Povera lingua!

di Paolo Repetto, 10 febbraio 2026

Dal lato opposto dello spogliatoio arrivano brandelli di conversazione. Sono due tizi sulla trentina, hanno parlato sino ad ora di auto, di cavalli (motore), di diavolerie elettroniche. Poi arriva lo sbraco: “Se avrei i tuoi soldi, sai cosa farei …”. Una fitta al cuore, immediata. È una deformazione professionale, davanti a tanto abominio non riesco a farmi i fatti miei. A scuola avrei minacciato il malcapitato di fustigazione sulla pubblica piazza. Qui mi limito ad apostrofare i due, rimanendo di schiena: “Se avessi, cavolo! Se avessi! Attenti ragazzi: si comincia ceffando il congiuntivo e si finisce a letto con un congiunto”. Si zittiscono. Probabilmente – anzi, sicuramente – non hanno capito nulla, ma si affrettano a rivestirsi e se ne vanno senza salutare. Immagino pensino di avere a che fare con uno svitato. Non ho volutamente spiegato nulla, perché non c’era nulla da spiegare. Non avrebbero capito comunque, perché la lingua è musica, e se non ti accorgi già dal suono di aver preso una stecca significa che non hai proprio orecchio.

(Mi è venuto però il sospetto che forse ero io a non aver capito nulla. Forse il vituperio che avevo loro predetto non li turbava più di tanto, e il mancato rispetto del congiuntivo era non un prodomo ma una conseguenza della caduta del tabù parentale.)

All’ingresso della stessa palestra, dietro il banco di quella che una volta era l’accettazione (lo è ancora, ma ora si chiama reception) ci sono sempre un paio di ragazzi o ragazze molto giovani, probabilmente pagati una ciocca, che quando passo loro davanti mi salutano: “Ciao”. Hanno l’età di mio nipote, sono apparentemente normali, anzi, danno l’idea di essere piuttosto svegli, ma ormai frequento questo luogo da quasi un anno, e ogni volta dico loro in ingresso “Buon giorno”, e all’uscita “Arrivederci”, e loro imperterriti ricambiano con “ciao”. Questo non per una confidenza indotta dalla consuetudine: mi hanno accolto così sin da subito, quando sono andato ad iscrivermi.

Da un sacco di tempo ormai ogni volta che entro in un ambiente nuovo mi sento interpellare alla seconda persona singolare. Soprattutto dai giovani, ma anche da quelli della generazione di mezzo, e persino della mia. E ogni volta provo frustrazione e fastidio. Ho continuato per tutta la vita a rivolgermi alle persone più anziane, e anche a quelle della mia età o più giovani, usando la terza persona, almeno fino a quando non si fosse sviluppata tra noi una certa familiarità. E in terza persona sono stato sempre interpellato nell’ambito del mio lavoro, dagli studenti prima, come insegnante, dai docenti in ultimo come dirigente. Ha funzionato benissimo, era un modo per definire implicitamente non delle gerarchie ma la natura reciprocamente rispettosa dei nostri rapporti. Coi nonni paterni usavo addirittura il “Voi”, visto che lo usavano essi stessi tra di loro, e mio padre e gli zii nei loro confronti.

Sentirmi salutare col “ciao” da uno sconosciuto non mi scalda il cuore, non mi illude su un aspetto giovanile che non avevo neanche a vent’anni, non mi fa sentire più partecipe, più vicino all’umanità che mi circonda. Non è questione di freddezza né di formalismi: è che non sopporto tutto ciò che nei rapporti finge condizioni di conoscenza, di intimità che in realtà non esistono. Il formalismo è semmai implicito, alla rovescia, proprio in questa pseudo-confidenza, nei baci e negli abbracci distribuiti a destra e a manca, che falsano la realtà dei rapporti stessi. Se davvero ci si vuole capire, e stabilire relazioni sociali autentiche, prima ancora di lasciare corso all’empatia e alle altre svariate “competenze” emotive che oggi vanno per la maggiore dobbiamo aver chiaro ciascuno lo spazio e la posizione da cui muoviamo. Altrimenti si creano solo ipocrisia e confusione.

Si potrebbe pensare che l’uso universale della seconda persona sia legato all’ingresso nelle nostre comunità di popoli nel cui corredo linguistico non è contemplato quello della terza; è parzialmente vero, e sin qui sarebbe comprensibile e giustificabile. In realtà dalle nostre parti è dovuto principalmente all’adozione di tattiche relazionali mirate a creare un falso effetto di familiarità, da usarsi nella promozione di prodotti o di idee. Si è trattato quindi di una “evoluzione” linguistica tutt’altro che spontanea e funzionale a migliorare i rapporti: è stata studiata a tavolino e diffusa e resa applicativa attraverso la gazzetta ufficiale dei media, dove tutti si danno del tu come avessero frequentato assieme l’asilo. Coniugare i verbi alle sole prime due persone in apparenza semplifica il discorso, in realtà lo impoverisce, perché esclude la possibilità di esistenza di diverse sfumature nel rapporto. Non avvicina “l’altro”, ma lo disperde in una moltitudine indifferenziata (che con buona pace di Toni Negri e della French Teory non è condizione “rivoluzionaria”, ma solitaria al massimo grado).

Comunque, per capire davvero cosa sta succedendo occorre risalire ancora più a monte. Perché indipendentemente dalla seconda o terza persona i verbi andrebbero coniugati: e questo ci riporta al paragrafo d’apertura, alla eliminazione dei modi, a partire da quella del congiuntivo. In questo caso però non sembra trattarsi di una strategia elaborata all’interno di un qualsivoglia disegno, ma di un impoverimento quasi spontaneo, dovuto all’arretramento dell’intelligenza umana. Tale arretramento, stante il rapporto diretto esistente tra pensiero e linguaggio, è perfettamente testimoniato dalle vicissitudini di quest’ultimo.

Il congiuntivo è il modo della soggettività, dell’incertezza, dell’opinione e del desiderio (è retto infatti da: io penso, io credo, io vorrei che …). Liquidarlo è come appiattire la linea dell’encefalogramma. Viene meno tutto il mondo delle subordinate, resta comunicabile solo la pura denotazione, né più né meno come ai primordi dello sviluppo del linguaggio. Scompare ogni margine di interpretazione, ogni condizione ottativa, rimangono solo le cose, le azioni, i dati bruti, e non la riflessione sulle cose. A ripensarci, vista da questa angolazione la faccenda, viene da sospettare che la mano di un qualche disegno esterno non sia così improbabile.

La stessa cosa è già accaduta con l’abbandono del condizionale, che ha sancito l’esclusione di possibili alternative al nostro modo di pensare e di vivere. Il condizionale, soprattutto se usato nel periodo ipotetico del terzo tipo, era il modo dell’utopia. Consentiva di supporre altri tempi, altri spazi, altre situazioni, altri tipi di azione e di reazione. Reggeva la trama di quella vita parallela che ciascuno di noi si costruisce per alleggerire la pesantezza e la monotonia di quella reale, apriva a mondi e possibilità infinite. Una lingua senza il condizionale racconta un’esistenza totalmente già determinata, nella quale non c’è margine alcuno per la scelta.

Persino l’imperativo sembra in via di estinzione, o almeno non ha più il senso di una volta. Lasciamo perdere quello categorico, che il povero Kant non avrebbe mai immaginato potesse essere così stravolto, e limitiamoci a quelli consueti, quotidiani. Si è persa completamente la consapevolezza che noi abbiamo anche dei doveri, e che il dovere non è la negazione del diritto ma il suo complemento, anzi, è ciò che garantisce il diritto a tutti e lo giustifica. Mia madre non mi avrebbe mai detto: “Potresti andare a prendere un po’ di legna?” Diceva, senza tanti giri di parole: “Vai a prendere un po’ di legna”. Anche se ero impegnato coi compiti, o più facilmente nella lettura di qualche fumetto o a giocare coi soldatini, sapevo benissimo che quella consegna non era procrastinabile. Lo sapevo perché se volevo che la pasta o il minestrone cuocessero, o che la cucina rimanesse abbastanza calda da consentirmi di studiare o di giocare, quella legna era indispensabile: non mi sentivo affatto maltrattato o costretto, anzi, ero corresponsabile del pranzo o della cena, e mangiavo con la coscienza di essermeli almeno in parte guadagnati.

Mio padre usava un’altra tattica: si coinvolgeva sempre nell’azione che ordinava, così che il verbo suonava alla prima persona plurale: ma il suo facciamo questo, prendiamo quello, andiamo là, non era un indicativo, dava per scontato che si facesse, si prendesse o si andasse. Dava l’ordine e dava l’esempio, vi ottemperava per primo: e stanti le sue condizioni fisiche[1] per me la sua non risultava un’imposizione dettata dall’esterno, ma richiamava dall’interno un imperativo morale.

Provateci oggi. Oggi se dai un ordine a un bambino chiamano il telefono azzurro, se lo dai ad un adulto ti manda a quel paese o ti denuncia. Questo non può condurre che a una totale deresponsabilizzazione: di chi l’ordine lo dà, perché sa di non averne più riconosciuta l’autorità, e di chi l’ordine lo riceve, che non è più incentivato nemmeno a metterlo in discussione, a capirne o a impugnarne le ragioni. Semplicemente se ne frega.

Potrei continuare lamentando la sorte degli articoli e degli avverbi, dei pronomi e delle preposizioni, ma non è il caso. Volevo solo sottolineare come l’inaridimento della lingua e il suo stravolgimento conducano ad esiti letali per la nostra intelligenza. E vado ad esemplificare cosa determina poi negli atteggiamenti e nei comportamenti quotidiani.

