Di cascine, di monti e … di qualche nefandezza

Sognando intorno al Parco!

di Enzo Capello, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

… di cascine!
ovvero: per il recupero dei segni della memoria!

“La casa era malandata: il tetto era tutto da ripassare, il muro verso [il torrente] gonfio come la pancia d’uno che ha il mal d’acqua; e dalle impannate ci sarebbe passato un lupo altro che il vento. Ma mi sarei dato da fare anche come muratore e come falegname” […]
“Ci andava male: lo diceva la misura del mangiare e il risparmio che facevamo della legna, tanto che tutte le volte che vedevo nostra madre tirar fuori dei soldi e contarli sulla mano per spenderli, io tremavo, tremavo veramente, come se m’aspettassi di veder cascare la volta dopo che le è stata tolta una pietra”.
BEPPE FENOGLIO

Mi piace iniziare così, volendo trattare delle nostre cascine, esattamente come Fenoglio racconta della miseria antica delle valli delle Langhe attraverso le vicende del protagonista del racconto “La Malora” ….

Mi piace anzitutto perché con quelle poche, scarne parole si mette definitivamente al bando chiunque sostenga patetiche nostalgie che troppo spesso, falsificandolo e mitizzandolo, hanno accompagnato e nutrito l’interesse per il mondo rurale e per i suoi aspetti edili. Il secondo motivo – e forse è quello più vero – è rappresentato da quel paragone finale, in cui l’incerto e, forse, l’irreparabile, sono terribilmente rappresentati da “una volta che crolla se le si toglie una pietra”.

Si potrebbero infatti dire le stesse cose per molte cascine d’oggi, anzi, trattandosi del territorio di Marcarolo, solo per quelle (poche) che ancora restano in piedi, resistendo all’inclemenza del tempo e, ancor più, sfidando l’indifferenza dell’uomo! Il paesaggio, in fondo, è lo stesso: tante “pietre” che il tempo e la desolazione riescono a togliere, e altrettante “volte” che crollano!

Il problema, però, è ancora un altro: nessuno è ormai più contadino e, insieme, muratore e falegname!!!

Questo è il vero problema, la vera sfida: come tornare almeno a “sentire” (se “l’essere” è ormai, nel migliore dei casi, relegato al ricordo di una civiltà passata) come il contadino, che sa fare quanto è necessario per rimettere a posto la sua casa? La casa, con i suoi muri, le sue volte, gli orditi di legno di castagno appena sbozzati … è stato da sempre il bene più sicuro per il contadino: non solo riparo ma anche ragione di vita e di identità. Quelle parole esprimono un attaccamento alle pietre delle cascine che vuol dire radicamento nella terra, segno di appartenenza e di continuità, legame tra passato e futuro, tra padri e figli. È un sentimento durato per secoli, che nel tempo si è infranto e che oggi, a grande fatica, si vorrebbe recuperare. Le case e le cascine dei nostri monti e delle nostre valli sono cresciute così, nel tempo, con aggiunte e ripristini seguiti ai ricorrenti abbandoni, ai crolli e agli assalti delle cicliche ondate di miseria. Ed è in questo fiume infinito di minuti interventi che dobbiamo saperci (saperci?) di nuovo inserire.

In quest’ottica si colloca, almeno nell’intenzione di chi scrive, questo piccolo contributo che, innanzi tutto, vorrebbe essere un vero e proprio appello! Un appello per promuovere iniziative attive o, almeno, sollecitare il contributo di quanti (come tecnici, come storici, come operatori naturalistici o semplicemente come “appassionati” della terra in cui si è nati e in cui si vive), si sentano forse più di altri responsabili della salvaguardia e del futuro di un prezioso patrimonio edilizio, di cui si può ancora rivendicare, malgrado tutto, l’appartenenza.

Pur con la consapevolezza del ruolo di “area di confine” storicamente assolto dal territorio del Parco delle Capanne, emarginato e pressoché dimenticato dalla letteratura (non solo urbanistica e architettonica!), le case abbandonate, le cascine, gli “alberghi”, le neviere, i vecchi mulini… costituiscono elementi fondamentali della sua “identità” e della sua ricchezza … Ed è proprio partendo dalla forte connotazione di territorio visto come terreno di frontiera che il territorio del Parco risulta particolarmente stimolante come ambito di ricerca, soprattutto riguardo agli aspetti della cultura materiale.

Riprendere coscienza di questo inestimabile patrimonio (antropico e naturalistico), significherebbe ridare voce a quei “segni” ormai silenti ma ancora vivi che occorre saper riutilizzare e non disperdere.

 

… di monti!
i motivi di un “ragionevole” ottimismo

Tempi bui per i nostri monti?

È certo impossibile negare la profonda crisi che colpisce da lungo tempo le nostre aree appenniniche e montane. “È una crisi progressiva, che supera le crisi cosiddette epocali: è più grande della crisi dell’agricoltura, perché si manifesta assai prima con un abbandono degli abitanti che ha le sembianze dell’esodo; nello stesso tempo non partecipa alla crisi dell’industria, poichè l’industria non ha mai avuto la possibilità di manifestarvisi compiutamente”. (Pier Luigi Cervellati)

Intanto, mentre rispetto al passato è cambiato il concetto di “natura”, non altrettanto può dirsi del significato che attribuiamo alla pianificazione e alla conservazione (e non solo dei beni culturali), cioè gli strumenti che, se…, avrebbero potuto…!!!

