Valori e plusvalore

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

C’è da chiedersi, a margine della lettura dell’articolo di Schepis (Il fascino discreto della borghesia), se sia ancora lecito oggi usare il termine “borghesia”, e soprattutto l’aggettivo che ne deriva, “borghese”. Probabilmente nel lessico storico-politico-sociale di questo secolo nessun altro lemma ricorre con altrettanta frequenza, e in contesti e accezioni altrettanto svariati. La qualificazione di “borghese” si è infatti allargata ad includere, prevalentemente in negativo, tali e tanti significati da perdere qualsiasi valenza connotativa: Questa neutralizzazione non è connessa soltanto all’abuso: la perdita di pregnanza di un aggettivo derivato corrisponde in genere o ad una effettiva obsolescenza o ad una perdita di contorno del sostantivo da cui deriva. Si usa quindi a sproposito l’appellativo “borghese” perché non si ha idea di cosa sia, e se esista, la borghesia.

Noi di “SOTTOTIRO” abbiamo la convinzione che i due termini non siano affatto obsoleti e che semplicemente vada fatto un po’ d’ordine nel loro utilizzo, o almeno vada definita l’accezione nella quale li utilizziamo. Ci proviamo, in forma necessariamente spicciola e schematica, magari rimandando ad una prossima occasione l’approfondimento.

Il termine borghesia è stato utilizzato tradizionalmente per esprimere:

  1. una categoria storica universale. In senso lato, estendendo a ritroso nel tempo l’uso del termine, la borghesia è da sempre la classe mercantile (artigianato, commercio, finanza) propria della città, che si contrappone a quella proprietaria-agricola delle campagne. Durante l’evo antico si sviluppa principalmente nelle città costiere, commerciali per antonomasia, in un’atmosfera che per la quantità dei contatti, lo sradicamento indotto dagli spostamenti, la necessità, ai fini commerciali, di un’apertura verso culture esterne risulta desacralizzata (con conseguente perdita di peso dell’autorità tradizionale aristocratica e sacerdotale). Oltre al ruolo sociale ed economico, quindi, ne riveste da sempre uno culturale, anti-tradizionalista e aperto alle innovazioni.
  2. una categoria storica particolare (occidentale). È la classe urbana che nasce nel Medio Evo in opposizione all’aristocrazia feudale, e che presenta le caratteristiche di cui sopra. Nel passaggio all’età moderna evolve sino a configurarsi come borghesia capitalistica o industriale, cioè come la classe che detiene il possesso dei mezzi di produzione e di scambio e ne capitalizza i guadagni. Essa si dilata sino ad inglobare, sia pure in posizione di subordine (piccola borghesia), le classi intermedie, quelle dei “colletti bianchi”, dei funzionari impiegati nei vari settori della gestione sociale ed economica (amministrazione pubblica, scuola, servizi, e quadri intermedi nelle aziende private). In questa fase la borghesia sviluppa una cultura del diritto (egualitaria) in sostituzione di una cultura della consuetudine (gerarchica). Questa cultura del diritto ha un carattere innovativo sino a quando si contrappone a quella tradizionale, ma diviene conservatrice e difensiva allorché le si oppone quella rivoluzionaria (quindi nell’800).
  3. una categoria culturale (lo spirito borghese). L’accezione in questo caso è quasi sempre negativa, tranne che nello specifico storico (quando cioè indica l’atteggiamento innovativo del sei-settecento). Anche in economia si preferisce parlare di spirito imprenditoriale, e persino “capitalistico” ha una possibile valenza positiva, mentre “borghese” suona ormai quasi come sinonimo di inerte e parassitario. Nei confronti della borghesia “grassa” marca l’assenza di stile, la superficialità dei valori, la grezza spettacolarizzazione di sé e dei propri consumi. Nei confronti invece della “piccola borghesia” implica un complesso di inferiorità, l’ansia di salire il gradino e la paura di scenderlo, la lacerazione tra l’avarizia scrutacentesimi e l’esigenza di apparire. La taccia di “borghese” viene usata con egual disprezzo da destra (in contrapposizione ad “aristocratico”) e da sinistra (in contrapposizione a “proletario”). Di fronte all’odierna eclisse del proletariato, o meglio alla scomparsa della sua coscienza e cultura, la categoria è “esplosa”, finendo per comprendere ogni forma di velleitarismo sociale ed economico, cioè ogni aspirazione a condividere modi e livelli di vita delle classi superiori.

Per quanto ci concerne, noi diamo ai termini borghesia e borghese i seguenti significati:

  1. la borghesia è l’espressione sociale del capitalismo industriale: come tale è una classe aperta, caratterizzata da una appartenenza che non segna (niente blasoni) ma che condiziona, perché tende comunque ad una perpetuazione endogena. In altre parole, tende a divenire condizione sociale ereditaria (cfr. figli di professionisti, industriali, funzionari, ecc…) alla quale è relativamente difficile accedere, ma che garantisce poi la possibilità di attestarsi.
  2. Le caratteristiche culturali della borghesia (lo spirito borghese) sono legate al modo di produzione industriale, costantemente innovativo e dinamico, fondato sul consumo rapido, sulla competizione. Questa classe non sarà mai pertanto portatrice di valori “radicati” e “forti”, dalla lunga durata e dal coinvolgimento profondo, ma piuttosto di idealità relativistiche, effimere e sempre in divenire, speculari alle necessità e alle modalità produttive. L’assenza di valori, nel significato forte del termine, non va dunque intesa come sintomo di una debolezza, e meno ancora di una decadenza, ma piuttosto come condizione ideale per un continuo adeguamento alla trasformazione capitalistica.
    Per quanto possa sembrare paradossale (dal momento che proprio al trionfo dello spirito borghese viene in genere associato il primato dell’etica rispetto alla morale), la borghesia non è stata in grado di produrre né un’etica (sistema di valori) né un’etichetta (stili di comportamento). L’etica, i valori, lo stile privato di vita, si sviluppano in società stabili. Costituiscono l’ossatura ideologica delle forme di potere (e di produzione). Dalla loro volgarizzazione e dalla loro reificazione discende l’etichetta, lo stile di vita pubblico, che a sua volta abbisogna di tempi lunghi per affermarsi. La borghesia non ha prodotto nulla di simile. O meglio, lo ha fatto, almeno nella fase di attacco, quando attraverso l’illuminismo ha elaborato il sistema del diritto borghese (fondato sulle libertà individuali – ivi comprese quelle alla proprietà, al commercio e all’imprenditoria) e il quadro delle istituzioni che esso regolamentano e che su esso si reggono (lo stato), ha creato un nuovo contesto politico e culturale di riferimento (la nazione) e prodotto strumenti extra-istituzionali di salvaguardia e di pressione (l’opinione pubblica), ed ha infine affidato al lavoro-dovere, al lavoro-realizzazione e alle realizzazioni – tecnologiche e capitalistiche – del lavoro il riscatto (attraverso l’idea di progresso) della perdita di senso dell’esistenza individuale e collettiva – della vita e della storia. Ma questi valori – libertà, nazione, stato, lavoro, progresso – che possono apparire quanto mai “forti”, si sono prestati da sempre non tanto all’abuso, che è una deriva, una negazione, e lascia comunque integra la sostanza del concetto, quanto ad interpretazioni ambigue e contraddittorie, e pur tutte legittimate da una intrinseca debolezza e duttilità, dal relativismo scaturente dal loro carattere convenzionale: così da poter essere piegati di volta in volta a rispondere alle trasformazioni indotte dal modo di produzione capitalistico. In questo senso parliamo di idealità o valori relativistici, e in questo senso va interpretato lo stato endemico di “crisi” – e la presenza costante di meditate e consapevoli posizioni di rifiuto – nel quale si è consumata o si consuma la loro affermazione.
  3. Sia “borghesia” che “borghese” conservano una valenza connotativa di classe anche nella nostra epoca, pur nella consapevolezza che i termini del conflitto sociale si sono decisamente modificati nell’ultimo mezzo secolo, e che sarebbe forse più corretto parlare di “mondo borghese occidentale” versus “terzo mondo proletario”. È vero che tutti noi occidentali partecipiamo, sia pure in diversa misura, di un benessere materiale diffuso e consentito proprio dallo sfruttamento e dal mantenimento sotto la soglia della miseria del resto dell’umanità: ma è anche vero che oltre alla diversità nella misura di questa partecipazione esiste ancora la possibilità di comportamenti e atteggiamenti sociali non assimilabili alla “borghesizzazione” a tappeto delle aspettative e dei bisogni. Non stiamo parlando, evidentemente, dei fenomeni di autoemarginazione, o delle scelte pseudo-alternative di soggetti ipergarantiti, ma semplicemente della possibilità di non farsi omologare ai parametri esistenziali della spettacolarità e del consumo. E abbiamo la presunzione di credere che le finalità e le modalità di realizzazione e circolazione di questa rivista ne siano una prova.

 

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Un viandante parte in sordina

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

Gianmaria se n’è andato l’estate scorsa. Come un autentico viandante, schivo di compianti e di commiati, ha raccolto il suo zainetto e in punta di piedi si è incamminato per l’ultimo viaggio. Ha salutato solo i famigliari, preferendo serbare intatta per gli amici l’immagine di un arguto commensale, di un interlocutore tanto intelligente quanto modesto e disponibile. Ha voluto andarsene con la stessa discrezione e dignità con le quali aveva camminato lungo la vita: e, conoscendolo, anche queste poche parole in suo ricordo gli parrebbero di troppo. Ma siamo convinti che in fondo non gli dispiaceranno, perché dettate da un’amicizia e da una stima sincere.

Proprio nello scrivere queste righe ci siamo resi conto che in fondo Gianmaria ha realizzato quello cui ciascuno di noi, più o meno consciamente, aspira: vivere (e quindi anche morire) con stile. Il suo stile era semplice: viveva ogni situazione con ragionevolezza, coerenza, autoironia e positività, nel pensare come nell’agire, e adottava questo atteggiamento come un valore in sé, indipendente da ogni assunto ideologico, politico o confessionale. Si rapportava agli altri per quel che erano, e non per quel che avrebbe voluto che fossero: ma senza per ciò rinunciare a credere che una società di esseri umani può e deve essere migliore di un branco di lupi.

Una scelta di questo tipo prescinde da ogni grande sogno di redenzione, dall’alto o dal basso, terrena o celeste che si voglia: esige il coraggio di prendere atto della realtà e di assumersi nei confronti di quest’ultima una piena responsabilità personale. Significa non ritrarsi di fronte all’idea che la propria vita non sarà riscattata da un premio ultraterreno o iscritta in un superiore disegno storico, e che sta a noi, e solo a noi, riempirla di senso, qui e subito.