Una prima scomparsa, ampiamente documentabile, è quella dell’ironia. Se oggi servi a qualcuno una battuta sono minime le probabilità di vederti tornare la pallina. Molti non la vedono nemmeno passare, altri sospettano subito che tu voglia usarli come bersaglio. La vera ironia, quella non forzata, gioca invece sull’effetto stemperante che si ottiene nell’esprimere il contrario di quel che si pensa o si vuole comunicare. È un esercizio di elasticità mentale, che mira ad evidenziare certe assurdità o contraddizioni, a sdrammatizzare situazioni pesanti, e che naturalmente supporrebbe una analoga elasticità nell’interlocutore. Una condizione che ormai non incontri quasi più, proprio in ragione del fatto che le parole e le frasi sono ridotte alla univocità, che non viene concesso spazio alla pluralità dei significati, che è sparita la capacità critica di decodificare qualsiasi discorso.

Sull’ironia ho costruito praticamente tutto il mio lavoro di insegnante e i miei rapporti con amici e conoscenti, ma oggi mi ritrovo completamente spiazzato. Vedo interpretare come serie certe mie provocazioni palesemente scherzose, e addirittura nascerne assurdi risentimenti: atteggiamenti che a volte mi lasciano di stucco, ma al tempo stesso, come nel caso della grottesca imputazione di misoginia che spesso mi è contestata, mi spingono a insistere ancor più nel gioco delle parti che è venuto a crearsi (e confesso che la cosa non mi costa nemmeno troppa fatica). Capisco che dovrei contenermi, per evitare fraintendimenti, ma così sarei ancor meno autentico: oltretutto la mia condiscendenza sarebbe, quella si, offensiva per gli altri: e allora mi riduco a giocare solo con amici di comprovata elasticità neuronale.

Qualche tempo fa al bar ho chiesto ad uno di questi, ottimo pallettaro e notorio scrutacentesimi, che non vedevo da un pezzo, se avesse svernato ai Caraibi, e mi sono sentito rispondere che si, c’era un’offerta della Costa per croceristi a mezza pensione disposti a collaborare al servizio, e che si era praticamente pagata la vacanza col risparmio sulle spese domestiche di riscaldamento. Questa io la chiamo una risposta di rovescio secco sulla linea d’angolo: tanto di cappello. Il fatto è che un terzo astante ha preso la cosa sul serio ed è andato a raccontarla in giro via social, col risultato di farsi prendere per il sedere da una metà dei suoi contatti e di scatenare nell’altra metà una ridda di commenti sarcastici e indignati. Alla fine ha tolto il saluto a me e all’amico. (Faccio presente che il tizio non è – o non era – lo scemo del villaggio, gode – o forse godeva – di un certo prestigio, sia pure d’origine tutta economica. Ma rispetto alle sottigliezze dell’ironia è un convinto obiettore di coscienza).

A queste cose mi riferisco. Non parliamo poi dell’autoironia. Se mancano le basi lessicali e la capacità di connetterle in una struttura discorsiva corretta e coerente, essendo il linguaggio ad un tempo lo specchio e l’organizzatore del pensiero, anche quest’ultimo riesce appannato e confuso. Segnatamente poi quando oggetto della riflessione è il soggetto stesso: privato degli strumenti che potrebbero consentirgli di prendere le distanze senza drammatizzare eccessivamente, finisce per smarrire ogni capacità di mettersi scherzosamente in gioco.

Un’altra significativa scomparsa riguarda l’utopia, e questo l’avevo già anticipato. L’utopia è il sogno di ciò che non è possibile, ma è auspicabile, così come l’ironia è l’ingresso consapevole e voluto nel paradosso. L’una e l’altra rimandano a una potenzialità eccentrica del pensiero: la capacità di formulare concetti o di immaginare situazioni che non trovano posto nella realtà, o che addirittura la ribaltano. Hanno dunque una valenza tutt’altro che denotativa, e necessitano di un linguaggio complesso (ma non complicato), che offra uno spettro amplissimo di possibili combinazioni.

Senza il modo condizionale però l’utopia non esiste. E anche gli aggettivi derivati vanno usati con criterio. Se non faccio distinzione tra utopico e utopistico rischio di contraddire la connotazione positiva o negativa che vorrei dare di idee o progetti di società perfette. Se definisco utopica una società assolutamente serena e armoniosa, infatti, la colloco nello scaffale dei bei sogni coscienti di essere tali, mentre se definisco utopistici un piano concreto o un progetto specifico li etichetto e li liquido come irrealizzabili. Oggi sia il lemma originario che entrambe le aggettivazioni derivate sono invece usati sempre in una valenza negativa, sia pure con tonalità variamente sfumate. Questo ci dice che il termine, coniato originariamente per indicare l’ideale traguardo al quale andrebbe mirata ogni trasformazione politico e sociale, o per definire un parametro sul quale misurare i progressi della civiltà, è stato ristretto a designare la vanità di ogni nostro sforzo di perfezionamento o quantomeno di cambiamento. Ci dice insomma che non siamo più capaci di sognare e ci stiamo perdendo anche le parole (e i concetti che sottendono) per farlo.

Ma forse sto volando un po’ troppo alto. Forse non è necessario cercare il polso della situazione in queste sottigliezze. Il problema sta nel fatto che se è oggettivamente difficile mantenere in vita il sogno di una futura armonia sociale, lo è ancor più raccapezzarsi rispetto a quanto accade nella sin troppo reale disarmonia che ci circonda. Altro che utopia e magnifiche sorti: ciò che vedo io è che stiamo regredendo allo scatenamento degli istinti peggiori, quelli che una volta si sarebbero definiti belluini e che oggi trovano giustificazione come rabbia sociale, emersione del profondo, ritribalizzazione, rifiuto dei “valori forti” e delle “rigide convenzioni”. E non c’è nemmeno bisogno di tirare in ballo i black bloc, le maranze o i centri sociali: sto parlando di quella che ormai è considerata la quotidiana normalità.

Provate a partecipare ad una assemblea condominiale. Non ero più stato coinvolto in un’esperienza del genere da almeno cinquant’anni, e ne sono uscito sconvolto. Ho sentito sciorinare un campionario di costrutti sintattici che avrebbero strabiliato Piranesi ed Ensor, di anacoluti, di mancate concordanze e storpiature, di strafalcioni concettuali e grammaticali, per di più urlati e ruggiti in una babelica continua sovrapposizione di voci. Mi sono chiesto se questo mezzo secolo l’ho vissuto fuori dalla storia. Non che non avessi sentore del degrado, anzi, avevo costantemente occasioni di prenderne atto: ma ero convinto si trattasse in fondo solo di un problema di stupidità e di ignoranza, grave senz’altro, a rischio costante di overdose, ma almeno in teoria curabile con una buona prevenzione e una sollecita rieducazione. Invece non è così: non è più un problema di quantità, qui si è fatto un salto qualitativo. È questo a lasciare sconcertati. Siamo alla mutazione antropologica, che passa anche (e direi in prima battuta) attraverso la brutalizzazione e lo svilimento del linguaggio.

Quella serata mi ha spiegato Trump e Putin e tutti gli altri meglio di qualsiasi dotta dissertazione, perché era solo la versione in miniatura di quanto accade a livello di relazioni internazionali, dove è venuta meno anche l’ipocrisia comunicativa formale e ogni più insulsa e sguaiata idiozia diventa subito un “meme”. Pensavo che se non riusciamo a concordare una soluzione mentre ci piove letteralmente addosso, possiamo attenderci ben poco quando sono in ballo e si contrappongono malintesi diritti o “interessi nazionali”, branditi da mentecatti che a loro volta sono stati eletti da altri milioni di imbecilli.

Non sto andando fuori tema. Pensate che tutto questo abbia poco a vedere con lo smottamento linguistico in atto? Il livello del dibattito condominiale (che è poi tale e quale quello dei salotti televisivi, o degli “incontri al vertice”) evidenzia il contrario. Quando i duellanti hanno come sola arma il tono di voce, come sola strategia il parlare sopra gli altri, come unico argomento l’insulto, significa che hanno abdicato ad ogni potenzialità comunicativa, esplicativa e persuasiva del linguaggio.

Ma non è finita qui. Se assieme all’utopia si perde il futuro, l’impoverimento del linguaggio ci impedisce anche di effettuare una corretta manutenzione della memoria, di trarre alimento dal passato. Intanto per le ragioni già esposte, perché la memoria va oliata con il lubrificante giusto e questo è appunto rappresentato dalla complessità del pensiero, che si traduce e si esprime nella ricchezza del linguaggio, mentre oggi una comunicazione dominata dal consumo rapido di immagini finisce per imporre anche una trasmissione telegrafica dei contenuti. Poi perché per lo stesso motivo le testimonianze e le documentazioni storiche vanno disperse in un unico calderone assieme alle banalità dell’intrattenimento e ai messaggi pubblicitari e propagandistici, dei quali condividono i tempi e spesso mutuano purtroppo anche i modi, compresa la povertà linguistica e la ricerca dell’effetto sensazionalistico; così da guadagnarsi alla fine la stessa scarsa attenzione e da attestarsi allo stesso infimo livello di credibilità.

Insomma, per non tirarla troppo in lungo: non voglio addentrarmi nella contrapposizione generazionale, nello scambio reciproco di accuse tra gli anziani e i giovani. È una costante storica, si ripropone da millenni, anche se indubbiamente negli ultimi tempi ha trovato più occasioni di esprimersi e una maggiore visibilità. Nemmeno credo di aggrapparmi a nostalgie puriste, di dare voce al rifiuto di chi non sa stare al passo coi tempi. Semmai è piuttosto la lucidità consentita a chi i tempi del mutamento li ha vissuti tutti da dentro, e sa che quello del linguaggio è la prima spia di una riorganizzazione ben più profonda delle forme del potere. D’altro canto, lo aveva già visto e raccontato benissimo Orwell.

