Le elezioni americane e noi

di Giuseppe Rinaldi, 18 novembre 2024

Pubblichiamo la tempestiva riflessione di Beppe Rinaldi sull’esito delle presidenziali americane, col consenso dell’autore e per gentile concessione del blog “Città futura”, dove questo breve saggio è già comparso. Inutile dire che un’analisi così puntuale ed esauriente non l’avevamo ascoltata in alcuna trasmissione televisiva o letta su alcun quotidiano. Di Trump si è parlato sin troppo, ma Rinaldi si è concentrato giustamente, con la lucidità impietosa che già abbiamo imparato a conoscere dagli altri suoi scritti postati nel sito dei Viandanti, sull’ “… e noi”, allargando lo sguardo ben oltre la specifica contingenza delle elezioni americane. L’invito che rivolgiamo ora ai quattro gatti che ci seguono è di farsi vivi con eventuali osservazioni, obiezioni o proposte alternative di lettura della vicenda. Questo non servirà a rendere meno drammatica la situazione che ci apprestiamo a vivere (e che in realtà stiamo già vivendo da un pezzo), ma almeno ci aiuterà a rimanere un po’ più svegli.

1. Le recenti elezioni[1] americane del 5 novembre 2024 – che hanno determinato la vittoria del repubblicano Donald Trump sulla concorrente democratica Kamala Harris – meritano qualche riflessione, poiché costituiscono senz’altro un evento rivelatore, non soltanto della situazione politico sociale degli USA ma anche delle prospettive della democrazia in Occidente e nel resto del mondo. Si tratta dunque di un evento che ci riguarda da vicino, ben più di quanto non sembri.

2. Personalmente, ammetto di avere sbagliato le previsioni. Sapevo bene come Trump fosse un candidato forte e pericoloso. Sapevo anche bene come la Harris fosse un candidato piuttosto debole, sia per la prestazione scarsa svolta come vice presidente, sia per l’avventurosa e sciagurata scelta dei Democratici di candidare prima Biden e poi di cambiare il candidato in corsa. La Harris non ha così avuto la possibilità di sfruttare il lungo processo delle primarie per farsi conoscere dagli elettori e mettere a punto il suo programma.

Tuttavia mi aspettavo, da parte degli elettori americani, una qualche reazione nei confronti di Trump, peraltro già visto all’opera, sempre più impresentabile, con la sua sfilza di denunce e condanne, con la questione giudiziaria pendente per l’assalto al Campidoglio da parte dei suoi seguaci. E con il suo atteggiamento nei confronti delle donne, con le sue spacconate da showman. Perciò mi aspettavo una vittoria di stretta misura da parte della Harris. Una vittoria che avrebbe potuto derivare da una specie di fronte di resistenza civile della parte migliore del Paese contro un candidato manifestamente pericoloso per i fondamenti stessi della democrazia americana. Mi aspettavo perciò anche un passaggio di consegne travagliato e lunghe contestazioni, magari su poche migliaia di voti. In altri termini, pensavo che il Paese dalla democrazia più vecchia del mondo avrebbe alla fine mostrato un residuo minimo di cultura civica democratica e sarebbe stato capace di reagire contro una minaccia così grave. Mi sbagliavo.

La vittoria di Trump è invece risultata netta e inequivocabile, non solo nella conquista dei delegati ma anche nel voto popolare. Trump ha ora in mano il Paese, avendo la Presidenza, avendo la maggioranza delle due Camere, avendo la Corte dalla sua parte. Avendo dalla sua oltretutto uno spoils system che produrrà un ricambio totale dei piani alti dell’Amministrazione. A questo quadro va aggiunta la presenza inquietante di Elon Musk, cui a quanto pare sarà conferito il compito di “alleggerire” lo Stato. Ci dobbiamo rassegnare: dell’America di Roosevelt non c’è neppure più l’ombra.

3. Certo, è stato da più parti sottolineato come gli avversari di Trump, i Democratici, guidati da una ristretta oligarchia di personaggi del tutto privi ormai di visione e di programmi, abbiano compiuto una serie incredibile di errori, consapevoli o meno che ne fossero. I Democratici avevano addirittura visto di buon occhio la candidatura di Trump nel campo repubblicano, con la convinzione di poterlo battere facilmente. Tuttavia, invocare come spiegazione della sconfitta le colpe dei Democratici sarebbe estremamente riduttivo. Al di là degli errori e delle carenze dei Democrats, evidentemente il sistema politico americano, nel suo complesso, non possiede più, al proprio interno, alcun antidoto efficace nei confronti delle tendenze anti-democratiche. I Repubblicani, dal canto loro, come partito tradizionale sono spariti, fagocitati dal movimento di Trump, il MAGA, (Make America Great Again!).

4. La cosa più preoccupante è che qui non siamo soltanto di fronte al caso americano. Non siamo soltanto di fronte ai limiti del sistema americano. Siamo evidentemente di fronte a un limite stesso dei sistemi democratici attuali, per lo meno in Occidente, che hanno mostrato di essere incapaci di reagire adeguatamente quando messi di fronte allo stile maturo del nuovo populismo. Il problema non è nuovo. Nel nostro Paese abbiamo ampiamente sperimentato il berlusconismo che aveva molti punti in comune con il Trump odierno e che addirittura, per molti aspetti, ha rappresentato una perfetta anticipazione del trumpismo. Dobbiamo costatare ormai che, in Occidente, le forme degenerate di democrazia (cui sono applicati nomi spesso fantasiosi, come democrazie autoritarie, democrature, sovranismi, democrazie del leader) sono sempre più diffuse, seppure con numerose varianti. E che si relazionano sempre più strettamente con le numerose altre democrazie border line ormai presenti in ogni angolo del Pianeta. Con queste ultime elezioni americane, la linea di tendenza è divenuta chiara.

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5. Se guardiamo questi esperimenti antidemocratici solo dal punto di vista del leader, dobbiamo rassegnarci a caratterizzarli col nome stesso dei leader, poiché ciascuno possiede caratteristiche proprie: trumpismo, berlusconismo, orbanismo, putinismo, erdoganismo, melonismo, mileismo (dall’argentino Javier Milei), bolsonarismo e così via. Possiamo metterci anche il lepenismo che non ha ancora governato in Francia ma che, probabilmente, vedremo all’opera ben presto. Ognuno ha il suo stile. Ognuno la sua storia. Ognuno i suoi caratteri idiosincratici. Ciò impedisce all’osservatore di identificare eventualmente i loro tratti comuni e impedisce di cogliere la questione di fondo: come è possibile che costoro siano democraticamente eletti, in un quadro di democrazia formale e poi, nella loro azione di governo, si esibiscano in provvedimenti anti istituzionali e anti democratici. Detto in altri termini, com’è possibile che le democrazie, invece di progredire e di maturare emendando i propri difetti, tendano oggi a scadere in circoli viziosi che danneggiano e indeboliscono sempre più le democrazie stesse. Spesso questi leader, nonostante il loro pessimo rendimento politico, sono felicemente rieletti, proprio com’è accaduto nel caso di Trump, di Berlusconi di Orban e di altri ancora.

6. Si tratta allora di cambiare il punto di vista. Si tratta di domandarsi com’è possibile che i cittadini elettori, in società ove sia presente un livello accettabile di democrazia formale, finiscano per eleggere, talvolta con maggioranze notevoli, dei personaggi che si atteggiano a leader popolari ma che nel contempo operano per distruggere le stesse fondamenta della democrazia. Il sospetto ormai è che non si tratti più di semplici errori dei cittadini elettori, dovuti ad astensione, distrazione, cattiva informazione, propaganda, creduloneria. Si tratta di prendere atto definitivamente dell’efficacia dello stile populista e, soprattutto, della più totale incapacità di reagire a questo stile da parte dei difensori della democrazia[2]. Del resto non si tratta di fatti rari o del tutto nuovi: è noto che alcune delle peggiori dittature del XX secolo hanno visto l’elezione degli stessi dittatori da parte del popolo e/o dei suoi rappresentanti. Non è il caso tuttavia di usare il solito appellativo di fascismo o totalitarismo nei confronti di questi nuovi populismi. Si finirebbe per non capire un bel niente. Proviamo allora a circoscrivere il problema: occupiamoci degli ultimi decenni e occupiamoci delle tendenze antidemocratiche che in vario modo hanno preso piede in molte delle democrazie, anche quelle di più antica e nobile origine. Con l’ipotesi che l’odierno Trump sia solo l’ultimo caso in ordine di tempo. Altri ne verranno.

7. Siamo in presenza, dunque, di trasformazioni regressive della democrazia che avvengono attraverso competizioni elettorali che possono anche essere formalmente regolari, sebbene siano sempre possibili anche brogli, forzature e simili. Perché si arrivi agli esiti delle maggioranze populiste che ci interessano, occorre una qualche forma di polarizzazione, con il conseguimento di una maggioranza che si contrappone a tutti, in nome del popolo. La retorica populista, con al centro il leader, tenderà ad avallare l’idea che la maggioranza costituita rappresenti l’intero popolo e che la volontà dell’intero popolo sia impersonata nel leader e nella sua cerchia. Non importa più di tanto se il movimento populista è orientato a destra o a sinistra. Il M5S in Italia ha ben rappresentato un populismo di sinistra, ma lo stile anti istituzionale era lo stesso. Le democrazie sono per loro natura pluralistiche. Ogni forma di polarizzazione dunque tende già di per sé a indebolire il pluralismo. Quando poi uno dei poli pretende di costituire la totalità siamo palesemente su una strada regressiva.

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8. Che cosa rappresentano effettivamente queste maggioranze populiste incarnate nel leader? La risposta tradizionale è che rappresentino degli interessi di tipo economico sociale. In genere si fa riferimento alle classi sociali coinvolte, che di volta in volta si ritiene di poter individuare e descrivere: operai, contadini, ceto medio, alta finanza, borghesia, militari, disoccupati, precari e così via. A volte si usano appellativi più fantasiosi: gli esclusi, gli emarginati, i danneggiati dalla globalizzazione, i dimenticati, i ceti medi sull’orlo della proletarizzazione, le fasce deboli, “Quelli che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese”. E così via.

Queste analisi potevano andare bene nel primo Novecento. Poi le cose si sono complicate. Il sociologo americano Ronald Inglehart[3] ha posto una linea di distinzione tra le società in cui la maggior parte della popolazione si confronta ancora con problemi di ordine materiale e le società in cui la maggior parte della popolazione gode invece di un relativo benessere e dunque può cominciare ad affrontare problemi di ordine immateriale. A cercare di soddisfare quelli che lui chiamava i bisogni post-materialisti. Così è accaduto che, con la crescita delle società occidentali, i portatori immediati di interessi “materiali” siano diventati via via meno numerosi, più evanescenti, lasciando il posto a una nuova configurazione sociale basata su distinzioni di tipo culturale. Accanto alle tradizionali differenze economiche e sociali, cosiddette di classe, hanno cominciato a comparire e a esser poste in primo piano altre differenze: differenze generazionali, di tipo religioso, di tipo linguistico, di tipo etnico, oppure anche differenze di genere. Si tratta di differenze che potremmo considerare non più di classe, bensì come identitarie. Ebbene sì, il benessere relativo diffuso in Occidente ha permesso a strati sempre più ampi il lusso di occuparsi di questioni identitarie.

9. Ma non basta. Andando ancora oltre, le identità si sono ulteriormente moltiplicate e suddivise secondo rivoli sempre più particolari. Spesso secondo linee di frattura di carattere etico[4]. Abbiamo avuto l’irruzione dei valori: i difensori della vita, i pacifisti, i difensori delle frontiere, i sovranisti, i beneficiari del reddito di cittadinanza o dei bonus, i negatori della crisi climatica e così via. Schierati, ovviamente, contro il nemico opposto: gli abortisti, i bellicisti, gli immigrati, i mantenuti a far nulla o gli sfruttatori delle regalie, gli ecologisti fondamentalisti. Ma poi abbiamo avuto anche – sociologicamente – delle linee di frattura che non rappresentano neppure interessi, identità o valori consapevoli, ma che semplicemente si limitano a registrare differenze in termini di distanza, separazione, repulsione, odio, rancore, stigma. Spesso si coagulano come atteggiamenti taciti che sono sempre in cerca di occasioni per esplicitarsi e scatenarsi. Ad esempio l’omofobia, il rancore verso le élite, l’antipolitica, ossia il rancore verso i politici (“Roma ladrona”), il rancore verso le istituzioni (il “pizzo di Stato”), la xenofobia, e così via. In questo quadro di istigazione e moltiplicazione delle divisioni, possono anche comparire stigmatizzazioni del tutto inventate, come quella trumpiana recente degli “immigrati clandestini che uccidono e mangiano i cani e i gatti dei nativi”. A questi elementi si possono aggiungere anche ulteriori forme di identificazione in termini meramente simbolici, come le curve dello stadio, il machismo, le ideologie estremistiche magari dotate di riferimenti storici nazifascisti. Oppure i movimenti fake nati in rete, come nel caso di QAnon.

10. Tutti questi elementi divisivi, e svariati altri la cui lista è senza fine, costituiscono la materia basilare grazie alla quale viene oggi orchestrata la propaganda populista, con la quale si cerca di unificare, dietro al leader e ai suoi slogan, una maggioranza di seguaci convinti, con la quale si cerca cioè di dare vita a un “popolo”[5]. Il tutto in un intreccio inestricabile che mette insieme rivendicazioni economiche, invidia sociale, supposti diritti violati, rivendicazioni identitarie, paure, rancori, pulsioni violente, rituali simbolici contro gli avversari. Le motivazioni al voto, di cui sono portatori i populisti e che coesistono nel loro “popolo”, possono così intrecciare cose diversissime, come la concorrenza sul mercato del lavoro, l’astio verso gli omosessuali, il costo della vita, la paura di essere aggrediti per strada, l’invidia sociale verso particolari tipi di privilegiati, emarginazione e frustrazioni personali, l’adesione credula a fake news, a narrazioni complottiste, e così via. Vale qui il principio di Thomas: nella vita sociale, ciò che è creduto è reale nelle sue conseguenze. Dal loro punto di vista, si può dire che abbiano tutti ragione. Il populismo, nelle sue narrazioni pigliatutto, cerca di agitare tutte le motivazioni possibili, almeno quelle compatibili tra di loro. E talvolta riesce anche a mettere insieme motivazioni incompatibili (che cioè si rivelano incompatibili solo alla prova dei fatti). Ci si dovrebbe ricordare di quelle tecniche di propaganda sui social media, che adattano il messaggio al profilo di chi lo riceve. Il profilo di ciascun destinatario viene costituito sulla base dei big data raccolti in rete. Steve Bannon era specializzato in lavori simili. Un caso macroscopico dell’uso di queste tecniche, che ha avuto pieno successo, è stato quello della propaganda per la Brexit, inscenata da Farage e dai suoi in Gran Bretagna.

In altri termini, dobbiamo convincerci che non c’è più la marxiana classe universale, quella che subendo l’ingiustizia più totale diventava rappresentativa dell’umanità nel suo complesso. Che poi era ciò che giustificava la lotta degli sfruttati e organizzava la loro azione nella storia. E veniva così legittimata a prendere il potere, magari anche con la forza. Ci sono solo più degli aggregati eterogenei di motivazioni tenute insieme dal collante generico e superficiale, per lo più emotivo, degli slogan prodotti dal leader e dalla sua propaganda. Strano a dirsi, ma la cosa funziona.

11. Tuttavia, per fortuna, non tutti finiscono nel mucchio. Osservando queste improbabili artificiose aggregazioni, ci possiamo domandare se ci sono ancora delle variabili di ordine generale, che possano dar conto di questi rassemblement, di queste molteplici e infinite motivazioni, magari anche contraddittorie, che si ritrovano insieme, un po’ come attratte da una calamita. La calamita ovviamente, più che un programma politico dettagliato, è il leader. La vecchia sinistra nostrana su questo punto ha una risposta preconfezionata: dietro a tutto ciò, ci sono le condizioni economiche. Il vecchio economicismo è sempre di moda e opera come una spessa fetta di salame sugli occhi che impedisce di vedere le cose come stanno. È il caso dunque di ribadire ancora una volta che le condizioni economiche e sociali, per quanto ancora importanti, non sembrano essere più una variabile fondamentale nella costituzione dei nuovi blocchi elettorali populisti. Non ci sono più movimenti e partiti di classe (anche perché le classi sono sparite). Abbiamo cominciato ad accorgercene quando gli operai italiani hanno preso a votare per la Lega Nord, hanno cioè deposto l’universalismo tradizionale della sinistra e hanno aderito a una nuova formazione particolaristica su base etnica. Una vera e propria mutazione. È ormai luogo comune come il cosiddetto “popolo” del Novecento si sia allontanato dai partiti di sinistra per approdare spesso ai partiti di destra o all’astensionismo[6]. Mentre i partiti di sinistra vedrebbero ormai soltanto più l’adesione del ceto medio alto, la cosiddetta “area ZTL”[7]. Di questa tendenza sono state trovate notevoli conferme empiriche.

12. Spesso s’incolpano i partiti della sinistra storica di avere abbandonato il loro “popolo”, avendo compiuto così un colossale errore nell’offerta politica. Un errore dovuto evidentemente a dirigenti che hanno preso a coltivare ideologie sbagliate. I loro programmi si sarebbero così “imborghesiti”. Può darsi anche ci sia qualcosa di vero, soprattutto per quel che concerne i dirigenti, ma è un dato di fatto che quel popolo, cui la sinistra tradizionale si rivolgeva con notevole successo, oggi non c’è più. O, meglio, è diventato un’altra cosa. Quel popolo ha subito nei decenni una colossale mutazione antropologica[8], tale che le proposte della sinistra tradizionale sono diventate per loro estranee e irricevibili. Qualcuno storcerà il naso, ma è sufficiente guardare come stanno le cose, al di là delle più pervicaci illusioni. Tra i seguaci di Trump, già ricco di suo, abbiamo Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo. Accanto a costoro, stretti nello stesso “popolo”, abbiamo però numerosi bianchi del ceto medio, numerosi black e latinos, e i poveracci crédule di QAnon, nonché la feccia degli assaltatori del Campidoglio. È il caso di ricordare che da noi, il ricchissimo Berlusconi, notoriamente, raccoglieva il voto presso i ceti popolari e le casalinghe (nonostante trattasse le donne con una certa disinvoltura).

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13. Allora, chi sono prevalentemente quelli che finiscono nel mucchio populista? Osservando la dinamica delle aggregazioni elettorali populiste, la variabile più rilevante in assoluto sembra essere costituita dalla dicotomia tra le grandi città e le località periferiche. Una volta si diceva città e campagna. Oppure centro e periferia. Talvolta – come per ragioni storiche in Italia – questa dicotomia prende anche la connotazione di nord e sud. Basta osservare una mappa del voto territoriale di qualsiasi Paese occidentale per rendersi conto del peso enorme di questa variabile.

Certo, ogni Paese ha le sue specifiche mappe. Ad esempio, la distribuzione elettorale di destra e sinistra in Francia vede l’opposizione tra città e campagna: la sinistra sta nelle grandi città, e nell’area di Parigi in particolare. Gli estremisti di destra si concentrano nelle aree periferiche e nelle campagne. Si pensi ai gilet gialli. Spesso si qualificano come “i dimenticati”. Oppure, si vada a vedere la distribuzione territoriale del voto per la Brexit in Gran Bretagna: la dimensione città/campagna è stata clamorosa. Nel caso americano poi – si vedano le mappe elettorali – abbiamo la contrapposizione tra le due coste con la concentrazione delle grandi città (New York e Los Angeles/San Francisco) che son sempre state la tradizionale area dei Democratici, insieme agli Stati attorno ai Grandi Laghi, ora persi. D’altro canto, gli stati centro meridionali, la Bible belt e la Rust belt che sono ora terreno dei Repubblicani. Per capire l’enorme divide tra questi mondi, si pensi che una quota spropositata di americani nella Bible belt non crede alla teoria darwiniana e preferisce sostenere il creazionismo. Pare che nella prossima amministrazione, a occuparsi della salute degli americani sarà un fondamentalista No-vax. I seguaci di Trump, contro ogni evidenza, tendono a negare il cambiamento climatico. Insomma, due Mondi sempre più estranei.

14. La seconda variabile decisamente rilevante nella caratterizzazione delle aggregazioni populiste è il livello di istruzione. Da tempo è noto che il livello di istruzione condiziona enormemente l’analisi e la elaborazione delle informazioni ricevute. Può spingere a credere o a non credere ai messaggi, alla propaganda, alle fake. Il livello di istruzione determina poi il livello della definizione dei propri interessi materiali e culturali, dal particolarismo legato prevalentemente alla bassa istruzione, all’universalismo legato invece alla istruzione più elevata.

Abbiamo poi la variabile delle generazioni, cioè l’età, sebbene questa in sé non sia molto significativa e lo diventi quando legata ad altri fattori. Ad esempio, nell’America odierna la popolazione dei giovani dei college e delle università ha caratteristiche sue proprie ed è generalmente più progressista. In taluni casi sono presenti forme assai radicali di universalismo. Ciò è dovuto al fatto che i giovani che vanno al college o alle università si devono per lo più trasferire e così sono in un certo senso risocializzati nel nuovo ambiente che di solito è progressista e politicamente corretto.

Abbiamo poi ancora variabili come il genere e l’etnia (specie se legata a minoranze) che possono – seppure non sempre – avere un peso rilevante. Nel caso americano s’è visto come gli immigrati si siano schierati nettamente a favore di Trump contro l’immigrazione clandestina, considerata fonte di concorrenza economica e di disordine. All’interno delle diverse etnie, i rapporti tra i generi sembra abbiano avuto un certo peso elettorale: maschi neri non avrebbero simpatizzato per una possibile Presidente donna nera. Più in generale, l’America è ricca di movimenti, magari anche progressisti, che tuttavia pare abbiano finito per promuovere fratture e divisioni. Addirittura reazioni anti-establishment. Si pensi a stay woke e a BLM (Black Lives Matters). In molti Stati americani ci sono programmi progressisti che hanno lo scopo di favorire le minoranze (nell’ingresso alle università, nei concorsi, nelle assunzioni nel pubblico e nel privato). Tuttavia ciò ha prodotto l’accantonamento del criterio del merito, scatenando così rancori e rimostranze da parte degli esclusi. Tutto ciò s’è visto alla perfezione nei risultati elettorali americani.

