La poesia di Antonella Anedda

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Uno sguardo invernale è, organicamente, temperamento e memoria nella poesia di Antonella Anedda, una poesia asciugata da una parola essenziale e nitida, da una scrittura portatrice della propria ombra e di una grazia non leziosa. Pur nella sofferenza dello sguardo che si posa su ciò che è in procinto di congedarsi, di estenuarsi, di resistere, di essere escluso, c’è un pudore che rifiuta compiacimenti, disarmate amarezze e sentimentalismi, quasi si trattasse di un dolore anonimo. D’altra parte in questa poesia la condizione storica del poeta (“In nessun luogo c’è bisogno di noi/…/Nessun tempo ha bisogno di noi”) è quella dell’errante, dell’esiliato, del marginale (“Di lato c’era come un recinto/e lì duravano le cose”).

La forza della poesia di Anedda è sommessa, è nel cogliere gli oggetti oltre il confine, dopo la soglia; il suo realismo conferisce valore alle “cose” non nella quotidianità, ma nella loro quotidiana eternità: a testimonianza che la storia e il tempo sono i temi fondamentali della sua poesia.

Pur nella novità di questa scrittura – soprattutto nei confronti della poesia contemporanea – non è difficile cogliere tratti comuni con la tradizione poetica: da Rimbaud alla Achmatova, da D’Annunzio a Gatto e, più d’ogni altro, alla Cvetaeva, per il riconoscimento del presente e dell’esperienza del mondo come dato drammatico, per il comune procedere deciso ma sospeso, in attesa, forse, della caduta.

 

Antonella Anedda, collaboratrice de “il Manifesto”, “Micromega” e “Poesia”, ha pubblicato la raccolta poetica “Residenze invernali” (Crocetti) e la raccolta di saggi e racconti “Cosa sono gli anni” (Fazi).

1991

In nessun luogo c’è bisogno di noi
tra un mese l’anno
avrà una cifra baltica, bianca
millenovecentonovantuno
dove il mille indietreggia
fino a secoli-steppe
e l’uno, cavo,
tintinna

Nessuno ci ha chiamato
erano voci d’orto, fischi
per scacciare gli uccelli
la poca pioggia che cola
dai tubi della casa
deserta
come carta.
Ci sono solo i fiati
e il bacile appannato
e le noci che dicono
autunno moltiplicato sopra tavoli
pietre su posti vuoti.

In nessun tempo c’è bisogno di noi
Le notti verticali
e il viale dei tigli, la lepre
trasparente nel cespuglio
la schiena-ombra di chi allora sostava
ora soffiano stanchi
sulla tempia del secolo.

C’è un cibo serale, lampi
sulle foto scoscese
e noi beviamo tra le forchette brune
per la lenta paura che s’incide
sul gomito che alza una ghirlanda.
Nessun tempo ha bisogno di noi
nessuno dice
il numero dei colpi
l’esatta cifra dell’erba
né come l’aria
sferzandoci
ci farà dura pelle
scoiattoli

Lo slittare di foglie
la lontananza delle costellazioni
Non ho parole cupe
non cupe abbastanza
Il pino s’infossa nella notte
a fatica decifro la memoria.
Di lato c’era come un recinto
e lì duravano le cose.

 

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Fight gravity

Combatti la gravità che ti porta a fare ciò che non vorresti

di Guido Pizzorno, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Che strane rocce sono queste. Montagne senza vetta; facce di pietra dagli enormi occhi incavati, le guance rigate da profonde rughe e lacrime millenarie. Emergono misteriose dalle colline verdi che sanno di mare. Perché mi attraggono e, insieme, mi ripugnano? Mi ritrovo a cercarle, nel fitto intrico di rami e sentieri, chino sotto lo zaino, che spesso si incastra e mi trattiene. Poi, all’improvviso, enormi, le posso toccare, ruvide e fredde, ancora umide della notte d’inverno.

La cintura, il nodo, l’attrezzatura. Soffio un po’ di calore nelle scarpette troppo strette, perché siano più gentili; ne pulisco accuratamente la suola.

Salgo, con il terrore tra le dita contratte, il cuore impazzito in gola. Mi affaccio alla luce, oltre la linea degli alberi, dove il sole incendia la roccia e il cielo è più vicino. Attimi lunghissimi tra gli anelli luccicanti, lasciando dietro di me una sottile bava colorata, unico legame con la normalità, unica concessione della follia.

Non così! Non di lì! Le mani cercano invano una salvezza; lo sforzo inutile per rimanere incollato; il sangue arrossa la pelle bianca di magnesio: E il volo, quando tutto si sospende e si allontana, sino alla frenata e all’urto giù in basso. Sono ancora qui, ad aspettare che tutto si calmi, che il respiro ritorni regolare, che i muscoli si rilassino, che le urla si plachino. Poi salgo, salgo, cado e risalgo. Arrampico perché voglio essere libero, perché voglio essere forte, perché voglio essere bello, perché non voglio avere paura. E voglio salire più in alto.

Piano piano gli appigli si fanno più piccoli, gli appoggi solo ombre sulla roccia. Metro dopo metro, giorno dopo giorno, divento più forte, più bello, più libero e salgo anche dove la pioggia non bagna più. Mi muovo come la rana, che cerca lo slancio raccogliendosi, mi muovo come la lucertola, che inarca la schiena potente, poi calo furtivo appeso alla mia tela di ragno.

Ci aggiriamo per cenge e risalti, orgogliosi del tintinnare dei ferri, i Nuovi Guerrieri di Andea e Giovannino; seguiamo linee dai nomi curiosi; poi ci stendiamo, con le dita tramortite, a godere del sole tiepido del Silenzio, mentre i reni filtrano la fatica e la mente si libera della paura. Non ci basta mai, cari, pazzi, inquieti amici miei, che tenete la mia vita tra le mani callose e mi accompagnate verso sera alternando risate, birra e farinata, non ci basta mai.

E allora partiamo ad ogni Nuovo Mattino su macchine strapiene, in furgoni esausti e cigolanti, alla ricerca di nuovi spazi, di nuove emozioni, di altri enormi giocattoli di pietra da addomesticare. Esploriamo la Valle, visitiamo il Caporale e il sergente dell’Orco; ci spingiamo sino all’Arco sul Lago, ai bianchi Calanchi e alle pareti sul Fiume Verde. Sempre alla ricerca, e sempre in fuga, incontriamo altri vagabondi che, come noi, hanno le unghie rotte e gli avambracci dolenti, e che vivono le nostre stesse vite in una lingua diversa.

Così, stagione dopo stagione, anno dopo anno. Anche perché, come ha detto Wolgang, se un giorno salissimo la Via, che cosa ci resterebbe ancora da fare?

