I romanzi gialli e gli autori inglesi (parte terza)

di Vittorio Righini, 11 ottobre 2024

Prosegue la breve panoramica di giallisti inglesi dei quali ho letto qualche romanzo.

Oggi è la volta di Richard (Horatio Edgar) Wallace (Inghilterra, 1875 – Stati Uniti, 1932), noto come Edgar Wallace.

Il personaggio è notevole, paragonabile ad Arthur Conan Doyle e ad Agatha Christie: uno dei maggiori scrittori di romanzi gialli, almeno quantitativamente, con all’attivo oltre 150 lavori tra il 1905 e il 1932, ma noto anche come commediografo, giornalista, drammaturgo e sceneggiatore. Era un uomo pieno di luci e di ombre: facile ad entusiasmarsi come a cadere nella depressione, tutt’altro che ordinato nella gestione della propria vita, fumava 80 sigarette al giorno e beveva 40 tazze di tè (secondo me i biografi esagerano, ma dobbiamo fidarci di quel che troviamo, non potendolo chiedere a lui). Guadagnò moltissimo, ma spese ancor di più, e quando si spense era sommerso da una montagna di debiti. Vulcanico, iperattivo, geniale, scriveva un romanzo o una commedia in un week-end (e qui mi ricorda un altro come lui, il caro Simenon, gran fumatore e sciupafemmine).

Aveva iniziato come corrispondente estero nel 1898, raccontando la Guerra Boera sul Daily Mail. Per qualche anno campò dello stipendio di giornalista in Sud Africa, spendendo sempre più di quanto guadagnava, tanto che quando tornò in Inghilterra, nel 1902, aveva solo 12 scellini in tasca e una moglie a carico: ma aveva anche tante idee da sviluppare. Voleva intraprendere la carriera di romanziere, non per una vocazione irrinunciabile, ma per mettere a frutto economicamente l’innegabile facilità di scrittura e le esperienze che aveva maturato. Per campare dovette però affidarsi ancora per qualche tempo all’attività di corrispondente, e tra il 1904 e il 1905 raccontò la guerra russo-giapponese: occasione che gli fornì ulteriori spunti per i successivi romanzi.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte terza 02Il primo di questi, I Quattro Giusti, uscito nel 1905, conobbe subito un largo successo, e può essere considerato il prototipo degli odierni thriller. In Italia è stato tradotto solo nel 1930. Non va confuso con un altro successivo, della stessa serie, nel quale i Giusti erano diventati tre, con un percorso inverso a quello dei Tre Moschettieri. A questo romanzo ne seguirono comunque altri 174, ai quali vanno sommati 24 lavori teatrali e un numero indefinito di racconti, di articoli giornalistici e di soggetti cinematografici (Pare abbia avuto una parte importante anche nella stesura del copione del film King Kong). Una produzione a livelli industriali, e di qualità molto diseguale.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte terza 03Una caratteristica interessante dei suoi romanzi è che non sono collegati uno all’altro: non c’è un personaggio (un detective, un ispettore, un commissario) che funga da trait d’union tra i racconti: le ambientazioni sono le più varie immaginabili, e le vicende sono slegate l’una dall’altra. Le indagini vengono spesso risolte da poliziotti anonimi, ma evidentemente dotati di grande fiuto. L’unico detective che compare con una certa frequenza è Mr. J.G. Reeder, uomo dall’aspetto risibile ma dotato di una mente “criminale”, che fortunatamente è al servizio della Polizia.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte terza 04Nell’estate scorsa ho letto un paio di questi romanzi: Stanza n. 13 del 1924 e Moneta Falsa del 1927. Curiosamente, entrambi trattano di falsari, di riproduttori di banconote false (per i quali Edgar provava evidentemente una certa ammirazione, magari anche un po’ d’invidia – per uno scialacquatore come lui avrebbe potuto essere una soluzione). Il primo è una storia abbastanza leggera, non priva di originalità ma piuttosto forzata, soprattutto nel finale. L’ambiente è quello della malavita inglese, la vicenda verte sulla ricerca del falsario imprendibile, tra ricatti famigliari, storie d’amore, infinite bassezze e vari morti sparati: comunque accettabile.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte terza 05Il secondo romanzo è più interessante; nell’edizione inglese si intitola The Forger (Il Falsario), in quella italiana Moneta Falsa; non sarebbe stata difficile o sgradita la traduzione del titolo inglese, tutto sommato.

L’ho letto in una edizione del 1935, la prima, comparsa nei Gialli Classici, in un paio di sere: mi si sbriciolava tra le mani, sul lettone, con gran gioia di mia moglie … Il traduttore doveva evidentemente rispettare i dettami fascisti, niente nomi stranieri ma italiani: così ha trasformato i bei nomi inglesi come Basil, Peter e Jane a favore di Basilio, Piero e Gina. Ora, Basilio Bianchi, per fare un esempio generico, è un bel nome e cognome italiano, abbinato con gusto, ma Basilio Hale non lo è; Gina Leith o Jane Leith? Peter Clifton o Piero Clifton? a voi l’ardua sentenza, saggi lettori dei Viandanti. Saranno delle belinate, come si dice anche qui nell’Alto e nel Basso Monferrato, ma per me hanno un valore. La storia invece è più interessante della precedente, e viene dato molto risalto a una presenza femminile, finalmente; in questi gialli inglesi le donne non hanno quasi mai nessuna importanza, qui invece hanno il ruolo di protagoniste.

Non ne ho letti altri perché, a mio modesto parere, il livello dei lavori di Wallace è inferiore a quelli di altri, meno noti e acclamati. Le storie si dipanano con molti colpi di scena, il lettore non si annoia, anzi, fino al finale resta avvinto al testo, e non nascondo di aver apprezzato una certa originalità nelle storie che ho letto: ma poi i finali, almeno quelli di questi due romanzi, lasciano il tempo che trovano, del tipo “e vissero felici e contenti”. Le vicende sono abbastanza truculente, la violenza psicologica è insita in molte pagine, c’è una abbondanza perfino eccessiva di eventi, che mi fa pensare che questi romanzi siano più americani che inglesi (d’altronde Wallace lavorò molto negli Stati Uniti, per conciliare le sue altre occupazioni come commediografo, giornalista, drammaturgo e sceneggiatore). Per capirci, nel romanzo della Tey che ho recensito la volta scorsa non compare un’arma o un fatto di sangue in tutto il libro, ma le sequenze narrative sono appassionanti anche senza queste componenti.

Dare un giudizio su Wallace dopo averne letti solo due titoli è riduttivo, ma mi sembra, da quanto ho letto, che non ci sia un romanzo capolavoro, un “faro” che sovrasta gli altri. Come non ce n’è uno indecente. Insomma, prevale un livello costante di mediocrità, sia pure intelligente, che temo faccia in definitiva somigliare una all’altra le varie storie. Non era di questo genere di autori che volevo scrivere, quando ho cominciato, ma non ho ritenuto giusto saltare Wallace solo perché lo trovo meno intrigante di altri.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte terza 06

I romanzi gialli e gli autori inglesi (parte seconda)

di Vittorio Righini, 27 settembre 2024

Non avevo intenzione di accettare la richiesta di Paolo di fornire, con cadenza settimanale, i miei articoletti da quattro soldi ai Viandanti. Perché pur essendo scritti molto semplici, frutto della lettura di questi romanzi a me cari, logicamente mi portano via del tempo, e la voglia è quella che è; inoltre, non sono mica Bonelli, che con le strisce di Tex ci campava … Ma Paolo mi ha fatto un’offerta che non ho potuto rifiutare: mi ha offerto il doppio di prima (prima mi offriva 0, ora mi ha offerto 00, come la farina). Così, all’incirca ogni due o tre settimane, scriverò per i Viandanti dei brevi saggi (?) commentando un autore per volta.

Nel leggere la sua introduzione alla mia prima parte, garantisco che nessun lettore sano di mente “attenderà con ansia ma con disciplinata pazienza gli imprevedibili (insomma!) sviluppi”. Per fortuna che c’è quel “insomma!”; ma non escludo che qualche autore meno noto vi incuriosisca, e questo sarebbe già un grande successo.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte seconda 02

Vi racconto quindi brevemente di una tizia di nome Elizabeth Mackintosh, una scozzese nata a Inverness nel 1894, e morta a Londra nel 1952. Avendo un cognome comune nel nord della Scozia, e in base alle consuetudini dell’epoca, utilizzò uno pseudonimo: Josephine Tey (e in un paio di casi pure maschile, Gordon Daviot, pare per avere maggiore credibilità presso gli editori del tempo).

Figlia di un fruttivendolo e di una insegnante, crebbe a Inverness, che è una località che, ve lo posso garantire per esserci passato brevemente, non mi è sembrata il massimo della mondanità e della vita sociale, nel classico clima spesso freddo, grigio e piovoso del Nord della Scozia.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte seconda 03Dopo le scuole dell’obbligo studiò in vari Istituti scolastici in città più grandi e seguì la professione della madre; intorno ai 25 anni, complice il lungo periodo di assistenza sanitaria che dovette fornire alla madre, interruppe il lavoro e cominciò a scrivere romanzi gialli. A volte erano ispirati a fatti da lei vissuti in prima persona nel suo periodo di insegnamento, con ambientazioni assimilabili a quelle conosciute in quei tempi, oppure si trattava di fatti riportati da altri, sui quali la grande fantasia e la profonda cultura della Tey intervenivano con successo. Scrisse dal 1926 al 1952, anno della sua scomparsa.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte seconda 04In Miss Pym, pubblicato tardi in Italia (in Inghilterra come Miss Pym Disposes), la Tey assiste a un’incidente in palestra che poi utilizza come la causa di un decesso nel romanzo, e non prevede ancora la figura dell’Ispettore Alan Grant, futuro punto di riferimento. Il primo romanzo che le procura una certa notorietà è The Man in the Queue (L’uomo in Coda, uscito da noi negli Oscar Mondadori). Qui compare per la prima volta Grant, e il romanzo, benché sia un poliziesco del tutto anomalo, ottiene un ottimo successo di critica e invoglia la Tey a proseguire nella sua carriera.

La Tey, al contrario di quanto ho scritto per gli autori della puntata precedente, sembra presentare un tipo di romanzo che rivela caratteristiche non molto difformi da quelle del classico “giallo”. Quindi sto per contraddirmi, perché ci sono l’ispettore, il morto ammazzato, l’indagine, insomma, niente di nuovo. Invece i due romanzi precedenti hanno un impianto e un andamento diversi da quelli classici, risultando molto originali rispetto alla produzione del tempo. E nel 1951, l’anno prima della sua morte, dà alla stampa quello che ritengo il suo lavoro meglio riuscito: La figlia del tempo.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte seconda 05C’è sempre l’Ispettore Grant, ricoverato però in ospedale per una caduta in una botola (mentre inseguiva un ladro), con relative fratture e contusioni. L’avvio può sembrare quello di La finestra sul cortile di Cornell Woolrich, uscito nel 1942 col titolo Ithad to be murder a nome Wiliam Irish (uno degli pseudonimi dell’autore americano) e poi ripubblicato nel 1944 come Rear Window, e infine ben più noto per la versione cinematografica di Alfred Hitchcok, con la splendida Grace Kelly e il bravo James Stewart. Ma il parallelismo finisce lì, con l’incidente che obbliga James Stewart e l’Isp. Grant nel letto di casa il primo e in quello d’ospedale il secondo.

Nel romanzo della Tey non ci sono finestre da cui sbirciare il vicinato, ma solo libri da consultare e amici con cui condividere i dubbi e le certezze di una curiosa indagine nel passato. Un’amica gli porta una serie di ritratti comprati in una libreria, perché confida nell’abilità di Alan Grant nell’interpretare i volti, una caratteristica che non dovrebbe mancare a un buon Ispettore di Polizia, insomma un “occhio clinico” (si fa per dire …).

Un Grant annoiato, a volte burbero con le infermiere e innervosito dalla lunga degenza, in effetti si incuriosisce per i tratti del volto di Riccardo III, l’ultimo Plantageneto (che regnò sull’Inghilterra fino alla sconfitta nella battaglia di BosworthField del 22 agosto del 1485, a conclusione della lunga Guerra delle Due Rose).

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte seconda 06Alan Grant nota che l’aspetto di Riccardo III nella stampa non sembra quello di un mostro, capace di uccidere i suoi due nipotini, figli di suo fratello Edoardo morto in battaglia (al quale Riccardo tra l’altro era legatissimo) per evitare che possano subentrargli un giorno come regnanti. E in effetti, rileggendo vari libri nel periodo di degenza, si rende conto di alcune sviste nella narrazione storica, e della controversa figura di Tommaso Moro (Sir Thomas More, o per i cattolici San Tommaso Moro), che pur non essendo presente fisicamente in quegli anni (quando morì Riccardo III, Moro aveva 5 anni) fu un netto propagandista della teoria Tudor che vedeva in Riccardo III un uomo abbietto e meschino, limitandosi a riportare informazioni di seconda o terza mano.

Da qui si dipana tutta la storia, che non sto a ‘‘spoilerare’’ nel caso qualcuno volesse leggersi il libro. Non nascondo che per andare avanti nella lettura ho dovuto dare una bella ripassata alla storia inglese di quel periodo, ma male non mi ha fatto. Mi sono appassionato fino all’ultima pagina quasi come se ci fosse la tensione di un tipico romanzo giallo, sebbene tutto avvenga solo nella mente dell’Ispettore. Un’inchiesta poliziesca su un fatto avvenuto quasi 500 anni prima, fatta in un letto di ospedale, che mette in dubbio gli scritti di molti storici … se non è un giallo originale questo, non so quale altro lo possa essere.

I romanzi gialli e gli autori inglesi parte seconda 07 The Daughter of Time

Uno spasso infinito

di Paolo Repetto, 18 settembre 2024

A proposito di serialità (quella cui accennavo presentando le ultime recensioni di Vittorio): anche la mia sta diventando – in realtà è sempre stata – una produzione seriale. Nel caso specifico del pezzo che segue, è l’ennesima puntata della serie relativa alla mia biblioteca, con gli stessi protagonisti, io e i miei libri, e solo l’ambientazione leggermente diversa[1]. Ma in fondo io e i miei libri siamo sempre stati protagonisti di ognuno dei pezzi sin qui prodotti, quindi non di serie si dovrebbe parlare ma della composizione di un puzzle che a dispetto del numero enorme di tessere ancora da sistemare si intravvede ormai benissimo. Titolo del puzzle? A infinite jest, tanto per parafrasare qualcuno: “uno spasso infinito”, un’autobi(blio)grafia di ringraziamento per la vita che mi è stato concesso vivere e per i libri che mi è stato dato leggere.

 

P.S. Mi accorgo che stiamo tornando alle origini. Vale a dire che sul sito si torna a parlare prevalentemente di libri. Sarà un bene o sarà un male? Non lo so. So però che è un segnale, e la prima cosa che mi viene in mente è che forse di altro in questo momento non val la pena parlare, pena il rischio di dire fesserie, e che è comunque un modo per marcare la distanza da Sangiuliano e dalla cricca dei non-lettori professi della quale l’ex-ministro è un esemplare perfetto e tutt’altro che unico.