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15. Tuttavia, per completare il quadro della polarizzazione antropologica delle società democratiche, va riconosciuto che tutto questo calderone non sarebbe stato possibile senza l’effetto dei media e soprattutto dei nuovi media. Nel nostro Paese abbiamo avuto una chiara anticipazione del peso di questa variabile nella figura di Berlusconi e del suo impero mediatico, con il suo relativo enorme conflitto di interessi che le istituzioni democratiche non sono riuscite a fronteggiare. Sottolineo, en passant, che i conflitti di interesse sono senz’altro tra le cause più sottovalutate del degrado delle democrazie. I nuovi media stanno dando un enorme contribuito alla polarizzazione e alla compartimentazione delle società contemporanee. I media relazionali producono una sorta di effetto bolla per cui essi tendono a mettere in comunicazione principalmente persone che si somigliano quanto a caratteristiche di fondo, motivazioni, interessi, visioni del mondo, tipo di linguaggio. In Italia ha fatto scuola la auto selezione dei militanti operata sul blog in rete dal movimento di Grillo. Il risultato era che i grillini si somigliavano tutti e ripetevano tutti le stesse cose.

16. In particolare, nel caso americano, i nuovi media hanno contribuito pesantemente a differenziare e separare la cultura delle élite rispetto alla cultura dei ceti popolari. Per essere più precisi, hanno consentito, in particolare, alla cultura dei ceti popolari di esprimersi, di organizzarsi e di contrapporsi con successo alla cultura delle élite, la quale aveva avuto invece da sempre anche altri canali. La cultura delle élite è la cultura delle due coste, delle grandi città, del reticolo delle grandi università e dei centri di ricerca, delle grandi imprese private che operano nel campo delle nuove tecnologie, o della AI, come Google, Facebook, Microsoft, che spesso si rappresentano come progressiste, sottoscrivono e promuovono le discriminazioni positive a favore delle minoranze e la cultura woke e il politically correct.

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17. La cultura dei ceti popolari è invece sempre stata assai più frammentata, distribuita sull’immenso territorio e spesso compartimentata in termini localistici, etnici e di genere. Tuttavia anche tra i ceti popolari le nuove tecnologie hanno contribuito a costruire e a mettere in contatto le bolle comunicative locali. Senza le nuove tecnologie, un fenomeno come QAnon sarebbe stato impossibile. Lo stesso vale anche – si badi bene – per le bolle dei progressisti: senza i nuovi media non avremmo il politically correct, la cancel culture, stay woke, me too e quant’altro. Solo che le bolle dei progressisti numericamente finiscono per contare assai meno. Notoriamente le élites costiere sono percepite in modo assai negativo dai ceti popolari, tra i quali fiorisce un forte sentimento anti-establishment. A loro volta le élites mostrano spesso un senso di superiorità e paternalismo nei confronti di questi ultimi. Sono mondi che non si parlano e che, così facendo, favoriscono la polarizzazione populista. È chiaro che i populisti possono realisticamente aspirare ad avere il numero dalla loro parte, poiché le culture delle élite sono per definizione numericamente ristrette.

Prima dei nuovi media si poteva pensare che le élite potessero fungere da avanguardie, guadagnare un’egemonia sul resto del Paese. Dopo i nuovi media, l’egemonia delle élite è sempre più contestata, poiché le culture popolari sono divenute relativamente autonome. E si esprimono. Si esprimono spesso identificando un leader, come paradossalmente diceva Marx, che fosse transfuga dalla propria classe, che usa linguaggi volgari, che si comporta come un carrettiere, disprezza la legge e le istituzioni, e così via. Senz’altro, tra i transfughi di successo dalla loro classe, possiamo annoverare Berlusconi, Trump e Musk.

18. Sulla scorta di questi elementi analitici di ordine generale, possiamo ora provare a decrittare alcuni aspetti specifici della cronaca che abbiamo visto all’opera in queste elezioni. Non sarò del tutto sistematico, farò solo alcune osservazioni sparse, scelte tra le questioni che mi sono parse più rilevanti.

La volgarità paga. In questo quadro, è stato un grande errore ritenere – come hanno fatto i democratici – che i trascorsi giudiziari di Trump, unitamente al suo stile volgare, antipolitico, immorale e scandaloso, avrebbero contribuito a screditarlo presso l’opinione pubblica. È invece accaduto esattamente il contrario. Nell’America polarizzata e spaccata, il personaggio Trump è stato visto dal polo populista come elemento anti-establishment, come il castigamatti nei confronti dell’élite. Del resto, anche nel caso di Berlusconi, il suo comportamento border line, nel pubblico e nel privato, il suo anti-istituzionalismo non gli hanno mai fatto perdere il consenso. Le volgarità non hanno mai fatto perder consenso alla Lega, sia nella versione di Bossi sia in quella di Salvini. Il linguaggio da borgatara di Meloni e quello parafascista di parte della sua compagine di governo – per quanto susciti strilli e infinite contumelie da parte della opposizione – non intacca minimamente il consenso della destra.

I diritti civili e la difesa della democrazia non pagano. La concentrazione delle piattaforme elettorali democratiche intorno ai civil rights non paga, non fa vincere le elezioni. I civil rights sono per lo più percepiti come faccende delle élite. La Harris si è impegnata in particolare sulla questione del diritto all’aborto, un diritto della persona che riguarda le donne, cioè la metà elettorato. Un diritto che evidentemente non è stato considerato prioritario dalle elettrici. Molte avranno pensato che la questione non le riguardasse direttamente. Ugualmente, un’eventuale prima Presidente americana donna non ha costituito una retribuzione simbolica e morale tale da mobilitare le stesse donne. Il fatto di essere donna e nera pare poi abbia sfavorito la Harris presso taluni gruppi sociali, in particolare tra i maschi neri.

Anche la difesa delle regole della democrazia – cavallo di battaglia di Harris – pare non avere lasciato traccia. Inutile ricordare agli elettori americani la lunga sequela di reati, processi, scorrettezza in cui era incorso il candidato Trump. Inutile ricordare agli elettori che il candidato Trump – se eletto – avrebbe potuto concedere la grazia a se stesso, facendo di lui un cittadino diverso da tutti gli altri, dotato di privilegi estranei a qualsiasi altro. Come un monarca assoluto. Ciò in aperta violazione dell’etica repubblicana. Ma il Partito repubblicano odierno non si sofferma più su questi dettagli.

Insomma, la questione dei civil rights, della difesa della democrazia e delle istituzioni, è ormai divenuta distintiva della “sinistra ZTL”, destinata a rimanere sempre più una minoranza, di chi abita le città, di chi ha elevata istruzione e reddito elevato.

Progressisti senza cultura politica. Anche se in Italia la questione è poco conosciuta, i Democratici e i progressisti americani (siamo dentro le élite dunque) hanno tagliato i ponti con la loro tradizionale cultura politica e hanno aderito a una specie di subcultura comunitaristica[9] dei diritti e delle pari opportunità declinata non più in termini universalistici, come diritti e pari opportunità del cittadino, bensì in termini particolaristici, come diritti e pari opportunità degli innumerevoli gruppi e minoranze che si sono via via costituiti, in base alla lingua, alle preferenze sessuali, al colore della pelle, al genere. E si battono per il riconoscimento. In questo ambito si sono sviluppati vari movimenti, come il politically correct, la cancel culture, Me Too, Stay Woke, LGBTQ(ecc.), Black Lives Matters e così via. Si tratta di movimenti che senz’altro hanno avuto all’origine radici democratiche e progressiste, ma che hanno subíto varie degenerazioni fondamentaliste. In un suo recentissimo saggio intitolato Il follemente corretto[10] il sociologo Luca Ricolfi ha descritto, analizzato e stigmatizzato questi movimenti, mostrandone le conseguenze devastanti in termini di disgregazione politica, sociale e culturale. Trump ha avuto buon gioco a usare la propria totale “scorrettezza” contro queste forme degeneri e modaiole di elitarismo. È appena poi il caso di sottolineare che la correctness nordamericana ha origine nella elaborazione delle filosofie postmoderne e nella importazione del poststrutturalismo europeo. Ma di questo tratterò eventualmente altrove.

Le improvvisazioni si pagano. Va poi osservato che la tattica dei democratici è stata disastrosa. Purtroppo qui ha pesato la mancanza di una struttura di partito di qualche rilievo (tipica dei partiti americani) capace di esaminare la situazione, di definire una strategia e di prendere le decisioni. Di fatto i democratici americani sono ridotti a una stretta oligarchia di pochi personaggi che sono titolati a decidere a prescindere. È mancata poi, in campo democratico, una seria analisi del quadriennio di governo di Biden, che invece è stato fatto a polpette dalla propaganda di Trump. È mancato il tempo e il modo, per la Harris, di differenziare ove necessario il suo nuovo programma da quello di Biden. Su alcune questioni, Biden si è limitato a portare avanti l’impostazione del Trump I, soprattutto sulla questione della immigrazione. E anche in politica internazionale.

La questione internazionale conta. Harris si è trovata ad avere le mani legate – nella campagna elettorale – anche a causa della situazione di indecisione nella politica estera condotta da Biden e a causa dei diversi gruppi di pressione presenti nell’area dei democratici. Del resto, la Presidenza di Biden era cominciata proprio con la disfatta afghana, che tuttavia era stata accuratamente preparata dal pacificatore Trump I e che Biden ha eseguito pedissequamente nella maniera più becera. Biden è riuscito a farsi accusare, anche dai suoi sostenitori, di essere un guerrafondaio in Ucraina e di essere un complice dei massacri condotti da Netanyahu a Gaza. Per paura di perdere sostenitori, il messaggio di Harris è stato confuso e indeterminato, a differenza di Trump che ha promesso di far finire le guerre in un battibaleno. Così i democratici in politica estera hanno finito per scontentare tutti. È chiaro che, in generale, dopo la loro opzione fallimentare per la globalizzazione, i Democrats non hanno più un’idea chiara e salda di politica internazionale. Per Trump e i suoi seguaci è stato molto più semplice sventolare la pace: farsi i fatti propri e darci dentro col MAGA (Make America Great Again). Basta che a pagarne le spese siano gli altri.

Manco a dirlo – lo dico qui solo en passant – tutti questi aspetti dovrebbero essere attentamente considerati anche nel nostro Paese, da quelle forze che intenderebbero operare per la difesa della democrazia dalle tendenze antidemocratiche.

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19. Tra le conseguenze più importanti di queste elezioni americane, ci saranno notevoli cambiamenti nella politica estera. In seguito alla vittoria di Trump, è il caso di domandarsi cosa potrebbe accadere nelle relazioni tra USA e il resto del mondo. Vediamo. Per avere un’idea grezza di come si svilupperà la politica internazionale americana, basta vedere chi sono coloro che hanno esultato per la vittoria di Trump. Pare che Alexandr Dugin, il filosofo russo rossobruno più estremista di Putin, abbia esultato per la vittoria di Trump. Putin dal canto suo sta dichiarando aperture pacifiste a più non posso, ovviamente alle sue condizioni. Praticamente siamo all’esordio del trumputinismo. In effetti, nella visione distorta di Dugin, il populismo occidentale è sempre stato considerato come il migliore alleato dell’euroasiatismo.

Anche i pacifinti[11] nostrani hanno esultato, convinti che Trump, in politica internazionale, facendo l’isolazionista e mettendo così da parte l’imperialismo americano, sarà pronto a “fare la pace” con la Russia (molti pacifinti nostrani hanno sempre pensato che la guerra in Ucraina fosse una guerra differita degli USA e della NATO contro la Russia). Ovviamente il tutto avverrà a spese di Kiev (e del diritto internazionale), che sarà disarmata e ricondotta a più miti consigli, oltre che territorialmente amputata. Finalmente qualcuno che sarà in grado di mettere a posto Zelensky e i suoi nazi! Nella retorica trumpiana, i Democratici fanno le guerre, mentre i Repubblicani trumpisti le faranno finire. Si prospetta dunque lo strano caso dei pacifisti filotirannici che vedremo presto all’opera, anche e soprattutto nel nostro Paese[12].

Anche Netanyahu pare abbia esultato, poiché ormai nulla si frapporrà al suo progetto massimalista e colonialista di un Israele esteso dal Giordano al mare. Il recente licenziamento di Gallant è un segnale abbastanza chiaro. Il progetto dei “Due popoli, due Stati”, con cui la nostra falsa coscienza occidentale si è baloccata per ottant’anni, è ormai divenuto impossibile. I palestinesi, col contributo suicida determinante di Hamas, hanno perso la loro tragica partita e faranno la fine degli indiani americani. Non che i Democrats fossero stati difensori convinti della causa palestinese, la prova è che hanno sempre foraggiato Israele con le armi, lasciandole ogni libertà di azione, ma almeno hanno tentato di mettere in atto un’azione calmieratrice, seppure alquanto ipocrita e nei fatti alquanto inefficace.

20. Xi è senz’altro un altro di coloro che hanno gioito per la vittoria di Trump, anche se i cinesi sono più composti, educati alla vecchia scuola, e sanno ancora controllare le emozioni. I prossimi quattro anni trumpiani – considerato anche in che stato critico è la Russia e lo stato comatoso in cui è ridotto l’ONU – costituiscono una perfetta finestra di tempo, una occasione insperata, per la Cina, di regolare i conti con Taiwan, con le buone o con le cattive. Il che potrebbe comportare, a tempi relativamente brevi, una nuova fonte di instabilità nel Pacifico. Non solo di tipo militare, ma anche di tipo economico, visto il ruolo rilevante che i prodotti tecnologici di Taiwan hanno per l’economia mondiale. Dopo la crisi dovuta alla fornitura del gas russo, avremo con buone probabilità la crisi dovuta alla carenza dei chip di Taiwan.

Sicuramente poi a livello di opinione pubblica avranno esultato i negazionisti del cambiamento climatico e le lobby dei combustibili fossili. Assieme a tutti i No-vax. Tutti coloro che ritengono che la transizione ecologica sia solo una futile moda di élite che si vorrebbe imporre a tutto il mondo per oscure finalità. Trump ha detto chiaro quello che pensa sugli Accordi di Parigi sul clima.

Gli altri esultanti, per ora, a livello di Stati -nazione sono senz’altro di rango minore. Ma tutti insieme costituiscono una bella banda. Sono tutti gli aspiranti facenti parte della internazionale populista e sovranista, quella che era stata messa in piedi proprio da Steve Bannon e che ora risorgerà a nuova vita. Per tacere di Orban e del nostro Salvini, magari comprendendo anche il M5S, non possiamo evitare di citare Bolsonaro, sempre attivo, oppure personaggi come l’argentino Milei.

21. Se c’è qualcuno che invece non può proprio gioire è la UE. I rapporti tra USA e UE sono stati sempre problematici, poiché interesse degli USA, in generale, è sempre stato di avere una Europa debole e divisa. Non è chiaro quel che farà Trump, data la sua imprevedibilità, anche se, da quanto annunciato, verranno al pettine sicuramente due questioni: la questione della difesa e la questione dei dazi.

Per ciò che riguarda la difesa, l’Europa sarà inevitabilmente tenuta a investire maggiormente nelle spese militari e a cercare di costituire una forza militare europea, di cui tanto finora si è parlato senza nulla concludere. Su questa questione, che è di una ovvietà totale, la politica europea sembra però paralizzata. È il caso di tener conto che in UE ci sono anche quelli che vorrebbero smantellare la NATO. Si prospettano dunque quattro anni di vuote discussioni ed eventualmente di realizzazioni puramente di facciata. Quattro anni in cui l’Europa si giocherà definitivamente la propria posizione internazionale. In ogni caso, questi tentennamenti costituiranno di fatto un indebolimento della difesa europea, tanto da incoraggiare le pressioni della Russia sui vari numerosi punti critici, quelli che tutti fanno finta di non vedere, dai Paesi baltici a Kaliningrad, alla Moldavia e alla Transnistria, fino alla Georgia.

Nel campo del commercio internazionale Trump ha enunciato con chiarezza quale sarà la sua politica. Una specie di miope ritorno al mercantilismo pre-liberista: esportare le proprie merci ed evitare di importare le merci degli altri. Una furbata colossale. I dazi americani nei confronti dell’Europa comunque ci saranno (nonostante l’“amica” Meloni), per cui l’Europa dovrà prendere delle decisioni radicali circa la sua struttura produttiva e finanziaria e la propria posizione nel mercato mondiale. E l’Europa non ha attualmente neppure la struttura politica adeguata che sarebbe indispensabile per questo compito.

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22. Se l’analisi che abbiamo svolto fin qui ha qualche fondamento, la vittoria di Trump dovrebbe allarmare alquanto quel che è rimasto del fronte democratico internazionale, almeno in Occidente. Dovrebbe allarmare anche e soprattutto i nostri democratici italiani. Cioè, quel gruppo eterogeneo di partiti e partitini più o meno di sinistra, che, nel tracollo di mezzo mondo, il massimo che stanno a fare è di concentrarsi sulla luminosa prospettiva del campo largo. Come già detto in esordio, si tratta di prendere atto ormai che il populismo funziona. Nelle democrazie più vecchie come in quelle più recenti. In ciò dobbiamo rivedere tutta la nostra storia recente. Il populismo che abbiamo sperimentato finora non è stato una parentesi. Non lo si può più considerare un incidente di percorso (come molti avevano fatto col primo Trump. O con il nostro Berlusconi che, erroneamente, abbiamo considerato come una storia lunga ma ormai conclusa[13]). Le mutazioni antropologiche delle democrazie hanno reso possibile questa nuova forma di populismo e l’hanno resa oltremodo efficace.

23. Oltretutto, i nuovi populisti sono in una botte di ferro, poiché i loro oppositori, chiamiamoli Sinistra, Democratici, oppure Progressisti, se vogliono restar tali, non possono usare lo stile e il metodo populista. Sarebbe paradossale combattere le tendenze anti democratiche usando stili e metodi antidemocratici. A meno che non si intenda adottare la prospettiva di Popper. Il quale sosteneva, appunto, che non si possono usare metodi democratici con gli anti democratici (quando Popper scriveva, però c’erano i nazisti). Credo che in linea teorica avesse perfettamente ragione. Soprattutto nel campo della politica internazionale. Tuttavia applicare oggi il metodo di Popper nelle democrazie populiste, per contrastare le tendenze anti democratiche, esporrebbe a gravi forme di conflittualità interna che non ci possiamo permettere. Sperando che la situazione non degeneri così tanto da rendere necessaria una reazione dura di resistenza.

Se non possiamo usare oggi il populismo contro il populismo, allora si tratta anche di considerare che il populismo di sinistra – di cui si è parlato fino alla noia[14] e di cui abbiamo ottimi esempi – è una palese contraddizione in termini, anche se momentaneamente e localmente può anche funzionare. La tentazione di combattere il populismo di destra alleandosi con il populismo di sinistra (tentazione ben presente nel nostro Paese) non tien conto del fatto che il metodo populista di per sé erode la democrazia. Sempre e comunque. I democratici allora sono con le spalle al muro. E lo saranno sempre di più. E ciò è divenuto perfettamente visibile. Stando così le cose, la destra populista vincerà sempre.

24. Come se ne esce? Occorre considerare, allargando un poco lo sguardo, che la mutazione antropologica di cui s’è detto ha prodotto, in sostanza, la evanescenza del citoyen. Gli elettori dei rassemblement populisti sono dei citoyen dimezzati[15]. Uso qui il termine originario francese citoyen per sottolineare il fatto che si trattava, sia teoricamente sia praticamente, di un tipo umano ben preciso. Quello che ha permesso la sostituzione della dimensione verticale della politica, la sudditanza, con la dimensione orizzontale, cioè la cittadinanza[16]. La costruzione del citoyen della democrazia ha richiesto un lungo percorso storico, assai faticoso e non privo di incognite. Erroneamente si pensa che il citoyen sia un dato di fatto, una specie di prodotto naturale. Basta esser nati in uno Stato nazionale e si è per ciò stesso cittadini. I marxisti poi hanno sempre pensato che il cittadino fosse un elemento sovrastrutturale superfluo, illusorio e ingannevole. Il cittadino sarebbe finito con l’eliminazione dello Stato nel comunismo. Invece il citoyen è un raro prodotto storico, un prodotto che può realizzarsi solo in determinate condizioni, attraverso una lunga fase di formazione, anche sulla base di precisi e generosi investimenti delle istituzioni pubbliche. Condorcet è stato uno dei primi a rendersi conto che i cittadini dovevano essere formati, costruiti come corpi artificiali[17]. Schiere di studiosi hanno esaminato con cura i contesti storici e culturali in cui questa formazione è stata possibile[18]. Ma sono stati per lo più ignorati.

In realtà, accade sempre che i citoyen rendono possibile l’esercizio della democrazia e a, sua volta, la democrazia esercitata dovrebbe produrre e riprodurre in forma allargata i citoyen stessi. Ebbene, si tratta di prendere atto del fatto che questi processi virtuosi stanno vistosamente smettendo di funzionare, almeno in ampi settori delle società democratiche. So che dalle nostre parti l’antiamericanismo pregiudiziale è ancora molto diffuso. Gli antiamericanisti cronici si stanno fregando le mani, ma costoro non si rendono conto che, furbi come sono, stanno segando proprio il ramo su cui sono seduti.

25. I partiti democratici nelle democrazie occidentali, quale che sia la loro tradizione, sono del tutto impreparati di fronte alla mutazione antropologica di cui s’è detto e all’insorgere del nuovo populismo. Questo perché il populismo erode la formazione dei loro i citoyen e li trasforma in una moltitudine di estranei, ciascuno chiuso nella sua bolla comunicativa, in costante ricerca di una appartenenza virtuale al mondo simbolico artificioso messo in piedi dal leader. In un simile contesto non è più possibile alcun dibattito pubblico razionale intorno al bene comune, come voleva Rousseau. Diventa impossibile una opinione pubblica come quella preconizzata da Habermas. Diventa possibile solo un’adesione individuale al “popolo” per lo più di carattere emotivo, sulla base di una informazione limitata e spesso distorta. L’adesione avviene per le motivazioni più eterogenee, sulla base di interessi per lo più particolaristici, legati a situazioni specifiche e subordinati alle miriadi di frammenti virtuali di discorso che si producono ogni giorno. Diceva Umberto Eco che, prima della rete, le chiacchiere da bar degli avvinazzati restavano tali e non facevano danni. Dopo la rete, qualsiasi chiacchiera, per quanto assurda, può essere riprodotta e ricevere milioni di Like!. Può cioè costituire un popolo, buono a tutti gli usi.

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26. Se questo è vero, per le nostre forze democratiche, invece di continuare a concentrarsi sulla recita del campo largo, cui non crede più nessuno, e che comunque lascerebbe sempre vincere alla destra, si tratterebbe di prendere il toro per le corna. Si tratta di affrontare proprio quella mutazione antropologica di cui s’è detto, che sta dando ovunque il potere ai populisti. Le mutazioni non sono inesorabili. Ma intanto bisogna vederle, capirle e cominciare a combatterle. Non possiamo più permettere che i nostri citoyen siano sistematicamente corrotti (è proprio questo che avviene) e cadano nelle mani dei populisti come utili idioti.

