Introduzione a “Intellettuali e potere in Russia”

di Paolo Repetto, 21 dicembre 2014

È nato tutto da un ritrovamento. Come per i “I Promessi Sposi” o per il “Manoscritto di Saragozza”. In questo caso però di tratta di un ritrovamento reale, e di un dattiloscritto. Sono una trentina di fogli sbucati fuori durante il vano tentativo di mettere ordine tra stipi e cassetti, in un’appendice periferica del mio studio. Il testo è stato battuto con una Lettera 22 circa quarant’anni fa, ed è la bozza di una introduzione alla raccolta di articoli di Maxim Gorkij che avevo tradotto dal francese per le edizioni Jaka Book, poi pubblicata col titolo “Pensieri intempestivi”; senza il saggio introduttivo, però, che non poté essere inserito per i miei continui ripensamenti.

Andò così. L’editore voleva qualche cenno al rapporto storico tra gli intellettuali e il potere in Russia, un sorta di riassunto delle puntate precedenti che rendesse più comprensibile la faccenda: io avevo altre ambizioni, ma non le necessarie competenze, e finii giustamente per arenarmi. Nessuna censura. All’epoca la Jaka Book si presentava già come un ridotto della cultura cattolica in un territorio tutto dominato dalla sinistra, ma non era ancora stata egemonizzata da “Comunione e Liberazione”, e sia pure in una sua ottica strumentale (tutto ciò che non coincideva col pensiero dominante faceva aggio) era aperta a contributi di pensiero libertario che non trovavano spazio altrove: ad esempio, al pensiero anarchico o agli eretici della sinistra.

Torniamo però al dattiloscritto. Ero convinto da un pezzo che della mancata introduzione non esistesse più traccia, come per tanti altri lavori lasciati incompiuti in quegli anni. Invece eccola li, sia pure in una versione tutt’altro che definitiva. I fogli sono sottilissimi, leggermente ingialliti, pieni di correzioni a matita e di cancellature: interi paragrafi sono rimandati con frecce e asterischi a punti diversi della trattazione, altri sono cassati con righe diagonali, non troppo marcate. Mi è sempre costato tagliare qualcosa. Il dattiloscritto si interrompe a pagina trenta: credo ne contasse altre tre o quattro.

Alla prima rilettura ho convenuto che in fondo quarant’anni fa la storia della cultura russa e quella del marxismo non si erano perse granché, e che il non consentire a pubblicare quel pezzo era stata da parte mia l’unica possibile dimostrazione di intelligenza. Poi, però, da buon contadino che non butta nulla, ho deciso di trascriverlo comunque sul computer; non certo per riciclarlo, solo per rispetto, o per nostalgia, o comunque per non perderlo un’altra volta. Naturalmente, mentre lo trascrivevo non ho potuto evitare di risistemare un po’ i periodi, di essere incuriosito da particolari dei quali avevo perso ogni memoria o da qualche spunto non del tutto banale; di maturarci sopra insomma una riflessione più generale. Così, poco alla volta mi ha preso la mano. Tanto da indurmi adesso a inserirlo integralmente in un discorso che da quel testo prende le mosse, ma viaggia poi in una direzione totalmente diversa.

La versione che propongo è quella originale. Non ho tagliato né aggiunto nulla, se non qualche riga finale per arrivare ad una parvenza di conclusione: ho preferito invece introdurre alcune note, anziché intervenire direttamente sul testo, perché mi sono reso conto che a distanza di poche decine di anni la vicenda sarebbe risultata quasi incomprensibile. All’epoca della stesura la conoscenza di Radiščev e di Michailovskij, per non parlare di quella di Alexander Herzen, poteva essere data per scontata (magari ero solo io a considerarla tale). Oggi dubito che possa esserlo ancora: e comunque, non sarà certo questo recupero a ravvivarla.

Ma di che tipo di conoscenza si trattava? Questo mi sembra più interessante, e appunto su questo ho cominciato a riflettere; intanto, sul perché si fosse scelto di tradurre quel testo (non credo di averlo proposto io); poi perché avessi concepito quel tipo di introduzione; e infine perché dopo averci lavorato per un po’ avessi deciso di non farne nulla.

Le risposte che mi sono dato sono contenute nella seconda parte di questo scritto, quella nata come postilla al testo ritrovato. Nel frattempo però la testa ha continuato a lavorare per conto suo, nel disordine solito e nell’incapacità di selezionare gli spunti e di rinunciare a qualcosa. E così, la rivisitazione della biografia di Gorkij mi ha fatto intravvedere le molte similitudini e le profonde differenze rispetto a quelle di due scrittori suoi contemporanei, nati in altre parti del mondo, egualmente famosi nello stesso periodo e protagonisti di vicende umane e spirituali altrettanto complesse. E di seguito, il confronto tra le biografie e i destini ha mosso una serie di considerazioni più generali sul ruolo dell’intellettuale e sui suoi rapporti col potere, indipendentemente dalle vesti che il potere assume. Queste considerazioni costituiscono la terza parte.

Su queste riflessioni, sulla distanza rispetto agli interessi e alle posizioni espresse nella mancata introduzione, pesano evidentemente sia il tempo soggettivamente vissuto che quello oggettivamente trascorso (la differenza non sta soltanto nella durata di riferimento). Spero solo che la somma di tanti pesi non renda il tutto illeggibile.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Intellettuali e potere nella Russia di Lenin

di Paolo Repetto, 21 dicembre 2014

Tutto questo si compie in nome del proletariato e della rivoluzione sociale, e segna il trionfo dei nostri costumi bestiali, il sopravvento di quella barbarie asiatica che ci imputridisce internamente …

Maxim Gorkij ci va giù pesante. Scrive queste righe nel dicembre 1917, a poche settimane dall’assalto al Palazzo d’Inverno, sulle colonne del quotidiano Novaja Žizn’[1]. La situazione che si è creata in Russia dopo la vittoria dei bolscevichi non gli piace affatto. È sorpreso e indispettito, perché deve riconoscere che le valutazioni “tattiche” che più volte ha opposte all’avventurismo leninista si stanno rivelando clamorosamente errate, ma soprattutto perché ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un esito intravisto e temuto da tempo, che tuttavia ha colto i democratici russi assolutamente impreparati[2].

Tre mesi dopo la sorpresa ha già lasciato il posto alla desolazione: “La nostra rivoluzione ha dato libero sfogo a tutti gli istinti malvagi e selvaggi che si erano accumulati sotto la cappa di piombo della monarchia, e nello stesso tempo ha distrutto tutte le forze intellettuali della democrazia, tutte le energie morali del paese … è un simbolo, è veramente un’assurdità russa e, senza raccontarci storie, è vera e propria stupidità”.(16 marzo 1918)

La rivoluzione d’Ottobre ha in effetti scompigliato le carte del dibattito sulla “gestione della crisi”; ha posto gli intellettuali russi di fronte ad una situazione non solo inedita, ma addirittura fino a quel momento mai seriamente contemplata, quella di un “proletariato” (o almeno, delle sue forme organizzate) che prende il potere. Il governo dei Commissari del Popolo si rivela un interlocutore molto più concreto (e temibile) rispetto ai governi di coalizione borghese che lo avevano preceduto, nei confronti del quale diventa problematica tanto l’adesione incondizionata quanto la critica radicale, e non rimangono vie di mezzo. L’intelligencija, populista prima e socialdemocratica dopo, si era in qualche modo assuefatta al contradditorio nei confronti dell’autocrazia, ma ora si trova improvvisamente scavalcata dalla nuova realtà: una realtà della quale non riesce a cogliere i contorni, se non nei termini di una regressione autoritaria. “Vladimir Lenin introduce il socialismo in Russia col metodo di Necaev … costringendo il proletariato ad accettare la soppressione della libertà di stampa, Lenin e i suoi accoliti hanno reso perfettamente lecito il diritto, per i nemici della democrazia, di imbavagliare questa stessa democrazia. minacciando con la fame e con i pogrom tutti coloro che non sono d’accordo con il loro dispotismo, il tandem Lenin–Trockij legittima il dispotismo del potere contro cui le migliori forze del nostro paese hanno condotto una lotta così lunga e dolorosa”.

L’atteggiamento di Gorkij rispecchia dunque questo sconcerto, e ci offre paradossalmente una esemplificazione di quello sfasamento dell’intelligencija che lo scrittore stesso aveva più volte denunciato in passato. Gorkij interpreta gli avvenimenti recenti come un tentativo di forzare il naturale sviluppo storico della rivoluzione: nel farlo, parte da una valutazione pessimistica del potenziale qualitativo e quantitativo di “energia rivoluzionaria” presente in Russia, nonché della congiuntura internazionale, e si sofferma sugli aspetti antidemocratici che il tentativo leninista sembra comportare. In questo senso è più ortodossamente marxista di Lenin: ha anzi la convinzione (e lo ribadisce a più riprese sulla Novaja Žizn’) che l’esperimento in atto sulla pelle del proletariato sia destinato ad un tragico epilogo, e che aprirà la strada ad una nuova ondata controrivoluzionaria, sul tipo di quella seguita alla rivoluzione del 1905. “Lenin […] si stima in diritto di fare, col popolo russo, un esperimento crudele, votato in anticipo all’insuccesso […]. Egli non conosce le masse popolari; non ha mai vissuto col popolo, ma ha imparato, sui libri, come muovere le masse, soprattutto come eccitare furiosamente gli istinti delle folle”.

Non esiste ancora a suo parere in Russia un proletariato industriale in grado di assumersi in prima persona la responsabilità di gestire il potere (e qui concorda con Lenin, il quale però proprio per questo motivo ritiene che la gestione debba essere affidata alle “avanguardie” coscienti, in altre parole al partito). Meno che mai possono essere considerate affidabili le organizzazioni contadine.[3] Ciò comporta lo snaturamento della rivoluzione stessa, che perdendo il suo carattere essenziale di “rigenerazione culturale” rischia di risolversi in una carneficina “barbarica”, in un passaggio di poteri di tipo asiatico. «I signori commissari del popolo non capiscono assolutamente che quando lanciano gli slogan della rivoluzione “sociale” il popolo, spossato moralmente e fisicamente, traduce questi slogan nel suo linguaggio con le brevi parole: “Saccheggia, ruba, distruggi …”».

In questa situazione la minaccia controrivoluzionaria arriva per Gorkij da due fronti apparentemente antitetici: da un lato dalla retriva autocrazia zarista, che non sarà più presente come antagonista concreto, ma è ancora estremamente vitale ed operante nelle conseguenze fisiche e morali lasciate da secoli di repressione, di corruzione e di ignoranza coatta imposta al popolo; dall’altro è incarnata dal popolo stesso, nella sua stragrande componente contadina e sottoproletaria, che della natura asiatica conserva intatte le stigmate di bestialità e di pigra incapacità. “Sono stati i contadini a soffocare la Comune di Parigi: ecco ciò che occorre ricordare all’operaio …” (22 marzo 1918) In mezzo, nelle pieghe del gioco politico, ci sono anche coloro che Gorkij definisce “l’uomo a terra che alza la testa e che striscia silenzioso alle spalle”, i membri del partito Cadetto e la borghesia antidemocratica. “Sono persone intelligenti i Cadetti, non soltanto stanno attenti a non criticare troppo vivacemente l’operato del potere dei Soviet, ma danno addirittura prova di compiacenza nei suoi confronti. Sanno che il ‘comunismo’ dei Soviet compromette sempre più non soltanto le idee della socialdemocrazia, ma più in generale le speranze della democrazia radicale”.

A queste minacce è possibile opporre, secondo Gorkij, soltanto una operazione di risanamento a lungo termine, che preveda una diffusione intensiva e capillare della cultura, stimoli efficaci alla crescita industriale del paese e una realizzazione sempre più concreta delle libertà e del sistema democratico. Tradotto in spiccioli, significa: andiamoci piano.

Gorkij non crede nel miracolo di una transizione subitanea dal più retrivo dei sistemi autocratici alla realizzazione del socialismo; non si può, a suo giudizio, saltare a piè pari la fase dello sviluppo capitalistico avanzato, quindi la creazione di quelle particolari condizioni economiche che determinano a loro volta la nascita e lo sviluppo di una “cultura proletaria”. “Ho detto e ripetuto più di una volta che l’industria è uno dei fondamenti della cultura, che la riuscita dell’industria condiziona strettamente la salvezza del nostro paese, la sua europeizzazione, che l’operaio della fabbrica e dell’officina non rappresenta solo una forza fisica, non è un semplice esecutore, ma è anche una forza morale, un individuo capace di mettere in opera la sua volontà e la sua intelligenza. Egli è meno vincolato alle forze elementari della natura di quanto lo sia il contadino, il cui pesante lavoro passa inosservato e non lascia traccia …” (10 dicembre 1918).

Interpreta il marxismo e le leggi dello sviluppo sociale in chiave positivistica, mescolando gli influssi del “marxismo legale”[4], dell’ortodossia plechanoviana[5] e delle correnti più decisamente occidentalizzanti del pensiero riformistico russo dell’800. Si spinge anche oltre, sino a vaticinare l’avvento di una “religione positiva” marxista, fondata sulla crescita e sull’affermazione di un nuovo “sentimento” sociale, sulla fede nella scienza e nell’attività, sull’abbandono del “romanticismo soggettivo” in favore del “romanticismo collettivistico”. “Siamo arrivati al momento in cui il nostro popolo deve lavarsi, sbarazzarsi del fango della vita quotidiana accumulato nei secoli, schiacciare la sua pigrizia slava, rivedere tutte le sue abitudini e i suoi usi […]” (24 dicembre 1917).

Quella che per un certo periodo è stata da Gorkij stesso chiamata “la costruzione di Dio”[6] si presenta quindi come un’opera immane, nei tempi, nelle proporzioni e nelle ambizioni: suppone la fiducia più completa nelle potenzialità della mente umana e nel loro attuarsi, tradursi in tecniche, ma implica nel contempo un progetto a scadenza tutt’altro che ravvicinata, la paziente educazione del proletariato all’unanimità delle pulsioni e dei fini. Fino a quando questa condizione non si sarà realizzata, e proprio per consentire che si realizzi, è necessario un approccio realistico alla situazione. “Occorrono dei capi che non abbiano paura di dire in faccia la verità. Occorre essere severi ed impietosi non solo con il nemico, ma anche con gli amici. È detto nella Bibbia: “Rimprovera il saggio, e ti amerà” (6 maggio 1917).

