che nasce come pittore e cresce nel milieu di D’Annunzio. Ma si ha l’impressione che, al contrario dei dannunziani, egli non sia tutto concentrato a guardarsi vivere, a mettere cornici ad ogni finestra della sua vita per farne dei quadri. Non pare tanto interessato a offrire l’immagine di una vita vissuta straordinariamente, quanto a vivere una vita straordinaria. Se un qualche anelito al superomismo lo coltiva, è del tipo più genuinamente nietzchiano, quello che il confronto lo prevede con se stesso, anziché con gli altri. E poi, è davvero affascinato da ciò che incontra in un mondo selvaggio, sporco, crudele, ma immediato e semplice. Insomma, si direbbe che uscito dall’infanzia, e avendo sperimentato una vita che alla fin fine non gli piace, vada cercando nuovamente quell’infanzia in un altro mondo, che un po’ infantile, almeno agli occhi di un occidentale raffinato e disilluso, lo è.

In fondo è ciò cui un po’ tutti aspiriamo, soprattutto se ci siamo formati sui libri di Salgari (non a caso suo contemporaneo, ed espressione di una analoga forma di “regressione”, quella che fa sublimare per iscritto ciò che non si riesce a vivere nella realtà). Non tutti partono per Asunciòn, ma un pensierino ce lo fanno: io stesso, dopo la lettura de Il tesoro del presidente del Paraguay e una punizione che ritenevo ingiusta, avevo già progettato una fuga da casa con destinazione la Plata (poi rientrata per maltempo).

Avviene che proiettiamo in un altrove spaziale il nostro desiderio di fermare il tempo. Non so quanto questo valga ancora oggi, per i nostri figli e nipoti, in un mondo che vede le distanze azzerate da tempi di percorrenza tendenti a zero, dalla possibilità di vivere in diretta gli accadimenti di ogni angolo della terra, da usi e consumi uniformati su scala globale, e che ha cancellato la distinzione tra passato, presente e futuro, fondendoli in un’unica durata estesa (nella quale ormai il blocco del tempo passa per la via chirurgica anziché per quella del sogno); ma senz’altro è valso per tutto il passato che ci separa dalla primordiale consapevolezza del trascorrere irreversibile del tempo.

Senonché sempre più spesso, e segnatamente nell’età moderna, il sogno di fuga individuale si è tradotto in una rêverie collettiva di riscatto, di ritorno sì all’infanzia, ma a quella dell’umanità, all’Eden originario. Ovvero, si è trasformato in utopia. E questo ci offre il pretesto per qualche altro appunto a margine della storia di Boggiani, che riguarda non il nostro eroe, ma il luogo da lui scelto per sognare e per morire.

 

Se c’è un paese che da sempre, sin dalla prima scoperta della sua esistenza da parte degli europei, si è candidato a localizzazione geografica della fuga e del sogno, questo è il Paraguay. Piazzato com’è al centro del continente, privo di un accesso diretto dal mare, è rimasto più a lungo di tutte le altre aree del mondo nuovo una macchia bianca, una terra incognita, ed ha precocemente calamitati fantasie e progetti di ingegneria sociale, con i tragici conseguenti sforzi di tradurli in realtà.

Cominciano subito gli spagnoli, importando la prima versione del sogno, quella molto prosaica della caccia all’Eldorado. Nel 1524, quando ancora nemmeno si sospetta l’esistenza dell’impero inca, Aleixo Garcia già risale il Rio Paraguay alla ricerca del Cerro de Plata (la montagna d’argento, probabilmente identificabile nel Potosì) che dovrebbe trovarsi al centro di un territorio governato da “el rey blanco”. Arriva sin quasi al territorio boliviano, ma solo per incontrarvi le ferocissime tribù del Mato Grosso, gli antenati dei Caduveo, che lo costringono a battere in ritirata e alla fine lo uccidono. Vent’anni dopo le sue tracce sono ricalcate da un personaggio la cui vita va oltre ogni fantasia, Alvar Nunez Cabeza de Vaca[7], a caccia della Noticia Rica, un favoloso regno dell’interno decantato allo stesso Garcia dagli indigeni rivieraschi.[8] Il risultato è pressoché identico, ma gli spagnoli non si scoraggiano facilmente. Un altro esploratore, Nuflo de Chaves, intraprende dopo la metà del secolo una nuova spedizione verso il nord del Rio Paraguay, includendo negli obiettivi della ricerca tutto il repertorio mitico della conquista, dall’Eldorado alle Amazzoni, dalla Noticia Rica al Paititi. Quando si imbatte in una fortezza costruita nel bel mezzo della pampa, nell’assalto alla quale lascia sul terreno un mucchio di uomini, capisce che è ora di tornare. Dopo questa ennesima fallimentare esperienza i suoi connazionali decidono che forse non vale la pena perdere tanto tempo e tanti uomini in quel labirinto di paludi e foreste, e cedono il sogno ad altri.[9]

Gli altri sono i Gesuiti, e la storia è quella in parte raccontata nel film Mission. A partire dal 1609, sotto l’impulso del nuovo generale, il padre Montoya, la Compagnia di Gesù fonda una serie di missioni nell’area compresa tra i corsi del rio Paranà e del rio Paraguay, attestandosi nelle zone più interne e inaccessibili. Ha ottenuto dalla corona spagnola che quelle terre diventino una sorta di riserva indiana, interdetta ad ogni penetrazione bianca, militare o commerciale, e danno luogo in pratica al primo esperimento di utopia realizzata. Nel corso di un secolo e mezzo arrivano a fondare ben trenta reducciones, che coprono un territorio grande una volta e mezza l’Italia e contano una popolazione di oltre centomila indios, quasi tutti guarani. Le reducciones sono organizzate ufficialmente in funzione della cura delle anime, ma per arrivare a questo scopo occorre in primo luogo indurre gli indigeni ad abbandonare il nomadismo, il che significa fare tabula rasa di tutta la loro cultura e riorganizzarne totalmente l’esistenza. Ad un certo punto anche nelle intenzioni dei missionari, che devono prendere atto dello scarso entusiasmo religioso degli indios, è proprio l’aspetto dell’organizzazione sociale e produttiva a prevalere. Ogni reduccion è ampiamente autonoma, anche se alcune regole generali valgono per tutte (nell’architettura, negli schemi urbanistici e nell’organizzazione del lavorio, ad esempio). In esse l’amministrazione della giustizia spetta ai religiosi, mentre quella dell’economia è affidata agli indigeni. I villaggi sono edificati in base ad una pianta geometrica, con epicentro nella piazza della chiesa, gran parte della produzione è comunitaria, anche se non viene mai del tutto abolita la proprietà privata, e ogni aspetto della vita sociale è minuziosamente regolamentato, a partire dagli orari di lavoro e di preghiera. È in pratica il tentativo paternalistico di tenere questo popolo fuori dalla storia, tentativo tutto sommato benemerito, dal momento che la storia per essi è rappresentata soprattutto dai bandeirantes, i cacciatori portoghesi di schiavi. Proprio per difendere gli indigeni da questi ultimi i padri gesuiti ottengono dalla corona l’autorizzazione a organizzare delle milizie, che sotto la guida dei soldati di Cristo diventano particolarmente efficienti (tanto da essere in qualche occasione utilizzate persino come milizie mercenarie). La vocazione “militarista” del Paraguay ha paradossalmente le sue radici più nell’insegnamento gesuitico che nella naturale bellicosità delle tribù indigene. Il piccolo esercito non è però sufficiente quando, dopo il 1750, tutto il territorio di pertinenza delle reducciones viene ceduto dalla Spagna al Portogallo. I gesuiti sono espulsi, le loro missioni smantellate, gli indios, forzatamente abbandonati a se stessi, non possono far altro che dare alle fiamme i villaggi abbandonati e rifugiarsi nelle foreste: moltissimi sono uccisi, gli altri vengono ridotti quasi tutti in schiavitù. I guerrieri che avevano fermato Cabeza de Vaca e Nuflo Chavez, una volta trasformati in contadini, non sono più in grado di sfruttare il vantaggio ambientale.

L’esperimento gesuitico è stato variamente giudicato. Tra i contemporanei Montesquieu e Voltaire lo hanno elogiato, mentre Ludovico Antonio Muratori ne ha raccontato dettagliatamente la storia ne “ Il cristianesimo felice nelle missioni de’ padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay”. Qualche decennio dopo Joseph de Maistre vi ha visto prefigurato visto il modello del suo stato teocratico.

La lettura si è invece modificata, in senso decisamente negativo, nel corso dell’Ottocento. Michelet scriveva che i Guarani erano tenuti “come in una repubblica di fanciulli, dove si mostra un’arte sovrana ad accordare loro tutto, tranne ciò che potrebbe sviluppare l’uomo dal neonato”. Grosso modo è questo il giudizio ancora oggi corrente: in effetti gli indios erano davvero trattati come dei bambini da difendere e da indirizzare costantemente, e molti non riuscirono mai ad adeguarsi al modello di vita sedentario e regolamentato imposto dai gesuiti. Le fughe e il ritorno alla foresta erano all’ordine del giorno, e in qualche caso vennero duramente punite, malgrado nelle missioni non fosse contemplata la pena di morte. Ma va anche ricordato che sul piano pratico le reducciones produssero un enorme aumento del benessere materiale, e preservarono almeno per un secolo queste popolazioni da una schiavitù ben più feroce. Inoltre, se paragonato agli altri esperimenti di ingegneria sociale tentati nel secolo scorso, quello dei gesuiti appare un mondo quasi idilliaco.

 

Il sogno dei gesuiti in realtà non si dissolve completamente con la scomparsa delle reducciones. Se ne fa erede oltre mezzo secolo dopo una singolare figura di dittatore, Josè Gaspar Rodriguez de Francia, l’uomo che prima ancora di Bolivar e di Josè de San Martin proclama l’indipendenza di un paese dell’America spagnola. Francia si fregia dell’appellativo di “El Supremo” ed è un altro personaggio coi controfiocchi. È un devoto di Voltaire e di Rousseau, oltre che di Machiavelli, tiene sulla scrivania un busto di Robespierre e assomma tutte le contraddizioni dell’integralismo illuministico. Dà prova di un eccezionale coraggio nella ribellione contro il governo spagnolo, di una rara incorruttibilità al momento della fondazione della nuova repubblica, di una maniacale propensione al sospetto e di una implacabile brutalità una volta salito al potere. Dietro la sua feroce dittatura c’è però un disegno ben preciso. In mezzo alle guerre civili che cominciano ad insanguinare l’America meridionale Francia si erge a difensore intransigente dell’indipendenza nazionale, e vuole fare del Paraguay un modello di razionalità amministrativa e politica. L’intero paese viene “nazionalizzato”, sono bloccati tutti gli accessi terrestri o fluviali ed è impedito l’ingresso agli stranieri. Quelli già presenti vengono semplicemente trattenuti in stato di semidetenzione (accade anche al povero Aimée Bompland, il compagno di viaggio di Humboldt, che rimane ostaggio di Francia per dieci anni, vittima ignara e incolpevole di un sottile ricatto diplomatico). Ogni altra autorità, prima tra tutte quella della Chiesa, è liquidata. Francia abolisce l’Inquisizione, chiude conventi e seminari, proclama la libertà di culto (“qui da noi potrete seguire la religione che più vi piace, potrete essere cristiani, ebrei mussulmani, tutto tranne che atei”, disse ad un medico svizzero), cancella le aristocrazie e le differenze sociali, prima tra tutte la schiavitù: con una legge apposita vieta il matrimonio tra bianchi e impone il meticciato, fa edificare fattorie “di stato” per migliorare l’agricoltura e pubblicare manuali tecnici per educare gli abitanti alle arti e all’industria. La stessa Asunciòn è sventrata e ricostruita secondo il modello geometrico che Ippodamo di Mileto aveva disegnato per il Pireo, con le vie perfettamente allineate e perpendicolari. Tutto questo è perseguito con una feroce determinazione, sorretta dal sincero convincimento di fare il bene del popolo e di essere l’unico a sapere quale è questo bene. Per scoraggiare le incursioni che gli indios del Mato Grosso sono soliti compiere nel nord del paese Francia ne fa catturare e uccidere alcune migliaia, e fa porre le loro teste sui pali che delimitano quella che di lì innanzi dovrà essere per loro una frontiera invalicabile. Lo stesso metodo lo utilizza per dissuadere i suoi guarani dalla pratica del furto. Le spie sguinzagliate ovunque a caccia di dissidenti riempiono le carceri di prigionieri, e il dittatore esprime più volte la machiavellica convinzione che qualche centinaio di condanne a morte nuocerà al paese molto meno di una guerra civile. È immaginabile quanto apprezzi gli intellettuali (“quando un paese ha bisogno di mais e di manioca, a cosa servono le orgogliose divagazioni degli intellettuali?”), e in questo sirifà direttamente al modello utopistico primo, quello di Platone.