È mutato il concetto di “ambiente” quale conseguenza del profondo, irreversibile mutamento di ciò che intendiamo per “natura”. È mutato il concetto di natura in termini scientifici. Pensiamo infatti al concetto del rapporto “uomo/natura”, stabilito in modo inequivocabile dalla seconda legge della termodinamica, secondo cui … “la materia e l’energia possono essere trasformate in una sola direzione, cioè da uno stato utilizzabile ad uno stato inutilizzabile, oppure da uno stato disponibile ad uno indisponibile, ossia da uno stato di ordine ad uno di disordine. In breve, tutte le volte che sulla Terra e nell’Universo viene creata un’apparenza di ordine, questo avviene a spese di un disordine ancora maggiore prodotto nell’ambiente circostante. È la legge dell’entropia, secondo cui la quantità di energia totale dell’Universo è costante e l’entropia totale è in continuo aumento.

All’aumento dell’entropia corrisponde una diminuzione dell’energia trasformabile. E qui veniamo al dunque: l’energia non disponibile è ciò che generalmente è chiamato INQUINAMENTO …” (Pier Luigi Cervellati)

L’entropia! Voi direte: cosa c’entra l’entropia con i monti di Marcarolo?

C’entra, c’entra molto!

L’entropia sta cambiando il nostro concetto di ambiente e di natura. Lo sviluppo è causa di inquinamento (o di disordine) o, se preferite, di energia non convertibile (l’entropia è anche una misura della quantità di energia che non è più possibile trasformare in lavoro …).

Come parlare allora di sviluppo, e quindi di aumento di entropia (leggi inquinamento) delle montagne e dei boschi di Marcarolo collegando il termine “sviluppo” con il “territorio”, e tanto più dare ad intendere che lo sviluppo può essere coniugato alla salvaguardia dell’ambiente?

Tempi bui, per i nostri monti!

Oscure restano anche le prospettive per l’ambiente in generale e per i beni culturali in particolare.

Eppure, sembrerò paradossale, nonostante le crisi, gli abbandoni, le parziali devastazioni, quanto è ancora ricco il nostro territorio! Sì, dico proprio il nostro pezzo di terra, quell’anfratto di terra magnesiaca che s’insinua tra i genovesi e tra i padani, e non potrà mai dirsi ligure, piemontese o tantomeno “padana”!

Tuttavia, nell’attesa messianica di riuscire ad innescare una ragionevole programmazione dell’assetto territoriale (sembra fantascienza!) e, soprattutto, nella speranza che in tempi ravvicinati si possa constatare che l’essere stati “depressi” nella “terra di confine” e messi in disparte per anni, l’essere cioè riusciti a scampare alle insidie fatali dello “sviluppo” sia, alla fine, gratificante e appagante, anche il nostro pezzo di terra – così come gran parte del territorio montano e appenninico italiano – è di fatto il luogo dall’avvenire sicuro! Il luogo, forse il solo, in cui si possa manifestare il FUTURO!!!

Il ragionevole ottimismo per il futuro delle aree montane come quella di Marcarolo non è affatto fantascienza!

 

Con un piccolo balzo (basta davvero poco!) eleviamoci per un attimo dalle disgrazie quotidiane e viriamo l’occhio sul mondo in cui viviamo. Già ci è stato detto che viviamo un’epoca di transizione fra una società industriale ormai entrata nella sua fase finale e un altro tipo di società che ci appare molto indeterminato e che definiamo molto genericamente post-industriale. Si sa che le “condizioni” ambientali prodotte dalla società industriale (sia essa appartenente a regimi capitalisti o del famigerato socialismo reale) non sono congrue con le aspettative della comunità. Lo sviluppo, specie se legato al concetto di evoluzione o di progresso o anche alle nuove tecnologie, non potrà più manifestarsi nei luoghi tradizionali, nelle metropoli costruite dalla società industriale, bensì in quelle parti o luoghi in cui l’ambiente costituisce ancora un’attrattiva in grado di “qualificare” l’esistenza umana.

E – veniamo di nuovo al punto – di qui il ragionevole ottimismo!

La novità che ci viene incontro sta proprio nella realtà sociale che stiamo vivendo: una società proiettata ad un consumismo sempre più esasperato, ad un’entropia sempre più consistente, ad uno spreco ogni giorno più insensato, è disposta ad accettare un diverso rapporto ecologico con l’ambiente, specie con quello naturale. Il fabbisogno di “natura” aumenta con l’aumentare del tempo libero, con l’esigenza di evadere dagli avvelenamenti quotidiani delle realtà urbane, con l’urgenza di qualificare le proprie condizioni di vita, con l’aspirazione ad impossessarsi della “cultura”, ma finisce poi per utilizzare e consumare questo stesso ambiente come un qualsiasi altro prodotto (le Disneyland impazzano!!!).

Siamo, insomma, ad un bivio: o continuiamo a distruggere l’ambiente aumentando l’entropia o riusciamo a consumarlo in modo più razionale, cercando di ottemperare ad esigenze finalmente nuove.

Dalla realtà fisica di questo lembo di terra, dall’essere stato sì abbandonato da decenni ma anche dall’aver, proprio in forza di questo fatto, mantenuto una incredibile incontaminazione, risulta il suo prezioso “carattere”.

Negli ultimi vent’anni il territorio “urbanizzato” è più che raddoppiato e l’urbanizzazione, come è facilmente verificabile, non ha interessato Marcarolo. L’urbanizzazione è infatti avvenuta in gran parte lungo i grandi assi viari di attraversamento, che hanno ovviamente evitato le asperità dei monti (vedi le valli Stura e Scrivia), nella “sottostante” pianura e lungo la vicina costa rivierasca ligure. Pianura e Riviera, già da tempo senza luminose prospettive, tra non molto avranno dimostrato la scelta ormai compiuta, avendo optato per la distruzione dell’ambiente e delle testimonianze antropiche: il grado di aumento dell’entropia in questi luoghi è già facilmente misurabile!

