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Barbari e no

una risposta a I buoni e i cattivi maestri

di Paolo Repetto, 21 aprile 2020

Caro Stefano, non c’è stato alcuno sconfitto, meno che mai un K.O., per il semplice motivo che non c’è stato nessuno scontro di ideologie, ma un confronto di idee. Quindi possiamo proseguire, non prima però che io ti abbia ringraziato, perché questo match (forzatamente) a distanza mi ha aiutato a riflettere in un momento nel quale stanchezza e rassegnazione stavano avendo il sopravvento. Parto dalle tue argomentazioni, ma vorrei procedere su due piani distinti: quello dei fatti, o della razionalità, e quello delle simpatie, o dell’emozionalità.

Faccio una premessa. Io mi reputo una persona quasi sempre razionale (e quanto a questo, sotto molti aspetti, tu lo sei senz’altro più di me). Per questo motivo, al di là dei modi un po’ ruvidi nei quali mi esprimo, ma in genere solo con chi ritengo essere in grado di capire che appunto di schiettezza si tratta, e non di arroganza, tendo a non formulare giudizi, ma a dare delle valutazioni: il che non è esattamente la stessa cosa. Un giudizio si basa, come giustamente dici tu, sulla presunzione dell’esistenza di valori assoluti, relativamente ai quali una cosa appare buona o cattiva. Una valutazione ha invece un carattere più “utilitaristico”, nel senso che valuta la mia compatibilità con un oggetto, una persona o una situazione. Questo non significa che non creda nei valori assoluti: l’amicizia, ad esempio, e la lealtà; ma anche la giustizia, intesa come equità e reciprocità, l’eguaglianza, intesa come parità delle opportunità, e la libertà, intesa come pratica del rispetto per gli altri e legittima pretesa di rispetto da parte degli altri. Non è nemmeno del tutto vero, però, che mi astenga dal formulare dei giudizi: solo che in questi non hanno peso né il genere, né l’etnia, né la religione né altri fattori pregiudiziali. Distinguo semplicemente tra persone che reputo intelligenti e persone che ritengo stupide, e tale distinzione mi sembra necessaria per poter fare delle scelte e garantire la mia sopravvivenza senza compromettere quella altrui. Questo per dire che per me uno svedese cretino è un cretino, una donna intelligente è intelligente, un equadoregno laborioso è una persona laboriosa (non ridere!). E cerco di comportarmi di conseguenza.

Veniamo ai fatti. Ho viaggiato molto meno di te, e ho quindi un campo di esperienze assai più ristretto. Sufficiente comunque a confermarmi quel che ho sempre pensato, ovvero che in giro, come in montagna, uno, a meno di imbattersi in situazioni particolarmente sfortunate, ci trova quel che ci porta (e questo vale ovunque, in Italia come in tutto il resto del mondo). Ho ricordi molto belli di gesti di ospitalità totalmente gratuiti in Germania e in Olanda, di grande urbanità e simpatia in Spagna e in Grecia, magari un po’ meno in Inghilterra e in Francia (che comunque per molti aspetti adoro). Persino in Alto Adige e in Austria ho trovato un’atmosfera decisamente amichevole, in quest’ultima addirittura dopo un iniziale cortese rifiuto alla prenotazione, venuto meno quando si è chiarito che non eravamo romani (e chissà perché, non ho dubitato un istante che il pregiudizio fosse figlio di una qualche sgradevole esperienza). Non posso dire nulla invece dei paesi extraeuropei, a meno di considerare tale la Turchia (quella pre-Erdogan, che mi ha affascinato), perché non li conosco: ma conosco neri e gialli e magrebini di diversa provenienza, e con alcuni ho un rapporto di stima reciproca che potrebbe senz’altro diventare amicizia se si desse l’occasione di una frequentazione più assidua. Lo so, suona un po’ come il classico “non sono razzista, ma …”, ma tu mi conosci ormai abbastanza per sapere che vuol dire un’altra cosa. E comunque, questi sono i fatti.