Come si fa? Finché i democratici o progressisti saranno “sinistra ZTL”, per di più divisi, rissosi e privi di una cultura politica di qualche rilievo, non vinceranno mai e non combineranno niente di buono. Occorre una vera e propria rivoluzione culturale nel campo democratico. Le elezioni americane e le vicende dei Democrats americani come s’è visto, hanno parecchio da insegnare. Ma facciamo un esempio specifico, d’altro genere ma assai pertinente. Lo psicologo sociale Jonathan Haidt ha pubblicato una sua ricerca, davvero impressionante, che ha fatto discutere mezzo mondo[19]. È stata ora appena pubblicata in Italia. In soldoni, Haidt dimostra che l’uso dello smartphone e dei social da parte degli adolescenti produce danni gravissimi al loro sviluppo emotivo e cognitivo, fino a determinare un preoccupante aumento di disturbi psichiatrici e un aumento dell’autolesionismo e perfino del suicidio. Questo è un piccolo esempio di quello che ho chiamato mutazione antropologica. Ebbene, Haidt fa una serie di proposte radicali per ovviare alle problematiche denunciate. La più significativa, perfettamente fattibile, è proibire lo smartphone ai minori di 16 anni. Un piccolo passo per rientrare dalla mutazione. Ce la sentiamo?

27. Fuor di metafora, cosa possiamo fare per ricostituire i nostri citoyen? Si noti che è indubbio che si tratta di ricostruirli. Altrimenti saranno sempre pronti a seguire il primo Trump che passa. C’è un lavoro di lungo periodo che bisogna incominciare a fare, al di là delle contingenze della politichetta quotidiana. E questo lavoro possono farlo solo i democratici, quelli che sono rimasti. In primo luogo, i democratici devono riscoprire una cultura politica autentica della democrazia e devono fare una seria autocritica per quel che sono attualmente diventati. Secondariamente, si tratta di ricostruire la cultura civica della democrazia, quella che è stata devastata dalla mutazione antropologica e che rischiamo di perdere per sempre. In terzo luogo si tratta di ricostruire il capitale sociale, quella modalità relazionale fondamentale a livello locale che i populisti, nella loro illusione di unione totalizzante col popolo e col leader, distruggono sistematicamente. Cosa implica in pratica tutto ciò? Non ho spazio qui per affrontare la questione. Ci vorrebbe un altro saggio. Per intanto, sarebbe importante l’acquisizione di ciò che siamo andati sostenendo nella nostra analisi. Le elezioni americane ci stanno semplicemente spiegando che, senza un urgente e radicale cambiamento da parte dei democratici, non ci sarà più alcun futuro per la democrazia.

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Opere citate

2024 Haidt, Jonathan, The Anxious Generation, Penguin Press, New York. Tr. it.: La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli, Rizzoli, Milano, 2024.

2020 Henrich, Joseph, The WEIRDest People in the World, Farrar, Straus and Giroux. Tr. it.: WEIRD. La mentalità occidentale e il futuro del mondo, Il Saggiatore, Milano, 2022.

1977 Inglehart, Ronald, The Silent Revolution, Princeton University Press, Princeton. Tr. it.: La rivoluzione silenziosa, Rizzoli, Milano, 1983.

2018 Mouffe, Chantal, For a Left Populism, Verso, London. Tr. it.: Per un populismo di sinistra, Laterza, Bari, 2018.

2017 Ricolfi, Luca, Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi, Longanesi, Milano.

2022 Ricolfi, Luca, La mutazione. Come le idee di sinistra sono migrate a destra, Rizzoli, Milano.

2024 Ricolfi, Luca, Il follemente corretto. L’inclusione che esclude e l’ascesa della nuova élite, La nave di Teseo, Milano.

2021 Wagenknecht, Sahra, Die Selbstgerechten. Mein Gegenprogramm – für Gemeinsinn und Zusammenhalt, Campus Verlag GmbH, Frankfurt am Main. Tr. it.: Contro la sinistra neoliberale, Fazi Editore, Roma, 2022.

Note

[1] Questo saggio ha origine da una serie di appunti che ho preso mentre seguivo la maratona elettorale del bravo Mentana (su La 7). A partire dall’evento in diretta, ho poi sentito l’esigenza di formulare una qualche spiegazione di quel che stava accadendo. Si tratta ancora di riflessioni grezze, che avranno bisogno di ulteriori approfondimenti. Ringrazio gli amici di Città Futura, con i quali ho avuto occasione di discutere l’esito elettorale americano. Naturalmente, la responsabilità di quanto qui sostenuto è solo mia.

[2] A questo punto sento il ruggito dell’imbecille di turno: “L’ho sempre detto io, che la democrazia non funziona!”.

[3] Cfr. Inglehart 1977.

[4] Ne ho parlato in un mio saggio recente pubblicato su Città Futura. Cfr. sul mio Blog: Finestre rotte: Toh, chi si rivede. Etica e politica!

[5] In un mio saggio del 2017 mi sono occupato in dettaglio del populismo. Cfr. Finestre rotte: I soggetti del populismo.

[6] Cfr. Ricolfi 2017 e Ricolfi 2022.

[7] Cfr. Wagenknecht 2021.

[8] Naturalmente mi riferisco alla antropologia culturale, sebbene alcuni studiosi abbiano sostenuto la presenza anche di inquietanti mutazioni di ordine psicofisiologico.

[9] Il riferimento va qui al comunitarismo nord americano, che è una filosofia ivi alquanto diffusa e che sostiene che i soggetti della democrazia non sono gli individui bensì le comunità, le quali devono ottenere dallo Stato il riconoscimento.

[10] Cfr. Ricolfi 2024.

[11] Il termine “pacifinto” è nato come termine spregiativo in occasione degli accesi dibattiti intorno alla guerra tra Russia e Ucraina e serviva a sottolineare il fatto che la volontà di pacificazione di costoro era tale da prescrivere la resa immediata dell’Ucraina (col rischio anche di una sua sparizione dalla carta geografica) e dunque tale da determinare una pace ingiusta, accettando come un dato di fatto la forza superiore della Russia (e i suoi dati per scontati interessi “imperiali”). Personalmente, pur criticando questo tipo di pacifismo, mi sono sempre rifiutato di usare questo termine, proprio per il fatto che esso veniva usato più come strumento di offesa che come strumento di analisi. Ora possiamo invece intravvedere effettivamente uno schieramento amplissimo di forze – a livello internazionale e a livello nazionale, di destra e di sinistra – che sosterranno questa posizione, ovviamente ai danni della autodeterminazione della Ucraina e ai danni di qualsiasi sopravvivenza dell’ONU. Dunque, poiché ormai il fatto c’è, il termine è destinato a divenire un termine descrittivo, perfetto descrittore dei tanti creduli promotori di una pace fasulla. Un altro motivo che mi ha indotto all’utilizzo descrittivo del termine è il fatto che i pacifinti della prima ora erano tutti intenti a predicare che qualsiasi invio di armi fosse sicuramente controproducente, da non farsi anche a costo di indurre, per ciò stesso, alla resa gli aggrediti. Ebbene, in seguito ai fatti di Gaza, non ho sentito nemmeno uno dei pacifinti – oltre alla dovuta condanna di Hamas – battersi per sospendere qualsiasi rifornimento di armi a Israele, visto l’uso che Israele ha fatto, sta facendo e farà di quelle armi. Più finti di così! Secondo costoro, mentre l’Ucraina non è legittimata a difendersi, Israele è legittimata a usare la forza “per difendersi” come meglio le aggrada, fregandosene del diritto internazionale e dell’ONU. Si è arrivati a sostenere che l’ONU sia antisemita. Che a Gaza e altrove ci sia stato un uso sproporzionato della forza non lo dico solo io. Su queste basi equivoche, si costruirà il trumputinismo nostrano. Prevedo già che qualcuno ci farà sopra un bel movimento e magari si presenterà anche alle elezioni.

[12] I pacifisti filotirannici sono quelli che concepiscono l’uomo in termini hobbesiani, come naturalmente incapace di vivere pacificamente. L’unica pace possibile, per costoro, è la sottomissione a un tiranno cui sono concessi tutti i poteri, compreso il potere di vita e di morte. Ci si aspetta la pace dal tiranno perché si ritiene che costui, avendo già tutto, non sia spinto a togliere la vita ai sottomessi. Tuttavia c’è il piccolo inconveniente di trovarsi a fare un patto con un tiranno, il quale a rispettare i patti non è tenuto. Beninteso, l’assolutismo hobbesiano è una rispettabile teoria politica, che poteva anche essere adeguata ai suoi tempi. La quale tuttavia pare non abbia mai garantito la pace. Ai tempi nostri, i pacifisti filotirannici rientrano nel prototipo dei servi del potere. Spesso, di mestiere, fanno a vario titolo gli intellettuali.

[13] Il berlusconismo è più vivo che mai. Meloni e Salvini ne sono i continuatori.

[14] Vedi Mouffe 2018. Ho sviluppato una critica alla nozione di populismo di sinistra nel mio saggio Populisti, Ircocervi e Sarchiaponi. Cfr. Finestre rotte: Populismi, ircocervi e sarchiaponi.

[15] So bene che affermazioni del genere possono condurre alla facile accusa di elitismo. Nelle mie parole non c’è alcun disprezzo morale nei confronti degli elettori populisti. C’è solo la costatazione che le loro scelte alimentano di fatto le tendenze antidemocratiche.

[16] La distinzione è di Steven Lukes.

[17] Per questo alcuni individualisti fondamentalisti hanno accusato la democrazia di essere totalitaria.

[18] Questi temi sono stati trattati da giganti del pensiero come Tocqueville e Max Weber. In ordine di tempo, si veda Henrich 2020.

[19] Cfr. Haidt 2024.

Thalatta! Thalatta!

di Paolo Repetto, 15 novembre 2024

Mare, mare, mare
ma che voglia di arrivare
(da Mare mare di Luca Carboni,
cover dell’Anabasi di Senofonte)

Questo intervento nasce da una circostanza insolita, un estemporaneo reading nel quale si proponevano brani in prosa, poesie e testi di canzoni aventi per oggetto il mare. Per una peregrina associazione d’idee (peregrina perché ero capitato lì per caso e l’argomento non mi intrigava granché) mi è tornato in mente un piccolo saggio letto diversi anni fa, e poi dimenticato (non del tutto, evidentemente): si tratta di Terra e Mare, di Carl Schmitt. Ho citato la circostanza solo per ribadire un concetto cui sono molto affezionato, e cioè che occorre profittare positivamente davvero di tutto, lasciando sempre aperta la porta della conoscenza (o della reminiscenza), perché le cose passano lì davanti, e trovando aperto a volte entrano, anche senza essere esplicitamente invitate.

Ma veniamo a Carl Schmitt. Il personaggio è controverso: era un filosofo del diritto molto vicino, almeno nella fase nascente, al nazismo, del quale ambiva a diventare una sorta di guida spirituale. Diciamo che voleva “legittimare” il nazismo in punta di diritto, assunto decisamente improbo, vista la considerazione che del diritto, in tutte le sue accezioni, individuali o internazionali, i nazisti avevano. La cosa non garbava assolutamente a Himmler e alle sue SS, per cui il filosofo venne progressivamente emarginato, e quasi esiliato in patria, sino a tutto il secondo conflitto mondiale (una sorte molto simile a quella di Ernst Junger, col quale scrisse poi, nel 1953, un libro a quattro mani, Il nodo di Gordio). Schmitt peraltro non si ricredette e non rinnegò mai le sue posizioni originarie, limitandosi a sottolinearne la distanza da quelli che furono poi gli esiti “giuridici” del regime. Nel dopoguerra ha subito il destino di diversi altri suoi colleghi altrettanto e forse più compromessi, primo tra tutti Heidegger, che dopo un periodo di quarantena sono stati riesumati e reinterpretati. La riscoperta è avvenuta soprattutto all’interno di un filone di pensiero filosofico-politico che fa riferimento genericamente alla sinistra, ma che ormai, dopo che la conclamata fine delle appartenenze ha sdoganato tutto, dovremmo definire più propriamente post-moderno (quello per intenderci che va da Toni Negri ad Agamben, a Vattimo, allo stesso Cacciari, e che paradossalmente arriva a comprendere la “nouvelle droite” francese e il suo “maître à penser” Alain de Benoit).

Thalatta! Thalatta 02Terra e mare è stato scritto da Schmitt nel 1942, in un periodo nel quale il giurista, attento a non crearsi ulteriori problemi discettando di politica, si era dedicato piuttosto agli studi storici, e cercava conferme a una sua lettura quasi gnostica della storia: conferme che non aveva difficoltà a trovare, stante l’infuriare del conflitto e la convinzione di essere in presenza di cambiamenti epocali. Lo faceva presumendo per sé una condizione da iniziato, quella di chi va oltre la pura conoscenza dei fatti e delle vicende contingenti, e si spinge fino a riconoscere la trama segreta (che definisce ripetutamente “arcana”) entro la quale gli eventi si inseriscono e vanno letti. Di chi in sostanza cerca una verità esoterica, nascosta e negata anche agli “addetti ai lavori”, agli storici più qualificati. È un’interpretazione che sotto certi aspetti non esiterei a definire “complottista”, e questo è forse il motivo per cui avevo rimosso il testo: non manca tuttavia di offrire spunti di riflessione che, opportunamente depurati, possono rivelarsi fecondi.

Ci torno su dunque prescindendo per quanto possibile dal passato di Schmitt, dalle sue responsabilità e da qualsiasi giudizio sulle implicazioni politiche del suo pensiero: mi interessa solo seguire la sua particolare versione della storia dell’umanità.

Come premessa Schmitt rispolvera, sia pure in chiave metaforica, la teoria presocratica dei quattro elementi naturali, terra, acqua, aria e fuoco, che stanno all’origine della vita e che a suo parere condizionano la storia, quella naturale ma anche quella culturale. Questo a dispetto del fatto che la scienza abbia destituito di ogni fondamento la natura di sostanza semplice dei quattro elementi classici. “Nella nostra riflessione storica – scrive – possiamo attenerci ai quattro elementi, che per noi sono nomi semplici e intuitivi, caratterizzazioni generali che rinviano a differenti grandi possibilità dell’esistenza umana. […] Gli elementi di cui parlerò qui di seguito non sono dunque da intendere come grandezze meramente naturalistiche”.

Ho parlato di chiave metaforica, ma sono convinto che in qualche modo alle “proprietà” degli elementi primordiali Schmitt credesse veramente. Nel senso, almeno, che riteneva fondamentale l’influsso da questi esercitato non solo sui singoli individui, ma su intere comunità, su interi popoli. Che esistessero cioè «popoli “autoctoni” – cioè nati sulla terra – e popoli “autotalassici” – cioè foggiati esclusivamente dal mare, che non hanno mai calcato la terra e per i quali la terraferma non rappresentava altro che il confine della loro esistenza puramente marittima». E il ricorso ad un senso della natura precedente il “disincanto”, la “dissacrazione” del mondo avviata da Platone e Aristotele prima, e proseguita da Galileo, da Copernico e da tutta la scienza moderna poi, è perfettamente funzionale al percorso che il politico-giurista vuole disvelare.

Secondo Schmitt infatti l’antagonismo tra popoli “di terra” e popoli marittimi è il motore della storia delle civiltà, e il senso di questa storia lo si può intravedere analizzando le fasi dell’ostilità radicale tra ordinamenti tellurici e acquei.

Thalatta! Thalatta 03

Ora, è evidente che in linea generale l’uomo ha carattere essenzialmente terraneo. È figlio della terra, “cammina e si muove sulla solida terra […] e ciò determina il suo punto di vista, le sue impressioni e il suo modo di vedere il mondo”. Ma possiamo davvero dire “che l’esistenza umana e l’essere umano sono, nella loro essenza, puramente terrestri, e hanno solo la terra come riferimento? In fondo, nelle reminiscenze remote, spesso inconsce degli uomini, l’acqua e il mare rappresentano il misterioso fondamento originario di ogni vita”. Non solo; anche le recenti ricostruzioni evoluzionistiche ci attribuiscono un’origine oceanica, e sopravvivono ancora oggi “uomini-pesce la cui intera esistenza, l’immaginario e la lingua sono riferiti al mare” (cita ad esempio i navigatori polinesiani, i Canachi, ecc …). Questo apre scenari diversi. Ma non bisogna pensare a una determinazione ambientale, “perché – scrive Schmitt – se l’uomo non fosse altro che un essere interamente determinato dal suo ambiente, non vi sarebbe alcuna storia umana intesa come agire umano e deliberazione umana. Invece l’uomo ha la forza di conquistare storicamente la sua esistenza e la sua coscienza […] gode della libertà d’azione, e in determinati momenti storici può scegliere addirittura un elemento quale nuova forma complessiva della sua esistenza storica, decidendosi e organizzandosi per esso attraverso la sua azione e la sua opera”. Come e quando ciò sia avvenuto è appunto quel che Schmitt vuole raccontare.

Thalatta! Thalatta 04L’evidenza di una conflittualità primordiale tra i due ordini Schmitt la trova già nella narrazione biblica, laddove si fa riferimento a più riprese all’epica lotta tra Behemoth, bestia terrestre, e Leviathan, mostro marino. Non insiste poi sui riferimenti che potrebbe rintracciare anche nella mitologia greca, ma passa direttamente alla protostoria, con la vicenda di Creta, civiltà marittima che impone il suo controllo sul Mediterraneo orientale, e alla storia, con Atene che sconfigge soprattutto sul mare la potenza terranea persiana. Per contro Roma, civiltà “terrestre”, trionfa qualche secolo dopo sulla marittima Cartagine (ma solo in virtù di un rapidissimo adeguamento alla nuova “guerra ibrida”, combattuta sia per terra che sul mare). E dopo il crollo dell’Impero d’occidente, è Bisanzio con le sue navi a fungere da freno (ovvero, come dice Schmitt, da katechon) alle forze storiche avversarie. Nel frattempo a nord e nel Mediterraneo sudorientale si affermano altre potenze marinare: i vichinghi e i pirati saraceni. Poco più tardi le crociate saranno guidate da condottieri che sono espressione di una cultura militare e politica tutta terranea, ma a trarne il maggior profitto sarà la potenza marittima veneziana (stranamente Schmitt ignora quella genovese).

Il bilancio complessivo vede però prevalere fino a questo punto la civiltà terranea. Venezia stessa rimane pur sempre una civiltà costiera, che dispone quasi esclusivamente di navi a remi adatte al piccolo cabotaggio: gli scontri navali si risolvono in abbordaggi e nei combattimenti corpo a corpo sulle tolde delle navi, e soprattutto la navigazione non si spinge negli oceani, ma rimane ancorata al Mediterraneo. Esattamente come accadeva ai tempi di Temistocle e di Euribiade.

In sostanza, non cambia la visione del mondo: per tutto il medioevo il mare non rappresenta un elemento “alternativo” sul quale un popolo può basare le proprie fortune. Il vero cambiamento si ha invece nel XV secolo, con le scoperte geografiche, e prima ancora con le innovazioni che le rendono possibili: tra tutte l’adozione di vele orientabili che consentono di navigare anche controvento, ma anche tecniche costruttive che rivestono gli scafi di un fasciame a prova di oceano o che consentono di governare la nave con timoni a ruota, liberando il ponte. Anche sul piano militare la battaglia navale diventa un’altra cosa, grazie al posizionamento di bocche da fuoco a bordo delle imbarcazioni da guerra, per cui gli scontri si svolgono a distanza e non necessitano più di una superficie che simuli la terra.

A consentire il vero slancio verso il mare è dunque la scoperta di un nuovo mondo, che dischiude gli oceani e offre immensi spazi di conquista: e a questa corsa partecipano, in maniera e misura diversa, tutti i paesi europei, anche se sarà poi solo l’Inghilterra a raccogliere fino in fondo la sfida del mare.

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Cronologicamente Schmitt riconosce una priorità agli olandesi, attribuendo con una certa forzatura alla loro cantieristica la svolta tecnica decisiva (e nella sua ottica questa attribuzione appare giustificata). Tributa poi un romantico omaggio agli uomini che giovandosi di tali innovazioni portano le nuove tecnologie, le nuove ambizioni e il conseguente nuovo punto di vista in ogni angolo del mondo: i pirati, i corsari e i balenieri. Può sembrare una divagazione bizzarra, ma ha anch’essa un suo perché. I balenieri sono per Schmitt, lettore appassionato di Moby Dick, gli eroici scopritori di acque e terre sconosciute, che affrontavano il Leviatano coi loro arpioni nei mari freddi del nord, si fondevano con l’elemento marino e ne conoscevano gli abissi. “Era un combattimento mortale fra due esseri viventi che, senza essere pesci nel senso zoologico, si muovevano entrambi nell’elemento del mare”, nel quale si creava “un intimo legame di amicizia-ostilità tra il cacciatore e la sua preda”.

Quanto ai pirati e ai corsari di tutte le nazioni, sottolinea che tanto gli ugonotti francesi che i puritani inglesi e i calvinisti olandesi, tra i quali soprattutto per due secoli furono arruolati gli “scorridori” dei mari, professavano lo stesso credo protestante e avevano un comune nemico politico, ossia la Spagna, la potenza mondiale cattolica. Ora, il protestantesimo, e massime il calvinismo con la sua idea di predestinazione, ha una vocazione individualista-universalista che trascende lo spazio della comunità, istituendo un rapporto diretto tra il singolo e Dio. Ciò significa che sul singolo ricade una maggiore responsabilità, ma anche che questa ultima è connessa a una maggiore libertà, a una reale possibilità di scegliere il proprio destino (e qui Schmitt pesca più o meno direttamente da Max Weber). Tutto questo produce una serie di risvolti economici, politici e giuridici che vedremo.

Insomma: per Schmitt i popoli cattolici hanno un rapporto con la terra assai più intenso rispetto a quelli protestanti, che sono invece aperti al mare e all’industria. In questo senso, come l’etica protestante ha sospinto lo spirito capitalistico, analogamente può dirsi che l’élite protestante, motivata dalla forte presunzione di una propria “superiorità” morale e spirituale, ha fornito il supporto ideologico e le energie umane alla scelta per il mare.

Esiste anche una connessione significativa tra elemento marittimo e capitalismo. Quest’ultimo nasce dall’arricchimento derivante dal “capitalismo di rapina”. Gli inglesi divengono ricchi navigatori anche in virtù delle grassazioni dei loro corsari, e l’Inghilterra decide infine per il mare, per il capitalismo, per la “deterritorialità” e la “destatualità”, per l’universalismo, non solo ereditando la tradizione marittima e le imprese oceaniche di tutti gli altri popoli europei, ma saccheggiandone le ricchezze necessariamente affidate al trasporto via mare.