 

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Parchi e parcheggi

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

In principio era un’idea. Un’idea semplice e meravigliosa. Quella di consegnare intatto alle generazioni venture un lembo di terra dell’Oltregiogo, l’area Tobbio-Capanne di Marcarolo, un angolino non ancora insozzato da fumi, liquami e scorie del grande boom.

I presupposti, attorno alla metà degli anni settanta, c’erano tutti. C’erano ancora monti e valli, boschi e torrenti miracolosamente scampati allo scempio ambientale dei due decenni precedenti. C’era la crisi economica, l’inevitabile ristagno che fa seguito ad una crescita barbara e disordinata; e si manifestavano di riflesso da un lato i primi vagiti di una diversa sensibilità ecologica, dall’altro una più generale tendenza del sistema a ripensare le strategie economiche, a contabilizzare anche i costi della “modernizzazione”, e non solo i ricavi. C’era infine, da pochissimo istituito, un nuovo organismo amministrativo decentrato, la regione, dal quale era lecito attendersi un minimo di pianificazione del territorio.

L’idea pareva dunque tutt’altro che peregrina, e prossima anzi ad incarnarsi sotto le spoglie istituzionali più confacenti, quelle di un Parco. Ma “quando una grande idea si scontra con un grande esercito, deve sperare in lunghe gambe per fuggire” (Stanislaw Lec). Nel nostro caso l’esercito nemico era temibile davvero, agguerrito e composito. Schierava interessi grandi (da tempo era stato individuato nella zona un possibile sbocco retroportuale – leggi pattumiera – di Genova, attraverso il fantomatico “terzo valico”; o, in alternativa, un decentramento residenziale – leggi dormitorio – con tanto di bretella autostradale e ferroviaria) e medi (era già avviata la costruzione di villaggi estivi simil-Eden, con sbarra all’ingresso e cinta e tutto il resto): ma soprattutto poteva sfruttare la forza d’urto dei piccoli egoismi, quello miope dei residenti, quello ipocrita degli amministratori e quello protervo dei cacciatori.

Non appena, alla fine degli anni settanta, l’amministrazione regionale annunciò di aver localizzato circa dodicimila ettari (per metà di proprietà regionale) da destinarsi a parco naturale, ebbero inizio le ostilità. La resistenza antiparco venne condotta senza esclusione di colpi e di mezzi: dalla disinformazione sistematica (non si potrà più tagliare la legna, ristrutturare gli edifici, raccogliere i funghi, ecc…) alla diffusione di leggende demenziali (ripopolamenti di vipere paracadutiste, importazione di lupi dall’artico, ecc…), dall’ostruzionismo pianificato e conclamato (dieci anni di discussioni, incontri e scontri tra gli amministratori dei comuni interessati, senza produrre una riga di piano o di regolamento) a quello sotterraneo e clientelare, fatto di deroghe e patteggiamenti e ridefinizione dei confini. E intanto, ad ogni estate tornavano a levarsi minacciosi i segnali di fumo degli incendi, appiccati con regolare criminalità dai nobili “difensori” della propria terra.

A fronte di questa formidabile coalizione e di una strategia così articolata l’Idea poteva opporre, in realtà, ben pochi e spesso malfidati paladini. Un’amministrazione regionale paralizzata da vicissitudini giudiziarie e alternanze politiche, sempre più inerte, ricattabile e lontana, incapace sia di prospettare ai residenti un minimo di ricaduta economica (se non quella prettamente assistenziale), sia di mettere fine alla pantomima degli enti locali (comuni, comunità montana): una militanza ecologica altrettanto integralista e intollerante di quella venatoria, sovente appannaggio di neo-convertiti che non distinguevano una quercia da un palo del telefono, e comunque quasi totalmente “di importazione”: una fazione proparco, minoritaria ma esistente anche tra gli amministratori locali e i residenti, inquinata da presenze motivate più dall’aspettativa di future cariche, prebende e sovvenzioni che da un qualsivoglia interesse per il destino del territorio. Infine uno sparuto gruppo di veri credenti, animati dalle migliori intenzioni ma ben poco presenti nelle istituzioni e nei ruoli decisionali, per scelta o per esclusione, e pertanto impossibilitati o non disposti a calamitare consensi con la pratica nazionale dello scambio.

Con queste forze in campo la ritirata dell’Idea era inevitabile. E infatti, tra l’80 e il ‘90, sotto la pioggia degli attacchi il parco si ritira, proprio come un panno bagnato. I dodicimila ettari diventano meno di ottomila, e coprono ormai in pratica soltanto il territorio di proprietà regionale. Gli enti locali non trovano un accordo, se non sulla linea del boicottaggio, non avanzano proposte plausibili sul regolamento, non nominano i loro rappresentanti per i futuri organismi di gestione. Per sbloccare l’impasse la regione è costretta a procedere d’imperio. All’inizio degli anni ‘90 vengono definiti confini, regolamenti, ruoli e modalità amministrative. Viene reclutato un primo nucleo di addetti, con molta parsimonia, tanto che allo stato attuale la vigilanza su tutto il territorio è affidata a tre guardie, e la direzione tecnica è rimasta praticamente vacante. Viene anche effettuata la palinatura dei confini, contro la quale partono subito le azioni dei commandos venatori. E intanto i boschi continuano a bruciare, e i piani e le strutture e la valorizzazione rimangono lettera morta.

Comincia ad esistere solo il parco virtuale, quello raccontato negli articoli delle riviste specializzate di grande impatto (Oasis, ecc…) o nei programmi a carattere turistico-ambientalista della televisione. Con l’ovvia conseguenza che cominciano ad affluire i visitatori, e non trovano né aree di parcheggio né strutture d’accoglienza, e neppure deterrenti efficaci alla maleducazione. Orde di vandali si riversano durante la stagione estiva lungo i torrenti e nei boschi, accendono fuochi, improvvisano bivacchi, lasciano alle loro spalle cumuli di immondizia. Ad arginarli, oltre le tre disperatissime guardie, solo le buone intenzioni degli ecologisti volontari, che spesso però si traducono in atteggiamenti ed in interventi poco opportuni. Dei residenti, invece, di chi abita entro i confini del parco o nei suoi pressi, nemmeno l’ombra. I secondi sembrano non essersi ancora accorti della sua esistenza, ai primi interessa solo mungere qualche sovvenzione, possibilmente per recintare boschi e prati e tenere lontani gli indesiderati “cittadini”. Lo spettacolo più indecente è offerto comunque dagli amministratori locali. Una volta costretti a prendere atto dell’esistenza, sia pure precaria, del parco, si scatenano infatti in una girandola di compromessi, rivalità, beghe di campanile, miranti solo ad assicurare all’un comune piuttosto che all’altro la sede, il controllo, i finanziamenti della CEE, ecc… Occorrono anni prima di arrivare alla nomina da parte degli enti locali di tutti i componenti del consiglio di gestione: anni persi a dosare le presenze politiche, anche quelle più obsolete, e a combinare alchimie capaci di accontentare (e scontentare) tutti. E altri anni sono necessari per trovare una risicatissima maggioranza, che consenta la costituzione di una giunta: e poi rimpasti, traballamenti, inversioni di fronte, una sceneggiata che dura tuttora e che, a otto anni dall’istituzione del parco, non ha prodotto un minimo di continuità amministrativa, un piano di valorizzazione, un progetto per ovviare alle carenze strutturali. Nulla, se non contentini distribuiti qua e là, a quel residente o a quella frazione; o spartizioni dei finanziamenti eseguite secondo logiche e parametri condominiali.

