I romanzi gialli e gli autori inglesi (parte prima)

di Vittorio Righini, 15 settembre 2024

Quando Vittorio ha proposto una serie di brevi interventi, scanditi nel tempo ma strettamente consequenziali, su uno stesso argomento (la fiction “giallistica” inglese di alto livello), mi sono detto: eccola qui, ci arrendiamo anche noi al modello seriale di Netflix. Poi ci ho riflettuto, e ho realizzato che sul nostro sito quel modello lo abbiamo anticipato da quel dì, esplicitamente, e che il proto-modello nostro semmai era debitore degli albi settimanali a fumetti degli anni Cinquanta, dalle strisce di Tex e de Il grande Blek alle saghe che comparivano su L’Intrepido, su Il Vittorioso e su Il Monello, nei quali ogni puntata terminava invariabilmente con un (continua). A volte quelle storie andavano avanti per mesi, e ti educavano ad attendere con ansia ma con disciplinata pazienza gli imprevedibili (insomma!) sviluppi. Sono convinto che il dilagare di femminicidi e delitti insensati sia legato anche alla scomparsa delle storie a puntate e al prevalere di quelle autoconclusive e dei tempi da telefilm (o addirittura da spot). Bene, attendo allora con pazienza le prossime puntate, con la speranza che rispettino la vecchia cadenza settimanale. (il commento di Vittorio ve lo risparmio, è prevedibile come l’uscita di Capitan Miki da ogni sorta di guaio) (P.R.).

Ho dedicato parte delle letture estive ai vecchi autori inglesi che scrissero romanzi gialli nel secolo scorso, ma non so esattamente che terminologia usare in queste che sono anche storie di spie, di oscuri processi, di complicate ricerche legali nel passato, di lunghi viaggi, insomma un guazzabuglio di argomenti che non so come indicare.

Il giallo, come tutti sanno, è (copio e incollo): ‘‘un popolare genere di narrativa di consumo nato verso la metà del XIX secolo e sviluppatosi nel Novecento’’. Fu Edgar A. Poe, si dice, il primo nel 1841, con I Delitti della Via Morgue, ambientato a Parigi. Romanzi osteggiati dagli amanti della letteratura pura, vennero però premiati dalla gente comune che li apprezzarono moltissimo e da allora si sono moltiplicati, come potete ben notare guardando in una vetrina di una qualunque libreria al giorno d’oggi. (A puro titolo di curiosità, ho letto che il primo romanzo giallo italiano fu Il mio cadavere di Francesco Mastriani, uscito nel 1852 per l’editore Rossi di Genova, e che già conteneva tutti gli ingredienti del buon giallo).

Io in questa torrida (sebbene decorosamente piovosa) estate ho letto romanzi di Eric Ambler, Somerset Maugham, Graham Greene e altri. E tra questi romanzi, di gialli veri e propri (che so, il commissario, il morto ammazzato, il medico legale …) ne ho trovati proprio pochi. Per questo motivo vorrei analizzare, un poco alla volta, gli autori che ho letto (o riletto) recentemente.

I romanzi gialli e gli autori inglesi 01

Cominciamo dal primo autore, Eric Ambler, Londra, 1909 – 1998.

Parto dal libro più semplice, Topkapi – la luce del giorno perché mi è piaciuto tantissimo; avevo visto il film del 1964 alcune ere geologiche fa, con Melina Mercouri, Peter Ustinov e Maximilian Schell, ma il libro è sempre il libro; la narrazione parla di Atene e Istanbul, e questo per me è già un must, e la figura di Arthur Simpson (uno stordito ladruncolo e trafficone inglese che vive di espedienti e trucchi ad Atene, di padre inglese e madre egiziana, sempre alla ricerca di un passaporto che sia l’Inghilterra che l’Egitto gli negano per i suoi precedenti truffaldini), mi ha veramente rallegrato. Graham Greene deve aver studiato a memoria questo personaggio, perché Il Console Onorario gli deve molto … o viceversa? Vedremo …

La storia in sé non è trascendentale, ma scorre agevolmente, e se pensiamo che è ambientata nei primi anni Sessanta del Novecento, è certamente moderna e audace, ma non è la sua opera prima.

Molto più interessante e apprezzato in tutto il mondo, sempre di Ambler, La Maschera di Dimitrios, pubblicato nel 1939. Questa è una vera storia di spie, ma depurata dalle raffinatezze di certi autori; la storia è nuda e cruda, complessa, violenta e sporca, e si svolge tra Atene, Istanbul, Parigi, Smirne e la Bulgaria. Ricca di colpi di scena intelligenti, non facili semplificazioni, porta il lettore fino alla fine all’oscuro di quel che potrà succedere. Anche questo non è giallo, lo definisco una storia di spie ma siamo al limite dell’interpretazione, ed è vero che è il capolavoro di Ambler.

I romanzi gialli e gli autori inglesi 03

Ho poi letto Il caso Schirmer, del 1953, che definirei un legal thriller ante litteram, in riferimento alla moda degli ultimi anni di infilare avvocati d’ogni genere nei romanzi. Qui le componenti sono un’eredità, un morto del 1806 e la ricerca degli introvabili eredi, tramite un attento avvocato che 150 anni dopo la morte del de cuius fa un gran viaggio alla ricerca di notizie utili al suo compito. Non è trascinante né noioso, è solo un po’ lento ma, anche in questo caso, molto ben scritto e i personaggi sono curatissimi.

Facile e scorrevole Una sporca storia, che ho finito non tanto per la storia in sé, ma perché ricompare un sempre più stolto Arthur Simpson che, alla ricerca di un passaporto, si infila in una storia abbastanza improbabile. Difficile invece per i miei gusti Il Processo Deltchev, perché sembra più un articolo giornalistico freddo e impersonale che il racconto di un complicatissimo processo. Comunque, è difficile abbandonare un libro di Ambler una volta cominciato; anche senza essere notevole, lo si porta sempre alla fine, cosa che ultimamente non mi riesce con tutti i libri che affronto …

Ambler ha scritto molti altri romanzi, mi sono ripromesso di leggere il primo, La frontiera proibita, del 1936, e Dottor Frigo, del 1958, che, al contrario di Topkapi, presenta un personaggio molto simile a quello di Il Nostro Agente all’Avana di Greene; qui si tratta di capire chi si ispira a chi …

Ma ne scriveremo alla prossima puntata …

Ariette 22.0: Cartolina dall’Andalusia

di Maurizio Castellaro, 17 agosto 2024

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Tra 1200 e 1400 la corazzata della Reconquista spagnola ha lentamente preso possesso della penisola iberica, strappando agli arabi una città dopo l’altra, in infiniti assedi. L’identità della nazione spagnola si è forgiata nella forza della stessa fede armata che ha mosso le Crociate in Terra Santa. Anche la Spagna in fondo era diventata terra straniera, dopo cinque secoli di dominazione araba. La normalizzazione cattolico-romana della penisola è uno dei tanti trionfi raccolti nella storia dall’alleanza tra trono e altare. Dal lato religioso l’Inquisizione, i pogrom, gli autodafè hanno smascherato le false conversioni dei moriscos e dei marrani. Dal lato politico e sociale la difesa della limpieza de sangreha discriminato ed escluso dalla crescita economica e sociale chi non avesse il giusto pedigree religioso. Conseguente e inevitabile in questa prospettiva l’espulsione forzata dei musulmani ed ebrei che avevano creduto nella possibilità di una coesistenza coi cristiani. Ne è uscita fuori una Spagna indebolita ma in purezza, inizialmente benedetta dai fiumi di ricchezze provenienti dalle colonie americane. Una nazione che, prima di passare la mano, si è celebrata per almeno un paio di secoli nelle sue chiese scintillanti costruite sopra le antiche moschee e nei palazzi costruiti sopra le rovine degli alcazar. Eppure ritorno dal mio viaggio in Spagna portandomi nella memoria soprattutto i visionari giochi d’acqua e di luce del palazzo Nasride dell’Ahlambra a Granada, i lamenti e ritmi “blues” del flamenco inventato dai rom emarginati e costretti a tornare a vivere nelle caverne, o il pensiero di Spinoza, l’ebreo portoghese perseguitato ed esule, che ancora oggi riesce a re-insegnarci la beatitudine. Può sembrare un paradosso andare in Spagna e rimanere ammaliati soprattutto da ciò che la Spagna ha cercato inutilmente di distruggere o di espungere da sé con tutte le sue forze. Ma forse è proprio questa la cosa più interessante e piena di futuro che la Spagna riesce ancora ad insegnarci oggi.

Courrier des livres

di Paolo Repetto, 15 agosto 2024

Li ho ordinati martedì sera, sono arrivati giovedì mattina. Dalla Germania.

In linea di principio sono contrario agli acquisti di libri on-line, e credo la cosa valga per tutti i bibliofili stagionati come me (dove bibliofilo non sta solo per amante della lettura, ma per amante del libro come oggetto, e come oggetto posseduto). C’è di mezzo senz’altro la nostalgia per le librerie d’antan, quelle dove andavi a curiosare, a sfogliare, a chiacchierare col libraio o con gli altri frequentatori abituali. Erano occasioni importanti, dalle quali scaturivano conoscenze, gustosi pettegolezzi e a volte anche solide amicizie. Purtroppo però le librerie d’antan, così come i princìpi, non ci sono più. Le pochissime rimaste sono in genere “a tema” (femminismo, lgbt, ecologismo, ecc …), in linea con le nuove religioni secolari, e persino quelle dedicate all’alpinismo o ai viaggi sembrano rivolgersi a un pubblico di devoti piuttosto che di bibliofili. D’altro canto, entrare oggi in una libreria legata a un gruppo editoriale o a una catena della grande distribuzione equivale ad entrare in un supermercato, e giustamente chi ci lavora ha con i libri lo stesso rapporto che hanno i commessi dell’Esselunga con gli ingredienti delle zuppe surgelate. Allora, tanto vale: invece di sfogliare un libro ne leggi sullo schermo gli estratti, e un minuto di navigazione in rete, sia pure facendo lo slalom tra gli scogli della pubblicità, ti procura tutte le informazioni e le recensioni che desideri. Nel mio caso si aggiunge poi il fatto che mi interessa sempre meno quanto di nuovo viene pubblicato, mentre sono ancora in caccia di titoli che nel tempo mi sono passati sotto gli occhi, che ho annotato in memoria o sui miei taccuini, e che per motivi diversi non ho mai acquisito (ma la memoria è talmente satura e i taccuini sono tanti che i titoli saltano fuori di norma solo per caso).

Così non entro quasi più nelle librerie, anzi, le evito: odio vedere “mercificato” così spudoratamente ciò che un tempo era l’oggetto delle mie attese, dei miei desideri, dei miei piaceri, e che ritenevo appartenesse ad una dimensione superiore – non che i libri anche prima non fossero merce, ma lo erano con altra dignità. Mi irritano gli accostamenti insensati nelle vetrine e i criteri di visibilità sugli scaffali, le promozioni palesemente mirate solo al mercato, la rapidissima obsolescenza dei titoli, tutte cose che non badano alla qualità ma solo al consumo e al ricambio: credo che a breve sulla quarta di copertina troveremo anche la data di scadenza, come sui tappi del latte. I titoli o le case editrici sono ormai solo etichette dietro le quali vengono proposti prodotti altrettanto intercambiabili delle birre o dei detersivi.

La frequentazione la riservo piuttosto ancora ai mercatini. Dall’ultimo di Predosa sono venuto via con quarantasei volumi, due borsoni della Coop che pesavano mezzo quintale: ho stentato a riguadagnare il parcheggio. Vi ho trovato la conferma del convincimento maturato in una ormai pluridecennale militanza: occorre frequentare i mercatini poveri, quelli dove l’espositore paga quindici o venti euro (a Ovada il costo per tenere banco è di settantacinque: e infatti …). Solo lì puoi trovare figli, cognate o mogli che si disfano a basso costo, con una presenza una tantum, della biblioteca del marito (mai trovato un marito che si liberasse di quella della moglie), e che ti consentono di entrare in possesso di preziosissimi volumi della Fondazione Valla o de La Nuova Italia a un euro l’uno. In questo caso gioielli come gli scritti di Seneca “Sulla natura”, di Basilio di Cesarea o di Gregorio di Nissa, che chiaramente non leggerò mai, ma che solo a sfogliarli, o a guardarli, a sapere di possederli, danno un indicibile piacere. E poi saggi di Aby Warburg o di Ernst Curtius e di un sacco di altri “veri maestri” oggi ingiustamente negletti. Insomma, ho speso l’equivalente di tre pizze con birra media e mi son portato a casa un tesoro: che ho dovuto quasi fare entrare di soppiatto, perché mia moglie ha posto un veto sulle nuove acquisizioni, non essendoci più un centimetro di spazio in cui alloggiarli.

Al mercatino comunque non trovi le cose che cerchi: al contrario, trovi cose delle quali in genere ignoravi l’esistenza, fai delle scoperte, testi che col tempo “potrebbero rivelarsi” interessanti e che per intanto sono già appetibili per il prezzo.

La ricerca sul web è tutta un’altra faccenda. Navighi con una disposizione completamente diversa da quella con cui ti aggiri tra i banchi dell’usato. Vai in caccia di qualcosa di preciso, e quasi invariabilmente lo trovi. Certo, il sottile piacere connesso al desiderio, la soddisfazione di una ricerca che ti è costata fatica e si conclude positivamente, la gioia di un inaspettato ritrovamento: tutte queste cose te le scordi, ma anche nelle librerie-supermercato non hanno più alcun posto. Finisci allora per tagliare la testa al toro, digitare un titolo o un autore e accorgerti che ciò che pensavi ormai introvabile te lo offrono in cinquanta, e che se un’opera non è mai stata tradotta in italiano e non te la senti di affrontarla in inglese o addirittura in tedesco è disponibile magari in francese, scontatissima. A quel punto la linea di principio va a farsi benedire, e fai l’ordinativo. Trentasei ore dopo ti recapitano a casa cinque volumi, in arrivo direttamente da Berlino, con una spesa di spedizione di due euro e mezzo.

Di questi appunto volevo parlare. Quattro sono taccuini di viaggio, ma questa è l’unica cosa che li accomuna. Sono piuttosto l’esemplificazione perfetta di come si possa viaggiare e si possano poi raccontare i viaggi in maniera molto diversa. Il quinto è una raccolta di brevi biografie di viaggiatori particolarmente “eccentrici”, fuori dagli schemi, che ha anticipato, purtroppo sino a ieri a mia insaputa, se non i soggetti almeno l’idea di fondo che ispirava molte delle cose che ho scritto.

Courrier des livres 02Voyages in Alaska, di John Muir, contiene i resoconti di tre viaggi di esplorazione compiuti dal naturalista americano tra il 1879 e il 1890. Di Muir avevo letto già altri tre libri, gli unici tradotti in Italia, e quindi sapevo pressappoco cosa attendermi: devo dire che ho ricevuto molto di più. Ho capito ad esempio di chi erano figli i racconti di Jack London, che ha saccheggiato da queste pagine molti protagonisti, umani e non, e ha preso lo spunto per diverse storie. Credo abbia vissuto la sua breve avventura di cercatore d’oro col libro di Muir nello zaino.

In Alaska Muir ha compiuto ben sette viaggi, gli ultimi con spedizioni ufficiali mirate soprattutto ad ampliare i territori di competenza degli Stati Uniti. Per questo si è limitato a raccogliere e a proporre i diari di questi tre, realizzati invece alla sua maniera, senza alcun supporto logistico, senza una precisa programmazione, senza un adeguato equipaggiamento, senza armi. Era particolarmente interessato ai ghiacciai, sul cui ruolo nel modellare il territorio formulò una teoria che si è poi rivelata assolutamente esatta. Nei primi viaggi si dichiara però intento soltanto all’ascolto e alla preservazione del “canto del mondo”.

Chi ha già letto La mia prima estate sulla Sierra e Mille miglia in cammino fino al golfo del Messico – dicevo – non trova molto di nuovo, se non la natura dei paesaggi. E deve mettere senz’altro in conto, per quanto concerne lo stile, l’entusiasmo pionieristico del nascente ecologismo d’oltre oceano, ispirato al trascendentalismo di Emerson. Voglio dire che i continui sbigottimenti e le urla di gioia e le danze nelle quali esprime l’eccitazione per gli spettacoli naturali alla lunga riescono un po’ fastidiosi, ma senz’altro corrispondono a un sentire, a una riconoscenza, ad una immedesimazione del tutto genuini e sinceri. Ne ha ben donde, del resto, perché a folgorarlo sono i panorami della Yosemite Valley, della Sierra Nevada o della Glacier Bay.

Si può scrivere della natura anche in questi termini, magari facendosi trasportare un po’ dall’eccesso, senza necessariamente scadere in una trita liturgia, in atteggiamenti devozionali. Ecco, Muir viaggia sempre a un livello spirituale altissimo, quasi mistico, ma mai religioso. Una lettura da consigliare vivamente, magari guidata, per evitare interpretazioni distorcenti, agli odierni fondamentalisti ecologici e ai cultori dell’integralismo animalista.

Courrier des livres 03Leggendo le prime pagine di Un petit tour dans l’Hindou Kouch (1958), di Eric Newby, ho avuto l’impressione di un deja vù. La situazione iniziale mi ha ricordato immediatamente Tre uomini in barca, di Jerome, e subito dopo Una passeggiata nei boschi, di Bill Bryson: due scriteriati, assolutamente digiuni di alpinismo e animati solo dall’incoscienza inglese, si mettono in testa di compiere alcune ascensioni sui settemila dell’Afghanistan, per la precisione nella regione più remota del paese, il Nuristan. Lo fanno dopo soli tre giorni di iniziazione all’arrampicata in Inghilterra, e con una organizzazioner logistica che rende improbabile persino l’avvicinamento a quelle montagne. Ad un certo punto ho temuto che il tutto si risolvesse in una solenne buffonata, in un rovesciamento esasperato e speculare dell’understatement inglese: invece, mano a mano che procedevo a seguire le loro disavventure, i dejà vu si sono moltiplicati e hanno rivelato la loro vera natura.

L’avventura di Newby e del suo socio ha luogo nel 1956. Una quindicina di anni prima lo stesso loro itinerario era stato percorso dalla coppia Annemarie Schwarzenbach (che lo racconta in La via per Kabul), e Ella Maillart (La via crudele, 1947). Alla fine degli anni Quaranta quattro scriteriati francesi amanti dell’arte orientale intraprendono un viaggio quasi simile muovendo dal Nordafrica, e lo raccontano poi in Dal Nilo al Gange, di Pierre Rambach. Nei primi anni Cinquanta è Nicolas Bouvier a percorrere a ritroso con un compagno la via della seta, attraversando i Balcani, l’Anatolia, la Persia e l’Afghanistan. E dopo Newby, soprattutto negli anni Settanta, sono decine i convertiti all’esotismo new age che si avventurano in quella direzione. Con tutti questi resoconti in memoria, sarebbe strano ora se non riconoscessi luoghi, situazioni, personaggi. Anche se ciascuno queste cose le ha raccontate a modo suo. Newby senz’altro in una maniera tutta particolare.

Gli unici suoi libri tradotti in italiano sono Amore e guerra negli Appennini e L’ultima regata del grano. Questo, che probabilmente è il migliore, almeno per gli amanti della letteratura di viaggio, non è mai stato preso in considerazione, nemmeno in questo ultimo periodo di revival del genere. Credo di poterne dare una spiegazione. Il mondo e l’umanità che Newby descrive, sia pure filtrati attraverso una dose massiccia di humor, sono tutt’altro che attraenti. Tra Istanbul a Kabul lui e il suo compagno non incontrano che miseria, disorganizzazione, e le rovine di un passato che doveva essere stato prospero, ma che sembra non aver lasciato traccia negli animi. È vero che mette in conto tutte le disavventure che gli capitano alla impreparazione sua e del suo compagno, e le legge con la cifra di un umorismo che spesso ricorda Wodehouse: ma non può non testimoniare la desolazione materiale e spirituale di quei luoghi. A volte gli è sufficiente un’osservazione casuale, senza commenti: Due nomadi passavano con un cammello, seguiti a quattro o cinquecento metri da una ragazza molto giovane carica di un fardello, che barcollava per la spossatezza. Nessuno dei due uomini le prestava la minima attenzione, ma in compenso ci salutarono calorosamente al passaggio.

Credo dunque che la ragione per la quale il libro non è ancora stato tradotto in italiano stia nella sua apparente “scorrettezza politica”. Oggi verrebbe senza dubbio accusato di proporre una visione razzista, colonialistica, imperialista, semplicemente perché dice le cose come stavano negli anni Cinquanta (e probabilmente adesso stanno anche peggio). In realtà nell’atteggiamento di Newby non ho colto traccia alcuna della supponenza e dello snobismo che spesso (molto spesso) i viaggiatori inglesi portavano nel loro bagaglio: è troppo occupato a combattere con la dissenteria, con la polvere, con le cimici che si coricano con lui, con i suoi continui qui pro quo dovuti alla non conoscenza delle lingue locali (si getta in un pozzo nero, irritato dall’inerzia degli “indigeni”, per salvare un bambino che se la sta ridendo dietro il muro di casa) per tranciare giudizi. Anche quando commenta, in più occasioni: Cavolo, siamo in pieno medioevo, non lo fa con spocchia, ma da antico entusiasta lettore di Walter Scott.

In compenso, solo a titolo di cronaca, i due dopo un paio di attacchi a vuoto riescono ad arrivare in vista della vetta del monte Samir (di 5.809 metri, ma all’epoca era stimato oltre i seimila, ed era considerato dagli afgani inespugnabile), ma il loro exploit verrà considerato, sotto il profilo alpinistico “insignificante”. La montagna sarà espugnata tre anni dopo.

Courrier des livres 04Courrier de Tartarie (News from Tartary: A Journey from Peking to Kashmir, 1936) di Peter Fleming è la narrazione di un viaggio compiuto dall’autore a metà degli anni Trenta, pressappoco negli stessi luoghi visitati da Newby ma in direzione opposta, procedendo da est ad ovest, in compagnia dell’onnipresente Ella Maillart (che ha raccontato la stessa vicenda in Oasi proibite). Difficile immaginare due caratteri e due approcci al viaggio altrettanto diversi: a leggere i due resoconti parrebbero aver attraversato mondi completamente differenti.

Il viaggio, iniziato nel febbraio 1935, dura sette mesi e si snoda per 5600 chilometri da Pechino al Kashmir. Lo scopo è verificare cosa sta accadendo in un’area particolarmente turbolenta e quasi sconosciuta, il Turkestan cinese (o Tunganistan, ma oggi Xinjiang), situata al confine tra l’India, la Cina e la Russia.

Fleming (che tra l’altro è fratello del più celebre Jan, quello di James Bond) è uno storico tenuto in grande considerazione in Inghilterra, molto meno dalle nostre parti. L’unica traduzione in italiano di un suo scritto di viaggio (Avventura brasiliana, Longanesi, 1950) risale a settanta anni fa, e non è più stata ristampata. Varrebbe la pena proporre oggi anche questo diario asiatico, non fosse altro per confrontarlo con la versione della Maillart, ma soprattutto con la coeva descrizione fatta da Sven Hedin degli stessi luoghi e delle stesse vicende politiche.

A differenza del libro di Newby, questo è il resoconto dettagliato di tappe, spostamenti, distanze, incontri, redatto con uno stile molto più distaccato, e meno coinvolgente, nel quale l’umorismo britannico, assai trattenuto, è rivolto quasi esclusivamente agli altri. Un umorismo molto aristocratico: leggere un propagandista, un uomo con interessi intellettuali acquisiti, è noioso quanto cenare con un vegetariano.

