Dio ne scampi dagli audaci (e dai clown)

di Paolo Repetto, 24 aprile 2020

Sono grato a Marco Moraschi, che ha inserito in calce al suo intervento (Le regole del gioco) il link ad un articolo di Alessandro Baricco comparso su La Repubblica il 26 marzo scorso (Virus: è arrivato il momento dell’audacia). Avendo da tempo cessato di seguire i quotidiani (non ne sto facendo un vanto: è pigrizia, ho capito che ciò che mi interessa in genere rimbalza sul web, e lo attendo li), mi era naturalmente sfuggito. E invece devo constatare che gli interventi di Baricco non andrebbero mai persi.

Anche questa volta, come sempre, ho parecchie cose da obiettare. Ma almeno mi si dà l’occasione, lo stimolo a rifletterci un po’ su. Questo a Baricco lo si deve riconoscere, e non è la prima volta che lo faccio. A differenza dei nostri grandi pensatori di caratura internazionale, da Agamben a Cacciari fino ai nipoti di Severino, che quando escono dall’Ente per scendere tra noi meschini o sparano cazzate o non dicono assolutamente nulla, Baricco prende posizione su problemi, tendenze, trasformazioni reali. Ha un modo tutto suo di leggerli e interpretarli, ma ben venga. Almeno se può discutere.

Seguendo uno schema al quale neppure io e gli altri intervenuti sul tema del coronavirus ci siamo sottratti, Baricco identifica undici punti (Undici cose che ho capito su questo momento: va bene, poi qualcuno non è un vero punto, sta lì per fare scena, ma quelli essenziali ci sono). Mi limito dunque a seguire il suo schema.

UNO – “Il mondo non finirà. Né ci ritroveremo in una situazione di anarchia in cui comanderà quello che alle elementari stava all’ultimo banco, non capiva una fava però era grosso e ci godeva a menarti”. Sull’esordio sono perfettamente d’accordo, non potrebbe essere altrimenti. Il fatto è che non solo non finirà, ma c’è da chiedersi anche se in qualche modo cambierà. Perché il 26 marzo, quando Baricco scriveva, indubbiamente le dimensioni del fenomeno non erano ancora del tutto chiare, e questo verrà fuori più avanti: ma che il mondo fosse governato, in quel momento e già da un pezzo, da gente come Trump, Boris Johnson, Borsonaro, giù giù sino ad arrivare ad Orban, e ancora, a scendere, fino a Di Maio e Salvini e Di Battista, tutti personaggi che alle elementari o stavano nell’ultimo banco o stazionavano addirittura fuori dell’aula, questo era chiarissimo. Non è un romanzo, scrive Baricco. Infatti, è tutt’altro. Costoro comandano già, e dove non comandano riescono comunque a muovere e manipolare l’opinione pubblica.

Quindi non siamo in una situazione di anarchia, che resta poi da capire cosa significhi davvero: siamo proprio in quella roba fino al collo.

Questa constatazione ci manda direttamente al punto:

QUATTRO. “Una crepa che sembrava essersi aperta come una voragine, e che ci stava facendo soffrire, si è chiusa in una settimana: quella che aveva separato la gente dalle élites. In pochi giorni, la gente si è allineata, a prezzo di sacrifici inimmaginabili e in fondo con grande disciplina, alle indicazioni date da una classe politica in cui non riponeva alcuna fiducia e in una classe di medici a cui fino al giorno prima stentava a riconoscere una vera autorità anche su questioni più semplici, tipo quella dei vaccini”. Questo significa che “nonostante le apparenze, noi crediamo nell’intelligenza e nella competenza, desideriamo qualcuno in grado di guidarci, siamo in grado di cambiare la nostra vita sulla base delle indicazioni di qualcuno che la sa più lunga di noi”.

Mi sembra ottimismo della volontà. La “gente” in realtà si è allineata quando ha sentito snocciolare le cifre dei morti e si è vista appioppare multe da quattro o cinquecento euro. Altrove, come in Cina o nelle Filippine, lo ha fatto dopo le prime fucilazioni dei trasgressori. La fiducia nelle élites e nei competenti è rimasta la stessa, decisamente bassa, anche perché questi ultimi, un po’ per la novità del caso e un po’ perché di fronte ad un’emergenza simile le oggettive incompetenze non potevano che evidenziarsi, hanno fatto di tutto per screditarsi.

CINQUE –  Ma soprattutto mi sembra ben poco rassicurante la prospettiva futura: “Il Novecento aveva il culto dello specialista. Un uomo che, dopo una vita di studi, sa moltissimo di una cosa. L’intelligenza del Game è diversa: dato che sa di avere a che fare con una realtà molto fluida e complessa, privilegia un altro tipo di sapiente: quello che sa abbastanza di tutto. Oppure fa lavorare insieme competenze diverse. Non lascerebbe mai dei medici, da soli, a dettare la linea di una risposta a un’emergenza medica: gli metterebbe di fianco, subito, un matematico, un ingegnere, un mercante, uno psicologo e tutto quello che sembrerà opportuno. Anche un clown, se serve”. Appunto. Anche in questo caso, direi che di clown se ne sono visti all’opera (pardon, in televisione) parecchi. Con risultati sconfortanti. Ma questo non dipende dal fatto che: “Ci guida, nel modo migliore possibile, un’élite che, per preparazione e appartenenza generazionale, usa la tecnologia digitale ma non la razionalità digitale”, quanto piuttosto da quello che l’élite non sa abbastanza di tutto, e nemmeno di ciò in cui dovrebbe essere invece specializzata. Abbiamo visto virologi, all’inizio della crisi, dichiarare che avrebbe fatto meno vittime di una normale influenza. Anche se avessero padroneggiato la razionalità digitale, probabilmente, avrebbero sparato le stesse stupidaggini. O forse già la padroneggiano, e hanno desunto una nuova accezione del concetto di vittima dalla pratica dei videogame. Come Baricco stesso ammette, parlando di chi ci guiderà in futuro: “Probabilmente agirebbero con un solo imperativo: velocità. E con una singolare metodologia: sbagliare in fretta, fermarsi mai, provare tutto”. Dove quello sbagliare in fretta, visto che appunto non di videogiochi si sta parlando ma delle pelle di persone reali, mi fa tremare i polsi.

Torniamo ora indietro, al punto DUE.

La gente, a tutti i livelli, sta maturando un senso di fiducia, consuetudine e gratitudine per gli strumenti digitali che si depositerà sul comune sentire e non se ne andrà più. Una delle utopie portanti della rivoluzione digitale era che gli strumenti digitali diventassero un’estensione quasi biologica dei nostri corpi e non delle protesi artificiali che limitavano il nostro essere umani: l’utopia sta diventando prassi quotidiana. In poche settimane copriremo un ritardo che stavamo cumulando per eccesso di nostalgia, timore, sospetto o semplice fighetteria intellettuale. Ci ritroveremo tra le mani una civiltà amica che riusciremo meglio a correggere perché lo faremo senza risentimento”.

In questo periodo (inteso come sequenza di frasi che assume un significato autonomo e compiuto) sono contenute un paio di verità e un paio di mezze verità che si traducono in sciocchezze. È verità senz’altro il fatto che gli strumenti digitali si sono rivelati provvidenziali in molti sensi, per alleviare il peso dell’isolamento e per consentire una informazione più diffusa e tempestiva. Così come è vero che l’ostilità pregiudiziale nei loro confronti è senz’altro scesa. Meno d’accordo sono invece sul fatto che stessimo cumulando un ritardo solo per “eccesso di nostalgia, timore, sospetto o semplice fighetteria intellettuale”. O meglio, lasciando perdere la nostalgia (di che, delle cabine telefoniche? dei piccioni viaggiatori?) e la fighetteria intellettuale, il timore e il sospetto in molti c’erano senz’altro, e continueranno ad esserci: ma non per ignoranza o per ristrettezza di vedute, quanto piuttosto proprio per quella che Baricco definisce “una delle utopie portanti della rivoluzione digitale”, il fatto che gli strumenti digitali possano diventare una estensione quasi biologica dei nostri corpi. Stiamo parlando di una “incorporazione” della tecnologia (che a breve diverrà tale anche letteralmente, e anzi, lo è già, con l’utilizzo di microchips sottopelle o di altri strumentari incorporati in ausilio e a potenziamento delle funzioni naturali). Ora, quello che Baricco non prende mai minimamente in considerazione è il fenomeno dell’autonomizzazione della tecnica: in altre parole, siamo ormai al punto che la tecnica si nutre di se stessa, evolve indipendentemente dai bisogni dell’uomo per i quali era nata, si autoprogetta, si autoproduce, e non è necessario attendere i computer pensanti (non credo che 2001. Odissea nello spazio sia tra i film di culto di Baricco). Non è nemmeno necessario essere degli integralisti anticibernetici per rendersene conto e nutrire qualche timore: io uso il computer costantemente, a questo punto quasi non saprei farne a meno, ma questo non mi impedisce di rendermi conto di quanto mi stia condizionando, di come lo stia facendo ad esempio proprio adesso, nel modo stesso in cui mi spinge a formulare e ad esternare queste riflessioni. Con la tecnica noi abbiamo avuto da sempre, da Prometeo in poi, un problema, che era quello della possibilità di un suo utilizzo improprio o malvagio. Ma adesso ne abbiamo un altro, a mio giudizio altrettanto o forse anche più grave. Se un’auto nelle mani di un deficiente poteva diventare un’arma di distruzione, un’auto che decide, che sceglie in proprio sulla base di una sua logica di autoconservazione algoritmica può darsi sia più sicura per chi la guida, ma non so quanto lo sia per chi sta fuori: e comunque, il fatto che sottragga al guidatore la scelta dell’azione da compiere mi sembra piuttosto grave.

Ora, Baricco non ha certo in mente questo, ma al di là delle correzioni che potremo portare alla nuova civiltà amica il fatto di fondo rimane. A suo parere le protesi artificiali limitavano il nostro corpo, mentre le estensioni “quasi” biologiche lo esalteranno. Ne è proprio così convinto? A me sembra molto più probabile che lo condizioneranno, e che anzi già lo stiano facendo.

Insomma, il ragionamento di Baricco è sempre lo stesso, quello proposto ne “I barbari” e ribadito ne “The Game”: ci siamo già dentro, è inutile recriminare, diamoci piuttosto da fare a controllare la rivoluzione. Che sarebbe ineccepibile, se il cambiamento in atto fosse davvero controllabile. Quello che sembra sfuggirgli è che “da dentro” non siamo più in grado di controllare niente, che la logica che sta alla base della rivoluzione digitale è quella della colonizzazione completa dell’umanità, e non per una volontà perversa, quella appartiene solo agli umani, ma perché è intrinseca alla sua “natura” evolutiva. E che quindi solo rimanendo almeno con un piede fuori si può cercare di impedire che la porta si chiuda alle nostre spalle.

 

TRE – Al contrario. Per Baricco la quarantena ci sta insegnando che “più lasceremo srotolare la civiltà digitale più assumerà valore, bellezza, importanza e perfino valore economico tutto ciò che ci manterrà umani: corpi, voci naturali, sporcizie fisiche, imperfezioni, abilità delle mani, contatti, fatiche, vicinanze, carezze, temperature, risate e lacrime vere, parole non scritte, e potrei andare avanti per righe e righe”. Perché “chiunque si è accorto di come gli manchino terribilmente, in questi giorni, i rapporti umani non digitali”. E questo significa che “mentre dicevamo cose tipo ‘ormai la nostra vita passa tutta dai device digitali’, quello che facevamo era ammassare una quantità indicibile di rapporti umani. Ce ne accorgiamo adesso, ed è come un risveglio da un piccolo passaggio a vuoto dell’intelligenza”.

Confesso che ci sono passaggi nei quali pur con tutta la buona volontà non riesco a seguirlo. Mi si sta dicendo che dopo questo digiuno di rapporti “fisici” i nostri adolescenti non si daranno più convegno per smanettare poi sullo smartphone ciascuno per conto proprio? Che si intensificherà sul lungo termine (sul brevissimo, è sperabile) la ricerca di occasioni d’incontro e di convivialità? Che l’abitudine forzata alla comunicazione a distanza maturata in queste settimane lascerà immediatamente e completamente il posto alle conversazioni, alle confessioni, alle esternazioni non in streaming? Che la quantità indicibile di rapporti umani che stavamo ammassando (ma dove? ma quando? ma chi?) verrà non solo recuperata, ma ampliata? Capisco l’entusiasmo, ognuno ha il diritto di pensarla come vuole, ma qui si rasenta il delirio.

Salto la SEI e la SETTE, puri effetti scenici, e accenno solo alla

OTTO – “L’emergenza Covid 19 ha reso di un’evidenza solare un fenomeno che vagamente intuivamo, ma non sempre accettavamo: da tempo, ormai, a dettare l’agenda degli umani è la paura. Abbiamo bisogno di una quota giornaliera di paura per entrare in azione”. Di qui l’esortazione: “La nostra agenda dovrebbe essere dettata dalla voglia, non dalla paura. Dai desideri. Dalle visioni, santo cielo, non dagli incubi”. Un po’ di schiena dritta, perdinci. Dimenticando che la paura non detta l’agenda degli umani da qualche tempo a questa parte, ma da sempre, da quando la specie homo è comparsa, perché la prima coscienza che ha avuto è stata quella della propria inadeguatezza. Poi, in alcuni uomini la volontà, vuoi di potenza, vuoi di conoscenza, ha prevalso, ma la paura è stato il fattore che ha garantito la nostra sopravvivenza.

Vengo infine alle ultime tre, che offrono materia ampia di riflessione (e spero ne offrano, a distanza di un mese, anche a Baricco stesso).

NOVE – “A nessuno sfugge, in questi giorni, il dubbio di una certa sproporzione tra il rischio reale e le misure per affrontarlo”. Ahi, ci siamo. Tutte le cautele e i “qui lo dico e qui lo nego” del caso, ma “resta, ineliminabile, il dubbio che da qualche parte stiamo scontando una certa incapacità a trovare una proporzione aurea tra l’entità del rischio e l’entità delle contromisure. In parte la possiamo sicuramente mettere in conto a quell’intelligenza là, quella novecentesca, alle sue logiche, alla sua scarsa flessibilità, alla sua adorazione per lo specialismo”. Traduco: la stiamo facendo più grossa di quanto non sia. E questo perché l’intelligenza novecentesca, con la sua scarsa flessibilità e la sua adorazione dello specialismo, non ha affiancato ai medici anche dei clown. Vediamo un po’ di scendere sulla terra. Ad oggi, a un mese esatto dalla comparsa dell’articolo di Baricco, ci sono nel mondo più di 2,6 milioni di persone contagiate, e i morti imputabili al virus sono 180 mila (dati della Johns Hopkins University). Per capirci, molti più della somma di quelli di Hiroshima e Nagasaki. Naturalmente questi numeri sono da considerare stimati per difetto: le persone sottoposte a tampone non sono nemmeno l’un per mille, le cifre trasmesse da diversi governi (vedi Cina) sono fortemente taroccate al ribasso, per non parlare di quelle in arrivo dall’Africa o dall’America Latina. Ciò che rimane indubbio è che in assenza delle le misure “sproporzionate” che sono state adottate quelle cifre sarebbero molto più alte.

Ma Baricco non vuole infilarsi “in quei paragoni che poi ti portano a raffrontare i morti di Covid 19 con quelli causati dal diabete o dalla precedescivolosità della cera da pavimenti”. Va più in profondità. “C’è un’inerzia collettiva, dentro a quella apparente sproporzione, un sentimento collettivo che tutti contribuiamo a costruire: abbiamo troppa paura di morire”. Come dargli torto. La paura peculiare della specie umana è, guarda un po’, proprio quella della morte. Abbiamo paura della morte perché ne abbiamo consapevolezza. Ma questo a Baricco non va bene. Ne abbiamo troppa. “La civiltà di mio nonno, che ancora aveva bisogno delle guerre per mantenersi in vita, stava attenta a tenere alta una certa ‘capacità di morte’. Noi siamo una civiltà che ha scelto la pace (in linea di massima) e dunque abbiamo smesso di coltivare una collettiva abitudine a pensare la morte”. Non so su che fronte abbia combattuto il nonno di Baricco, il mio su quello del Carso, e credo non si sia mai abituato a pensare la morte. L’ha avuta davanti per quattro anni, e ne aveva un tale orrore che non ha mai voluto parlare di quell’incubo infinito, non lo ha fatto coi figli e non lo ha fatto con me che ero il suo primo nipote, depositario del nome avito e delle sue rarissime confidenze. Questa a Baricco proprio non gliela perdono: mi fosse venuto a dire che la perdita di un figlio, in famiglie dove ne nascevano dieci, riusciva per forza di cose meno tragica di quanto lo sia oggi, avrei potuto dargli ragione. Ma quando mi racconta che “delle comunità, in passato, sono state capaci di portare a morire milioni dei loro figli per un ideale, bello o aberrante che fosse”, eh no, questo non passa. Come sarebbe a dire “capaci di portare”? di trascinare, semmai, di costringere a farsi ammazzare, per non essere fucilati alle spalle (le decimazioni per ammutinamento, per il rifiuto di andare all’assalto o per diserzione hanno fatto migliaia e migliaia di vittime, che a quanto pare non si erano affatto abituate a pensare serenamente la morte). Forse il nonno di Baricco era un generale: il mio era un semplice fante.