Gli intellettuali naturalmente lo ripagano con la loro moneta, soprattutto quelli stranieri che riescono a venirne fuori dopo anni di forzata permanenza. I fratelli John e William Robertson pubblicano nel 1835 Il regno del terrore di Francia, che suscita un grande dibattito, e che vede l’intervento di Thomas Carlyle a difesa del dittatore: “quando (Francia) tornò nel Paraguay si distinse per il suo valore a tutta prova. Non esitò mai a difendere il debole contro il forte, il povero contro il ricco. Faceva pagare l’onorario solo a coloro che potevano … e acquistò presto una grande reputazione di competenza, di onestà e di incorruttibilità”. [10] Il che, se riferito alla sua professione di avvocato, è anche vero, così come è vero che Francia ottenne come presidente il risultato di tenere il paese fuori dalle guerre civili e di portare il Paraguay ad un livello di produttività e di benessere decisamente superiore a quello degli stati confinanti.

Sulle valutazioni della figura di Francia e dei risultati del suo quarto di secolo di dominio hanno pesato indubbiamente nell’ottocento il legame dichiarato del dittatore con gli ideali della cultura illuministica e libertina e la sua ammirazione per Robespierre, nel novecento le inquietanti similitudini riscontrabili con altri regimi dittatoriali e utopici, sia della prima che della seconda metà del secolo. Oggi sembra esserci la tendenza, almeno in patria, a rivalutarlo, a considerarlo come un padre dell’indipendenza e un riformatore sociale, tanto che la sua effige compare sulle banconote paraguayane. Rimane il fatto che, anche se le valutazioni ostili erano spesso fondate sul favoleggiamento, come nel caso della descrizione della detenzione di Bompland fatta dai Robertson, le testimonianze dei pochi visitatori che tornarono dal Paraguay per raccontarla concordano su un clima cupo e invivibile, nel quale l’odio per Francia era pari solo al terrore per la sua repressione. Il dittatore stesso, secondo la testimonianza del solito medico svizzero, era stupito “del fatto che tutti i suoi concittadini camminassero sempre a testa bassa”. Ennesima conferma del fatto che i sogni di palingenesi, quando vengono forzatamente tradotti in realtà, si traducono in incubi terribili.

Meno controverso è invece il giudizio sui successori del Supremo, che in un crescendo di dissolutezza e crudeltà portano in mezzo secolo il paese alla completa rovina, trascinandolo in insensati e ininterrotti conflitti di confine. Sotto l’ultimo, Francisco Solano Lopez, la popolazione passa da oltre mezzo milione a 220.000 abitanti, di cui solo circa trentamila maschi, per le conseguenze una guerra contro Argentina, Brasile e Uruguay. Quando viene restaurata una pur parziale normalità diventa fondamentale incoraggiare l’arrivo di immigrati. Molti tra questi sono italiani, e non si tratta più di esuli politici (come Garibaldi e Raimondi) ma di contadini piemontesi, lombardi e veneti, e successivamente meridionali, rovinati dalla filossera o dalle politiche doganali della sinistra storica. Non sono portatori di utopie, bensì di storie di miseria e della volontà di riscattarle, che spesso fanno pagare proprio agli indios. Boggiani viaggia con loro, ma certamente non li rappresenta.[11]

Eppure in questo periodo il Paraguay torna ad essere, proprio per la politica di incentivo all’immigrazione, terra promessa per la creazione di società utopiche. Nel 1887, nello stesso anno in cui arriva Boggiani, viene fondata da Bernhard Förster, cognato di Friedrich Nietzsche[12], la Nueva Germania, una colonia basata su un progetto utopico confusamente socialisteggiante ed eugenetico, e indubitabilmente insensato. Förster è a capo di un gruppo di prussiani antisemiti, e nei suoi intenti la colonia deve diventare il rifugio di tutti i tedeschi che vogliono preservare la propria identità culturale e la purezza ariana. Vivendo a stretto contatto con una natura tanto ricca quanto pericolosa potranno tornare alle fonte originaria dell’energia vitale e riacquistare la salute corporea e mentale compromessa dalle mollezze della modernità. La colonia è pertanto assolutamente chiusa ai non ariani, massime agli ebrei, e mira a difendersi da qualsiasi nefasto influsso della cultura angloamericana. Nueva Germania viene però fondata nel bel mezzo della foresta pluviale, in una delle zone più povere del Paraguay, e non tarda ad andare a bagno. Delle venti famiglie trapiantate non una regge al confronto con la natura selvaggia, e lo stesso Förster finisce per suicidarsi solo un paio d’anni più tardi. Rimane però in Paraguay, oltre al suo corpo, anche il suo ricordo, che sarà riesumato negli anni trenta, quando si creeranno tra gli immigrati di origine tedesca gruppi con forti simpatie per il nazismo: in questo modo si aprirà la strada, dopo la seconda guerra mondiale, all’afflusso di moltissimi criminali di guerra nazisti, primo tra tutti il famigerato dottor Menghele, che nel Paraguay troveranno un rifugio sicuro.

C’è una Nueva Germania, ma c’è anche una Nueva Londres. L’ideatore di quest’ultima è William Lane, un giornalista australiano che dopo aver letto i libri di Robert Owen matura il proposito di creare un “eden“ comunitario in un luogo isolato della Terra. La legge paraguaiana sull’immigrazione sembra fatta apposta per consentirgli di metterlo in pratica. Nel 1893 il governo di Asunciòn concede alla società creata da Lane oltre duecentomila ettari di terreno, destinati ad un migliaio di coloni provenienti dall’Australia. Al momento dell’insediamento i coloni sono meno della metà, ma sono sufficienti a formare due o tre comunità organizzate secondo i modelli del socialismo utopistico. Anche in questo caso però l’esperimento non regge. Dopo un paio d’anni molti coloni tornano in Australia, mentre quelli che rimangono si integrano nella cultura e nell’economia paraguayana.

Non è ancora finita. Per qualche tempo, negli anni novanta dell’ottocento, in piena esplosione dell’antisemitismo, il Paraguay viene preso in considerazione anche dai sionisti, come possibile rifugio per la nuova diaspora ebraica. Prevale poi il partito del focolare palestinese, e non se ne fa nulla (anche se a partire dall’inizio del XX secolo l’emigrazione ebraica verso il Paraguay è consistente, cosa che senz’altro avrà fatto rivoltare Förster nella tomba). Ma non c’è alcuna volontà di creare una comunità separata. Questa è invece assolutamente negli intenti di un nuovo gruppo di immigrati, i mennoniti[13]. Eredi diretti dell’anabattismo, perseguitati per secoli in Europa, i mennoniti hanno trovato nel nuovo mondo le condizioni per vivere in comunità il più possibile chiuse e separate, all’interno delle quali praticare i principi della nonviolenza, della fratellanza e della povertà (o meglio, sobrietà) individuale e conservare intatte le loro tradizioni. Negli anni venti del Novecento quelli di lingua tedesca si trovano a dover lasciare il Canada, loro ultimo rifugio, per non sottostare ad una legge che impone una lingua ufficiale unica. Esplorano le possibilità dell’America Latina e alla fine, a partire dal 1927, optano per il Chaco centrale, dove sono garantiti la libertà di culto, la possibilità di una organizzazione scolastica propria, l’autonomia linguistica e l’esonero dal servizio militare. Negli anni successivi saranno raggiunti da altri confratelli provenienti dalla Russia e dalla Polonia. In questo caso, forse per la consuetudine ai trapianti maturata dai mennoniti in secoli di persecuzioni, l’esperimento ha successo, e la colonia prospera (attualmente è la più consistente, dopo quella statunitense).

 

Infine, l’ultima diaspora che interessa il Paraguay, come abbiamo già visto, è quella nazista nell’immediato dopoguerra[14]. Gli aguzzini dei campi di sterminio sono in questo caso alla ricerca non di una terra felice, ma di un rifugio sicuro e segreto. Il Paraguay è ancora una volta il luogo ideale per rifarsi una vita completamente nuova. Al di là delle simpatie per il nazismo manifestate dalla sua colonia tedesca, ci sono una tradizione ormai consolidata di incentivo all’immigrazione, che ha cancellato in pratica ogni filtro, l’acquiescenza e comunque la scarsa capacità di controllo del territorio da parte delle autorità, soprattutto nell’immensa e quasi disabitata zona del Chaco, e la distanza fisica e storica dai luoghi dove si è consumata l’infamia. A conti fatti, sembra proprio questo l’esperimento più riuscito. Delle migliaia di criminali che attraverso le connivenze degli alleati e del Vaticano hanno trovato rifugio nella terra tra i due fiumi, solo poche decine sono stati individuati: gli altri sono stati tranquillamente inghiottiti dalla foresta, per riemergerne in qualche caso con un’identità nuova e immacolata, o per godersi in santa pace una immeritata vecchiaia.

 

Quello che alla fine del Settecento il naturalista Felix de Azara descriveva come un paradiso terrestre è oggi uno dei paesi più poveri dell’America Latina, secondo in questa poco ambita classifica solo ad Haiti. Nella prima metà del Novecento ha visto succedersi trentun presidenti, quasi tutti buttati fuori da sommosse popolari o da colpi di stato, in buona parte liquidati direttamente in attentati. Nella seconda metà ne ha avuto uno soltanto, Alfredo Stroessner, che ha instaurato un regime crudele come quello di Francia e letale come quello di Solano Lopez, senza neppure l’attenuante del busto di Robespierre, e che è rimasto al potere per oltre trentacinque anni. Il bilancio complessivo è desolante: la rete ferroviaria attiva del paese copre attualmente trentun chilometri, dopo essere arrivata nel secolo scorso a quasi cinquecento; l’economia è da quarto mondo e le risorse utilizzabili per un qualche sviluppo sono tutte controllate da capitali stranieri; il parlamento è nelle mani dei grossi latifondisti ed è considerato il più corrotto dell’America Latina (che è tutto dire); l’ultimo colpo di stato ha portato al potere un tizio che di cognome fa Franco. Neppure il meticciato già voluto da Francia, attivamente praticato da Boggiani e rilanciato oggi dalla globalizzazione come futuro modello demografico, ha dato gli esiti che i suoi nuovi teorici decantano. La popolazione paraguaiana è al novantacinque per cento meticcia (un buon quaranta per cento ha anche sangue italiano nelle vene), ma per metà vive sotto la soglia ufficiale della miseria e in un pesante analfabetismo di ritorno.

A dispetto (o forse proprio in ragione) di tutti i sogni e di tutti i progetti che ha calamitato, il Paraguay non è mai stato una terra felice. Oggi lo è meno che mai. È scomparso dall’immaginario, dalle canzonette popolari e dai libri d’avventura, e i media ne parlano solo in occasione di qualche partita di calcio finita in un massacro. La quasi totalità degli italiani non saprebbe neppure individuarlo su una carta geografica. Non ci sono più i Caduveo, e anche le foreste che li ospitavano stanno velocemente scomparendo. Boggiani ha davvero fatto appena in tempo a vederne gli ultimi angoli incontaminati.