Altre stanze

L’“altra stanza” è quella cui accenno ma che non mostro mai ai visitatori occasionali. Vi accedono raramente anche gli amici e i miei stessi famigliari, con qualche eccezione per mio nipote. Non la mostro per più motivi: intanto per ragioni logistiche, perché è un po’ discosta dal corpo centrale della mia abitazione, e per raggiungerla occorre transitare per il ripostiglio-lavanderia o passare dalla scala esterna; ma soprattutto perché è un autentico bazar dove sono ammonticchiati, sopra e dentro un armadio o direttamente sul pavimento, zaini, valigie e borse di ogni foggia e dimensione, giacconi e tute invernali, imbraghi e ciaspole, tutto l’armamentario insomma, ormai purtroppo dismesso da tempo, per viaggi, escursioni e alpinismo.

La motivazione più vera sta comunque nel fatto che le scaffalature disposte lungo due pareti ospitano gran parte della mia adolescenza: i fumetti, la letteratura poliziesca e quella fantascientifica, gli “umoristi”, da Jerome e Wodehouse a Campanile e Francesco Piccolo. Mancano i libri dell’infanzia: quelli sopravvissuti sono in esilio al Capanno.

Questa disposizione separata non riflette una qualche mia scala di valori dei libri, ma risponde semplicemente a un criterio d’uso. Come ho già spiegato altrove, ho stipato nello studio e nell’ex-tinello, che ne è ormai un’appendice, tutta la saggistica, disposta secondo una collocazione che mi permette di rintracciare immediatamente ciò che serve per le mie ricerche o di individuare con un colpo d’occhio altre fonti di eventuali suggerimenti.

Narrativa e poesia di tutte le letterature mondiali le ho trasferite nel corridoio e nei locali che vi si affacciano, sono meno visibili ma sono raggiungibili con pochi passi e suppongono comunque una frequentazione più saltuaria. Ciò che riempie invece gli scaffali della stanza “segreta” lo conosco talmente bene da non aver bisogno di tenerlo a portata immediata di vista. È probabilmente l’unico settore della mia biblioteca del quale posso affermare di aver letto davvero tutto.

C’è però un’ulteriore ragione, ed è una forma di gelosia che definirei “protettiva”. Per me quei libri e quegli albi hanno significato moltissimo. Sono legati per la maggior parte a una fase particolare della mia vita (e questo, naturalmente, vale allo stesso modo da sempre per qualsiasi lettore) che ha però coinciso anche con un momento particolare della nostra storia comune, quando la lettura si è aperta a tutti, mentre la televisione ancora non c’era (in casa mia no senz’altro), e se c’era aveva un peso e un impatto trascurabili: e questo restringe alla mia generazione il tipo particolare di ricezione. Inoltre, le sequenze con le quali queste letture sono arrivate e il loro intersecarsi con esperienze di tutt’altra natura raccontano una storia che non può essere che individuale: ovviamente la mia.

Insomma, ne sono geloso perché sono certo che ad altri direbbero cose diverse da quelle che hanno detto a me – come è giusto e normale che sia – e io voglio invece lasciarle legate a quell’ordine, a quel significato e a quel ricordo.

Chiarito questo, per una volta vi lascio entrare in visita guidata nell’altra stanza, invitandovi a fare attenzione per non inciampare in un arco o in una piccozza, a non rovesciare un trespolo porta-abiti e a non prendere in testa un trolley. Sarà comunque una visita breve, limitata al settore fumetti. Della giallistica, della fantascienza e degli umoristi ho già parlato altrove, in più occasioni. Anche del fumetto, a dire il vero, ho già parlato, e forse più che degli altri generi: ma mi rimane ancora qualcosa da dire.

Ad esempio, che quasi tutte le mie raccolte hanno in realtà una storia recente. In qualche caso sono la ricostruzione sofferta e testarda di quelle originali (vale per GimToro, per il Vittorioso, per Pecos Bill, per Nat del Santa Cruz e per altre testate), costruite all’epoca pazientemente con scambi, favori, zelo di chierichetto e prestazioni d’opera per l’edicolante, ma qualche volta anche con sotterfugi e scommesse insensate e persino con estorsioni (in famiglia non era prevista alcuna voce di spesa per i fumetti): tutte quelle sono andate poi perdute per vicende varie o per stupida disaffezione al momento del passaggio dall’adolescenza alla maturità. In altri casi le raccolte sono invece il frutto di un desiderio coltivato lungo decenni per storie e personaggi che avevo avuto la ventura di conoscere ma non la possibilità di seguire, e meno che mai di acquistare. Parlo ad esempio di Tintin, di Blake e Mortimer e di Blueberry, o più in generale della scuola fumettistica franco-belga, scoperti tramite un amico monegasco che trascorreva a Lerma le vacanze e leggeva riviste leggendarie come Pilot e più tardi MétalHurlant. Questi li ho pazientemente recuperati nelle edizioni italiane, integrando spesso le collezioni con gli originali in francese (da loro, forse, le mie passioni per Magritte e per Jacques Brel). Altre collane, come quella di Corto Maltese e della Storia del West, datano ai tardi anni Sessanta, e sono quelle che mi hanno spinto a tornare a leggere i fumetti, sia pure con uno spirito nuovo; o ai settanta, quando finalmente ero anche in grado di investire nelle mie passioni un piccolo budget. Parlo di saghe importanti, come quelle di Ken Parker (figlio riconosciuto di Jeremiah Johnson, uno dei miei film di culto), di Jonathan Cartland, di Mac Coy o de I pionieri del nuovo mondo; oppure degli albi di Rino Albertarelli per serie de I protagonisti e di Dino Battaglia o di Sergio Toppi per Un uomo, un’avventura (non solo i loro, naturalmente: possiedo la serie completa). Infine, tra le cose più recenti che hanno solleticato lo spirito collezionistico ci sono le produzioni di Attilio Micheluzzi, di Vittorio Giardino e di Renzo Calegari, per le quali la caccia è ancora aperta.

Ho citato, naturalmente, solo le testate che reputo più significative, quelle che torno a sfogliare più spesso: ma ce ne sono diverse altre. La considero già una discreta collezione, soprattutto per quanto concerne il western, anche se per un amante del fumetto è il minimo sindacale. Ciò che la distingue e la rende particolare è lo spazio riservato alla produzione dei primi anni Cinquanta, perfettamente comprensibile dal momento che a quell’epoca risale la mia fascinazione per le bande disegnate. Quella fascinazione, al contrario di molte altre, non è mai venuta meno, e anzi, si ripete, sia pure esercitandosi su stati d’animo ben diversi, ogni volta che rileggo un albo. Soprattutto poi se ho in mano quelli originali. Ne possiedo ancora molti, anche se il mio tesoro, custodito un tempo dentro robuste casse da birra in legno, quelle in uso sulle navi, a prova di topo, è andato quasi totalmente disperso: conservo o ho recuperato vecchie strisce di Nat o di Gim Toro, di Akim, Miki, Blek, de Il piccolo sceriffo, di Kinowa e de Il piccolo Ranger, albi di Pecos Bill e del favoloso Oklahoma, nonché numeri de Il Monello e de L’Intrepido, del Vittorioso, del Pioniere e dell’Avventuroso. Sono diligentemente imbustati e inseriti in raccoglitori, come sacre reliquie. Ho persino scaricato da internet e poi stampato storie ormai irrintracciabili anche nei mercatini, delle quali conservavo una vaga memoria perché lette nel circolo parrocchiale, nei primissimi anni di scuola: ricordavo non le immagini, le trame o i personaggi, ma l’impressione che mi avevano prodotto. E a distanza di tutto questo tempo quell’impressione si è ripetuta, vivida, e giustificata non più dallo stupore infantile ma dalla eccezionalità delle cose che stavo ritrovando.

Mi riferisco ad esempio a certe storie comparse settant’anni fa sul Vittorioso (l’unica pubblicazione a fumetti ammessa nel circolo parrocchiale: tutto il resto era “sconsigliato” o “escluso”). Erano pensate senza dubbio per un pubblico di adolescenti, con chiaro intento didattico, ma per un ragazzino di sette o otto anni avido di racconti e di immagini rappresentavano comunque la porta d’ingresso in un’altra dimensione. Dopo aver conosciuto le storie scritte e disegnate da Franco Caprioli, quello che la scuola mi passava diventava quasi superfluo.

Ripeto, qui non si tratta solo di nostalgia. La loro rilettura mi ha lasciato stupefatto tanto per la qualità delle immagini che per la cura linguistica e la felicità inventiva. E mi ha anche illuminato sull’origine di certe mie passioni e di conoscenze che ogni tanto emergevano misteriosamente dalla mia memoria.

In Una strana avventura tre giovani amici imbarcati su un cutter finiscono alla deriva durante una tempesta che flagella il Mediterraneo e si ritrovano sbalzati su un’isoletta dove incontrano, guarda caso, un loro insegnante di storia. Guidati da costui si addentrano in una terra rimasta all’età del neolitico, e qui incontrano gli ultimi superstiti dei cacciatori nomadi vissuti in Europa all’età della pietra, che cacciano i mammut e gli uro e devono difendersi da rinoceronti bicorne. Il professore sa tutto delle diverse “razze” che hanno successivamente abitato l’Europa (Chancelade, razza di Grimaldi, Cro-magnon, ecc ), e scorta i nostri eroi in un avvincente viaggio verso l’interno, costellato di incontri straordinari con uomini e animali “primitivi”, che si rivela anche un viaggio nel tempo, dalle caverne e dalle palafitte villanoviane sino ai primordi delle civiltà storiche. Ecco lì da dove nasce la mia curiosità paleoantropologica. Non è questione di geni, ma di giornalini.

Allo stesso modo una storia western, Il segreto del pugnale, oltre ad essere avventurosissima e avvincente per gli scenari insoliti nei quali si svolge e per la bellezza delle tavole (Caprioli usava una tecnica tutta sua, quasi un pointillisme), si rivela una vera e propria lezione di etnologia, per l’accuratezza filologica negli abbigliamenti, nei rituali, negli oggetti e negli ambienti. Con quello che ne ricordavo, e col resto che avevo appreso da Il tesoro di Tahorai-Tiki-Tabù ho fatto un figurone anni dopo all’esame universitario di Civiltà precolombiane, e ho stabilito quello che ritengo essere un record mondiale di esame con esito positivo a Etnologia: un minuto e dieci secondi, cronometrati da un amico.

Per non parlare poi del linguaggio. La mia lingua madre è il dialetto, e in dialetto si svolgevano all’epoca in tutti i rapporti, in famiglia e con gli amici. A scuola ho ricevuto i rudimenti dell’italiano, ma l’ho poi parlato correntemente apprendendo non dai libri di lettura delle elementari o da I promessi sposi, ma da fumetti nei quali la storia era narrata così: “La notte cala insolitamente nera, causa una fitta cortina di nubi portate dallo scirocco”. “La terra con i suoi neri dirupi ha un aspetto sinistro e strano, da incubo”. “I tre ragazzi bordano le vele debitamente terzarolate e si accingono a salpare”. E i dialoghi: “Professore! … come mai qui?! … e perché s’è vestito in cotesto modo?” Ancora al Liceo la mia insegnante di lettere mi rimproverava l’uso nei temi di certe espressioni “vetuste”, di un linguaggio con velleità letterarie, e io ci rimanevo male, perché per me l’italiano era quello – e in qualche misura è rimasto tale.

Ora, tutto questo può odorare di stantio, della patetica nostalgia di un vecchio per i bei tempi della gioventù. E magari un po’ è anche così. Ma fatte le debite tare, al netto rimane che la cultura trasmessa da quelle tavole disegnate era ben altra cosa rispetto a quella che i ragazzini e gli adolescenti assorbono oggi sui social, e anche a quella che la generazione che li ha preceduti, i nostri figli e loro genitori, ha succhiato dalla televisione. Non è una percezione deformata del passato, è la realtà. Mi si obietterà magari che si trattava di una cultura basata su valori totalmente occidentali, che seppur declinati in maniera diversa (tra Il Vittorioso e Il Pioniere ne correva), rimanevano comunque vincolati a una concezione “imperialistica” dei rapporti con la natura e col resto dell’umanità: e che oggi tutte queste cose sarebbero bruciate sul rogo della cancel culture (cosa che vale naturalmente anche per il cinema dell’epoca, oppure per la letteratura e persino per l’infarinatura storica impartiteci a scuola). Non sarebbe difficile smontare questa obiezione – anche se, considerando da chi in genere queste accuse sono mosse, penso sarebbe del tutto inutile: ma non è questo che qui mi importa. È invece il fatto i miei fumetti alcuni valori comunque li trasmettevano, un messaggio etico lo inviavano, e chi ne è stato l’entusiasta destinatario ha poi avuto tutto il tempo e l’agio di rifletterci su, di correggerne le storture, di modificare le proprie convinzioni. Aveva una base su cui poggiare i piedi e da cui muovere. In fondo, la condizione necessaria per poter cambiare idea è averne una.

Eppure, anche prima dell’arrivo della furia cancellatrice, l’influenza del fumetto, di quei fumetti in quel particolare periodo storico, è sempre stata sottovalutata o considerata con sospetto. All’epoca era ritenuta nociva per motivi differenti, quasi opposti: distraeva e diseducava le menti e inquinava le certezze storiche. La scuola per prima lo ostracizzava, e questo naturalmente contribuiva a farcelo amare ancor più. Era un’esperienza proibita, che prometteva paradisi artificiali di carta e intanto creava adrenalina e piacere già per il fatto stesso di praticarla. Le uniche punizioni di cui ho ricordo rimediate alle elementari o alle medie erano legate agli scambi di fumetti che avvenivano sottobanco. Quando, se pur raramente, venivano scoperti, quei traffici erano implacabilmente stroncati dagli insegnanti, e giù ramanzine e comunicazioni ai genitori: ma la vera punizione era il sequestro e la distruzione dei corpi del reato. Dopo che fui obbligato a gettare nella stufa della classe due albi di Pecos Bill ho sofferto di crisi depressive per mesi.

Gli scambi non si sono mai interrotti, avvengono anche oggi, ma riguardano ben altri stupefacenti: e sono purtroppo molto più tollerati dei nostri innocenti traffici.