Quindi, quando sento che “La meraviglia di una civiltà di pace sarebbe proprio riuscire a pensare la morte di nuovo, e accettarla, non con coraggio, con saggezza; non come un’offesa indicibile ma come un movimento del nostro respiro, una semplice inflessione del nostro andare”, avverto subito echi di Seneca e odore d’incenso. Ma il primo si è dato la morte per evitare che gliela dessero gli altri, erano già alla porta: mentre i turibolari propongono semplicemente uno scambio, questa vita per un un’altra. Mettiamola così: nessuno, anche senza essere Berlusconi, accetta con saggezza la morte. Al più lo fa con rassegnazione, che è la fase ultima cui approda uno stato d’animo realmente disperato. Per favore, non raccontiamoci la palla che una comunità possa “essere capace di portare tutti i suoi figli a capire che il primo modo di morire è avere troppa paura di farlo”. Ci siamo difesi discretamente bene fino ad oggi, semplicemente evitando il più possibile di pensarci, almeno consciamente.

DIECI – “Ci stiamo accorgendo che solo nelle situazioni di emergenza il sistema torna a funzionare bene”. Ma non gli sembravano spropositate, ad esempio, le misure? “Il patto tra gente e le élites si rinsalda, una certa disciplina sociale viene ristabilita, ogni individuo si sente responsabilizzato, si forma una solidarietà diffusa, cala il livello di litigiosità, ecc., ecc.”. Davvero? forse sono un po’ lento, ma non ho avuto la stessa impressione. E comunque non bisogna essere sleali, si deve concedere a Baricco l’attenuante di aver scritto queste cose un mese fa (per quanto …). Ma dove vuole andare a parare? Eccolo: “é possibile che si scelga, in effetti, l’emergenza come scenario cronico di tutto il nostro futuro. In questo senso il caso Covid 19 ha tutta l’aria di essere la grande prova generale per il prossimo livello del gioco, la missione finale: salvare il pianeta. L’emergenza totale, cronica, lunghissima, in cui tutto tornerà a funzionare. Non so dire francamente se sia uno scenario augurabile, ma non posso negare che una sua razionalità ce l’ha. E anche abbastanza coerente con l’intelligenza del Game, che resta un’intelligenza vagamente tossica, che ha bisogno di stimoli ripetuti e intensi”. Riassumo: mentre per Agamben e per i neo com (ne-ocomunisti e neo-complottisti a reti unificate) il Covid è una “epidemia inventata” per testare futuri scenari di regime, mentre per i neo-con(servatori) è la punizione divina che si abbatte sul mondo per la politica religiosa di papa Francesco, per Baricco è invece la grande prova generale per la missione finale: salvare il pianeta. Insomma, se non si chiama in causa l’astuzia della ragione o la collera divina, ci si rifugia nell’autoconservazione della natura (e della specie). Che si tratti di un virus, che si comporti aggressivamente come un virus, che occorra combatterlo come un virus, sembra ben poco rilevante per tutti. Il che non significa che non si possano trarne delle lezioni: ma evitando, per favore, almeno per un minimo di rispetto per le centinaia di migliaia (per ora) di vittime, di leggerlo come uno strumento e di darne interpretazioni strumentali. Perché poi,

UNDICI – e siamo alla fine, si arriva a conclusioni di questo tipo: “Certe cose cambiano per uno choc gestito bene, per una qualche crisi convertita in rinascita, per un terremoto vissuto senza tremare… Se c’è un momento in cui sarà possibile redistribuire la ricchezza e riportare le diseguaglianze sociali a un livello sopportabile e degno, quel momento sta arrivando. Ai livelli di diseguaglianza sociale su cui siamo attualmente attestati, nessuna comunità è una comunità: fa finta di esserlo, ma non lo è”.

Ora, se qualcuno ha la stessa percezione, se qualcuno ha in mente come dovrebbe avvenire questa redistribuzione (perché ci siamo inventanti il reddito di emergenza, perché ci saranno più posti di lavoro nella produzione di reagenti e mascherine, perché abbiamo scoperto che i nostri bisogni sono per la gran parte superflui? voglio capire), come accederemo, complice il Covid, a un livello diverso di equità, per favore me lo spieghi, perché naturalmente Baricco, a dispetto delle promesse del sottotitolo del suo intervento, non lo fa.

Io, al contrario di lui, di cosa ne ho capita una sola: non devo più tornare su questo argomento. Non sono più a tempo a fare come Manzoni, che “di mille voci al sonito/ mista la sua non ha”, ma posso almeno smettere subito, per evitare di dire le stesse sciocchezze che rinfaccio agli altri, o di fare a queste ultime da cassa di risonanza.

Aspetterò in silenzio e con speranza che il mio amico Armando esca dal tunnel terribile in cui il virus lo ha cacciato oltre un mese fa: poi lascerò che sia lui, che non è un personaggio del Game ma un essere molto umano e molto intelligente, a spiegare a Baricco la faccenda dell’opportunità.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Barbari e no

una risposta a I buoni e i cattivi maestri

di Paolo Repetto, 21 aprile 2020

Caro Stefano, non c’è stato alcuno sconfitto, meno che mai un K.O., per il semplice motivo che non c’è stato nessuno scontro di ideologie, ma un confronto di idee. Quindi possiamo proseguire, non prima però che io ti abbia ringraziato, perché questo match (forzatamente) a distanza mi ha aiutato a riflettere in un momento nel quale stanchezza e rassegnazione stavano avendo il sopravvento. Parto dalle tue argomentazioni, ma vorrei procedere su due piani distinti: quello dei fatti, o della razionalità, e quello delle simpatie, o dell’emozionalità.

Faccio una premessa. Io mi reputo una persona quasi sempre razionale (e quanto a questo, sotto molti aspetti, tu lo sei senz’altro più di me). Per questo motivo, al di là dei modi un po’ ruvidi nei quali mi esprimo, ma in genere solo con chi ritengo essere in grado di capire che appunto di schiettezza si tratta, e non di arroganza, tendo a non formulare giudizi, ma a dare delle valutazioni: il che non è esattamente la stessa cosa. Un giudizio si basa, come giustamente dici tu, sulla presunzione dell’esistenza di valori assoluti, relativamente ai quali una cosa appare buona o cattiva. Una valutazione ha invece un carattere più “utilitaristico”, nel senso che valuta la mia compatibilità con un oggetto, una persona o una situazione. Questo non significa che non creda nei valori assoluti: l’amicizia, ad esempio, e la lealtà; ma anche la giustizia, intesa come equità e reciprocità, l’eguaglianza, intesa come parità delle opportunità, e la libertà, intesa come pratica del rispetto per gli altri e legittima pretesa di rispetto da parte degli altri. Non è nemmeno del tutto vero, però, che mi astenga dal formulare dei giudizi: solo che in questi non hanno peso né il genere, né l’etnia, né la religione né altri fattori pregiudiziali. Distinguo semplicemente tra persone che reputo intelligenti e persone che ritengo stupide, e tale distinzione mi sembra necessaria per poter fare delle scelte e garantire la mia sopravvivenza senza compromettere quella altrui. Questo per dire che per me uno svedese cretino è un cretino, una donna intelligente è intelligente, un equadoregno laborioso è una persona laboriosa (non ridere!). E cerco di comportarmi di conseguenza.

Veniamo ai fatti. Ho viaggiato molto meno di te, e ho quindi un campo di esperienze assai più ristretto. Sufficiente comunque a confermarmi quel che ho sempre pensato, ovvero che in giro, come in montagna, uno, a meno di imbattersi in situazioni particolarmente sfortunate, ci trova quel che ci porta (e questo vale ovunque, in Italia come in tutto il resto del mondo). Ho ricordi molto belli di gesti di ospitalità totalmente gratuiti in Germania e in Olanda, di grande urbanità e simpatia in Spagna e in Grecia, magari un po’ meno in Inghilterra e in Francia (che comunque per molti aspetti adoro). Persino in Alto Adige e in Austria ho trovato un’atmosfera decisamente amichevole, in quest’ultima addirittura dopo un iniziale cortese rifiuto alla prenotazione, venuto meno quando si è chiarito che non eravamo romani (e chissà perché, non ho dubitato un istante che il pregiudizio fosse figlio di una qualche sgradevole esperienza). Non posso dire nulla invece dei paesi extraeuropei, a meno di considerare tale la Turchia (quella pre-Erdogan, che mi ha affascinato), perché non li conosco: ma conosco neri e gialli e magrebini di diversa provenienza, e con alcuni ho un rapporto di stima reciproca che potrebbe senz’altro diventare amicizia se si desse l’occasione di una frequentazione più assidua. Lo so, suona un po’ come il classico “non sono razzista, ma …”, ma tu mi conosci ormai abbastanza per sapere che vuol dire un’altra cosa. E comunque, questi sono i fatti.

Quindi, certamente, è il bagaglio delle esperienze specifiche a condizionare la nostra disposizione. Poi ci sono quegli aspetti più generali della cultura e delle abitudini di ciascun popolo nei confronti dei quali vale piuttosto il tipo di educazione ricevuta o di condizionamento ambientale. Ma anche qui, la chiave profonda di lettura rimangono per me le attitudini “genetiche” individuali. Nel mio caso, come dicevo prima, dicono di una razionalità talmente esasperata da rasentare l’autismo. Non sopporto letteralmente le manifestazioni chiassose, ad esempio ogni forma di mascheramento o di travestitismo o di auto-spettacolarizzazione, e di lì, a salire, i professionisti della trasgressione e della provocazione, ecc … Nonché tutta una serie di scarti anche piccoli dalla linearità che tocchino o invadano in qualche modo i miei spazi (leggiti il mio Il libro degli abbracci). Cose che per gli altri possono risultare divertenti, o quantomeno tollerabili, mi intristiscono e mi mettono a disagio. Per venire all’oggetto specifico della nostra discussione, ad esempio, non sopportando minimamente l’ubriachezza (la ritengo una totale assenza di rispetto di sé e degli altri) ho molti problemi a capire la diffusione di un problema del genere tra i nordici. Anzi, proprio non la capisco, e nemmeno mi sforzo di farlo. Avranno i loro motivi, ma per me nessun motivo giustifica il degradare se stessi e mettere a disagio gli altri. Quindi la mia stima per popoli che paiono coltivare quell’abitudine è tutt’altro che incondizionata (e dico paiono, perché poi in realtà nemmeno in Islanda, il sabato sera, quando secondo la leggenda girano auto deputate appositamente a raccogliere gli ubriachi riversi per strada, ne ho visto uno. Ho tuttavia la testimonianza diretta di mia figlia Chiara, che in Inghilterra ci vive ed è cittadina inglese, e racconta di colleghi che occupano ruoli di responsabilità e prestigio nella sua azienda e si sbronzano regolarmente al pub il venerdì sera. Quindi, non è solo leggenda).

Ma, e qui viene il punto che mi preme chiarire, quando si parla di temi come l’Europa e la sua possibilità di essere o meno una vera e unica comunità, non sono il carattere, l’espansività o la cupezza dei singoli o di intere comunità ad interessarmi, ma la loro affidabilità: e l’affidabilità si misura nella capacità di far fronte agli impegni che si assumono nei confronti degli altri.

Ora, io capisco a cosa ti riferisci quando parli delle emozioni, e dei ricordi che si stampano nella mente. Un suk o un parco nazionale africano, o un villaggio nepalese, ti emozionano certamente più di un centro commerciale di Parigi o di Stoccolma, e probabilmente anche più di Notre Dame o di un lago finlandese. Allo stesso modo in cui impressionano meglio la memoria fotografica. Ma non dobbiamo confondere i due piani. Quando sono in giro, mi fa molto piacere trovare persone cordiali, allegre e sorridenti anziché musoni freddi come i finlandesi, ma ciò che importa poi davvero, se penso in una possibile prospettiva di “convivenza”, politica ed economica, è ad esempio che se devo andare da A a B e mi viene dichiarato che il percorso in ferrovia è di due ore, ci arriverò al massimo in due ore e cinque, non in quattro, e soprattutto che arriverò. Oppure, che troverò persino su una perduta scogliera, per non parlare dei centri cittadini, delle toilettes pubbliche pulite e funzionanti. Questo ti farà sorridere, ma la misura del civismo di un popolo si misura a cominciare da poche cose “neutre” ma basilari. Le amicizie poi, se ho voglia e tempo e fortuna, me le conquisto, ma i servizi che un paese mi promette, come cittadino o come semplice turista, mi spettano e li esigo. Sono una condizione necessaria, anche se non sufficiente, perché io mi senta nello spirito giusto. Se non mi vengono offerti, mi rimane anche poca disposizione per le amicizie. E non mi sembra leale dire: sono fatti così, è il loro carattere, ci si deve adeguare, cosa sono in fondo due ore in più, perché stando così le cose si rinuncia in partenza alla possibilità di stare assieme, venendo a mancare i fondamentali del rispetto reciproco. (Conoscendomi sai anche che se parto con lo spirito di sopravvivere nutrendomi di bacche o di pane raffermo da due mesi e camminando sedici ore al giorno sono – pardon, ero – in grado di farlo: ma qui si parla di un’altra cosa).

Ora, a me risulta che tutti i paesi entrati a far parte della comunità europea abbiano aderito di loro spontanea volontà, abbiano anzi spinto per anni per poter essere ammessi, consapevoli che nella comunità vigevano certi regolamenti e certi vincoli, e che chi ha voluto andarsene lo abbia fatto liberamente (Brexit docet). Non capisco allora perché ci si lamenti quando ci viene chiesto di rispettarli. Obiezione prevedibile: ma anche gli altri (vedi Germania con le sue banche, la Francia con i suoi prodotti agricoli, ecc) non sempre li hanno rispettati. Esatto: solo che noi non siamo mai stati in grado di richiamare alcuno all’ordine, perché eravamo costantemente impegnati a piatire flessibilità finanziarie e dilazioni per riforme che dovrebbero essere operanti da decenni.

Ecco. A questo proposito, cioè al “quanto agli altri”, credo vadano fatte delle precisazioni. Accenni ad esempio nella tua mail all’inclinazione dei norvegesi al suicidio. Come a dire: se si ammazzano a frotte significa che poi tanto perfetta questa loro società non è. Ora, lasciamo andare le componenti legate all’impronta luterana e anche quelle dovute alla condizione climatica: passiamo ai fatti. Se vai a scorrere le ultime pagine del mio La verità vi prego sui cavalli, il libricino dedicato al viaggio in Islanda, ci troverai queste cifre, desunte dalle tabelle ufficiali dell’OMS per il 2018: “Nella graduatoria dei tassi di suicidio la Finlandia è solo al ventunesimo posto, la Svezia e la Norvegia si piazzano al trentacinquesimo e al trentasettesimo, ben dopo la Francia, gli Stati Uniti e la Germania, per non parlare del Giappone e di tutti gli stati dell’ex blocco sovietico. L’Islanda, guarda un po’, è solo quarantaduesima, vicina alla Svizzera e subito prima di Trinidad e Tobago. Dopo viene tutta una serie di paesi, compresi la Siria e il Messico e chiusa in bellezza da Haiti, nei quali non è neanche il caso di affannarsi a suicidarsi, ci pensano gli altri o la natura stessa a toglierti il pensiero. L’Italia in questa macabra graduatoria è al sessantaquattresimo posto, ma sappiamo come va dalle nostre parti: un inveterato perbenismo di matrice cattolica induce a rubricare come morti accidentali molti casi di suicidio”. Sono dati ufficiali (li ho ripresi dal mio scritto perché in questo momento internet non mi funziona), che mi pare smentiscano definitivamente la vulgata dei nordici iperdepressi.

E ancora. Le malefatte nascoste, ciò che si cela dietro l’immagine tirata a lucido di civismo e probità dei paesi di cui stiamo parlando. Mi spiace, ma devo rimandarti ancora una volta ad un mio scritto. Non è un delirio di autocitazionismo o una presunzione di possesso della verità, ma trattandosi di cose che ho già cercato di approfondire in altre occasioni faccio prima a spedirti direttamente alla fonte. Questa volta si tratta del libretto dedicato alla Svizzera, Ho visto anche degli Svizzeri felici. La Svizzera non rientra nel novero dei paesi della comunità, ma si presta benissimo ad esemplificare la persistenza di certi stereotipi sulle magagne altrui. È stata accusata ad esempio di aver respinto, durante l’ultima guerra mondiale, decine di migliaia di ebrei, condannandoli a finire nei campi di sterminio. Ora: “Dall’inizio alla fine della guerra hanno chiesto ospitalità alla Svizzera e sono stati accolti nel suo territorio 293.773 rifugiati e internati provenienti da tutta Europa. Circa 60.000 sono civili perseguitati (dei quali 28’000 ebrei), ai quali si aggiungono i circa 60.000 bambini e i 66.000 profughi provenienti dai paesi limitrofi, e 104.000 tra militari, disertori, renitenti alla leva e prigionieri di guerra evasi”. Questo in un paese di quattro milioni di abitanti, chiuso tra le potenze dell’Asse e in costante procinto di essere invaso. La commissione ebraica incaricata di verificare i respingimenti ne ha accertati circa tremila. E sai che gli ebrei in queste cose sono scrupolosi. Ora, tralasciando il piccolo particolare che quei poveretti chiedevano asilo là perché erano perseguitati proprio qui da noi, proviamo a fare un pensierino a come percepiamo il fenomeno e a come ci comportiamo, oggi, nei confronti di chi fugge dalla Libia o dalla Siria o da altri paesi dove la guerra è endemica.