Letta in questa luce, la sua fine è stata in fondo un prezzo equo da pagare.

[1] Viaggi d’un artista nell’America meridionale, 1895

[2] “Corriere della Sera” del 29 Settembre 1935

[3] La storia di queste lastre meriterebbe un racconto a parte. Molte di esse furono recuperate dal botanico ed esploratore cecoslovacco Alberto Vojtěch Frič, che giunse in Paraguay qualche anno dopo il Boggiani e instaurò buoni rapporti con gli indios. Era arrivato in Sudamerica spinto dalla passione per i cactus e si era poi affezionato al popolo Chamacoco, tanto che aveva cercato di curare le loro malattie intestinali. La sua vita è stata raccontata da Claudio Magris in Dalla Mitteleuropa alla giungla. Avventure e follie di un botanico.

[4] Il suo nome però non sarà dimenticato, e diventerà sinonimo di tradimento. A metà degli anni trenta, in uno dei primi fumetti di avventura italiani, Ulceda di Moroni Celsi, ambientato nelle foreste del gran Chaco, l’indio traditore e infido si chiama proprio Luciano.

[5] Claudio Magris banalizza la cosa, in un tentativo non riuscito di essere spiritoso: “[…] venendo ucciso, sembra per le sue spicce attenzioni a una donna india, nonostante fosse conosciuto presso gli indigeni anche come Lily, per le attenzioni rivolte agli uomini, cosa nient’affatto strana in una cultura pervasa dal sentimento panico di una sensualità indifferenziata” (“Dalla Mitteleuropa alla giungla. Avventure e follie di un botanico”). Appunto. Una sessualità indifferenziata, nella quale ci sta di tutto, tranne che gli indios lo conoscessero come Lily!

[6] Cfr. Voglio andarmene in Perù.

[7] Durante una spedizione nel continente nordamericano Cabeza de Vaca era sopravvissuto alla strage di quasi tutti i suoi compagni, era stato catturato dagli indigeni e aveva vissuto presso di loro prima come schiavo poi come uomo della medicina, era fuggito e aveva peregrinato per otto anni nelle foreste, prima di raggiungere un avamposto spagnolo sulla costa del golfo del Messico.

[8] Padre Gonzalez Paniagua, che era al seguito di Cabeza de Vaca, riporta che “gli indios gli raccontarono di un regno di donne guerriere, in un lago molto grande, e questi indigeni, senza contraddirsi tra di loro gli dissero che dieci giorni da quel luogo in direzione nordest abitavano in grandi villaggi delle donne che avevano molto metallo bianco e giallo e che le posate con le quali mangiavano era tutte fatte di quel metallo e che avevano come regina una donna e che son guerriere, e che in un certo mese dell’anno si uniscono con indigeni di altre provincie e hanno con essi rapporti carnali e se quelle che restano incinta partoriscono femmine le tengono con loro mentre se partoriscono maschi li tengono con loro fino a che li svezzano e poi li reinviano ai loro padri … e che è gente che possiede metallo bianco e giallo in tanta quantità che non si servono con vasi di terracotta, ma con vasi e pentole e padelle di quel metallo […]”.

[9] Nuflo de Chaves era giunto al cospetto di bastioni costruiti con tronchi d’albero dai Moxos, alleati degli Incas. I Moxos opposero una strenua resistenza, causando la morte di una ventina di spagnoli, di circa trecento indigeni alleati degli Europei e di quaranta cavalli. Gli invasori dovettero ritirarsi e si divisero in due gruppi: alcuni si diressero verso sud-est, per raggiungere il territorio dei pacifici Xarayes, mentre gli uomini di Chaves si diressero verso sud-ovest. Le vicende della spedizione ricordano molto l’Anabasi e le sue moderne versioni cinematografiche, da Passaggio a nord-ovest a Tamburi lontani, da Obiettivo Burma a I guerrieri della notte.

[10] Thomas Carlyle ed altri –El doctor Francia – Asunctiòn 1987

[11] Non sempre la storia di questa emigrazione è limpida. Quando Boggiani si imbarca per il Paraguay non si è ancora spenta l’eco della noche triste de los italianos, una notte di follia provocata ad Asunciòn nel 1870 dai nostri connazionali col pretesto di una falsa accusa, che causò decine di vittime e centinaia di arresti.

[12] Nietrsche lo detestava al punto da rifiutarsi di presenziare al matrimonio della sorella.

[13] Membri della setta protestante fondata a Zurigo nel 1525 da Menno Simons (1496-1559), come costola del movimento anabattista, costretti a emigrare lontano dalla Germania dopo la distruzione di Munster

[14] Tra i più tristemente noti, oltre a Menghele, Martin Bormann ed Edward Rosehmann, il gaulaiter del campo di Riga.

 

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Prendere tempo

di Paolo Repetto, 2011

Può capitare di essere caricato in macchina alla Défense, a Parigi, di addormentarsi al suono del motore e di risvegliarsi due ore dopo davanti alla cattedrale di Bourges (non è così strano: a me è capitato). Arrivi dalla città del futuro, con torri che sono alte magari il doppio di quella di Bourges, ma che sai destinate a durare, da progetto, solo cinquant’anni; e ti trovi davanti a quest’opera incredibile, che non ha spazio attorno, per cui la devi guardare sempre dal basso, e ti sembra che aggetti, ma non dà la sensazione di cadere. Anzi, dà la sensazione che non cadrà mai. Ripensi ai grattacieli della Défense, e ti dici, tornando a guardare la cattedrale che incombe senza darti alcuna angoscia: medioevo.

Appunto.

Quando si pensa al Medioevo si pensa a “diavoli goffi con bizzarre streghe”, a spelonche puzzolenti, miseria, fame e servi della gleba. E si pensa giusto, per carità. Il medioevo era anche, e per la maggior parte dei medioevini essenzialmente, questo. Ma era, a monte di tutto, un’epoca proiettata verso il futuro. Può sembrare paradossale, dal momento che continuiamo a ripeterci che il futuro è un’invenzione moderna, che viaggia in coppia col mito del progresso; invece è solo una questione di angolo prospettico. Il futuro di cui parliamo noi, moderni e postmoderni, è quello inventato dall’uomo: il futuro cui pensavano i nostri lontani parenti del XII o del XII secolo era quello di Dio, o più semplicemente quello della natura. E allora, chi progetta la Défense ha in mente tempi umani, per i quali l’unità di misura è la durata di una vita: chi ha progettato la cattedrale di Bourges aveva in mente tempi naturali, che trascendono ogni scala di misurazione e di percezione dell’uomo.

Il tema è quello del tempo, della percezione ne abbiamo oggi e di quella diffusa in un lontano (ma non sempre, e non dovunque) passato. Sto leggendo un bellissimo libro di Diego Fusaro, Essere senza tempo, che lo sviluppa in maniera esaustiva, e forse per questo mi è tornata a mente la visione contrapposta della torre di Bourges e di quelle della Défense. Si tratta comunque di una tematica che ricorre più o meno sotterranea in tutte le cose che scrivo, tanto che ad un certo punto sono persino arrivato a considerarla un’ossessione “privata”; salvo poi realizzare che la condivido con tutta la mia specie. Provo quindi a riassumere in maniera impressionistica le mie riflessioni, senza vincolarmi alla definizione dei concetti o all’articolazione dettagliata dei percorsi.

L’umanità si è “confrontata” da sempre con il tempo. Direi che lo spartiacque dell’ominazione è proprio la consapevolezza del tempo. L’uomo è tale da quando ha la coscienza del passato e del futuro, e questa coscienza, che è poi in ultima analisi coscienza della morte, gli ha posto il problema del proprio senso, del significato da dare ad una esistenza limitata in rapporto ad una durata della natura che percepisce come illimitata. Il problema è stato risolto inizialmente accettando la sincronizzazione sui ritmi del tempo naturale, che scorreva secondo un modello ciclico (giorno-notte, estate inverno, ecc.). La vita umana, anche se tracciava una parabola un po’ diversa, rientrava in definitiva in questo schema: dall’infanzia alla morte si compie un percorso almeno semicircolare di crescita, maturità, decadenza. La sintonia assoluta, e un qualche senso dell’esistenza, potevano essere ipotizzati postulando un eterno ritorno di questo ciclo, al pari di quello dei fenomeni naturali, magari attraverso una reincarnazione sotto altra specie, come avviene nel pensiero orientale; ma nella sua versione occidentale la concezione ciclica ha dilatato i tempi di compimento del ciclo ad un punto tale da sospingerli in un indefinito prossimo all’eternità. Sarebbe lungo spiegare il perché di questa differenza: sta di fatto che nella cultura che sarebbe poi diventata dominante, quella ellenica, l’idea di una ripetizione di evi sempre uguali era magari giocata come suggestione poetica ma aveva scarso peso nell’interpretazione e nell’impostazione dell’esistenza quotidiana.

Il pensiero presocratico (ma entro certi limiti anche quello aristotelico) nasce in effetti da un radicalismo naturalista (gli ionici, gli eleati), che inserisce l’uomo nel ciclo di maturazione e decomposizione delle cose, ma lo rapporta ad un ambiente de-sacralizzato. Questo radicalismo non garantisce affatto che dalla decomposizione risorgano le stesse cose e al tempo stesso non contempla margini di trascendenza, e quindi di sottrazione al decorso naturale, a differenza ad esempio di quanto avviene per il pensiero indiano o mesopotamico o iraniano (e qui sta la sua singolarità). Anche nella versione soft, quella mitico-religiosa ad uso del popolo, l’unico spazio di sopravvivenza post mortem, l’Ade, è in definitiva un luogo di transizione verso il nulla: i suoi abitatori sono ombre, e la loro persistenza è affidata solo alla memoria dei viventi. Per questo le rare volte che un visitatore (Enea, ma vale ancora per Dante) scende all’inferno gli si affollano tutti attorno: per ottenere una citazione, un passaggio di visibilità: per procrastinare la sparizione. Accade lo stesso per i moderni frequentatori del video, con la differenza che quelli facevano conto su un ricordo legato a qualche motivo, questi puntano solo ad essere per un momento più o meno lungo inquadrati. La paura di essere invisibili li spinge a cercare una testimonianza certificata dall’oggettivatore meccanico: sono comparsi, e quindi sono. In realtà, c’è anche un’altra differenza: per i primi si tratta di resuscitare o mantenere viva una memoria, quindi c’è una proiezione nel futuro: per i secondi è pura rincorsa all’esistenza in un attimo.

Il modello giudaico nasce da una condizione abbastanza simile (l’atteggiamento disincantato nei confronti della natura), ma vissuta in maniera differente. In fondo gli Ebrei, pur riconoscendo l’innocenza di Abele (il pastore) si considerano stirpe di Caino (l’agricoltore). Di chi cioè a dispetto dell’apparenza non vive in sintonia con la natura, ma la addomestica, e cerca di forzarla. L’ebraismo prende quindi atto del problema che sorge quando l’uomo si allontana dalla natura, nel senso che si emancipa dalla soggezione ai suoi ritmi. Ciò avviene per i greci soprattutto col tramite della tecnica, ma più ancora attraverso tutto il lavorio di conoscenza che le sta a monte: per gli ebrei è eminentemente un problema di autocoscienza, sia pure collettiva, alimentata e resa sempre più acuta dalle batoste.