Fin qui, come si è visto, lo spunto usato da Schmitt per reinterpretare la storia universale non è affatto originale. Fa riferimento a Hegel, che nei Lineamenti di filosofia del diritto naturale e scienze della terra rigettava il determinismo ambientale proposto ad esempio da Montesquieu (per il quale i diversi caratteri degli uomini e dei popoli sono legati agli influssi del clima e della conformazione del suolo), e considerava invece fondamentale l’opposizione terra-mare per accedere a un livello di interpretazione storico-filosofica più alto e universale. Hegel scriveva ad esempio: «Come per il principio della vita familiare è condizione la terra, cioè il “fondo” e il “terreno› stabile”, così per l’industria l’elemento naturale che la anima verso l’esterno è il “mare”. Nella brama di guadagno, esponendo al pericolo il guadagno stesso, l’industria si eleva a un tempo al di sopra di esso, e soppianta il radicarsi nella zolla e nella cerchia limitata della vita civile, i suoi godimenti e desideri, con l’elemento della fluidità, del pericolo e del naufragio. In tal modo, inoltre, attraverso questo superiore mezzo di collegamento, l’industria ingloba delle terre lontane all’interno del traffico commerciale – cioè di un rapporto giuridico che introduce il contratto –, e in questo traffico rinviene al tempo stesso il massimo mezzo di civilizzazione. Qui il commercio riceve il proprio significato cosmostorico».

L’originalità di Schmitt sta dunque solo nella valutazione che dà di questo processo storico e del suo temporaneo esito, che non è altrettanto positiva di quella di Hegel, e apre comunque altri scenari. Va considerato, tra parentesi, che per entrambi i filosofi tedeschi la vicenda inglese è emblematica, ma mentre Hegel parla di un’Inghilterra all’epoca sua alleata della Prussia, e per molti aspetti riferimento alto di civiltà, Schmitt la vede invece come la potenza nemica per eccellenza del suo Reich. Non parla di “perfida Albione”, ma insomma, non mostra nemmeno una calda simpatia. D’altro canto, qui le simpatie c’entrano poco: deve trattarla per quello che rappresenta nel quadro dialettico che sta tratteggiando.

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Con l’Inghilterra infatti siamo per Schmitt di fronte a un caso unico. La sua peculiarità, la sua unicità consistono nel fatto che “l’Inghilterra compì una trasformazione elementare in un momento storico e in un modo del tutto differenti da quelli delle precedenti potenze marittime, trasferendo cioè veramente la sua esistenza dalla terra all’elemento del mare. Essa così non vinse soltanto molte battaglie navali e molte guerre […], ma anche […] una rivoluzione di immensa portata, una rivoluzione spaziale”.

Analogamente a quanto già fatto nei confronti degli elementi, qui Schmitt si svincola dalle concezioni della spazialità proprie delle scienze naturalistiche. La concezione dello spazio, scrive, muta a seconda dell’osservatore, delle sue esperienze, della sua vita: un contadino, un marinaio o un aviatore hanno evidentemente dello spazio esperienze ben diverse. Anche in questo caso, nulla di particolarmente originale: Jules Michelet, ad esempio, aveva già trattato ampiamente questo tema un secolo prima, ne La mer. Ma per il giurista tedesco le differenze di sguardo sono ancora più grandi e profonde quando si tratta nel complesso di popoli diversi e di diverse epoche della storia dell’umanità. Lo spazio viene infatti costruito e costantemente ridefinito dallo sprigionarsi delle energie storiche. Cambia a seconda dei parametri che si adottano per misurarlo, dei tempi necessari per percorrerlo e dei modi in cui lo si fa. A dimostrazione porta gli esempi di grandi rivoluzioni spaziali avvenute nell’antichità. Quella di Alessandro il Grande, che violò le porte dell’oriente e mise a contatto ravvicinato delle culture prima contrapposte. Quella di Giulio Cesare, che conquistò la Gallia e la Britannia dilatando uno spazio politico che un secolo dopo copriva tutte le coste meridionali del Mediterraneo e arrivava a settentrione all’Atlantico. Quella determinata dalla comparsa sulla scena mondiale dell’Islam, che costrinse per secoli l’Europa a rinchiudersi in se stessa e in un rapporto quasi esclusivo con l’economia (e la cultura) della terra. Quella infine prodotta dalle crociate, a partire dal XII secolo, che riaprì i traffici commerciali e culturali col Vicino Oriente, avviando così nuovi traffici commerciali, e indusse una volta ancora un cambiamento nel concetto di spazio.

Nulla di tutto ciò è tuttavia paragonabile, per Schmitt, a quanto avviene nei secoli XVI e XVII. Non si tratta più soltanto di un adeguamento “quantitativo” nella percezione della spazialità, ma di una vera e propria rivoluzione spaziale, con tutto quello che comporta sotto il profilo culturale. La scoperta di mondi nuovi al di là dell’oceano fornisce la definitiva conferma della sfericità del globo terrestre e prelude anche alla rivoluzione copernicana, all’eliocentrismo, alla definizione delle orbite terrestri, all’idea di un universo infinito, alla formulazione della legge di gravità. Anzi, secondo Schmitt l’ordine andrebbe invertito: è proprio il rivoluzionamento del concetto di spazio ad aver consentito la scoperta di un nuovo continente e di nuovi oceani, piuttosto che il contrario. Altri prima di Colombo avevano toccato le coste americane, ma senza che questo originasse la coscienza di una “scoperta”. La scoperta implica infatti energie spirituali e consapevolezza storica superiori rispetto a ciò che viene scoperto: “Occorre una trasformazione dei concetti di spazio che abbracci tutti i livelli e gli ambiti dell’esistenza umana”.

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Qui Schmitt approda al campo di ricerca che gli è più congeniale. Questo rivoluzionamento del concetto di spazio cambia lo stato giuridico (il nomos) delle terre scoperte (e di chi le abita), che vengono conquistate, spartite e sfruttate dai popoli europei schiavizzando o addirittura eliminando le popolazioni indigene. Lo fanno invocando quali giustificazioni giuridiche la diffusione del cristianesimo prima e la civilizzazione di genti barbare dopo: “Da tali giustificazioni nacque un diritto internazionale cristiano-europeo, ossia una comunità dei popoli cristiani d’Europa contrapposti al resto del mondo. Questi popoli costituirono una famiglia delle nazioni, un ordinamento interstatale” che prevedeva un diritto internazionale dal quale i popoli non cristiani erano esclusi, o rappresentavano al più un oggetto. “L’epoca delle scoperte può essere definita altrettanto bene – e forse in modo ancora più esatto – come l’epoca della conquista di terra da parte dell’Europa”.

Il nuovo diritto non è dunque più quello della medioevale res publica cristiana. I popoli che hanno aderito alla riforma non riconoscono la spartizione (la raya) tracciata dall’autorità papale, e portano avanti una ridefinizione del nomos, del diritto terrestre e marittimo, che culmina in quello che diverrà lo jus publicum europaeum, il nuovo diritto internazionale, dettato dalla potenza inglese in quanto dominatrice dei mari.

Insomma, gli europei considerano i territori d’oltreoceano come terra aperta alla conquista, nella quale non valgono le stesse regole e le stesse autorità valide nel vecchio continente. Questi territori sono intesi, si potrebbe dire, più come una continuazione del mare che come un’appendice del suolo europeo, e in quanto tali consentono libero corso alle ambizioni dei nuovi soggetti politici che si affacciano alla ribalta della storia.

Sto semplificando molto, ma la sostanza dell’analisi di Schmitt è questa. Il disconoscimento dei poteri ai quali faceva riferimento la normativa precedente, il papato e l’impero, determina una crisi di legittimità. L’idea di una casa comune cristiana, sulla quale bene o male tutto il medioevo si era retto, si dissolve, e ciò innesca situazioni di conflitto che sono diverse nelle cause, nei modi e negli esiti da quelle del mondo antico e medioevale. Dapprima almeno ufficialmente questi conflitti mantengono un carattere di scontro religioso (la guerra dei trent’anni, ad esempio), ma assumono poi via via le valenze di guerre civili.

Ora, per comporre queste conflittualità cruente e indiscriminate (l’hobbesiano bellum omnium contra omnes) si afferma sempre più lo Stato “moderno”, che regolamenta gli scontri e definisce la linea amico/nemico, sulla base però di una inimicizia orientata all’appropriazione territoriale. La politica dello stato è una politica di potenza, e funziona giocoforza a detrimento di altre entità statali-territoriali, perché la potenza, nella prospettiva continentale. si misura essenzialmente nella quantità di territorio controllato. Regolamentare gli scontri non significa dunque liquidarli. Significa “formalizzarli”, dettare regole per la loro conduzione (ad esempio, una guerra si inizia con una dichiarazione di guerra e si chiude con un armistizio), per quanto possibile senza coinvolgere i civili e facendo un uso moderato della violenza: in pratica al nemico viene riconosciuto uno status giuridico, ne vengono considerate, anche se non accettate, le ragioni. Tutto questo naturalmente in linea teorica, perché poi la dicotomia amico/nemico può essere estesa fino all’annientamento fisico dell’avversario. È comunque evidente che queste regole valgono solo fino a quando l’elemento di riferimento rimane la terra, sulla quale hanno senso dei confini e le distinzioni che questi impongono. La violenza viene dunque limitata nel Vecchio Continente, ma può esplodere senza vincoli sul mare e nei territori extraeuropei.

Ecco che si chiarisce allora il ruolo dei pirati e dei corsari di cui sopra. Hanno aperto un fronte nuovo, i primi scorrazzando per i mari come nemici di tutti, hostes humani generis, i secondi facendolo come “imprenditori privati”, autorizzati da lettere di corsa rilasciate dai loro governi ad arrembare le navi nemiche. Gli uni e gli altri hanno annunciato la grande trasformazione, anticipando il nuovo equilibrio tra elementi e tra continenti.

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In sostanza: il mare – che appare infinito, illimitato e sempre uguale a se stesso – a differenza della terra rimane libero per la pesca, la navigazione pacifica e la belligeranza. Rimanda in fondo allo stato di natura. La guerra che si combatte su di esso è guerra indiscriminata di preda e di distruzione, coinvolge tutto il naviglio battente bandiera nemica e persino le navi di paesi neutrali che commercino col nemico. La guerra terrestre mirava invece alla conquista di territorio e dunque a preservarne la popolazione, le risorse e l’ordine pubblico. Anche un’occupazione temporanea tendeva pur sempre alla conservazione dell’ordine sociale e dell’ordinamento giuridico vigente, se in linea con lo standard europeo.

La trasformazione agisce ancor più in profondità. Come abbiamo già visto sottolineare da Hegel, l’opzione per un’espansione marittima si è rivelata assolutamente funzionale alla rivoluzione industriale. Le innovazioni tecniche hanno senz’altro facilitato anche gli spostamenti via terra, ma per la traversata e la conquista dei mari sono addirittura cruciali. Il controllo e il dominio progressivo dell’elemento marino si sono immediatamente legati al progresso dell’equipaggiamento tecnico, che ha diminuito i rischi, sollecitato l’azzardo e alimentato la fiducia in una libertà senza limiti. Tradotto in concreto, questi stimoli e le risposte che hanno dettato hanno costituito il volano per le scoperte industriali che tra Settecento e Ottocento hanno valso all’Inghilterra il primato tecnologico ed economico.

L’epoca del libero commercio fu anche l’epoca del libero dispiegarsi della superiorità industriale ed economica dell’Inghilterra. Libero mare e libero mercato mondiale si unirono in una idea di libertà di cui solo l’Inghilterra poteva essere il latore e il custode”. Un’idea di libertà che si traduceva anche nell’aspettativa (non solo da parte degli inglesi, ma di tutto il mondo in via di industrializzazione), legata al rapido incremento della ricchezza, di un Paradiso terrestre millenario.

E tuttavia, durante la fase quasi bisecolare di dominio sul mondo, un dominio che sembrava definitivo, la rivoluzione industriale stava producendo anche una rivoluzione rispetto all’essenza stessa dell’isola e una mutazione antropologica della sua gente: “Da grande pesce il Leviatano si trasformò in macchina […]. La macchina mutò il rapporto dell’uomo con il mare. La temeraria specie di uomini che fino a quel momento aveva fatto la grandezza della potenza marittima perse il suo antico significato. […] Tra l’elemento del mare e l’esistenza dell’uomo si frappose un dispositivo meccanico”.

Secondo Schmitt altro è misurarsi col mare in un corpo a corpo, altro è invece un dominio meccanizzato, dovuto alla tecnologia navale sviluppata. “L’esistenza puramente marittima – il segreto della potenza mondiale britannica – era stata colpita nella sua essenza […]. Il mare rimase un forgiatore di uomini, ma l’azione di quella spinta che aveva trasformato un popolo di pastori in corsari diminuì, e a poco a poco cessò”.

E così, già all’alba del ventesimo secolo lo spazio d’azione delle grandi potenze si era talmente ampliato da non consentire più un predominio marittimo britannico. Si affacciavano sulla scena altri concorrenti, aventi alle spalle un potenziale industriale ben maggiore (gli Stati Uniti, ad esempio, ma anche la stessa Germania). Soprattutto però si stavano aprendo le altre due dimensioni, quella dell’aria con l’invenzione degli aeroplani e le applicazioni dell’elettricità, e quella del fuoco con i motori a combustione e con le bombe deflagranti e detonanti.

Sugli sviluppi futuri Schmitt è molto prudente. Non dimentichiamo che scrive in Germania, nel bel mezzo del conflitto più spaventoso che l’umanità abbia mai conosciuto, mentre la Luftwaffe è appena uscita sostanzialmente sconfitta dalla battaglia aerea d’Inghilterra e l’Operazione Barbarossa ha bruciato oltre mezzo milione di veicoli e milioni di uomini sul fronte russo. Sono avvenimenti che confermano da un lato e smentiscono dall’altro le sue idee sul dominio dell’aria e della potenza di fuoco. Mentre già intravede il fallimento del progetto tedesco di espansione territoriale sul continente, gli riesce difficile immaginare un nuovo assetto dell’ordine mondiale.

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Si limita quindi a constatare che il nuovo stadio della rivoluzione spaziale ha già prodotto un ulteriore mutamento del concetto di spazio. “Oggi non concepiamo più lo spazio come una mera dimensione in profondità, vuota di qualsiasi contenuto pensabile. Lo spazio è diventato per noi il campo di forze dell’energia, dell’attività e del lavoro dell’uomo.” Il che, scritto ottanta anni fa, mostra una notevole capacità di preveggenza, se consideriamo che il fattore produttivo principale oggi è il lavoro immateriale, il traffico di informazioni che avviene appunto attraverso lo spazio aereo.

Inoltre “rispetto all’epoca dei velieri per l’uomo il mondo del mare è mutato elementarmente. Oggi, in tempo di pace, qualsiasi armatore può sapere giorno per giorno e ora per ora in quale preciso punto dell’oceano si trova la sua nave in mare aperto. Ma, se le cose stanno così, viene a cadere anche quella separazione di terra e mare su cui si fondava il legame durato sinora tra dominio marittimo e dominio mondiale”.

Insomma: “Cresce, inarrestabile e irresistibile, il bisogno di un nuovo nomos del nostro pianeta. Lo invocano le nuove relazioni dell’uomo con i vecchi e i nuovi elementi, e lo impongono le mutate dimensioni dell’esistenza umana”. In tutto questo “molti vedono solo un disordine privo di senso, laddove in realtà un nuovo senso sta lottando per il suo ordinamento”.

Che il mutamento si sia verificato, e che sia stato radicale quanto e forse molto più di quello del XVI secolo, è indubbio. Che un nuovo senso si sia affermato, è già più discutibile: o almeno, si è senz’altro affermato, ma sarebbe assai difficile anche per Schmitt riconoscerlo. Direi che se gli antesignani dobbiamo coglierli, invece che nei corsari, nei filibustieri della finanza e nei pirati informatici, allora il futuro si annuncia davvero fosco.

Dovremmo cominciare a prendere in considerazione un quinto “elemento”, ignoto ai filosofi antichi: un virus spirituale malefico e istupidente, capace di convogliare ogni umana volontà di potenza in una voluttà di suicidio di tutta la specie.

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La cosa buffa, o preoccupante, a seconda di come la si vuol vedere, è che in realtà non intendevo fare l’esegesi della Weltanschauung di Schmitt. Spero lo si sia capito, perché altrimenti dovrei vergognarmi del risultato. Non rientrava nel mio progetto iniziale e nemmeno è nelle mie forze. Oltretutto, Schmitt non è affatto tra i miei autori di riferimento. È capitato però che, rileggendo Terra e Mare, mi sia reso conto di aver completamente trascurato in un precedente scritto sulla rivoluzione industriale inglese (Perché l’Inghilterra?) l’aspetto di cui vi si parla: che non sarà determinante quanto lo vorrebbe Schmitt, ma è comunque tutt’altro che trascurabile. Volevo dunque fare parziale ammenda di questa lacuna e nel contempo offrire un po’ di informazione a chi non conoscesse il libro. Ma soprattutto volevo giustificare alcune considerazioni che il reading prima e la rilettura di Terra e Mare poi hanno indotto.

Devo ammettere però che l’argomento mi ha preso la mano e a quel punto le mie considerazioni, che non riguardavano la storia del mondo, ma alcuni particolari aspetti del carattere, del mio e di quello di popoli che un poco conosco, sono passate in second’ordine. Mi limito dunque ad accennarle, ripromettendomi magari di tornarci su in altra occasione. Basterà questo comunque a rendere evidente che non sono in grado di abbandonarmi a una riflessione senza filtrarla attraverso le esperienze letterarie. È così, non posso farci nulla.

Sul mio rapporto col mare

Amo nuotare, ovunque, ma tanto più in mare. Dal momento che lo faccio quasi sempre in Liguria, quando mi spingo un po’ più al largo approfitto per abbandonarmi a galleggiare a morto, rivolto indietro a considerare l’arco dei primi contrafforti appenninici che chiudono lo sguardo a poche centinaia di metri, a volte a poche decine, dalla riva. Confronto quella barriera naturale con l’immagine che ho davanti, un orizzonte piatto e aperto e invitante, che una suggestione culturale mi fa percepire persino leggermente incurvato. E mi chiedo spesso da cosa sono maggiormente attratto. Da un lato c’è la sicurezza della terraferma, tanto più di una riva difesa alle spalle da una recinzione orografica che crea identità territoriale, racchiude un mondo che conosco e che mi è famigliare, anche se tecnicamente ne vivo al di fuori. Anzi, questa distanza mi porta a percepirne forse ancora meglio il particolare carattere aspramente “terrigno”. Dal lato opposto si apre la possibilità di fuga verso altri mondi, quali che siano, dove non valgono le stesse regole, le stesse consuetudini, lo stesso “nomos” direbbe Schmitt, che vale sulla mia terra. La possibilità di essere “un uomo libero, un orgoglioso nuotatore che fendeva l’acqua in cerca di un nuovo destino”, come Il Clandestino di Conrad. Ancora oggi, quando l’età mi ha tolto ogni voglia di sperimentare il nuovo e il diverso, e sempre più volentieri mi rifugio nella sicurezza del consueto, mi capita di rivolgermi la stessa domanda: magari ad una distanza sempre minore dalla riva, per cui la risposta parrebbe già implicita: ma ancora sto a chiedermi se il mio sia stato, al netto di esiti tutt’altro che clamorosi, uno spirito avventuroso o uno tranquillo, talassico o terraneo.

Se provo a interrogare le scienze naturali o quelle psicologiche ricevo risposte contraddittorie, almeno rispetto alle mie esperienze. Per la biologia il contatto e la vicinanza con l’acqua aumentano il rilascio di dopamina e serotonina, le sostanze chimiche collegate alla felicità. Per lo psicologo l’acqua non solo simboleggia la vita, ma anche la rinascita. Il movimento del mare e la sua immensità hanno un effetto quasi ipnotico, che genera una sensazione di tranquillità e benessere che ci permette di rigenerarci. In effetti, anche in molte religioni il mare viene considerato simbolo di purificazione. Per la psicanalisi poi il mare è una delle immagini più frequenti dell’inconscio, di quello personale come di quello collettivo. E via di questo passo.

Devo avere un metabolismo un po’ bizzarro, perché le sensazioni che il mare mi trasmette sono diverse. Su di me l’effetto è adrenalinico, non certo di tranquillità, ma di voglia di solcarlo, di penetrarlo. Non resisto cinque minuti sulla spiaggia, devo entrare in acqua e spingermi al largo. Byron descrive perfettamente questa pulsione ne Il pellegrinaggio del giovane Aroldo:

E io ti ho amato, Oceano,
e la gioia dei miei svaghi giovanili,
era di farmi trasportare dalle onde
come la tua schiuma;
fin da ragazzo mi sbizzarrivo con i tuoi flutti,
una vera delizia per me.
E se il mare freddo faceva paura agli altri,
a me dava gioia,
Perché ero come un figlio suo,
E mi fidavo delle sue onde, lontane e vicine,
E giuravo sul suo nome, come ora.

(e tra l’altro l’ha anche tradotta in vere imprese natatorie, come la traversata dei Dardanelli, ripetuta un secolo e mezzo dopo, a settant’anni, da Patrick Leigh Fermor, e da Charles Sprawson. Io, molto più modestamente, mi spostavo da Quarto a Bogliasco)

In gioventù ho anche navigato, sia pure per un breve periodo, e non su una nave da crociera ma imbarcato come mozzo (all’epoca la dizione, non so se ancora politicamente corretta, era “piccolo di camera”) su una petroliera: ebbene, la sensazione era la stessa: la voglia di andare avanti, di vedere altro mare. Non si trattava certo di una sfida, il natante su cui viaggiavo non era una barchetta a vela ma un mastodonte più che sicuro. Era piuttosto la strana sensazione di stare immerso in qualcosa che visto da riva, come scrive Michelet,” soprattutto quando c’è calma piatta e le onde si frangono tranquille e regolari sulla rena, ti trasmette il senso dell’instancabile eternità”, dalla quale non puoi che essere escluso: mentre visto da dentro, quando lo percorri, non appare più come quell’entità infinita ed eterna che ti respinge e ti annichilisce, ricordandoti la tua diversità. Ho anche constatato di non soffrire affatto il rollio o il beccheggio delle onde, neppure quando in mezzo a una tempesta erano particolarmente accentuati. Ancora dal giovane Aroldo:

Sull’acqua ancora una volta. Malgrado tutto sull’acqua!
E le onde sotto di me scalpitano come un destriero
Che conosce il suo cavaliere. Sia benvenuto il loro mugghiare!
Ovunque mi portino mi guidino rapide!

A quanto pare ho nelle vene un po’ di sangue inglese.