Da parte della cultura “alta” la diffidenza e la distanza nei confronti del fumetto sono state mantenute ben oltre gli anni Cinquanta, persino dopo che il genere aveva ricevuto una legittimazione da semiologi di fama come Eco e Morin o da artisti come Roy Lichtenstein. La riabilitazione è arrivata molto tardi. Basti pensare che la voce “fumetto” è comparsa nella Treccani solo dopo il 1978, affidata peraltro a un collaboratore qualificato come esperto di ingegneria, che infatti si limitò a compilare un lungo elenco di testate e di autori (citando solo di sfuggita Il Vittorioso e ignorando del tutto Franco Caprioli). E una volta mutato l’atteggiamento le cose sono andate solo peggio, com’era logico aspettarsi. È scattata l’omologazione, si è tentato di impiegare il fumetto a fini didattici (le strisce in latino, le Storie d’Italia, ecc…, con risultati penosi), di animarlo per una destinazione televisiva (Gulp! Fumetti in tv), di speziarlo per una fruizione morbosamente edonistica (da Barbarella a Guido Crepax e Manara) o dissacrante alla maniera “post-moderna” (Moebius e LesHumanoïdesAssociés, lo Zanardi di Andrea Pazienza), di piegarlo da ultimo al messaggio politico (Zero Calcare). Il paradosso sta nel fatto che questi in fondo non possono nemmeno essere definiti usi impropri, perché il fumetto ha avuto un senso e un ruolo culturale propositivo per un paio di generazioni, la mia e quella che l’ha preceduta (quest’ultima però con una fruizione più elitaria); poi questo ruolo lo ha esaurito, soppiantato da media meno liberi e ben più potenti, più accattivanti perché il loro consumo non richiedeva alcuno sforzo attivo. Per sopravvivere ha dovuto evolversi (ma sarebbe più corretto dire involversi), ripiegandosi su se stesso, andando sempre più a caccia di un riconoscimento artistico e culturale ufficiale, complicando le vicende e affinando le tecniche di rappresentazione. Non ha più guidato il percorso di crescita di adolescenti affamati di valori, ma ha seguito e assecondato quello di adulti disincantati e bulimici di effetti speciali.

Insomma, dobbiamo ammettere che anche gli autori che più amiamo, da Pratt a Battaglia e Toppi e a Berardi e Milazzo, al di là del fatto che possano aver coinvolto anche una parte (sempre più ristretta) delle generazioni successive, parlano essenzialmente a noi, che in effetti abbiamo continuato ad esserne i principali fruitori. E che la cultura che trasmettono, ormai in veste ufficiale e legittimata, non è più una cultura “altra”, magari infarcita di valori che troppi oggi ritengono obsoleti, ma capace di per sé, per la sua natura genuinamente underground, di aprire alla realtà e contemporaneamente al sogno menti ancora acerbe, ma è quella allineata alle più recenti mode di un pensiero davvero “debole”. I loro lettori vi cercano non la sorpresa, ma conferme di ciò che già sanno e si attendono. Non l’avventura, ma surrogati che giustifichino la loro compiaciuta pigrizia mentale.

Parliamoci chiaro: noi non abbiamo dovuto aspettare la revisione hollywoodiana del western degli anni Settanta, da Soldato blu a Balla coi lupi, o le fumisterie della New Age, e neppure Ken Parker o Cartland, per stare dalla parte degli indiani. Avevamo già letto vent’anni prima Tex e Il segreto del pugnale, e visti i film di John Ford, e avevamo appreso intuitivamente alcune rudimentali verità: che da una parte come dall’altra ci sono i buoni e i cattivi, gli onesti e i mascalzoni, che dei primi bisogna fidarsi e degli altri no, che gli uni vanno soccorsi e gli altri combattuti, indipendentemente dal colore della pelle, dai costumi e dalle credenze religiose. Quelli che non avevano appreso queste cose evidentemente leggevano di fretta (o non leggevano affatto), saltando a piè pari i cartigli e lasciando spazio nelle loro menti per imboniture e assuefazioni di ben altro genere. E infatti. Grafic novels come quelle di Zero Calcare possono piacere solo a coloro che i fumetti non li hanno letti al momento giusto o non li hanno comunque mai amati, e non possono capire che c’era più contenuto politico, e se vogliamo anche rivoluzionario, ne Il grande Blek o in Liberty Kid che in tutte la produzione “impegnata” che circola oggi nei salotti “progressisti”. E soprattutto che quelle storie avevano un senso perché rivolte a chi non voleva distrarsi, ma immergersi nella vita.

Ancora un’ultima cosa. Tra le altre accuse, negli anni Cinquanta circolava quella che il fumetto fosse diseducativo anche rispetto alla formazione di un gusto estetico: che abituasse cioè ad una percezione semplificata, a linee pesanti di contorno, a un segno approssimativo o quando andava bene “calligrafico”. Questo proprio nel momento in cui stava esplodendo l’arte astratta, si stravolgeva l’ordine delle linee e dei colori, si rifiutava sprezzantemente il figurativo. Insomma, il fumetto distoglieva dal percepire i messaggi dell’arte “autentica” (o autenticata). Ora, in casa mia quei messaggi non arrivavano: non c’erano riproduzioni di opere d’autore, al più qualche immagine di santi o di madonne, e nessuno di noi ha mai visitato un museo almeno sin dopo i vent’anni. Anche i libri e i sussidiari scolastici erano illustrati da disegni, purtroppo di autori che non sarebbero stati in grado di disegnare un fumetto. La storia dell’Arte l’ho incontrata poi, al liceo, dopo i quindici anni, quando ormai mi ero autoeducato esteticamente. Mi ero abituato presto a cogliere le differenze di segno dei diversi disegnatori o degli illustratori dei libri d’avventura, ad apprezzare o meno certe caratteristiche (per me la cartina di tornasole tra il buono e il mediocre era la rappresentazione dei cavalli, oppure quella degli scenari naturali), a capire che un tratto sbrigativo era congeniale alle storie di pura azione, mentre una tecnica più elaborata mi induceva a riflettere maggiormente, a non inseguire solo lo sviluppo serrato della vicenda.

Da allora sono rimasto seduto sulla sponda del fiume, e ho visto mano a mano passare le spoglie delle avanguardie più rivoluzionarie, arte povera, body art, minimalismo, arte mimetico-visuale, concettualismo, transavanguardia, ecc… Di tutte queste cose non ho il minimo ricordo, sono scivolate via senza lasciare traccia, rivelando la loro natura di espedienti certificati da una critica mercenaria per lo spaccio del nulla in un mercato drogato. Ultimamente ho assistito alla riesumazione della pittura figurativa, celebrata dagli stessi critici ruffiani come la novità del terzo millennio, anziché come la resa a un ruolo che era stato ovvio per millenni. Perché in effetti di una resa si tratta, non di un ritorno: credo che nemmeno di queste immagini rimarrà traccia. Dovrei provare una maligna soddisfazione, e invece ho capito che prima ancora di quello del fumetto era già venuto meno il ruolo dell’arte. L’uno e l’altra sono diventati cose diverse, e mentre il fumetto ne ha preso atto e ha già cambiato nome, per l’arte dovremmo cominciare ad inventarci una o più denominazioni sostitutive. Ma non è un problema mio: ci penseranno (?!) le generazioni future.

Quanto a me, se ogni tanto vorrò risentirne il gusto, anziché intrupparmi in quelle mostre-evento che ammanniscono sempre gli stessi piatti, come alle sagre paesane, e in confezioni predigerite, potrò sempre rifugiarmi nell’altra stanza, spostare un po’ di ingombri e tornare a stupirmi piacevolmente davanti a una tavola di Franco Caprioli.

P.S. In tutta questa tirata viene citato solo una volta, e di sfuggita, Tex, che pure è stato uno dei pilastri della mia educazione, In effetti le raccolte di Tex (non gli originali, quelli li ha fatti suoi mio figlio, assieme ai Ken Parker) sono al Capanno, perché qui avrebbero occupato troppo spazio. Ma c’è anche il fatto che Tex è stato sì importante sì nella mia formazione, ma a livello più epidermico, nel senso che ne ho appreso e mutuato, nel mio piccolo, certi atteggiamenti, un decisionismo a volte sin troppo sbrigativo, una primitiva e solida distinzione tra il bene e il male, senza sfumature; ma non mi ha certo insegnato a riflettere. Ha costituito un modello, inarrivabile come Achille, dell’azione, non del pensiero. E non essendo lui mai invecchiato in settantacinque anni, ci siamo persi di vista. Non so quanto oggi possa ancora parlare ai giovani, credo molto poco, e penso non abbia più granché da dire nemmeno agli altri. Eppure è l’unico eroe di carta della mia generazione (siamo nati lo stesso anno, ma lui è uscito già armato come Pallade Atena, e già a cavallo) che sia sopravvissuto. Probabilmente sopravviverà anche a me. Qualche motivo ci sarà. Forse davvero è cresciuto senza invecchiare, al contrario di noi che tendiamo a invecchiare senza crescere.

Dovrei andare a rileggermi anche lui.

[1]Mi riferisco a Elisa nella stanza delle meraviglie; Ritorno alla stanza delle meraviglie; Che belle figure; Cocco Bill contro i trafficanti di utopie; Il pellegrinaggio a Lucca; Incursioni nell’immaginario; Provaci ancora, Wile!

Le immagini di questo articolo sono tratte da Il Vittorioso, dalle storie disegnate da Franco Caprioli Una strana avventura, Il segreto del pugnale e L’elefante sacro.

I romanzi gialli e gli autori inglesi (parte prima)

di Vittorio Righini, 15 settembre 2024

Quando Vittorio ha proposto una serie di brevi interventi, scanditi nel tempo ma strettamente consequenziali, su uno stesso argomento (la fiction “giallistica” inglese di alto livello), mi sono detto: eccola qui, ci arrendiamo anche noi al modello seriale di Netflix. Poi ci ho riflettuto, e ho realizzato che sul nostro sito quel modello lo abbiamo anticipato da quel dì, esplicitamente, e che il proto-modello nostro semmai era debitore degli albi settimanali a fumetti degli anni Cinquanta, dalle strisce di Tex e de Il grande Blek alle saghe che comparivano su L’Intrepido, su Il Vittorioso e su Il Monello, nei quali ogni puntata terminava invariabilmente con un (continua). A volte quelle storie andavano avanti per mesi, e ti educavano ad attendere con ansia ma con disciplinata pazienza gli imprevedibili (insomma!) sviluppi. Sono convinto che il dilagare di femminicidi e delitti insensati sia legato anche alla scomparsa delle storie a puntate e al prevalere di quelle autoconclusive e dei tempi da telefilm (o addirittura da spot). Bene, attendo allora con pazienza le prossime puntate, con la speranza che rispettino la vecchia cadenza settimanale. (il commento di Vittorio ve lo risparmio, è prevedibile come l’uscita di Capitan Miki da ogni sorta di guaio) (P.R.).

Ho dedicato parte delle letture estive ai vecchi autori inglesi che scrissero romanzi gialli nel secolo scorso, ma non so esattamente che terminologia usare in queste che sono anche storie di spie, di oscuri processi, di complicate ricerche legali nel passato, di lunghi viaggi, insomma un guazzabuglio di argomenti che non so come indicare.

Il giallo, come tutti sanno, è (copio e incollo): ‘‘un popolare genere di narrativa di consumo nato verso la metà del XIX secolo e sviluppatosi nel Novecento’’. Fu Edgar A. Poe, si dice, il primo nel 1841, con I Delitti della Via Morgue, ambientato a Parigi. Romanzi osteggiati dagli amanti della letteratura pura, vennero però premiati dalla gente comune che li apprezzarono moltissimo e da allora si sono moltiplicati, come potete ben notare guardando in una vetrina di una qualunque libreria al giorno d’oggi. (A puro titolo di curiosità, ho letto che il primo romanzo giallo italiano fu Il mio cadavere di Francesco Mastriani, uscito nel 1852 per l’editore Rossi di Genova, e che già conteneva tutti gli ingredienti del buon giallo).

Io in questa torrida (sebbene decorosamente piovosa) estate ho letto romanzi di Eric Ambler, Somerset Maugham, Graham Greene e altri. E tra questi romanzi, di gialli veri e propri (che so, il commissario, il morto ammazzato, il medico legale …) ne ho trovati proprio pochi. Per questo motivo vorrei analizzare, un poco alla volta, gli autori che ho letto (o riletto) recentemente.

I romanzi gialli e gli autori inglesi 01

Cominciamo dal primo autore, Eric Ambler, Londra, 1909 – 1998.

Parto dal libro più semplice, Topkapi – la luce del giorno perché mi è piaciuto tantissimo; avevo visto il film del 1964 alcune ere geologiche fa, con Melina Mercouri, Peter Ustinov e Maximilian Schell, ma il libro è sempre il libro; la narrazione parla di Atene e Istanbul, e questo per me è già un must, e la figura di Arthur Simpson (uno stordito ladruncolo e trafficone inglese che vive di espedienti e trucchi ad Atene, di padre inglese e madre egiziana, sempre alla ricerca di un passaporto che sia l’Inghilterra che l’Egitto gli negano per i suoi precedenti truffaldini), mi ha veramente rallegrato. Graham Greene deve aver studiato a memoria questo personaggio, perché Il Console Onorario gli deve molto … o viceversa? Vedremo …

La storia in sé non è trascendentale, ma scorre agevolmente, e se pensiamo che è ambientata nei primi anni Sessanta del Novecento, è certamente moderna e audace, ma non è la sua opera prima.

Molto più interessante e apprezzato in tutto il mondo, sempre di Ambler, La Maschera di Dimitrios, pubblicato nel 1939. Questa è una vera storia di spie, ma depurata dalle raffinatezze di certi autori; la storia è nuda e cruda, complessa, violenta e sporca, e si svolge tra Atene, Istanbul, Parigi, Smirne e la Bulgaria. Ricca di colpi di scena intelligenti, non facili semplificazioni, porta il lettore fino alla fine all’oscuro di quel che potrà succedere. Anche questo non è giallo, lo definisco una storia di spie ma siamo al limite dell’interpretazione, ed è vero che è il capolavoro di Ambler.

I romanzi gialli e gli autori inglesi 03

Ho poi letto Il caso Schirmer, del 1953, che definirei un legal thriller ante litteram, in riferimento alla moda degli ultimi anni di infilare avvocati d’ogni genere nei romanzi. Qui le componenti sono un’eredità, un morto del 1806 e la ricerca degli introvabili eredi, tramite un attento avvocato che 150 anni dopo la morte del de cuius fa un gran viaggio alla ricerca di notizie utili al suo compito. Non è trascinante né noioso, è solo un po’ lento ma, anche in questo caso, molto ben scritto e i personaggi sono curatissimi.