Una volta sganciati dai ritmi naturali riesce però difficile accontentarsi di una sola vita: per bene che vada è sempre troppo corta. Se tutto ciò che rimane è, come per i greci, la memoria, questa è riservata ad una infinitesimale minoranza: se è la speranza nel riscatto di un intero popolo, come per gli ebrei, mano a mano che si allontana nel tempo questo appare riservato a generazioni sempre più lontane, il cui glorioso riverbero non illumina affatto il presente. Non basta. E allora ecco che con la rivoluzione cristiana arriva la promessa del raddoppio. Invece dell’eterno ritorno un ritorno per l’eterno. È un’ottima soluzione, che da un lato postula una responsabilità singola, e garantisce quindi una speranza individuale, dall’altro liquida il problema del tempo, perché l’altra vita è proiettata in una dimensione nella quale il tempo non esiste. Ma, c’era da aspettarselo, nemmeno questo è sufficiente. Tutto nasce all’interno di quegli stessi ambienti nei quali si elabora la teoria della seconda vita. Conoscendo il meccanismo del gioco, si cerca di andare oltre. Di anticipare, di offrire un assaggio terreno della vita celeste. Ed eccoci tornati alla cattedrale gotica, con le guglie puntate al cielo, come tanti Shuttle pronti a decollare per il paradiso: la cattedrale è l’ascensore per la seconda vita.

Si potrebbe obiettare anche tutte le altre costruzioni monumentali dell’antichità vanno in fondo a rispondere a questo problema. Ma io ritengo che l’atteggiamento sia diverso. Il mausoleo, la piramide sono un disperato tentativo di tenere in vita quel ricordo terreno che è l’unica chance di sopravvivenza. Non sono luoghi frequentabili dagli altri esseri umani, anzi, sono esclusivi. La cattedrale medioevale ha invece un’altra funzione, oltre a quella celebrativa della grandezza e del potere della Chiesa. La cattedrale è un luogo aperto, di transito, quasi anticamera, camera di compensazione per accedere ad un mondo altro, nel quale il tempo non esiste (una funzione analoga potrebbe essere intravista nello zigurrat, ma anche qui siamo in un altro campo, perché lo zigurrat è anche magazzino, ha una funzione terrena dichiarata). Quindi deve avere come caratteristica quella di sfidare il tempo mortale, il passaggio delle generazioni. È costruita per fare da ponte tra il tempo mondano e l’eterno. Anche gli altri edifici, si dirà, sfidano il tempo: ma non è così vero. Piuttosto resistono al tempo. Dal Colosseo ai castelli, ai grandi palazzi, alle fortificazioni, queste costruzioni hanno una funzione precisa su questa terra, di resistere ad esempio all’attacco di forze e di strumenti umani: una funzione limitata nel tempo e resa obsoleta dai cambiamenti. Lo stesso vale per i luoghi di spettacolo o per gli edifici di rappresentanza (regge, ecc). Soprattutto in quest’ultimo caso l’obsolescenza è insita nella funzione. Ogni nuova forma di potere o pretesa di rappresentatività esige un forte radicamento nel presente. Le cattedrali al contrario traggono il loro significato proprio dalla loro continuità, dalla loro esistenza nel passato: più sono antiche, più sono vicine all’evento chiave, più sono autorevoli.

L’idea che l’autorevolezza possa essere legata al nuovo è invece subentrata con la modernità. La modernità ha dato il via alla rincorsa a un “ammodernamento” continuo, legato anche al sorgere di nuove tipologie di edifici, particolarmente rappresentativi (che non a caso sono proprio quelli che Augé chiama i “non luoghi”). Si pensi ad esempio alle stazioni ferroviarie. Nella prima fase della modernizzazione, quando il cambiamento era sì accelerato, ma i ritmi erano ancora bassi, esse venivano edificate come se fossero destinate a durare per sempre; e infatti quelle che sono sopravvissute all’ammodernamento, pochissime, conservano il fascino di ciò che è costruito per la lunga durata. Ma già altre cose nell’ottocento vengono costruite con la prerogativa dell’effimero: si vedano i padiglioni per le grandi esposizioni, a Londra, o la stessa torre Eiffel, che negli intenti non avrebbe dovuto andare oltre il secolo.

La scelta della precarietà è paradossalmente legata all’introduzione di nuove tecniche costruttive, di nuovi materiali che in realtà avrebbero dovuto assicurare una maggiore durata, una maggiore resistenza al tempo (il ferro, il cemento armato) e che invece ne patiscono molto più velocemente l’azione. Proprio la facilità di costruzione di strutture gigantesche con questi sistemi ha fatto sì che non si badasse alla qualità. In primo luogo non era più possibile pensare in tempi lunghi come quelli della costruzione delle cattedrali; in secondo luogo era possibile replicare gli edifici, costruendone altri sempre più aggiornati nei cambiamenti del gusto, e quindi tanto valeva costruire in fretta. È in definitiva aumentata esponenzialmente la possibilità di costruire, passando dal legno come materiale principale al cemento, ma si sono prodotte costruzioni destinate ad una obsolescenza sempre più rapida.

La storia della Défense è per il momento l’epilogo di questa vicenda. Le costruzioni vengono già da progetto pensate per una durata massima di cinquant’anni (ma par di capire che l’aspettativa di vita sia destinata a calare drasticamente). Si costruisce qualcosa di enorme e di tecnologicamente avanzatissimo nella prospettiva che non durerà nemmeno quanto la vita di un uomo. In pratica mentre prima questa vita scorreva all’ombra della cattedrale che aveva visto passare innumerevoli generazioni, e ne avrebbe viste passare ancora, ora ogni generazione vede scorrere una serie di “soggetti” che si soppiantano l’un l’altro con frequenze sempre più rapide. L’uomo è fermo in un presente esteso, e il tempo gli passa davanti come su uno schermo cinematografico. Esattamente il contrario di quanto succedeva prima, quando lo scorrere del tempo lo poteva percepire solo sul suo corpo e su quello di chi stava attorno (e infatti, l’annullamento del tempo passa oggi anche per il tentativo di fermare il naturale decadere del corpo).

Di questo volevo arrivare a parlare. Del fatto che abbiamo talmente velocizzato le durate, lo scorrimento dei fotogrammi, da perdere di vista la possibilità della visione. Il treno ormai viaggia così veloce che non vediamo nemmeno più volare via il paesaggio dai finestrini, e siamo portati a pensare ad una nostra immobilità. Che significa niente passato, perché non riusciamo a focalizzare alcuna immagine di ciò che ci siamo lasciati alle spalle, perché sono troppe e si accavallano, e niente futuro, perché siamo in perenne rincorsa rispetto all’immagine appena passata, e impreparati e impossibilitati a pensare ad un futuro.

Assieme all’idea di un futuro stanno svanendo, da un trentennio a questa parte, tutte quelle aspettative che potevano trovare spazio e proiezione solo in quella dimensione. È venuto meno il mito del progresso, si sono dissolte le grandi ideologie del riscatto sociale e della rivoluzione, persino l’unico divenire sopravvissuto, quello della scienza, suscita più inquietudini che speranze.

Per questo guardiamo a quelle pietre con rimpianto. Si opponevano al tempo, ma solo per farlo scorrere in maniera più regolare, per dargli una direzione e un senso. Erano strumenti nelle mani del potere, religioso o civile che fosse, e come tali asserviti ad interessi particolari e a disegni tutt’altro che divini: ma una volta rimosse non sono state sostituite da alcun altro punto fermo, da nessuna torre che consenta di guardare lontano. Il tempo, non più indirizzato, semplicemente incanalato e frammentato nelle durate brevi e asettiche dei misuratori meccanici, è sfuggito totalmente al controllo: nessuna divinità, nessuna idealità lo governa. Piuttosto siamo noi, falsamente illusi di averlo imprigionato nei nostri marchingegni, ad esserne diventati schiavi: e la condizione di schiavitù, rispetto a quella particolare accezione moderna del tempo che è il “tempo-valore”, accomuna tanto chi il suo tempo lo vende quanto chi lo acquista. Perché quello in commercio non è il tempo, ma una sua oggettivazione puramente convenzionale.

In sostanza, così come non può essere dilatato raddoppiando o moltiplicando le vite, il tempo non può essere costretto e gestito sminuzzandolo e “valorizzandone” ogni frammento. Intensificare l’esperienza del tempo non significa semplicemente moltiplicare le occasioni, o diversificarle: significa viverle più intensamente. E l’intensità in questo caso non è correlata alla frequenza, ma alla persistenza. A differenza che in fisica, non è un problema di quantità, ma di qualità dell’esperienza. Questa può essere vissuta verticalmente, scendendo in profondità, o orizzontalmente, viaggiando in superficie: in quest’ultimo caso o riduce il tempo a movimento nello spazio, come d’altronde faceva già Aristotele, o lo traduce in contabilità spicciola e somma matematica di azioni. Non è detto che la quantità non possa tradursi, se gestita bene, in qualità: ma il rischio che rimanga fine a se stessa è grande.

Immagino che dopo tutta questa tirata uno si aspetti delle conclusioni, in questo caso delle istruzioni per il corretto consumo del tempo. Lo deludo subito, e d’altro canto l’ho detto in partenza: non volevo affatto formulare ricette, ma solo proporre delle impressioni. Sull’uso da farne non so proprio dare consigli. Anche se, tuttavia, qualcosa da queste pagine può uscire. Per scriverle ho impiegato almeno un paio d’ore, che mi sono sembrate un attimo per certi versi, un’eternità per altri: dentro ci sono infatti il ricordo di quel viaggio, la rievocazione di quelle impressioni, il ripensamento sulle tante cose lette e più o meno digerite sul tema del tempo, il raffronto con le modalità di esperienza che quotidianamente ne ho e con quelle che mi sembra cogliere negli altri, la revisione di quello che stavo scrivendo, nel tentativo di renderlo leggibile. Insomma, quanto ad intensità non posso lamentarmi. A prescindere dai risultati, sono state due ore spese bene.

Non so se chi le leggerà potrà dire altrettanto per i cinque minuti necessari: magari riterrà di aver solo perso del tempo. Se così fosse, mi consola il fatto di avergliene rubato poco, ma più ancora la soddisfazione di sapere che evidentemente ha modi migliori per spenderlo. Se non altro ho contribuito a farglielo scoprire.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Questo è un uomo!

di Paolo Repetto, 2011

Io corro appresso a delle idee; ammucchio
delle pietre che aumenteranno
l’imbarazzo e la confusione che già regnano in me.

Un amico che lo aveva accompagnato nell’ultima grande escursione sulle Alpi racconta che quando il loro gruppo attraversava qualche villaggio, o durante le soste alle locande, gli alpigiani (e soprattutto le alpigiane) non avevano occhi che per Déodat, e mormoravano: ecco un uomo!

C’è da credergli, dal momento che Déodat de Dolomieu era alto più di un metro e novanta, aveva il fisico asciutto di un atleta, camminava come un montanaro (ma più veloce, di miglior passo, avrebbe detto lui) e soprattutto aveva dei formidabili polpacci. Proprio così: fino all’invenzione del treno e alla moda del pantalone a tubo lanciata da lord Brummel il polpaccio era considerato il miglior indicatore della salute e della forza di un uomo, e aveva un suo rilievo nel canone estetico. Quelli di Déodat sembravano scolpiti da Policleto. Ma probabilmente i montanari non si riferivano solo all’impressione fisica: quell’uomo lo conoscevano, lo avevano visto altre volte aggirarsi veloce nelle valli più remote e salire i fianchi delle montagne, con lo zainetto sulle spalle e il martello da geologo in mano, oppure ne avevano sentito parlare: e conoscevano anche le sue peripezie e il suo coraggio.

Dolomieu era molto noto ai suoi contemporanei, sia come scienziato che come “avventuriero”, mentre oggi è ricordato al massimo per la roccia calcarea che da lui ha preso il nome, la dolomia (un bicarbonato di calcio e di magnesio), e per il suo cristallo mineralizzato, la dolomite. In realtà sono famose solo le montagne formate da questo amalgama, le Dolomiti, mentre per la stragrande maggioranza dei turisti, degli sciatori e anche degli alpinisti che le frequentano il loro “scopritore” è un perfetto sconosciuto: e, quel che è peggio, lo rimane anche per la gran parte degli storici della scienza e del pensiero scientifico. Non c’è da scandalizzarsi: è accaduto ad un sacco di suoi contemporanei, primo tra tutti Alexander von Humboldt, famosi e stimati in vita e di lì a poco dimenticati.