Questa la situazione a tutt’oggi. E l’Idea? L’Idea, poveraccia, ha dovuto constatare per l’ennesima volta qual è il suo destino. Non appena un’idea mette i piedi per terra viene risucchiata dalle sabbie mobili della meschinità e dell’idiozia. Diventa scudo per le ambizioni e gli egoismi dei peggiori, spesso di chi sino ad un attimo prima le aveva sparato addosso.

Non era certo necessaria la vicenda del parco delle Capanne per capirlo: tutta la storia umana segue questo schema. Ma la storia insegna anche un’altra cosa: che gli uomini passano, e le idee resistono. Forse c’è qualche speranza anche per la nostra. Qualcuno ha cominciato a capire che il parco può produrre delle alternative economiche e consentire al tempo stesso delle scelte sulla qualità della vita: e che la conoscenza, la valorizzazione e la difesa di questo territorio non possono essere demandate né alle istituzioni né al volontariato domenicale, lodevolissimo, per carità, dei militanti ecologici, né possono tradursi in una imbalsamazione museale del patrimonio naturalistico e storico, ma devono radicarsi invece in un rapporto quotidiano di necessità e di sopravvivenza, di simbiosi accrescitiva e di scambio tra uomo e ambiente. L’Idea a questo punto la sua parte l’ha fatta: sta a noi farla atterrare su un terreno più solido e pulito.

 

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Mal di terra

di Gianni Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Una pergola folta, che fa una bella frescura. Il tavolo di un’osteria. Due uomini seduti davanti a un fiasco di vino. Uno biondo, slavato, con una camicia di flanella appoggiata sulle spalle e la canottiera. L’altro piccolo, nero, con un giacchetto di velluto abbottonato fino al collo. Due sguardi persi nel vuoto.

– T’è capìu ? – dice il biondo all’improvviso con un leggero mugolio di sottofondo.

L’altro lo guarda un istante, un solo istante. – Eeeh ! – risponde scuotendo la testa lentamente. Poi è di nuovo silenzio.

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Qui non arriva il rumore del mare, manco l’odore. Poi, da quando hanno costruito quei condomini là sotto, non si riesce neanche più a vederlo. Ma tanto, per quello che c’abbiamo a che fare noi con il mare…A volte passano anche dei mesi senza che lo vediamo. E dire che in linea d’aria ci saranno sì e no cinquecento metri…Quando eravamo bambini era tutto diverso perché, a parte che certi giorni si vedeva come se fosse proprio qui sotto, ci andavamo sempre a pescare e alla stagione buona ci facevamo anche il bagno. Poi hanno cominciato ad arrivare i villeggianti e allora per qualcuno è andata bene, ci ha fatto fortuna. Ma il paese non è stato più lo stesso, anzi, non è neanche più un paese. Una volta era un piacere andare giù sul lungomare, ci si conosceva tutti e si discorreva di questo e di quello. Ora invece sono tutti foresti e se non stai attento va a finire che ti mettono sotto con le macchine da quante ce ne sono. Io è tanto che non ci vado, ma mi ricordo che, l’ultima volta che ci sono stato con i miei cugini del Piemonte che non l’avevano mai visto, abbiamo dovuto scappare subito perché dopo cinque minuti ci girava già la testa…Per fortuna il lavoro io ce l’ho qui vicino, e così non ho dovuto neanche comprarla la macchina, ché, a dire la verità, c’avrei paura a portarla giù in quella confusione. I miei amici che ce l’hanno insistono perché vada con loro, ma io non ci monto, aah, non ci monto. Loro mi dicono: – Ma allora che cosa ne sai del mondo? –. E io rispondo che mi va bene così e che se il mondo è quello posso anche farne a meno…

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Non c’è aria stasera, non muove foglia. Un alone di sudore bagna le ascelle.

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Un tempo qui ci si fermavano i carri, perché era un po’ come un punto di ritrovo per i carradori che andavano dalla Liguria al Piemonte. Questa strada porta nella valle di Ceva e dicono che è una delle più antiche, almeno, così dicono. Ma non l’hanno mai curata, non si sa perché, così pian piano non c’è più passato nessuno. Poi, da quando hanno fatto l’autostrada, l’hanno proprio lasciata andare e per un bel pezzo su in alto è franata che bisogna marciarci uno alla volta. Ma di qui intanto non ci passa più nessuno e se capita che qualcuno ci arrivi è solo per sbaglio. Capita magari agli stranieri, che non sanno leggere i cartelli e allora si fermano a chiedere dov’è che li porta. Per lo più rigirano subito, ma qualcuno ogni tanto viene a sedersi qui, sotto la pergola, e ordina pane e salame e un fiasco di vino. Certo che loro non c’hanno proprio riguardo per nessuno: ne scendono diversi che c’hanno appena le braghette indosso e alle donne gli si vede tutto. Noi ci guardiamo e ci monta il nervoso, perché in fin dei conti siamo uomini anche noi e cose del genere non le abbiamo viste neanche al casino. Ma già che son tempi…Una volta sono arrivati dei tedeschi, saranno stati una ventina, e hanno cominciato a bere in modo esagerato. Dopo neanche mezz’ora ci sarà stata almeno una dozzina di fiaschi sui tavolini e quelli continuavano a ordinarne. Poi, tutt’assieme, hanno cominciato a bisticciare e allora è successo il quarantotto: hanno spaccato sedie e tavolini e Angiolina ha dovuto chiamare i carabinieri per mandarli via… Ora, io mi domando se è mai possibile che quella gente lì venga qui in Italia a fare i suoi comodi, se non gli è bastato che cosa c’hanno fatto durante la guerra, quando ci bruciavano le case e c’ammazzavano come cani. E allora, ogni volta che ne vedo uno, mi prende un brivido giù per la schiena e avrei tanta voglia di saltargli addosso…

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I gomiti appoggiati sul tavolo, le mani grosse. Con uno schiocco di lingua sugge il liquido nero.