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… e sul mio rapporto con l’Inghilterra

Qui mi soccorre la lettura di Terra e Mare. Ho sempre nutrito una grande ammirazione per lo spirito inglese, a dispetto di quanto ne dice mia figlia, che vive sull’isola, ne è cittadina, ma non ha dei suoi connazionali una grande opinione. La mia ammirazione ha una matrice letteraria, senz’altro, perché la letteratura inglese è quella cui ho maggiormente attinto sin da ragazzo e che ha alimentato alla grande la mia fame giovanile di viaggi e di avventura. Il riferimento obbligato in questo caso è naturalmente Stevenson. “Per un ragazzo di dodici anni traversare la Manica è come cambiare cielo; per un uomo di ventiquattro traversare l’Atlantico significa appena un lieve cambiamento di alimentazione. Ma io ero ormai uscito fuori dall’ombra dell’Impero Romano, che ci ha dominato dalla culla con le rovine dei suoi monumenti, le cui leggi e la cui letteratura ci assediano da ogni parte, piene di divieti e di costrizioni.” Schmitt avrebbe visto in queste parole una conferma della sua analisi.

Naturalmente parlo dell’Inghilterra di ieri, o perlomeno dell’immagine di sé che quel paese fino a ieri riusciva a trasmettere. Mi son fatto l’idea (e quando mi faccio un’idea rimane ben radicata) che quello inglese sia un popolo che ha saputo mediare tra la volontà di fuga e di rottura e l’attaccamento alla terra e alle convenzioni. Ha attraversato gli oceani non per dimenticare la sua isola, ma per espanderla, per portarne un pezzo altrove, e magari per rigenerarla. Credo anche che il suo rapporto col mare sia stato in gran parte determinato dalle condizioni di temperatura e di violenza di quest’ultimo. Il mare inglese, lo dico per esperienza diretta, non è fatto per starci ammollo ma per essere affrontato: le sue onde, le sue correnti e le sue maree vanno conosciute e rispettate. Conrad ne era consapevole, tanto da scrivere che “Il mare non è mai stato amico dell’uomo. Tutt’al più è stato complice della sua irrequietezza”. Ma questo non implica un rifiuto, anzi: “Scoprii quanto ero uomo di mare, nel cuore, nella mente e, per così dire, nel corpo: un uomo esclusivamente di mare e di navi; il mare, l’unico mondo che contasse, e le navi, un banco di prova di virilità, di carattere, di coraggio, di fedeltà e d’amore”. Anche qui mi riconosco.

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Infine: sui popoli di terra e su quelli di mare

Ricordo che mentre leggevo Il Mare di Michelet mi erano tornati in mente proprio i versi di Byron. Mi erano tornati in mente perché l’incipit del libro di Michelet trasmette un’immagine ben diversa: “Un coraggioso marinaio olandese, fermo e freddamente osservatore, che trascorre la sua vita in mare, dice francamente che la prima impressione che si riceve è la paura. L’acqua, per tutti gli esseri terrestri, è l’elemento non respirabile, l’elemento dell’asfissia. Barriera fatale, eterna, che separa irrimediabilmente i due mondi”.

E continua su questo tono, sottolineando come “Gli orientali vedono solo l’abisso amaro, la notte dell’abisso. In tutte le lingue antiche, dall’India all’Irlanda, il nome del mare ha come sinonimo o analogo il deserto e la notte. […] La massa immensa in estensione, enorme in profondità, che copre la maggior parte del globo, sembra un mondo di tenebre. Questo è soprattutto ciò che colse e intimidì i primi uomini […]”.

Quanto al rapporto con l’acqua marina, è l’esatto contrario di quello di Byron: “L’acqua del mare non ci rassicura in alcun modo con la sua trasparenza. Non è la simpatica ninfa delle sorgenti, delle limpide fontane. È opaca e pesante; colpisce forte. Chiunque vi si avventuri si sente fortemente spinto in alto. È vero che aiuta il nuotatore, ma lo controlla; e questi si sente come un bambino debole, cullato da una mano potente, che potrebbe facilmente spezzarlo”.

Il libro è poi in realtà tutto un peana ai doni del mare, ai benefici per la salute e per l’economia, ecc …. Ma con un rispetto che non è quello di Conrad. Intanto “Le piccole libertà audaci che ci prendiamo sulla superficie dell’elemento indomabile, la nostra audacia nell’incontrare questo profondo sconosciuto, sono poche, e non possono fare nulla per il giusto orgoglio che il mare mantiene, in realtà, chiuso, impenetrabile”.

Del resto anche Hegel aveva già affermato che “Il coraggio di fronte al mare deve essere insieme astuzia, perché ha a che fare con ciò che è astuto, con l’elemento più malsicuro e mendace. Questo infinito piano è assolutamente morbido, non resiste affatto ad alcuna pressione, neanche al soffio: ha l’aria infinitamente innocente, remissiva, amabile, carezzevole, ed è appunto questa cedevolezza che cambia il mare nel più pericoloso e formidabile elemento”.

Insomma, si direbbe che i popoli continentali, anche quelli che hanno avuto dei cantori del mare come Victor Hugo, Jules Verne o Pierre Loti, e sono bagnati su tre lati, col mare non abbiano mai conquistato la stessa confidenza degli inglesi. Questo vale tanto per i francesi (quando soggiorna in Bretagna e in Normandia, Michelet constata che i pescatori sono tutti ugonotti) e per gli spagnoli (i loro più grandi navigatori, Colombo e Magellano, arrivano da fuori) che per gli italiani: un po’ meno per i portoghesi e per gli olandesi. Per Hegel, e anche per Schmitt, in quanto tedeschi la cosa è già più comprensibile (ma ad Hegel non piacevano nemmeno le montagne, non piaceva nulla che non fosse immediatamente ric0onducibile sotto il dominio della ragione). Per quanto concerne gli italiani, popolo di santi, poeti e navigatori, in fondo questi ultimi si sono storicamente formati sulle acque relativamente più tranquille del Mediterraneo. Dei santi conviene tacere, ma anche i nostri poeti non mostrano una particolare dimestichezza con l’elemento marino. Quando raramente ne parlano, come Montale in Maestrale, lo fanno dalla riva, avendo di fronte un mare placido:

S’è rifatta la calma
nell’aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
a pena svetta.
Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora
il cammino ripiglia.

La domanda a questo punto torna ad essere: gli inglesi sono diventati un popolo talassico per forza di cose, dal momento che vivevano su un’isola (ma allora i sardi? o gli abitanti dei Caraibi), o per una scelta spirituale, come in fondo afferma Schmitt e come già argomentava Michelet? (“La razza inglese – scrive quest’ultimo – ha riacquistato una forza straordinaria e un’attività estrema. Il suo rinnovamento lo deve prima al suo grande business (niente di sano come il movimento), poi, va detto, anche al cambiamento delle sue abitudini. Adottò un’altra dieta, un’altra educazione, un’altra medicina; tutti volevano essere forti per agire, commerciare, vincere.”)

Ma soprattutto: non è che il rapporto col mare agisca sui singoli individui come fa a livello delle popolazioni, e che anche là dove non è la causa sia quanto meno l’indizio di una precisa scelta esistenziale? Non c’è alcun giudizio di valore dietro questa domanda. Solo verrei capire se anch’io, sotto sotto, sono un calvinista.

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La breve bibliografia qui suggerita raccoglie sia i libri ai quali ho fatto diretto riferimento nel pezzo, sia alcuni di quelli che, senza comparire, lo hanno ispirato.

George Byron, Il pellegrinaggio del giovane Aroldo, Kessinger 2010
Joseph Conrad, La linea d’ombra, Rizzoli 2008
Joseph Conrad, Il Clandestino, De Agostini 1982
Friedrich Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, Bompiani 2006
Victor Hugo, I lavoratori del mare, Mursia 2016
Raffaele La Capria, Ferito a morte, Bompiani 1961
Pierre Loti, Pescatore d’Islanda, Nutrimenti 2010
Jules Michelet, Il Mare, Elliot 2019
Eugenio Montale, Ossi di Seppia, Mondadori 1951
Vittorio G. Rossi, Oceano, Mondadori 1957
Vittorio G. Rossi, Terra e acqua, Mursia 1988
Carl Schmitt, Terra e mare, Adelphi 2002
Senofonte, Anabasi, Rizzoli 2008
Stenio Solinas, Percorsi d’acqua, Ponte alle Grazie 2004
Charles Sprawson, L’ombra del massaggiatore nero, Adelphi 1995
Robert L. Stevenson, Nei Mari del Sud, Editori Riuniti 2002
Jules Verne, Ventimila leghe sotto i mari, Einaudi 2018

P.S. Una curiosità linguistica. Il mare è designato esclusivamente da un sostantivo maschile solo in italiano e in islandese. In inglese, in francese, in olandese, persino nel greco antico è al femminile, in spagnolo lo stesso termine può essere declinato in entrambi i generi. Vorrà dire qualcosa?

I romanzi gialli e gli autori inglesi (parte sesta)

John Buchan, primo barone Tweedsmuir

di Vittorio Righini, 9 novembre 2024

Ho riletto I Trentanove Scalini ad anni di distanza dalla prima volta, perché è il romanzo più famoso di Buchan, il più facile da reperire, scorre veloce ed è leggero. Romanzo da ombrellone. Non è un giallo cervellotico, ha una trama piuttosto semplice e un epilogo immaginabile, ma, signori, è stato scritto nel 1915, quasi centodieci anni fa! Non è un’opera storica, che col tempo migliora, è un semplice giallo spionistico ambientato in gran parte nel sud rurale dell’Inghilterra ai primi del secolo scorso.

Non parliamo di un capolavoro. Buchan stesso infatti definisce questo genere “elementare tipo di narrativa”: però il pubblico di quei tempi era avvezzo a simili storie così movimentate, e fini per decretarne il successo mondiale.

Al contrario di quanto accade con un autore come Innes, qui non c’è da contorcersi per capire dove vuole arrivare Buchan. La storia si svolge in leggerezza (è una sorta di “grande fuga” nelle campagne per evitare la morte o l’arresto) e, pur con qualche originale colpo di scena, lo schema narrativo offre davvero poca sostanza. I dialoghi sono piuttosto elementari, a volte davvero improbabili. Il personaggio principale, Richard Hannay, si ispira a un amico personale di Buchan, un militare di nome Ironside.

Il libro ebbe un enorme successo, e da questo romanzo Hitchcock trasse l’ispirazione per The 39 Steps, uscito in Italia nel 1935 col titolo Il Club dei 39, ottenendo anche in questo caso un grandissimo successo, e ispirando ben tre remakes, l’ultimo del 2008.

Nel film peraltro la storia è stata ampiamente “riveduta e corretta”, soprattutto con l’introduzione di due personaggi femminili, perché nel 1935 lo spettatore voleva forse più sostanza e meno fantasia.

L’autore ebbe davvero una vita intensa: nato a Perth nel 1875, in gioventù fu ottimo poeta, vincitore di alcuni premi letterari, poi si laureò in Legge, ma abbandonò subito l’attività legale per darsi alla politica. Fu Segretario di Arthur Milner, Amministratore delle colonie in Sud Africa, e gli anni trascorsi in quel paese gli servirono poi d’ispirazione per la sua carriera da romanziere.

Tornò a Londra, dove si occupò di editoria, e nella Prima Guerra Mondiale fu corrispondente in Francia per il Times e si occupò della propaganda bellica nel suo paese. Nel 1918, fu persino nominato Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia.

Dopo la guerra iniziò a tempo pieno la carriera di romanziere (romanzi storico-biografici e romanzi di spionaggio) che gli regalò grande successo e fama anche fuori dall’Inghilterra. Dopo la nomina a Tesoriere presso l’Università di Oxford, nel 1927 divenne membro del partito conservatore nel parlamento inglese.

Raggiunse la Presidenza della Scottish Historical Society, poi nel 1935 divenne Governatore Generale del Canada. Sia lui che la moglie, Lady Susan Buchan, anche lei scrittrice, si dedicarono molto alla valorizzazione della cultura canadese, con frequenti viaggi di studio in tutto il Canada, comprese le zone artiche. Ricevette Lauree ad Honorem da una moltitudine di Università Inglesi e Canadesi anche per il suo impegno al miglioramento delle condizioni di vita delle varie etnie canadesi, e per il rispetto della loro cultura originaria. Pacifista convinto, lavorò con Roosevelt e con il Primo Ministro canadese Mackenzie per cercare di scongiurare il secondo conflitto bellico, ma senza successo.

Morì nel 1940 in Canada, a Montreal, a seguito di uno sfortunato incidente in cui cadde battendo la testa e nonostante le cure e le operazioni non riuscì a ristabilirsi.

In italiano sono stati tradotti soltanto sei romanzi di spionaggio di Buchan, e cioè: Il mantello verde; Il mistero della collana; I 39 gradini; La casa del potere; La criminale sfida di John Macnab; Le missioni segrete di Richard Hannay,

Ma sono solo una goccia nel mare della sua produzione. Il mantello verde (1916) è un sequel de I 39 Scalini, ed molto inferiore al precedente. È l’unico che ho recuperato; gli altri sono da cercare sul web o nei mercatini perché sono stati stampati e/o ristampati da svariate case editrici.

Ho l’impressione che il target a cui si rivolge Buchan sia di livello più basso rispetto a quello che ci si poteva aspettare da un uomo colto come lui; volutamente più basso, per ottenere un successo inizialmente facile, che gli aprisse le porte alla pubblicazione di altri lavori e alla fama. Questo tipo di narrativa è un prodotto di massa, che si rivolge a lettori abituati ai romanzi a puntate che comparivano sulle riviste; e queste puntate devono contenere trame incalzanti, scrittura leggera, colpi di scena ad ogni uscita. Le ambientazioni spesso esotiche, i grandi complotti, le società segrete erano gli ingredienti più adatti per il palato di lettori che cercavano solo un’evasione non impegnata.

Penso che Ian Fleming abbia dato più che una scorsa a questo libretto …

Ariette 23.0: Tornino i volti

di Maurizio Castellaro, 2 novembre 2024

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Nel 2007 tre ragazzi di San Francisco ebbero l’idea di ospitare a casa loro dei turisti, misero a disposizione letti gonfiabili e colazione (air bed and breakfast da cui l’acronimo Airbnb, appunto), prezzi imbattibili e relazioni umane garantite dalla condivisione di spazi e tempi. “Condivisione” era anche la parola chiave di Blablacar, un sito di car sharing che già dal nome puntava sulle relazioni umane come valore aggiunto del “passaggio” in auto. Dopo il G8 di Genova e la fine dell’“altro mondo possibile” da costruire per via politica, ci fu la stagione del “Fai la cosa giusta!”, cioè della speranza di riuscire a cambiare il mondo “a pezzettini”, con scelte di acquisto responsabili, capaci di dare concretezza a progetti solidali con le persone e con l’ambiente. È stata una stagione di grande innovazione sociale (ricordiamo ad esempio la nascita dei GAS, Gruppi di Acquisto Solidale) che, nel mio piccolo, ho condiviso a livello personale, sia come consumatore sia come organizzatore.

Vediamo un po’ che piega ha preso oggi questa storia. Airbnb è una realtà globale che nel 2023 ha fatturato 9 miliardi di dollari e ha coinvolto oltre 6 milioni di hosts in tutto il mondo. Blablacar esiste ancora ma non ha di certo sfondato (mai accettare passaggi dagli sconosciuti …). Nel trasporto lowcost hanno sfondato invece Flixbus, che fattura oltre 2 miliardi l’anno, e Uber (mobilità urbana a chiamata) che di miliardi ne fattura 37. I GAS esistono ancora ma si sono indeboliti, stritolati dal conflitto tra la necessità di mantenere la purezza delle intenzioni e la necessità di garantire una sostenibilità economica per produttori e consumatori.

Insomma, sono rimaste in piedi solo le realtà che hanno messo al centro il tema della sostenibilità economica, o che hanno accettato l’ingresso dei grandi capitali. Le organizzazioni più radicali e meno inclini a compromessi si sono invece sfaldate a causa dei conflitti ideologici interni e della carenza di risorse. Nei siti di queste aziende “sopravvissute”, la prima cosa di cui si parla al potenziale cliente è il costo, la vera forma della razionalità occidentale, con buona pace delle relazioni umane e della condivisione. Oggi “condividere” significa anzitutto rilanciare un post sui social, niente che abbia a che fare con l’Altro. L’utopia dell’“ospitalità condivisa” dei fondatori di Airbnb ha creato nel mondo reale centri storici desertificati, in cui le persone hanno fatto posto a b&b improvvisati, segnalati da box con apertura a codice appesi ovunque per il check in a distanza, occupati da turisti globali che si aggirano per le strade come rabdomanti, l’occhio fisso su Google maps che indica la direzione. Naturalmente non ho in mente soluzioni alla questione che non siano assolutamente private. Si tratta però pur sempre di un’Arietta, e quindi chiudo, aggrappandomi al dimenticato appello di Emmanuel Lévinas: “Tornino i volti”.

Ariette 23 01

I gelsi e noi

catalogo della mostra svolta a Castellazzo Bormida il 12 e 13 ottobre 2024

di Paolo Repetto, 30 ottobre 2024 – dall’Album “I gelsi e noi

Hanno esposto le loro opere: Mariangela FONZEGA, Maria Cristina MACCAGNO, Marina PAIUZZI, Lucia PARODI, Enza PIGNATO, Bianca SPRIANO.
I ritratti delle pittrici sono stati eseguiti da Enrica AMELOTTI.
I testi e ricerca delle immagini non originali sono stati curati collettivamente dalle partecipanti alla mostra.
La mostra è stata organizzata col patrocinio del FAI e ospitata nei locali della SOMS di Castellazzo Bormida.

I gelsi e noi

Sollevando lo sguardo durante le peregrinazioni nelle nostre campagne ci siamo spesso imbattute nella discreta presenza di forme a tratti spettrali nel baluginante fluttuare delle nebbie invernali, rattrappite e quasi urlanti dopo le drastiche potature all’inizio della primavera e tuttavia nel giro di poche settimane testimoni di rinnovato vigore con una esplosiva fioritura di virgulti. Poi ancora ne abbiamo ammirato il manto lussureggiante di fogliame e frutti in un contrasto ardito con l’arsura estiva dei campi.

Perché i gelsi?

Riflettendo quindi sulla ammirevole capacità di cambiamento, adattabilità, energia ci siamo chieste perché questi elementi, un tempo connaturati ai nostri paesaggi, oggi appaiano sempre più rarefatti, ovvi, scontati, forse inutili.
Non è sempre stato così; infatti, a seguito di alcune ricerche, ci è apparso evidente che il gelso ha una lunga storia e ha rivestito un ruolo di grande rilevanza per le generazioni passate.
E allora ci è sembrato interessante attribuire con i nostri lavori un’attenzione speciale al gelso, protagonista nei secoli passati delle tante storie della nostra pianura.

Il gelso tra storia e leggenda

In natura sono presenti una decina di specie di questo albero ma le più note sono il Morus alba, ovvero il gelso bianco, e il Morus nigra, il gelso nero.
Il gelso nero è originario della Persia e fu introdotto nel Mediterraneo in tempi remoti, coltivato già nell’antichità classica per i frutti che fornivano un vino leggero e un distillato da cui si ricavava un’ottima grappa.
Il gelso bianco è originario della Cina ed ė giunto in Europa in antichissima data. Le cronache antiche riportano che intorno al 550 d.C. un monaco di ritorno dalla Cina avesse trasportato in una canna di bambù che gli serviva da bastone sia i semi dei gelsi che le uova di una varietà di bachi nutriti unicamente con le foglie del gelso, riuscendo così a superare i controlli degli ispettori. Le autorità cinesi proibivano infatti l’esportazione dei preziosi filugelli, dai quali si ricava miracolosamente un preziosissimo filato: la seta.
Secondo la leggenda quest’ultima era stata scoperta per caso dalla moglie di un imperatore cinese che aveva fatto cadere accidentalmente nella sua tazza di tè uno dei bozzoli, di solito conservati come ornamento in un vaso. Il bozzolo, a contatto con il liquido caldo, si sciolse e diede origine ad un sottile lunghissimo filo.
La seta divenne quasi subito un prodotto di somma importanza anche per l’economia europea. L’allevamento del baco entrò a far parte della vita contadina, così che la coltivazione dei gelsi assunse un nuovo ruolo e si diffuse in molte aree. La cura dei bachi da seta era un lavoro svolto principalmente dalle donne, mentre gli uomini e i bambini si occupavano di prelevare le foglie in gran quantità per nutrire i bachi, sempre più voraci via via che procedevano nel loro sviluppo.
La coltura dei bachi e la filatura della seta avvenivano inizialmente in ambiente domestico, ma dal 1600 l’introduzione di strumenti tecnologicamente sempre più avanzati fece sì che la filatura si trasferisse dalle case alle filande, luoghi dove avveniva la trasformazione dei bozzoli in matasse di seta grezza. Da questo momento in poi la manifattura serica conobbe un notevole impulso.
Verso la metà dell’Ottocento una malattia parassitaria letale colpì il baco da seta, con il conseguente crollo della produzione di bozzoli. Solo con incroci fra specie orientali e nazionali si riuscì ad ottenere un nuovo “seme baco”, resistente al parassita. Tuttavia, al termine della prima grande guerra l’attività serica subì una graduale diminuzione, per poi andare incontro a una definitiva cessazione dopo la Seconda guerra mondiale, quando i prodotti tessili importati dall’Oriente e in special modo dalla Cina divennero competitivi sui mercati europei. 

Enza Pignato

Bianca Spriano

Mariangela Fonzega

Lucia Parodi

Maria Cristina Maccagno

Marina Paiuzzi

Il gelso nella letteratura

… nella poesia latina

[…] Arbor ibi niveis uberrima pomis,
ardua morus, erat, gelido contermina fonti (89-90)
[…] Nec mora, ferventi moriens e vulnere traxit
et iacuit resupinus humo: cruor emicat alte,
non aliter, quam cum vitiato fistula plumbo
scinditur et tenui stridente foramine longas
eiaculatur aquas atque ictibus aëra rumpit.
Arborei fetus adspergine caedis in atram
vertuntur faciem, madefactaque sanguine radix
purpureo tingit pendentia mora colore (120-127)
[…]  At tu, quae ramis arbor miserabile corpus
 nunc tegis unius, mox es tectura duorum,
 signa tene caedis pullosque et luctibus aptos
 semper habe fetus, gemini monimenta cruoris». (157-160)

[…] Là vi era un albero, un alto gelso, feracissimo di bianchi frutti, contiguo ad una fresca fonte. (89-90)
[…] E si conficcò nel fianco la spada della quale era cinto e senza indugio già moribondo la strappò fuori dalla ferita gorgogliante e giacque supino sulla terra. Il sangue zampillò in alto, non altrimenti che quando un tubo si spacca per difetto del piombo e attraverso la piccola stridente apertura sprizza acqua e riga l’aria con lo zampillo. I frutti dell’albero, per gli spruzzi del sangue si mutano in colore scuro e la radice che se ne era bagnata tinge del colore della porpora i gelsi pendenti. (120-127)
[…] E tu, albero, che ora copri con i tuoi rami il miserevole corpo di uno solo e tra poco coprirai quelli di ambedue, conserva il segno della strage ed abbi sempre i tuoi frutti di colore scuro e convenienti al lutto, ricordo della doppia morte”. (157-160)

OVIDIO, Metamorfosi, libro IV

… in quella cinese

A primavera quando le giornate si fanno tiepide
ecco che il rigogolo canta,
le fanciulle, con le loro ceste,
vanno lungo i sentierini
a prendere ai gelsi la tenera foglia …

CHE KING VI (III secolo a.C.)