Di più: la Svizzera è stata anche accusata di aver trattenuto i beni depositati nelle sue banche appartenenti ad ebrei internati in Germania e scomparsi. Infatti: solo che già prima del Duemila le Banche svizzere hanno sborsato un miliardo e 250 milioni di dollari per chiudere la vicenda dei fondi ebraici in giacenza. Non so quanto la cifra fosse equa, ma l’hanno fatto. Da noi, dove pure gli espropri di stato dei beni ebraici sono stati consistenti, non è mai stata stanziata nemmeno una lira. In compenso sono al lavoro da cinquant’anni quattro commissioni. Ho fatto qualche ulteriore ricerca, e non mi risulta che altri stati, tranne almeno parzialmente la Germania, abbiano risarcito chicchessia per le ruberie e i danni materiali e morali provocati ad altri popoli (il contenzioso nostro con la ex-Jugoslavia è aperto ancora oggi, la Grecia ci ha rinunciato già da quel dì, un contentino è stato dato a suo tempo solo a Gheddafi, per garantirci i rifornimenti di petrolio). Non vado oltre, ma potrai trovare altri illuminanti dettagli.

Infine. I gestori tedeschi dell’albergo hanno senz’altro peccato di una preconcetta supponenza, ma io direi più ancora di goffaggine, perché in fondo intendevano farvi un complimento. Se non ricordo male, però, tu stesso mi hai raccontato che in Etiopia vi hanno sputato letteralmente in faccia, e conoscendovi non dubito che il vostro comportamento non fosse stato diverso da quello tenuto in Germania. Vi hanno sputato solo perché italiani, il che, al di là dell’ignoranza e della maleducazione della persona singola, la dice però lunga sul tipo di ricordo che abbiamo lasciato in quelle popolazioni, e smentisce la favola che ci siamo sempre raccontati degli “Italiani, brava gente”. Anche in questo caso ti rimando a un paio di libri, questa volta per fortuna non miei: uno si intitola appunto “Italiani, brava gente”, scritto da Angelo del Boca, lo storico più accreditato delle nostre avventure/disavventure africane; l’altro è “Tempo di massacro”, di Ennio Flaiano, testimonianza in presa diretta.

Ora, tutta questa pappardella per arrivare a dire in fondo tre semplici cose (le altre, e sono tante, avremo modo spero di dibatterle ancora).

La prima è che al di là di tutto dovremmo ringraziare il cielo di essere nati qui e non in un’altra parte del mondo, magari meno grigia, più variopinta, più calda, ma senz’altro meno sicura. Io lo faccio tutti i giorni, forse per il retaggio inconscio della precarietà che ho vissuto da bambino. Sono anche contento di non avere come vicini gli iraniani, i messicani, i colombiani, i russi, ecc. Nulla di personale, ma mi vanno bene i francesi, gli svizzeri, gli austriaci e gli sloveni, che pure qualche pregiudizio nei nostri confronti ce l’hanno.

La seconda, conseguente immediatamente la prima, è che dobbiamo fare attenzione agli stereotipi. Ne siamo pieni, io stesso nel desktop della mente ho le figurine degli inglesi spocchiosi, dei tedeschi grezzi, dei francesi pieni di sé e maligni, ma poi all’atto pratico bado alle persone e non alla loro provenienza. E nemmeno mi disturba più di tanto che gli altri abbiano di noi un’immagine tutta pizza e mafia e inaffidabilità (i tedeschi qualche ragione ce l’hanno, in due guerre abbiamo girato loro le spalle per due volte), perché so che una immagine simile la coltivano in realtà solo gli imbecilli, dei quali mi importa francamente poco, e che semmai avrò occasione di dimostrare quanto siano infondate. Non mi sono mai sentito umiliato in nessuna parte d’Europa. Come dice Enzensberger (lo faccio dire a lui perché io questa esperienza non l’ho fatta), come atterri arrivando da un altro continente in qualsiasi aeroporto europeo ti senti subito a casa. E lui era un terzomondista, una volta.

La terza, quella che purtroppo ha riscontro nell’attualità di questi giorni, è che dopo un inizio all’insegna della ritrovata fraternità nazionale, di una compattezza davanti al pericolo, del “siamo un popolo di eroi di santi e di cantanti (dal balcone)”, tutto questo afflato di orgoglio patriottico, originato dalla strizza per la crescita delle cifre dei contagi e dei decessi, si è già sgonfiato: ciascuno va per conto suo, è iniziata la caccia ai responsabili (in vista magari di future richieste di risarcimento), le procure aprono nuove inchieste mentre ce ne sono milioni che giacciono ferme da anni, i rom fanno tranquillamente i loro funerali, gli autonomi si scontrano nuovamente con la polizia, che a differenza che nelle Filippine non può sparare, persino Sgarbi è tornato in tivù. Davanti a una situazione come questa, altro che dibattito sul MES: non sarà necessario chiedere di uscire dall’Europa matrigna. Se almeno gli altri hanno imparato qualcosa da questa vicenda, provvederanno loro a buttarci direttamente fuori.

La Cina è pronta ad accoglierci, potremmo diventare una sua ennesima provincia, come il Tibet. Solo che la flessibilità cinese è inferiore anche a quella tedesca o olandese, è paragonabile solo a quella della ghisa. Ovvero, pari a zero.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

I buoni e i cattivi maestri

Questo pezzo necessita di una presentazione, perché arriva a metà di un dialogo che si è svolto sino ad oggi via Whatsapp e si è nutrito soprattutto di reciproche segnalazioni di testi e articoli dedicati al Covid 19, alle sue origini, al suo decorso e alle prospettive più o meno immediate e ottimistiche di uscirne: segnalazioni che andavano a sostegno di due letture non sempre coincidenti del fenomeno e dei suoi risvolti politici, economici e sociali.
Ad un certo punto però il confronto ha preso un’altra strada, che ritengo molto più interessante, visto che dell’epidemia è tornato a parlare in televisione persino Sgarbi. Con Stefano abbiamo analizzato, e diversamente valutato, gli atteggiamenti che l’Europa in generale, e quella “nordica” in particolare, hanno tenuto durante questa crisi verso dell’Italia, così come le modalità con le quali hanno affrontato l’emergenza pandemica. E infine siamo approdati a considerazioni relative alla nostra maggiore o minore empatia nei loro confronti. Bene, credo che l’ultima mail di Stefano (che ha giustamente ritenuto fosse arrivato il momento di andare un po’ più in profondità) costituisca un ottimo esempio di quello che considero il modo civile di affrontare e discutere gli argomenti, e vada senz’altro proposta sul sito, perché ne incarna perfettamente lo spirito e gli intenti. E ci tornerò su a stretto giro, per non interrompere un dialogo che potrebbe riuscire di un qualche interesse anche per altri amici.

 

di Stefano Gandolfi, 20 aprile 2020

Ciao Paolo,
ti scrivo una mail ritenendola più adatta di un wahtsapp ove si è costretti a sintetizzare. Poi ovviamente avremo modo di parlarne a voce … giusto per riordinare le idee. Lo scambio di opinioni sull’ Olanda è significativo per almeno una considerazione, ovvero che ognuno di noi possiede una componente razionale che deriva dalla propria cultura, dall’intelligenza, dal bagaglio professionale acquisito in una vita ecc., ma è mosso poi anche da una componente emotiva che compensa e talvolta condiziona l’altra parte in modo non diciamo giusto, ma senz’altro inevitabile: altrimenti saremmo degli automi (dei tedeschi? se mi permetti la battuta!), prerogativa che al di là delle battute non attribuisco nemmeno ai tedeschi stessi… Nella mia (in)competenza medica e scientifica mi picco di un po’ di (in)competenza anche a livello di psicologia e psicoanalisi, soprattutto per la parte più nobile e organica, ovvero quella che descrive come reazioni chimiche, neuromediatori a livello di sinapsi ecc. determinano il modo in cui il sistema nervoso centrale ci fa agire, parlare, comportare.

Ognuno di noi ha delle simpatie, innate o più verosimilmente mediate dalle nostre esperienze e dall’ ambiente in cui viviamo; queste simpatie tendono a farci dare un giudizio non sul merito di un valore assoluto, ma sulla scorta di un valore misurato in base alla simpatia stessa, quindi più soggettivo che oggettivo.

Questo vale per tutti, a prescindere dal numero di libri letti, dalla esperienza professionale ecc. Poi è ovvio che se per una persona quello è l’unico metro di giudizio, non si va oltre le chiacchiere da bar, i proclami da “leoni da tastiera” e tutte le ben note e nefaste conseguenze… amplificate dai social. La percentuale di prevalenza della parte oggettiva su quella umorale, come tu ben sai, determina il risultato finale di un giudizio, un’opinione, uno schieramento ideologico, politico, sportivo, letterario …

Quante volte abbiamo parlato di bravissimi scrittori, poeti, musicisti, artisti ecc. dei quali non condividevamo assolutamente l’atteggiamento ideologico, e ci chiedevamo come potessero menti così brillanti e elevate avere idee di quel genere? Io tantissime volte, con sgomento e rammarico enormi, se si trattava persone amate, rispettate e magari anche venerate … Ma è giusto così, le divergenze fanno parte del gioco, anche se vorremmo riscrivere le regole!

 

Parlando di svizzeri, tedeschi, olandesi, scandinavi, è giocoforza arrivare in breve alle differenze antropologiche fra noi e loro, ed iniziare a camminare su un terreno minato. Quanto ho amato la Norvegia, l’ Olanda, la stessa Germania nel corso dei nostri viaggi europei prima di varcare gli oceani, quanto sono stato “nordico” e poco italiano, apprezzando il senso civico, l’educazione sociale, il rigore mentale di questi popoli, sia pure a fronte degli aspetti negativi noti da sempre, quali il maggior tasso di depressione e di alcolismo, l’altissimo tasso di suicidi in Norvegia, la pervicacia ancora oggi nel contribuire all’estinzione delle balene … Nulla di nuovo, nulla è cambiato, quello che cambia è la rilevanza che si attribuisce agli aspetti che ci piacciono rispetto a quelli che non ci piacciono; ma oggettivamente un popolo vale per quello che vale, a prescindere che mi piacesse di più venticinque anni fa piuttosto che adesso. E non c’ entra per niente Salvini o chi per esso …

C’ entra, magari, il fatto che ho poi viaggiato ad altre latitudini, geografiche e antropologiche, e ho conosciuto anche a casa loro popoli e paesi che da un punto di vista razionale fanno rabbrividire per i loro comportamenti politici, religiosi, ambientali … ma che poi ti lasciano dentro qualcosa in termini spirituali, affettivi, amicali … Qualcosa di assolutamente irrazionale, magari anche correlato al fatto che invecchiando si sgretola la barriera razionale e rigida con cui ci si è comportati fin lì (sicuramente non è il tuo caso!!! vabbe’ …): certo, gli indiani tengono le loro donne segregate, le picchiano e a volte le sgozzano … bruciano per le strade i rifiuti tossici, sono pigri, corrotti, indolenti … Certo, gli africani perpetuano nel tempo la loro indole peggiore, quella coltivata in loro dai colonizzatori in merito alla gestione dello stato, all’arricchimento personale … Certo, i sudamericani sono delle simpatiche canaglie, chi più chi meno senza generalizzare … poi magari queste sono le persone che, se ti rimane un solo neurone che funziona, ti restano per sempre nella memoria e nelle emozioni.

E allora magari ti ricordi (negativamente) di quei 4 ragazzi norvegesi completamente ubriachi e armati di bottiglie rotte che ci hanno inseguito in macchina per 50 km sulle strade deserte della Norvegia per un presunto sgarro di precedenza o di sorpasso (ma queste cose non dovrebbero succedere solo al sud?), di quella brava coppia di gestori di un B&B tedesco che al momento di pagarli ci hanno detto “per essere degli italiani sembrate quasi delle brave persone”, (e potrei citarne altri. documentati, in Austria, in Alto Adige, ecc): cito volutamente questi aneddoti proprio perché sono totalmente arbitrari, soggettivi e non espressivi in alcun modo di un giudizio globale su un popolo, potrei citarne altrettanti positivi di bei ricordi, questo a dimostrazione del fatto che poi alla fine quello che conta sono le emozioni e i sentimenti soggettivi, anche mutevoli nel corso degli anni. Tutto ciò non è né giusto né sbagliato, in ogni giudizio, ricordo, esperienza personale, c’è del vero ma anche dello sbagliato perché si omette tanto altro, e sono la simpatia o l’antipatia a pelle a far fa prevalere l’uno o l’altro aspetto.

A cosa voglio arrivare con tutti questi sproloqui? A dire che, a mio parere, è ben difficile esprimere un giudizio su un popolo, su una nazione, sulla base di esperienze aneddotiche o di mozioni di simpatia o di antipatia, e questo vale innanzitutto per me, perché mai vorrei lanciare il sasso e tirare indietro la mano, ogni cosa detta agli altri e per gli altri deve valere innanzitutto per me.

Allora come giudichiamo una nazione, ammesso che sia possibile? conosciamo tutto? Quello che succede nei piani alti della politica, dell’economia, delle banche? noi o chiunque altro possiamo avere una minima possibilità di conoscere la verità su tutto? forse in parte sì … I tedeschi stanno risolvendo meglio e prima la crisi sanitaria, sono forse gli unici al mondo ad avere predisposto, e poi attuato, come mi hai detto, un piano di emergenza … Tanto di cappello, non discuto, nutro se mai invidia e rabbia perché non hanno nulla più di noi per riuscirci, senz’altro nulla a livello di capacità professionale medica, sicuramente sì a livello organizzativo e logistico, che d’altra parte è il loro classico punto di forza.

Su tutto il resto. forse sì, ma forse anche no. Atti criminosi economici perpetrati dalle loro banche, bond tossici, malefatte a livello industriale (pensiamo al settore auto …): purtroppo non ho la competenza né il metodo per archiviare e riportare in modo giusto tante notizie periodicamente ricevute da amici e conoscenti del settore, persone consultate professionalmente e quindi non chiacchiere da bar. Ho il vizio di non archiviare in nessun modo i dati, diciamo pure che non mi interessa, quindi automaticamente non ho il diritto di andare oltre perché non posso documentare ciò che dico; però in questi giorni di inattività forzata seguo molto più della norma le notizie, cercando di scremare i siti attendibili e seri da quelli da quelli che non lo sono (e in questo, forse per la mia forma mentis di medico, penso di essere abbastanza bravo: lascia perdere quello dell’ Olanda, ti ho già spiegato perché te l’ho inviato …) Ora, continuando nell’errore di non salvare quasi nulla, leggo e apprendo cose che non corrispondono propriamente all’immagine limpida e pulita che ufficialmente compete all’Europa, intesa come U.E., e ai paesi del nord-Europa che dovrebbero essere i “campioni” di tale immagine. Mea culpa, non posso, ripeto, oggettivare nulla, mi sforzerò di farlo, di salvare dati, ma so già che non lo farò. In realtà, preferisco farmi due ore di ginnastica in casa, di cyclette o di tapis-roulant, lavorare le mie foto, fare cioè ciò che mi piace di più e dà un minimo di senso alla mia vita in questo momento. Quindi… mi autodichiaro sconfitto per K.O. tecnico! O per mancata volontà di documentarmi adeguatamente per il dibattito!

Al termine di questo sproloquio, ti confesso comunque che questo scambio di opinioni è di altissimo livello, e qui mi devi credere ciecamente, perché non essendo tu su Facebook ti perdi il brivido del clima da arena di gladiatori e da Bar Sport che vi domina!

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Con svista sul campo

di Fabrizio Rinaldi, 12 aprile 2020, Pasqua

Dall’esilio imposto dalla pandemia, raccolgo l’esortazione di Paolo (“Camera con vista sul futuro”) a raccontare aspetti della convivenza col virus, e a soffermarmi su quelli che in un’altra condizione non avrei mai colto.

A differenza della sua situazione, che lo vede costretto in un palazzo in città, io vivo sulle colline ovadesi. Sto in mezzo a una campagna che non vedeva da almeno una generazione tante persone improvvisarsi contadini, sfalciare l’erba, potare alberi, rose e viti in abbandono, arare il campo incolto montando il cingolato del padre o addirittura quello del nonno, che stava a riposo (il cingolato, non il nonno) in garage da decenni. Pure io ho completato – finalmente, a sentir mia moglie – il recinto per il cane, e ora tinteggio la casa e zappo l’orto.

Si stanno riportando alla luce fasce di terreno ormai abbandonate da secoli, per rispondere alla necessità di avere della verdura e non pagarla come oro. Sarà opportuno imparare velocemente a coltivarla con cura, perché è presumibile che la situazione non si risolva a breve e non ho voglia di mangiare la finta – e cara – insalata del Bennet.

Il problema è che non abbiamo l’esperienza e le malizie dei nostri avi, che il mestiere del contadino lo praticavano quotidianamente. Ci ho messo una vita a piantare dei pali, e sono al mio terzo dito martellato. Il mio vicino sta strozzando il decespugliatore e fra poco avrà il problema di trovare qualcuno che gli sostituisca il motore fuso.

Non trovando altre scuse a cui aggrapparci per rimandare ulteriormente i lavori che chi vive in campagna vede crescere attorno e dentro casa, siamo in obbligo a eseguirli per dare un senso a questa stasi forzata e per spuntare – finalmente – ciò che nella normalità ci è comodo evitare di fare.

Confesso che è anche un’ottima scusa per sfuggire per qualche ora al cappio familiare. Sembra essersi stretto un immaginario sodalizio fra il virus e un ministro clericale della famiglia, così da imporre con vincolo governativo che si stia sempre assieme, pena la morte per mano della malattia. Eppure nelle sacre scritture non c’è accenno al fatto che il Giuseppe della “santa” famiglia ciondolasse continuamente in casa con moglie e figlio. Ogni tanto sarà andato anche lui a bere un goccetto con gli amici, o in bottega a fare il suo mestiere (imprecando anche lui all’ennesima martellata sulle dita).