È evidente anche che Fleming non prova simpatia per le popolazioni che incontra, e le valuta col metro dei vantaggi o degli inconvenienti che possono procurare agli interessi britannici, ancora nell’ottica del Grande Gioco (all’epoca è un agente dell’MI6, il servizio di spionaggio: del resto, ai loro servizi segreti sono legati un po’ tutti i personaggi, inglesi, russi, tedeschi, che negli anni Trenta si aggirano da quelle parti). L’autore rivendica però ripetutamente la sua posizione quasi da “osservatore esterno”: Non so nulla, e mi interessa meno, della teoria politica; la furfanteria, l’oppressione e l’inettitudine, come perpetrate dai governi, mi interessano solo nelle loro manifestazioni concrete, nel loro impatto sull’umanità: non nelle loro nebulose origini dottrinali.

Ciò non significa che il libro non sia interessante, anzi, sul piano della conoscenza dei costumi e dei caratteri di quei popoli è molto più ricco di quello di Newby: ma non è, a mio parere, altrettanto divertente.

Courrier des livres 05Courrier des Andes è il titolo francese dato a Three Letters from the Andes (1991) di Patrick Leigh Fermor. Non ho ancora capito se ne esiste una traduzione italiana, a giudicare dagli esiti della ricerca in rete parrebbe di no. Paddy Fermor si aggrega nel 1955 ad una piccola spedizione esplorativa che non si pone traguardi particolarmente ambiziosi. È una sorta di ospite d’onore, e si comporta come tale. Lascia siano gli altri a scalare qualche vetta e fare le rilevazioni scientifiche, mentre inventa per sé un ruolo di custode della stufa da campo, di cronista ufficiale dell’avventura e di soprattutto di motivatore (ruolo questo che gli veniva automaticamente riconosciuto, state la sua esuberanza, da chiunque gli si accompagnasse, dai partigiani greci ai frequentatori dei circoli inglesi.). Le lettere cui si riferisce il titolo inglese sono indirizzate alla moglie Joan.

Si tratta palesemente di una operazione di recupero, intesa a sfruttare la popolarità che il viaggiatore inglese stava conoscendo alla fine del secolo scorso. Fermor naturalmente rimane se stesso, la sua scrittura continua ad essere estremamente pulita e raffinata, ma al di là di qualche gustoso aneddoto o di qualche acuta osservazione sui costumi e sui comportamenti delle popolazioni andine non ha molto da offrirci. Il testo dà l’impressione di essere stato buttato giù di getto, senza passare attraverso le innumerevoli riscritture che per Paddy erano abituali: e questo è forse il suo maggior pregio.

Courrier des livres 06Infine il quinto, Voyageurs excentriques, di John Keay (1982). Keay è conosciuto in Italia per due bellissimi libri di taglio storico Quando uomini e montagne si incontrano (1977) e La via delle spezie (2005), pubblicati entrambi nella benemerita collana Il cammello Battriano di Neri Pozza. Il primo soprattutto mi aveva a suo tempo affascinato, ma quando l’ho letto io, nel 2005, in Inghilterra era considerato un classico da quasi trent’anni. Eccentric Travellers, uscito nei primi anni Ottanta, in Italia non è mai stato tradotto. Ed è strano, perché ha tutti i requisiti per essere considerato a sua volta un piccolo classico. Racchiude gli schizzi biografici di sette viaggiatori pochissimo noti dalle nostre parti (immagino invece conosciutissimi in Inghilterra) e ciascuno a suo modo davvero singolari. Lo avessi letto prima, mi sarei risparmiato probabilmente lo scritto su Charles Waterton (L’inventore dei capelli a spazzola). Ma forse è stato meglio così: Waterton me lo sono guadagnato tutto e adesso lo sento davvero mio. Gli altri andrò a conoscerli meglio con calma.

Non posso negare che la lettura mi abbia suscitato un po’ d’invidia, qualche rammarico e alcune considerazioni. Avevo parlato dell’eventualità di un’operazione “divulgativa” di questo tipo già mezzo secolo fa con un amico, docente di storia delle esplorazioni geografiche. Non aveva bocciato l’idea, ma mi aveva fatto notare che nel nostro panorama editoriale, a differenza che in quello anglosassone o d’oltralpe, non c’era molto spazio per queste cose. Una collana miscellanea da lui stesso all’epoca diretta esigeva contributi ineccepibili sotto il profilo del protocollo storiografico, ovvero zeppi di note, di citazioni puntualmente identificabili, di riferimenti bibliografici, ecc. …: tutte cose sacrosante in vista di una preparazione all’attività storiografica, ma che risultano di norma scoraggianti per una lettura amatoriale (e tanto più dissuasivi per una scrittura non “accademica”). Aveva solo parzialmente ragione, come ha dimostrato successivamente proprio il successo de Il cammello battriano di Stefano Malatesta, ma aveva toccato anche un tasto reale, quello di una attitudine della cultura italiana al rispetto ossequioso dei “canoni” di genere, della quale mi rendo conto d’essere io stesso imbevuto.

Il che ci porta alla vera ratio di questo pezzo. Sempre diversi anni fa, in risposta ad un mio scritto comparso anche su Luomoconlavaligia (Perché non esiste in Italia una letteratura del viaggio), una collaboratrice del sito smontava le mie argomentazioni asserendo che erano frutto di una preconcetta esterofilia e sostenendo che in realtà la letteratura di viaggio era diffusissima in Italia e vantava una lunga e gloriosa tradizione. Per dimostrare quanto azzardate fossero entrambe queste affermazioni era sufficiente consultare il catalogo delle edizioni Payot, specializzate nell’editoria di viaggio e dal quale ho attinto tutti i titoli presentati sopra, e rendersi conto che negli anni Novanta del secolo scorso offrivano un solo titolo in traduzione dall’italiano, a fronte degli oltre centoventi presenti (e non per sciovinismo, perché la stragrande maggioranza erano traduzioni di opere inglesi). In quello delle edizioni La Découverte, altra collana specializzata, non ne compariva uno.

Ma basterebbero anche a mio giudizio le assenze che ho dovuto colmare trent’anni dopo cercando le traduzioni in un’altra lingua, o i ritardi coi quali sono stati presentati al pubblico italiano classici del viaggio ottocentesco come Eothen, di William Kinglake, il Viaggio all’interno dell’Africa di Mungo Park o il Viaggio a Timbouctu di René Caillié. Inoltre, in realtà nel mio articolo facevo riferimento non tanto alla letteratura, ma ad una più ampia “cultura del viaggio”.

Ora, non nego che anche in Italia, sia pure come sempre di riflesso, sia aumentato l’interesse per la letteratura di viaggio: di sicuro c’è che se ne scrive (e forse se ne legge) molta di più. Ma ho l’impressione che questo abbia poco a che vedere con una vera “cultura del viaggio”. Sembra infatti che si viaggi quasi solo in funzione del poterne scrivere, e che per giustificare la scrittura si cerchino soprattutto performance da sballati o da guinness dei primati, nelle quali si esaurisce poi tutto l’interesse: giri del mondo in monopattino o in vasche da bagno motorizzate, vie classiche, religiose o storiche percorse camminando all’indietro o ad occhi chiusi: insomma, buffonate. Oppure che ci si muova al traino delle mode e delle mete del momento, quelle “certificabili” con la progressione su Instagram o certificate ufficialmente dai grossi barnum messi in piedi per sfruttare il trend (dal camino di Compostela alla via Francigena e similari), col risultato di intrupparsi in un traffico che non ha nulla da invidiare a quello dei marciapiedi delle città cinesi. Questo accade ovunque, certamente, così come è vero che ovunque si voglia andare si è già stati preceduti dalla folla: ma rimango dell’idea che chi ha potuto crescere nutrendosi di una tradizione che il viaggio lo dava per scontato, che ad esso associava l’arricchimento spirituale (e magari anche materiale), l’apertura mentale, l’autoconsapevolezza, e non solo la fuga, l’esilio, la forzata migrazione, lo strazio del distacco, insomma, tutta la piagnucolosa retorica dell’“addio monti” che da noi sino a ieri ha dettato i canoni del sentire, ebbene, costui riesca a viaggiare ancora oggi con uno spirito diverso.

Magari mi sbaglio, magari siamo ormai tutti uniformati a consumare chilometri anziché a provare emozioni e curiosità genuine: ma avrei voluto poter leggere anch’io prima dei vent’anni Newby, e persino Peter Fleming.

Alla frutta

di Paolo Repetto, 2 agosto 2024

Siedo sulla proda alta del frutteto, in attesa che il sole invada la Valle del Fabbro. Sono le sei e mezza e lui è in ritardo, come al solito, perché in questa stagione si affaccia da nord-est, dietro la collina alla quale do le spalle. La collina disegna un ferro di cavallo e ne mantiene a lungo in ombra i fianchi, mentre tutta la piana che ho di fronte è già assolata: non fosse per la leggera foschia mattutina lo sarebbe sino al Monviso.

Sono già sceso nel frutteto a raccogliere le pere, evitando così di litigare coi calabroni, che a quest’ora sono ancora intontiti. In compenso ho infastidito i due caprioli che abitano la macchia vicina e che stavano brucando sotto l’albero. Con le scarpe fradice per la rugiada versata dalla notte mi godo ora un ultimo momento di frescura, prima che riesploda l’afa. Fumo, guardo e aspetto: e naturalmente lascio che il pensiero razzoli in libertà.

Mentre faccio correre lo sguardo sino in fondo al frutteto torna prepotente il ricordo di quando tutto il pendio era vitato, e in capo ai filari, al posto della traccia che ho appena lasciato nell’erba umida, scendeva un sentiero. Quaranta, cinquanta, ma addirittura già sessanta anni fa, durante la vendemmia quel sentiero lo risalivo decine di volte di seguito, col carico d’una cesta d’uva.

Alla frutta 02

Non rimpiango quei momenti, che in realtà erano tutt’altro che bucolici, perché si andava sempre di fretta, col cuore in gola e gli occhi rivolti al cielo, a spiare il temuto arrivo del maltempo: eppure non posso fare a meno di ripensare a come ero io allora, e non solo fisicamente. Cercare di rientrare nella mia mente di quel tempo sarebbe assurdo, ma so con certezza che ogni risalita, così come ogni altra attività particolarmente faticosa, la esorcizzavo rifugiandomi in una dimensione parallela. Di fronte ai lavori ripetitivi e stressanti inserivo il pilota automatico, per essere libero di trasferire sogni, progetti e speranze in altri spazi e in altri tempi e di vagheggiare futuri straordinari incontri. Ero totalmente infarcito di suggestioni letterarie e cinematografiche (Lawrence che vince la sete nel deserto, Ben Hur che rema sugli scranni della galera, ecc …) e le riversavo su ogni gesto, per dargli un senso più alto. Solo nel corso degli anni, mano a mano che gli orizzonti si sono ristretti e da meccanico esecutore sono diventato responsabile della conduzione, ho imparato a svolgere quei lavori in uno stato d’animo vigile, e a trarne soddisfazione senza bisogno di travestirli o epicizzarli.

A dire la verità, però, non a questo sto pensando: il tuffo nel passato nasce da un recentissimo stimolo esterno. Proprio ieri infatti (e proprio in questo luogo) un amico mi suggeriva di fare un po’ d’ordine in tutto quello che ho scritto, prendendo a modello magari la mappa che avevo ideato per il ventennale dei Viandanti: identificando cioè alcune tematiche chiave e mettendo in sequenza tutti gli interventi su quei temi, o almeno quelli più significativi. Questo, diceva, consentirebbe ai quattro lettori di oggi e a futuri e molto improbabili esegeti di orientarsi nel bailamme che il sito ospita, e a me di ricostruire il mio percorso, ripercorrendolo tappa per tappa.

Non è un’idea peregrina. Un tempo probabilmente mi ci sarei buttato a capofitto (anche se, a pensarci bene, non avrei avuto molti materiali da riordinare). Oggi sono molto più pigro a mettermi in moto, ma visto che continua a ronzarmi in testa anche dopo che ci ho dormito su una notte varrà forse la pena provarci. Procedendo però con criterio.

Prima di tutto evitando il pericolo, molto concreto stanti le mie attitudini, di tracciare una mappa in scala uno a uno, come quella voluta secondo Borges dall’imperatore cinese: di riscrivere cioè praticamente ogni singolo pezzo anziché limitarmi a piazzare dei cartelli segnaletici.

Poi respingendo la bulimia che mi porta a considerare commestibile tutto ciò che ho prodotto, a non buttare mai nulla, vuoi per natura, vuoi per educazione o per principio.

E ancora, sfuggendo alla pretesa di costringere in un qualsivoglia “sistema” ciò che sistematico non era affatto e nemmeno voleva esserlo. Tutti i miei pezzi, lunghi o corti che siano, sono nati in ordine sparso come i funghi: sono figli della stessa pioggia, ma di terreni diversi, e hanno in comune solo la prima. Di conseguenza, cercando di non caricare e complicare eccessivamente gli snodi, gli incroci, gli intrecci tra i filoni principali individuati.

Infine, provando per una volta a portare sino in fondo l’impegno di chiarificazione: non è infatti il primo tentativo che intraprendo, rinnovo l’impegno a scadenze ormai quasi regolari, e regolarmente mi perdo poi per strada (potrei, in alternativa, fare la storia di questi tentativi: ogni volta le motivazioni e le giustificazioni che accampavo erano diverse, quindi sarebbe già di per sé la storia di un percorso). A pensarci bene, però, una cosa del genere l’ho già fatta più di un paio di decenni fa, con Elisa nella stanza delle meraviglie, aggiornato poi con Ritorno alla stanza delle meraviglie. Solo che in quel caso riguardava le cose che avevo letto, non quelle che avevo scritto: ciò che in fondo, per lo scopo che mi sto proponendo, non fa poi molta differenza. Il problema è piuttosto che allora avevo un panorama nitido della successione delle letture, oggi non ricordo nemmeno ciò che ho letto l’altro ieri.

Alla frutta 03

Sarà comunque un lavoraccio, già lo prevedo: ma mi dicevo la stessa cosa sessant’anni fa, quando mio padre propose di mettere a coltura l’ultima fascia di collina ancora gerbida: o trent’anni fa, quando da un giorno all’altro decisi di recuperare il cascinotto semidiroccato e di trasformarlo nel Capanno. Sarà un lavoraccio, perché significherà disseppellire dalle stratificazioni della memoria pagine ormai ingiallite e altre totalmente dimenticate: ma si può fare, e alla fine, nel deserto di prospettive attuale, può riuscire anche rinfrescante.

Intanto posso cominciare a divertirmi con la mappa, che vorrei semplificare il più possibile. Le linee principali le ho già in mente, le diramazioni si imporranno da sole, i rami secchi li taglierò con una impietosità da ferrovie dello stato.

Naturalmente si tratta di un piano quinquennale. Quindi chi si aspetta di trovare le mappa già in calce a queste righe può mettersi il cuore in pace. Ho davanti il tempo di un’intera legislatura, come dice la Meloni: sempre che un qualche Salvini ultraterreno non rimescoli le carte.

Hisilicon Balong
La mappa de L’isola del Tesoro disegnata da Robert Louis Stevenson

Ariette 21.0: In aria

di Maurizio Castellaro, 20 luglio 2024

Ariette logoLe “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Si ricorda un’assenza nel capannone in cui hanno ricostruito il puzzle malato del DC9 precipitato nel mare di Ustica. Degli ottantun corpi dei passeggeri e delle loro anime non è rimasto più niente. L’esplosione, lo schianto sul mare, l’onesto lavoro dei pesci e dei microrganismi di profondità. Nessun corpo da piangere, solo pezzi di aereo, valigie, borsoni, oggetti rimasti sul fondale. A Bologna hanno ricomposto quello che hanno trovato, si chiama Museo per la Memoria. Museo umanissimo. Sui muri del capannone ottantuno schermi neri bisbigliano i sogni e i pensieri di quelle anime assenti. I loro oggetti personali sono stati raccolti e chiusi in scatoloni fasciati di nero, vederli non ci è concesso, ed è giusto così. Possiamo però osservare la carcassa sacrificale dell’aereo, meditare sulle giunture dei singoli pezzi, valutare la portata degli squarci e dei cedimenti strutturali. È il Museo della Memoria, non si sventolano bandiere, si ricorda un’assenza.

Questa notte ho sognato che tutti i Presidenti, i Ministri e i Generali che sanno cosa è successo davvero quella notte sopra Ustica sono andati in televisione per dire finalmente a tutti la verità, per chiedere scusa e dire: “È accaduto questo, ora venga la giustizia”. Tutti potevano piangere finalmente, e quando le lacrime sono finite tutti hanno cominciato a saltare in aria per la gioia, perché era scoppiata la pace.

Due biografie monumentali

di Vittorio Righini, 9 luglio 2024

Ho avuto modo di leggere di recente due biografie monumentali (oltre 600 l’una e oltre 450 pagine l’altra) e farmi un’idea di entrambe, grazie al confronto emozionale che mi hanno fornito.

La prima è La Vita a Modo Mio di Wilfred Thesiger, autore di due tra i migliori libri sul deserto e sul mondo arabo, su regioni poco esplorate e su popoli dimenticati. La biografia è uscita in Italia di recente.

Due biografie monumentali 02 Wilfred ThesigerWilfred Thesiger

Il primo dei due libri di cui sopra è Sabbie Arabe, che The Observer ha definito “un classico della letteratura di viaggio, scritto in un linguaggio volutamente carica di risonanze epiche”. Sono d’accordo, l’Empty Quarter, in lingua locale Rub el-Khali, è uno dei deserti più ostici da attraversare, e la parte sud è la più inospitale. È il più grande deserto sabbioso contiguo del mondo, con 650.000 chilometri quadrati di sabbia e pietra, ed è così inospitale e con pochissime oasi da renderlo quasi inabitato. Non c’è da stupirsi che sia chiamato “il quartiere vuoto”, che è una perfetta traduzione dell’arabo “Rub al Khali”. Ricopre un terzo della penisola arabica, estendendosi sui territori di quattro paesi: Oman, Arabia Saudita, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Il famoso T.E. Lawrence, per noi comunemente Lawrence d’Arabia, lo traversò in modo memorabile trent’anni prima di Thesiger (1915/1945). Lo fece non certo per diletto e ce ne ha lasciato ampia memoria scritta.

Due biografie monumentali 03

L’altro libro è Quando gli Arabi vivevano sull’acqua. Questo secondo lavoro è altrettanto mirabile quanto il primo, soprattutto perché tratta di una zona veramente ignota a molti di noi, il sud della Mesopotamia, la terra chiusa dal Tigri e dall’Eufrate. Nel 1951, quando Thesiger vi si recò in esplorazione, il Tigri e l’Eufrate erano ancora fiumi degni di tal nome in quanto a portata, e in primavera, con lo scioglimento delle nevi sui monti della Persia e della Turchia, si creavano paludi che resistevano a lungo. Un mondo acquatico, popolato da flora e fauna vari. Gli Arabi si spostavano remando su barche a bordo basso, pescando e costruendo abitazioni, casoni e magazzini con i giunchi. Insomma, leggere di un mondo arabo basato sull’acqua è stato davvero una sorpresa, originale e interessante. In entrambi i libri la scrittura è colta ma scorrevole, il racconto è originale e interessante.

Così quando è stata tradotta in italiano la biografia di Thesiger, La Vita a Modo Mio, (è quella da oltre seicento pagine) mi sono precipitato ad acquistarla, nonostante il prezzo proibitivo che usualmente pratica Edizioni Settecolori per i suoi libri di narrativa, non solo di viaggio (tra questi Peter Hopkirk, Peter Fleming, Paul Morand e altri ancora).

Ho iniziato a leggerlo nel settembre dello scorso anno, mentre ero in viaggio in Grecia con Paolo Repetto. Lui aveva portato due libri brevi: uno lo divorò in un paio di giorni, l’altro, a quanto pare molto palloso, lo mollò immediatamente. Non mi rimaneva che passargli la biografia e leggere altre cose che avevo con me. Alla fine del viaggio Paolo era ai due terzi della lettura, e volle tenerlo ancora una settimana: ma non mi era parso particolarmente entusiasta.

In questa prima parte dell’estate ho ripreso in mano il libro, dal punto in cui lo avevo lasciato a Salonicco, con immutate illusioni di trovarlo avvincente.

Ma vediamo intanto in breve il personaggio.

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Thesiger è nato ad Addis Abeba nel 1910. Educato con rigore e fermezza a Eton e a Oxford, è stato campione di boxe universitario e ottimo sportivo; un grande fisico sempre allenato, alto, magro, forte. Prima della Seconda Guerra Mondiale ha fatto parte della Sudan Defense Force, “un’unità delle forze ausiliarie coloniali britanniche creata nel Sudan anglo-egiziano nel 1925, per assistere la polizia locale nei compiti di sicurezza interna e mantenere l’integrità territoriale. Durante la guerra ha preso parte prima alla campagna dell’Africa orientale e poi ha combattuto in Nord Africa, nella campagna del deserto occidentale”. È rimasto nel SDF dal 1935 al 1940, per poi passare appunto, allo scoppio della guerra, alle ‘Forze di Difesa del Sudan, aiutando a organizzare la resistenza abissina contro gli occupanti italiani. Tra i vari riconoscimenti e titoli, gli è stato assegnato il DSO, cioè la medaglia del Distinguished Service Order, per aver catturato Agibar e la sua guarnigione di 2.500 soldati italiani. Successivamente ha prestato servizio presso lo Special Operations Executive in Siria e presso lo Special Air Service durante la campagna del Nord Africa, raggiungendo il grado di Maggiore. Dal 1943 al 1945 ha funto da consigliere politico del principe ereditario Asfa Wossen dell’Etiopia. Era un personaggio orgoglioso ed eccentrico, benestante, che veniva da una famiglia facoltosa. Ciò gli ha permesso di viaggiare in luoghi lontani e semi sconosciuti senza problemi economici.

Dopo la guerra, in qualità di socio emerito della Royal Astronomical Association inglese e di innumerevoli altre organizzazioni culturali, si e è dedicato ai viaggi nei paesi africani e arabi, e ha vissuto prevalentemente in Kenya. È morto nel 2003 a Croydon, vicino a Londra, dove è sepolto come Sir Wilfred Patrick Thesiger.

Tornando al libro, giunto nella lettura quasi a metà, l’ho chiuso e accantonato. La motivazione, me ne rendo conto, è molto personale, ma nessuno mi paga per leggere, quindi lo faccio solo se quello che leggo mi piace. E quello che stavo leggendo mi piaceva poco.

Sir Thesiger spesso dopo cena diceva ai suoi boys: toh, esco e mi faccio un leone! Se trovava le femmine le ammazzava tutte, e il giorno dopo ci riprovava, finché non eliminava il maschio. Provava un grande piacere a sparare a qualunque cosa si muovesse, dalla rara gazzella del deserto al leone appunto, dal becco selvatico del Sahara alle capre del Tassili. Un giorno i servitori gli portarono due cuccioli di leone, ai quali aveva probabilmente ucciso la madre la sera prima, e lui li allevò amorosamente finché, a nove mesi, erano diventati un impiccio e un pericolo per i locali. Con un certo dispiacere (!) dovette abbatterli. Non sono più riuscito a leggere una pagina.

Se sembro sentimentale me ne dispiace, ma non posso cambiare; se mi dite che erano altri tempi, credo che non cambi nulla, io sono sempre stato contrario alla caccia indiscriminata, la sola caccia che accetto è quella ancestrale per procurarsi il cibo. Mangio carne? si, con gusto, carne allevata s’intende. Ma no, a sparare proprio non provo nessun piacere.

