Il giorno della marmotta

di Paolo Repetto, 2 aprile 2020

Quando comporranno il mio manifesto funebre dovranno scontarmi un anno. Perché ho già capito che quello in corso mi sarà interamente sottratto: e comunque già mi è stata rubata la primavera, che per un anziano come me è la stagione di una fugace rinascita. Non dicono infatti i saggi pellerossa: ho vissuto tante primavere e ho superato tanti inverni? (non so se lo dicono, ma mi piace pensarlo).

Non voglio farla tragica, ci sono situazioni ben più serie della mia, alcune delle quali le vivo anche da molto vicino, e ho quindi quasi ritegno a parlare delle mie nevrosi da quarantena. Ma l’alternativa è il silenzio totale, e questo lo vedrei come una resa al virus e al disamore per la vita che si sta insinuando in tutti noi. Provo così, a venti giorni esatti dalle prime impressioni proposte su questo sito, a ricapitolare un po’ la situazione.

Parto dal titolo di questo intervento. C’è un film americano dei primi anni novanta, che non conoscevo affatto e che solo uno come Geppi poteva segnalarmi, distribuito in Italia col titolo Ricomincio da capo, mentre nell’originale fa riferimento a una ricorrenza celebrata negli Stati Uniti e in Canada il 2 di febbraio, il Groundhog Day, giorno della Marmotta. Si tratta di una delle tante ricorrenze riciclate (e non solo per promuovere consumi, ma nel tentativo di surrogare con una liturgia laica la scomparsa dei tempi sacri) delle quali si nutre la modernità: trascrizioni profane di antiche celebrazioni cristiane, a loro volta già istituite pescando in più antiche tradizioni pagane e riadattandole. (Sul tipo di quella di Halloween, che si è sostituita nel mondo protestante alla festa di Ognissanti, a sua volta ricalcata sulle credenze celtiche nel ritorno dei morti il giorno del Samhain).

Nella versione americana della ricorrenza si è adattato un proverbio scozzese, che recita più o meno: Se il giorno della Candelora è luminoso e chiaro, ci saranno due inverni in un anno. In effetti, proprio di una rivisitazione della Candelora si tratta, che anche dalle nostre parti è indicata come spartiacque temporale per i vaticini meteorologici. Noi basso-piemontesi diciamo: Su fa bruttu a ‘ra Candlora, da l’invernu a summa fora (mi si perdoni la trascrizione alla buona: non sono un filologo dialettale. Il dialetto mi limito a parlarlo).

Ma cosa c’entra in tutto questo la marmotta? C’entra perché gli americani sono dei bambinoni e hanno bisogno di spettacolarizzare un po’ tutto, e allora si sono inventati un cinema particolare: in questo giorno si dovrebbe tenere d’occhio l’ingresso di una tana di marmotta (già la location è abbastanza problematica), perché è il periodo in cui i suoi inquilini si risvegliano. Ora, se la marmotta emerge dal buco e non vede la sua ombra, perché il tempo è nuvoloso, l’inverno ha i giorni contati; se invece è una giornata limpida e soleggiata la marmotta scorgerà la sua ombra, si spaventerà e si rintanerà velocemente. Ciò significa che l’inverno andrà avanti fino a metà marzo.

Si farebbe molto prima a dare un’occhiata al cielo, senza disturbare la povera marmotta: ma tant’è, anche noi appena svegli non guardiamo dalla finestra, ma accendiamo il televisore per seguire le previsioni meteo.

Bene, tutte queste premesse per arrivare alla spiegazione dei titoli, il mio e quello originale del film: che però con quello che voglio dire c’entrano solo di striscio. Nel film accade infatti che un giornalista inviato nel Connecticut a scrivere un pezzo di folklore sulla celebrazione, e giustamente scazzato (un po’ come Forster Wallace al Festival dell’aragosta nel Maine), si ritrova bloccato in un paesino da una tempesta di neve e scopre, con crescente disperazione, che lì i giorni si ripetono tutti esattamente uguali, introdotti al mattino dal “Salve. Oggi è il giorno della marmotta” sparato dalla radio locale. L’idea è originale, una cosa alla Robida – ma lui il tempo non lo fermava, lo faceva correre addirittura all’indietro, e almeno c’era un po’ di movimento, di novità, sia pure a rovescio. Quel che in fondo tutti oggi vorremmo.

Ecco dove volevo arrivare con questo lungo giro. Da un mese, ogni mattino, è come se qualcuno mi dicesse dalla radio: “Salve. Oggi è il giorno del coronavirus, e sarà esattamente simile a ieri e a domani”. Anzi, non è come se qualcuno me lo dicesse: me lo urla la tivù, me lo dicono i giornali, che ormai non sanno più che titoli inventare, li hanno già esauriti tutti. La sostanza è sempre la stessa. Cifre dei contagiati, dei decessi e dei guariti – queste ultime ovvie (se non fossero guariti sarebbero deceduti), ma servono a far apparire un po’ meno cupa la faccenda. Per il resto, le rituali raccomandazioni sui comportamenti da tenere, e gli altrettanto rituali giri d’opinione con giornalisti, attori, cantanti, e politici a piede libero, per l’occasione allargati anche a virologi e operatori sanitari.

Mi si potrà obiettare che in fondo i giorni si susseguivano tutti uguali, o quasi, anche prima. Senz’altro era così in tivù, fatto salvo l’oggetto dei talk e delle interviste. Ma la quotidianità era un po’ più mossa. Incontravi gli amici, cosa ben diversa dal sentirli anche tutti i giorni per telefono, scazzati come te e progressivamente sempre più imbozzolati, per cui ti rendi conto di quanto l’empatia abbia bisogno del contatto fisico; ti inventavi lavori, occupazioni, blitz nei musei, al cinema, in libreria, o semplicemente su un sentiero di campagna. Ma non è tanto ciò che effettivamente facevi, a mancare (qualcuno mi dice: in fondo non ho mutato di molto le mie abitudini): pesa l’idea di non poterlo fare, di non essere nella condizione di decidere anche per cose piccolissime e apparentemente insignificanti. Pesa l’assenza di una qualsiasi possibilità di progettare il proprio tempo.

In questo mese ho avuto l’opportunità di mettere mano ad un sacco di cose che avevo lasciato indietro, ai libri che avevo raccolto proprio in vista di eventualità drammatiche simili (ma a questa specifica non avevo mai pensato, mi ero fermato a fratture multiple alle gambe o a lungodegenze), eppure non sono riuscito a concludere alcunché. È come se avessi già accettato l’idea che avrò un futuro, per quel che ne rimane, assolutamente vuoto, e che devo lasciarmi indietro qualcosa per riempirlo.

Passiamo adesso da quel che provo dentro a quello che mi vedo attorno.

Quando esco a fare la spesa, o anche solo per un breve giro attorno all’isolato, per non perdere l’uso delle gambe, vedo persone sempre più distanziate e sempre più protette. Nei giri a vuoto non incontro praticamente nessuno, ma le rare volte che incrocio qualche altro passante, in automatico ci spostiamo sui lati opposti della strada.

È già un riflesso condizionato, che in realtà non ha alcun valore profilattico, ma è diventato immediatamente istintivo. Mi chiedo se riusciremo a liberarcene una volta che l’incubo sia cessato (sempre che cessi). Temo di no: che rimarrà per il futuro un’ombra su tutte le situazioni di prossimità con gli altri.

Vedo anche che a dispetto di questi comportamenti, enfaticamente celebrati come virtuosi, mentre invece sono dettati da una comunque giustificata paura, la sottovalutazione del fenomeno da parte di molti non è rientrata. Ha solo cambiato motivazione. Prima era dettata nei più dall’ignoranza, in alcuni da una effettiva esperienza nel campo, che induceva a proiettare quanto accade in un panorama sanitario già da sempre inquietante, anche se sottaciuto, e in altri ancora da una inguaribile tendenza a scorgere ovunque indizi di complotto e attentati alla democrazia (vi suggerisco di leggere gli interventi in proposito di Giorgio Agamben comparsi a partire dalla fine di febbraio su “Il manifesto”. Tra l’altro, avrete per una volta l’occasione di capire di cosa sta parlando, mentre lui paradossalmente non l’ha capito affatto).

Ora, per gli ignoranti purtroppo non c’è vaccino: probabilmente molti sono passati nel giro di questi giorni dalla sottovalutazione all’allarmismo esasperato e inconcludente. Per chi ha delle competenze, la cosa è più complessa, perché in effetti il balletto delle cifre, la confusione tra valori assoluti e valori percentuali, il mancato coordinamento stesso tra i vari organismi che dovrebbero gestire la cosa e che si fanno invece la guerra, anche attraverso le cifre, impedisce obiettivamente di avventurarsi in analisi e giudizi. Forse varrà la pena attendere che l’emergenza si plachi, per riflettere con mente più sgombra. Purché però nel frattempo non si tenda a ridurre l’effetto del virus a un “colpo di grazia” inferto a gente destinata comunque a morire. Siamo tutti destinati a morire, ma non siamo molto ansiosi che la pratica sia sbrigata più velocemente.

Quanto ai “complottisti” (e ci faccio rientrare tutti quelli che insorgono contro un presunto progetto di aggressione alle libertà democratiche), quel punto di vista – riassumibile nel “ne muoiono tanti tutti i giorni per altre malattie, indotte dal sistema e dal suo modo di produzione, e nessuno se ne allarma: quindi è evidente che questa è una epidemia inventata per far passare leggi e provvedimenti liberticidi” – lo hanno assunto da subito. Anche qui rimando ad una intervista, che ho letto proprio oggi, rilasciata tal Francesco Benozzo, docente universitario, sul sito Libri e parole.

Confesso la mia ignoranza: non sapevo che Benozzo fosse un “poeta-filologo e musicista, candidato dal 2015 al Nobel per la letteratura, autore di centinaia di pubblicazioni, direttore di tre riviste scientifiche internazionali, membro di comitati scientifici di gruppi di ricerca internazionali (e qui giù sigle e acronimi tipo: IDA: Immagini e Deformazioni dell’Altro – n.d.r) e molto altro ancora. Dirò di più: non sapevo neppure che Benozzo esistesse, non mi è mai capitata tra le mani una delle centinaia di pubblicazioni che lo segnalano per il Nobel – eppure sono uno che di roba ne fa passare.

Comunque: dopo averci informato che lui vive (beato!) in mezzo a un bosco nel Trentino, e che quindi dei divieti se ne fa un baffo (che sia un sodale di Mauro Corona?) e che sta lavorando ad un poema dal titolo Màelvalstal. Poema sulla creazione dei mondi (dal che si desume che stavolta il Nobel non glielo toglie nessuno – a meno che mi candidi anch’io. Ci sto pensando), il professor Benozzo ci rivela che siamo tutti marionette inconsapevoli, vale a dire una massa di coglioni, che si stanno facendo infinocchiare, con la scusa di una epidemia inventata, dagli sgherri del sistema. E porta a convalida della sua tesi l’apprezzamento di Noam Chomsky (ti pareva che il grande vecchio potesse una volta tacere!), di cui è intimo e col quale quotidianamente corrisponde.

Il problema in questo caso non è se l’epidemia esiste o meno. Il problema è che esiste gente come Benozzo (lo dico a prescindere da questa sua esternazione e in nome di quella libertà di parola che lui vede già come strangolata – “chi non la pensa come i medici ufficiali viene denunciato, se è un medico viene invece radiato” (sic) – La mia, comunque, si rassicuri, non è una fatwah: è solo un’amara constatazione), gente piena di sé e pronta a pontificare su qualsivoglia argomento, soprattutto su quelli nei quali a dispetto delle riviste internazionali che dirige o cui collabora non ha alcuna competenza (Benozzo a quanto pare di capire è un docente di Filologia), pur di esibirsi e di far sapere che esiste. Al che, si potrebbe obiettare, c’è comunque rimedio: di personaggi così ce n’è a bizzeffe, i social li hanno moltiplicati, o ne hanno moltiplicata la visibilità: basta non dar loro spazio, non fare da cassa di risonanza (al contrario di quanto in effetti sto facendo). Ma il fatto è che quelli come Benozzo girano per le università – sono piene di nipotini di Agamben – e fanno la ruota davanti a ragazzotti sprovveduti, che avrebbero bisogno di essere guidati a un po’ di conoscenza, se non dai “grandi maestri” presso i quali Benozzo si è abbeverato, almeno da persone di buon senso e di onesta umiltà intellettuale. Non solo: bruciano nel falò delle loro vanità e dei loro vaniloqui anche quegli argomenti seri che si potrebbero riservare, con un po’ di intelligenza, a un dopo-crisi davvero costruttivo, per quanto lontano e improbabile. La riorganizzazione della sanità, le spese militari, l’uso politico della scienza e il monopolio che le è conferito sulla verità, ecc …

Ecco. Vedete quanto poco basta a cambiarti la prospettiva, a smuovere le acque, in questi frangenti calamitosi e forzatamente cheti. Avevo in mente una serie di altre riflessioni sulla vita al tempo del virus, ma per oggi l’ho tirata già sin troppo in lungo e rimando quindi a una prossima missiva. Soprattutto, però, ero convinto di non riuscire più a formulare alcun progetto, mentre me ne ritrovo uno già pronto tra le mani. In realtà è la continuazione di un impegno che sto portando avanti nel mio piccolo da tempo: quello di stigmatizzare la cialtronaggine, di qualsiasi tipo e su qualsiasi versante si annidi. Il virus a quanto parte invece di sedarla l’ha scatenata, e il clamore ha risvegliato la marmotta che è in me. Non ho visto la mia ombra, stamattina (anche perché non sono uscito). E allora, pur consapevoli che i cialtroni sono legione, bardiamo Ronzinante e buttiamoci nella mischia. Per questa volta, se c’è qualche donchisciotte libero, sono anche disposto a fare Sancho Panza.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Una scrittura antisemita rosso pallido

(da: Sette buoni motivi per essere scorretto)

di Paolo Repetto, 31 gennaio 2020

I titoli dei miei pezzi a volte ingannano, perché li scelgo più per come suonano che per quel che annunciano. In questo caso però non c’è nessun inganno: ho scritto “antisemita” volutamente, per parlare di qualcosa (e di qualcuno) che con l’antisemitismo professa di aver nulla a che fare. Ma così non è.

Sono arrivato a Leonardo Tondelli attraverso un singolare post segnalatomi da un amico, “Parlo di teologia, io?”, nel quale si prende spunto da Gregorio di Nissa per stigmatizzare l’odierna riscossa degli incompetenti. Il pezzo mi ha incuriosito e sono quindi andato a leggere altri suoi interventi, che compaiono soprattutto sul blog Leonardo e sul sito The Vision e spaziano da “Se i Beatles nascessero oggi avrebbero davvero lo stesso successo?” a “Il signore degli Anelli è un’opera razzista?”, passando per Greta Tumberg e sul perché gli insegnanti hanno abbandonato la sinistra. Ho avuto conferma che si tratta di una persona intelligente, anche se per i miei gusti un po’ troppo legata a vecchi mitologemi della sinistra: sa scrivere, ama le storie a fumetti di Gérard Lauzier, è divertente e interessante da seguire.

Tutto questo fino a quando non mi sono imbattuto in un intervento dal titolo: Israele ha bisogno di Hamas, i palestinesi no. In pratica, vi sostiene Tondelli, se Hamas non ci fosse Israele dovrebbe inventarlo, e forse lo ha davvero inventato. Perché l’esistenza di Hamas scredita agli occhi dell’Occidente tutta la causa palestinese e giustifica le reazioni spropositate degli israeliani contro la striscia di Gaza. Ad ogni nuovo disordine o azione terroristica promossa da Hamas il perfido Netanyahu si frega le mani.

Anche questa analisi ha una sua logica, e senz’altro un fondo di verità. In effetti, il risultato di immagine è quello. Perché allora, mi sono chiesto, non mi convince? E anzi, mi ha disturbato?

A quel punto tutta una serie di piccoli tasselli che le precedenti letture avevano sparso sul tavolo ha trovato collocazione: si è composto quel quadro che già prima intravvedevo, ma sfocato.

Il fatto che l’analisi di Tondelli sia a suo modo corretta non significa infatti che non sia anche ambigua. Per falsare la verità non è necessario stravolgerla: è sufficiente non raccontarla tutta, o raccontarla da un solo punto di vista, o “virare” di particolari sfumature la narrazione. Ed è proprio ciò che Tondelli fa, a dispetto dell’apparente equità nel condannare sia Israele che Hamas.

Ora, io non penso che Tondelli abbia alterato con malizia la verità dei fatti. Penso anzi sia in buona fede, sia davvero convinto di ciò che dice. Ma è proprio per questo motivo, perché non è un ciabattone alla Vauro o un buffone in cravattino alla Fusaro, che il suo pezzo mi ha colpito. A parer mio è esemplare dell’ambiguità di fondo, parzialmente inconscia, molto strisciante ma chiaramente percettibile, che caratterizza l’atteggiamento di tutta la sinistra, e non solo di quella italiana, nei confronti del “problema ebraico”.

 

Dell’ambiguità di Tondelli (ovvero di quella di tutta la sinistra “intelligente”) ho avuto conferma in prima battuta tornando a curiosare tra le cose da lui postate. Tondelli scrive molto, su diversi blog oltre che sui quotidiani, ma tra questo molto non ho trovato un solo suo pezzo dedicato, che so, a quanto sta succedendo in Tibet, in Birmania o in Indonesia, o nel Kurdistan, in Turchia e in Africa. Nel mondo attuale le minoranze perseguitate, oppresse o sterminate, si contano a decine, per parlare solo delle situazioni più eclatanti: ma il rilievo che tutte assieme sembrano avere (non solo per lui, ma per la stragrande maggioranza) non è minimamente paragonabile a quello dato alla vicenda palestinese. Si, qualcuno ogni tanto ne scrive, missionari, attivisti dei diritti civili, giornalisti a caccia di notizie inedite. Ma tutto finisce lì. Provate a ricordare qual è l’ultima volta in cui avete sentito parlare dei Karen in Birmania, degli Uiguri in Cina, degli Harratin in Algeria e Marocco.

La replica più istintiva a un appunto del genere è abbastanza scontata: ci risiamo, quando non si vuole riconoscere o affrontare un problema si svicola accampando che ce ne sono ben altri. Ma non è certo questo il mio caso: il problema voglio infatti affrontarlo eccome, anzi, voglio andare proprio alla radice. Questa replica potrebbe avere poi anche un corollario: Tondelli parla evidentemente delle cose che lo interessano e che conosce. Perché delle altre non parli tu? Già, è vero, dovrei cominciare a farlo. Ma non l’ho fatto (o l’ho fatto solo parzialmente) per due motivi. Primo: non sono né un giornalista né uno scrittore professionista, non parlo da tribune “qualificate”, non arrivo ad un grosso pubblico (se per questo, neanche ad uno piccolo), per cui le mie analisi sono del tutto ininfluenti, si riducono ad un puro esercizio letterario. Secondo: non ho alcuna pretesa di fare l’osservatore e il commentatore politico. Mi limito a esprimere per iscritto impressioni e perplessità, come in questo caso, e a farle conoscere agli amici attraverso il sito, in attesa di discuterle poi con le gambe sotto il tavolo. Non ho sinceramente le competenze per esprimere un punto di vista significativo, ma forse ne ho a sufficienza per cogliere le incongruenze di quelli altrui. Funziono, diciamo così, un po’ da filtro. Ma dal momento che sento come un dovere tenermi informato (è il minimo che si possa fare quando si gode – temo ancora per poco – di una situazione privilegiata come la nostra) vorrei avere accesso ad una informazione libera da pregiudizi. Quanto a Tondelli, fa molto bene a parlare soltanto delle cose che conosce, è onestà professionale. Ma non riesco a togliermi il sospetto che non si tratti solo di questa, e voglio appunto spiegare il perché.

Per intanto, rispondo ad altre possibili obiezioni. Si potrebbe sostenere che la questione palestinese ha più rilievo semplicemente perché tocca un’area a noi più vicina e perché dura da più tempo: ma non regge. Quanto alla vicinanza, e quindi al fatto che ci coinvolga direttamente, forse dovremmo fare un po’ più di attenzione a quanto accade ad esempio in Africa, dove la Cina sta acquistando silenziosamente interi stati ed è praticamente ormai padrona di tutta la costa orientale, dall’Etiopia al Mozambico. Masse enormi vengono, sempre in perfetto silenzio, fatte sloggiare, creando un effetto a catena le cui onde si rifrangono poi sulle nostre coste: quelle almeno che non si perdono tra le sabbie del deserto. E cose analoghe accadono un po’ dovunque, in Asia (dove le comunità cristiane stanno letteralmente dissolvendosi) come in America Latina (dove a sparire sono popolazioni già confinate da secoli ai margini). Quanto invece alla durata, la questione curda è aperta da assai più tempo di quella palestinese, e quella tibetana ne è coetanea. E la prima alimenta un’onda migratoria che investe l’Europa con ben maggiore rilievo che non quella palestinese. Quindi non possono essere questi i motivi della minore attenzione suscitata.

Nemmeno può esserlo infine il peso del sangue versato, quello delle vittime. I cinquant’anni di conflitto tra Israele e i palestinesi hanno prodotto un numero di vittime civili (meno di diecimila, sommando anche quelle israeliane, in un rapporto di uno a sette) cento volte inferiore a quello delle vittime tibetane o indonesiane. Delle altre si è perso il conto.

Non voglio però perdermi a confrontare cifre per stilare delle graduatorie dell’orrore: i morti palestinesi, così come quelli israeliani, quali che siano i numeri, sono comunque intollerabili: e nemmeno credo si debba cercare di spostare un po’ di attenzione dalla Palestina per spalmarla sul resto del mondo. Al contrario. Semmai, sarebbe opportuno che a quanto accade nel resto del mondo ne fosse riservata altrettanta. È un argomento che ho già affrontato altrove, cercando di darmi una spiegazione storica del perché di una simile disparità di trattamento. Nel frattempo però ho maturato la crescente convinzione che le motivazioni profonde siano più complesse.

 

E questo mi porta al dunque. Allora: chi si riconosce nella “sinistra” si premura in genere di tenere ben distinto il proprio antisionismo – ovvero il rifiuto della politica (ma sotto sotto anche dell’esistenza) di Israele – dall’antisemitismo, ovvero dall’odio antiebraico, quale che ne sia la matrice. Del resto, allo stesso modo chi professa la sua avversione per motivazioni religiose precisa che il proprio non è antisemitismo, ma antigiudaismo. Quindi l’antisemitismo ufficialmente è un sentimento proprio solo della destra, l’antisionismo è invece un chiodo fisso della sinistra. Ebbene, la mia opinione è che l’antisionismo (come del resto l’antigiudaismo), lo si voglia o no, trasuda antisemitismo da tutti i pori anche nelle persone apparentemente più corrette e imparziali. Proprio di questo voglio parlare: perché c’è qualcosa nel sentire antiebraico della sinistra che a mio parere non trova più nella storia una spiegazione convincente.

Io credo si possa parlare ormai di una reazione di origine “epigenetica”, nel senso di un qualcosa che si è radicato nel DNA collettivo, di un rifiuto divenuto nel tempo istintivo, trasversale alle ideologie, alle appartenenze, alle mode. Come se nel corso degli ultimi tremila anni si fosse verificata una mutazione di matrice culturale che ha trovato sfogo e insieme alimento nelle successive identificazioni al negativo degli ebrei (deicidi, usurai, untori, parassiti, servi dell’assolutismo, icone del capitalismo, complottisti, speculatori, ecc …): un’allerta che fa scattare l’insofferenza, la diffidenza e la condanna nei loro confronti anche in assenza di una qualsivoglia concreta motivazione (che non vuol affatto dire giustificata, ma semplicemente in qualche modo tangibile).

 

L’idea che sta al fondo è quella di un “peccato” originale dal quale il popolo ebraico non si è mai redento, di un qualcosa di guasto e di perverso nella sua stessa natura. In effetti, anche quando questa idea veniva ancora espressa in termini religiosi, nessuno poi credeva davvero nella conversione degli ebrei (le vicende della Spagna e le sentenze dell’Inquisizione stanno a dimostrarlo). Lo stesso è accaduto quando il confronto con gli ebrei si è trasferito sul piano economico e politico, dopo l’emancipazione, perché i loro successi sono stati immediatamente interpretati come gli indizi di un grande complotto. Sono stati in sostanza tradotti in un linguaggio laico tutti gli stilemi dell’antiebraismo religioso. Da ultimo questa idea è stata riformulata in termini scientifici, attraverso l’identificazione di una “razza” ebraica. Ciò non lasciava più spazio a soluzioni di compromesso, conversioni o ghettizzazioni o limitazioni economiche, e chiaramente non poteva che condurre al progetto del loro sterminio.

Il paradosso è che nel frattempo, vale a dire nel corso di quasi tutto l’Ottocento, i pensatori considerati più vicini all’ideologia razziale della destra, o addirittura i suoi principali teorici, da De Gobineau a Nietzsche, hanno letto l’identificazione di una razza ebraica in positivo (nel senso almeno che gli ebrei avrebbero conservato “puro” il loro sangue), mentre al contrario i padri dell’ideologia di sinistra, da Proudhon a Marx, l’hanno declinata in negativo, adeguando al nuovo contesto economico e sociale gli antichi stereotipi (e creandone altri).

Ma, al di là dell’uso strumentale che dell’odio antiebraico hanno fatto negli ultimi due millenni tanto il potere religioso quanto quello politico, i reazionari come i rivoluzionari, i regimi di ogni colore, c’è una ragione che spieghi il perché gli ebrei siano diventati il capro espiatorio per eccellenza? Beh, ce ne sono diverse, non ultima il fatto che ciò malgrado siano ancora lì (Tondelli direbbe che se non ci fossero bisognerebbe inventarli?): ma tutte, compresa quella che ho appena citato, fanno capo ad una fondamentale. Gli ebrei danno fastidio non tanto per quel che sono (cosa sono poi, un popolo, un’etnia, una razza, una nazione, una collettività religiosa?) ma per lo specchio impietoso che rappresentano. Per qualche motivo che non voglio indagare in questa sede, comunque legato alla loro condizione iniziale e al tipo di religiosità che tale condizione ha espresso, sono diventati la macchina radiogena che mette a nudo la condizione assieme assurda e libera dell’uomo. Un dio come il loro, così paradossalmente lontano, assente, silenzioso, invisibile, addirittura innominabile, non può che costringere l’individuo a confrontarsi con la propria libertà, che è al tempo stesso responsabilità. Al di là di tutta la rielaborazione cabalistica e rituale e sacerdotale, il messaggio è: può anche darsi che il Messia prima o poi arrivi, ma tu per intanto sai cosa devi fare, e fallo. Non te lo deve spiegare nessuno: hai la tua coscienza. Non è consentita alcuna scusa o consolazione, non c’è santo cui votarsi per l’aiutino. Questo è lo “scandalo” che l’umanità da tremila anni legge riflettendosi negli ebrei, e che rifiuta di accettare. Gli ebrei hanno inventato la coscienza, scriveva Hitler: ed era proprio questo che non perdonava loro.

Ma non era l’unico, naturalmente. Questo tipo di reazione è divenuto negli ultimi tre secoli (proprio dall’emancipazione degli ebrei in poi) un carattere acquisito, e ciò è valso in egual misura, sia pure con sfumature diverse, per entrambe le categorie politiche nate con la modernità, tanto per la destra che per la sinistra. È un carattere che ha nulla a che vedere con la sopravvivenza della specie, ma molto con l’angoscia che la consapevolezza della sua differenza, della sua eccezionalità, le suscita. E che si esprime, si mette in moto anche quando il pericolo non c’è, anzi, se lo inventa per giustificare la propria paura e la propria reazione irrazionale. Non che l’antisemitismo del passato fosse dettato da motivazioni razionali, ma almeno le cercava, le inventava. Quello odierno non sente nemmeno più questa necessità: non è un caso che oggi dilaghi in nazioni come la Polonia o l’Ungheria, dove di ebrei non è rimasta nemmeno più l’ombra, ma anche in Francia, dove la presenza ebraica si è praticamente dimezzata nei primi venti anni di questo secolo, o in Inghilterra: e che in Italia sia diffuso soprattutto tra gente che un ebreo non l’ha mai conosciuto, e men che mai conosce la storia del popolo ebraico, o la sua religione.

Ora, nel pensiero reazionario l’odio antiebraico conserva il suo stigma religioso e razziale: gli ebrei sono odiati da sempre come eretici, come diversi, e dall’avvento della modernità come portatori di caratteristiche “razziali” negative. In più, dopo l’emancipazione, sono visti da un lato come mestatori, potenziali rivoluzionari, eversori di ogni potere costituito, dall’altro come concorrenti temibili e sleali.

In quello della sinistra l’odio ha caratterizzazioni più complesse. Non c’è dubbio che in personaggi come Proudhon fosse ancora debitore di un rancore antico (le motivazioni che adduce sono esattamente le stesse portate da ultrareazionari come De Maistre e De Bonald), ma già in Marx la connotazione che troviamo è diversa. Come dicevo sopra, ho trattato lo stesso argomento, in maniera piuttosto dettagliata, in Chi ha paura dell’ebreo cattivo?, e per evitare di ripetermi rimando a quelle pagine. Il cui succo è poi in sostanza che ciò che accade per la vicenda palestinese è solo un esempio di una disposizione che va ben oltre, di una ripulsa aprioristicamente opposta quando ci sono di mezzo gli ebrei.

 

Voglio esemplificare questa affermazione con un caso, uno tra mille, ma estremamente significativo: l’unico nome universalmente conosciuto, e altrettanto universalmente deprecato, di un finanziere che gioca con la speculazione è quello di George Soros, ebreo di origine ungherese. Ho fatto una piccola indagine tra gli amici: tutti sanno chi è Soros ma nessuno sa cosa abbia davvero fatto o stia facendo, e soprattutto nessuno conosce altri nomi di grandi speculatori, malgrado nella graduatoria degli avventurieri della finanza il nostro ne abbia davanti decine. Tutti, però, manifestano nei suoi confronti quando va bene sospetto, molto più spesso una vera e propria avversione. Penso che se l’indagine fosse ripetuta su scala nazionale darebbe identici risultati.

Ora, Soros può piacere o meno, è indubbio che eserciti una grande influenza attraverso la sua Open Society Foudation, e lui stesso non fa mistero di volerla esercitate: ma i finanziamenti elargiti da questa fondazione (che assommano sino ad oggi a circa tredici miliardi di dollari, a fronte di un patrimonio personale nel 2018 di quasi otto) vanno a organizzazioni che promuovono i diritti civili, la democrazia, la difesa di minoranze discriminate come quella dei Rom, l’accoglienza dei migranti, ecc … Non sono equamente ripartiti, nel senso che nulla arriva alle organizzazioni di destra, e questo per chi non è di destra dovrebbe essere un merito. Il tutto, chiaramente, è ispirato da una idea del mondo e dei rapporti umani e sociali che Soros ha ereditato direttamente da Popper, suo docente all’università, e mira a diffondere. Lo ha anche spiegato in diversi saggi. Un’idea che ha come valore fondamentale la libertà, nell’agire politico, in quello sociale e in quello economico, e che quindi non sempre combacia con quelle della sinistra classica. Le intenzioni, chiamiamole pure le ambizioni, di Soros sono dunque perfettamente conosciute: è tutto alla luce del sole. Eppure sembrano tutti unanimi nel considerarlo il “grande burattinaio”.

Che la destra dipinga quest’uomo come un’eminenza grigia in grado di muovere le fila della politica mondiale, da combattersi quindi con ogni mezzo, comprese (anzi, soprattutto con) la calunnia e le false notizie, non stupisce. È diventato una sorta di Emmanuel Goldstein, il nemico del partito dominante nell’Oceania di Orwell, che la propaganda di regime addita ai cittadini perché scarichino su di lui i due rituali minuti d’odio. Salvini e Trump lo chiamano in causa persino se piove, i siti nostalgici ci ricamano su le trame di un grande complotto, rifacendosi né più né meno al Priorato dei savi di Sion. E direi che non deve nemmeno stupire il fatto che gli stessi attacchi, con le identiche motivazioni e raccontando le stesse falsità, arrivino anche dalla sinistra più estremista. Perché, parliamoci chiaro, qui non si tratta di destra o di sinistra, di possibili diverse visioni del mondo: qui stiamo parlando o di marpioni che giocano la vecchia carta del capro espiatorio e riescono a farsi seguire da una maggioranza rancorosa di poveri di spirito, o di poveri di spirito cresimati alla lotta senza quartiere al capitale prima aver raggiunto l’età della ragione, e quindi incapaci di pensare con la propria testa, fermi a stereotipi che già avevano poco senso un tempo e che con la realtà attuale hanno più nulla a che vedere. Qui le idee non c’entrano nemmeno di striscio: è anzi l’assoluta mancanza di idee che crea gli spazi nei quali coltivare il sospetto.