L’ottimismo verso le aree delle nostre montagne abbandonate non nasce, però, solo dall’ipotetica catastrofe del territorio circostante, ma dalla “ricchezza” di cui si diceva all’inizio: l’incontaminazione del patrimonio naturalistico.

Sta a noi, ancora una volta e da buoni “indigeni”, saperlo difendere e trasmetterlo alle generazioni future.

… e di qualche nefandezza!
i mostri

Appello per il boicottaggio della bruttezza

Il nostro mondo è disseminato di scuole, università e centri di formazione professionale d’ogni tipo come mai lo è stato, la nostra scienza sulla natura delle cose è cresciuta in modo che appare gigantesco, ma nella stessa proporzione s’è affievolita la scienza per quel che riguarda la bellezza. Essa non può metter radici in questo mondo dei rapidi consumi in cui la calma, che costituisce il suo humus, viene soffocata nell’ebbrezza della superficialità. Ma la bellezza è l’unico scopo capace di dare le ali alla mia inclinazione per tale professione. Vorrei risparmiarmi la scipitaggine delle cose puramente concrete che mi sono imposte, il sapore amaro d’ogni miraggio di profitto senza alcuno sfondo né di etica né di sensatezza.
Il velo della bruttezza che avvolge come una potente ragnatela questo mondo, mozzerà il fiato ai nostri figli. A rimorchio delle incalcolabili catastrofi che questo secolo escogitò con perfetta consapevolezza mentre seguita a tesserne di ancora più abissali, il mio appello per il boicottaggio ha il suono di un singhiozzo soffocato.

BOB KRIER

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Dal Tobbio: vista sui classici moderni

di Fabrizio Rinaldi, da Sottotiro review n. 8, gennaio 1998

Ancora una volta Paolo, Schepis ed io ci incamminiamo su per il sentiero del Tobbio. Ormai è un gesto rituale, e salendo provo quel senso di sicurezza che solo un padre severo, ma giusto, sa comunicare. Attorno a noi un cielo terso, l’aria tagliente e le Alpi all’orizzonte.

Quasi automaticamente – forse è un modo per sottrarci alla suggestione del paesaggio – cominciamo a parlare di libri. Il discorso cade sui grandi del passato: sui classici. Mi domando ad alta voce se già è possibile capire chi siano gli odierni Hemingway, Melville, Calvino.

Come al solito Paolo scova una definizione terra terra, ma azzeccata: un classico è quel libro che magari narra la storia della zia dell’autore, ma lo fa’ in modo tale che avrebbe potuto essere compresa e fatta propria dall’uomo primitivo, e potrà esserlo da chi vivrà tra mille anni.

Questo assioma non consentirà di individuare a colpo sicuro coloro che rimarranno nel tempo, ma è comunque un buon parametro per valutare gli infiniti titoli (ogni giorno nuovi) che affollano gli scaffali delle librerie; titoli che inducono una gran confusione e soprattutto, anche nel lettore più attento, di una colpevole ignoranza, perché magari non si sono letti i libri di De Crescenzo, o di altri autori della stessa risma.

D’altro canto, afferma Schepis, e a ragione, il periodo che stiamo prendendo in considerazione – gli ultimi trent’anni – è troppo breve e troppo recente. Intanto non è detto che ogni quarto di secolo debba produrre dei classici, e poi solo il tempo potrà dire quali autori finiranno nel dimenticatoio e quali nei “Meridiani” della Mondadori, consacrati come “classici” e inseriti nelle antologie scolastiche.

Questo fatto delle antologie mi porta a chiedermi, considerando che non è possibile aumentarne ulteriormente le pagine (pena la scoliosi nei ragazzi) quali autori e testi saranno sacrificati per lasciare il posto – che so’ – a Busi o a Bevilacqua. Magari le vittime saranno il Foscolo, il Petrarca o il Boccaccio.

Scaccio questi orrendi pensieri fermandomi a guardare l’orizzonte. Il Rosa, il Bianco e il Monviso sembrano a pochi chilometri. In basso, la civiltà: una cappa di smog sopra Torino. A sinistra del Bianco si intravedono nuvole oscure che porteranno la neve.

L’aria che gela il sudore mi induce a riprendere il sentiero. Con le gambe ricominciano a camminare anche i pensieri.

Oggigiorno anche uno come Vespa può permettersi di scrivere un libro all’anno, ma non credo (o almeno lo spero) che tra cinquant’anni qualcuno si ricorderà ancora di lui.

Un tempo lo scrivere era una scelta di vita, era un modo, non sempre facile e conveniente, per comunicare agli altri le proprie idee. Lo scrivere era sacrificio e riscatto sia economico, che ideologico, fisico e mentale. Economico, perché non esistevano, o non venivano rispettati, i diritti d’autore, e comunque nessuno vendeva milioni di copie. Ideologico, perché un libro inviso al potere poteva, ad esempio, finire bruciato, talvolta con l’autore stesso. Fisico e mentale, perché un conto è scrivere il testo con una penna d’oca, correggere, ricorreggere, riscrivere e magari correggere ancora; un conto è scrivere al computer, tagliare, incollare, ma mai riprendere di sana pianta il testo e riscriverlo completamente, quindi ripensarlo in toto. Quindi il computer facilita la scrittura, ma non è il mezzo adatto a produrre “classici”.

Forse un giorno, quando l’uomo sarà saturo di computer, internet, realtà virtuali e tutte quelle diavolerie, riprenderà in mano la penna, ricomincerà a sognare col proprio cervello, e scriverà di sua zia parole destinate a rimanere.