Lo “stile” potrebbe anche sembrare un ripiego, un surrogato consolatorio del senso perduto dell’esistere, giustificato dal crollo, attorno a noi, di tutte le impalcature di significato che hanno aiutato l’umanità, bene o male, a crescere. Morto il sacro, tramontate le ideologie, finiti in liquidazione anche i miti del benessere e del successo, lo stile parrebbe essere tutto ciò che ci rimane. In realtà è di più, è ciò cui siamo finalmente liberi di aspirare. Finalmente, perché a dispetto di tutte le apparenze oggi più che in ogni altra epoca è possibile vivere con dignità, senza scendere a continui compromessi con gli altri e con noi stessi, e senza imporre a noi stessi e agli altri alcuna gabbia etica. È possibile soprattutto vivere una dignità spontanea e serena come quella di Gianmaria, del tutto aliena da astio e frustrazioni o da una sdegnosa sufficienza, ma al tempo stesso civilmente e apertamente intollerante verso la stupidità conclamata.

È possibile, certo, ma non è facile. E non è sufficiente volerlo: perché “questo” stile uno non può costruirselo, e nemmeno lo può ereditare dai maestri che si è scelto. Non è un abito che ci possiamo adattare addosso. È l’atteggiamento naturale che nasce da una sensazione: quella di essere nella direzione giusta, ma di avere ancora un sacco di strada da percorrere. Di essere un eterno viandante. Come Gianmaria.

 

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Meglio ladro che rivoluzionario!

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

– … E poi vedessi il ben di Dio che c’è giù nella dispensa: vasi di burro, formaggio, olio, frutta secca e prosciutti affumicati. Tutta roba da far venire l’acquolina in bocca solo a guardarla –. Urbina andava avanti e indietro nel salone e raccontava eccitato al suo jefe ciò che aveva trovato nei magazzini dell’hacienda abbandonata. – Di sicuro per un po’ non avremo problemi di cibo. E gli uomini sono davvero contenti.

Villa lo ascoltava impassibile, disteso su un divano Luigi XIV. Aveva il cappello calato sugli occhi e sembrava quasi che dormisse. Ma il suo sguardo invece vagava lontano e fissava uno per uno i ritratti degli antenati di famiglia in bella mostra sulla parete di fronte. Erano tutti visi spagnoli, sprezzanti, altezzosi, visi di gente abituata a far da padrona. Quante migliaia di peones avevano vissuto come schiavi sotto di loro? Villa conosceva la disumanità degli hacendados perché l’aveva sperimentata sulla sua pelle. Proprio per questo era diventato un bandito. E ogni volta provava un piacere indicibile a profanare le loro case e a farci bivaccare i cavalli.

– Certo ora, compadre, chiedono anche di andare un po’ a donne giù in città. E mi pare giusto, no, farsi una panocha ogni tanto –. Tomas pronunciò queste parole con tono malizioso, come se fosse sicuro di poter contare sulla solidarietà del suo comandante. Villa invece, che fino ad allora era sembrato un po’ assente, di colpo si mise a sedere e assunse un portamento serio.

– È meglio di no, Tomas, succederebbe di sicuro qualcosa. E io non voglio grane.

Urbina, che non si aspettava una risposta del genere, stette per un po’ in silenzio, rigirandosi lo stetson tra le mani. Poi ebbe come uno scatto.

– Mi pare che tu stia esagerando, compadre. Da quando siamo diventati dei patrioti non abbiamo più potuto rubare né fare a pugni. E ora tu vorresti impedirci anche di andare a donne? Al diavolo la rivoluzione, chi glielo farà capire a quegli uomini là fuori?!

– Tu, Tomas, che sei il loro capitano. Se tu saprai rinunciare, anche loro lo faranno.

– Non ti capisco più, Pancho. Parli come se tu fossi un prete. Ma noi lo sappiamo bene chi siamo, no es verdad? Siamo dei banditi, è l’unica cosa che sappiamo fare. Perché non dovremmo rubare ai ricos e prenderci le loro donne? –. Urbina si stava scaldando ed era sempre più rosso in faccia. Villa allora si alzò in piedi, fece alcuni passi verso il centro del salone e poi, dopo essersi lisciato i baffi con entrambe le mani, rispose: – Noi non siamo più banditi, Tomas, ma soldati dell’esercito rivoluzionario del Messico. Noi rappresentiamo il futuro governo costituzionale di Francisco Madero, il piccolo jefe. Perciò non basta che buttiamo fuori quei bastardi dalle città come abbiamo fatto a Camargo, ma dobbiamo anche imparare a comandare le città. E per comandarle ci vuole disciplina, altro che viejas e tequila.

Urbina ora teneva la testa bassa e non aveva il coraggio di ribattere. La serietà di Villa aveva gelato la sua allegria e gli aveva tolto il piacere di sentirsi una volta tanto padrone. Ma, a ripensarci bene, con Pancho era andata sempre a finire così. Insieme avevano rubato migliaia di pesos, poi, quando era stato il momento di goderseli, lui li aveva regalati tutti e ogni volta avevano dovuto ricominciare da capo.

– Che cosa intendi per comandare le città? Che saremo noi a far pagare le tasse e che andremo a vivere nei palazzi dei ricos? – chiese in tono volutamente provocatorio.

Villa lo fulminò con lo sguardo. Poi, ficcandosi i pollici nel cinturone con un gesto di sfida, gli rispose un po’ brusco: – Cabròn che non sei altro, possibile che tu non riesca proprio a cambiare! Noi non comanderemo le città per fare i nostri interessi, ma per il bene del popolo. Perché il popolo è la nostra forza e senza il suo aiuto non riusciremo mai a vincere.

Urbina sembrava trasformato. Come se si prendesse gioco delle parole del suo jefe, cominciò a ridere in quel suo modo agghiacciante.

– El pueblo! El pueblo! La revolucion! Ma cosa credi che gliene importi al popolo del governo e della rivoluzione?! A loro basta che tu gli riempia la pancia e poi, che tu sia Diaz o Madero, fa lo stesso. Entiende? E secondo te io dovrei rinunciare a una panocha per il bene del popolo che intanto gode, va a letto e se ne infischia di me? No, Pancho, stavolta non posso seguirti.

Ci fu un breve silenzio, durante il quale i due uomini evitarono di guardarsi negli occhi. Ognuno di loro rimuginava dentro di sé le cose che si erano detti ed era assolutamente convinto di avere ragione. E non riusciva a capire perché l’altro non lo intendesse. Quando sembrava che ormai più nessuno parlasse, Villa assunse un atteggiamento grave e solenne e si rivolse a Urbina con il tono perentorio del comandante.

Compadre, se vengo a sapere che hai trasgredito il mio ordine, ti farò fucilare come un qualsiasi traditore.

Urbina, per la prima volta da quando erano insieme, si sentì stringere un nodo in gola: Pancho lo stava minacciando. Proprio lui, l’amico fidato, l’unico per cui avrebbe dato anche la vita. Tomas per un attimo credette di sognare, ma lo sguardo feroce del suo jefe gli gelò il sangue. Ma che cosa gli era successo? E perché si accaniva così? Villa era molto cambiato dai tempi della Sierra: ora stava sempre solo, parlava poco e qualsiasi cosa gli dava fastidio, anche lo scherzo più innocuo. Ma soprattutto, da quando si era messo in testa di trasformare le sue bande in un vero esercito, era diventato molto esigente con gli uomini, fino al punto da pretendere che rinunciassero ai loro istinti. Ma qual era l’esercito vittorioso che non faceva baldoria? E che ne era del vulcanico compadre che era capace di stare sveglio delle settimane intere pur di non rinunciare al suo divertimento? Tomas pensò che, se quello era l’effetto della rivoluzione, era meglio tornare ad essere un bandito qualunque, perché almeno nessuno avrebbe deciso per lui quando era il tempo di fare all’amore o di scolarsi una bottiglia di tequila.

 

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La poesia di Ferrucio Benzoni

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

La poesia di Ferruccio Benzoni è una poesia in bianco e nero, il diario-canzoniere di uno sguardo laterale sul mondo, attento però ai più piccoli indizi, ai più minuti enigmi, alle più brevi ombre della quotidianità e della memoria.

Sovrapposizione di elementi simbolisti e di ironico crepuscolarismo – attraverso celate citazioni, arcaismi e colloquialismi – la sua poesia possiede la complicità della malinconia, di uno spleen apparentemente pacato, avvinghiato ai ricordi come le ferite al dolore, incollato a piccole cose e a piccoli amori, ma privo di quel riscatto che unisce il presente, pur esile, a un futuro, pur caliginoso e indecifrabile. In Benzoni qualcosa di irrimediabile si è compiuto: il legame tra memoria e promessa, tra l’oggi e l’attesa è franato; i morti sono indefinibilmente prossimi, i vivi lamentano un’indicibile distanza.

Per questo la sua voce viene da un perenne passato, anche se recente, si muove tra conosciute e care ombre e un marginale sentire, tra una sospirata guarigione e una luce sempre malata, poiché il poeta, da Catullo a Baudelaire, non vuole guarire dalla passione della poesia.

 

Ferruccio Benzoni, nato a Cesenatico nel 1949, è morto nel 1997. È stato tra i promotori di una delle riviste più defilate e, allo stesso tempo centrali degli anni settanta: “Sul porto”. Ha pubblicato La casa sul porto (Almanacco dello Specchio, Mondadori, 1980), Notizie dalla solitudine (S. Marco dei Giustiniani, 1986), Fedi nuziali (All’insegna del Pesce d’Oro, 1991) e Numi di un lessico figliale (Marsilio, 1995).

 

Appendice a
“un tu non ipotetico e caro”

Devo dirti che non l’acqua mi manca
o il pane o il letto dove sfinirsi.
Neppure una donna a seni e alghe.
Non la strada rivoltosa mi manca
o il caffè delle chiacchiere intonate.
Né il privilegio di oziare in contemplazione
mentre fuori la stagione trascolora
e l’edera attecchisce con astuzia senile.
Ho voglia di cose disamorate e vive
– non sogni tastiere evocative – poiché
l’amore, l’imponderabile non vivono
che in te, trasfugati e spenti.
È dentro il tuo viso che nasce la devozione
della mia solitudine. Non m’assolvesti
quando un’esenzione chiedevo da quel grumo
d’angoscia cui sono innestato.
Non è l’amore un ragazzo cieco, violentato:
c’è una logica del profitto anche in amore.
Così per amore torno a contraddirmi.