Gorkij prospetta quindi una graduale “presa di coscienza proletaria”, l’instaurazione di un rapporto simbiotico tra proletariato e borghesia industriale che conduca al progressivo smantellamento della struttura di classe: e tramite di questo incontro deve appunto farsi l’intelligencija, alla quale è finalmente data l’opportunità, nelle condizioni create dalla rivoluzione di febbraio, di scendere dalle nuvole e di recitare un ruolo attivo nella ricostruzione della nazione. Dove per “intelligencija” si deve intendere qualcosa di radicalmente nuovo rispetto a quella che ne era l’identità ottocentesca, mentre il giudizio rimane critico, esattamente come per quella. “Il proletariato, nella sua massa, non è che una forza fisica, nulla più: esattamente come i contadini. Ben diversamente le cose stanno per l’intelligencija operaia e contadina, storicamente giovane: essa è senz’altro una forza attiva sul piano spirituale, e, come tale, oggi è staccata dalla massa, isolata in mezzo ad essa così come è isolata e staccata da tutta la massa dei lavoratori la nostra vecchia intelligencija abituata all’ergastolo…” (30 giugno 1918).

Il rimprovero per l’astrazione, o peggio ancora, per il “tradimento” degli ideali socialisti operato a parere di Gorkij dalla classe intellettuale russa, è ricorrente sulle colonne di Novaja Žizn’. Il suo rapporto con l’intelligencija è caratterizzato da una sorta di amore-odio, ed in esso si mescolano la delusione per il ruolo da questa ricoperto nel passato e la speranza in una riabilitazione futura. Gli intellettuali ottocenteschi hanno peccato, secondo Gorkij, di un egoismo cieco e individualistico, ed hanno piegato alle sterili ragioni della propria sopravvivenza parassitaria le successive ideologie libertarie, comprese quelle socialiste. D’altro canto, non ci si poteva attendere un atteggiamento diverso da una classe intellettuale priva di radici nel terreno dello sviluppo sociale concreto e completamente estranea alla realtà dell’unica forza progressista, quella proletaria. Le utopie “infantili e perniciose” che individuavano nel mondo contadino russo e nella sua primordiale ed incontaminata predisposizione collettivistica una via originale del socialismo russo non sono semplicemente frutto di un romanticismo ignorante, ma celano spesso la malafede. “Dirò sinceramente che coloro che parlano troppo del loro amore per il popolo mi sono sempre parsi loschi e sospetti. Io mi chiedo – e chiedo loro – chi amino veramente: questi contadini che hanno scolato tanta vodka da ridursi a bestie feroci e che prendono a calci nel ventre le loro mogli incinte? Quei contadini che svendono milioni di libbre di grano per comprare dell’acquavite, e lasciano morire di fame i loro cari? che sotterrano decine di migliaia di libbre di grano e le lasciano marcire senza darne a coloro che hanno fame? Quei contadini che arrivano a sotterrarsi l’un l’altro? quelli che organizzano dei cruenti linciaggi nelle strade e quelli che si compiacciono dello spettacolo di un uomo battuto a morte o annegato nel fiume? […] sono persuaso che non è normale amare il popolo così com’è, non più dell’accusarlo di essere come è, e non diverso” (29 maggio1917).

E ancora: “É a partire da questo materiale, da questa popolazione contadina ignorante ed inetta, che i sognatori e i letterati vogliono creare uno stato socialista nuovo, nuovo non solamente nelle forme, ma nella natura, nello spirito […]”(22 marzo 1918).

Solo la crescita del proletariato e l’affermazione di una cultura proletaria espressione diretta delle sue istanze, che si sta concretizzando finalmente nella nascita di una intelligencija operaia (Gorkij la chiama tecnica), ha fatto giustizia delle speculazioni giocate sul sentimento democratico e libertario della nazione russa. A “questa” intelligencija Gorkij si rivolge, perché diffonda il nuovo verbo rivoluzionario. “Un’aristocrazia in seno alla democrazia: ecco esattamente quello che deve essere il ruolo del movimento operaio nel nostro paese di mužik, ecco ciò che l’operaio deve avere la coscienza di incarnare” (10 dicembre 1918).

Insomma, la politica bolscevica, caratterizzata almeno inizialmente dall’apertura e dall’alleanza con le forze contadine, dall’inadempienza nei confronti dei risultati elettorali per la Costituente, dalla repressione e dall’intimidimento dell’imprenditoria industriale borghese, e infine da una marcata diffidenza e ostilità nei confronti dell’intelligencija scientifica, tecnica e letteraria, risulta nettamente antitetica alle speranze di Gorkij.[7] Di qui la polemica che ostinatamente lo scrittore porta avanti sulle pagine del suo giornale, e che lo pone in contraddizione con Lenin. Bisogna dare atto a Gorkij che, indipendentemente da come evolverà successivamente il suo atteggiamento, questa polemica la affronta con coraggio e con coerenza, avendo ben chiari i rischi che l’involuzione autoritaria comporta; e che chiarisce da subito la sua posizione. “Mi sento da tempo cittadino di un paese popolato per lo più di chiacchieroni e di sfaccendati, e tutto il tempo della mia vita non ha altro scopo che risvegliare in ciascuno dei miei compatrioti la capacità di agire. Da diciassette anni mi considero un socialdemocratico: per quelle che erano le mie possibilità ho servito i grandi progetti di questo partito senza però rifiutare il n mio aiuto agli altri, senza disdegnare alcuna azione che avesse un rapporto con la vita. Coloro che si fossilizzano sotto il peso della fede che professano non hanno mai avuto la mia simpatia. Posso in teoria ammirare la loro austera fermezza, ma non posso certamente amarli. Dirò di più: da qualunque parte io stia, mi sento un eretico” (n.6, 25 aprile 17).

La polemica antibolscevica presente negli articoli qui raccolti non si limita a porre in discussione le modalità di attuazione del cammino rivoluzionario, ma ne coinvolge le scelte di fondo. Le divergenze interessano tanto la prassi immediata che i fini ultimi del movimento, anche se l’itinerario individuato per arrivare alla meta può apparire in linea di massima lo stesso. Sia Gorkij che Lenin sono infatti profondamente convinti della necessità di forzare in Russia lo sviluppo del modo di produzione occidentale: a loro avviso solo esso può creare le condizioni per la presa e il mantenimento del potere da parte del proletariato, nonché l’accesso ad un livello superiore di sopravvivenza, al di sotto del quale un rinnovamento della società è impensabile. Ma questo rinnovamento, e implicitamente il processo che al rinnovamento deve condurre, non sono interpretati allo stesso modo.

Questo è il nodo dello scontro. “La natura del processo di crescita sociale non si riduce unicamente al fenomeno di lotta di classe, di lotta politica basata su di un rozzo egoismo degli istinti: a fianco di questa lotta inevitabile si sviluppa sempre più una forma di lotta per una esistenza diversa, superiore, la lotta dell’uomo contro la natura, e solo in questa l’uomo svilupperà fino alla perfezione le sue forze spirituali”. scrive Gorkij su Novaja Žizn’ il 30 aprile 1918, ribadendo un concetto che è presente in forma più o meno esplicita in ciascuno dei suoi articoli.

Lenin bada invece piuttosto al lato pratico: “Organizziamo la grande industria partendo da ciò che il capitalismo ha già creato: organizziamola noi stessi … Questo inizio, fondato sulla base della grande produzione, porta da se stesso alla graduale “estinzione” di ogni burocrazia, alla graduale instaurazione di un ordine – ordine senza virgolette, ordine diverso dalla schiavitù salariata – in cui le funzioni, sempre più semplificate, saranno adempiute a turno da tutti” (Stato e Rivoluzione). La rivoluzione ha il compito di accelerare questa crescita, ostacolata per il passato dai calcoli politici del regime e dalla elefantiasi della struttura burocratica: “Il capitalismo semplifica i modi di amministrazione dello stato, permette si eliminare le gerarchie e di ridurre tutto ad una organizzazione dei proletari in quanto classe dominante) che assume, in nome di tutta la società, ‘operai, sorveglianti e contabili” (ibidem). Dice come ha da essere la rivoluzione, non come deve trasformarsi il rivoluzionario.

Il motivo del dissenso è dunque, prima ancora che nell’obiettivo politico, nell’esito, o forse meglio nel presupposto, culturale. Per Gorkij non è concepibile una rivoluzione socialista o proletaria che preceda la creazione di un proletariato cosciente. In questo senso lo sviluppo del capitalismo, nella sua forma del liberalismo democratico borghese, è condizione necessaria. Si cercherà già in partenza di ovviare a qualcuno dei suoi inconvenienti più gravi, ma non è possibile prescindere dalla crescita di una classe imprenditoriale che incentivi e sia incentivata alla creatività tecnica, che arrivi finalmente a comprendere il valore della ricerca scientifica applicata e di tutta la scienza positiva. Solo in questo contesto economico la cultura è destinata a diventare la base stessa della continuità e della crescita produttiva, dando vita ad una intelligencija tecnica in grado di passare dal ruolo puramente esecutivo a quello direttivo.

Il momento realmente rivoluzionario, nel senso correntemente attribuito al termine, slitta praticamente ad uno stadio successivo alla conquista del potere da parte del proletariato: e non è più la rivoluzione contro la classe borghese, la quale appare piuttosto destinata ad una estinzione indolore, o meglio ancora ad essere gradualmente assorbita nella crescita del nuovo proletariato. Si tratta invece dell’attacco a fondo portato all’asianesimo rurale, all’individualismo indolente e reazionario delle campagne: e il linguaggio e la particolare disposizione di Gorkij lasciano aperti molti interrogativi sull’interpretazione più o meno coercitiva da attribuire al termine. È da credersi comunque che Gorkij si attendesse una ostinata resistenza da parte delle campagne, e che a questo riguardo fosse disponibile ad un intervento di coazione da parte dello stato rivoluzionario.

In sostanza, la “costruzione di Dio” non è per lo scrittore soltanto il disegno ultimo della rivoluzione, da perseguirsi una volta al potere, ma è insita nella rivoluzione stessa, ne è la base e la condizione: è la realizzazione di un modello nuovo di umanità, assimilabile al divino per la certezza nel valore delle proprie conoscenze e per la fiducia illimitata nella propria ragione. “Gli uomini debbono mettersi d’accordo per lottare contro la natura, onde impadronirsi delle sue ricchezze e sottomettere ai loro interessi le sue forze” (30 maggio 17).

Come abbiamo già visto, la valutazione di Lenin sul destino industriale della Russia è abbastanza simile a quella di Gorkij. Ma Lenin non condivide l’entusiasmo dello scrittore per le forme specificamente borghesi dello sviluppo: concetti come quello di incentivazione all’imprenditoria, di educazione tecnica e scientifica, di missione rigeneratrice dell’intelligencija, mantengono per lui un valore puramente strumentale e transitorio, rimanendo vincolati ad una situazione e ad una struttura che nascono già condannate. Anziché all’aspetto morale, Lenin bada prima di tutto a quello politico della rivoluzione, e ne fa un problema di pesi e contrappesi, di contingenze e di combinazioni esterne piuttosto che disposizione interna. Già partire dal 1902, dalla pubblicazione di “Che fare?”, ha rotto con il gradualismo socialdemocratico predicato da Plechanov, ed ha ipotizzato una transizione al socialismo che salti la fase dello sviluppo capitalistico compiuto. Sa che la classe operaia creata in Russia negli ultimi decenni dell’Ottocento dalla industrializzazione forzata, oltre che numericamente esigua, è ancora troppo giovane, priva di radici e di tradizione, per poter operare una piena presa di coscienza della propria condizione e delle proprie potenzialità rivoluzionarie, e quindi per darsi un’efficace organizzazione dal basso. L’unica alternativa sta per lui nella creazione di un partito fortemente centralizzato, con quadri addestrati a guidare, incanalare e frenare all’occorrenza lo spontaneismo delle masse proletarie. In questo progetto va anche intesa la sua progressiva rivalutazione del ruolo rivoluzionario dei contadini. Egli crede nei contadini come forza rivoluzionaria, anche se certamente non li considera depositari di modelli rivoluzionari. Sono una massa di manovra che non può essere trascurata.

Nei confronti di questa massa Gorkij manifesta invece come già abbiamo visto una vera e propria fobia: nelle campagne vive secondo lui “un contadiname ignorante e smidollato, mosso da un individualismo feroce, da proprietari”. Una rivoluzione che lo chiami ad un coinvolgimento attivo non potrà che liberarne gli istinti peggiori, e immancabilmente esso dichiarerà una guerra spietata alla classe operaia. Gorkij non nutre nemmeno fiducia nella possibilità di una sua “rieducazione”, se non nei termini brutali in cui sarà intesa dallo stalinismo.

E ancora: dalla diversa ottica, morale per l’uno, politica per l’altro, in cui la rivoluzione viene inquadrata, discende come abbiamo visto un’ulteriore divergenza, relativa all’atteggiamento nei confronti degli organismi democratici borghesi. Gorkij coglie essenzialmente il loro portato educativo: la democrazia parlamentare, sia pure nelle forme restrittive e mistificatorie del sistema capitalistico, è palestra di libertà, educa alla responsabilità individuale e sociale, al coraggio delle proprie opinioni ed al rispetto di quelle altrui: essa dà luogo ad una progressiva partecipazione delle masse al potere, proporzionale costantemente al livello della coscienza sociopolitica cui si sono elevate: soprattutto, offre all’intelligencija operaia e contadina l’opportunità di assolvere la propria missione preparatoria, lavorando il terreno sul quale dovrà germogliare la messe socialista.

Ben diversa è la posizione di Lenin: “Decidere una volta ogni qualche anno quale membro della classe dominante debba opprimere, schiacciare il popolo dal Parlamento: ecco la vera essenza del parlamentarismo borghese non solo nelle monarchie parlamentarti costituzionali, ma anche nelle repubbliche le più democratiche” (Stato e rivoluzione). L’eredità che lo interessa non riguarda affatto le forme rappresentative nelle quali si è strutturato il dominio del capitale. La necessità del passaggio attraverso lo sviluppo capitalistico è per lui puramente strumentale.