L’altro aspetto per me non particolarmente invitante è la narrazione relativa a certi luoghi dove Thesiger ha vissuto: luoghi che non ho mai avuto intenzione di visitare, per un certo disinteresse verso quelle zone. Faccio un esempio: ci saranno un centinaio di pagine sulla Dancalia, ho dovuto cercarla sulle mappe, nel nord dell’Etiopia. Viene presentata come segue (sul web, copio e incollo): «In passato definita “la terra del diavolo” per i suoi paesaggi infuocati, aride distese di sale e vulcani perennemente attivi e i geyser sulfurei alimentati da acque roventi, la Dancalia è uno dei luoghi più inospitali del pianeta e allo stesso tempo uno dei più suggestivi e affascinanti». Non ne sono particolarmente affascinato, ho come l’impressione che se un libro narra di un luogo che mi piace, lo leggo molto più volentieri. Per il resto della sua vita non vi so dire, mi sono fermato nella lettura e il mio giudizio, ovviamente, è basato sulla prima metà del libro.

A merito di Thesiger va ascritto che la sua grandezza letteraria risiede anche nella descrizione delle culture di alcuni popoli dell’Africa orientale, frutto di un’indagine veramente minuziosa e completa, che è rimasta di riferimento per gli studi successivi. Il problema di alcuni dei rappresentanti di questa nobile stirpe di eruditi inglesi del secolo scorso credo fosse la mancanza di umiltà, condita a un pizzico di snobismo, forgiato probabilmente dalle vergate ricevute sui banchi di Eton e Oxford. La fascetta di copertina, a firma di un giornalista del The Times, dice: “la più avvincente biografia mai letta”. Non sono d’accordo, e pur non sconsigliandone la lettura, io l’ho riposto.

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L’altra autobiografia che ho letto, frutto di un fortunato acquisto al mercatino dell’usato di Predosa, è di Heinrich Harrer. La mia sfida al destino. Dall’Eiger al Tibet, dall’Alaska al Ruwenzori. Un’avventura lunga una vita.

Due biografie monumentali 06 bisHeinrich Harrer

“Heinrich Harrer nasce a Huttenberg, un paesino della Carinzia, nel sud dell’Austria, nel luglio del 1912, quindi in pieno Impero Austro-Ungarico. Il padre lavora alle Poste, la madre casalinga, poi ci sono altri tre fratelli più giovani. Dopo svariati successi nel mondo dello sport sulla neve, nel 1933 si iscrive all’Università di Graz e studia geografia. Grazie alla sua capacità sportiva, e alla sua adesione alle SA di Hitler (Sturm Abteilungen, squadre d’assalto), senza la quale sarebbe stato boicottato, viene convocato nella squadra di sci alpino per le olimpiadi invernali di Garmisch-Partenkirchen del 1936. Nel 1937, con l’Anschluss (l’annessione forzata) dell’Austria alla Germania, passa alle SS (le famigerate Schutz-Staffein, squadre di protezione).”

Non indossa mai la divisa delle SS perché parte nel 1938 per una spedizione preliminare al Nanga Parbat in Himalaya. Della sua militanza nelle SS dice: “Ero giovane. Lo ammetto, ero estremamente ambizioso e mi era stato chiesto se avessi voluto diventare l’istruttore di sci delle SS. Devo dire che approfittai subito dell’occasione. Devo anche dire che se mi avesse invitato il Partito Comunista, mi sarei unito a loro. E se mi avesse invitato il diavolo in persona, sarei andato con il diavolo”.

Il suo più grande desiderio è quello di scalare le vette più ardite ed entrare nella storia dell’alpinismo. Prima di partire per il Nanga Parbat, con l’amico e scalatore Fritz Kasparek, progetta una impresa a detta di molti quasi impossibile: scalare la parete nord dell’Eiger, in Svizzera. Una montagna non particolarmente alta (3.967 mt.), ma quasi invalicabile dal lato nord. Incontrano casualmente durante l’arrampicata due scalatori tedeschi, Ludwig Vorg e Andreas Heckmair e insieme riescono, sebbene in mezzo ad un sacco di avversità (ben narrate nel libro Parete Nord) a raggiungere la vetta il 24 luglio. Una grande impresa, perché l’Eiger nord solo due anni prima aveva portato alla morte due alpinisti tedeschi, mentre altri, alcuni italiani compresi, avevano rinunciato prima della vetta. Questa impresa è il trampolino di lancio verso il lungo viaggio che lo aspetta in Himalaya. La Fondazione Himalayana Tedesca, finanziata dal partito nazionalsocialista, che crede al valore d’immagine delle grandi imprese non per scopo scientifico o sportivo, ma per inneggiare ancora di più al Furher, si affretta ad ingaggiarlo.

Due biografie monumentali 07 Eiger parete nordEiger, parete Nord

Raccomandato alla Fondazione da Himmler stesso, Harrer è inserito in una spedizione guidata da Peter Aufschnaiter, alpinista di grande esperienza, che nel 1938 dovrebbe studiare i migliori passaggi per arrivare in cima al Nanga Parbat, in previsione di una successiva spedizione tedesca in grande stile del 1939. Prima di partire sposa però Hanna Charlotte Wagener, figlia del grande esploratore tedesco Alfred Wagener, che rimane incinta. Quando il padre è già in India nasce un figlio, Peter, che incontrerà il genitore solo molti anni dopo.

Mentre la spedizione attraversa l’India scoppia la Seconda Guerra Mondiale. La nave che dovrebbe rimpatriarli non arriva in tempo, così sono catturati dagli inglesi a Karachi, all’epoca appartenente all’India Britannica, e deportati al campo di Ahmednagar, vicino a Bombay (attuale Mumbay). I ripetuti tentativi di fuga del gruppo convincono gli inglesi a trasferirli al campo di Dehra Dun, a nord, non troppo distante dal Nepal e dal Tibet, paese neutrale nel quale Harrer e Aufschnaiter sperano di approdare. (è curioso notare che il Dalai Lama, quando fuggì definitivamente dal Tibet nel 1959, venne ospitato per un certo periodo proprio a Dehra Dun, prima di essere trasferito definitivamente a Dharamsala, sempre nel nord dell’India, a un centinaio di km. dal confine con il Tibet, oggi Cina). Tornando a Harrer, nel 1944, al quinto tentativo di fuga, lui e altri cinque riescono a fuggire. Harrer e Aufschnaiter optano per il Tibet, mentre gli altri compagni puntano a sud e al Giappone.

Due biografie monumentali 08Mappa dell’India Britannica e paesi circostanti nel 1909

I due decidono di puntare su Lhasa e dopo un lungo, pericoloso e stentatissimo viaggio a piedi, varcano il confine della città il 15 gennaio del 1946. A poco a poco, grazie anche al fatto che Aufschnaiter ha studiato il tibetano, i due avventurieri si guadagnarono la fiducia e il rispetto dei cittadini, mostrandosi umili e rispettosi, quindi integrandosi anche svolgendo mansioni utili alla comunità.

Due biografie monumentali 09Vista laterale di Lasha e del Potala

Da qui in avanti, la fonte migliore è il libro Sette Anni in Tibet, più completo del riassunto fatto nell’autobiografia di cui sto parlando. Harrer entra davvero in confidenza con il Dalai Lama, e la loro amicizia durerà tutta la vita. Nel 1950, al momento della prevista invasione cinese, Harrer si ritira in India, mentre Aufschnaiter rimane a vivere fino alla sua scomparsa poco distante da Lhasa. Harrer scriverà: “Ovunque vivrò, proverò nostalgia del Tibet. Spesso penso di poter ancora sentire le grida delle oche selvatiche e delle gru e il battito delle loro ali mentre volano sopra Lhasa al freddo chiaro di luna. Il mio più sincero desiderio è che la mia storia possa creare un po’ di comprensione per un popolo la cui volontà di vivere in pace e in libertà ha conquistato così poca simpatia in un mondo indifferente”.

Nel periodo successivo al 1950, dopo il rientro in Austria, comincia a ricevere inviti: la sua fama lo mette al centro dell’attenzione, e gli sono offerti viaggi in varie parti del mondo. Invitato a New York, al termine del ciclo di conferenze compie tre scalate in Alaska a tre vette inviolate, poi nelle Ande, in Africa, in Oceania. Esplora alcune zone amazzoniche del Brasile, per incontrare delle tribù locali che vivono come al tempo della pietra. Nel 1957 esplora il Suriname e la Guyana Francese con l’ex Re dei Belgi Leopoldo III, assistendo anche a un (fallito) lancio di un satellite dal centro spaziale di Kourou. Entrambi contraggono la malaria, al tempo poco conosciuta, e sono curati per lungo tempo in ospedali europei, arrivando entrambi a un passo dalla morte. Esplora parte del Borneo, poi la Nubia e il Sudan per incontrare il bellicoso popolo Hadendoa. Nel 1962 scala una delle vette più ardue al mondo, la Cartsensz Pyramid o Puncak Jaya, in Indonesia, di quasi 4.900 metri. Sempre nel 1962, è graziato dalla sorte: non si imbarca per un ritardo a Bangkok, sul volo 771.

Due biografie monumentali 10Il palazzo del Potala

Il volo Alitalia 771 è un Douglas DC-8-43 partito da Sydney che dovrebbe percorrere le tratte di Darwin, Bangkok, Bombay, Karachi e Teheran prima di atterrare a Roma, con 94 passeggeri a bordo. L’aereo si schianta in avvicinamento a Bombay, probabilmente per un errore umano. Nessun superstite.

Tornando alla biografia di Harrer, la trovo più avvincente, più scorrevole rispetto a quella di Thesiger, sebbene sia scritta in modo meno ricercato, più semplice.

Le prime 150 pagine, dalla sua infanzia fino alla partenza dal Tibet, sono pagine che si divorano, letteralmente. La parte successiva, soprattutto il periodo delle interviste, delle conferenze e delle apparizioni pubbliche è senz’altro più monotona, poi Harrer riprende a narrare di esplorazioni nelle zone più sperdute del mondo, veramente in stile Eric Shipton, e il racconto torna ad essere avvincente.

Durante una esplorazione all’interno della Papua Nuova Guinea cade in una cascata e viene salvato per miracolo. Le molte fratture e le successive operazioni al torace si faranno sentire a lungo, ed è l’unico grave incidente in tutta la sua lunga vita. Interessante il paragrafo sulla visita ai pigmei delle Andamane, così come a quelli del Congo; altrettanto interessante il capitolo sul Buthan e sul piccolo Tibet, il Ladakh.

Una delle straordinarie caratteristiche di Harrer consiste nell’essere uno sportivo a tutto tondo, al punto che nel 1955 scopre casualmente il golf, ci si dedica intensamente, nel 1959 diventa campione austriaco (!), tre anni dopo presidente del golf club Kitzbuhel. Probabilmente, se avesse fatto corsa, ippica o canottaggio avrebbe prevalso comunque.

Rivede alcune volte, in giro per il mondo, l’amico Dalai Lama. L’ultima volta a casa sua, a Huttenberg nel 2002, per il suo novantesimo compleanno. Harrer muore il 7 gennaio 2006 a 93 anni. Il Dalai Lama così ne omaggia la memoria: “Sono particolarmente addolorato perché Heinrich Harrer era un amico personale. […] Quando l’ho incontrato per la prima volta nel 1949 proveniva da un mondo che non conoscevo. Ho imparato molte cose da lui, in particolare sull’Europa. […] Voglio cogliere questa opportunità per esprimere la mia immensa gratitudine e il mio apprezzamento per aver creato così tanta consapevolezza sul Tibet e sul popolo tibetano attraverso il suo famoso libro Sette anni in Tibet e le numerose conferenze che ha tenuto nel corso della sua vita. Il suo amore e rispetto per il popolo tibetano sono molto evidenti nei suoi scritti e nei suoi discorsi. […] Riteniamo di aver perso un fedele amico dell’Occidente, che ha avuto l’opportunità unica di sperimentare la vita in Tibet per sette lunghi anni prima che il Tibet perdesse la sua libertà. Noi tibetani ricorderemo sempre Heinrich Harrer e ci mancherà moltissimo”.

Oggi il celebre alpinista austriaco riposa nel cimitero della sua città natale, a Hüttenberg, dove ha sede l’Heinrich Harrer Museum. che contiene circa 4500 pezzi portati in Austria dall’esploratore dai i suoi tanti viaggi nel mondo, moltissimi di origine tibetana. Invece la collezione di antichità, costruita nel corso degli anni anche con l’aiuto della terza fedelissima moglie, Katharina Haarhaus, confidenzialmente Carina, era stata venduta al Museo etnografico di Zurigo, per una scelta di carattere economico. Harrer voleva infatti garantirsi una tranquilla vecchiaia. Al tempo stesso molti capolavori dell’arte del mondo diventavano visibili a tutti, all’interno di un Museo, e non rimanevano relegati nelle stanze del collezionista. Questo atteggiamento era stato particolarmente apprezzato dal Dalai Lama, perché più si parlava di Tibet, più si cercava di risvegliare le coscienze contro gli invasori cinesi. Purtroppo, la convinzione intima di Harrer, e cioè che il Dalai Lama un giorno sarebbe tornato libero nel suo palazzo del Potala, non si è realizzata e non si realizzerà in futuro.

Due biografie monumentali 11Heinrich Harrer e un giovane Dalai Lama

La prima cosa che distingue Harrer da Thesiger, oltre alla nazionalità, è l’origine popolare: un’infanzia contadina presso il nonno, ma con una visione del mondo fuori dai suoi ristretti confini, alimentata da curiosità e entusiasmo. Il suo primo e unico interesse era raggiungere il gotha dell’alpinismo, ma non nel senso stretto della parola, cioè entrare nell’elite aristocratica di quello sport, bensì nell’ottenere formidabili risultati nelle scalate. La sensazione che ho avuto è che lui fosse un ottimo alpinista, ma non un fenomeno dell’arrampicata. Non un Herzog, un Hillary, un Messner per intenderci. La sua scalata alla Nord dell’Eiger rappresenta il punto più alto (non metricamente) da lui raggiunto, e si tratta di una prima assoluta su di una parete difficilissima e mortale. In seguito però, vuoi per gli avvenimenti che glielo hanno impedito, vuoi per una certa ruggine provocata dai sette tranquilli anni trascorsi in Tibet, non ha più ritrovato la grinta che aveva da giovanissimo. Harrer mi ricorda un po’ Eric Shipton. Come Shipton (lui davvero autore della più bella autobiografia che io abbia letto, dal titolo Quel mondo inesplorato, libro che non deve mancare sullo scaffale degli appassionati del genere), anche Harrer si gode le valli intorno ai picchi più elevati, ammira le vette anche dalle stanze dei suoi rifugi, studia le popolazioni autoctone senza ambire obbligatoriamente ad arrivare alla vetta.

Harrer ha certo un carattere particolare, e non perché cambia tre mogli, pure in tempi in cui non era così comune come oggi. A merito del film Sette Anni in Tibet va ascritto che l’atteggiamento assai poco simpatico che Brad Pitt interpreta all’inizio, poi nel viaggio e nella fuga, è probabilmente molto veritiero: il cambiamento caratteriale viene mostrato solo durante i sette anni nel Tibet. Semplicemente, come scrive lui in un passo citato prima, pur di partire per un viaggio in montagna, con la sua ambizione avrebbe accettato anche l’offerta del diavolo, scavalcando qualunque regola morale, il che non lo rendeva certo simpatico.

Harrer ha un rapporto di rispetto con le popolazioni che incontra, sia nel viaggio in fuga dall’India, sia nella sua lunga permanenza a Lhasa. Anche Thesiger ha un rapporto protettivo e rispettoso verso le popolazioni che descrive, in questo entrambi si integrano nelle realtà locali con facilità. Poi, a parte il dettaglio che Harrer non va a caccia (o almeno non ne parla mai) e che rispetta gli animali, le differenze stanno nei luoghi dove si svolge la loro storia, e nel linguaggio usato. Harrer scrive in modo più semplice e immediato, Thesiger è più raffinato e colto, sicché le origini dei due vengono alla luce. Fondamentalmente, Harrer opera su tre piani distinti: da giovane è un alpinista, con la mezza età diventa esploratore e negli ultimi anni, prima di ritirarsi, un etnologo; questa tripla definizione la si percepisce soprattutto in questa sua lunga biografia.

I luoghi descritti dai due autori sono certo ostili, ma per loro sono ospitali, e in tutta onestà io nutro una grande passione per il plateau himalayano rispetto a quello africano: così non mi è difficile schierarmi dalla parte dell’austriaco.

Last but not least, come scrivono gli inglesi (questa magari potevo risparmiarmela …), Sette Anni in Tibet ha avuto una notevole influenza su di me. Quando ereditai dai miei cari la casa di campagna in cui vivo tuttora, trentacinque anni fa circa, trovai in un mobile una copia di questo libro (prima edizione Garzanti, del 1953). Era appartenuto a mio zio, Aldo Montorzi, Tenente Colonnello dell’Esercito Italiano, marito della sorella di mia madre, teatino duro come una roccia da fuori, ma buono come il pane dentro, che rimase alcuni anni prigioniero di guerra in India. Lo aveva comprato (presumo) perché nel libro c’erano molti riferimenti ai campi di prigionia inglesi in India, e lui ne sapeva … abbastanza. Questo libro, anche se a volte un po’ romanzato, narra in modo mirabile un’avventura straordinaria. La prefazione dell’edizione inglese è opera di Peter Fleming, autore di narrativa di viaggio, inglese, a me poco gradito per il modo ampolloso e snob di scrivere (e per la brutta abitudine di cacciare le tigri, in questo collega di Thesiger), che ospita Harrer a Londra con tutti gli onori al suo ritorno in Europa, e verso il quale l’austriaco prova molto rispetto.

L’altro libro, molto fortunato e apprezzato, è Parete Nord e racconta la conquista della Nord dell’Eiger (Il Ragno Bianco credo sia il titolo della prima edizione di Parete Nord); un libro di puro alpinismo, consigliabilissimo. Il terzo libro, Ritorno al Tibet (un ritorno a Lhasa nel 1982), invece è una operazione un po’ forzata, utile solo (e comunque non è poco) a denunciare la tirannia cinese in Tibet. In realtà il paragrafo dedicato a questo viaggio, inserito nella biografia di Harrer, è già esaustivo sull’argomento. Ci sono altri libri, ma li ho trovati solo in inglese, e quello sul Buthan solo in tedesco; non so se esistono traduzioni in italiano dei seguenti:

  • Lost Lhasa (1953)
  • Tibet is My Country (1961) – an autobiography of the Dalai Lama’s older brother, Thubten Jigme Norbu, as told to Harrer
  • I Come from the Stone Age (1965)
  • Ladakh: Gods and Mortals Behind the Himalayas (1980)
  • Return to Tibet: Tibet After the Chinese Occupation (1998)
  • Denkich an Bhutan (2005)

Concludo andando in fuorigioco, ma solo perché penso a quanti luoghi, quante località, se notate, sono state citate in queste poche pagine. Penso a Harrer che si iscrive all’Università e sceglie Geografia, un percorso di studi che ho seguito anch’io.

Allora penso che a mia figlia di trentatré anni (mio figlio, lo ammetto, è più curioso e competente), che se chiedo dov’è Crotone mi risponde in Cambogia. Per questo motivo invito i quattro o cinque lettori di questo articolo a ricordarsi la sera, prima di coricarsi, di Mariastella Gelmini, che quindici anni addietro, nelle vesti di Ministro della Pubblica Istruzione, ritenne che l’insegnamento della geografia fosse una spesa inutile per le casse dello stato.

Trecento!

di Paolo Repetto, 28 giugno 2024

Sono trecento,
sia lunghi che corti,
li butto al vento
che via li porti

Qualche tempo fa, trovandomi ad aggiornare un elenco dei pezzi miei comparsi sul sito dei Viandanti ho constatato che ero quasi a quota trecento. Nel frattempo ne ho scritti altri, e quindi questo dovrebbe essere, salvo errori e omissioni, proprio il trecentesimo. Se anche non lo fosse due o tre in più o in meno non cambiano la sostanza delle cose, e cioè la necessità di fermarmi un momento a riflettere sul senso di tutto questo lavoro. Magari ripartendo dalle riflessioni che già facevo diversi anni orsono, in assenza di anniversari o di traguardi (cfr. Un elogio del dilettantismo, in Muli, gitanti e cavalieri erranti –2013).

Intanto è evidente che trecento pezzi non sono un numero da record. Qualsiasi giornalista li butta giù in un anno, ma anche qualsivoglia studioso ha in genere un carnet di pubblicazioni molto più denso, e di ben altro spessore. Quindi ha un valore solo in chiave personale, e in realtà nemmeno quello, se non simbolico. Ma – e questo dovrebbe essere il vero argomento del trecentesimo pezzo che sto scrivendo – simbolico di che?

Ci arriveremo. Prima, però, faccio notare che trecento non è nemmeno di per sé un numero da entusiasmi: direi piuttosto che porta una gran sfiga. Trecento erano i compagni di Leonida, e sono morti tutti. Trecento gli sventurati compagni d’avventura di Pisacane, e sappiamo com’è andata a finire. Trecento (e passa) i martiri delle Fosse Ardeatine. Trecento i clandestini annegati nel naufragio di Portopalo, a Natale del 1996, di cui nessuno si ricorda più, perché nel frattempo nel 2015 ne sono morti altrettanti vicino a Lampedusa, e migliaia sono ormai sparsi nel Mediterraneo. Anche le catastrofi naturali, come il terremoto dell’Aquila del 2009, e tornando indietro di un secolo, il cedimento della diga del Gleno, nel 1923, sembrano privilegiare questo numero. Senza contare che il Trecento è il secolo della peste nera, e lì le vittime non si contano. Per questo, toccato il traguardo simbolico non mi vergogno di fare gli scongiuri.

Ora, si potrà obiettare che a volerli cercare si troverebbero riscontri altrettanto negativi per qualsiasi altro numero: ma non è così. Trecento, un po’ come il tre o il sette, si porta dietro un carico di storia e soprattutto di narrazione storica. Parrebbe essere considerata la cifra negativa oltre la quale vicende, conflitti e calamità sconfinano in catastrofi, in ecatombi, in finimondi.

Credo davvero che esistano numeri “naturalmente ottimali” e altri più o meno naturalmente “negativi”. Trecento è già uno di questi ultimi, almeno nella mia percezione. Tra i primi invece ci sono quelli ideali per la coesione o l’efficienza di un gruppo, e questi non mi sono dettati solo dalle mie fisime o da particolari esperienze, hanno l’avallo di tutta una letteratura scientifica.

Partiamo dal basso. In questo caso non prendo in considerazione i numeri stimati dall’antropologo Robin Dumbar, per il quale le amicizie solide e stabili che ciascuno di noi può coltivare nel corso di una vita, quelle basate sulla stima personale e sull’impegno reciproco, possono arrivare a un tetto di centocinquanta; e nemmeno mi riconosco nel tetto meno ottimistico ricalcolato ultimamente dall’Università di Uppsala, che le riduce a una quarantina. Ho evidentemente un’idea dell’amicizia molto più selettiva: la mia rubrica non arriva a centocinquanta numeri telefonici di semplici conoscenti, e sono una quarantina solo se includo il dentista e l’idraulico. Inoltre qui parlo di amicizie “forti”, quelle che si concretizzano nella formazione di un gruppo con una frequentazione continuativa, anche se ho amici che considero tali a pieno titolo e che vedo si e no una volta l’anno. Ebbene, per quelle che definisco “amicizie forti” considero ottimale il numero tre; per quelle appena un po’ più allargate il cinque.