Confessioni per un autoritratto

Sui muri in fuga delle vecchie case
il vento perlustra i rovinosi crepi,
la calce viva, la muffa vile infradicita.

Qui ho vissuto e un male d’ombre ha attecchito
qui devo finire con la mia sete intatta.
A ingigantire è una segreta ombra che avanza
defilandomi: io vivo di profilo.

Dell’amore
amore la mancanza di libertà l’infinito
possesso, l’oscura cecità soave. M’angoscia
il viscido muschio che gli amanti schiumano
quando il riso muore con la carne ed è carie
la dolcezza, una sbadata bava. Così
la pelle tua franta a febbraio al muro di una
casa dalle marcite gronde.

(Intenerire era sapere più a fondo di più
l’effimera ferocia della mia verità

 

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L’artista nell’epoca della sua riproducibilità biologica

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

Ogniqualvolta mi trovo di fronte all’opera di un artista contemporaneo devo prendere atto che l’arte odierna mi trova completamente spiazzato, che sono sprovvisto dei più rudimentali strumenti critici per una riflessione sui suoi valori formali o contenutistici: e tuttavia la cosa non mi sembra poi tanto grave. Cercherò di spiegare il perché.

Per indole e per formazione ho adottato nei confronti di ogni umana espressione un’ottica storicistica: e in quest’ottica per me la “storia dell’arte” ha chiuso il suo cammino nel secondo ‘800. Se la storia è tensione verso qualcosa, o meglio è la pretesa di riconoscere una tensione nel succedersi delle opere e dei giorni, tutta l’arte pre-moderna ha inseguito l’imitazione della realtà, con finalità di volta in volta esorcistiche, propiziatorie, celebrative, didascaliche, promozionali, ecc… Il fatto poi che ne siano conseguiti una trasfigurazione, una idealizzazione, un superamento della realtà stessa, e che questo sia in fondo il discrimine al di là del quale si colloca l’opera d’arte, attiene al peso ed al portato delle singole personalità, non alle finalità del percorso.

Con l’avvento della riproducibilità tecnica, dalla fotografia al cd, all’arte sono stati sottratti non solo l’aura, ma il ruolo storico (peraltro connesso strettamente all’aura). Non c’è più “storia” dell’arte in quanto è venuto meno il “senso” – inteso sia come significato che come direzione –, dissoltosi in una nebulosa espressiva nella quale si confondono le mozioni più svariate e i più svariati linguaggi.

Disarmato dei miei parametri “oggettivi” – quello dell’evoluzione (tecnica e contenutistica), quello della corrispondenza con l’epoca (anticipazione, testimonianza o riflessione) e quello delle risultanti semantiche (universalità dei concetti, equilibrio compositivo, ecc…), mi ritrovo a confrontarmi con ogni espressione dell’arte moderna o post-moderna dal basso di un approccio molto soggettivo, e senz’altro semplicistico, anche se non riducibile al “mi piace-non mi piace”. Parto cioè dal presupposto che, esauritasi la storia dell’arte, o perlomeno una sua fase, sia comunque rimasta viva la pulsione alla ricerca e alla produzione artistica, e che ciò avvenga in assenza di un visibile “progetto” (da cui l’impossibilità, almeno per ora, di una lettura storica) e in presenza invece di una fin troppo visibile mercificazione (che ha a che fare col consumo, e non con la fruizione).

Questo approccio impone di trasferire la ricerca di tensione dall’esterno all’interno, dalla necessità di esprimere alla volontà di esprimersi. Nell’opera d’arte contemporanea va cercata e colta non l’universalità di una risposta, o la novità di una sollecitazione, ma la rivendicazione di una originalità del sentire che resiste alle sirene della conformità. “Esprimersi” artisticamente significa oggi scavare sotto la calcina culturale omologante di cui siamo stati e ci siamo intonacati, portare a vista i cretti della nostra individualità e far filtrare attraverso gli stessi quel respiro autentico che solo ci permette di comunicare. L’opera d’arte va letta quindi come un tentativo di sottrarsi alla vertigine di rapporti via via più fitti e più stereotipati, al gioco della poliedrica e menzognera rappresentazione di sé in cui siamo coinvolti: come una sosta creativa, nel corso della quale l’atto della riflessione, lo sforzo di recupero dell’identità vengono tradotti in forma, in un segno che è letteralmente segnaletica, riconoscimento di sé e indicazione alternativa di rapporto per gli altri.

Questo nuovo status dell’arte rende ardua, o forse del tutto inutile, l’individuazione di parametri adeguati di valutazione. Forse oggi all’artista possiamo chiedere solo coerenza nella ricerca (che peraltro può manifestarsi tanto in percorsi trasversali quanto in una costante rielaborazione delle modalità espressive e dei temi), indipendenza delle mozioni, non conformità alle logiche del mercato. Il resto, ciò che attiene al risultato espressivo, al di là delle interpretazioni pilotate e delle plusvalenze indotte dalla mercificazione, è solo funzione di una consonanza, di un dialogo tra sensibilità che può aprirsi o meno.

Non sono dunque certamente giudizi critici quelli che possono essere espressi sull’opera d’arte contemporanea. Solo sensazioni. A me ad esempio piace sfogliare i cataloghi come fossero album fotografici. Attraverso le geometrie, le linee, le scelte cromatiche cerco di ricostruire i modi e le inflessioni del linguaggio dell’artista, ne deduco la duttilità o l’indisponibilità nei rapporti, in qualche maniera persino la fisicità. Voglio percepirne le curiosità culturali, il piacere di aprirsi alle esperienze, nuove o consuete che siano, e di rielaborarle artisticamente mescolandone e armonizzandone le suggestioni. Ma soprattutto voglio respirare qualcosa di cui raramente mi è dato godere in questo asfittico e convulso mondo della becera spettacolarizzazione: la capacità di ironico distacco, la pacatezza meditativa e illuminata che non è disincanto, e che sola, anzi, rende possibile l’incantesimo dell’arte.

 

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Vent’anni dopo

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

Vent’anni. Sembra trascorso un secolo, o addirittura un’era. Rileggo l’articoletto sul goldrakismo e ho l’impressione di fare un salto nella preistoria. Ciò che lì era ironicamente prospettato come futuribile è già il presente, anzi, è già alle nostre spalle. L’incubo si è tradotto in realtà così velocemente che non è stato nemmeno possibile aggiornare i cartoons, adeguarli all’evolvere della situazione. Il vecchio Goldrake continua a sfrecciare sui teleschermi, svenduto alle emittenti minori, ma ha assunto ormai la patina d’epoca dei films di Meliés o della fantascienza d’anteguerra. È maturo per la pensione e per l’antiquariato da fascia notturna di Ghezzi e compagni.

I figli dei nostri pargoletti non girano armati di maglio perforante e non ci ustionano con i laser-giocattolo: semplicemente, inchiodati alla plancia, ci disinseriscono col telecomando, ci smaterializzano staccando la spina o sincronizzandosi altrove. E noi ci aggiriamo raminghi tra i loro paradisi virtuali e il nostro limbo quotidiano, ridotti a ologrammi, muovendoci in scenari a metà strada tra la “normalità” angosciante de “L’invasione degli ultracorpi” e i gironi danteschi di “Blade Runner” o di “Nirvana”.

Tutto è dunque già accaduto; dietro il trascorrere in superficie di prime repubbliche e regimi totalitari, e il permanere di papi viaggiatori, di fedi e costanzi e di massacri integralisti, la vicenda autentica dell’uomo, quella di lungo periodo della sua corporeità e dell’interazione con ciò che lo circonda, è entrata in una nuova fase. Di questa transizione noi siamo stati (siamo) al contempo vittime e protagonisti, ma la repentinità del fenomeno ci ha frastornati, ci ha impedito di averne piena consapevolezza. Attrezzati a gestire il permanente, a misurare il cammino a passi corti e lenti, abbiamo perduto l’equilibrio quando il nastro trasportatore è impazzito e ci ha proiettati violentemente in avanti. Eppure i sintomi di quanto stava avvenendo c’erano. Non ci siamo svegliati scarafaggi all’improvviso, un mattino. La nostra metamorfosi arriva di lontano, ha una storia lunga.

La storia è quella dell’ambiguo rapporto che da sempre gli uomini hanno intrattenuto con l’universo dei propri manufatti, con gli infiniti prodotti, materiali o immateriali, delle più svariate tecnologie, e di come tale rapporto sia degenerato in sudditanza nel corso dell’età moderna e contemporanea. Di come cioè negli ultimi tre secoli gli oggetti frutto di artificio si siano progressivamente emancipati dal controllo umano, costituendosi in seconda natura, sovrapponendosi alla natura originaria e soppiantandola, al punto che oggi per gran parte dell’umanità questa seconda natura è l’unica percepibile. E di come quella che nel mondo occidentale è da tempo una condizione comune si appresti a diventarlo in tutto il globo. Tradotto in polpettine tutto questo significa che da quando mi sono alzato stamani, anzi, da prima ancora di svegliarmi, ho avuto a che fare solo con case, auto, sanitari, elettrodomestici, asfalto, computer, telefono, ecc… Che ho intravisto – fuggevolmente – prati e boschi soltanto perché abito fuori città: ma che alla maggioranza dei miei simili non è data neppure questa opportunità. Significa che ho ascoltato musica e rumori e voci riprodotte dalla radio, che ho parlato con i colleghi non della pioggia che cadeva ma delle previsioni meteo, che ho discusso con gli studenti non di fatti ma delle interpretazioni che ne hanno dato giornali e televisione, e che affido queste mie considerazioni non ad un uditorio paziente ed amico, ma alla tastiera di un computer. Significa in sostanza che per quanto uno si sforzi di difendersi, di evadere in campagna o in Patagonia, e di sottrarsi al rimbambimento multimediale, non può sfuggire alla pervasività di un sistema che è tutt’uno con il suo ambiente di coltura, che è partito scavandosi una nicchia e ha finito per spianare la montagna. Cose trite e ritrite: ma proprio il fatto che appaiano scontate dimostra quanto sia considerato naturale un modo di vivere che di “naturale” non ha più nulla.