Ma il problema vero è che il ruolo di burattinaio viene rinfacciato a Soros anche da quella che sino a ieri era considerata la sinistra pensante, per distinguerla da quella berciante. Mossa magari in maniera più soft, sussurrata o appena allusa anziché urlata, l’accusa è la stessa: usa il suo potere economico per influenzare l’opinione pubblica. Santo cielo! Certo che cerca di influenzare l’opinione pubblica, e certo che lo può fare perché ha i soldi. È sempre stato così, da Pericle ai Medici fino a Trump: non si vede dove stiano la novità e lo scandalo. O meglio, lo scandalo c’è sempre stato, e consiste soprattutto nel fatto che l’opinione pubblica si lasci influenzare, mentre la novità è semmai che per farlo Soros ha rinunciato alla gran parte del suo patrimonio. Non sarà san Francesco, ma lo stile è quello.

A motivare il sospetto non è dunque la consistenza dei finanziamenti, perché Bill Gates ha sborsato quasi il doppio e nessuno, tranne i quattro mentecatti di cui sopra, ne mette in dubbio la buona fede; e nemmeno la loro destinazione, perché l’obiettivo è in fondo “progressista” e la gestione finanziaria, proprio per non dare adito alle critiche, è la più trasparente che si conosca. E neppure vale a sottrarlo all’antipatia il fatto che rifiuti di finanziare in qualsiasi modo Israele, e il sionismo in generale, che considera promotore di una politica illiberale e suicida. Quindi, se il problema vero e unico fossero Israele e il sionismo, con un anti-sionista dichiarato e militante non dovrebbero esserci problemi. Invece no, i problemi ci sono: perché evidentemente la vera ragione di tanto astio, manifesto o meno, sta nel fatto che tratti di un ebreo, e come tale in automatico sia considerato legato a forze oscure per perseguire un disegno di dominio e distruzione.

Non ho scelto l’esempio di Soros a caso: dimostra che si può essere antisionisti anche senza essere antisemiti. Ma paradossalmente gli unici che riescono a tener separate le due cose sono proprio gli ebrei. E Soros non è un caso unico: tutt’altro. Tralascio di parlare dell’antisionismo ebraico di matrice religiosa, legato all’ortodossia dalla Torah, perché è solo una forma diversa di integralismo. Mi riferisco invece all’antisionismo motivato (e sofferto, e coraggioso) di gente che pensa con la propria testa anziché con quella dei rabbini. È decisamente antisionista, ad esempio, George Steiner, sia pure per ragioni diverse da quelle di Soros (cfr. il mio Sottolineature): e lo è Edgard Morin, così come lo erano Hannah Arendt e Zygmunt Bauman, Albert Einstein e Primo Levi, e come lo era, con la sua consueta lucidità, Tony Judt (del quale raccomando la lettura di Israel: the alternative. Una proposta che condivido solo in parte, ma che nasce da un’analisi incredibilmente realistica e obiettiva della situazione).

Mi si potrebbe obiettare che, certo, per un ebreo è facile non essere antisemita. Non è così. Esiste anche quello che viene definito “odio di sé ebraico”, quello raccontato da Theodor Lessing e personificato ad esempio in filosofia da Otto Weininger e nella squallida realtà odierna da personaggi come Dan Burros, un ebreo membro del Partito Nazista Americano. Quindi, gli ebrei sono i primi a non farsi sconti.

 

A questo punto però è opportuno (e onesto, soprattutto) che inserisca un paio di precisazioni relative alla mia posizione. Allora: condivido di Soros l’idea del primato della libertà, non condivido invece l’idea che ha della libertà, perché la sua concezione è collegata ad una valutazione fortemente positiva del fenomeno della globalizzazione, agli antipodi di ciò che penso io. Non difendo quindi le sue idee e le sue iniziative, ma il suo diritto ad avere delle idee e a prendere delle iniziative senza portarsi dietro una stigmatizzazione pregiudiziale.

La seconda precisazione riguarda Israele (e il sionismo). La politica attuata oggi da Israele in Palestina non mi piace, segue la stessa logica dei “cuscinetti” difensivi perseguiti a suo tempo da tutti gli stati nazionali, europei e non, e da quelli coloniali: con le idealità del sionismo originale, che prevedeva uno stato socialista e aperto, non ha più alcun legame (per cui anche la dicitura di “anti-sionisti” per gli oppositori dello stato ultra-ebraico odierno è assolutamente impropria). Ma sono comunque convinto del diritto di Israele ad esistere, sia pure in altra forma. E ritengo tra l’altro che la sua politica attuale sia dettata in gran parte proprio dal fatto che gli altri non la pensano affatto così. È ipocrita fingere di dimenticare che nelle carte costitutive dell’Olp prima e di Hamas oggi è indicato come obiettivo principale quello di “sollevare la bandiera di Allah sopra ogni pollice della Palestina”, cioè di eliminare lo Stato di Israele, “perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio”. In altri termini, qui si parla di liquidare o cacciare a mare tutti gli ebrei. E non è una formulazione retorica, perché con quattro guerre in venticinque anni a renderla fattuale ci hanno provato tutti gli stati arabi del Vicino Oriente. Quanto al tema dei profughi, andrebbe ricordato, se si vuole impostare un discorso serio, che della popolazione israeliana fanno parte anche gli oltre seicentomila ebrei che dovettero sloggiare alla svelta dagli stati arabi all’epoca della guerra del 1948. E che, a rigor di termini, in quella circostanza le ondate principali dell’esodo palestinese precedettero l’azione militare israeliana e furono provocate in primo luogo dalla fuga dei capi e delle classi dirigenti, che scatenò il panico e diede un pessimo esempio, e poi dagli ordini di evacuazione impartiti dal Supremo Comando Arabo, che incoraggiava i palestinesi a rifugiarsi in “aree sicure”. Da parte israeliana non si fece certamente nulla per trattenerli, ma non fu nemmeno mai diramato un ordine di espulsione (ciò non toglie che l’Haganah e l’Irgun abbiano provveduto in proprio a “sgomberare” villaggi arabi, e che alla fine del conflitto le autorità israeliane abbiano attuato un’opera di “ripulitura” delle frontiere). Il fatto poi che a questi profughi non sia stato consentito rientrare, attiene già ad un altro discorso, molto più complesso. Mi preme solo che quando si parla di queste vicende si tenga davvero conto di tutti i dati.

 

Ma torniamo ora a Tondelli. Tondelli a Soros non fa cenno, ma dietro il suo discorso, chissà perché, mi pare di scorgerne l’immagine. Sceglie di parlare (solo) della Palestina perché evidentemente è un argomento che conosce bene, e non lo metto in dubbio: quello della Palestina è da decenni un chiodo fisso delle sinistre, uno di quelli che meglio hanno resistito all’usura del tempo. Ha anche resistito agli scandali legati alla gestione Arafat e alla strumentalizzazione dei poveri cristi di Gaza da parte di Hamas, cosa che peraltro Tondelli stigmatizza correttamente.

È il tono generale dell’articolo però a parlare. Il confronto tra le cifre è costante: “Nel 2014 l’operazione Margine di Protezione causò più di 2000 morti tra i palestinesi (di cui la metà civili) e 71 vittime israeliane. Nel 2009, l’operazione Piombo Fuso aveva visto una sproporzione di uno a cento: tredici vittime israeliane, circa un migliaio di palestinesi”. Mi viene in mente, en passant, che nei campi di sterminio nazisti la sproporzione fu di zero tedeschi contro oltre quattro milioni di ebrei (stima minima). Se di cifre dobbiamo parlare … La popolazione palestinese, quella che ha votato a stragrande maggioranza per Hamas, e quindi per il suo programma di guerra totale ad Israele, è raccontata come incolpevole vittima presa in mezzo tra le astuzie dei due contendenti: “Nell’ultimo mese sono morti più di sessanta palestinesi, alcuni dei quali, forse, nel modo più assurdo che potessero “scegliere”: cercando di varcare il confine della Striscia davanti ai cecchini. Qualcuno non aveva nulla da perdere; qualcun altro eseguiva gli ordini o pensava alla pensione che Hamas paga ai parenti di ogni martire. Ora sono tutti morti e l’organizzazione palestinese li reclama come suoi”. Vorrebbe dire che in realtà la popolazione palestinese è ostaggio di Hamas? A me risulta che nella fascia di Gaza ci siano state delle elezioni, quanto libere non si sa, ma che hanno dato comunque ad Hamas una vittoria schiacciante nei confronti di altre fazioni più moderate. Segno che quest’ultima è in qualche modo legittimata a rappresentare il sentire dei palestinesi. E quindi? Come dovrebbe comportarsi Israele? Pareggiare per equità il numero delle vittime, mandando allo sbaraglio un po’ dei suoi ragazzi? Ma soprattutto, venire a patti con gente talmente ubriacata dalla propaganda integralista da non voler scendere ad alcun patteggiamento? Certo, dovrebbe evitare di mandare i suoi coloni a popolare le aree conquistate: ma, siamo sinceri, questo cambierebbe di una virgola la situazione, la disposizione degli Jihadisti nei suoi confronti? Nelle uniche due occasioni in cui il buon senso aveva prevalso tra gli ebrei tutte le loro proposte sono state respinte, compresa quella della creazione di uno stato palestinese autonomo.

Sto però scendendo su un piano di polemica spicciola che mi ero proposto di evitare, e che comunque non ha a che vedere con l’argomento specifico dell’antisemitismo strisciante. Un antisemitismo “politicamente corretto”, perché ha trovato una “buona” causa dietro la quale mascherarsi. E del quale Tondelli, suo malgrado, offre l’esemplificazione.

Non è necessario, dicevo, evocare il grande complotto pluto-giudaico per esprimere l’antisemitismo. È sufficiente, in un altro articolo, Liberi e non troppo uguali a Corbyn, fare il panegirico del programma di Corbyn (cosa che non riesce difficile, se a termine di paragone si assume quello di Liberi e Uguali), della sua coerenza vetero-marxista e della sua capacità di identificare il nemico di classe e andare dritto alla sostanza dei problemi (compriamo subito ottomila case, nessuno dormirà più per strada), senza accennare minimamente al fatto che questa coerenza riguarda anche l’odio anti-ebraico. Facilmente dimostrabile. Corbyn non si esime dall’esprimere le sue antipatia nei confronti “delle politiche dello stato di Israele”. E fin qui, forzando un po’, si può ancora parlare di antisionismo. Ma partecipa anche a cerimonie in onore di terroristi palestinesi (quelli della strage di atleti israeliani a Monaco, quelli degli attentati alla sinagoga di Gerusalemme e a un ristorante della stessa città), e soprattutto, firma la prefazione di un libro nel quale si afferma che il capitalismo internazionale è controllato da uomini di “una singola razza particolare”. Ora, il libro è la ristampa di un’opera di centoventi anni fa (L’imperialismo, di John Atkinson Hobson), e la cosa ci sta: ma che nella prefazione Corbyn definisca “corretta e lungimirante” questa particolare analisi è rivelatore di qualcosa che va ben oltre l’antisionismo. Saranno dettagli, ma non mi sembrano trascurabili. Tondelli non dovrebbe trascurarli. Perché un insieme di dettagli poi forma un quadro.

E qui, arrivato a questo punto, confesso che mi accingevo a costruire un’arringa finale coi controfiocchi, circostanziando minuziosamente tutti i capi d’accusa. Non fosse che, chissà per quale ispirazione, m’è venuto in mente di digitare “Leonardo Tondelli antisemitismo”. Così, per prova, convinto di non trovare nulla. Caspita! Si è invece aperto il vaso di Pandora. L’avessi fatto prima, mi sarei risparmiato questo spiegone. Il difetto è naturalmente tutto mio, perché ancora non ho assimilato il concetto che in rete c’è già ogni cosa, e continuo a cullarmi nell’idea di essere il solo a cogliere certe sfumature. Vien fuori insomma che è in atto una guerra blogale che dura da almeno una decina anni, al cui centro c’è proprio il nostro Tondelli, accusato senza mezzi termini di antisemitismo puro e semplice. Sono citati diversi altri suoi interventi a gamba tesa, sempre preceduti o seguiti da una presa di distanza dall’antisemitismo e da una professione di antisionismo. Purtroppo col tempo il battibecco è scaduto a livelli molto bassi, da una parte e dall’altra. Si è scesi sul pesante, è scomparsa ogni traccia di ironia. Ma un paio di interventi critici significativi li ho rintracciati, e a questi vorrei affidare il compito di chiudere, almeno per il momento, il discorso. Sono, come potrete constatare, molto di parte, a metà tra l’ingenuo e il prevenuto: ma fatti e parole cui fanno riferimento sono reali.

Non è esattamente la chiusura cui avevo pensato: ma ciò che ho letto nelle due o tre ore successive sinceramente mi ha tolto la voglia di proseguire. Dal momento che quando entri nella rete non ne esci più, ho continuato a navigare da una maglia all’altra, fino ad imbattermi nel blog di Fiamma Nierenstein. La Nierenstein é un’ottima giornalista, “sionista” convinta ma abbastanza onesta da dichiarare apertamente la propria posizione e tanto intelligente da argomentarla con dovizie di motivazioni. Con queste ultime si può essere non sempre d’accordo, ma non si può negare che inducano a riflettere, che costituiscano un’ottima occasione per confrontarsi seriamente con la questione ebreo-palestinese. E invece, andando a spulciare nei commenti, si trovano soltanto insulti rabbiosi e sproloqui demenziali (Che cosa pensereste se ci fossero le prove che dei sei milioni di ebrei morti nell’olocausto si parlava già anni prima che addirittura cominciasse la seconda guerra mondiale e fossero promulgate le leggi razziali? Almeno concedereste qualche minuto per ascoltare? Il livello è questo).

Non mi scandalizzo più di tanto, so che anche l’esistenza degli idioti è da mettere in conto, senza farsi prendere ogni volta da travasi di bile (ma faccio una gran fatica, e mi scopro a mio modo razzista): sennonché, mentre sto scrivendo queste parole arriva dalla camera accanto la voce di uno speaker televisivo che commenta una ricerca dell’ISPES, secondo la quale almeno il quindici per cento degli italiani pensa che l’olocausto non abbia mai avuto luogo. Comincio a credere che per questo paese, ma in realtà per l’umanità tutta, non rimanga speranza: perché un quindici per cento di idioti certificati è un’arma biologica di distruttività inaudita (e la percentuale è calcolata senz’altro per difetto).

Altro che pandemia da Coronavirus!

 

APPENDICI

  1. Senza titolo
    Pubblicato il 10 ottobre 2013 su groups.google.com, da Gerald Bostock

Nel novembre 2012 a Roma un migliaio di bambini sono rimasti chiusi nella loro scuola, e per i genitori era impossibile raggiungerli. Questo perché, fuori dalla scuola, c’era una guerriglia urbana condotta da esagitati, alcuni dei quali urlavano slogan contro lo Stato ebraico. Per Leonardo Tondelli, che fa il professore ma non si è mai trovato rinchiuso in una scuola con una massa di ossessi al di fuori che ti vorrebbe fare la pelle,

“È un episodio triste, che mostra se ce n’è bisogno la necessità urgente di smarcare ebraismo e sionismo.”

“Necessità urgente”.

Tondelli potrebbe aiutare noi ebrei a procedere a questa opera di smarcamento. Indicandoci come fare per evitare che simili “tristi episodi” si verifichino di nuovo. Magari istituendo un apposito comitato con l’incarico di porre ebraismo contro sionismo. Idea già provata con non molto successo.

Capite? Non bisogna evitare che un gruppo di ossessi venga a urlare delle cazzate terrorizzando (letteralmente) i bambini. Bisogna urgentemente smarcare.

E se durante un corteo sindacale qualcuno deposita una bara vuota sui gradini di una sinagoga? Beh, questo succede perché gli ebrei non si “smarcano” dal sionismo. Mica per antisemitismo, no. In effetti è successo. Purtroppo non è accaduto alcuno “smarcamento”… Lo diceva, il Tondelli, che era una “necessità urgente”.

E poi il sempre efficiente (chiedete agli autonomi) servizio d’ordine della CGIL non riusciva a trovare gli autori del simpatico dono. Beh, questo succede perché gli ebrei non si “smarcano” dal sionismo. Mica per antisemitismo, no. Purtroppo non è accaduto alcuno “smarcamento”… Lo diceva, il Tondelli, che era una “necessità urgente”.

E come mai poi la bara si riempie di un cadavere? Beh, questo succede perché gli ebrei non si “smarcano” dal sionismo. Mica per antisemitismo, no. Purtroppo non è accaduto alcun “smarcamento”… Lo diceva, il Tondelli, che era una “necessità urgente”.

BTW sionismo significa sostenere lo Stato ebraico. Quello Stato che non lascia impuniti crimini come quello descritto. Ripeto: in Italia l’antisemitismo uccide. Di quel gruppo di assassini ne venne identificato uno solo, e scampò la galera. Questo in Israele non succede. Ma per Tondelli gli ebrei si devono “smarcare” dal sionismo, dalla aspirazione a vedere i criminali impuniti.

Roba vecchia? Mica tanto. Tondelli di queste cazzate è ancora convinto. Se infatti una manifestazione prende di mira gli ebrei (accusando gli ebrei di complicità in qualche crimine) i responsabili non sono quelli che berciano slogan antisemiti. No. È perché gli ebrei non si “smarcano” anche se c’è una “necessità urgente”. In breve: per Tondelli sono ebrei i responsabili (o colpevoli?) del razzismo antisemita. L’antisemitismo è colpa degli ebrei, che non si vogliono “smarcare” dalle malefatte di altri ebrei. L’avete già sentita?

Come noto, Tondelli ci ha spiegato la triste condizione dei bambini di Gaza, chiedendo ai lettori di immedesimarsi in quei bambini, senza prendere atto del fatto che non sono esattamente emaciati. I bambini di Gaza gli importano molto. Quelli ebrei di Roma, no. E nemmeno quelli di Tolosa, per dire. Infatti Tondelli si guarda bene dal farci sapere cosa proverebbe se lui fosse un insegnante che tutte le mattine deve superare un cordone di polizia per recarsi al lavoro.

E che quando la polizia non c’è, lui muore. Morirà forse per antisionismo e non per antisemitismo. Che, capite, è una differenza fondamentale. Certo, se si fosse “ smarcato”…

  1. La fragile psicologia degli antisionisti
    Pubblicato il 31 luglio 2018, su allegroefurioso.wordpress.com, da Fontana X?

In questi giorni al centro dello scontro tra ebrei inglesi e Partito Laburista non c’è la definizione di antisemitismo, che il Partito non ha problemi ad adottare, ma qualcuno degli esempi, che secondo alcuni renderebbero impossibile per il Partito appoggiare i palestinesi.

Il che è falso. La definizione è già parte della legislatura inglese e non è mai stata usata per bloccare alcuna delle molte iniziative anti Israeliane, dallo sventolare bandiere di Hezbollah durante la marcia per Gerusalemme musulmana, alle varie settimane dell’apartheid israeliano che si tengono ogni anno nelle Università, organizzate da studenti musulmani o rossobruni, o razzisti e cretini. E varie combinazioni.

Basterebbe davvero poco per abbassare le tensioni tra Partito Laburista e mondo ebraico. Accettare la definizione nella sua interezza non è una impresa sovrumana e leverebbe molti argomenti a chi accusa il Partito di antisemitismo. Un passo davvero da poco. Che Corbyn non vuole fare. Perché ha paura di apparire uno che prende ordini dagli ebrei.

Penso a Leonardo Tondelli. Quando annaspava inanellando farneticazioni sulla crisi economica decennale di Israele come origine delle velleità belliche, quando raccontava di aver giocato a “vai avanti tu che hai la faccia da ebreo” per poi affannarsi a spiegare che non lo aveva mai scritto, e i suoi divertenti contorcimenti in nome del povero contadino di Galilea cacciato dai sionisti. È stato grazie a Tondelli che ho inventato il personaggio.

Bastava veramente poco a Leonardo Tondelli per evitare di infilarsi in quel tunnel da cui è emerso coperto di pece e piume, zimbello dei lettori di Informazione Corretta. Avrebbe potuto ammettere da qualche parte che il popolo ebraico ha diritto all’autodeterminazione. Non serviva nemmeno riconoscere che questa è, o dovrebbe essere, una posizione di sinistra. Certo non impedisce alcuna critica a come Israele si comporta, o leva alcunché alle ragioni dei palestinesi. No, Tondelli ha preferito rendersi ridicolo piuttosto che muoversi concettualmente di qualche millimetro. Perché ha paura di apparire uno che prende ordini dagli ebrei.

Vado più indietro, nella Usenet a cavallo tra anni Novanta e Duemila. C’era un tale che si firmava DR e faceva il ricercatore a ingegneria. Nella sua difesa ad oltranza dei palestinesi è riuscito a infilare una serie di stereotipi antisemiti che sembrava lo Sturmer. Un suo passaggio sui tratti somatici comuni degli ebrei è diventato, come si dice oggi, virale. Doveva per forza finire così? Ovviamente no. Avrebbe potuto riconoscere agli ebrei il diritto di definirsi da soli, come lo riconosceva ai palestinesi o agli armeni.

Vi sentite un popolo? Non c’è problema, per me siete un popolo. Vi sentite una religione? Non c’è problema, siete una religione. Vi sentite una combinazione tra i due? Non c’è problema, lo siete. Avesse scritto anche solo una di queste righe non avrebbe ridotto per nulla le ragioni dei palestinesi che stavano così tanto a cuore a lui. Perché non ha fatto questo minimo passo? Per paura di apparire uno che riconosce agli ebrei troppo potere. Compreso quello di definirsi da soli.

E trovo lo stesso meccanismo in altri antisemiti militanti di sinistra con cui mi è capitato di discutere. Da quello che rifiutava di riconoscere che esistessero antisemiti a sinistra, arrivando a sostenere più o meno di conoscere tutti i votanti PCI di Bologna e dintorni. E recentemente il Grande Scrittore che non riesce ad ammettere che i morti sono terroristi di Hamas anche quando è Hamas stesso che lo dice. Anche in questi casi noto la stessa incredibile resistenza psicologica che impedisce di riconoscere anche in minimissima parte le ragioni di Israele e degli ebrei. Ed in ambedue i casi vedo la stessa paura. Se riconosco che Israele ha qualche ragione, anche una sola, anche quando è d’accordo con Hamas sul fatto che XYZ è terrorista, allora perdo. Diranno tutti che obbedisco agli ebrei.

In parte è un problema di identità. Questa gente ha in comune una identità politica che fa sempre qualche fatica ad ammettere di avere problemi con gli ebrei. Perché è un genere di identità che vuole in qualche caso sostituirsi a quella ebraica. La giustizia sociale è un valore ebraico. Ma questa sinistra tollera poco che ci siano in giro idee di giustizia sociale che provengono da altre fonti che non siano gli scritti di Marx. Se poi sono scritti più antichi diventa davvero intollerabile.

Per cui, certo, le persone elencate sopra sentono la propria identità minacciata dal fatto che gli ebrei esistono e che esistevano anche prima di Karl Marx. Ma c’è qualcosa di più dello scontro tra differenti identità che non si riescono ad amalgamare. Infatti stiamo parlando di personalità estremamente fragili. E probabilmente narcisisti. Persone con bassissima stima di sé stessi che temono che qualsiasi movimento, anche piccolissimo. possa farli cadere a pezzi.

Chi non ha paura di perdere stima di sé stesso o degli altri, non ha paura di piccoli movimenti ideologici, che peraltro lo liberano dal sospetto di essere in malafede. Difendere le ragioni dei palestinesi diventerebbe molto più efficace per Corbyn e i suoi, senza il rischio di passare per antisemita. Leonardo Tondelli avrebbe evitato di rendersi ridicolo se avesse riconosciuto il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione. Il suo impegno per la causa palestinese sarebbe sembrato più credibile se privo di quella ostilità per gli ebrei che in tanti hanno riconosciuto come uno dei suoi problemi

Ma per una psicologia narcisista, per cui il mondo coincide con la pozzanghera nella quale ti specchi, e fuori da essa non c’è nulla, è terribile se qualcosa di esterno (le ragioni di qualcun altro) entra dentro la loro bolla. Il tuo mondo viene distrutto da qualcosa di altro, qualcosa che non puoi controllare.

Non sto dicendo che questa gente non sia pericolosa. Berlusconi è un narcisista patologico, è riuscito a conquistare il consenso di una parte consistente di italiani, forse narcisisti anche loro, che si vedevano come lui, e una volta al potere di danni ne ha fatti. Non pochi. Per cui possono giungere al potere anche questi narcisisti, i quali temono che riconoscere anche solo una ragione agli ebrei sia una minaccia mortale verso di loro e verso il loro gruppo.

Il che secondo me è uno scenario da incubo. Non per Israele, che può ovviamente sopravvivere a tutto. Il vero dramma è se questa gente si trovasse a governare una Europa che già sente la propria identità minacciata e che, con un branco di narcisisti alla guida, potrebbe perdersi del tutto.

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Grazie per la risposta. ✨

Essenziali attributi per consiglieri di libri

di Fabrizio Rinaldi, 25 gennaio 2020

A chi sfida una qualunque platea pubblica (metropolitana, sala d’aspetto o parco pubblico che sia) col semplice gesto di aprire un libro e leggere, sarà capitato di sentirsi dire: Hai un libro da consigliarmi? Quando leggi? perché io non ho tempo per farlo. Magari il rompiscatole nel frattempo smanetta sul cellulare, gli occhi incollati allo schermo per giocare, vedere un filmato o “socializzare” con gente con cui, nella realtà, probabilmente non avrebbe voglia di bere nemmeno un caffè.

Le distrazioni mediatiche non sono lì per caso: hanno lo scopo preciso di impedire l’elaborazione di un qualunque pensiero che non sia connesso ai messaggi commerciali. Quindi chi legge sulle pagine di un libro anziché sullo schermo di uno smartphone crea disarmonia nel quadro. Suscita curiosità e inquieta anche un po’.

Ma il libro è anch’esso soggetto a leggi di mercato, le stesse che valgono per qualsiasi altra mercanzia. E queste leggi prevedono un acquisto, ovvero un esborso, non sempre (quasi mai) proporzionale al valore dei contenuti. Il problema vero nasce però dopo: se hai acquistato un libro si suppone che abbia anche desiderio di leggerlo (a meno di essere un bibliomane feticista). Ma per leggerlo è necessario dedicargli una buona disponibilità di tempo: e qui la cosa si complica, perché a differenza del lavativo qui di fianco, seduto sulla panchina col libro in mano, la gran parte dei potenziali lettori quel tempo ritengono di non averlo.

Quindi accade che in molti casi ci si limiti all’acquisto del volume desiderato, rimandandone la lettura a tempi meno zeppi di impegni, magari ad una vecchiaia da trascorrersi in panciolle, sulla sdraio. Dimenticando, o fingendo di ignorare, che il fiato del lavoro ci rimarrà sul collo fino alla fine dei nostri giorni.

Abbiamo così individuato due diverse modalità di rapporto col libro: quella del lettore e quella del compratore, che non sempre coincidono.

Le richieste di consigli di lettura rientrano nella ritualità del compratore di libri, piuttosto che in quella del lettore: si demanda infatti ad altri la scelta (sempre perché non ho tempo per sceglierli io), contando sul fatto che i testi vengano suggeriti tenendo conto delle predilezioni del richiedente. Cosa che, in realtà, difficilmente accade.

Di fronte ad una situazione del genere è difficile immaginare un ruolo per il “facilitatore di letture”. È una attività decisamente anacronistica, specie in un paese in cui leggere un quotidiano o un libro è ritenuta dai più una perdita di tempo, o un obbligo cui sottostare di malavoglia solo in età scolastica.

Una volta invece questo ruolo era importante. I primi suggeritori di letture erano naturalmente gli insegnanti e i genitori, quando andava bene (spesso no), ma poi quello più autorevole diventava il libraio di fiducia, che conoscendo i gusti e le aspettative dei suoi clienti li indirizzava verso le cose “giuste”.

Oggi, per la fauna in estinzione che prova ancora il desiderio di leggere, questo ruolo se l’è assunto Amazon. Il nostro profilo è tracciato e costantemente aggiornato nei suoi archivi digitali in funzione degli acquisti che abbiamo fatto o dei volumi che abbiamo memorizzato nei “desiderati”, e consente al famigerato algoritmo di anticipare i nostri desideri e proporre tutto ciò che potrebbe suscitare il nostro interesse.

L’unico, illusorio margine di autonomia che conserviamo è quello di visionare le recensioni scritte da altri lettori sulle riviste specializzate, su Anobii, su Amazon stesso o su siti ritenuti “intelligenti”. Sono questi i nuovi “consiglieri di libri”. Hanno assunto il ruolo che un tempo era degli amici, dei librai o degli insegnanti. Il problema è che lì troviamo per lo più delle conferme alle nostre ipotesi d’acquisto, perché anche le recensioni hanno la funzione di indurci a comprare quel libro.

È dunque necessario riabilitare la professione (gratuita e in declino) del “consigliere di libri”, la si eserciti a voce o tramite bit. E possiamo provare a farlo individuando alcune competenze e stabilendo alcune regole per un corretto esercizio.

  • Va innanzitutto tenuto presente che all’aspirante lettore, in realtà, interessa soprattutto conoscere i contenuti del libro indicato. Alla fine, probabilmente il libro non lo leggerà neppure (i consigli sono richiesti, ma difficilmente sono seguiti). È comunque opportuno saperlo presentare bene, non tanto per lo scopo che si potrebbe ottenere, ma per il semplice gusto di farlo.
  • È sempre bene suggerire i classici, tanto non li legge più nessuno. Quelli che millantano di averlo fatto, di norma si sono limitati a leggerne la trama su Wikipedia. Consigliare i libri del momento invece non è saggio: in genere il lettore che chiede suggerimenti ne sa più del consigliere, perché ha già spulciato sul web le varie recensioni (perlopiù lusinghiere).
  • Allo stesso modo, al lettore molto informato su un argomento o su un genere letterario non ha senso raccomandare testi che probabilmente conosce già. Invece è opportuno suggerirgli letture che si situino fuori dai suoi orizzonti ordinari e gliene facciano intravvedere di nuovi. È un azzardo, ma può anche creare la fama di suggeritore leggendario. E comunque, un risultato lo si ottiene: se il richiedente storce il naso ci si libera di uno scocciatore che impedisce a noi di leggere.
  • Sarà magari scorretto tranciare giudizi su ciò che legge chi chiede consiglio, ma visto che il parere – per lo più – è preteso, gratuito e alla fine non accolto, ci si può permettere di stroncare tutto ciò che consideriamo spazzatura. È anzi più che mai lecito in questo caso proporre testi che cozzano totalmente con le abitudini di lettura del richiedente: ad uno che legge Volo, consiglia Byron (magari scorgerà la luce).
  • Qualora il consigliato rimanga deluso, si deve perseverare nel parere proposto. Ai suoi fendenti di disapprovazione, è necessario rispondere con un tocco di ironia sulle lecite differenze di opinioni.
  • Come fa il medico, per esercitare la professione di suggeritore è necessario aggiornarsi continuamente: quindi leggere, leggere, leggere. Non ci sono scorciatoie. È l’unico modo per mantenere accesa la fiamma della curiosità letteraria (e non solo quella). Il paziente deve assimilare, quasi per osmosi, dalle parole del facilitatore non soltanto le coordinate del libro, ma anche l’emozione che s’è provata nel leggerlo. Anche se poi, come ogni buon malato, non seguirà le prescrizioni.
  • La responsabilità di un consigliere è grande: deve indicare la direzione di marcia verso un paradiso, letterario o utopistico che sia. Non può tradire la fiducia che gli è accordata, millantando saperi che non possiede, pena essere smascherato appena il richiedente pone delle domande intelligenti. Quindi, deve aver letto i libri che propone (sembra ovvio, ma lo è meno di quanto si creda).
  • È bene che il consigliere di percorsi letterari accetti a sua volta consigli da altri. Scendere ogni tanto dal piedistallo della conoscenza e mettersi nei panni del richiedente aiuta a conoscere altri percorsi letterari, magari inesplorati.
  • È consentito rifilare anche libri che non si sono apprezzati appieno, ma dei quali si percepiscono le possibili compatibilità col richiedente. È stuzzicante pensare che forse altri potranno gradirli. Capita un po’ come per alcune donne verso le quali si prova una rasserenante consolazione sapere che qualcun altro le possa amare.
  • L’ego smisurato del consigliere di libri a volte fraintende gli intenti di chi gli rivolge la parola, magari solo per attaccar bottone … I saputelli propinano subito un tomo sulla semiotica di Eco, quando – magari – la fanciulla cercava un approfondimento tangibile sul Kamasutra (forse questo è il sogno segreto di ogni consigliere maschio).
  • La donazione dei consigli di lettura non è vincolata a luoghi o situazioni deputati: poco importa se avviene durante una cena fra amici o attraverso un video su Youtube. L’importante è che assuma un carattere di esclusività e di originalità. Il gran maestro dei consiglieri di libri è colui che riesce a rendere la Bibbia accattivante per i suoi contenuti originali.
  • Scrivere è, oggi più che mai, un’operazione commerciale. La responsabilità della pubblicazione di cose dozzinali è da ripartire equamente tra chi scrive da cane e l’editore che gli dà voce. Ma anche chi questi testi poi li suggerisce è da denunciare per reati contro l’intelligenza. La vendetta del lettore deluso si abbatterà su questo impostore. Ma intanto ne va della credibilità dei tanti consiglieri onesti …

In sintesi: fare il promoter di letture intelligenti è un mestiere tutt’altro che remunerativo, che presuppone tuttavia molta responsabilità e coscienza. Tutte cose che qualificano chi continua a svolgere questo ruolo come un dotto o come un fesso, a seconda dell’ottica nella quale lo si inquadra. E tuttavia, non è un’attività ormai del tutto priva di senso.