Mi spiego: il due non dà vita a un gruppo, implica dinamiche relazionali da un lato più semplici, ma per altri versi decisamente più complesse, perché crea in qualche modo una dipendenza reciproca. Diciamo che rientra nella sfera emozionale-affettiva, anche quando non sottende necessariamente l’attrazione fisica (come invece uno psicologismo d’accatto vorrebbe malignamente insinuare), più che in quella razionale-amicale. I multipli di due, e in generale tutti i numeri pari, sono poi comunque sconsigliati per un motivo più pratico, perché includono la possibilità di suddivisione in sottogruppi di eguale entità, e rendono difficile il decidere e l’agire a maggioranza.

Per le discussioni al bar o per le serate conviviali il tetto arriva a sette, a voler essere generosi. Oltre è quasi impossibile governare la conversazione, mantenere su un binario unico lo scambio e concedere a ciascuno sufficiente spazio per partecipare. Finisce che si creano più sottogruppi separati, le discussioni si incrociano e si sovrappongono e tutto si risolve in una babele. Certo, in occasioni speciali si può azzardare sino a undici convitati, ma guai a superare questo numero. Ne sa qualcosa Cristo, c’è sempre qualcuno che per forza di cose si sente escluso e arriva magari a tradire.

Questi numeri non sono buttati lì a casaccio. Lo dimostra il fatto che le strutture militari, particolarmente attente all’efficienza, li hanno da sempre adottati: i romani, ad esempio, consideravano nucleo basilare delle loro armate quello costituito dai contubernales, i militari che alloggiavano nella stessa tenda o prendevano i pasti attorno allo stesso fuoco, e che erano mai più di nove. Ancora oggi l’unità di base dell’esercito è la squadra, composta da un numero tra sette e undici. Si ritiene infatti che entro queste dimensioni possa crearsi tra i commilitoni una profonda conoscenza, e quindi un vincolo di cameratismo e di reciproca protezione: inoltre è possibile far giungere quasi istantaneamente ad ogni componente qualsiasi informazione utile a coordinare o a modificare l’azione nella quale il gruppo è impegnato.

Non è un caso che undici sia considerato il numero ideale anche per la composizione delle squadre di calcio, che sul campo devono intessere trame all’unisono, e in teoria dovrebbero contare, oltre che sull’intelligenza e sulla prestanza tecnica e atletica dei singoli, sull’intesa di gruppo. Chi ha stabilito le regole ha tenuto conto del fatto che terreni di gioco più ampi, con squadre più numerose, avrebbero finito per spezzettare la faccenda in tanti episodi scarsamente collegabili tra di loro. La cosa vale oggi più che mai, perché già così la continua migrazione dei calciatori da una compagine all’altra rende addirittura difficile per gli atleti conoscersi per nome. Dove poi il numero dei partecipanti aumenta a fronte delle stesse dimensioni dello spazio, come nel rugby, è perché il gioco punta sì sull’intesa e sulla collaborazione, ma anche e soprattutto sulla concentrazione dell’energia. Una delle fasi fondamentali è infatti la mischia, l’azione condotta dal maggior numero possibile di partecipanti nello stesso punto.

Tornando all’esemplificazione militare, solo gli americani, sempre portati all’esagerazione e sempre memori degli esempi testamentari, potevano immaginare di mettere assieme come unità operativa minima “una sporca dozzina”. Forse la cosa è giustificata dal fatto che si tratta di un gruppo di pazzi o di delinquenti, che non a caso alla fine ci lasciano tutti la pelle. Quando siamo in presenza di “buoni”, come ne “I magnifici sette”, ci si attiene invece al numero canonico (sia pure per un ricalco dal giapponese “I sette samurai”: come si vede, le simbologie numeriche sono universali).

A ricordarci che oltre l’undici il numero diventa nefasto c’è anche, se vogliamo, il fatto che i plotoni d’esecuzione, soprattutto durante la grande guerra, ma anche prima e dopo, erano composti di dodici soldati e di un sottufficiale. Ma si trattava evidentemente di una squadra anomala, creata ogni volta col sorteggio, entro la quale non esisteva alcuna affinità o vincolo di reciproca protezione.

Esistono però numeri più alti che riescono ideali in contesti diversi. Parlo ad esempio di una comunità più allargata, quale potrebbe essere un villaggio. Qui il numero di Dumbar può avere senso. Non si dovrebbe parlare però in questo caso di amicizia, ma di un livello di conoscenza reciproca abbastanza profondo da poter agire sia sul controllo che sulla collaborazione sociale. Dumbar lo ipotizza per una comunità agricola di tipo ottocentesco, in pratica quella in cui sono cresciuto io: purtroppo oggi i villaggi di quella consistenza non esistono più, o non sono più villaggi.

Quel numero, tra cento e centocinquanta, vale appunto per forme di socialità che sono state ormai superate dallo sviluppo esponenziale delle comunicazioni e delle informazioni, sia per quanto concerne la quantità che per la velocità: eppure rimane senz’altro indicativo dei limiti entro i quali l’interscambio di una comunità trova il suo terreno ottimale. Tanto che gli urbanisti del terzo millennio lo hanno rispolverato, e ritengono dovrebbe costituire la base per una pianificazione dei tessuti relazionali a livello di quartiere. Del resto a qualcosa del genere avevano pensato anche i soliti romani, che impallati com’erano sull’efficienza militare avevano adottato come unità base dell’armata la centuria, e avevano poi trasposto questo criterio alla vita civile creando i comizi centuriati.

Ora, è evidente che di fronte alla radicale trasformazione delle forme di socialità attualmente in atto, e in particolare al nuovo nomadismo infra e intraurbano, i modelli storici e quelli ideali vanno a farsi benedire. Come si fa a ipotizzare un numero ideale per i residenti in un condominio, quando questi sono in continua rotazione, e quando conosco oggi dei miei dirimpettai di pianerottolo molto meno di quanto sapessi mezzo secolo fa di compaesani che abitavano in una frazione a qualche chilometro dal nucleo di Lerma?

Lascio perdere dunque altri numeri socialmente significativi, e ce ne sarebbero parecchi, anche perché mi rendo finalmente conto di aver imboccato un binario morto, che c’entra nulla con il discorso iniziale (mi capita sempre più spesso: gli anni si fanno sentire, e anche lì dopo gli undici si scivola lungo una china incontrollabile). Torno allora ai numeri miei. In termini assoluti – dicevo – i pezzi che ho scritto non sono poi molti. Il sito è attivo da vent’anni, quindi da più di mille settimane, e questo significa in media uno ogni tre o quattro settimane. Che non è un gran lavoro. Un po’ diverso è il discorso se si conteggiano le pagine totali, che sono poco meno di cinquemila: quindi circa una pagina al giorno. Nullo die sine pagina. Quasi sufficiente.

Devo però smetterla di gingillarmi con queste cifre, e arrivare al cuore della domanda. Perché negli ultimi vent’anni ho continuato a scrivere?

Vado per esclusione. Non scrivo certo per cercare un riscontro pubblico. Non dico la fama, ma neppure la visibilità. Capisco che l’insistenza su questo argomento (ne ho già scritto altre volte) possa far correre il pensiero alla favola della volpe e dell’uva, ma non posso farci nulla. Se insisto è perché sono convinto che il piacere della scrittura possa (o addirittura debba) prescindere dalla ricezione esterna, che scrivere possa essere un’attività intransitiva. Non ho mai sognato i venticinque lettori di Manzoni, dubito che qualche mio pezzo sia stato letto dalla metà, e mi va bene così.

Scrivo dunque sapendo benissimo che le mie pagine non hanno alcun peso sulla coscienza e sull’opinione di chicchessia (come accade del resto alla gran parte di quanto si scrive): e aggiungo che sono assolutamente indifferente rispetto a ciò che potrei eventualmente trasmettere. In realtà mi rivolgo sempre ad un solo lettore ideale, che sono naturalmente io, e non ho bisogno di autoconvincermi. Cerco invece di scrivere in maniera da non dovermene vergognare quando eventualmente tornassi a rileggermi (c’è qualcosa di nietzschiano, o è più semplicemente narcisismo, in questo atteggiamento?). Se poi pubblico queste pagine in un sito è per il puro piacere di rivederle su un supporto diverso, che consente di giocare con le immagini, il formato, i caratteri.

Scrivo senza attendermi alcun ritorno economico. Non solo non me lo attendo, ma rifiuto l’idea in linea di principio. È un principio che poi applico solo a me, non ho nulla contro chi scrive per mestiere: ma io di mestieri ne ho fatti altri e per fortuna non ho bisogno di questo per sopravvivere.

Quanto al fatto di pubblicare, sia pure solo sul sito o tramite i libretti che io stesso confeziono e dei quali faccio omaggio agli amici, ha anche un’ulteriore motivazione. Da sempre scrivo per indurre anche altri a farlo. Diciamo che è una continuazione dell’insegnamento con altri mezzi, e a questo si aggiunge il piacere che traggo dal lavoro “editoriale”, la mia vera passione. Se poi edito soprattutto cose mie, è perché dagli altri non arriva molto. Eppure sono convinto che la scrittura, come e forse più ancora della lettura, sia uno strumento formidabile di difesa e di autocoscienza. Per questo va sottratta alla banalizzazione, a twitter e ai social, o a qualsiasi aspettativa in termini di fama e di denaro, e va praticata imponendosi una rigida disciplina. In questo senso qualche risultato posso ascrivermelo: il sito ha mantenuto in tutti questi anni un profilo abbordabile: non basso, ma nemmeno intimidatorio. Per questo, forse spronati anche dalla libertà e dall’incoscienza con la quale io per primo ho affrontato gli argomenti più peregrini, alcuni degli amici hanno deciso di cimentarsi a loro volta. Ne avrei sperati magari di più, ma considero ogni minuto dedicato da chiunque alla scrittura non mercificata un guadagno netto, e quindi mi considero soddisfatto.

Alla fine, però, mi accorgo che la risposta alla domanda era già lì, al momento stesso in cui ho deciso di stendere questo pezzo. Ci ho lavorato per metà pomeriggio, e in quelle ore non ho pensato che stavo perdendo il mio tempo, tempo che alla mia età trascorre sempre più in fretta e diventa sempre più prezioso. Ho pensato invece che stavo scrivendo in assoluta libertà, che potevo scegliere un argomento e poi, come al solito, partire per la tangente (come appunto il presente pezzo dimostra), rientrare in orbita quando volevo, senza rendere conto a nessuno, inventarmi addirittura un esergo senza ricorrere a citazioni, giocare con l’iconografia. Ho ricordato cose sepolte da anni nella memoria, sono andato a riprendere in mano un paio di libri, ho già intravisto altri possibili argomenti, ho imparato ancora qualcosa.

Soprattutto, ho valicato la soglia fatidica di trecento, e adesso guardo al tempo che mi resta con un certo sollievo.

Prospettive (a/o)ccidentali

di Paolo Repetto, 24 giugno 2024

(Questo testo è stato concepito come introduzione al volume IX delle Opere complete dell’autore, la cui uscita sembra rimandata sine die per analfabetismo digitale dello stesso. Ve lo anticipiamo comunque, in attesa che ritrovi la sua originaria destinazione.)

Nel lessico architettonico la prospettiva accidentale (detta anche angolare) è quella che identifica sulla linea dell’orizzonte due punti di fuga, uno a destra ed uno a sinistra rispetto al punto di vista. Questo avviene quando il piano sul quale si situa l’osservatore non è parallelo all’oggetto osservato, ma angolato. Per intenderci, quando si visualizza e si rappresenta un oggetto non frontalmente, ma di sbieco. È la modalità di rappresentazione che incontriamo con maggior frequenza nel disegno architettonico moderno (ad esempio, negli scorci urbani futuristici di Sant’Elia), perché suggerisce l’idea di una visione “casuale”, di una “istantanea”, e in qualche modo, invece di fissarla, movimenta l’immagine. Per ottenere tale effetto è anche opportuno che la figura risulti sfalsata rispetto al quadro prospettico secondo angoli diseguali (non cioè due angoli di 45°), e che il punto di vista scelto sia quello che offre lo scorcio più “interessante”.

Se questa modalità la si trasferisce su un piano simbolico, ci offre la metafora perfetta del rapporto che è venuto a crearsi nel corso dell’età moderna tra il soggetto osservante e il mondo che lo circonda: e questo vale tanto per il rapporto spaziale (l’uomo e la natura, l’individuo e la società) che per quello temporale (l’uomo e la storia). Vorrei usarla quindi come tale, ma prima cerco di spiegarmi meglio, e per farlo devo fare un passo indietro e partire da lontano.

Accade questo. Nel Quattrocento e nel corso del Rinascimento si compie nelle arti visive quella che viene definita la “rivoluzione prospettica”. Si adotta cioè un punto di vista esterno rispetto all’oggetto da rappresentare: si frappone uno spazio tra soggetto e oggetto, come se l’uomo, che aveva vissuto sino a quel momento “dentro” la natura (e, aggiungerei, dentro una qualsivoglia comunità di specie, tribale, religiosa, militare, ecc …) da un lato sentendosene parte, ma dall’altro rimanendone in balìa, cominciasse a guardare ciò che lo circonda da una finestra, e a staccarsene. La finestra, come avverrà più tardi con l’obiettivo fotografico, “in-quadra” il mondo osservato, definisce la separazione dell’osservatore, e induce quest’ultimo a scegliere un posizionamento (il punto di vista) che renda possibile concentrare la sua attenzione su quanto riveste per lui uno specifico e immediato interesse. La messa a fuoco avviene seguendo delle linee ideali, le cosiddette “linea di fuga”, che non si fermano sull’oggetto, ma si prolungano sino a incontrare in un “punto di fuga” il piano dell’orizzonte. In questo modo si determina una distanza, una separazione dall’oggetto: ma poi si reintegra quest’ultimo in uno spazio “geometrico”, quello che il soggetto gli crea attorno, davanti e dietro. In sostanza si inventa, o si riconosce, una nuova dimensione esterna, quella della profondità, in opposizione alla quale cresce, si evidenzia e si proietta a sua volta quella interna dell’individualità.

Prospettive occidentali 02

L’introduzione della profondità modifica infatti radicalmente il rapporto con tutto ciò che sta fuori. Andate a rivedervi Masaccio, Paolo Uccello e La scuola di Atene di Raffaello e capirete di cosa sto parlando. Mentre lo spazio piano, che era caratteristico della cultura classica e di quella medioevale, consentiva al suo interno una differenziazione eminentemente qualitativa, nella quale valeva un gioco di corrispondenze e di similitudini che prescindevano da ogni computo, quello prospettico ne introduce una quantitativa, sconosciuta agli antichi. In altre parole, il soggetto si “appropria” dell’oggetto inserendolo in una dimensione profonda che consente di rilevare i volumi, lo inscrive in una struttura geometrica, e quindi lo “quantifica”: e si appropria anche dello spazio (non solo di quello fisico, ma anche, ad esempio, di quello politico e relazionale), perché lo ridisegna.

In questo modo l’umanità può controllare un mondo dal cui abbraccio si è divincolata, e “razionalizzarlo”. È come se per millenni avesse ammucchiato mattoni, magari associandoli per grandezza o per colore, e adesso cominciasse a disporli e organizzarli secondo le linee e gli angoli di un progetto ben preciso di edificazione. Non solo: ogni successivo arretramento della linea dell’orizzonte, prodotto dalla proiezione del progetto nel futuro, induce una crescente curiosità nei confronti dell’incognito, sempre meno frenata da paure e superstizioni e sempre più sorretta da nuove potenzialità previsionali. Questa è non a caso l’età delle scoperte geografiche, che abbandona la navigazione a vista e introduce il calcolo delle rotte. La profondità può essere percorsa, comporta possibilità inedite di movimento e di relazioni, e le distanze da coprire sono tradotte in tempi e costi (o vantaggi).

Le implicazioni che discendono a catena da questa modalità di rappresentazione del mondo non riguardano dunque solo la percezione dello spazio. Anche la concezione del tempo è strettamente connessa all’adozione della prospettiva, e anch’essa conosce una dilatazione, sia della profondità storica che della progettualità nei confronti dell’avvenire. Ad un remoto spaziale si associa insomma anche la consapevolezza di un remoto temporale, passato o futuro. L’idea che noi occidentali abbiamo del tempo dipende infatti, oltre che dall’assunzione a modello percettivo del ritmo biologico e della linearità della vita individuale, dal modo in cui ci rappresentiamo lo spazio. Questo lo aveva già capito Aristetele, quando diceva che il tempo è quello “spazio” che intercorre tra il prima e il poi, e in quello spazio si dà il movimento, e quindi il tempo è il “numero”, la misura del movimento.

Malgrado ciò, nel ‘500 l’associazione spazio-tempo non è ancora così immediata: lo dimostrano le fogge nelle quali sono abbigliati, nelle rappresentazioni di vicende dell’antichità classica o della storia testamentaria, i protagonisti, o le architetture rinascimentali entro le quali questi si muovono. Ma la profondità dell’ambientazione, con la possibilità di immaginare al suo interno un movimento delle figure, già di per sé “storicizza” quanto viene mostrato. Per rimanere nell’esemplificazione iconografica, alla fissità atemporale dei vari Cristi crocifissi o delle Madonne in trono succedono le rappresentazioni “drammaticamente” ambientate delle Annunciazioni o del pagamento del tributo. Questo implica, nel caso delle prime, la “storicizzazione” della vicenda evangelica, la costruzione di una biografia del Cristo distesa nel tempo; nel secondo caso la separazione tra ciò che attiene al sacro e quanto ricade nel profano, e al tempo stesso la legittimazione ad esistere di quest’ultimo.

La nuova modalità di conoscenza prodotta dal collocarsi fuori dal quadro identifica insomma in ciò che viene osservato nuovi significati e nuove potenzialità, e li piega ad uno scopo. Impone cioè che si adottino dei criteri di scelta delle direzioni da percorrere e dei progetti da realizzare, e suppone che questi ultimi siano quantificabili in tempi, costi e risultati.

Riassumendo: da un certo periodo in poi il mondo e le azioni che si compiono nei suoi confronti sono visti “in prospettiva”. Le direzioni, i progetti, le aspettative, sono altrettanti atti di volontà di un soggetto che si è separato dall’oggetto della sua conoscenza, negando implicitamente quella organicità indifferenziata di cui in precedenza si sentiva partecipe: le cose non accadono per fatalità o per leggi naturali intrinseche ed immutabili, non scorrono davanti a noi come su uno schermo, o attorno a noi come in una rappresentazione plastica nella quale figuriamo solo come comparse, ma vengono riordinate nella profondità di uno spazio pensato dall’uomo a sua misura, secondo sequenze geometriche e matematiche delle quali ha la regia. All’interno di questo spazio creato dalla prospettiva, che contempla la dimensione della profondità, l’oggetto non risulta più statico, ma diventa passibile di spostamento, e il soggetto acquista facoltà di intervento. Alla fissità della statica subentra il primato della dinamica; lo studio e la riproduzione dei meccanismi del movimento gettano le fondamenta della moderna meccanica. Ora, l’unico modo nel quale si può attraversare lo spazio è il tempo, e lo spazio prospettico matematizzato ha quindi riscontro in una prospettiva temporale nella quale l’uomo comincia a iscrivere il proprio agire, e che sancisce in fondo la vittoria definitiva dell’idea biblico-cristiana della linearità del tempo, introducendo in più quella della fuga in avanti (ovvero, della progressione).

Questo modo di procedere viene definito in un primo momento “iuxta propria principia”, come fosse dettato dai principi stessi naturali, quasi a difenderlo dal sospetto di sacrilegio. In realtà quei principi sono dettati dai modi nei quali la natura è rappresentata, dalla necessità di ricondurre tutto a spiegazioni razionali, anche quando le si cerca col tramite dell’esperienza. In fondo anche Galileo parte dal presupposto che “la natura è un libro scritto da Dio in linguaggio matematico”. Il fatto è che il libro non lo ha scritto né dettato Dio, ma gli uomini, e gli uomini possono leggere solo quello che essi stessi hanno scritto. Non tarderanno ad accorgersene, ma ci vorranno secoli prima che arrivino ad ammetterlo.

Prospettive occidentali 03

Mi accorgo che forse l’ho messa giù troppo pesante, e a questo punto dubito fortemente che la mia sintesi possa risultare chiara: ma ho già trattato l’argomento della “rivoluzione prospettica” in Da Pico a Bacone, e a quel testo rimando. Nell’occasione avevo però badato soprattutto a cogliere le premesse della trasformazione epocale dei modi della percezione, e a documentarne lo straordinario impatto in ogni ambito della conoscenza umanistico-rinascimentale (e, naturalmente, della prassi), fermandomi alle soglie di quella che sarebbe poi stata definita la “modernità”. Proprio quella che invece, sempre in maniera molto sintetica, vorrei provare ad affrontare adesso (anche se, in realtà, ho già sviluppato questa parte in maniera più analitica in un altro testo, La discesa dal Monte Analogo – cfr. il capitolo Razionalizzare il mondo).

La rivoluzione prospettica non va comunque a compimento nel Rinascimento: conosce ulteriori sviluppi, quelli appunto che dovrebbero essere oggetto di queste pagine e che stanno all’origine del nostro attuale “disorientamento”.

Il fatto è che la prospettiva centrale, o frontale, quella adottata per le arti visive nel Rinascimento, dilata indubbiamente lo spazio, ma nella sostanza poi lo richiude, perché fa convergere in un punto preciso (il punto di fuga) le linee di proiezione. Questo è un modo senz’altro efficace per mantenerne il controllo. Un esempio lampante lo possiamo trovare negli sviluppi della conoscenza geografica cui ho già fatto cenno. Le scoperte spostano ripetutamente in avanti la linea dell’orizzonte, aprono sempre nuovi spazi, ma su questi viene immediatamente gettata una rete di linee geometriche che li ingabbiano, li razionalizzano e li quantificano. La conoscenza nuova che si ha del mondo è immediatamente tradotta in distanze, tempi di percorrenza, prospettive economiche.

Sul finire del Rinascimento però questa rete di controllo, che in fondo rispondeva ancora alla concezione classica di unitarietà del mondo, comincia a mostrare le sue falle. Le varie rivoluzioni che si succedono, da quella religiosa a quella scientifica, e prima ancora quelle indotte dalla stampa o dalle armi da fuoco, introducono una molteplicità di punti di vista, e quindi di potenzialità prospettiche. Si comincia a guardare da finestre diverse, con diverse angolazioni, su orizzonti che non solo si spostano, ma mutano. A mano a mano poi che si realizzano una conoscenza e un dominio sempre più ampio e performante sulla natura si scopre anche che ogni nuovo passo apre più problemi e interrogativi di quanti non ne risolva. La “docta ignorantia” di Cusano, che sembrava essere stata messa alla porta proprio con l’introduzione della prospettiva, rientra dalla finestra: solo che non riguarda più le cose di Dio, la Verità, ma le cose del mondo.

Anche in questo caso è l’arte a dare conto nella maniera più immediata ed evidente del cambiamento. Già il barocco, ad esempio, propone preferibilmente angolazioni e soluzioni “eccentriche”, e adotta una fondamentale variante prospettica, quella appunto della prospettiva accidentale. E le “capricciose invenzioni” di Piranesi, frutto di una sensibilità inquieta, precorritrice del romanticismo, vagheggiano la fuga in un mondo ideale che si sottrae ai canoni geometrici rivoluzionandoli dall’interno, e rifiuta ogni commensurabilità. L’esito ultimo della rivoluzione è questo.