 

Anche su un altro aspetto, quello del ruolo dell’intellettuale nella rivoluzione, le posizioni dei due erano sembrate in un primo momento convergere. Tuttavia la convergenza era più apparente che reale, perché col tempo le differenze vengono alla luce, e sono connesse tanto alla funzione quanto al peso che attribuiscono al lavoro intellettuale. Il tema era stato affrontato oltre un decennio prima da Lenin, in un articolo (L’organizzazione del partito e la letteratura di partito) uscito proprio sulle pagine di Novaja Žizn’, al tempo in cui era edito come quotidiano ufficiale dei bolscevichi, nell’anno della prima rivoluzione russa (cfr. nota a pag. 5). In quel frangente si trattava di liquidare il fondatore del quotidiano stesso, il poeta Minskij, che in effetti venne estromesso dalla redazione, in quanto non “organico” al partito bolscevico. E il ruolo dell’accusa era ricoperto per l’occasione proprio da Gorkij, che nell’editoriale (Note sul filisteismo) dello stesso numero del quotidiano scriveva: “Cosa possono fare loro (gli intellettuali piccolo borghesi) nella battaglia della vita? Vediamo che fuggono con inquietudine e pavidità, rifugiandosi negli angoletti bui del misticismo o nei graziosi capanni dell’estetica costruiti in fretta con materiale rubacchiato: vagano tristi e disperati nei labirinti della metafisica e di nuovo tornano sugli stretti sentieri della religione ingombrati dall’immondizia di una secolare menzogna”. Stante il contesto, il riferimento andava chiaramente a Minskij, ma il giudizio coinvolgeva anche tutta quella parte del mondo intellettuale che non si era apertamente schierata contro l’autocrazia.

Nel suo articolo invece Lenin dettava delle regole più generali: “É fuori discussione che il lavoro letterario meno di ogni altro è passibile di un livellamento meccanico, del dominio della minoranza sulla minoranza. È fuori discussione che in questo campo è indispensabile assicurare la massima libertà all’iniziativa personale, alle tendenze individuali, la massima libertà del pensiero e della fantasia. […] Ognuno è libero di dire e di scrivere quello che crede senza la minima limitazione. Ma ogni libera associazione (il partito) è libera anche di espellere quei membri che si servono dell’etichetta del partito per la propaganda di concezioni contrarie al partito”. Col che la partita era già chiusa. Si andava dritti alla sostanza, senza ricorrere alla demolizione letteraria e morale utilizzata da Gorkij. “Ognuno è libero di dire e scrivere ciò che vuole, ma fuori di qui”.

Negli anni immediatamente successivi c’era stato l’avvicinamento di Gorkij ai “frazionisti”, ovvero a quella parte del gruppo dirigente bolscevico che subito dopo la rivoluzione del 1905, scottata dalla piega presa dagli avvenimenti, e più ancora dal disordine nel quale il movimento si era mosso, si proponeva di ripensare in profondità il senso e il verso da imprimere alla trasformazione. Si trattava di gruppi schierati su posizioni radicaleggianti e minoritarie, che sposavano l’idea di costruire una nuova società con le spinte ad un rinnovamento religioso diffuso all’epoca in tutta la cultura europea. In seno alla cultura russa questi fermenti venivano genericamente qualificati come “ricerca di Dio” e nell’entourage di Gorkij ne erano rappresentate le punte più significative. Ma la cerchia gravitante attorno allo scrittore era decisamente composita. Ne facevano infatti parte Bogdanov, propugnatore dell’empiriomonismo[8], gli otzovisti (richiamatori) come Ljadov, e i costruttori di Dio veri e propri, i bogostroiteli, raccolti attorno a Lunačarskij[9]. La loro tribuna era la rivista “Vpered”, che si trovò a polemizzare per il breve periodo della sua pubblicazione soprattutto con il “Proletarij”, organo della corrente bolscevica più ortodossa e soprattutto di Lenin. Gorkij aveva funzionato da collante tra questi diversi gruppi, che di fatto erano accomunati più dall’opposizione a Lenin che da sostanziali convergenze sulle finalità o sui metodi. Ne era stato anche il mecenate, ospitando a Capri, tra il 1906 e il 1909, nella propria residenza, un esperimento di “scuola di partito”. La cosa aveva infastidito parecchio Lenin, perché al di là delle divergenze ideologiche in gioco c’era in realtà la leadership del bolscevismo. Lo preoccupava soprattutto la presa di posizione di Gorkij, del quale aveva scarsissima considerazione sul piano politico, ma che ammirava su quello intellettuale e umano e che considerava prezioso per la causa, stante il suo prestigio letterario internazionale. Lenin, all’epoca in esilio in Svizzera, intervenne quindi un paio di volte direttamente a Capri, per contrastare quella che gli sembrava una palestra di deviazionismo, e nel 1909 oppose alle tesi di Bogdanov il suo “Marxismo ed Empiriocriticismo” (che peraltro a Gorkij non piacque affatto). Il saggio era concepito per demolire il prestigio dello stesso Bogdanov all’interno del partito, ma implicitamente stroncava anche le posizioni espresse da Gorkij in “Ispoved” (Confessione, 1908), romanzo nel quale lo scrittore così condensava la sua idea di una trascendenza sociale: “Dio è il buon popolo! L’innumerevole popolo del mondo! Ecco chi è Dio, il dio che compie i miracoli! Il buon popolo è immortale, io credo nel suo spirito, della sua forza faccio professione! È lui il principio della vita, il principio unico e indubitabile! È lui il padre di tutti gli dei, passati e futuri!” suscitando la reazione irritata non solo di Lenin, ma anche di Pleckhanov: “Come pubblicista Gorkij vale meno di niente”.

Nel periodo successivo l’esperienza dell’esilio italiano e i viaggi in Francia e negli Stati Uniti, dai quali peraltro era tornato disgustato, per aver incontrata una società “dominata dall’oro”, lo avevano portato comunque a mutare decisamente le sue opinioni: divenuto europeista convinto, aveva rivalutato il ruolo degli intellettuali e della cultura ‘borghesi’ e si stava facendo sempre più decisamente paladino della necessità di un progresso tecnico e di un riferimento alle istituzioni, ai metodi di lavoro e al modello di vita occidentali. E tuttavia, anche se la proposta del “marxismo mistico” come alternativa credibile al leninismo si rivelava sempre meno praticabile, Gorkij aveva continuato a cercare nella rivoluzione un significato eminentemente etico e religioso, nel senso di una religione dell’umanità, e non della divinità: ma alla sua concezione non erano del tutto estranei i valori spirituali tradizionali, e neppure certi aspetti ritualistici mutuati dalla liturgia e dal cerimoniale ortodosso, a dispetto dell’odio per i pope corrotti delle campagne. In fondo, a ben considerare, l’idealità della “costruzione di Dio”, materialisticamente declinata come rifiuto dell’individualismo, ma spinta sino alla negazione dei valori dell’individualità da un lato e al culto della personalità dall’altro, finirà poi per contrassegnare il “socialismo reale” degli anni trenta e quaranta.

Questa interpretazione evangelica o “cristiana” della rivoluzione fa si che Gorkij rifiuti il dogmatismo, l’autoritarismo, la gerarchizzazione dei poteri e la rigida disciplina ideologica, che potremmo definire tratti “cattolici”, di Lenin, ma nemmeno aderisca alla proposta “laica”, assolutamente antiautoritaria, collettivistica ed egualitaria di Bogdanov, scevra di ogni sacralità perché fondata su un rigoroso razionalismo, egualmente attenta e rispettosa per ogni attività, sia pratica che intellettuale, e fondata sulla partecipazione attiva di ciascuno. Gorkij in realtà pensa come Lenin, e come successivamente Stalin, ad un socialismo palingenetico, erede di tanti millenarismi, ma per la prima volta scientificamente fondato. Il problema è che all’atto della traduzione in pratica, il metodo scientifico si presta a interpretazioni diverse, e premia i più scaltri, i più cinici e i più organizzati.

Per questo, rientrato in Russia dopo anni di esilio, Gorkij si ritrova nell’autunno del 1917 a giocare un ruolo inverso. La fase convulsa della presa del potere dei bolscevichi pone problemi nuovi, oltre a cambiare la percezione e la prospettiva di quelli vecchi. Tutto ciò che prima stava a margine della teorizzazione politica, come potenziale effetto collaterale, ora irrompe prepotentemente a condizionare la sopravvivenza quotidiana. Sono derive che Gorkij giudica rovinose e alle quali cerca con i suoi interventi di fare argine. Vediamone alcune.

La prima, per riagganciarci subito a quanto sopra, riguarda proprio la possibilità di esprimere libere opinioni in un regime che bene o male si proclama socialista. Gorkij comincia col difendere la libertà altrui: “Io ritengo che imbavagliare il Rec e gli altri organi della stampa borghese per la semplice ragione che sono ostili alla democrazia sia un atto infamante per la democrazia” scrive il 12 novembre e ripete la denuncia il 1 maggio successivo, per la chiusura di altri giornali. Col Rec (Il Discorso) aveva cominciato a polemizzare da subito (25 aprile, e poi il 4 agosto), non appena Novaja Žizn’ aveva ripreso le pubblicazioni. Ma quando il quotidiano viene soppresso si schiera in suo favore, vuoi per sincero spirito democratico, vuoi forse ancora più perché intuisce che la prossima volta toccherà a lui. E infatti a partire dal dicembre gli attacchi portatigli della Pravda si infittiscono e diventano sempre più pesanti (dal n. 185 del 19 novembre al n. 127, 2 luglio 18). Altrettanto esplicita e decisa, del resto, è la reazione di Gorkij: «Mi hanno scritto: “Se criticate ancora il governo dei commissari del popolo, faremo interdire la Novaja Žizn’”. Ho risposto: “La Novaja Žizn’ continuerà a criticare il governo dei commissari del popolo come qualsiasi altro governo. Non abbiamo combattuto contro il dispotismo degli scrocconi e dei furfanti perché esso sia sostituito dal despotismo dei selvaggi della politica”» (18 gennaio 1918). E qualche mese più tardi: “Zinov’ev afferma che giudicando gli atti di crudeltà, di volgarità, ecc. commessi dal popolo io ’lecco i piedi ai borghesi’. L’espressione è volgare e manca di intelligenza, ma cos’altro ci si può aspettare da gente come Zinov’ev. Io non cesso di dire:

  1. a) che demagoghi come Zinov’ev corrompono gli operai
  2. b) che l’impudente demagogia del bolscevismo risveglia i bassi istinti delle masse e mette l’intelligencija operaia nella situazione tragica di essere straniera nel proprio ambiente
  3. c) e che la politica dei Soviet è una politica di tradimento nei confronti della classe operaia” (9 aprile 2018).

A metà luglio Novaja Žizn’ viene definitivamente zittito. L’“ognuno è libero di dire e scrivere ciò che vuole” viene applicato con la pesante estensione del “ma fuori di qui”, che non è più riferito al partito, ma all’intero paese.

 

Un secondo problema concerne la salvaguardia dei diritti più elementari dei dissidenti, quello alla vita e quello alla libertà. Già nei primi giorni dopo il colpo di mano bolscevico Gorkij denuncia l’arresto di Bernackij e di Konovalov (12 novembre) o di Cereteli (23 dicembre): col trascorrere dei mesi e i casi si moltiplicano, da quello dell’editore Sytin, (3 maggio) alla condanna di un semplice ragazzo diciassettenne a 17 anni di carcere per aver detto “io non riconosco il potere dei Soviet”, sino all’assassinio di Cingarev e Kokoskin (17 marzo). Come per la libertà della stampa, si batte indiscriminatamente per amici ed avversari: difende ad esempio a spada tratta V. L. Burcev, che fino a pochi mesi prima lo aveva duramente e lungamente attaccato dalle pagine della Russkaja Volja. A sua volta deve costantemente difendersi dall’accusa di voler proteggere i suoi colleghi intellettuali, e lo fa appellandosi da un lato ad un più generale senso di giustizia e rifiuto dell’arbitrio, dall’altro all’importanza fondamentale che ricoprono comunque gli intellettuali nella rivoluzione.

In questo senso Gorkij lamenta anche quasi quotidianamente la condizione nella quale, al di là delle persecuzioni poliziesche, la classe intellettuale è ridotta dalla spaventosa crisi economica, frutto di quattro anni di guerra e aggravata poi dal disordine rivoluzionario. Il suo primo editoriale, nel numero d’esordio di Novaia Zižn’ del 1 maggio 1917, è dedicato proprio al problema della cultura, e si conclude con questo appello: “La forza intellettuale è qualitativamente al primo posto tra le forze produttive di un paese. L’accrescimento più rapido possibile di questa forza intellettuale deve essere l’ardente aspirazione di tutte le classi della società”. L’appello evidentemente cade nel vuoto, perché un anno dopo è costretto a questa constatazione: “Vediamo che in mezzo ai servitori del potere dei Soviet ci si imbatte ad ogni istante nei concussori, negli speculatori, nei bricconi, mentre le persone oneste e capaci di lavorare sono obbligate a vendere giornali per le strade, a fare un lavoro fisico per non morire di fame”. Quelli che possono, perché innumerevoli sono i casi di inedia fisica dovuta alla mancata alimentazione cui sono ridotti eminenti scienziati, anziani che non hanno la possibilità di trovare sostentamento: “Ieri, ancora una volta, si è presentato ai miei occhi un orrore da incubo: un corpo di vecchia torturato dalla fame (la professoressa V.A. Petrova), coi pidocchi che brulicavano a migliaia nelle vesciche” (1 giugno 1918).

La mancanza di attenzione per la cultura gli appare come il segno più evidente che il percorso intrapreso non potrà condurre che al disastro. Certo, occorre capirsi anche su ciò che si intende per cultura. Per Gorkij la cultura è eminentemente, e soprattutto in un contesto come quello russo e in un frangente come quello della trasformazione rivoluzionaria, cultura scientifica. “La scienza è l’espressione più precisa e più assidua dell’aspirazione dello spirito umano alla libertà di creazione e alla felicità universale”. Senza gli scienziati e i tecnici la rivoluzione non avrà alcuna speranza di successo, o si trasformerà in qualcosa di completamente diverso da quello che si auspicava. “Bisogna fare qualcosa, lottare contro questo esaurimento morale e fisico dell’intelligencija, bisogna che si capisca che essa è il cervello del paese, e che questo cervello non è mai stato così prezioso e indispensabile come in questo momento”. Nel contempo Gorkij continua instancabilmente a battere il chiodo della necessità di educare una nuova intelligencija tecnologica. “La completa realizzazione degli ideali della cultura socialista non è possibile se non con lo sviluppo di una industria rigorosamente organizzata e aperta a tutte le tecniche. Perché l’industria raggiunga un grado indispensabile di sviluppo è necessaria la tecnica, e la tecnica non può essere creata che dalla scienza. Noi non sappiamo costruire le macchine: è assolutamente necessario che vi sia in Russia un Istituto di Meccanica Applicata … Noi non sappiamo trasformare le materie prime: occorre fondare un Istituto di Chimica […]” (30 maggio).