Continuano ad essere ancora molti coloro che non trovano in alcun videogioco o film, sui social o nell’intrattenimento virtuale, quello stimolo ad un dialogo silenzioso e intimo che l’oggetto libro è invece ancora in grado di suscitare. Per incoraggiarli ci sarà sempre bisogno di qualcuno che li guidi in mezzo alle nebbie. Qualcuno che offra, lungo la strada, il ristoro di un Punto di vista.

Collezione di licheni bottone

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Schiavi anche dell’oblio

di Paolo Repetto, 16 gennaio 2020

“Uno solo è il luogo per vivere: un pezzetto di giaciglio, il resto appartiene al campo, allo Stato. Ma né questo pezzettino di posto, né la camicia, né la pala è tua. Ti ammali, e ti portano via tutto: il vestito, il berretto, la sciarpa avuta di frodo, il fazzoletto da naso. Quando muori ti strappano i denti d’oro, in precedenza già registrati nei libri contabili del campo. Ti bruciano e con la tua cenere concimano i campi o ci bonificano gli stagni. È vero che sprecano tanto di quel grasso, tante ossa, tanta carne, tanto calore! Ma altrove con la gente ci fanno sapone, con la pelle umana abatjour, con le ossa bigiotteria. Chissà, forse da esportare ai negri quando li assoggetteranno. Lavoriamo sottoterra e in superficie, sotto un tetto e alla pioggia, con la pala, con il vagoncino, con i picconi e con la mazza di ferro. Portiamo sacchi di cemento, posiamo mattoni e binari ferroviari, recintiamo il terreno, battiamo la terra … Gettiamo le fondamenta di una qualche nuova, mostruosa civiltà. Solo ora conosco il prezzo dell’antichità. Quale mostruoso delitto sono le piramidi egiziane, i templi e le statue greche! Quanto sangue dovette scorrere sulle strade romane, sui valli di frontiera e nei cantieri delle città! Quell’antichità che era un gigantesco campo di concentramento, dove allo schiavo veniva impresso a fuoco il marchio di proprietà sulla fronte e lo crocefiggevano per una fuga. Quell’antichità che era una grande congiura dei liberi contro gli schiavi!
Ricordi quanto amavo Platone. Oggi so che mentiva. Perché nelle cose terrene non si riflette l’ideale, ma vi risiede il pesante, sanguinoso lavoro dell’uomo. Eravamo noi a costruire le piramidi, noi ad estrarre il marmo per i templi e le pietre per le strade imperiali, eravamo noi a remare nelle galere e a tirare gli aratri, mentre loro scrivevano dialoghi e drammi, giustificavano con le patrie i propri intrighi, lottavano per i confini e le democrazie. Noi eravamo sporchi e morivamo sul serio. Loro erano estetici e discutevano per finta.
Non è bellezza quella che poggia su un torto verso l’uomo. Non è verità quella che sottaccia un tale torto. Non è bene quello che lo permetta. Cosa ne sa mai l’antichità di noi? Conosce un astuto schiavo da Terenzio e da Plauto, conosce dei tribuni del popolo, i Gracchi, e il nome proprio di uno schiavo solamente: Spartaco. Loro facevano la storia e un criminale qualunque – Scipione – un avvocato qualunque – Cicerone o Demostene –, li ricordiamo alla perfezione. Rimaniamo incantati dall’eccidio degli Etruschi, dallo sterminio di Cartagine, dai tradimenti, dagli stratagemmi e dai saccheggi. Il diritto romano? Anche oggi c’è un diritto.
Che ne saprà il mondo di noi, se trionfassero i tedeschi? Sorgeranno giganteschi edifici, autostrade, fabbriche, monumenti alti sino al cielo. Sotto ogni mattone ci saranno le nostre mani, sulle nostre spalle verranno portate le traversine ferroviarie e i lastroni di cemento armato. Ci assassineranno le famiglie, i malati, i vecchi, i bambini. E nessuno saprà di noi. Copriranno le nostre grida i poeti, gli avvocati, i filosofi, i preti. Creeranno il bello, il bene e la verità. Creeranno una religione.”
Tadeusz Borowski, Paesaggio dopo la battaglia

Ho ritegno ad aggiungere qualcosa a queste parole. Qualsiasi commento non può che svilirne la forza tragica. Se azzardo un paio di considerazioni è solo perché negli ultimi tempi più di una volta, ancor prima di aver conosciuto l’opera di Borowski (che ho scoperto con ingiustificabile ritardo), mi sono sorpreso a pensare le stesse cose. E lo faccio avendo ben presente che le mie meditazioni scaturivano da stati d’animo (e da una situazione) assolutamente non comparabili con quelli di Borowski.

In una di queste occasioni, considerando la solidità e la bellezza di un acquedotto romano e di un Alcazar, avevo anche scritto che quantomeno i sacrifici di chi li aveva costruiti erano valsi a lasciare qualcosa di duraturo. “Mentre ne ammiri il disegno o la semplicità elegante o la ricchezza non puoi non pensare alle sofferenze di tutti coloro che queste cose le hanno costruite, alle fatiche che sono costate, alle ingiustizie di cui sono impastate le mura, i pilastri e le colonne; ma hai l’impressione che un sia pur minimo riscatto di tutto ciò arrivi proprio dalla loro durata, dalla sfida vittoriosa al tempo e dalla testimonianza di un gusto del bello che ancora ci affascina ma che non siamo più in grado di coltivare concretamente.” Erano stupidaggini, dettate probabilmente dalla concomitante constatazione della fragilità e della bruttezza delle “grandi opere” (ma anche di quelle piccole) contemporanee: e Tadeusz Borowski me lo ha immediatamente ricordato. Lui era tra coloro che costruivano, e non ci coglieva alcun riscatto.

Un’impressione analoga ho provato poco dopo, nel corso di un viaggio nel Peloponneso. Mi aggiravo per Micene, in mezzo a quelle vestigia colossali, nella luce fantastica di un tardo pomeriggio autunnale. Ciò che vedevo avrebbe dovuto commuovermi e impressionarmi, ma in realtà mi sentivo solo a disagio. Non mi era mai accaduto prima. Quelle maturate in terra di Spagna erano ancora riflessioni piuttosto distaccate, non dico fredde, ma confinate comunque alla mente. A Micene il disagio era anche fisico. Non riuscivo ad ammirare quelle rovine e quasi mi vergognavo di essere lì. So quanto pesa una pietra (sono un appassionato costruttore di muretti a secco), anche quando ciò che fai lo fai per scelta, o addirittura per divertimento: ma mi rendevo dolorosamente conto di sapere nulla, in realtà, di tutti coloro che quelle pietre erano stati costretti con la violenza a portarle e posarle e lavorarle, di quanti sotto o sopra esse saranno morti o avranno perso mani o braccia o gambe, che equivaleva a morire.

A guardare alle opere del mondo, alla sua storia, da questo punto di vista, dal “loro” punto di vista, c’è da inorridire. C’è il rischio che tutto perda senso, anche quel poco che noi ci sforziamo di dargli. E allora diventa improvvisamente chiaro perché lo stesso Borowski, perché Jean Amery, perché Primo Levi, e chissà quanti altri che non conosciamo, non abbiano retto poi, usciti da quell’incubo, al ritorno alla normalità. Non si può tornare normali, dopo aver assistito a tanta assurda crudeltà e inutile disperazione.

Ci hanno provato. Uno tra tutti, Levi. Le pagine nelle quali racconta le difficoltà e la gioia di spiegare Dante e la potenza della sua lingua a un compagno francese di sventura sono la massima testimonianza del tentativo di opporre la cultura alla barbarie, all’abbrutimento o all’annullamento. Lo fa con il canto di Ulisse: “fatti non foste …”. Per affermare, e confermare a se stesso, che alla fine, comunque, è la prima a prevalere, e a farci riconoscere umani.

E tuttavia proprio coloro che avevano opposto resistenza in nome della cultura, e non semplicemente della sopravvivenza, sono quelli che hanno maggiormente sofferto il dopo. Il silenzio, il disinteresse, addirittura il fastidio manifestato nei confronti di chi non voleva dimenticare, hanno fatto ciò che neppure gli aguzzini erano riusciti ad ottenere. Li hanno fatti dubitare anche di quel labile significato che attraverso la cultura avevano cercato di dare alla propria vita e alle proprie sofferenze. Quegli uomini hanno retto alle atrocità, ma non all’idea che la coscienza di quelle atrocità nemmeno scalfisse chi non le aveva direttamente vissute.

Devo chiudere velocemente, perché ho già nascosto dietro troppe parole le considerazioni lucide e terribili di Borowski. Eppure, qualcosa mi trattiene ancora per un attimo.

Penso che anche Borowski ci ha provato. Lo ha fatto dal fondo della sua disperazione e della sua delusione, ma lo ha fatto. Proprio scrivendo queste pagine. E ora nel mio piccolo, per quel nulla che vale, ho il dovere e l’urgenza di farle conoscere ad altri, di non lasciare che siano risucchiate nel buco nero dell’oblio. Se anche una sola persona le leggerà, un minimo di senso me lo sarò dato anch’io.

Tadeusz Borowski è nato nel 1922 in una famiglia polacca residente in Ucraina. A quattro anni ha visto deportare i genitori i nei gulag sovietici, e li ha ritrovati solo dieci anni dopo. Trasferitosi con loro in Polonia, ha completato gli studi superiori proprio mentre il suo paese veniva invaso dai nazisti. Arrestato come collaboratore di riviste clandestine nel 1943, e deportato prima ad Auschwitz e poi a Dahau, ha condiviso la terribile condizione dei prigionieri slavi. Liberato alla fine della guerra, dopo aver appoggiato in un primo tempo il regime filosovietico, è arrivato poi a riconoscerne quasi una continuità con quello nazista. È morto suicida nel 1951, a soli ventinove anni: ma sulle circostanze della sua morte ci sono ancora molti dubbi. Delle sue non molte opere, sia di poesia che di narrativa, sono state tradotte in italiano “Paesaggio dopo la battaglia” (Lindau, 1993), da cui sono tratte le pagine che ho riportato, e”Da questa parte, per il gas” (L’Ancora del Mediterraneo, 2008). Entrambi i titoli sono introvabili.

 

 

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Il libro degli abbracci

Comincia così …

(da: Cinque buoni motivi per essere scorretto)

di Paolo Repetto, 12 gennaio 2020

Scendendo a passo d’uomo verso Genova, tra gallerie che cadono a pezzi e viadotti semoventi, ascolto per radio un’intervista a Marco Bonini. Non lo conoscevo, scopro che è attore, ballerino, sceneggiatore cinematografico e anche scrittore. Credenziali sufficienti a indurmi subito a cambiare stazione, tanto più che l’intervista, condotta da una tizia in evidente trance estatica, si annuncia come uno spot promozionale dell’ultimo romanzo scritto dal nostro, Se ami qualcuno dillo (così, senza la virgola). Il dito è dunque già sul tasto, quando viene fermato da una citazione buttata lì a mo’ di apertura dalla conduttrice. “Mio padre è la chiave di volta di tutta la mia vita. Mio padre è il modo in cui guardo mia madre, il modo in cui gioco con mio figlio, il tono con cui mi rivolgo alla madre dei miei figli. Mio padre è il sorriso che rivolgo a una donna. La leggerezza con cui scherzo con i miei amici. Mio padre è il sottotesto di tutti i personaggi che interpreto come attore, è il giudice incontrastato della mia intera infanzia” (non l’ho memorizzata a caldo, l’ho ritrovata poi la sera su Google; e intanto ho anche capito perché l’intervistatrice fosse così estasiata). Rimango sintonizzato. La prima frase mi piace, il resto mi fa capire che quando parliamo di padri io e Bonini stiamo parlando di cose diverse. Ma tant’è, continuo a seguire la trasmissione, e ho conferma che non leggendo il libro non mi perderò nulla.

Bonini racconta di un padre (confessa di aver preso a modello il proprio) che è un maschilista della più bell’acqua, e che arrivato ad una certa età, dopo un infarto che lo spedisce in coma per parecchie settimane, si sveglia completamente diverso. Ha perso la memoria, e ha quindi cancellato quell’imprinting ambientale che ne aveva condizionato tutta la precedente esistenza e che aveva cercato di trasmettere anche al figlio. Lui, prima così serio, freddo, distaccato, quasi anaffettivo, ora si comporta come un bambino: balla, ride, scherza, trasmette, dice Bonini, la gioia genuina di vivere. Manca solo che racconti anche le barzellette. Benissimo: sono contento per entrambi, ma più l’autore approfondisce e generalizza il tema (che è il rapporto tra padri e figli, ma non solo) più scivola nella melassa appiccicosa della psicologia da salotto televisivo. Adesso, mentre scrivo, ho già naturalmente dimenticato tutto il resto, ma un paio di cose mi sono rimaste in mente, proprio perché le ho trovate particolarmente irritanti.

Cominciamo da un’altra citazione (piovevano a raffica, la copia del libro dell’intervistatrice deve essere tutta evidenziata e piene di orecchiette o di post-it). “Ogni abbraccio che oggi io do a mio figlio è un abbraccio che avrei voluto ricevere ieri da mio padre, e che mio padre forse avrebbe voluto ricevere dal suo.” Forse. Non è detto. Da che ne ho memoria mio padre non mi ha mai abbracciato. Può darsi l’abbia fatto prima, ma ne dubito. Mi sarebbe rimasta la sensazione di un’assenza. Invece non l’ho mai provata. Non avevo bisogno che mi abbracciasse per sentirlo vicino, mi sarebbe anzi parsa una situazione ridicola. Non era quello che mi aspettavo da lui. Ora questo, secondo Bonini e secondo tutto lo psicologismo del piagnucolio che imperversa tanto nei comparti alti della cultura come nelle vite in diretta e nelle anticamere dei dentisti, sarebbe frutto di una educazione patriarcale che voleva il maschio tetragono ai sentimenti e refrattario alle manifestazioni d’affetto. E di tale corazza dobbiamo liberarci, dando libero sfogo al nostro versante emotivo sinora represso, agli abbracci, alle lacrime, ai sentimenti esibiti senza falsi pudori. Tutto ciò ci renderà più liberi e spontanei, più realizzati ed umani, più felici e aperti alle relazioni.

Infatti, si vede. Non c’è mai stata tanta gente impegnata a baciare ed abbracciare ed esternare e piangere come oggi, e mai sono circolati tanta rabbia e livore e risentimento e ipocrisia. In piazza trovi adolescenti strafatti di canne, probabilmente figli di padri già liberati da un pezzo e molto affettuosi, che si salutano ad ogni incontro con un abbraccio, maschi con maschi, maschi con femmine, femmine e femmine, e poi si piazzano su una panchina ciascuno incollato al suo smartphone e non scambiano una parola per ore. Per i mussulmani e gli slavi i baci e gli abbracci di saluto sono addirittura rituali, ma non mi risulta che giovani e adulti siano poi, anche tra di loro, particolarmente pacifici e affidabili.

Un tempo, quando mi ritrovavo con gli amici ci scambiavamo un ehi!, una pacca sulla spalla se li prendevo di sorpresa, e poi si trascorrevano intere mattinate o pomeriggi o sere a discutere, a scherzare, a litigare più o meno seriamente. A volte trascinavamo la notte fino alle ore piccole, senza birre in mano, bruciando qualche sigaretta, continuando ininterrottamente a dialogare. Niente manifestazioni di affetto rituali, nessun contatto fisico: ma saremmo stati pronti a giocarci la pelle l’uno per l’altro.

Magari parrà che io stia parlando di un’altra cosa rispetto a ciò di cui narra Bonini, ma vi assicuro che una relazione c’è.

Quando pranzavo o cenavo con mio padre, la sera attorno al tavolo o in campagna nelle pause del lavoro, pendevo dalle sue labbra, ridevo delle sue battute, apprezzavo e invidiavo la costante ironia con la quale sapeva prendere la vita, mi preoccupavo se lo vedevo a volte (rarissime) troppo stanco per poter essere brillante. Davvero guardavo il mondo e gli altri anche con i suoi occhi, ma questo non mi ha mai impedito di mantenere e di manifestare una mia indipendenza di giudizio, e di capire che sotto sotto era apprezzata. Non volevo il suo abbraccio, non avrei saputo che farmene. Volevo la sua stima, e sapevo che per meritarla era sufficiente fare bene le cose che stavo facendo.

Anche gli abbracci di mia madre erano rarissimi (confesso che non ne ricordo uno, ma sono certo che ci siano stati), e neppure di quelli comunque ho mai sentito la mancanza. Non era necessario che mi dimostrasse con le coccole quanto mi amava: ogni altro suo gesto lo dichiarava, e io lo capivo benissimo. Se questa era freddezza “culturalmente assimilata”, se sono stato per tutta la vita inconsciamente un represso, giuro di non essermene accorto. E sarò magari un po’ lento a capire, ma garantisco che mi sta bene così. Mi auguro di non finire in coma, ma soprattutto, nel caso, di non risvegliarmi diverso.

Da dove nasce tutto questo improvviso bisogno di riscoprire e rivalutare la fisicità affettiva (ma “riscoprire” cosa? Non c’è mai stata, come caratteristica della specie: per trovarla occorre risalire sin oltre la speciazione, ai nostri cugini bonobo)? Ho l’impressione che voglia solo nascondere la perdita delle “parole per dirlo”, tanto per riagganciarci al titolo di Bonini. Che sia cioè l’ennesimo inquietante sintomo di un malessere molto più profondo, nel quale una idea maldigerita di libertà si mescola alla sfiducia nelle potenzialità positive della parola e della cultura che esprime, e ci spinge a regredire verso le manifestazioni più animalesche del nostro carattere. È accaduto che quando “la gente” ha finalmente avuto accesso al pulpito si è accorta di non aver nulla da dire, e che non lo avrebbe comunque saputo dire. Ha scoperto che “parlare” è diverso dal bofonchiare o dal ripetere slogan e frasi fatte, che il dominio della parola comporta fatica e lavoro, e che se non padroneggi il linguaggio non produci nemmeno pensiero. Di affrontare l’ultima salita, lo sforzo gratificante ma al tempo stesso responsabilizzante per dotarsi di questa strumentazione e passare dall’essere “gente” a essere “persone”, nemmeno a pensarci: tanto più in presenza di uno stuolo di intellettuali pentiti (o forse solo annoiati) che ne predicavano l’inutilità e l’ipocrisia. E allora la “gente” ha deciso (ma non è questo il verbo giusto, perché decidere significa pensare autonomamente: diciamo che è stata indotta a credere, e non ha opposto alcuna resistenza) che il pensiero e il linguaggio sono solo subdoli strumenti di dominio nelle mani delle lobby, e che queste vanno combattute rivendicando una genuina ignoranza e il ritorno ad una comunicazione non mediata dei sentimenti, di tutti, dall’amore e dall’affetto fino al rancore e all’odio.

Ho detto sopra di aver seguito tutto il resto della trasmissione. Non è vero. Ho cambiato stazione dopo aver sentito dire dall’attore-scrittore che anche di fronte ad una mancanza, ad un errore commesso dal figlio, tutto si può risolvere con un abbraccio. “Non rimproverate, non punite i vostri figli. Abbracciateli, e capiranno.” Mi si sono rizzati i capelli pensando a quel povero ragazzo. Spero sia uno che di stupidaggini ne fa poche, altrimenti sai che rottura di palle, con un padre che ti abbraccia continuamente: e sai che disastro, quando i problemi li avrà con altri, insegnanti e amici prima, fidanzate e mogli e colleghi dopo, che magari non saranno altrettanto disponibili a risolvere tutto con un abbraccio. L’abbraccio non è una mediazione, è un’amnistia. E le amnistie troppo ripetute non possono portare che alla perdita di credibilità e di efficacia delle regole, quindi al caos, come sa bene chi vive in questo paese.

Infatti. I sentimenti “liberati” dalle pastoie della lingua e della cultura sono immediatamente sfuggiti al controllo. Ma non sono andati molto lontano. Non avevano più gambe né fiato. Ci aveva già pensato il circuito produzione-consumo-consenso a sfiancarli, e quando li ha riportati nel recinto ce li ha restituiti in forma di omogeneizzato. I sentimenti che rivendicano oggi i loro diritti sono solo pappine prive di sostanza e infarcite di coloranti, sono solo risentimenti, alimenti ideali per l’egoismo e il menefreghismo più sfrenati, per il disprezzo di ogni diritto altrui, per lo spaccio della beceraggine come genuinità. Nutrita di questi surrogati “la gente” è diventata incapace di accettare le sconfitte, di mettere in conto le delusioni (di qui femminicidi e reazioni comunque esasperate a qualsiasi contrarietà), di digerire l’idea che ogni conquista trova giustificazione e senso nello sforzo. Tutto intanto si risolverà con un pianto (possibilmente in tivù), con un tweet o con un abbraccio. Da non crederci: con infinite altre possibili e passabilmente dignitose catastrofi, il mondo perirà soffocato dagli abbracci.

Non è nemmeno questo però il vero nocciolo della questione. Bonini il nocciolo lo aveva toccato già prima, quando ha continuato ad insistere sul fatto che l’anaffettività del padre fosse frutto di una educazione maschilista, che induceva ad una rappresentazione di sé monolitica e improntata al controllo. Non che mi abbia sconvolto con questa rivelazione: stava semplicemente ripetendo la vulgata corrente, ma lo faceva mentre viaggiavo a cinque chilometri l’ora, e chiedevo alla radio almeno un po’ di conforto. Ora, io il libro non l’ho letto (e nemmeno ho intenzione di farlo in futuro), quindi è possibile che l’immagine del padre che ne viene fuori, quella evidentemente che Bonini stesso aveva recepito, giustifichi questa spiegazione. Credo ci sia in effetti un sacco di gente che tiene atteggiamenti del genere. Ma mi infastidisce la generalizzazione che l’autore ne ha fatto durante l’intervista, come a dire che la responsabilità è tutta di un certo modello sociale, e naturalmente del tipo di cultura che a quel modello ha dato l’impronta.

Con buona pace di Bonini, non è così. La società è fatta di individui, e gli individui rispondono anche al loro singolo patrimonio genetico (che brutta parola, e rivelatrice! deriva guarda caso da pater). In altri termini, hanno chi più chi meno un carattere, e ciò che dovrebbe distinguerli dagli altri animali è che, volendo, sono anche in grado di disciplinarlo per farlo convivere in maniera non conflittuale con quelli dei loro simili. Ne sono, o almeno dovrebbero esserne, responsabili. Probabilmente Bonini è stato sfortunato, ha beccato uno che il carattere lo aveva inamidato forse sin troppo: ma non sono così sicuro che ora, col padre risvegliatosi ilare e affettuoso, le cose andranno molto meglio. Poteva andargli peggio, anziché un padre freddo poteva capitargliene uno violento o irascibile: ma poteva anche, al contrario, trovarsi accanto una persona capace di applicare in positivo le regole e di farne comprendere attraverso l’esempio il valore. Accade anche questo. A dimostrazione del fatto che l’educazione direttamente o indirettamente ricevuta, l’imprinting ambientale, ha senz’altro un grosso peso, ma poi a decidere che persona vuol essere, in che misura e in che direzione vuole esercitare il controllo, è sempre l’individuo. Come diceva il mio amico Remo, e lo diceva in senso positivo, non per vanto ma a sprone degli eterni recriminanti: “Sono nato ch’ero una sega, e ora ho il cinquantotto di spalle. E mi rispetto”.

PS: Ho fatto a tempo comunque a riascoltare il ritornello che è ormai d’obbligo, quasi una costante musica di fondo, sulla necessità di far riemergere la componente femminile che c’è in tutti noi, quella appunto emozionale, affettiva. Ora, io non dubito che in tutti noi maschietti ci sia una componente femminile, così come ce n’è una maschile nelle femmine. Mi sembra persino stupido sottolinearlo, come fosse una folgorante e recentissima scoperta. Che siamo fatti dello stesso impasto lo diceva già la Bibbia tremila anni fa, anche se poi assegnava ai maschi il ruolo di lievito madre. Dubito invece, proprio per questo motivo, che la “componente femminile” possa essere ricondotta tout court alla libera esternazione degli affetti e delle emozioni. Mi pare una lettura fuorviante, schematica e soprattutto molto riduttiva.

Mettiamola in questo modo. Le differenze di genere esistono, e non riguardano solo l’anatomia e i ruoli nel processo riproduttivo. Riguardano anche il funzionamento cerebrale, proprio in ragione di quelle anatomie e di quei ruoli. Se noi maschi ci portiamo dietro un retaggio di “autorappresentazione virile”, che poi si esprime poi in maniere differenti nelle diverse società e nelle diverse epoche, non è per una qualche deriva antinaturalistica innescata dalla cultura: è anzi funzionale alla naturale competizione per perpetuare i propri geni che sta alla base della vita animale (e anche di quella vegetale). Accade in tutte le specie, segnatamente in quelle a noi più prossime ma anche negli uccelli o nei pesci. La differenza consiste semmai nel fatto che nella nostra specie la cultura è intervenuta a smussare, a mitigare, qualcuno dice anche a stravolgere, le ferree leggi della selezione, quelle che premiavano solo i maschi dominanti. E mi pare che tutto sommato sia andata bene così. Noi abbiamo preso un’altra strada, la selezione umana è molto più soft (forse anche troppo, tanto che tra poco saremo dieci miliardi: ma per il momento, anche se un po’ stretti, perché qualcuno occupa e divora troppo spazio, ci stiamo tutti). Non sono più gli artigli e i denti a fare premio, ma il cervello: o almeno così dovrebbe essere. E il cervello umano femminile si è specializzato, nel corso di milioni anni, a riconoscere il funzionamento (o meno) di quello maschile, e a scegliere di chi fidarsi per un progetto riproduttivo. Certo, messa così può sembrare una faccenda molto arida e meccanica, ma lo si voglia o meno è quella per la quale possiamo stare qui a parlarne. Poi c’è dell’altro, non possiamo (forse sarebbe meglio dire: non vogliamo) ridurre il senso della nostra esistenza solo a questo, ma nemmeno possiamo prescinderne e fingere di ignorare che il motore è quello.

Pertanto: van bene gli affetti e van bene i sentimenti e le emozioni, ma non raccontiamoci che l’esternarli, soprattutto nei modi suggeriti da Bonini ma anche da tutti gli psicologismi e gli esotismi e i postmodernismi imperanti, sia un atteggiamento meno teatrale dell’autorap-presentazione virile. E soprattutto non dimentichiamo che la rimozione totale delle inibizioni è autodistruttiva per qualsiasi specie, di quelle naturali per tutte le altre, ma per la nostra anche di quelle culturali, perché la cultura è entrata a far parte della nostra natura. Per quanto poi concerne il recupero di una edenica naturalezza, soffocata negli ultimi millenni dai corsetti e dalle cravatte della civiltà (soprattutto di quella occidentale, naturalmente), teniamo a mente che tra i nostri parenti più prossimi non ci sono solo i bonobo, che si spulciano vicendevolmente e fanno sesso tutto il giorno, ma anche gli scimpanzé, che si scannano tra loro con un’aggressività e una ferocia che non ha pari in tutto il mondo animale. Con questi ultimi abbiamo in comune più del novantotto per cento del DNA. Val la pena rifletterci.

E allora, per il momento, mi raccomando: se mi incontrate, anche dopo molto tempo, non abbracciatemi. Se proprio mi parrà il caso, lo farò io.

⇒ … e finisce così.

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Tempo incantato

di Thomas Mann, La montagna incantata, Corbaccio 2011, p. 171

In complesso si crede che il fatto di essere interessante e la novità del contenuto “facciano passare”, cioè accorcino il tempo, mentre il vuoto e la monotonia ne rallentino e ostacolino il corso. Ciò non è affatto vero. Può darsi che la monotonia e il vuoto allunghino e rendano noiosi il momento e l’ora, ma i grandi e grandissimi periodi di tempo li accorciano e volatilizzano addirittura fino all’annullamento. Viceversa un contenuto ricco e interessante può certo abbreviare e sveltire l’ora e magari anche il giorno, ma portato a misure più vaste conferisce al corso del tempo ampiezza, peso, solidità, di modo che gli anni pieni di avvenimenti passano più adagio di quelli poveri, vuoti, leggeri che il vento sospinge e fa dileguare. A rigore, dunque, quella che chiamiamo noia è piuttosto un morboso accorciamento del tempo in seguito a monotonia: lunghi periodi di tempo, se non si interrompe l’uniformità, si restringono in modo da far paura: se un giorno è come tutti, tutti sono come uno solo: e nell’uniformità perfetta la più lunga vita sarebbe vissuta come fosse brevissima.

 

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Mal d’Africa

testi di Stefano Gandolfi, foto di Augusta Galelli e Stefano Gandolfi , 30 dicembre 2019
in apertura: Tanzania: acacie e verdi praterie fra Serengeti e Ngorongoro

Mal d'Africa copertinaSognavo il Malawi (e non ci sono mai andato)

Sul Kenia, ma anche su tutto il resto dell’Africa

Tanzania 2006

Uganda e Ruanda

Abazumbu: un ultimo ricordo dell’Uganda

Sognavo il Malawi (e non ci sono mai andato)

All’improvviso mi venne una pulsione irresistibile ad andare in Malawi; non so perché proprio in Malawi, sicuramente avevo molti buoni motivi per desiderare di andare, o meglio di tornare in Africa, continente che ormai mi aveva rubato l’anima, alla stessa stregua delle montagne su cui avevo consumato migliaia di passi e tanta parte della mia vita.

C’erano senz’altro molte spiegazioni, razionali o meno, per il Malawi: forse perché la nostra adorabile nipote Fiorenza aveva espresso il desiderio di andarci, a malapena sapendo che cosa fosse e in quale parte del pianeta si trovasse; e se una ragazzina di 15 anni esprime il desiderio di andare in Malawi piuttosto che a Ibiza, a Miami, in qualche discoteca del riminese o  in chissà quale altro tempio del divertimento agognato da tanti suoi coetanei, questo é già un valido motivo per sostenere una tale nobile aspirazione … certo, Fiorenza aveva avuto un battesimo del fuoco niente male, l’anno precedente, quando io e Augusta regalammo a lei e a suo fratello Andrea un memorabile viaggio in Botswana che sicuramente ha lasciato in loro un ricordo indelebile, un’esperienza indimenticabile, sette notti in tenda in mezzo alla savana con gli elefanti che rivendicavano il possesso del loro territorio occupato da strani animali con “cuccioli” ancora più strani, con i leoni che ruggivano nei dintorni dell’accampamento, del tutto indifferenti a prede che a quanto pare sono in fondo alla lista dei loro cibi preferiti; o perlomeno, così ci rassicurava Ian, il simpaticissimo ranger sudafricano che nell’immaginario dei nostri nipoti, con il passare dei giorni, si era man mano trasformato in un incrocio fra Indiana Jones, Rambo, l’Incredibile Hulk e il vincitore delle ultime sette edizioni della Dakar con la sua fantastica Land Rover condotta magistralmente per più di mille chilometri su problematiche piste di sabbia in territori totalmente disabitati, nelle incontaminate terre di confine fra acqua e deserto del delta dell’ Okavango, nei parchi di Chobe, Savuti e Moremi.