Questa, si dirà, è una storia nota: ma nota, a quanto pare, non vuol dire conseguentemente acquisita, in tutte le sue implicazioni economiche, sociali e culturali, quanto piuttosto tumulata negli scaffali delle biblioteche o banalizzata dalle profezie di celestini vari, e terapeuti new age ed ecologisti patinati. Se davvero fossimo coscienti del senso e della reale portata di questa trasformazione ci renderemmo anche conto che i passi compiuti negli ultimi decenni muovono in una direzione ulteriore, quella che dall’interazione con gli oggetti porta all’ibridazione, e che magari varrebbe la pena pensarci su un attimo. Invece, malgrado gli sviluppi più recenti del rapporto uomo-macchina lascino pochi dubbi su dove si andrà a parare, l’inquietudine per le prospettive che si aprono continua a stimolare solo l’immaginario fantascientifico, mentre dove la riflessione pretende ad una dignità filosofica o scientifica sembra trionfare la più beata incoscienza (quando non la malafede). Ma forse è naturale che ciò accada. Nei confronti di un sistema fondato sul divenire incessante e progressivo l’unica forma di riflessione possibile è proprio l’anticipazione visionaria, quali che ne siano le matrici e gli intenti (sia cioè che nasca dai timori per le scelte presenti e ne prospetti esiti catastrofici o angosciosi, sia che tragga spunto invece da una fede incondizionata nella scienza e ne enfatizzi le risposte “vincenti”), È sempre stato così, in fondo, dalla rivoluzione scientifica in poi. Mentre Kant trovava nella razionalità i presupposti per la pace universale e Robespierre quelli per il trionfo dell’uguaglianza, Goethe sentiva l’odore di zolfo e di negromanzia esalato dalla tecnica moderna, e Frankenstein incarnava l’avvenire dell’Idea molto meglio della filosofia di Hegel. Conviene dunque rivolgerci un’altra volta, come vent’anni fa, alla fantascienza, letteraria o cinematografica, d’autore o di dozzina, per ritrovare le tracce del percorso che ha condotto all’attuale “incoscienza” o, peggio, all’accettazione consapevole del post-umano.

 

Se era ancora possibile ironizzare (ma mica poi tanto) sul catechismo biomeccanico predicato da Goldrake e compagni, e ascrivere Hal 9000, il calcolatore paranoico di “Odissea nello spazio”, al filone ormai classico dell’apprendista stregone (mentre in un altro genere ancora rientrano le macchine “animate”, come il “Katerpillar” di Sturgeon o il camion di “Duel”), con lo straordinario “Alien” di Ridley Scott (1979) i termini del problema sono stati spostati decisamente in avanti. L’alieno in questione è un organismo al penultimo stadio del divenire macchina, e quindi perfetto, invincibile e mostruosamente spietato, che si avvale anche della naturale alleanza in funzione anti-uomo di un androide, una macchina a sua volta all’ultimo stadio di evoluzione verso l’organico. Alien, a differenza di Hal 9000, non può essere sconfitto da alcuna superiorità logica o arma tecno-logica o alleanza con il “divino”: sarà battuto solo dal caso, da un comportamento illogico della sua antagonista e, soprattutto, dalla ferrea legge hollywoodiana dell’happy end. Meno sofisticato e metaforico, ma altrettanto indistruttibile e devastante è il cyborg di “Terminator” (1984): ancora un androide (quindi passaggio macchina-uomo) visto in negativo, che ribadisce però la superiorità adattiva, e quindi i rischi di incontrollabilità, del biomeccanico. In “Blade Runner”, però, (1982, ancora di Ridley Scott, da un romanzo di Philip K. Dick) fa già capolino un atteggiamento più possibilista; ai mutanti, androidi umanizzati sino alla composizione cellulare, è concessa in fondo la cittadinanza nel genere umano: Quando poi si tratti di cyborg inversi, cioè di uomini protesizzati, trasformati almeno parzialmente in macchine, i dubbi in genere svaniscono. Dall’uomo bionico al Robocop, cui di organico è rimasto solo il cervello, è tutto un festival di paladini del bene e della giustizia, non più importati da Krypton ma fabbricati in casa, prototipi per una futura commercializzazione in serie.

Posso aver saltato qualche passaggio, ma credo che la morale di fondo sia comunque chiara: se la macchina si umanizza, qualche problema lo può anche dare (e non si vede come non essere d’accordo), mentre se è l’uomo a farsi macchina non gliene può venire che un gran bene. Che è poi la stessa morale rozzamente espressa a suo tempo dai cartoons giapponesi, e più rozzamente ancora da Romiti, e che negli ultimi anni è stata abbracciata con entusiasmo dalla ex-sinistra tradizionale di tutto l’occidente, in fregola di patti sociali e di standard di competitività. Ma le vie del post-umano, se non infinite, sono senz’altro molteplici: e quella più diretta, più recentemente aperta e già più frequentata passa per la “fantascienza dell’interno”, per il cyberpunk (il cui esponente di spicco è William Gibson). Il più aggiornato immaginario fantascientifico si libera della mediazione – in fondo esorcizzante – di alieni e astronavi interplanetarie, e riconduce l’azione sul vecchio pianeta, trasferendola in un futuro prossimo decisamente verosimile, caratterizzato da dinamiche del tutto o molto simili a quelle che noi tutti quotidianamente viviamo. Ma i suoi personaggi si muovono tra i ghetti di metropoli degradate e ingovernabili e una nuova dimensione definita cyberspazio, lo spazio digitale nel quale navigano le informazioni. All’interno di questa realtà virtuale si gioca il confronto tra i controllori della rete e della merce informatica e i ciberpunk, corsari del cyberspazio che utilizzano le loro conoscenze massmediologiche avanzate per sgusciare tra le maglie del sistema o per aggrovigliarle. Per la prima volta la letteratura del futuribile è cronaca romanzata del presente o addirittura del passato prossimo, epica della gesta degli hakers (i pirati del computer) e delle navigazioni ed esplorazioni informatiche. Ed interpreta l’aspettativa di una mutazione antropologica e mentale che in realtà è già operante e pervasiva, e che proprio per questo comincia ad essere fatta propria anche dalla riflessione sociale e politica.

Anche prescindendo dalle farneticanti scorribande tecno-mistiche di scuola statunitense, che non vanno comunque liquidate come espedienti da spettacolo, il cyber-pensiero ha una storia singolare. Affonda paradossalmente le sue radici nella critica di Baudrillard, di Touraine e di altri post-sessantottini alla modernità e al “sistema degli oggetti”, passa per la deriva situazionista dell’appropriazione-smascheramento della tecnica e per le “macchine desideranti” di Deleuze e Guattari, e approda da ultimo alla compiuta teorizzazione del “postumano” come ineludibile e positiva risposta all’avvento della dimensione artificiale. (cfr. Maurizio Terrosi, ne “La filosofia del post-umano”, 1997). Le implicazioni politiche sono immediate. Se in un primo momento l’appropriazione delle abilità informatiche veniva giustificata ai fini di un’azione di disturbo, delle piratesche incursioni in rete degli hakers che consentivano di destrutturare il sistema planetario di informazione-comunicazione e di disvelarne le caratteristiche autoritarie e antidemocratiche, oggi “vi è una speranza, assai diffusa in alcuni settori della nostra società, che le teletecnologie interattive e multimediali possano contribuire ad un drastico spiazzamento del nostro presente modo di intendere e di praticare la democrazia, Si confida che queste tecnologie siano in grado, in sé e per sé, di aprire la strada a una versione diretta, ossia partecipativa, di democrazia”. (Tòmas Maldonado)

 

Siamo quindi alla lettura democratica dell’allacciamento in rete di cervelli e volontà, della dilatazione artificiale delle capacità mentali e interattive; lettura che nasce nella “sinistra” dall’ansia di essere più realista del re, dal timore di trovarsi nelle retrovie in un’epoca nella quale sembra scemare l’importanza del dominio sui corpi (che era strategico per la civiltà industriale) e divenire determinante quello sulle menti. Ciò spiega la relativa indifferenza (o anche la benevola curiosità) con la quale viene vissuta l’invasione tecnologica dei corpi. Il corpo umano, che serviva per produrre merci, diviene meno importante, meno sacro, dal momento che il processo produttivo si basa oggi principalmente sulla trasmissione, sulla accumulazione e sulla gestione di dati, e non sulla produzione materiale. Il piccolo particolare che nei cinque sesti del mondo si stia intensificando il dominio e lo sfruttamento dei corpi per produrre merci materiali a costi irrisori viene considerato ininfluente (e fastidioso e anacronistico riesce chi cerca di rammentarlo).

Anche le implicazioni socioculturali del cyber-pensiero sono eclatanti. I nuovi media vengono considerati per loro natura e struttura “egualitari”, a differenza di quelli più antichi (vedi: libro), che avevano una connotazione classista ed esclusiva. La loro “manipolazione” è aperta a tutti, e il problema concerne non gli strumenti in sé, ma chi li usa e a quale scopo. È il vecchio ritornello della tecnologia “neutrale”, né buona né cattiva, pura possibilità imparzialmente offerta a tutti, che si credeva dimenticato e che viene invece riproposto in un nuovo arrangiamento.

 

Questo è dunque lo stato odierno della “ragione informatica”, e anche da una sintesi confusa e incompleta come quella proposta si può intuire quale sinistra (appunto) piega le cose possano prendere. Vale forse la pena fermarsi un attimo, prendere respiro e cercare di orientarsi tra i fumi turibolari del nuovo credo tecnologico. L’unica cosa su cui non si può non convenire è che è in atto, e in stato già avanzato, una vera e propria mutazione psicofisica dell’uomo, frutto dell’innesto stravolgente del meccanico, o più estesamente, dell’artificiale, sul biologico: è il passaggio dall’umano al post-umano, appunto. Di tale trasformazione noi percepiamo distintamente solo taluni risvolti, di per sé positivi, ma carichi di ambiguità (organi artificiali, protesi, ecc…, intesi per il momento a correggere carenze, malformazioni o mutilazioni, ma passibili domani di ben altro utilizzo); mentre rifiutiamo di cogliere il senso e le implicazioni profonde del fenomeno, e tendiamo a leggerlo come la naturale prosecuzione di un percorso avviatosi migliaia, o forse milioni di anni fa, quando l’uomo ha iniziato a produrre strumenti e manufatti, e a subirne la fascinazione. Ciò che ai più sfugge è che la terza rivoluzione industriale, quella dell’automazione, dell’informatica e della telematica, non si è limitata ad accelerare questo processo, ma ha creato l’humus per l’instaurazione di un rapporto “organico” con gli oggetti, per il salto dal rapporto di utilizzo a quello di simbiosi e, in prospettiva, a quello di sudditanza. Ha creato, cioè, non solo le condizioni ma anche e soprattutto la necessità di un rapido adeguamento dell’essere umano alla trasformazione ambientale.