Alle famiglie “comuni” invece tocca questa convivenza forzata, che fa emergere differenze, incomprensioni e insofferenze, capaci, a lungo andare, di minare il rapporto. Per evitare il divorzio al termine della pandemia è necessaria una rigida disciplina di rispetto dei reciproci spazi fisici e mentali. Io, ad esempio, non voglio scocciature quando provo a scrivere due righe; mia moglie, dopo che le bimbe vanno a letto, e quando anch’io mi tolgo dai piedi, si gode il film romantico di turno. Ho comunque la fortuna di vivere in una casa relativamente grande, circondata dal bosco, e questo permette qualche momento di isolamento e distrazione. Non oso pensare a quelli che sono costretti in ambienti angusti con molti familiari, e magari nemmeno li sopportano.

Insomma, se questa situazione andrà avanti per molto, ne usciremo più poveri, ci sarà un mare di divorzi e tanto lavoro per i psicologi.

E veniamo ai figli: sono sempre fra i piedi. Sempre! Spendono molte energie per rivendicare giustamente il loro status, quindi pretendono attenzioni, esempi, e che ci si sostituisca agli insegnanti, o ci si improvvisi esperti digitali per le video-lezioni (di qualunque tipo), ecc …

Trovano soprattutto astuti stratagemmi per far emergere le differenti visioni di mamma e papà sulle modalità educative, in modo da trarne sempre vantaggio. E in genere ottengono ulteriore tempo da dedicare al gioco, anziché dare un minimo contributo a tenere in ordine la casa. La conseguenza ultima è l’uccisione di ogni istinto primigenio fra i genitori.

Le mie figlie sono ancora bambine, quindi vivono apparentemente senza grandi traumi questa forzata prigionia, trascorrendo la gran parte della giornata a giocare, disegnare, arrampicarsi sugli alberi e battibeccare. Sono ancora nell’età in cui desiderano stare con i genitori, e l’occasione è propizia ed abbondante. Lamentano ogni tanto l’impossibilità di incontrare i compagni di scuola, ma poco altro. Le ripercussioni, per loro e per i coetanei, si vedranno fra un po’, quando i rapporti da infantili diverranno adolescenziali. Saranno pianti, temo …

Ho infatti amici con figli adolescenti che vivono in modo traumatico questa convivenza obbligata. In una fase della crescita dove l’esperienza della interazione fra corpi è cruciale, questa lontananza risulta frustrante. Per non parlare dell’annientamento delle coronarie dei genitori …

Chi ha figli in età scolastica sta anche facendo i conti con la didattica via web. È encomiabile la dedizione con cui molte insegnanti si sono adeguate, imparando in pochi giorni a usare strumenti di non immediata comprensione, specie per chi non è nativo digitale ma più vicino al pallottoliere. Stanno facendo il possibile per completare il programma didattico, mettendo in campo tutte le loro capacità affabulatorie per catturare nelle video-lezioni l’attenzione di bambini distratti da contesti domestici sicuramente non propizi alla concentrazione: magari nell’altra stanza mamma passa l’aspirapolvere, e papà tira lo sciacquone.

Sto positivamente constatando quanto impegno ci mettano insegnanti e bambini nell’insegnare e nell’imparare, forse più che a scuola. La mia è una esperienza di paese, quindi per fortuna le classi sono piccole e possiedono una buona preparazione generale: il programma scolastico della primaria è stato interrotto quando erano già a buon punto. Sicuramente si tratta di una situazione privilegiata rispetto a quella in cui si svolgono le lezioni nelle città. E ancora più ostica immagino sia la condizione per i livelli scolastici superiori. Mi chiedo soltanto perché settimanalmente ci siano due appuntamenti con italiano e matematica, uno con religione, occasionalmente con scienze, a discapito della matematica, e nessuno con l’inglese. Capisco la necessità di mantenere i contatti con chi ci guarda di lassù, ma non sarebbe male curare anche gli altri.

Oltre alle video-lezioni con le insegnanti, i genitori sono chiamati a gestire anche quelle con gli istruttori e i responsabili di quei corsi che in tempi normali servivano a scrollarsi di dosso la prole per alcune ore.

Le mie figlie seguivano corsi di arrampicata, di teatro e frequentavano gli scout. L’istruttrice del primo ha scritto in un messaggio: “Vista la situazione, fate gli esercizi di riscaldamento che riuscite e, se lo avete, giocate in giardino”. Pragmatismo e sintesi in istruzioni di buon senso.

Invece i capi-scout e l’insegnante di teatro sommergono i bambini (e di conseguenza i genitori) in un turbine parossistico di compiti e istruzioni per realizzare balletti, disegni, esercizi teatrali e altro, attraverso canali youtube e lezioni via whatsapp e skype.

Qui ci esco di matto: per me sono incompatibili le finalità originali dei corsi (scarpinare, mettere alla prova i corpi, la capacità di esprimersi con essi e favorire le relazioni con i coetanei) e le attività proposte in remoto, che ovviamente non prevedono la partecipazione fisica e collettiva degli iscritti. L’unica giustificazione è dare un senso alla retta già pagata. Ma francamente non mi basta. Ci vorrebbe un po’ di realismo: ammettere che il corso non può proseguire ed esser disponibili a restituire parte della quota. Tra l’altro, vista la difficoltà contingente, credo che pochi la vorrebbero indietro.

Mi irrita soprattutto la perseveranza degli scout nel richiedere l’invio del video sul piatto cucinato dai lupetti, o quello sul canto propiziatorio, e la competizione a presentare i migliori prodotti (in genere filmati), con bambini sempre più svogliati nell’eseguire il balletto o il canto. Temo ci sia gente che obbliga i figli a rifare la stessa scena decine di volte, per ottenere capolavori di ovvietà.

La distanza sociale che ci separa da parenti e amici ci induce ad utilizzare sempre più spesso le videochiamate, per avere l’illusione di sentirci più vicini, utilizzando gli stessi strumenti impiegati per le lezioni dei figli.

A differenza della consueta telefonata, che implica l’esclusività del rapporto a due, le chiamate video consentono l’interazione con l’immagine in presa diretta di molti interlocutori, ciò va a discapito, oltre che della perdita di unicità della comunicazione, anche della qualità audio, specie in zone impervie come la mia.

Per le videochiamate ci si deve preparare: ci si pettina, ci si da un contegno, preamboli non necessari nell’usuale telefonata. E questa è una prima scocciatura. Inoltre nei volti dei partecipanti si legge l’impazienza a concludere la conversazione: una volta che hai commentato l’immagine dell’interlocutore, ironizzato su ciò che si sta facendo, speso qualche parola di preoccupazione sulla diffusione della pandemia, non sai più che cavolo dire. Forse ci vorrà un po’ di tempo per prender dimestichezza col mezzo e andare oltre le formalità di circostanza.

Di fatto avverto una crescente insofferenza, non solo mia ma generalizzata, nello stare a contatto troppo stretto con altri: come se questa condizione di isolamento andasse creando una barriera comunicativa e sociale. Non si ha più voglia di parlare. È venuto meno il piacere della conversazione. Persino lo sparlare degli altri oggi non dà più soddisfazione, perché manca la fisicità del rapporto. O forse la distanza forzata ci rende brutalmente consapevoli di quali sono i rapporti cui teniamo realmente. Prima o poi dovremo chiederci quali sopravvivranno a questa assenza fisica.

Per quel che mi riguarda, non mi mancano le consuetudini sociali: i giri per negozi, l’andare al bar o il vedere gente. Non ho la possibilità di camminare oltre il mio bosco, e di vedere un po’ di amici e parenti stretti, ma con questi basta la telefonata o il messaggio per dirsi l’essenziale.

Trovo così il tempo anche per rimetter mano al sito, cercando di rendere più visibili i pezzi di Sottotiro review e i vecchi Quaderni, e scoprendo ancora una volta quanto materiale e quanti stimoli al pensiero i Viandanti delle Nebbie abbiano prodotto in un quarto di secolo. Una attività impressionante!

Ma sento vocine ridacchiare nell’altra stanza. Il mio momento privato è già finito. Le bimbe si sono alzate e vogliono rompere le uova pasquali. E ci riescono benissimo!

Collezione di licheni bottone

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Quaranta dì, quaranta nott

di Vittorio Righini, 11 aprile 2020

Pratico la quarantena da anni. Sto bene in casa durante la settimana, leggo libri, ascolto musica, cucino, curo l’orto, taglio l’erba, guardo i documentari e rarissimi film, vado a far la spesa e poco altro. Nel fine settimana esco e faccio un giro con la mia vecchia Guzzi, oppure vado ai mercatini a comprar libri (virus trasmessomi da noto Professore di Lerma), oppure vado in trattoria. Quindi, apparentemente, questa quarantena non dovrebbe essere niente di molto diverso, sebbene mi manchino i mercatini, il giro in Guzzi e soprattutto le trattorie. Ma la differenza è subdola; la mia precedente quarantena era ricercata e gradita solitudine, questa è domiciliazione imposta. La permanenza in casa con la moglie dà l’idea della gag che gira sui telefoni: mogli in casa: 1 – percepite: 4. Tra l’altro, mia moglie lavora mezza giornata, quindi ho interi pomeriggi da passare con la gatta e il cane, diciottenne sordo, maleodorante, tremulo e con deambulazione ridotta. In compenso mangia e caga come un leone.

La casa è ubicata a sud, così al mattino conviene accendere il camino, per smorzare l’umidità, ma la vista sulla città ripaga del sacrificio: inoltre posso uscire e girare come voglio perché sono isolato sulla collina. Anche io penso che mi stiano fregando un anno, come scrive il Professore, perché temo che questa estate non andremo tanto in giro, o per niente, e lo faremo guardandoci in cagnesco uno con l’altro, a due metri di distanza. Invidio chi ha una piccola barca a vela, e potrà uscire senza avere contatti col prossimo. Ma la vedo dura: finché non ci sarà un vaccino non riusciremo a scrollarci di dosso l’odiosa idea di vedere nell’altro che abbiamo di fronte un covo di batteri.

Forse tutto questo ci farà bene: o almeno, ad alcuni di noi farà bene. Non sono totalmente pessimista, credo che dopo il vaccino saremo tutti di nuovo umani; certo, quelli che pensano solo a far soldi continueranno a farlo, ma quelli che sanno che la vita è anche fatta di tante piccole cose se le godranno di più, gusteranno di più ogni singolo momento, e tutti i sessanta minuti di ogni ora.

Ho attaccato la scorta di libri non ancora letti, e li sto smaltendo abbastanza in fretta. Però, se arrivato a metà stento, non sono questi i momenti in cui stentare. Abbandono, o sospendo. Mi è successo anche con un libro segnalato dal Prof, La fine è nota di G. H. Hall. Gli avevo chiesto di suggerirmi qualche giallo, qualcosa di leggero, me ne ha suggeriti tre: questo, il primo che ho affrontato, di giallo ha poco, ha tanto di grigio. È scritto in modo ineccepibile, ma è veramente noioso. Ora tenterò di finirlo, ma io volevo un giallo, non uno Steinbeck! Io volevo Poirot, Maigret, roba semplice e genuina con la quale star tranquillo, preso solo dalla ricerca del colpevole, non volevo leggere la descrizione di un lugubre villaggio del Nebraska o dintorni abitato da vari psicolabili, scritta da un Last Heat-Moon in crisi depressiva e senza ironia. Io volevo l’assassinooooo!

Alterno questa lettura, che devo doverosamente portare a termine per potermene veramente lamentare, dato che mi è stata consigliata, a L’ultimo treno della Patagonia, di Paul Theroux, uno che se la tira abbastanza, è simpatico come un peto, ma scrive bene e soprattutto fa un viaggio in treno da Boston alla Patagonia, tragitto molto interessante. Poi mi sono fatto un centinaio di pagine di A caccia di draghi, la conquista delle Alpi di Fergus Fleming. Questo sono certo che, prima o poi, decollerà, per ora è ancora abbastanza lento. Nel frattempo ho iniziato Le porte dell’Arabia, di Freya Stark che alterno a Arabia Deserta di C. M. Doughty, questo ultimo considerato da T.E. Lawrence la Bibbia del deserto, e consumato a forza di riletture da Wilfred Thesiger. Volevo iniziare anche La Via della Seta di P. Frankopan, ma mi sono reso conto di aver troppa carne al fuoco.

Ho appena terminato un piacevolissimo libro ritrovato, in questi giorni di clausura, in un baule in soffitta, dal titolo I Pescatori di Frodo, di W. Helwig, una edizione del 1942, che narra di un gruppo di pescatori che usavano la dinamite e che vivevano sulla costa orientale del Pelion, penisola greca. Una storia interessante. Come interessante è Itaca – l’isola dalla schiena di drago di L. Baldoni, un appassionato di Omero e dell’Odissea, che fa un viaggio ai giorni nostri nella piccola isola dello Ionio e riesce a parlare insieme di Ulisse e degli attuali abitanti: un libro un po’ particolare, che non consiglierei a tutti, ma che mi si addice. Ho terminato poi Suite Francese di Irene Nemirovsky, davvero un bel libro. Ho naturalmente sempre una copia di Mani, di P. L. Fermor, aperta in giro per casa, due pagine ogni tanto le rileggo volentieri.

In questa prigionia c’è anche un lato positivo ed è quello economico: non spendo, se non per il cibo. Niente benzina, autostrada, ristoranti, scarpe nuove. Solo qualche libro comprato su Internet: la Posta è celere come non mai, sembra strano ma il piego libri ordinario arriva in pochi giorni, prima di una raccomandata. E la mente vaga su Google maps alla ricerca del prossimo viaggetto, nella tarda estate, in Italia o in Grecia, of course. Ci vediamo lì.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Camera con vista sul futuro

di Paolo Repetto, 9 aprile 2020

Da un mese e mezzo vivo confinato in un terrazzino al settimo piano. Fortunatamente è orientato a sud, e aggetta su un fazzoletto triangolare di verde, al di là del quale corre un ampio viale e si allarga poi una distesa periferica di costruzioni basse. Non mi è quindi impedita la vista in lontananza, a centottanta gradi, dei profili dell’Appennino retrostante Genova: del Tobbio, delle alture della Val Borbera e di quelle della valle dell’Orba. Consolazione magra, ma di questi tempi ci si aggrappa a tutto.

Più che all’orizzonte, però, anche per non rinfocolare troppo la nostalgia, quando alzo la testa dai libri guardo in questi giorni di sotto, in cerca di forme di vita che si muovano tra lo spalto e il rettilineo di via Testore e mi rassicurino che non è esplosa una bomba al neutrino. La via appare sgombra e inutilmente scorrevole, mentre di norma è intasata da auto in doppia fila, ed è vuoto e silenzioso anche il marciapiede sul quale estate e inverno sostano e schiamazzano gli avventori del bar (e proprietari delle auto in doppia fila), tutti rigorosamente col bicchiere in mano. Solo negli orari consentiti dal decreto c’è una piccola e compostissima fila davanti al minimarket d’angolo.

Quando riguadagno l’interno cerco di rimpicciolirmi il più possibile e di muovermi come un astronauta, lento e levitante. La condizione di quarantena impone naturalmente di trovare linee nuove di compromesso con lo spazio in cui vivi e con chi lo condivide con te. Tre persone per ventiquattro ore al giorno per cinquanta giorni sono più di tremilacinquecento persone, anche al netto delle uscite per i rifornimenti o per le mie mezz’ore quotidiane d’aria attorno all’isolato: uno sproposito, per ottanta metri quadri. A breve saranno a rischio di crollo i palazzi più ancora che i viadotti – anche se questi ultimi, pur sgravati del traffico, continuano allegramente ad afflosciarsi,). Diventa un’arte lo scansarsi.

Non solo: il “distanziamento sociale” induce a cercare nella televisione un surrogato di quel contatto con l’esterno che è venuto drammaticamente a mancare. Ti riduci, non fosse altro per l’aggiornamento sulle perdite giornaliere e sul progredire del contagio, a sedere davanti alla televisione, e stenti poi a rialzarti, perché in effetti non hai altro di urgente da fare. Insomma, se si conserva un po’ di coscienza critica si può verificare su noi stessi cosa significa rimbambimento depressivo.

Questo spiega forse perché mi sforzo di rappresentare invece la mia attuale condizione come un’opportunità, secondo la moda ormai invalsa di considerare opportunità qualsiasi disgrazia o accidente capiti. Non è facile, e infatti ci sto girando attorno senza risolvermi sin dall’esordio di questo pezzo: ma voglio provarci.

Mettiamola così: io godo di un punto d’osservazione privilegiato, rispetto a tutti gli amici che vivono in campagna o dispongono almeno di un piccolo giardino, e soffrono in maniera molto attutita gli “effetti collaterali” di questa crisi. Io vivo nel cuore della battaglia, come un reporter di guerra. Loro non sanno cosa si perdono, perché quando il tran tran quotidiano muta così drasticamente si attivano, per forza di cose, dei sensori diversi, e si colgono aspetti del reale che nella normalità sfuggono o appaiono assolutamente insignificanti.

Ora, senza pretendere a discorsi filosofici o ad analisi psicologiche o sociologiche, per i quali conviene rivolgersi ad altri, vorrei limitarmi a fornire qualche esempio di ciò che una condizione di normalità non ci indurrebbe mai a considerare significativo. Vado in ordine sparso, e lascio aperte queste pagine, come già i miei precedenti interventi antivirali, a ogni sorta di integrazione, correzione e aggiunta.