Mal d'Africa (2)

sopra: Botswana, Delta dell’Okavango, colazione nella savana con Fiorenza e Andrea sul cofano del Land Rover

sotto: Botswana, Delta dell’Okavango, un elefante si rinfresca al tramonto nelle acque del fiume Chobe

Mal d'Africa (3)

Ian che con una pazienza infinita cercava di cavare qualche parola di bocca da due pestiferi ragazzini che all’improvviso diventavano timidi ed incapaci di mettere insieme tre parole di inglese per paura di fare brutta figura, nonostante lo sapessero parlare perfettamente; Ian che cercava di farsi spiegare se la loro mamma gli faceva le lasagne e i tortellini con il parmigiano, mitico, leggendario ricordo di un suo viaggio in Italia; Ian che finalmente riuscì a dialogare con Andrea, alla sesta sera davanti ad un fuoco acceso sulle rive del fiume Chobe, vantando le gesta degli Springbocks sudafricani, con l’incredibile fotogramma di un ragazzo italiano che parlava di rugby e non di calcio, in inglese, con un rude guardaparco, sotto il cielo terso dell’ Okavango, senza nostalgia del televisore e della play-station, con un piumino addosso per il rigido clima dell’ inverno australe (ma chi lo ha mai detto che in Africa c’è caldo?) senza più tanta voglia di andare a rintanarsi in tenda nel sacco a pelo, perché la brace rischiarava ancora il crepuscolo davanti alla tenda-mensa ed il gin-tonic generosamente preparato dai boys per aperitivo gli circolava ancora nel sangue facendogli sognare gesta epiche, maramaldi incontri con bestie feroci e valorose riparazioni di guasti meccanici alla jeep pericolosamente bloccata in mezzo ad una mandria di elefanti infuriati. Tutto ciò mentre sua sorella, senza neanche bisogno di aver bevuto il gin-tonic, rideva come un’ubriaca, come un “bugaa-bugaa”, così la chiamava Ian, una specie di spiritello fastidioso ma non tanto molesto che popolava le leggende boscimane; ogni tanto le risate di “bugaa-bugaa” risuonavano ancora a tarda notte nella tenda, con le imprecazioni di suo fratello che voleva dormire … poi tutti due tacevano, sognando la “loro Africa”.

Un altro motivo per desiderare il Malawi probabilmente trae spunto da una serata a casa del Paolo, il nostro amico depositario della più sconfinata conoscenza letteraria, ma anche reale, che io abbia mai conosciuto sul viaggio, declinato in tutte le sue forme più nobili; Paolo, viaggiatore dello spirito, vera incarnazione del “viandante nelle nebbie” che sigilla la terza pagina di copertina di ogni suo libro; Paolo, che a ogni Natale e compleanno costituisce una sfida impegnativa nel riuscire a regalargli un libro che non abbia ancora letto, e se poi è un libro di viaggio e di viaggiatori la sfida è ancora più accesa, e la soddisfazione ancora maggiore quando ti dice: “ma dove lo hai scovato? Pensavo fosse fuori catalogo da anni!”  e comincia già a leggerlo prima ancora di portarselo a casa.

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Paolo, viaggiatore delle nebbie, maestro di viaggi, di cammino e di idee, nella sua libreria nella casa di Lerma

Non so di cosa stessimo parlando quella sera, se di viaggi, di montagna o di uno degli altri duecentosedici argomenti di cui si puo’ parlare con lui, comunque sia a un certo punto ha tirato fuori una vecchia enciclopedia geografica; forse si parlava della nostra salita sul Kilimanjaro nel corso dell’ultimo viaggio in Tanzania e voleva farmi vedere una foto della montagna, fatto sta che aprendo una pagina a caso ho buttato l’occhio su una foto del lago Nyassa, che altro non e’ se non il vecchio nome del lago Malawi, e poi sul trafiletto che descriveva il paese come una delle mete più selvagge, integre e paesaggisticamente varie di tutta l’Africa australe, con il lago così vasto da sembrare un mare, con le sue aspre montagne terreno di gioco di remote sfide alpinistiche, con la sua forma così lunga e stretta fra la Tanzania, lo Zambia e il Mozambico. Non diceva molto, ma quel poco era più che sufficiente per farmi crescere quella sottile inquietudine che si impadronisce di ogni persona malata di movimento e di inadeguatezza allo stare fermi in un posto per troppo tempo …

con Giorgio e Annalisa: a sinistra in Tanzania, salendo sul Kilimanjaro, sotto un enorme senecio a 4000 m. s.l.m.

Mal d'Africa (5)

a destra in Nepal, al lago di Tilicho, ai piedi dell’Annapurna, a 5000 metri s.l.m.

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Un ennesimo motivo per desiderare di andare in Malawi traeva spunto da un altro grande amico e compagno di viaggi: il Giorgio di Padova, conosciuto nel 2001 con sua moglie Annalisa in una “epica” traversata della catena himalayana, da Lhasa a Kathmandu; Giorgio e Annalisa coi quali, accomunati dalla passione per i viaggi e per la montagna, abbiamo poi fatto un lungo percorso che ci ha portato dopo alcuni anni a salire in cima al Kilimanjaro, in Tanzania, in cima a un vulcano di 6000 metri in Bolivia e a compiere trekking himalayani in Nepal e Tibet. Giorgio ci aveva raccontato più volte di quanto desiderasse andare, magari al momento della pensione, in Zambia (paese confinante col Malawi) a collaborare con un suo caro amico, missionario comboniano che da anni era laggiù a fare quello che i turisti a malapena intuiscono e sicuramente rimuovono, cioè il lavoro sporco, difficile, di chi cerca di aiutare le popolazioni africane, l’altra faccia della medaglia di un continente incredibilmente bello, struggente e sciaguratamente maledetto per le sue tragedie di guerre, conflitti, crudeltà, irresponsabilità per le quali nessuno ha le mani pulite, innanzitutto le cosiddette “civiltà’” occidentali che dopo la colonizzazione hanno lasciato lo sfacelo totale, favorendo la presa del potere da parte di improbabili classi dirigenti incapaci, corrotte e manipolate dalle stesse potenze ex-coloniali che con altre modalità hanno continuato a tenere sotto controllo la situazione per ovvie ragioni di sfruttamento economico (basti pensare ai diamanti …) e di geopolitica (prima le vecchie potenze europee, poi americani, russi e cubani, adesso la Cina e in epoche ancora più recenti gli integralisti islamici con il loro intento di sottomettere ideologicamente e politicamente il Corno d’Africa e altre regioni del continente); ma anche gli stessi popoli africani, che, pur con tutte le attenuanti e le giustificazioni possibili, non sono stati e continuano a non essere esenti da colpe, come nel caso più eclatante Robert Mugabe in Zimbabwe, senza andare oltre perché ci vorrebbero decine di libri di ben più illustri ed autorevoli critici di storia e di politica per fare solo un tentativo di analisi.

Il lavoro dunque dei missionari, dei volontari, perlomeno di quelli in buona fede, perché anche in questo campo ci sono speculazioni e nefandezze inimmaginabili, come magistralmente descrive Paul Theroux nel suo bellissimo “Dark Star Safari”, in cui esprime tutto il suo disgusto per le immacolate Land Cruiser e Land Rover bianche, nuovissime, inavvicinabili dei cosiddetti benefattori, autoreferenziali e vestiti di impeccabili divise sahariane, sempre fresche, stirate e profumate.

Sembra quasi che per una sorta di oscuro maleficio ogni cosa abbia a che fare con l’Africa, anche se all’origine motivata dalle migliori intenzioni, all’atto pratico si mescoli, si inquini, si infetti con un rivolo infinito di compromessi, ricatti, malintesi, goffaggini provocate da impreparazione e superficialità, insomma tutte situazioni che o per malafede pura e semplice o, seppure con una buona fede iniziale, portano a danni ancora più gravi di quelli già esistenti … e allora ancora di più, in chi riesce a non rimanere impassibile di fronte a certe situazioni, che magari si conoscono da vicino per la prima volta nel corso dei quindici giorni superficiali di vacanza, e che comunque, seppure solo sfiorate, sono uno shock rispetto al leggerle sui giornali e al vederle nei TG, allora dunque, anche in persone cosiddette “normali”, non necessariamente eroi, missionari o Madri Terese di Calcutta, viene il desiderio di fare qualcosa di più, di conoscere meglio, con meno superficialità, di cercare di dare una mano; senz’altro un pensiero confuso, indistinto, che deve essere finalizzato per non diventare inutile o dannoso, ma che prima o poi torna ad affiorare e a farsi spazio nella giungla mentale e materiale della vita quotidiana, così masochistica e stressante, ma della quale quasi nessuno sembra poter fare a meno, per inerzia, pigrizia, impotenza, rassegnazione, o semplicemente perché poi in fondo ci piace così.

Avevo dunque molti motivi per desiderare di andare in Malawi, anche se in realtà non avevo bisogno di nessun motivo particolare per rimettermi in viaggio, con destinazione Africa o qualunque altro continente; il vantaggio di non avere viaggiato molto, perlomeno non tanto quanto i professionisti di vario genere (giornalisti, volontari..) o quanto i collezionisti di timbri sul passaporto (sottocategoria di viaggiatori  agguerrita e bellicosa, pronta a sfruttare al meglio le possibilità offerte dalla disgregazione dell’ex-URSS, dell’ ex-Jugoslavia o simili per incrementare il numero dei Paesi visitati), il vantaggio dicevo è quello di avere ancora decine e decine di mete, tante da avere bisogno di altre sei o sette vite per esplorarle tutte: ma almeno una per il prossimo viaggio ci sarà sicuramente! In realtà non sento la necessità di mettere a tutti i costi timbri di nuove nazioni sul passaporto, anzi desidererei forse più di ogni altra cose tornare in paesi già visitati per poterli conoscere meglio, per approfondire aspetti colti superficialmente, per vedere cose inevitabilmente trascurate, per poter essere un po’ meno turista e un po’ più viaggiatore.

Il viaggio in Zambia, già organizzato con biglietti aerei in mano, saltò all’improvviso per una malattia dell’amico comboniano, e per non perdere il volo già prenotato fino ad Addis Abeba (scalo tecnico per lo Zambia) ci fermammo in Etiopia, ulteriore esposizione al virus del “Mal d’ Africa”. L’idea dell’impegno in una missione umanitaria non venne rimossa, solo rinviata di qualche anno e con una destinazione diversa, il Nepal del post-terremoto del 2015. Ma di questa storia parleremo in seguito.

Sul Kenia, ma anche su tutto il resto dell’Africa

Mal d'Africa (7)

Io e Augusta condividiamo due grandi passioni: quella per la montagna e per i trekking da una parte, quella per i viaggi dall’altra; in entrambi i casi entra in gioco un’altra passione comune, quella per la fotografia e, da parte mia, anche quella per la scrittura, per contribuire a salvare i ricordi e le emozioni vissute. E proprio in Africa abbiamo avuto l’occasione di fare la nostra vacanza perfetta, quella che ci ha permesso di unire le due grandi passioni: in Tanzania, dove nella prima settimana abbiamo realizzato la salita al Kilimanjaro, il tetto dell’Africa, e nella settimana successiva ci siamo riposati ed appagati con un meraviglioso safari nei parchi nazionali di Serengeti e Ngorongoro. La Tanzania è separata dal Kenya da un confine che non è altro se non una linea retta tracciata da qualche burocrate dei tempi coloniali su una carta geografica; e fin dal nostro primo viaggio in Africa ci rimase il desiderio di visitare anche il Kenya, i suoi parchi e, perché no, anche per rivedere dalla parte opposta del confine, il nostro Kilimanjaro; abbiamo fatto molti altri viaggi in Africa che ci hanno portato in in Sudafrica, il paese forse meno tipicamente africano del continente australe, in Botswana, nel paradiso terrestre del delta dell’ Okavango, in Namibia, sulle dune più alte del mondo del deserto del Namib, a vedere le cascate Vittoria al confine fra Zambia e Zimbabwe, in Uganda e Ruanda alla ricerca dei gorilla di montagna, anche qui un impegnativo mini-trekking nella foresta equatoriale finalizzato alla indimenticabile emozione di conoscere ed avvicinare i nostri più stretti cugini, a rischio di estinzione e rimasti in non più di 700 esemplari in tutto il mondo; abbiamo visitato anche l’Etiopia, scoprendo scenari di natura e di arte inimmaginabili, e poi, alla fine, abbiamo avuto l’occasione di vedere il Kenya, in un viaggio di breve durata ma di grande intensità, finalizzato ai safari nei parchi e all’ avvistamento e alle fotografie dei loro animali.

Mal d'Africa (8)

Tanzania, Mto Wa Mbu (paese delle zanzare): il giovane Masai ha imparato molto presto ad accudire alla ricchezza di famiglia.

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Kenya, Great Rift Valley; un enorme solco nella crosta terrestre taglia l’Africa orientale: qui è nata la razza umana

Il Kenya rappresenta una meta classica per eccellenza, un luogo nel quale si possono concentrare molte delle immagini più simboliche e convenzionali dell’Africa. Penso che anche chi non l’abbia mai visitata, ma abbia avuto modo di leggere un libro come “La mia Africa” di Karen Blixen, e di vedere il film con Meril Streep e R. Redford tratto dal libro, conserverà per sempre almeno una immagine che racchiude tutta l’essenza del luogo: l’immensa distesa della savana, qualche collina sullo sfondo; in mezzo alla savana, solitaria, un’acacia con i rami ad ombrello sotto i quali, all’ ombra, si riposa un elefante o una giraffa; e se ti tratta del parco di Amboseli, sullo sfondo si vedrà il Kilimanjaro, la montagna più alta del continente, al confine, come abbiamo detto, fra Kenya e Tanzania. E il Kenya, come peraltro tutta l’Africa, si presta bene a smentire tanti pensieri preconcetti. E allora è senz’altro stimolante, quasi una sfida a raccontare un paese diverso dall’immaginato nelle atmosfere, nei paesaggi, nelle persone, nel clima, negli animali.

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Kenya, Parco Nazionale di Masai Mara: fra poco sarà notte, la jeep corre veloce verso il lodge, ma l’ultimo squarcio di luce sulla savana ci fa fermare, ammutoliti.

Il clima, per esempio: tutti pensano che in Africa faccia caldo, forse è il pensiero più ovvio, ma in realtà può fare anche molto freddo, e non solo in cima al Kilimanjaro, a 6000 metri di quota, dove abbiamo toccato 15 gradi sotto lo zero partendo a mezzanotte dall’ultimo campo per arrivare poi in vetta sferzati da un vento gelido sul ciglio dell’enorme cratere sommitale, ma anche sui grandi altipiani di Serengeti, di Masai Mara, a Ngorongoro a più di 2000 m di quota; e comunque in tutti i parchi dove abbiamo fatto safari, quando all’alba, mezz’ora prima del sorgere del sole, si parte su un fuoristrada aperto, già con il tettuccio sollevato per non perdersi i primi animali, e si è bardati come d’inverno o come in montagna, con pile, piumino cappello di lana e guanti, e si è talmente intirizziti che le prime fotografie non riesci quasi a scattarle perché se ti sfili i guanti perdi subito la sensibilità alle mani; e solo dopo una-due ore cominci piano piano a scaldarti e a toglierti qualcosa di dosso.

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Ruanda, Parco Nazionale dei Vulcani: semisommersi nella vegetazione della foresta equatoriale, scortati dai ranger armati al confine con il Congo, in marcia verso l’ incontro con i gorilla di montagna a 2700 metri s.l.m.

E poi l’Africa verde, l’Africa rigogliosa, fertile, così diversa dal deserto, dalla savana, dall’aridità di molti paesaggi che significano anche tragedie umane per siccità e carestie; l’ Africa di regioni che somigliano alla Toscana o alle campagne inglesi, come abbiamo visto in Kenya, in Uganda, in Ruanda, nelle piantagioni di the o di altre colture intensive; l’Africa equatoriale con le sue foreste che ti richiamano alla mente gli ambienti del “Cuore di tenebra” di J. Conrad, dove ti perdi fisicamente e mentalmente, come quando camminavamo in affanno per la fatica, il caldo e l’umidità alla ricerca dei gorilla di montagna al confine fra Ruanda, Congo ed Uganda, grondanti di sudore e in apprensione per la comparsa improvvisa di un possente maschio alfa con la sua schiena argentata …

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Un’altra sensazione strana l’abbiamo vissuta subito all’arrivo in Kenya, in piena notte, quando siamo stati accompagnati in un albergo alla periferia della città, vicino all’ aeroporto, dove all’alba avremmo avuto l’incontro con la guida-autista che ci avrebbe accompagnato nei parchi; alle prime luci del giorno ci siamo accorti, mentre facevamo colazione, che la terrazza del ristorante regalava un colpo d’occhio bellissimo su un’enorme distesa verde di vegetazione e di boscaglia. Si trattava del parco nazionale di Nairobi, non uno zoo ma un vero autentico parco nazionale alle porte della città, dove è possibile fare un safari con i grattacieli sullo sfondo e con gli animali liberi tanto quanto nei parchi a 300 km dalla capitale: questo rappresenta e simboleggia uno dei tanti contrasti e delle tante contraddizioni che colpiscono al cuore il turista viaggiatore, che si aspetta un’africa alla “mia africa” e non le giraffe e le zebre sullo sky-line di una metropoli da tre milioni di abitanti, dove l’incanto dell’ ambiente e della fauna selvatica si confonde con il rumore dei motori delle auto e dei camion sulle superstrade e sulle circonvallazioni..  ma tutto ciò è strano per noi, non per i locali, che vivono un’Africa in divenire, dove ai simboli del turismo vogliono associare anche l’idea di uno sviluppo, di un progresso del quale noi conosciamo tutti gli aspetti negativi mentre loro, al contrario, lo percepiscono come un obiettivo da raggiungere, costi quel che costi. E mentre noi ci commuoviamo, nei villaggi, a vedere le strade sterrate, la polvere, l’avventura da camel trophy, le capanne costruite col fango, i costumi tradizionali, i bambini che ci salutano stupiti mentre noi passiamo veloci sui nostri fuoristrada, in realtà la nostra stessa presenza, coi nostri vestiti alla moda, i nostri telefonini e smartphone, le nostre videocamere, i nostri occhiali da sole e i cappellini da baseball sono un inevitabile punto di non ritorno per ogni adolescente che cercherà in ogni modo di imitarci, di abbandonare il villaggio per cercare una nuova vita nella città con i miti del consumismo da raggiungere, magari in stile africano, con tutta la loro vivacità, i loro colori, il loro entusiasmo, il loro modo di vivere la socialità anche in mezzo alla strada, con la musica, la festa, le amicizie in mezzo al caos assoluto….

… e mentre noi andiamo a casa loro a cercare un improbabile shangri-la, un paradiso terrestre perduto, rimpiangendo la loro semplicità e l’essenzialità della loro vita, loro cercano di raggiungere il nostro stile di vita. Questa considerazione, questa contraddizione, non ci abbandoneranno mai, in ogni circostanza, nei nostri viaggi in Africa, ma non solo, ed è probabilmente una delle esperienze più significative che si riportano a casa ad ogni ritorno.

È uno dei tanti motivi perché, ad ogni ritorno, ci prende ancora più forte la voglia di rimetterci in viaggio; perché il mal d’africa non è un luogo comune, una frase fatta: si tratta di una malattia reale, una malattia piacevolissima dalla quale non si vorrebbe mai guarire né tanto meno farsi vaccinare, come per la febbre gialla, o prevenirne l’insorgenza come per la malaria. E io che sono un medico e di malattie me ne intendo, mi sento di consigliare a tutti il contagio da parte di questo meraviglioso virus.

Perché si soffre di mal d’Africa? ci possono essere tante spiegazioni, la prima delle quali è di tipo psicoanalitico: noi veniamo tutti dall’Africa, la razza umana è nata lì ed è partita da lì. All’ inizio eravamo pochissimi, un milione di individui al massimo, e poi siamo diventati quelli che siamo e abbiamo colonizzato tutto il pianeta: ma forse, come un elastico che si allunga e poi si deve accorciare, tutti noi sentiamo istintivamente, inconsciamente l’impulso di tornare al luogo delle origini. Esiste un luogo sacro per gli antropologi, è la Great Rift Valley, un enorme solco, una profonda ferita nel cuore della terra, provocato dallo spostamento dei continenti, che scende dal Libano e dalla penisola arabica da nord-est a sud-ovest e attraversa l’Etiopia, il Kenya, l’Uganda e la Tanzania per finire in Mozambico.

In questa grande valle è stato trovato lo scheletro di una delle nostre progenitrici, che adesso si trova al museo nazionale di Addis Abeba. È alta un metro e sette centimetri, ma è già un essere umano compiuto, è la nonna di tutti noi, è stata chiamata Lucy dai suoi scopritori, in onore di una canzone dei Beatles che veniva suonata alla radio durante gli scavi, Lucy in the sky with diamond. Come molti di voi sapranno, il titolo di questa canzone in realtà dissimula una sigla, LSD, che è la formula chimica di una famosa droga allucinogena che furoreggiava in quegli anni.

E mentre noi abbiamo reso omaggio alla nostra quadrisnonna ad Addis Abeba, e siamo rimasti muti e stupefatti di fronte alle gole di Olduvai, in Tanzania, uno dei siti più importanti per il ritrovamento degli australopitechi a cui apparteneva Lucy, e ancora, mentre spostandoci da Nairobi a Masai Mara abbiamo ammirato dall’alto della strada il grande solco della Rift Valley che tagliava a metà il Kenya, stupefatti di fronte alla grandiosità del paesaggio, un pensiero divertente e irreverente mi è venuto in mente: ovvero che dei seri scienziati, quali gli antropologi che rimarranno nella storia per le loro grandi scoperte sui nostri antenati e che hanno trovato lo scheletro di Lucy, hanno involontariamente legato l’origine della razza umana ad una droga allucinogena che ha simboleggiato una delle epoche più vivaci e trasgressive della nostra storia, quella degli anni ‘60 del secolo scorso.

Nelle immagini che abbiamo scattato ci siamo portati a casa l’Africa degli animali selvaggi, quindi un’ Africa classica e molto corrispondente alle aspettative, ma anche quelle scattate in un villaggio Masai: questa fiera e nobile popolazione locale ha ottenuto dal governo del Kenya il diritto di reinsediarsi nella riserva, da cui in origine erano stati scacciati, e di pascolare i propri animali nei confini della riserva, la qualcosa permette al popolo Masai di usufruire di qualche vantaggio dall’ utilizzo della riserva, a differenza di altri parchi nazionali che sono sotto la giurisdizione diretta del governo e che esclude completamente le popolazioni locali; qui stiamo parlando di uno dei luoghi simbolo di tutta l’africa naturalistica, alla pari del corrispettivo parco di Serengeti in Tanzania che in realtà è semplicemente la continuazione dello stesso territorio in un’ altra nazione confinante, ma con gli stessi paesaggi, le stesse atmosfere gli stessi animali che tutti gli anni compiono grandi migrazioni da sud a nord e viceversa, come celebrato in tanti reportage televisivi e in tante immagini sulle riviste di settore.

Addis Abeba, National Museum of Ethiopia: lo scheletro di Lucy, la nostra progenitrice. All’origine di tutto!

Mal d'Africa (14)

Kenya, Masai Mara, popolo Masai: grandi guerrieri e cacciatori, sanno fronteggiare bene anche i turisti armati di reflex e videocamere.

 E anche su questo argomento mi piace fare una considerazione: nella civiltà delle immagini, alle quali siamo esposti in continuazione spesso in overdose, tante volte io ho temuto di avere un impatto emotivo ridimensionato, nel momento in cui vedevo dal vivo i luoghi meta dei nostri viaggi, a causa del fatto di averne già visto centinaia, migliaia di immagini, di video, di resoconti; questa paura mi inquietava prima di visitare alcuni luoghi fra i più belli del mondo, come le rovine di Machu-Picchu in Perù, o come il Potala, la grandiosa residenza del Dalai Lama a Lhasa, la capitale del Tibet, o come di fronte alle cascate Vittoria al confine fra Zambia e Zimbabwe o quelle di Iguazù fra Brasile e Argentina; ma anche nei confronti degli animali selvaggi della savana, che qualcuno sicuramente avrà visto, seppure in circostanze molto tristi e deplorevoli, negli zoo-safari esistenti anche nelle nostre regioni: ma nulla di tutto ciò può minimamente valere l’impatto dell’esserci veramente, di vedere dal vivo luoghi, persone, animali, nel loro ambiente naturale, con tutto ciò che non potrà mai essere registrato su un nastro magnetico o su un supporto digitale come gli odori, i rumori sentiti con le proprie orecchie, le emozioni, la fatica, il sudore, anche l’inquietudine, alcune volte, la consapevolezza di non essere dentro un grande gioco, dentro uno zoo, perché ti trovi veramente faccia a faccia con un leone che non ha ancora fatto colazione, o un elefantessa con il proprio cucciolo da difendere e che può diventare all’ improvviso molto aggressiva. O lo stesso comportamento delle guide e dei piloti delle jeep, che spesso simulano la sicurezza indispensabile per far sentire a proprio agio i clienti mascherando un malcelato nervosismo per una situazione inaspettata o imprevedibile: come quando, in occasione di una delle tante forature di un pneumatico in un punto dove non era consentito scendere dalla jeep in quanto totalmente esposti alla presenza degli animali, siamo stati comunque obbligati, con nostra grande emozione, a scendere per permettere la sostituzione della gomma, e in quei pochi minuti, senza la protezione del mezzo meccanico, abbiamo realizzato che eravamo veramente lì, in mezzo alla savana, senza difese, estranei in un ambiente potenzialmente ostile, come uno sciatore fuoripista rispetto a quelli, magari solo pochi metri distanti, che scendono sulla pista battuta. In definitiva la sensazione di essere comunque solo degli spettatori, a casa di altre persone o nel regno di animali che meritano tutto il rispetto e la consapevolezza che non siamo dominatori. Anche questa è una grande lezione da portare con sé, soprattutto in quegli ambienti dove i predatori e gli altri grandi abitanti della savana e delle foreste sono a rischio di estinzione per la caccia perpetrata dagli esseri umani per profitto economico o per puro divertimento, o semplicemente per la riduzione dei loro spazi vitali conseguenza dell’espansione dell’urbanizzazione o dello sfruttamento delle terre. Molti degli animali che abbiamo visto e fotografato rischiano di estinguersi, a breve o a medio termine, e anche questa è una grande emozione, il privilegio di poter vedere qualcosa, assistere a delle scene di vita che magari in un futuro prossimo i nostri figli o nipoti, potranno solo rivedere sui nostri fragili supporti informatici, con lo stesso stupore ed incredulità con cui adesso guardano Jurassic Park o i documentari sui dinosauri.

Mal d'Africa (15)

Sudafrica: scolaresca a Città del Capo; sui muri della scuola testimonianze di storia recente dell’apartheid

Parlare solo della natura, dei parchi nazionali, degli animali, può dare l’impressione di un atteggiamento snobistico, superficiale, elitario: purtroppo non solo oggi ma da molto tempo, da secoli, l’Africa è un continente segnato da tragedie umane spaventose, dall’ epoca della deportazione degli schiavi fino al colonialismo e al post-colonialismo che forse ha fatto danni ancora maggiori, per finire con l ‘ “invasione” cinese (land grabbing e non solo) e con il tentativo da parte dei fondamentalisti islamici di soggiogare il corno d’ Africa a est e il territorio maghrebino e sub-sahariano.

Mal d'Africa (16)

Uganda, ragazzo con machete; cresce in fretta, ha nelle mani il suo destino: di guerra, di pace o di violenza? 

Mal d'Africa (17)

Uganda, venditrice al mercato sulla strada per Kampala, piramidi di pomodori sul ciglio della strada.

Il Kenya e l’ Uganda sono le due nazioni che contribuiscono in modo più rilevante, numericamente, alle interforze militari del continente che cercano di arginare i fondamentalisti di Al-Shabaab in Somalia e questo ha provocato numerose ritorsioni contro i civili di questi paesi, anche in tempi molto recenti; noi abbiamo avuto modo di venirne a conoscenza quasi direttamente, con due episodi simili in tempi molto vicini ai nostri viaggi in Uganda e Kenya: un mese prima del nostro arrivo a Kampala, quando una bomba in un locale dove trasmettevano le immagini del Mondiale di calcio in Sudafrica fece più di cento vittime; la seconda volta poco dopo il nostro rientro da Nairobi: al ritorno alla capitale da Amboseli siamo stati accompagnati ad un albergo in attesa della partenza dell’ aereo per l’Europa, all’una di notte; in questi casi si dispone di una stanza ove si può riposare, farsi una doccia, rimettere in ordine i bagagli prima della partenza; la nostra guida, salutandoci per l’ultima volta, ci disse che se volevamo sfruttare ancora qualche ora, potevamo girare un po’ per Nairobi, ma con molta cautela, in quanto è una città abbastanza pericolosa, quindi con tutte le precauzioni del caso, vestiti male, con pochi soldi addosso e senza dare nell’occhio; se volevamo correre meno rischi, avremmo potuto invece attraversare la strada e fare un giro nel centro commerciale davanti all’ albergo: era nuovissimo e se ci mancava ancora qualche acquisto dell’ultimo momento, l’ultimo souvenir mancante, lì avremmo trovato di tutto. Alla fine eravamo stanchi e non ci siamo mossi dall’albergo. E dopo tre mesi, quando abbiamo sentito la notizia dell’assalto a un centro commerciale di Nairobi con tutto ciò che ne è seguito (circa settanta vittime), ho guardato su Google la mappa della città e la localizzazione del nostro albergo, e ho scoperto che era esattamente davanti a quel centro commerciale: tre mesi più tardi e con un regalo ancora da comprare, ci potevamo essere anche noi.

Questa storia non significa nulla di più se non che il pericolo può essere ovunque, basta essere nel posto sbagliato nel momento sbagliato, ma il posto sbagliato può essere anche quello meno prevedibile, pensiamo a New York l’11/9/2001, alla metro di Londra quando c’è stato l’attentato nel 2006 o quelli più recenti in Francia e Germania: ma una cosa del genere potrebbe anche succedere a casa nostra, a Milano o in qualunque altra città. E se uno pensa a un posto pericoloso in Kenya, semmai pensa alla costa, dove ogni tanto assaltano i turisti per rapinarli, o al nord, vicino al confine con la Somalia, dove puoi imbatterti in bande di predatori o di terroristi. Questo aneddoto, in definitiva, serve anche a ricordarci che mentre gli animali non sono cattivi per sadismo ma semplicemente possono essere pericolosi perché per istinto sono programmati a cacciare per vivere o comunque a difendere se stessi e i loro cuccioli quando si sentono minacciati, l’uomo invece può manifestare cattiveria pura, sadismo, crudeltà e auto compiacimento delle proprie efferate imprese, come, per esempio, a proposito del massacro degli elefanti per il commercio dell’ avorio, o come si potrebbe parlare a lungo, ma non è certo il momento per farlo, di tutte le storie tragiche di guerre civili etniche, religiose, economiche che hanno insanguinato il continente africano negli ultimi decenni.

Quindi, in definitiva, anche se può sembrare un po’ snobistico dedicarsi all’osservazione degli animali quando nell’Africa degli uomini ci sono situazioni tragiche che meriterebbero interventi fino all’ultima goccia di energia a disposizione, in realtà il mondo degli animali ci può dare lezioni di vita senza pari, senza cadere nella retorica del libro della giungla o nell’inganno della natura idilliaca che assolutamente non esiste; le leggi della natura sono le più spietate al mondo, poiché sono basate sulla logica della sopravvivenza pura, ma proprio per questo, come dicevamo prima, del tutto esenti da sadismo o crudeltà. Se si ha la fortuna, o per altri versi la sconvolgente esperienza di assistere ad una scena di caccia animale, di quel tesissimo gioco fra predatori e prede che quasi sempre non finisce in pareggio, ma con la vittoria dell’uno e la morte dell’altro, si è spettatori di uno dei più drammatici spettacoli cui si possa assistere. Spesso ci si immedesima nella sorte delle vittime e si fa il tifo che almeno per una volta possano sfuggire al leone o al ghepardo, ma il coinvolgimento umano è del tutto parziale ed ingiusto, perché dall’ altra parte, ribaltando i punti di vista, ci sono dei cuccioli di leone o di ghepardo che moriranno se la madre non riuscirà a catturare la preda. Quindi da qualunque punto di vista la si voglia guardare, la natura è crudele, e questo è il motivo per cui è sufficiente e gratificante la sola visione degli animali in quiete, anche se non si riesce a portarsi a casa le immagini delle scene di caccia che tante volte si vedono in tv, e spesso anche in foto e video amatoriali di turisti come noi, che suscitano emozione ma anche sgomento e raccapriccio negli animi più sensibili.