La neolingua immaginata da Orwell non è semplicemente uno strumento espressivo “altro”, che adotta strutture linguistiche e forme lessicali più adatte a esprimere una nuova visione del mondo e a svecchiare le abitudini mentali. È un vero e proprio strumento repressivo, nel senso che rende impossibile l’elaborazione di ogni altra forma di pensiero, e annulla ogni libertà di coscienza. Per ottenere questi effetti si costruisce un lessico che definirei “palindromo”, per cui ogni termine può essere letto in due significati diametralmente opposti (questa è la base del bispensiero): ciò che dà la possibilità a chi detiene il potere di imporre di volta in volta l’interpretazione a lui più favorevole. Al tempo stesso si semplifica il lessico di base introducendo locuzioni che indicano tanto un’azione quanto l’oggetto dell’azione, eliminando le forme irregolari e uniformando le regole per la formulazione dei plurali (i per tutti i maschili ed e per tutti i femminili) o delle forme verbali, liquidando per ogni termine rimasto in adozione tutti i sinonimi, creando attraverso le abbreviazioni delle parole composte (un po’ come nella lingua tedesca, non a caso) che riassumano significati complessi.

L’obiettivo della neolingua è in sostanza quello di ridurre ogni discorso ad una serie di suoni deprivati di ogni significato, che non abbiano relazione con una attività cerebrale: ad un “ocoparlare” che coinvolga solo le corde vocali, come lo starnazzare delle oche. Di impedire cioè la formulazione di un qualunque pensiero contrario ai principi dettati dal potere, di qualsiasi affermazione sovversiva, per il semplice fatto che non esistono più gli strumenti per farlo, e soprattutto quelli per darne una motivazione.

Ci sarebbe moltissimo ancora da aggiungere, a partire ad esempio, da come l’inglese, candidato a diventare (e già di fatto investito del ruolo) il passepartout linguistico per tutto il globo, non sia più quello di Stevenson e dello stesso Orwell, ma si sia inaridito a linguaggio puramente strumentale e denotativo (il basic english), adatto a tutti i palati e alla facile digestione delle pappine omogeneizzate, ma inidoneo a trasmettere segnali pur flebili di intelligenza. Ma ho già debordato sin troppo, e vado a stringere.

Mi pare che oggi ci stiamo avvicinando di gran carriera ai risultati cui la neolingua mirava, e senza neppure più che il grande fratello abbia bisogno di incarnarsi in qualche figura dispotica. Anzi, per certi versi li abbiamo già superati, e almeno in apparenza facendo tutto da soli. Siamo smarriti nella nostra lingua, che ci sta diventando da un lato estranea, dall’altro sin troppo familiare, nel senso che a furia di semplificazioni si è ridotta a un lessico elementare che non attiva più alcun lavorio cerebrale. Siamo al punto che per comunicare (ma che cosa?) non è più necessario né articolare parole né scriverle. L’intelligenza artificiale e chi la controlla ci risparmiano anche questo. Dobbiamo solo scegliere tra i simpatici (!) pittogrammi (gli emoticon o emoji) che ci vengono proposti.

Temo allora che se un barlume di utopia, un briciolo di memoria e un velo di ironia vorremo conservarceli dovremo tornare su questi argomenti il più spesso possibile, pur nella consapevolezza che si tratta di battaglie di retroguardia, di resistenze destinate a spegnersi assieme a noi, nativi pretelevisivi, nel giro di pochi anni.

Per ora tuttavia, dal momento che ancora ci è consentito camminare fuori pista, arrivederci a tutti.


[1] Vedi Su una gamba sola.

La via per il cavagno colmo

diario di una giornata tra funghi e piccole filosofie boschive

di Fabrizio Rinaldi, 14 settembre 2025

Quando lo propongo a mia figlia, lei accetta ad una condizione: “solo se viene anche il nonno”. Una formula che dice tutto: la fiducia riposta in me vacilla, mentre la figura del vecchio resta intatta, nonostante gli ottant’anni passati e un’autorevolezza che neppure gli acciacchi scalfiscono.

Dunque, non ho più scampo: “Andiamo a funghi?”. Ecco di che si tratta: cercare il più prezioso frutto del bosco. Mio padre non ci va da tempo perché consapevole delle sue diminuite capacità fisiche; d’altra parte, non trovo mai il tempo neppure io: il lavoro, la famiglia, le scuse pronte che giustificano l’inerzia. È però scontato che accetterà la proposta: un po’ perché non riuscirebbe a negarsi al “ti prego, ti prego” di mia figlia, un po’ perché – lo leggo dai suoi occhi – ha una voglia matta di andarci, specie da quando ha intuito che quest’anno ce ne dovrebbero essere.

Perché il fungo, lo sappiamo, non si concede facilmente: pioggia al momento giusto, umidità calibrata, terreno adatto (“terra rossa chiama cocone[1]”), distinte specie boschive (castagni, rovere, faggi, …), arbusti di brugo, erba stciapoia[2] e rovi. Un’alchimia rara in un tempo sospeso e incerto, rapido e aleatorio, dove l’attesa, la delusione e la sorpresa, fanno parte dell’esperienza. Cercare funghi è quindi un inno all’imprevedibilità e alla contingenza di un’infinità di condizioni di cui, spesso, non siamo consapevoli, ma che percepiamo quasi istintivamente. A chi li cerca capita di pensare che intorno ad un determinato cespuglio o albero ci saranno sicuramente, mentre nove volte su dieci non c’è nulla; oppure, inaspettatamente, eccoli dove non avresti immaginato.

Appuntamento fissato: sabato, ore sei zero zero, sotto casa dei miei. Missione impossibile: riempire il cavagno d’anveriöi[3].

Metto la sveglia alle 5:20 solo per mia figlia; io non ne avrei bisogno, visto che mi sveglio sempre molto presto (tanto “molto”: 3:30-4:00). A quell’ora neppure i cani si muovono dal loro giaciglio. Il caffè diventa allora il gradito rituale che mi concedo davanti al portatile, nel tentativo — prima del quotidiano andare al lavoro o del frastuono femminile familiare — di ritagliarmi un po’ di tempo per leggere, scrivere o sistemare il sito. A proposito: sto creando le singole pagine dei molti autori che stanno contribuendo al nostro inutile ma caparbio contributo di idee.

Mettiamo nello zaino la borraccia, due felpe e i guanti. Non prendiamo neppure il cavagno, certi che ci penserà mio padre: e comunque non ci facciamo grandi illusioni sul bottino che ci aspetta. Alle sei recuperiamo il nonno. Iris mugugna per la levataccia, ma so che sotto sotto è contenta. E non è la sola.

Destinazione: boh! Il fungo è il Santo Graal del bosco: la geografia dei “posti buoni” si tramanda di generazione in generazione ed esige un’adeguata iniziazione, che prevede ruzzolate fra i rovi e imprecazioni quando non si trova il posto che ci si era prefissati. Oppure si va a casaccio, come è capitato molte volte a mio padre e a me. Posso solo dire che siamo dalle parti del Monte Colma, a Tagliolo Monferrato, ma su quale versante, lungo quale canalone ve li scordate. Altrimenti poi dovrei uccidervi.

Dopo una po’ di chilometri in auto, su strada prima asfaltata e poi sterrata, arriviamo ad uno slargo da cui anni fa eravamo partiti per una ricerca che aveva riservato misere soddisfazioni, pur essendo buone le premesse: boschi di castagno e rovere e sufficiente umidità.

Attraversiamo un prato e ci infiliamo nel bosco. Sono le 6:40, buio pesto. “A chi è venuto in mente di uscire così presto?”, mi chiedo, pur conoscendo la mia responsabilità. Iris si ostina a tenere la torcia del cellulare accesa, mentre noi procediamo a lume di fiducia.

Continuiamo fra i rami e tronchi fino a raggiungere e attraversare un ruscello e, sempre nel semibuio, cominciamo a salire. Già, perché la ricerca del fungo è sempre in salita: nell’attraversare il bosco in quel modo lo sguardo va sempre dal basso verso l’alto, così da intravvedere meglio l’eventuale e ambito gambo. Difficilmente si trovano percorrendo la discesa, accade solo se ce ne sono davvero parecchi. D’altra parte, la salita non si affronta mai in verticale seguendo un sentiero o facendo la diretta (vedi Tobbio), ma in diagonale: si prosegue con piccoli zig zag a salire, passando attorno all’albero, all’arbusto, alle foglie smosse.

“Eccone uno!”, esplode Iris. Ma no, dai è impossibile: è buio, li cerca a casaccio e con la torcia! Invece sì, ha scovato il primo porcino della giornata. La fortuna della principiante … È un po’ mangiucchiato dalle lumache, ma tant’è l’ha trovato.

La logica impone di sminuire i ritrovamenti altrui, così da non intaccare la smania di chi resta a mani vuote. Ma subito dopo, ecco che anche mio padre ne trova due. Io niente. Porca miseria.

Errore madornale da evitare sempre: non parlare ad alta voce se non vuoi che altri fungau arrivino come mosche, ma a quest’ora siamo i soli a cercarli. Più tardi ronzeranno fastidiosi.

L’incontro fra escursionisti nei boschi è normalmente, piacevole e accompagnato da un cordiale saluto, riconosci nell’altro la stessa passione nel camminare e – fra l’altro – l’inconfessato desiderio di esser ricordato qualora ti smarrissi; la persona incontrata potrebbe dare ai soccorritori le indicazioni giuste per il ritrovamento, possibilmente in vita.

In stagione di funghi, invece, il diffidente fungaiolo vede l’altro come invasore del proprio “posto buono”. Il saluto si riduce a un mugugno, seguito dalla menzognera svalutazione del proprio bottino: “poca roba e camulöi[4]; siamo saliti da questo versante e ci spostiamo di là”. Ovviamente non c’è da credere alle indicazioni ricevute. In tali circostanze emerge la gelosa preservazione dei “posti buoni”, anche se la raccolta è stata infruttuosa. Non sia mai che altri scovino l’agognato bottino.

La logica dell’esclusiva appropriazione ricorda i redivivi nazionalismi, la difesa ossessiva delle risorse e della propria (o presunta tale) identità cultura e sociale. Le comunità serrano i confini e pochi individui accumulano privilegi a discapito della moltitudine. Il patrimonio pubblico sottratto al benessere comune, come la giusta posizione della fungaia celata alle attenzioni degli altri, dei foresti. Il micelio, lui che condivide tutto, se fosse in grado di giudicare, riderebbe della nostra meschina avidità.