Eppure, anche ammettendo che la cultura odierna sia poco propensa a conservare memoria di chi veramente vale, Dolomieu avrebbe tutti i numeri per essere, almeno a livello di nicchia, un personaggio di culto. Come scienziato, come viaggiatore e soprattutto come uomo di una fibra fisica e spirituale eccezionale. Il fatto che non lo sia diventato la dice lunga sui gusti e sulla sensibilità dei miei contemporanei.

Questo breve omaggio non si ripropone di riscattarne la memoria: ci vorrebbe ben altro. È solo un ingenuo tentativo di evocazione, visto che volentieri avrei fatto un pezzo di strada in sua compagnia. Sarà come trascorrere insieme una mezz’ora, invitando a conoscerlo anche qualche amico.

Sul biglietto da visita, se ne avesse avuto uno, Dolomieu avrebbe dovuto scrivere: scienziato. Sul retro però avrebbe dovuto spiegare che razza di scienziato era, perché l’immagine e i comportamenti qualche dubbio lo creavano. Infatti era uno scienziato di nuovo tipo, di un genere che appare attorno alla metà del Settecento e che annovera tutti i nomi migliori della seconda generazione della rivoluzione scientifica (o volendo, della “seconda rivoluzione scientifica”, quella indotta dall’Illuminismo), da Linneo a Spallanzani, da Humboldt a Darwin e Wallace. È gente che esce dai laboratori e dalle accademie per andare a conoscere il mondo in diretta, rifiuta le teorie che spiegano tutto con un principio primo (quelle di Cartesio e di Newton, per intenderci) e prova a guardare le cose, la natura, dal basso e da vicino. Che risale quindi dal particolare al generale, e non viceversa. Il Settecento e la prima metà dell’Ottocento pullulano di questi personaggi irrequieti, sempre in giro come la scopa a raccogliere piante, a scoprire nuove specie di insetti, a classificare rocce e minerali, a frugare dentro i vulcani e a misurare temperature, pressione e umidità nei posti più impensati del globo, non ultime le cime delle montagne. È una vera febbre, che contagia ad esempio gli “apostoli” di Linneo, a caccia di piante per riempire i vuoti della tassonomia e i prati dei nascenti giardini botanici, ma che viene anche tenuta alta dalle accademie scientifiche, a loro volta lunga mano di stati in concorrenza espansionistica, e da un mercato non trascurabile di collezionisti e di importatori di specie esotiche. Questa gente si incrocia, si conosce, litiga, corrisponde. Ad ogni angolo ci si imbatte in qualcuno che è lì per fare ricerca. L’Etna e il Vesuvio sono percorsi da processioni di studiosi inglesi, tedeschi, francesi e persino italiani. Può capitare di incontrare Alessandro Volta lungo un valico alpino, Goethe nella campagna romana o Leopold von Busch in un maso tirolese, come accade appunto a Dolomieu. E mi fermo qui, perché se penso all’odierno “sai chi c’era sull’aereo?” mi prende lo sconforto.

Dolomieu è dunque uno scienziato. Se mi chiedete cosa ha scoperto devo sciorinare nomi scientifici di minerali che non saprei ricondurre a nulla, se si eccettua la dolomia, ma che pur non avendo un posto nella tavola periodica degli elementi sono parenti stretti dei titolari: il berillio (questo nella tavola c’è), l’analcime (silicato idrato di sodio, conosciuto come occhio di gatto), la celestite (solfato di stronzio), lo psilomelano (ossido di manganese e di bario), la leucite, ecc. Ha poi pubblicato memorie fondamentali sull’origine e sull’azione dei vulcani e sul rapporto di quest’ultima con i terremoti, ha ipotizzato per primo l’esistenza di masse ignee profonde ed ha intuito con largo anticipo le conseguenze del raffreddamento superficiale della crosta terrestre, oltre naturalmente ad avere chiarito la differenza di composizione delle rocce delle Alpi occidentali e di quelle orientali. L’elenco dei suoi interessi e delle loro applicazioni è infinito: arriva persino a studiare le pietre dei monumenti e a datare le statue classiche partendo dalla provenienza dei marmi. Ma a noi queste cose interessano relativamente, perché non è tanto di scienza che vogliamo parlare quanto dello scienziato, del suo metodo e del tipo di sguardo che rivolge alla natura.

Déodat scrive a Picot de La Peyrouse, suo compagno di escursioni e soprattutto suo interlocutore scientifico privilegiato: “Avete perfettamente ragione nel combattere quei sistemi generali che vorrebbero sottoporre la natura ad un movimento uniforme e tutto l’universo agli stessi aggiustamenti e ordini di cose che esistono in qualche sua parte. Nelle grandi catene montuose, ad esempio, regno comunemente attribuito ai graniti e gneiss, a torto non si vogliono considerare le pietre calcaree, che sono essenziali tanto all’antico quanto al nuovo mondo”. I sistemi generali cui si riferisce sono, come abbiamo già visto, quello cartesiano e quello newtoniano. Sono il prodotto di una lettura meccanicistica del mondo che non lascia spazio alla singolarità, alla differenza, ma deve riassorbire tutto in una spiegazione basata su leggi fisiche generali. Le montagne, ad esempio, in questo tipo di spiegazione costituiscono una fastidiosa anomalia, non dovrebbero nemmeno esserci e vengono frettolosamente liquidate come un problema di meccanica delle forze o come frutto di insindacabili interventi divini. Voltaire, che è un newtoniano, dice che in fondo sono lì per consentire ai fiumi di scorrere. Dolomieu non è l’unico a ribellarsi alla dittatura di questi sistemi, ma è senz’altro uno dei più convinti e decisi. Non gli interessano gli esperimenti di gabinetto, gli importa di quel grande laboratorio a cielo aperto che è la natura, nel quale le combinazioni, i composti, non rispondono alla legge generale, ma ti meravigliano ogni volta per proprietà ed esiti e comportamenti anomali. “Il mio viaggio nelle Alpi è stato felice, ho visto delle belle montagne e dei fatti curiosi; ho rivisto molte delle mie idee sui limiti del Primitivo e del Secondario. Ho osservato delle singolari successioni di rocce, e infine ho sentito più fortemente ancora la necessità di essere prudente ad avanzare qualsiasi opinione e a introdurre delle teorie, se non voglio essere contraddetto dalla natura”. (4 novembre 1801)

Questo è il laboratorio che vuole frequentare. Quando la Calabria viene devastata nel 1783 da un terremoto catastrofico si mette immediatamente in marcia e va ad ispezionare i luoghi colpiti. Vista da vicino, nelle sue conseguenze sul suolo e su tutto ciò che ci sta (ci stava) sopra, la catastrofe mette in forse ogni ipotesi di continuità, regolarità e gradualità della natura e costringe a leggere i fenomeni per quel che sono, non per quel che dovrebbero essere. L’approccio sul campo consente a Dolomieu di infischiarsene dei massimi sistemi e di districarsi con particolare disinvoltura tra le varie teorie concorrenti che caratterizzano il dibattito scientifico nella sua epoca, soprattutto tra nettuniani e plutonisti. Non si schiera per nessuna delle due parti, anche se il suo interesse per i vulcani e per il “fuoco sotterraneo” lo collocano tra questi ultimi. Crede, certamente, in una forza interna alla natura, endogena, che lo porta anche ad ipotizzare l’origine e la dinamica dei movimenti tettonici, ma non ritiene che questa forza sia riconducibile a formule fisse: la storia della terra non è scritta da una normale prevedibile concatenazione di moti, ma dalla discontinuità di eventi catastrofici. È possibile di volta in volta spiegare e mettere in connessione i singoli fatti: ma per poterlo fare è indispensabile essere sempre pronti a stupirsi e guardare alla natura senza gli occhiali preformanti della teoria. Al contrario, lo sguardo deve essere capace di cogliere l’insieme, proprio a partire dai singoli particolari: ciò che è consentito solo da una ricognizione ambientale compiuta palmo a palmo. In questo Dolomieu anticipa il principio metodologico di Humboldt: solo vedendo coi tuoi occhi puoi cogliere all’interno del quadro della natura differenze, affinità, continuità, rotture. “È sulle montagne, attraverso l’osservazione personale che si deve apprendere la litologia. I campioni di per sé sono senza carattere”. Sono le sfumature a fare da legante, a far trapassare un fenomeno da una scala quantitativa e qualitativa all’altra e a rendere comparabili aspetti e dati che in una pura astrazione fisico-matematica non lo sarebbero affatto. Su questi presupposti Humboldt redigerà le sue carte tematiche, traccerà le sue linee isobariche, isotermiche, di distribuzione delle piante, ecc, e fonderà la moderna geografia. Dolomieu non disegna carte, ma passo dietro passo ci fornisce tutte le indicazioni per immaginarne una in scala quasi reale.

È necessario anche uno sguardo libero. Dolomieu rifiuta la “professionalizzazione” della scienza: il che significa un rifiuto non della professionalità, ma del professionismo, del corporativismo, della ritualizzazione burocratica e soprattutto della strumentalizzazione e dell’asservimento al potere. È difficile trovare uno scienziato del suo tempo altrettanto insofferente dell’apparato accademico. E in questo senso è anche fortunato, perché vive, nel periodo a cavallo della rivoluzione e prima del consolidamento del regime napoleonico, un momento magico di fervore creativo, di acceso dibattito e di rapido svecchiamento, nel quale ogni precedente istituzione culturale entra in crisi o scompare e gli intellettuali francesi, gli scienziati in particolare, non più e non ancora inquadrati in un “ceto” privilegiato, godono della massima libertà d’azione. L’ideale personalistico e individualistico dello scienziato coltivato da Dolomieu si coniuga benissimo con uno spirito di collaborazione che non è imposto dai ranghi, ma nasce spontaneo, da amicizie sincere (tanto più se cementate da esperienze comuni di lunghe ricerche sul campo) dall’entusiasmo e dal comune denominatore di una scienza “al servizio” della comunità civile. Nel suo caso si sposa anche con una concezione “storicistica” della scienza, intesa come un sapere in fieri rimesso costantemente in discussione dalla storicità stessa della natura. Il che significa che “in divenire” non è solo il mondo, ma anche la conoscenza del mondo: e che i risultati da quest’ultima di volta in volta raggiunti non possono essere fossilizzati in dogmi, ma devono essere tradotti in stimoli per un’avventura sempre in corso: “Se devo giudicare dall’ardore che anima quelli che mi hanno accompagnato nei miei viaggi, dalle conoscenze che hanno acquisite, dal tipo di istruzione in ogni campo che ricevono nella scuola che frequentano […] posso predire che faranno fare alla mineralogia e alle altre scienze collegate dei successi tanto rapidi quanto sorprendenti. Mi impegno ad annunciare che porteranno queste scienze a livello di tutte le altre scienze fisiche e matematiche; e senza lasciarmi prendere da quel sentimento di gelosia che troppo sovente crea amarezza nell’animo degli anziani, che fa loro vedere con pena i progressi che l’età impedirà loro di seguire, e che li porta a credere che la scienza non avanzi più, perché loro non marciano più al suo passo, e a negare i suoi successi piuttosto che starsene tra coloro che applaudono senza essere protagonisti, mi limito a chiedere a quelli che si preparano a succederci di esserci grati degli sforzi che abbiamo fatti per preparare loro la strada […] Questa ricompensa, che credo ci sia dovuta, sarà sufficiente a ripagarci della vita faticosa e disagiata che abbiamo sacrificato a ricerche per le quali non avevamo gli stessi strumenti che hanno loro”.