Quindi, certamente, è il bagaglio delle esperienze specifiche a condizionare la nostra disposizione. Poi ci sono quegli aspetti più generali della cultura e delle abitudini di ciascun popolo nei confronti dei quali vale piuttosto il tipo di educazione ricevuta o di condizionamento ambientale. Ma anche qui, la chiave profonda di lettura rimangono per me le attitudini “genetiche” individuali. Nel mio caso, come dicevo prima, dicono di una razionalità talmente esasperata da rasentare l’autismo. Non sopporto letteralmente le manifestazioni chiassose, ad esempio ogni forma di mascheramento o di travestitismo o di auto-spettacolarizzazione, e di lì, a salire, i professionisti della trasgressione e della provocazione, ecc … Nonché tutta una serie di scarti anche piccoli dalla linearità che tocchino o invadano in qualche modo i miei spazi (leggiti il mio Il libro degli abbracci). Cose che per gli altri possono risultare divertenti, o quantomeno tollerabili, mi intristiscono e mi mettono a disagio. Per venire all’oggetto specifico della nostra discussione, ad esempio, non sopportando minimamente l’ubriachezza (la ritengo una totale assenza di rispetto di sé e degli altri) ho molti problemi a capire la diffusione di un problema del genere tra i nordici. Anzi, proprio non la capisco, e nemmeno mi sforzo di farlo. Avranno i loro motivi, ma per me nessun motivo giustifica il degradare se stessi e mettere a disagio gli altri. Quindi la mia stima per popoli che paiono coltivare quell’abitudine è tutt’altro che incondizionata (e dico paiono, perché poi in realtà nemmeno in Islanda, il sabato sera, quando secondo la leggenda girano auto deputate appositamente a raccogliere gli ubriachi riversi per strada, ne ho visto uno. Ho tuttavia la testimonianza diretta di mia figlia Chiara, che in Inghilterra ci vive ed è cittadina inglese, e racconta di colleghi che occupano ruoli di responsabilità e prestigio nella sua azienda e si sbronzano regolarmente al pub il venerdì sera. Quindi, non è solo leggenda).

Ma, e qui viene il punto che mi preme chiarire, quando si parla di temi come l’Europa e la sua possibilità di essere o meno una vera e unica comunità, non sono il carattere, l’espansività o la cupezza dei singoli o di intere comunità ad interessarmi, ma la loro affidabilità: e l’affidabilità si misura nella capacità di far fronte agli impegni che si assumono nei confronti degli altri.

Ora, io capisco a cosa ti riferisci quando parli delle emozioni, e dei ricordi che si stampano nella mente. Un suk o un parco nazionale africano, o un villaggio nepalese, ti emozionano certamente più di un centro commerciale di Parigi o di Stoccolma, e probabilmente anche più di Notre Dame o di un lago finlandese. Allo stesso modo in cui impressionano meglio la memoria fotografica. Ma non dobbiamo confondere i due piani. Quando sono in giro, mi fa molto piacere trovare persone cordiali, allegre e sorridenti anziché musoni freddi come i finlandesi, ma ciò che importa poi davvero, se penso in una possibile prospettiva di “convivenza”, politica ed economica, è ad esempio che se devo andare da A a B e mi viene dichiarato che il percorso in ferrovia è di due ore, ci arriverò al massimo in due ore e cinque, non in quattro, e soprattutto che arriverò. Oppure, che troverò persino su una perduta scogliera, per non parlare dei centri cittadini, delle toilettes pubbliche pulite e funzionanti. Questo ti farà sorridere, ma la misura del civismo di un popolo si misura a cominciare da poche cose “neutre” ma basilari. Le amicizie poi, se ho voglia e tempo e fortuna, me le conquisto, ma i servizi che un paese mi promette, come cittadino o come semplice turista, mi spettano e li esigo. Sono una condizione necessaria, anche se non sufficiente, perché io mi senta nello spirito giusto. Se non mi vengono offerti, mi rimane anche poca disposizione per le amicizie. E non mi sembra leale dire: sono fatti così, è il loro carattere, ci si deve adeguare, cosa sono in fondo due ore in più, perché stando così le cose si rinuncia in partenza alla possibilità di stare assieme, venendo a mancare i fondamentali del rispetto reciproco. (Conoscendomi sai anche che se parto con lo spirito di sopravvivere nutrendomi di bacche o di pane raffermo da due mesi e camminando sedici ore al giorno sono – pardon, ero – in grado di farlo: ma qui si parla di un’altra cosa).

Ora, a me risulta che tutti i paesi entrati a far parte della comunità europea abbiano aderito di loro spontanea volontà, abbiano anzi spinto per anni per poter essere ammessi, consapevoli che nella comunità vigevano certi regolamenti e certi vincoli, e che chi ha voluto andarsene lo abbia fatto liberamente (Brexit docet). Non capisco allora perché ci si lamenti quando ci viene chiesto di rispettarli. Obiezione prevedibile: ma anche gli altri (vedi Germania con le sue banche, la Francia con i suoi prodotti agricoli, ecc) non sempre li hanno rispettati. Esatto: solo che noi non siamo mai stati in grado di richiamare alcuno all’ordine, perché eravamo costantemente impegnati a piatire flessibilità finanziarie e dilazioni per riforme che dovrebbero essere operanti da decenni.