Al contrario della prospettiva centrale, che pur dilatandolo chiude lo spazio, quella accidentale infatti lo apre, perché i punti di fuga sulla linea d’orizzonte possono anche uscire dalla scena, trovarsi all’esterno del quadro prospettico, cioè al di fuori dello spazio che vediamo rappresentato. Come scrive un eminente storico dell’arte, Erwin Panofsky, è la “forma simbolica” di un modo di vedere il mondo senza cercare di racchiuderlo nel perimetro dell’immagine. La prospettiva accidentale ci dice che quel mondo non lo si potrà mai rappresentare nella sua interezza, ma solo coglierne scorci, angoli fuggevoli e linee che si perdono oltre il nostro sguardo. In sostanza, la nostra conoscenza ne esce relativizzata.

Prospettive occidentali 04

Quello che accade dopo è davvero troppo complesso per azzardarne una sintesi. È una vicenda che inizia con il moltiplicarsi dei punti di vista e delle angolazioni prospettiche, e procede poi lungo tutta la modernità tra alti e bassi, speranze illuministiche e regressioni romantiche, magnifiche sorti e progressive e tramonti decadentistici. E lungo il cammino assume le caratteristiche di una proiezione squisitamente “occidentale” del posto dell’uomo nel mondo, riassumibile nell’idea di “progresso”, che viene trasmessa o imposta gradualmente a tutte le altre culture. Ma oggi, essendo approdata nella seconda metà del ventesimo secolo al nichilismo relativistico della post-modernità, parrebbe non funzionare più. E qui conviene che citi direttamente da La discesa dal Monte Analogo: faccio prima ed evito di ripetere per l’ennesima volta le stesse cose. Con una avvertenza, però: in quelle pagine riportavo la ricostruzione del percorso della modernità quale è operata dagli anti-moderni (alias anti-illuministi o anti-occidentalisti), che mi trova d’accordo solo sino ad un certo punto, perché si risolve poi nell’ipocrita rifiuto di ogni portato della civiltà “occidentale”, compreso il diritto alla critica del quale si avvalgono. Voglio dire che nelle linee di massima la ricostruzione è corretta, mentre non lo è affatto l’interpretazione che si dà dell’intera vicenda.

«Come abbiamo visto, l’imputazione più generica è di aver usato lo strumento della ragione per impadronirsi del mondo e sfruttarlo, e di aver legittimato questo dominio postulando una naturale convergenza tra sapere e potere (vedi Francesco Bacone). Ovvero, di avere attuato una “razionalizzazione del mondo”, intesa sia come modalità conoscitiva ed esplicativa che come condizione e modello per agire su di esso, per modificarlo e addomesticarlo.

Cosa significa però “razionalizzare il mondo”? Nella interpretazione antimoderna significa in primo luogo ridurne la lettura alle sole operazioni compatibili con quanto la mente umana è in grado di dominare: ovvero, costringere il reale negli schemi totalizzanti dell’unità e della storicità ed escludere il molteplice, tutto ciò che non trova spiegazione entro questi schemi. Vale a dire: supporre che esista una logica interna al tutto, e che tutto ciò che esiste o accade sia sempre spiegabile in termini razionali, e solo in essi. È quanto Hegel aveva lapidariamente riassunto in “Tutto ciò che è razionale è reale; e ciò che reale è razionale”. […]

Con la rivoluzione scientifica entriamo ormai nel pieno della modernità. Bacone, Cartesio e Galileo hanno gettato le fondamenta per una visione meccanicistica del mondo naturale: Hobbes l’ha poi trasferita ai rapporti interumani, postulando che la società sia una costruzione artificiale (un meccanismo, quindi, anziché un organismo) e che il potere abbia una natura contrattualistica, fondata sulla somma delle convenienze individuali. Dopo di lui gli illuministi settecenteschi e i positivisti dell’Ottocento hanno fatto dello studio “scientifico” della società un obiettivo prioritario. “Razionalizzare” significa infatti applicare il parametro razionale non solo come condizione del conoscere ma anche come misura dell’efficienza e della bontà, o della utilità, dell’agire: quindi adottare quell’attitudine che chiamiamo, in genere con un po’ di sufficienza, “pragmatismo”. […]

È insomma accaduto che uno strumento proprio della ragione (nel nostro caso la capacità di immaginare delle coordinate per definire degli spazi o di individuare percorsi non obbligati dalla configurazione del territorio) e funzionale al metodo scientifico, quindi applicabile alla geografia e più in generale alle scienze naturali, è stato trasferito nell’ambito delle scienze umane (nella politica e nell’economia). Questo tipo di sconfinamento è diventato più frequente e scontato mano a mano che si imponeva una conoscenza “geometrizzante” del mondo: in parallelo si affermava infatti la spinta a “razionalizzare” il potere, il dominio, l’economia, la società, e di lì a poco tutta la sfera esistenziale individuale, controllando e pilotando anche desideri ed emozioni.

Imboccando questa strada, secondo i post-modernisti, la ragione ha fatto compiere un salto qualitativo alle sue pretese: intanto si è appropriata in esclusiva di un terreno che avrebbe dovuto condividere con altre modalità conoscitive, non razionali; poi è passata dalla ricerca del logos, della coerenza interna al reale, a quella del senso, ovvero dalla descrizione del mondo alla sua interpretazione. Anziché limitarsi ad interrogare ha insomma costruito anche le risposte, e lo ha fatto naturalmente a propria immagine e somiglianza. Di conseguenza ha favorito l’atomizzazione sociale, perché ha cancellato quei legami comunitari che non erano “matematicamente” controllabili e li ha sostituti con la cultura del diritto, che definisce dei margini di autonomia individuale e consente di quantificare gli spazi e organizzare meccanicamente i rapporti.

Il risultato è che il mondo, inevitabilmente, è stato letto sempre più come il “regno della quantità”: il che comporta dissezionare un organismo e ricomporne i pezzi nei modi della organizzazione, secondo la misura umana. Ovvero separazione, omologazione e appiattimento.»

E individualismo, occorre aggiungere. Perché, tornando alla nostra metafora della prospettiva, ci siamo pian piano allontanati dalla finestra, ma non per uscire fuori e reimmergerci nella natura, cosa di cui peraltro non saremmo più capaci e che comunque non avrebbe senso, bensì per guardare dentro uno specchio. E a differenza di Alice non siamo in grado di andare oltre. Anziché continuare a dilatarsi l’orizzonte si è ristretto, le linee di fuga si sono progressivamente accorciate, fino ad appiattirsi sul piano prospettico. Non vediamo più fuori, la natura, gli altri, abbiamo perso la dimensione della profondità e siamo concentrati su noi stessi e sull’immediato presente. Si potrebbe parlare di prospettiva invertita.

In questo senso posso usare in chiusura una metafora ancor più significativa, quella offerta dal dilagare del selfie. Nel selfie il punto di vista è quello di una macchina, e il soggetto guarda se stesso diventato oggetto. Può ambientare in vari modi la sua presenza, avere alle spalle un monumento, un paesaggio naturale, il gruppo di amici o il personaggio famoso, ma lo scopo è sempre quello di “oggettivarsi”, documentare a se stesso la propria esistenza. Altro che guardare, o vedersi, “in prospettiva” centrale. L’eterno presente, l’assoluta immobilità progettuale in cui è confinato sono l’anticamera della sparizione, e il selfie è un estremo patetico tentativo di scongiurarla. Un’istantanea, appunto, che in realtà testimonia solo della nostra “accidentalità”.

Qui volevo arrivare, con tutto questo giro. Al fatto che il venir meno della fiducia in quella che era diventata la prospettiva “occidentale” crea oggi un vuoto di futuro, uno scombussolamento degli orizzonti, nel quale si cerca affannosamente di trovare non tanto nuovi punti di fuga sui quali convergere, ma delle linee di fuga sulle quali appiattire tutte le molteplicità. E lungo le quali sfuggire alla crescente e angosciante sensazione della nostra individuale irrilevanza.

La rivolta anti-occidentale, con tutte le motivazioni che può legittimamente accampare, non sembra dunque preludere ad un cambio di rotta, a un ricollocamento della specie umana nel mondo che tenga comunque conto della sua “eccezionalità”, del fatto che ormai da tempo – da ben prima che questo fatto fosse sancito dall’invenzione della prospettiva – si è collocata fuori dal quadro, e questo proprio per seguire la sua specifica natura. L’impressione è piuttosto quella di una navigazione a vista, di una visione talmente schiacciata sul presente da non consentirci di avvertire che siamo già sugli scogli. E il naufragare in questo mare ci è tutt’altro che dolce.

Prospettive occidentali 05

Tutto questo sproloquio parrebbe aver poco a che vedere con i contenuti del presente volume. Non è così. A rifletterci, sia le biografie raccolte nella prima parte che gli interventi estemporanei ospitati nella seconda parlano in fondo della prospettiva “occidentale”, raccontando le une il rifiuto nei suoi confronti, le altre la sensazione o la concreta percezione del suo venire meno. Non dicono alcunché di nuovo, ma almeno mi hanno aiutato per il tempo che mi è occorso a stenderle a distrarmi dallo specchio e a guardare dalla finestra. La speranza è ora che aiutino anche altri a farlo.

Che piacere incontrare il signor Lear!

Vita vagabonda di “uno sporco pittore paesaggista”

di Paolo Repetto, 5 giugno 2024, dall’Album “Che piacere incontrare il signor Lear!

Che piacere incontrare il signor Lear copertinaIndice

Introduzione

Vita vagabonda di “uno sporco pittore paesaggista

L’uomo

Il viaggiatore

Il pittore

Lo scrittore

Bibliografia

Appendice 1

Appendice 2

Appendice 3

Introduzione

Che piacere incontrare il signor Lear 03Con una matita del genere,
una penna del genere.
hai seguito uomini lontani,
ho letto e ho sentito che ero lì.
Alfred Tennyson To Edward Lear, On His Travels in Greece

Nel 1846 veniva pubblicato in Inghilterra A Book of Nonsense. Era una raccolta di “limericks”, ovvero di filastrocche strampalate, di giochi di parole surreali, composti però seguendo uno schema metrico fisso (cinque versi, i primi due che fanno rima tra loro e con l’ultimo, mentre il terzo rima col quarto. In genere l’ultimo verso riprende il primo, con una piccola modifica, e il primo deve sempre contenere il nome e una qualificazione del protagonista e l’identificazione del luogo in cui compie l’azione (!?) o dal quale proviene). Ad ogni limerick era collegato un disegno che illustrava in forma caricaturale il contenuto dei versi.

Che piacere incontrare il signor Lear 04Il libro era stato pensato per i bambini, ma piacque molto anche ai grandi. L’autore, Edward Lear (che aveva firmato sotto lo pseudonimo di Derry down. Derry), e aveva realizzato anche i disegni) divenne famoso in tutta l’Inghilterra, e lo è ancora oggi. Da noi lo è molto meno, anzi, direi quasi per nulla. Per vari motivi. Intanto perché i limeriks sono in effetti intraducibili, e volti in italiano perdono la loro valenza giocata principalmente sul linguaggio. Quindi tardarono molto ad essere tradotti, e lo furono quando il pubblico si era ormai assuefatto a ben altre stranezze. Poi perché il limerik è un gioco di finezza, di leggerezza, che non chiama la risata, ma il sorriso. E invita a sorridere non per la comicità di quanto “racconta”, perché in effetti non racconta niente, ma per l’assurdità dell’accostamento di certe parole, di certe immagini, o per l’invenzione di termini assolutamente improbabili. Infine perché fa capo a un senso dell’umorismo molto brithish, lo stesso che circolava centocinquant’anni fa nei giochini poetici di Lewis Carroll e più tardi, nella versione in prosa, nei libri di Jerome o di Woodeouse (qualcosa del genere ancora si può trovare oggi in quelli di Nick Hornby).

Un equivalente italiano non esiste: nella nostra tradizione esopiana sotto sotto deve esserci sempre una morale o una logica. E quando queste non ci sono, non ci si libra leggeri nel bizzarro, ma si scade pesantemente nel demenziale, nel doppio senso equivoco. (Prevengo le obiezioni: ma come? Abbiamo una tradizione che va dal Burchiello a Palazzeschi, su su fino ad Achille Campanile, a Toti Scialoia e a Giulia Niccolai, nonché a Fosco Maraini e se vogliamo anche a Enzo Jannacci. Tutto vero. Tranne che se andate a leggerli vi accorgerete che denunciano invariabilmente uno sforzo mentale, che con la leggerezza infantile di Lear non c’entra un accidente. Quanto a non senso a piede libero l’unica nostra forma letteraria che oggi potrebbe giocarsela col limerik è la cronaca giornalistica: ma in questo caso l’effetto è tutt’altro che giocoso, è addirittura avvilente.)

Non volevo comunque soffermarmi sui limeriks, quanto piuttosto sulla eccentrica e poliedrica figura del loro autore, che fu anche un instancabile viaggiatore. Sulla sua lapide sono incisi i versi che Tennyson gli dedicò, che ho riportato in esergo e che estendo idealmente a tutti gli autori di letteratura di viaggio che mi hanno appassionato.

Che piacere incontrare il signor Lear 05

Vita vagabonda di “uno sporco pittore paesaggista

Già mi era parsa pesante la situazione di Alfred Wallace, decimo di una nidiata di undici fratelli che dovettero precocemente imparare a cavarsela, con un padre che passava da una bancarotta all’altra: ma al quasi coetaneo Edward Lear era andata ancora peggio. Nella sua famiglia i fratelli erano ventuno, lui era il penultimo, e il padre, a seguito di un dissesto finanziario, trascorse anche qualche tempo in galera per debiti. Inoltre, mentre il primo viveva in campagna, dove era più facile cavarsela, il povero Edward crebbe a Londra (dove era nato nel 1812), all’epoca il luogo più inquinato della terra, e non meraviglia che sin dall’infanzia fosse asmatico e anche epilettico. A quattro anni dovette lasciare la famiglia, in seno alla quale immagino si dovesse stare piuttosto stretti, per andare ad abitare con la sorella Ann, più anziana di lui di oltre vent’anni. Anche più tardi, quando la situazione economica migliorò, i genitori non lo riaccolsero, e la sorella continuò a fargli da madre per tutta la vita. Indubbiamente Edward ne soffrì molto, ma questa fu per certi aspetti anche la sua fortuna, perché in famiglia avrebbe avuto scarsissime probabilità di essere seguito, mentre la sorella incoraggiò e coltivò le sue attitudini artistiche.

Che piacere incontrare il signor Lear 06Questo, almeno, è quanto Edward stesso ha raccontato nei cenni autobiografici disseminati qua e là nei suoi scritti. Un’infanzia e un’adolescenza da romanzo dickensiano. Secondo alcuni suoi biografi però ha un po’ romanzato, o almeno caricato, le circostanze e gli avvenimenti, quasi a giustificare la successiva condizione di disagio e di scarsa autostima che lo accompagnò per tutta la vita. Di fatto ci furono comunque l’abbandono da parte dei genitori e il precoce manifestarsi di crisi epilettiche, forse conseguenti al drammatico distacco, o forse proprio alla sua origine.

Lear chiamava l’epilessia il suo “demone”: “Ad appena otto anni — e forse anche prima — questo Demone mi schiacciò, senza che io ne comprendessi l’ingiustizia e la sofferenza. Ogni mattina nello studiolo, mentre mi dedicavo alle mie lezioni — tutto il giorno e sempre la sera e la notte. Né potevo avere più di sei anni, credo — perché ricordo intere annate prima di andare a scuola a undici anni. È sorprendente che questi attacchi non siano mai stati scoperti, ma siccome li sento arrivare in anticipo, mi ritiro nella mia stanza”. Sembra si trattasse di crisi tutto sommato leggere, ma frequentissime, che esplodevano generalmente al mattino presto o in tarda serata. Edward continuò per tutta la vita a vergognarsi di questa sua patologia, e a ingegnarsi per tenerla nascosta. Annotava però diligentemente le crisi nei suoi diari, indicandole con una croce ed un numero progressivo, e arrivando sino a registrarne diciotto in un mese.

Ma non era tutto. A sette anni cominciò a manifestare anche una certa tendenza alla depressione (e ne aveva ben donde), attraverso sintomi che definiva “morbosità” (the morbids): “La prima di tutte le morbosità che ricordo deve essere capitata più o meno verso il 1819, quando mio padre mi portò in un prato nei pressi di Highgate, dove c’era un’esibizione ginnica di clown di campagna ecc. — e un’orchestra […] Ricordo che piansi gran parte della notte dopo la fne del divertimento — e anche di avere sofferto per giorni al ricordo della scena ormai svanita”.

Che piacere incontrare il signor Lear 07Insomma, era un ragazzino estremamente sensibile, malaticcio e timoroso di tutto (una delle sue principali fobie riguardava i cani), affetto tra l’altro da una forte miopia, e ben presto si sentì in dovere di anticipare preventivamente, attraverso una impietosa autoironia, le critiche che pensava potessero essergli rivolte per il suo carattere e per l’aspetto goffo e impacciato. È anche comprensibile, stanti la sua situazione psicologica e le modalità impietose nelle quali veniva impartita l’educazione scolastica inglese, perché la sorella abbia cercato il più a lungo possibile di risparmiargli l’impatto con un mondo che quasi certamente lo avrebbe spezzato. Frequentò quindi la scuola solo piuttosto tardi (dopo i dieci anni), e per un periodo molto breve.

Poi, “all’età di quattordici anni e mezzo fui abbandonato a me stesso letteralmente senza un centesimo, e senza alcun mezzo per procurarmi di che vivere se non i miei propri sforzi”. Anche questo non è del tutto esatto, dal momento che poteva contare, oltre che su Ann, anche su un’altra sorella, Sarah, la meglio accasata di tutta la progenie dei Lear.

È vero comunque che a soccorrerlo fu soprattutto una straordinaria attitudine al disegno, in particolare a quello di tipo naturalistico-zoologico, una dote che aveva cominciato a manifestare sin da bambino durante le passeggiate per le stradine di campagna attorno ad Highgate, che le sorelle intelligentemente incoraggiarono e che gli consentì di guadagnarsi da vivere già dall’ adolescenza. “Ho iniziato a disegnare per pane e formaggio intorno al 1827”, scrive “ma producevo solo schizzi di soggetti strani e insoliti, vendendoli a prezzi stracciati”.

Che piacere incontrare il signor Lear 08In questo campo fu praticamente un autodidatta, cosa di cui non si rammaricava affatto: “Quasi ringrazio Dio di non avere mai ricevuto un’istruzione, poiché mi sembra che novecentonovantanove di coloro che la ricevono, con grande spesa e notevoli sforzi, l’hanno già dimenticata prima di arrivare alla mia età e rimangono, come gli Stulbrugg di Swift, indifferenti per tutta la vita e non usano minimamente i tesori che hanno accumulato in precedenza, mentre invece io sembro essere sempre sul punto di acquisire nuove conoscenze”.

In realtà col tempo avrebbe cambiato idea. In una lettera scritta nella maturità al pittore preraffaellita William Holmar Hunt, amico e compagno d’avventura in diversi viaggi, scriveva: “Mi sarebbe piaciuto frequentare l’accademia come hai fatto tu, così avrei potuto lavorare da allora in poi al tuo fianco! Arrivando così tardi a comprendere il senso della verità in pittura, quando ormai le mie abitudini si erano formate e i miei occhi e le mie mani non erano duttili come avrei voluto, non sono potuto diventare un grande pittore. Inoltre i miei interessi topografici per differenti paesi, e la mia dedizione alla musica e all’ornitologia e ad altri campi hanno finito per confondermi e frenarmi”.

Non sarà diventato un grande pittore, ma è indubbio che come illustratore dimostrò sin da subito un eccezionale talento, e non tardò a farsi conoscere.

I suoi schizzi furono infatti notati dal curatore del museo della Zoological Society, che a partire dai sedici anni lo prese sotto la sua ala e lo associò come “disegnatore ornitologico”. A diciott’anni aveva già un nutrito gruppo di allievi cui insegnava privatamente, e gli venivano commissionate serie di incisioni per la stampa. In questo periodo conobbe tra gli altri l’ornitologo e artista John Gould, autore di alcune delle più belle pubblicazioni naturalistiche della sua epoca, col quale avrebbe a lungo collaborato. Tra il 1830 e il 1832, quindi prima di compiere vent’anni, Lear poté pubblicare una bellissima opera illustrata dedicata ai pappagalli, Illustrations of the family of Psittacidae, or Parrots, con 42 tavole litografate e colorate a mano da lui stesso. I soggetti rappresentati erano tutti ritratti dal vivo, e non da esemplari impagliati come all’epoca si usava, e i particolari erano riportati con precisione quasi maniacale. L’opera non ebbe il successo economico nel quale forse l’autore sperava, ma lo fece apprezzare in tutta l’Inghilterra dagli specialisti del settore.

Questo gli aprì altre porte e conoscenze, prima fra tutte quella del tredicesimo conte di Derby, lord Stanley, alle cui dipendenze lavorò per quattro anni come pittore naturalista. Il conte aveva allestito presso la sua tenuta, Knowsley Hall, vicino a Liverpool, una sorta di zoo privato, e commissionò a Lear le riproduzioni a colori di tutti gli animali del serraglio. In breve il giovane artista seppe farsi benvolere da tutta la famiglia, tanto da essere trattato come un ospite piuttosto che come un dipendente, e a Knowsley Hall ebbe modo di incontrare “alla pari” i molti personaggi illustri che frequentavano l’aristocratica dimora.

Che piacere incontrare il signor Lear 09Proprio a questo periodo risale l’invenzione dei limericks, composti per divertire i nipoti del conte e diventati in breve oggetto di divertimento per tutti. Inoltre, ora che la vita aveva iniziato ad incanalarsi per il verso giusto, consentendogli di godere di una amicizia tanto altolocata e di una relativa indipendenza economica, Edward poteva permettersi di dare sfogo a un’altra sua grande passione: quella di viaggiare. E iniziò subito (anzi, aveva già iniziato, compiendo nel 1829 un lungo tour a piedi in Inghilterra), battendo in lungo e in largo le campagne, soffermandosi nelle regioni più pittoresche, come la Cornovaglia e il Distretto dei Laghi, esplorando i Monti Wicklow in compagnia di Arthur Stanley, il futuro decano di Westminster, e sconfinando in Irlanda (1835-36). Queste esperienze, e i problemi alla vista che si aggravavano, lo indussero però molto presto a lasciar perdere le illustrazioni zoologiche, che richiedevano uno studio minuzioso dei particolari, per dedicarsi completamente a una nuova carriera di pittore paesaggista.

La svolta decisiva arrivò nel 1837, quando grazie a una dotazione elargitagli da lord Derby poté realizzare il sogno che nel frattempo aveva cominciato a coltivare, quello di studiare per due anni la pittura a Roma, e più in generale in Italia, proprio in funzione della nuova direzione artistica che intendeva intraprendere. Così annunciava la novità ad una amica: “La possibilità di intraprendere questa strada è dovuta a un atto di bontà, o meglio di munificenza, e di amicizia senza precedenti e per il quale non ho alcuna possibilità di dimostrare a sufficienza la mia gratitudine. Con mia enorme sorpresa una lettera di tre giorni fa mi ha portato una somma sufficiente a vivere a Roma per il periodo che ho appena menzionato”.