Ciò non significa, naturalmente, sottovalutare l’importanza formativa di ogni altra espressione culturale. Ma anche qui è necessario intendersi. A fianco della rivoluzione politica è cresciuto un movimento che intende sbarazzarsi di tutto il vecchio per fare posto a nuove modalità espressive, nell’arte, nella musica, nella letteratura. Gorkij ne prende assolutamente le distanze, cogliendoci molta presunzione ignorante (il colloquio col giovane poeta 21 maggio) “Io sono per Rostand, Dickens, Shakespeare, i tragici greci e le commedie gaie e intelligenti del teatro francese. Sono per questo repertorio perché conosco le esigenze spirituali delle masse operaie. La coscienza dell’odio di classe e delle diseguaglianze sociali è già abbastanza profondamente sviluppata in essa, ed ora essa vuol vedere e comprendere esempi di unità e di armonia umana, sente già che la coscienza dell’unità, dei sentimenti, delle idee, è la base della cultura dell’uomo, il segno di una tendenza universale verso la gioia, la felicità, la creazione del piacere sulla terra” (22 maggio 18). E nello stesso articolo le distanze le fa prendere anche agli operai, riportando il commento di un gruppo di lavoratori di fronte ad un dipinto in stile cubista nella cornice di scena di un teatro: “Togliete quella roba. Noi non ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno che venga sviluppato in noi l’amore per la natura, per i campi, per le foreste, per i larghi orizzonti pieni di vivi giochi di colore e di sole”.

Da un lato quindi vanno respinti gli eccessi del modernismo, dall’altra il passatismo di coloro che passando per il culto dell’arte popolare sono arrivati ad idealizzare il popolo: “Una certa parte della nostra classe intellettuale, che ha studiato l’arte popolare russa secondo i dettami tedeschi, è pervenuta in questo modo allo slavofilismo, al panslavismo, al messianismo, ed ha conquistato alla perniciosa idea dell’originalità russa l’altra parte degli intellettuali, europei per la razionalità, ma russi per la sensibilità. Ciò li ha portati ad una semiadorazione sentimentale per il popolo, cresciuto nella schiavitù, nell’alcoolismo, nelle oscure superstizioni della chiesa ed estraneo ai sogni dell’intelligencija” (16 marzo 1918).

Allo stesso modo va rifiutato anche il “populismo linguistico”, che si traduce nell’uso ostentato di una lingua plebea, gergale, contadina, operaia. Gorkij, al contrario, vuole una lotta “per la purezza e la chiarezza della nostra lingua, per una tecnica onesta, senza la quale è impossibile una ideologia netta”. Più tardi, all’epoca della teorizzazione del “realismo socialista” (che in realtà non teorizzò mai, ma che gli venne cucito addosso) liquiderà anche i formalisti.

Scostandosi alquanto, come abbiamo visto, dalle posizioni tenute sino alla prima rivoluzione, e in netto dissenso con il giudizio negativo espresso dai bolscevichi, Gorkij rivaluta in definitiva il ruolo e i meriti del vecchio intellettuale “borghese”. “La ribellione teorica e la lotta pratica che la nostra intelligencija ha iniziato e condotto eroicamente contro il vecchio modello di vita e di pensiero non erano ispirate da idee monarchiche o religiose, sedicenti umanitarie, ma erano anzi una reazione ad esse … continuare questa rivolta, fortificandola ed approfondendola, ecco qual è il compito sacro ed eroico dell’intelligencija” (22 maggio). E rispondendo a un lettore che chiede: “All’epoca della servitù, quando centinaia di contadini morivano di inedia, la coscienza esisteva? E in chi?” scrive: “Si, in quei tempi maledetti, mentre il diritto alla dominazione fisica sull’individuo si estendeva, la meravigliosa fiamma della coscienza ha brillato … Michajl Nadeždin ricorda senza dubbio i nomi di Radišcev e di Puškin, di Herzen …., l’immensa costellazione di tutti questi russi di genio che hanno fondato una letteratura eccezionale per la sua originalità, eccezionale perché era interamente dedicata alle questioni di coscienza ai problemi della giustizia sociale” (21 marzo 1918).

Ancora in un saggio del 1926 (V.I. Lenin) riaffermerà: “Sono su posizioni diverse da quelle dei comunisti sul problema della valutazione del ruolo dell’intelligentija nella rivoluzione russa”. Molto diverse, evidentemente, vista la fine fatta dalla gran parte dei rappresentanti di quest’ultima.

 

Un ultimo aspetto, tutt’altro che secondario, riguarda la persistenza di fondo e la trasformazione di facciata di una piaga che Gorkij lega all’azione distruttrice della vecchia autocrazia, e vede rinnovata dal nuovo dispotismo: il fenomeno dell’antisemitismo. Il 2 giugno 1918 riceve un pacchetto di libelli antisemiti, dove si parla di pidocchiume ebraico e si afferma che “soprattutto la nostra intelligencija è affetta da questi parassiti, quella che chiamiamo la società colta, educata dalla stampa giudaica” e che “i cittadini russi, dagli alti strati al sottosuolo, sono infetti dal cimiciaio ebraico, cioè dai principi d’eguaglianza e di fraternità di tutti i popoli e di tutte le stirpi”. Si tratta evidentemente di rigurgiti del vecchio antisemitismo reazionario: ma Gorkij ha già da tempo capito che la piaga sta infettando anche il nuovo regime. Un anno prima, quando ancora l’eventualità di una presa del potere da parte dei bolscevichi non era neppure contemplata, aveva scritto: “L’uguaglianza di diritti per gli ebrei è una delle più belle conquiste della nuova rivoluzione. Riconoscere agli ebrei gli stessi diritti di cui godono i russi ha lavato la nostra coscienza di una macchia vergognosa e cruenta d’infamia”. “In realtà – aggiungeva – “non abbiamo alcuna ragione di essere fieri: piuttosto potremmo essere contenti di aver saputo infine compiere un’azione onorevole sia sul piano morale che su quello pratico. Tuttavia … questa gioia non la si sente da nessuna parte: l’antisemitismo invece è ben vivo e prudentemente, poco a poco, eccolo raddrizzare la sua testa ignobile sibilare, lanciare le sue calunnie … L’idiozia è una malattia che non si può guarire con la suggestione: per colui che è affetto da questa malattia incurabile, una cosa è chiara: poiché si sono trovati sette bolscevichi e mezzo tra gli ebrei, la grande responsabile è la popolazione ebraica. Ne risulta che … ne risulta che il russo onesto e sano di spirito ricomincia a provare vergogna e angoscia per la Russia, per quel cupo imbecille russo che nei momenti difficili cerca invariabilmente il nemico da qualche parte fuori di se stesso, invece di frugare nell’abisso della propria stupidità” (1 luglio 1917).

Il problema era pertanto in quel momento quello dell’identificazione tra bolscevico anarchicizzante ed ebreo. Ora ribadisce: “L’ebreo è quasi sempre un lavoratore migliore del russo, ed è stupido prendersela, meglio piuttosto trarne esempio. Se alcuni ebrei riescono ad occupare le posizioni più vantaggiose e più redditizie nella vita, ciò si spiega con la loro predisposizione al lavoro, con la dedizione che mettono nel processo lavorativo, con l’amore per il fare e la capacità di ammirare il lavoro. Evidentemente, ci sono anche ebrei come Zinov’ev, Volodarskij ed altri la cui mancanza di tatto e la cui stupidità fornisce materiale per un atto di accusa contro tutti gli ebrei. Ma gli ebrei non sono tutti simili, e la lotta di classe non è meno aspra tra gli ebrei che in qualsiasi altro popolo”. Questo gli fa onore, perché proprio i due bolscevichi citati, Zinov’ev e Volodarskij, sono i più accaniti persecutori degli organi di stampa non allineati, e in particolare del suo. Malgrado ciò, dieci giorni dopo deve tornare sulla questione: “Mi si accusa di essermi venduto agli ebrei” (11 giugno 1918). Ancora non si parla di antisemitismo bolscevico, ma Gorkij non ha difficoltà a presagire che la malattia non tarderà a diffondersi anche tra coloro che hanno appena preso il potere. Anzi, alligna già nascostamente. Non soltanto l’idiozia è una malattia che non si può guarire: nel caso russo appare quasi una eredità genetica, trasmessa da una storia secolare di mortificazione culturale. Se non si cura quest’ultima, e il nuovo regime non sembra affatto intenzionato a muoversi in tale direzione, non è possibile alcuna altra profilassi preventiva.

 

Questo e molto altro il lettore troverà negli articoli qui riproposti. Ciò che invece mi sembra opportuno riprendere, sia pure in modo estremamente sintetico, sono le premesse e le fonti di questa polemica, il suo inserirsi in un dibattito che è sempre stato vivace in seno alla cultura russa; e nello stesso tempo credo vada sottolineato come non poche convinzioni dello scrittore, all’epoca apparentemente in contrasto con l’indirizzo politico del nuovo sistema, abbiano poi in realtà finito per trovare riscontro nelle scelte politiche e culturali dello stato sovietico.

[1] La storia di questo giornale è significativa. Venne fondato nel 1905 da Nicolaj Minskij, un poeta simbolista e decadente, creatore di una teoria, il “meonismo”, nella quale si mescolavano suggestioni nietzschiane e mistica orientale. Minskij attaccava la filosofia borghese “dell’adattamento a circostanze momentanee” e la religione “del comfort e dello sport”, e riteneva che le sue dottrine fossero almeno in parte conciliabili con la socialdemocrazia (anche se pensava che l’idea dei socialisti “non è che l’ideale borghese del benessere materiale”). Ai socialdemocratici chiese quindi di curare la parte politica, e a questi non parve vero trovare una tribuna, visto che non riuscivano ad ottenere nessuna autorizzazione a pubblicare. Nel comitato di redazione entrarono anche Gorkij, Lenin, Bogdanov e Lunačarskij, che presero subito in mano la situazione e diedero alla rivista una forte connotazione politica, estromettendo di fatto Minskij. Il giornale, posto sotto attacco dalla censura, aveva cessato le pubblicazioni dopo poche settimane, mentre Minskij e gli altri riparavano all’estero.

La testata venne poi riesumata nella primavera del 1917 (1 maggio), questa volta finanziata e diretta da Gorkij, con il contributo di un prestito del banchiere Grebbe e di Savva Morozov, già editore dell’Iskra di Lenin tra il 1900 e il 1905. In pratica era l’organo dei socialdemocratici “internazionalisti”, che mantenendo l’atteggiamento adottato agli inizi della guerra nei congressi tenuti in Svizzera spingevano per una pace immediata, senza annessioni né riparazioni. Auspicavano anche una collaborazione con le forze progressiste borghesi, per consolidare le conquiste sociali e politiche di Febbraio ed evitare il rischio delle controrivoluzione. Nel giugno del 1918 partirono dalla Pravda violenti attacchi contro il giornale, accusato di essersi venduto agli imperialisti, ai banchieri e ai borghesi e di essere diventato l’organo di punta del partito dei Cento Neri e dei Socialrivoluzionari di destra. Fu chiuso una prima volta, ricomparve dopo una settimana e venne definitivamente soppresso da Lenin nel luglio 1918.

[2] La decisione di passare all’insurrezione armata era stata presa dal Comitato Centrale bolscevico il 10 ottobre 1917, per prevenire la convocazione dell’Assemblea Costituente uscita dalle elezioni, nella quale si sarebbero trovati in minoranza. Su 703 deputati i bolscevichi erano 168 e i loro unici alleati, i social-rivoluzionari di sinistra, 39. I socialrivoluzionari avevano 380 deputati.

[3] Ad esse facevano invece riferimento i socialisti rivoluzionari, che costituivano una sorta di emanazione del populismo. Essi non negavano che il proletariato urbano dovesse giocare un ruolo politico predominante, ma ritenevano che la forza rivoluzionaria per eccellenza fosse costituita dai contadini.

[4]Marxismo legale” si chiamò il gruppo di Struve, Tugan-Baranovskij, Berdjaev, Bulgakov, formatosi nei primi anni ’90 dell’Ottocento nella polemica coi fondamenti teorici del tardo populismo. Fu successivamente liquidato da Lenin come “un passaggio dal socialismo piccolo borghese non al socialismo proletario … bensì al liberalismo borghese”.

[5] G. V. Plechanov è considerato il padre del marxismo russo. Già negli anni ’90 criticava la fiducia dei populisti nei contadini e auspicava la formazione di un partito di lavoratori. Riteneva però, in una interpretazione letterale di Marx, che la rivoluzione socialista dovesse essere preparata dallo sviluppo delle forze produttive e dalla loro organizzazione, e che questo sviluppo dovese essere opera del capitalismo. Al momento del colpo di mano di Lenin si trovò relegato all’ala destra del partito socialdemocratico.

[6] L’“Edificazione di Dio” era una versione religiosa del socialismo elaborata da Lunačarkij e condivisa da Gorkij nel periodo della collaborazione a Capri (1907-1909), con Lunačarkij stesso e con Bogdanov, per creare una scuola di partito (vedi pag. 15-16).

[7] In tal senso è allineato ai menscevichi di Martov, che diffidavano della bramosia di terra dei contadini e preferivano collaborare con la borghesia liberale.

[8] L’empiriomonismo di Bogdanov era una applicazione alle scienze sociali dell’empiriocriticismo di Mach e Avenarius. Questi consideravano come non verificabile, e come non appartenente quindi al dominio della scienza, tutto ciò che fosse esterno alla percezione umana. L’unica conoscenza non metafisica, per gli empiriocriticisti, si fonda sulla percezione e non sulla materia; quest’ultima in pratica è inconoscibile, quindi anche il materialismo rientra nell’ambito della metafisica. Ora, la realtà esterna non essendo altro, per Bogdanov, che il prodotto della attività organizzativa della esperienza collettiva, si poteva raggiungere una società senza classi diffondendo nel ceto operaio una cultura proletaria e trasferendo ad esso i mezzi di produzione.