Ecco. A questo proposito, cioè al “quanto agli altri”, credo vadano fatte delle precisazioni. Accenni ad esempio nella tua mail all’inclinazione dei norvegesi al suicidio. Come a dire: se si ammazzano a frotte significa che poi tanto perfetta questa loro società non è. Ora, lasciamo andare le componenti legate all’impronta luterana e anche quelle dovute alla condizione climatica: passiamo ai fatti. Se vai a scorrere le ultime pagine del mio La verità vi prego sui cavalli, il libricino dedicato al viaggio in Islanda, ci troverai queste cifre, desunte dalle tabelle ufficiali dell’OMS per il 2018: “Nella graduatoria dei tassi di suicidio la Finlandia è solo al ventunesimo posto, la Svezia e la Norvegia si piazzano al trentacinquesimo e al trentasettesimo, ben dopo la Francia, gli Stati Uniti e la Germania, per non parlare del Giappone e di tutti gli stati dell’ex blocco sovietico. L’Islanda, guarda un po’, è solo quarantaduesima, vicina alla Svizzera e subito prima di Trinidad e Tobago. Dopo viene tutta una serie di paesi, compresi la Siria e il Messico e chiusa in bellezza da Haiti, nei quali non è neanche il caso di affannarsi a suicidarsi, ci pensano gli altri o la natura stessa a toglierti il pensiero. L’Italia in questa macabra graduatoria è al sessantaquattresimo posto, ma sappiamo come va dalle nostre parti: un inveterato perbenismo di matrice cattolica induce a rubricare come morti accidentali molti casi di suicidio”. Sono dati ufficiali (li ho ripresi dal mio scritto perché in questo momento internet non mi funziona), che mi pare smentiscano definitivamente la vulgata dei nordici iperdepressi.

E ancora. Le malefatte nascoste, ciò che si cela dietro l’immagine tirata a lucido di civismo e probità dei paesi di cui stiamo parlando. Mi spiace, ma devo rimandarti ancora una volta ad un mio scritto. Non è un delirio di autocitazionismo o una presunzione di possesso della verità, ma trattandosi di cose che ho già cercato di approfondire in altre occasioni faccio prima a spedirti direttamente alla fonte. Questa volta si tratta del libretto dedicato alla Svizzera, Ho visto anche degli Svizzeri felici. La Svizzera non rientra nel novero dei paesi della comunità, ma si presta benissimo ad esemplificare la persistenza di certi stereotipi sulle magagne altrui. È stata accusata ad esempio di aver respinto, durante l’ultima guerra mondiale, decine di migliaia di ebrei, condannandoli a finire nei campi di sterminio. Ora: “Dall’inizio alla fine della guerra hanno chiesto ospitalità alla Svizzera e sono stati accolti nel suo territorio 293.773 rifugiati e internati provenienti da tutta Europa. Circa 60.000 sono civili perseguitati (dei quali 28’000 ebrei), ai quali si aggiungono i circa 60.000 bambini e i 66.000 profughi provenienti dai paesi limitrofi, e 104.000 tra militari, disertori, renitenti alla leva e prigionieri di guerra evasi”. Questo in un paese di quattro milioni di abitanti, chiuso tra le potenze dell’Asse e in costante procinto di essere invaso. La commissione ebraica incaricata di verificare i respingimenti ne ha accertati circa tremila. E sai che gli ebrei in queste cose sono scrupolosi. Ora, tralasciando il piccolo particolare che quei poveretti chiedevano asilo là perché erano perseguitati proprio qui da noi, proviamo a fare un pensierino a come percepiamo il fenomeno e a come ci comportiamo, oggi, nei confronti di chi fugge dalla Libia o dalla Siria o da altri paesi dove la guerra è endemica.

Di più: la Svizzera è stata anche accusata di aver trattenuto i beni depositati nelle sue banche appartenenti ad ebrei internati in Germania e scomparsi. Infatti: solo che già prima del Duemila le Banche svizzere hanno sborsato un miliardo e 250 milioni di dollari per chiudere la vicenda dei fondi ebraici in giacenza. Non so quanto la cifra fosse equa, ma l’hanno fatto. Da noi, dove pure gli espropri di stato dei beni ebraici sono stati consistenti, non è mai stata stanziata nemmeno una lira. In compenso sono al lavoro da cinquant’anni quattro commissioni. Ho fatto qualche ulteriore ricerca, e non mi risulta che altri stati, tranne almeno parzialmente la Germania, abbiano risarcito chicchessia per le ruberie e i danni materiali e morali provocati ad altri popoli (il contenzioso nostro con la ex-Jugoslavia è aperto ancora oggi, la Grecia ci ha rinunciato già da quel dì, un contentino è stato dato a suo tempo solo a Gheddafi, per garantirci i rifornimenti di petrolio). Non vado oltre, ma potrai trovare altri illuminanti dettagli.