Ora, il meccanismo delle risposte adattive, quello che i biologi chiamano evoluzione, funziona da quando esiste la vita, e interessa tutte le specie. C’è solo un particolare. Nel caso dell’uomo ha funzionato sin troppo. La specie umana è saltata dal lento carro dell’evoluzione sull’accelerato della civilizzazione, ed ha poi spinto a tavoletta sino a trasformare quest’ultimo in un TGV. Prima si è adattata a tutti gli ambienti, poi ha cominciato ad adattare gli ambienti a sé. E nel fare ciò, nel modificare l’ambiente – inteso nel senso lato dell’insieme di operatività, comunicazione, interrelazione, ecc … – l’uomo è andato talmente oltre da dover ora rimodellare, ri-adattare a quest’ultimo la propria morfologia, intervenendo artificialmente per l’impossibilità di conciliare i tempi lunghissimi del processo evolutivo con quelli frenetici del sistema produttivo (e magari anche per scongiurare esiti imprevisti e non graditi).

Ciò che rende necessaria (e possibile) oggi questa operazione, la chiave che ha aperto le porte del corpo all’invasione tecnologica, è probabilmente da rintracciarsi nell’introduzione di modalità diverse dell’esperienza e dell’uso del tempo. Ogni tecnologia, anche la più semplice o la più primitiva, ha senza dubbio determinato uno sfasamento progressivo tra i ritmi biologici e quelli “culturali”: ma lo stacco decisivo, quello che ha spalancato la forbice, si è verificato allorché alla colonizzazione dello spazio (conquista e trasformazione dell’ambiente) si è sovrapposta quella della dimensione temporale (imprigionamento del tempo in congegni meccanici). L’orologio meccanico ha sostituito la percezione ciclica e naturalmente scandita delle durate (cicli diurni, lunari, stagionali, ecc …) con la loro segmentazione in una sequenza rettilinea, uniforme e ininterrotta Ha trasformato un’esperienza interiore elastica ed individuale, solo occasionalmente intersecata da scadenze collettive (rituali, festività, ecc …) e comunque condivisa, anche in queste occasioni, da gruppi ristretti, in un rigido parametro esterno, misura universale e freddamente oggettiva dell’interagire tra gli umani e del loro rapportarsi produttivo allo spazio e alle cose (cioè degli spostamenti e delle lavorazioni). Ha desacralizzato il tempo, svuotandolo di ogni autonomo significato connesso alla soggettività (quale, ad esempio, il radicamento che consegue all’abitare un luogo per una vita o per generazioni, oppure la traduzione del passato in memoria) per riempirlo di un “valore” assoluto (il tempo-denaro). Lo ha sminuzzato in particelle sempre più infinitesimali per poterne gestire ogni singolo frammento e comprimerne ogni interstizio.

Agli effetti pratici questa coscienza “meccanica” del tempo ha reso possibile l’eliminazione di ogni lasso temporale non produttivo – dai tempi “sacri” del calendario a quelli “morti” nelle lavorazioni – o la riconduzione degli stessi nell’alveo del sistema totalizzante produzione-consumo. Ma ha anche modificato le modalità di percezione e di occupazione dello spazio, nonché la tipologia delle prestazioni richieste all’organismo umano. La corsa al contenimento dei tempi di produzione ha indotto il passaggio alla meccanizzazione e al taylorismo, e successivamente all’automazione. Ne è conseguita una crescita esponenziale del prodotto, che ha portato la progressiva dilatazione dei mercati – sino all’odierna globalità – e la necessità per l’uomo di velocizzare gli spostamenti suoi (anzi, di passare dal viaggio allo spostamento) e delle merci, e di rapportarsi concretamente a distanze sempre più ampie. Ciò ha interessato naturalmente la circolazione di qualsiasi tipo di prodotto, materiale ma anche, e oggi principalmente, culturale.

Le tecnologie della mobilità e quelle della comunicazione hanno dunque ristretto il mondo, comprimendo le prime i tempi di percorrenza dell’intero globo in un arco solare, le seconde riducendoli a zero, consentendo una presenza virtuale in tempo reale. E questi risultati sono gravidi di conseguenze. Per quanto contenuti possano essere infatti i tempi del nostro spostamento, non è possibile occupare fisicamente spazi diversi nello stesso momento: mentre è possibile farlo virtualmente, interagire con essi o controllarli attraverso le protesi comunicative e informazionali. È quanto già quotidianamente accade, ma è soprattutto la nostra condizione futura di “cittadini terminali, handicappati motori superequipaggiati di protesi interattive, di ricettori e sensori” (Paul Virilio) attraverso i quali possono essere controllati contemporaneamente gli spazi esterni della produzione e quelli domestici del consumo. Tale condizione, anche senza necessariamente sfociare nella patologia della perdita di motricità e di coscienza tattile, crea comunque esigenze operative alle quali il vecchio modello naturale non è più in grado di fare fronte: e se in occasione di altre svolte epocali (dalla domesticazione del fuoco e degli animali alla stanzialità, dalla nascita della metallurgia alla rivoluzione agricola, fino alle prime rivoluzioni industriali) l’organismo umano ha potuto trarre da sé le risorse per la risposta, selezionando e potenziando di volta in volta caratteristiche adattive preesistenti, oggi le nuove modalità e le urgenze dell’adeguamento sono tali da indurre una sua capitolazione.

È a questo punto che si pone il discrimine: la linea di confine si fa sempre più sottile e diviene possibile il balzo nel post-umano. Se oggi possiamo scegliere di potenziare o meno le nostre abilità, allacciando i nostri cervelli alle reti telematiche, le nostre voci a quelle telefoniche, i nostri corpi a quelle stradali, o aeree o ferroviarie, il prossimo passo sarà quello dell’allacciamento coatto, della vera e propria in-corporazione dell’apparato tecnologico che medierà i nostri rapporti con gli altri post-umani e con la natura seconda.

Il problema, come si è visto, non concerne nemmeno più la possibilità che ciò avvenga, per certi aspetti è già avvenuto. La prima fase del trasferimento dell’umanità alla dimensione artificiale, quella del condizionamento mediatico, è ormai alle nostre spalle; essa costituisce già il patrimonio culturale di un paio di generazioni, per le quali l’universo delle conoscenze e delle competenze è divenuto meramente virtuale, e la consuetudine con i supporti tecnologici, favorita dai prodigi della miniaturizzazione e quindi dalla portatilità (telefonini, walkmen, computer portatili, ecc…) si è tradotta in dipendenza. Ma anche la seconda fase, quella di attuazione delle biotecnologie e della biomeccanica, è bene avviata: le pionieristiche banche di organi e la fecondazione in vitro sono già rese obsolete dalle potenzialità della clonazione, l’ingegneria genetica consente di selezionare o creare ex-novo caratteri adattivi, la biomeccanica di tradurre in impulsi elettrici gli stimoli nervosi, interfacciando le protesi con i terminali corticali.

Si apre così la strada al terzo stadio, quello che prevede la combinazione delle tecnologie invasive (interventi diretti sul corpo, sostituzione e rigenerazione di organi, potenziatori sensoriali, ecc…) con quelle estensive (che comprendono qualsivoglia protesi, da quelle motorie – dal martello alla macchina utensile computerizzata – a quelle di sussidio alla locomozione e al trasporto, da quelle sensorio-percettive – dagli occhiali al telefono, ai riproduttori di immagini e suoni – fino a quelle intellettive – da ogni forma di linguaggio al computer), e in parallelo, come naturale conseguenza, la totale de-naturalizzazione delle esperienze sensoriali e psichiche, canalizzate verso la natura seconda artificiale o verso la dimensione virtuale non più soltanto dalla persuasione mediatica (esterna) ma da un interfacciamento diretto. Per intanto siamo già al tamagochi, criceto o pesce rosso virtuale, ai caschi per la full immersion nello spazio virtuale, al sesso virtuale, ecc…: non ci vuole molta fantasia per immaginare ulteriori virtualizzazioni). La miniaturizzazione, la concentrazione di energia di lunga durata in microcapsule, la realizzazione o l’utilizzo di materiali sempre più omogenei alle strutture organiche consentirà di inserire direttamente nell’organismo umano protesi di ogni tipo, collegamenti intra-circolatori, recettori e terminali di sensorialità e di sensibilità (e perché no, di sessualità). Per poter rispondere alla moltiplicazione degli stimoli e alla dilatazione degli impegni, ovvero per poter svolgere contemporaneamente attività diverse, i corpi dovranno essere ri-adeguati, attrezzati con artefatti di minimo ingombro e il più possibile celati, per l’appunto in-corporati. È facile ipotizzare, ad esempio, che per ovviare alle restrizioni legislative sull’uso dei telefoni cellulari si arriverà a brevissimo termine all’inserimento di micro-ricevitori permanenti nei padiglioni auricolari, compiendo un ulteriore passo verso la telepatia artificiale. Ed è altrettanto immediato far correre la memoria a certi film fantascientifici anni cinquanta, o al “Mio fratello superuomo” di Bozzetto, che mostravano gli umani collegati attraverso microricettori ad una emittente centrale di controllo.