[9] In Religione e Socialismo (1911) Lunačarskij sosteneva che gli epigoni di Marx, Engels e Plechanov in primis, avevano sviluppato solo gli aspetti razionali e scientifici del marxismo, mentre di Marx era importantissima anche la spinta etica al socialismo; Marx era anche un filosofo morale, e il marxismo doveva rappresentare una sintesi di scienza ed entusiasmo morale. I bolscevichi erano i veri seguaci di Marx: ma per arrivare al cuore del popolo russo avrebbero dovuto diffondere il marxismo come una vera e propria “religione”, nella quale Dio sarebbe stato costituito dalla rivoluzione stessa. Costruire, appunto, Dio.

 

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Intellettuali e potere nella Russia degli Zar

di Paolo Repetto, 21 dicembre 2014

Lo sviluppo storico della nazione russa è all’insegna della duplicità. Sono presenti, forse più che in ogni altra nazione europea, direttrici culturali diametralmente opposte. In quanto zona di raccordo tra il mondo europeo e quello asiatico, sotto l’aspetto sia geografico che etnologico, l’area russa finisce per risultare costantemente eccentrica nei confronti di entrambi i continenti. Almeno fino al XVII secolo essa rimane soggetta agli influssi paralleli e discordi di due civiltà in progressiva ed accelerata diversificazione, col risultato di vederli spesso annullarsi o compensarsi reciprocamente. Il trapianto di esperienze politico-amministrative mutuate direttamente dall’uno o dall’altro continente si rivela pertanto sempre precario; in compenso si realizza un singolare amalgama, nel quale la componente dispotica orientale si sovrappone agli esiti socio-culturali della cristianizzazione e degli intensi rapporti con Bisanzio e col mondo occidentale. Proprio Gorkij, in un articolo comparso sulla rivista Letopis’ nel 1915, opponeva l’Europa libera, attiva, piena di fede nell’uomo e nella sua intelligenza, all’est servile, passivo, perso nei sogni. “I russi hanno due anime. Una deriva loro dai nomadi mongoli: è un’anima mistica, da sognatore, pigra e fatalista. L’altra è quello dello slavo: essa è pronta ad infiammarsi di una luce bella e viva, ma brucia in poco tempo. È incapace di resistere all’influenza asiatica. Quale che sia la sua appartenenza sociale il nostro popolo è duro con gli schiavi e servile con i potenti. Lo stato moscovita ha come fondamento il dispotismo asiatico”.

 

La Russia moderna, quella che emerge dalla dissoluzione del dominio mongolico, non nasce affatto come sintesi finale di una reale evoluzione del quadro sociale ed economico. Sono le necessità contingenti di sopravvivenza l’unico dato in comune tra un coacervo di entità culturali e nazionali tutt’altro che omogenee. Ad agire da collante sono, prima e più di ogni altro fattore, etnico, linguistico, culturale o religioso, le pressioni costanti sui due fronti, quello europeo e quello asiatico, che impongono la necessità di un apparato difensivo ed organizzativo possente. L’esistenza di uno stato russo si legittima dunque in un primo tempo con la capacità di resistere alla penetrazione; una volta stabilizzate le linee di frontiera la potenza militare si tradurrà in un fattore di spinta espansionistica.

Un apparato con queste origini è necessariamente dispotico e persegue un forte accentramento, ma al tempo stesso rimane estraneo alla concreta e diversificata realtà societaria delle aree che investe. Sacrifica pertanto al proprio consolidamento ogni dinamismo sociale, favorendo invece la cristallizzazione e la perpetuazione dell’originaria struttura rurale. Anche in seguito, la spinta verso il centro che normalmente è determinata da una politica estera di espansione non è comunque sufficiente a saldare assieme l’apparato di potere e la comunità dei soggetti: ragion per cui rimane profonda la frattura tra stato russo, in quanto organizzazione militare e burocratica, e nazione russa, in quanto popolo organizzato secondo particolari modalità di convivenza e di produzione. Nei tre secoli della sua storia il regime zarista mira costantemente ad eliminare questa frattura, ma per la sua stessa natura può farlo solo fagocitando ogni espressione o parvenza alternativa di potere e di organizzazione. Di conseguenza l’opposizione allo zarismo si manifesta in prima istanza nella difesa delle strutture antiche e tradizionali, e solo in particolari circostanze questa difesa coincide con la richiesta di un modello sociale meno dispotico. È un carattere gravido di ambiguità, e la cultura russa ne esce profondamente segnata.

In effetti la nazione russa esce dalla dominazione mongolica ereditandone quasi al completo le strutture politiche. L’offensiva che nel corso del XV secolo ha ricacciati gli antichi dominatori al di là degli Urali è condotta nel segno di una rivendicata appartenenza culturale, religiosa ed economica all’Europa: ma di fatto la nuova organizzazione statale si modella sui dispotismi asiatici, almeno per quanto riguarda i rapporti politici interni.

Esternamente, invece, la natura stessa dell’autocrazia russa la induce a seguire con interesse il decollo tecnico-militare degli stati occidentali e a misurare rispetto a questi ultimi la propria forza di sopravvivenza. Questa scelta permetterà successivamente l’espansione in direzione nordasiatica, ed assicurerà alla potenza russa un ruolo di primo piano nella moderna storia europea.

Proprio nella svolta della politica estera sono tuttavia da ricercarsi le premesse di un processo di “sradicamento” dell’intelligencija russa, destinato ad isolare politicamente il potere e a sottrargli ogni copertura ideologica o culturale. L’occidentalizzazione investe infatti solo la struttura militar-burocratica dello stato, e non comporta la nascita e lo sviluppo di una classe borghese, mercantile ed industriale, comparabile a quella che nelle nazioni europee si avvia alla conquista dell’egemonia economica e politica. Al contrario, vengono rapidamente soffocate anche le poche forme embrionali di una organizzazione economica pre-borghese, retaggio della penetrazione scandinava, che avevano trovate soluzioni di convivenza con la dominazione mongolica. Queste necessitano di larghi margini di autonomia, il che si rivela incompatibile con l’assetto rigidamente accentrato del nuovo sistema: in un contesto tanto eterogeneo non sono consentite deroghe.

A differenza quindi di quanto accade in occidente tra il XVII e il XIX secolo, la moderna classe intellettuale non nasce in Russia nell’ambito ideologico della crescita borghese. L’immobilismo del quadro socioeconomico non lascia spazio a prospettive di trasformazione graduale dei rapporti di potere; le reazioni antiautoritarie si manifestano necessariamente in forme esasperate e violente (le rivolte di Stenka Razin o di Pugacev). In tali condizioni la cultura non assolve al ruolo di promozione e giustificazione dei rinnovamenti in corso che, sia pure con diversi livelli di autonomia critica, le è proprio in altri contesti: si limita ad essere il grido di protesta o l’arma di difesa di quei gruppi, ceti sociali e minoranze che di volta in volta vengono in urto con il potere. Quei caratteri che Gorkij definisce tipici dell’intelligencija russa, il romanticismo soggettivistico ed individualistico, la tendenza all’anarchismo, l’incapacità di aderire alla realtà concreta dello sviluppo sociale, sono i risultati dell’oggettiva assenza di una dinamica politica e sociale, della stasi che si trascina quasi sino alle soglie del nostro secolo.

Le origini di questa classe colta completamente sradicata, congenitamente avversa ed estranea allo stato e alle sue strutture, sono complesse; senz’altro non sono riconducibili ad una matrice unica e ad un particolare periodo. La maggior parte degli storici della cultura russa individua la prima significativa presenza del ceto intellettuale nell’epoca di Pietro il Grande, ma non bisogna dimenticare che fermenti di resistenza culturale sono rintracciabili anche in precedenza. Nel XVII secolo, sciolto il nodo politico centrale con la sottomissione definitiva dei boiari, lo zarismo si è prodotto in un grosso sforzo di riorganizzazione e di sistematizzazione della vita societaria, arrivando a interferire anche nell’ambito religioso. Agli autocrati non sono sfuggite le conseguenze politiche del movimento riformatore e della immediata controffensiva cattolica: la componente religiosa può divenire il fattore coagulante fra le diverse nazionalità dell’area russa, e al tempo stesso fornire al potere un formidabile mezzo di controllo. Ma il disegno non arriva in porto senza provocare scosse. Se da un lato la chiesa ortodossa ufficiale non oppone resistenza, e trova anzi conveniente la nuova situazione, che elimina i tradizionali dissapori ed i conflitti di competenza, ben diversa è la reazione che l’iniziativa suscita presso alcuni gruppi (i Vecchi Credenti ed altre sette) che rimangono legati al rituale e all’interpretazione teologica tradizionale. Mal tollerati e confinati ai margini (anche in senso letterale, attraverso la deportazione e la dispersione geografica) della società russa, i dissidenti religiosi costituiscono la prima forma cosciente di opposizione all’ingerenza dell’autocrazia in campo sociale. Da parte di questi gruppi viene opposta una resistenza che è legata necessariamente, com’è nel caso di ogni minoranza religiosa e culturale, a forme superiori e più capillarmente diffuse di cultura, ed ha origine un movimento a sfondo religioso che, in contrapposizione allo stato, si rifà ai modelli sociopolitici indigeni di stampo comunitario.

In una prospettiva più lontana la strada al dissenso è aperta anche dall’assimilazione e dall’utilizzazione di altre minoranze, queste a carattere etnico, che offrono il vantaggio di un rapporto tradizionale più vivo con l’Occidente (Lettoni, Estoni, …). A questa prima espressione di una intelligencija tecnica fa capo il movimento riformatore a partire da Pietro il Grande. Attraverso essa infatti si fa strada in Russia non soltanto l’esigenza di un rapido rinnovamento delle strutture economiche ed amministrative dello stato, ma anche l’anelito ad una gestione meno dispotica del potere, a spazi politici più ampi e garantiti. Stante la realtà sociale del paese, depositaria di queste nuove istanze può essere in principio soltanto la parte meno conservatrice e reazionaria della nobiltà, acquisita da un lato allo spirito illuministico, ma allo stesso tempo desiderosa di ritrovare un ruolo attivo e dirigenziale.

Alla morte di Pietro il Grande della grossa spinta innovatrice rimane soprattutto la carica interlocutoria nei confronti dell’autocrazia: ed alla fine del XVIII secolo l’idillio col potere è già finito. Se Pososkov (Libro sulla miseria e sulla ricchezza, 1724) è l’espressione del momentaneo entusiasmo per lo svecchiamento strutturale operato dall’alto, in quanto vede nell’opera di industrializzazione accelerata intrapresa da Pietro lo sbocco per i problemi sociali e politici della Russia, in Radiščev (Viaggio da Pietroburgo a Mosca, 1790)[1] l’attacco allo stato e alla sua personificazione poliziesca nello zarismo denuncia l’esistenza di una frattura ormai insanabile. Alle soglie della rivoluzione francese intellettuali e potere si accorgono di essere giunti all’improvviso ad un bivio: e le scelte vanno in direzioni opposte. L’illusione di poter conciliare il progressismo riformatore con le istanze liberaleggianti di matrice illuministica svanisce rapidamente. Tanto il primo quanto le seconde si fondano, negli altri stati europei, sulla mediazione di una classe borghese ormai autonoma, che aspira ad un ruolo politico concreto e di primo rilievo per gestire senza interferenze lo sviluppo del nuovo modo di produzione. In assenza del naturale intermediario l’innesto in Russia della struttura economica capitalistica è tentato a freddo, direttamente dal trono, e si spoglia di ogni addentellato sovrastrutturale liberalistico. Al contrario, esso necessita di una concentrazione sempre più salda del potere e si accompagna alla drastica liquidazione delle forme economiche tradizionali, perseguendo un livello sempre più alto di asservimento della nazione.

L’atteggiamento dell’intelligencija si colora da questo momento di sensibilità romantica, e dopo la feroce repressione del moto decabrista[2] la incompatibilità di ogni speranza di democratizzazione con la presenza del regime zarista diviene un dato comune nel pensiero liberale. È quello che Struve[3] chiama “sradicamento” (otscepenstvo), una comune e continua disposizione antistatale che impedirà per il futuro alla classe colta di integrarsi, diversamente dagli strati intellettuali del resto d’Europa, nelle strutture del sistema, e di collaborare ad esso o di modificarlo dall’interno. Una disposizione del genere finisce naturalmente per privilegiare l’elaborazione teorica, di stampo idealistico, e all’interno di quest’ultima lo sviluppo di correnti di pensiero spesso apertamente antitetiche. Gli intellettuali russi ereditano infatti l’ambiguità che già emergeva nei presupposti dei principali teorici del decabrismo, e la portano alle estreme conseguenze nella contrapposizione tra “slavofili[4] ed “occidentalisti[5]. Il decabrista Pestel, ad esempio, si trova sulle stesse posizioni di Radiščev per quanto concerne la liberazione dei servi, ma in lui è già presente l’esigenza di una qualità diversa del lavoro e della produttività. Contrario all’introduzione in Russia delle nuove macchine industriali, ritiene al tempo stesso necessaria l’incentivazione agli imprenditori agricoli progressisti, capaci di razionalizzare la produzione. Ancora più esplicitamente il suo compagno Turgenev[6] parla di introduzione di moderni sistemi di coltura nel mondo agricolo e della graduale costituzione di piccole e medie aziende che vadano a sostituire il latifondo nobiliare e la conduzione comunitaria.

Nei primi decenni del XIX secolo le proposte politiche ed economiche rimangono quindi vincolate alla realtà contadina della Russia e alla presenza del sistema autocratico. Solo il fallimento del decabrismo sembra determinare un salto qualitativo. Da un lato i presupposti per una radicale riforma del sistema cominciano ad essere individuati nello sviluppo di una classe non così totalmente legata allo zarismo come quella aristocratica, cioè di una borghesia industriale e commerciale ansiosa di partecipare al governo della cosa pubblica: dall’altro, il rifiuto dell’occidentalizzazione induce a rivalutare quegli organismi comunitari di autogestione che avevano accompagnata la prima fase della crescita statale e che rispondevano ad una specifica situazione russa.