Questo ferma e dignitosa consapevolezza fa di Dèodat, oltre che uno scienziato, un uomo e un viaggiatore particolare. Dolomieu era arrivato alla scienza per vie traverse. Era nato nobile, all’esatta metà del secolo, in un castello di un piccolo villaggio dell’Isère. Cadetto in una famiglia di dieci figli, aveva davanti solo due prospettive: la carriera militare e quella ecclesiastica. Il padre lo toglie precocemente dall’imbarazzo della scelta, comprandogli quando ha due anni il diritto ad entrare nei Cavalieri di Malta, che è un po’ l’una e l’altra cosa. Così piazzato, non è nemmeno il caso di fargli impartire un’istruzione regolare: i rudimenti della lettura, della scrittura e del far di conto se li crea da solo (nel racconto della sua giovinezza fatto a Picot ricorda di aver imparato le prime tre regole dell’aritmetica computando con le dita delle mani). L’essere un autodidatta a conti fatti segna in positivo la sua formazione: impara ad imporsi una ferrea disciplina di studio che proprio perché autonomamente acquisita non gli pesa affatto, ed elabora una metodologia di ricerca adatta alle sue caratteristiche. “Lo spettacolo dell’universo aveva per me tanto fascino e tanta attrattiva che spesso, senza essere astronomo, ho passato notti intere a contemplare tutti i corpi luminosi che decoravano la volta celeste, a seguire i pianeti nei loro movimenti attorno al sole …”. Quando attorno ai dodici anni viene inviato a Parigi per dirozzarsi sa già bene quello che vuole, e si è cucito gli abiti per farlo: ama l’aria aperta e l’osservazione diretta della natura.

La sua vita prende però a questo punto una direzione obliqua: a quattordici anni deve cominciare a mantenersi da solo, e lo fa arruolandosi nei “carabiniers”. Ha fisico e stoffa, per cui raggiunge quasi subito il grado di luogotenente. A sedici può far valere l’affiliazione al cavalierato maltese: è imbarcato su una galera dell’Ordine e con questa scorrazza per tutto il Mediterraneo, sino a quando un tragico incidente lo caccia nei guai. A diciassette anni infatti, durante uno scalo a Gaeta, uccide in duello un camerata che lo aveva offeso. Parlo di incidente, e non di omicidio, perché il giovanissimo Déodat non aveva alcuna intenzione di uccidere, e di questo episodio, ancorché vantarsi, avrà sempre un grande rimorso: non fosse altro perché pensa che il duello sia stato impari, data la sua stazza e la lunghezza delle sue braccia. Comunque la cosa rischia di costargli cara. La regola dell’ordine è chiara: ammazza quanti più infedeli possibile, ma non spargere mai il sangue di un altro cristiano. Sarebbe la pena capitale, che viene commutata in carcere a vita in ragione della giovane età: ma qualche santo a corte e in Vaticano i Dolomieu ce l’hanno, e il ragazzo viene liberato dopo nove mesi. Torna in patria a diciannove anni, con alle spalle le esperienze di un uomo vissuto.

Fermiamoci un attimo a riflettere. Sarà pur vero che si tratta di una vita eccezionale, altrimenti non sarei qui a scriverne, ma non è tale solo per l’intensità con la quale sono stati vissuti gli anni giovanili. Per l’epoca questa era quasi la regola; in forme e in ambiti diversi la precocità accomunava tutti i ceti sociali. E non mi riferisco certo al duello e alla galera, perché di minorenni sbandati e omicidi le carceri non sono mai state piene come oggi: mi riferisco invece alla “qualità” di queste esperienze, la stessa che si può ritrovare in Foscolo, tanto per fare nomi decisamente più conosciuti, che a sedici anni si mantiene da solo, scrive tragedie che vengono messe in scena e ha un’amante che ha di primavere ne conta il doppio; o in Leopardi, che alla stessa età di vita ne ha conosciuta poca ma in compenso ha già scritto saggi sull’astronomia, e prima dei vent’anni scriverà l’Infinito. E anche qui parrebbe trattarsi di eccezioni, ma non è così, se non per il livello degli esiti raggiunti. È sufficiente approfondire un po’ la biografia di qualsiasi scienziato, artista, letterato, militare o politico vissuto prima del Novecento per ritrovare la stessa cosa. Certo, si tratta di minoranze. Ma oggi, in un’epoca nella quale teoricamente sarebbe più facile per molti, se non per tutti, maturare esperienze molteplici e precoci, non abbiamo neppure quelle minoranze. Viviamo molto più a lungo, ma certamente non viviamo di più.

Dove sta la differenza? Sta nel fatto che qualsiasi esperienza, di vita, di viaggio, di studio, di lavoro è sino all’età pre-contemporanea più “profonda”, incide maggiormente e in modo diverso sulla costruzione della personalità. Proprio il viaggio può fornirci l’esempio paradigmatico. Intanto, in proporzione ai mezzi e ai modi i giovani del settecento viaggiavano molto più di quelli di oggi: ma soprattutto l’esperienza di un viaggio a piedi o a cavallo, di tempi lunghi e di soste ripetute, di pericoli naturali e umani sempre in agguato, della precarietà, della fatica, del freddo, del caldo, di ogni sorta di maltempo non vissuto dietro un finestrino, ma sulla propria testa, lascia un segno decisamente diverso rispetto allo spostamento odierno. Quello che manca oggi è il piacere e la sorpresa della scoperta, perché di norma conosciamo virtualmente già benissimo ciò che andiamo a scoprire, e in realtà andiamo solo a verificare che corrisponda al già noto; manca il senso dell’avventura, perché anche lo sforzo dei più temerari di inventarsi la precarietà e le emozioni forti si traduce in parodia, e rende ridicola anche la tragedia; manca soprattutto il tempo, che solo può dare un’idea reale delle distanze, e solo può consentire di cogliere le differenze, perché le distanze sono azzerate dalla velocità e le differenze sono annullate dall’omologazione globale. Dolomieu le distanze (e cospicue) le ha percorse nella sua adolescenza a vela o a piedi. Il tempo per ripensarle lo ha avuto, in prigione. È pronto al secondo atto.

Quando rientra in patria viene assegnato di guarnigione prima a Grenoble e poi a Metz, dove diventa popolare per aver tirato fuori da un ospedale andato a fuoco diversi commilitoni, rischiando seriamente di rimanere intrappolato lui stesso. Nel frattempo però la vita militare ha perso per lui ogni interesse, mentre la frequentazione della casa e delle lezioni di un farmacista-naturalista gliene fanno intravedere altri. Dèodat è un gran bel ragazzo, e anche in provincia le occasioni per distrarsi dalla noia non gli mancano. Ma c’è un’altra tassativa regola dell’ordine: i Cavalieri debbono praticare la castità, almeno ufficialmente, e sono quindi vincolati al celibato. Questo impedisce a Déodat di coronare la storia con l’unica donna che per sua stessa ammissione abbia forse davvero amato, la piccola Jennie, figlia del suo maestro: ma gli conserva la libertà indispensabile per diventare lo scienziato e il viaggiatore che ce lo rendono caro, e per avere lungo tutta la vita un sacco di avventure galanti. Da quanto lasciano intendere i suoi corrispondenti era considerato un vero sciupafemmine; ma lui su questo tema, da perfetto gentiluomo, è molto riservato. C’è al massimo qualche accenno di questo tenore: “conduco una vita molto dolce. Una donna gentile e bellissima è venuta a trascorrere l’inverno a Roma, per stare vicino a me. Ho subito però una perdita che mi ha molto turbato. Quella di un manoscritto che raccoglieva le mie osservazioni in Italia durante i primi tre viaggi da me fatti” (gennaio 1788). Dove si capisce quali siano le vere priorità.

Ciò non significa che Dolomieu sia un vanesio e un insensibile: è un uomo naturalmente affascinante, anche per l’alone di avventura, di irregolarità e di esotismo che lo circonda (avrebbe benissimo potuto ispirare, persino per le caratteristiche fisiche, il personaggio di Corto Maltese). È possibile che non sappia, o meglio ancora non voglia, resistere al proprio fascino (c’è da chiedersi perché mai dovrebbe): e quindi si lascia molto amare, praticando “passivamente” le idee sulla seduzione che aveva discusso ai tempi di Grenoble con un suo caro commilitone, Chorderlos de Laclos (e che quest’ultimo teorizzerà ne Les liasons dangereuses). Non dimentichiamo che Dolomieu è un contemporaneo di Casanova, con la differenza essenziale che lui le sue avventure galanti non le racconta, e che soprattutto ha anche altri – preminenti – interessi.

Quello per la scienza, e in particolare per la geologia e la mineralogia, viene rinfocolato dalla frequentazione del marchese Alexandre de la Rochefoucould, anche lui introdotto nella cerchia del farmacista Thyrion. Entrambi i nuovi amici hanno per la scienza un interesse “dilettantistico”: non sono motivati da ambizioni di carriera, ma da un entusiasmo creativo che contagia chi li frequenta. Déodat non cerca altro: riconosce immediatamente l’affinità spirituale e si sente confortato nella sua vocazione naturalistica. Accoglie gli stimoli alla sua maniera, con una scelta di dedizione immediata alla causa e di ricerca condotta al di fuori di ogni schema e condizionamento accademico o vincolo corporativo. Dal 1771 hanno quindi inizio i suoi viaggi esplorativi: Déodat ha ventun anni, una vita sociale tutto sommato intensa, perché attraverso le conoscenze di famiglia e le amicizie strette a Metz è introdotto nei salotti migliori anche quando si reca a Parigi, e in quei salotti è al centro dell’interesse femminile per il suo aspetto e della stima maschile per la sua intelligenza vivace. Ma la sua testa e il suo cuore sono altrove: “[…] la passione che mi spingeva a contemplare i fenomeni della natura era così forte che ogni anno, quando la primavera tornava a ridare vita al mondo vegetale e a rimettere in moto tutti gli organismi, tutte le bellezze dell’arte perdevano per me le loro attrattive. La mia immaginazione aveva bisogno di più spazio, i miei affetti di altri oggetti e il mio gusto di altri piaceri. Così, ogni anno mi lanciavo verso qualche catena di montagne, andavo sulle cime”. Le escursioni occupano dapprima la gran parte del suo tempo libero, ma in seguito anche quello lavorativo, dal momento che riesce a farsi assegnare il compito di ispettore minerario per l’esercito. L’entusiasmo è tale da coinvolgere nel 1778 persino il padre, ormai orgoglioso più che preoccupato per quel figlio sopra le righe, che si fa trascinare in una escursione naturalistica nel cuore delle Alpi svizzere. Purtroppo muore proprio durante il viaggio, e conoscendo le caratteristiche di camminatore di Déodat nasce il sospetto che sia stato stroncato dal tentativo di tenergli dietro: nel qual caso il marchese François sarebbe il martire di una vocazione geologica tardiva e riflessa.

Per quasi vent’anni Dolomieu rimbalza da una regione all’altra dell’Europa, dalla Bretagna alla Calabria, dalla Stiria all’Estremadura: a seguire i suoi spostamenti c’è da perdersi. Naturalmente quel che più lo attira sono le montagne. Passa al pettine i Pirenei e i Vosgi, e quindi l’Appennino, sino alla Sicilia, vulcani e piccole isole compresi. E soprattutto, le Alpi. A Roma trascorre un inverno con Goethe, a Verona, a Venezia, a Bologna stringe amicizia con i più importanti geologi e naturalisti italiani del tempo (anche se in generale non ha una grossa stima della classe colta del nostro paese: “A Laubach ho incontrato il dottor Hacquet, che sta pubblicando un’immensità di opere di mineralogia e di botanica. In generale tutti questi tedeschi sono molto sapienti, mentre quasi tutti gli italiani sono molto ignoranti”).

Si muove liberamente da uno stato all’altro, munito del solo lasciapassare della sua crescente autorevolezza scientifica: se si esclude lo sfortunato rapporto con i Borbone di Napoli, per il resto è l’emblema del cosmopolitismo concreto consentito agli uomini di scienza sul finire dell’ancient règime. Nei diari di viaggio non si dilunga in notazioni antropologiche, ma non manca di rilevare le differenze umane tra una zona e l’altra: “Dopo aver attraversato tutte le ricche campagne dello stato pontificio, da Loreto a Bologna, ed essere entrati nella Carniola e nella Stiria, si avverte un contrasto che colpisce ed affligge. In queste provincie tedesche la natura sembra molto più avara di frutti […] Ma è un altro il contrasto che maggiormente colpisce: quello dei costumi. All’astuzia, alla fierezza e all’avidità degli italiani succedono la franchezza, la semplicità e la buona fede degli abitanti delle montagne”.