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C’è sempre stata rivalità tra noi qui di Pian dei Z. e quelli giù di V. . Fino a qualche anno fa loro non ci mettevano piede qui, ché lo sapevano che tirava una brutta aria. E anche noi, se volevamo andare giù al mare, ci andavamo in un bel gruppo casomai ci fosse il bisogno di difendersi. Mi ricordo una volta che ero andato a farmi i capelli, eravamo io e Driin, uno che poi è andato a star via. Stavamo camminando per il corso quando abbiamo incontrato cinque ragazzi della N., una frazione vicino alla foce del L., e abbiamo capito subito che volevano attaccare briga. Allora siamo scappati su per i carrugi con quelli dietro che cercavano di acchiapparci. Driin era forte, spaccava pietre tutto il giorno nella cava. Ad un certo punto s’è fermato ed ha cominciato a far andare le braccia che sembrava un mulinello. Due di loro sono finiti lunghi per terra e allora gli altri sono scappati via spaventati. Noi non stavamo più nella pelle e c’abbiamo riso fino su a casa e quando l’abbiamo raccontata qui all’osteria ci sono venuti tutti in giro a sentirla… Ora invece è tutto diverso: la gente non si riconosce più e ce ne sono tanti di V. che sono venuti ad abitare qui da noi. Ma fanno vita a parte e stanno tra di loro, che quasi neanche riusciamo a vederli. Qualcuno ci si è fatto anche la villa, e magari la piscina, e non c’ha nemmeno più bisogno di andare giù al mare per bagnarsi. Ed è come se fosse un paese nel paese, che cresce sempre di più e mangia quello di prima, e noi pian piano non siamo neanche più padroni a casa nostra…

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Braccia forti, legnose, così scavate da contarci i nervi. Ogni tanto i muscoli tradiscono una contrazione.

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Qui sono appena due anni che hanno messo la televisione, se no prima era davvero tutto come una volta. Giocavamo a carte, d’estate anche alle bocce, e si discorreva tanto che era un piacere. Parlavamo di tutto, sì, anche di donne, ma in un modo che era sano e naturale. Chi c’aveva la fidanzata le portava rispetto e gli altri, se proprio ne sentivano il bisogno, c’era una di qui che faceva il mestiere e con poche lire ti dava soddisfazione. Ma da quando hanno messo quella brutta bestia lì la compagnia s’è sfatta ed è diventato difficile anche trovare un compagno per fare una partita alle carte. E poi bisogna stare zitti, non si può neanche più rattellare, ché se no si disturba chi vuole sentire. Se poi c’è quelli che giocano al fulba, allora è come se passasse la processione con il santissimo e c’è quasi da tenere il fiato. Ma io non la sopporto, e appena l’accendono vengo a sedermi qui fuori anche d’inverno. Almeno mi pare che sia ancora tutto come una volta e se non c’è nessuno per parlare mi faccio venire in mente i tempi quando stavamo a sentire i vecchi che raccontavano le fore. Ce n’erano certi che le raccontavano così bene che veniva gente anche dai paesi vicini per sentirle. Allora, quando uno tornava a casa sua, c’aveva la testa piena di fantasie e, anche se la vita era dura, stava bene per il resto della settimana…

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Capelli lunghi sul collo, un po’ unti. Il pettine bagnato lascia solchi lucenti.

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A me il mondo d’oggi mi pare tutto cambiato e che abbia perso il cervello. Senti dire di malattie che prima non c’erano e la delinquenza pare che comandi anche su chi governa. Una volta era diverso e chi era un delinquente, ma ce n’erano pochi, lo conoscevano tutti e veniva quasi scartato dagli altri. E poi le cose si facevano con calma, con il tempo dovuto, e nessuno pensava che si potesse fare diversamente. Oggi invece uno non le ha neanche iniziate che vorrebbe già averle finite e magari farne delle altre e poi delle altre ancora. Ma così è impossibile farle bene e c’è sempre il rischio di sbagliare. Io credo che sia dovuto tutto ai soldi, al fatto che la gente oggi pensa solo a guadagnare e più ne ha più ne vuole. Che cosa se ne fa io non riesco proprio a capirlo perché quando uno ce n’ha abbastanza per mangiare e per vestirsi da cristiano mi pare che dovrebbero bastargli. Sento parlare di gente che ha i miliardi nelle banche e io mi chiedo se per loro la pastasciutta è più condita e il vino più gustoso. Perché una volta che uno s’è mangiato una bella pastasciutta e c’ha bevuto sopra due o tre bicchieri di quello buono che cosa vuole di più dalla vita? Ma già, forse io sono un po’ troppo all’antica.

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Gli occhi brillano, persi in chissà quali pensieri. O forse è soltanto l’effetto del vino. Il dorso di una mano struscia sui baffi, uno sputo. Sulla terra battuta fa presto a rapprendersi.

– T’è capìu ? – ripete il biondo all’improvviso con un leggero mugolìo di sottofondo.

L’altro lo guarda esattamente come prima, un solo istante.

– Eeeh ! – risponde scuotendo la testa lentamente. Poi è di nuovo silenzio.

 

 

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Non di solo pulp (2)

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

G.T. è un giovane valtellinese di 34 anni, che lavora attualmente come fattorino in una banca di Milano. Ha studiato sino alla terza ragioneria, poi ha smesso per andare a lavorare, prima come contadino e poi come camionista. Non aveva più preso la penna in mano dall’ultimo giorno di scuola. Due anni fa, all’improvviso, ha iniziato un carteggio con un suo amico professore. Ecco lo stralcio di una delle sue lettere.

Cari professori,
… la vita mi va abbastanza bene, il lavoro mi piace (è sicuro) e riesco ad apprezzarlo maggiormente provenendo da una realtà lavorativa piuttosto dura e sempre incerta per il futuro. Un mondo duro, che però mi dava delle soddisfazioni, specie quando con il mio camion fuoristrada 6X& andavo in posti impensabili, con il pericolo sempre in agguato, e la paura che mi assaliva le gambe per salire su fino al cuore, per poi fermarsi in gola, dove si arrestava con la consapevolezza di liberare la mente per dare il massimo e non farsi prendere dal panico nei momenti in cui serviva tutta la concentrazione possibile. Però alla sera tornando a casa mi sentivo soddisfatto, orgoglioso del mio operato; anche questa volta ce l’avevo fatta senza alcun danno o addirittura senza essermi rovesciato o peggio (alcuni dei miei colleghi, poveretti, non possono più raccontarlo). Ero il “Tavio”, uno che non si è mai tirato indietro davanti a niente, un colpo di clacson, un cenno ai colleghi con la mano valevano più di mille parole, ero qualcuno.