 

1)    Parto proprio dalla televisione. Non mi sarei mai atteso di scoprire attraverso la tivù quanto è grande il patrimonio librario degli italiani. Con questa storia dello streaming, per cui si interviene da casa, vedo fiorire ovunque insospettabili librerie domestiche. Mi si obietterà che è abbastanza normale, uno non si collega dando le spalle al lavandino della cucina o alla cassetta dello sciacquone, ed è vero: ma vi invito a fare caso, nel corso dei collegamenti, non all’intervistato, che in genere non ha granché di interessante da dire, ma al tipo di scaffalature che ha alle spalle e alla disposizione dei volumi, anche senza cadere nella mia maniacale pretesa di riconoscere dal dorso le case editrici, e quindi gli orientamenti culturali del proprietario, o di leggere addirittura i titoli (questo si può fare meglio sul monitor del computer, ingrandendo e mettendo a fuoco i particolari). A volte il gioco è davvero mal condotto. Ieri ho visto una povera Billy nella quale pochi volumi totalmente anonimi, tipo quelli usati dai mobilieri nelle esposizioni, erano sparsi in assembramenti ridottissimi su ripiani per il resto desolatamente vuoti (non c’erano nemmeno vasi o teste di legno africane o altre suppellettili), e questo solo nella colonna immediatamente alle spalle del parlante. Avendo il tizio calibrato male l’inquadratura si scorgevano le colonne ai lati completamente deserte.  Penso che a un certo punto abbia preso coscienza dell’assurdità della situazione, o qualcuno gliela abbia fatta notare, perché ha cominciato a impappinarsi e ha chiuso frettolosamente il collegamento. Sono rimasto con l’angoscia per quegli scaffali vuoti.

In altri casi, invece, regìe più accorte predispongono una inquadratura di sghimbescio, facendoci intravvedere infilate di scaffali grondanti libri lungo tutta una parete. In realtà ci tolgono l’unico piacere, quello appunto del gioco al riconoscimento.  Si tratta in genere di filosofi o liberi pensatori. I rappresentanti della vecchia guardia, le figure istituzionali, si coprono invece le spalle con solide enciclopedie, trentacinque volumi tutti uguali e tutti ugualmente intonsi, forse per mantenere un profilo neutrale, o trasmettere un’immagine di solidità, ma più probabilmente perché non possono esibire altro. Mentre i direttori di riviste e quotidiani sono preferibilmente incorniciati dalle raccolte cartacee delle loro creature, alla faccia di tutti gli archivi digitali, o dalle intere collane edite in allegato. Insomma, tutto piuttosto pacchiano. C’è un futuro per giovani che volessero specializzarsi in Scenografia delle Screaming, anziché in Storia. Elisa ha perso un’occasione.

Comunque, non mi si venga a dire che l’editoria è in crisi. Non so se gli italiani leggono, ma senz’altro hanno comprato libri. Forse lo hanno fatto recentemente, avendo sentore della crisi e prevedendo i collegamenti in remoto. Ma lo hanno fatto.

In compenso, mia figlia Chiara, che lavora in Inghilterra nel settore finanziario, mi racconta che nelle videoconferenze i suoi colleghi si presentano quasi sempre dando la schiena a quadri di autori in qualche modo riconoscibili e riconosciuti (almeno a livello locale). In Inghilterra va l’arte, in Italia la letteratura (ma proprio stasera, nel salotto-streaming della Gruber, alle spalle della vicepresidente della Confindustria campeggiava un’opera di Gilardi, mentre dietro tutti gli altri convitati virtuali le librerie sembravano in terapia intensiva, tanto il loro respiro era artificiale).

Mi sono anche chiesto come me la caverei io, dovendo collegarmi da casa (non dal terrazzino di Alessandria, ma da Lerma). Sarei in grave imbarazzo, perché in qualunque ambiente e da qualsiasi angolatura avrei alle spalle libri, e tutti libri ai quali tengo e che farebbero la gioia di un riconoscitore, nonché scaffalature autoprodotte. Quindi, o dovrei programmare una serie di interventi con inquadrature diverse, o sarei tenuto per equità a rinunciare. Forse mi conviene adottare quest’ultima soluzione.

 

2)   Per dimostrare che non sono poi così prevenuto nei confronti della televisione, eccomi a riconoscerle dei meriti, quando ci sono. Uno dei più grandi, nella gestione di questo terribile momento, è senz’altro l’oscuramento di Sgarbi. Lo stiamo pagando ad un prezzo altissimo, trattandosi tra l’altro solo di una parziale e tardiva riparazione a una schifezza che andava avanti da anni, ma insomma, aggrappiamoci anche alle piccole consolazioni. Se assieme al virus avessimo dovuto sopportare anche lui la tragedia sarebbe diventata del tutto insostenibile. Rimane purtroppo il timore che non appena cessata l’emergenza possa ricomparire. Dicono che usciremo da questa prova migliori: bene, il suo ritorno o meno sui teleschermi sarà la cartina di tornasole.

 

3)   Un altro merito della tivù è quello di aver dato fondo al magazzino dei film western (quelli veri, intendo). Purtroppo però sto scoprendo che li avevo già visti tutti, e non solo la gran parte, come pensavo. Mara si diverte, ogni volta che durante lo zapping si imbatte in un cappello a larghe tese e in un cavallo, a chiamarmi per verificare se lo riconosco, e a sentirsi elencare all’istante titolo e interpreti, spesso anche il regista. A molti questo esaurimento delle scorte non parrà una cosa di particolare rilievo, ma per me lo è. È sintomatico, simbolico di un ciclo che si è esaurito e di un mondo che ha fatto il suo tempo. Può andare definitivamente in archivio (non mi riferisco solo al western). Il fatto è che dentro quel mondo ci sono anch’io.

 

4)   Cambiano i rituali. Fino a un paio di mesi fa nella mia liturgia mattutina, subito dopo il caffè e la prima sigaretta, veniva il siparietto di Paolo Sottocorona, con le previsioni meteo fino a due giorni avanti, offerte con garbo e ironia, sottintendendo sempre: “se non andrà proprio così non prendetevela con me, faccio quello che posso”. Ho smesso completamente di seguirlo, anche perché di come sarà il tempo nei prossimi due giorni non mi può fregare di meno, visto che li trascorrerò comunque in casa. Ho introdotto invece un rituale vespertino, quello del collegamento con la Protezione Civile, con tanto di snocciolamento delle cifre dei contagi e dei decessi. So che le cifre sono approssimate e virtuali, e che i costi umani reali di questo dramma li conosceremo davvero, forse, solo dopo che si sarà totalmente consumato: ma mi dà l’illusione di partecipare in qualche modo ad una cerimonia collettiva di addio, assieme ad altri milioni di telespettatori, per evitare che sei o settecento persone ogni giorno se ne vadano insalutate, senza un funerale, senza qualcuno che le accompagni, inghiottite immediatamente dalle statistiche.  Che è esattamente il contrario di quanto cercano di fare, ed è anche comprensibile perché lo facciano, coloro che danno l’informazione.

 

5)   Ho provato a tenere una conta differenziata per età e per genere delle persone che incontro al supermercato, che vedo passare dal terrazzino o che incrocio durante i duemila passi quotidiani extra moenia. È probabile che le mie statistiche siano viziate da una deformazione prospettica, da un campionamento troppo parziale, ma io riporto solo quanto ho potuto constatare, e cioè che le percentuali per genere sono inversamente proporzionali a quelle ufficialmente rilevate dei tassi di contagio.  Le donne in sostanza contraggono il virus due volte meno degli uomini, e stanno in giro due volte di più. Forse proprio perché rassicurate dalle statistiche, o forse più semplicemente perché nelle situazioni critiche sono meno ipocondriache e più spicce dei maschi, o magari perché nel fare la spesa non si fidano dei mariti e vogliono avere l’ultima parola nella scelta dei prodotti. Sia come sia, sono protagoniste nella quotidianità dell’emergenza.  Mi faceva notare Nico Parodi che al di là della crisi il tema del nuovo ruolo femminile e delle prospettive che disegna sarebbero da affrontare non più con il cazzeggio degli psicologi e dei sociologi da talk show, ma andando a sommare tutta una serie di evidenze e di proiezioni scientifiche. Credo che qualcuna, di tipo nuovo, verrà fuori anche da questa situazione.

Per quanto concerne invece le classi di età, gli anziani sembrano decisamente molto più girovaghi dei giovani, a dispetto del fatto di essere maggiormente a rischio. Probabilmente anche questo dato ha spiegazioni plurime, compatibili comunque l’una con l’altra. Intanto, già sotto il profilo prettamente demografico in città come Alessandria vivono molti più anziani che giovani, per motivi logistici. Questi ultimi tendono a decentrarsi nella cintura dei paesi attorno, hanno maggiore facilità di spostamento e frequentano probabilmente anche in questo periodo, per gli approvvigionamenti, i grandi centri commerciali periferici. Poi sembra che gli anziani abbiano perfettamente inteso il senso del messaggio lanciato dal governo e rimbalzato da tutte le reti televisive, che non è “Abbiate riguardo per la vostra salute” ma “Non cercatevi guai perché non abbiamo le risorse per curarvi”, e vogliano ribaltarlo, dimostrando di sapersela cavare comunque. Infine c’è il fatto che i giovanissimi, anche se liberi da incombenze scolastiche, non li si incontra al supermercato, perché sono esentati per statuto dal farsi carico del vettovagliamento o di altre incombenze spicciole. È probabile abbiano escogitato luoghi e modi diversi per ritrovarsi, oppure si brasano beatamente davanti al computer o al telefonino (come del resto facevano anche prima).

6)   E i cani, che avevamo lasciato come grandi protagonisti della resistenza allo stress da quarantena?  Continuano stoicamente a reggere agli straordinari cui sono sottoposti, ma rilevo un calo nella frequenza delle uscite, forse connesso a quanto dicevo sopra. Erano infatti soprattutto i giovani a offrirsi come conduttori, e nel frattempo questi hanno trovato scuse diverse per le uscite, o si sono definitivamente poltronizzati. Un’altra cosa piuttosto voglio segnalare. È naturale vedere nelle aiuole qui sotto solo animali di piccola taglia, come si addice a bestiole che vivono in appartamento.  Ma allora, mi chiedo, che fine hanno fatto i pittbull e i mastini tibetani che giravano un tempo? Dispongono tutti di confortevoli giardini? E se no, dove li portano a pisciare? E se si, che ci facevano in giro, prima?

 

7)   Chiudo, per il momento, accennando al rischio molto concreto per tutti dell’abitudine all’ozio. L’ozio forzato snerva, per due principali motivi: da un lato perché dopo aver scatenato una prima insofferenza insinua sottilmente l’idea che i progetti che avevi in mente non siano poi così importanti e così urgenti, visto che comunque non puoi dare loro corso e devi fartene una ragione. Dall’altro, la prospettiva di molto altro tempo vuoto a disposizione spinge a rimandare anche le cose che potresti fare subito, e che ti eri sempre chiesto se mai sarebbe capitata l’opportunità di farle. È quanto mi sta accadendo con tutti i propositi di completamento dei lavori lasciati a metà sul computer, o di lettura dei libri accumulati, cose per le quali persino quando ancora ero in servizio riuscivo a trovare un paio d’ore la sera o di notte, mente adesso giro attorno e inseguo da un libro o da un sito all’altro sempre nuove distrazioni. Sono al punto che l’idea di quel che mi aspetta al rientro a Lerma, dei lavori di riassetto del giardino e del frutteto sconciati dai nubifragi autunnali mi spaventa, e ad ogni nuova dilazione imposta tiro quasi un sospiro rassegnato di sollievo. Non è una sindrome da poco, e non credo di essere l’unico a viverla.  Se un po’ può servire a smorzare l’ansia di accelerazione continua che si viveva in precedenza, oltre un certo limite rischia di convincere alle beatitudini del letargo.

In me quest’ultima pulsione sta già vincendo. Spero di non averla indotta anche in chi, già fiaccato dalla noia, ha provato sin qui a seguirmi.

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Economia di sottoscala

di Paolo Repetto, 6 aprile 2020

Uno degli effetti collaterali della quarantena domestica cui il coronavirus ci costringe, oltre al probabile aumento dei femminicidi e all’ulteriore deterioramento dei rapporti tra le generazioni, è senz’altro l’opportunità offerta ai grafomani di scatenare i loro più bassi istinti. Non mi riferisco qui ai socialpatici o ai blogger seriali, quelli non aspettano le epidemie per manifestarsi, ma a coloro che come me, dopo aver dedicato metà della giornata alla lettura e schifando le consolazioni televisive, non trovano di meglio che attaccarsi al computer e rifugiarsi nella scrittura.

Il problema è che qualsiasi argomento, in una situazione come quella attuale, perde quasi tutta la sua rilevanza: sono in quarantena anche loro. Non rimane allora che dedicarsi al vecchio proposito di mettere ordine tra le cose prodotte negli ultimi vent’anni, rimasto sempre inattuato per le urgenze continue di correre dietro a nuovi spunti. È un lavoro complesso, per chi soprattutto ha decine di file aperti da tempo immemorabile, dispersi su innumerevoli chiavette. È anche ingrato, perché impone di decidere cosa salvare e cosa buttare definitivamente, cosa è superato dagli eventi e cosa si è sottratto alla rapidissima obsolescenza che caratterizza ormai ogni prodotto, materiale e intellettuale. Ma è anche a suo modo gratificante, perché consente di riscoprire cose delle quali ci si era totalmente dimenticati e che non hanno del tutto persa la loro attualità.

A dire il vero non avevo atteso il virus per dedicarmi a questa operazione di recupero. Da qualche tempo ripropongo sul sito cose riemerse dall’oblio. Questo testimonia che non è la contingenza epidemica a motivarmi. La spiegazione è un’altra, è legata all’età. Non nel senso che questa mi induca nostalgie, ma per l’ossessione di riordinare, di mettermi “in pari”, fin che sono a tempo: e anche per l’anelito a un distacco progressivo e il più possibile indolore da un presente che a me, e purtroppo non solo a me, non sembra riservare un gran futuro.

Il convegno cui mi riferisco nel testo si è tenuto quasi dieci anni fa. Avevo destinato le mie riflessioni alla pubblicazione su InNovitate, un’onesta rivista novese che vivendo anche delle sovvenzioni provinciali ha giustamente storto il naso. Lo stesso ha fatto il mio amico assessore, e alla fine ho lasciato perdere senza troppi rimpianti.

Nel frattempo il mondo intero è cambiato, ma non la situazione alessandrina. Se possibile, è andata peggiorando. Per questo credo che qualcosa delle mie riflessioni abbia ancora senso. Sempre che in assoluto qualcosa abbia ancora senso.

***

Quanto capisco di economia lo dice il modo in cui amministro le mie finanze. Non ho mai coscienza precisa del loro stato, e l’ordine d’idee per cui il denaro costituisce un “valore” di per sé, sia pure di riferimento temporaneo, attorno al quale far ruotare scelte o previsioni, non mi appartiene. Ma non si tratta di un rifiuto motivato e consapevole: semplicemente, essendo cresciuto sino a vent’anni senza vedere l’ombra di una lira, mi sono abituato a farne a meno, e anche quando le cose sono migliorate il rapporto coi soldi si è attestato su un diffidente distacco. Quindi dietro questa mia ignoranza non ci sono pregiudiziali ideologiche: so che il denaro è necessario, mi sono sbattuto per arrivare a disporre almeno dell’indispensabile e qualche volta (è capitato molto raramente) anche del superfluo, ma non faccio conti sul mio portafoglio: mi è sufficiente poter far fronte ad eventuali spese senza accendere mutui o piani rateali. Queste ultime sono possibilità che nemmeno concepisco; l’idea di avere dei debiti non mi farebbe dormire.

Anche se tendenzialmente sono una persona “economa”, non ho dunque alcuna credenziale per entrare nel merito dell’attuale caos economico, e la cosa più saggia sarebbe che mi occupassi d’altro. Ma tant’è, visti i risultati conseguiti dai cosiddetti esperti, gli abbagli che hanno preso e che continuano a prendere, il fatto che esistono dieci diverse teorie economiche e che ognuna contraddice le altre, penso di poter azzardare qualche riflessione senza pormi eccessivi problemi. Del resto queste, come tutte le altre mie, rimarranno riservate alla cerchia degli intimi: le immagino come una sorta di messaggio in bottiglia da lasciare ai nipoti, perché possano un giorno confrontarle con la realtà che andranno a vivere. Chissà che non abbiano delle sorprese: e anche se queste sorprese non cambieranno loro la vita e non li aiuteranno a cambiare il mondo, potranno trarne almeno una lezione di sfiducia nei grandi esperti del settore e di fiducia nel buon senso comune, quando c’è.

La convinzione mi viene da un dibattito cui ho partecipato ieri e che aveva come oggetto le prospettive di sviluppo dell’economia alessandrina. Ho accettato l’invito di un amico che sta nell’ amministrazione provinciale perché ero incuriosito dall’accostamento: per me, se due cose appaiono poco accomunabili oggi sono proprio lo sviluppo e la provincia di Alessandria. Mi stuzzicava vedere come avrebbero fatto a coniugarle. Ho dunque dato l’assenso senza nemmeno conoscere il programma (che, in effetti, ancora non era stato stilato): pensavo si trattasse di un incontro di un paio d’ore, molto ristretto, quasi informale. Non mi aspettavo un carrozzone di un’intera giornata, con buffet incorporato (l’unica nota positiva), un teatrino dove tutti hanno voce e nessuno dice niente. Invece era proprio una cosa così, una parata che andava dal presidente della provincia ai sindaci dei centri principali, e a seguire annoverava gli esponenti della finanza, gli imprenditori, i sindacati, insomma la fauna consueta che anima questi spettacoli.