Alla base di questo mutamento di prospettiva è l’evoluzione, sia pure lenta ed affatto dissimile da quella dei paesi occidentali, del quadro economico e sociale, culminata nella liberazione dei servi. Fermo restando il rapporto politico fondamentale tra i gruppi dominanti e il resto del paese, sul piano del pensiero gli stimoli alla produzione ed alla diffusione si moltiplicano, determinando una trasformazione radicale anche nella natura della classe intellettuale. Intorno alla metà del XIX secolo essa ha cessato di fungere da portavoce dell’aristocrazia riformista e della burocrazia illuminata per diventare espressione di nuovi ceti sociali, dalla borghesia professionale alle classi inferiori, toccati in maniera alquanto più diretta e pesante dall’arretratezza economica e dal dispotismo. I nuovi intellettuali (raznočincy) non possono esimersi dal rapportare costantemente il problema russo alla realtà europea contemporanea, caratterizzata dal rapido sviluppo del modo di produzione capitalistico, e dal prendere posizione pro o contro l’estensione di quest’ultimo all’economia del loro paese.

Non si tratta più semplicemente di scegliere l’autonomia culturale o l’affiliazione al pensiero occidentale ed ai suoi modi espressivi: la questione concerne ormai il campo più vasto della struttura economica e, conseguentemente, di quella politica. Dalla sua posizione di “osservatrice esterna” l’intelligencija russa non nutre alcuna simpatia per il capitale e per l’organizzazione socio-economica che questo si sta dando in Occidente. I pericoli insiti nella crescita industriale, il prezzo da essa imposto al proletariato, l’inevitabile snaturamento delle peculiarità psicologiche russe sono lucidamente presenti ai pensatori radicali di questo periodo. In linea di massima l’ipotesi di un puro e semplice travaso del nuovo modo di produzione dall’Europa viene scartata a priori: l’intelligencija preferisce “partecipare” dei bisogni popolari, “sentire” all’unisono con i ceti più diseredati, e trarre direttamente dalle loro sofferenze, dalle loro richieste e dalle primordiali forme organizzative e difensive cui si sono affidati gli spunti per la trasformazione economica e politica. D’altro canto, la prospettiva di un adeguamento sia pure parziale all’idea e alle forme occidentali del “progresso” rimane la più congeniale per chi interpreta il suo ruolo di intelligent nell’ottica positivistica dell’educatore, dell’intermediario tra la cultura e le masse (che sarà poi l’ottica di Gorkij).

Si ripropone pertanto lo scontro tra due linee di tendenza da sempre compresenti nel progressismo russo: e questa volta, di fronte all’accelerazione impressa nella seconda metà dell’Ottocento dallo sviluppo del capitale al rinnovamento tecnologico e produttivo, non sono possibili mediazioni. Sarà il primo indirizzo a prevalere fino agli ultimi decenni del secolo, trovando la sua espressione più organica e fertile nel populismo: mentre l’introduzione in Russia del pensiero marxista determinerà, alle soglie del ‘900, il sopravvento della posizione occidentofila.

Il movimento populista nasce da una valutazione radicalmente negativa tanto dei principi ispiratori quanto delle risultanze sociali della crescita capitalistica occidentale; dalla volontà quindi di individuare un cammino meno tragico verso la realizzazione di una società libera. Sorto sulla traccia degli apporti più innovatori dell’utopia slavofila, che individuava nella struttura comunitaria contadina[7] l’alternativa alla dissoluzione individualistica borghese, il movimento si caratterizza per l’approfondita capacità critica e per la volontà di verificare nella prassi rivoluzionaria i presupposti teorici.[8] In questo senso il populismo russo si pone come la prima vera e propria forma rivoluzionaria russa, e non ha difficoltà ad accogliere i portati dell’analisi marxista, precocemente penetrata in Russia, pur rifiutandone la sostanziale accettazione del modo di produzione capitalistico.

A gettare le basi del populismo è Alexander Herzen[9], per il quale il riformismo di tipo occidentale, basato sull’avanzata del capitalismo e della sua fenomenologia socio-politica (individualismo e liberalismo borghese) non corrisponde all’indole nazionale del popolo russo e contrasta con le sue consuetudini comunitarie. Pur apprezzando l’evoluzione della tecnica produttiva occidentale egli non ne accetta le conseguenze sul piano sociale: identifica nel proletariato industriale la nuova forza rivoluzionaria europea, ma nel contempo nutre scarsa fiducia nelle sue reali possibilità. Proprio con Herzen si fa strada l’idea di un “socialismo istintivo” di matrice popolare anziché filosofica, tradizionalmente presente nelle forme più antiche di organizzazione sociale in Russia. Le comunità collettive contadine (obščina) diventano il punto di riferimento per il populismo russo, e consentono di ipotizzare un movimento rivoluzionario non vincolato allo sviluppo capitalistico e al deflagrare delle sue contraddizioni.

Partendo da basi alquanto diverse, Černyševskij[10] arriva a conclusioni altrettanto radicali, affermando che la Russia è in grado di saltare lo stadio del capitalismo industriale avanzato e di giungere direttamente ad una società libera ed egualitaria, basta su una classe contadina socialmente rigenerata. La difesa delle forme di produzione collettiva non contrasta affatto, a suo giudizio, con l’entusiasmo per l’adozione della nuova tecnologia produttiva. L’obščina non è legata, per la sua sopravvivenza, all’arretratezza tecnologica. Una sua rivalutazione può al contrario incentrarsi proprio sulla maggiore disponibilità di capitale, quindi sull’accresciuto potere d’acquisto e di utilizzo della tecnologia che un istituto del genere garantisce ai contadini.

I presupposti del populismo vengono portati alle estreme conseguenze da Michajlovskij[11]: egli non considera affatto (come invece altri, tra cui lo stesso Černyševskij, affermavano) il ritardo industriale della Russia un fattore positivo, che permette di sfruttare le esperienze altrui e di evitarne le scelte sbagliate; lo vede al contrario come un handicap incolmabile, qualora si volesse insistere sulla via della occidentalizzazione. Questo perché lo sviluppo industriale è stato falsato nel paese dal protezionismo statale, per motivazioni di ordine politico che prescindevano da ogni realistica valutazione economica. Si è trattato quindi di una crescita puramente deficitaria, che non ha permesso alla Russia di avvicinarsi minimamente a posizioni concorrenziali con quella occidentale. Pertanto l’abbandono dell’obščina comporterà, secondo Michajlovskij, conseguenze catastrofiche per il mondo rurale russo.

Nello stesso periodo dagli occidentalisti arriva una valutazione diametralmente opposta. Belinskij[12], e poi Pisarev[13], vedono nello sviluppo industriale un fattore imprescindibile della liberalizzazione e sottolineano il ruolo dell’intelligencija nella educazione sociale del popolo. Per il primo l’unità indifferenziata in cui la nazione russa appare chiusa è la causa primaria dell’arretratezza del paese. Occorre combattere la stasi sociale ed economica con la creazione di classi concorrenti, per arrivare alla ricostituzione di un unicum comunitario, una volta raggiunti livelli più elevati. Pisarev si spinge più oltre. Sacrificando la naturale crescita del modo di produzione occidentale per salvare organismi comunitari che da tempo hanno persa ogni funzione reale, si procrastina indefinitamente l’avvento della democrazia. Al contrario, la nuova classe “capitalistica” da lui vagheggiata dovrebbe farsi depositaria di un avanzato sapere scientifico e tecnico, e giungere ad un accordo equamente vantaggioso col proletariato, scavalcando e nullificando il potere autocratico.

Vale la pena, a questo punto, di anticipare che posizioni di questo genere, soprattutto per quanto concerne il ruolo culturale dell’industria e dell’intellighencija tecnica, saranno fatte proprie da Gorkij, il quale condividerà anche il giudizio totalmente negativo sulle potenzialità rivoluzionarie delle campagne e sulla interpretazione socialistica del collettivismo agrario precapitalistico. Ciò malgrado, lo scrittore rimane pesantemente ostile a questi pensatori, in particolare a Pisarev. Ne attacca in modo violento quella che gli pare una feticizzazione dell’individuo, da considerarsi non meno pericolosa della feticizzazione del popolo in cui sono caduti slavofili e populisti. Gli sembra mancare, da una parte e dall’altra, il senso della misura, la capacità di attenersi ad una valutazione realistica, che non arrivi ad accettare in nome di principi astratti tutto quanto è espressione del popolo e neppure si rifugi in una atomizzazione soggettivistica, estranea ed indifferente alle espressioni di vitalità popolare. In pratica si tratta per Gorkij di guardare al popolo per quello che può essere e può costruire, e non per ciò che è stato o ha fatto.

 

È il marxismo russo ad ereditare e contemporaneamente a superare la posizione occidentalista, la quale non è in grado di indicare sbocchi politici immediati e concreti, al di là di un confuso vagheggiamento di democrazia liberale. Marx stesso era in realtà già intervenuto nella polemica tra slavofili ed occidentalisti (nella introduzione alla versione russa del Manifesto, curata da Vera Zasulic), accogliendo l’idea di una “diversità russa”, e quindi della necessità di procedere ad una analisi differenziata. Il problema dell’esistenza di strutture economiche collettivistiche, della loro origine, del loro destino e di una eventuale utilizzazione paradigmatica ai fini della transizione diretta al socialismo non lo aveva lasciato indifferente: ed arrivava a prospettare un’appropriazione delle conquiste positive del sistema capitalistico “senza passare per le sue forche caudine”.

Soltanto in secondo tempo, di fronte ai nuovi problemi aperti dal ritmo forzato di crescita impresso all’industrializzazione russa verso la fine del secolo, il giudizio su una possibilità di transizione diretta a forme socialistiche è modificato da Engels, il quale non riconosce alle strutture comunitarie di villaggio una intrinseca potenzialità rivoluzionaria in direzione socialista, e mette in rilievo come nel giro di pochi decenni l’espansione capitalistica ne abbia minato definitivamente la consistenza.

Questa seconda interpretazione diviene propria dei marxisti russi per una ragione ben precisa, che va oltre le semplici motivazioni tattiche del confronto con il populismo o la rispondenza ad una ideale ortodossia scientifica dell’analisi. La costruzione del socialismo in Russia è da essi infatti subordinata al superamento dell’ “asiatismo”, di una particolare disposizione immobilistica che non ha favorito il divenire classista e l’autonomizzazione del capitale, e che ha mantenuto a livello endemico il problema della sopravvivenza immediata, altrove ormai superato con lo sviluppo con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico.

Si rende pertanto necessaria l’introduzione di quest’ultimo e la sua gestione più o meno esplicita da parte del partito rivoluzionario, per farne lo strumento decisivo del passaggio al socialismo. Tutto ciò significa proporsi di realizzare qualcosa ex novo, un progetto le cui componenti vanno preventivate, governate e dirette razionalmente. Non rimane quindi che puntare su un movimento ancora embrionale, passabile di essere imbrigliato e incanalato nella direzione voluta, quale risulta essere verso la fine del secolo l’espansione del capitalismo in Russia. Ben diversamente sfuggente ed autonoma è invece la realtà delle forze comunitarie preesistenti, che oppongono la forza di una tradizione secolare ad ogni tentativo di reinterpretazione.

È soprattutto Plechanov a spingere nel senso di una costruzione scientifica, ma anche le prime opere di Lenin risentono fortemente della polemica contro i populisti e della volontà di arrivare ad una definitiva liquidazione teorica del loro progetto. A prescindere comunque dalle considerazioni precedenti, ogni via alternativa e non scientifica al socialismo appare ai marxisti preclusa dalla nuova realtà economica e sociale della Russia. Il capitalismo, in barba a tutte le polemiche, è penetrato in Russia e vi ha attecchito profondamente, distruggendo in modo sistematico quelle forme comunitarie su cui si era appuntata l’attenzione dei populisti. Il nuovo protagonista delle speranze rivoluzionarie non può che essere il proletariato industriale, avviato sulla strada della piena autocoscienza e dell’acquisizione di una mentalità socialistica: la classe contadina, con la sua arretratezza ed indifferenza politica, fornisce all’assolutismo un formidabile baluardo.

Sono conclusioni sulle quali all’inizio del secolo si ha il pieno accordo di tutte le fazioni del movimento rivoluzionario di professione marxista: e d’altra parte, anche là dove questa analisi e le sue conseguenze tattiche non sono accettate, come avviene nel caso dei socialrivoluzionari, i fondamenti della fiducia in una rivoluzione contadina sono ben diversi da quelli su cui era basato il pensiero populista nell’800. La riforma agraria su basi cooperativistiche, essi sostengono, non avrebbe senso se non si accompagnasse ad una rivoluzione politica e al decentramento amministrativo, e pur tenendo conto di una tradizione radicata di collettivismo deve basarsi su un rinnovamento globale dei rapporti di lavoro.

 

Il dibattito sulle vie al socialismo, che pareva ormai definitivamente chiuso, viene riaperto in seno al movimento marxista dalle vicende rivoluzionarie del 1905-1906. Accanto alle forme autonome di organizzazione della classe operaia, che hanno colti di sorpresa ed in un certo qual modo intimoriti i fautori dell’analisi scientifica, una grossa impressione desta anche l’attività rivoluzionaria che si sviluppa nelle campagne, infliggendo un duro colpo al regime a dispetto della confusione e dell’assoluta mancanza di coordinamento. Il più pronto a cogliere il senso di questo fenomeno è Lenin, per il quale il movimento va recuperato ed allineato a quello operaio; mentre Trockij, pur non accettando la tesi della necessità di un gradualismo rivoluzionario, in direzione prima borghese e poi socialista, è portato a valutare come prioritaria l’esperienza operaia dei soviet. Tutti gli altri esponenti di rilievo del pensiero marxista dell’area russa, da Plechanov a Struve, dalla Luxenburg a Martov, si pronunciano contro il pericolo di attribuire un peso spropositato al ruolo rivoluzionario della classe contadina.

Lo stesso Lenin, comunque, non porta alle estreme conseguenze questo recupero. Ciò significherebbe infatti dare credito alle potenzialità rivoluzionarie di una situazione totalmente diversa da quella postulata dall’ortodossia marxista, ovvero dello sviluppo pieno del modo di produzione capitalistico. Fino al 1917 egli ha presente la necessità di non trascurare il coinvolgimento della classe contadina, capace di mutare radicalmente il rapporto di forza: ma continua ad apparirgli imprescindibile la guida, e quindi la posizione in ultima analisi egemonica, del proletariato industriale. A questa cautela non è forse estranea la considerazione della reale entità del movimento operaio, la cui debolezza non consentirebbe, nell’ipotesi pur remota di una situazione rivoluzionaria, di forzare in senso capitalistico la ristrutturazione delle campagne. Si può azzardare cioè che Lenin paventi, nel caso di una accelerazione del decorso rivoluzionario tale da sfuggire alle leggi marxiste, una soluzione comunitaria di tipo precapitalistico, o quanto meno il trionfo della tendenza al possesso e della fame cronica di terra del contadino, in un processo difficilmente reversibile.