Tornando allo stare nel bosco di notte, a nessuno è venuto in mente che eravamo i soli nel bosco fitto e praticamente buio. Un aspetto che, in situazioni differenti, avrebbe sicuramente spaventato mia figlia. Sarà la sicurezza nei gesti del nonno, sarà il procedere con tranquillità nella boscaglia, sarà l’obiettivo ben chiaro, ma nessuno è stato sfiorato dal timore di inoltrarci in un territorio sconosciuto e senza la possibilità di chiedere aiuto in caso di difficoltà, tantomeno Iris. È il potere che conferisce l’avere la finalità da perseguire ben chiara e la motivazione alta. E, non ultimo, il piacere di cominciare a trovarli. Pure io!

La luce lentamente rischiara e finalmente Iris ripone il cellulare che usava come torcia per immergersi nella ricerca del porcino, il quale si mimetizza fra le foglie meglio dei Navy SEAL.

Iris finalmente la smette di commentare ogni cespuglio e tace: pure lei è in modalità fungaiola. E ne trova, anzi ne troviamo tutti. Dopo i primi, s’innesca la caccia insaziabile che fa macinare chilometri senza sentire la stanchezza. La voglia è compulsiva; scatta la febbre dell’accumulo, pure di quelli divorati da lumache o altri animali. L’appagamento non si placa neppure quando il cavagno è pieno. Mi tocca tirar fuori la borsa di fortuna che avevo portato per scaramanzia.

Tutti e tre proseguiamo salendo in quello stato di quasi trance che s’innesca quando si comincia a scovarne un po’: si prosegue guardinghi; si passa da una parte e dall’altra dell’albero; si alzano piano le foglie; si segue l’odore come un segugio; si interpreta l’ombra e la lama di luce che supera la barriera della chioma per raggiungere proprio quel rigonfiamento che cela, forse, l’agognato porcino; in sintesi, si segue l’istinto (per chi ce l’ha).

Interpretare il bosco, comprenderne gli infiniti gradienti e segnali, ha bisogno di osservazione acuta e di propensione al dettaglio minimale. Le certezze qui evaporano mettendo in evidenza la nostra infinita insignificanza rispetto al processo evolutivo, morfologico e sotterraneo in atto mentre lo attraversiamo. A pensarci bene piegare la schiena e l’orgoglio (inchinarsi) per cercare funghi è un gesto necessario ma anche altamente simbolico, è il riconoscere la nostra insignificanza al cospetto di un processo che ci supera in tutto. Possiamo cogliere solamente alcuni aspetti di questa infinita complessità, che regalano, a volte, l’agognato fungo. E, per questo, dobbiamo ritenerci fortunati, perché avremmo potuto tornare a casa man scrullanda, senza sapere neppure il perché. Il bosco, per definizione, è l’antitesi della razionalità umana: è un intreccio fitto di vita e di decomposizione, di crescita e di morte. Chi vi cammina attraverso ha una mappa del territorio solo abbozzata, con qualche intuizione ed indizio frutto dell’esperienza e degli studi, ma sicuramente incompleta.

Tra l’altro, si sa, il vero fungo è nel sottosuolo ed è in simbiosi con specifiche piante in una correlazione complessa di interscambio di informazioni e nutrimenti. Ciò che vediamo e apprezziamo è solo il corpo fruttifero, la punta di un sistema sotterraneo sterminato, il micelio, appunto, che è, per lo più, invisibile e inafferrabile, come le ragioni profonde che reggono la nostra esistenza. Noi, eterni abitanti della superficie, viviamo di queste apparizioni temporanee, senza padroneggiarne mai davvero il senso.

Altra piccola disgressione. La ricerca delle fungaie acquisisce significato – prima ancora dell’assaporarne il frutto – se accompagnata dalla sua narrazione, subita da parenti e amici in casa, al bar o sui social, dove i dettagli sono sviscerati (tranne ovviamente i luoghi dei ritrovamenti) e spesso le quantità si moltiplicano. La condivisione del porcino ancora nel bosco è stata una caduta anche per me: non sono riuscito a resistere dal mandare qualche foto al gruppo whatsapp “Family” …

Sono ormai le dieci passate e siamo nel pieno della ricerca, ma cominciano ad arrivare gli usurpatori del nostro territorio. Maledetti! Per segnalarci i ritrovamenti ci scambiamo fischi, versi gutturali e il “Mapo” di mia figlia — unico, o almeno così mi illudo — che dovrebbe risultare indecifrabile agli invasori. Ogni porcino stanato genera speranza in altri ritrovamenti; la si potrebbe chiamare avidità, se solo volessimo riconoscerla, ma al momento siamo immersi nella nostra spasmodica caccia.

Quella che era divenuta per noi una pratica quasi meditativa — cullati dall’attenzione al dettaglio, scandita dal passo lento, e consapevoli della limitatezza del nostro gesto — si è trasformata in un cercare compulsivo. Anche la borsa di riserva, dentro la quale avevo messo una scatola di cartone per non schiacciare i delicati esemplari (i veri fungaioli mi lincerebbero se lo sapessero), è ormai piena. A malincuore dobbiamo tornare indietro: non sappiamo più dove infilare i funghi e rischiamo di rovinarli se scivolassimo.

Scendere si rivela un’impresa non facile: il terreno è esposto e friabile. Tocca spostarsi a sinistra e risalire un tratto per cercare un canalone meno scosceso o una strada. Iris comincia a brontolare, lamentando la sua stanchezza e sostenendo che ci siamo persi. Finito l’entusiasmo del cercare e trovare funghi, le gambe protestano. E non è la sola. Mio padre è dolorante per una piccola storta ed io sono sfinito.

Non posso ammettere a mia figlia che una guida naturalistica e uno che va a funghi da quando era bambino non sanno ritrovare la strada del ritorno. Per fortuna non è così: sappiamo esattamente dove siamo (???). Infatti raggiungiamo la traccia di una strada usata per portare via la legna e la percorriamo per un po’. Iris ed io arranchiamo con i cavagni colmi; mio padre ci precede sorreggendosi al bastone. Si vede che è dolorante per la caviglia, ma non demorde e avanza dritto. Nonostante la prospettiva di ore di cammino e la certezza delle sgridate delle rispettive mogli, pare (la certezza non c’è mai) felice. Vengono in mente i versi di Primo Levi presenti ne L’approdo:

Felice l’uomo che ha raggiunto il porto,
che lascia dietro di sé mari e tempeste,
i cui sogni sono morti o mai nati,
e siede a bere all’osteria di Brema,
presso al camino, ed ha buona pace.
Felice l’uomo come una fiamma spenta,
felice l’uomo come sabbia d’estuario,
che ha deposto il carico e si è tersa la fronte,
e riposa al margine del cammino.
Non teme né spera né aspetta,
ma guarda fisso il sole che tramonta.

Raggiungiamo poi due cascine perfettamente ristrutturate; non le ricordavo così, ma sicuramente sono state sistemate di recente. Alla fine della strada ci troviamo davanti a un cancello chiuso: siamo entrati in una proprietà privata — o, più probabilmente, in uno di quegli abusi che nascono quando chi vive nel bosco vuole proteggersi da malintenzionati chiudendo un’antica mulattiera che dovrebbe rimanere di passaggio per chiunque. Ma lasciamo perdere, non posso permettermi di polemizzare con la vecchia e rancorosa proprietaria che ci sta sbraitando contro. Chiediamo scusa e questa ci apre il cancello nel momento fortuito in cui passa un conoscente di mio padre, anche lui qui per funghi.

Per mezzogiorno siamo di ritorno all’auto: poi, arriviamo da mia madre, cui affidiamo il bottino. Il cercare funghi non necessariamente è correlato ad un equivalente piacere nel mangiarli. Mio padre li vorrebbe pure a colazione, mentre per me il fungo è più simbolo che piatto: il frutto proibito del bosco, che appare solo a chi ha la pazienza di cercare. Gli champignon in vaschetta del supermercato non danno emozione né nel trovarli né nel gustarli; il porcino, invece, è un’apparizione che ci ha regalato una giornata che rimarrà nella mente di tutti noi. Mia figlia, lo so, quando leggerà questo pezzo mi rimprovererà per qualche omissione o per aver dimenticato qualche dettaglio. Fa parte del gioco della memoria e della condivisione: la fungaia diventa subito racconto, e il racconto si moltiplica in narrazioni ogni volta più suggestive, omettendo, naturalmente, di nominare il “posto buono” delle fungaie.

Arrivato a casa, ho riguardato due libri che mi sono cari: la Guida pratica ai funghi in Italia a cura di Hans Haas (Selezione dal Reader’s Digest, 1983), un classico fondamentale per gli estimatori, e La via del bosco di Long Litt Woon (Iperborea, 2019). Questo ultimo non è solo un manuale di micologia, né soltanto un percorso di redenzione: è il resoconto di un attraversamento dell’autrice, alla quale è mancato l’amato compagno, verso una differente visione della propria intimità. Leggendolo m’è tornata l’idea che la ricerca — qui quella dei funghi, ma estensibile a molti aspetti della vita — non è riducibile al possesso, bensì alla capacità di tollerare la perdita. Imparare a vivere con l’assenza è già un obiettivo di tutto rispetto.

Ora però bisogna inventarsi altro per riuscire a stornare l’attenzione delle figlie dal cellulare … la prossima volta si va a pesca!


NOTE

[1] Ovolo (Amanita caesarea).

[2] Molinia caerulea.

[3] Termine dialettale ovadese per definire i funghi porcini.

[4] Le camole dei funghi sono dei minuscoli insetti detti “ditteri” ed appartengono al genere Diptera ed alla famiglia dei Mycetophilidae

 

Ariette 19.0: A Christmas Carol

di Maurizio Castellaro, 23 dicembre 2023

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

C’era una volta un insegnante, ormai vicino alla pensione. Questo insegnante era molto triste, perché non gli piaceva come la scuola stava cambiando negli ultimi anni.

I ragazzi non leggevano più libri, avevano difficoltà a concentrarsi, faticavano nell’amicizia e nell’amore, e da grandi volevano tutti diventare influencers.