Facile e scorrevole Una sporca storia, che ho finito non tanto per la storia in sé, ma perché ricompare un sempre più stolto Arthur Simpson che, alla ricerca di un passaporto, si infila in una storia abbastanza improbabile. Difficile invece per i miei gusti Il Processo Deltchev, perché sembra più un articolo giornalistico freddo e impersonale che il racconto di un complicatissimo processo. Comunque, è difficile abbandonare un libro di Ambler una volta cominciato; anche senza essere notevole, lo si porta sempre alla fine, cosa che ultimamente non mi riesce con tutti i libri che affronto …

Ambler ha scritto molti altri romanzi, mi sono ripromesso di leggere il primo, La frontiera proibita, del 1936, e Dottor Frigo, del 1958, che, al contrario di Topkapi, presenta un personaggio molto simile a quello di Il Nostro Agente all’Avana di Greene; qui si tratta di capire chi si ispira a chi …

Ma ne scriveremo alla prossima puntata …

Ariette 22.0: Cartolina dall’Andalusia

di Maurizio Castellaro, 17 agosto 2024

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Tra 1200 e 1400 la corazzata della Reconquista spagnola ha lentamente preso possesso della penisola iberica, strappando agli arabi una città dopo l’altra, in infiniti assedi. L’identità della nazione spagnola si è forgiata nella forza della stessa fede armata che ha mosso le Crociate in Terra Santa. Anche la Spagna in fondo era diventata terra straniera, dopo cinque secoli di dominazione araba. La normalizzazione cattolico-romana della penisola è uno dei tanti trionfi raccolti nella storia dall’alleanza tra trono e altare. Dal lato religioso l’Inquisizione, i pogrom, gli autodafè hanno smascherato le false conversioni dei moriscos e dei marrani. Dal lato politico e sociale la difesa della limpieza de sangreha discriminato ed escluso dalla crescita economica e sociale chi non avesse il giusto pedigree religioso. Conseguente e inevitabile in questa prospettiva l’espulsione forzata dei musulmani ed ebrei che avevano creduto nella possibilità di una coesistenza coi cristiani. Ne è uscita fuori una Spagna indebolita ma in purezza, inizialmente benedetta dai fiumi di ricchezze provenienti dalle colonie americane. Una nazione che, prima di passare la mano, si è celebrata per almeno un paio di secoli nelle sue chiese scintillanti costruite sopra le antiche moschee e nei palazzi costruiti sopra le rovine degli alcazar. Eppure ritorno dal mio viaggio in Spagna portandomi nella memoria soprattutto i visionari giochi d’acqua e di luce del palazzo Nasride dell’Ahlambra a Granada, i lamenti e ritmi “blues” del flamenco inventato dai rom emarginati e costretti a tornare a vivere nelle caverne, o il pensiero di Spinoza, l’ebreo portoghese perseguitato ed esule, che ancora oggi riesce a re-insegnarci la beatitudine. Può sembrare un paradosso andare in Spagna e rimanere ammaliati soprattutto da ciò che la Spagna ha cercato inutilmente di distruggere o di espungere da sé con tutte le sue forze. Ma forse è proprio questa la cosa più interessante e piena di futuro che la Spagna riesce ancora ad insegnarci oggi.

Courrier des livres

di Paolo Repetto, 15 agosto 2024

Li ho ordinati martedì sera, sono arrivati giovedì mattina. Dalla Germania.

In linea di principio sono contrario agli acquisti di libri on-line, e credo la cosa valga per tutti i bibliofili stagionati come me (dove bibliofilo non sta solo per amante della lettura, ma per amante del libro come oggetto, e come oggetto posseduto). C’è di mezzo senz’altro la nostalgia per le librerie d’antan, quelle dove andavi a curiosare, a sfogliare, a chiacchierare col libraio o con gli altri frequentatori abituali. Erano occasioni importanti, dalle quali scaturivano conoscenze, gustosi pettegolezzi e a volte anche solide amicizie. Purtroppo però le librerie d’antan, così come i princìpi, non ci sono più. Le pochissime rimaste sono in genere “a tema” (femminismo, lgbt, ecologismo, ecc …), in linea con le nuove religioni secolari, e persino quelle dedicate all’alpinismo o ai viaggi sembrano rivolgersi a un pubblico di devoti piuttosto che di bibliofili. D’altro canto, entrare oggi in una libreria legata a un gruppo editoriale o a una catena della grande distribuzione equivale ad entrare in un supermercato, e giustamente chi ci lavora ha con i libri lo stesso rapporto che hanno i commessi dell’Esselunga con gli ingredienti delle zuppe surgelate. Allora, tanto vale: invece di sfogliare un libro ne leggi sullo schermo gli estratti, e un minuto di navigazione in rete, sia pure facendo lo slalom tra gli scogli della pubblicità, ti procura tutte le informazioni e le recensioni che desideri. Nel mio caso si aggiunge poi il fatto che mi interessa sempre meno quanto di nuovo viene pubblicato, mentre sono ancora in caccia di titoli che nel tempo mi sono passati sotto gli occhi, che ho annotato in memoria o sui miei taccuini, e che per motivi diversi non ho mai acquisito (ma la memoria è talmente satura e i taccuini sono tanti che i titoli saltano fuori di norma solo per caso).

Così non entro quasi più nelle librerie, anzi, le evito: odio vedere “mercificato” così spudoratamente ciò che un tempo era l’oggetto delle mie attese, dei miei desideri, dei miei piaceri, e che ritenevo appartenesse ad una dimensione superiore – non che i libri anche prima non fossero merce, ma lo erano con altra dignità. Mi irritano gli accostamenti insensati nelle vetrine e i criteri di visibilità sugli scaffali, le promozioni palesemente mirate solo al mercato, la rapidissima obsolescenza dei titoli, tutte cose che non badano alla qualità ma solo al consumo e al ricambio: credo che a breve sulla quarta di copertina troveremo anche la data di scadenza, come sui tappi del latte. I titoli o le case editrici sono ormai solo etichette dietro le quali vengono proposti prodotti altrettanto intercambiabili delle birre o dei detersivi.

La frequentazione la riservo piuttosto ancora ai mercatini. Dall’ultimo di Predosa sono venuto via con quarantasei volumi, due borsoni della Coop che pesavano mezzo quintale: ho stentato a riguadagnare il parcheggio. Vi ho trovato la conferma del convincimento maturato in una ormai pluridecennale militanza: occorre frequentare i mercatini poveri, quelli dove l’espositore paga quindici o venti euro (a Ovada il costo per tenere banco è di settantacinque: e infatti …). Solo lì puoi trovare figli, cognate o mogli che si disfano a basso costo, con una presenza una tantum, della biblioteca del marito (mai trovato un marito che si liberasse di quella della moglie), e che ti consentono di entrare in possesso di preziosissimi volumi della Fondazione Valla o de La Nuova Italia a un euro l’uno. In questo caso gioielli come gli scritti di Seneca “Sulla natura”, di Basilio di Cesarea o di Gregorio di Nissa, che chiaramente non leggerò mai, ma che solo a sfogliarli, o a guardarli, a sapere di possederli, danno un indicibile piacere. E poi saggi di Aby Warburg o di Ernst Curtius e di un sacco di altri “veri maestri” oggi ingiustamente negletti. Insomma, ho speso l’equivalente di tre pizze con birra media e mi son portato a casa un tesoro: che ho dovuto quasi fare entrare di soppiatto, perché mia moglie ha posto un veto sulle nuove acquisizioni, non essendoci più un centimetro di spazio in cui alloggiarli.

Al mercatino comunque non trovi le cose che cerchi: al contrario, trovi cose delle quali in genere ignoravi l’esistenza, fai delle scoperte, testi che col tempo “potrebbero rivelarsi” interessanti e che per intanto sono già appetibili per il prezzo.

La ricerca sul web è tutta un’altra faccenda. Navighi con una disposizione completamente diversa da quella con cui ti aggiri tra i banchi dell’usato. Vai in caccia di qualcosa di preciso, e quasi invariabilmente lo trovi. Certo, il sottile piacere connesso al desiderio, la soddisfazione di una ricerca che ti è costata fatica e si conclude positivamente, la gioia di un inaspettato ritrovamento: tutte queste cose te le scordi, ma anche nelle librerie-supermercato non hanno più alcun posto. Finisci allora per tagliare la testa al toro, digitare un titolo o un autore e accorgerti che ciò che pensavi ormai introvabile te lo offrono in cinquanta, e che se un’opera non è mai stata tradotta in italiano e non te la senti di affrontarla in inglese o addirittura in tedesco è disponibile magari in francese, scontatissima. A quel punto la linea di principio va a farsi benedire, e fai l’ordinativo. Trentasei ore dopo ti recapitano a casa cinque volumi, in arrivo direttamente da Berlino, con una spesa di spedizione di due euro e mezzo.

Di questi appunto volevo parlare. Quattro sono taccuini di viaggio, ma questa è l’unica cosa che li accomuna. Sono piuttosto l’esemplificazione perfetta di come si possa viaggiare e si possano poi raccontare i viaggi in maniera molto diversa. Il quinto è una raccolta di brevi biografie di viaggiatori particolarmente “eccentrici”, fuori dagli schemi, che ha anticipato, purtroppo sino a ieri a mia insaputa, se non i soggetti almeno l’idea di fondo che ispirava molte delle cose che ho scritto.

Courrier des livres 02Voyages in Alaska, di John Muir, contiene i resoconti di tre viaggi di esplorazione compiuti dal naturalista americano tra il 1879 e il 1890. Di Muir avevo letto già altri tre libri, gli unici tradotti in Italia, e quindi sapevo pressappoco cosa attendermi: devo dire che ho ricevuto molto di più. Ho capito ad esempio di chi erano figli i racconti di Jack London, che ha saccheggiato da queste pagine molti protagonisti, umani e non, e ha preso lo spunto per diverse storie. Credo abbia vissuto la sua breve avventura di cercatore d’oro col libro di Muir nello zaino.

In Alaska Muir ha compiuto ben sette viaggi, gli ultimi con spedizioni ufficiali mirate soprattutto ad ampliare i territori di competenza degli Stati Uniti. Per questo si è limitato a raccogliere e a proporre i diari di questi tre, realizzati invece alla sua maniera, senza alcun supporto logistico, senza una precisa programmazione, senza un adeguato equipaggiamento, senza armi. Era particolarmente interessato ai ghiacciai, sul cui ruolo nel modellare il territorio formulò una teoria che si è poi rivelata assolutamente esatta. Nei primi viaggi si dichiara però intento soltanto all’ascolto e alla preservazione del “canto del mondo”.

Chi ha già letto La mia prima estate sulla Sierra e Mille miglia in cammino fino al golfo del Messico – dicevo – non trova molto di nuovo, se non la natura dei paesaggi. E deve mettere senz’altro in conto, per quanto concerne lo stile, l’entusiasmo pionieristico del nascente ecologismo d’oltre oceano, ispirato al trascendentalismo di Emerson. Voglio dire che i continui sbigottimenti e le urla di gioia e le danze nelle quali esprime l’eccitazione per gli spettacoli naturali alla lunga riescono un po’ fastidiosi, ma senz’altro corrispondono a un sentire, a una riconoscenza, ad una immedesimazione del tutto genuini e sinceri. Ne ha ben donde, del resto, perché a folgorarlo sono i panorami della Yosemite Valley, della Sierra Nevada o della Glacier Bay.

Si può scrivere della natura anche in questi termini, magari facendosi trasportare un po’ dall’eccesso, senza necessariamente scadere in una trita liturgia, in atteggiamenti devozionali. Ecco, Muir viaggia sempre a un livello spirituale altissimo, quasi mistico, ma mai religioso. Una lettura da consigliare vivamente, magari guidata, per evitare interpretazioni distorcenti, agli odierni fondamentalisti ecologici e ai cultori dell’integralismo animalista.

Courrier des livres 03Leggendo le prime pagine di Un petit tour dans l’Hindou Kouch (1958), di Eric Newby, ho avuto l’impressione di un deja vù. La situazione iniziale mi ha ricordato immediatamente Tre uomini in barca, di Jerome, e subito dopo Una passeggiata nei boschi, di Bill Bryson: due scriteriati, assolutamente digiuni di alpinismo e animati solo dall’incoscienza inglese, si mettono in testa di compiere alcune ascensioni sui settemila dell’Afghanistan, per la precisione nella regione più remota del paese, il Nuristan. Lo fanno dopo soli tre giorni di iniziazione all’arrampicata in Inghilterra, e con una organizzazioner logistica che rende improbabile persino l’avvicinamento a quelle montagne. Ad un certo punto ho temuto che il tutto si risolvesse in una solenne buffonata, in un rovesciamento esasperato e speculare dell’understatement inglese: invece, mano a mano che procedevo a seguire le loro disavventure, i dejà vu si sono moltiplicati e hanno rivelato la loro vera natura.

L’avventura di Newby e del suo socio ha luogo nel 1956. Una quindicina di anni prima lo stesso loro itinerario era stato percorso dalla coppia Annemarie Schwarzenbach (che lo racconta in La via per Kabul), e Ella Maillart (La via crudele, 1947). Alla fine degli anni Quaranta quattro scriteriati francesi amanti dell’arte orientale intraprendono un viaggio quasi simile muovendo dal Nordafrica, e lo raccontano poi in Dal Nilo al Gange, di Pierre Rambach. Nei primi anni Cinquanta è Nicolas Bouvier a percorrere a ritroso con un compagno la via della seta, attraversando i Balcani, l’Anatolia, la Persia e l’Afghanistan. E dopo Newby, soprattutto negli anni Settanta, sono decine i convertiti all’esotismo new age che si avventurano in quella direzione. Con tutti questi resoconti in memoria, sarebbe strano ora se non riconoscessi luoghi, situazioni, personaggi. Anche se ciascuno queste cose le ha raccontate a modo suo. Newby senz’altro in una maniera tutta particolare.

Gli unici suoi libri tradotti in italiano sono Amore e guerra negli Appennini e L’ultima regata del grano. Questo, che probabilmente è il migliore, almeno per gli amanti della letteratura di viaggio, non è mai stato preso in considerazione, nemmeno in questo ultimo periodo di revival del genere. Credo di poterne dare una spiegazione. Il mondo e l’umanità che Newby descrive, sia pure filtrati attraverso una dose massiccia di humor, sono tutt’altro che attraenti. Tra Istanbul a Kabul lui e il suo compagno non incontrano che miseria, disorganizzazione, e le rovine di un passato che doveva essere stato prospero, ma che sembra non aver lasciato traccia negli animi. È vero che mette in conto tutte le disavventure che gli capitano alla impreparazione sua e del suo compagno, e le legge con la cifra di un umorismo che spesso ricorda Wodehouse: ma non può non testimoniare la desolazione materiale e spirituale di quei luoghi. A volte gli è sufficiente un’osservazione casuale, senza commenti: Due nomadi passavano con un cammello, seguiti a quattro o cinquecento metri da una ragazza molto giovane carica di un fardello, che barcollava per la spossatezza. Nessuno dei due uomini le prestava la minima attenzione, ma in compenso ci salutarono calorosamente al passaggio.

Credo dunque che la ragione per la quale il libro non è ancora stato tradotto in italiano stia nella sua apparente “scorrettezza politica”. Oggi verrebbe senza dubbio accusato di proporre una visione razzista, colonialistica, imperialista, semplicemente perché dice le cose come stavano negli anni Cinquanta (e probabilmente adesso stanno anche peggio). In realtà nell’atteggiamento di Newby non ho colto traccia alcuna della supponenza e dello snobismo che spesso (molto spesso) i viaggiatori inglesi portavano nel loro bagaglio: è troppo occupato a combattere con la dissenteria, con la polvere, con le cimici che si coricano con lui, con i suoi continui qui pro quo dovuti alla non conoscenza delle lingue locali (si getta in un pozzo nero, irritato dall’inerzia degli “indigeni”, per salvare un bambino che se la sta ridendo dietro il muro di casa) per tranciare giudizi. Anche quando commenta, in più occasioni: Cavolo, siamo in pieno medioevo, non lo fa con spocchia, ma da antico entusiasta lettore di Walter Scott.