Però, se si riesce a ragionare a mente fredda, io penso comunque che guardare un qualunque telegiornale o video su internet di un qualsiasi episodio di guerra, di terrorismo, di mafia, camorra, violenza privata, sadismo, serial killer, fondamentalisti religiosi e tutte le altre varietà della follia umana, tutto questo possa far ricredere anche sulla drammaticità delle immagini di vita nella savana. Dove l’immagine che alla fine si porta a casa più volentieri è quella di mamma leonessa che pulisce il muso del cucciolo leccandolo continuamente, e se questi non fosse d’accordo, la mamma risolve tutto con una poderosa zampata che lo stende al suolo.

Mal d'Africa (18)

Etiopia, giovane discepolo della dottrina copta in una delle chiese ipogee di Lalibela

Mal d'Africa (19)

Etiopia, pastore sugli altipiani dell’acrocoro

Mal d'Africa (20)

Etiopia, pellegrine si riposano in prossimità del Monastero di Debre Libanos

Tanzania 2006

 Eccoci a parlare della Tanzania, un viaggio che ci ha permesso di fotografare l’Africa sotto un mare di nuvole dal suo punto più alto, alle otto in punto di mattina di una interminabile giornata che in sette ore di marcia ci ha portato a toccare i residui ghiacciai del Kilimanjaro, la montagna più alta del continente. Un enorme vulcano spento alto quasi 6000 metri, con la vetta scintillante per i ghiacciai che purtroppo negli ultimi anni si stanno riducendo per i cambiamenti climatici; ma proprio in questa immagine super-classica si nasconde già qualcosa di anomalo, di inaspettato: questi ghiacciai sulla vetta del Kilimanjaro sono un aspetto dell’ Africa che sicuramente, ai tempi delle grandi esplorazioni, nessuno si aspettava che esistesse, tant’è vero che il primo esploratore europeo a vederli, a metà ottocento, non è stato creduto per decenni. Tutti pensavano avesse avuto delle allucinazioni o che fosse un visionario o un bugiardo; nessuno poteva credere che proprio a ridosso della linea dell’equatore potessero annidarsi ghiacci eterni, semmai di competenza delle nostre Alpi, non certo del*l’Africa nera… e questo probabilmente è stato il più colossale dei luoghi comuni a dover essere smentito; ma forse un giorno non troppo lontano, fra pochi decenni, quando l’effetto serra avrà completato la sua opera, esisteranno nuovamente solo nel ricordo e nelle immagini di chi come noi ha avuto il privilegio di arrivarci ancora in tempo.

E dopo la salita del grande vulcano, una settimana di meritato riposo e di fotosafari nei parchi nazionali, fra i più celebri di tutto il continente, da Serengeti al cratere di Ngorongoro passando per Tarangire e Lake Manyara. Si può definire una vacanza perfetta, perché in due settimane ci ha permesso di unire due nostre grandi passioni, quella per la montagna, il trekking e l’alpinismo da una parte, e quella per la natura dall’ altra, in particolare per quell’Africa che viene definito un virus che provoca un contagio cronico e incurabile, che non pregiudica la qualità di vita salvo che in caso di astinenza prolungata dalla possibilità di ritornarci. Quel mal d’Africa che è tutt’ altro che un luogo comune, ma in questo caso corrisponde a pura verità. Se poi alle due passioni suddette si affianca quella per la fotografia, il risultato è un cocktail eccezionale di emozioni e di ricordi. La Tanzania è stata per noi la porta d’ingresso per l’Africa, il primo viaggio importante nel continente dopo un fugace passaggio in Marocco qualche anno prima; ma lì è nordafrica, bella ma completamente diversa dalle regioni centrali, equatoriali.

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salendo alla vetta del Kilimanjaro, l’alba illumina le nuvole e il vulcano secondario di Mawenzi

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Serengeti National Park, due zebre di Burchell si scambiano carezze e le ultime notizie

Un lungo viaggio passando da Amsterdam, un’assurdità volare a nord per poi scendere a sud, ma così bisogna fare per non pagare cifre folli! Poi ancora uno scalo tecnico a Nairobi, infine un piccolo aereo turistico che ci ha regalato il primo sguardo ravvicinato sulla nostra montagna per farci atterrare infine a Moshi, base di partenza per tutte le spedizioni di trekking e alpinismo. Subito tutta l’atmosfera che ci immaginavamo e che avremmo respirato molte altre volte in seguito: i colori, la gente, la vita vissuta per strada, una povertà discreta e dignitosa, bambini perennemente in movimento, selvaggi nella polvere, nel fango, in mezzo alle vie e alle piazze, nei mercati, lungo i rii. Chiese e moschee a poca distanza senza problemi di convivenza, e all’epoca era ancora fresco il ricordo dell’11 settembre, ma non si immaginava ancora quello che sarebbe arrivato dopo.

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MOSHI, TANZANIA: sartoria “on the road”, vita vissuta sulla strada

Il giorno dopo si sale sul pulmino dell’agenzia locale, insieme ai portatori e alle guide che è obbligatorio assoldare in base alle normative vigenti nel parco, ovviamente per garantire un adeguato guadagno alla popolazione locale, oltre che per motivi di sicurezza e di protezione per i trekkers; può sembrare strano, ma sul versante nord della montagna, quello che guarda verso il confine col Kenya, ci sono alcune vie di salita, peraltro più impegnative e mal tracciate, ma soprattutto è necessario avere una scorta armata per il rischio di venire aggrediti e rapinati da bande di predoni; sul versante sud, dove si concentrano le vie più frequentate, vi è maggiore sicurezza, ma è comunque obbligatorio affidarsi a qualcuna delle innumerevoli agenzie che organizzano la salita a costi diversi e con logistica più o meno spartana. Il nostro trekking inizia tre chilometri prima del previsto in quanto il pulmino si impantana nel fango nonostante lunghi tentativi di sbloccare la situazione, per cui alla fine ci si carica addosso i bagagli e si raggiunge la porta d’ ingresso della Via Machame. Si è scelta questa, anziché la più frequentata e veloce Via Marangu, in quanto quest’ultima è fin troppo diretta e veloce e non garantisce un’adeguata acclimatazione, col paradosso di un tasso di insuccessi del 60-70% per chi la affronta a causa del mal di montagna. La nostra guida italiana, Marco Cunaccia di Alagna Valsesia, ci porta invece su una via più lunga, molto più spettacolare perché taglia con un lunghissimo traverso tutto il versante sud del vulcano. Ci farà accampare 4 notti a 4000 metri e oltre per migliorare il più possibile l’acclimatazione che comunque non sarà mai adeguata per la quota della vetta, appena meno di 6000 metri. Pochi giorni per arrivare in cima, quando in Himalaya per arrivare a quote analoghe si possono impiegare anche 8-10 giorni o più, con aspettative molto migliori per non soffrire l’ipossia.

Questo ragionamento medico-alpinistico non rimane nel limbo delle speculazione teoriche, perché abbiamo sperimentato in pratica con due episodi, uno drammatico, l’altro meno, la veridicità del problema: innanzitutto su 10 persone del gruppo, siamo arrivati in vetta solo in tre, nonostante la via più lunga e la salita più graduale, per scarsa acclimatazione degli altri sette, e questo ha rappresentato solo un fastidio e un dispiacere per i protagonisti che non ce l’ hanno fatta; il secondo episodio, drammatico e che mi ha coinvolto come medico, ha avuto come vittima una ragazza olandese, appartenente ad un altro gruppo, che dopo essere stata male tutta la notte, nella sua tenda, con sintomi di edema polmonare e di edema cerebrale alla quota nemmeno elevatissima di 4000m, alla mattina era in coma. Quando sono stato avvisato della situazione, nonostante le abbia praticato tutti i farmaci che avevo con me per queste circostanze, non si è ripresa, e dopo un vano tentativo da parte dei portatori di farla scendere legata a una barella improvvisata di tronchi d’albero a bassa quota praticamente di corsa (la qual cosa ha escluso che io potessi stargli dietro, dal momento che, analogamente agli sherpa nepalesi, questi sono allenatissimi e velocissimi), è morta poche ore dopo. Se si legge la Lonely Planet, la “bibbia” delle guide per i giovani viaggiatori low-cost, si scopre che almeno una persona all’ anno fa questa fine.

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UHURU PEAK – KILIMANJARO 5895 metri s.l.m., in vetta all’ Africa alle ore 8 di mattina dopo 7 ore di marcia

Ci sono poi anche aneddoti tragi-comici, come la scena cui abbiamo assistito in vetta, di un escursionista-turista (non oso definirlo alpinista) giapponese che, stremato e sofferente per l’ ipossia, è stato letteralmente trascinato fin sotto il cartello di vetta da due portatori, ognuno dei quali  lo reggeva sotto un’ ascella, coi piedi che penzolavano dietro… tutto per la foto di vetta, senza la quale probabilmente non avrebbe avuto nemmeno il coraggio di tornare in patria ad affrontare il sarcasmo dei familiari e dei colleghi di lavoro…

Per noi non ci sono stati problemi, e abbiamo potuto goderci in pieno la salita e la varietà di paesaggi e panorami totalmente diversi a seconda della quota: la foresta equatoriale dall’ inizio del trekking fino a 3000 metri, immersi in una giungla quasi impenetrabile ai raggi del sole, con umidità del 100% e ore di marcia immersi nella nebbia e nelle nuvole.

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PRIMO GIORNO DI SALITA: fango, nebbia, caldo, umidità nella foresta equatoriale a 3000 metri di quota

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SECONDO GIORNO DI SALITA: Barranco Hut, campo tendato a 3950 metri sulla roccia lavica

A seguire una steppa con vegetazione sempre più piccola e bassa, poi, attorno ai 3500-4000m la fascia dei seneci, piante grasse uniche al mondo in un habitat limitato al Kilimanjaro e al Ruwenzori in Uganda, di dimensioni inverosimili, fino a tre-quattro metri di altezza; quindi il terreno lavico, roccioso, scuro che toglie ogni dubbio sull’ origine vulcanica del “Kibo”.

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le guide e i portatori locali sono i veri eroi del Kilimanjaro, analogamente agli “sherpa” nepalesi.

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alle 7 del mattino nuvole di umidità salgono dal fondo ghiacciato e fuoriescono dalla caldera della bocca principale del vulcano, a 5800 metri circa, siamo ancora a tre quarti d’ora dalla vetta.

Infine la vera percezione del vulcano, quando dopo 6 ore di cammino si arriva, all’ alba, sul ciglio sommitale e finalmente si intuisce che non siamo su una montagna “normale” con le pareti e la vetta, ma sul bordo di un enorme anfiteatro con la caldera della bocca principale del vulcano nella sua parte centrale, con il fondo ricoperto di ghiacciai; per arrivare sul punto più alto, bisognerà camminare ancora tre quarti d’ ora sempre sul ciglio del cratere, fino a quando il cartello di vetta toglie ogni dubbio sulla quota massima raggiunta. Si arriva alle 8 di mattina, con un vento tesissimo con raffiche a 60km orari, e già sotto di noi l’Africa è invisibile per il mare di nuvole che la ricopre fino a dove si riesce a guardare, a 360 gradi. Si era iniziata la giornata con il prologo di una cena abbondante alle sei del pomeriggio precedente, poi qualche ora di sonno (per chi ci riusciva ..) in tenda fino a mezzanotte, quando si faceva una veloce colazione e si partiva all’una, con 12 gradi sottozero reali ma almeno -20 percepiti a causa del vento già teso, lampade frontali, terreno un po’ scivoloso e umido, qualche raro passaggio di 1° grado assolutamente non impegnativo se non per il freddo e i movimenti impacciati. Il primo sole paradossalmente abbassa ancora la temperatura quando siamo più esposti al vento sull’orlo del cratere; i ramponi e la piccozza fanno una gita turistica sulla nostra schiena, non si tocca neve né ghiaccio se non spostandosi un poco dal sentiero per farci qualche foto in un campo di “penitentes”: fino a pochi anni fa prima si calzavano i ramponi ben prima di arrivare sul ciglio sommitale, fra qualche anno si potrà salire con le scarpette da ultratrail, e allora i racconti dei primi esploratori sulle nevi del Kilimanjaro diventeranno nuovamente motivo di incredulità e di commenti ironici sulla quantità degli alcolici portati in vetta.

Dunque quasi sette ore per 1330m di dislivello in salita, poi la lunga faticosa discesa che mette a dura prova la schiena con zaino, piccozza e ramponi inutilizzati, e le ginocchia; si scende per 2700m di dislivello con diverse pause per bere un po’ di the zuccherato, poi finalmente alla 5 di pomeriggio si arriva all’ ultimo campo dove si mangia alla grande, si dorme senza problemi di acclimatazione e di ipossia; alla mattina altri 1500m abbondanti di discesa, con i portatori che ci passavano a fianco e ci sorpassavano di corsa con carichi di 20-25 chili sulle spalle, con scarpette tipo da tennis con le suole liscie. Compiono la salita anche 5-6 volte all’ anno, le guide salgono sempre fino in vetta con i clienti, i portatori si fermano all’ ultimo campo a 4500 metri con tutto il loro carico: sono loro i veri eroi del Kilimanjaro.

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In conclusione di questa settimana la sensazione di una avventura bellissima, assolutamente non una grande impresa dal punto di vista alpinistico, ma neanche poi così banale per la lunghezza complessiva, per il dislivello e per la rapida salita ad alta quota; in tutto abbiamo camminato per 100km e con 5500m di dislivello positivo e negativo. Abbiamo salito la montagna più alta del continente africano; secondo i locali, la più alta montagna del mondo isolata da altre montagne e da massicci montuosi, e probabilmente è anche vero, visto che si innalza solitaria sull’ altipiano centrale, senza altri rilievi per centinaia di chilometri.

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Tanzania, un momento di quiete per gnu e zebre nel Nogorongoro Crater Conservation Area: un paradiso terrestre per noi, un’ arena spietata per loro, terreno di gioco dell’ eterno duello fra prede e predatori.

Dopo la fatica, una settimana di riposo “dinamico”, con sveglia sempre alle sei di mattina per iniziare i raid in fuoristrada per i fotosafari nei parchi nazionali del nord, i più famosi, anche se ce ne sono di bellissimi nel centro-sud, probabilmente ancora più integri e selvaggi e con meno ricezione turistica; ma come primo approccio all’ Africa degli animali e della natura, sicuramente indimenticabili. Serengeti, di cui anni dopo abbiamo visto la prosecuzione in Kenia, con Masai Mara, il cratere di Ngorongoro, altro colossale vulcano molto più grande del Kilimanjaro, ma che a differenza di questo, è collassato su stesso mantenendo solo la base di circa 2200m di altezza e un colossale bacino del cratere, di 20km di diametro; un piccolo paradiso terrestre, celebrato in centinaia di filmati e foto, forse fin troppo percorso da fuoristrada; inevitabilmente, data l’unicità dell’ambiente.

E ancora i più piccoli, ma altrettanti belli di Tarangire e Lake Manyara. Un primo approccio al fotosafari, con attrezzature “eroiche”, con teleobiettivi meno potenti e di minor qualità di quelli dei professionisti, in una stagione ancora fredda per il periodo e con minore presenza di animali rispetto al previsto, anche perché si era privilegiato il momento migliore per la salita alla montagna; un’ immagine del continente sicuramente abusata e stereotipata, molto poetica, romantica, letteraria e cinematografica; un’ immagine che non basta a raccontare la complessità dell’ Africa odierna e degli ultimi decenni.

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Tanzania, Serengeti National Park: l’ippopotamo è l’animale più pericoloso per l’uomo di tutto il continente

Ad esempio, la Tanzania, che per molti aspetti è ancora una nazione abbastanza tranquilla da visitare e stabile dal punto di vista delle tensioni etniche, politiche, religiose e sociali, è una delle maggiori responsabili del rischio di estinzione degli elefanti, per l’eclatante complicità e per il lassismo nel combattere i bracconieri che uccidono gli animali per vendere, principalmente, l’avorio delle zanne, così come i corni dei rinoceronti. E’ un problema drammatico, tale per cui chiunque desideri vedere ancora in libertà questi meravigliosi animali, non deve perdere tempo. Ora sembra, con tutte le perplessità d’ obbligo, che con la nuova presidenza ed il nuovo governo tanzaniano le cose potrebbero cambiare, forse troppo tardi, e sempre con pochi mezzi rispetto a quelli messi in campo dalla controparte. Anche questo fa parte dell’Africa, che da sempre nel bene e nel male rimane un continente unico per contraddizioni, splendori e tragedie, umane e animali. Al di là della retorica e dei simboli obsoleti e forse anche un po’ patetici che richiamano alla “Mia Africa”, si pensi che anche Kuki Galliman nel vicino Kenya ha rischiato la vita in un attentato chiaramente generato dalla sua posizione di difesa dell’integrità e della conservazione dell’ecosistema. Tutto è legato ad interessi economici, oltre che alle ben note componenti etniche e religiose. Così va il mondo e l’Africa non è da meno.

RINOCERONTE, GHEPARDO, LEONE, ELEFANTE, LEOPARDO: cinque specie a rischio di estinzione.

Uganda e Ruanda

I tanti motivi per andare (e ritornare) in Africa.

Turistici, paesaggistici, naturalistici, umanitari. Anche i ricordi storici, seppure macabri, che pure hanno segnato la storia recente del nostro mondo, come Idi Amin in Uganda, uno dei più spietati, crudeli e sanguinari dittatori dell’epoca moderna; e il massacro etnico fra hutu e tutsi in Ruanda, ferita aperta nella coscienza anche e soprattutto di noi occidentali che siamo stati testimoni passivi se non addirittura parte in causa attiva in nome di interessi politici ed economici. Ma soprattutto situazioni uniche al mondo fragili e a rischio di scomparsa a breve termine così come la minacciata estinzione di tante straordinarie specie animali, i leoni, gli elefanti, i rinoceronti, nel nostro caso i gorilla di montagna. Animali bellissimi, insieme agli scimpanzé i nostri parenti più stretti, coi quali condividiamo il 98% del patrimonio genetico. Ne sono rimasti 700 circa, di gorilla di montagna. In una ristretta area geografica compresa in un triangolo al confine fra Uganda, Ruanda e Congo. Le prime due nazioni da molti anni hanno imparato a proteggerli e tutelarli, se non per bontà umana, quantomeno per il valore economico che la loro salvaguardia crea in termini di afflusso turistico. In Congo purtroppo, una nazione in preda al caos e alla guerra civile perenne, sono a rischio di estinzione perché li uccidono per crudeltà, per gioco, per fame o per interessi economici di bassissimo spessore, come la vendita delle zampe per farne dei portacenere per i salotti buoni di ricchi stravaganti e crudeli.

Si va in Uganda col desiderio di conoscere i nostri cugini più stretti, poi si scopre un paese meraviglioso, come sempre in Africa. Si scopre il Nilo bianco le cui sorgenti, dal lago Vittoria, hanno costituito una sfida per tanti esploratori che hanno impiegato anni e talvolta anche la vita nella loro scoperta, quel Nilo bianco che più a nord, nel Sudan, si unisce a formare il grande Nilo fondendosi con le acque del Nilo azzurro che abbiamo navigato in un precedente viaggio in Etiopia.

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Uganda, Jinja, Lago Vittoria.

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Etiopia, in navigazione sul lago Tana. Esattamente dai due punti che abbiamo fotografato hanno origine, rispettivamente, il Nilo bianco ed il Nilo azzurro. Poi il grande Nilo.

Si scopre un paese verde, fertile, nel solco della parte occidentale della Great Rift Valley, con laghi vulcanici e montagne ricoperte di vegetazione che sono già il preludio alla grande foresta equatoriale del Congo. Si lascia ad est il paesaggio idilliaco della savana, alla “mia Africa”, per addentrarsi ad ovest nel mistero inquietante delle grandi foreste rigogliose, umide, che oscurano la luce del sole e che per chi ama la letteratura rievocano gli scenari del “Cuore di tenebra” di Conrad. Si naviga, anche qui, sulle acque del Nilo, su barconi piatti che potrebbero essere ribaltati in pochi secondi dagli ippopotami che gli passano a fianco e sotto fortunatamente con poco interesse ad un contatto fisico che per noi sarebbe micidiale, si naviga a poche decine di metri dalle sponde del fiume ove sonnecchiano i maestosi coccodrilli del Nilo, immobili con le fauci sempre aperte, i più grandi del mondo, che arrivano a lunghezze di 6-7 metri e a 900kg di peso.

Si naviga fino al fronte delle maestose cascate di Murchison, ancora oggi raggiungibili solo a piedi. Si viaggia a lungo sui Toyota land cruiser per i consueti safari africani, sorpresi di una popolazione di animali non così numerosa come ci si aspetterebbe, perché gli animali autoctoni erano stati tutti sterminati dalla soldataglia del dittatore Idi Amin, per noia, per gioco, per mangiarli perché anche i soldati morivano di fame…e poi passo dopo passo le savane e le praterie sono state ripopolate con esemplari acquistati dalle nazioni vicine.

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Uganda: navigando sul Nilo bianco in prossimità delle Murchison Falls, lui a poche decine di metri sulle sponde

In compenso l’Uganda è un vero paradiso per i bird-watchers, con il maggior numero di specie di uccelli di tutto il continente. Si viaggia immersi nelle nebbie alle pendici del Rwenzori. la terza montagna più alta del continente, che meriterebbe da sola un viaggio per una impegnativa meta alpinistica. Si viaggia sempre stupiti di una terra verde, fertile, un paese non certo ricco né particolarmente progredito rispetto ad altri, ma dove non abbiamo visto miseria estrema né problemi evidenti di fame o di sopravvivenza precaria; anzi talvolta ci sembrava di entrare nel mitico shangri-la, constatando condizioni di vita semplice, ma di autosufficienza e con il solito equivoco di noi turisti occidentali che faticavamo a capire che questa vita tranquilla, quasi primordiale che tanto ci affascina, è agli antipodi delle aspettative e delle speranze di tanti giovani e giovanissimi che tendono invece a riversarsi nella metropoli, la capitale Kampala. Là perseguono il miraggio di un maggior benessere economico e dei simboli universali di autogratificazione quali cellulari, motociclette, vestiti, musica, alcol, fumo, il tutto condito con quella caratteristica africana di caos, colori, suoni e rumori, di vita vissuta per strada, che rendono unica l’Africa così come tutto il mondo extra occidentale, dal Nepal al Sudamerica.

E poi…ci sono i nostri cugini, che erano un po’ la finalità principale del nostro viaggio. Si comincia con gli scimpanzè dal parco nazionale di Kibale, con un facile trekking di un’ora nella foresta, una camminata rilassante, in piano, per cominciare a sentire risuonare nell’aria rumori, grida, richiami di ogni genere, a 360 gradi, per terra e per aria. Poi, finalmente, li vediamo. Sono in assoluto i nostri parenti più stretti, con il 98,77% del patrimonio genetico condiviso. Sono incredibilmente simili a noi, negli atteggiamenti, negli sguardi, nei comportamenti sociali: sono rissosi, polemici, casinisti, territoriali, autoritari, gerarchici, gli piace risolvere ogni diatriba con uno scontro fisico e sonoro; si compiacciono quando vincono, con la coda tra le gambe se perdono, ma sembra quasi che accampino scuse per la sconfitta e già meditano la rivincita…. sembra di ricordare qualcuno, sembra una descrizione abbastanza familiare, non è vero? talora sono anche inquietanti, perché, esattamente come gli umani, possono essere estremamente violenti nei loro scontri, fino addirittura alla morte dell’avversario, soprattutto nelle contese tra maschi per il dominio del branco.

Uganda, scimpanzé nel Parco Nazionale di Kibale

Ti guardano con uno sguardo tenebroso, quasi ostile da parte dei maschi capi-branco, e per un attimo ti viene in mente il film “Il pianeta delle scimmie”, perché sorge veramente spontaneo il quesito di quanto poco ci vorrebbe per arrivare al livello umano, ammesso che non siamo già sufficienti noi! Però, se si guardano con attenzione le foto, vedete lo sguardo, vedete la mano a 5 dita con il pollice in opposizione alle altre 4 dita, che significa la possibilità di maneggiare oggetti e di fabbricare utensili, e allora viene anche in mente un’altra scena memorabile, quella iniziale del film “2001 Odissea nello spazio”, quando il nostro cugino utilizza come arma un osso e poi lo lancia nello spazio, e diventa qualcos’ altro da ciò che era fino a prima…

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Incontro ravvicinato: si muove come noi, guarda come noi, usa le mani come noi, ma cosa penserà di noi?

Si esce quindi dalla riserva di Kibale con un mix di emozioni, inquietudine, incredulità per le straordinarie similitudini con il genere umano, e poi la consapevolezza di quanto noi occidentali siamo fortunati rispetto alla gente locale, quando veniamo a sapere da Rita, la ragazza che ci accompagna nel viaggio, che oltretutto all’ epoca era studentessa in biologia, che lei non aveva mai potuto vedere gli scimpanzé perché il costo dell’ ingresso nella riserva per lei era proibitivo; e alla fine del viaggio la sostanziosa mancia che le abbiamo lasciato riponeva anche la speranza che potesse servire per coronare quel suo sogno.

Si proseguiva quindi il viaggio, stretti in 7 persone su un land cruiser con i bagagli, con la guida, una ragazza cattolica, ed il pilota, un ragazzo musulmano, fianco a fianco per ore e ore sui sedili della jeep, nelle pause a tavola con noi nelle locande lungo la strada, forse addirittura anche nelle camerate comuni per le guide di notte nei lodge e negli alberghetti di strada: un esempio di integrazione che vale mille parole, così come lo stupore di entrambi quando gli chiedevamo se non avevano problemi con le loro religioni: e ci rispondevano facendoci vedere, lungo le strade, chiese e moschee vicine a pochi metri le une dalle altre.

E tutto questo è pericolosissimo per l’ISIS ed è quanto l’integralismo sta cercando di distruggere nell’ Africa multietnica e multireligiosa, come testimonia l’attentato in un bar di Kampala un mese prima che noi partissimo, costato la vita a 130 persone che stavano guardando una partita dei mondiali di football su un megaschermo.

Per le strade di Kampala, capitale dell’Uganda, grande metropoli africana: caos, colori, vitalità, energia, mercati, polvere, traffico ingestibile, musica, religioni diverse, tolleranza e buonumore.

E allora il viaggio è proseguito fino alla frontiera con il Ruanda, una frontiera terrestre assolutamente non turistica, dove si ha netta la percezione che in certe parti del mondo puoi ritrovarti in qualsiasi momento alla mercé di persone con una divisa addosso e con una pistola in mano che diventano padrone della tua vita; noi eravamo con un viaggio organizzato e abbiamo passato solo un’ora di disagio e d inquietudine, ma da soli sarebbe stata tutta un’ altra storia, e sicuramente una bella mazzetta di dollari che cambiavano di tasca alla luce del sole per poter uscire da quella terra di nessuna che è una dogana africana … e poi ancora via verso i monti Virunga, il parco nazionale dei vulcani, territorio condiviso con l’ Uganda a nordest e con il Congo a nordovest.

Ruanda, dove inevitabilmente e con una certa curiosità morbosa si cercavano negli occhi delle persone tracce psichiche, fisiche della tragedia di vent’ anni prima, e ricevendone solo sguardi imperscrutabili, che sicuramente nascondevano storie inenarrabili e inesplicabili. Ruanda, paese ad altissimo tasso di sviluppo, nonostante e forse anche in conseguenza della strage etnica.

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Ruanda: grande impegno in salita, un mercato da raggiungere, tanta fatica ma c’è ancora il tempo per un sorriso.

Ruanda, dove i gorilla di montagna sono protetti e dove convergono visitatori da tutto il mondo per questo incontro emozionante. I nostri secondi cugini condividono con noi il 97,7% del materiale genetico. Ne sono rimasti all’ incirca 700 esemplari. Vivono in alta montagna, immersi nell’ umidità e nella nebbia alle pendici di queste montagne vulcaniche che superano i 4500m di quota. Ci si sveglia all’ alba, le jeep ci portano all’ ingresso del parco a circa 2000m, si selezionano i gruppi in base all’ età e all’ attitudine fisica alla marcia e allo sforzo perché alcuni gruppi di gorilla sono più vicini, altri più nascosti in alta quota. Noi 5, più due ragazzi spagnoli, veniamo stimati molto abili perché ci destinano al gruppo più lontano.

Camminiamo tre ore per circa 700m di dislivello, lasciamo campi coltivati a terrazzamenti ben ordinati, accompagnati da guardie armate di kalashnikov, mentre camminiamo già fradici di sudore riceviamo le prime istruzioni ed un sommario esame medico perché se qualcuno avesse il raffreddore deve dirlo adesso e verrà riaccompagnato al lodge e avrà diritto al rimborso del costo del gorilla-traking. perché uno sternuto o un colpo di tosse può essere fatale con la trasmissione di virus o batteri per noi innocui ma per loro letali.

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Senza che quasi ce ne accorgiamo il paesaggio cambia, si suda ancora di più e all’improvviso ci si trova nel cuore della foresta equatoriale; vegetazione esuberante, ad altezza d’uomo, liane, alberi alti 10-15 metri che oscurano il cielo, torbiere, marcia nel fango fino a 2700 m. Il primo gorilla ti guarda di soppiatto da dietro un cespuglio di foglie, assolutamente non spaventato, abbastanza abituato alla presenza umana; un silverback non ci degna di uno sguardo entrando in una foresta di bamboo, il dorso ha il pelo argentato in segno di anzianità e di autorità. Sono alti fino a 220 cm e pesano fino a 200-230kg. I cuccioli sono curiosissimi, verrebbero vicino a toccarci e a giocare se non fosse che da una parte le loro mamme, dall’altra le nostre guide ci impediscono ogni contatto fisico, per evitare contagi pericolosi di microorganismi e reazioni aggressive dei genitori per proteggere i piccoli. Si osserva la loro vita, sono ancora più umani, se possibile, degli scimpanzé. Hanno una socialità elevatissima, scandita da tempi, rituali, norme fatte rispettare dai maschi alfa, i capibranco. C’è il tempo del risveglio, della colazione, della pulizia e dell’igiene, del gioco per i cuccioli, del pranzo, del riposo, della ricerca del posto migliore per dormire e per cercare cibo il giorno successivo.

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Ognuno ha il suo ruolo, il capobranco, i giovani maschi subordinati, le femmine con i cuccioli, ognuno rispetta la gerarchia. Guardi i loro occhi, osservi il loro sguardo, poi noti le mani, anche loro, come gli scimpanzé, hanno il pollice che si oppone alle altre dita, solo loro, gli altri primati e noi umani.

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Sono momenti da vivere secondo per secondo perché si rimane tassativamente un’ora e non un minuto di più, l’abitudine dei gorilla alla presenza umana non può sorpassare questi limiti di tempo. Li guardi, li fotografi, li filmi, ti sembra che fotografarli sia sprecare tempo, che sarebbe più giusto guardare tutto senza l’intermediazione dell’obiettivo della reflex, ma tutti cedono all’ impulso quasi frenetico di catturare immagini. Forse è un errore, ma è quasi inevitabile. Alla fine ci si chiede se siamo noi a guardare loro o viceversa, ti chiedi cosa pensano, non se pensano, perché su questo non può esserci nessun dubbio, e anche in questo caso, come per gli scimpanzé, ti chiedi quale infinitesima percentuale di ulteriore sviluppo neuropsichico sarebbe sufficiente affinché venga totalmente pareggiata ogni differenza fra noi e loro, proprio come nel famoso film di fantascienza … ti chiedi anche se, in un ipotetico salto in avanti di sviluppo, diventerebbero esattamente come noi, con tutte le capacità distruttive del genere umano, o se invece manterrebbero una differenziazione virtuosa nei confronti dello sfruttamento della tecnologia e nell’uso perverso di essa, come facciamo noi.

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Ovviamente sono domande, almeno per il momento, senza risposta. Si spera solo che noi umani gli concediamo la possibilità di sopravvivere, non fosse altro che per il grande potenziale economico del turismo finalizzato alla loro osservazione; e sperando anche che il loro mondo non diventi uno zoo, magari grande, ma con recinzioni e limiti invalicabili. Quello che praticamente sta già accadendo per la maggior parte degli animali selvatici d’ Africa, costretti in spazi sempre più ristretti dall’ urbanizzazione e dall’ aumento della popolazione umana, laddove non vengono uccisi per speculazione, come i leoni, gli elefanti, i rinoceronti.

Un pensiero sorge spontaneo, magari cinico, egoistico, ma inevitabile: che ogni esperienza di questo genere potrebbe essere l’ultima, e allora ci si tiene dentro l’emozione ed il ricordo come un enorme privilegio che ci è stato concesso. Magari sperando di avere le parole giuste, efficaci, e delle immagini sufficientemente belle per poter condividere queste emozioni con gli amici e con chiunque abbia a cuore questi animali, ammesso che si possa chiamarli così.