Intanto siamo giunti alla vetta, nel punto di congiunzione tra due realtà apparentemente inconciliabili: i monti delle Alpi a nord e il Mar Ligure a sud. Già, il mare. Quel mare che spesso abita le nostre fantasie quando siamo quassù e guardiamo verso la Madonna della Guardia, ma la nebbia ci impedisce di vedere oltre; o quando siamo laggiù, nella vita quotidiana, e ci rifugiamo idealmente sul Tobbio per ritrovare un breve istante di tranquillità e di sicurezza, nel calmo mare della fantasia che solo un “classico” come Baudelaire può evocare con cognizione di causa:

Uomo libero, sempre avrai caro il mare!

Collezione di licheni bottone

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Addirittura!

di Antonio Cammarota, da Sottotiro review n. 8, gennaio1998

Il lettore si metta pure comodo e si rilassi: questa volta non è mia intenzione trattare esplicitamente argomenti come il duro lavoro manuale, la fatica, l’alienazione e l’abbrutimento implicito nelle attività fisiche più pesanti. Infatti queste situazioni, questi modi di vivere e di lavorare presentavano anche aspetti positivi: la socialità innanzitutto, e poi la solidarietà, la consapevolezza del comune patire. Il lavoro di fabbrica, ad esempio, determinava negli operai, con il passare degli anni, un senso di appartenenza al gruppo, alla classe sociale, finanche al luogo di lavoro e alla stessa azienda … Anche il nero lavoro nelle campagne, fatto di levatacce e di sudore, di freddo polare e di caldo soffocante, aveva un risvolto positivo: esso era principalmente il senso di appartenenza – valido per tutti – ad una comunità (in legittima contrapposizione con le altre comunità, ovviamente), ad un campanile, ad una serie di “mitiche” e antiche figure che stavano alla base del gruppo sociale stesso. Per le fabbriche e le campagne passava quindi (addirittura) una giustificazione, una legittimazione alla vita. Ebbene, oggi tutto questo non esiste più, o meglio, va scomparendo molto rapidamente, e nel giro di pochi anni fabbriche e campagne assumeranno volti e identità completamente nuovi. Ed è il post-fordismo (in particolare per le industrie) a segnare questo “salto di qualità” verso la disgregazione sociale definitiva, verso la solitudine, verso il nulla … Attenzione, però: questo breve e necessariamente scarno contributo alla riflessione non vuole essere – si badi bene – una melensa nostalgia del passato, un richiamo vuoto ad una mitica ed inesistente “età dorata del lavoro perfetto”. Nessuno rimpiangerà il lavoro dipendente duro e “maledetto”, il lavoro necessario ed alienante, gli infortuni, le morti. Nessuno rimpiangerà situazioni in cui gli uomini si spegnevano poco a poco sui luoghi di lavoro. È invece mia intenzione sottolineare il fatto che nella nuova trasformazione che il concetto di lavoro sta attraversando, tutto quel poco (o tanto) che di positivo si trovava nella vita della gente comune, nella vita lavorativa dei proletari (operai o contadini), va scomparendo. Nelle campagne le comunità di un tempo non esistono più. I pochi rimasti (già il fordismo aveva sconvolto la vita nelle campagne) hanno perduto, hanno smarrito quel senso di appartenenza, quel legame – unico – che avevano con la comunità. Il genuino campanilismo ha ceduto il campo ad un vuoto e cieco localismo leghista. Nelle fabbriche il padronato punta ormai direttamente sulla parcellizzazione definitiva del lavoro, sulla divisione del lavoro e su quella degli stessi operai in “esterni” e “interni”. Non più fabbriche, settori e reparti intesi nella accezione classica, ma ognuno per sé. Contratti nazionali che diventano personali. I vecchi legami di classe si spezzano per sempre: gli operai votano come i loro padroni e si scagliano contro nuovi nemici, quasi sempre fittizi. È la definitiva frattura, nelle città e nelle campagne, con un passato che ancora ci teneva legati (teneva legate cioè le persone “normali”) alla realtà: l’operaio era operaio tra gli operai, e così il contadino. Fabbrica o vigneto, macchina utensile o aratro il duro lavoro era anche professionalità, era realizzazione, era rappresentazione di sé (l’unica possibile, si badi bene!) sul palcoscenico della società. Il lavoro insomma era anche “significare”, dare sostanza, oltre che appartenere, ad un gruppo sociale. Ora che l’ultima pietra – ed è una pietra tombale – è stata posata non ci resta che osservare i vecchi campi vuoti e le decrepite mura delle fabbriche come se fossero vestigia archeologiche di un glorioso passato. Addirittura.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Sogni e sentieri

di Paolo Repetto, dagli atti di un convegno svoltosi a Tagliolo Monf.to nel 1997

Sono stato invitato ad intervenire a questo convegno come rappresentante di un’associazione che si è costituita recentemente, i “Viandanti delle Nebbie”. Le caratteristiche di questo sodalizio sono piuttosto anomale, e le sue finalità potranno apparire troppo ambiziose e troppo vaghe da questa breve presentazione. Ne sono cosciente, perché risultano difficili anche a me da definire: e me ne accorgo soprattutto in questo momento.