In compenso, solo a titolo di cronaca, i due dopo un paio di attacchi a vuoto riescono ad arrivare in vista della vetta del monte Samir (di 5.809 metri, ma all’epoca era stimato oltre i seimila, ed era considerato dagli afgani inespugnabile), ma il loro exploit verrà considerato, sotto il profilo alpinistico “insignificante”. La montagna sarà espugnata tre anni dopo.

Courrier des livres 04Courrier de Tartarie (News from Tartary: A Journey from Peking to Kashmir, 1936) di Peter Fleming è la narrazione di un viaggio compiuto dall’autore a metà degli anni Trenta, pressappoco negli stessi luoghi visitati da Newby ma in direzione opposta, procedendo da est ad ovest, in compagnia dell’onnipresente Ella Maillart (che ha raccontato la stessa vicenda in Oasi proibite). Difficile immaginare due caratteri e due approcci al viaggio altrettanto diversi: a leggere i due resoconti parrebbero aver attraversato mondi completamente differenti.

Il viaggio, iniziato nel febbraio 1935, dura sette mesi e si snoda per 5600 chilometri da Pechino al Kashmir. Lo scopo è verificare cosa sta accadendo in un’area particolarmente turbolenta e quasi sconosciuta, il Turkestan cinese (o Tunganistan, ma oggi Xinjiang), situata al confine tra l’India, la Cina e la Russia.

Fleming (che tra l’altro è fratello del più celebre Jan, quello di James Bond) è uno storico tenuto in grande considerazione in Inghilterra, molto meno dalle nostre parti. L’unica traduzione in italiano di un suo scritto di viaggio (Avventura brasiliana, Longanesi, 1950) risale a settanta anni fa, e non è più stata ristampata. Varrebbe la pena proporre oggi anche questo diario asiatico, non fosse altro per confrontarlo con la versione della Maillart, ma soprattutto con la coeva descrizione fatta da Sven Hedin degli stessi luoghi e delle stesse vicende politiche.

A differenza del libro di Newby, questo è il resoconto dettagliato di tappe, spostamenti, distanze, incontri, redatto con uno stile molto più distaccato, e meno coinvolgente, nel quale l’umorismo britannico, assai trattenuto, è rivolto quasi esclusivamente agli altri. Un umorismo molto aristocratico: leggere un propagandista, un uomo con interessi intellettuali acquisiti, è noioso quanto cenare con un vegetariano.

È evidente anche che Fleming non prova simpatia per le popolazioni che incontra, e le valuta col metro dei vantaggi o degli inconvenienti che possono procurare agli interessi britannici, ancora nell’ottica del Grande Gioco (all’epoca è un agente dell’MI6, il servizio di spionaggio: del resto, ai loro servizi segreti sono legati un po’ tutti i personaggi, inglesi, russi, tedeschi, che negli anni Trenta si aggirano da quelle parti). L’autore rivendica però ripetutamente la sua posizione quasi da “osservatore esterno”: Non so nulla, e mi interessa meno, della teoria politica; la furfanteria, l’oppressione e l’inettitudine, come perpetrate dai governi, mi interessano solo nelle loro manifestazioni concrete, nel loro impatto sull’umanità: non nelle loro nebulose origini dottrinali.

Ciò non significa che il libro non sia interessante, anzi, sul piano della conoscenza dei costumi e dei caratteri di quei popoli è molto più ricco di quello di Newby: ma non è, a mio parere, altrettanto divertente.

Courrier des livres 05Courrier des Andes è il titolo francese dato a Three Letters from the Andes (1991) di Patrick Leigh Fermor. Non ho ancora capito se ne esiste una traduzione italiana, a giudicare dagli esiti della ricerca in rete parrebbe di no. Paddy Fermor si aggrega nel 1955 ad una piccola spedizione esplorativa che non si pone traguardi particolarmente ambiziosi. È una sorta di ospite d’onore, e si comporta come tale. Lascia siano gli altri a scalare qualche vetta e fare le rilevazioni scientifiche, mentre inventa per sé un ruolo di custode della stufa da campo, di cronista ufficiale dell’avventura e di soprattutto di motivatore (ruolo questo che gli veniva automaticamente riconosciuto, state la sua esuberanza, da chiunque gli si accompagnasse, dai partigiani greci ai frequentatori dei circoli inglesi.). Le lettere cui si riferisce il titolo inglese sono indirizzate alla moglie Joan.

Si tratta palesemente di una operazione di recupero, intesa a sfruttare la popolarità che il viaggiatore inglese stava conoscendo alla fine del secolo scorso. Fermor naturalmente rimane se stesso, la sua scrittura continua ad essere estremamente pulita e raffinata, ma al di là di qualche gustoso aneddoto o di qualche acuta osservazione sui costumi e sui comportamenti delle popolazioni andine non ha molto da offrirci. Il testo dà l’impressione di essere stato buttato giù di getto, senza passare attraverso le innumerevoli riscritture che per Paddy erano abituali: e questo è forse il suo maggior pregio.

Courrier des livres 06Infine il quinto, Voyageurs excentriques, di John Keay (1982). Keay è conosciuto in Italia per due bellissimi libri di taglio storico Quando uomini e montagne si incontrano (1977) e La via delle spezie (2005), pubblicati entrambi nella benemerita collana Il cammello Battriano di Neri Pozza. Il primo soprattutto mi aveva a suo tempo affascinato, ma quando l’ho letto io, nel 2005, in Inghilterra era considerato un classico da quasi trent’anni. Eccentric Travellers, uscito nei primi anni Ottanta, in Italia non è mai stato tradotto. Ed è strano, perché ha tutti i requisiti per essere considerato a sua volta un piccolo classico. Racchiude gli schizzi biografici di sette viaggiatori pochissimo noti dalle nostre parti (immagino invece conosciutissimi in Inghilterra) e ciascuno a suo modo davvero singolari. Lo avessi letto prima, mi sarei risparmiato probabilmente lo scritto su Charles Waterton (L’inventore dei capelli a spazzola). Ma forse è stato meglio così: Waterton me lo sono guadagnato tutto e adesso lo sento davvero mio. Gli altri andrò a conoscerli meglio con calma.

Non posso negare che la lettura mi abbia suscitato un po’ d’invidia, qualche rammarico e alcune considerazioni. Avevo parlato dell’eventualità di un’operazione “divulgativa” di questo tipo già mezzo secolo fa con un amico, docente di storia delle esplorazioni geografiche. Non aveva bocciato l’idea, ma mi aveva fatto notare che nel nostro panorama editoriale, a differenza che in quello anglosassone o d’oltralpe, non c’era molto spazio per queste cose. Una collana miscellanea da lui stesso all’epoca diretta esigeva contributi ineccepibili sotto il profilo del protocollo storiografico, ovvero zeppi di note, di citazioni puntualmente identificabili, di riferimenti bibliografici, ecc. …: tutte cose sacrosante in vista di una preparazione all’attività storiografica, ma che risultano di norma scoraggianti per una lettura amatoriale (e tanto più dissuasivi per una scrittura non “accademica”). Aveva solo parzialmente ragione, come ha dimostrato successivamente proprio il successo de Il cammello battriano di Stefano Malatesta, ma aveva toccato anche un tasto reale, quello di una attitudine della cultura italiana al rispetto ossequioso dei “canoni” di genere, della quale mi rendo conto d’essere io stesso imbevuto.

Il che ci porta alla vera ratio di questo pezzo. Sempre diversi anni fa, in risposta ad un mio scritto comparso anche su Luomoconlavaligia (Perché non esiste in Italia una letteratura del viaggio), una collaboratrice del sito smontava le mie argomentazioni asserendo che erano frutto di una preconcetta esterofilia e sostenendo che in realtà la letteratura di viaggio era diffusissima in Italia e vantava una lunga e gloriosa tradizione. Per dimostrare quanto azzardate fossero entrambe queste affermazioni era sufficiente consultare il catalogo delle edizioni Payot, specializzate nell’editoria di viaggio e dal quale ho attinto tutti i titoli presentati sopra, e rendersi conto che negli anni Novanta del secolo scorso offrivano un solo titolo in traduzione dall’italiano, a fronte degli oltre centoventi presenti (e non per sciovinismo, perché la stragrande maggioranza erano traduzioni di opere inglesi). In quello delle edizioni La Découverte, altra collana specializzata, non ne compariva uno.

Ma basterebbero anche a mio giudizio le assenze che ho dovuto colmare trent’anni dopo cercando le traduzioni in un’altra lingua, o i ritardi coi quali sono stati presentati al pubblico italiano classici del viaggio ottocentesco come Eothen, di William Kinglake, il Viaggio all’interno dell’Africa di Mungo Park o il Viaggio a Timbouctu di René Caillié. Inoltre, in realtà nel mio articolo facevo riferimento non tanto alla letteratura, ma ad una più ampia “cultura del viaggio”.

Ora, non nego che anche in Italia, sia pure come sempre di riflesso, sia aumentato l’interesse per la letteratura di viaggio: di sicuro c’è che se ne scrive (e forse se ne legge) molta di più. Ma ho l’impressione che questo abbia poco a che vedere con una vera “cultura del viaggio”. Sembra infatti che si viaggi quasi solo in funzione del poterne scrivere, e che per giustificare la scrittura si cerchino soprattutto performance da sballati o da guinness dei primati, nelle quali si esaurisce poi tutto l’interesse: giri del mondo in monopattino o in vasche da bagno motorizzate, vie classiche, religiose o storiche percorse camminando all’indietro o ad occhi chiusi: insomma, buffonate. Oppure che ci si muova al traino delle mode e delle mete del momento, quelle “certificabili” con la progressione su Instagram o certificate ufficialmente dai grossi barnum messi in piedi per sfruttare il trend (dal camino di Compostela alla via Francigena e similari), col risultato di intrupparsi in un traffico che non ha nulla da invidiare a quello dei marciapiedi delle città cinesi. Questo accade ovunque, certamente, così come è vero che ovunque si voglia andare si è già stati preceduti dalla folla: ma rimango dell’idea che chi ha potuto crescere nutrendosi di una tradizione che il viaggio lo dava per scontato, che ad esso associava l’arricchimento spirituale (e magari anche materiale), l’apertura mentale, l’autoconsapevolezza, e non solo la fuga, l’esilio, la forzata migrazione, lo strazio del distacco, insomma, tutta la piagnucolosa retorica dell’“addio monti” che da noi sino a ieri ha dettato i canoni del sentire, ebbene, costui riesca a viaggiare ancora oggi con uno spirito diverso.

Magari mi sbaglio, magari siamo ormai tutti uniformati a consumare chilometri anziché a provare emozioni e curiosità genuine: ma avrei voluto poter leggere anch’io prima dei vent’anni Newby, e persino Peter Fleming.

Alla frutta

di Paolo Repetto, 2 agosto 2024

Siedo sulla proda alta del frutteto, in attesa che il sole invada la Valle del Fabbro. Sono le sei e mezza e lui è in ritardo, come al solito, perché in questa stagione si affaccia da nord-est, dietro la collina alla quale do le spalle. La collina disegna un ferro di cavallo e ne mantiene a lungo in ombra i fianchi, mentre tutta la piana che ho di fronte è già assolata: non fosse per la leggera foschia mattutina lo sarebbe sino al Monviso.

Sono già sceso nel frutteto a raccogliere le pere, evitando così di litigare coi calabroni, che a quest’ora sono ancora intontiti. In compenso ho infastidito i due caprioli che abitano la macchia vicina e che stavano brucando sotto l’albero. Con le scarpe fradice per la rugiada versata dalla notte mi godo ora un ultimo momento di frescura, prima che riesploda l’afa. Fumo, guardo e aspetto: e naturalmente lascio che il pensiero razzoli in libertà.

Mentre faccio correre lo sguardo sino in fondo al frutteto torna prepotente il ricordo di quando tutto il pendio era vitato, e in capo ai filari, al posto della traccia che ho appena lasciato nell’erba umida, scendeva un sentiero. Quaranta, cinquanta, ma addirittura già sessanta anni fa, durante la vendemmia quel sentiero lo risalivo decine di volte di seguito, col carico d’una cesta d’uva.

Alla frutta 02

Non rimpiango quei momenti, che in realtà erano tutt’altro che bucolici, perché si andava sempre di fretta, col cuore in gola e gli occhi rivolti al cielo, a spiare il temuto arrivo del maltempo: eppure non posso fare a meno di ripensare a come ero io allora, e non solo fisicamente. Cercare di rientrare nella mia mente di quel tempo sarebbe assurdo, ma so con certezza che ogni risalita, così come ogni altra attività particolarmente faticosa, la esorcizzavo rifugiandomi in una dimensione parallela. Di fronte ai lavori ripetitivi e stressanti inserivo il pilota automatico, per essere libero di trasferire sogni, progetti e speranze in altri spazi e in altri tempi e di vagheggiare futuri straordinari incontri. Ero totalmente infarcito di suggestioni letterarie e cinematografiche (Lawrence che vince la sete nel deserto, Ben Hur che rema sugli scranni della galera, ecc …) e le riversavo su ogni gesto, per dargli un senso più alto. Solo nel corso degli anni, mano a mano che gli orizzonti si sono ristretti e da meccanico esecutore sono diventato responsabile della conduzione, ho imparato a svolgere quei lavori in uno stato d’animo vigile, e a trarne soddisfazione senza bisogno di travestirli o epicizzarli.

A dire la verità, però, non a questo sto pensando: il tuffo nel passato nasce da un recentissimo stimolo esterno. Proprio ieri infatti (e proprio in questo luogo) un amico mi suggeriva di fare un po’ d’ordine in tutto quello che ho scritto, prendendo a modello magari la mappa che avevo ideato per il ventennale dei Viandanti: identificando cioè alcune tematiche chiave e mettendo in sequenza tutti gli interventi su quei temi, o almeno quelli più significativi. Questo, diceva, consentirebbe ai quattro lettori di oggi e a futuri e molto improbabili esegeti di orientarsi nel bailamme che il sito ospita, e a me di ricostruire il mio percorso, ripercorrendolo tappa per tappa.

Non è un’idea peregrina. Un tempo probabilmente mi ci sarei buttato a capofitto (anche se, a pensarci bene, non avrei avuto molti materiali da riordinare). Oggi sono molto più pigro a mettermi in moto, ma visto che continua a ronzarmi in testa anche dopo che ci ho dormito su una notte varrà forse la pena provarci. Procedendo però con criterio.

Prima di tutto evitando il pericolo, molto concreto stanti le mie attitudini, di tracciare una mappa in scala uno a uno, come quella voluta secondo Borges dall’imperatore cinese: di riscrivere cioè praticamente ogni singolo pezzo anziché limitarmi a piazzare dei cartelli segnaletici.

Poi respingendo la bulimia che mi porta a considerare commestibile tutto ciò che ho prodotto, a non buttare mai nulla, vuoi per natura, vuoi per educazione o per principio.

E ancora, sfuggendo alla pretesa di costringere in un qualsivoglia “sistema” ciò che sistematico non era affatto e nemmeno voleva esserlo. Tutti i miei pezzi, lunghi o corti che siano, sono nati in ordine sparso come i funghi: sono figli della stessa pioggia, ma di terreni diversi, e hanno in comune solo la prima. Di conseguenza, cercando di non caricare e complicare eccessivamente gli snodi, gli incroci, gli intrecci tra i filoni principali individuati.