Quando poi, nel corso della rivoluzione, Lenin si trova a gestire col partito bolscevico la dissoluzione dello stato autocratico e il passaggio immediato al socialismo, la palese incapacità della borghesia di dare una struttura ed un volto alla nuova entità statale e il grosso movimento prodottosi nelle campagne durante l’estate del 1917 lo costringono ad una scelta pragmatica, che non bada troppo al riscontro con quanto teorizzato e programmato. Il suo atteggiamento nei confronti della collettivizzazione agricola, però, non proponendo soluzioni alternative allo spontaneo proliferare delle forme comunitarie e alla reintroduzione della proprietà privata, lascia aperta la strada ad ogni tipo di soluzione; ciò che importa nell’immediato è consolidare il potere e sancire l’egemonia del partito nei confronti delle formazioni e degli istituti collettivistici di base. Lenin lascia quindi aperto il problema dei contadini: a chiuderlo ci penserà Stalin.

 

E con questo siamo tornati alla situazione dalla quale avevamo preso l’avvio. A chiusura e sintesi di questa presentazione credo che nulla possa valere meglio delle parole dello stesso Gorkij. In uno degli ultimi articoli apparsi su Novaia Zižn’, quasi presago della chiusura imminente e del bavaglio che di lì innanzi gli sarebbe stato imposto, Gorkij sembra voler lasciare un testamento spirituale, contrapponendo le due tipologie di rivoluzionario che nei momenti di grande trasformazione da sempre arrivano a fronteggiarsi. Sono due immagini stilizzate, ma sono anche molto realistiche, e non è difficile immaginare, in relazione al dibattito in corso, chi le stia impersonando.

“I rivoluzionari della nostra epoca, li si può distinguere in due tipi: uno che si potrebbe chiamare il rivoluzionario eterno, l’altro il rivoluzionario temporaneo, quello del momento presente.

Il primo […] incarna il principio rivoluzionario di Prometeo, appare come l’erede spirituale di tutta la massa di idee che ha condotta l’umanità alla perfezione, e tali idee non sono impresse solo nel suo spirito ma anche nei suoi sentimenti … In tutti i regimi sociali è costretto dai suoi sentimenti e dalle sue idee a rimanere un insoddisfatto, perché sa e crede che l’umanità ha il potere di trasformare in definitivamente il bene in meglio.

Vorrebbe animare e ispirare tutta la materia grigia del mondo, per tanta che ve ne sia nel cranio di tutti gli uomini della terra: ma non è capace di ricorrere alla violenza se non nei casi di estrema necessità, e con un sentimento di disgusto fisico per ogni atto di violenza.

Egli ha la ferma convinzione che l’orrore della storia e la sua più grande disgrazia stanno nel fatto che l’uomo è crudelmente oltraggiato: oltraggiato dalla natura, che lo creato e poi lo ha gettato nel deserto del mondo … oltraggiato dagli dei che egli ha creato troppo precipitosamente e troppo a sua immagine e somiglianza; continuamente oltraggiato dal suo prossimo furbo o forte, e ancora più amaramente da se stesso, per le sue esitazioni tra la vecchia bestia e l’uomo nuovo.

Ma il rivoluzionario eterno non nutre alcuna forma di risentimento personale nei confronti degli altri, perché sa sempre porsi al di sopra del piano personale e vincere il desiderio meschino e maligno di vendicarsi di coloro che gli hanno inflitto dolori e sofferenze.

Il suo ideale è un uomo forte fisicamente, un bell’animale, ma questa bellezza fisica è in perfetta armonia con la bellezza e la forza spirituale. L’umano è lo spirituale … qualcosa che un numero sempre crescente di uomini sente confusamente: la coscienza dell’unità dei loro scopi e dei loro interessi. Il rivoluzionario eterno […] cerca di allargare questa coscienza acciocché essa conquisti tutta l’umanità.

Il rivoluzionario temporaneo, quello del momento presente, è un uomo che sente con una sensibilità morbosa le offese e le ingiustizie sociali, le sofferenze inferte dagli uomini. Accettando in ispirito le idee rivoluzionarie ispirate dall’epoca, rimane conservatore nell’insieme di tutti i suoi sentimenti ed offre lo spettacolo triste di una creatura venuta tra gli uomini, sembrerebbe, per deformare, denigrare, abbassare sino al ridicolo, al volgare e all’assurdo il contenuto culturale, umanitario e universale delle idee rivoluzionarie.

Egli è completamente impregnato, come una spugna, del sentimento di vendetta, e vuole restituire centuplicate le offese. Nel fondo del suo animo è pieno di disprezzo nei confronti dell’uomo, in nome del quale ha sofferto una volta o cento volte, e che però soffre già troppo di per sé per poter far caso o dare valore alle sofferenze degli altri. Cercando di cambiare le forme esteriori della vita sociale, il rivoluzionario del presente non è capace di dare alle nuove forme un contenuto nuovo, e vi immette quegli stessi sentimenti che aveva combattuto.

Si comporta con la gente come uno scienziato meschino coi cani o con le rane destinati ai suoi crudeli esperimenti scientifici …. Gli uomini sono per lui un materiale tanto più utile quanto meno è spiritualizzato. È un fanatico freddo, un asceta; egli mutila la forza creatrice dell’idea rivoluzionaria e sicuramente non è a lui che si può attribuire la qualifica di creatore della nuova storia: non ne sarà lui l’eroe ideale”.

Sia pure con qualche concessione retorica, Gorkij coglie nel segno. In maniera più o meno sfumata sono queste le tipologie che la storia propone. Non è possibile semplificarle nell’idealista e nel pragmatico, perché in realtà si può essere un rivoluzionario eterno senza necessariamente viaggiare sempre sulle nuvole, o si può essere idealisti, come Robespierre, senza provare alcuna pietà per gli uomini. Forse varrebbe meglio usare i termini “rancoroso”, o “acido”, e “sereno”, o “basico, dolce”. In un altro articolo Gorkij riporta lo sfogo di un suo lettore: «Ricordo perfettamente i pensieri che mi tormentavano quando, ragazzo diciassettenne, spingevo l’aratro sotto un sole bruciante. Se vedevo passare un impiegato, un prete o un insegnante, mi domandavo invariabilmente: “Perché io devo lavorare mentre questa gente sguazza nella felicità?” Perché non c’era per me che il lavoro fisico, ed io aspiravo con tutte le mie forze ad essere liberato da ogni lavoro fisico. È questo stesso fenomeno che oggi constato presso un gran numero di coloro che aderiscono ai partiti socialisti. Quando vedo questi socialisti mi vien voglia di piangere, perché voglio essere socialista non solo a parole, ma anche nei fatti».

Gorkij commenta: “Ecco la voce di un autentico romantico, di un uomo che sente tutta la forza organizzatrice della verità, e che ama la sua fiamma purificatrice. M’inchino rispettosamente di fronte a quest’uomo. Gli uomini di questo genere hanno una vita difficile, ma le loro vite lasciano una bella impronta”.

Non si può che condividere in pieno, e inchinarci anche noi, sapendo benissimo, purtroppo, che ogni volta che una grande idealità si confronta con una grande massa finisce per battere in ritirata. La rivoluzione bolscevica ne è solo uno degli esempi più recenti.

Ma sappiamo anche che l’impronta lasciata dalla massa, a dispetto del peso e dell’ingombro, è labile, mentre l’idealità, sia pure in versioni costantemente aggiornate, abita ogni tempo e lo segna profondamente.

[1] Aleksandr Nikolaevič Radiščev (1749 – 1802) si era formato sugli illuministi francesi. Scrisse nel 1783 l’ode Vol´nost´ (La libertà), considerata la prima poesia rivoluzionaria della letteratura russa, e nel 1790 Putešestvie iz Peterburga v Moskvu (Viaggio da Pietroburgo a Mosca, 1972), in cui col pretesto del viaggio denunciava lo sfruttamento dei contadini e la corruzione della nobiltà. Per quest’opera fu condannato a morte, pena poi commutata in dieci anni di detenzione in Siberia. La persecuzione continuò anche dopo il suo ritorno in Russia, inducendolo alla fine al suicidio.

[2] I Decabristi (da dekabr′, dicembre) erano in gran parte ufficiali reduci dalle campagne antinapoleoniche, nel corso delle quali avevano toccato con mano il divario esistente tra la Russia e l’Europa, e avevano creato nel corso degli anni venti diverse società segrete miranti ad abbattere l’autocrazia zarista. Le idee relative al futuro assetto della società erano piuttosto confuse, andavano dalla monarchia costituzionale ad assetto decentrato sino alla repubblica centralistica. Non ci fu comunque l’occasione di metterle a confronto: una congiura per uccidere lo zar Nicola il giorno stesso della sua incoronazione, il 26 dicembre del 1829, venne scoperta, il sollevamento di alcuni reparti in punti diversi del paese fu facilmente contenuto e tutta l’insurrezione venne soffocata nel sangue. Ci furono oltre cento arresti, vennero eseguite cinque condanne all’impiccagione e comminate diverse centinaia di anni di lavori forzati. A dispetto del fallimento, però, la rivoluzione decabrista assunse grande importanza nella storia russa, perché aprì la strada alle riforme sociali realizzate nella seconda metà del secolo. I decabristi furono in sostanza dei patrioti mossi dalla volontà di riscattare la Russia dal suo degrado sociale, ma spinti anche da quel desiderio d’indipendenza e di difesa dell’originalità “culturale” che animò in seguito la teoria slavofila.

[3] Pëtr Berngardovič Struve, economista (1870 – 1944), fu l’autore del primo manifesto programmatico del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (1898), in seno al quale fu esponente dell’ala dei “marxisti legali”, in netta opposizione ai bolscevichi. Passato al liberalismo, si unì nel 1905 ai Cadetti e nel 1917 fece parte del governo controrivoluzionario di Vrangel´. Fuggì poi a Parigi dove cercò di riunire i letterati russi dell’emigrazione intorno al giornale Vozroždenie (“Rinascita”).

[4] Il circolo degli Slavofili fu costituito a Mosca negli anni Trenta. Era composto principalmente da aristocratici terrieri che ammettevano la necessità di riforme politiche e sociali ed esaltavano il patrimonio spirituale del popolo russo. Ritenevano che la Russia dovesse intraprendere un tipo di sviluppo diverso da quello delle società liberali occidentali, considerate decadenti. Idealizzando i rapporti tra padroni e servi, che concepivano in termini patriarcali, chiedevano l’abolizione della servitù della gleba, ma ritenevano fosse lo zarismo a dover attuare le riforme sociali, rispettando i principi della primitiva comunità rurale russa, l’obščina. In quest’ultima vedevano in realtà un freno alle possibili tentazioni rivoluzionarie dei contadini.

[5] Gli Occidentalisti erano invece sostenitori di uno sviluppo liberale sul modello dell’Europa occidentale. Ritenevano inevitabile lo sviluppo capitalistico del paese, e quindi urgente il superamento delle strutture feudali, ma anche l’abbattimento o almeno una limitazione del potere assolutistico. Attraverso la rivista Otečestvennye Zapiski (Annotazioni patrie) si battevano per la diffusione in Russia della cultura occidentale e per la conquista dei diritti individuali.

[6] Nikolaj Ivanovič Turgenev (1789 – 1871) si era formato in Germania, nell’università di Gottinga, e aveva anche lavorato all’amministrazione delle terre liberate dalla riforma antilatifondista prussiana. Una volta rientrato in patria venne impiegato in diversi ministeri, scrisse un saggio sulla Situazione dei servi della gleba e si avvicinò, sia pure con posizione moderata (sosteneva un assolutismo illuminato) ai decabristi. Coinvolto nella congiura, venne prima condannato a morte e poi all’ergastolo, al quale sfuggì rifugiandosi all’estero.

[7] In realtà la comunità rurale russa (obščina) era tutt’altro che “comunitaria”, e men che mai comunistica. La terra coltivata non apparteneva al contadino, ma veniva periodicamente redistribuita dall’assemblea plenaria della comunità (mir). Ciascuno coltivava poi per proprio conto l’appezzamento assegnatogli, e a lui solo apparteneva il prodotto ottenuto: non esisteva quindi una produzione comunitaria, ma solo un possesso o diritto comune. Le deliberazioni del mir riguardavano non solo il controllo e la redistribuzione della terra comune e delle foreste, ma l’arruolamento delle reclute per il servizio militare statale, l’erogazione di punizioni per i crimini minori. L’obščina era peraltro obbligata al pagamento delle tasse dei singoli membri.

[8] Il 3 marzo 1861 lo zar Alessandro II emanava lo Statuto dei contadini liberati dalla servitù, che sanciva la fine della servitù della gleba e stabiliva i criteri per la redistribuzione della terra. Una parte delle terre dei latifondisti erano cedute al mir, dietro risarcimento da parte dello stato. Il mir pagava un terzo del valore delle terre e le assegnava poi ai singoli contadini, i quali avrebbero dovuto rimborsare allo Stato i rimanenti due terzi attraverso un canone per 49 anni. Dovevano anche prestare al vecchio proprietario una corvée annuale di 70 giorni. Il singolo contadino diveniva proprietario della casa ma non della terra, che rimaneva di proprietà della obščina, Egli poteva però acquistare privatamente singoli appezzamenti. Inoltre, il decreto imperiale sottraeva a favore dei proprietari anche un quinto della terra già in comune godimento dei contadini. Questi ultimi, anche se liberati dalla servitù, in realtà non avevano ottenuto alcun miglioramento economico: inoltre rimanevano legati al villaggio dal sistema dei passaporti individuali interni, detenuti dai proprietari. Coloro che non erano in grado di pagare i canoni finirono per rivendere la terra agli stessi proprietari o all’emergente borghesia agricola – i kulaki – e si trasformavano in braccianti o fuggivano in città, dove entravano come operai nelle fabbriche.

Il governo attuò anche riforme amministrative, con la creazione degli zemstvo, organi provinciali elettivi ma a maggioranza nobiliare, responsabili dell’istruzione e della sanità, e con l’istituzione delle dume cittadine, che avevano le stesse prerogative.