Infine. I gestori tedeschi dell’albergo hanno senz’altro peccato di una preconcetta supponenza, ma io direi più ancora di goffaggine, perché in fondo intendevano farvi un complimento. Se non ricordo male, però, tu stesso mi hai raccontato che in Etiopia vi hanno sputato letteralmente in faccia, e conoscendovi non dubito che il vostro comportamento non fosse stato diverso da quello tenuto in Germania. Vi hanno sputato solo perché italiani, il che, al di là dell’ignoranza e della maleducazione della persona singola, la dice però lunga sul tipo di ricordo che abbiamo lasciato in quelle popolazioni, e smentisce la favola che ci siamo sempre raccontati degli “Italiani, brava gente”. Anche in questo caso ti rimando a un paio di libri, questa volta per fortuna non miei: uno si intitola appunto “Italiani, brava gente”, scritto da Angelo del Boca, lo storico più accreditato delle nostre avventure/disavventure africane; l’altro è “Tempo di massacro”, di Ennio Flaiano, testimonianza in presa diretta.

Ora, tutta questa pappardella per arrivare a dire in fondo tre semplici cose (le altre, e sono tante, avremo modo spero di dibatterle ancora).

La prima è che al di là di tutto dovremmo ringraziare il cielo di essere nati qui e non in un’altra parte del mondo, magari meno grigia, più variopinta, più calda, ma senz’altro meno sicura. Io lo faccio tutti i giorni, forse per il retaggio inconscio della precarietà che ho vissuto da bambino. Sono anche contento di non avere come vicini gli iraniani, i messicani, i colombiani, i russi, ecc. Nulla di personale, ma mi vanno bene i francesi, gli svizzeri, gli austriaci e gli sloveni, che pure qualche pregiudizio nei nostri confronti ce l’hanno.

La seconda, conseguente immediatamente la prima, è che dobbiamo fare attenzione agli stereotipi. Ne siamo pieni, io stesso nel desktop della mente ho le figurine degli inglesi spocchiosi, dei tedeschi grezzi, dei francesi pieni di sé e maligni, ma poi all’atto pratico bado alle persone e non alla loro provenienza. E nemmeno mi disturba più di tanto che gli altri abbiano di noi un’immagine tutta pizza e mafia e inaffidabilità (i tedeschi qualche ragione ce l’hanno, in due guerre abbiamo girato loro le spalle per due volte), perché so che una immagine simile la coltivano in realtà solo gli imbecilli, dei quali mi importa francamente poco, e che semmai avrò occasione di dimostrare quanto siano infondate. Non mi sono mai sentito umiliato in nessuna parte d’Europa. Come dice Enzensberger (lo faccio dire a lui perché io questa esperienza non l’ho fatta), come atterri arrivando da un altro continente in qualsiasi aeroporto europeo ti senti subito a casa. E lui era un terzomondista, una volta.

La terza, quella che purtroppo ha riscontro nell’attualità di questi giorni, è che dopo un inizio all’insegna della ritrovata fraternità nazionale, di una compattezza davanti al pericolo, del “siamo un popolo di eroi di santi e di cantanti (dal balcone)”, tutto questo afflato di orgoglio patriottico, originato dalla strizza per la crescita delle cifre dei contagi e dei decessi, si è già sgonfiato: ciascuno va per conto suo, è iniziata la caccia ai responsabili (in vista magari di future richieste di risarcimento), le procure aprono nuove inchieste mentre ce ne sono milioni che giacciono ferme da anni, i rom fanno tranquillamente i loro funerali, gli autonomi si scontrano nuovamente con la polizia, che a differenza che nelle Filippine non può sparare, persino Sgarbi è tornato in tivù. Davanti a una situazione come questa, altro che dibattito sul MES: non sarà necessario chiedere di uscire dall’Europa matrigna. Se almeno gli altri hanno imparato qualcosa da questa vicenda, provvederanno loro a buttarci direttamente fuori.

La Cina è pronta ad accoglierci, potremmo diventare una sua ennesima provincia, come il Tibet. Solo che la flessibilità cinese è inferiore anche a quella tedesca o olandese, è paragonabile solo a quella della ghisa. Ovvero, pari a zero.