Infine, provando per una volta a portare sino in fondo l’impegno di chiarificazione: non è infatti il primo tentativo che intraprendo, rinnovo l’impegno a scadenze ormai quasi regolari, e regolarmente mi perdo poi per strada (potrei, in alternativa, fare la storia di questi tentativi: ogni volta le motivazioni e le giustificazioni che accampavo erano diverse, quindi sarebbe già di per sé la storia di un percorso). A pensarci bene, però, una cosa del genere l’ho già fatta più di un paio di decenni fa, con Elisa nella stanza delle meraviglie, aggiornato poi con Ritorno alla stanza delle meraviglie. Solo che in quel caso riguardava le cose che avevo letto, non quelle che avevo scritto: ciò che in fondo, per lo scopo che mi sto proponendo, non fa poi molta differenza. Il problema è piuttosto che allora avevo un panorama nitido della successione delle letture, oggi non ricordo nemmeno ciò che ho letto l’altro ieri.

Alla frutta 03

Sarà comunque un lavoraccio, già lo prevedo: ma mi dicevo la stessa cosa sessant’anni fa, quando mio padre propose di mettere a coltura l’ultima fascia di collina ancora gerbida: o trent’anni fa, quando da un giorno all’altro decisi di recuperare il cascinotto semidiroccato e di trasformarlo nel Capanno. Sarà un lavoraccio, perché significherà disseppellire dalle stratificazioni della memoria pagine ormai ingiallite e altre totalmente dimenticate: ma si può fare, e alla fine, nel deserto di prospettive attuale, può riuscire anche rinfrescante.

Intanto posso cominciare a divertirmi con la mappa, che vorrei semplificare il più possibile. Le linee principali le ho già in mente, le diramazioni si imporranno da sole, i rami secchi li taglierò con una impietosità da ferrovie dello stato.

Naturalmente si tratta di un piano quinquennale. Quindi chi si aspetta di trovare le mappa già in calce a queste righe può mettersi il cuore in pace. Ho davanti il tempo di un’intera legislatura, come dice la Meloni: sempre che un qualche Salvini ultraterreno non rimescoli le carte.

Hisilicon Balong
La mappa de L’isola del Tesoro disegnata da Robert Louis Stevenson

Ariette 21.0: In aria

di Maurizio Castellaro, 20 luglio 2024

Ariette logoLe “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Si ricorda un’assenza nel capannone in cui hanno ricostruito il puzzle malato del DC9 precipitato nel mare di Ustica. Degli ottantun corpi dei passeggeri e delle loro anime non è rimasto più niente. L’esplosione, lo schianto sul mare, l’onesto lavoro dei pesci e dei microrganismi di profondità. Nessun corpo da piangere, solo pezzi di aereo, valigie, borsoni, oggetti rimasti sul fondale. A Bologna hanno ricomposto quello che hanno trovato, si chiama Museo per la Memoria. Museo umanissimo. Sui muri del capannone ottantuno schermi neri bisbigliano i sogni e i pensieri di quelle anime assenti. I loro oggetti personali sono stati raccolti e chiusi in scatoloni fasciati di nero, vederli non ci è concesso, ed è giusto così. Possiamo però osservare la carcassa sacrificale dell’aereo, meditare sulle giunture dei singoli pezzi, valutare la portata degli squarci e dei cedimenti strutturali. È il Museo della Memoria, non si sventolano bandiere, si ricorda un’assenza.

Questa notte ho sognato che tutti i Presidenti, i Ministri e i Generali che sanno cosa è successo davvero quella notte sopra Ustica sono andati in televisione per dire finalmente a tutti la verità, per chiedere scusa e dire: “È accaduto questo, ora venga la giustizia”. Tutti potevano piangere finalmente, e quando le lacrime sono finite tutti hanno cominciato a saltare in aria per la gioia, perché era scoppiata la pace.

Due biografie monumentali

di Vittorio Righini, 9 luglio 2024

Ho avuto modo di leggere di recente due biografie monumentali (oltre 600 l’una e oltre 450 pagine l’altra) e farmi un’idea di entrambe, grazie al confronto emozionale che mi hanno fornito.

La prima è La Vita a Modo Mio di Wilfred Thesiger, autore di due tra i migliori libri sul deserto e sul mondo arabo, su regioni poco esplorate e su popoli dimenticati. La biografia è uscita in Italia di recente.

Due biografie monumentali 02 Wilfred ThesigerWilfred Thesiger

Il primo dei due libri di cui sopra è Sabbie Arabe, che The Observer ha definito “un classico della letteratura di viaggio, scritto in un linguaggio volutamente carica di risonanze epiche”. Sono d’accordo, l’Empty Quarter, in lingua locale Rub el-Khali, è uno dei deserti più ostici da attraversare, e la parte sud è la più inospitale. È il più grande deserto sabbioso contiguo del mondo, con 650.000 chilometri quadrati di sabbia e pietra, ed è così inospitale e con pochissime oasi da renderlo quasi inabitato. Non c’è da stupirsi che sia chiamato “il quartiere vuoto”, che è una perfetta traduzione dell’arabo “Rub al Khali”. Ricopre un terzo della penisola arabica, estendendosi sui territori di quattro paesi: Oman, Arabia Saudita, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Il famoso T.E. Lawrence, per noi comunemente Lawrence d’Arabia, lo traversò in modo memorabile trent’anni prima di Thesiger (1915/1945). Lo fece non certo per diletto e ce ne ha lasciato ampia memoria scritta.

Due biografie monumentali 03

L’altro libro è Quando gli Arabi vivevano sull’acqua. Questo secondo lavoro è altrettanto mirabile quanto il primo, soprattutto perché tratta di una zona veramente ignota a molti di noi, il sud della Mesopotamia, la terra chiusa dal Tigri e dall’Eufrate. Nel 1951, quando Thesiger vi si recò in esplorazione, il Tigri e l’Eufrate erano ancora fiumi degni di tal nome in quanto a portata, e in primavera, con lo scioglimento delle nevi sui monti della Persia e della Turchia, si creavano paludi che resistevano a lungo. Un mondo acquatico, popolato da flora e fauna vari. Gli Arabi si spostavano remando su barche a bordo basso, pescando e costruendo abitazioni, casoni e magazzini con i giunchi. Insomma, leggere di un mondo arabo basato sull’acqua è stato davvero una sorpresa, originale e interessante. In entrambi i libri la scrittura è colta ma scorrevole, il racconto è originale e interessante.

Così quando è stata tradotta in italiano la biografia di Thesiger, La Vita a Modo Mio, (è quella da oltre seicento pagine) mi sono precipitato ad acquistarla, nonostante il prezzo proibitivo che usualmente pratica Edizioni Settecolori per i suoi libri di narrativa, non solo di viaggio (tra questi Peter Hopkirk, Peter Fleming, Paul Morand e altri ancora).

Ho iniziato a leggerlo nel settembre dello scorso anno, mentre ero in viaggio in Grecia con Paolo Repetto. Lui aveva portato due libri brevi: uno lo divorò in un paio di giorni, l’altro, a quanto pare molto palloso, lo mollò immediatamente. Non mi rimaneva che passargli la biografia e leggere altre cose che avevo con me. Alla fine del viaggio Paolo era ai due terzi della lettura, e volle tenerlo ancora una settimana: ma non mi era parso particolarmente entusiasta.

In questa prima parte dell’estate ho ripreso in mano il libro, dal punto in cui lo avevo lasciato a Salonicco, con immutate illusioni di trovarlo avvincente.

Ma vediamo intanto in breve il personaggio.

Due biografie monumentali 04

Thesiger è nato ad Addis Abeba nel 1910. Educato con rigore e fermezza a Eton e a Oxford, è stato campione di boxe universitario e ottimo sportivo; un grande fisico sempre allenato, alto, magro, forte. Prima della Seconda Guerra Mondiale ha fatto parte della Sudan Defense Force, “un’unità delle forze ausiliarie coloniali britanniche creata nel Sudan anglo-egiziano nel 1925, per assistere la polizia locale nei compiti di sicurezza interna e mantenere l’integrità territoriale. Durante la guerra ha preso parte prima alla campagna dell’Africa orientale e poi ha combattuto in Nord Africa, nella campagna del deserto occidentale”. È rimasto nel SDF dal 1935 al 1940, per poi passare appunto, allo scoppio della guerra, alle ‘Forze di Difesa del Sudan, aiutando a organizzare la resistenza abissina contro gli occupanti italiani. Tra i vari riconoscimenti e titoli, gli è stato assegnato il DSO, cioè la medaglia del Distinguished Service Order, per aver catturato Agibar e la sua guarnigione di 2.500 soldati italiani. Successivamente ha prestato servizio presso lo Special Operations Executive in Siria e presso lo Special Air Service durante la campagna del Nord Africa, raggiungendo il grado di Maggiore. Dal 1943 al 1945 ha funto da consigliere politico del principe ereditario Asfa Wossen dell’Etiopia. Era un personaggio orgoglioso ed eccentrico, benestante, che veniva da una famiglia facoltosa. Ciò gli ha permesso di viaggiare in luoghi lontani e semi sconosciuti senza problemi economici.

Dopo la guerra, in qualità di socio emerito della Royal Astronomical Association inglese e di innumerevoli altre organizzazioni culturali, si e è dedicato ai viaggi nei paesi africani e arabi, e ha vissuto prevalentemente in Kenya. È morto nel 2003 a Croydon, vicino a Londra, dove è sepolto come Sir Wilfred Patrick Thesiger.

Tornando al libro, giunto nella lettura quasi a metà, l’ho chiuso e accantonato. La motivazione, me ne rendo conto, è molto personale, ma nessuno mi paga per leggere, quindi lo faccio solo se quello che leggo mi piace. E quello che stavo leggendo mi piaceva poco.

Sir Thesiger spesso dopo cena diceva ai suoi boys: toh, esco e mi faccio un leone! Se trovava le femmine le ammazzava tutte, e il giorno dopo ci riprovava, finché non eliminava il maschio. Provava un grande piacere a sparare a qualunque cosa si muovesse, dalla rara gazzella del deserto al leone appunto, dal becco selvatico del Sahara alle capre del Tassili. Un giorno i servitori gli portarono due cuccioli di leone, ai quali aveva probabilmente ucciso la madre la sera prima, e lui li allevò amorosamente finché, a nove mesi, erano diventati un impiccio e un pericolo per i locali. Con un certo dispiacere (!) dovette abbatterli. Non sono più riuscito a leggere una pagina.

Se sembro sentimentale me ne dispiace, ma non posso cambiare; se mi dite che erano altri tempi, credo che non cambi nulla, io sono sempre stato contrario alla caccia indiscriminata, la sola caccia che accetto è quella ancestrale per procurarsi il cibo. Mangio carne? si, con gusto, carne allevata s’intende. Ma no, a sparare proprio non provo nessun piacere.

L’altro aspetto per me non particolarmente invitante è la narrazione relativa a certi luoghi dove Thesiger ha vissuto: luoghi che non ho mai avuto intenzione di visitare, per un certo disinteresse verso quelle zone. Faccio un esempio: ci saranno un centinaio di pagine sulla Dancalia, ho dovuto cercarla sulle mappe, nel nord dell’Etiopia. Viene presentata come segue (sul web, copio e incollo): «In passato definita “la terra del diavolo” per i suoi paesaggi infuocati, aride distese di sale e vulcani perennemente attivi e i geyser sulfurei alimentati da acque roventi, la Dancalia è uno dei luoghi più inospitali del pianeta e allo stesso tempo uno dei più suggestivi e affascinanti». Non ne sono particolarmente affascinato, ho come l’impressione che se un libro narra di un luogo che mi piace, lo leggo molto più volentieri. Per il resto della sua vita non vi so dire, mi sono fermato nella lettura e il mio giudizio, ovviamente, è basato sulla prima metà del libro.

A merito di Thesiger va ascritto che la sua grandezza letteraria risiede anche nella descrizione delle culture di alcuni popoli dell’Africa orientale, frutto di un’indagine veramente minuziosa e completa, che è rimasta di riferimento per gli studi successivi. Il problema di alcuni dei rappresentanti di questa nobile stirpe di eruditi inglesi del secolo scorso credo fosse la mancanza di umiltà, condita a un pizzico di snobismo, forgiato probabilmente dalle vergate ricevute sui banchi di Eton e Oxford. La fascetta di copertina, a firma di un giornalista del The Times, dice: “la più avvincente biografia mai letta”. Non sono d’accordo, e pur non sconsigliandone la lettura, io l’ho riposto.

Due biografie monumentali 05

L’altra autobiografia che ho letto, frutto di un fortunato acquisto al mercatino dell’usato di Predosa, è di Heinrich Harrer. La mia sfida al destino. Dall’Eiger al Tibet, dall’Alaska al Ruwenzori. Un’avventura lunga una vita.

Due biografie monumentali 06 bisHeinrich Harrer

“Heinrich Harrer nasce a Huttenberg, un paesino della Carinzia, nel sud dell’Austria, nel luglio del 1912, quindi in pieno Impero Austro-Ungarico. Il padre lavora alle Poste, la madre casalinga, poi ci sono altri tre fratelli più giovani. Dopo svariati successi nel mondo dello sport sulla neve, nel 1933 si iscrive all’Università di Graz e studia geografia. Grazie alla sua capacità sportiva, e alla sua adesione alle SA di Hitler (Sturm Abteilungen, squadre d’assalto), senza la quale sarebbe stato boicottato, viene convocato nella squadra di sci alpino per le olimpiadi invernali di Garmisch-Partenkirchen del 1936. Nel 1937, con l’Anschluss (l’annessione forzata) dell’Austria alla Germania, passa alle SS (le famigerate Schutz-Staffein, squadre di protezione).”

Non indossa mai la divisa delle SS perché parte nel 1938 per una spedizione preliminare al Nanga Parbat in Himalaya. Della sua militanza nelle SS dice: “Ero giovane. Lo ammetto, ero estremamente ambizioso e mi era stato chiesto se avessi voluto diventare l’istruttore di sci delle SS. Devo dire che approfittai subito dell’occasione. Devo anche dire che se mi avesse invitato il Partito Comunista, mi sarei unito a loro. E se mi avesse invitato il diavolo in persona, sarei andato con il diavolo”.

Il suo più grande desiderio è quello di scalare le vette più ardite ed entrare nella storia dell’alpinismo. Prima di partire per il Nanga Parbat, con l’amico e scalatore Fritz Kasparek, progetta una impresa a detta di molti quasi impossibile: scalare la parete nord dell’Eiger, in Svizzera. Una montagna non particolarmente alta (3.967 mt.), ma quasi invalicabile dal lato nord. Incontrano casualmente durante l’arrampicata due scalatori tedeschi, Ludwig Vorg e Andreas Heckmair e insieme riescono, sebbene in mezzo ad un sacco di avversità (ben narrate nel libro Parete Nord) a raggiungere la vetta il 24 luglio. Una grande impresa, perché l’Eiger nord solo due anni prima aveva portato alla morte due alpinisti tedeschi, mentre altri, alcuni italiani compresi, avevano rinunciato prima della vetta. Questa impresa è il trampolino di lancio verso il lungo viaggio che lo aspetta in Himalaya. La Fondazione Himalayana Tedesca, finanziata dal partito nazionalsocialista, che crede al valore d’immagine delle grandi imprese non per scopo scientifico o sportivo, ma per inneggiare ancora di più al Furher, si affretta ad ingaggiarlo.