Non ha più molto senso, dunque, dubitare ancora dell’effettiva comparsa di una mutazione del corpo umano, o meglio del suo declassamento a struttura da controllare e modificare: Si impone invece una riflessione seria sul nostro atteggiamento in proposito. Quello che a me (e spero anche ad altri) parrebbe automatico – anzi, no, naturale –, il rifiuto di ogni invasione protesica non surrogativa o integrativa, ma amplificativa, non limitata cioè a ripristinare la funzionalità corporea ma mirante ad ottimizzare il rapporto di intervento sul o di conoscenza dell’ambiente, non riscuote in generale molte simpatie, e meno che mai, come si è visto, a sinistra. Se il pensiero tradizionale, laico o religioso, è frenato più che dal rispetto del corpo (nei confronti del quale, anzi, la cultura cristiana ha nutrito da sempre un certo disprezzo) dalla connaturata diffidenza per ogni novità o cambiamento (almeno per quelli non riconducibili in qualche modo a ad archetipi), quella progressista non conosce questi timori, né altre reverenze, e preferisce liquidare il rifiuto o la perplessità come patetici atteggiamenti tecnofobi o resistenziali., ai quali va opposta invece un’attitudine aperta e disincantata. Ora, per quanto aperto uno sia non può non rendersi conto che la strategia della liberalizzazione totale dei media e delle reti, quella per intenderci che dovrebbe esaltare i contenuti emancipatori e democratici delle tecnologie informatiche e che viene al momento identificata ad esempio con Internet, è perseguita soprattutto dai grandi monopoli multinazionali, nei quali è difficile sospettare una qualche sollecitudine per il futuro della democrazia. O ancora, che il disincanto nei confronti dell’invasione corporea e mentale non può spingersi sino ad ignorare come le maggiori pressioni in tal senso vengano dall’area del potere economico e politico, che evidentemente ha già messo nel conto le tattiche di gestione del mutamento. Non si tratta qui di riesumare i fantasmi di un complotto capitalistico mondiale, di una diabolica macchinazione ordita da centri di potere occulti; oltre che ridicolo sarebbe anche troppo bello, perché offrirebbe la possibilità di identificare un nemico concreto contro il quale battersi. Si tratta invece di far valere un minimo di buon senso, quello sufficiente a capire che ciò di cui si parla è un fenomeno sfuggito già da tempo al controllo di qualsiasi potentato e ormai autonormativo, un modo di produzione che è diventato sistema globale, nel senso non soltanto che interessa tutto il globo, ma che tende ad inglobare, ad incorporare ogni attività performativa o conoscitiva del reale, e quindi gli organi che la sviluppano, e a rendere il tutto funzionale alla propria perpetuazione. Altro che tecnologia neutrale, da padroneggiare e amare e sottrarre alle voglie dei cattivi. La metafora di Alien qui torna a pennello: il mostro è invincibile, e si alimenta di tutto, anche e principalmente delle nostre abilità e specializzazioni. Ma un buco, un portellone aperto dal quale possa irrompere il caso e risucchiare la minaccia nel vuoto in genere rimane: difendiamolo da noi stessi, dalla nostra presunzione e dalla paura degli spifferi.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Il pericolo viene dallo spazio

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

Questo articolo è stato pubblicato vent’anni fa su una piccola rivista (CONTRO) animata dallo stesso spirito di SOTTOTIRO e, stanti i tempi, da qualche illusione politica in più. Ci è parso opportuno riproporlo perché si prestava ottimamente ad introdurre il discorso sulla “filosofia del post-umano”, anzi, ne costituiva già la prima parte. Chi lo ha scritto voleva cogliere – e bene o male, alla luce degli sviluppi successivi, pensa di essere riuscito nell’intento – le sottili e tutt’altro che banali implicazioni di un fenomeno che all’epoca veniva ignorato o liquidato con sufficienza dalla cultura di sinistra. Il ragguaglio che lo segue non fa che verificare la traduzione di tali implicazioni in realtà corrente. Il tono dei due articoli è molto diverso, e qualcuno troverà il secondo un po’ greve: ma due decenni lasciano tracce pesanti, sul carattere, oltre che sul mondo.

I compagni che hanno figli in età compresa tra i tre e i tredici anni capiranno subito di cosa sto parlando. Durante le ultime feste natalizie sarà capitato anche a loro di trovarsi di fronte il pargolo armato del suo nuovo Goldrake “più veloce della luce”; di aver sorriso e annuito distrattamente alla domanda: “Pa’, vuoi vedere come funziona?”; e di essersi così beccati in un occhio il doppio maglio perforante, o di aver avuto il setto nasale spostato da un colpo di alabarda rotante. Dove poi i nonni non hanno badato a spese per comprarsi l’affetto dei nipotini si è giunti probabilmente anche ad ustioni di vario grado, dovute all’impiego di mini-laser.

Bene, questi compagni devono armarsi di tanto coraggio, perché non siamo che agli inizi. Per il prossimo Natale sono previsti robot più sofisticati, astronavi anti-lampadario, dotate di mitragliera paralizzante, e contraeree al laser con gittata fino a cinquecento metri, per guerreggiare da un palazzo all’altro, o contro i passanti, alla faccia delle nuove leggi antiterrorismo. E si prevedono anche i primi morti, che se non altro avranno l’onore di essere le prime vittime accertate degli Ufo.

Però intanto qualche “scomparsa” la si può già registrare. Una è di minor conto, perché riguarda il buon senso degli adulti, babbi natale o befani, che già era latitante da un pezzo e sul quale non ci si facevano più soverchie illusioni. Più preoccupante appare invece un’altra miserevole constatazione, quella che concerne l’annichilimento della capacità reattiva e della fantasia infantili. Perché se è vero che sono stati gli adulti a comprare i Goldrake e i Mazinga, è anche vero che, a differenza di quanto accadeva in passato, per altri giochi altrettanto sofisticati e scemi, stavolta non hanno dovuto faticare per imporre la loro scelta. Al contrario, sapevano di andare a colpo sicuro, potevano far conto su indici di gradimento elevatissimi e proporzionali al livello di sofisticazione dell’aggeggio.

Ciò significa che qualcosa è cambiato in questi ultimi tempi: che quelle difese inconsce che spingevano i bambini a preferire l’orsetto di pezza alla bambola che canta, cammina e fa la pipì sono state disattivate: che l’immancabile trionfo della semplicità, almeno nell’ambito del gioco infantile (sul quale amava esercitarsi la retorica del “più poveri, più felici”, ma che in definitiva era un dato vero, e soprattutto confortante) appartiene già ad un’altra epoca. Probabilmente c’era da aspettarselo, anche se qualcuno sperava che anni e anni di caroselli avessero prodotta una sorta di immunità, come quella delle zanzare nei confronti del DDT. È avvenuto invece il contrario: le soglie di resistenza sono state poco alla volta sgretolate, e al momento opportuno si è dato il via ad una operazione più articolata e complessa, nei mezzi come nei fini. Questa operazione è cominciata proprio con Goldrake. Circa un anno fa. Un tentativo d’assaggio coronato da immediato successo, che ha spalancato le porte al cartoon fantascientifico giapponese ed ha innescato un vero e proprio bombardamento a tappeto del cervello infantile. Le antenne pubbliche e private fanno ormai a gara per diffondere il nuovo messaggio fantatecnologico, e i risultati non tardano a farsi vedere.

Ma il problema non è certo quello dello sfruttamento pubblicitario. Sarebbe troppo semplice. No, la verità è che questa operazione va molto più in là, sottintende significati nuovi di cui sarà bene prendere coscienza. Il lancio del robot-giocattolo costituisce in fondo solo una fase secondaria e integrativa, si potrebbe dire “di verifica”, dell’attacco più subdolo e micidiale che in questi ultimi anni sia stato sferrato contro la sensibilità pre-adolescenziale. È un attacco tutt’altro che occulto, un’azione in grande stile che si sviluppa a vari livelli, in perfetta combinazione tattica.

In primo luogo c’è lo sforzo, rozzo ma efficace, di calamitare l’attenzione del bambino coinvolgendone appieno oltre la sensibilità visiva anche quella uditiva, attraverso un ininterrotto susseguirsi di esplosioni, urla, fischi laceranti, tonfi, schianti e via di seguito: un’accozzaglia esasperante di rumori che fornisce già di per sé un’iniziazione efficace ad un futuro di fabbrica, di traffico automobilistico e di discoteca, immunizzando il ragazzino contro i traumi di impatto o di rigetto. Mi si obietterà che anche il vecchio cartoon stile Warner Bros liquidava il dialogo a favore dei rumori. Ma là si trattava di rumori orchestrati, di un vero e proprio contrappunto musicale. Il bip bip creava attesa, annunciava l’esplosione, e poi la irrideva e la vanificava: il felpato passo di danza di Silvestro saliva in un crescendo ritmico, sino allo scontro col ringhio del bulldog: il monotono e accattivante tema della Pantera Rosa scandiva e riassorbiva gli schianti e i crolli più rovinosi. Ogni rumore risultava funzionale e indispensabile alla vicenda, in quanto si iscriveva in una sorta di sovrasistema di segni acustici che traevano significato proprio dal loro ripetersi e dal legame con un personaggio o una situazione particolare. Erano quindi suoni carichi di senso (sia pure di un senso autonomo e non trasferibile nel quotidiano tridimensionale) assunti in un contesto a suo modo logico e tali da consentire alla mente una ricezione critica.

Goldrake propone invece il rumore puro, mutuato dalla realtà, amplificato e concentrato oltre ogni limite tollerabile e oltre ogni soglia critica: il rumore che non comunica, ma stordisce, non attiva la suspence ma disarma ogni capacità di razionalizzare la percezione: non ammicca e non allude, ma si impone brutalmente.

L’attacco non si esaurisce comunque nell’uso annichilente del rumore. Esso si sviluppa invece paracadutando sulle macerie della recettività infantile una serie di messaggi elementari e perentori, efficaci proprio perché inoculati in dosi massicce e continuative. Per cogliere nella sua importanza e pericolosità tutto il peso di questa operazione è forse opportuno tornare al confronto col cartone animato classico (intendo Tom e Jerry, Silvestro ecc…; la produzione disneyana vorrebbe invece un discorso più complesso). La storia di animazione vecchio stile si fonda sul presupposto di una dimensione a sé stante, di un trasferimento nel surreale suggerito e sottolineato dalla tecnica stessa del disegno. Personaggi e situazioni funzionano solo all’insegna di questo trasferimento e di una adesione incondizionata, proprio perché lucida e cosciente. Se accettiamo di seguire le vicende di Silvestro non dobbiamo poi porci il problema di come sopravviva all’esplosione del candelotto che teneva in mano, o riprenda forma dopo essere passato a sfoglia da un rullo compressore. Ora, in questa dimensione, proprio perché consciamente circoscritta come irreale, i veri eroi finiscono per essere i “malvagi”, gli sfortunatissimi persecutori che immancabilmente diventano vittime, ai quali se non altro vanno riconosciute una eccezionale perseveranza e una sincera dedizione alla causa. I confini tra bene e male sono pertanto dissolti dalla ottimistica ricomposizione nel gioco. Non solo. Figure come quella di Willie Coyote, sorta di apprendista stregone affetto ad un maniacale amore per le tecniche più raffinate e complicate e da una cieca fiducia nella razionalità, che puntualmente vengono disattesi e finiscono per ritorcersi contro di lui, costituiscono in fondo delle simpatiche notazioni autoironiche sui pericoli del tecnicismo. In ogni storia il risultato è scontato: il diabolico marchingegno messo in moto funziona in ritardo, o addirittura al contrario, ed è questo a far scattare il meccanismo umoristico: assieme al fatto che senza essere sfiorato da alcun dubbio, senza perdersi d’animo, solo ogni volta un po’ più malconcio, il nostro “eroe-suo-malgrado” torna all’attacco. Ciò che più importa, comunque, è che a determinare la sconfitta è sempre il caso, l’imponderabile, il non-senso, e non una superiore capacità razionale e tecnica dell’avversario.