La seconda vita di Lear, quella del viaggiatore, e quella appunto che vorrei sommariamente ricostruire, comincia dunque di qui. In realtà ho trovato molto difficile seguire i suoi spostamenti: per farlo ho dovuto basarmi sui pochi stralci dei suoi diari o del suo epistolario rintracciati sul web, e desumerli soprattutto dalle datazioni dei suoi schizzi, perché l’unica biografia esauriente è praticamente introvabile e neppure in rete sono riuscito a reperire delle sintesi passabilmente attendibili. È quindi possibile che incorra in qualche approssimazione cronologica.

A luglio del 1837 Lear parte per Roma, dove approda solo in dicembre, dopo aver attraversato con molta calma il Lussemburgo e la Germania meridionale, e aver apprezzato alcuni magici scorci della Svizzera e dell’Italia settentrionale (ad esempio i laghi di Lugano e di Como, e soprattutto quello d’Orta, al quale rimarrà affezionato e che tornerà a ritrarre più volte in seguito). Nel corso del viaggio visita anche Milano e Firenze.

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A Roma gli sembra di toccare il cielo con un dito. Tutto procede sin da subito benissimo: entra in contatto con altri artisti, trova un mercato per i suoi dipinti, e già intuisce che il soggiorno in Italia si prolungherà oltre il previsto. Roma rappresenterà infatti nel successivo decennio la base di riferimento per una serie ininterrotta di escursioni, che lo portano a esplorare gran parte dell’Italia settentrionale (Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana) e in maniera più sistematica tutta quella centro-meridionale. Non ha terraferma: la caccia al “pittoresco” diventa ossessiva, e lo dimostra la messe impressionante di bozze di paesaggi che produce. Nell’estate del 1738 si trasferisce temporaneamente a Napoli, in compagnia di un altro aspirante artista, James Uwins, e frequenta gli esponenti della scuola paesaggistica napoletana (tra i quali il padre di Giacinto Gigante): la città tuttavia non gli piace affatto, troppo rumorosa e turbolenta: “Credo sia il luogo più rumoroso del mondo – scrive alla sorella – puoi immaginare come possa piacere a me, che odio il rumore! Si ha l’impressione che l’intera popolazione sia completamente pazza, delirante.” Di lì si sposta dunque ben presto sulla costiera amalfitana, che definisce “un paradiso”. Nel 1842 lo troviamo in Sicilia, e subito dopo si avventura in una prima escursione in Abruzzo: è conquistato dai luoghi incontaminati che vi scopre, tanto da tornare a ritrarli già nel 1843 e poi nel 1846. Nel frattempo percorre la campagna laziale e il Molise, e arriva sino alla Puglia. I suoi itinerari virano ormai quasi sempre verso il sud.

Durante un breve rientro in Inghilterra, nel 1846, ha l’onore di essere chiamato a Buckingham Palace dalla regina Vittoria, per un corso di disegno in dodici lezioni. Incontra qualche difficoltà con la servitù, che inizialmente, a causa della sua barba incolta e del suo aspetto trasandato, rifiuta di ammetterlo a palazzo, ma le sue lezioni vengono poi molto apprezzate. La sovrana scrive nel suo diario: “15 luglio. Ho avuto lezione di disegno dal signor Lear, che ha disegnato davanti a me e insegna straordinariamente bene”. È anche l’anno nel quale vengono pubblicati per la prima volta i limericks, che ottengono immediatamente uno strepitoso successo (anche se per qualche tempo continueranno ad essere attribuiti a Lord Derby, ed Edward Lear sarà considerato solo uno pseudonimo: cosa che in un primo momento il nostro accetta a denti stretti, salvo poi rivendicare con modalità eccentriche la propria esistenza e la paternità delle filastrocche, cominciando ad andare in giro con cappello, fazzoletto e borsa “marchiati” col suo nome).

Quella inglese, che gli procura anche le prime soddisfazioni economiche come pittore, è però solo una parentesi. I viaggi e l’Italia sono ancora lì ad attenderlo.

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Nel 1847 è dunque la volta della Calabria. Ci arriva dalla Sicilia. Ha in mente di setacciare la regione a tappeto, procedendo a zig zag da costa a costa, rigorosamente a piedi, accompagnato dall’amico John Joshua Proby, un inglese conosciuto a Roma, da una guida di nome Ciccio e da un cavallo che trasporta il bagaglio. Ad ogni tappa corrispondono uno o più bozzetti nuovi, a corredo di un taccuino che sarà poi pubblicato col titolo “Diario di un viaggio a piedi” e che è rivelatore dell’atmosfera, del clima politico, delle abitudini e dei costumi di una zona che all’epoca era senz’altro la meno conosciuta d’Italia. Ma è rivelatore soprattutto dell’intento col quale Lear si muove, la ricerca delle “più suggestive scene che si possano trovare nella bella Italia”.

Il progetto iniziale di Lear si scontra però ad un certo punto, dopo un mese e mezzo, quando ha percorso solo la provincia più meridionale dello stivale, con una situazione politica che si sta facendo pericolosa, per lo scoppio di moti che preludono chiaramente ad una insurrezione. È costretto quindi a tornare a Reggio, dove riprende per mare la via del ritorno.

L’anno dopo è comunque nuovamente per strada. Esplora l’Irpinia, l’alto Vulture e la zona di Melfi, e s’imbarca poi per l’Albania. Ancora una volta rimane affascinato dai panorami selvaggi, tanto da affrettarsi a tornare anche nella primavera del 1849. L’Albania rappresenta però in questo caso solo la tappa iniziale di un itinerario che lo porta dal Montenegro sino alla Grecia meridionale, a Malta, dove conosce Franklin Lushington, che gli sarà compagno per il resto del viaggio, alle isole dello Ionio (Zante, Itaca, Cefalonia, Corfù, ecc…) e a Costantinopoli, per poi allungarsi fino all’Egitto. Qui visita il Cairo, esplora la zona di Suez e il Sinai e risale il Nilo fino al suo tratto sudanese. È un primo assaggio, periferico, del Vicino Oriente, che visiterà in profondità e a più riprese qualche tempo dopo.

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Per il momento, a partire dal 1850 e per alcuni anni, l’attività di viaggiatore di Lear si fa meno intensa. Rientrato per l’ennesima volta in patria decide infatti di trattenervisi e di frequentare un corso pluriennale di pittura presso la Royal Academy. Vuole migliorare la sua tecnica, che ritiene ancora insufficiente, soprattutto nelle composizioni ad olio: ma ne approfitta anche per partecipare ad alcune mostre londinesi e farsi conoscere dal grande pubblico.

In realtà non riesce a stare fermo a lungo. Nel 1853, dopo aver fatto scalo a Gibilterra è infatti nuovamente in Grecia (dove ritrae le Termopili e le Meteore), e nel 1854 è ancora in Egitto, per scendere lungo il Mar Rosso sino ad Aden.

Nel 1855 procede ad un nuovo cambiamento: stabilisce infatti la sua base a Corfù. È motivato dalla prossimità dell’isola a quelle che sono le porte dell’Oriente, ma anche dall’incontro con colui che diverrà di lì innanzi il suo inseparabile compagno di viaggio, Gjergi (Giorgio) Kokalli.

Con Giorgio intraprende nel 1856 un altro intenso safari paesaggistico in Grecia. Trascorre due mesi al Monte Athos, godendosi il paesaggio ma detestando il cibo e la sporcizia e l’atmosfera dei monasteri. “Tutto così cupo, così sorprendentemente innaturale, tutta quell’atmosfera era per me così solitaria, così bugiarda, così terribilmente odiosa”. Vede tra le altre cose Smirne e il sito di Troia. Nel 1857 rimbalza invece dall’Albania meridionale a Venezia, poi all’Irlanda, e di lì a Parigi e in Germania, per rientrare infine a Corfù.

Finalmente, l’anno successivo, compie l’agognato viaggio in Palestina e in Libano. Visita Gerusalemme (che definisce immonda: “Se volessi impedire che un turco, un ebreo o un pagano diventasse cristiano, lo manderei direttamente a Gerusalemme”), poi Gerico, Petra, Baalbeck, e si sofferma a lungo sulle sponde del Mar Morto. A Petra se la vede brutta: un gruppo di palestinesi lo aggredisce, lo malmena e lo deruba. La prende con una certa filosofia: si ritiene già fortunato ad aver riportato a casa la pelle.

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Nel 1859 è ancora una volta in Albania. Torna in Grecia nel 1860, mentre nel 1861 visita nuovamente il Libano e attraversa in questa occasione la Siria, sino ai confini occidentali della Persia, dopo aver trascorso un breve periodo a Damasco. Durante il viaggio produce un’altra incredibile quantità di disegni paesaggistici, bozze per futuri dipinti.

Dopo un periodo trascorso nuovamente in Inghilterra, approfondisce nel 1861 la conoscenza dell’Italia ormai unita, spostandosi prima a Torino, poi a Firenze, Lucca e Pisa, e tornando infine in Valle d’Aosta e nell’Alta Savoia.

Nell’aprile del 1864 è a Creta (di questa visita lascerà una testimonianza pubblicata come The cretan Journal), che in precedenza aveva solo toccato. Nello stesso anno si concede poi una pausa “occidentale”, passando per Genova e Nizza e percorrendo (e ritraendo) la costa mediterranea della Francia. Ma nel 1865 lo ritroviamo a Gerusalemme, che trova “sporca e odiosa come sempre”, nel 1866 ancora a Malta, mentre nel 1867 da Costantinopoli scende per la terza volta fino all’Egitto.

Nell’aprile del 1868 visita la Corsica, dove torna anche l’anno successivo. Neanche il tempo di rientrare a Corfù e riparte ancora per l’Egitto, allungando l’itinerario fino alla Tunisia e al Sudan.

Che piacere incontrare il signor Lear 14Nel 1870 sembra deciso a mettere almeno simbolicamente radici. Si avvia ai sessant’anni, non ha mai goduto di una gran salute, anche se ha opposto ai suoi malanni, compresa la progressiva miopia, una volontà di ferro, e comincia a risentire degli strapazzi dell’incessante vagabondaggio. Sente anche il bisogno di raccogliere un po’ le idee, di riordinare e mettere a frutto l’enorme messe di materiale paesaggistico raccolto in più di un trentennio, traducendone almeno una parte in dipinti o in pubblicazioni illustrate. Negli ultimi anni ha frequentato ripetutamente, nelle pause estive tra un viaggio e l’altro, la fascia costiera che va dalla Costa Azzurra alla riviera dei Fiori, trovandovi un clima adattissimo a salvaguardare la sua salute. La elegge a sua nuova dimora, e tra i vari luoghi ameni che la riviera gli offre sceglie Sanremo, all’epoca un po’ meno mondana e chiassosa della vicina Cannes (“Sanremo è un paese quieto e stupido”). Lì si fa costruire una villa che affaccia sul mare e che prevede anche una Galleria dove raccogliere gli oltre settemila disegni cumulati. Per un anno si dedica interamente al progetto, curando minuziosamente anche gli arredi, e alla fine del 1871 può finalmente insediarvisi.

Ciò non significa tuttavia impoltrirsi: Lear non è ancora rassegnato al pensionamento e non ha rinunciato affatto a muoversi. Sfrutta ogni pausa per spostarsi, torna nello stesso anno a Roma e a Napoli e visita per la prima volta Bologna e Padova, mentre in quello successivo rientra ancora una volta in Inghilterra.

Il canto del cigno arriva col più lungo dei suoi viaggi, che lo porta a percorrere gran parte del sub-continente indiano tra il 1873 e il 1875 e a realizzare un sogno coltivato sin dall’infanzia. Lo intraprende su invito del viceré inglese Thomas Baring, un amico di vecchia data, tacitando con l’entusiasmo le rimostranze di un fisico giustamente logoro e tutte le fobie relative a malattie tropicali, animali pericolosi, insetti velenosi, clima e alimentazione pessimi, alle quali era già per natura particolarmente soggetto.

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Che piacere incontrare il signor Lear 16Non è un soggiorno da villaggio-vacanze. Lear viaggia ininterrottamente per quasi due anni, con ogni mezzo di trasporto, in treno, in barca, in carrozza, a cavallo, a dorso di cammello o arrampicato su un elefante, e naturalmente a piedi. In questi due anni, che definisce meravigliosi, visita Bombay e Lucknow, viaggia da Benaras a Calcutta e a Darjeeling, e poi a Simla, a Kasauli, a Golconda, a Coonoor, e arriva anche a Ceylon. Ha sempre con sé, oltre al fedelissimo Giorgio, il suo diario e il suo album, il primo per raccogliere nei più minuti dettagli le sue esperienze, il secondo per gli schizzi acquerellati coi quali vuole fissare le impressioni della luce e dei paesaggi naturali. Realizza oltre duemila tavole, uno straordinario reportage iconografico che ci rimanda l’immagine dell’India quale passerà poi nei libri di Kipling. Conosce momenti di stanchezza, e incidenti e arrabbiature, ma supera e liquida sempre tutto con la sua inesauribile verve umoristica.

Che piacere incontrare il signor Lear 17Dopo la lunga avventura indiana Lear si ferma davvero. O meglio, riduce drasticamente l’attività di viaggiatore, limitandosi per qualche anno ai trasferimenti estivi al Monte Generoso, una montagna al confine tra il cantone svizzero del Ticino e la Lombardia, e a qualche sempre più sporadica rimpatriata. Per il resto si dedica anima e corpo al completamento delle sue opere, agli acquarelli, che prima di morire vorrebbe vedere raccolti anche in pubblicazioni illustrate, assieme ai diari, e ai dipinti, che vorrebbe trovassero sistemazione in musei o in gallerie private. Nei primi anni Ottanta si fa anche costruire una nuova villa (che porta il nome di Villa Tennyson), sempre a Sanremo. È identica a quella precedente, alla quale nel frattempo l’edificazione di un grande albergo sul litorale ha però sottratto la vista sul mare. Giustifica questa decisione con la volontà di non far sentire spaesato il suo gatto Foss, l’ultimo compagno rimastogli, che morirà nel 1887, pochi mesi prima del suo padrone. Lear muore infatti nel gennaio 1888, per una malattia cardiaca dalla quale era affetto da qualche tempo. Secondo la testimonianza di una conoscente, il suo funerale è una cerimonia mesta e solitaria: non gli è rimasto nessuno. È sepolto a Sanremo: sulla sua tomba, sotto la scritta “Landscape painter” sono riportati i versi di Tennyson che ho citato in esergo: accanto ad essa, vicinissima, ce n’è un’altra, che reca incisi i nomi dei suoi due fedeli servitori, Giorgio e Nicola Cocali, padre e figlio. In realtà questa ospita i resti solo del secondo, che ha preceduto Lear di qualche anno.

Ecco riassunto per sommi capi l’ininterrotto vagabondare di Edward Lear. Vorrei ora dedicare un paio di riflessioni allo spirito col quale i vagabondaggi Lear li ha vissuti, e alle opere, pittoriche e non, che ne ha derivato. Nessuna velleità critica o psicanalitica. Solo qualche considerazione a caldo, e da fermo, dopo tanto andirivieni.

Che piacere incontrare il signor Lear 18

L’uomo

Come ho già anticipato, Lear ha fatto dell’umorismo e dell’autoironia lo scudo dietro il quale trovare riparo da una condizione esistenziale disagevole. Era timidissimo, non si accettava perché si percepiva diverso – per molti aspetti effettivamente era tale – e cercava di farsi accettare dagli altri chiamandosi fuori dalla competizione, assumendo atteggiamenti eccentrici e buffoneschi. È significativo che dopo aver casualmente colto la conversazione di due suoi connazionali, che lo definivano “uno sporco pittore di paesaggi”, abbia poi adottato quella definizione nelle autorappresentazioni. Allo stesso modo, nella poesia dal titolo “By way of preface” (A mo’ di premessa) che allego in calce a questo schizzo biografico, si presenta con tratti sia fisici che psicologici grotteschi:

Che piacere incontrare il signor Lear 19… alcuni pensano che sia scorbutico e strano
… piange sulla riva dell’oceano,
piange in cima alla collina …
ha un grosso naso,
un viso più o meno orrendo,
una barba che somiglia a una parrucca …
un corpo perfettamente sferico …

Minimizza anche le proprie capacità: non accenna al disegno e alla pittura e scrive “legge ma non parla lo spagnolo …”, mentre in realtà sembra sapesse parlare e scrivere correntemente in sette lingue, compresi il greco e l’albanese. Fonda insomma la difesa sul gioco d’anticipo.

La sua vicenda si inserisce perfettamente nel novero di quelle dei “disagiati”, dei “quasi adatti” che sono andato rincorrendo nei miei modesti tentativi di divulgazione biografica. Nel suo caso (ma a ben vedere, in quasi tutti i casi che ho scelto) il disagio si è manifestato precocissimo, e sembra poter essere attribuito a cause ben individuabili.

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Lear soleva dire che il suo problema era stato l’essere allevato da donne, “e per giunta male”. Credo cogliesse nel segno. In effetti era cresciuto in un ambiente quasi esclusivamente femminile, con sorelle maggiori che cercavano in primo luogo di educarlo a un cristianesimo evangelico (dal quale avrebbe presto preso le distanze), e di trasmettergli poi quel poco che a loro stesse era stato riservato: un minimo di conoscenza degli autori romantici, una rudimentale istruzione musicale e artistica (quest’ultima limitata naturalmente al disegno e all’acquarello). Soprattutto badavano però a difenderlo dalle offese che la vita o i suoi coetanei potevano arrecargli, e per questo motivo non gli avevano fatto frequentare scuole regolari e lo avevano tenuto lontano dall’attività fisica e, come diceva lui, “da ogni esercizio virile”. Il che da un lato lo aiutò senz’altro a svilupparsi secondo le proprie inclinazioni, ma dall’altro gli creò non pochi problemi ad emanciparsi, a uscire dalla bolla protettiva entro la quale era rimasto tanto a lungo immerso. In effetti, non ne uscì mai.

Che piacere incontrare il signor Lear 22L’attaccamento nei confronti della sorella Ann era quasi morboso. Quando era in viaggio Edward le inviava regolarmente, almeno ogni quindici giorni, lettere piene di espressioni affettuose, di pettegolezzi, di frivolezze e di umorismo, per rassicurarla sulla sua salute e sul suo benessere psicologico. Dal canto suo quest’ultima, che non si sposò mai e aveva assunte in toto mansioni e ansie materne, sembra aver trovato in questo ruolo la compensazione per una vita avara di altre soddisfazioni. Riversava su Edward tutto il suo amore e pretendeva di riceverne da lui altrettanto, e in esclusiva. Voleva essergli necessaria, e non mancava di farglielo sentire. Lear ne era assolutamente condizionato, ciò che spiega probabilmente la sua tendenza a mantenere anche nella maturità un comportamento bambinesco. Scriveva: “Mi ha cresciuto fin dalla più piccola infanzia e quando se ne andrà, tutta la vita cambierà completamente”. In realtà, non riuscì mai a cancellare la compulsione al gioco, che forse era già in parte insita nel suo carattere, ma che indubbiamente in quella anomala sfera famigliare era stata incoraggiata. Lear in fondo conosceva solo quel modo per attirare l’interesse e l’attenzione, e semplicemente lo trasferì dalla sorella al suo pubblico.

Non è necessario essere psicologi per capire quanto questa dipendenza, e la voglia di uscirne, possa aver influito sui suoi orientamenti affettivi. Lear era costantemente in cerca di una persona che potesse rinnovare in una dimensione matura il rapporto affettivo e le attenzioni speciali goduti nell’infanzia. Naturalmente era destinato a non raggiungere mai questa realizzazione romantica, né con un uomo né con una donna. Ebbe molte importanti amicizie maschili, con i coetanei che di volta in volta lo accompagnarono nei viaggi in Italia, in Grecia e in Oriente, e anche con artisti come William Holmar Hunt o poeti come Alfred Tennyson. Ma dubito che il rapporto si sia mai spinto oltre i confini dell’amicizia virile. Nei libri di viaggio dell’Ottocento, soprattutto in quelli inglesi (ma non solo), rapporti di questo tipo sono quasi la regola (si pensi ad esempio a Von Humboldt e Bompland).

Che piacere incontrare il signor Lear 23Per Lear si può parlare con certezza di un innamoramento solo nei confronti di Franklin Lushington, col quale girò la Grecia, ma che ricambiava con molto minore entusiasmo i suoi sentimenti. I due rimasero amici per tutta la vita, anche se Edward soffrì molto il non essere totalmente corrisposto (e forse fu questo sempre il suo problema: coltivava aspettative di trasporto e di esclusività troppo alte). Ebbe anche tentazioni nei confronti dell’altro sesso, sia pure sempre solo vagheggiate e non espresse, e fu sul punto di chiedere in sposa un’amica di vecchia data, Augusta Bethell, che probabilmente avrebbe accettato di sposarlo: ma in questo caso incontrò l’opposizione ferma della sorella Ann.

Per farla breve, nella vicenda di Lear torna un tema che ho già affrontato più volte (cfr. La più grande avventura, o Humboldt controcorrente, oppure, ultimamente, Sven o della solitudine), e sul quale un’eccessiva insistenza rischia di apparire morbosa. Vorrei chiuderlo con un paio di argomentazioni sin troppo semplici, ma che a me paiono già più che esaustive.

Che piacere incontrare il signor Lear 24Non sono particolarmente raffinato nell’analisi dei sentimenti, ma il fatto che buona parte dei personaggi, sia maschi che femmine, incontrati nel corso delle mie ricerche sui viaggi fossero omosessuali non mi sembra affatto casuale. Non penso naturalmente che tra le due cose esista una correlazione genetica, che si tratti degli esiti complementari di un determinismo biologico: non tutti i grandi viaggiatori sono omosessuali e non tutti gli omosessuali sono grandi viaggiatori. Esiste invece una consequenzialità indotta dalle condizioni esistenziali, o per meglio dire delle pressioni ambientali, che spingono chi non si sente in sintonia con gli orientamenti sessuali della società e dell’epoca cui appartiene a cambiare aria, sia per poter esprimere liberamente i propri senza incorrere nella riprovazione, quando va bene, o nell’emarginazione, o addirittura nella criminalizzazione, sia per evitare l’imbarazzo o il rifiuto o la costrizione da parte della propria cerchia famigliare. Questo vale in modo particolare nell’Ottocento, in società come quella vittoriana e più in generale negli ambienti del puritanesimo nordico. Nella gran parte dei casi la rottura non è definitiva, nel senso che i fuggiaschi continuano a lottare con se stessi nel tentativo di reprimere, di negare questa “identità”; ma la resistenza si fa meno ferma col crescere delle distanze e al contatto con società sotto questo aspetto più disinibite o tolleranti. A volte invece, soprattutto verso la fine dell’Ottocento e nella prima metà del secolo successivo, la scelta del viaggio è già mirata a trovare gli ambienti ideali per abbandonarsi senza remore ai propri istinti sessuali (vedi le “colonie” inglesi in Spagna o nell’Italia meridionale, da Samuel Butler e Norman Douglas, a Auden e Isherwood). Le cose sono evidentemente cambiate nella seconda metà del Novecento, perché le motivazioni di cui sopra sono venute meno.

Tutto questo mi pare assodato: ma ci tengo a ribadire che sono sempre esistite anche forme di amicizia virile che non comportano necessariamente implicazioni sentimentali o sessuali, e che gran parte dei rapporti che oggi vengono letti in questa chiave, quasi a volerli liberare da un velo di ipocrisia che era stato a suo tempo loro imposto, in realtà non erano affatto vissuti come tali dai loro protagonisti. Ovvero, che l’amicizia, la solidarietà, il cameratismo, esistevano ed erano coltivati come valori spirituali in sé. Non so fino a che punto e in che modo Lear sia stato capace di viverli, ma certamente li ha desiderati e cercati per tutta la vita.