Due biografie monumentali 07 Eiger parete nordEiger, parete Nord

Raccomandato alla Fondazione da Himmler stesso, Harrer è inserito in una spedizione guidata da Peter Aufschnaiter, alpinista di grande esperienza, che nel 1938 dovrebbe studiare i migliori passaggi per arrivare in cima al Nanga Parbat, in previsione di una successiva spedizione tedesca in grande stile del 1939. Prima di partire sposa però Hanna Charlotte Wagener, figlia del grande esploratore tedesco Alfred Wagener, che rimane incinta. Quando il padre è già in India nasce un figlio, Peter, che incontrerà il genitore solo molti anni dopo.

Mentre la spedizione attraversa l’India scoppia la Seconda Guerra Mondiale. La nave che dovrebbe rimpatriarli non arriva in tempo, così sono catturati dagli inglesi a Karachi, all’epoca appartenente all’India Britannica, e deportati al campo di Ahmednagar, vicino a Bombay (attuale Mumbay). I ripetuti tentativi di fuga del gruppo convincono gli inglesi a trasferirli al campo di Dehra Dun, a nord, non troppo distante dal Nepal e dal Tibet, paese neutrale nel quale Harrer e Aufschnaiter sperano di approdare. (è curioso notare che il Dalai Lama, quando fuggì definitivamente dal Tibet nel 1959, venne ospitato per un certo periodo proprio a Dehra Dun, prima di essere trasferito definitivamente a Dharamsala, sempre nel nord dell’India, a un centinaio di km. dal confine con il Tibet, oggi Cina). Tornando a Harrer, nel 1944, al quinto tentativo di fuga, lui e altri cinque riescono a fuggire. Harrer e Aufschnaiter optano per il Tibet, mentre gli altri compagni puntano a sud e al Giappone.

Due biografie monumentali 08Mappa dell’India Britannica e paesi circostanti nel 1909

I due decidono di puntare su Lhasa e dopo un lungo, pericoloso e stentatissimo viaggio a piedi, varcano il confine della città il 15 gennaio del 1946. A poco a poco, grazie anche al fatto che Aufschnaiter ha studiato il tibetano, i due avventurieri si guadagnarono la fiducia e il rispetto dei cittadini, mostrandosi umili e rispettosi, quindi integrandosi anche svolgendo mansioni utili alla comunità.

Due biografie monumentali 09Vista laterale di Lasha e del Potala

Da qui in avanti, la fonte migliore è il libro Sette Anni in Tibet, più completo del riassunto fatto nell’autobiografia di cui sto parlando. Harrer entra davvero in confidenza con il Dalai Lama, e la loro amicizia durerà tutta la vita. Nel 1950, al momento della prevista invasione cinese, Harrer si ritira in India, mentre Aufschnaiter rimane a vivere fino alla sua scomparsa poco distante da Lhasa. Harrer scriverà: “Ovunque vivrò, proverò nostalgia del Tibet. Spesso penso di poter ancora sentire le grida delle oche selvatiche e delle gru e il battito delle loro ali mentre volano sopra Lhasa al freddo chiaro di luna. Il mio più sincero desiderio è che la mia storia possa creare un po’ di comprensione per un popolo la cui volontà di vivere in pace e in libertà ha conquistato così poca simpatia in un mondo indifferente”.

Nel periodo successivo al 1950, dopo il rientro in Austria, comincia a ricevere inviti: la sua fama lo mette al centro dell’attenzione, e gli sono offerti viaggi in varie parti del mondo. Invitato a New York, al termine del ciclo di conferenze compie tre scalate in Alaska a tre vette inviolate, poi nelle Ande, in Africa, in Oceania. Esplora alcune zone amazzoniche del Brasile, per incontrare delle tribù locali che vivono come al tempo della pietra. Nel 1957 esplora il Suriname e la Guyana Francese con l’ex Re dei Belgi Leopoldo III, assistendo anche a un (fallito) lancio di un satellite dal centro spaziale di Kourou. Entrambi contraggono la malaria, al tempo poco conosciuta, e sono curati per lungo tempo in ospedali europei, arrivando entrambi a un passo dalla morte. Esplora parte del Borneo, poi la Nubia e il Sudan per incontrare il bellicoso popolo Hadendoa. Nel 1962 scala una delle vette più ardue al mondo, la Cartsensz Pyramid o Puncak Jaya, in Indonesia, di quasi 4.900 metri. Sempre nel 1962, è graziato dalla sorte: non si imbarca per un ritardo a Bangkok, sul volo 771.

Due biografie monumentali 10Il palazzo del Potala

Il volo Alitalia 771 è un Douglas DC-8-43 partito da Sydney che dovrebbe percorrere le tratte di Darwin, Bangkok, Bombay, Karachi e Teheran prima di atterrare a Roma, con 94 passeggeri a bordo. L’aereo si schianta in avvicinamento a Bombay, probabilmente per un errore umano. Nessun superstite.

Tornando alla biografia di Harrer, la trovo più avvincente, più scorrevole rispetto a quella di Thesiger, sebbene sia scritta in modo meno ricercato, più semplice.

Le prime 150 pagine, dalla sua infanzia fino alla partenza dal Tibet, sono pagine che si divorano, letteralmente. La parte successiva, soprattutto il periodo delle interviste, delle conferenze e delle apparizioni pubbliche è senz’altro più monotona, poi Harrer riprende a narrare di esplorazioni nelle zone più sperdute del mondo, veramente in stile Eric Shipton, e il racconto torna ad essere avvincente.

Durante una esplorazione all’interno della Papua Nuova Guinea cade in una cascata e viene salvato per miracolo. Le molte fratture e le successive operazioni al torace si faranno sentire a lungo, ed è l’unico grave incidente in tutta la sua lunga vita. Interessante il paragrafo sulla visita ai pigmei delle Andamane, così come a quelli del Congo; altrettanto interessante il capitolo sul Buthan e sul piccolo Tibet, il Ladakh.

Una delle straordinarie caratteristiche di Harrer consiste nell’essere uno sportivo a tutto tondo, al punto che nel 1955 scopre casualmente il golf, ci si dedica intensamente, nel 1959 diventa campione austriaco (!), tre anni dopo presidente del golf club Kitzbuhel. Probabilmente, se avesse fatto corsa, ippica o canottaggio avrebbe prevalso comunque.

Rivede alcune volte, in giro per il mondo, l’amico Dalai Lama. L’ultima volta a casa sua, a Huttenberg nel 2002, per il suo novantesimo compleanno. Harrer muore il 7 gennaio 2006 a 93 anni. Il Dalai Lama così ne omaggia la memoria: “Sono particolarmente addolorato perché Heinrich Harrer era un amico personale. […] Quando l’ho incontrato per la prima volta nel 1949 proveniva da un mondo che non conoscevo. Ho imparato molte cose da lui, in particolare sull’Europa. […] Voglio cogliere questa opportunità per esprimere la mia immensa gratitudine e il mio apprezzamento per aver creato così tanta consapevolezza sul Tibet e sul popolo tibetano attraverso il suo famoso libro Sette anni in Tibet e le numerose conferenze che ha tenuto nel corso della sua vita. Il suo amore e rispetto per il popolo tibetano sono molto evidenti nei suoi scritti e nei suoi discorsi. […] Riteniamo di aver perso un fedele amico dell’Occidente, che ha avuto l’opportunità unica di sperimentare la vita in Tibet per sette lunghi anni prima che il Tibet perdesse la sua libertà. Noi tibetani ricorderemo sempre Heinrich Harrer e ci mancherà moltissimo”.

Oggi il celebre alpinista austriaco riposa nel cimitero della sua città natale, a Hüttenberg, dove ha sede l’Heinrich Harrer Museum. che contiene circa 4500 pezzi portati in Austria dall’esploratore dai i suoi tanti viaggi nel mondo, moltissimi di origine tibetana. Invece la collezione di antichità, costruita nel corso degli anni anche con l’aiuto della terza fedelissima moglie, Katharina Haarhaus, confidenzialmente Carina, era stata venduta al Museo etnografico di Zurigo, per una scelta di carattere economico. Harrer voleva infatti garantirsi una tranquilla vecchiaia. Al tempo stesso molti capolavori dell’arte del mondo diventavano visibili a tutti, all’interno di un Museo, e non rimanevano relegati nelle stanze del collezionista. Questo atteggiamento era stato particolarmente apprezzato dal Dalai Lama, perché più si parlava di Tibet, più si cercava di risvegliare le coscienze contro gli invasori cinesi. Purtroppo, la convinzione intima di Harrer, e cioè che il Dalai Lama un giorno sarebbe tornato libero nel suo palazzo del Potala, non si è realizzata e non si realizzerà in futuro.

Due biografie monumentali 11Heinrich Harrer e un giovane Dalai Lama

La prima cosa che distingue Harrer da Thesiger, oltre alla nazionalità, è l’origine popolare: un’infanzia contadina presso il nonno, ma con una visione del mondo fuori dai suoi ristretti confini, alimentata da curiosità e entusiasmo. Il suo primo e unico interesse era raggiungere il gotha dell’alpinismo, ma non nel senso stretto della parola, cioè entrare nell’elite aristocratica di quello sport, bensì nell’ottenere formidabili risultati nelle scalate. La sensazione che ho avuto è che lui fosse un ottimo alpinista, ma non un fenomeno dell’arrampicata. Non un Herzog, un Hillary, un Messner per intenderci. La sua scalata alla Nord dell’Eiger rappresenta il punto più alto (non metricamente) da lui raggiunto, e si tratta di una prima assoluta su di una parete difficilissima e mortale. In seguito però, vuoi per gli avvenimenti che glielo hanno impedito, vuoi per una certa ruggine provocata dai sette tranquilli anni trascorsi in Tibet, non ha più ritrovato la grinta che aveva da giovanissimo. Harrer mi ricorda un po’ Eric Shipton. Come Shipton (lui davvero autore della più bella autobiografia che io abbia letto, dal titolo Quel mondo inesplorato, libro che non deve mancare sullo scaffale degli appassionati del genere), anche Harrer si gode le valli intorno ai picchi più elevati, ammira le vette anche dalle stanze dei suoi rifugi, studia le popolazioni autoctone senza ambire obbligatoriamente ad arrivare alla vetta.

Harrer ha certo un carattere particolare, e non perché cambia tre mogli, pure in tempi in cui non era così comune come oggi. A merito del film Sette Anni in Tibet va ascritto che l’atteggiamento assai poco simpatico che Brad Pitt interpreta all’inizio, poi nel viaggio e nella fuga, è probabilmente molto veritiero: il cambiamento caratteriale viene mostrato solo durante i sette anni nel Tibet. Semplicemente, come scrive lui in un passo citato prima, pur di partire per un viaggio in montagna, con la sua ambizione avrebbe accettato anche l’offerta del diavolo, scavalcando qualunque regola morale, il che non lo rendeva certo simpatico.

Harrer ha un rapporto di rispetto con le popolazioni che incontra, sia nel viaggio in fuga dall’India, sia nella sua lunga permanenza a Lhasa. Anche Thesiger ha un rapporto protettivo e rispettoso verso le popolazioni che descrive, in questo entrambi si integrano nelle realtà locali con facilità. Poi, a parte il dettaglio che Harrer non va a caccia (o almeno non ne parla mai) e che rispetta gli animali, le differenze stanno nei luoghi dove si svolge la loro storia, e nel linguaggio usato. Harrer scrive in modo più semplice e immediato, Thesiger è più raffinato e colto, sicché le origini dei due vengono alla luce. Fondamentalmente, Harrer opera su tre piani distinti: da giovane è un alpinista, con la mezza età diventa esploratore e negli ultimi anni, prima di ritirarsi, un etnologo; questa tripla definizione la si percepisce soprattutto in questa sua lunga biografia.

I luoghi descritti dai due autori sono certo ostili, ma per loro sono ospitali, e in tutta onestà io nutro una grande passione per il plateau himalayano rispetto a quello africano: così non mi è difficile schierarmi dalla parte dell’austriaco.

Last but not least, come scrivono gli inglesi (questa magari potevo risparmiarmela …), Sette Anni in Tibet ha avuto una notevole influenza su di me. Quando ereditai dai miei cari la casa di campagna in cui vivo tuttora, trentacinque anni fa circa, trovai in un mobile una copia di questo libro (prima edizione Garzanti, del 1953). Era appartenuto a mio zio, Aldo Montorzi, Tenente Colonnello dell’Esercito Italiano, marito della sorella di mia madre, teatino duro come una roccia da fuori, ma buono come il pane dentro, che rimase alcuni anni prigioniero di guerra in India. Lo aveva comprato (presumo) perché nel libro c’erano molti riferimenti ai campi di prigionia inglesi in India, e lui ne sapeva … abbastanza. Questo libro, anche se a volte un po’ romanzato, narra in modo mirabile un’avventura straordinaria. La prefazione dell’edizione inglese è opera di Peter Fleming, autore di narrativa di viaggio, inglese, a me poco gradito per il modo ampolloso e snob di scrivere (e per la brutta abitudine di cacciare le tigri, in questo collega di Thesiger), che ospita Harrer a Londra con tutti gli onori al suo ritorno in Europa, e verso il quale l’austriaco prova molto rispetto.

L’altro libro, molto fortunato e apprezzato, è Parete Nord e racconta la conquista della Nord dell’Eiger (Il Ragno Bianco credo sia il titolo della prima edizione di Parete Nord); un libro di puro alpinismo, consigliabilissimo. Il terzo libro, Ritorno al Tibet (un ritorno a Lhasa nel 1982), invece è una operazione un po’ forzata, utile solo (e comunque non è poco) a denunciare la tirannia cinese in Tibet. In realtà il paragrafo dedicato a questo viaggio, inserito nella biografia di Harrer, è già esaustivo sull’argomento. Ci sono altri libri, ma li ho trovati solo in inglese, e quello sul Buthan solo in tedesco; non so se esistono traduzioni in italiano dei seguenti:

  • Lost Lhasa (1953)
  • Tibet is My Country (1961) – an autobiography of the Dalai Lama’s older brother, Thubten Jigme Norbu, as told to Harrer
  • I Come from the Stone Age (1965)
  • Ladakh: Gods and Mortals Behind the Himalayas (1980)
  • Return to Tibet: Tibet After the Chinese Occupation (1998)
  • Denkich an Bhutan (2005)

Concludo andando in fuorigioco, ma solo perché penso a quanti luoghi, quante località, se notate, sono state citate in queste poche pagine. Penso a Harrer che si iscrive all’Università e sceglie Geografia, un percorso di studi che ho seguito anch’io.