Una ragazza abita nella casa dei Qín,
una bella fanciulla che chiamano Luó Fū.
 Luó Fū conosce i gelsi che nutrono i bachi.
Ne raccoglie le foglie accanto alle mura …

Ballata popolare (VI secolo d.C.)

Lo Fo, la bella donna della terra di Ch’in,
coglie foglie di gelso, sulla sponda del fiume.
Alza le mani nude, lassù, sui verdi rami …

LI PO (VIII secolo d.C.)

… in quella italiana

Il gelso, che del sangue
de’ duo miseri amanti era vermiglio,
tornò viè più che pria candido e bianco,
e delle foglie belle
raddoppiò l’esca al’ingegnoso verme…

GIOVAN BATTISTA MARINO, da Orfeo

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscìo che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sè distenda un velo
ove il nostro sogno giace

GABRIELE D’ANNUNZIO, La sera fiesolana

[…] Tre volte tanto brucano foraggio
così cresciuti. Ma tre volte tanto
 verdeggia il gelso al puro sol di maggio.
Due rose aperte tu porrai da un canto.
Sognino nella stanza solitaria
d’essere in Cina, i bachi, e per incanto
errar sui gelsi tra i color dell’aria!

GIOVANNI PASCOLI, I lugelli, dai Nuovi Poemetti

Di gente ricca solo
coi bachi e le lande credo
non ci sia più nessuno. Ma una volta
nel Comasco o a Bergamo, da dove viene la mia famiglia,
molte fortune si contavano a gelsi
o con quante ragazze venivano a filare
i bozzoli scottati per ammazzare le farfalle
nelle fredde officine.

GIOVANNI RABONI, da Barlumi di storia, 1988-91

Raccogli la foglia raccogline tanta
Nella prima dei bachi
 ci vuole verde e non bagnata
portane a casa una gerla piena.
[…] Vai avanti a raccogliere la foglia
 vai avanti raccogline di più
 che è un affare d’oro
avere i bachi

Canto popolare lombardo dell’800

… nei classici della letteratura

Era, fin dall’adolescenza, rimasto privo de’ parenti, ed esercitava la professione di filatore di seta, ereditaria, per dir così, nella sua famiglia; professione, negli anni indietro, assai lucrosa; allora già in decadenza, ma non però a segno che un abile operaio non potesse cavarne di che vivere onestamente. Il lavoro andava di giorno in giorno scemando; ma l’emigrazione continua de’ lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi e da grosse paghe, faceva sì che non ne mancasse ancora a quelli che rimanevano in paese. Oltre di questo, possedeva Renzo un poderetto che faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo […].

ALESSANDRO MANZONI, da I promessi sposi, cap. II

… e nella narrativa del Novecento

popolo o prima o poi andavano o erano andate in landa, con orari, salari, condizioni di lavoro che riescono oggi quasi incredibili. […] Polenta e cipolla, polenta e anguria. Le landiere uscivano a mezzogiorno, rientravano alla “cuca” tra la mezza e un botto. Per questo breve lunch non tutte correvano a casa; quelle che venivano da lontano si sedevano lungo i marciapiedi, di qua e di là della strada. Dai cartocci di carta gialla tiravano fuori la polenta e lo stupefacente companatico. […] Nelle case si allevavano i bachi da seta, i bizzarri “cavalieri” che si spargevano come un minuto seme nero (la “semenza”) e a mano a mano che diventavano piccole miniature di bruchi, poi si vedevano crescere di giorno in giorno, si allargavano su ampi territori ombrosi e tiepidi di tralicci accatastati a ripiani, invadevano le stanze, brucando con forza sempre più grande la “foglia” di moraro. La vita di queste creature colla pancia piena di seta somigliava a una febbre: il livello saliva di giorno in giorno, aggravando la fame dei malati. Già mangiavano dalle tre, poi dalle quattro; il piccolo brusio che in principio si avvertiva appena tendendo l’orecchio, diventava una vibrazione intensa, e infine un rombo. Gli uomini e i bambini arrampicati sui morari pelavano la foglia sempre più in fretta, arrivavano coi sacchi: frane di lucida foglia seppellivano i mostri deliranti che la sbranavano in pochi minuti. Ora i cavalieri mangiavano di furia: qualcuno andava in vacca, una specie di Tisi dei cavalieri che spegneva la febbre. La sera marciva dentro e si liquefaceva, gonfiando la pelle traslucida: a pungerlo con uno spillo il mostro si sgonfiava spargendo uno zampillo di tabe. Gli altri, paralizzati dalla febbre e da tutto quel mangiare, s’intorpidivano e venivano deposti nel “bosco” (le siepi di fascine in granaio) dove in pochi giorni, nello spazio abbuiato dagli schermi di carta sulle finestre, avveniva in segreto il miracolo, poi si trovavano nei rami secchi i giocattolini d’oro lustri e leggeri.

LUIGI MENEGHELLO, da Libera nos a Malo

Se anche il gelso non è albero della mia terra montana, mi è caro per un particolare ricordo che risale alla tarda primavera del 1941. In quell’anno, con la resa della Grecia, avevamo finito di penare freddo e fame tra le più alte montagne dell’Albania dove la tormenta non dava mai requie. […] mi imbattei in alcuni alberi grandi e forse antichi che tra i rami portavano frutti che per la forma mi ricordavano i lamponi. […] Ce n’erano di bianchi, di rosa, di rossi quasi viola e questi mi lasciavano il loro colore sulle dita e attorno alla bocca. Gli alpini del Garda mi dissero che erano “morari” e mi venne da pensare che forse erano stati impiantati al tempo della Repubblica di Venezia quando questa aveva il commercio mondiale della seta, dopo che un frate aveva portato dall’Estremo Oriente le uova del filugello dentro una canna di bambù che gli faceva da bastone.

MARIO RIGONI STERN, da Arboreto selvatico

Era il 1861. […] Hervé Joncour aveva 32 anni. Comprava e vendeva. Bachi da seta. […] partì per il Giappone il primo giorno di ottobre. Varcò il confine francese a Mezt, attraversò il Wurttemberg e la Baviera, entrò in Austria, raggiunse in treno Vienna e Budapest per poi proseguire fino a Kiev. Percorse a cavallo duemila chilometri di steppa russa, superò gli Urali, entrò in Siberia, viaggiò per quaranta giorni fino a raggiungere il lago Bajkal […]. Ridiscese il corso del fiume Amur, costeggiando il confine cinese fino all’Oceano, e quando arrivò all’Oceano si fermò nel porto di Sabirk per undici giorni, finché una nave di contrabbandieri olandesi non lo portò a Capo Teraya, sulla costa ovest del Giappone. A piedi, percorrendo strade secondarie, attraversò le province di Ishikawa, […] raggiunse la città di Shirakawa,la aggirò sul lato est e aspettò due giorni un uomo vestito di nero che lo bendò e lo portò al villaggio di HaraKei.
[…] presto al mattino, Hervè Joncour partì. Nascoste tra i bagagli, portava con sé migliaia di uova di baco, […] il lavoro per centinaia di persone, e la ricchezza per una decina di loro.

ALESSANDRO BARICCO, da Seta

… e infine, ne La Compagnia del Gelso di Franco Faggiani

“Mi raccontò, in sostanza, come vennero al mondo molti piccoli paesi marchigiani. Grazie al magico potere di aggregazione dei gelsi. Questi, secondo il racconto dell’onorevole, che aveva messo insieme frammenti di vecchi libri agricoli e di filosofia locale, erano di solito piantati al limitare dei campi e delle proprietà, per dividerle una dall’altra e renderle ben distinguibili, qui d’abitudine si intersecavano anche le piccole strade bianche che portavano alle varie fattorie dove c’erano abitazioni, magazzino, stalle, orti. Gli anziani che ci vivevano da tempo e che ormai non avevano granché da fare, spesso nella buona stagione, si ritrovavano in tre o quattro o anche più, ai crocicchi, seduti sotto i gelsi. Perché questi spargevano ombra immensa, garantivano frescura e offrivano frutti succosi. […] Qualcuno, forse un oste, poi pensò di sistemare anche un paio di panche e un tavolaccio su cui appoggiare mezzi litri di bianco e di rosso, le uova sode e soprattutto le sardine salate […]. Allora anche il fabbro non volle essere da meno: se di lì passano i viandanti, i mulattieri e i carrettieri, forse è il caso di attrezzare in un angolo una piccola fucina […]. Stesso ragionamento fece il prete: se ai crocicchi si ferma così tanta gente, forse è il caso che io ci pianti un crocifisso […] e poi arrivò un altro tipo che allestì una piccola bancarella per vendere granaglie, sementi […].
In questo modo, un po’ alla volta, nacquero i paesi […] nei luoghi dove c’erano i gelsi agli incroci delle strade di campagna.

Tutti i giardini delle grandi dimore francesi vennero trasformati in gelseti. Come quello delle Tuileries, nel centro di Parigi

Aprii e lessi: Alla fine del 1800 l’Italia è il primo produttore di seta in Europa e secondo alla China. Nel 1895 in Italia sono stati prodotti 41.158.318 kg di bozzoli […].

Dunque: il baco viveva dai trenta ai quaranta giorni e naturalmente il suo ciclo vitale doveva coincidere con la foliazione del gelso, in genere in aprile, perché quelle foglie sono il suo unico nutrimento. Il fogliame […] rimaneva sulla pianta anche fino all’inizio dell’autunno, ma era assai coriaceo, quindi poco gradito, perciò era quasi inutile allevare bachi, anche se qualcuno lo faceva. Insomma, il baco buono, produttivo, si poteva allevare un mese o due e non di più.
Nel suo ciclo vitale dunque il baco mangia senza sosta e con assoluta voracità, tranne durante le mute, che sono quattro. Tra una fase di sviluppo e l’altra fa quindi una pausa alimentare, che dura un giorno appena. E non mangia neppure nei quattro o cinque giorni terminali della sua vita, quando costruisce intorno a se la sua candida prigione di seta. Perché dopo aver cercato un rametto naturale o artificiale sul quale inerpicarsi, dedica tutta la sua attenzione e la sua energia a creare il bozzolo usando le ghiandole salivari. Più il baco si era prima ben nutrito, più è consistente la ‘tappezzeria’ finale, costituita da una trentina di strati sovrapposti di seta.
I bozzoli ‘finiti’ vengono fatti essiccare per due o tre giorni, poi vengono immersi nell’acqua bollente, dove si scioglie la sericina, cioè la sostanza naturale che tiene compatto il bozzolo, il quale così si srotola, diventa un filo che galleggia, mentre il baco, ormai morto, finisce sul fondo del contenitore d’acqua. Recuperare il filo è operazione che richiede pazienza anche perché è lungo dai 500 fino ai 1.200 metri, a seconda della tipologia del baco. […] In media da un quintale di bozzoli che sono capaci di produrre circa 50.000 bachi, si potevano ottenere tra i 20 e i 25 chilogrammi di seta cruda, più qualche chilo di cascame […].

Avevo appreso che la bachicoltura poteva essere definita la prima industria tutta al femminile. Perché in sostanza erano le donne ad occuparsi di ogni cosa: dalla selezione dei soggetti sani da far accoppiare alla raccolta e alla conservazione del seme; dallo sminuzzamento delle foglie per l’alimentazione quotidiana di migliaia e migliaia di soggetti alla pulizia delle lettiere; dalla cura degli ambienti fino alla delicata raccolta dei fili di seta e della loro vendita. […] Comunque erano sempre le donne a incassare il denaro, che veniva messo da parte per le future doti di matrimonio delle loro figlie femmine.

Le filande

Nelle filande lavoravano soprattutto giovani donne o addirittura bambine (le filerine, filandere o filerande), sottoposte a turni che potevano arrivare da 12 a 16 ore al giorno. Nel caso di bassa qualità o quantità del prodotto venivano anche multate. Il lavoro era faticoso e malsano, per via dei vapori delle vasche, delle mani tenute nell’acqua calda (80 gradi), della polvere e dei salari da fame. Per aiutarsi a sopportare queste dure condizioni le filerine cantavano in coro:

Cos’è, cos’è
Che fa andare la filanda
È chiara la faccenda
Son quelle come me.
Ormai lo so
Tutto il mondo è una filanda
C’è sempre chi comanda
E chi ubbidirà

Giovanni Migliara, Filanda Mylius a Buffalora sul Ticino (1828)
Pietro Ronzoni, Filanda nel bergamasco (1825)

Le filande di Castellazzo

In Italia la massima produzione di seta risale alla seconda metà del 1800. Anche a Castellazzo l’allevamento dei bachi era molto diffuso, e nei periodi più favorevoli nelle filande hanno lavorato più di 400 operaie, tra le quali molte bambine dai dodici anni in su, ma spesso anche più piccole.
Attualmente in paese rimangono quattro filande, ormai abbandonate da circa un secolo, altre sono state demolite o riutilizzate diversamente. Costruite in mattoni a vista, sono caratterizzate da un’alta ciminiera che in tre edifici è ancora ben visibile, seppure ridotta rispetto all’altezza originaria, forse per motivi di sicurezza. Due sono situate in aree centrali del paese, due sono più esterne.

La solitudine del gelso

Foto di Sergio Maranzana

Ringraziamenti

Avremmo voluto ringraziare singolarmente tutti coloro che ci hanno aiutate a ideare e ad allestire questa mostra, ma sono davvero tanti, e l’elenco minacciava di diventare troppo lungo e di risultare magari anche incompleto. Lo facciamo quindi collettivamente, fiduciose che chi ci ha offerto la sua disponibilità si riconoscerà comunque, e ottimiste nel pensare che alla fin fine si sia divertito quasi quanto noi.

I romanzi gialli e gli autori inglesi (parte quinta)

L’assassino sale in cattedra

di Vittorio Righini, 29 ottobre 2024

Michael Innes è lo pseudonimo sotto il quale John Innes Mackintosh Stewart (nato a Edimburgo, nel 1906) ha pubblicato circa cinquanta storie gialle.

Il suo libro più noto, Death At the President’s Lodging (in italiano Morte nello Studio del Rettore, 300 pagine, edito da Polillo Editore nella troppo sottovalutata collana “I Bassotti”), che è anche il primo della serie poliziesca, lo scrisse mentre viaggiava nel 1935 in nave dall’Inghilterra all’Australia, dove si stava recando per prendere possesso della cattedra di inglese nella Università di Adelaide.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte quinta 03Perché parto subito in quarta? Perché questo libro, un giallo puro con un ispettore di Scotland Yard, con un assassinio e un’indagine, è di una complessità narrativa non indifferente; il tempo in nave non gli dev’essere mancato, per infilarci dentro tutti i particolari tipici del delitto ‘‘quasi’’ perfetto. La vicenda si svolge nell’immaginario College inglese di St Antony, dove di immaginario c’è solo il nome, perché l’ambiente è esattamente quello oxfordiano che Innes conosceva benissimo. L’uccisione di un anziano docente smuove le acque e porta a galla segreti, invidie e rivalità: per la scuola non è solo una tragedia, è la drammatica irruzione della volgarità in un ambiente che voleva credersi, e soprattutto apparire, immacolato. Il preside ne è sconvolto, mentre i colleghi del professor Umpleby (i sette sospettati) ne fanno un’occasione per gettarsi addosso l’un l’altro i sospetti e per confondere le idee dell’ispettore Appleby con falsi indizi e sotterfugi. Ma alla fine è l’ispettore, che inizialmente era piuttosto timoroso del confronto con tanta cultura accademica, a vincere nel gioco delle intelligenze e a dipanare la matassa. Il libro non è, tuttavia, un semplice esercizio intellettuale pretenzioso (lo avrei mollato subito), ma un racconto poliziesco ortodosso, anche se molto complesso e ingegnoso. Non nego che la lettura sia abbastanza complessa, e che in alcuni punti si avanzi a stento, ma l’ambientazione e i tempi della storia lo rendono comunque interessante. Il finale è giustificato da un percorso logico e perfettamente riconoscibile, pur nella baraonda generale creata dai vari indagati.

Non ho trovato altri libri del primo periodo di Innes tradotti (a meno che qualche vecchia edizione mi sia sfuggita); nel 1961 venne pubblicato Per quarantottore silenzio, nel 1974 Delitto ad Elvedon Court e nel 1976 Meglio erede che morto, ma sono opere minori.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte quinta 02Morte nello Studio del Rettore, pubblicato in Inghilterra nel 1936, conobbe subito un enorme successo di pubblico e di critica, e venne persino considerato all’epoca il miglior debutto di qualsiasi scrittore. Innes venne quindi immediatamente traghettato nell’olimpo dei giallisti. Scrisse circa un romanzo all’anno fino al 1986, ma il suo periodo migliore fu quello dal 1936 al 1940. In questi anni scrisse, dopo Morte nello Studio del Rettore, nel 1937 Hamlet, Revenge; nel 1938 Lament for a Maker; nel 1939 Stop Press. In una classifica dei migliori romanzi polizieschi inglesi del ‘900 tutti e quattro figurano tra i primi dieci, dietro solo ad Agatha Christie e a Dickson Carr. I successivi romanzi, tutti pubblicati sotto pseudonimo non furono al pari dei primi, ma raggiunsero la ragguardevole cifra di circa cinquanta libri, garantendogli una vita agiata e permettendogli comunque di esercitare la sua professione originaria.

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Innes fu infatti un professore universitario e un apprezzato critico letterario. Uomo di profonda cultura, aveva studiato a Edimburgo e a Oxford, poi si era trasferito appunto a Adelaide e dopo la seconda guerra era tornato in Inghilterra per insegnare inglese all’Università di Leeds e poi diventare l’equivalente di Fellow alla Christ Church University di Oxford (il termine Fellow, nelle università Oxfordiane, indica un membro interno di un College, con una posizione più elevata del professore ordinario. Qualcuno lo interpreta anche come ricercatore, ma è una posizione certo non paragonabile a quella dei ricercatori dei nostri Atenei – che sono sovente dei giovani laureati sfruttati e spremuti come limoni dai baroni delle cattedre).

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte quinta 06Scrisse a suo nome anche una ventina di romanzi di genere vario e sei opere di critica letteraria, su Joyce, Conrad, Shakespeare e altri eminenti scrittori inglesi: ma la sua fama rimane legata alla figura dell’Ispettore John Appleby (che nel corso degli anni si guadagnerà il titolo di Sir e diverrà il capo di Scotland Yard), poliziotto erudito, raffinato ed estremamente efficace. Nella sterminata galassia del giallo inglese il suo stile lo colloca nella scuola “donnish”, che vira sul fantastico e presenta numerose allusioni letterarie. Lui stesso definiva le sue come “opere di confine tra il racconto poliziesco e il fantasy; hanno un sapore un po’ letterario ma i loro valori rimangono quelli del melodramma e non della narrativa vera e propria”. E in effetti, pare le abbia sempre considerate soprattutto come pretesti per una prosa raffinata e per battute brillanti: il che, alla lunga, può diventare troppo scopertamente artificioso, e in definitiva noioso.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte quinta 07Cosa che non ho potuto constatare personalmente, perché ho letto solo Morte nello Studio del Rettore. E questo mi sento tranquillamente di segnalarlo perché è veramente un giallo all’inglese che più tipico non si può; la narrazione a volte è complessa al punto da confondere la mente del lettore, perché tra gli indagati (tutti Fellows, quindi menti complesse) succede un po’ di tutto, le divagazioni psicologiche sono frequenti: ma alla fine la trama sta comodamente in piedi.

Se però vi aspettate azione e colpi di scena, rivolgetevi altrove.

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La felicità oltre il quotidiano acufene

di Fabrizio Rinaldi, 26 ottobre 2024

C’è un’ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va …
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.
Trilussa, Poesie scelte, Mondadori 1985

Accade – per fortuna o per scelta – che ci si allontani dalla routine quotidiana per concedersi di fare altro, di pensare diversamente. E meno male, altrimenti sai che strazio!

Recentemente ho partecipato a un incontro ispirato ad un brano dei Negrita, Che rumore fa la felicità? Non era un convegno di filosofi o letterati in qualche blasonato festival o salotto televisivo, ma una riunione tra colleghi della mia cooperativa, provenienti da settori molto diversi – coordinatori di strutture educative, operatori dell’inclusione sociale, responsabili del personale – che avevano percorso anche un bel po’ di chilometri (io più di 200) per ritrovarsi a Torino e tentare di rispondere a questa semplice ma insidiosa domanda.

S’è partiti alti, dalla Costituzione americana del 1776: “Tutti gli uomini sono creati uguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, tra questi diritti vi sono la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità”. Beh, mica poco. Salvo che poi, per ottenere quest’ultima, gli Stati Uniti hanno agito in modo tale che il loro credo venisse imposto (con la forza) e diffuso (con i media) per una buona parte del globo. Nella nostra Costituzione, quella definita “la più bella del mondo”, alla felicità non si fa alcun cenno, e nessuno ha mai fatto una proposta di legge per introdurre un articoletto in cui si miri al suo raggiungimento. Forse perché è già stracolma di principi ideali a cui ispirarsi e ai quali sembra piuttosto difficile conformarsi (due articoli, così, a caso: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”). O forse perché in effetti pare impossibile trovare un accordo su cosa si debba intendere per “felicità”. Eppure è uno dei termini più ricorrenti e abusati anche nel nostro quotidiano.

La felicità oltre il quotidiano acufene 02La pubblicità, ad esempio, sfrutta il “desiderio di felicità” proponendo una sterminata gamma di prodotti che dovrebbero consentire di raggiungerla: da “Le pastiglie Leone. La fabbrica della felicità” a “La felicità è andare in bagno con Fave di Fuca“; da “Pasta, integratore di felicità” a “Fiat, grande Panda” (con il brano Felicità di Albano). Fatevi un giro in rete e ne uscirete frustrati, quasi colpevoli per non esservi ancora procurati quegli infallibili generatori di felicità! A me è venuta voglia di comprare un’altra Panda; poi, per fortuna, ho dato un’occhiata al catorcio guidato da mia moglie e m’è passata la smania.

La felicità oltre il quotidiano acufene 03Al di là degli usi biecamente commerciali e propagandistici del termine, e andando su un terreno meno inquinato, resta il fatto che definire la felicità, anche con molta approssimazione, è davvero un’impresa ardua. Da sempre ci hanno provato poeti e filosofi (per i politici il discorso è più recente), senza venirne a capo. È una condizione cui tutti tendono, ma che nessuno riesce non dico a realizzare, ma neppure a mettere chiaramente a fuoco. Questo perché i parametri che ciascuno adotta sono incredibilmente diversi: è come se ogni individuo possedesse una personale ricetta, con gli ingredienti più svariati, ma questa è realizzabile quanto la trasmutazione del metallo comune in oro.