Si torna in Uganda e si ritrova l’Africa degli uomini, dei colori, dei mercati lungo le strade con bellissime architetture di frutta e di verdure di ogni genere, disposte ad arte su improvvisati banchetti di legno; si ritrova il piacere di fermarsi per una sosta a comprare banane, a salutare bambini curiosi e cordialissimi, non ancora spaventati dal turista bianco, a fotografare i colori della vita di tutti i giorni, che sprigionano allegria e vitalità per ribadire il concetto che basta pochissimo per vivere in armonia con quanto ti circonda.

Si ritorna verso il caos della capitale, ci si impiega tre ore per attraversarla e dirigersi verso le sorgenti del Nilo Bianco, sulle sponde del lago Vittoria. Adesso sono in mezzo alla civiltà, vicino a dighe e ad impianti idroelettrici, ma per decenni hanno costituito uno dei misteri più ostinati ed inestricabili per i migliori esploratori dell’epoca.

A sorpresa vediamo una statua di Gandhi, che nel suo testamento aveva chiesto di spargere le sue ceneri divise in quattro parti, alle sorgenti dei quattro fiumi più importanti del mondo. Un piccolo richiamo all’India che avremmo visitato un po’ di anni dopo. Pochi chilometri dopo, le rapide di Bujale, santuario di discese in rafting fra le più impegnative del mondo, una specie di Himalaya per gli appassionati del genere, un must sportivo che non ci aspetterebbe in queste terre.

E poi ancora per l’ultima volta a Kampala, capitale africana come Nairobi, Addis Abeba e tante altre, enorme, caotica, inquinata, vitale, sempre in movimento, con la vita sempre vissuta in strada, nei mercati, sui marciapiedi, perennemente in coda sui suoi viali, ma tanto non importa a nessuno perché la concezione del tempo è radicalmente diversa dalla nostra, non siamo noi ad influenzare il tempo, ma semplicemente ci si adegua ad esso: non è male come filosofia di vita, ci si stressa di meno, con più fatalismo e meno rabbia.

Poi la corsa all’ aeroporto di Entebbe, con tre posti di blocco in 1 chilometro, con soldati armati che ci fanno scendere dalla jeep e ci obbligano a percorrere a piedi, trascinando i bagagli, per l’ultimo chilometro, a causa dei controlli dopo il recente attentato. Tutto ciò a ricordarci che non siamo noi turisti a dettare le leggi, ma le circostanze, e che un giorno potremmo essere obbligati a scordarci di poterci muovere liberamente, forse anche a pochi chilometri da casa nostra. Ma questa è un’altra storia.

Kampala, ci si arrangia fra mercati e botteghe improvvisate; i colori dell’ Africa, la vita in strada.

Mal d'Africa (55)

Jinja, sulle sponde del Lago Vittoria: il monumento a Mahatma Gandhi

Abazumbu: un ultimo ricordo dell’Uganda

abazumbu, abazumbu, au ar iu, au ar iu!!
(uomini bianchi, uomini bianchi, come va, come va?)

Ben presto imparammo questo ritornello continuo che tutti i bambini incontrati nei villaggi ci lanciavano addosso, un po’ affettuosamente, un po’ con ironia, talvolta con un misto di stupore e lieve disprezzo per questi strani personaggi rinchiusi nei loro Toyota Land Cruiser, così lontani materialmente e psicologicamente, così diversi nell’ aspetto fisico e forse anche un po’ ripugnanti nel loro pallore di uomini (e donne) bianchi.

Sicuramente esprimevano tutto il loro orgoglio per le prime frasi di inglese che imparavano a scuola, primo passo per un lunghissimo percorso che forse permetterà loro, un giorno non si sa quanto lontano, di  avere  un destino diverso da quello della rassegnazione e della accettazione passiva della vita dei loro genitori, un destino che anche grazie allo studio della lingua dominante (per il momento..) forse porterà qualcuno di loro all’ università e ad un lavoro alternativo a quello dei loro avi, nei campi e nell’ immutabile scorrere del tempo degli allevatori e coltivatori …

Quanti significati in una semplice frase detta un po’ per gioco, un po’ per orgoglio e un po’ per provocazione; quante speranze inespresse e troppo temerarie per essere anche solo pensate, e quanto affetto e la simpatia istintiva questi “scugnizzi” dalla pelle nera, sudata e impolverata sanno far emergere anche nel più cinico dei turisti-viaggiatori-esploratori nel suo impeccabile completo color cachi in stile Hemingway e con la sua reflex digitale superaccessoriata sempre pronta a sparare a raffica per portare a casa immagini semirubate, bellissime e struggenti …

Mal d'Africa (56)

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Grazie per la risposta. ✨

Infausti anniversari

di Paolo Repetto, 30 dicembre 2019

Ragguaglio sull’agonia della lettura

“Questi risultati ci preoccupano perché è un problema che ci trasciniamo da troppo tempo. Se ora non interveniamo rischiamo di pregiudicare il futuro di una generazione. I dati non sono particolarmente diversi da quelli che abbiamo visto nella precedente rilevazione, ma sono molto peggiori di quelli di una ventina di anni fa. Se paragonati al Duemila si denota una significativa diminuzione della capacità di apprendimento dei giovani. Stiamo risentendo di un paio di decenni di poco interesse sull’istituzione scolastica. Serve un’inversione di tendenza importante: bisogna tornare a parlare di scuola, tornare a volergli bene, rafforzando anche il ruolo degli insegnanti”. (Lorenzo Fioramonti, ministro dell’Istruzione, commentando i risultati dell’indagine Ocse-Pisa 2018)

È un discorso che ho già sentito, più di una volta. Non ultima, in occasione del progetto di cui sopra. Non è certo questione di tornare a “parlare di scuola”: se ne è parlato sin troppo, senza mai arrivare al dunque. Per questo è ridotta così. Quanto al volerle (e non al volergli!) bene, passa appunto per il riconsiderare il ruolo degli insegnanti. E qui ci areniamo subito su un banco di sabbia. Questo è un paese nel quale il passaggio di cattedra dalla primaria alla secondaria superiore si ottiene con un corso-farsa di quaranta ore, magari per andare a insegnare matematica, filosofia o lingue, e dove ad auspicare una verifica periodica del livello di preparazione e di competenza dei docenti – e magari anche un accertamento psicologico, visto che il loro rischio di burnout ( che sarebbe il surriscaldamento cerebrale) è tre volte superiore a quello di qualsiasi altra categoria – ed una selezione che ne consegua, si viene tacciati d’infamia. Ma è anche il luogo dove la filosofia “aziendale” inaugurata dalla riforma Moratti e perseguita da tutte quelle successive, quella per la quale il cliente ha sempre ragione e i risultati si misurano sul suo gradimento, ha creato condizioni impossibili per l’insegnamento anche ai docenti più motivati.

Concentriamoci però per il momento sulla fattispecie che ha dato origine a questo pezzo, la disaffezione alla lettura. A distanza di due decenni i nodi del problema non sembrano granché cambiati, se non nel senso che lo sfascio è andato oltre le più fosche previsioni. Si scrive sempre di più, si pubblicano troppi libri, si legge sempre di meno. L’analfabetismo di ritorno dilaga. Sono cambiati invece, e parecchio, i fattori: a far concorrenza alla lettura non ci sono più solo il cinema o la televisione, sono subentrati altri media, assai più insidiosi. Che non hanno soltanto distratto dalla lettura, ma ne hanno modificato le modalità stesse, così come hanno modificato quelle della scrittura, facendone attività completamente altre rispetto a quelle tradizionali. La scrittura e la lettura si sono aperte a un numero infinitamente più grande di utenti, in teoria si sono “democratizzate”: nella realtà hanno perso quei caratteri (l’articolazione, la complessità) che ne facevano gli elementi chiave della formazione, della conservazione e della trasmissione delle conoscenze, e che agivano direttamente sul nostro cervello nella creazione dell’intelligenza.

Oggi si legge anche su supporti diversi dal libro, sul tablet, sul pc, sul lettore di ebook, sugli smartphone: ma già questo, di per sé, induce con lo strumento una consuetudine diversa, di ordine fisico oltreché mentale, che si riverbera poi anche sul testo: ciò che scorre su uno schermo, tattile o meno, rimanda a qualcosa di volatile, di superficiale. Appare destinato ad essere immediatamente spazzato via da altro, da ciò che lo circonda o da ciò che lo seguirà immediatamente. Ne riparleremo.

Prima fornisco qualche aggiornamento sulla situazione della lettura, nella scuola e fuori. Mi baso su dati concreti, e parto da quelli ufficiali relativi all’Italia, che tengono conto di tutte le diverse modalità di lettura. Non sono un appassionato delle indagini statistiche, ne conosco i limiti oggettivi e i rischi di manipolazione, ma penso comunque che rimangano al momento lo strumento più affidabile per misurare la temperatura culturale di un paese. E che quando segnalano stati permanenti di alterazione non ci si possa nascondere dietro i se e dietro i ma: un qualche allarme devono destarlo.

Dunque: il nostro paese è agli ultimi posti in Europa nella classifica dei lettori (inchiesta del Global English Editing). Nel 2018 solo il 40% degli italiani ha letto almeno un libro nel corso dell’anno. Nell’Italia meridionale il numero si riduce ancora, scendendo al 27,5%. Per avere dei termini di confronto, la percentuale è del 90% in Svezia, dell’82% in Danimarca, dell’80% nel Regno Unito, del 79% in Germania, del 73% in Francia e dell’86% nei Paesi Bassi. Non mi si obietti che i primi sono paesi freddi e noiosi, dove per nove mesi l’anno le alternative alla lettura sono ben poche, perché in India, dove tanto freddo non fa e la natura è più rigogliosa che da noi, il tempo settimanale mediamente dedicato alla lettura (oltre dieci ore) è esattamente il doppio che in Italia (cinque ore). Per non parlare della Cina, dove la media è di quattro o cinque libri letti ogni anno per abitante (e sono un miliardo e mezzo). Il caso India smentisce poi anche l’altra immancabile obiezione: che i libri siano troppo cari, e quindi sia una questione di spesa. Palle. Il reddito medio pro capite degli indiani è cinque volte inferiore a quello degli italiani, ma leggono due volte di più.

Non è finita qui. I dati degli ultimi venti anni relativi al nostro paese parlano di una crescita della percentuale di lettori nel primo decennio del nuovo secolo (dal 41% al 47 % tra il 2001 e il 2010), e di una discesa quasi in picchiata negli ultimi otto anni. Non credo proprio c’entrino per la prima fase i progetti di incentivazione alla lettura, e il loro naufragio per la seconda: anche se il calo concerne per l’appunto soprattutto le fasce più giovani. In soli tre anni, dal 2015 al 2016, la quota di lettori tra i quindici e i diciassette anni è diminuita dal 53,9% al 42,1%. E anche tra i venti e i ventiquattro anni si è scesi dal 48,9% al 44,7%. Nella loro aridità, e pur rendendo conto solo dell’aspetto quantitativo della lettura, questi numeri ci dicono parecchio.

Per dare un po’ di soddisfazione alle mie amiche sottolineo che per fortuna, ad evitarci di scendere dagli ultimi posti continentali a quelli mondiali, ci sono le donne. Sono loro le lettrici più forti, sia pure relativamente: il 47,1% legge almeno un libro nel corso dell’anno, contro il 33,5% dei maschi, e il 15% ne legge in media uno al mese, contro il 12,6% degli uomini. E non c’entra la disponibilità di tempo (altra possibile obiezione cretina): lo dimostra il fatto che il 58,7% delle ragazze tra gli undici e i diciannove anni, quindi in età scolare e con impegni esattamente simili a quelli maschili, ha letto almeno un libro, mentre i loro coetanei sono solo il 38%. Quelle di diciotto e diciannove anni si avvicinano addirittura alle medie europee, ben il 70,2% (contro un misero 36,5% dei maschi), mentre quelle tra i quindici e i diciassette arrivano al 68,8% (i loro pari età si fermano al 42%). Non esiste una sola fascia d’età in cui i lettori maschi siano superiori alle lettrici femmine. Non che questo sia di qualche conforto, ma è un dato da considerare.

Ciò che maggiormente sconforta, però, è che nel quadro di un trend mondiale tutto sommato stabile, il nostro, che era già messo male prima, è tra i paesi che accusano un calo maggiore. E le conseguenze si vedono. Una recente indagine sui livelli mondiali di alfabetizzazione (è quella cui si riferisce il ministro), realizzata dall’ OCSE e consistente in sei questionari relativi alla lettura, alla scrittura e al calcolo, ha dato risultati spaventosi. Sui ventisette Paesi presi in considerazione, l’Italia si piazza penosamente ultima.

Le risposte erano valutate sulla base di cinque livelli crescenti. Bene, intanto il 5% degli italiani non ha raggiunto neppure il primo livello, ciò che significa che è letteralmente analfabeta (e si parla di oltre due milioni!), mentre al primo livello, ovvero a rischio di analfabetismo, si è fermato complessivamente (cioè compresi gli analfabeti “certificati” di cui sopra) il 42%. Stiamo dicendo che quasi un italiano su due è un analfabeta funzionale di primo livello. Al secondo livello si ferma un altro 39%: sommiamo ai precedenti e constatiamo che quattro italiani su cinque sono sotto la soglia della mediocrità culturale. Al terzo livello si trova il 18,8%. A raggiungere il quarto e il quinto livello di competenza linguistica e matematica è una sparutissima pattuglia. Un quadro desolante, che spiega meglio di qualsiasi trattazione sociopolitica perché siamo messi così male.

Per contro, se andiamo invece a considerare l’editoria, troviamo che l’offerta libraria è in continuo aumento (dati AIE 2018). Nel 2017 sono stati pubblicati in Italia 70.159 titoli, per la gran parte prime edizioni. Se tuttavia prendiamo in considerazione il numero di copie stampate (attorno ai centosessanta milioni di copie nel 2017) ci accorgiamo che mentre rispetto a vent’anni fa i titoli pubblicati sono aumentati di una volta e mezza, le copie stampate sono diminuite della metà. Il che sarà una buona notizia per le foreste, ma ha significati meno positivi per la lettura. Significa che la corsa a proporre novità continue per attrarre i consumatori e rispondere a tutti i gusti, sulla falsariga delle politiche di vendita attuate negli altri settori, sacrificando l’attenzione alla qualità, nel mercato librario non paga. E significa anche per i lettori una sempre maggiore difficoltà ad orientarsi entro un’offerta spropositata e invadente.

Quanto al piano dal quale sono partito, quello dell’età scolastica, abbiamo anche qui dei dati significativi (dati Istat del 28 dicembre 2018). Tra i sei e i quattordici anni bambini e ragazzi sono discreti lettori: il 48,5 circa di loro legge almeno un libro l’anno (nulla di paragonabile con i loro coetanei scandinavi, ma insomma), mentre tra i quindici e i diciassette come abbiamo visto la percentuale scende, e si allinea quasi a quella nazionale. Ora, non c’è dubbio che l’adolescenza sia un’età ingrata, di norma piuttosto stupida, e che nella testa dei ragazzi di quell’età circolino un sacco di cose che con la lettura hanno poco a che vedere: ma è altrettanto vero che nei loro coetanei scandinavi la consuetudine con i libri non viene meno, e questo perché è sapientemente coltivata. Ci sono poi senz’altro ragioni storiche, che rendono poco raffrontabili paesi in cui saper leggere era d’obbligo sin dalla fine del medioevo, non fosse altro per motivi religiosi, e nei quali il primo esempio e lo stimolo maggiore arrivano proprio dalle famiglie, col nostro, che non aveva ancora sconfitto l’analfabetismo mezzo secolo fa e nel quale il 60% delle famiglie ha in casa meno di cinquanta libri (ma la metà di queste non arriva nemmeno a dieci), e solo il 6% ne possiede più di quattrocento. Qui però non si parla più della difficoltà di attirare nuovi giovani lettori, qui si parla di un calo: quindi le ragioni del ritardo storico non sono più sufficienti a fornire la spiegazione. Deve esserci dell’altro.

C’è per intanto una chiara responsabilità della scuola. Gran parte del disamore giovanile per la lettura nasce direttamente nelle aule scolastiche. Per tanti motivi. Anche se resto dell’idea che i “progetti di incentivazione” non siano sufficienti ad affrontare il problema (in Italia, quando va bene lasciano il tempo che trovano) mi rendo conto tuttavia che l’inerzia totale che ha caratterizzato le ultime politiche scolastiche non solo non aiuta a risolverlo, ma nemmeno consente di arginarlo o anche soltanto di inquadrarlo. I progetti in realtà, se impostati come si deve, qualche risultato lo danno. Dodici anni fa la Spagna, che navigava in acque politiche ed economiche ancor meno tranquille di quelle italiane, ha preso di petto la questione, ha costituito una rete che ingloba (ma soprattutto impegna a darsi da fare) tutti gli attori del mondo del libro, dagli editori alle biblioteche ai librai, e ha come terreno di gioco proprio la scuola, ha varato una legge ad hoc (il “Plan de fomento de la lectura”) e in un decennio è passata da percentuali simili alla nostra ad un 60%. Guarda caso, il successo di quel progetto ha coinciso con la scoperta e il lancio a livello internazionale di una schiera di autori di ottimo livello, che a partire da una particolare attenzione per la storia patria, tutta da ripensare dopo i quarant’anni di coma franchista, hanno sfornato opere in grado di sfidare in ogni campo il monopolio della narrativa di lingua anglofona (i cinque titoli più letti in Spagna nel 2018 erano tutti di autori spagnoli). Lo stesso sta avvenendo per le letterature scandinave, sia pure per motivazioni diverse. Tra l’altro, il numero di titoli pubblicati dalle case editrici spagnole è di pochissimo superiore a quello italiano, per un mercato quasi nove volte più ampio (i parlanti in lingua spagnola al mondo sono circa 520 milioni). Ciò significa aver operato una selezione intelligente e offrire al pubblico una produzione capace non solo di attrarre, ma di abituare e incentivare alla lettura.

Torniamo però alla nostra scuola. Da cosa nasce la disaffezione dei ragazzi? Certo, in primo luogo dall’effetto di distrazione operato dai nuovi media: ma anche da come il libro è usato nell’ottica famigerata del “programma”. Io non penso che non si debbano avviare e aiutare i ragazzi a leggere I promessi sposi, o la Divina Commedia: ma c’è modo e modo di presentare queste cose. Già il diluire in un’ora di “lettura guidata” settimanale le disavventure di Renzo e Lucia è insensato e controproducente: lascio immaginare quanto lo sia un triennio in compagnia di spezzoni danteschi. Personalmente ho dovuto attendere vent’anni prima di decidermi a riprendere in mano quei testi, e a proporli con una convinzione non prettamente professionale ai miei allievi. Ciò non mi ha impedito di diventare un lettore forte, anzi, probabilmente lo sono diventato perché ho cercato da subito qualcosa da contrapporre a quella che mi appariva come una pratica quasi punitiva. Insomma, quello che potrebbe riuscire stimolante, inizialmente magari solo a livello di esercizio enigmistico, nel confronto con la lingua, diventa con l’imposizione ripetitiva un vero deterrente. E appare comprensibilmente difficile che a rendere vivi questi autori possano essere docenti che a loro volta li hanno già odiati. C’è per contro anche il rischio che a vivacizzarli, ad attualizzarli troppo, si finisca per stravolgerne completamente il senso, la bellezza e la portata storica, e renderli ancor più indigesti.

Il fatto è che, al di là dei problemi spiccioli di competenza cui accennavo prima, noi paghiamo lo scotto di due atteggiamenti opposti che si sono storicamente succeduti, ottenendo gli stessi risultati negativi. Dapprima ha dominato un arroccamento intellettuale che potremmo definire di stampo crociano, ma che ha origine ben prima di Croce (e che comunque ha avuto una parte preponderante nelle politiche di organizzazione del nostro sistema educativo). Ne ho già parlato altrove: al fondo c’è la presunzione di appartenenza del letterato ad una dimensione quasi sacrale, alla quale si può accedere, come diceva di fare Machiavelli, solo dopo aver indossato i paramenti sacerdotali. Il che sarebbe persino in qualche misura giusto, se non si risolvesse in una celebrazione ritualistica da un lato e nello sprezzo per tutto ciò che resta fuori, che è profano, dall’altro. Per spiegarmi meglio: se ai tempi delle medie avessi confessato di adorare Salgari e Verne, e di trascorrere molte più ore settimanali di un indiano nella loro lettura, sarei stato redarguito e invitato a non sprecare il mio tempo. Per non parlare dei fumetti, che erano oggetto di totale scomunica. Ebbene, sono convinto che gli inglesi leggano molto perché hanno imparato ad amare la lettura su Lewis Carroll, su Stevenson e su Kipling, nessuno dei quali è stato mai bollato, a differenza di quanto accadeva qui da noi, come uno “scrittore per ragazzi”. Certo, tra Stevenson e Salgari c’è una bella differenza, ma il problema è che in Italia nessuno scrittore con le doti letterarie di Stevenson si sarebbe “abbassato” a scrivere di pirati. E comunque, entrambi ti facevano tenere gli occhi incollati ad un libro.

Il paradosso è che questo atteggiamento “elitario” è poi rimasto, di fatto, nei comportamenti dalle avanguardie contestatrici e decostruttrici della seconda metà del Novecento (il disprezzo crociano per la letteratura “borghese” è parente stretto di quello riservato alle “Liale” dalla cultura “impegnata”). Abbiamo assistito a cinquant’anni di dissacrazioni insensate, fini a se stesse, mai propositive di qualcosa che andasse bene o male a riempire i vuoti creati dall’opera di demolizione. E anche il venir meno della divisione tra cultura “alta” e cultura “bassa”, che altrove è sempre stata risolta in una accezione molto più comprensiva ed elastica del significato del termine, da noi ha dovuto passare attraverso cerimonie di “riabilitazione” che conferissero a tutto l’imprimatur “culturale”. Si pensi ad esempio alla vicenda dei fumetti: ho smesso di leggerli, e con me lo hanno fatto in blocco le generazioni successive, quando hanno cominciato a spiegarmi quali ideologie o idealità stavano dietro i cazzotti di Tex. Lo stesso vale per le letture giovanili. Come possono appassionarti Il richiamo della foresta o Kim (cito questi perché nella letteratura italiana non c’è un equivalente, e neppure ci sono opere che possano essere adattate alla lettura giovanile, come I viaggi di Gulliver o il Don Chisciotte), quando nell’intento di “legittimarli” culturalmente te li propongono sezionati senza anestesia, così che possa distinguere se la voce narrante è intradiegetica o extradiegetica, e non confondere la fabula con l’intreccio. Che leggere possa essere anche qualcosa di normale, e che nel momento stesso in cui offre piacere trasmetta in automatico degli stimoli alla conoscenza e alla consapevolezza, questo nella scuola non passa.

Il caso inglese cui mi sono appellato ci porta però nel cuore del problema. Abbiamo visto come gli inglesi leggano il doppio rispetto agli italiani, e questi ultimi infatti hanno a guidarli Di Maio e Salvini e quella incredibile corte dei miracoli che siede al governo o in parlamento. Ma anche gli inglesi hanno Boris Johnson, e in alternativa Corbin, e non si può certo dire che quanto a rappresentanza politica stiano molto meglio. Bisogna chiedersi allora se il rapporto più o meno forte con la lettura ha ancora a che vedere con la consapevolezza civica. E se così non fosse, perché.

Forse occorre andare più in profondità. Oppure chiamare un’altra volta in causa Baricco, anche se a questo punto la mia potrebbe sembrare un’ossessione persecutoria, o un gioco astioso a impallinarlo. Non è così: al contrario. É che Baricco si presta perfettamente al discorso che sto facendo, rimane al momento uno degli interlocutori più qualificati: o quantomeno, è tra i pochissimi che si mettono in gioco e affrontano seriamente (dal loro punto di vista) l’argomento. Il fatto poi che mi trovi d’accordo con lui quasi su nulla non significa che non gli riconosca questo merito.

 

Sulle bariccate

Con il format televisivo Pickwick (significativo il sottotitolo: del leggere e dello scrivere), poi ripreso in Totem, portato a teatro e adattato in molte performance live, Baricco ha inventato una modalità di trasmissione della cultura in cui è possibile isolare dei frammenti di senso provenienti dal patrimonio della tradizione e declinarli in un linguaggio compatibile con la grammatica mentale dell’umanità presente […]”.

Baricco descrive il mondo in cui viviamo come il risultato di una rivoluzione, quella digitale, che non ha conquistato i luoghi tradizionali del potere e del sapere, li ha aggirati e oltrepassati scavandogli sotto dei tunnel, per andare a costruire al di là una nuova dimensione dell’esistenza, in cui molti di quei poteri e di quei saperi sono disattivati. Contrariamente a quanto vorrebbe il senso comune, questo mondo non è il prodotto di strumenti che ci si sono inspiegabilmente attaccati addosso. Un’umanità nuova, modellata da una rivoluzione mentale, da uno scatto cognitivo, ha creato gli strumenti che le servivano per modificare il mondo secondo le proprie esigenze. Un’esigenza soprattutto: smaterializzare la realtà, comprimerla e compattarla per renderla disponibile a una migrazione epocale nata come una fuga e figlia della paura. Fuga da dove, paura di cosa? Fuga dal Novecento, e paura della teoria di catastrofi che l’organizzazione mentale della civiltà novecentesca aveva prodotto” (Paolo Gervasi, A che gioco giochiamo? Perché Baricco ha ragione e noi dovremmo smetterla di fare quella faccia – dal blog Che fare)

Non so se Baricco abbia isolato dei frammenti di senso, può darsi, all’epoca non ci ho fatto caso. Pickwik mi piaceva, almeno inizialmente, e consigliavo ai miei allievi di seguirlo. Per me era il modo di raccontare libri che avrei voluto incontrare quando frequentavo il liceo, e al quale ho cercato di attenermi per tutta la mia carriera di insegnante. Poi ha cominciato a irritarmi, lo trovavo sempre più insopportabilmente lezioso, e avvertivo che la presentazione si stava sovrapponendo al libro, che questo stava diventando solo un pretesto, e che lo spettacolo si stava divorando anche la letteratura. L’ho considerata un’occasione sprecata, come si poteva già evincere dalla bozza di presentazione di vent’anni fa.

Ma non è di Pickwik che intendo parlare, quanto della successiva evoluzione del pensiero di Baricco. Perché, a dispetto della puzza al naso dei circoli alti della cultura italiana, credo che Baricco vada preso sul serio, in quanto si è fatto alfiere di un modo di pensare (forse per la maggioranza non proprio di pensare, ma senz’altro di sentire) molto diffuso e a mio parere assai insidioso.

Nel 2006 Baricco raccoglieva sotto il titolo “I nuovi barbari. Saggio sulla mutazione”, una serie di riflessioni pubblicate quotidianamente, per diversi mesi, su “La Stampa”, dando loro la struttura di un vero e proprio trattato e dichiarando apertamente l’ambizione di spiegare il cambiamento di cui tutti siamo testimoni, ma del quale nessuno riesce a comprendere i modi e il verso.

Per Baricco non stiamo assistendo alla trasformazione interna di una civiltà, al passaggio da una fase all’altra, ma ad una vera e propria rivoluzione, che sancisce il tramonto di un’epoca e prelude a quella successiva. A definire una civiltà sono i modi della percezione, dell’esperienza del mondo, soprattutto quelli relativi allo spazio e al tempo: e hanno naturalmente una fondamentale importanza i mezzi che rendono possibili e indirizzano questi modi. La civiltà che sta nascendo è caratterizzata da tecnologie totalmente innovative, le TIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione), che non si limiteranno a potenziare, magari in modo esponenziale, le nostre facoltà conoscitive, ma ne cambieranno, anzi, ne stanno già cambiando, l’utilizzo e i parametri. L’esperienza del mondo che i cosiddetti nativi digitali faranno, limitandosi alla sua superfice, sarà facilitata dall’eliminazione degli attriti dello scavo, dell’approfondimento, dello studio, e li porterà a dar vita ad un rinnovamento radicale della società, e quindi a tagliare i ponti con tutto quanto fino ad ora è stato considerato imprescindibile per qualsivoglia crescita, in qualsiasi ambito. Avviene alla fine di ogni epoca: i “barbari” che irrompono stravolgono le vecchie regole, le vecchie istituzioni, fondano nuovi modelli di convivenza.

Fin qui, quanto all’analisi, nulla da eccepire. In fondo Baricco non fa che mettere in chiaro ciò che tutti quanti, più o meno confusamente, già avvertiamo. E lo fa in maniera efficace: quando non si perde davanti allo specchio è un grande comunicatore. Il problema si pone invece allorché passa a trattare dell’atteggiamento da assumere nei confronti di questa trasformazione. Pur chiamandosene personalmente fuori, dichiarando di esserne inquietato quanto tutti noi, Baricco la considera ineluttabile: ritiene pertanto che, ci piaccia o meno, dobbiamo prepararci ad affrontarla e, per quanto possibile, a governarla. Parole sensate: solo che poi questo modo di governarla sembra ridursi un po’ troppo ad una rassegnata acquiescenza. Ma non si limita a questo. Se la prende con gli apocalittici, coi profeti di sventura che in effetti ad ogni trasformazione, sin dai tempi biblici, hanno vaticinato sciagure e disastri, mentre poi il mondo è andato avanti come e meglio di prima. E anche questo è vero, o lo è almeno dal punto di vista dei vincitori, ovvero dei barbari che periodicamente hanno affossato le diverse civiltà. Ma non lo è altrettanto per gli affossati: perché le sventure non sono state soltanto predette, per loro si sono concretamente verificate. Voglio dire che il passaggio dei barbari ha sempre lasciato cataste di cadaveri, e rovine fumanti e tesori dispersi, e un occhio di considerazione per tutto questo bisognerebbe averlo, anche augurandoci che nel nostro caso si tratti solo di immagini metaforiche.

È a questo punto che mi diventa impossibile seguirlo. Il ritenere che tutto debba essere sacrificato all’avvento del nuovo suona molto deterministico, molto hegeliano, per non dire staliniano (“per fare le frittate bisogna rompere le uova”). Quindi, non discuto il fatto che sia in atto una mutazione antropologica, e che i nostri nipoti sentiranno e vivranno in maniera molto diversa dalla nostra. Penso anch’io che le cose andranno così: ma rivendico almeno che la direzione che hanno presa possa non piacermi, e che io debba fare il possibile per ostacolarla, senza sentirmi un reazionario abbarbicato a idealità e valori “romantici e borghesi”, che nell’accezione di Baricco sta a significare obsoleti e ipocriti.

Perché poi è lì che Baricco vuole arrivare, pur fingendo tutte le cautele e persino qualche falsa nostalgia per il mondo che fu. Non voglio mettere sotto accusa le intenzioni, soprattutto non voglio fargli dire quel che non ha detto: ma devo evidenziare le contraddizioni. Verso la fine de “I barbari” scrive “Nella grande corrente, (occorre) mettere in salvo ciò che ci è caro. È un gesto difficile perché non significa, mai, metterlo in salvo dalla mutazione, ma, sempre, nella mutazione. Perché ciò che si salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo”. Verissimo: non fosse che ci ha raccontato sino ad ora il nuovo che avanza come una “fuga dagli orrori del Novecento”, e riesce difficile capire a questo punto cosa andrebbe recuperato dalle macerie.

Nel saggio che va a complemento del primo, “The Game”, pubblicato nel 2018, scrive: “L’insurrezione digitale è stata una mossa istintiva, una brusca torsione mentale. Reagiva a uno shock, quello del ‘900. L’intuizione fu quella di evadere da quella civiltà rovinosa infilando una via di fuga che alcuni avevano scoperto nei primi laboratori di computer science”. Quindi si evade da una “civiltà rovinosa” attraverso la breccia aperta dalla rivoluzione digitale: verrebbe da dire, dalla serpe che quella civiltà ha allevato in seno. Ma si evade per andare dove? Verso una filosofia della vita completamente nuova, che prevede “superficie al posto di profondità, viaggi al posto di immersioni, gioco al posto di sofferenza”. In altre parole: la cultura che sta emergendo dalla digitalizzazione del mondo non si fonda sulla discesa in profondità, alla ricerca del senso nascosto, ma sulla diffusione in orizzontale del nostro sguardo, delle nostre conoscenze, resa possibile proprio da un armamentario tecnologico che azzera i tempi e annulla le distanze. Il tema vero non è dunque in cosa consista la nuova cultura, ma come la si acquista e la si vive.

E qui Baricco esce allo scoperto. A suo parere la mutazione in corso si configura come un rifiuto della vecchia concezione “penitenziale” della cultura, alla quale viene contrapposta una concezione gioiosa e ludica. Da buoni “barbari”, i nuovi prediligono il movimento, “l’inseguimento del senso là dove è vivo in superfice”: ma un movimento soprattutto virtuale, visto che la “rivoluzione copernicana” di cui parla prevede “la dissoluzione della frontiera psicologica che separa come due momenti diversi dell’esperienza il mondo reale e quello digitale”. La superfice sulla quale si viaggia è quella dello schermo, del monitor, e non a caso la metafora della nuova realtà è il video-gioco: “Storicamente il videogame è uno dei miti fondativi dell’insurrezione digitale”.