Anche gli insegnanti non erano più quelli di quando aveva cominciato. Quando si incontravano nei corridoi nessuno più parlava di cultura, ma solo di programmi da rispettare, moduli da compilare, formazione digitale da inseguire, famiglie da cui difendersi.

Per questo l’insegnante si sentiva sempre più solo e inutile.

L’ultima ora di scuola prima delle vacanze di Natale l’insegnante propose agli alunni di fare un disegno che li rappresentasse. Thomas consegnò il suo disegno per ultimo, ed era più o meno così.

Ariette 19.0 A Christmas Carol

E questa è la spiegazione che Thomas gli dette del suo lavoro. “Vede Prof, mi sono disegnato come un pallone da calcio, perché io amo il calcio, e da grande vorrei fare il calciatore, e se non ci riesco vorrei fare il saldatore. Su questa palla ci ho fatto dei cerotti, perché nella mia vita ci sono delle ferite, ma stanno guarendo. Poi vede, questa palla è stata spezzata a metà, perché mio padre è alcolizzato, e tante volte la sera non riesce neppure a farmi da mangiare e va direttamente a dormire. E poi è spezzata anche perché mia mamma è andata via tanti anni fa quando ero piccolo, è tornata in Romania, e la sento solo per telefono. Però Prof, vede queste corde che tengono unita la palla? Una è mio fratello maggiore che con mia cognata mi aiuterà a trovare un lavoro, l’altra corda è mia sorella che tante notti mi ospita in casa da lei a dormire. Questa corda invece è la scuola, perché anche voi prof mi aiutate a crescere bene”.

Suonò la campanella e i ragazzi uscirono di corsa, finalmente in vacanza.

L’insegnante rimase con il foglio di Thomas in mano, a riflettere.

Conosceva bene la storia del ragazzo, ma non aveva mai pensato a lui come ad una palla da calcio sorridente, nonostante tutto.

E sorrise anche lui.

Dejà vu: … e il povero Abele?

di Paolo Repetto, 26 novembre 2023

e il povero Abele 02Lo “sfogo” (come lui stesso l’ha definito inviandocelo) di Carlo Prosperi è ben comprensibile in giorni nei quali da tutti gli organi di informazione gronda il compianto per l’ennesima donna massacrata da un fidanzato, da un compagno o da un marito respinto. Non bastano l’insensatezza e l’efferatezza della vicenda (e delle cento e passa altre analoghe che hanno intriso di sangue quest’anno già disgraziato), dobbiamo anche sorbirci la morbosa caccia televisiva ai dettagli più macabri e ai pareri e alle testimonianze più stupide, l’insurrezione di ragazzine che hanno scoperto i misfatti del patriarcato senza avere la minima cognizione di cosa significhi quel termine e se non bastasse le lezioni di chi mette loro in bocca gli slogan, le reazioni dell’autorità, che tuona e minaccia il pugno duro e non riesce una volta a prevenire un delitto che sia uno, anche quando più che annunciato è addirittura gridato in anticipo ai quattro venti (e in compenso concede gli arresti domiciliari ai recidivi, facendo sì che ammazzino o sfregino un’altra disgraziata). Da ultimo poi è scesa in campo la corporazione degli psicologi, gli stessi che sino a dieci anni fa suggerivano un’educazione soft, permissiva e “amicale”, che chiedono di entrare nelle scuole ma non offrono di attenersi al salario minimo sindacale. Uno schifo la vicenda, ma uno schifo ben maggiore la sua nauseabonda strumentalizzazione.

e il povero Abele 03 Arancia meccanicaMi ero ripromesso per decenza di sottrarmi al coro, ma le amare considerazioni di Carlo mi hanno ricordato che queste cose le scrivevo già dieci anni fa, quando ancora c’era Berlusconi al governo e non c’era invece il nostro sito, e il termine “femminicidio” era stato appena coniato (cfr. …e il povero Abele? in Reazionario controvoglia, 2013). Da allora le cose sono andate solo peggio, ogni anno viene battuto il record di omicidi di questo genere (in questo mi dissocio da Carlo. Io non credo alle statistiche, credo ai miei occhio, e questi mi dicono di un aumento esponenziale e incontrollato della violenza). Quindi sono arrivato ad un compromesso: non scriverò nulla di nuovo, ma ripropongo lo scritto di quindici anni fa. Non per accampare delle priorità o una particolare lungimiranza (non ce n’era bisogno per capire in che direzione stavano scivolando le cose), ma per testimoniare come la situazione ci sia nel frattempo sfuggita ulteriormente di mano e quanto ipocrite siano le voci che gridano allo scandalo per quest’ultima vicenda. Forse in questi termini un senso quello scritto lo ha ancora.

e il povero Abele 04

… e il povero Abele?

E il povero Abele Tintoretto,_caino_e_abeleQuasi mezzo secolo fa, negli “anni formidabili” in cui la mia generazione giocava a cambiare il mondo senza accorgersi che il mondo era già cambiato da un pezzo, per conto suo e nella direzione opposta, io ero molto impegnato a verificare le possibilità di una rappresentazione terrena di quel sogno: ma avevo anche già imparato a prendermi intervalli di istruttiva ricreazione. Avevo ad esempio scoperto che per capire qualcosa della vita era più utile frequentare le aule dei tribunali (come spettatore, naturalmente) che quelle universitarie, e che il banco degli imputati era un’ottima cartina di tornasole per ogni laboratorio di chimica sociale. Seguivo, al palazzo di giustizia di Genova, nelle pause tra un esame e un’assemblea e quando il lavoro part-time me lo consentiva, le cause più clamorose o le vicende più bizzarre. Un giorno mi trovai ad assistere ad un processo che vedeva alla sbarra un magnaccia di mezza tacca, accusato di aver ucciso a coltellate la convivente nei bagni di un cinema. L’imputato ad un certo punto, dopo aver ammesso il fatto …

L’inverno del patriarca

di Carlo Prosperi, 25 novembre 2023

A quanti imputano alla cultura del patriarcato o al patriarcato stesso l’incremento (che poi, stando ai numeri, tale non è) dei femminicidi, rispondo che ciò che sta accadendo è invece dovuto al venir meno del patriarcato, al parricidio metaforico perpetrato dalla cultura sessantottina, la quale, con la scusa di combattere ed abbattere l’autoritarismo, ha cancellato ogni vestigio di autorità. In fondo, è quanto conferma Liliana Segre nel libro – scritto a quattro mani con l’arcivescovo di Milano Mario Delpini – La memoria che educa al bene (Edd. San Paolo), allorché sospetta che “oggi ai ragazzi tutto sia permesso, tutto sia lecito”: «L’educatore di una volta, soprattutto il genitore [ecco la figura paterna], usava dare anche qualche sculaccione e se ne prendeva la responsabilità: comunicava anche così, a malincuore, l’importanza di certe scelte e la gravità di certi errori. Oggi c’è forse un’eccessiva tendenza a proteggere i piccoli da ogni prova e da ogni tensione, mentre io, quando ero severa, non mi sentivo in colpa, ma ero convinta di servire, in quei momenti, un bene più grande».

C’è la tendenza, da parte dei genitori, a difendere il bullismo dei loro figli: «dopo che questi hanno odiato il bullizzato, l’hanno offeso e umiliato, i suoi (sic) li considerano ancora bravi e magari attaccano la scuola che non li sa “tenere”, “sorvegliare” e correggere [mi viene in mente, al riguardo, l’irrisione televisiva della Littizzetto a “Che tempo che fa” ai danni della docente impallinata]. In questo modo, contro tutte le migliori intenzioni, diventa una scuola dell’odio».

Lassismo, permissivismo, licenza: ma dove sono gli educatori, i κατεχοντες di turno? Manca la famiglia e manca la scuola, ma questa non può fare a meno della collaborazione di quella, di una comunanza d’intenti. La scuola educa soprattutto insegnando, non attraverso prediche inconcludenti, non attraverso competenze che non le appartengono o riducono lo spazio riservato alle discipline specifiche del tipo di scuola. Non con chiacchiere e indottrinamenti ideologici. L’educazione civica, i docenti dovrebbero insegnarla con l’esempio, con la coerenza dei loro comportamenti, richiamando di continuo al senso di responsabilità (che è sì personale ma ha ricadute sociali: sulla classe e sulla comunità), al rispetto reciproco, alla solidarietà, senza inutili nozionismi, senza discorsi astratti, senza raccomandarsi a buoni sentimenti verbalmente evocati. Insegnare è un’arte, un dialogo aperto e costante con l’individuo e con la classe: richiede sensibilità, συμπαθεια, comprensione, capacità di rapportarsi alle singole personalità senza favoritismi, moderando i superbi e gli irruenti, incoraggiando per contro i dimessi e gli introversi. Unicuique suum. Esprit de finesse. Senso della misura. Ma in un mondo che celebra solo e ad oltranza i diritti, che ai diritti equipara i desideri, che esalta ogni sfrenatezza (eh già, proibito proibire!) e attraverso media e socials propaga e propaganda violenza, di linguaggio e di azione, pare impresa francamente disperata non dico invertire, ma anche correggere la rotta. Richiamare ai doveri: che dovrebbe essere il primo compito dell’educazione.

In un mondo che ha sempre una parola di compassione e di comprensione per Caino, ma di Abele si dimentica dopo brevissima infervorazione, che indulge verso chiunque infrange leggi, norme, regolamenti, che istiga alla disubbidienza, che tollera (quando non incoraggia) tutto ciò che è trasgressivo, sembra ormai una mission impossible. Eppure il segreto sta nella lezione dei classici, degli auctores, dei padri. Dei greci soprattutto, che con la loro μετριοτης e la loro denuncia di ogni ὑβρις ci hanno insegnato a diffidare di ogni sogno o pretesa di onnipotenza: il senso del limite.