Anche quando ricopre incarichi ufficiali di altra natura, come in occasione di una ambasceria a Lisbona, Déodat non manca di approfittarne per curiosare nei dintorni e studiare le formazioni basaltiche (sulle quali scrive naturalmente una memoria), per approfondire le sue conoscenze dittologiche e per verificare le convinzioni che va maturando rispetto all’orogenesi. Intanto fa carriera nell’ordine di Malta, e naturalmente suscita rivalità ed invidie. Per questo, ma soprattutto per potersi dedicare a tempo pieno a ciò che veramente gli interessa, lascia l’isola, che negli anni ottanta è diventata una seconda patria, esce dall’ordine, rinunciando anche ad un cospicuo appannaggio, e rientra in Francia nell’ottantanove. Giusto in tempo per beccarsi la rivoluzione.

Dolomieu è un aristocratico. Lo è formalmente, per nascita, e tutto sommato ci tiene anche ad esserlo: ma lo diviene poi nel senso pieno del termine per l’attitudine mentale e per le conseguenti scelte di comportamento. L’attitudine è quella del cavaliere medioevale, piuttosto che quella del cortigiano settecentesco: rifiuto degli agi, vita (quasi) ascetica, dedizione totale alla ricerca. Il suo Graal è la conoscenza della natura. Quanto alle scelte, non c’è nulla di contraddittorio nel fatto che rivendichi ad esempio il riconoscimento della sua carriera all’interno dell’Ordine di Malta. In quanto figlio cadetto non ha ereditato alcun titolo, ma quelli che si è guadagnato sul campo li vuole riconosciuti. E nemmeno è un integralista alla maniera di Thoreau nella professione del suo naturalismo. Tra un viaggio e l’altro continua a frequentare i salotti dei savants, dove incontra Turgot e Condorcet, ma anche Diderot e Horace-Benédicte de Saussure. Sono circoli mondani, ma sono anche i luoghi dove si elaborano e si confrontano le idee che di lì a poco trasformeranno il mondo e la maniera di vederlo.

Questo atteggiamento di fondo, la capacità di muoversi a proprio agio in ambienti e in situazioni estremamente diversi, lo accomuna agli altri protagonisti che abitano il mio piccolo pantheon: Humboldt, Tocqueville, … su su fino ad arrivare a Camus. Se si esclude quest’ultimo, mi accorgo che sono tutti di origine aristocratica. Verrebbe da dire che è naturale: fino a un paio di secoli fa i non aristocratici avevano ben poche opportunità di vivere esistenze eccezionali. Ma non è vero, non è solo questo. Non mi intrigano quelli che sono nati aristocratici, ma quelli che lo sono rimasti, che riferito al nostro discorso significa coloro che riescono ad essere sempre in leggero asincrono rispetto alla realtà, non per una snobistica indifferenza, ma per la capacità di viverla senza farsene travolgere. In definitiva, coloro che posseggono quell’understatement “caldo” che permette di appassionarsi alle cose e agli uomini, mantenendo chiara la percezione che di uomini e di cose si tratta. Dolomieu ne offre un perfetto esempio quando in una lettera del 1789 a Picot, in piena bufera rivoluzionaria, scrive: “Attendo l’arrivo di un corriere dal quale dovrò apprendere se mi hanno confiscato tutti i beni … nell’incertezza quindi se mi rimarrà il pane per cibarmi desidero tuttavia, mio eccellente amico, intrattenermi con voi di argomenti del tutto estranei alle vicende del tempo”. Chi è capace di un simile décalage sta applicando il motto “aristocratico nel pensare, democratico nell’agire”, dove anche democratico ha una valenza ben più che politica. Tutto questo con la condizione di nascita c’entra niente, mentre ha a che vedere con una disposizione individuale e con una contingenza storica.

Credo di avere una spiegazione per il concentramento di tanti grandi spiriti in un arco temporale piuttosto ristretto. C’è un’epoca, che va dal periodo immediatamente precedente la rivoluzione francese fino alla metà dell’Ottocento, nella quale l’aristocrazia, pur mantenendo la gran parte dei suoi privilegi, non esercita più alcun potere (e questo vale anche per l’Inghilterra, dove la rivoluzione c’era già stata). Per contrapporsi ad una borghesia avida e arrivista, ma soprattutto per dare un senso alla propria anacronistica sopravvivenza, questa aristocrazia cerca di marcare uno “stile”, che ha da essere nuovo, perché non è più connesso ad una funzione politica o economica. Lo fa in genere rivendicando una differenza di immagine, che si risolve in una “etichetta”: ma in qualche caso riesce ad andare oltre, ad attingere ad un’etica, che è una conquista individuale ed autonoma. In altre parole, ci sono aristocratici che, in assenza di impegni esterni, ne prendono uno con se stessi: quello di essere, letteralmente, όι άριστόι, i migliori. È una scelta minoritaria ed esclusiva, anacronistica nel senso che è perdente in ogni epoca, se assumiamo a metro quello “oggettivo” della fama postuma. In effetti, anche senza la prova del DNA è certo che i padri della contemporaneità sono i ben più noti Voltaire e Rousseau, per non dire di Hegel, la cui progenie arriva sino Sartre. Ebbene, sotto il profilo umano sono tutti personaggi pessimi, la cui caratteristica comune è un’invidia acida, mascherata dall’irrisione o dal disprezzo, per la libertà spirituale che la nuova condizione nobiliare consente.

Dolomieu fa parte dell’altro club, quello ristretto. Anzi, ne è uno dei fondatori. Durante la rivoluzione però entra a far parte anche di un club vero, quello dei Foglianti, ala moderata del giacobinismo. Non è certamente uno che ama la politica, ma in certi frangenti non è possibile tenersene fuori. Dolomieu crede davvero nella rivoluzione, nella necessità di una rigenerazione che porti alla “felicità pubblica”. Come altri appartenenti al suo stato ha soprattutto in odio l’assolutismo e ogni aspetto di privilegio del vecchio regime: “Vi sono delle persone che amano le catene: non conviene discutere di questi; nell’antico regime tutti noi ne portavamo: esse erano d’oro o di argento per gli uni e di ferro per gli altri, ecco la sola differenza”. Nei primi due anni della rivoluzione è un entusiasta, senza per questo essere un ingenuo o un esaltato: ma i valori etici cui si ispira sono non tanto quelli di una nebulosa égalitè, quanto quelli di una assoluta liberté, quella di chi non vuole né obbedire né comandare: né vittima né carnefice, direbbe Camus. E questa è un’idea di libertà senz’altro molto aristocratica: non è la libertà di tutti, ma quella di ciascuno. Se vuoi la libertà te la devi guadagnare, e poi difendere, non in senso generico ma costruendoti una capacità individuale di sopravvivenza e resistenza coltivata attraverso la sobrietà nei bisogni, l’allenamento alle ristrettezze e ai disagi, l’indipendenza dai vincoli di ogni tipo, il disinteresse per la ricchezza e gli onori. Queste cose Dolomieu non le teorizza, non è Rousseau: le mette in pratica durante tutta la sua esistenza, e ha più di una occasione per sperimentarne l’efficacia.

Quanto alla fraternité, sa bene che non può essere imposta per legge, e che può esistere solo all’interno della ristretta cerchia degli amici. A questi Déodat tiene moltissimo, sia pure alla sua maniera composta nelle espansioni e franca nei dissensi, e la sua lealtà è ricambiata da una stima incondizionata. L’amicizia viene senz’altro per lui prima di ogni altra cosa, soprattutto quella cementata dalla comune vocazione scientifica e mantenuta viva da uno scambio intellettuale costante. Anche durante i viaggi più impegnativi, che lo portano a girovagare per mesi nelle Alpi o in zone comunque impervie, approfitta di ogni attimo di sosta per corrispondere con sodali sparsi per tutta l’Europa. Non è un passionale, e le sue lettere sono in genere parche di notizie personali e dense invece di osservazioni e informazioni scientifiche; ma il tono, il linguaggio schietto e semplice con il quale partecipa agli altri le sue intuizioni o le perplessità, sono quelli di chi sull’asettico denominatore comune dell’interesse naturalistico sa costruire i legami “caldi” dell’intelligenza.

Per questo tutto gli crolla addosso il giorno in cui il suo migliore amico, il marchese de la Rochefoucault, gli muore tra le braccia, massacrato da una torma di dementi in caccia di aristocratici, che nemmeno ha idea di chi sta ammazzando. Lui stesso se la cava per un pelo. È la fine dell’illusione rivoluzionaria. Dolomieu si tira in disparte e sopravvive al Terrore rifugiandosi nella provincia remota. Ma non si nasconde: anzi, nel periodo più buio esce allo scoperto con un articolo che è una condanna della deriva barbarica che la rivoluzione ha intrapreso, e al tempo stesso una sfida: io sono qui, e non mi importa delle vostre liste di proscrizione. Ripeto: non rinnega la rivoluzione, denuncia lo stravolgimento delle idealità dalle quali aveva preso avvio e l’immancabile riflusso burocratico, quello per cui dopo ogni Cristo viene una chiesa.

È il percorso obbligato dei puri. Gli altri, quelli bravi a tenersi a galla perché vuoti di ogni coerenza e idealità sincera, i Talleyrand di ogni situazione, aspettano la prossima onda per cavalcarla ancora e passano armi e bagagli alla reazione. È ciò che accade a buona parte dell’aristocrazia “illuminata” francese, a quella almeno che riesce a uscire indenne dalla bufera: ma non a Dolomieu. Era un aristocratico prima, lo rimane durante e dopo la rivoluzione, perché il suo concetto di aristocrazia non ha niente a che vedere con il ceto e il privilegio. Concerne un modo d’essere, non l’alea di una nascita.

Dolomieu comunque se la cava. Sotto il Direttorio si mantiene ben lontano dalla politica, ma le sue qualità di ingegnere minerario gli valgono una cattedra presso l’École des mines: come a dire, la libertà di muoversi, di fare ricerca costante sul campo, e il piacere di trasmetterne i frutti. È un ottimo insegnante, i suoi allievi lo adorano, soprattutto perché le sue lezioni si svolgono per la maggior parte “en plein air” e perché sul piano delle prestazioni fisiche li surclassa tutti.

Sta progettando un ennesimo viaggio nelle Alpi quando Napoleone lo chiama a far parte del gruppo di scienziati che lo seguono nella campagna in Egitto. Non ha sollecitato l’incarico, ha anzi qualche dubbio: e comunque prima di accettare si fa confermare da un amico che in Egitto ci siano montagne e rocce degne di studio. La campagna finisce come sappiamo, ma a Dolomieu va anche peggio. Sulla via del ritorno naufraga nel mare di Taranto, si salva a stento e viene catturato dai soldati borbonici. A differenza dei suoi compagni, che vengono liberati di lì a poco, Déodat finisce nelle carceri di Messina, dove gli viene imposto un regime di detenzione inumano: è rinchiuso in una cella di due metri per tre, con un’unica piccola apertura che di notte quasi sempre viene chiusa, in un’aria irrespirabile al limite del soffocamento, dove rimarrà per ventuno mesi senza mai uscire. Contro di lui si muove una congiura che vede coinvolti proprio i Cavalieri di Malta, disciolti da Napoleone ma ancora potenti presso la corte di Napoli, e la stessa regina Maria Carolina, forse caduta a suo tempo, durante una precedente permanenza napoletana di Déodat, vittima del suo fascino, o peggio, forse respinta, e ora determinata a vendicarsi. Non valgono a niente le proteste e le suppliche di tutto il mondo scientifico: Dolomieu rivede la luce solo quando Napoleone, dopo la vittoria di Marengo, pone tra le clausole inderogabili del trattato di pace la sua liberazione.