Ora tutta questa stima per me stesso sul lavoro non l’ho più, sono un semplice commesso a Milano, in un mondo dove onestà, sincerità, buon cuore, altruismo lasciano il posto a carriera a colpi di spalla e piedi in testa, conformismi moderni che lasciano quello che trovano (cioè niente) invidia, falsità e buon viso a cattivo gioco per arrivare un giorno alla pensione con una buona posizione sociale, qualche soldo in più e una vita bruciata da tappe che non ti danno il tempo di godere la vita per quello che offre. Tutto questo per non essere meno degli altri. Questo nuovo ambiente mi ha preso impreparato e da un po’ di tempo è nata in me la voglia di fare qualcosa per emergere non come uomo in carriera, ma come persona. Essere buoni e bravi non basta, bisogna saper parlare e farsi valere con parole e discorsi appropriati. Ho letto e sto tuttora leggendo libri di psicologia, per capire soprattutto me e gli altri, libri che pesco un po’ a caso in una grossa libreria di Milano …

Un’altra cosa della quale avrei voluto parlarvi oggi e che risponde alle parole “Novità, G.?” tutte le volte che sento L: al telefono, riguarda una stupenda bambolina milanese dai lunghi capelli dorati, per la quale sono in ginocchio con il cuore a pezzi. È arrivata in banca circa un anno fa e da allora è iniziata la mia rincorsa, la mia voglia di cambiare, di migliorare per potermi adeguare alla situazione. Sapevo fin dall’inizio che la strada sarebbe stata in salita, e così è stato. In salita per tante cose: innanzitutto per l’ambiente di lavoro, per i suoi 10 anni in meno e poi, diciamolo francamente, sarò bravo e buono, ma assomiglio poco ad Alain Delon, il soprannome che mi avevano dato in un silos per la camicia bianca che indossavo guidando il camion. La concorrenza in banca non è mai stata spietata, forse per quel faccino angelico che ispira solo tenerezza, A vedersi sembra una madonnina. Siamo diventati subito amici, tutti i giorni mi fermavo a parlarci, qualche piccolo regalo banale, un paio di giorni siamo anche andati in piscina assieme. Intanto mi preparavo. Ho migliorato il modo di vestire, il taglio dei capelli, ho eliminato la barba e ho addolcito il linguaggio valligiano …

Tutto andava bene, lei si fidava di me, dei miei apprezzamenti gentili, del mio interessamento senza mai chiedere niente in cambio (e anche la differenza di età esercitava un certo fascino su di lei, le davo sicurezza), D’altro canto cercavo di prendere tempo, di migliorare, di lasciarla crescere e di non bruciarmi subito come hanno fatto alcuni colleghi …A quanto pare, però, devo aver preso troppo tempo; tre mesi fa è arrivato in banca un nuovo impiegato, suppergiù della sua età, un giovane di bell’aspetto, e qui è arrivata la fregatura, la bambolina in tutto questo tempo è maturata, si è trasformata in una donna meravigliosa, sia nel portamento che nel vestire, e si è anche rivelata molto saggia e piena di sentimenti. Rientrando dalle ferie mi sono accorto di aver perso il controllo della situazione: alla bambolina piace un sacco il giovane scudiero (scudiero=giovane cervo che accompagna il capobranco e che ogni tanto fa fesso il vecchio e gli frega una cerva), A questo punto mi sono visto perso, in preda alla disperazione ho accelerato i tempi, complice il fatto che il giovane ha la morosa e anche da parecchio tempo. Poi un bel giorno accade una cosa bruttissima, una di quelle cose che non dovrebbero mai succedere. Un nostro collega di 24 anni è morto in preda ad un attacco d’asma mentre in autostrada stava tornando a casa dal lavoro. L’hanno trovato nella scarpata con ancora la bomboletta in mano, morto solo come un cane per un attacco d’asma e per il freddo. Era un bravo ragazzo, si era appena diplomato alle serali con 42, e per il suo aspetto un po’ grassottello tutti lo schernivano bonariamente, senza sapere che quel gonfiore era dovuto al cortisone che prendeva per tirare avanti. Ma lui di tutto questo non s’era mai lamentato con nessuno. È morto da eroe, nel silenzio di chi soffre. Penso che tra tutti i colleghi chi ne ha sofferto di più siamo stati proprio io e la bambolina… Era la prima volta che piangevo in età adulta, non l’ho fatto nemmeno quando è morta la nonna, la mia seconda mamma; ma a 84 anni fa parte del gioco, morire, a 24 no. Non ho pianto neanche quando sono morti in tempi e luoghi diversi 2 colleghi, compagni dei precedenti lavori. Colleghi padri di famiglia, dei duri però, che avevano osato sfidare la morte più di una volta. Ma questa volta era diverso, era morto un collega buono dall’aspetto gracile, forte però della volontà di continuare a lottare malgrado la malattia che gli toglieva le forze.

Quindici giorni dopo, nel frattempo le ero stato parecchio vicino per quello che era successo, forte del fatto che lo scudiero fosse già impegnato, le ho chiesto di uscire, magari anche di domenica se avesse avuto problemi la sera. Non era un semplice invito ad uscire, tremavo come una foglia secca al vento d’ottobre … Ci ha pensato un po’, facendo roteare quei due stupendi occhietti, sorridendo senza scomporsi. Ha detto che ci pensava e che mi avrebbe fatto sapere, le spiaceva dirmi di no subito; però le si leggeva in faccia che era così. Allora le sono andato incontro dicendole che non importava. “Non te la prendere” mi ha detto. E io le ho risposto: “no, figurati, siamo sempre amici”.(Per me non è mai stata un’amica, ma un sogno. Ma i sogni difficilmente si realizzano, specie con una ragazza così speciale) In quel momento ho sentito come la lama di un coltello che mi entrava nel petto e mi apriva il cuore a metà …

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Se il sogno muore …

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

… che ne è del sognatore? Dipende. Dipende dalla natura del sogno, e da quanto il sognatore vi aveva investito. Dipende naturalmente anche dal carattere di quest’ultimo. Si può decidere di rinunciare, di dormire una vita senza sogni, e di rifugiarsi nella tele-ipnosi di gruppo. È la fine che fanno i più, appena la vita li risveglia. Oppure ci si può ostinare a chiudere gli occhi, saltando sulla giostra delle mode stagionali e cavalcando al giro destrieri di legno, senza mai staccarsi da terra. È quanto capita ad un sacco di gente, capace di passare disinvoltamente dalla rivoluzione comunista alla mistica indiana, dal terzomondismo all’integralismo ecologista, dall’impegno all’arrampicata sociale. Ma in questo caso non è nemmeno lecito parlare di sogno, siamo alla più desolante delle parodie.

La terza possibilità è quella di resistere, di attendere l’alba senza dimenticare nulla delle emozioni, delle sensazioni indotte dal sogno, e aspirare a farle rivivere, in qualche modo, anche alla luce del giorno. Di essere lucidamente consapevoli, ma non rassegnati, e di comportarsi di conseguenza. È quanto cerchiamo di fare, anche con questa rivista.

Ma proviamo a invertire i termini della domanda. Se il sognatore muore, se si arrende, che fine fa il sogno? Una gran brutta fine. Nella migliore delle ipotesi muore anch’esso, e amen. Ma può andare peggio. Il sogno può essere trafugato, sterilizzato, riprodotto in serie e venduto sotto plastica nel supermarket della banalizzazione.