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Il viaggiatore

In questi termini ho interpretato dunque il pressante e costate impulso a viaggiare di Edward Lear. Il nostro protagonista arrivava da un’infanzia che la premura sororale cercava di prolungare, spingendolo ad esprimersi e a comportarsi in maniera fanciullesca e impedendogli di diventare un uomo. Viaggiare per lui era allo stesso tempo una fuga dalla sua inadeguatezza a rapportarsi con gli altri e la ricerca della maturità in una relazione perfetta con un altro essere umano.

Che piacere incontrare il signor Lear 26Naturalmente sono poi intervenuti altri fattori. La passione per il paesaggio lo ha incoraggiato ad essere un viaggiatore, in qualche modo anche un esploratore, e non solo un turista. La decisione di diventare un paesaggista itinerante Lear la faceva derivare dai suoi malanni, ai quali mal si addiceva il clima britannico, e soprattutto dal costante peggioramento della vista, che non gli consentiva più di riprodurre con la precisione di un tempo i dettagli richiesti dalle illustrazioni ornitologiche: “Devo dirti che i miei occhi hanno subito un notevole peggioramento — soprattutto quando mi dedico a piccoli disegni zoologici variopinti, — e in effetti quanto meno rimango seduto tanto meglio è, sia per i polmoni che per gli occhi” scriveva già poco più che ventenne.

Che piacere incontrare il signor Lear 28Per viaggiare Lear dovette vincere una serie notevole di handicap, sia fisici che psicologici. Se c’era una persona apparentemente poco attrezzata per questa attività, quella era proprio Edward Lear. Alla debolezza della salute (che peraltro l’aspetto fisico mascherava, perché era alto e grosso, “con spalle di larghezza pari a quelle di Ulisse”, e portava una folta barba che lo faceva apparire ancora più imponente) univa un’incredibile serie di fobie, che andavano dal terrore per i cani (“Cani di ogni specie, piccoli e soprattutto grandi, erano il suo terrore di giorno e notte”, scrisse William Holman Hunt) all’orrore per i cavalli, alla paura dei rivoluzionari (“li considerava dei demoni al servizio di Belzebù”), alla ripugnanza per gli insetti e al disgusto per le navi e per i viaggi in mare.

Che piacere incontrare il signor Lear 31In effetti, dai suoi diari non viene fuori un compagno di viaggio ideale. Ne aveva sempre una: una volta è stato sbalzato da un cavallo imbizzarrito e ha rimediato una contusione alla spalla, un’altra è stato morso ad una gamba da un orrendo millepiedi, o da qualcosa di simile, e l’arto s’è gonfiato; un’altra ancora ha dimenticato l’ombrellino e si è beccato un’ustione da sole: a Creta è stato inseguito da una incavolatissima capra e ha rischiato l’infarto. Insomma, incidenti comuni per i viaggiatori dell’epoca, che tendevano però a minimizzare o a non parlarne affatto, mentre Lear nelle contrarietà sembrava crogiolarsi.

Lo stesso Hunt scriveva però: “Era un ragazzo dolce e poco combattivo, che avrebbe preferito essere ucciso che usare una pistola, ma era allo stesso tempo l’essere più caparbio nell’affrontare il pericolo”. Come uno così, di costituzione massiccia, affetto da asma, bronchite e epilessia, abbia potuto affrontare tutti i viaggi che ho raccontato è quasi incredibile: significa che dietro quell’ indole così mite e paurosa c’erano in realtà un coraggio e una determinazione sorprendenti. Lo dimostra il fatto che la paura di navigare non gli impedì di girare in lungo e in largo nell’Egeo e nel Mediterraneo, e di sfidare anche, in età avanzata, l’oceano Indiano. E quella dei cavalli di percorrere, a cavallo appunto, l’Abruzzo, l’Albania e mezza Italia meridionale.

Che piacere incontrare il signor Lear 29In effetti Lear era tutto un groviglio di contraddizioni. Al momento in cui decise di mettersi per il mondo le condizioni in cui si svolgevano i viaggi, segnatamente nei luoghi in cui si aggirò per trent’anni, erano tutt’altro che allettanti. Trasporti lentissimi e disagevoli, strade insicure, banditi, malattie, luoghi di sosta squallidi e spesso disgustosi. Di tutto questo si lagnava continuamente e lo annotava nei suoi diari, ma non rinunciò mai a portare avanti i suoi progetti. Lamentava la scomodità e la lentezza delle carrozze, ma programmava poi lunghissimi itinerari a piedi. Dove possibile si procurava lettere di presentazione e contava sull’ospitalità dei locali, ma era poi pronto ad affrontare anche i bivacchi, o a dormire nelle stalle.

Che piacere incontrare il signor Lear 30Non era comunque il tipo di viaggiatore che cerca grosse emozioni, se non quelle traducibili in immagini pittoriche. All’occorrenza si adattava, sia pure con qualche mugugno, ma in linea di principio non intendeva rinunciare ad un minimo di comodità e di accorgimenti. Scriveva: “Il viaggiatore dovrà munirsi di una buona scorta di utensili da cucina, piatti di stagno, coltelli e forchette, bacinella, e poi di un materassino leggero, lenzuola e federe, mantelli e coperte. Due o tre libri. Strumenti per il disegno, meno vestiti possibile. Chinino, indispensabile. Riso, curry, pepe”.

Al cibo prestava una particolare attenzione. Gli dava anche un valore simbolico, nel senso che nella sua condivisione vedeva un’espressione di genuina amicizia, mentre scorgeva nella golosità (compresa la propria) un esecrabile atteggiamento egoistico. Non a caso anche nei limericks i golosi finiscono sempre puniti.

Nelle pagine dei suoi ultimi diari sono comunque annotati giorno per giorno tutti i pasti, sempre accompagnati da un giudizio o da un commento. Vale in occasione dell’ospitalità sontuosa riservatagli nelle nobili dimore degli aristocratici calabresi, degli sceicchi egiziani o dei rajah indiani come per quella parca offertagli da umili famiglie contadine o dai pastori albanesi, oppure per le soluzioni gastronomiche inventate nei momenti di necessità. In viaggio per Salonicco, ad esempio, si ritrova ad un certo punto in una zona della costa completamente disabitata, senza nulla di commestibile a disposizione: “Cominciammo a riflettere come Giorgio potesse cuocere le grosse meduse che venivano rigettate dal mare. Trovammo anche un paio di granchi: proposi allora, visto che c’era una gran quantità di more nei paraggi, di far bollire le meduse con la gelatina di more e di arrostire i granchi con un goccio di rhum e mollica di pane, una prelibatezza culinaria”. Oggi gli verrebbe offerta una rubrica gastronomica televisiva.

Che piacere incontrare il signor Lear 32In India sembra determinato a scrivere una guida Michelin. A Benares gli servono “zuppa buona, e un pollo bollito con riso appena tollerabile. Nient’altro però che fosse commestibile, montone crudissimo, anatre stufate dure. Faccio eccezione, però, per un budino di pane e burro”. A Darjeeling apprezza un ottimo pasto a base di cotolette di pollo fritte e buone patate arrosto, un’alzavola fredda arrosto e due bottiglie di soda. A Delhi invece il pasto è misero: “uova, agnello freddo, pane e sherry freddo”, mentre a Simla “lo stufato irlandese era rovinato dal troppo pepe ma le patate erano deliziose. Queste persone hanno patate paradisiache, le migliori della vecchia Inghilterra”.

Che piacere incontrare il signor Lear 33È di una golosità davvero bambinesca, che si rivela anche nell’uso costante di metafore o di immagini relative al cibo nella sua scrittura più confidenziale, nelle poesiole come quella già citata (“Compra frittelle e lozioni, / e gamberetti di cioccolata al mulino”) o nella corrispondenza, quando buffoneggia in favore degli amici e soprattutto delle amiche. Le lettere, dice, sono l’unica gioia della vita “a parte le sardine e le omelette”. La sua speranza per il post-mortem è un posto in mezzo agli alberi e ai fiori dal quale si vedano il mare, le colline, le pianure le montagne, e nel quale i pasti saranno cucinati dai cherubini. Non devono però esserci galline: “No, nessuna! Io ho rinunciato alle uova e alle galline arrosto per sempre!”.

Per il resto, le lettere inviate ai corrispondenti inglesi e i diari che diligentemente aggiorna offrono l’impressione di un atteggiamento sempre leggermente sfalsato rispetto alle situazioni che vive. È minuzioso e preciso nelle descrizioni, ma sembra non essere granché scalfito dagli avvenimenti. Ad esempio, gli capita a Civita Ducale di essere scambiato da un “carabiniere” addirittura per il ministro degli Esteri inglese Palmerston, e di essere tratto in arresto (gli inglesi in quel periodo non erano molto popolari nel reame borbonico). La vicenda si risolve velocemente in positivo, per l’intervento di un conoscente, senza il quale però avrebbe potuto prendere una piega spiacevole: ma nella penna di Lear diventa solo il pretesto per un quadretto umoristico: «La nobiltà si impone a certe persone. Nonostante tutte le mie rimostranze, egli aveva deciso che io dovessi essere il Visconte Palmerston. Non c’era niente da fare, così fui fatto trottare ignominiosamente per la via principale, mentre a tutti quelli che erano sull’uscio o alla finestra il carabiniere urlava: “Ho preso Palmerstoni!” Per fortuna Don Francesco Console stava facendo una passeggiata e ci incontrò. A questo punto seguì una scena di scuse per me e di rimproveri per il militare, che si ritirò sconfitto. Così, invece di andare in prigione, tornai a Rieti che era già notte».

Nel suo atteggiamento, però, forse proprio in forza della disposizione un po’ stranita, non c’è mai ombra di un qualche pregiudizio razziale. Si lamenta, si stupisce dei costumi, si meraviglia, ma non giudica, se non in base a criteri vagamente estetici. E anche quando non può fare a meno di rilevare i segni della miseria e dell’arretratezza, non è mai troppo severo; guarda con occhio in fondo benevolo una realtà sociale molto povera, le condizioni di disagio derivanti dalla mancanza di strade, l’isolamento che pare aver fermato il tempo in quelle contrade. Quell’isolamento e quella povertà avevano consentito in effetti la conservazione integrale degli aspetti naturali primordiali di cui andava in cerca e che tanto lo affascinavano.

Ciò non significa che i suoi diari e i disegni che li corredano ci trasmettano un’immagine idilliaca, trasfigurino la realtà: al contrario, proprio questa “estraneità” del soggetto narrante ci offre una fotografia la più realistica e la più veritiera. Che era poi l’intento di fondo della sua poetica pittorica.

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Il pittore

Nel 1886 John Ruskin collocava Lear in testa all’elenco dei suoi artisti preferiti. Era una stima di ritorno, perché poco tempo prima Lear lo aveva ringraziato “per avermi, con i tuoi libri, indotto a usare i miei occhi per guardare al paesaggio di un periodo che risale a molti anni fa”: ma esprimeva un apprezzamento sincero. Lo stesso Ruskin aveva infatti appuntato sulla lettera ricevuta da Lear “E questo sarebbe il poeta delle sciocchezze?

Si può senz’altro dire che Lear sia stato almeno negli intenti l’interprete più fedele delle teorie del suo eminente connazionale sul senso e sul valore della pittura. Ne condivideva appieno le idee sulla “conservazione”, solo che anziché applicarle al restauro e alle rovine le estendeva a tutto l’insieme del paesaggio, in particolare di quello naturale. Era tutt’altro che un innovatore (e non solo in campo artistico). Temeva e detestava ogni forma di rivoluzione, e non era attratto dalle nuove correnti artistiche, anche quando queste professavano un recupero dei canoni estetici del passato. Attraverso l’amicizia con Hunt ebbe contatti con l’ambiente dei preraffaelliti, ma non se ne lasciò influenzare. E anche se ammirava moltissimo la pittura di Turner, rimase sempre legato alla scuola paesaggistica inglese dei primi decenni dell’Ottocento, e continuò a dipingere delineando con precisione i contorni degli oggetti e tenendo ben separati i campi del colore.

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Nel rapporto con la propria arte Lear viveva la stessa girandola di contraddizioni che segnò ogni altro aspetto della sua esistenza. Coltivava nell’intimo l’ambizione di essere riconosciuto come un grande paesaggista, ma al tempo stesso era consapevole (come già abbiamo visto) dei propri limiti. Provò a superarli attraverso la disciplina, la diligenza, la volontà, ma questo ne condizionò pesantemente la vivacità e l’immediatezza rappresentativa. I quadri ad olio, ai quali affidava la sua gloria futura, e che all’epoca erano discretamente apprezzati, appaiano oggi, ad uno sguardo educato a modelli estetici “moderni”, piuttosto anonimi e convenzionali. E in fondo già negli ultimi anni, quelli dell’isolamento sanremese, era costretto a constatare come l’apprezzamento dei critici e del pubblico si andasse alquanto raffreddando. La cosa lo amareggiava, ma non la visse come una sconfitta.

Lui stesso infatti precisava, un po’ per mettere com’era suo costume le mani avanti, ma senz’altro anche per un sincero convincimento, i limiti del suo impegno artistico. Il suo proposito era di fare bene ciò che stava facendo, che è qualcosa di diverso dal creare capolavori: perseguiva piuttosto una sorta di mappatura per immagini del mondo, almeno di quello che aveva attraversato. Una sorta di grande reportage pre-fotografico. Scriveva: “Mi piacerebbe, diventando vecchio (se questo avverrà), elaborare e completare la mia vita topografica, pubblicando tutti i miei diari illustrati e le illustrazioni di tutti i miei dipinti: perché dopotutto, se uno dedica la propria esistenza a qualcosa e non è un perdigiorno, quello che fa deve avere pur sempre un valore, se non altro il valore della perseveranza”.

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Al contrario di quanto sarebbe avvenuto per la sua pittura “professionale”, nei confronti dell’immensa produzione di schizzi e di acquarelli, quelli che l’autore considerava solo come appunti o come materiale da trasferire in un secondo momento in bella copia, è maturato col tempo un notevole interesse. Intanto perché queste immagini non solo denotano una notevole competenza tecnica, ma sono animate dall’urgenza di catturare e fissare sul foglio un sentimento di stupore e di ammirazione, e quindi esprimono una felice libertà espressiva. Poi perché effettivamente ci consegnano l’estrema testimonianza visiva di un mondo destinato a sparire di lì a poco, realizzata da chi aveva consapevolezza che nulla più sarebbe stato come prima. “Lontano, sotto di noi, c’era Casalnuovo, una delle città che sono state ricostruite dai frammenti del fatale periodo di devastazione […]. Situata sopra la piana, questo moderno e poco pittoresco successore della prima città presenta strade lunghe, affiancate da case basse a un piano, con chiare tegole rosse e nessun lato della sua composizione offre qualcosa da ammirare o caratteristiche pittoresche” scrive nel suo diario del viaggio in Calabria. E ancora: “[…] siamo saliti a Terranova, una volta la più grande città del distretto, ma completamente distrutta dal terribile disastro del 1783. La vecchia città, completamente distrutta, è seppellita negli abissi e sotto spaccature e vallate, e la sua erede è formata da una singola sbandata strada con umili case di apparenza malinconica”. In alcuni casi, come quello degli acquarelli realizzati in Albania, si tratta davvero delle uniche attestazioni visive rimaste di monumenti ormai scomparsi (come, ad esempio, l’acquedotto di Girocastro).

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Che piacere incontrare il signor Lear 37Le immagini sbozzate da Lear presentano una stupefacente precisione topografica, e al tempo stesso si sottraggono ad ogni vincolo accademico. Conservano la vivacità e la forza comunicativa di ciò che non viene dipinto per compiacere i critici o la clientela, ma per rispondere di getto all’emozione suscitata da scorci inimmaginabili, e conservarne memoria. Durante il cammino Lear tracciava rapidi schizzi a matita, che completava poi in studio ripassandoli ad inchiostro e stendendo i colori in grandi campiture. Anche in queste bozze era molto attento alla precisione nei volumi e nelle relazioni prospettiche, e a cogliere nei limiti del possibile i particolari. Rappresentava paesaggi quasi sempre deserti, e se talvolta inseriva minuscole figure umane era solo per far risaltare le proporzioni degli elementi architettonici o paesaggistici. Questa scelta era in parte dettata dal fatto che Lear si sentiva scarsamente dotato nella rappresentazione di figure umane, anche se nei diari dimostra una notevole attenzione a cogliere le particolarità dei costumi e dell’abbigliamento. C’era tuttavia, a monte, una motivazione meno contingente: il realismo delle sue vedute passava infatti già all’origine per il filtro dell’idealità, e in un mondo ideale, come nelle città ideali del Rinascimento, gli umani sono solo scorie, e rimangono nel colino. Lear non li butta, ma li spedisce in un altro mondo, quello del nonsense.

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Rinascesse oggi, Lear sarebbe senz’altro sorpreso del ribaltamento dei valori attribuiti alle sue opere. E probabilmente anche parecchio deluso. Già in vita comunque aveva dovuto abituarsi al fatto che la sua notorietà fosse legata ai limericks piuttosto che all’opera pittorica. La cosa lo irritava, e non sopportava i “volgari sconosciuti” che si recavano presso il suo studio non per ammirare i quadri ma per conoscere l’autore del Nonsense Book. Chissà cosa avrebbe pensato nel vedere che persino le caricature abbinate alle sue filastrocche erano destinate a sopravvivergli meglio dei suoi dipinti.

Che piacere incontrare il signor Lear 39In effetti, più o meno inconsapevolmente Lear ha esercitato il suo talento su due piani diversi. Sul primo c’era il lavoro diligentemente e pervicacemente svolto di ricerca e di rappresentazione del “pittoresco”. Il pittoresco, colto nella scala del campo lungo, del panorama, si pone al di fuori del tempo e della storia, esclude dalla visibilità il movimento e ogni attività umana di trasformazione. Ciò gli consentiva di estraniarsi da un presente caotico nel quale non viveva a proprio agio e da un mondo che lo escludeva, e di rifugiarsi in una dimensione nella quale anche le architetture si fondevano nella perennità e immutabilità naturale: i disegni e gli acquarelli (soprattutto i primi) sono l’espressione genuina del suo ammirato stupore per un sublime che non è mai drammatico, che infonde un senso di tranquillità e di superiore equilibrio.

Sull’altro piano c’è invece la creazione di un universo parallelo, incoerente e deforme, ma di una deformità che viene riscattata dalla esagerazione caricaturale, e che attraverso l’iperbole perviene a una sua bellezza. Era un mondo nel quale anche la sua diversità trovava spazio e si confondeva, perché le regole della “normalità” erano sospese, e persino irrise. Un’utopia strampalata, che tra l’altro gli consentiva comunque di rappresentare gli umani senza farsi problemi per la sua scarsa abilità. E al tempo stesso era una terra di nessuno, avulsa da ogni connotazione di tempo e di spazio, da ogni convenzione nei rapporti, da ogni necessità utilitaristica. Non a caso le figurine caricaturali si muovono in uno spazio vuoto, senza una linea di panorama e senza alcuno sfondo, naturale o architettonico. Lì il simpatico signor Lear, al pari di tutti gli altri personaggi, non è mai fuori posto, semplicemente perché non c’è un posto al quale stare, un rango, una classe sociale. E quindi non prova paure, non teme punizioni, non deve travestirsi o nascondere i suoi malanni e le sue debolezze. I personaggi che animano queste “vignette” si abbandonano alla pura follia, mangiano esageratamente e bevono come trogoli, vestono abiti bizzarri ed enormi cappelli, fanno le cose più insensate. Anticipano in fondo la dimensione surreale dei cartoni animati della Warner: sfuggono ad ogni logica non contrapponendosi, ma prescindendone.

Dunque, nel il mondo che vien fuori dai versi e dalle figurine dei limericks non c’è alcuna denuncia, nessuna intenzionalità satirica: Lear non è apparentabile né al Goya dei Capricci né a Swift (lo si potrebbe accostare semmai al suo contemporaneo francese Granville, autore di Un autre monde, edito giusto un paio d’anni prima del Book of Nonsense). È tutta un’altra dimensione, libera non solo dai condizionamenti ma anche da risentimenti, orrori, amarezze e rivendicazioni. Contempla tutte le immaginabili potenzialità di movimento che si offrono a una mente fervida e a uno spirito fuggiasco: compresa quella di andare a “far capriole” oltre lo specchio.

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Lo scrittore

Che piacere incontrare il signor Lear 42Le capriole, con le idee e con i versi, oltre che con le immagini, e anche con le sue strampalate missive, Lear continuò a farle sino alla fine. Non arrivò mai a considerarsi uno “scrittore”, ma in compenso scrisse moltissimo. Soprattutto diari di viaggio (quaranta volumi, sei dei quali pubblicati in vita) e lettere (in vecchiaia ne scriveva fino a venti al giorno), oltre naturalmente alle “sciocchezze”, i nonsense ai quali deve in effetti la sua maggiore fama.

I diari erano concepiti a supporto dell’opera pittorica, per fornire una cornice ai disegni, agli acquarelli e ai quadri ad olio. Con l’andar del tempo acquisirono però sempre più una valenza autonoma, e la mantengono tutt’oggi non solo per il valore documentario, ma anche per la qualità stilistica. Lear scriveva bene, in uno stile necessariamente sobrio, dettato dalle condizioni in cui redigeva i suoi taccuini: era obbligato a cogliere e a trasmettere l’essenziale, senza abbandonarsi ad enfatizzazioni romantiche. Il verso di Tennyson (… ho letto e ho sentito di essere lì) sintetizza perfettamente il risultato che otteneva.

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Poi, naturalmente, davanti a certi fantastici spettacoli naturali non poteva semplicemente tirar dritto: emerge ripetutamente la sua particolare sensibilità per i colori, ricompare il giovanissimo illustratore naturalista che coglie il dettaglio, urge la necessità di associare alle immagini mute quelle sensazioni fisiche e quelle emozioni spirituali che non possono essere affidate alla matita, e che persino la penna ha difficoltà ad esprimere: “Le descrizioni di questo posto meravigliosamente incantevole sono semplicemente sciocche, poiché nessuna parola può descriverlo affatto. Che giardino! Che fiori!… effetti di colore assolutamente sorprendenti, il grande centro dell’immagine è sempre il vasto Taj Mahal bianco avorio scintillante, e l’accompagnamento e il con trasto del verde scuro dei cipressi, con il ricco giallo verde degli alberi di ogni tipo! e poi l’effetto degli innumerevoli voli di pappagalli dal verde brillante che svolazzano come smeraldi vivi; e delle poincianne scarlatte e di innumerevoli altri fiori che risplendono luminosi nel verde scuro!