In sostanza: “Il cuore della faccenda è lì: il resto è solo una collezione di conseguenze: la superficie al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, le sequenze al posto dell’analisi, il surf al posto dell’approfondimento, la comunicazione al posto dell’espressione, il multitasking al posto della specializzazione, il piacere al posto della fatica. Uno smantellamento sistematico di tutto l’armamentario mentale ereditato dalla cultura ottocentesca, romantica e borghese”.

Dunque, i nuovi barbari rifiutano l’eredità di un secolo scellerato, che ha conosciuto genocidi, massacri, stermini, intraspecifi e non: e il loro rifiuto passa innanzitutto per lo smascheramento di quell’anima (intesa in senso laico, borghese) che è per Baricco una creazione degli intellettuali romantici dell’ottocento, e in nome della quale, o quantomeno di una esasperazione e distorsione del suo senso, può essere giustificata ogni atrocità. Non che i soggetti della mutazione siano del tutto coscienti di questa motivazione (questo Baricco lo concede): piuttosto sono mossi da una paura istintiva di ripetere i disastri provocati dalle generazioni precedenti, e di esserne coinvolti. Ma la loro paura ha radici più ancestrali: “Hanno paura di pensare serio, di pensare profondo, di pensare il sacro: la memoria analfabeta di una sofferenza patita senza eroismi deve crepitare, da qualche parte, in loro”.

Ecco che viene fuori il mito dell’età dell’oro: “una sofferenza patita senza eroismi”, della quale è rimasta, in profondità, una “memoria analfabeta”. È bene che spieghi meglio. Nella vecchia concezione (quella romantico-borghese, la mia, per intenderci) il percorso di costante approssimazione al senso – che poi in realtà è già esso stesso il senso – offre un piacere che fa tutt’uno con la fatica, che nasce dall’applicazione, dalla volontà, dall’emozione continua della scoperta e della conquista sudata. In luogo del videogioco, la metafora qui potrebbe essere perfettamente rappresentata dalla montagna: non a caso l’alpinismo è nato proprio nell’8oo, e lo spirito che lo anima è lo stesso che informa la concezione del conoscere (e del vivere) messa sotto accusa dai “nuovi barbari”. La direttrice è comunque quella verticale, cambia solo il verso: salire in altezza, scendere in profondità. Chi ama la montagna capisce bene a cosa mi riferisco: scalare, o anche semplicemente ascendere, sono attività tra le più faticose, ma sono anche quelle che producono il piacere più genuino e più intenso. Che non ha a che fare con la “vittoria sull’Alpe”, perché l’Alpe rimane lì, tutt’altro che sottomessa, e se affrontata nella maniera giusta ti incute solo rispetto: e perché sai, per quante vette tu salga, che ne rimangono infinite altre, e non le salirai mai tutte. La vittoria è quella di un aspetto peculiare della nostra natura, “connaturato” (e non snaturante) al comportamento della nostra specie, che si chiama “cultura”.

Ed è tale da quando siamo diventati homo, non dall’Ottocento.

Mi sorprende che Baricco, che non nasconde la sua passione per le escursioni alpine, consideri penitenziale, o peggio ancora, un retaggio borghese, questo piacere. Che arrivi a pensare che la modalità di esistenza decisiva del nuovo mondo, il divertimento, sia il contrario della conoscenza. E che addirittura ascriva alla fatica e alla difficoltà di praticare individualmente questo percorso la spinta a intrupparsi in una sorta di spiritualità collettiva, a coltivare le idee di nazione o di razza. “Ciò che non era immediatamente rinvenibile nella pochezza dell’individuo, risultava evidente nel destino di un popolo, nelle sue radici mitiche, e nelle sue aspirazioni”.

Questo vale certamente per le forme degenerate di quello spirito, quelle che, per restare dentro la metafora dell’alpinismo, hanno preso la forma della “lotta con l’Alpe” di Giudo Rey o del “bagnar le labbra alla coppa della morte” di Guido Lammer. Ma le esasperazioni vanno messe in conto sempre, e sono appunto un distorcimento, un tradimento. Non sono intrinseche all’idea, ma alla fragilità di chi le professa. Con le idealità hanno nulla che vedere: ne costituiscono solo una declinazione paranoide, a volte caricaturale: quella che tra l’altro nella nostra epoca è indotta proprio dal trionfo della virtualità e dalla iperconnettività (ci sarebbe stata la corsa ai quattordici ottomila senza la visibilità televisiva, e quindi gli sponsor, ecc …?)

Insomma, Baricco ci prospetta un mondo nel quale la concatenazione delle vette alpine potrà essere fatta in orizzontale, facendosi posare su ciascuna di esse da un elicottero, o meglio ancora, realizzandola tranquillamente a casa, al caldo e al sicuro, davanti alla consolle di un videogioco. La fatica dilettevole di cui parla è in realtà rifiuto incondizionato e aprioristico della fatica. Non solo di quella di studiare, ma anche di quella di rapportarsi concretamente, fisicamente con gli altri, senza trincerarsi dietro lo scudo di uno strumento che deresponsabilizza e permette di entrare ed uscire all’istante in quelle che sono soltanto parodie di sentimenti e di affetti (chiedere l’amicizia a chi non si conosce, uscire da una relazione con un tweet, …), o di godere di una “interattività diffusa” che sta a significare soltanto una rete di legami effimeri e leggeri. Oggi ciascuno di noi può interagire con islandesi e filippini e aborigeni australiani: ma per condividere che?

Baricco però si rende conto che al momento di definire gli atteggiamenti da assumere la sua proposta di interpretazione rimane troppo vaga, che non basta auspicare una disposizione tutto sommato umanistica, con la quale “vivere e comprendere la tecnologia senza arroccarsi né tuttavia fare carta straccia della parola scritta, del pensiero complesso e non banale”. Forse nel frattempo si è guardato attorno e ha visto che i conti non tornano. Questo sembra potersi desumere da un piccolo saggio comparso recentemente su “La Repubblica” (10 gennaio 2019), dal titolo “E ora le élites si mettano in gioco”, che chiude così: “Smetterla di dare alla politica tutta l’importanza che le diamo: non passa da lì la nostra felicità. Tornare a fidarci di coloro che sanno, appena vedremo che non sono più gli stessi. Buttare via i numeri con cui misuriamo il mondo (primo fra tutti l’assurdo Pil) e coniare nuovi metri e misure che siano all’altezza delle nostre vite. Riacquistare immediatamente fiducia nella cultura, tutti, e investire sull’educazione, sempre. Non smettere di leggere libri, tutti, fino a quando l’immagine di una nave piena di profughi e senza un porto sarà un’immagine che ci fa vomitare”. Non è il massimo della concretezza, ma qualche indicazione la offre. Soprattutto, però, porta allo scoperto le contraddizioni di fondo.

Se ho davvero fiducia nella cultura, l’immagine di una nave piena di profughi e senza un porto non mi fa vomitare, mi fa riflettere. Vomitare significa liberarsi lo stomaco di qualcosa di indigesto lasciando che la reazione arrivi dal mio corpo, da una sua intolleranza naturale. Ma in verità questa intolleranza non è naturale. Non è presente in alcuna altra specie animale. In noi è dettata dalla cultura. Se vomito, dopo sono libero, ma vuoto. Se rifletto analizzo le cause del mio disagio, considero la vicenda sotto vari aspetti, compreso il modo in cui mi è raccontata e le strumentalizzazioni di varia provenienza di cui è oggetto, libero la mente da pregiudizi e cerco di definire un mio atteggiamento concretamente conseguente. Sono tutte cose in cui il mio stomaco non ha alcuna parte, e non per una freddezza o insensibilità particolare, ma perché, al contrario, considero un mio dovere etico fare lo sforzo di conoscere, per agire poi in ragione di questa conoscenza.

Questo processo, come dicevo sopra, non è nato ieri con l’idea romantica di anima. Va avanti da centinaia di migliaia di anni. Quindi l’idea di un ritorno a una attitudine “pre-borghese” nei confronti della natura, della vita, della conoscenza mi sembra frutto di un nichilismo molto “soft”, buonista, semplificatorio e mediatico, adatto ad un consumo superficiale e veloce. Molto in linea appunto con la nuova disposizione mentale “barbarica”.

Ora, se non posso che plaudire all’invito a “Non smettere di leggere libri, tutti”, trovo sia poi difficilmente compatibile con la “superfice al posto di profondità”, con i “viaggi al posto di immersioni”. Trovo soprattutto che mal si concili con la realtà che questa nuova attitudine di pensiero sta delineando. A meno che quel “tutti”, anziché ai potenziali lettori non si riferisca ai possibili libri, stando a significare che “va bene tutto, purché si legga”. Magari senza fare troppa fatica.

Il problema è che, segnatamente in Italia, si legge invece ben poco, come raccontano le indagini cui ho fatto riferimento sopra. E anche quel poco non lo si digerisce affatto. I dati sulla frequentazione dei libri vanno integrati infatti con quelli sulla comprensione della lettura. “Non sono dati incoraggianti quelli emersi dall’ultima indagine del rapporto Ocse-Pisa 2018 (l’indagine valuta le competenze in lettura, matematica e scienze di seicentomila quindicenni di tutto il mondo, divisi in settantanove paesi) sulle competenze dei quindicenni studenti italiani, sia in rapporto all’intero Paese sia in confronto con la classifica mondiale: gli alunni italiani vengono sonoramente bocciati in lettura (meglio le ragazze), vanno un po’ meglio in matematica mentre “crollano” in scienze, la materia “peggiore” secondo l’ultimo rapporto. Per l’Italia hanno partecipato alla prova d’indagine 11.785 studenti, divisi in cinquecentocinquanta scuole: ebbene, gli alunni italiani ottengono un pessimo punteggio in lettura – 476 – inferiore alla media Ocse fissata a 487, con un giudizio ancor più preoccupante: solo un quindicenne italiano su venti riesce a distinguere tra fatti e opinioni quando legge un testo di un argomento che non gli è familiare. La media Ocse è uno su dieci. Addirittura gli studenti italiani che hanno difficoltà di base nella lettura “semplice”, che non riescono cioè ad identificare l’idea principale di un testo di media lunghezza, sono uno su quattro”.

Qui occorre capirci. O gli studenti italiani sono già incamminati a percorrere le nuove sconfinate praterie di senso aperte dalla tecnologia digitale, avanguardie rivoluzionarie che si spingono ad esplorare le terre incognite armate di minuscoli smartphone, dopo essersi liberate del fardello di una cultura vetusta e inutile; oppure sono letteralmente allo sbando, e l’iperconnessione ha creato nei loro cervelli un enorme cortocircuito, del quale ci arriva l’odore di strine. E allora sono sì le avanguardie, ma di uno sfacelo imminente. Perché stazionano al disotto di una media OCSE che negli ultimi quindici anni è scesa a sua volta. Segno che qualcosa sta cambiando a livello globale, e non esattamente nella direzione profetizzata da Baricco.

In un saggio-pamphlet di qualche anno fa (Internet ci rende stupidi?, Raffaello Cortina 2011) l’economista e divulgatore scientifico Nicholas Carr sosteneva che l’utilizzo delle nuove tecnologie sta modificando profondamente l’attività e gli equilibri stessi del nostro cervello, dal momento che le aree coinvolte nella lettura di un libro cartaceo vengono sottoutilizzate, mentre quelle collegate alla lettura su schermo tendono all’ipertrofia. Il risultato inevitabile è che il pensiero logico-deduttivo, lo scavo interiore, l’esercizio della facoltà della memoria, e cioè le specifiche abilità e attività collegate alla cultura della pagina a stampa, che richiedono un notevole impegno di tempo, sono destinate a passare in secondo piano rispetto alle competenze fisiologiche necessarie per la fruizione dei nuovi media, i quali privilegiano invece lo svolgimento in contemporanea di più funzioni (il multitasking). Ci si attenderebbe che la conseguente liberazione di tempo sia andata a vantaggio quanto meno di una più intensa e aperta attività relazionale: che cioè i giovani emancipati dalla oppressiva cultura libresca sfruttino gli spazi temporali riconquistati per incontrare i loro coetanei, sia pure in un rapporto giocoso e superficiale. Invece pare non sia affatto così.

Torno alle cifre, perché se trattate con criterio sono più eloquenti di mille discorsi. Queste le traggo dall’inchiesta ISTAT Generazioni in Rete. Come abitiamo l’era digitale, aggiornata a tutto il 2017. I primi numeri riguardano lo stato della “rivoluzione digitale”. Per l’Italia, la media degli utenti giornalieri di Internet è del 65,3 % della popolazione. Nell’anno in cui usciva “I barbari”, tanto per intenderci, erano il 36%. In testa ci sono naturalmente i giovani: le generazioni nate tra il 1966 e il 1980 col 79,6%, quelle tra il 1981 e il 1995 con l’86,1%, e i nati tra il 1996 e il 2010 con il 73,6 % (tra i laureati le cifre si avvicinano al 100%). (Una rilevazione europea più recente indica però, per i giovani tra i sedici e i diciannove anni, una percentuale molto più alta, attorno al 91%: che è comunque la più bassa in Europa, dopo quella della Romania). L’accesso ad Internet avviene per il 78% via smartphone, per il 69% tramite computer, o notebook, per il 29% col tablet. E soprattutto gli adolescenti risultano utilizzare Internet in luoghi diversi (a casa propria, sul luogo di studio, a casa di altri, altrove) il che indica una fruizione giornaliera che non è più relegata alla propria abitazione e ad una postazione fissa (infatti, solo il 20% di loro si collega tramite computer).

Ancora una nota di genere: le ragazze tra gli undici e i diciassette anni risultano utilizzare più frequentemente dei coetanei maschi sia il telefono cellulare sia internet. C’era naturalmente da aspettarselo. Volendo, da questo dato si possono trarre una indicazione e un auspicio positivi, nel senso che di fronte ad un cambiamento radicale della mentalità e dei valori è l’elemento femminile a guadagnarci, oserei dire a trovarsi non solo in condizione di parità, ma addirittura di vantaggio – perché i valori e la mentalità in disarmo erano indiscutibilmente informati ad una dominanza maschile –, e che una “femminilizzazione” della civiltà ventura potrebbe eliminare o contenere proprio le derive criminali di quella precedente. Non lo ha fatto Baricco, lo faccio io. Anche se è una ipotesi tutta da verificare.

Si può dunque affermare che almeno per quanto concerne il primo momento, quello del passaggio a nuove tecnologie, la rivoluzione è già compiuta. Stiamo entrando nella fase “costituente”. E cominciamo a intravvederne gli effetti.

La stessa inchiesta mette infatti in evidenza un rapidissimo cambiamento nel modo di relazionarsi con i coetanei da parte degli adolescenti. La frequentazione quotidiana diretta, fisica, degli amici, fuori dall’ambito scolastico, riguarda una quota via via decrescente di giovani: si passa dal 60,1% del 2008, al 56% del 2011, arrivando nel 2014 al 53,2%. Negli ultimi cinque anni la percentuale è scesa ancora, al di sotto del 50%.

Fino a ieri l’esperienza della relazione con i pari età era considerata un passaggio fondamentale della crescita e della trasformazione in adulti. Non solo: era intesa come assolutamente naturale, indispensabile per una corretta maturazione. Dava l’occasione di confrontarsi in campo neutro, al di fuori dalle sicurezze famigliari e dei regolamenti scolastici, di smorzare eccessive presunzioni e sicurezze, di vincere paure e timidezze. Non mancavano naturalmente i possibili risvolti negativi, e in qualche caso poteva anche rivelarsi devastante. Ma di norma consentiva di instaurare il primo vero rapporto di tipo spontaneo, non mediato o controllato dagli adulti, e insegnava ad autoimporsi regole e limitazioni. Da cosa viene sostituita questa frequentazione al tempo della rivoluzione digitale?

A quanto risulta sopra, da una solitudine diffusa, che alimenta forzatamente il distacco dalla realtà ed una confusione crescente tra i due piani, quello reale e quello virtuale. Baricco come abbiamo visto ne parla, (“la dissoluzione della frontiera psicologica che separa come due momenti diversi dell’esperienza il mondo reale e quello digitale”), ma la cosa non sembra preoccuparlo più di tanto: è un aspetto della nuova attitudine psicologica, che in fondo rispecchia una dimensione economica e un futuro professionale già decisamente “virtualizzati” (si pensi alla “virtualità” della finanza, che ha in mano il mondo). La fine dei sodalizi fisici, profondi e duraturi è compensata a suo giudizio dal moltiplicarsi dell’apertura a relazioni multiple, occasionali, temporanee e superficiali, che corrono lungo i fili della rete per tutto il globo. E questo anzi, assieme alla facilità di informazione, aiuterà le nuove generazioni ad acquistare maggiore consapevolezza dei problemi sociali ed ambientali, e consentirà l’esercizio di una reale democrazia diretta, la creazione di movimenti spontanei, di grandi aggregazioni su tematiche specifiche, di forme di resistenza non manipolabili e non controllate dai vecchi sistemi di potere partitici e al tempo stesso dotate di una grande forza d’urto, di un grande peso (stava pensando ai i pentastellati, preconizzava Greta o le sardine?)

È questo modo di banalizzare il problema, di mettere cornici alle finestre per farle sembrare quadri, a riuscirmi particolarmente indigesto. Per il momento, l’unica cosa che sembra davvero crescere è una presunzione di irresponsabilità totale, alimentata sia dallo spostamento dei soggetti coi quali ci si relaziona in una dimensione virtuale, ciò che ne annulla la realtà fisica e psicologica, sia dal senso di leggerezza e transitorietà che ogni azione acquista in questo contesto. E ciò spiega le ultime drammatiche cifre che vado a proporre, pescandole dalla recente Indagine conoscitiva su bullismo e cyberbullismo prodotta dall’ISTAT (marzo 2019).

Nella presentazione si fornisce una descrizione essenziale del fenomeno: «Per bullismo si indicano generalmente le prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei. La definizione del fenomeno si basa su tre condizioni: intenzionalità, persistenza nel tempo, asimmetria nella relazione. Esso è pertanto contraddistinto da un’interazione tra coetanei caratterizzata da un comportamento aggressivo, da uno squilibrio di forza/potere nella relazione e da una durata temporale delle azioni “vessatorie”».

Nell’indagine, ai ragazzi da undici a diciassette anni è stato chiesto se nei dodici mesi precedenti l’intervista hanno subìto una o più prepotenze. Il fenomeno risulta in continua crescita ed evolve rapidamente: le nuove tecnologie sono divenute ulteriori potenziali strumenti attraverso cui compiere e subire soprusi. Da qui la necessità “di monitorare anche il cyberbullismo, che consiste nell’invio di messaggi offensivi, insulti o foto umilianti tramite sms, e-mail, diffuse in chat o sui social network, allo scopo di molestare una persona per un periodo più o meno lungo. Un aspetto che differenzia il cyberbullismo dal bullismo tradizionale consiste nella natura indiretta delle prepotenze attuate in rete: non c’è un contatto faccia a faccia tra vittima e aggressore nel momento in cui gli oltraggi vengono compiuti”.

Poi arrivano le cifre. “Più del 50% degli intervistati 11-17enni riferisce di essere rimasto vittima, nei 12 mesi precedenti l’intervista, di un qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento. Una percentuale significativa, quasi uno su cinque (19,8%), dichiara di aver subìto azioni tipiche di bullismo una o più volte al mese. In circa la metà di questi casi (9,1%), si tratta di una ripetizione degli atti decisamente asfissiante, una o più volte a settimana. Le ragazze presentano una percentuale di vittimizzazione superiore rispetto ai ragazzi. Oltre il 55% delle giovani 11-17enni è stata oggetto di prepotenze qualche volta nell’anno mentre per il 20,9% le vessazioni hanno avuto almeno una cadenza mensile (contro, rispettivamente, il 49,9% e il 18,8% dei loro coetanei maschi). Il 9,9% delle ragazze subisce atti di bullismo una o più volte a settimana, contro l’8,5% dei maschi”.

Per quanto concerne il nostro tema specifico, “il cyberbullismo ha colpito il 22,2% di tutte le vittime di bullismo. Nel 5,9% dei casi si è trattato di azioni ripetute (più volte al mese). La maggior propensione delle ragazze/adolescenti a utilizzare il telefono cellulare e a connettersi a Internet probabilmente le espone di più ai rischi della rete e dei nuovi strumenti di comunicazione. Tra le 11-17enni si registra, infatti, una quota più elevata di vittime: il 7,1% delle ragazze che si collegano ad Internet o dispongono di un telefono cellulare sono state oggetto di vessazioni continue tramite Internet o telefono cellulare, contro il 4,6% dei ragazzi. Vi è inoltre un rischio maggiore per i più giovani rispetto agli adolescenti. Circa il 7% dei bambini tra 11 e 13 anni è risultato vittima di prepotenze tramite cellulare o Internet una o più volte al mese, mentre la quota scende al 5,2% tra i ragazzi da 14 a 17 anni”.

Proviamo ora a convertire le cifre in persone e in fatti. Dire che oltre il cinquanta per cento dei giovani ha subito atti di bullismo significa dire in concreto che più di due milioni e mezzo di ragazzi o ragazze in questo paese sono stati (e sono attualmente) vittime di questo tipo di violenza: e che ci sono in circolazione almeno altrettanti persecutori (considerando che l’incidenza di quelli seriali è compensata dal fatto che un atto di vigliaccheria viene commesso di solito in gruppo).

Facciamo pure la tara al fenomeno. Il bullismo è sempre esistito, dentro come fuori delle scuole. Probabilmente era meno intenso, senz’altro era meno visibile, perché non veniva raccontato in rete, documentato coi telefonini e ripreso dalla grancassa dei media. Ufficialmente, all’interno della scuola, era meno tollerato: di fatto, era forse subito in maggior silenzio dalle vittime. La sua recrudescenza in questi ultimi anni non è però soltanto frutto di un’impressione creata dalla maggiore visibilità: dentro la scuola stanno esplodendo le stesse dinamiche relazionali negative che già caratterizzano la quotidianità esterna, e che evidenziano un generalizzato imbarbarimento dei costumi. I nuovi barbari evidentemente non sono solo cacciatori orizzontali di senso: sono prima di tutto bulli a scuola, prevaricatori e violenti in famiglia, e rivendicano orgogliosamente una maleducazione ottusa.

Quel che è certo è che il cyber-bullismo non esisteva: è un prodotto specifico della rivoluzione digitale. E il fatto che il fenomeno sia in costante aumento ci dice che non si tratta di una semplice spellatura causata dai traumi del passaggio. È una ferita che si sta allargando. Ha un bel dire Baricco che “Ciò che è percepito dai più, soprattutto da noi di sinistra, come un’apocalisse imminente è, in verità, il vero annuncio del futuro” (appunto!). E che durante una rivoluzione di questa portata non può andare tutto liscio e i conflitti, le violenze, le sofferenze e le perdite vanno messi in conto, ma che alla fine i conti tornano, perché la migrazione ha fatto uscire l’umanità dall’inferno del Novecento. Stento davvero a credere che i piccoli bulli di oggi possano diventare cittadini responsabili, digitalizzati o meno, di un futuro mondo migliore. Ho invece l’impressione che a dispetto di tutte le azioni di contrasto che inchieste come quella appena citata immediatamente evocano, e che purtroppo hanno le stesse probabilità di successo del progetto da cui sono partito per queste riflessioni, il domani non riserverà ai nostri nipoti “esperienze autentiche, creatività e conoscenza”. Esperienze senz’altro sì: ma di un genere del quale farebbero volentieri a meno.

Non si tratta di essere “apocalittici”, ma di guardare in faccia la realtà. Al momento la gioiosa rivoluzione cui Baricco ci invita a partecipare senza storcere troppo il naso ha prodotto solo danni. Anche a volerli considerare uno scotto da pagare rimane poi il problema di fondo: da pagare per cosa? un obolo per dove? Per il paradiso dei surfers della conoscenza? Per un mondo nel quale tutti abbiano la possibilità di far sentire la loro voce, anche quando non hanno proprio nulla da dire, e ciò che hanno sarebbe meglio non lo dicessero? Perché questa, piaccia o meno, è la realtà con la quale si confronta chi nel quotidiano c’è immerso, e magari ha scarsa lungimiranza, non riesce a scrutare nel futuro, ma il presente lo vede benissimo. E, forse proprio perché ha poco futuro davanti, si sente in dovere di attribuire il giusto valore al passato. E di rivendicare il diritto alla sua difesa.

 

Qualcuno da incolpare

A dispetto delle apparenze non sono uno che si crogiola nelle nostalgie. Soltanto, di fronte ad una prospettiva che mi pare disastrosa mi ostino a cercare di capire, e nel caso sono disposto a mutare opinione, sempre che qualcuno riesca a farmi intravvedere spiegazioni plausibili e rimedi possibili. È chiaro che Baricco non mi ha convinto. Non mi ha convinto prima, col saggio sui barbari e con quello sul Game, e non mi convince nemmeno ora, quando torna col breve intervento su Repubblica ad affondare l’attacco contro le élites. Non per difetto di lucidità nel trattarli, che anzi, ce n’è sin troppa, ma perché siamo alle solite: a spiegarmi qual è il problema e cosa devo fare o pensare è chi il problema in qualche misura ha contribuito a crearlo, o almeno fa pienamente parte della casta che lo ha creato. E che adesso quella casta la mette sotto accusa, togliendomi anche la piccola soddisfazione di farlo dal di fuori, e addirittura invertendo le parti.

Sentiamo. “Capiamoci su chi sono queste famose élites. Il medico, l’insegnante universitario, l’imprenditore, i dirigenti dell’azienda in cui lavoriamo, il Sindaco della vostra città, gli avvocati, i broker, molti giornalisti, molti artisti di successo, molti preti, molti politici, quelli che stanno nei consigli d’amministrazione, una buona parte di quelli che allo stadio vanno in tribuna, tutti quelli che hanno in casa più di 500 libri: potrei andare avanti per pagine, ma ci siamo capiti. I confini della categoria possono essere labili, ma insomma, le élites sono loro, son quegli umani lì”.

Riassumendo: una minoranza ricca e molto potente […] Possono essere di sinistra come di destra. Una sorprendente cecità morale – mi sento di aggiungere – impedisce loro di vedere le ingiustizie e la violenza che tengono in piedi il sistema in cui credono”.

Andiamo con ordine. Intanto l’attacco era prevedibile. È un refrain da tempo nell’aria, lo fischiettavano molti già nel secolo scorso, nelle più disparate tonalità, da Charles Wright Mills a Christpher Lasch, Oggi viene ripreso con toni decisamente più beceri da un sacco di nuovi profeti della “rivolta delle masse”, giù giù a scendere, fino Trump e a Salvini e di Maio. Di nuovo c’è l’inclusione nel concetto di “élites del potere” di una nuova categoria, quella degli intellettuali. Ma è un’inclusione che, come vedremo, nasce da un grosso malinteso.

Baricco va dritto al bersaglio, per scoprire peraltro l’ovvio: le élites sono costituite da “coloro che contano”, una minoranza ricca e molto potente. Sono quelli, per dirla con una sua elegante espressione, che “tengono per i coglioni il mondo”. Il mondo sarebbe poi “la gente”: ovvero tutta la moltitudine esclusa dalla “zona protetta all’interno della quale quei privilegiati difendono la loro comunità, la tramandano ai figli e rendono estremamente improbabile l’intrusione, dal basso, di nuovi arrivi”. La gente (se preferite, il popolo) si è lasciata strizzare le palle sino a che le sono arrivate almeno le briciole del pasto: ma dopo che la crisi ultima ha inceppato la distribuzione, si è presentata a regolare i conti: “È andata, letteralmente, a riprendersi i propri soldi: il reddito di cittadinanza, o la cancellazione delle cartelle di Equitalia, non sono altro che quello. Sono riscossione crediti”.

Abbiamo già elementi sufficienti per capire a che profondità si spinga l’analisi di Baricco. La “gente” di cui parla non rappresenta affatto l’insieme multiforme del “popolo”. Perlomeno, non ancora. E comunque lo rappresenta male. La maggior parte di coloro che ricevono il reddito di cittadinanza o strappano le cartelle di Equitalia non riscuote crediti, perché non aveva mai maturati. Metterla giù in maniera diversa è appunto “populismo” della peggior specie.

Ma a me interessa qui il concetto baricchiano di élite. Il termine francese starebbe a indicare “coloro che sono stati scelti”. Scelti per cosa? Per rappresentare e guidare tutti gli altri. Che abbiano tradito questo mandato, è fuori di dubbio. Ma lo è altrettanto il fatto che tutta la storia è costellata di questi tradimenti, perché chi è stato scelto tende a rendere questa condizione stabile o addirittura ereditaria. E infatti, il cammino storico è anche costellato delle conseguenti rivoluzioni. Non mi sembra dunque così folgorante l’intuizione per cui la rivoluzione “digitale” “era una rivoluzione che si proponeva di azzerare proprio loro, le élites novecentesche, e di sostituirle con una nuova élite, una nuova intelligenza, una nuova moralità”. Mai sentito parlare della rivoluzione francese?

Veniamo però agli azzerandi. Intanto, nel lungo elenco che ho accluso le élites sono confuse con i VIP, con coloro cioè che “compaiono”, in un modo o nell’altro, nel mondo mediatizzato. Baricco sembra adottare una versione aggiornata e americanizzata del termine, nella quale l’idea di una scelta, di una responsabilità conferita, scompare, a favore del puro e semplice criterio della visibilità. E allora dovrebbe procedere di conseguenza. Non si capisce infatti cosa c’entrino i broker, gli artisti di successo e quelli che stanno nei consigli di amministrazione con coloro che hanno in casa più di cinquecento libri. Io ne ho almeno trenta volte tanti, ma non sono né un uomo di successo, né un influencer, né tantomeno un uomo di potere. E, al contrario di Baricco, non amo affatto comparire (nell’universo sconfinato dei social network e dei blog esiste una sola mia immagine, di spalle, ficcata lì quasi a tradimento da un amico. Di questo amico, e di tutti coloro che mi corrispondono, non ne compare nemmeno una).

Se le élites sono “quegli umani lì”, appartengo (apparteniamo) a un altro ramo della specie. Non uso i miei più di cinquecento libri come massa d’urto per sfondare, come carico per pesare o come suppellettili per stupire: non li ho ereditati da nessuno, li ho raccolti io, lungo una vita spesa da un lato a lavorare, nella scuola, in campagna e in altre attività che probabilmente Baricco nemmeno immagina esistano, dall’altro a cercare di capire anche attraverso loro il senso di quello che stavo facendo: mi hanno aiutato, e oggi li considero i miei migliori compagni di viaggio.

Ma il fatto davvero importante è che non sono l’unico. Esiste tutto un mondo di persone che possiedono centinaia di libri perché semplicemente trovano piacere e conforto nella loro compagnia. Costoro fanno il proprio lavoro senza esserne schifate, non hanno debiti con Equitalia, non sono complici dell’ingiustizia e della violenza del sistema, ma nemmeno credono nelle gioiose rivoluzioni che proprio i più autorevoli esponenti o rampolli delle élites vengono periodicamente a proporre loro.

Non sono “quegli umani lì”, moralmente ciechi. Sono umani che moralmente ci vedono benissimo: piuttosto, sono loro a risultare invisibili agli occhi dei “rivoluzionari”, barbari e no. Sono persone che all’ingiustizia e alla violenza oppongono quotidianamente, sui posti di lavoro, in famiglia, nelle relazioni sociali, un comportamento corretto, che non è dettato da un moralismo ottocentesco e ipocrita, ma dal buon senso, dalla razionalità, da un istinto positivo di sopravvivenza. Sono quelli che le macerie le rimuovono, che tacitamente ogni volta ricostruiscono, e lo hanno fatto da sempre nella storia.

Queste persone si sono guadagnate tutto ciò che possiedono, spesso persino una lingua che non hanno succhiato col latte materno, che è stata sudata sui banchi di scuola, ma che ha aperto loro un mondo infinito, proprio quello dei libri, e non le porte delle accademie, dei salotti buoni o della televisione. In quegli spazi non saprebbero nemmeno muoversi, e comunque non interessano loro, perché non hanno tempo da perdere. Non si riconoscono nella “gente”, non ambiscono ad accedere ai piani superiori, non sono etichettabili né come borghesi, né come ceto medio, né come proletari, anche perché queste categorie, nella loro accezione storica, non esistono più. Sono piuttosto degli aristocratici nel pensare, dei democratici (consapevoli) nell’agire.