Mi accorgo che di questo passo rischio di impantanarmi nei luoghi comuni e nell’inconcludenza. Provo dunque a riformulare la domanda, procedendo per gradi. Parto naturalmente dalla più banale: siamo convinti che si possa essere felici, se non qui e ora, da qualche parte e in qualche momento? Messa così, la questione pare più semplice, anche se la domanda fa emergere dubbi e incertezze: alcuni (io fra questi) ammettono di non essere sicuri di averla mai provata quella condizione, distinguendola dalla gioia, che invece appare più accessibile, anche se meno durevole.

La felicità oltre il quotidiano acufene 04Ciò non significa negarne la possibilità, ma semplicemente ammettere di non averne mai goduto. E questo può essere accaduto per vari motivi, tutti comunque riconducibili alla soggettività: al carattere, alla disposizione genetica, alle aspettative verso la personale esistenza, alla condizione ambientale e sociale (in una situazione di guerra, miseria e fame, quale felicità è possibile?). Quindi, una prima risposta c’è: forse non esiste “la Felicità”, ma senz’altro esiste in tutti l’aspirazione ad “esser felici”.

Cosa significa però “esser felici”? Anche qui, c’è da sbizzarrirsi, ma solo per arrivare a concludere che non c’è un denominatore comune da ricondurre a questo sentimento. Alcuni, ad esempio, lo considerano un premio meritato per l’impegno profuso, mentre altri al contrario lo percepiscono come un dono gratuito ed effimero, una grazia che sfugge alla logica della meritocrazia. Anche perché ciò che per qualcuno è fonte di felicità, per altri può essere irrilevante o addirittura una tortura (vedi l’amore per i figli o l’angoscia che comporta crescerli). All’incontro di Torino c’era chi associava una grande felicità ad una vincita alla lotteria, a me non smuoverebbe proprio nulla. Ma ammetto d’esser strano.

Per assaporare la felicità occorre accettarne la natura effimera, ammettere che è costituita da una somma di attimi la cui durata e intensità sfuggono dal nostro controllo. Un godimento breve ma intenso che deve essere accolto con la consapevolezza che è destinato a finire. O meglio ancora, che si tratta solo del “promo” di un film che non sarà mai proiettato, perché in fondo noi non “desideriamo la felicità”, che è appunto qualcosa di indeterminato, ma aneliamo costantemente l’“esser felici”. In sostanza: non siamo mai felici, ma desideriamo costantemente esserlo. È questa tensione perpetua che ci spinge a reggere e ad andare avanti.

La felicità oltre il quotidiano acufene 05D’altra parte, è pur vero che i momenti di grazia ci sono e non arrivano casualmente, che anche quando ci stupiscono siano il frutto di una autoconsapevolezza: avviene quando soppesiamo le emozioni positive del presente e le mettiamo a confronto col nostro strapazzato io. Per molti parrebbe valere esattamente il contrario con l’abbandono totale a ciò che accade. Credo invece che sia possibile riconoscere e associare un momento vissuto alla felicità solo quando si è consapevoli dei propri desideri più intimi, delle inevitabili paure, degli onesti e franchi limiti e del personalissimo concetto di benessere.

A questo punto, risulta evidente che la felicità è un concetto indefinibile e che di per sé non esiste, con buona pace dei costituenti americani. Tuttavia, possiamo ammettere che ciascuno ha il proprio modo di sentirsi o reputarsi (non è la stessa cosa) “felice” a modo suo. La felicità, infatti, non è un diritto, ma uno stato d’animo: non può essere sancita da una legge, ma solo resa possibile attraverso la consapevolezza, l’etica e l’intelligenza orientata al positivo.

La felicità oltre il quotidiano acufene 06

Possiamo allora tornare al titolo dell’incontro, che chiedeva una riflessione sul “rumore” della felicità: ed è questo che intendo ora indagare.

Alcuni associano la felicità al canto degli uccelli, al fruscio delle foglie, alle onde del mare, alla risata della persona amata o al sorriso di un bambino: sono le associazioni più scontate, assolutamente legittime, ma ne esistono altre, più inconsuete, che meritano di essere considerate.

Ad esempio, nel brano 4’33” di John Cage l’orchestra, anziché suonare, osserva un silenzio totale, costringendo l’ascoltatore a percepire, nella durata del “brano”, i suoni accidentali dell’ambiente e i rumori interiori. Nel silenzio assoluto, l’orecchio umano è indotto a porsi in ascolto di ciò che resta di sé. Di conseguenza il dialogo si sposta inevitabilmente dal mondo esterno a quello interiore. Non so cosa Cage si proponesse, forse quel silenzio dovrebbe essere liberatorio, ma ammetto che dal mio interno arriva invece un fracasso che non sopporto, che mi urta: forse non riesco a sintonizzarmi sulla giusta lunghezza d’onda, certamente non lo associo alla felicità.

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All’opposto, la felicità trova espressione nella potenza della Nona Sinfonia di Beethoven, con l’Inno alla Gioia di Schiller. Composta quando il musicista era ormai sordo, questa sinfonia è un paradosso: una celebrazione della felicità scritta da qualcuno che non poteva più udirne le note. Forse proprio per questo, la sua opera è così emblematica del concetto di felicità come esperienza interiore, capace di superare le barriere fisiche. Il “suono” che sentiva non passava per le orecchie, ma da una vibrazione dentro di lui, una melodia immaginata che trascendeva i limiti del corpo, risuonando persino nel silenzio della sua sordità. La felicità, allora, diviene una propensione interiore che vibra anche quando il mondo esterno tace.

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Umberto Eco, ne Il nome della rosa, parla di un’estasi simile, derivante dalla contemplazione e dal superamento dei limiti fisici attraverso il potere creativo della mente. Adso, descrive così la felicità di Guglielmo da Baskerville: “Stavo osservando il mio maestro in quell’arca di scienza, in quel tempio della saggezza, e non potevo fare a meno di pensare che nemmeno la città celeste avrebbe mai potuto procurargli estasi più grande della seduzione della conoscenza![1]. Per Eco, la felicità non è un traguardo statico, ma un processo dinamico (appunto quello della ricerca, del “desiderio”), una continua seduzione che nutre la mente con domande e riempie il cuore di meraviglia. È il fruscio delle pagine sfogliate, la colonna sonora del pensiero in azione, dove ogni nuova scoperta aggiunge un tassello al nostro essere e si traduce in pensieri differenti e difformi.

La felicità oltre il quotidiano acufene 09 John-Berger-1980-by-Jean-Mohr

John Berger, in Capire la fotografia, ci invita invece a riflettere sul tempo della felicità stessa: “Non credo proprio che la felicità sia uno stato. Può esserlo l’infelicità, ma la felicità è, per sua natura, un momento. Il momento può durare qualche secondo, un minuto, un’ora, un giorno e una notte, ma credo che in quanto tale non possa durare neanche una settimana. L’infelicità somiglia spesso a un lungo romanzo. La felicità è molto più simile a una foto! Ed è intimamente legata a quel che dici tu: il senso della meraviglia”. La felicità, dunque, non si presenta come un suono prolungato, ma come una singola nota o una sequenza di suoni che può durare anche istanti, minuti, ore, giorni, ma è comunque destinata a svanire. È quindi paragonabile ad un’istantanea fotografica, nella quale si coglie la bellezza dell’istante vissuto in modo irripetibile. Quindi la felicità ha il suono di un click fotografico su un singolo momento, che svanisce mentre inquadro la realtà successiva. La precarietà diviene un carattere distintivo della felicità.

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Devo ammettere che, personalmente, un persistente acufene mi ostacola nella percezione del “suono” della felicità, nonostante viva una situazione familiare, sociale e lavorativa relativamente serena. Tuttavia, la serenità non coincide con la felicità: può essere paragonata ad un romanzo – come scrive Berger –, con il suo andamento ondulatorio, fatto di alti e bassi, di piaceri, di attimi al cardiopalma e altri di monotona quiescenza. La felicità, invece, se devo definirla almeno per analogie, la immagino più simile a una poesia: breve, intensa, condensata di significati ed emozioni, capace di irrompere improvvisamente e di travolgere i sensi con la sua intensità.

La felicità oltre il quotidiano acufene 11Il fatto è che il baccano della quotidianità rende difficile percepire gli esili suoni che potrebbero essere associati alla felicità. Tuttavia, fare pace col proprio acufene e accettare questa “semisordità”, impone una maggiore sensibilità verso i rumori di fondo del quotidiano, nel tentativo di cogliere tra di essi frammenti di note felici. È un esercizio perenne di ascolto selettivo della realtà, di ricerca della meraviglia nel caos, durante il quale ci si concentra su una realtà a volte distopica, cercando di estrarne le singolarità che sconquassano per le loro felici armonie.

La felicità oltre il quotidiano acufene 12 BeethovenLa classica raffigurazione di Beethoven come figura corrucciata non riflette necessariamente il suo carattere, ma piuttosto la sua concentrazione assoluta, la sua capacità di ascoltare anche il minimo sussurro del mondo. È questa attenzione profonda che permette di cogliere la bellezza nell’istante, di praticare l’arte della meraviglia nel caos. La felicità, come una nota breve ma intensa, può essere trovata anche nel silenzio, se solo siamo disposti a cercarla nel rumore che abita dentro di noi.

Forse anche il semplice scrivere questo pezzo è per me una forma di felicità. Forse.

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[1] La scena, tratta dal film di Jean-Jacques Annaud del 1986, in cui Guglielmo finalmente entra nella biblioteca è perfetta nella rappresentazione di questa felicità intellettuale.

Collezione di licheni bottone

I romanzi gialli e gli autori inglesi (parte quarta)

Maugham, l’agente inglese

di Vittorio Righini, 25 ottobre 2024

William Somerset Maugham è nato a Parigi nel 1874, ma, il padre, avvocato preposto all’ambasciata britannica nella capitale francese, fece in modo che la nascita venisse registrata nell’ambasciata, territorio appunto britannico. Questo per evitare al figlio una futura eventuale coscrizione nell’esercito francese, in caso di guerra (e la Francia di guerre ne ha sempre fatte molte). Ecco perché William nacque tecnicamente in Francia, e in Francia anche morì, a novantun anni, avendo scelto di trascorrere i suoi ultimi anni a Cap Ferrat, la perla della Cote d’Azur, ma risultò sempre inglese a tutti gli effetti.

Ebbe un’infanzia abbastanza complicata; perse infatti prematuramente entrambi i genitori, a due anni di distanza uno dall’altro, e venne affidato allo zio, Henry Maugham, Vicario di Whitstable, una persona rigida e formale, incapace di affetto. Peggio ancora fu il suo rapporto con le scuole inglesi: non parlava perfettamente l’inglese, perché la sua prima lingua era in effetti il francese, e veniva bullizzato dai compagni. Ne risentì a tal punto da mettersi a balbettare, e questo disturbo lo accompagno per tutta la vita, con alti e bassi a seconda delle situazioni e delle emozioni. L’insieme di queste esperienze formò in lui un carattere severo, critico e amaro, quello che avrebbe poi espresso nelle sue opere.

Cinque anni al Kings College di Londra, a studiare medicina, gli permisero di affrontare con maggiore conoscenza la vita da adulto. Gli diedero modo soprattutto di confrontarsi con una classe sociale inferiore alla sua, che finalmente lasciava libero corso a emozioni e sentimenti che lui non aveva mai potuto esprimere nella sua repressa adolescenza. Fu proprio la conoscenza e lo studio delle condizioni di vita del mondo piccolo borghese e operaio a determinare il successo del suo primo libro, Liza di Lambeth, pubblicato a ventitré anni, che narra di un adulterio ed è ambientato nei sobborghi operai della capitale. È un racconto molto realistico, basato su una vicenda che Maugham aveva conosciuto e seguito in prima persona. Visti i riscontri positivi, il nostro lasciò perdere la medicina e si dedicò totalmente alla scrittura.

Ma non siamo qui per parlare dei successi di Maugham nella letteratura del Novecento. Capolavori come Schiavo d’amore, Lo Scheletro nell’Armadio e La Luna e Sei Soldi sono ben noti ai più e non sono certo queste quattro righe a volerli riscoprire. È fuor di dubbio comunque che Maugham scriva divinamente, e se a volte i suoi racconti trasudano dolore e pessimismo e allontanano un certo tipo di lettore, restano letture impagabili.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte quarta 02Quello che conta, per la mia breve indagine sui giallisti figli della perfida Albione (o, come in questo caso, dell’Ambasciata della perfida Albione) è scrivere appunto dei loro racconti polizieschi o di spionaggio, e con William Somerset Maugham il mio compito è estremamente facilitato. Mi risulta infatti che lo splendido Ashenden, l’inglese (nella mia vecchia edizione Garzanti del 1966, mentre oggi è ristampato come Ashenden, o L’agente inglese) sia il suo unico romanzo del genere; e non è un giallo ma un romanzo di spionaggio.

È anche un romanzo d’ispirazione autobiografica, perché Maugham ricama su basi conosciute, cioè su fatti da lui vissuti durante il periodo in cui collaborò con il S.I.S., il Secret Intelligence Service inglese, tra i quali una lunga e complessa missione in Russia nel 1917, e altre più brevi.

Nella realtà, Maugham viene mandato dal S.I.S. in Svizzera, con la scusa della stesura di una commedia, per “curiosare” tra i vari agenti ed ex-agenti infiltrati che a quel tempo rendevano la tranquilla Confederazione un posto interessante. Lì si potevano raccogliere le più svariate informazioni, comprese le finte fughe di notizie fornite da agenti dediti al doppio gioco.

Maugham quindi riversa in Ashenden le doti di un tranquillo e distinto Gentleman inglese, curioso ma non troppo, attento quanto basta, riservato il necessario e ottimamente introdotto nel tessuto delle piccole città svizzere. Più complesso invece il viaggio in Russia del 1917, con un compito decisamente più impegnativo se non improbo (rallentare o fermare l’ascesa dei bolscevichi nel paese), ed incentrato su un lungo dialogo in treno con un viaggiatore americano, personaggio decisamente fuori dal normale, per quei luoghi e tempi.

Leggo un commento che dice che il libro “costituisce una lettura affascinate e irritante allo stesso tempo”. È vero, è affascinante per come è scritto, per la sua profondità d’indagine e per la sua chiarezza d’intenti. Irritante perché a volte è tortuoso come il passo dello Stelvio. Interessante una riflessione di Ashenden: “C’è una certa eleganza nello sprecare il tempo. Qualunque stupido può sprecare il denaro, ma quando si spreca il tempo si spreca qualcosa che non ha prezzo”. Varrebbe da sola a consigliare il libro, che si raccomanda comunque per la qualità della scrittura, incantevole per i miei gusti un po’ barocchi.

Lo si trova sul web o sui banchi dei mercatini della domenica a pochi euro, ma ne vale molti di più.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte quarta 03

Fuori dalle nuvole

di Stefano Gandolfi, 19 ottobre 2024

Pubblichiamo il commento di Stefano alle perplessità espresse da Nicola e Paolo a proposito dell’Intelligenza Artificiale (cfr. Nella nuvola). Dal momento che Stefano risponde puntualmente, paragrafo per paragrafo, a queste perplessità, per non appesantire troppo il testo ripubblicando il nostro pezzo rimandiamo di volta in volta il lettore alle singole parti oggetto della riflessione, indicandone l’incipit e la frase finale.

Buon giorno Viandanti. Provo sempre un po’ di disagio a confrontarmi con dei maestri della dissacrazione quali siete. Mi sento totalmente inadeguato, ma cercherò di fare come quando, studente liceale, sceglievo sempre il tema di attualità per sopperire alle lacune in tutti gli altri settori specifici … Tu sai bene, Paolo, quanto io ami esprimermi anche (non solo) per “provocazioni”, non fini a se stesse, ma nella speranza di stimolare un dibattito.

Vediamo se mi riesce …

Mi sono imbattuto […] neppure le briciole saranno del tutto gratis, perché serviranno soprattutto a farci prendere gusto a quel pane, a rendercelo indispensabile e a indurci a farne un elemento essenziale della nostra dieta. A pagamento, naturalmente.”

Beh, nessun dubbio e nessuna illusione, e questo vale per qualsiasi ambito. Da medico posso parlare ad esempio della sanità. Ci stiamo avviando ai modelli privatistici, in Italia abbiamo ancora una discreta riserva di servizi pubblici, che per ancora molti anni garantiranno prestazioni imprescindibili, ma sempre più con affanno, lentezza, minore qualità e disagi nelle prenotazioni, liste d’attesa, rapporti umani con il personale sanitario. Tutto ciò si tradurrà in quanto già si verifica adesso, la qualità la paghi e quando lo fai (se lo puoi fare) tocchi con mano la differenza; sapete bene come in più di una occasione io ho dovuto sperimentare di persona questo percorso. Se pagheremo per la salute, perché scandalizzarsi se dovremo pagare per la cultura? Per lo meno ci sarà la ben magra consolazione che, se nella salute un errore lo paghi anche con la vita, nella cultura tutt’al più pagherai con disinformazioni, fake news, abbrutimento della già pessima cultura di base della popolazione, ma forse la pelle riusciamo ancora a salvarla …

Per questo ritengo […] al più possa essere opposta una consapevolezza, che non può essere che individuale, di come funziona tutta la faccenda. O meglio ancora: di come ha sempre funzionato.

Individuale: giusto. E qui mi (vi) faccio una domanda retorica: a quanti potrà interessare come funziona? tranne ovviamente a noi (si dice sempre: esclusi i presenti) e a quei sempre più sparuti e in minoranza intellettuali, storici, giornalisti, semplici cittadini che abbiano ancora la forza di porsi il problema della veridicità delle fonti? che vogliano ancora combattere per difendere una verità che già adesso, oggettivamente, e non solo in tempi recenti, è sempre più difficile da cercare e conservare preziosamente?

Mi permetto una digressione (prof., fuori tema? rischiamo): sapreste dirmi, in pochi secondi, quanti e quali dei grandi avvenimenti degli ultimi 100 anni, 50 anni, 30 anni, 2 anni, possano con assoluta certezza e obiettività essere ascritti ad una verità vera, inconfutabile, indiscutibile? non parlo dei fatti in sé, ma della interpretazione storica, politica, etica, antropologica, religiosa ecc. che di quei fatti sia doveroso esprimere? A me viene in mente la Shoah, con buona pace dei negazionisti, dopodiché si attraversa un terreno minato: conflitto Russia-Ucraina, conflitto Israele-Palestina, tutto ciò che hanno fatto gli U.S.A. dalla fine della seconda guerra mondiale in avanti, la assoluta impossibilità di sapere chi ha fatto uccidere Kennedy e chi sono stati i mandanti delle efferate stragi in Italia (Ustica ecc.), il nuovo ordine mondiale che sconvolgerà e modificherà radicalmente tutte le categorie etiche da parte delle nuove potenze dominanti (Cina e non solo, pensiamo anche a Modi e all’India, ai paesi arabi del golfo), le furiose polemiche sul Climate Change (anche, e in primis, da parte di scienziati che dicono tutto ed il suo contrario, anche in buona fede intendiamoci, non solo per ovvi interessi economici e di corruzione), il problema dell’inquinamento e dell’intossicazione e avvelenamento collettivo dell’umanità che, analogamente, fa litigare furiosamente tutti perché se lo si accettasse bisognerebbe accettare anche di parlare di decrescita e di un cambiamento radicale dello stile di vita di tutta l’umanità? non mi dilungo, è solo per fare degli esempi, ma il succo della questione che pongo è: al di là che possa interessare, e a quanti, ma che possibilità ci sono, ben prima dell’avvento dell’I.A., di mettere una linea di confine netta e inconfutabile fra verità e interpretazione? In questo mio lungo paragrafo di sproloqui tocco anche considerazioni valide per i passi successivi.

Ma non basta […] Rimane allora il dubbio che possano un giorno tornare utili i cinquanta e passa tomi della vecchia Treccani che Paolo ha messo al sicuro nel Capanno.

Sugli aspetti tecnici della conservazione dei dati non mi preoccuperei più di tanto, anche perché qui non si tratta più di semplice “cultura” di roba per intellettuali di élite, ma di dati assolutamente indispensabili per la sopravvivenza dell’umanità, quindi sarei disposto a scommettere che, quando il gioco si farà serio, si spenderanno cifre folli per riuscire a gestire e conservare con sicurezza tutto quanto, ivi compreso anche l’attacco degli hacker; basta che i “buoni” li paghino un dollaro di più dei cattivi e questi, come già succede abitualmente, si mettono al servizio della “parte giusta”.

La preoccupazione maggiore e più attuale […] ogni innovazione tecnologica da un lato ha ampliato la cerchia degli utenti sui quali la cultura “addomesticata” poteva esercitare influenza, ma dall’altro ha progressivamente eroso a chi la deteneva ampi margini di controllo.

Anche qui il problema può essere valutato in due direzioni uguali ed opposte: intanto, come considerazione terra-terra, nessuno può negare come oggi chiunque possa avere accesso ad una quantità mostruosamente più grande di dati di quanti ne avessimo noi da giovani, ovunque, anche nei posti più poveri, arretrati e remoti del pianeta, un ragazzo ha un cellulare in mano con una connessione, noi lo abbiamo sperimentato in Bolivia a 4500 metri di altitudine, in Nepal, in tutta l’Africa. Poi, che uso uno faccio dei dati, è un altro discorso, qui entra in gioco anche il libero arbitrio del genere umano, nessuno può essere obbligato a usare la connessione per leggere i classici, magari gli interessa solo sapere i risultati di campionati di calcio, dell’NBA o quant’altro, e non dobbiamo correre il rischio del giudizio snobistico ed elitario su quali siano i temi su cui uno si documenta …

Le nuove tecnologie fanno intuire invece un controllo molto più soft […] provvederà il sistema stesso pilotando sapientemente all’interno del bailamme le nostre aspettative, a liquidare o a banalizzare sul nascere ogni tentazione di eresia o di autonomia di pensiero.”