C’erano davvero tutti quelli che contano, o almeno, quelli che in casi come questo i conti dovrebbero saperli fare. Poi c’erano quelli come me, pura suppellettile. Noi dirigenti scolastici, ad esempio, (eravamo in tre) avremmo dovuto rappresentare le istanze, i problemi e le speranze del mondo dell’istruzione. Lascio immaginare l’entusiasmo. Il collega cui era toccata la pagliuzza più corta ha avuto a disposizione cinque minuti giusti giusti prima dell’ultima pausa caffè, e ha parlato in mezzo al disinteresse più totale.

Otto ore di “dibattito” hanno comunque portato alla conclusione che l’economia materiale e quella spirituale della provincia sono in uno stato disastroso. Forse sarebbe stato sufficiente un giretto per le vie di Alessandria, o un qualsiasi percorso sulle strade provinciali, o più semplicemente ancora considerare il parterre dei convenuti: ci saremmo risparmiati una noia mortale e la spesa per il buffet. Semmai, i dati impietosi con i quali si è aperto l’incontro, su saldo demografico, saldo commerciale, PIL assoluto e PIL pro capite, trend produttivi tutti di segno meno e industria e agricoltura in picchiata ormai da cinquant’anni, hanno fatto conoscere una realtà ancora più buia: l’area alessandrina è la più malmessa non solo a livello regionale ma anche nel confronto con tutto il Nord.

Di questo disastro sono state offerte nella seconda parte della mattinata spiegazioni sempre più articolate e complesse, che tiravano in ballo congiunture nazionali e internazionali, globalizzazione, rapporti tra stato centrale e periferie, ecc …: ma la più convincente era quella che rimaneva tra le righe, e veniva dalle figure stesse dei relatori, che erano in definitiva i responsabili delle politiche economiche locali degli ultimi trent’anni, quelli che il disastro lo hanno allegramente gestito passando da un fallimento l’altro. Ad ascoltarli si capiva benissimo perché ci troviamo oggi in questa situazione.

Nel pomeriggio si è finalmente approdati alla fase propositiva. Anche qui è venuto fuori un po’ di tutto, dalla riconversione industriale alla valorizzazione turistica, dal grande progetto logistico alla rete agrituristica, ecc … Nulla che non facesse crescere ad ogni quarto d’ora la voglia di uscire a fumarsi una sigaretta. La nuova parola d’ordine condivisa sembra essere comunque lo sviluppo di un “manifatturiero di qualità”. Su questo parevano essere tutti d’accordo: salvo poi perdersi nelle sfumature e nei distinguo per le diverse aree, e non offrire naturalmente alcuna indicazione concreta. D’altro canto, è già dura pensare alla conservazione di un manifatturiero qualsiasi, figuriamoci sviluppare quello di qualità. Soprattutto dopo che le attività di spicco che fino a ieri avevano caratterizzato il territorio e lo avevano in qualche modo reso famoso nel mondo (penso ad esempio alla Borsalino) sono state lasciate morire nell’indifferenza e nell’inerzia generale, e in particolare in quella degli stessi che stanno ora sul pulpito a lamentarsene, e che fino a ieri cullavano e sponsorizzavano il sogno del grande polo industriale (Italsider, Montedison, Michelin, ecc …).

In sostanza, il “manifatturiero di qualità” di cui questa gente sproloquiava altro non è che la riproposta, patetica e assolutamente poco convinta, di riciclare vecchie attività che o stanno scomparendo dallo spettro economico o sono state sviluppate altrove con ben diverse capacità organizzative e amministrative. Mi è toccato sorbirmi anche un tizio che vantava le rosee prospettive degli allevamenti di lumache e delle ciliege di Rivarone.

Mentre ascoltavo sconsolato queste scemenze mi è venuto in mente che proprio ieri si apriva a Trento il festival dell’economia. Intendiamoci, tutti questi festival, della letteratura, della filosofia, della scienza, sono chiaramente delle puttanate. Ma quello di Trento un senso, sia pure solo simbolico, mi sembra averlo. Trento ha vinto la sua scommessa economica puntando sul settore meno considerato in Italia: quello della cultura. Gli studenti universitari costituiscono oggi quasi la metà della popolazione cittadina. Si potrebbe dire che dipende dal fatto che la città gode di una posizione geograficamente avvantaggiata, perché vede al di là dei monti il mondo germanico e mitteleuropeo: ma allo stesso modo si potrebbe sostenere che l’estremo decentramento rispetto al resto del paese è uno svantaggio, e che comunque di una eguale situazione gode ad esempio Torino, che non ne ha però lo stesso ritorno. Di fatto, Trento costituisce un’eccellenza qualitativa e un esempio di come non sia necessario avere il petrolio sotto i piedi per sopravvivere: è sufficiente fare lavorare bene la materia grigia.

Scelte di investimento di questo tipo non possono certo essere fatte partendo dal nulla: ci vogliono particolari condizioni ambientali e logistiche, una solida tradizione alle spalle, una vita culturale attiva e diffusa, una rete di rapporti nazionali e internazionali. Ma quando queste condizioni non ci sono possono anche essere create: Trento sino a qualche decennio fa non le aveva, e Alessandria non le ha nemmeno in questo momento: ma per un certo periodo, negli anni sessanta-settanta, quando appunto aveva cominciato a manifestarsi la crisi del manifatturiero, in parte già esistevano e in parte potevano essere create. Basti pensare alla incredibile opportunità rappresentata dalla Cittadella. Avrebbe potuto diventare il maggior campus d’Europa, sfruttando al meglio i finanziamenti europei. Si è preferito abbattere un ponte storico e rimpiazzarlo con un “gioiello” di architettura futuristica che avrebbe dovuto diventare il “logo” della città, simboleggiare il raccordo tra passato e futuro, e che invece le sta come un pugno in un occhio (anche perché il passato lo si cancella e il futuro non si vede).

All’epoca comunque la scelta “strategica” è stata quella di puntare sui servizi. Per evidenti motivi: era il settore nel quale aveva più facile corso il gioco delle clientele e delle raccomandazioni politiche, la creazione di piccoli feudi personali o partitici, la gestione di denaro pubblico, ecc … Con un unico inconveniente: al primo accenno di crisi i finanziamenti per i servizi sono scomparsi, l’amministrazione provinciale non è più stata in grado di gestire né le strade né le scuole né alcun altro ambito di sua competenza, e il comune di Alessandria è stato il primo in Italia a dichiarare bancarotta.

Oggi chiaramente il treno è perso, e il danno non è solo economico: credo che mai da due secoli a questa parte l’offerta culturale della provincia sia scesa così in basso. Manca una qualsiasi locomotiva davvero trainante, e non può certo essere considerato tale lo spezzone di università decentrato in zona solo per dare un contentino e strappare qualche numero a Pavia e Genova. Questo spezzone peraltro non ha saputo nemmeno caratterizzarsi, come invece almeno in parte è accaduto per altre sedi periferiche (penso al livello raggiunto da Novara per quanto riguarda la ricerca scientifica, nel dipartimento di Biologia, ad esempio).

E tuttavia un qualche investimento in questa direzione potrebbe essere ancora fatto, senza guardare al ritorno economico immediato, ma puntando ad una preventiva riqualificazione culturale. Alessandria è una città che in questo momento non ha un teatro, non ha un museo di una qualche rilevanza, non ha una pinacoteca, non ospita alcuna istituzione culturale di prestigio. Quando ha tentato la strada dei Grandi Eventi lo ha fatto in maniera goffa, per non dire scriteriata, ospitando rassegne che non avevano alcuna attrattiva e soprattutto nessunissimo valore di ricerca o di conoscenza. Esemplare quella su Le Corbusier pittore (!), che ha lasciato un buco aperto ancora oggi nel bilancio cittadino senza favorire alcuna ricaduta, sia pure di semplice orgoglio o soddisfazione, nella cittadinanza. Al contrario, ha indotto giustamente a diffidare di ogni ulteriore iniziativa del genere. E questo quando a quaranta chilometri di distanza, ad Alba, la fondazione Ferrero riesce ad offrire ogni due anni, a costi enormemente inferiori, una rassegna a tema che richiama visitatori da mezza Italia, con l’accesso completamente gratuito ma con un enorme ritorno tanto economico che di prestigio sul territorio.

Un discorso analogo si può fare per l’agricoltura. La provincia ha visto moltiplicarsi, soprattutto nella zona collinare preappenninica, i terreni incolti. Le strutture di trasformazione, dalle cantine sociali alle varie aziende di settore, sono sparite: le prime in genere per gestioni delinquenziali, nepotistiche o partitiche, o semplicemente idiote, le seconde perché assorbite da grandi gruppi che le hanno poi liquidate in fretta, dopo essersi appropriati di marchi e brevetti. Non c’è stata alcuna capacità di promuovere eccellenze come quella del vino (col risultato che le nostre uve, proprio per la loro qualità, sono trasformate in altri distretti e sotto altre denominazioni) e di farne fiorire altre; persiste uno scollamento totale tra produzione e distribuzione, a vantaggio di una rete infinita di intermediari che sfruttano i buchi della filiera.

Potrei continuare fino a stasera, ma a questo punto non credo sia necessario aggiungere altra pena. Ciò di cui parlo è visibilissimo ad occhio nudo, lo si sperimenta nel numero di negozi chiusi nelle vie principali della città e nell’abbandono in cui versano le campagne circostanti. Passo allora direttamente a formulare la mia ipotesi, non per suggerire delle soluzioni, cosa per la quale chiaramente non sono attrezzato, ma per richiamare almeno ad una attitudine assieme realistica, sensata e coraggiosa. Lo faccio tenendo fermo che qualcosa nell’immediato occorre comunque fare, e quindi ben vengano le incentivazioni all’imprenditoria giovane (chissà perché però solo a quella giovane), le agevolazioni (ma anche qui, perché occorre parlare di agevolazioni, quando basterebbe rimuovere gli ostacoli e gli inghippi burocratici), i corsi di riqualificazione, insomma, a tutte quelle cose lì: non fosse che quelle cose lì le abbiamo già viste, sono le stesse adottate come farmaco ad ogni sintomo dell’aggravarsi della malattia, e le abbiamo sempre viste risolversi in un giro di scambi elettorali o di truffe legalizzate. Al di là di questo, anche nel caso di una gestione pulita e corretta, si tratta di una respirazione artificiale per la quale mancano ormai le riserve di ossigeno.

È evidente, almeno per chi davvero ritiene valga ancora la pena di guardare al futuro, che la direzione da prendere è un’altra. Intanto si dovrebbe finalmente parlare chiaro, rispetto a questo benedetto sviluppo: lo si voglia o meno, l’età delle vacche grasse è finita, e non tornerà tra sette anni. Non tornerà più. Non è necessario essere degli economisti o dei catastrofisti per capirlo. La torta delle risorse sfruttabili o producibili rimane quella, a dispetto delle mirabilie future che scienza e tecnica ci promettono. E gli aspiranti al pasto sono passati in meno di mezzo secolo da un miliardo ad almeno cinque, per il momento. I conti sulle porzioni sono presto fatti, comunque si vada a dividere. Ogni altra narrazione o è una fanfaluca criminale, sostenuta per egoismo economico o per meschini calcoli politici a brevissimo termine, o è pura idiozia. Occorre quindi rinunciare all’idea, condivisa dalla destra liberista e purtroppo, con ancora maggiore convinzione, da quel poco che rimane della sinistra, che la “crescita” economica sia imprescindibile, e prima ancora liberarci dalla convinzione che l’aumento del benessere sia da intendere in termini necessariamente materiali. Bisogna arrendersi all’ipotesi della “decrescita”, se così vogliamo chiamarla, infischiandocene delle mille sfumature che si sono adottate nell’interpretazione del termine e delle polemiche e dei distinguo che hanno sollevato, e cercando per quanto possibile di tradurla in scoperta del valore della sobrietà. Non in una “riscoperta”, in un ritorno ad uno pseudo-eden preindustriale, perché la sobrietà del passato non aveva parametri di abbondanza alle spalle cui guardare con rimpianto, ma poteva al contrario sperarli e fantasticarli per il futuro. Insomma, voglio dire semplicemente che la decrescita non va assunta come un “ideale” economico da perseguire (la fantomatica “decrescita felice”), ma va riconosciuta come la dura realtà con la quale già ci stiamo confrontando, e che volenti o nolenti dovremo digerire.

In una prospettiva di questo tipo si potrebbe ad esempio cominciare a verificare se la cultura si risolva davvero tutta in anti-economia, come sembrano pensare molti nostri governanti, o debba essere trattata come una merce qualsiasi all’interno di questo sistema economico, o se invece possa essere a sua volta il motore per una economia “altra”, che partendo da quasi zero, o dal segno meno, vada a ridimensionare il ruolo della finanza (che quando non c’è la possibilità di giocare su ricchezze virtuali si tiene ben lontana)

Rischio però di perdermi in considerazioni che stanno diventando anch’esse delle monotone litanie. Vorrei invece rimanere molto più modestamente sul terreno dell’altro ieri, nello spazio angusto di un’area che assiste inerte e indolente al proprio sfascio. Mi limito dunque a un campo che bene o male conosco e a esemplificare alternative molto terra terra, ma concrete.

Il primo settore sul quale intervenire con un cambio radicale di mentalità e di approccio è proprio quello della cultura. Prendo spunto dal caso negativo cui accennavo sopra, quello delle mostre-evento.

Ultimamente sono state proposte in Alessandria una serie di mostre a budget molto contenuto, che in qualche modo andavano nella direzione giusta. Cito a caso tra le più recenti, quella di Palatium Vetus dedicata al patrimonio iconografico della Cassa di Risparmio e quella sul pittore casalese Ugo Martinotti: ma solo per esemplificare come le occasioni ci siano, e come vengano regolarmente sprecate.

Allo stesso modo in cui odio i grandi “eventi” spettacolari (le mostre per comitive scolastiche o dopolavoristiche sponsorizzate da Sgarbi e i festival della chiacchera che imperversano anche nelle più remote vallate alpine), credo invece nel “piccolo è bello”.

Credo cioè in quelle iniziative che pesano poco o nulla sulle finanze pubbliche e possono invece spronare ad una partecipazione attiva, ad una “responsabilizzazione” di ritorno, chi ne fruisce. Nel caso della prima mostra che ho citato questo avrebbe potuto avvenire facendo scoprire agli alessandrini che la loro città non è poi così grigia e povera e scarsamente sensibile all’arte come vorrebbe sembrare, o quanto meno non lo è sempre stata: ma certamente per ottenere questo risultato sarebbe stato necessario prevedere degli orari di apertura decenti (è rimasta aperta due giorni, anzi, due pomeriggi) e un minimo di pubblicizzazione in forme diverse da quelle tradizionali, che arrivano solo a chi ha antenne speciali. Nulla di tutto questo è stato fatto. Si è accampata la mancata disponibilità di personale per garantire l’apertura e l’impossibilità di effettuare reclutamenti a tempo determinato (salvo poi, per la manifestazione nel cui ambito rientrava l’apertura-lampo, distribuire compensi a gruppi di guitti improvvisati che avrebbero dovuto mettere in scena “momenti” della storia alessandrina, e sono risultati soltanto patetici).

Nel caso della seconda, era l’occasione per aprire un discorso serio sulla produzione artistica locale, per avviare un “censimento” dell’arte alessandrina da articolare in un progetto di ricerca e in una programmazione espositiva di ampio respiro. Sono tornato a visitarla quattro volte, e mi sono sempre ritrovato praticamente solo. Anche in questo caso pubblicizzazione zero: sembrava si giocasse a tenerla il più nascosta possibile.

Questo atteggiamento l’ho riscontrato un po’ in tutte le manifestazioni artistiche e culturali alessandrine: le cose vengono gestite sempre da ristrette conventicole e sono destinate ad un uso quasi interno, offerte ad altre conventicole appena appena più larghe. Nessuno spazio alle novità, nessuno sforzo per identificare e utilizzare potenziali “risorse” culturali alternative presenti in loco: tutto deve passare attraverso i rituali iniziatici delle “giuste” frequentazioni, attraverso le manleve dell’establishment culturale. Avendo rapporti con le realtà culturali di altre provincie della nostra regione e di quelle adiacenti posso garantire che in nessuna ci si scontra con un analogo immobilismo, e che questo non è necessariamente imputabile a una diversa situazione economica. Anzi, mi sento di affermare che il degrado economica alessandrino è frutto della povertà culturale almeno quanto della crisi globale.

Ora, io non ho ricette miracolose e idee avveniristiche da proporre. Ma ho girato abbastanza mondo da rendermi conto che se intelligentemente valorizzato qualsiasi “oggetto” culturale ha immediatamente un ritorno economico.

Nella Foresta Nera, diversi anni fa, ho visitato un teatro barocco che era poco più grande della mia camera e altrettanto spartano nell’arredo. Era situato a margine del percorso di trekking, e a partire da una decina di chilometri prima una serie di indicazioni sempre più ravvicinate, in caratteri gotici, rendevano imperdibile il Barocktheater. L’ingresso costava un marco, cinquanta centesimi attuali: tutti i camminatori si fermavano, era la scusa buona per una sosta, dedicavano trenta secondi alla visita, si rifocillavano al fresco su una panchina vicina all’ingresso e riempivano le borracce alla fontanella. Poi si rimettevano in cammino senza rimpianti, perché in fondo al costo di un marco non potevano attendersi molto di più. Ho calcolato che in dieci minuti erano entrate almeno quindici persone, che fa novanta in un’ora. Se anche fosse rimasto aperto solo sei ore al giorno per otto mesi l’anno (ma il percorso è frequentatissimo anche d’inverno) lo stipendio per un addetto e il necessario per le manutenzioni erano garantiti. Edifici dal valore architettonico e storico almeno pari a quello (ma di norma superiore) in provincia ce ne sono decine: provate però a visitarne uno. Perlopiù sono in abbandono o prossimi a crollare, comunque rigorosamente chiusi, anche quando agibili. Provate ad esempio a visitare la Pinacoteca dei Cappuccini di Voltaggio, che ospita una raccolta di dipinti d’arte sacra della scuola secentesca genovese da fare invidia ai musei più importanti d’Europa. Dopo decenni di tiramolla è finalmente aperta al pubblico, gestita da volontari: ma per tre ore la settimana, tre mesi l’anno. Carenza di personale.