Certo, queste persone vedono con raccapriccio la mutazione, e non perché temano di perdere il posto o la poltrona: in realtà sono loro i veri corpi d’élite, quelli che hanno portato da sempre avanti il mondo, che hanno davvero conferito un senso all’eccezionalità di essere homo. Non li ha mai scelti nessuno, si sono scelti sempre da soli. E la loro non è una scelta di sacrificio, al contrario, è una scelta di piacere, di divertimento, e di questo i libri sono una gran parte.

Io credo che “questi uomini qui” la rivoluzione l’abbiano già fatta, da sempre, al proprio interno, e l’abbiano esportata senza clamori, con umiltà, all’esterno. Hanno costruito con la carta muri di sostegno, o di contenimento delle slavine e della barbarie, e non i muri divisori di cui parla Baricco, che sono una specialità invece dell’élite di cui lui fa parte. E quindi si sottraggono senza alcuno sforzo al Game, non perché rifiutino ostinatamente le novità comunicative, ma perché hanno già imparato a farne un uso alternativo.

È naturale la loro resistenza di fronte ad “un mondo in cui la loro (nostra) mediazione non è più richiesta, e in cui non è più comprensibile il valore degli oggetti che crediamo di custodire, e che dovremmo tramandare”. Perché non sono oggetti quelli che si impegnano a tramandare, e nemmeno privilegi, capitali, poltrone, ma forme profonde di conoscenza e idee alte di moralità che il mondo non può permettersi il lusso di perdere.

Intendiamoci, questo almeno lo sa benissimo anche Baricco. “Il punto che a me, come a molti altri, risulta di un’evidenza solare è che una vittoria di questo genere avrebbe un prezzo devastante: non per le élites, chissenefrega, ma per tutti. Perché il mito di un accosto diretto, puro e vergine alle cose, opposto all’andatura decadente, complicata e anche un po’ narcisistica della riflessione colta, è una creatura fantastica che ci abbiamo messi secoli a smascherare: recuperarla sarebbe da dementi. Da un sacco di tempo abbiamo imparato che è meglio sapere molto delle cose prima di cambiarle, che è meglio conoscere molti uomini per capire se stessi, che è meglio condividere i sentimenti degli altri per gestire i nostri, che è meglio avere molte parole piuttosto che poche perché vince chi ne sa di più. Abbiamo un termine per definire questo modo di difenderci dalla durezza feroce della realtà grazie all’uso paziente e raffinato dell’intelligenza e della memoria: cultura. Sostituirla con l’apparente chiarezza di un pensiero elementare, quasi una sorta di furbizia popolare, equivale a disarmarsi volontariamente e andare al massacro. Voglio essere chiaro: ogni volta che ci facciamo bastare certe parole d’ordine di brutale semplicità, noi bruciamo anni di crescita collettiva spesi a non farci fottere dall’apparente semplicità delle cose: non noi élites, sto parlando di tutti quanti”.

Il problema nasce, come già dicevo, quando deve venire al dunque: cosa bisogna fare, allora? “Entrare nel Game, senza paura, affinché ogni nostra inclinazione, anche la più personale o fragile, vada a comporre la rotta che sarà del mondo intero. Usarlo, il Game, come una grande chance di cambiamento invece che come un alibi per ritirarci nelle nostre biblioteche o generare diseguaglianze economiche ancora più grandi. Ritirare su tutti i muri che abbiamo abbattuto troppo presto; abbatterli di nuovo non appena tutti saranno in grado di vivere senza di loro. Camminare. Smetterla di sventolare lo spettro del fascismo. Pensare in grande. Pensare. Niente che non si possa fare, in fondo, ammesso di trovare la determinazione, la pazienza, il coraggio”.

E Cioè? Non è che “loro”, lui, le élites consacrate dalla visibilità, “i più veloci che vanno avanti, creando il futuro”, potrebbero ad esempio rallentare un attimo, rimboccarsi le maniche e dare per una volta una mano a sgomberare le macerie, per poter poi ritirare su tutti i muri che hanno “gioiosamente” contribuito ad abbattere, magari diradando un po’ le marchette televisive e anche quelle teatrali e librarie? Ecco, per scendere nel concreto: non è che Baricco potrebbe seguire gli esempi, che già esistono, di un uso davvero “democratico” e innovativo del web, mettendo a disposizione gratuitamente le sue riflessioni, consentendo di scaricare i suoi libri, anziché limitarsi ad autografarli per un pubblico adorante e pagante? E stanando così anche quelli che si rifugiano nelle loro biblioteche? È un gesto piccolo, ma proprio in ragione della visibilità e dell’appartenenza di chi dovrebbe compierlo potrebbe riuscire, una volta tanto, davvero rivoluzionario.

Non può permetterselo? Ci fossero delle difficoltà, potrà sempre farsi ospitare sul sito dei Viandanti.

 

L’articolo-saggio di Baricco comparso su Repubblica ha prodotto naturalmente reazioni a catena, puntualmente registrate e pubblicate (almeno le più significative) sulla testata. A significare che almeno il merito di aver sollevato la questione Baricco ce l’ha. Tra le molte ho scelto di allegare a questo scritto quella di Mila Spicola, insegnante, pedagogista e scrittrice. Per due ragioni. Da un lato perché trovo più che condivisibili alcune osservazioni, quelle relative ad esempio ai criteri (inesistenti) di reclutamento degli insegnanti: dall’altro perché offre un esempio dei rischi introdotti proprio dalle nuove modalità di comunicazione, di scrittura. Rischi legati all’eccessiva velocità, che si traduce in superficialità, nello smantellamento gratuito di un sistema di regole che non sarà il verbo evangelico ma è stato costruito nei secoli, con molta fatica, proprio per arrivare a condividere una piattaforma linguistica comune chiara e precisa. Fare la democrazia non significa abbattere le porte per facilitare l’accesso, ma rendere tutti capaci di aprirle, magari con un minimo sforzo. Le porte abbattute prima o poi risultano d’intralcio, il libero accesso senza chiavi si risolve in una Babele. Quindi, cominciamo col dare l’esempio di un minimo di rigore, anche se il termine non va più di moda. Se si usa una voce latina, ad esempio, la si cita nella dizione corretta, per cui si scrive auctoritas, e non autoritas. Dopo “non ci riferiamo” si mette “ai ceti poveri”, e non “dei ceti poveri”. Imperfezioni di questo genere appaiono certamente veniali nel contesto di una scrittura per altri versi chiara, diretta e accattivante, almeno per chi ama lo stile sbarazzino. Ma, come diceva quel tale, parlando del pesto con le noci, occorre prestare attenzione anche ai particolari apparentemente insignificanti, perché si comincia così e si finisce poi a letto coi consanguinei.

Ciò su cui mi trovo meno d’accordo, però, è affermazione più volte ribadita che la cultura non ha offerto alle masse una possibilità di riscatto, ma è diventata al contrario strumento di ricatto. Perché non l’avrebbe offerta? Perché non ha consentito di azionare gli ascensori sociali, che hanno continuato ad essere gestiti da coloro che la cultura l’hanno sempre detenuta e indirizzata. Il che è vero, ma solo in parte, solo se si ritiene che il ruolo della cultura sia quello di far ascendere socialmente. Io ritengo debba essere piuttosto quello di fare crescere interiormente. E non mi si venga a dire che il messaggio delle élites era diverso. Sarà anche così, ma si poteva benissimo tradurlo diversamente: se l’ho fatto io, che non sono nemmeno troppo sveglio, possono farlo tutti.

Appendice

MILA SPICOLA – La ribellione delle masse, Baricco, Mazzucato e nemmeno io mi sento tanto (bene)

L’anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l’audacia di affermare il diritto alla volgarità e lo impone ovunque”: Ortega y Gasset, La ribellione delle masse. 1930. Rileggetelo se lo avete letto, leggetelo se non lo avete fatto. E leggete anche qualche riflessione fatta intorno a quel libro, per avere chiaro cosa ha significato, in quel tempo e dopo.

Ho letto attentamente e più volte sia il libro, The Game, sia l’articolo di Alessandro Baricco comparso su Repubblica, e anche quello di Marina Mazzucato, uscito in replica a Baricco, sempre su Repubblica. Molte le cose che possiamo condividere, e come potrebbe essere altrimenti? Riflessioni necessarie. Decisive. Alcune no, ma molte da sviluppare.

Non oggi, né stamattina, né solo dal 2008 a oggi, le masse si ribellano alle élite, è il percorso della Storia. La mia tesi è che oggi le masse si ribellano sì, come ieri, a forti diseguaglianze sociali, ma che vi sia un ingrediente ulteriore e che l’analisi non è così semplice: si ribellano alla cultura come ricatto, brandita dalle élite, quando le élite stesse hanno distrutto l’idea della cultura come riscatto e dunque se la sono andata a cercare eccome la ribellione. Sono sotto gli occhi tu tutti le conferme a questa mia idea.

E non so nemmeno se infilarci quel periodico senso di rifiuto delle autoritas nella Storia quando le classi culturali egemoniche diventano solo strumenti di conservazione del potere e non cercatrici di verità e conoscenza per perseguire progetti di comunità ovvero di sincero bene comune capace di comprendere non solo le proprie ma soprattutto le altrui ragioni e sentimenti.

Ma siccome oggi ogni disegno d’avvenire, di crescita, di riorganizzazione della produzione e dunque della società e della cultura, è impensabile fuori da un discorso sui saperi, nuovi e vecchi, sulla conoscenza, nuova e vecchia, forse è lì che dobbiamo andare a scavare: sul sapere delle masse e sulle masse al sapere. Perché lo slogan la cultura alle masse è ancora uno slogan.

Ipse dixit ma lui chi è? Spostare la verità alla credibilità. Nell’era della diffidenza, conta più la persona credibile che il vero. No, non è la prima volta che accade. Cristo non è stato l’unico. E se la persona non è credibile, meglio il falso piuttosto che accettare il vero da persone di cui si diffida. Accade quando: ma che, me stai a fregà? Direbbero a Roma.

Le élite hanno fregato larghe fasce di società, non voglio chiamarlo popolo perché l’idea di popolo è un a priori o a posteriori alla bisogna, artificiale e abusata. Ma masse, sì. Possiamo chiamarle masse. C’è del buono nel populismo? C’è del giustificabile, però, sì. Le famose ragioni dell’avversario. E ne ha di ragioni l’avversario. A voglia. Bisognerebbe ammetterlo.

Il tradimento delle masse non è stato solo o soltanto sul terreno della ricchezza ma soprattutto sul tema culturale, per le masse, sul tema identitario, per quelle élite progressiste che facevano riferimento alle socialdemocrazie. Si sono tradite promesse non solo di benessere materiale, ma di riscatto, di meritocrazia, di onestà. E non ci riferiamo soltanto di ceti poveri, ma anche e soprattutto di ceto medio impoverito o privo di comfort zone relazionali. I nemici sono le lobby, gli amici degli amici che impediscono il regolare percorso del riscatto.

Le masse nel dopo guerra hanno avuto tutte l’accesso a scuola, ma la scuola non è riuscita a garantire il “successo scolastico”, chiamiamolo così, a tutta la massa. Non tanto per intenzione, sono enormi gli sforzi di scuole e docenti, al di là della vulgata, ma per disorganizzazione di sistema, per carenza di risorse, per mancata necessità di formare un ceto docente di professionisti da selezionare con cura e non di impiegati da campare e immettere a casaccio, delitto che parte dal vertice e da élite distratte. Altro tradimento.

Per mantenere una qualche parvenza di efficacia ed efficienza, si è conservata tale e quale la separatezza tutta reazionaria tra cultura manuale (definita non cultura, e dunque non degna di pari rigore, apprezzamento e qualità) e cultura teorica e, all’interno di quella teorica, identiche e ulteriori separazioni gerarchiche tra culture umanistiche, scientifiche, tecniche.

Come se il tecnico non dovesse pensare o l’umanista non dovesse sapere come si accende il mondo. Non solo: formazioni diverse, per vite diverse, per riconoscimenti economici diversi, per linguaggi diversi, anche di valore, hanno scavato abissi reazionari, spacciati per progressismo. Non lo è. Lungi ma molto dall’obiettivo dell’uomo completo che era la parte più illuminante del Marxismo. Dunque paratie tra élite e massa. “Scusa, chi vi vieta di studiare?” A chi lo chiediamo? A un bambino a cui abbiamo tolto prima di dare?

La prima ribellione contro le élite nasce dentro le scuole e contro le scuole quando non son capaci, non tanto per loro quanto per altrui responsabilità, di accogliere, supportare, motivare. Che il 50/60 % circa di studenti italiani abbia usufruito almeno una volta di lezioni private per recuperare insufficienze significa due cose: che la scuola è insufficiente e che chi non può permettersele rimane indietro senza che il sistema se ne occupi in modo sistematico e strutturato.

Quale riscatto? Quale ascensore? Quale mobilità? Ed ecco che la questione si complica e i piani si intersecano: la cultura diventa il ricatto di quelli che stanno più su, non il riscatto per quelli che stanno più giù. E una società di ascensori, bloccati o funzionanti, e non di orizzonti liberi, è la precondizione dei demagoghi. Luna, che fai in cielo, dimmi che fai, dice la massa errante.

“Hai dei dati per supportare ciò che dici?” dice l’élite. Dall’altro lato la rabbia. Che pare senza ragione ma ha mille ragioni. Masse enormi in preda l’analfabetismo funzionale. E sono proprio quelle masse a ribellarsi, non solo per questioni di fame, ma per farsi ascoltare.

Vero è, come ricorda Baricco, che l’accesso a tutte le informazioni oggi è consentito alle masse. Ma non è cultura e siamo in preda a babeli linguistiche. Leggono poche e superficiali notizie in rete e non comprendono perché la filosofia, la poesia, la letteratura, cioè il riflettere consapevolmente, l’approfondire, il legare i puntini, non è stato dato insieme al cacciavite nelle immense periferie della speranza, non si è coltivata fino in fondo l’utopia possibile dell’istruzione come riscatto. Siamo il paese che legge meno, fino ad oggi non è mica stato un problema.

C’era la fabbrica aperta e funzionante a dare comunque un posto nel mondo al pastore errante e a tenerlo buono e complice, oggi le crisi glielo hanno tolto quel posto e complice non può più esserlo. I libri potrebbero salvarlo. Promesse tradite insieme a lacerti di supposto bene comune puntualmente smentito da tutte le élite che si sono susseguite. E dunque la rabbia verso la cultura come ricatto a fronte di un sapere minimo che per molti non ha significato riscatto.

I demagoghi poi son bravi perché lo han tramutato nell’incolto al potere e nel potere degli incolti. Se lo meritano? Eppure son state per prime le nostre élite progressiste a tradire chi se lo meritava, se ormai milioni di diplomati e laureati eccellenti vanno a mostrare eccellenze altrove perché da noi il loro merito non viene né cercato, né individuato, né riconosciuto, né ripagato, in modo libero, economicamente o nel ruolo. Non è mica responsabilità delle masse, ma delle élite chiuse, se è la cooptazione a dettar le regole nella finta valutazione prevalente. Le masse si ribellano per come possono, col voto, scegliendo dunque gli incolti.

Lungi dal governarle quelle valanghe informative digitali che sono liane di una foresta amazzone buia e non districabile se si avanza raso terra, le masse rabbiose sono facili dall’esserne governate. Si muovono per sentito dire, per percezione, per branchi di fiducia necessaria a panzane insostenibili e le ignoranze sono il mezzo più efficace usato da abili manovratori di potere per goderne e nello stesso tempo apparire come salvifici.

Salvifici perché ne comprendono le paure, le emozioni, le ragioni, gli svaghi e gli stadi, cinematografici, musicali, digitali o sportivi. Vale per il pensionato del Galles che vota convinto per la Brexit, come vale per l’operaio dell’Arkansas, come per il disoccupato di Canicattì, come l’ultras dell’Olimpico, come per il pop singer un po’ spaesato, come il piccolo artigiano delle valli bergamasche. Accomunati spessissimo da un “quanti libri ha letto lei nell’ultimo anno?” “Nessuno”. O uno, al massimo due. E le élite progressiste che fanno? Langue sepolta in un campo di grano, non è la rosa, non è un tulipano, è un disegno di legge per la promozione della lettura.

Ci giro e ci rigiro: compito del popolo è istruirsi, diceva quello. Compito della sinistra, o delle élite progressiste e riformiste, o chiamiamole come vogliamo, era istruire il popolo, le masse. Non lo abbiamo fatto, abbiamo finto di farlo.

In realtà abbiamo messo un po’ di cipria a un sistema d’istruzione che è rimasto a invecchiare fascista, e cioè profondamente convinto, inconsapevolmente, per sciatteria, delle divisioni, mentre si ostinano a definirle unioni. E noi zitti. Divisioni ovunque, ovvero che la teoria dovesse essere totalmente separata dalle prassi, e che l’intelligenza è tutta teoria e la prassi è del poco intelligente e, da doppio binario a doppio binario, a chi offrire il primo e a chi il secondo e non entrambi? Vedi caso combinazione ai poveri. Porta dritto dritto a divisioni e poi a diseguaglianze sociali.

I poveri non han richieste in tal senso, mica vogliono gli asili e il tempo pieno, a ben riflettere non vorrebbero nemmeno l’obbligo scolastico eh; e dunque scordiamocene, a loro niente asili, niente tempo pieno, niente recupero delle insufficienze. Niente cultura perché non c’han testa e mica ci vuole Leopardi per avvitare bulloni. O montare pc. O lavare piatti.

Però serve a capire il bicameralismo perfetto e come si approva una legge di bilancio e come vengono sottratte libertà democratiche. Qualora noi volessimo sollecitare le masse su questi temi nessun stupore se ci ritroviamo senza gente intorno. Se non quelli del binario nostro. E i docenti? A volte élite, a volte massa, a volte esclusi, a volte ribelli, a volte, boh. A seconda da chi siano, da dove vengano e da come sono arrivati dietro una cattedra. Mille soli diversi, diceva un altro.

Dimenticando, o non sapendo, per primi proprio i docenti, oltre che le élite, che ci vuol scuola democratica e democrazia della cultura per mantenere la democrazia, oltre che pane. La cultura come riscatto e per il riscatto viene negata puntualmente dal sistema, non dai singoli, agli esclusi con ogni genere di ragioni o priorità altre.

Sic et simpliciter. L’uomo completo non lo abbiamo voluto. Marx, Gramsci, Trentin, Visalberghi, ma anche il Kennedy che avrebbe attuato una riforma della scuola pubblica democratica negli Stati Uniti come mezzo per recuperare alla democrazia radicale e piena le enormi masse povere hanno scritto e detto cose dimenticate da troppi e per troppo tempo. Di che parlo? Torniamo a studiare e a unire i puntini per capire, nemmeno le élite studiano più. Se non se stesse.

Un concetto fondamentalmente progressista che la sinistra ha tradito e non c’è stata élite progressista nei paesi dove oggi si ingrassa il populismo che fa eccezione: l’uguaglianza sociale ha come premessa l’uguaglianza culturale di ciascuno, va perseguita la seconda per conseguire la prima. Ma in realtà quell’uguaglianza sociale con premessa l’uguaglianza culturale le élite non l’hanno mai voluta né perseguita radicalmente, perché diciamocelo, mica il tacchino vota per il Natale.

Ed ecco a voi la ribellione delle masse alle élite. La più pericolosa, sull’ignoranza, dopo che le élite l’hanno nutrita.

Sono citati in queste pagine:
Indagine Ocse–Pisa sui livelli di competenza – 2018
Indagine conoscitiva su bullismo e cyberbullismo – ISTAT, 2019
Generazioni in Rete. Come abitiamo l’era digitale – ISTAT, 2018
Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia – AIE (Associazione Italiana Editori), 2018
Il mercato del libro in Italia 2016 – Giornale della libreria, 27/01/ 2017
The Ultimate Guide to Global Reading Habits – Global English Editing, 2018
Alessandro Baricco – I nuovi barbari. Saggio sulla mutazione – Fandango, 2006
Alessandro Baricco –The Game – Einaudi, 2018
Alessandro Baricco – E ora le élites si mettano in gioco su La Repubblica, 10/01/2019
Nicholas Carr – Internet ci rende stupidi? – Raffaello Cortina, 2011
Christopher Lasch – La ribellione delle élite – Il tradimento della democrazia – Feltrinelli, 2001
José Ortega y Gasset La ribellione delle masse – Il Mulino, 1962
Charles Wright Mills – L’élite del potere – Feltrinelli, 1986

 

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Introduzione a “Il grande crollo del muro di carta”

di Paolo Repetto, 30 dicembre 2019

Ancora un tuffo all’indietro per cercare di decifrare il presente. Ripropongo, a vent’anni di distanza, la bozza di presentazione di un progetto nel quale ero stato coinvolto dalla sovrintendenza scolastica regionale.

Il proposito era ambizioso: si trattava di recuperare alla lettura una popolazione studentesca sempre più disamorata e pericolosamente avviata sulla china dell’analfabetismo di ritorno – non solo letterario, ma politico, affettivo, relazionale. Insomma, l’analfabetismo generalizzato oggi dilagante.

Dopo il gran polverone iniziale, con riunioni a Torino, creazione di una commissione, coinvolgimento degli enti locali, insomma, tutta la consueta liturgia, l’iniziativa venne rapidamente ridimensionata: per la mancanza di un reale interesse (e quindi degli stanziamenti promessi) da parte del ministero, che pure l’aveva sollecitata sull’onda di un paio di inchieste allarmanti comparse sui giornali; per la resistenza passiva opposta dalla classe docente, molto più preoccupata per le prospettive che cominciavano a essere ventilate di tagli agli organici, e quindi di trasferimenti o di mancate immissioni in ruolo, che per la disaffezione degli studenti nei confronti della lettura; per l’evidente impossibilità di quantificare concretamente i risultati, e quindi di monetizzarli “politicamente”; e infine, per l’ambiguità già intrinseca al progetto, che in fondo trattava una disposizione da salvaguardare come una competenza da inculcare.

La cosa si è dunque trascinata svogliatamente per un paio d’anni, nella più completa assenza di azioni o almeno di proposte davvero alternative a quelle già sperimentate e palesemente del tutto inutili: qualche spicciolo in più per le biblioteche scolastiche, qualche “incontro con l’autore”, imposto ad allievi del tutto disinteressati, qualche esperimento di “lettura guidata” condotto dai docenti più motivati, ma mirato più che altro a giustificare la richiesta di briciole di finanziamento per i fondi dei rispettivi istituti. Poi tutto è tornato come prima, l’emergenza è tacitamente rientrata, visto che la disaffezione si era ormai trasformata in una condizione ordinaria, e il progetto non ha fruttato un solo lettore in più. Come era prevedibile, e dal mio punto di vista in fondo anche giusto: quando lo scopo è creare dei consumatori, anziché dei lettori, non si possono che salutare senza troppi rimpianti i naufragi.

Ho ripescato il testo nella versione originale che avevo proposto e che era stata inserita – non senza qualche perplessità e qualche modifica – nella prima bozza del documento ufficiale. Che fine abbia poi fatto non lo so, perché appena ho fiutato come si sarebbero messe le cose (e cioè quasi subito) sono sceso dal carrozzone. L’ho ripreso adesso non per una coazione al riciclo (sinceramente, avrei di meglio), ma perché in fondo, al di là del linguaggio “ministerialmente corretto”, dei limiti dettati dall’ambito prettamente scolastico cui si faceva riferimento e del timido ottimismo (timido ma non forzato: un po’ allora ci credevo, altrimenti non avrei accettato) non lo trovo del tutto superato: l’impostazione e i brevi spunti di analisi li condivido in buona parte ancora. I tempi hanno però resa quasi patetica la parte propositiva. Ripropongo queste pagine perché mi offrono il destro di tornare sul problema, che nel frattempo si è aggravato in maniera esponenziale, e di farlo col minimo sforzo, limitandomi ad aggiornare il decorso clinico dell’agonia con qualche cifra e con un paio di riflessioni extra-vaganti.

 

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Uno più uno uguale meno due

sulla serenità delle sconfitte e sul come addolcire i consuntivi

di Fabrizio Rinaldi, 9 dicembre 2019

Succede. Succede che ad un certo punto si tirino le somme, e che il risultato sia differente (troppo spesso per difetto) rispetto a quello che ci si prefiggeva mesi o anni prima. Succede sempre.

Ad alcuni capita a vent’anni, ad altri dopo, ma arriva, anche per gli idioti, il momento di sedersi su una qualsiasi soglia e fare la lista di ciò che si è riusciti a concludere degnamente, di quel che non s’è ottenuto e di cosa andrebbe buttato nel dirupo. Se si è minimamente obiettivi, questi bilanci non sono mai in attivo.

Mai, infatti, che i propositi di un tempo si siano realizzati, mai che le ambizioni di gioventù (o anche di pochi anni fa) siano state soddisfatte, mai che le speranze si siano avverate. Spesso addirittura ci riduciamo ad annoverare come un risultato positivo, la realizzazione di ciò che una volta temevamo potesse avvenire.

Funziona così. La vita ha sempre l’ultima parola. Dobbiamo ammettere che talvolta ha la bontà di stupirci con soluzioni e svolte assolutamente insperate, che ci lasciano frastornati per la loro piacevolezza. Ma più spesso ci mette perfidamente di fronte a scelte drammatiche, o peggio ancora a soluzioni già scritte. E quegli imprevisti spiazzanti, che nei migliori dei casi magari risolvono situazioni o relazioni aggrovigliate, in quelli peggiori affossano le convinzioni, stravolgono le consuetudini di vita e di pensiero e ammutoliscono le speranze. Soprattutto quando questo accade nella piena maturità.

Le reazioni a questo stravolgimento sono le più svariate: c’è chi si toglie direttamente dai piedi (risolvendo la cosa nel modo più spiccio …), chi si fidanza con una ventenne pur avendo superato i sessanta, chi si rifà da capo a piedi o si abbona alla palestra e all’estetista, chi molla tutto per issarsi su una moto e girare il mondo (magari arrivando solo al Sassello, per bersi un bianchino), chi si scopre artista (che è una bellissima cosa, quando non si pretende di essere riconosciuti come tali anche dagli altri); e c’è chi, possedendo – o credendo di averla – una sufficiente dimestichezza con la penna (oggi con il computer), ha la presunzione di regalare al mondo un personale bilancio scritto della vita (quello che sto facendo io, appunto: magari senza la superbia di dire parole originali). I più immodesti dichiarano di scrivere solamente per le persone più intime, in realtà sono i peggiori: rivolgendosi a pochi, vogliono abbagliare il mondo intero.

Sono tutti ingenui tentativi di dare risposte alla condizione umana, quella descritta benissimo dalla scultrice Camille Cloudel in una lettera ad Auguste Rodin del 1886, dove scrive: “c’è sempre qualcosa di assente che mi perseguita”. È così, ed è così perché ci illudiamo di riempire i vuoti che la condizione umana si porta inesorabilmente dietro, e ci sottraiamo dal convivere con somme di esperienze di segno negativo. E menomale direi.

Leonard Cohen in Anthem canta: “c’è una crepa in ogni cosa, / è da lì che entra la luce”. Forse cercare quel punto di rottura è l’unico modo per colmare i vuoti. Sapere che la crepa c’è, ostinarsi a cercarla, tentare di rattopparla, sono le uniche risposte all’insensato. Ci consente di stimare il nostro grado di tolleranza verso gli abusi, di soppesare la nostra fragilità, dare forma alle emozioni, misurare la dignità e, di conseguenza, la vulnerabilità nei confronti del mondo (nel senso di: quanto ce ne importa davvero). La consapevolezza della nostra imperfezione (difetto di fabbrica o crepa che sia) può diventare così il perno su cui fare leva per sollevarsi dalle personali insicurezze.

Ognuno dentro di sé ha un vuoto, è stato messo in noi per ricordarci che siamo involucri: ad alcuni per colmarlo è sufficiente un amore, un figlio sano, un lavoro come si deve; è appena un avvallamento malinconico, e presto la strada risale e dimentica. Altri per cancellare il buco sono costretti a gettarci dentro tutte le loro cose, la vita intera, perché la bestia va saziata ogni giorno, ha la bocca sempre aperta e chiede, chiede in continuazione, non vuole mai riposare. E poi c’è chi non arriva a sfamarla con ciò che possiede, neanche un regno basterebbe, e allora deve riempire quelle fauci con i sogni, eppure neanche i sogni bastano, servono illusioni ancora più grandi, assolute.

MARCO LODOLI, I pretendenti, Einaudi 2013

A questo fine i bilanci individuali, pur costituendo il punto di partenza obbligato, hanno una rilevanza solo marginale. In genere seguono un identico schema: si nasce, si cresce, si lavora, si figlia, si invecchia, si muore, e le variazioni sul tema, quelle che rendono singolare e unica ciascuna vita, hanno peso solo su quella.

Diventano importanti invece quando sono proiettati sullo sfondo delle esperienze e del vissuto collettivo. Anche in una “visione dall’alto” le vicende umane mostrano un ciclo – nostro malgrado – piuttosto ripetitivo. Le grandi esperienze collettive, quelle che chiamiamo civiltà, o culture, hanno vissuto tutte una iniziale crescita economica, culturale e sociale, un periodo più o meno lungo di stabilità (spesso non percepito come tale) e poi la caduta, spesso rovinosa, delle gerarchie valoriali, oltre che del benessere economico. Se ci mettiamo in quest’ottica riesce evidente a tutti che abbiamo raggiunto la terza fase, e intrapreso una discesa decisamente ripida e potenzialmente catastrofica. Magari la mia è una percezione esageratamente sensibile, quella di un uomo che s’avvicina (o ha già superato: chissà!) al personale “mezzo cammin di nostra vita”: ma credo che nessuno possa negare l’evidenza del regresso sociale, del degrado politico, della pericolosa precarietà e del disastro ambientale che stiamo vivendo.

Staccarci dalle singole vicende consente di guardare in modo più lucido a quelle generali, di smascherare le pseudo-verità e le scempiaggini che ci vengono propinate dall’informazione urlata. E ci crea l’obbligo morale di combatterle, di coltivare un pensiero divergente, di vivere criticamente la contemporaneità, pur consapevoli dell’insufficienza dei mezzi a disposizione, della scarsa efficacia dei nostri sforzi e la coscienza della nostra fragilità (di cui accennavo prima).

Le nostre azioni, le nostre scelte individuali, devono essere frutto di una riflessione e di una attenzione costante: devono segnare e rivendicare la differenza rispetto al comune sentire, dal momento che questo sentire è ormai totalmente permeato da forze che non hanno nemmeno più un’entità, un nome o un volto, e sono finalizzate solo alla propria perpetuazione. Certo, il rapporto fra le scelte che facciamo e le conseguenze che queste avranno è troppo spesso frutto di una casualità che, per sua natura, non è né maligna, né persecutoria: ma non è il risultato a doverle guidare, è il nostro imperativo morale.

Nei bilanci di cui parlavo sopra, l’obiettivo è individuare un ordine e una coerenza in un cumulo disordinato di fatti, esperienze e scelte, trovare un filo multicolore che, sgomitolato e tessuto con pazienza e tenacia, possa prendere la forma di una coperta come quelle che realizzavano una volta le nonne, con scampoli e stracci: bellissime a vedersi e calde nelle sere d’inverno. E anche quando ci rendiamo conto che la coperta ha degli strappi, che la coerenza fra causa ed effetto era solamente nelle nostre speranze e nella nostra immaginazione, possiamo prenderne atto e scaldarci comunque con essa, o portarcela appresso come Linus.

Durante le fluttuazioni della vita i picchi positivi hanno la premura di essere brevi nel tempo e intensi nelle emozioni. La combinazione di questi elementi regala attimi di piacere e felicità che ripaga un’esistenza relativamente monotona e intrisa di fatiche quotidiane.

Per cui, se i nostri personali bilanci restano, in conclusione, sempre in negativo, se le speranze di cambiamento rimangono insoddisfatte, frustrate dallo scontro quotidiano con l’ottusità dei saccenti, la cecità degli arroganti e la vanità degli arrivisti, se le crepe restano da rabberciare e le aspettative si rivelano irrealizzabili, tutto questo non deve raffreddare la nostra voglia di combattere. L’obiettivo non è vincere (per chi, poi, e contro chi?), ma solo non arrendersi: per consapevole coerenza, non per una irrazionale testardaggine. Per non divenire parte di ciò che combattiamo. Non sarà il massimo, ma è già qualcosa.

Consapevoli che la natura umana non cambia, è doveroso perseverare nel tentare un qualche miglioramento, in un circuito senza fine. L’insistenza nel tentativo di uscirne deve essere cieca e cosciente che mai si realizzerà. Fine pena: mai, per fortuna.

Collezione di licheni bottone

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