Qui purtroppo, sul tema del controllo, temo che non ci sia molto dire, ma non sull’I.A. in senso stretto, ma su qualunque modalità di informazione, di comunicazione, di relazioni umane che siano sviluppate, succedute nel corso della storia: da sempre chi detiene il potere, politico, economico, religioso, culturale esercita o tenta di farlo, il controllo sulla popolazione che governa, in modo più o meno democratico, in modo più o meno subdolo e feroce, ma sempre con l’obiettivo di tenere sotto controllo le opinioni pubbliche e tutti coloro che possono influenzarle. Tramite i testi religiosi, i testi di storia da usare nelle scuole, i programmi televisivi, insomma l’“egemonia culturale” di cui si discute bilateralmente e appassionatamente nel nostro paese anche oggi. Lancio sul piatto però un’altra provocazione: perché i regimi totalitari come la Cina limitano enormemente l’accesso alla rete? non sarà che poi nessuno, nemmeno i dittatori più spietati, hanno/avranno la possibilità tecnica e politica di limitare l’accesso ai dati? Ne sono letteralmente terrorizzati, il che starebbe a significare non tanto che possano manipolarli a loro piacimento, bensì, al contrario, siano consapevoli che non possono opporsi allo “tsunami” del flusso di dati in rete. Questo potrebbe ribaltare, o se non altro modificare, la preoccupazione sul controllo dei dati e delle informazioni.

Seconda considerazione scientifica: La mente umana, nel senso anatomico-funzionale del cervello, è un organo nobile enormemente plasmabile, modificabile nei suoi circuiti neuronali, nelle sue singole aree di funzionalità, nelle sue connessioni interemisferiche, nel suo sviluppo plastico principalmente nell’infanzia-adolescenza ma anche nei decenni successivi, se adeguatamente “allenato” e sollecitato. I millennial, rispetto ai boomer, possiedono, già, da questo punto di vista, peculiarità da “digitali nativi” ormai universalmente accettate e documentate a livello neurobiologico. Le connessioni con devices esterni, al momento oggetto di scrittori di fantascienza, non penso siano molto lontane da applicazioni pratiche con scenari a seconda dei punti di vista, minacciosamente distopici, inquietanti oppure di progresso ed evoluzione inimmaginabili. Potremmo ipotizzare che in un futuro nemmeno troppo remoto le menti umane potranno competere o comunque confrontarsi alla pari con I.A.? Arrivare ad un punto tale in cui non avrà più senso chiedersi chi modifichi cosa o viceversa, perché il cambiamento, il rimodellamento, sarà un flusso continuo, bidirezionale senza un conduttore che prevale sull’altro? Un potenziamento in cui la parte umana potrà esprimere sempre più potentemente la sua componente psichica, emotiva, imprevedibile, intuitiva e geniale grazie alla quale potrà adeguarsi al potentissimo incremento tecnologico e informatico di I.A.? Un gioco alla pari? Poi, la domanda delle domande, sono d’accordo, è: chi potrà usufruire di tutto questo? sempre i soliti ricconi l’élite che comanda il mondo senza che se ne conoscano i nomi e i volti, oppure saranno accessibili a tutti? E chi li distribuirà alla popolazione? l’OMS, l’ONU, un comitato di Premi Nobel per la Medicina, Fisica, Biochimica oppure personaggi come Elon Musk? Ma anche in questo caso il problema si pone e si porrà per tutto: per il cibo, per l’acqua, per i farmaci, per l’aria che respiriamo, arriveremo a pagare l’acqua e l’ossigeno? In tal caso temo che l’I.A sia se non l’ultimo, comunque il meno urgente dei problemi …

L’idea poi che le leggi, le regole sulle quali si basa la nostra convivenza, possano essere affidate ad un cloud ci inquieta […] E infine, comunque la si metta, anziché agevolare il recupero o il potenziamento di quella intelligenza naturale che tanto sembra oggi difettare, c’è il rischio concreto che ne sanciscano la definitiva atrofizzazione.

A conti fatti, non sembriamo messi troppo bene.

Sì, non troppo bene, ma, ripeto, per molti altri motivi fra i quali l’I.A. non necessariamente potrebbe essere il motivo peggiore … l’intelligenza naturale non si atrofizzerà, più probabilmente si trasformerà in qualcosa che difficilmente oggi possiamo immaginare. Sarà meglio? peggio? chi può dirlo? Dipenderà, come sembra, da quanto questo cambiamento sarà “democratico” piuttosto che elitario, da come verrà gestito e da chi, e non ultimo da cosa l’essere umano vorrà fare di questi nuovi strumenti … e sulla affidabilità e fiducia nel genere umano, Paolo ce lo insegna, non c’è molto da stare allegri “a prescindere”, come direbbe Totò!

Mi viene in mente un malsano pensiero, che cercherò di ricacciare indietro, o magari ne potremo parlare poi (tu Paolo sai già dove vado a parare …), ovvero la considerazione che, diventando vecchi, diventiamo tutti chi più chi meno più pessimisti, più negativi, più categorici, più nostalgici dei bei tempi passati, più severi nel giudizio sulle nuove generazioni, più intolleranti, meno in grado di adeguarci al nuovo, al mondo presente e futuro e più spaventati, inquietati e disturbati dalle nuove tecnologie … non esiste nessuno, nella storia dell’umanità, che ad un certo punto ben preciso della propria vita, all’incirca fra i 55-60-65 anni ed oltre, non individui in quel preciso momento il punto di svolta dell’universo, in cui tutto ineluttabilmente volge al peggio, un punto preciso in cui fino a prima le cose erano migliori e da subito dopo diventeranno irreversibilmente peggiori … potrebbe essere che questo c’entri qualcosa ??

P.S. ma Leonardo da Vinci avrebbe avuto paura dell’I.A ??

Nelle nuvole

di Nicola Parodi e Paolo Repetto, 17 ottobre 2024

Ci siamo imbattuti ultimamente in una serie di articoli nei quali si ventila che i maggiori siti di Intelligenza Artificiale (AI) stiano accordandosi per assoggettare a pagamento tutti i servizi che erogheranno. La cosa non ci ha indignati, ma ci ha stupiti. Non ci ha indignati perché non avevamo mai avuto il minimo dubbio che sarebbe finita così, e ci ha invece stupiti perché questi articoli trattavano la cosa come un’allarmante “eventualità”.

Ma quale eventualità! Ci sembra tutto così chiaro. Nessuno investe milioni o miliardi di dollari, di euro o di yen che si voglia per offrire un servizio a tutta la comunità umana. Al più potranno essere distribuite gratuitamente un po’ di briciole, quel che rimane sul tavolo dopo essersi spartiti le fette. E neppure le briciole saranno del tutto gratis, perché serviranno soprattutto a farci prendere gusto a quel pane, a rendercelo indispensabile e a indurci a farne un elemento essenziale della nostra dieta. A pagamento, naturalmente.

Per questo riteniamo che tutto il fiorire ultimo di G7 e di convegni e di predicozzi papali sul futuro dell’AI e sulla sua regolamentazione sia solo un teatrino più o meno consapevole di essere tale. Pensiamo che in effetti strumenti di difesa efficaci contro l’abuso e la strumentalizzazione non ce ne siano, e che al più possa essere opposta una consapevolezza, che non può essere che individuale, di come funziona tutta la faccenda. O meglio ancora: di come ha sempre funzionato.

Proviamo a riassumere, senza naturalmente la pretesa di riscrivere la storia dell’uso degli strumenti “intelligenti”, ma solo per buttare lì qualche spunto di riflessione non supinamente ortodosso e non aprioristicamente eterodosso.

Dunque. Con l’invenzione di “segni impressi manualmente su un substrato” gli umani sono stati svincolati dalla necessità di archiviare nella memoria parole, cose e fatti. Volendo possono essere considerate come substrato originario anche le pareti delle caverne, ma convenzionalmente l’origine della scrittura vera e propria è fissata all’uso di tavolette di argilla, sostituite poi attraverso innovazioni successive da papiri, pergamene o carta. E già lì il problema si poneva, come dimostra l’avversione, o quantomeno la diffidenza, di Platone per la parola scritta. Le ragioni addotte da Platone riguardavano l’appiattimento del discorso che la scrittura automaticamente produce, la sua neutralizzazione, in quanto si azzerano tutte le sfumature che il tono di voce o le espressioni facciali o la postura fisica consentono più o meno volutamente a chi parla di introdurvi, e a chi ascolta di coglierle, ma soprattutto la sostanziale passività che è indotta in chi ne fruisce.

C’era però anche un altro problema, ma questo Platone non se lo poneva, stante la sua concezione di un sapere “elitario”. Le innovazioni tecnologiche hanno permesso di “imprimere i segni” in maniera via via più veloce e meno costosa, e da ultimo anche automatizzata, con la conseguente moltiplicazione dei libri o di altri strumenti di trasmissione del sapere o quantomeno dell’informazione, e quindi hanno aperto l’accesso a quest’ultima ad una platea sempre più vasta. Ma sia per quanto ha riguardato per quattro o cinque millenni la trasmissione scritta che per quanto concerne oggi quella audio-visiva, la platea ha continuato ad essere sostanzialmente passiva (e più che mai lo è diventata di fronte ai media introdotti negli ultimi due secoli): si è nutrita quindi di saperi e di informazioni gestiti e selezionati e distribuiti di volta in volta dai diversi poteri (politici, religiosi, economici, ecc.). Per questo diciamo che la non solo possibile ma più che probabile monopolizzazione dell’AI, e non solo a fini economici ma anche di condizionamento sociale, non rappresenta affatto una novità. È sempre andata così. Con buona pace anche di noi sostenitori della intrinseca positività dell’innovazione tecnologica, dobbiamo ammettere che l’accesso ad un uso “attivo” delle tecnologie che supportano l’informazione e la trasmissione del sapere è consentito ai “non addetti ai lavori” solo quando queste ultime diventano obsolete. Oggi chiunque è in grado di prodursi a costi bassissimi un libro, o di girare un film o di aprirsi uno spazio in rete, ma questo libro o questo film o questo spazio, se non sono inseriti in un meccanismo di mercato che ne condiziona già in partenza la libertà espressiva, finiscono in un mare magnum nel quale non hanno la minima visibilità o rilevanza.

Vediamo comunque cosa ci aspetta. I “segni” cui ci si affiderà per il futuro, pur avendo ancora una loro effimera fisicità, sono “impressi” su un substrato e con tecniche tali per cui possono essere “visti e letti”, ma non lasciano una traccia “fisica” concreta. Vale a dire: questa roba c’è, può essere vista e letta, è rintracciabile velocemente e con facilità, ma in realtà non sappiamo affatto dov’è, con che criteri viene archiviata, e da chi, e a quale scopo. Si, certo, sappiamo che questo lavoro lo fanno i grandi gestori dei big data, ma abbiamo la minima idea di chi ci sia davvero dietro, dei traffici, delle guerre commerciali, degli accordi e degli scambi che si operano ben al di sopra delle nostre teste?

Ma non basta. Un’altra preoccupazione immediata riguarda la resistenza del supporto della fisicità dei dati. Con la progressiva sparizione degli archivi delle burocrazie reali, dei templi e delle biblioteche nei quali i dati erano conservati su supporti fisici, stiamo affidandoci sempre più alla “nuvola”. Con quali garanzie? Un’eruzione solare o una tempesta magnetica particolarmente forte o, senza scomodare la natura, una guerra dissennata combattuta nell’etere, potrebbero riportarci all’età della pietra? Il problema è reale, è già ampiamente discusso, ma noi tendiamo ad autoconvincerci che la tecnologia sarà comunque in grado di rimediare a questi rischi. In fondo, ci diciamo, i supporti vecchio stile hanno permesso una conservazione dei dati aldilà di quanto potevano immaginare i nostri avi: al giorno d’oggi tecnologie d’avanguardia consentono di leggere cosa c’era scritto sulle pergamene prima che venissero raschiate per essere riutilizzate, o addirittura di leggere i papiri ritrovati ad Ercolano. Ma parliamo pur sempre di supporti concreti sui quali lavorare: l’etere è un’altra cosa, e ci si chiede come sarebbe possibile rintracciarvi dati eventualmente dispersi.

Perché ci sono poi anche altri rischi: l’accensione della carta richiede una temperatura tra i 200 gradi e i 350 circa, a seconda dello spessore, e solo un malaugurato incidente o una “milizia del fuoco” come quella di Fahrenheit 451 possono provocarla, mentre il funzionamento dei megaserver nei quali stipiamo oggi le conoscenze necessita di temperature costanti tra i 30 e i 40 gradi. Con i mutamenti climatici in corso sarà sempre più difficile garantirle. Può sembrare una forzatura, ma in realtà abbiamo già modo di constatare quotidianamente come i più sofisticati sistemi di previsione, di prevenzione e di protezione vadano in tilt ad ogni stormir di foglia o ad ogni attacco degli hackers. È vero, anche la biblioteca di Alessandria, così come molte altre, è andata a fuoco, e una infinità di opere del passato è andata perduta: ma lo sappiamo perché di queste opere è rimasta comunque memoria, qualcuno ce ne ha comunque parlato, mentre ciò che finisce nella nuvola difficilmente ridiscenderà sulla terra come pioggia a fecondare i cervelli: è più probabile che si vaporizzi nel nulla. Rimane allora il dubbio che possano un giorno tornare utili i cinquanta e passa tomi della vecchia Treccani che Paolo ha messo al sicuro nel Capanno.

La preoccupazione maggiore e più attuale concerne però, come si diceva sopra, il rischio dell’appropriazione indebita del sapere da parte di società private fornitrici di servizi di AI. La cultura attuale è un frutto collettivo, prodotto dall’umanità durante tutta la sua storia, anche se con una accelerazione esponenziale negli ultimi millenni. Le varie società private utilizzeranno questo patrimonio dell’umanità per fare profitti, e potranno decidere quale conoscenza può essere fatta circolare o quale è meglio tenere riservata per i loro fini, politici o economici che siano. Un po’ come accadeva nella biblioteca dell’abbazia ne Il nome della rosa. Permettendoci di interrogare i loro sistemi ci daranno poi un’illusoria ed effimera sensazione di essere colti, mentre in realtà saremo solo consumatori di un prodotto culturale pre-confezionato e incartato, di uno spettacolo cui assistere passivamente.

Ripetiamo: è sempre stato così, il sapere e l’informazione trasmessi sono sempre stati trattati e normalizzati in funzione di chi ne deteneva il possesso (si pensi solo al lavoro di “ripulitura” dei testi sacri operato dalle varie chiese – per non parlare di quello della loro “creazione”), e da sempre ci sono individui o gruppi (medici, ingegneri, insegnanti ecc.) che usano le conoscenze prodotte dall’umanità per ricavarne un reddito. Quelle conoscenze sono però frutto di impegno e fatiche personali che hanno portato all’acquisizione di competenze necessarie alla società, che vanno riconosciute e remunerate al pari di quelle di qualunque altro lavoratore, e sono comunque a disposizione di tutti e non riservate ai membri di qualche setta (o azienda). Le modalità stesse della loro detenzione, poi, della conservazione e della circolazione, le hanno rese passibili (almeno negli ultimi secoli, ma in fondo da sempre) di essere confrontate, riviste, confutate: oseremmo dire che ogni innovazione tecnologica da un lato ha ampliato la cerchia degli utenti sui quali la cultura “addomesticata” poteva esercitare influenza, ma dall’altro ha progressivamente eroso a chi la deteneva ampi margini di controllo.

Le nuove tecnologie fanno intuire invece un controllo molto più soft e molto più subdolo: non ci sarà bisogno di alcuna censura, di alcuna proibizione conclamata: provvederà il sistema stesso, offrendo in apparenza possibilità illimitate, ma pilotando sapientemente all’interno del bailamme le nostre aspettative, a liquidare o a banalizzare sul nascere ogni tentazione di eresia o di autonomia di pensiero.

L’idea poi che le leggi, le regole sulle quali si basa la nostra convivenza, possano essere affidate ad un cloud ci inquieta: ricorda un po’ troppo epoche nelle quali le leggi erano garantite dagli Dei, e interpreti della volontà degli Dei erano i sacerdoti, almeno fino a quando non cominciarono ad essere scolpite sulla pietra, da Hammurabi a Mosè alle dodici tavole. La cultura del diritto, della quale tanto si parla, soprattutto a sproposito, nasce proprio da lì, da quelle pietre. Altro che nuvole.

Non vorremmo essere fraintesi. Non stiamo invocando un ritorno all’età della pietra: semmai proprio il contrario. Stiamo dicendo che il modello produttivo, e di conseguenza quello sociale, che abbiamo adottato suppone forme di organizzazione sempre più complesse, che a loro volta richiedono quantità di competenze impossibili da padroneggiare da un singolo. E che laddove la programmazione non possa essere eseguita e gestita dallo stato, cosa che oggi sta accadendo quasi ovunque perché le potenze che guidano il gioco sono ormai transnazionali, subentrano società private che possono investire enormi capitali: e che questi capitali, proprio perché enormi, si sottraggono al controllo di quei cittadini che attraverso lo stato dovrebbero esercitarlo. Alla faccia della democrazia, della libertà e dell’uguaglianza.

Anche questo in qualche modo è già accaduto, sin dalla notte dei tempi storici: la nascita delle città, ad esempio, ha certo liquidato le libertà di cui godevano i cacciatori-raccoglitori del paleoliotico: ma ha anche prodotto degli anticorpi, dapprima marginali, poi sempre più robusti, che hanno conferito alla libertà e alla dignità individuale altri significati (e se siamo qui oggi a parlarne e a porci il problema lo dobbiamo a questa evoluzione culturale). La domanda è se questi anticorpi, davanti alla pervasività che si prospetta totalizzante dell’intelligenza artificiale e al monopolio culturale che questa ambisce ad esercitare, sapranno ancora reagire, escogitare strategie di difesa. Anche in questa direzione i dubbi sono più che giustificati.

Insomma. Se agiranno in regime di “proprietà privata”, le aziende che fanno ricerca nel settore dell’AI, che già si guardano bene dal divulgare i risultati di queste ricerche ma si affrettano piuttosto a tradurli in utili, a trasformarli in un “prodotto” (che come tale ha come destinazione naturale un mercato e come scopo un profitto), metteranno in vendita qualcosa che non appartiene loro, che è un capitale comune maturato dall’umanità. Non solo: lo faranno esercitando una discrezionalità totale, promuovendo o oscurando i dati in loro esclusivo possesso a seconda degli interessi in gioco. E infine, comunque la si metta, anziché agevolare il recupero o il potenziamento di quella intelligenza naturale che tanto sembra oggi difettare, c’è il rischio concreto che ne sanciscano la definitiva atrofizzazione.

A conti fatti, non sembriamo messi troppo bene.

Postilla. L’Enciclopedia Treccani di cui sopra mi è stata regalata da una conoscente una decina d’anni orsono, forse proprio per fare posto al digitale. Consta dei trentasei volumi dell’edizione originaria, pubblicati tra il 1929 e il 1937, più altri quattordici di Appendici aggiornate sino al 1992 e uno di apertura sul nuovo millennio. È insomma come quelle che di recente, a partire dall’era Covid, avete visto alle spalle di molti dei partecipanti da remoto ai talk televisivi. La mia è ospitata nel Capanno dei Viandanti (che peraltro non ne fanno granché uso), perché in casa occuperebbe almeno la metà di una parete, mentre già attualmente non rimane spazio nemmeno per una rivista. Non apparirà mai in tivù non perché è esiliata al Capanno, ma perché io non frequento i talk.

Ci torno su invece perché offre a mio giudizio un esempio particolarmente ambiguo di trasmissione di “cultura” intesa come “prodotto finito”, summa dei dati e dei saperi. Questo “prodotto culturale” viene infatti riproposto in tempi diversi nella stessa confezione, anche se gli ingredienti e le ricette sono spesso completamente differenti. Non è questa la sede, ma sarebbe interessante analizzare le correzioni, le variazioni o le cancellazioni conosciute nell’arco di mezzo secolo da alcune “voci” particolarmente significative (ad esempio, dalla voce: razza).

Ora, certamente la cultura è un continuo processo conoscitivo, ed è quindi normale che i dati si aggiornino e i punti di vista mutino: ma è inquietante constatare come l’involucro abbia conservato, e trasmesso al contenuto, sempre la stessa autorevolezza (e sua la presenza come convitato di carta nei salotti televisivi mira proprio a questo). È inquietante perché di un’identica proprietà sembra godere oggi ogni confezione digitale, e senza nemmeno che vengano a incrinarla gli Aggiornamenti.

Per il momento mi limito a sottolineare come sulla Treccani queste voci fossero comunque affidate a specialisti, che si presumeva avessero una preparazione specifica, e che firmavano i lemmi (per cui era possibile con poco sforzo determinare le loro coordinate), mentre le odierne enciclopedie digitali, prima tra tutte Wikipedia (della quale peraltro mi avvalgo), hanno alle spalle collaborazioni volontarie e anonime: ciò significa che quando va bene queste collaborazioni soffrono di dilettantismo, di scarsa accuratezza nella verifica delle fonti, di datazioni o attribuzioni errate, ecc… mentre quando va male nascono da un preciso intento di interpretazione e strumentalizzazione ideologica (intere aree storiografiche, ad esempio quella relativa al fascismo, sono state prontamente colonizzate da una storiografia di destra decisamente d’accatto: ma questo vale anche purtroppo per la sinistra). Ebbene, sul web tutte queste voci hanno pari dignità, e stanti i criteri quantitativi coi quali l’algoritmo ne decreta la rilevanza (in sostanza, il numero di accessi), e quindi l’ordine di comparsa sullo schermo, è evidente che tale “rilevanza” non potrà che crescere nel tempo.

Questo ci riporta direttamente all’intelligenza artificiale e alle prospettive che apre. L’interrogativo che ricorre con maggiore frequenza nelle discussioni sull’argomento riguarda la possibilità o meno dell’AI di riprodurre esattamente, e di potenziare, tutti i meccanismi e le funzioni intellettive del cervello umano: quindi non solo di eguagliare, ma di superare le capacità della nostra mente. La risposta che io mi davo sino a ieri era che esiste anche una intelligenza del corpo, che passa per i nostri sensi prima ancora che per la mente, e che non può essere clonata da una macchina. Oggi non ne sono più tanto sicuro, e comunque non importa, perché credo invece che sia malposta la domanda. Penso infatti che quello in corso non sia un processo di adeguamento dell’intelligenza artificiale a quella umana ma, al contrario, di adeguamento dell’intelligenza umana a quella artificiale. Tutti i nostri comportamenti, in effetti, e non solo quelli mentali ma anche quelli fisici, sono già sin da ora, quando di AI si parla ancora come di un progetto allo stato nascente, fortemente condizionati da protesi, da strumentazioni, da modalità di comunicazione e di spostamento che riconfigurano lo spazio e il tempo, dilatano e sterilizzano i rapporti, dettano le priorità, rimodellano le aspettative. Io stesso, che siedo in questo momento davanti a un computer, sto scrivendo in una modalità che da un lato sembra offrirmi possibilità infinite di ripensamento, di correzione, di controllo lessicale, di approfondimento, di verifiche e di ricerche in tempo reale, senza alzarmi dalla sedia, ma dall’altro mi induce una pigra dipendenza, mi asseconda se mi conformo ai suoi protocolli di scrittura e silenziosamente indirizza e influenza ciò che scrivo.

Insomma, sono io ad abituarmi a pensare come la macchina, e non viceversa. (P. R.).