A questo destino sembra non sottrarsi nulla, nemmeno uno dei temi a noi più cari. La clonazione industriale d’ogni fantasia e d’ogni speranza non poteva risparmiare ciò che del sogno è lievito e quintessenza: l’evasione, la fuga e, per estensione, il viaggio. Non ci riferiamo, naturalmente, all’accezione turistica o sportiva dello spostamento, quella già commercializzata da una miriade di depliant in forma di riviste, ma al viaggio come scelta d’autocoscienza e di libertà. Sull’onda del successo editoriale di Chatwin si sono moltiplicate le collane di “traveller’s books”, sono stati pubblicati i diari di viaggiatori o viaggiatrici di ogni epoca, e del viaggio è stata sviscerata ogni implicazione sociale, letteraria o psicologica. Thiesiger, Robert Byron, Theroux, non occupano altrettanto spazio di Ronaldo, ma sono ormai di casa nelle ex terze pagine dei quotidiani, e si alternano agli excursus sulla letteratura del Grand Tour. La stessa immagine adottata dai “Viandanti delle Nebbie” a simbolo del gruppo, il viandante di Friedrich, è decisamente inflazionata, illustra più o meno a sproposito ogni articolo sul tema. Una colata di erudizione nomadica o dromoscopica viene eruttata da bradipi che non saprebbero orientarsi nel giardino dietro casa, e discettano con nostalgia del buon viaggio andato, di quando si camminava a piedi o a cavallo, e l’Italia era bella di selve e di rovine, e nel deserto non si andava con la jeep. E sottintendono, ma neanche troppo, il consiglio per gli acquisti: sulle orme di Goethe (per i più sedentari), in viaggio per l’Oxiana o nello Yemen (per i cacciatori di emozioni), nel Tibet segreto (solo per mistici e cardionormi). Ci sono ormai programmi per tutte le tasche e con tutte le combinazioni.

Ce ne sarebbe a sufficienza per chiudersi in casa a veleggiare, come faceva l’Ariosto, sulle carte e sugli atlanti, e tacere. Ma questo non significa resistere. Resistere significa contrastare metro per metro, riga per riga, l’usurpazione delle idee, l’occupazione pubblicitaria del linguaggio. Per questo continueremo, su Sottotiro o altrove, a scrivere di viaggi e sogni e utopie: perché con le stesse parole si possono dire cose assolutamente diverse.

 

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Pace in terra …

di Giuseppe Schepis, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Il vecchio procedeva con passo lento e fermo lungo il sentiero. I suoi scarponi mordevano il terreno riarso sollevando piccole nuvole di polvere mentre il sole, allo zenit, batteva inesorabile.

Non finisce mai questa salita porca! Pensava il vecchio, e poi riandava con la memoria a tutte le volte che aveva fatto la stessa strada e a quanto fosse più facile l’ascesa anni e anni prima. Aveva finito col sedersi, sotto quel grande faggio che conosceva bene, da sempre.

Correre, correre, puoi fare solo questo, il mitra al fianco e l’anima cento chilometri più avanti; alle spalle i kruki e i fascisti, i pochi compagni persi nel rastrellamento; raffiche con pallottole vaganti che cercano la tua carne, occhi con sguardi assetati che aspettano solo di vedere il tuo sangue. Corri, dietro la sagoma del grande faggio; che l’immenso, immobile compagno ti copra le spalle, che protegga con il suo legno il tuo corpo dalle pallottole, che ti faccia guadagnare quei dieci metri che servono per arrivare al ruscello e buttarsi precipitosamente a valle, volando sull’acqua e sulle rocce.

Il vecchio guardava verso il ruscello, e ricordava l’eco degli spari alle sue spalle, e la paura. Con un gesto lento, si era rialzato, e aveva ripreso la marcia. In cima all’erta stava una spianata, al centro della quale si intravedevano ancora i muri perimetrali di una cascina, in rovina e quasi completamente sommersa dalla vegetazione. Ora ricordava l’inverno rigido, la fame, l’attesa della primavera con la sola incombenza di fare attenzione alle spie e trovare qualche cosa da mangiare.

Ricordava le facce tronfie dei fascisti del paese, la violenza usata per imporre le loro rozze, stolide idee; e poi ricordava la guerra, gli uomini mai tornati dalla Russia, i tedeschi. Ancora ragazzo, aveva fatto una rapida scelta di campo e si era ritrovato, forse accidentalmente, dalla parte giusta. Ricordava parole, parole che inneggiavano alla guerra urlate da camicie e anime nere, parole dure e secche pronunciate in una lingua incomprensibile da soldati metallici con il mito della razza e l’inclinazione all’omicidio. E ad un certo punto nella sua testa, queste antiche parole si mescolavano ad altre sentite di recente, parole che chiedevano pacificazione, perdono, oblio. Era passato qualche mese dal 25 aprile, ma lui le ricordava tutte, una ad una, e la rabbia gli divorava la mente. Secondo queste parole il 25 aprile doveva essere la festa di tutti gli italiani, qualunque fosse stato il loro credo politico. A lui però rimaneva il ricordo, almeno quello non avrebbero potuto cancellarlo se non cancellando la sua stessa vita; ricordava le colpe, gli orrori di quegli anni, gli efferati delitti. No, non era possibile pacificare, non era possibile dimenticare, fare finta che non ci fosse stata una netta distinzione tra chi aveva solo torti e chi ragioni da vendere. Il 25 aprile doveva in eterno ricordare quello; per non dimenticare, per non sbagliare più, per non ripetere. Il Natale, quella era la festa di tutti, e il lunedì di Pasqua, e tutte le feste fatte per ponti vacanzieri e smanie consumistiche. Chi voleva ricordare quei giorni, chi voleva ricordare quegli anni, doveva farlo con rispetto; rispetto per i morti di un’assurda guerra criminale, rispetto per i deportati, gli assassinati, le vittime civili.

Il ricordo deve sorreggere steccati, steccati che dividano le bestie dagli uomini, il torto dalla ragione, il nero dal rosso; e allora buon Natale, signori, buon Natale.