Comunque ci provo, partendo magari da un minimo di identikit degli associati. Al momento non sono più di una decina, quasi tutti giovani d’età, qualcuno, come me, giovane (o immaturo) solo nello spirito. Siamo tutti legati a quest’area, intendo l’area del Parco e dintorni, da un vincolo affettivo, nel senso che siamo nati qui e qui viviamo, e da uno cultural-emotivo, nel senso che da sempre abbiamo provato il desiderio di conoscerla meglio, sia sotto il profilo naturalistico che sotto quello storico, e l’abbiamo quindi percorsa in lungo e in largo, a caccia di torrenti, di sentieri, di cascine, di incontri, di emozioni appunto e di conoscenze. I percorsi comuni, e non solo quelli escursionistici, hanno indotto tra noi una consuetudine che si è ben presto tradotta in amicizia: e l’amicizia si è ulteriormente cementata quando quelli che erano sogni e fantasie individuali hanno trovato un comune denominatore in un “progetto”. Ecco, noi non siamo presenti a questo convegno per portare un contributo di conoscenza scientifica o naturalistica, o di informazione legislativa: siamo qui semplicemente per testimoniare di una (per noi) straordinaria esperienza maturata in comune col tramite dei boschi e dei sentieri del parco, e del progetto di allargarla che ne è scaturito.

Cercherò di essere sintetico: spero di risultare anche chiaro. La frequentazione assidua dell’area del parco ci ha fatto scoprire ed apprezzare un considerevole potenziale di sfruttamento (mi scuso per il termine, ma lo impiego in senso positivo) in funzione escursionistica. Esistono già, o al limite possono essere identificati, percorsi di varie lunghezze, per uno o più giorni, più o meno impegnativi, adatti anche ad escursionisti esigenti (anche in questo campo ci sono i raffinati), e che nulla hanno da invidiare per la bellezza del paesaggio o per interessi naturalistici a quelli celebratissimi del Parco d’Abruzzi o della Selva Nera (per citare quelli di cui si è fatta personale esperienza, e che presentano analogie altimetriche). Questi percorsi debbono soltanto essere strutturati e promossi. Strutturare significa letteralmente predisporre strutture minime di accoglienza, oltre naturalmente a tracciare una segnaletica adeguata: quindi rifugi, punti sosta, capanni per bivacco, aree periferiche per il campeggio o il posteggio delle auto. Il tutto, per intenderci, senza colate ma nemmeno piccole eruzioni di cemento, sfruttando l’esistente, che è molto e giace nell’abbandono, e riducendo al minimo gli interventi (ciò che consente di risparmiare la natura, ma anche i soldi pubblici). Promuovere significa produrre un’informazione adeguata, e per come la vediamo noi “adeguata” ha una valenza ben precisa, perché proprio in questo sta la specificità del progetto.

Ogni parco che si rispetti pone infatti tra le sue finalità quelle di dotarsi di strutture e di pubblicizzarsi. Sin qui niente di nuovo. Il problema nasce quando si deve decidere verso quale tipo di fruizione orientarsi. Senza giri di parole, è un problema economico, che normalmente viene semplificato nei termini “più gente, più soldi, maggiori incentivazioni per i residenti, ecc…”. La logica è in fondo quella della natura come bene di consumo, da mettere democraticamente a disposizione di tutti, sperando in una ricaduta non solo di rifiuti o di scempi o di incendi, ma anche di occupazione. Il che è senz’altro giusto, in parte. Ma noi crediamo si possa porre la questione anche in altro modo, promuovendo e privilegiando ad esempio un afflusso escursionistico invece che turistico (per carità, ci vogliono anche i turisti, i gitanti domenicali con la radiolina per sentire la partita o le bistecche per la braciolata, ma possono essere contenuti, concentrati ai margini dei percorsi asfaltati o in apposite aree attrezzate, magari anche col megaschermo e il baretto). Una frequentazione escursionistica presenta in genere queste caratteristiche: non è distruttiva, seleziona a priori persone che la natura l’amano e la rispettano sul serio, esercita un richiamo molto allargato, che va ben oltre le aree metropolitane limitrofe (non ci spostiamo noi verso la Germania, la Francia, la Scozia, ecc., sulle tracce di sentieri che sono ormai diventati dei classici, e che raccolgono camminatori di tutta l’Europa?) ed ha quindi anche, una volta avviata, un riscontro economico ed occupazionale non indifferente, a fronte di costi di riassetto e di manutenzione minimi. Non sto viaggiando con la fantasia: è sufficiente percorrere qualsiasi sentiero tedesco (lasciamo perdere quelli italiani, non ne vale la pena) per rendersi conto che esiste tutta una micro-economia, ormai ben consolidata, alla quale i residenti nelle zone tutelate si sono di buon grado convertiti, e della quale sono, anche in termini di qualità della vita, ben soddisfatti. Ma c’è un altro aspetto, legato a questo tipo di fruizione, del quale ci preme sottolineare l’importanza. Uno dei mali della nostra società dei quali ci si lamenta più sovente è l’assenza di possibilità, nel senso anche di situazioni materiali, di incontro. Paradossalmente la nostra società di massa impone l’aggregazione, negli stadi, nelle discoteche, nelle code agli uffici pubblici, ma nega gli incontri. Incontrarsi in situazioni sbagliate (quelle appunto prima citate, ed altre peggiori) significa non poter assolutamente comunicare, conoscere, confrontarsi (se non fisicamente, come infatti accade sempre più spesso). Ora, l’incontro nello scenario naturale, nel silenzio di una sosta o nell’intimità di un rifugio, è una delle poche occasioni che ci siano date per rompere il guscio teleindividualistico e schiuderci a rapporti d’amicizia veri e significativi. Se poi ciò accade nei confronti di persone portatrici di altre culture, di altre mentalità, ma comunque a noi accomunate dalla volontà di guadagnarsi, di sudarsi un po’ i piaceri che la natura offre, beh, allora veramente nulla di più si può desiderare.