Le caratteristiche “sportive” di Dolomieu gli hanno resa ancor più dura la vita durante la detenzione, ma al contempo almeno momentaneamente gliel’hanno salvata. Immaginate un uomo abituato a vivere all’aria aperta, che non sopporta neppure le ovattate dimore parigine, costretto in un buco nel quale riesce a malapena a muoversi (percorre ogni giorno per migliaia di volte i tre metri della diagonale della cella, tre passi da un angolo all’altro, avanti e indietro), e a respirare (la fiammella della lampada ad olio brucia quel poco ossigeno, e Dolomieu vive in un costante stato di semisoffocamento). Eppure riesce a resistere, prima di tutto alla ricorrente tentazione di togliersi la vita, poi a quella di lasciarsi andare, di abbrutirsi. Con una scheggia di legno si costruisce un pennino, si serve del liquido bruciato della lampada come inchiostro, riesce a sottrarre all’ispezione dei carcerieri un volumetto che ha portato con sé, e nei bordi delle pagine scrive le parti essenziali di quella che sarà la sua opera scientifica più importante, il trattato sulla Filosofia mineralogica. Scrive anche un diario di prigionia, fatto di annotazioni telegrafiche attraverso le quali traccia un bilancio della sua esistenza e la compara all’attuale condizione di “morto alla scienza e al mondo”: ma senza alcuna commiserazione. C’è una frase ricorrente, ripetuta in maniera quasi ossessiva per venti mesi: “eppure io vivo ancora”. Alla faccia di chi lo vuole sepolto vivo.

Nel marzo del 1801 è infatti nuovamente in Francia e a giugno è già sulle montagne per una lunga escursione geologica, che lo porta a percorrere oltre mille e cento chilometri. Dalle lettere che invia agli amici sembra aver superato la terribile prova senza eccessivi danni: ma alla fine di novembre muore quasi all’improvviso, a cinquantun anni. La carcerazione ha minato il suo fisico nel profondo: e forse lo sforzo di recuperare tutta l’aria possibile, tutti i paesaggi e gli incanti delle sue montagne è stato troppo repentino e violento. Muore consapevole: ha il solo rammarico di non aver potuto riordinare ed editare le sue carte: “La morte verrà a sorprendermi senza che abbia avuto il tempo di destinare ogni cosa allo scopo che mi ero prefisso”. Un po’ di tempo in più non gli spiacerebbe: ma sa che quello che ha avuto in dote è stato usato al meglio.

E veniamo ora ad un altro aspetto della personalità di Dolomieu che ci aveva intrigato, quello peraltro da cui eravamo partiti: i polpacci di ferro. Dolomieu è un viaggiatore, ma prima ancora è un camminatore. Non lo nego: come era già accaduto per Humboldt, ciò che mi ha colpito inizialmente e mi ha poi spinto ad approfondire la conoscenza del personaggio è la sua incredibile resistenza fisica. Non so per quale motivo questa caratteristica eserciti tanto fascino su di me. Forse la associo immediatamente ad una capacità di resistenza morale, anche perché questa diretta corrispondenza ho potuto sperimentarla in alcuni dei miei amici. Forse l’amore per la montagna, dove la resistenza fisica è un requisito primo e fondamentale, mi porta a sopravvalutarne il corrispettivo spirituale, e a coglierne riscontri continui nelle vite che mi colpiscono: Gobetti, Primo Levi, Livio Bianco, Ettore Castiglioni, Massimo Mila, Nuto Revelli, tutto il gruppo dei torinesi e dei piemontesi che hanno fornito il nerbo all’opposizione al fascismo negli anni venti e trenta e quella al nazismo durante la guerra erano alpinisti. A dire il vero lo era anche Julius Evola, e l’ambiente alpinistico tra le due guerre si lasciò spesso contagiare dalla retorica e dalla mistica fascista: ma penso che questo contagio abbia riguardato solo la facciata istituzionale. Chi è alpinista dentro non ha spazio per la retorica. Credo comunque che ci sia una ragione di ordine più oggettivo: a differenza della forza, che è una caratteristica eminentemente biologica, la resistenza, anche quella fisica, è un portato culturale. La prima dipende dalla natura, la seconda da noi. La capacità di resistenza la si coltiva, e Dolomieu ne è particolarmente convinto. Dice in proposito: “I miei viaggi nelle montagne hanno talmente temprato i miei polmoni ad atmosfere purissime, che sono abituato a dormire ovunque in letti senza coperte, in camere aperte all’aria”. Le sue abitudini spartane sono finalizzate ad una progettazione di sé: quella capacità di sopravvivenza, di cavarsela da soli, che è per lui la base per l’esercizio della più totale libertà.

Nel suo caso, evidentemente, anche la natura ci ha messo una mano. Con le sue lunghissime leve Dolomieu è capace di percorrere distanze incredibili a piedi, a una velocità impressionante. È una dote della quale si compiace parecchio: “Non è possibile fare più strada di me in minor tempo, a meno che non si viaggi in mongolfiera”. E questa rapidità è anche una caratteristica dei suoi viaggi a cavallo. In una lettera del 1787 dice di essere arrivato da Roma a Marsiglia in otto giorni, e di prevederne altri otto per arrivare a Parigi. Sono cento e passa chilometri al giorno. Non stupisce poi sentirlo lamentare che ogni tanto gli muore un cavallo tra le gambe, o uno dei muli che talvolta usa per trasportare i campioni dei minerali raccolti. Li stronca. Le testimonianze dei compagni di viaggio sono tutte di questo tenore. Quando si fermano la sera, e lui si appresta a redigere il diario della giornata o a esaminare i campioni raccolti, crollano letteralmente per la fatica. Questi ritmi vengono mantenuti per mesi. Spesso Dolomieu ha iniziata un’esplorazione con uno o più compagni e l’ha finita con altri, venuti rimpiazzare i primi che hanno dato forfait. Un’analisi dei suoi giornali di viaggio, di quelli che ci sono pervenuti, perché molti sono andati perduti, permette di calcolare nella sola zona alpina una percorrenza di circa dodicimila chilometri. Quasi un terzo della circonferenza della terra, con dislivelli altimetrici dell’ordine di centinaia di migliaia di metri.

La rapidità non significa però fretta. Dolomieu non viaggia per spostarsi, ma per conoscere, e la fretta è nemica della conoscenza. È rapido nelle gambe ma anche nello sguardo. Ha una competenza mineralogica tale che da consentirgli di individuare al primo colpo ciò che può rivestire un certo interesse. E comunque, la rapidità di una camminata a piedi è pur sempre quella ti fa muovere dentro una natura immobile, e non ti dà la sensazione opposta.

Dolomieu viaggia spesso da solo. Non gli spiace la compagnia, ma apprezza particolarmente la possibilità di seguire liberi ritmi di passo e di pensiero. Ha bisogno di solitudine per concentrarsi e per tornare dopo un po’ a desiderare la presenza dei suoi simili. “Sono nuovamente in viaggio. La contemplazione della natura è molto più soddisfacente di quella degli uomini” (19 agosto1801)

Non ha paura di nulla. È scampato alla forca a Gaeta, al fuoco a Metz, ad un naufragio nel lago di Bolsena e ad uno nel Mediterraneo, ad un agguato di briganti sui monti della Tolfa, alla ghigliottina sotto il Terrore: ogni volta ne è uscito più sicuro di sé. In montagna dorme sempre all’addiaccio, lungo il sentiero, ed è una montagna ancora abitata da lupi, da orsi e da banditi. Soprattutto lo sorregge il legittimo ottimismo di chi ha la coscienza di non aver pestato i piedi a nessuno (anche se poi qualcuno che trova motivo di lamentarsi vien sempre fuori).

Dolomieu è infine un alpinista completo: nel senso che ama le montagne, ma anche in quello più tecnico del termine, perché le montagne le scala. Non compie alcuna ascensione memorabile, se si eccettua forse il Pic du Midi de Bigorre: ma salire sulle cime, e volgere di là sopra lo sguardo sul mondo gli piace. E tuttavia delle sue performances alpinistiche non racconta molto: rientrano in fondo nella sua attività di ricercatore naturalista. Non conosce il successo di Horace-Bènedicte de Saussure, celebrato salitore del Bianco, anche se è senz’altro molto più dotato di quest’ultimo per le ascensioni. Un suo compagno di viaggi alpini, Alexandre d’Eymar, dice che al suo passo non reggevano neppure le guide, e racconta di scalate ripide a cime inaccessibili, lungo le creste più esposte e i precipizi. A dispetto della sua sensibilità per l’aspetto “sportivo” del viaggio, Dolomieu non si fa però contagiare dalla febbre delle cime: gli piace arrampicare sulle montagne, ma gli interessa molto di più leggerle dentro. E soprattutto, non ha tempo né animo per la competizione: c’è un mondo affascinante di pietre, di metalli, di composti e scisti e conglomerati che aspetta di essere esplorato e descritto. “Andavo sulle cime a cercare quelle emozioni profonde che sempre procura la vista di oggetti molto grandi, e per abbandonarmi alla meditazione sulla formazione del globo, sulle rivoluzioni che ha conosciuto, sulle cause che hanno modificato le sue forme […]” Tutto il resto è vanità.

È lecito considerare Dolomieu una figura esemplare? Si e no. Si, se si intende come esemplarità quella di una vita vissuta autonomamente, senza tenere in conto le mode, le aspettative altrui, il rango, la carriera. No, se si intende invece proporre un modello di comportamento cui ispirarsi. Dolomieu non voleva essere un modello per nessuno. Al di là del fatto che probabilmente pensava di essere inimitabile, questo avrebbe in qualche modo condizionato la sua autonomia, la sua libertà. Rispondeva delle sue scelte solo a se stesso, ad una coerenza che non aveva bisogno di sacrifici, perché era parte integrante del suo modo di essere. In questo senso era tutt’altro che un penitente, e se si esclude l’episodio del duello, che va comunque letto in un contesto storico e mentale particolare, e probabilmente non inficia la sua coerenza, non aveva in effetti nulla di cui pentirsi. Ma nemmeno riteneva di avere certezze e verità ultime da trasmettere: era di quel tipo di persone che cercano di allevare interlocutori piuttosto che discepoli e non vogliono maestri da venerare, ma amici coi quali confrontarsi. Sotto il monumento a lui dedicato da un altro dei suoi compagni di scorribande alpine, Faujas de Saint-Found, sta scritto: A Dolomieu, mio allievo, mio maestro, mio amico. Difficile sintetizzare meglio quello che può essere considerato un rapporto ideale.

Sarebbe anche difficile a questo punto trovare le parole giuste per congedarsi in bellezza da Déodat. Per fortuna ci ha pensato lui stesso: “Tra due giorni parto per Parigi. Andrò quasi subito a martellare le rocce della Sassonia, poi seguiranno altri viaggi. Per cercare cosa? Non la felicità, perché sono perfettamente felice dove mi trovo; non la fama, perché le circostanze me ne hanno procurata una tale che ne sono persino imbarazzato; e cosa dunque? Io corro appresso a delle idee; ammucchio delle pietre che aumenteranno l’imbarazzo e la confusione che già regnano in me”. Ecco un uomo!

Su Dolomieu non c’è nel nostro paese una grossa letteratura: in pratica esiste solo il densissimo volume di Luigi Zanzi, Dolomieu. Un avventuriero nella storia della natura, edito da JAKA BOOK nel 2003.

Le sue uniche opere tradotte sono il Viaggio alle isole Lipari, Lipari 1993 e i Viaggi nelle Alpi (a cura di Enrico Rizzi), Fondazione Enrico Monti, Anzola d’Ossola 2006

In francese fondamentale rimane la biografia scritta da Alfred Lacroix, Déodat Dolomieu. Sa correspondance, sa vie aventureuse, sa captivitéé, 2 voll., Paris 1921

 

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