L’epica paesana di Gian Piero Nani

di Carlo Prosperi, 23 marzo 2022

Vorrei premettere a questo scritto di Carlo Prosperi qualche riga di spiegazione. Non che siano necessarie delucidazioni sul testo, che più chiaro ed esauriente di così non potrebbe essere, come accade sempre per le cose scritte da Carlo: semplicemente volevo giustificare il fatto, effettivamente un po’ inusuale, che anziché proporre un’opera se ne proponga direttamente la recensione. Mi accorgo però che anche questa giustificazione non è necessaria, e leggendo il testo capirete il perché. Carlo si “giustifica” egregiamente da solo. Ogni riga aggiunta non potrebbe che essere di troppo. Mi limito allora a segnalare che il principale motivo per il quale questo scritto ha guadagnato tutta la mia attenzione è legato al modo in cui tratta il tema della “nostalgia”: ci sto girando attorno da un pezzo, alla solita maniera confusa, e credo che questo pezzo mi abbia finalmente dato il coraggio di affrontarlo a breve con un po’ di sistematicità. Spero che lo stesso effetto possa avere su qualche altro frequentatore o collaboratore del nostro sito: nel frattempo, affido queste pagine alla vostra riflessione e al vostro piacere.

Quanto all’opera cui il testo si riferisce, le poesie dialettali di Gian Piero Nani, certamente meritano di essere conosciute. Il fatto è che ne esiste una sola privatissima versione scritta, quella appunto curata da Carlo stesso e praticamente introvabile. Per gli appassionati, comunque, il titolo del libretto nel quale stono state raccolte, accanto ad altre poesie di Arturo Vercellino, è Maniman (Castello Bormida, 2012).

(Paolo Repetto)

In principio c’è la piccola patria, il villaggio: un mondo al di fuori del tempo o, meglio, immerso in un tempo ciclico che asseconda il ritmo naturale delle stagioni. La ripetizione, il ritorno dell’identico è la regola che lo governa e, come nella liturgia, i riti – sempre quelli – ne (di)segnano la scansione, con rassicurante cadenza. La civiltà contadina che fa da sfondo e ne è, in realtà, l’anima ha radici che affondano nella notte dei tempi. E sembra avere i connotati dell’eternità, la fissità di un mondo senza storia, dove le novità e le variazioni sembrano meri accidenti, arabeschi che ne corrugano a volte la superficie, ma non ne toccano e non ne intaccano l’immobilità di fondo. Siamo quindi ai margini della modernità, dove è la natura a dettare i tempi della vita – siano quelli del lavoro, siano quelli della festa – e dove è la tradizione a orientare la mentalità dei singoli e della comunità. La famiglia e, appunto, la comunità sono i due poli di riferimento che forgiano e assicurano l’identità dei “paesani”, dalla culla alla tomba. Sappiamo tutti che cosa significa far parte di una comunità: lo ha ricordato in maniera particolarmente incisiva Cesare Pavese: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

L'epica paesana 02

Questo non vuol dire che la comunità sia un’isola, giacché essa è da sempre a contatto con altre comunità, non solo limitrofe, con le quali vige un continuo interscambio di merci, di idee, di persone (grazie soprattutto ai matrimoni), anche se questi rapporti non cancellano, ma se mai sottolineano le differenze (economiche, di carattere, di mentalità, di costume) e, anzi, talora attizzano rivalità e conflittualità di campanile. Le fiere annuali e i mercati settimanali sono le occasioni privilegiate per alimentare i traffici, non solo commerciali, tra i paesi: una variopinta umanità si dà convegno ora in questa ora in quella località, per lo più durante le sagre, e così un tocco di esotico scompiglia piacevolmente le carte della quotidianità, porta una ventata d’aria nuova, suscita un’inedita e curiosa animazione. Un’eccitazione febbrile trascorre per le vie e per le piazze del borgo, dove s’inseguono voci e richiami diversi dal solito, dove inconsuete cadenze dialettali s’intrecciano con quelle domestiche. La festa accende di colori e di suoni la stinta alacrità della vita ordinaria, ma è un’eccezione: il giorno dopo, chiusa la parentesi, la comunità ritorna ai suoi ritmi naturali, come se nulla fosse (stato).

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A questo punto va detto che il quadro or ora disegnato non esiste più. Almeno nella sua integrità. Tutt’al più ne (r)esistono qua e là radi scampoli o anemici residui. Del resto, il quadro stesso, se non si vuol ridurre a oleografia, va preso con beneficio d’inventario, nel senso che la vita comunitaria non è affatto così paradisiaca come a tutta prima potrebbe sembrare. Valori e livori vi coesistono, l’armonia apparente non deve dissimulare talune grettezze ed anche una diffusa conflittualità. La solidarietà che unisce il paese si spiega anche con la necessità di far fronte a scompensi, inconvenienti, problemi che rischiano di comprometterne l’ordine, la stabilità, talora anche la sussistenza. Insomma, l’idillio non ha ragion d’essere, anche se è indubbio che la vita comunitaria, radicata in uno spazio geografico circoscritto e in una solida tradizione, era più a misura d’uomo, più attenta a preservare le differenze, le specificità individuali, di quanto non lo sia la società urbana o di quanto consenta la globalizzazione. La prima, infatti, favorisce o incrementa l’alienazione, la seconda l’omologazione e la standardizzazione. I loro ritmi esistenziali sono “altri”, dettati dal tempo lineare, scanditi dall’orologio meccanico. Mille miglia lontani da quelli naturali della terra e delle stagioni.

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Questa lunga premessa è necessaria per capire la poesia di Gian Piero Nani, che è strettamente e diremmo visceralmente legata alla tradizione comunitaria, al mondo rusticano di Montechiaro – il suo paese – anch’esso travolto e stravolto, a dispetto delle apparenze, dai marosi della modernità e del progresso. Quel mondo è andato in gran parte sommerso, ma nei versi di Nani continua a vivere e sussistere come se fosse tuttora vegeto, come se il cordone ombelicale che ad esso lo congiunge non fosse mai stato rescisso. Non c’è nostalgia nei suoi versi, perché il trauma del distacco o della perdita non si è mai consumato. O almeno così sembra. Per questo il poeta, come un antico rapsodo, può permettersi di rappresentare la vita paesana nella sua imperturbata, inconcussa attualità, con sguardo fermo e oggettivo. Nessuna lacrima gli fa velo, nessun rimpianto lo tormenta. La rassegna è quasi distaccata: uomini e cose sfilano integri nella loro perfetta identità, scolpiti da nomi, soprannomi e parole come figure di bassorilievo, colti nella loro infungibile individualità. Il dettato è perentorio. Il poeta sembra davvero Adamo che dà il nome alle cose e, così facendo, le trae dall’indifferenziato, le carica di senso.

Si capisce che egli non parla da estraneo: la sua voce proviene dall’interno di quel mondo che va rappresentando. Ed anche il suo sguardo, per taluni aspetti, è connivente, allineato alla prospettiva dei personaggi, calato nella loro realtà. Se si concede qualche scarto, tra bonomia e ironia, non è mai eccessivo, perché in fondo vibra di compartecipazione, di simpatia. Si tratta, in altri termini, di uno sguardo al tempo stesso divertito e compiaciuto. Il poeta, mentre affabula, strizza l’occhio al suo pubblico, ne cerca la complicità, ma senza mai sovrapporsi, con falso moralismo, ai suoi personaggi, che, anzi, rispetta nella loro specificità, fino a riprodurne i tic, gli idiomatismi, la gestualità e finanche – se vi sono – le eccentricità. In qualche caso egli, con avvertita regressione, s’immedesima in loro, dà loro la parola, così da farne emergere, quasi teatralmente, senza interferenze autoriali, la personalità e la sensibilità. Scambi di battute, metafore equivoche, sottintesi maliziosi: il dialetto si dimostra in questi casi particolarmente versatile e malleabile, tanto da adattarsi senza esitazioni alle varie circostanze, ora alludendo ora ammiccando, dimostrando in ogni caso straordinarie capacità mimetiche e performative.

L'epica paesana 05

È un’epica paesana quella che alla fine si squaderna sotto i nostri occhi. Come se, per qualche prodigioso incanto o sortilegio, il tempo si fosse fermato. Come se il mondo rappresentato non fosse stato scalfito dalla modernità, dissanguato dagli esodi e minato a morte dai cambiamenti epocali nel frattempo intervenuti. Vien da chiedersi come sia possibile tutto ciò. La risposta che sorge spontanea è che Nani ha saputo serbare e salvaguardare lo sguardo ammirato del puer ed è probabilmente guardando dentro di sé che riesce pertanto a rimettere in moto il film del suo piccolo mondo antico. Egli in questo è rimasto un uomo d’altri tempi, fedele alla terra, alle radici: legato più alla natura che alla storia, la quale magari non sarà “la devastante ruspa che si dice” (Montale), ma intanto fa danni. Né “la fine della storia” preannunciata da Fukuyama sembra, in questo senso, promettere di meglio. Tra le poesie di Nani ce n’è una – Da là da ’na piànca – che ci sembra particolarmente significativa, non solo perché la riteniamo un piccolo capolavoro, sì anche perché costituisce una specie di “carta d’identità” del poeta, che in essa ci rivela alcuni “segreti del mestiere”, consentendoci così di meglio comprenderne e definirne la poetica. Ebbene, qui Nani ci presenta la cascéin-na dove è nato e dove ha trascorso la sua infanzia a contatto con la natura. È indubbiamente l’occhio meravigliato del fanciullo (della masnò) a travisare la realtà di quella cascina in quella di un castello (in casté). L’epos nasce, non troppo diversamente, da un’analoga alterazione della realtà: da una meraviglia che ingrandisce e abbellisce le cose, trasferendole in una dimensione mitica. Ma fatalmente viene poi il momento del disincanto, ed è un vero e proprio risveglio. Per il poeta questo momento coincide con la fine dell’infanzia, quando l’innata e istintiva spontaneità cede il posto alle convenzioni sociali. Quando dalla natura si passa alla società, con i suoi obblighi, i suoi vincoli e i suoi divieti. La libertà viene così ingessata. E dal mito si trapassa alla storia.