 

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Misoginia?

di Paolo Repetto, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Se ne discute con Gianni, mentre con calma affrontiamo le prime pendici del Tobbio. L’aria è tiepida, il silenzio incanta la vallata, non è giorno da salita agonistica. Il passo si ritma sui pensieri e sulle parole, ne sottolinea le pause e le improvvise accelerazioni. Il tema è lo stesso che ritorna, con sospetta insistenza, negli ultimi nostri incontri, a testimonianza del disagio che entrambi stiamo vivendo. Si parla delle donne e dell’amicizia, della possibilità o meno di far convivere le due cose, e di come e quanto influisca la presenza femminile sulle modalità della socializzazione. L’impressione comune di partenza è che sodalizi esclusivamente maschili riescano più costruttivi, e inducano a rapportarsi a livelli più alti, rispetto a quelli misti. È una constatazione che nasce dall’esperienza di periodiche sedute conviviali. Ci siamo resi conto che ogniqualvolta sono state aperte alla presenza femminile il discorso non ha decollato, o ha volato comunque basso. Potendo tranquillamente escludere che ciò sia dipeso dalla “qualità” della presenza stessa, è da ritenere che abbiano avuto una funzione inibitoria nei confronti di tutto il gruppo i legami affettivi esistenti tra alcuni dei suoi componenti: ma probabilmente c’è qualcosa di più, qualcosa che non ha a che vedere con la contingenza specifica delle relazioni. Ed è infatti su questa tesi che conveniamo.

L’ipotesi è che esista un livello di solidarietà e di sintonia attingibile solo in sistemi relazionali unisessuali: e che ciò accada perché all’interno di tali sistemi ciascuno dei soggetti risulta più libero. Nessuno infatti, in una situazione almeno teoricamente paritaria, è indotto a farsi carico di un supplemento di responsabilizzazione, come invece automaticamente accade quando il rapporto coinvolge persone dell’altro sesso (e questo vale sia quando esista un coinvolgimento affettivo vero e proprio, sia a livello di semplice amicizia intersessuale). Sappiamo benissimo che si tratta di una generalizzazione, e che spesso la dinamica del rapporto si inverte. Sappiamo anche che questo atteggiamento nasce da un equivoco di fondo, da una presunzione di superiorità maschile e dal conseguente ruolo protettivo del quale il maschio si sente investito. Sappiamo tutto. Sta di fatto, però, che questo retaggio storico, a dispetto di ogni liberazione ed emancipazione, è divenuto un dato psicologico consolidato: e lo è, checché se ne dica, per entrambe le parti. Inoltre è abbastanza naturale che in situazioni di sodalizio intersessuale si creino complicazioni, intrecci, vincoli binari. Se la sintonia con un sodale di sesso opposto è perfetta, questa percezione si traduce prima o poi in un sentimento affettivo, che pur non sfociando necessariamente in un legame innesca la stessa dinamica. Diciamo dunque che in un sistema unisessuale ciascuno è più libero perché deve pensare solo a sé, e che ciò, paradossalmente, invece di creare sistemi difensivi, quali insorgono a salvaguardia dei rapporti di coppia, e tradursi in esasperato egoismo, ingenera una forma superiore di altruismo.

Sono considerazioni banali, ma sono anche le uniche che ci consentono di spiegare da un lato la nostra sensazione di partenza, dall’altro la tendenza ricorrente, che non possiamo fare a meno di riscontrare, soprattutto ai livelli culturali alti, alla costituzione di sodalizi ad orientamento decisamente misogino o alla scelta di legami intellettuali che potremmo definire “omofili”. Queste scelte possono nascere da situazioni obbligate (la difficoltà e la pericolosità implicite in una particolare esperienza, ad esempio le esplorazioni, le azioni militari, ecc…), ma più frequentemente rispondono al bisogno di una sintonia che è avvertita possibile solo là dove sono chiaramente definiti i reciproci spazi di libertà. È possibile anche che questi sodalizi assumano, in determinati casi, una connotazione omosessuale; ma ciò non invalida la verità dell’assunto. Infatti in situazioni del genere l’automatismo della responsabilizzazione aggiuntiva si pone in termini diversi, e quando ciò non accada, quando prevalga cioè la componente omosessuale su quella omofila, si ricade nell’ambito della relazione intersessuale.

A questo punto (e abbiamo ormai guadagnato l’ultimo bastione della direttissima, salito il quale saremo in vista del rifugio) ci sembra opportuno definire meglio l’idea di “spazio di libertà” che abbiamo posto come discrimine tra le due situazioni. A me viene in mente che il modo stesso della nostra ascensione ne costituisce un esempio concreto. Siamo saliti ciascuno col proprio passo, senza preoccuparci dell’altro, e stiamo arrivando in vetta assieme. Gianni ritiene che sia troppo semplificatorio, e che se l’ascensione avesse comportato altri gradi di difficoltà, se per esempio avessimo dovuto arrampicare in cordata, avremmo necessariamente sincronizzato i ritmi. Piuttosto, aggiunge, proprio da quest’ultimo esempio si può trarre un’indicazione più consistente: in tal caso, infatti, la libertà di ciascuno sarebbe quella di esigere dall’altro un determinato comportamento, l’assunzione di eguali responsabilità. Il che, tradotto nelle situazioni da cui aveva preso l’avvio il discorso, significa potersi porre su un piano di eguaglianza che non è riducibile a quella dei diritti, sacrosanta, o delle potenzialità, discutibile o quantomeno ambigua, ma investe le modalità del sentire, l’ottica con la quale si guarda al mondo e al significato della vita. La libertà insomma di parlare la propria lingua e scegliere come interlocutori solo coloro che la capiscono, senza il bisogno di quella traduzione al femminile che, a dispetto di tutta la buona volontà da una parte e dall’altra, finisce comunque per stravolgere o impoverire il significato originario.

E siamo in vetta. Termina la salita, si esaurisce anche il discorso. Di qui si può guardare ora solo in giro, o in basso. Ci accorgiamo, e ce lo diciamo l’un l’altro, contemporaneamente, che una presenza femminile, ora, non ci peserebbe poi più di tanto.

 

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Nostalgie di pietra

di Stefano Gandolfi, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Quel pomeriggio a Lisbona pioveva. Una pioggellina fine, stupida, che dopo pochi minuti lasciava intrisi di umidità e di pensieri. Tutto, a quell’ora, sembrava confluire a Praça do Comercio: la pioggia che cadeva sulla città, dall’Alfama e dal Barrio Alto, e tutti i pendolari che correvano per abbandonare il centro e ripopolare i paesini sull’altra sponda del Tejo. Nessuno aveva un valido motivo per fermarsi un attimo in più, neppure a Lisbona, e i traghetti infaticabili continuavano ad ingoiare persone e a risputarle dall’altra parte del fiume.

Da quale ufficio, da quale ministero provenivano tutti quegli spiriti inquieti che non avevano tempo per guardarmi e che dopo pochi minuti svanivano nella nebbia del Mar de Palla?

Cosa pensavano quando, quasi per sfida, fantasma tra i fantasmi, fendevo controcorrente la loro corsa per cercare riparo sotto i portici?

Eravamo a Lisbona solo da poche ore e già capivo, impotente, che quella città amplificava i miei sentimenti e me li ritrasmetteva, con un colpo basso, quasi con malignità, come se mi dicesse: ‘cosa sei venuto a fare qui, a spiarci, a vedere se davvero siamo tristi come dicono i tuoi libri ed i tuoi films?’