Lo stesso Palatium Vetus alessandrino è di per sé un gioiellino, e con le opere che ospita potrebbe diventare la tappa più significativa di un percorso di scoperta delle cose belle che Alessandria cela. Apre si e no una volta l’’anno. Non si è in grado di arruolare un paio di persone per gestirlo. In compenso si sono creati carrozzoni enormi, come il Museo dei Campionissimi di Novi, costo del biglietto d’ingresso pari a quello del Louvre per vedere una delle biciclette di Coppi, visitatori naturalmente quasi zero: o il palazzo delle esposizioni di Valenza, e l’Auditorium di Acqui, investimenti faraonici in opere che non solo risultano assolutamente inutilizzate, ma divorano annualmente centinaia di migliaia di euro per la manutenzione.

Si può fare qualcosa di meglio, atteso che fare peggio è senz’altro difficile? Si potrebbe, certamente. E senza grandi investimenti, usando e valorizzando con un po’ di buon senso e un po’ di fantasia l’esistente: ma per fare questo occorre cambiare alcune cose basilari. Ho provato recentemente, in qualità di dirigente di un istituto professionale per il turismo, a proporre un pacchetto turistico di una settimana da trascorrersi nel novese. Avevo individuato un’utenza nordeuropea, in ragione del fatto che a Novi ligure fa capolinea, non si sa bene perché, un treno proveniente direttamente da Amburgo. Ho provato ad immaginare un turista tedesco che oggi approdi a Novi. Cosa può fare, se non scendere, guardarsi attorno e affrettarsi a risalire per tornare a casa? In verità, volendo, gli si potrebbe offrire qualcosa di meglio: addirittura un percorso di una settimana dalla preistoria al futuro, partendo dal Parco naturale regionale e passando per le rovine romane di Libarna, per il giro dei castelli e delle pievi medioevali, per i palazzi barocchi del seicento e la quadreria di Voltaggio, per i luoghi storici delle campagne napoleoniche, per le architetture di Gardella. Il tutto condito da visite alle industrie dolciarie e ai produttori vinicoli del Gavi e del Dolcetto, per finire poi in gloria con lo shopping all’Outlet. Messo così, un soggiorno di una settimana a Novi, che nemmeno come misura di confino è mai stato contemplato, diventa un’avventura entusiasmante, e il treno potrebbe sbarcare fiumi di visitatori che del teatro barocco casalingo non sanno più che farsene.

Bene, ho proposto la cosa all’ente che dovrebbe occuparsi della promozione turistica della provincia. Prima di trovare un interlocutore che capisse di cosa stavo parlando, pur essendo costituzionalmente un ipoteso avevo già subito un paio di travasi di bile. Quando l’ho trovato mi sono sentito rispondere che se la cosa fosse stata così semplice ci avrebbero già pensato loro, e quando ho chiesto dove stavano le complicazioni mi è stato opposto che occorreva coordinare un sacco di realtà e agenzie diverse. Al che ho timidamente (insomma) ribattuto che la dozzina di persone vagolanti in quell’ufficio forse erano state assunte proprio per fare quello: ma ormai avevo la situazione ben chiara e poco altro tempo da perdere.

La condizione senz’altro necessaria, e credo anche sufficiente, per smuovere qualcosa, sarebbe smetterla di creare uffici parcheggio per figli o cugini di amministratori pubblici o di funzionari, e dare spazio a gente con un quoziente intellettuale superiore al confine di specie. Il che implica naturalmente anche un analogo repulisti al livello gerarchicamente superiore, quello appunto degli amministratori e dei dirigenti. Un primo risultato sarebbe quanto meno quello di evitare convegni assolutamente inutili che costano certamente molto più del tenere aperto un luogo culturalmente significativo.

So bene che la cosa appare utopica, ma che non rimanga tale dipende da noi, dalla nostra reale voglia di assumerci delle responsabilità: ciò che è avvenuto negli ultimi trent’anni nelle Langhe e in decine di altre aree, la gran parte delle quali senz’altro meno ricche di potenzialità che non l’alessandrino, sta a dimostrarlo. E comunque, questo voleva solo essere un elementare esempio dell’esistenza di alternative possibili.

Al convegno questo non l’ho detto. Non erano previsti spazi critici. E temo che se anche lo avessi fatto non avrebbe smosso un capello a nessuno. Perché la cosa peggiore di tutta questa faccenda è che della necessità e della possibilità di alternative era probabilmente consapevole una gran parte dei convenuti, ma “quel” tipo di alternativa, la formula “pochi soldi, un po’ di cervello e tanto impegno” non interessa a nessuno.

Noi siamo per il “manifatturiero di qualità”.

***

Aggiornamento al 2020. Ho davanti i dati per settore più recenti sull’andamento dell’economia alessandrina nel 2019, comparati a quelli del 2018. Commercio -3,63%, turismo-2,89, industria -2,30, agricoltura -2,31, altri servizi -1,67, costruzioni -1,61. E ancora non si parlava di pandemie.

Negli ultimi trent’anni Alessandria è scesa dalla 59° all’83° posizione (su 107) nella graduatoria della qualità della vita delle province italiane. È il peggior piazzamento da quando queste graduatorie hanno iniziato ad essere stilate. Era 40° nel 1993. Nel 2017 e nel 2019 si è classificata ultima assoluta nella voce Ambiente e servizi (107), sul fondo per Demografia e Società (104), a metà classifica per Cultura e tempo libero (54) e per Giustizia e sicurezza (52), sotto la metà per Affari e lavoro (70). È incredibilmente diciassettesima per Ricchezza e consumi, ma visti gli altri indicatori direi che ci stiamo mangiando il capitale cumulato dalle generazioni precedenti (era 12° nel 2005).

Sopravvivono, in un limbo istituzionale, la Provincia come Ente (o almeno, i suoi uffici e funzionari e dirigenti) e la Giornata annuale dell’Economia. Invariati il buffet e i relatori, sia pure con etichette diverse. Assenti, più che giustificati, il “manifatturiero di qualità” e il sottoscritto.

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Visite guidate nei giardini della memoria

di Paolo Repetto, 25 marzo 2020 

Davanti a una cosa scritta da Mario Mantelli, qualsiasi cosa, si tratti di un libro, di un saggio, di una lettera, si rinnova in me ogni volta la stessa identica emozione: quella di un meravigliato riconoscimento. Continuo a ripetermi: ma si, è vero, ma certo …: e non mi riferisco agli oggetti, ai luoghi e ai gesti che riporta in vita, alle figurine, ai mottarelli, agli albi di El Coyote, ma alle atmosfere, alle sensazioni che il riaffiorare di quegli oggetti, di quei luoghi e di quei gesti immediatamente ricrea. Mario non mi accompagna in brevi immersioni in apnea, in fugaci passaggi davanti alle teche di un museo, ma in veri e propri inabissamenti in un parco archeologico sottomarino, in esplorazioni distese e minuziose, consentite dalla sua sapiente erogazione dell’ossigeno della memoria. Mi ritrovo allora a fluttuare in un mondo che davo per scomparso e invece sta ancora lì, sotto la superficie, dietro il velo del presente, nel profondo della mia coscienza. Mario direbbe: nel mio liquido amniotico.

Quella cui sono condotto per mano non è però una banale “operazione nostalgia”: è una immersione nell’immanenza. Nell’immanenza della Bellezza.

In tempi calamitosi (e questo ne ha tutti i requisiti) è più che mai necessario opporre allo sgomento, all’angoscia, all’assurdo che irrompe improvviso nelle nostre vite – o quantomeno si svela – una resistenza che vada al di là degli slogan e della retorica mielosa da rituale commemorativo o da salotto televisivo.  Sarebbe importante opporla sempre questa resistenza, ma in genere siamo troppo indaffarati, distratti dalle false urgenze che ci tengono sospesi per aria in un circolo vizioso, come nelle centrifughe da baraccone. In questi giorni però la ruota si è fermata, e ci sentiamo smarriti, inerti di fronte all’annullamento delle prospettive più immediate, incapaci di fare conti per quelle a lungo termine.  Abbiamo improvvisamente bisogno della riconferma che c’è qualcosa per cui vale davvero la pena vivere. E abbiamo bisogno che questo qualcosa già ci appartenga, senza attendere improbabili giorni del giudizio.

Bene. Mantelli è a dirci che questo qualcosa lo abbiamo già conosciuto, anche se qualche volta – troppe volte – non ce ne rammentiamo. Abbiamo conosciuto, in momenti magici della nostra vita, l’incanto della Bellezza. Alcuni, come lui, ne sono stati evidentemente segnati, non hanno mai accettato di rinunciarci e hanno mantenuto lungo tutta la loro esistenza la capacità di volgere uno sguardo stupito sul mondo: noi, altri, quell’incanto possiamo soltanto riconoscerlo, rievocarlo, se vogliamo recuperare un po’ di quel senso che sta al di là di ogni contingenza storica, del successo o del fallimento privati, del benessere o delle pandemie collettive.

E allora, se qualcuno si rivela capace di accompagnarci in questa riscoperta, e di mostrarci che quel senso sta ancora lì, se solo volessimo vederlo, cominciamo col riconoscere prima di tutto lui. Il sapore dei mottarelli o le copertine di El Coyote sono solo la chiave che Mantelli usa per farci accedere al suo mondo. Dentro, anzi fuori, tutt’attorno a noi, ci sono i quotidiani miracoli e le epifanie discrete di una natura e una cultura che proprio in questi drammatici momenti sommessamente ci suggeriscono: vale mille volte la pena.

 

Vaccinare la mente

Mentre preghiamo il cielo perché un vaccino efficace contro il coronavirus venga individuato il più velocemente possibile, non dobbiamo dimenticate che una infezione altrettanto grave minaccia, come effetto collaterale, le nostre menti. La tragedia in atto sta spazzando via tutto ciò su cui la nostra quotidianità si fondava, le abitudini, i progetti, le speranze, le certezze, fondate o meno che fossero. Corriamo il rischio di un tracollo psicologico collettivo. È bene allora attivarci subito per scongiurare l’epidemia. Un vaccino contro questo morbo non esiste, ma esiste una profilassi che prevede, tra le altre cose, l’esercizio delle buone letture. Come Viandanti abbiamo la presunzione di poter dare anche noi, nel nostro piccolo, un contributo: e cominciamo subito alla grande, proponendovi due libri altrimenti introvabili, perché editi a tiratura limitatissima, ma che riteniamo in questo momento i più indicati per una efficace difesa preventiva della salute mentale.

Viaggio nelle terre di Santa Maria e San Rocco (2004)

Nella mia città esistono territori che appartengono ad un’altra
dimensione. Essi sono sottratti al dominio del tempo e, parafrasando
il titolo famoso e felicissimo di un film, si trovano a sud-est
dell’infanzia. Ma: “A ovest di Paperino” dice il film, perché allora
mi è venuto in mente di dire sud-est? Perché suona bene e basta?
No, forse c’è qualcosa di più. …

 

Di cosa ci siamo nutriti (2010)

Tra i ricordi legati al gusto (al senso del gusto, intendo)
ha resistito stranamente al tempo quello che vi
racconterò. Io credo che sia rimasto nella memoria innanzitutto
per l’ambientazione protettiva e accogliente,
come se si fosse trattato di un antro, l’antro della
mia origine. …
IL BICCHIERINO DI PAPÀ – SCIROPPO DI VINO E ACQUA DI ULISSE
MANGIAR POVERO MANGIAR RICCO – IL PAESE DEL LATTEMIELE
LIQUORI PER BAMBINI – DROGHERIE FUTURISTE
IL MAROCCHINO DI ALESSANDRIA- NASCITA DEL CIBO – COLORE
GRANDI MARCHE- INTENZIONI NASCOSTE E COSE DIMENTICATE

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Il distruttore di donne

di Vittorio Righini, 25 marzo 2020

In una situazione di emergenza i nostri “Punti di Vista” risultano forse un po’ troppo schematici, e comunque non sufficienti a soddisfare le forzatamente crescenti curiosità di lettura. Inauguriamo quindi una rubrica di anomale recensioni, di autori e di testi, attingendo agli appunti e agli epistolari dei Viandanti. Per la gran parte riguarderanno, come è da attendersi da un sodalizio di viandanti, il tema del viaggio, ma ci si troverà molto altro. A noi i suggerimenti arrivati sono stati utili. Speriamo riescano altrettanto opportuni e intriganti per chi ci segue.

Ciao Paolo,
c’è un autore che non so quanto tu conosca. È Lawrence Durrell.
Nasce nel 1912 a Jalandhar, in India, a quei tempi ancora colonia inglese, perché il padre, ingegnere ferroviario, sta lavorando alla costruzione della ferrovia. La ferrovia per Darjeeling (che ha fornito il titolo a un film a mio modesto parere mediocre) è un notevole prodotto dell’ingegneria meccanica inglese, e la sua ultima parte, a scartamento ridotto, è un’attrazione turistica per arrivare appunto alla città di Darjeeling, patria del miglior tea al mondo e balcone sotto l’Himalaya, con gran vista del Kangchenjunga, di ben mt. 8586. (Ora, in puro stile Sjoberg, se vuoi divagare e guar-darti la ferrovia di Darjeeling, guarda questo bel video, fino alla fine, però … www.youtube.com/watch?v=Fw4XUHdBR5I).

Probabilmente Lawrence nasce a Darjeeling, e viene registrato a Jalandhar, parecchio lontana; è chic pensarla così, e sta nel personaggio. Va a scuola dagli undici anni in poi in Inghilterra, a Canterbury prima, a Oxford poi, ma con pessimi risultati; la sua infanzia libera in India e il carattere ribelle lo allontanano dalla severa educazione inglese. A quindici anni è pianista jazz e poeta, qualunque cosa tranne che studente.

Nel 1935 convince la madre (tornata in Inghilterra dopo l’improvvisa morte del marito in India) a trasferire l’intera famiglia, compresa Nancy Myers, sua prima moglie, a Corfù. È di questo periodo il suo primo importante libro, Il Libro Nero, surrealismo e sessualità contorta alla massima espressione (censurato in Inghilterra fino al 1973). È sempre di questo periodo l’origine della sua lunga amicizia con Henry Miller, col quale scambierà moltissime lettere perché i due autori si raccontano e si trovano perfettamente uno con l’altro. Nel 1941 per la guerra deve lasciare Corfù, e lavora per l’Intelligence del Ministero degli Esteri Inglese ad Alessandria d’Egitto. Qui sposa la sua seconda moglie, dalla quale trarrà ispirazione per Justine, primo libro del Quartetto di Alessandria, le sue opere più famose e conosciute. Dopo una parentesi in Argentina e poi in Iugoslavia, l’Intelligence lo trasferisce a Cipro, dove vive con la figlia Sappho Jane, ma si separa dalla moglie. Nel 1960, a causa della guerra contro gli inglesi lascia Cipro e si trasferisce in Provenza. Si sposa una terza volta, ma nel 1967 la moglie muore, e nonostante attraversi un periodo di successi (è tra i candidati al Nobel della Letteratura), vive un pessimo momento, compresa una brutta malattia. Si sposa intanto per la quarta volta, un matrimonio che dura solo sei anni. Nel 1985 la figlia Sappho Jane si suicida accusando il padre di incesto psicologico. Il fratello ultimogenito Gerald, famoso naturalista, zoologo e scrittore, lo definisce ‘‘un distruttore di donne’’. Muore nel 1990 per un ictus.

Ora vediamo la famiglia Durrell: L’ultimogenito è Gerald, l’autore del delizioso e simpaticissimo ‘‘La mia famiglia e altri animali’’, nel quale descrive la vita della sua famiglia a Corfù, dal 1935 fino a quando l’eco della guerra suona troppo vicino alla tranquilla isola greca. Come dicevo sopra la madre, che era di certo una donna originale ma pragmatica, subissata dalle insistenti richieste del primogenito Lawrence e di sua moglie Nancy si era fatta convincere a trasferirsi sull’isola greca insieme a tutti i figli (Lawrence appunto, l’originale fratello Leslie, la stralunata sorella Maggie e Gerald): ufficialmente per motivi di clima e di salute, ma in realtà anche per il modesto costi della vita a cui si sarebbe dovuta rapportare rispetto a quello della fredda (e costosa) Inghilterra.

Trascuriamo per un attimo il fatto che Lawrence non è stato il marito o il padre ideale, e guardiamo invece alla sua produzione letteraria. Ho letto il quartetto di Alessandria, cioè quattro libri di storie complicatamente amorose, con intrighi e situazioni sociali e politiche varie, scritti nella seconda metà degli anni ‘50. In ognuno di questi libri si incontrano quattro punti di vista diversi sulla stessa storia, sugli stessi intrighi, perché per l’autore la verità è relativa, e la personalità di ogni personaggio vige solo in funzione del punto di vista del lettore, della sua interpretazione. Durrell ha poi lasciato una vastissima produzione in prosa, molti altri libri che ebbero però minore successo. Ma non di questi ti volevo scrivere, perché per me ben più interessanti sono quelli, sottostimati, che vengono considerati come libri di viaggio o guide, e tali invece non sono affatto.