Che piacere incontrare il signor Lear 44Al di là di questo, però, e della puntigliosa descrizione dei menù, la presenza di Lear nei diari è tutt’altro che invadente, così come nei suoi quadri e nei suoi disegni. Lo sguardo è quello del vedutista, costantemente rivolto all’esterno. E se anche paga tributo al sentire romantico, lo fa con estrema discrezione. “Durante la notte, la distesa del lago era calma e lucente, che sembrava d’argento, sotto la finestra del palazzo al chiarore della luna piena; l’antico castello proiettava le sue lunghe ombre sulla città addormentata. (A Celano, in Abruzzo, a fine agosto del 1843)

E tuttavia Lear riesce a speziare anche la narrazione “oggettiva” di un humor sottilissimo, tutto particolare, che consente di guardare alle stravaganze umane con tollerante e divertita benevolenza, e di comprendere le ragioni altrui, anche quando sono lontanissime dalle proprie. “All’ora del pranzo, il bravo vecchio Don Giovanni Rosa ci ha divertiti e intrattenuti con la sua amabile semplicità e buona educazione. Lui è stato solo una volta in vita sua (ed ha 82 anni) a Gerace, e mai più in là. «Perché dovrei andare?» ha detto, «Se, quando morirò, come dovrò ben presto, troverò il Paradiso come Canolo, sarò molto felice. Per me «Canolo mio» è sempre stato come un Paradiso — sempre mi sembra Paradiso, niente mi manca”. (A Canolo, in Calabria)

I diari non contraddicono insomma lo spirito riversato nella scrittura più “disimpegnata”, quella dei nonsense e delle lettere. Potremmo anzi considerare i limericks come l’equivalente letterario degli schizzi paesaggistici. Sono scorci tratteggiati in versi con immediatezza e rapidità: la differenza sta nel fatto che ritraggono un altro mondo, quello al quale accennavo nelle pagine precedenti. La formula poetica mista, parole più immagini, non è stata inventata da Lear, esisteva già da tempo, ma Lear l’ha consacrata e codificata, facendone un genere. E facendolo al momento giusto. Il particolare successo dei Nonsense Book è infatti dovuto anche all’essere apparsi attorno a metà Ottocento, in coincidenza con l’avvio di uno straordinario sviluppo dell’editoria illustrata di massa, reso possibile dall’invenzione della litografia e dal perfezionamento delle tecniche di riproduzione da incisione.

Nel mondo del nonsenso Lear ci sguazzava; lì poteva dare sfogo a tutta la sua autoironia e, una volta superato il disappunto per un successo che non arrivava da dove avrebbe voluto, anche la sua vanità. Si divertì sino alla tarda età a rappresentarsi caricaturalmente in termini quasi dispregiativi, anche quando il suo carattere era diventato più aspro e irritabile, accentuando gli aspetti giullareschi, sia nel fisico (il naso enorme, gambe lunghe e sottili come quelle degli insetti) che nell’abbigliamento e nel comportamento (la palandrana bianca, la postura da danzatore agitato, costantemente librato in aria). L’essere riconosciuto e quasi idolatrato come il divertente Mr. Lear non gli spiaceva affatto. “È strano” scriveva ad un amico, dopo il successo immediato di More Nonsense (pubblicato nel 1871), “io sono l’uomo che sta facendo ridere tutte assieme tre o quattromila persone in Inghilterra”.

Che a quel successo ci tenesse molto più di quanto fosse disposto ad ammettere lo dimostra il fatto che continuò, sia pure dopo un quindicennio di silenzio, a scrivere e a pubblicare “sciocchezze”. A differenza dei primi Limericks, i successivi due volumi (Nonsense Songs e More Nonsense, pubblicati rispettivamente nel 1870 e nel 1872) contengono poesie e canzoni più lunghe e più complesse, tra le quali “The Owl and the Pussy-cat” (Il Gufo e la Gattina), destinata a diventare popolarissima non solo nel mondo anglosassone. È ancora Lear, ma un Lear più pensoso e a tratti addirittura malinconico, che sembra voler “nobilitare” le sue Sciocchezze stupendo il lettore con le invenzioni linguistiche. I limericks sono ormai diventati un gioco per adulti, e per adulti linguisticamente molto raffinati.

Nelle ultime composizioni è anche più accentuato il contrasto tra gli eccentrici protagonisti, che sono sempre individui soli, e i non meglio specificati “loro”, la folla anonima dei conformisti che li deride e li perseguita. L’unica affinità Lear sembra trovarla ormai solo con gli animali, fatta eccezione naturalmente per i sempre odiatissimi cani. D’altro canto, proprio con gli animali aveva iniziato la sua carriera artistica.

Che piacere incontrare il signor Lear 45Nella corrispondenza si può dire che Lear prosegua l’opera di caricaturista con altri mezzi. Voleva essere brillante con gli amici e con i congiunti, rimanere all’altezza della fama di eccentrico conquistata coi limericks, e sapeva che ormai i suoi corrispondenti si attendevano da lui proprio quello: non delle informazioni, ma delle stravaganze. Questo accadeva anche nelle lettere alle sorelle, e dopo la scomparsa di queste nel carteggio con Emily Tennyson, la moglie del poeta, divenuta la sua più intima confidente: ma era la norma in quelle ai suoi amici più cari, soprattutto ad uno dei destinatari più frequenti, quel lord Carlingford col quale era in già rapporti prima della pubblicazione dei nonsense. Nell’ultima fase della sua vita, però, la cosa gli prese la mano, e il suo umorismo stravagante divenne quasi manierismo.

Le prime sono lettere di questo tenore: “Andare su e giù per le scale mi preoccupa, e io penso di sposare qualche gallina e poi di costruirmi un nido su una pianta d’ulivo da dove vorrei scendere soltanto a lunghi intervalli nel resto della mia vita”, e immagino che per un po’ abbiano divertito chi le riceveva. Ma quando da Sanremo, dove un Lear sempre più stanco e scorbutico si era rintanato, partivano missive nelle quali il gusto per il gioco non riusciva più a mascherare la tristezza e ad attenuare la tensione, penso che l’effetto fosse solo di malinconico disagio. Pochi anni prima di morire scriveva a lord Carlingford: “Volevo dirti che la Foca si è sistemata nella mia grande cisterna da dove può facilmente venir fuori, dato il basso livello dell’acqua. Le dò quattro biscotti e una tazzina di caffè all’alba e questa mattina credo di andare al mare sulla sua schiena. Mi è capitato già di percorrere più di metà del tragitto per la Corsica perché nuota in modo estremamente veloce”. Anche per chi lo conosceva bene ed era abituato alle sue stramberie, i dubbi sulla tenuta mentale dovevano essere molti.

Infine, a completare il quadro dell’eccezionale versatilità artistica di Lear, devo aggiungere che il nostro poeta-viaggiatore-pittore-scrittore possedeva anche un discreto talento musicale. Suonava il piano, ma anche la fisarmonica, il flauto e la chitarra, e compose musica “di ambientazione” per molte poesie di autori romantici e vittoriani, prime tra tutte quelle del suo amico Alfred Tennyson. Naturalmente musicò anche molte delle sue canzoni senza senso, tra cui “Il gufo e la gattina”, che si divertiva ad eseguire solo per una cerchia ristretta di amici.

Insomma, direi che c’è materia più che sufficiente a farne un personaggio degno della nostra memoria. Come lui stesso scriveva “dopotutto, se uno dedica la propria esistenza a qualcosa e non è un perdigiorno, quello che fa deve avere pur sempre un valore, se non altro il valore della perseveranza”. Nel suo caso gli andrebbe riconosciuto senz’altro ben di più.

A proposito di conoscenza. Ho voluto allegare a queste pagine tre appendici “documentali”, che probabilmente aiuteranno a capire Lear molto meglio di quanto abbia fatto io. Si tratta della poesia-autoritratto che ho citato nel testo, di alcuni Limericks tratti in parte da A Book of Nonsense (1846) e in parte da More Nonsense Pictures, del. 1872 (questo accostamento rende possibile cogliere la differenza nel tratto dopo un quarto di secolo) e di una serie di incisioni che illustravano la prima edizione del Journals of a landscape painter in Southern Calabria.

Per le traduzioni non mi assumo responsabilità. Stento già a leggere l’inglese quando è “sensato”.

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Bibliografia

Raffaele Gaetano – Edward Lear. Giornale di viaggio a piedi in Calabria – Laruffa editore, Reggio Calabria, 2023.
Raffaele Gaetano – In viaggio con Edward Lear – Laaruffa, 2023.
Edward Lear – Lettere dall’Italia (1837-1879) – Abramo ed.
Edward Lear – Viaggio in Basilicata (1847) – Osanna Edizioni, Venosa, 1996
Edward Lear – Diario di un viaggio a piediReggio Calabria e la sua provincia (25 luglio – 5 settembre 1847) – Laruffa editore, Reggio Calabria, 2003
Edward Lear – Limericks – a cura di Ottavio Fatica, Einaudi, Torino, 2002
Edward Lear – Indian Journal – Jarrolds, 1953
Edward Lear – In Greece. Journals of a Landscape Painter in Greece and Albania –William Kimber, 1965
Edward Lear – Journal of a Landscape Painter in Corsica – R. J. Bush. 1870
Atanasio Mozzillo (a cura di) – Viaggiatori stranieri nel Sud – Comunità, 1982
Vivien Noakes – Edward Lear, The Life of a Wanderer – London, 1968
Giuliana Randazzo, Il “Sicilian giro” di Edward Lear: itinerari e visioni inedite – Rubbettino, 2021
Antonella Viola – Edward Lear, un vedutista inglese in Basilicata – Suppl. a “La provincia di Potenza” n. 1/98

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Appendice 1

The Self-Portrait of the Laureate of Nonsense.

“How pleasant to know Mr. Lear!”
Who has written such volumes of stuff!
Some think him ill-tempered and queer,
But a few think him pleasant enough.

His mind is concrete and fastidious,
His nose is remarkably big;
His visage is more or less hideous,
His beard it resembles a wig.

He has ears, and two eyes, and ten fingers,
Leastways if you reckon two thumbs;
Long ago he was one of the singers,
But now he is one of the dumbs.

He sits in a beautiful parlour.
With hundreds of books on the wall;
He drinks a great deal of Marsala,
But never gets tipsy at all.

He has many friends, laymen and clerical,
Old Foss is the name of his cat:
His body is perfectly spherical,
He weareth a runcible hat.

When he walks in a waterproof white,
The children run after him so!
Calling out, “He’s come out in his night-
gown, that crazy old Englishman, oh!”

He weeps by the side of the ocean,
He weeps on the top of the hill;
He purchases pancakes and lotion,
And chocolate shrimps from the mill.

He reads but he cannot speak Spanish,
He cannot abide ginger-beer:
Ere the days of his pilgrimage vanish,
How pleasant to know Mr. Lear!

L’autoritratto del laureato delle sciocchezze

Che piacere conoscere il signor Lear!
Chi ha scritto tanti volumi di sciocchezze!
Alcuni lo ritengono scorbutico e strano,
ma altri lo ritengono abbastanza gradevole.

La sua mente è concreta e meticolosa,
il suo naso è notevolmente grande;
Il suo volto è più o meno orribile,
la sua barba ricorda una parrucca .

Ha orecchie, due occhi e dieci dita,
almeno se si contano due pollici;
Molto tempo fa era uno dei cantanti,
ma ora è uno degli stupidi .

Si siede in un bellissimo salotto,
con centinaia di libri sul muro;
Beve molto Marsala,
ma non si ubriaca mai.

Ha molti amici, laici ed ecclesiastici;
Old Foss è il nome del suo gatto;
Il suo corpo è perfettamente sferico,
indossa un cappello runcibile.

Quando cammina vestito di bianco impermeabile,
i bambini gli corrono dietro così!
Gridando: “È uscito in
camicia da notte, quel vecchio pazzo inglese, oh!”

Piange in riva all’oceano,
piange in cima alla collina;
Compra pancake, lozione e
gamberetti al cioccolato dal mulino.

Legge ma non sa parlare spagnolo,
non sopporta la birra allo zenzero:
prima che i giorni del suo pellegrinaggio svaniscano,
che piacere conoscere il signor Lear!

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Appendice 2

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I limericks che seguono sono tradotti da Pietro Scarnera
(da “Viaggiare in un limerick”)

Che piacere incontrare il signor Lear 53C’era un vecchio signore di Ischia,
Che si lanciò sempre più nella mischia;
⁠Ballò su corni e su gighe,
Mangiò migliaia di fichi,⁠
Quel vivace signore di Ischia.

There was an Old Person of Ischia,
Whose conduct grew friskier and friskier;
⁠He danced hornpipes and jigs,
⁠And ate thousands of figs,
That lively Old Person of Ischia.

Che piacere incontrare il signor Lear 54C’era un vecchio signore giù in Puglia,
La sua condotta era un poco citrulla;
Crebbe venti bambini
⁠Quasi solo a panini,
Quel bizzarro signore di Puglia.

There was an Old Man of Apulia,
Whose conduct was very peculiar;
⁠He fed twenty sons
⁠Upon nothing but buns,
Che piacere incontrare il signor Lear 55That whimsical Man of Apulia.

C’era un vecchio signor negli Abruzzi,
Così cieco da non vedersi i pieduzzi;
“È il tuo alluce!”, gli dissero,
Lui rispose, “Lo è davvero?”
Quel sospettoso signor degli Abruzzi.

There was an Old Man of th’ Abruzzi,
So blind that he couldn’t his foot see;
⁠When they said, “That’s your toe!”
⁠He replied, “Is it so?”
That doubtful Old Man of th’ Abruzzi.


Che piacere incontrare il signor Lear 56C’era una giovane donna di Lucca,
Che per amore andò fuori di zucca;
⁠Salì sopra un pero,
⁠E disse, “Pippero!”
Che imbarazzo per la gente di Lucca.

There was a Young Lady of Lucca,
Whose lovers completely forsook her;
⁠She ran up a tree,
⁠And said, “Fiddle-de-dee!”
Which embarrassed the people of Lucca.

Che piacere incontrare il signor Lear 57C’era un vecchio che stava sul Vesuvio,
E studiava tutti i libri di Vitruvio;
⁠Quando il fuoco li bruciò,
⁠Lui a bere incominciò,
Quel fissato di un signore del Vesuvio.

There was an Old Man of Vesuvius,
Who studied the works of Vitruvius;
⁠When the flames burnt his book,
⁠To drinking he took,
That morbid Old Man of Vesuvius.

Che piacere incontrare il signor Lear 58C’era un vecchio signore di Livorno,
Il più piccolo che mai si vide intorno;
⁠Ma una volta, poveretto,
⁠Fu afferrato da un cagnetto,
Che divorò quel signore di Livorno.

There was an Old Man of Leghorn,
The smallest that ever was born;
⁠But quickly snapped up he
⁠Was once by a puppy,
Who devoured that Old Man of Leghorn.



Che piacere incontrare il signor Lear 59C’era una giovane donna di Parma,
La sua condotta era sempre più calma;
⁠Le dissero, “Ci sei?”
⁠Rispose solo, “Ehi!”
Quella dispettosa ragazza di Parma.

There was a Young Lady of Parma,
Whose conduct grew calmer and calmer;
⁠When they said, “Are you dumb?”
⁠She merely said, “Hum!”
That provoking Young Lady of Parma.

Che piacere incontrare il signor Lear 60C’era un vecchio signore ad Aosta,
Aveva una mucca, ma si era nascosta;
“Ma non vedi”, gli dissero,
⁠”Che è salita su un albero?
Tu odioso signore di Aosta!”

There was an Old Man of Aosta,
Who possessed a large cow, but he lost her;
⁠But they said, “Don’t you see
⁠She has rushed up a tree?
You invidious Old Man of Aosta!”

Che piacere incontrare il signor Lear 61C’era una vecchia signora di Pisa,
Con le figlie era molto decisa;
Le vestiva di scuro, le picchiava, lo giuro,
Tutto attorno alle mura di Pisa.

There was an old person of Pisa,
Whose daughters did nothing to please her;
She dressed them in gray, and banged them all day,
Round the walls of the city of Pisa.

Appendice 3

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Archeologia del passato prossimo. Alberto Novaro, un fotografo dimenticato

di Fabrizio Rinaldi, 18 maggio 2024 – dall’Album “Archeologia del passato prossimo. Alberto Novaro, un fotografo dimenticato

Archeologia del passato prossimo Alberto Novaro, un fotografo dimenticato copertinaConoscendo la mia mania (perché tale ormai va considerata) per gli oggetti che raccontano storie e la mia passione per la fotografia, mesi fa un amico mi disse che doveva sgomberare una casa ereditata da una lontana zia e che avrei potuto trovarvi qualcosa di interessante. In particolare, il marito di questa lontana parente – morto decenni fa – fu pure un fotografo.

Al mio amico, quale parente più prossimo, toccava sobbarcarsi onori ed oneri dell’eredità, soprattutto questi ultimi, perché le quattro stanze non erano a Portofino ma in un paesino sperduto nella periferia di Torino. Il che significa che le grane superano di gran lunga gli utili.

1715226018601-3a0a1287-af9e-4308-b8ac-8d890143833b smallPassato un po’ di tempo, era ora venuto il momento di fare un salto in questa casa, prima di dare il via libera allo svuotatutto, per liberarla di una vita di accumulo e finalmente svenderla (perché questo è ciò che accade oggi).

(Una piccola parentesi personale. Non oso pensare al giorno in cui verrà a mancare mio padre. Ovviamente per la lacerazione affettiva, ma – non ultimo – per l’incombenza di dover liberare i tre garage, le due cantine e il capanno degli attrezzi nell’orto, dal momento che son poco interessato ai materiali che vi sono accantonati. Sono stipati all’inverosimile, una quantità tale di roba da colmare tutti i banchetti del mercatino dell’usato di Ovada.)

Eccoci qui, quindi – con famiglie al seguito –, a rovistare in casa d’altri per cercare un tesoro celato, qualsiasi esso sia. Perché è questo che si spera di trovare: l’oggetto che giustifichi il viaggio e la giornata, un ninnolo, un libro, un disco, un quadro che agli altri non dice nulla e che solo il cercatore scafato individua. Qualcosa che appaghi il desiderio di possesso e a cui ridare un nuovo ruolo, salvandolo dall’oblio o dalla distruzione.

Nella combriccola dei convenuti ci sono stati d’animo i più diversi: c’è chi non vede l’ora di disfarsi di quella roba stantia, punto e basta; chi vorrebbe portar via una dozzina di gonne in voga decenni fa; chi delle anfore e un tavolino da esterno, chi una elegante scrivania; c’è anche chi s’è già scocciata/o e vorrebbe andare a giocare a palla. È comprensibile che dei ragazzini pensino a far altro piuttosto che a ravanare fra cose impolverate e vecchie: non sono ancora posseduti dal germe del vintage. Purtroppo per le mie tasche, hanno quello del trendy …

Io, ovviamente, punto subito alla libreria. Mi trovo fra le mani l’opera completa di Cesare Pavese, in 15 volumi della Einaudi, con cofanetto (scoprirò poi – con una fitta al cuore – che manca La luna e i falò), alcuni volumi in una splendida edizione sempre Einaudi di storia del Novecento, una Storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia in quattro tomi, La Seconda Guerra Mondiale in sei volumi di Winston Churchill, diversi numeri rilegati di Conosci L’Italia del Touring Club Italiano, e persino biografie e libri fotografici dedicati ad Eros Ramazzotti (ho sentore che qui emerga qualche passione della moglie).

Nella camera da letto trovo invece un set con tinozza, pitale e specchio, utile per chi non aveva la “sala da bagno”; un paio di lampade da comodino anni ‘30; una radio degli anni ‘50 della Grundig; un enorme quadro astratto con campiture verdi, e nella parete di fronte un classico ritratto di famiglia, con Giuseppe falegname, Maria e pargolo al seguito (un abbinamento ardito).

Facendo un rapido calcolo volumetrico, capisco che nell’auto non potrà mai entrare tutto quel ben di dio. Medito anche di mollare moglie e figlie alla prima stazione ferroviaria, per poter abbassare i sedili e farci stare quanto più possibile, compreso uno splendido mappamondo da terra in legno (quello che si vede in molte raffigurazioni iconiche di esploratori intenti a progettare i loro viaggi). Ma niente, alla fine le ragioni familiari prevalgono e mi porto a casa le donne a scapito del mappamondo, di Churchill, del Risorgimento, del quadro e del set. Una ferita che porterò dentro per un bel po’.

Figure sulla balconata small

Fuori casa, attraversando un piccolo giardino, c’è finalmente il sancta sanctorum per il quale sono lì: lo studio (diventato da anni magazzino) del fotografo. Seminascoste in mezzo a vasi, cianfrusaglie e scatole di videocassette, trovo decine di cartelle zeppe di fotografie in bianco e nero, stampate su carta rigida e in grande formato.

Una veloce sbirciata mi dice subito che sono immagini di ottima qualità, risalenti agli anni ‘50-’60: ritratti di bambini e di anziani, di donne e di contadini, scorci di Francia, Spagna e Marocco, asini nei campi e musicisti in fiera: un’immersione in un tempo finito decine di anni fa.

Il fotografo si chiamava Alberto Novaro, classe 1922: era un disegnatore meccanico della FIAT con l’hobby della fotografia e cominciò ad esporre dai primi anni Cinquanta. Era iscritto al Gruppo Fotografi FIAT, un’associazione che riuniva gli appassionati del genere all’interno dell’azienda Agnelli, e nel 1958 venne insignito dell’onorificenza AFIAP, un titolo prestigioso conferito dall’International Federation of Photographic Art a coloro che si distinguevano per la qualità artistica a livello internazionale.

Montanaro della Val del Gesso (1) smallLe stampe recano sul retro il marchio dell’autore, quasi mai il titolo e la data, ma in molte ci sono i timbri di dove la foto venne esposta: Torino, Vincenza, addirittura Hong Kong. A volte I timbri riportano anche le date, ad esempio 1958 o 1963.

Non sono né un esperto, né e critico fotografico, ma posso azzardare alcune riflessioni. Dalle immagini emerge una grande versatilità nella produzione fotografica: i toni bianchi e neri presentano ampie sfumature di grigio, cui la digitalizzazione artigianale non rende pienamente giustizia. Ritraggono spesso scene di vita contadina e una povertà senza retorica; che si tratti del montanaro della Val del Gesso o del pastore marocchino, ciò che emerge è una parca timidezza nel gesto; sono figure dignitose nella loro autenticità.

Teresa smallLe giovani donne, alcune ritratte più volte nel corso della loro vita, sono di una bellezza ieratica: raramente sorridono. Sono composte, armoniose, non assumono artificiosi atteggiamenti seduttivi, la loro posa è del tutto naturale. Le mani, spesso sproporzionatamente grandi rispetto alla loro giovane età, rivelano la quotidiana fatica di un lavoro greve.

Numerose fotografie ritraggono bambini, forse commissionate dai loro genitori, o forse sono espressione di un desiderio mai realizzato. Mi piace pensare che Novaro cercasse in quegli sguardi un modo più genuino di osservare il mondo, quell’innocenza che, paradossalmente, ritrovo anche negli sguardi dei vecchi.

Virtù tentata small

Faccio ora un azzardo presuntuoso. Le modalità con cui sono state scoperte le fotografie di Alberto Novaro mi fanno venire in mente la vicenda di Vivian Maier, le cui fotografie furono scovate nel 2007 da John Maloof, un collezionista d’arte che ha avuto la capacità di comprendere il valore intrinseco di quegli scatti scovati ed è stato capace di farli conoscere al mondo.

1714927646995-b3ee1a39-87f2-4044-8f64-272ac8276e43 smallPosso trovare delle caratteristiche comuni: una vita vissuta nell’ombra, facendo altro (lei la bambinaia, lui il disegnatore), lontani dal bagliore dei riflettori, pur avendo avuto il secondo il piacere di vedere esposte alcune sue opere. Entrambi hanno catturato istanti di vita quotidiana con uno sguardo attento e sensibile, creando ritratti intimi di persone e luoghi comuni.

Il suo tipo small

Purtroppo è arrivata l’ora di andare, di lasciare lì ancora tanto materiale, anche se ho riempito l’auto all’inverosimile. Nello studio non ho trovato alcuna macchina fotografica, come neppure i negativi. Spero che prima o poi saltino fuori e che altri aprano ulteriori squarci sul velo d’oblio che è calato su Novaro.

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Collezione di licheni bottone