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Paradossalmente, però, comincia a questo punto il tempo della poesia. E nasce proprio dallo sguardo e dal cuore di quel fanciullo che, nonostante le escoriazioni della storia e le costrizioni della società, è in qualche modo sopravvissuto a se stesso ed ha saputo mantenerli vivi e reattivi. Non esistono paradisi che non siano perduti, ma il poeta-puer, con la sua vis immaginativa e con l’icastica potenza del suo linguaggio nutrito di umori naturali, impastato di terra e di sangue, riesce ad evocarli, a renderli accessibili e credibili. Riesce, in altre parole, ad attingerli al di là della storia e delle sue nefande dissacrazioni. E a riproporceli tali e quali. D’altra parte, nelle liriche più soggettive, dove il poeta dà voce ai propri sentimenti, si avverte che davvero l’antico fanciullo innamorato (alla lettera) della natura non è mai morto del tutto in lui, ed anzi torna all’abbraccio fidente e sensuale della terra con rinnovato trasporto. Fino ad annullarsi in lei, nel suo intatto stupore. Il sogno è, insomma, quello di regredire al grembo materno e di ritrovare, là accovacciato in posizione fetale, l’armonia perduta.

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Il salto dalla beata (e dotta) ignoranza dell’età infantile alla (triste) cultura della scuola, dalla libertà naturale ai condizionamenti sociali, ricorda per certi versi il passaggio dall’oralità alla scrittura. Già Platone nel Fedro disapprovava la scrittura per tutta una serie di ragioni: perché pretende di ricreare fuori della mente quello che solo all’interno di questa può esistere; perché finisce per distruggere la memoria; perché infine i testi scritti non sanno rispondere alle domande che essi suscitano o sollecitano. Diverso è il caso di Nani: la sua poesia nasce per essere recitata e per questo ama interpellare direttamente un pubblico di uditori. Il poeta sa cioè adeguarsi alle situazioni, adattare di volta in volta, in maniera estemporanea, i suoi testi alle esigenze o alle aspettative degli ascoltatori, improvvisando sul momento variazioni o aggiunte ad hoc. Il contesto ambientale assume in tal modo – come ha ben rilevato l’antropologo Walter J. Ong – un’importanza singolare nel determinare il senso del discorso, proprio mentre l’accorto dosaggio della mimica e della gestualità, per non parlare del tono o dell’inflessione della voce (decisivi ai fini di quello che don Gonella di Villadeati – riconosciuto maestro del nostro – chiamava “il gheddu”, cioè il brio e la forza icastica dell’espressione), consentono al récit orale scorciatoie o forme di sintesi inimmaginabili in uno scritto. L’immediatezza dell’oralità, tutta concentrata sull’hic et nunc, ha che fare con il tempo reale, continuo e ininterrotto, laddove la scrittura, spazializzando il tempo, ne elude la puntualità e la processualità, e proprio per questo può permettersi, attraverso l’ipotassi, d’imprimere una maggiore organizzazione al discorso. L’oralità, mettendo al centro l’azione umana, è più spedita e più pragmatica. La paratassi le è quindi più congeniale.

Tra l’altro un poeta eminentemente orale come Nani è anche un attore e, nel recitare le sue composizioni, può far sentire la forza dirompente del ritmo e della rima, che con estrema varietà ne guidano e ne governano il discorso. I suoi versi non assecondano alcuna apparente regolarità metrica, ma le rime disseminate qua e là con grande disinvoltura disegnano dei percorsi imprevedibili, fungono da stelle polari o – come nel caso delle briciole di Pollicino – tracciano d’istinto dei sentieri che basta seguire per arrivare allo scopo. E non a caso abbiamo ricordato Pollicino, poiché è indubbio che il modello privilegiato dal poeta è quello delle filastrocche infantili, delle tiritere o delle folette (listórie) popolari, con le loro “cantilene dondolanti” e i loro “ritmi bilanciati” (Marcel Jousse). Anche per Nani – come per Jousse – il linguaggio è anzitutto mimaggio ed è indubbio che nella trascrizione delle sue liriche molto vada perduto, a cominciare dalla spontaneità, ma se non altro la scrittura permette di conservare la parola nel tempo, mentre “i suoni, la voce fatta d’aria che li articola, sono effimeri” (E. Lledò). Si tratta quindi di un sacrificio, ma è un sacrificio necessario.

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Nell’indifferenziato

di Paolo Repetto, 21 settembre 2019

Mentre svuoto nei cassonetti tre borse di rifiuti (plastica, vetro e carta), e un’altra ne deposito in quello dell’organico, mi sorprendo a considerare la necessità e al tempo stesso la stupidità di questo gesto quotidiano (non è la prima volta, naturalmente, ma oggi mi ci soffermo più a lungo). Beninteso, la stupidità non riguarda il gesto in sé, più che doveroso e razionale, ma il sistema che lo ha reso necessario. Lo stato di salute di una società, come quello di ogni umano, lo si giudica anche, e forse prima di tutto, dai rifiuti che essa produce. Quella attuale sembra affetta da dissenteria cronica.

Parrebbe l’inizio di un peana sciolto al bel tempo che fu; ma vi rassicuro. Non sono un nostalgico del passato. O almeno, lo sono solo per alcuni aspetti. E consapevole che di passato, appunto, si tratta. Solo, quando mi capita di pensarci, torna a sbalordirmi il cambiamento incredibile nello stile di vita di cui sono stato testimone e partecipe. È una cosa che chiunque abbia meno di settant’anni, e probabilmente anche molti fra quelli che hanno superato quella soglia, difficilmente riesce a mettere a fuoco. Come si fa ad immaginare un mondo senza televisione, senza cellulari e computer e internet (e nel mio caso anche senza telefono e mezzi motorizzati e lavatrici e frigoriferi, e a casa di mio nonno anche senza acqua corrente, fornelli a gas ed elettricità)? Eppure, quella che ho conosciuto da bambino è la condizione nella quale per molti aspetti vive ancora oggi una fetta consistente dell’umanità, anche se tale condizione è diversamente percepita da chi ci sta dentro, perché lo sviluppo planetario dei nuovi media lo sollecita costantemente a fare confronti.

Senza dunque volgerla troppo in epopea, e a dispetto dell’essere nato all’interno di quello che allora era definito il “triangolo industriale”, di fatto sono cresciuto fino a quindici anni in una nicchia microeconomica pressoché medioevale, nella quale la circolazione monetaria aveva in tutti gli ambiti, a cominciare da quello alimentare, un ruolo secondario. Mio padre conduceva su una gamba sola un orto e un vigneto, e arrotondava lavorando la sera come calzolaio. A memoria della famiglia era il primo a possedere un fazzoletto di terra tutto suo. Gli scarsi ricavi della produzione di vino andavano comunque quasi tutti per pagare i lavori che non poteva eseguire lui stesso e che ancora non eravamo in grado di svolgere noi figli. Non volle sentir parlare di pensioni di invalidità fino a dopo i cinquant’anni, quando il carico famigliare aumentato e le spese per i nostri studi cominciarono a creare nuove esigenze. Ciò che ha dell’incredibile è che riuscivamo a cavarcela lo stesso: e questo per via di un regime che oggi, a posteriori, appare straordinariamente virtuoso, ma che all’epoca era pura strategia di sopravvivenza.

La nostra dieta non era affatto povera, ma si basava quasi per intero su cose che producevamo o allevavamo direttamente: latte, uova, farina di frumento o di mais, pollame di ogni tipo, conigli, maiali, verdure e ortaggi, frutta, vino. In pratica acquistavamo fuori solo l’olio, il sale, il riso, il parmigiano, lo zucchero e il caffè. Con molta parsimonia, e preferibilmente attraverso lo scambio. Il pesce (soprattutto lo stoccafisso e le acciughe) ce lo procurava, in cambio del vino, un misterioso pigionante che occupava nella nostra casa (in realtà ancora non era nostra, anche noi pagavamo un canone, sia pure quasi simbolico, in natura) due stanze in affitto, lavorava al porto di Genova e capitava in paese solo ogni tanto, all’improvviso. Nei mesi estivi barattavamo le altre derrate con la frutta che conferivamo ai negozianti. Per il riscaldamento, c’erano due stufe e la legna del bosco.

In casa giravano pochissimi soldi, giusto quelli per pagare i consumi di quattro lampadine, la bombola del gas e il forno dove mia madre faceva cuocere quotidianamente il pane, o per i capi di biancheria e d’abbigliamento indispensabili. Ma, anche qui, pantaloni, camicie e maglie per la gran parte arrivavano da Genova, dalla zia portinaia che ne faceva incetta presso tutti gli inquilini del suo palazzo. Mia madre li adattava e li riparava, per le scarpe c’era mio padre: quando già frequentavo il liceo ho indossato per un anno un paio di pantaloni rattoppati, e confesso che solo allora per la prima volta, fuori dal mio ambiente, la cosa mi ha fatto sentire a disagio. Al materiale scolastico, quaderni, matite, provvedeva il patronato. Di giocattoli naturalmente non si parlava. Quelli che c’erano arrivavano anch’essi da Genova, per la stessa via, assieme ai libri e a rotocalchi vecchi di qualche mese: il resto era affidato alla nostra fantasia o all’abilità di mio nonno nell’intaglio. Unico lusso, la radio.

In un contesto del genere era giocoforza ingegnarsi e darsi da fare precocemente. Lo scambio valeva anche per le prestazioni. Mi sono procurato i primi kit per il traforo e per il disegno alzandomi per anni alle sei e mezza e stravincendo le classifiche dei chierichetti, i primi fumetti de l’”Intrepido” e del “Monello” andando a recuperare, appena uscito dalla messa del mattino, i sacchi della posta e dei giornali che la corriera depositava in piazza, i miei film western facendo il proiezionista presso il cinema parrocchiale. Lo stesso valeva comunque per tutti. Tra i miei coetanei c’era chi faceva il giro all’alba a consegnare il latte e chi arrivava a scuola dopo aver pulito la stalla (e si sentiva). Ma in tutto questo non c’era nulla di sofferto. Prima dei quindici anni non mi sono mai sentito povero, dopo ho cominciato a pensare di esserlo stato in passato, ma senza rimpianti, anzi, col tempo con un certo orgoglio. Forse per questo lo rievoco così spesso.