Il nostro progetto risponde a queste premesse. Intendiamo infatti identificare una rete di sentieri che rendano appetibile la zona del parco per tutti gli escursionisti, italiani e non, creando in tal modo attorno ad essa anche una sorta di rete protettiva, contro quelle volontà di intervento speculativo che non sono mai dome, e spesso si alimentano di ciò stesso che fino ad un attimo prima avevano combattuto e osteggiato. Intendiamo, per quanto ci sarà possibile e consentito, attrezzare questa rete con punti di sosta, che non debbono essere la riproposta alberghiera mimetizzata da agriturismo, ma veri e propri rifugi, ove si possa pernottare, bivaccare, volendo anche dimorare per qualche tempo, se si è alla ricerca di solitudine o si deve smaltire una delusione, a costi estremamente contenuti, escursionistici insomma. E intendiamo fare di questi luoghi dei punti di ritrovo, di appuntamento per chi ama la natura e si ricorda che della natura fanno parte anche gli umani e va in cerca quindi non solo di bei panorami, ma di solide amicizie o almeno di frequentazioni non deprimenti.

Per adesso è un sogno, anche se le coordinate del progetto le abbiamo già tracciate. Può essere che rimanga tale, per nostra incapacità o per cause di forza maggiore. Ma l’idea di fondo, l’ipotesi di lettura del futuro del parco dalla quale siamo partiti dovrebbe rimanere valida, ed essere accolta anche da chi avrà responsabilità amministrative: perché in caso contrario sarà difficile che i nostri figli possano ripercorrere con altrettanto piacere gli stessi sentieri che oggi noi frequentiamo.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Svizzera

di Paolo Repetto, 1997

Siamo seduti sotto il pergolato. Franco è reduce da un giro per la Svizzera, e ne porta evidenti i segni. Esordisce partendo dall’unica cosa che la Svizzera non ha: il mare. Per Franco quello stesso mare che è stato lievito della civiltà occidentale (il Mediterraneo) sembra ora risucchiarla. Un mare morto che esala miasmi di putrescenza, impesta le terre che lo circondano, contamina gli uomini e il loro pensiero. Mi viene in mente l’immagine di un buco nero, che divora la materia circostante. In effetti, vien da pensare ad una implosione, che succede all’esplosione di cinquemila anni fa. Ma cosa accade, in definitiva, attorno a questo mare? Per Franco il problema sta nell’abuso della parola. La parola ha costituito il seme della civiltà, il suo abuso ne determina l’inaridimento e il crollo. I popoli che vivono attorno al mare hanno finito per giocare con le parole, staccandole dal loro significato concreto, attivo, funzionale, per farne strumento di retorica e di autocompiacimento. La parola-lavoro ha lasciato il posto alla parola-divertimento, e questa al bla-bla. Dopo aver svolto un ruolo distruttivo, ma razionalizzante, il discorso non si è assunto la responsabilità della ricostruzione. Si è innamorato di se stesso, ha cominciato a girare a vuoto, libero da ogni peso, volano della frivolezza e, a seguire, della stupidità. Fiumi di parole, deserti di senso: hanno vinto i sofisti, Socrate è stato sconfitto.

Tutto questo, secondo Franco, è constatabile non appena si valichino le Alpi. Al di là hai la sensazione che le parole rispecchino ancora una realtà attiva. Un uso parco del linguaggio ha il suo riscontro nella capacità di realizzare; certo, non è tutto oro, e vai a sapere quali ingiustizie e drammi e soperchierie stanno dietro i giardini di Berna e di Basilea. Ma almeno, i giardini ci sono (aperti al pubblico, gratuiti, ordinati, funzionali, ecc…). Lontani dal mare, protetti dalle sue esalazioni dal baluardo delle Alpi, in questo caso “ben vietate”, gli svizzeri coltivano testardamente il senso del bello, del pulito, e questa non è un’ossessione, ma una dimensione naturalmente, felicemente vissuta. È inutile, è stupido invocare tutti i “contro” che possono essere elencati, che indubbiamente ci sono: sta di fatto che si avverte un’atmosfera ben diversa da quella che quotidianamente viviamo, e che ci soffoca e ci stomaca.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Scendere

di Paolo Repetto, 1997

Ho capito che salire il Tobbio stava diventando per me un rito quando ho cominciato ad amare la discesa. Lo confesso: ormai salgo al Tobbio soprattutto in funzione del piacere di tornare a valle. Scendo appagato, con la coscienza di chi ha compiuto il suo dovere e può vivere più serenamente quel che resta del giorno, o della settimana. Mi piace calarmi dalle nuvole, recuperare ai piedi l’asfalto, agli occhi ed alla mente gli orizzonti angusti della quotidianità. Mi piace perché scendo ogni volta dal Tobbio con una rinnovata carica di genuina intolleranza, di quella sana cattiveria che rimane l’unico antidoto per sopravvivere ai miasmi e ai tafani dell’imbecillità stagnante a fondo-valle.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Ragionare

di Paolo Repetto, 1997

Stiamo scendendo per la direttissima. Sulla sinistra un sole malato cerca riposo dietro la Colma. La temperatura è già rigida, ma stranamente non ci buttiamo a rompicollo per il crinale, come di regola ci accade. In giornate come questa l’aura del Tobbio è veramente sacrale, non si lascia profanare dalla fretta e dagli impegni domestici. L’ascensione ha sortito il suo effetto purificante: ora siamo nel paradiso delle idee. Franco è ispirato: sostiene che il razionalismo greco è qualcosa di assolutamente originale nella sua laicità. Osservo che ciò è vero sino ad un certo punto, perché anche la civiltà cinese, col confucianesimo, presenta qualcosa di simile. Non sembra molto convinto (quando non è molto convinto, cioè sempre, Franco ciondola la testa: le rare volte in cui è d’accordo la drizza, e gli si illuminano gli occhi). E infatti: – eh, si, abbastanza simile, tuttavia …(ci siamo) non è la stessa cosa, perché il confucianesimo raccomanda il rispetto delle antiche credenze religiose, e la pratica devota, limitandosi a razionalizzare l’etica, mentre il razionalismo occidentale spazza via le prime e rifonda totalmente la seconda. E poi, gente, (tipico intercalare vallosiano) basta guardare ai risultati: il confucianesimo ha prodotto venticinque secoli di immobilismo politico, sociale, tecnologico, ecc. A prescindere dalla valutazione se ciò sia da considerarsi o meno negativo, la differenza degli esiti balza agli occhi. Non so cosa aggiunga ancora, perché quel termine, immobilismo, mi ha fatto scattare una scintilla.