Allora penso che a mia figlia di trentatré anni (mio figlio, lo ammetto, è più curioso e competente), che se chiedo dov’è Crotone mi risponde in Cambogia. Per questo motivo invito i quattro o cinque lettori di questo articolo a ricordarsi la sera, prima di coricarsi, di Mariastella Gelmini, che quindici anni addietro, nelle vesti di Ministro della Pubblica Istruzione, ritenne che l’insegnamento della geografia fosse una spesa inutile per le casse dello stato.

Trecento!

di Paolo Repetto, 28 giugno 2024

Sono trecento,
sia lunghi che corti,
li butto al vento
che via li porti

Qualche tempo fa, trovandomi ad aggiornare un elenco dei pezzi miei comparsi sul sito dei Viandanti ho constatato che ero quasi a quota trecento. Nel frattempo ne ho scritti altri, e quindi questo dovrebbe essere, salvo errori e omissioni, proprio il trecentesimo. Se anche non lo fosse due o tre in più o in meno non cambiano la sostanza delle cose, e cioè la necessità di fermarmi un momento a riflettere sul senso di tutto questo lavoro. Magari ripartendo dalle riflessioni che già facevo diversi anni orsono, in assenza di anniversari o di traguardi (cfr. Un elogio del dilettantismo, in Muli, gitanti e cavalieri erranti –2013).

Intanto è evidente che trecento pezzi non sono un numero da record. Qualsiasi giornalista li butta giù in un anno, ma anche qualsivoglia studioso ha in genere un carnet di pubblicazioni molto più denso, e di ben altro spessore. Quindi ha un valore solo in chiave personale, e in realtà nemmeno quello, se non simbolico. Ma – e questo dovrebbe essere il vero argomento del trecentesimo pezzo che sto scrivendo – simbolico di che?

Ci arriveremo. Prima, però, faccio notare che trecento non è nemmeno di per sé un numero da entusiasmi: direi piuttosto che porta una gran sfiga. Trecento erano i compagni di Leonida, e sono morti tutti. Trecento gli sventurati compagni d’avventura di Pisacane, e sappiamo com’è andata a finire. Trecento (e passa) i martiri delle Fosse Ardeatine. Trecento i clandestini annegati nel naufragio di Portopalo, a Natale del 1996, di cui nessuno si ricorda più, perché nel frattempo nel 2015 ne sono morti altrettanti vicino a Lampedusa, e migliaia sono ormai sparsi nel Mediterraneo. Anche le catastrofi naturali, come il terremoto dell’Aquila del 2009, e tornando indietro di un secolo, il cedimento della diga del Gleno, nel 1923, sembrano privilegiare questo numero. Senza contare che il Trecento è il secolo della peste nera, e lì le vittime non si contano. Per questo, toccato il traguardo simbolico non mi vergogno di fare gli scongiuri.

Ora, si potrà obiettare che a volerli cercare si troverebbero riscontri altrettanto negativi per qualsiasi altro numero: ma non è così. Trecento, un po’ come il tre o il sette, si porta dietro un carico di storia e soprattutto di narrazione storica. Parrebbe essere considerata la cifra negativa oltre la quale vicende, conflitti e calamità sconfinano in catastrofi, in ecatombi, in finimondi.

Credo davvero che esistano numeri “naturalmente ottimali” e altri più o meno naturalmente “negativi”. Trecento è già uno di questi ultimi, almeno nella mia percezione. Tra i primi invece ci sono quelli ideali per la coesione o l’efficienza di un gruppo, e questi non mi sono dettati solo dalle mie fisime o da particolari esperienze, hanno l’avallo di tutta una letteratura scientifica.

Partiamo dal basso. In questo caso non prendo in considerazione i numeri stimati dall’antropologo Robin Dumbar, per il quale le amicizie solide e stabili che ciascuno di noi può coltivare nel corso di una vita, quelle basate sulla stima personale e sull’impegno reciproco, possono arrivare a un tetto di centocinquanta; e nemmeno mi riconosco nel tetto meno ottimistico ricalcolato ultimamente dall’Università di Uppsala, che le riduce a una quarantina. Ho evidentemente un’idea dell’amicizia molto più selettiva: la mia rubrica non arriva a centocinquanta numeri telefonici di semplici conoscenti, e sono una quarantina solo se includo il dentista e l’idraulico. Inoltre qui parlo di amicizie “forti”, quelle che si concretizzano nella formazione di un gruppo con una frequentazione continuativa, anche se ho amici che considero tali a pieno titolo e che vedo si e no una volta l’anno. Ebbene, per quelle che definisco “amicizie forti” considero ottimale il numero tre; per quelle appena un po’ più allargate il cinque.

Mi spiego: il due non dà vita a un gruppo, implica dinamiche relazionali da un lato più semplici, ma per altri versi decisamente più complesse, perché crea in qualche modo una dipendenza reciproca. Diciamo che rientra nella sfera emozionale-affettiva, anche quando non sottende necessariamente l’attrazione fisica (come invece uno psicologismo d’accatto vorrebbe malignamente insinuare), più che in quella razionale-amicale. I multipli di due, e in generale tutti i numeri pari, sono poi comunque sconsigliati per un motivo più pratico, perché includono la possibilità di suddivisione in sottogruppi di eguale entità, e rendono difficile il decidere e l’agire a maggioranza.

Per le discussioni al bar o per le serate conviviali il tetto arriva a sette, a voler essere generosi. Oltre è quasi impossibile governare la conversazione, mantenere su un binario unico lo scambio e concedere a ciascuno sufficiente spazio per partecipare. Finisce che si creano più sottogruppi separati, le discussioni si incrociano e si sovrappongono e tutto si risolve in una babele. Certo, in occasioni speciali si può azzardare sino a undici convitati, ma guai a superare questo numero. Ne sa qualcosa Cristo, c’è sempre qualcuno che per forza di cose si sente escluso e arriva magari a tradire.

Questi numeri non sono buttati lì a casaccio. Lo dimostra il fatto che le strutture militari, particolarmente attente all’efficienza, li hanno da sempre adottati: i romani, ad esempio, consideravano nucleo basilare delle loro armate quello costituito dai contubernales, i militari che alloggiavano nella stessa tenda o prendevano i pasti attorno allo stesso fuoco, e che erano mai più di nove. Ancora oggi l’unità di base dell’esercito è la squadra, composta da un numero tra sette e undici. Si ritiene infatti che entro queste dimensioni possa crearsi tra i commilitoni una profonda conoscenza, e quindi un vincolo di cameratismo e di reciproca protezione: inoltre è possibile far giungere quasi istantaneamente ad ogni componente qualsiasi informazione utile a coordinare o a modificare l’azione nella quale il gruppo è impegnato.

Non è un caso che undici sia considerato il numero ideale anche per la composizione delle squadre di calcio, che sul campo devono intessere trame all’unisono, e in teoria dovrebbero contare, oltre che sull’intelligenza e sulla prestanza tecnica e atletica dei singoli, sull’intesa di gruppo. Chi ha stabilito le regole ha tenuto conto del fatto che terreni di gioco più ampi, con squadre più numerose, avrebbero finito per spezzettare la faccenda in tanti episodi scarsamente collegabili tra di loro. La cosa vale oggi più che mai, perché già così la continua migrazione dei calciatori da una compagine all’altra rende addirittura difficile per gli atleti conoscersi per nome. Dove poi il numero dei partecipanti aumenta a fronte delle stesse dimensioni dello spazio, come nel rugby, è perché il gioco punta sì sull’intesa e sulla collaborazione, ma anche e soprattutto sulla concentrazione dell’energia. Una delle fasi fondamentali è infatti la mischia, l’azione condotta dal maggior numero possibile di partecipanti nello stesso punto.

Tornando all’esemplificazione militare, solo gli americani, sempre portati all’esagerazione e sempre memori degli esempi testamentari, potevano immaginare di mettere assieme come unità operativa minima “una sporca dozzina”. Forse la cosa è giustificata dal fatto che si tratta di un gruppo di pazzi o di delinquenti, che non a caso alla fine ci lasciano tutti la pelle. Quando siamo in presenza di “buoni”, come ne “I magnifici sette”, ci si attiene invece al numero canonico (sia pure per un ricalco dal giapponese “I sette samurai”: come si vede, le simbologie numeriche sono universali).

A ricordarci che oltre l’undici il numero diventa nefasto c’è anche, se vogliamo, il fatto che i plotoni d’esecuzione, soprattutto durante la grande guerra, ma anche prima e dopo, erano composti di dodici soldati e di un sottufficiale. Ma si trattava evidentemente di una squadra anomala, creata ogni volta col sorteggio, entro la quale non esisteva alcuna affinità o vincolo di reciproca protezione.

Esistono però numeri più alti che riescono ideali in contesti diversi. Parlo ad esempio di una comunità più allargata, quale potrebbe essere un villaggio. Qui il numero di Dumbar può avere senso. Non si dovrebbe parlare però in questo caso di amicizia, ma di un livello di conoscenza reciproca abbastanza profondo da poter agire sia sul controllo che sulla collaborazione sociale. Dumbar lo ipotizza per una comunità agricola di tipo ottocentesco, in pratica quella in cui sono cresciuto io: purtroppo oggi i villaggi di quella consistenza non esistono più, o non sono più villaggi.

Quel numero, tra cento e centocinquanta, vale appunto per forme di socialità che sono state ormai superate dallo sviluppo esponenziale delle comunicazioni e delle informazioni, sia per quanto concerne la quantità che per la velocità: eppure rimane senz’altro indicativo dei limiti entro i quali l’interscambio di una comunità trova il suo terreno ottimale. Tanto che gli urbanisti del terzo millennio lo hanno rispolverato, e ritengono dovrebbe costituire la base per una pianificazione dei tessuti relazionali a livello di quartiere. Del resto a qualcosa del genere avevano pensato anche i soliti romani, che impallati com’erano sull’efficienza militare avevano adottato come unità base dell’armata la centuria, e avevano poi trasposto questo criterio alla vita civile creando i comizi centuriati.

Ora, è evidente che di fronte alla radicale trasformazione delle forme di socialità attualmente in atto, e in particolare al nuovo nomadismo infra e intraurbano, i modelli storici e quelli ideali vanno a farsi benedire. Come si fa a ipotizzare un numero ideale per i residenti in un condominio, quando questi sono in continua rotazione, e quando conosco oggi dei miei dirimpettai di pianerottolo molto meno di quanto sapessi mezzo secolo fa di compaesani che abitavano in una frazione a qualche chilometro dal nucleo di Lerma?

Lascio perdere dunque altri numeri socialmente significativi, e ce ne sarebbero parecchi, anche perché mi rendo finalmente conto di aver imboccato un binario morto, che c’entra nulla con il discorso iniziale (mi capita sempre più spesso: gli anni si fanno sentire, e anche lì dopo gli undici si scivola lungo una china incontrollabile). Torno allora ai numeri miei. In termini assoluti – dicevo – i pezzi che ho scritto non sono poi molti. Il sito è attivo da vent’anni, quindi da più di mille settimane, e questo significa in media uno ogni tre o quattro settimane. Che non è un gran lavoro. Un po’ diverso è il discorso se si conteggiano le pagine totali, che sono poco meno di cinquemila: quindi circa una pagina al giorno. Nullo die sine pagina. Quasi sufficiente.

Devo però smetterla di gingillarmi con queste cifre, e arrivare al cuore della domanda. Perché negli ultimi vent’anni ho continuato a scrivere?

Vado per esclusione. Non scrivo certo per cercare un riscontro pubblico. Non dico la fama, ma neppure la visibilità. Capisco che l’insistenza su questo argomento (ne ho già scritto altre volte) possa far correre il pensiero alla favola della volpe e dell’uva, ma non posso farci nulla. Se insisto è perché sono convinto che il piacere della scrittura possa (o addirittura debba) prescindere dalla ricezione esterna, che scrivere possa essere un’attività intransitiva. Non ho mai sognato i venticinque lettori di Manzoni, dubito che qualche mio pezzo sia stato letto dalla metà, e mi va bene così.

Scrivo dunque sapendo benissimo che le mie pagine non hanno alcun peso sulla coscienza e sull’opinione di chicchessia (come accade del resto alla gran parte di quanto si scrive): e aggiungo che sono assolutamente indifferente rispetto a ciò che potrei eventualmente trasmettere. In realtà mi rivolgo sempre ad un solo lettore ideale, che sono naturalmente io, e non ho bisogno di autoconvincermi. Cerco invece di scrivere in maniera da non dovermene vergognare quando eventualmente tornassi a rileggermi (c’è qualcosa di nietzschiano, o è più semplicemente narcisismo, in questo atteggiamento?). Se poi pubblico queste pagine in un sito è per il puro piacere di rivederle su un supporto diverso, che consente di giocare con le immagini, il formato, i caratteri.

Scrivo senza attendermi alcun ritorno economico. Non solo non me lo attendo, ma rifiuto l’idea in linea di principio. È un principio che poi applico solo a me, non ho nulla contro chi scrive per mestiere: ma io di mestieri ne ho fatti altri e per fortuna non ho bisogno di questo per sopravvivere.

Quanto al fatto di pubblicare, sia pure solo sul sito o tramite i libretti che io stesso confeziono e dei quali faccio omaggio agli amici, ha anche un’ulteriore motivazione. Da sempre scrivo per indurre anche altri a farlo. Diciamo che è una continuazione dell’insegnamento con altri mezzi, e a questo si aggiunge il piacere che traggo dal lavoro “editoriale”, la mia vera passione. Se poi edito soprattutto cose mie, è perché dagli altri non arriva molto. Eppure sono convinto che la scrittura, come e forse più ancora della lettura, sia uno strumento formidabile di difesa e di autocoscienza. Per questo va sottratta alla banalizzazione, a twitter e ai social, o a qualsiasi aspettativa in termini di fama e di denaro, e va praticata imponendosi una rigida disciplina. In questo senso qualche risultato posso ascrivermelo: il sito ha mantenuto in tutti questi anni un profilo abbordabile: non basso, ma nemmeno intimidatorio. Per questo, forse spronati anche dalla libertà e dall’incoscienza con la quale io per primo ho affrontato gli argomenti più peregrini, alcuni degli amici hanno deciso di cimentarsi a loro volta. Ne avrei sperati magari di più, ma considero ogni minuto dedicato da chiunque alla scrittura non mercificata un guadagno netto, e quindi mi considero soddisfatto.

Alla fine, però, mi accorgo che la risposta alla domanda era già lì, al momento stesso in cui ho deciso di stendere questo pezzo. Ci ho lavorato per metà pomeriggio, e in quelle ore non ho pensato che stavo perdendo il mio tempo, tempo che alla mia età trascorre sempre più in fretta e diventa sempre più prezioso. Ho pensato invece che stavo scrivendo in assoluta libertà, che potevo scegliere un argomento e poi, come al solito, partire per la tangente (come appunto il presente pezzo dimostra), rientrare in orbita quando volevo, senza rendere conto a nessuno, inventarmi addirittura un esergo senza ricorrere a citazioni, giocare con l’iconografia. Ho ricordato cose sepolte da anni nella memoria, sono andato a riprendere in mano un paio di libri, ho già intravisto altri possibili argomenti, ho imparato ancora qualcosa.

Soprattutto, ho valicato la soglia fatidica di trecento, e adesso guardo al tempo che mi resta con un certo sollievo.