Di tutto questo nel nuovo cartoon fantascientifico non rimane niente. Esso non ci proietta in un universo sganciato dalle categorie spazio-temporali, ma in una realtà futura, suggerita come possibile e probabile. Presuppone soltanto un trasferimento temporale, e perde così una delle caratteristiche precipue del gioco, optando invece per una relativa “serietà”. Il disegno stesso è di stampo banalmente realistico, e rivela che in questo caso l’uso del cartoon è solo un espediente per una produzione a costi bassi e a ritmi intensi.

Trattandosi di una possibile “realtà” non è consentito giocare con la positività o la negatività dei ruoli. Il confine tra bene e male è tracciato con precisione manichea. Da un lato gli invasori extragalattici, forti di un impressionante apparato bellico e votati alla distruzione del pianeta: dall’altro i terrestri, che non sono divisi in blocchi contrapposti ma mostrano di sapersi tenere al passo con armi sofisticatissime. Altro che accordi Salt!

L’arma decisiva è comunque costituita proprio da lui, dal nuovo robot-eroe, un misto formato gigante di samurai e di marine (in omaggio alla produzione e alla distribuzione). È il robot come necessità e speranza futura dell’uomo. Per esigenze spettacolari appare qui impegnato soltanto contro gli invasori spaziali, ma tutto lascia supporre che potrebbe risultare egualmente attivo ed essenziale e indispensabile contro le calamità naturali, il dissesto ecologico, la crisi energetica, il decremento delle nascite, ecc… e si badi bene a non liquidarlo come un surrogato o un epigono di Superman. È tutt’altra cosa, nasce da presupposti ben diversi. Il robot è il frutto della fiducia che l’uomo, reso edotto dalle enciclopedie mediche a dispense sui limiti naturali del suo fisico, va acquistando nei confronti del proprio potenziale mentale (o meglio, di quello collettivo). Superman apparteneva alla fantasia, al sogno: in fondo si trattava di un residuato mitologico, la trasposizione nel ventesimo secolo dell’antica “invidia” per gli Dei. Goldrake invece è il futuro, la realtà, il possibile. Anzi, l’ineluttabile. Come tale lo si è adattato, modellato, reso accettabile, conferendogli sembiante umano. Non ha nulla del robot-standard degli anni eroici, testa a cubo, corpo tozzo, movimenti a scatti … No, Goldrake è l’uomo-robot, quanto di più antropomorfico si possa immaginare nel campo della robotizzazione. Ha persino i suoi bravi problemi esistenziali e sentimentali (sotto il petto d’acciaio batte un transistor angosciato), e c’è pure la ragazzina che non lo molla un momento, in attesa forse che i sociobiologi elaborino una opportuna combinatoria genetica.

Proviamo ora ad immaginare che messaggi assimilerà, al di là delle vicende puramente contingenti e comunque sempre uguali, la mente-spugna del ragazzino in stato di trance. Non è difficile. In primo luogo la convinzione che il robot è positivo, una cosa buona per l’umanità. Se gli dicessero che a Torino, alla Fiat, fanno casino contro la robotizzazione, penserebbe ad una infiltrazione di emissari di Vega, e caldeggerebbe un pronto intervento di Agnelli armato di laser. Poi, la constatazione che tra uomo e robot non c’è in fondo quella gran differenza: che l’uno può trasformarsi nell’altro e viceversa, e che il processo è comunque sempre reversibile. È una disposizione mentale che avrà il suo peso, per chi andrà a lavorare tra 10 o 15 anni, e si troverà le braccia attrezzate a sparare non magli perforanti, ma bulloni. Infine, neanche tanto mimetizzato, l’ammonimento che il pericolo incombe sempre, e che un buon strumentario difensivo (magari Nato, e magari anche a livello atomico) non guasta. Non a caso l’unico a voler trattare, in questo cartoon, è un vecchio citrullo, deforme anche fisicamente, che finisce sempre nei guai e che solo una superiore e “democratica” pietà filiale impedisce di rinchiudere definitivamente in una casa di cura.

Questa la sostanza. E non mi si dica che esagero la forza di suggestione e l’influenza del goldrakismo. Basta vedere con che velocità Piccoli e i suoi soci, che non si perdono un episodio della serie, hanno fatto installare anche da noi un po’ di missili nucleari. Non si sa mai che idee abbiano su Vega, e i nostri Cozinga danno poche garanzie: non sono ancora allo stadio del corpo d’acciaio: per ora hanno solo la faccia di bronzo.

 

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Il fascino discreto della borghesia

di Giuseppe Schepis, da Sottotiro review n. 8, gennaio1998

La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutato mantenimento del vecchio sistema di produzione. Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti.

KARL MARX, Il manifesto del partito comunista

I sistemi sociali umani esistenti sembrano inviare segnali tutti concordi a testimonianza della vittoria filosofica dei valori borghesi. La borghesia – classe sociale e categoria dello spirito – viene dipinta come portatrice di ideali talmente forti da dover necessariamente trionfare su ogni altro modello etico e politico. Questi valori ci pervadono, occhieggiando da ogni cartellone pubblicitario, ipnotizzandoci dalle pagine di ogni giornale e, soprattutto, dal tubo catodico gran sacerdote maestro d’ipnosi.

Analizzando con un minimo di attenzione i messaggi così veicolati, è facile rendersi conto della loro pochezza; perché, dunque, un sistema di valori così misero ha potuto impadronirsi dell’intero pianeta?

Le debolezze e le tare congenite alla classe oggi egemone sono state messe a nudo nelle opere di molti intellettuali durante gli ultimi tre secoli (intellettuali per altro anch’essi borghesi). Soprattutto nella letteratura dell’ottocento – secolo che vede la completa affermazione politica ed economica della borghesia – emerge l’analisi impietosa e l’impietosa condanna di una classe priva di ideali. Due romanzi simbolo di quanto detto possono essere Il Rosso e il Nero di Stendhal e Madame Bovary di Flaubert. Il primo, pubblicato nel 1830, dà il quadro di una società nella quale non si è ancora affermata completamente la borghesia imprenditoriale e che proprio per questo sembra poter ancora avere qualcosa da dire. I personaggi affrescati nell’opera comunque, in comune con quelli del romanzo di Flaubert, appaiono deboli, in balia degli eventi e tesi unicamente alla propria affermazione sociale (Julien Sorel) oppure gretti e ottusi, quasi imprigionati nel loro ruolo di dominio economico (de La Mole); l’unico gesto forte di cui il protagonista risulta capace, segna la sua definitiva sconfitta. Scritto una ventina d’anni dopo, Madame Bovary rappresenta una società che ha già completamente fatto propri i valori del mercato, e descrive minuzio samente le voglie e le miserie della piccola borghesia rurale. I personaggi di questo romanzo anelano le città, l’alta borghesia, l’arrampicata sociale, privi di un’etica o di uno scopo che non sia fittizio; così si dibattono in piccole tragedie, tra sogni fatti di immagini senza contenuto, inutili quanto gli stessi sognatori. Sul finire della vicenda si affaccia un primo attore d’eccezione: il denaro; sarà esso a dirigere gli avvenimenti fino al drammatico epilogo. Gli esseri umani che si muovono nella vicenda sono solo piccoli ingranaggi presi in un gioco che oramai non ha bisogno di motori esterni, capace di alimentarsi da sé, vittime della loro stessa miseria morale. Da qui in avanti non si contano gli autori e le opere che sanciscono la condanna morale della classe dominante e ne rappresentano la decadenza e il tramonto (da Dickens a Mann, da B. Show a Moravia).

Un ulteriore passo per la comprensione della realtà parte dall’analisi del sistema economico in cui la borghesia si muove. Il sistema capitalista ha come unico suo fine quello di aumentare i profitti, perseguendo questo scopo con un aumento della produzione di merci. Il cittadino ideale di questo sistema si definisce consumatore e non uomo, il metro con cui si giudica il successo di un sistema sociale è il prodotto interno lordo e non il benessere psico-fisico o la crescita culturale dei suoi singoli componenti, non il progresso scientifico ma al massimo quello tecnologico che rende più efficente la produzione. La forza peculiare di questo sistema sta nell’essere assolutamente privo di ordine, nello sposare perfettamente la naturale tendenza delle trasformazioni fisiche che vanno verso l’aumento del caos. La produzione ha necessità di consumo, ha necessità di creare e di inseguire bisogni e mode; questa capacità creativa si trasforma in capacità digestiva nel momento in cui all’interno della società nascono germi di contestanzione: due esempi a noi vicini nel tempo sono il movimento hippy, trasformato in consumatori di droghe più o meno leggere e abbigliamento casual e il movimento ecologista trasformato in consumatori di prodotti pseudo-ecologici di vario genere.

Ecco come la borghesia diventa funzionale proprio per merito della sua debolezza. Essa è figlia del sistema economico dominante e contemporaneamente garanzia di prosperità e continuità per questo, allo stesso tempo prodotto e ambiente di coltura ideale per il capitale. Una classe sociale portatrice di valori forti, infatti, mal si adatterebbe ai continui cambiamenti imposti dal mercato e necessari alla sua vitalità; la futilità dei consumi male attecchirebbe su un tessuto sociale sano.

Va detto – infine – che il proletariato, classe che avrebbe dovuto rappresentare il futuro del mondo, la svolta, l’humus dal quale avrebbe dovuto essere generato l’uomo nuovo, ha fallito in ciò che è stato definito “il suo compito storico”, assimilando totalmente (stiamo parlando dei paesi sviluppati) i valori di quello che è stato e continua a essere il suo antagonista sociale.

 

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Il caldo inverno dell’anarchia

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

Ancora una pagina di Hans Magnus Enzensberger? Sì. A volte è inutile scrivere qualcosa di nuovo quando altri hanno già espresso nel migliore dei modi quello che vorremmo dire. È il caso di questo omaggio alla dirittura e alla tenacia dei vecchi militanti dell’anarchia, a coloro che non hanno giocato alla rivoluzione, ma hanno sinceramente creduto in essa e pagato per essa.