Mentre scendo, rumino, e appena prendiamo fiato sul pianoro mezzano ho pronta la mia tesi. Dunque, la laicizzazione (razionalizzazione) greca è figlia della mobilità, dello spostamento. A ben considerare, infatti, questo fenomeno nasce (e di lì poi si diffonde) nell’area della colonizzazione ionica, quindi in una zona che trova la sua centralità non nella terra, ma nel mare: e il mare è nell’antichità luogo degli spostamenti per eccellenza. La rottura con la tradizione, o quantomeno la diminuzione del rispetto per essa, è decisamente legata alla colonizzazione. Spostandosi dai luoghi sacri per eccellenza, dalle dimore degli dei e dei lari, vien meno la sacralità annessa agli avvenimenti mitici: si agisce in aree e in atmosfere desacralizzate, a contatto magari con credenze altre, che mostrano la corda ad occhi nuovi e non condizionati. Per quanto si tenti di risacralizzare, vien meno la profondità nel tempo della tradizione. Questo atteggiamento viene mantenuto anche in occasione del ritorno in patria (non a caso i sofisti sono quasi tutti provenienti dalla Ionia, e sono considerati istigatori all’ateismo).

La storia si ripete, dopo due millenni, con la scoperta del nuovo mondo e la secolarizzazione che ne consegue (vedi la nascita del libertinismo, e comunque la spinta che la vicenda dà alla rivoluzione scientifica). Non è secondario poi il fatto che molti degli spostamenti di questo periodo siano indotti dalla volontà di sottrarsi ad una particolare tradizione religiosa. Infine, lo stesso fenomeno possiamo riscontrarlo con l’ebraismo, l’altra matrice della cultura europea. Gli ebrei, gli sradicati per eccellenza, finiscono per costituire l’elemento desacralizzante negli ultimi due secoli.

Siamo in fondo al sentiero, è quasi buio e spira un’arietta che non ha soggezione di magliette e camicie. Non c’è tempo per approfondire il discorso, è ora di tornare. Saliamo dunque in macchina, partiamo e facciamo a balzelloni, col motore gelato, i primi tornanti. Solo dopo qualche minuto, quando l’auto comincia a filare silenziosa e i vetri si disappannano, Franco tossicchia e ricomincia: tuttavia …

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Salire

di Paolo Repetto, 1997

Mi pongo questo problema. Il Tobbio, e la montagna in genere, la letteratura, e la cultura in genere, sono dunque solo dei compensativi, falsi scopi rispetto ad un’esistenza che si rivela man mano più vuota ed arida? Me lo pongo proprio mentre sto salendo al Tobbio, con calma, e discuto di letteratura con Franco. La risposta che mi dò è che probabilmente le cose stanno così.

Pur tuttavia, dice Franco … (Franco non dice mai “pur tuttavia”, ma è come lo dicesse sempre). Dopo un altro paio di tornanti conveniamo che un senso tutto questo ce l’ha comunque, perché consente di trascorrere il tempo, riempiendolo bene o male, anziché lasciarlo passare, subendolo (patior). Trans-currere, correre attraverso, usato come transitivo, implica che mentre scalo, cammino, leggo, sono io ad agire, magari per interposta persona, o per spazi evocati: è un ex-sistere, sottrarsi all’immobilità omologante dell’essere, e non un ad-sistere, e meno ancora un recitare nello spettacolo. Non sono dunque tutti assimilabili i comportamenti dell’uomo: perché alcuni, quelli “attivi”, producono una consapevolezza (o ne sono frutto, il che è lo stesso) che si traduce in buona disposizione sociale, comprensione, ecc: gli altri producono solo antagonismo e asocialità.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Dalla vetta

di Paolo Repetto, 1997

A chi gli chiedeva perché si ostinasse a voler salire l’Everest, George Mallory rispondeva: perché è lì. Fatte le debite proporzioni, la risposta di Mallory spiega perfettamente il rapporto che un sacco di persone, me compreso, hanno col Tobbio. Ti vien voglia di salire sul Tobbio perché è lì, incontestabilmente. Non puoi fare a meno di vederlo, ovunque tu sia nel raggio di una cinquantina di chilometri. Ogni volta che torni verso casa è la prima sagoma che scorgi, inconfondibile. Sai di essere sulla strada giusta. Lo rivedi e ti chiedi: chissà come sarà, lassù. Ti viene voglia di salirci, lassù, di andare a vedere com’è. E se anche ci sei stato la settimana prima, o due giorni prima, ti vien voglia lo stesso, perché sai che domani sarà diverso, sarà diverso il tempo, sarai diverso tu, saranno altri quelli che incontrerai in cima o lungo il sentiero. Tutto qui. Non ho mai trovato una pepita d’oro tra le rocce del Tobbio, né il colpo di fulmine nel rifugio, e neppure sono stato illuminato sulla direttissima. Ho trovato quello che ci portavo, entusiasmo qualche volta, rabbia qualche altra, speranze, delusioni. Non le ho scaricate lì, da buon ecologista, ma stranamente nella discesa ero più leggero. Sapevo di aver fatto la cosa giusta, una volta tanto.