Sono quattro (o cinque, come vedremo). Per la Giunti Editore: La Grotta di Prospero, relativo al soggiorno a Corfù; Riflessi di una Venere Marina, relativo al soggiorno a Rodi; Gli Amari Limoni di Cipro, relativo al soggiorno a Cipro. Questi primi tre libri vedono la luce tra il 1945 e il 1953, e sono il frutto di una lunga permanenza sulle tre isole citate. Sono molto più di una guida, molto più di un libro di viaggi, sono tre libri di profonda cultura, scritti in modo virtuoso, con riferimenti sempre det tagliati, e di gradevolissima lettura, anche per chi non è così filo-ellenico come lo è il sottoscritto.

Poi, venticinque anni più tardi, un editore propone a Lawrence di fare un viaggio spesato per la Sicilia e di raccontare l’isola a modo suo. Durrell coglie l’opportunità al volo, e addirittura si accoda a un Tour ‘‘tutto compreso’’ della Sicilia, dal nome Carosello Siciliano (come poi il titolo del libro stesso). Ispirato dalle lettere che dalla Sicilia la sua amica Martine gli aveva scritto negli anni precedenti (un’amica del periodo di Cipro, trasferitasi poi in Sicilia, che morì prima del viaggio di Durrell e che invitò molte volte l’autore ad andarla a trovare per mostrargli quanto la Sicilia fosse, realmente, l’Attica Occidentale), l’autore, da buon opportunista qual era, ma anche per la fiducia che nutriva verso i consigli che Martine gli scriveva sulla nostra bella isola, accettò l’offerta. Se l’uomo non merita davvero una grande stima, l’autore la merita fino in fondo, perché anche in questo libro (pur mercenario) riesce a presentarci la Sicilia in modo colto, lirico a volte, con una scrittura perfetta, capace di farci comunque scoprire cose nuove e che non avevamo considerato prima, o di farcele immaginare con occhi diversi. Lo trovai anni fa della Bompiani Editore nei Grandi Tascabili, è del 1977.

C’è un quinto libro del 1978, The Greek Island, che possiedo solo in inglese e presenta delle belle fotografie, ma è prevalentemente una raccolta fotografica, priva delle caratteristiche peculiari dei precedenti, sebbene corredata da un testo dell’autore (abbastanza interessante ma piuttosto generico, data la vastità dell’argomento trattato).

Mi sento quindi di raccomandarti l’autore, penna eclettica, mente raffinata, cultura enciclopedica, e al tempo stesso innovativo e originale, e i suoi quattro libri tematici, sebbene non sarà una ricerca facile (ma questa per te è una priorità, non una difficoltà).

È ovvio, bisogna sempre ricordare che questi racconti ci parlano di atmosfere che oggi non ci sono più: ma io se dovessi tornare a Corfù, Rodi, Cipro e Sicilia, ci andrei con uno di questi libri nella borsa.

PS.: peccato che l’autore abbia ignorato Creta; ne sarebbe uscito un quinto delizioso libro su questa meravigliosa grande isola.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Alle radici dell’umano

di Nicola Parodi, 23 marzo 2020

Caro Paolo,
discutendo con te e con altri amici, per sostenere la tesi delle diverse modalità di raccontare la realtà ho spesso utilizzato come esempio il brano dei Promessi sposi conosciuto come “la madre di Cecilia”. Quel brano riesce sempre a commuovere anche uno come me, con molti anni sulle spalle e formato da una cultura contadina di terre faticose. L’amore materno lo abbiamo conosciuto nelle nostre esperienze di vita senza fronzoli, uguale e diverso da come è stato raccontato in migliaia e migliaia di pagine di produzione letteraria, canzoni ed opere d’arte. Alla scienza basta una parola: ossitocina. La risposta della scienza è “più vera”? Non direi, è solo un modo diverso di analizzare una realtà poliedrica, che può essere analizzata da diversi punti di vista o a diversi livelli di analisi.
Un sito archeologico può essere analizzato in diversi modi: una ricognizione sul posto, una foto aerea, scansioni con onde radar che penetrano a diverse profondità, sistemi di prospezioni con apparecchiature elettromagnetiche. Nessun metodo ci da una descrizione è più vera dell’altra, sono solo diverse.
Gli strumenti con cui provo ad analizzare la realtà e dare una risposta ai tuoi interrogativi sono forse inusuali, ma rappresentano un tentativo di analisi da un altro punto di vista.

1)    Non sappiamo guardare in faccia la realtà

Molti problemi che ci creiamo derivano dal fatto che in qualità di organismi viventi, anche se molto evoluti, non accettiamo di trarre le debite conclusioni dalle conoscenze che ormai abbiamo sulla vita. Queste conclusioni entrerebbero in conflitto con la finalità di un vivente. Cerco di spiegarmi. Una “cosa” vivente non è altro che un insieme ordinato di molecole strutturato per mantenere il suo ordine nutrendosi di “entropia negativa” (come dice Schrodinger) e per mantenere questo stato deve scambiare energia e materiale con l’ambiente; se smette muore.
Ovviamente rimangono/sopravvivono solo organismi (insiemi ordinati) che continuano a nutrirsi.
Per poter continuare ad essere vivi esistono solo due strade, continuare ad accrescersi o riprodursi in copia. Un unico organismo che continua ad aumentare di dimensioni occupando teoricamente tutto l’ambiente occupabile (qualche scrittore di fantascienza ha avuto l’idea) sarebbe una scelta perdente sia per ragioni termodinamiche sia per ragioni di garanzie di continuità di vita: un cambio di condizioni ambientali causerebbe la sua sparizione e non ci sarebbe più nessuno a porsi domande. Non resta che l’alternativa di fare copie di sé. Il risultato dopo qualche miliardo di anni lo vediamo. È spuntato un organismo che occupa tutto l’occupabile, mangia tutto il mangiabile (entropia danni ambientali) ecc … Questo risultato grazie al fatto che è in grado di porsi domande; ma il singolo individuo, il fenotipo, la risposta vera non la vuole sentire, perché contraddice la sua spinta a sopravvivere.
Non vuole/(può?) vedere in faccia la realtà.
Da agenti che trasmettono cultura (memi) sperimentiamo delusioni come genitori ancor più che come educatori professionisti. Mentre per la trasmissione dei geni sappiamo che la trasmissione è parziale, metà nostra e metà del sesso opposto, e quindi non ci attendiamo cloni, nella trasmissione culturale aspiriamo a clonarci trasmettendo per intero non tanto le nostre conoscenze quanto il nostro modo di pensare.

2)   Il governo affidato agli “aristoi”?

Vero, la discussione sull’organizzazione della società va fatta ma non deve essere per forza viziata dal presupposto che una società per funzionare deve essere dittatoriale. Organismi pluricellulari con un grado di complessità inferiore a quella dei vertebrati hanno sviluppato un sistema nervoso (anche di sole 302 cellule, come Caenorhabditis elegans[1]) che elabora i segnali e determina i comportamenti di tutto l’organismo. Accettiamo (senza scomodare Menenio Agrippa) anche che nelle società più complesse le decisioni non possono essere prese che da una sorta di cervello/istituzione che ha le conoscenze/competenze per affrontare problemi complessi. Nelle società di cacciatori/raccoglitori non era necessaria la creazione di una struttura sociale in grado di organizzare il lavoro di tutti imponendo il rispetto delle regole. Esistevano sicuramente individui che avevano capacità superiori ad altri in qualche campo acquisendo autorità ma non imponevano sicuramente nulla con la prepotenza, che non era accettata[2].

La storia delle civiltà idrauliche alla fine sembra dimostrare che queste hanno perso il confronto con le altre. Si sono affermate grazie alla forza numerica consentita dalla maggior produzione agricola ma poi, ad esempio, greci e mongoli hanno messo in crisi quelle società (avevano si Alessandro e Gengis, ma non erano organizzati con un modello di autoritario di tipo persiano o cinese – sbaglio? Poi, nelle zone occupate, si sono adeguati).

Il modello dittatoriale alla lunga non funziona perché non riesce a produrre un’etica del comune sentire che ha le sue radici evolutive nelle centinaia di migliaia di anni della nostra storia di cacciatori raccoglitori che hanno lasciato traccia nel nostro cervello. Una società che si regge sulla prepotenza, proprio per come reagiamo noi di fronte a soprusi e prepotenze, va paragonata ad un organismo che vive in uno stato permanente di infiammazione: cosa che, come dicono gli esperti, favorisce l’insorgenza di malattie degenerative.

Allo stesso modo una società basata sulla costrizione anziché sulla collaborazione presenta una serie di attriti-resistenze interne che ne pregiudicano la funzionalità a lungo termine.

Una società guidata dagli “aristoi” presenterebbe comunque un problema, quello che Dawkins descriverebbe come il vantaggio riproduttivo che ad essi ne deriverebbe. Neanche se gli “aristoi” fossero frati si sarebbe al sicuro da quei fenomeni per i quali si usa il termine nepotismo. Parafrasando Dawkins (Il gene egoista) si può dire che le società dirette dagli “aristoi”, o società “dittatoriali”, non costituiscono “strategie evolutivamente stabili”[3].

Quello che crea problemi alle nostre società “democratiche” è invece l’incapacità a realizzare un meccanismo di premio/punizione per i comportamenti virtuosi o scorretti che funzioni, con tutte le conseguenze negative che ne derivano.

3)   Selezione della classe dirigente

È una mia visione errata o c’è un briciolo di verità nell’ipotesi che le società con valori di convivenza e di capacità di valutazione dei comportamenti sociali positivi hanno un passato militare (es. Giappone, Germania, la Svizzera fornitrice di mercenari a mezz’Europa e anche il piccolo ducato dei Savoia dopo Testa di ferro?)  La “disciplina sociale” creatasi in questo tipo di cultura spinge ad aver fiducia nella classe dirigente che nelle situazioni di criticità si è sempre dovuta piazzare in “prima linea”. Se a Maratona fuggi di fronte al nemico i tuoi concittadini ti giudicano!

La selezione della classe dirigente è responsabilità nostra, anche se a volte alcune riforme fatte per evitare alterazioni del sistema democratico finiscono, come effetto collaterale, per premiare i mediocri. Ad esempio, per evitare fenomeni di controllo dei voti si è introdotto il meccanismo della preferenza unica, che almeno localmente fa si che i consiglieri comunali che raccolgono più voti siano quelli con più “relazioni” e più o meno piccoli intrallazzi. Le persone migliori non partecipano nemmeno più al gioco. Una classe dirigente valida viene spesso selezionata in momenti critici, rivoluzioni, resistenza, battaglie, durante i quali i profittatori “disertano” (vedi, se fosse vero, sanitari a Napoli) e solo chi è dotato di rilevante senso morale continua a lottare.

Riprendiamo il concetto di meccanismo premio/punizione; i gruppi di neanderthaliani mantenevano individui non più in grado di cacciare[4], ma sicuramente avrebbero isolato (esiliato?) i profittatori, quelli che certi sociologi chiamano free riders. Nei momenti critici di cui sopra i profittatori si autoisolano.

4)   sobrietà forzata

Per me benessere = energia a disposizione + efficienza del sistema (sia produttivo che sociale) nell’utilizzarla. Se avremo possibilità di “comprare” energia (scambiandola con qualcosa) avremo ancora benessere, e il sistema ci spingerà ancora al consumismo. Ma la concorrenza a “comprare” energia tra quasi 10 miliardi di persone sarà feroce.

5)   Ridefinizione dei valori

Aggiungo solo: la visione utilitaristica sembra essere la visione del padrone del gregge, altro che democrazia. Se è vero che alcuni popoli praticano l’abbandono dei vecchi (Harris in “Cannibali e re” cita esquimesi e aborigeni australiani) si tratta di popolazioni che dispongono di poche risorse. Diverso è il discorso dell’accanimento terapeutico. Garattini qualche settimana fa su La Stampa, disquisendo dell’efficacia delle cure, citava due cure antitumorali dal costo di oltre 70.000 euro per cura, delle quali una dava come risultato una sopravvivenza di 28 settimane, l’altra di 5 settimane. La domanda implicita è perché gli stessi costi per efficacie così diverse? Farci sopravvivere 5 settimane è un bel “business”.

6)   differente percezione delle cifre

Vero. Qualcuno lo spiega cosi: “… ma Singer … in un altro libro, The expanding circle, avanzò una teoria del progresso morale secondo cui gli esseri umani sono dotati per selezione naturale di un fondo di empatia verso consanguinei e alleati, e l’hanno gradualmente esteso a cerchie sempre più ampie di esseri viventi, dalla famiglia e dal villaggio al clan, alla tribù, alla nazione, alla specie e a tutta la vita senziente”. (Il declino della violenza di Steven Pinker)

Estensione dell’empatia avvenuta soprattutto culturalmente, ma istintivamente siamo più empatici con individui simili a noi[5].

7)    collasso economico

Anch’io di economia capisco poco, aggiungerei solo: speriamo bene!

L’unica cosa che mi viene in mente è che, da quanto ricordo delle letture di gioventù, anche in passato le violazioni alle restrizioni adottate per bloccare le varie epidemie erano dovute essenzialmente ad interessi economici; ora sembra aggiungersi la stupidità.

8)   le consolazioni

Fantastico il suggerimento di parametrare il sostegno economico alle dichiarazioni dei redditi degli anni precedenti. Riprende uno dei principi base dell’etica sociale, se vogliamo che le nostre società siano organizzate con “strategie evolutivamente stabili”, i buoni cittadini vanno sostenuti, i furbi e profittatori vanno puniti. Norme come questa contribuirebbero a far aumentare quello che gli economisti definiscono “capitale sociale”. Verificare se una legge contribuisce ad aumentare o no il “capitale sociale” potrebbe diventare un criterio per giudicarne la “bontà”.

9)   cambiamenti?

Non credo che impareremo granché, cambiare richiede fatica e non va d’accordo con l’omeòstasi che secondo Antonio Damasio [6]è il motore dell’evoluzione.

Le strutture e le operazioni biologiche responsabili dell’omeòstasi riflettono il valore biologico sulla base del quale funziona la selezione naturale. […] l’idea tradizionale di omeòstasi, che si riferisce alla capacità, propria di ogni organismo vivente, di conservare in modo continuo e automatico le sue attività funzionali, chimiche e di fisiologia generale entro un intervallo di valori compatibile con la sopravvivenza. […] realizzare stati vitali più efficienti naturalmente inclini a generare prosperità. […] L’omeòstasi è il potente imperativo, inconsapevole e inespresso, il cui assolvimento implica per ogni organismo vivente, piccolo o grande che sia, il semplice perdurare e prevalere. La parte dell’imperativo dell’omeòstasi riguardante il «perdurare» è chiara: genera sopravvivenza, e viene data per scontata senza alcun riferimento o riverenza ogni qualvolta si considera l’evoluzione di qualsiasi organismo o specie. La parte di omeòstasi riguardante «il prevalere» è più sottile, e raramente viene riconosciuta. Garantisce che la vita sia regolata entro un intervallo che, oltre a essere compatibile con la sopravvivenza, favorisca la prosperità e renda possibile una proiezione della vita nel futuro di un organismo o di una specie.

I sentimenti sono informazioni: essi rivelano a ciascuna mente la condizione di vita I sentimenti, come rappresentanti dell’omeòstasi, sono i catalizzatori dette risposte che hanno avviato le culture umane.

È ragionevole? È concepibile che i sentimenti possano avere motivato le invenzioni intellettuali che hanno dato al genere umano 1) le arti, 2) l’indagine filosofica, 3) le convinzioni religiose, 4) le regole morali, 5) la giustizia, 6) i sistemi di governance politica e le istituzioni economiche, 7) la tecnologia e 8) la scienza? Risponderei affermativamente, senza riserve.

Posso dimostrare che le pratiche o gli strumenti culturali, in ciascuno degli otto campi citati, hanno richiesto la capacità di sentire una situazione di diminuzione, effettiva o potenziale, dell’omeòstasi (costituita, per esempio, da dolore, sofferenza, disperata necessità, minaccia, perdita) o di un potenziale vantaggio omeostatico (per esempio, un esito gratificante). Il sentimento ha agito da movente per esplorare, con gli strumenti della conoscenza e della ragione, le possibilità di ridurre un bisogno o di trarre vantaggio dall’abbondanza rappresentata da stati di appagamento”.

 

Potremmo anche definire l’omeòstasi come la ricerca della felicità che permea la nostra cultura: l’abbiamo inserita, in varie forme, nelle dichiarazioni di diritti universali, nelle costituzioni. Le costituzioni, le convenzioni internazionali si possono cambiare, ma le dichiarazioni di principio poco possono contro le forze che da più di due miliardi di anni muovono la conservazione e le modificazioni dei viventi.

[1] Due neuroni condizionano il comportamento sessuale https://www.lescienze.it/news/2015/10/19/news/neuroni_comportamento_sessuale-2810012/

[2] M. Tomasello, Storia naturale della morale umana

[3] Il capitolo 12° de Il gene egoista (ed. Oscar Mondadori) è intitolato “I buoni arrivano primi”: buoni ma non ingenui, che praticano una strategia denominata “tit for tat”.

[4] Silvana Condemi –François Savatier, “Mio caro Neanderthal

[5] Vedi https://www.lescienze.it/mente-e-cervello/2018/09/27/news/i_fragili_confini_dell_empatia-4123018/

[6] Lo strano ordine delle cose – Adelphi Edizioni

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