Era un sistema perfetto? No, non era un eden ma neppure era un inferno: era il modo in cui viveva, fino ai tardi anni cinquanta, almeno la metà delle famiglie in paese.

Ma in realtà non di questo mi interessava parlare. Come accade ai vecchi, i ricordi mi hanno preso la mano. Volevo tornare invece da dove son partito, al fatto che all’interno di quella economia non si produceva alcun rifiuto. Gli scarti alimentari erano una benedizione per maiali, galline e conigli, che spolveravano persino le ossa. La carta, quella poca che circolava, era il detonante per la stufa, nella quale finiva anche ogni minima scheggia di legno. Lo sfalcio andava a finire nella mangiatoia della stalla. Residui metallici non ce n’erano: ogni minima barretta di ferro era utilizzata per gabbie e recinzioni. La plastica ancora non esisteva, o almeno non era diffusa a Lerma, pentole, secchi e altri recipienti erano di latta, di rame o di bronzo, le bottiglie di vetro, e venivano riutilizzate all’infinito. Non parliamo poi degli ingombranti. La mia culla, quella che servì in seguito anche per mio fratello e mia sorella, l’aveva costruita mio nonno, arrivava dagli zii e aveva già ospitato l’intera generazione precedente dei Repetto. Per riempire un cassonetto coi nostri rifiuti sarebbe occorso un secolo.

Alla fine, il punto è proprio questo. Forse le mie divagazioni iniziali non erano così gratuite. Nel mondo che ho conosciuto l’economia era ancora principalmente fondata sulla produzione, e la finanza fungeva al massimo da supporto: la produzione era finalizzata a rispondere ai bisogni essenziali, non a quelli creati dalla pubblicità: i consumi non erano indotti, al massimo le scelte erano orientate. Nell’economia del baratto non c’è spazio per il superfluo: si cerca solo ciò che veramente si vuole, perché serve, o perché anche se in apparenza superfluo soddisfa un desiderio genuino, e non indotto per imitazione o con un martellamento asfissiante. Gli oggetti non vengono usati e gettati frettolosamente, ma utilizzati e conservati a lungo, gli alimenti sono consumati per intero. Quando si affronta il tema della polluzione consumistica e degli scarti che essa si lascia dietro, queste cose vanno tenute presenti, e non per proporre impraticabili conversioni a U, ma per avere almeno chiara la complessità inestricabile del quadro, evitando appunto di perdersi dietro arcadiche favolette. Nella sostanza: il cerchio nel quale alla fine in qualche modo si ricomponeva il rapporto uomo-natura, in un equilibrio delicatissimo, è andato allargando il suo raggio nei millenni, fino a quando ad un certo punto si è rotto. I due estremi non tornano più a sovrapporsi, il cerchio è diventato una spirale, che da Vico in poi è stata considerata progressiva, ma oggi, da un punto di vista ribaltato, mostra tutta la sua negatività. La spirale è impazzita in avvitamento, nell’accezione aeronautica del termine: si produce per poter continuare a produrre, non c’è più alcun rapporto coi bisogni reali, e se creano quindi di nuovi, effimeri, che devono essere costantemente reinventati.

Quando con precisione tutto questo abbia avuto inizio, quando il verso si sia invertito, non lo sappiamo, ci sono in proposito svariate scuole di pensiero: senza dubbio negli ultimi duecento anni, probabilmente anche molto prima. Le conseguenze sono davanti agli occhi di tutti, ormai ne sono coscienti anche i bambini: ma questa consapevolezza non si traduce in una risposta che vada al di là dell’indignazione sui social, di un movimentismo inconcludente e dei summit-evento. La verità è che sotto sotto il processo è dato da tutti per scontato, e ad esso vengono opposti soltanto l’ottimismo tecnologico o il fideismo irrazionalistico in una “nuova era”. Chi come me ha vissuto, come dicevo prima, in una sorta di nicchia, in una riserva indiana, ha avuto modo di assistere alle ultimissime fasi della rottura del cerchio, sia pure alla maniera in cui oggi assistiamo a fenomeni cosmici verificatisi milioni o miliardi di anni fa. Ha visto sintetizzata in cinquant’anni una mutazione che si è prodotta nell’arco di secoli, e che ha toccato ogni sfera della vita umana, da quella economica a quella politica, sociale, culturale, affettiva. Che ha interessato non solo gli scenari naturali e culturali (leggi: i modi di produzione), ma anche gli attori che in essi si muovono. Una vera e propria mutazione antropologica.

Quando parlavo di stupidità del sistema mi riferivo a questo. La trasformazione è stata tale da non consentire più di credere a ripensamenti, a rallentamenti, a mutamenti di rotta interni al sistema stesso, e chi ha visto scorrere i fotogrammi della vicenda a velocità moltiplicata ne è più che mai persuaso. Il sistema è stupido proprio perché nella sua totalizzante pervasività non prevede e non si concede scelte alternative, nemmeno quando acquista coscienza di avviarsi all’autodistruzione.

Tutto qui. La mia voleva essere solo una constatazione, una malinconica testimonianza. Decisamente e volutamente ovvia. So che non è possibile, e forse nemmeno sarebbe auspicabile, tornare a quella condizione, ma non posso ignorare che l’accelerazione impressa, nel bene e nel male, da questo ultimo mezzo secolo è impossibile da sostenere. Che il meccanismo si sta inceppando, perché produce ormai più scarti, compresi quelli umani, che benessere. E che l’umanità pare ansiosa di suicidarsi soffocandosi allegramente nel suo pattume.

Ricette per venirne fuori non ne conosco: quelle che circolano, suggerite da economisti, filosofi o professionisti dell’ambientalismo mi paiono tutte poco credibili, quando non palesemente stupide. L’unico antidoto sarebbe il senso collettivo di responsabilità, ma ne occorrerebbero dosi da elefante, mentre non ci sono più laboratori che lo producano e manca soprattutto la materia prima indispensabile. Temo che sarà la natura a dettare quelle davvero efficaci, e che si tratterà di terapie tremendamente invasive e devastanti. E non è detto che l’astuzia riequilibratrice della natura non passi proprio per le mani sciagurate degli uomini stessi.

Nulla da fare, dunque? Non proprio. Nell’attesa del peggio possiamo comunque salvaguardare un minimo di dignità. Cominciando da subito. Torno indietro, ai cassonetti, e vincendo il senso di schifo e l’irritazione butto dentro e cerco di compattare anche quei sacchetti e quei cartoni che qualche deficiente, senz’altro più di uno, ha abbandonato lì vicino.

Non lo faccio sempre, so che serve a ben poco e che l’azione più corretta sarebbe prendere per un orecchio gli incivili e costringerli a farlo essi stessi, e poi cacciare anche loro nell’indifferenziato. Ma oggi si, in assenza della possibilità di applicare la seconda opzione mi adatto alla prima. Per un attimo mi attraversa la mente l’idea che sarebbero necessari cassonetti anche per le stupidaggini, i pregiudizi, le falsità che ci stanno letteralmente sommergendo. Per queste cose però non sarebbe sufficiente un container ad ogni angolo di strada, ed è purtroppo questa la spazzatura meno differenziata.

Il lavoro per quel che resta del futuro non manca. Se proprio dobbiamo seppellirci, cerchiamo almeno di farlo in maniera un po’ più elegante e pulita. Differenziamoci.


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Quando guardo il Viandante …

di Fabrizio Rinaldi, 19 maggio 2017,

… sto ad osservare.

Quando i Viandanti iniziarono a camminare insieme, m’immedesimavo nella figura del nostro simbolo come colui che guarda il proprio futuro con paure e speranze, ma sicuramente con tanta voglia di attraversarlo quel bosco che, scendendo dalla roccia, m’attendeva nella nebbia, per poi risalire sulla vetta del Tobbio.

Nel bosco i rovi delle personali esperienze lavorative e sentimentali m’avrebbero scorticato la pelle, ma mi resero per lo più un viandante del pensiero e meno del cammino.

La fortuna, o forse un’intrinseca sicurezza nella modalità di incedere lungo il sentiero, mi ha concesso di incontrare anche alberi che hanno fornito il giusto legno per costruirmi il bastone che m’accompagna: un legno flessibile e chiaro. Ad un certo punto ho piantato nel terreno quel legno e sono nate le mie due betulle: a rispuntare tra la nebbia della vallata e risalire quel crinale del Tobbio che si vede all’orizzonte, mai avrei immaginato che non sarei stato solo, ma lo avrei fatto con moglie e figlie. Mai!

… sto ad ascoltare.

Quando ora ripenso al quel Viandante, mi scopro a soffermarmi su ciò a cui presta attenzione con l’orecchio, ancor più che su ciò che vede.

Per lavoro ascolto parole dette e sottese dei miei collaboratori cercando di dipanare problematiche educative, organizzative e di relazione.

Per contrasto e desiderio di una libertà di pensiero, ricerco orizzonti relazionali dove non debba intendere e intepretare frasi e azioni, ma sentire il rumore del bosco o – ancor più difficile da individuare – il suono del silenzio: quello raro che si ritrova tra amici veri e che ci accompagna durante le nostre ormai sporadiche camminate insieme. Quel silenzio che non è mai d’imbarazzo, ma di comunione di pensiero o che si deposita tra un racconto e l’altro, pensando alle riflessioni dette e cercandone un’altra da condividere.

Oppure cerco il silenzio come esperienza personale che aiuta a dipanare e convivere quotidianamente con il mancato raggiungimento degli orizzonti previsti, ad esempio quelli che ci eravamo dati all’inizio dell’avventura con Viandanti.

Mi godo questo attimo di solitudine e assenza di rumori e suoni, prima che l’inquadratura s’allarghi e accolga anche le sagome delle mie bambine che ansimando dalla stanchezza per raggiungermi, ridono di me per il vestito e il bastone da damerino.

Collezione di licheni bottone

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