La sacralità di una montagna non è proporzionale alle sue dimensioni, alla sua altitudine o alla sua inaccessibilità, ma piuttosto al significato che essa riveste per le popolazioni che vivono alla sua ombra o nel raggio della sua visibilità, o per gli individui che la salgono. In questo senso, sempre avendo chiare le proporzioni, e con un po’ di ironia, la sacralità del Tobbio non ha nulla da invidiare a quella del Kailas o del Meru. Il difetto di esotismo è pienamente compensato dalla paterna confidenza, mista al senso di rispetto, che spira dai suoi costoni. Il Tobbio è diverso, è speciale, e la sua diversità è avvertita da sempre, tanto da aver rivestito di un’aura di leggenda una vetta accessibile e modesta.

L’eccezionalità del Tobbio è legata ad un particolare rapporto tra la sua morfologia e la sua collocazione. La conformazione vagamente piramidale e l’escursione altimetrica tra le pendici e la vetta gli conferiscono un’estesa visibilità, pur in mezzo ad altre formazioni di altitudine pari o addirittura superiore. E il suo stagliarsi nitido, sulla direttrice ideale che raccorda il mare alla pianura dell’oltregiogo, lo ha eletto a riferimento geografico, meteorologico e simbolico per eccellenza per le popolazioni di entrambi i versanti dell’Appennino.

La riconoscibilità è la prima caratteristica del Tobbio, forse la principale, ma non è l’unica. Ribaltando il punto di osservazione, trasferendolo a fianco della chiesetta sommitale, si gode di un panorama a trecentosessanta gradi che bordeggia il mar Ligure, in certe giornate eccezionali partendo dalla Corsica, sale lungo la cresta delle Marittime, incrocia il Monviso, si allarga al Bianco e al Rosa, e si stempera nelle Retiche, fino al Bernina. Un vero ombelico del mondo, o almeno di questa piccola fetta. Per un fortunato gioco di cortine naturali non si scorgono di lassù le cicatrici e le croste lasciate dall’uomo sulla pelle della terra, cave, autostrade, discariche, gallerie, e anche il peso della sua stupidità appare per un momento ridimensionato. Realizzi che il Tobbio è lì da prima che la nostra specie potesse scorgerlo, e ci sarà ancora quando non potrà più farlo.

Ma soprattutto ti sorprendi a pensare che altri, un paio d’ore o un paio di secoli prima, hanno visto ciò che tu stai vedendo, e senz’altro hanno provata la stessa emozione, perché diversamente non si sarebbero presa la briga di salire. Ed è questo, probabilmente, che ti fa scendere più leggero.

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Percorsi bibliografici n. 7

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Come di consueto proponiamo ai lettori le nostre indicazioni di lettura, che non sono né esaustive degli argomenti trattati né, in qualche caso, ad essi attinenti. Abbiamo già chiarito nei numeri precedenti che intendiamo soltanto far circolare le particolari suggestioni, le scoperte e le riscoperte che hanno reso interessanti e piacevoli i percorsi tracciati nella rivista (ma anche quelli che in essa non appaiono).

Berlin, I. – Il legno storto dell’umanità – Adelphi 1994
Chiodi, P. – Banditi – Einaudi 1962
Bianco, L. – Guerra partigiana – Einaudi 1973
Bolis, L. – Il mio granello di sabbia – Einaudi 1973
Revelli, N. – Il mondo dei vinti – Einaudi 1977
Chatwin, B. – Che ci faccio qui? – Adelphi 1990
Brilli, A. – Il viaggiatore immaginario – Il Mulino 1997
Chatwin, B. – Anatomia dell’irrequietezza – Adelphi 1997
Leed, E. – La mente del viaggiatore – Il Mulino 1992
Leed, E. – Per mare e per terra – Il Mulino 1997
Turri, E. – Gli uomini delle tende – Comunità 1971
Cabet, E. – Il viaggio in Icaria – Guida 1984
Guadalupi, G. – Manguel, A. – Manuale dei luoghi fantastici – Rizzoli 1982
Virilio, P. – L’orizzonte negativo – Costa & Nolan 1986
Cajanov, A.V. – Viaggio di mio fratello Alexei nel paese dell’utopia contadina – Einaudi 1979
Butler, S. – Erewhon – Mondadori 1974
Buber, M. – Sentieri in Utopia – Comunità 1967
Nooterboom, C. – Verso Santiago – Feltrinelli 1995
Michaux, H. – Altrove – Rizzoli 1966
Moorehad, A. – Il Nilo Bianco – Garzanti 1971
Tucci, G. – La via dello Swat – Newton Compton 1978
Heine, H. – Impressioni di viaggio – De Agostini 1981
Hansen, T. – Arabia Felix – Iperborea 1992
Byron, R. – La via per l’Oxiana – Adelphi 1995
Sinibaldi, M. – Pulp – Donzelli 1997
Galaverni, R. – Nuovi poeti italiani – Guaraldi 1997
Fiumi, C. – Storie esemplari di piccoli eroi – Feltrinelli 1996
Soriano, O. – Pensare con i piedi – Einaudi 1997
Enzensberger, H.M. – Palaver – Einaudi 1976
Jesi, F. – Il linguaggio delle pietre – Rizzoli 1978
Barilli, R. – L’arte contemporanea – Feltrinelli 1984
Debord, G. – La società dello spettacolo – S.I.E. 1970
Salomè, L. A. – Riflessioni sull’amore – Ed. Riuniti 1997

 

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