Pioveva, ovviamente, quel pomeriggio, ed ovviamente non ho potuto vedere il sole tramontare dietro il ponte 25 Abril, quel tramonto che sognavo di vedere fin dall’inizio del viaggio: ma il sole era rimasto in Andalusia, ad illuminare il sorriso delle ragazze di Siviglia ed a scaldare le candide case dei Pueblos Blancos.

Cos’ero venuto a fare, allora, a Lisbona, a scoprire quell’ansia e quell’inquietudine che forse bruciavano già dentro di me? Avevo fatto tremila chilometri per specchiarmi nelle acque fangose del Tejo, per scoprire infine che questa città ti ammalia, ti imprigiona e allo stesso tempo ti fa tornare la voglia di fuggire, di partire di nuovo e di lasciarti alle spalle il lamento silenzioso della folla di fantasmi col loro carico secolare di saudade e di domande impronunciabili.

Mi aggiravo dunque in Praça do Comercio, davanti all’estuario del Tejo, dove il fiume, ancora lontano dall’oceano, si allarga, quasi impaziente di diventare mare, e improvvisamente mi accorsi di quell’uomo seduto su un muretto di pietra dei vecchi mori, immobile da chissà quanto tempo e chissà per quanto tempo ancora; era seduto composto, con le mani raccolte tra le gambe, solo apparentemente imprigionato nel suo involucro corporeo e nel suo abito, modesto ma di estrema dignità. Portava gli occhiali, ma il suo sguardo andava ben oltre il Mar de Palla e il ponte 25 Abril, ben al di là dell’oceano, delle Americhe e delle terre lontane d’oriente: il suo sguardo andava oltre i limiti del tempo e dello spazio, perché scrutava dentro di sé, cercando risposte che nessuno poteva dargli.

Rimasi a lungo a fissarlo, poi mi allontanai un poco e con pudore, quasi con vergogna, lo fotografai, per essere sicuro che non fosse anche lui un fantasma: ma immediatamente compresi che egli era lì da sempre, dall’inizio del mio viaggio, che mi aspettava, e finalmente ero arrivato: e compresi, ancora, che di fronte a me c’era Fernando Pessoa che mi ripeteva, da sempre: “Ogni molo è una nostalgia di pietra”.

 

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Non di solo pulp (1)

di Marcello Furiani, da Sottotiro review n. 7, settembre 1997

Abbiamo prima accennato a diverse possibilità della letteratura nel rispondere ad esigenze profonde di trasformazione. I racconti di Alessandro Milanese che seguono indicano il tentativo di interloquire con il proprio presente, le sensibilità, le tendenze e anche le mode correnti contemporanee misurandosi, magari inconsapevolmente, con l’ingombrante memoria della letteratura e sfuggendo ad ogni subordinazione espressiva e ideologica. Il linguaggio di questi racconti, proponendo la bellezza e insieme il malumore di una provincia archetipica, rivendica lo spazio e il ruolo specifico della scrittura, recuperando la tradizione del romanzo di formazione in un confronto con i tempi, i miti, i sentimenti e gli stereotipi di una cultura giovanile, dove convivono rapporti difficili da capire, amori più o meno infelici, relazioni più o meno distanti con gli adulti e un irrisolto riconoscimento con il mondo e con la sua illusoria compiutezza.

 

L’inserzione

Di che gruppo era il cantante Morrissey.

Gli Smiths.

Bravo.

La voce femminile dall’altra parte del filo sembrava stupita per l’ennesima risposta giusta, promise di farmi chiamare al più presto per comunicarmi l’esito.

.La sera stessa mi telefonarono e mi fissarono un appuntamento per la mattina seguente alle dieci. Quelle a cui avevo appena risposto erano una decina di domande di un questionario per essere assunti come magazziniere in un ingrosso di dischi. Era stata mia madre a notare l’inserzione su un giornale locale.

“CERCASI ESPERTO DI MUSICA POP-ROCK”

Io esperto non potevo esserlo di sicuro, visto che non avevo mai lavorato in vita mia, ma le centinaia di dischi che avevo a casa, frutto di creste colossali sulla spesa dei miei dovevano ben servire a qualcosa

Durante la notte non chiusi occhio pensando a quello che significava per me un vero lavoro: tutto sarebbe cambiato all’improvviso.

Al mattino feci una lunga doccia, misi la meno brutta delle mie camicie, un paio di Levi’s, le Clarks, e piangendo raggiunsi quello che sarebbe diventato il mio posto di lavoro.

 

Domenica mattina

Quella stupida lucidapavimenti faceva più rumore del solito, la donna alla guida aveva un camice rosso e la faccia di una persona che avrebbe preferito la miniera a quel corridoio d’ospedale, la domenica mattina.

Io mi trascinavo a stento fra quei muri bianchi e l’odore di cloroformio.

Dentro l’ascensore fissavo con insistenza i miei occhi azzurri circondati dal viola riflessi nel vetro.

Non avevo dormito molto negli ultimi giorni, un po’ per il cambio di stagione e un po’ per tutti quei problemi che la primavera si porta dietro ogni anno. Dovevo salire all’ottavo e ultimo piano in medicina 2, era quello il reparto in cui mio nonno trascorreva le sue giornate da più di due mesi.

Dopo aver dato l’ultima rapida occhiata alla mia faccia uscii dall’ascensore incamminandomi nel reparto.

Due infermiere parlavano ad alta voce della questione albanese:

-Dovrebbero affondarli tutti. Disse una.

-Non dirlo a me, ho paura persino ad uscire di casa. Rispose l’altra.

Pensai che anche il più scellerato di Albanese si sarebbe guardato bene dal toccare quella specie di cassapanca parlante, ma era domenica mattina e non avevo alcuna voglia di fare delle discussioni inutili.

Arrivato in camera trovai mio nonno disteso sul letto e mia nonna accanto.

Lanciavano urla in dialetto monferrino, sembravano inviperiti.

-Ciao nonno.

-Ah ciao.

-Ma perché siete sempre dietro a litigare?

-Ma, sai com’è, passa il tempo più in fretta se facciamo qualcosa.

.Sorridendo mi avvicinai alla finestra.

A qualche centinaio di metri la città viveva la sua giornata.

Nel parco, proprio davanti all’ospedale, c’erano cani che rincorrevano bastoni lanciati da padroni, giovani in bici con anziani che leggevano.

Erano tutti così lontani da quella stanza di Medicina 2 all’ottavo piano.

Erano tutti così lontani da me, che appoggiato al marmo del termosifone li guardavo mentre vivevano la loro vita.

accompagnata da un’ironia consapevole diventa compiacimento, esibizione, spettacolarizzazione – ingenua e fragile a dire il vero – circa un sottoprodotto per nulla sconvolgente della ferocia e dell’atrocità gratuite del tempo che intende descrivere.

 

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