Ma questa rivoluzione battuta e invecchiata non ha perduto il suo portamento eretto. L’anarchia spagnola, per la quale questi uomini e queste donne hanno combattuto per tutta la loro vita, non è mai stata una setta al margine della società, una moda intellettuale, un borghese giocare col fuoco. È stata un movimento proletario di massa. Ha meno a che vedere di quanto lascino supporre manifesti e slogan col neo-anarchismo dei gruppi studenteschi attuali. Questi ottantenni considerano con sentimenti contrastanti la rinascenza che le loro idee hanno sperimentato nella Parigi di maggio e altrove. Quasi tutti hanno lavorato con le proprie mani per tutta la vita. Molti si recano ancor oggi tutti i giorni al cantiere, alla fabbrica. Lavorano per la maggior parte in piccole imprese. Con un certo orgoglio dichiarano di non dipendere da nessuno, di continuare a guadagnarsi il pane da sé; e ciscuno di loro è competente nel proprio campo. Gli slogan della “società del tempo libero”, le utopie dell’ozio restano loro estranee. Nelle loro casette non c’è nulla di superfluo; lo sperpero e il feticismo della merce gli sono sconosciuti. Conta unicamnete il valore d’uso. Vivono in una povertà che non li opprime. In silenzio, senza polemica, ignorano le norme del consumo.

Il comportamento del giovani rispetto alla cultura riesce loro sospetto. Non riescono a comprendere lo scherno dei situazionisti per tutto ciò che abbia sapore di “cultura formativa”. Per questi vecchi operai la cultura è qualcosa di buono. E non fa meraviglia, perché per conquistarsi l’alfabeto hanno pagato sudore e sangue. Nelle loro oscure camerette non ci sono televisori, ma libri. Non si sognerebbero neppure di buttare a mare arte e scienza, sia pure di origine borghese. Osservano, senza comprenderlo, l’analfabetismo di una “scena”, il cui significato può cogliersi attraverso i fumetti e il Rock’n Roll. Sorvolano in silenzio sulla “liberazione sessuale”, che prende alla lettera vetusti teoremi anarchici.

Questi rivoluzionari di un altro tempo sono invecchiati, ma non danno alcuna impressione di stanchezza. Non sanno che cosa sia la leggerezza. La loro morale è silenziosa, ma non lasciano spazio ad alcuna ambiguità. Non comprendono più il mondo. La violenza è loro famigliare, il piacere della violenza è invece profondamente sospetto. Sono solitari e diffidenti; ma non appena si superi la soglia che li separa da noi, la soglia del loro esilio, si spalanca un mondo di soccorrevolezza, di ospitalità e di solidarietà. Chi li venga a conoscere si meraviglia di quanto poco siano confusi, di quanto poco siano esarcebati; assai meno dei loro più giovani visitatori. Non sono dei malinconici; la loro cortesia è proletaria. La loro dignità è quella di gente che non ha mai capitolato. Non devono ringraziare nessuno. Nessuno li ha “lanciati”. Non hanno ricevuto nulla, non hanno consumato alcuna sovvenzione. Il benessere non li interessa. Sono incorruttibili. La loro coscienza è intatta. Non sono minimante sfasciati. La loro salute fisica è eccellente. Non sono sbattuti, non sono nevrotici, non hanno bisogno di droghe. Non si commiserano. Non si pentono. Le loro sconfitte non hanno loro insegnato a peggiorare. Sanno di aver compiuto errori, ma non ritirano nulla. Gli antichi uomini della rivoluzione sono più forti di tutto ciò che è venuto dopo di loro.

HANS MAGNUS ENZENSBERGER, La breve estate dell’anarchia

 

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Identità e destino

Appunti sulla letteratura russa di oggi

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

I.

La letteratura russa si muove per deflagrazioni. A prolungati secoli di sonnolenza e di immobilismo seguono improvvisamente epoche di straordinaria concentrazione di testi fondamentali, anni di creatività felice e furiosa.

Essere contemporanei è creare il proprio tempo, non rispecchiarlo.     MARINA ZVETÀEVA

Nell’ottocento, nel breve volgere di pochi anni, tra la fine degli anni quaranta e l’inizio degli anni cinquanta, appaiono sulla scena letteraria – e producono incessantemente per un trentennio – Dostoevskij, Tolstoj, Goncarov, Turgenev, Saltykov-Scedrin e altri. Mai come nei primi quarant’anni del novecento la poesia russa ha conosciuto un periodo così ricco e serrato di produzione poetica di notevole valore.

A partire dal simbolismo, dall’acmeismo e dal futurismo – momenti straordinariamente fecondi – passando attraverso la grande utopia di una totale palingenesi, in cui ogni forma artistica sogna il suo Ottobre sperimentando nuovi strumenti espressivi ed esprimendo il furore iconoclasta, la tensione verso nuove rotte, l’ansia di linguaggi in rivolta, si arriva all’arduo cammino interiore, fatto di isolamento, concentrazione, volontà spesso disperata di non perdere il contatto con il proprio lettore a cui è costretto chi è sfuggito in qualche modo alla burocrazia, alla censura, agli arresti, ai gulag.

Fino agli anni sessanta la letteratura sovietica si è mossa per lo più per sentieri scialbi e secchi, spinta dai propositi di un malinteso realismo, in cui la retorica dell’ottimismo ad ogni costo, tesa a scacciare ogni indizio di pena e di critica, si accompagna a piatte rappresentazioni oleografiche, ad un’Arcadia apocrifa e pretenziosa priva di mistero, di gioco, di profondità psicologica, dentro rassicuranti forme attempate che si plasmano su canoni ottocenteschi.

Successivamente un sentimento di rivolta – insieme ai temi dello scacco, dell’incomprensione, dell’angoscia, dell’indifferenza – esterna un’esperienza di estraneità che l’individuo prova nei confronti del vivere, a conferma di un evolversi della sensibilità problematica sul piano esistenziale e sociale. Le immediate caratteristiche sociologiche di questa evoluzione sono, innanzitutto, il suo emergere a coscienza letteraria e la tendenza espansiva dei gruppi legati a questo fenomeno. Anche lo sforzo sperimentale da un punto di vista linguistico va considerato alla luce di questo atteggiamento di rivolta, attento a temi e problemi per anni trascurati, dalle miserie fisiche e spirituali a un rinnovato interesse per la storia.

II.

La letteratura russa è oggi attraversata da domande che mai erano state sollevate, pur se sempre percorsa da un’insicurezza morale che si interrogava sulle ragioni stesse della sua esistenza, tormentata dall’ansia di essere più che letteratura, a fondersi con la vita, trasfigurandola, e a fare di se stessa il mezzo e la misura per riconoscere le più abissali voragini metafisiche dell’uomo, attingendo istintivamente alle sue fonti religiose e filosofiche. La piena libertà spirituale, nonostante le censure del potere statale o antistatale, e la frequentazione creativa di altre letterature e culture europee le permisero di non sacrificare nemmeno sul piano formale l’opera letteraria, ma di assicurarle esiti originali come quello del romanzo russo dell’ottocento e del primo novecento.

Dopo anni di letteratura d’opposizione o di supporto allo Stato – che, guscio di un partito, aveva assicurato non solo il senso dell’attività letteraria, ma anche i presupposti di esistenza materiale grazie a un’assistenza che, sostituendosi al mercato letterario e al mecenatismo privato di un tempo, assegnava alla letteratura un inedito statuto sociale – l’attuale crisi della letteratura russa scaturisce dall’epilogo dell’epoca storica fondata settant’anni fa e dalla riacquisizione della dissolta libertà senza che si sia ancora consolidato un sistema differente.

Esiste inoltre – ed è a mio avviso l’elemento più significativo – una difficoltà non risolta di definire l’eredità letteraria non solo dell’epoca sovietica, ma, particolarmente, di quella pre-rivoluzionaria. Se il realismo socialista è stato archiviato e rifiutato con un capovolgimento delle scale gerarchiche, la grandezza etica e poetica della letteratura russa classica diventa paradossalmente ingombrante, smisurata, ambigua, inopportuna e polverosa, quasi le venissero attribuite come implicite, con il massimalismo morale dei suoi ideali, le conclusioni dell’ideologia rivoluzionaria. La grande tradizione della letteratura russa, indubbiamente grande, viene osservata come fosse infetta da una sorta di celato protototalitarismo, i cui indizi sono composti da un utopismo etico massimalistico, da un’inabilità a rivolgere lo sguardo con distacco poetico verso il mondo e da una velleità di annullare i confini tra arte e vita in virtù di una vita e di un’arte a venire che siano affrancate dall’angosciante disarmonia e dallo spietato disordine del presente. È pur vero che questo sogno appartenne e venne condiviso anche dal romanticismo e in seguito dall’avanguardismo europeo occidentale, ma in Russia questa utopia viene oggi accusata di scontare l’arretratezza patriarcale della sua cultura che, se da un lato rendeva organica la critica della modernità e il fervore verso un “totalmente altro” rispetto ad essa, dall’altro le impedì di restare nel luogo compensatorio dell’arte, ma intrise gli animi, rendendoli condiscendenti all’illusione rivoluzionaria di cui in seguito furono vittima. In altri termini, la letteratura russa viene incolpata di essersi ciecamente esaltata per valori che si sono rivelati ingannevoli ed effimeri, a differenza dell’Occidente che, pur non estranea ai sogni e alle utopie che hanno attraversato la Russia, ha saputo muoversi con il disincantato sguardo di una presunta modernità.

III.

Senza rispondere con indignazione o sorpassata nostalgia a quest’interpretazione, consapevoli che una restaurazione del passato non è né augurabile né realizzabile, occorre però sottolineare alcune riflessioni. Se la Russia è destinata a non essere più quella grandiosa anomalia – come alcuni critici sostengono con una sicurezza priva di dubbi – che è stata in senso positivo e negativo e se la fine della grande letteratura è prossima nella direzione di un’omologazione ai modelli dello sviluppo socio-culturale e della produzione letteraria dell’Occidente, il pericolo non remoto è quello di adagiarsi in un vuoto spirituale e di valori e di contenuti, adeguandosi alla realtà dell’ovest o vivendo soltanto di recuperi di grandi scrittori novecenteschi russi e occidentali prima proibiti.

La letteratura russa non potrà sradicarsi dalla letteratura russa passata, nemmeno da quella del periodo sovietico e su di essa, al di là dei possibili sviluppi, ancora interpretata in una molteplicità di libere letture, si svilupperà solo apparentemente in maniera imprevedibile, similmente alle improvvise catastrofi che si abbattono nei romanzi dostoevskiani e che in realtà sono state velatamente concertate da tutto il precedente cammino della narrazione.

Attualmente la crisi appare tanto più grave quanto più l’odierna letteratura russa è ordinaria e quanto più rifà il verso alla letteratura medio bassa d’Occidente; ciononostante anche oggi è importante una rilettura della tradizione russa alla luce della vicenda generale del secolo e con gli strumenti ermeneutici di un’appropriata criticità, in cui nei romanzi russi dell’ottocento e del novecento, come nella poesia, si potranno trovare i segni del presente, lontano da retoriche contenutistiche e da frivolezze formalistiche.

 

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