[9] Di origini nobiliari, anche se illegittimo, Herzen (1812 – 1870) dedicò la sua vita e la sua militanza alla difesa del popolo contadino russo, assumendo in seno al populismo posizioni slavofile (che lo portarono per un certo periodo anche a confidare nella volontà riformatrice dello zarismo). Herzen riteneva che l’obščina potesse costituire la base, sia economica che sociale, sulla quale costruire un socialismo autonomo russo. Credeva che nel contadino russo fosse innato, più che in qualsiasi altro uomo, lo spirito comunitario: “Il contadino russo conosce soltanto la moralità che nasce istintivamente e naturalmente dal suo comunismo […] la manifesta ingiustizia dei proprietari terrieri lega il contadino ancor più strettamente alle leggi della sua comunità […] l’organizzazione della comunità […] è sopravvissuta ed è rimasta integra fino allo sviluppo del socialismo”.

Al contrario degli slavofili conservatori, che in fondo consideravano l’obščina come l’alternativa ad un rivolgimento sociale, Herzen pensava che proprio per essa sarebbe passata la futura rivoluzione: “Noi russi, che abbiamo conosciuto la civiltà occidentale, non siamo altro che un mezzo, un lievito, una mediazione tra il popolo russo e l’Europa rivoluzionaria. L’uomo dell’avvenire è in Russia il mužik, esattamente come in Francia è il lavoratore”.

[10] Nikolaj Gavrilovič Černyševskij (18281889), editore del giornale “Sovremennik” (Il Contemporaneo), criticò dalle sue colonne i progetti di riforma contadina del governo (1861), con la quale i contadini erano solo nominalmente liberati dal giogo della servitù della gleba, senza poi ottenere il possesso della terra. A questo punto per Černyševskij l’unica soluzione era la rivoluzione contadina. Fondò nel 1861 la società rivoluzionaria segreta “Zemlja i Volja” (Terra e Libertà). Il suo giornale venne soppresso e lui stesso venne prima rinchiuso nella fortezza di Pietro e Paolo e poi inviato in esilio in Siberia per un quarto di secolo, sino a pochi mesi prima della morte. In prigione scrisse il romanzoChe fare?”, destinato ad esercitare una fortissima influenza sulle successive generazioni di rivoluzionari russi.

[11] Nikolaj Konstantinovič Michajlovskij (18421904) fu uno dei più eminenti rappresentanti del populismo russo: diresse a lungo riviste progressiste come Otečestvennye Zapiski (Annali patrii) e la Russkoe bogatstvo (La ricchezza russa).

[12] Vissarion Grigor’evič Belinskij (1811–1848), filosofo e critico letterario, collaboratore di diverse riviste, tra cui gli Annali patrii, aderente alle posizioni di Feuerbach e della sinistra hegeliana, pur facendo sue le premesse teoriche del socialismo rimase poi, a livello politico, su posizioni individualistiche. Il rischio del socialismo era per lui che l’individuo potesse scomparire nella collettività. In campo letterario sostenne il realismo, contro l’estetica dell’arte per l’arte, e fu per questo considerato il creatore dell’estetica “rivoluzionaria”.

[13] Dmitrij Ivanovič Pisarev (1840 –1868) auspicò apertamente, in un articolo comparso nel 1862 sulla rivista Russkoe slovo (La parola russa), la fine dello zarismo e il cambiamento del sistema politico e sociale in Russia. Fu naturalmente arrestato e scontò quattro anni di detenzione nella fortezza Pietro e Paolo. Una volta libero, dopo aver tentato invano di emigrare nell’Europa occidentale, morì suicida (forse) in mare. Fu un teorico del nihilismo, in nome di una individualistica liberazione da ogni forma di soggezione: e riteneva che questa liberazione potesse passare attraverso la divulgazione della scienza a tutti i livelli della società, in particolare tra i ceti più bassi.

 

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In bianco e nero

di Paolo Repetto, 11 Agosto 2014

Carissimo Mario,

voglio ancora ringraziarti per l’incontro di Gamalero. Mi ha dato l’opportunità di conoscere, oltre ai familiari di Nico, un bel gruppo di persone in gamba. È ancora gente che ha il coraggio di credere nella cultura come occasione d’incontro, anziché venderla come evento. Il riscontro ottenuto nel pubblico fa ben sperare.

Ti sono grato anche per un’altra cosa: mi hai spinto a riprendere in mano “Il supplente” e a rileggerlo integralmente, a distanza di forse vent’anni. Mi è piaciuto più ancora della prima volta, ora sono davvero curioso di sapere altro su Puccinelli. Ne riparleremo.

Riparliamo invece subito di Nico, perché la rilettura ha coinvolto anche le sue prose. Gamalero, come prevedibile, non era la sede per approfondire le nostre reazioni al testo e scambiarcele. Comincio a farlo quindi in queste brevi righe, in attesa di tornarci sopra faccia a faccia, magari qui a Lerma, quando ti deciderai ad abbandonare per un pomeriggio le pianure. Mi limito a qualche spunto, sapendo che poi tu ci rimuginerai sopra.

 

Dunque: in primo luogo il bianco e nero. Ho buttata lì nel corso dell’incontro questa impressione, senza spiegarla. È legata alle case di ringhiera, quelle appunto del tardo neorealismo cinematografico, alla Luciano Emmer, per intenderci. Le foto stesse presenti nel libro e utilizzate nel video di presentazione, anche se a colori, ci rimandano solo gradazioni di grigio, magari seppiato. Voglio dire che quel mondo lo ricordiamo in bianco e nero perché era davvero in bianco e nero, sia pure declinato in tutte le sfumature intermedie (mio padre, mio nonno, mia nonna e le mie zie, non li ho mai visti indossare un abito colorato). E così ci era rimandato non soltanto dalle fotografie ma anche dai quotidiani, dagli albi a fumetti e da rotocalchi come l’Europeo e l’Espresso, o magari La Domenica del Corriere e Oggi, e dai noir e dai western classici. Al più erano a colori le copertine, le locandine e i manifesti, a segnare l’ingresso in un’altra dimensione: ma all’interno anche questa era poi monocromatica. Perciò ogni ricostruzione colorata (ad esempio gli sceneggiati televisivi, quelli che oggi chiamano fiction e che raccontano la storia di Girardengo o di Majorana; o i film, come quello tratto da Levi – hai presente? – arrivati dopo che ci eravamo fatti gli occhi e la coscienza sui documenti filmati della guerra e dei campi di sterminio e sulla Settimana Incom) suona insopportabilmente falsa, perché quei colori non appartenevano a quel mondo.

 

Secondo spunto. Riguarda la voglia cui accenni di “evadere attraverso i libri, le riviste, le novità, le golosità”, ecc. La smania di “evasione” è da sempre connaturata agli spiriti giovani, impropriamente confusi con quelli liberi, ma almeno per ragioni biologiche senz’altro più aperti al cambiamento: e quindi ogni forma di racconto di una qualche diversità, da quello orale a quello per immagini e a quello scritto (e certo, anche quello che passa per le scoperte gastronomiche) l’ha alimentata. Tuo fratello ha vissuto in questo senso l’ultimo bagliore di un crepuscolo, mentre già incombeva la notte. Intendo dire che mai come nella prima metà del ‘900 quegli strumenti (e parlo di novecento perché ci metto anche il cinema) hanno lavorato in quantità (per la maggiore facilità di accesso) e in qualità (per la ricchezza iconografica, ad esempio, ma anche perché aprivano su mondi sempre meno remoti) a favorire piani di fuga. La notte però già incombeva, perché quegli stessi strumenti, la loro ricchezza, la loro accessibilità, il loro riferirsi a mondi prossimi, finivano per ridurre l’evasione ad una escursione fuori porta (tu stesso, in “Di che cosa ci siamo nutriti”, parli della ritualità quasi sacrale del Mottarello. Oggi li vendono a pacchi da dieci nei supermercati, è sufficiente aprire il frigorifero e scartarne uno, magari anche due: quale sacralità, quali mondi vuoi che ti aprano! Lo stesso vale per qualsiasi specialità non solo dell’albese o della Lomellina, ma thainlandese o malgascia). E inoltre venivano sempre più scopertamente e sfacciatamente utilizzati per condizionare e persuadere.

Hanno in pratica preparata la strada all’“invasione”: quella televisiva, che non ti faceva venir voglia di buttarti fuori, ma induceva a rimanere lì seduti. Con la televisione il mondo viene a te, non c’è più alcun bisogno di andarlo a cercare. Di conseguenza, la forza e la funzione dei libri e delle riviste è cambiata: oggi offrono delle conferme, non più delle scoperte.

 

Terzo. Poesia e prosa = Fotografia e cinema. Ripeto cose scontate. La prima induce, anzi, obbliga a soffermarsi, a riflettere sulla singola immagine, o sulla singola parola-immagine. La seconda (e il secondo) ti tira via per la maglietta, devi spostare l’attenzione velocemente, se non vuoi perdere il filo. È vero che ci sono pagine di prosa che “documentano” perfettamente una realtà o una situazione: ma anche in esse ogni parola è un fotogramma che acquista senso solo in funzione di quanto precede e di quanto segue, e non possiede una sua intrinseca icasticità. E tuttavia, possono esistere anche una prosa e un cinema nei quali l’urgenza della storia non la vince sulla profondità dello sguardo.

Mi spiego. I ritmi e i toni della scrittura di tuo fratello mi hanno fatto immediatamente riandare al cinema di Robert Bresson, quello che nei primissimi anni sessanta proprio la televisione (in splendido bianco e nero) e Claudio G. Fava – ma ora mi viene in mente che prima di lui c’era un altro, del quale non ricordo il nome – mi facevano scoprire al bar Italia, per una consumazione minima di cinque caramelle Mou e nel quasi religioso silenzio degli altri avventori, che al termine di ogni film di Bergman o di Dreyer mi chiedevano cosa cavolo significasse, ma il lunedì successivo erano pronti a riprovarci (ho avuto un momento di vera gloria solo col primo favoloso ciclo di John Ford). Ho riconosciuto un modo di raccontare assolutamente asciutto, come asciutte erano ancora le persone, prima del boom e delle merendine: e in fondo, anche la prigione de “Un condannato a morte è fuggito” era una casa di ringhiera (ora che ci penso, potrebbe essere un titolo emblematico – e non solo per Nico – se parafrasato all’ottativo – “avrebbe voluto”, oppure “ha provato a” fuggire).

Ecco, quel tipo di scrittura, tutta particolare perché in apparenza ha i modi, oltre a riguardare i luoghi, di Pavese e di Fenoglio, ma applicati ad altro oggetto e al servizio di un diverso sguardo, mi sembra l’estrema espressione di un mondo provvisorio, quello che giustamente tu definisci “sospeso”. Sospeso tra il rimpianto per un passato che per altri versi è avvertito come opprimente, ma dal quale è difficile staccarsi, e un futuro che si è sognato attraverso le letture e il cinema, ma che già si intuisce non sarà quello sperato. Il futuro è appunto quello dominato dal colore, e il colore è immediatamente spettacolarizzazione. Io possiedo alcuni calendari tedeschi e svizzeri degli anni trenta: immagini di baite o di castelli, o di interi paesini, sotto la neve. Un mondo esattamente simile a quello attraversato da Leigh Fermor nella sua favolosa camminata dell’inverno del ‘33, che infatti lo racconta, a distanza di quarant’anni, in bianco e nero. Perché era così. Il colore suona paradossalmente falso. Le sinopie del mondo sono in bianco e nero e siamo noi poi a colorarlo, e i toni e le sfumature non sono mai oggettivi. Ricolorare è una interpretazione, ma quando non siamo noi a farlo, quando i colori non li scegliamo ma ci vengono già serviti, o meglio, imposti, allora è una falsificazione: serve solo a distrarci, a riempirci gli occhi per coprire la povertà di contenuti e di significato, a moltiplicare le sfumature per negare i contrasti. Il bianco della giubba di Alan Ladd, il nero della camicia di Jack Palance, e sai subito dove sta il bene e dove sta il male; quando hai uno spettro cromatico infinito non ci capisci più nulla.

Era anche un mondo lento, che poteva essere raccontato appunto solo alla velocità di chi cammina a piedi, massimo a quella di una vecchia corriera di linea. Oggi guardiamo e raccontiamo il mondo come se lo vedessimo dai finestrini di un TGV lanciato a trecento all’ora. Non ci è concesso fermare lo sguardo su una casa, su un albero, su una mucca al pascolo; divoriamo distanze immense senza vedere nulla.

 

La condizione vissuta da tuo fratello nei primi anni sessanta è la stessa che tu ed io abbiamo vissuto nei trenta successivi. Eravamo presi in mezzo in un mondo in trasformazione, questa non ci piaceva ma continuavamo a pensare che fosse comunque naturale e necessaria, e che dopo le brutture della fase di demolizione sarebbe tornato il bello. Negli ultimi venti abbiamo cessato di crederlo e ci siamo rassegnati ad una difesa poco convinta, ad una conservazione di luoghi e modi e memorie che rischia sempre l’immediata patinatura, ad una rievocazione possibilmente intima e parcamente condivisa. Sappiamo che potrà essere solo peggio. Nico e i suoi coetanei (vedi Puccinelli) l’avevano già capito, perché il passaggio dal bianco e nero al colore l’avevano vissuto più direttamente; era stato anzi la loro speranza, perché i colori erano quelli artificiali del tecnicolor, tuniche rosse fuoco, praterie verde pastello, cieli azzurro intenso; o quelli delle copertine di Tex, del Vittorioso e di El Coyote: o delle etichette di biscotti e di liquori. I colori del sogno, appunto. Erano depositari di una speranza di cambiamento che andava avanti da quasi un secolo, che era stata rallentata – ma anche alimentata – da due successive guerre, e che soprattutto dopo l’ultima sembrava aver trovato il terreno su cui posare i piedi. Ma erano anche quelli che, appena posati i piedi, si stavano accorgendo che si trattava di un terreno paludoso, nel quale era facile impantanarsi e sul quale crescevano rigogliose solo le malepiante. Che a differenza del bianco e del nero gli altri colori sbiadiscono velocemente, e in un mondo artificialmente colorato tutti i gatti diventano presto grigi.

 

Certo, qualcuno lo aveva previsto: il suo Heidegger, ad esempio. Ma senza varcare le Alpi e molto prima, qui da noi, Leopardi. Per la generazione di Nico il vero maestro avrebbe potuto essere, se spogliato del colore – appunto  politico, Timpanaro.

La nostra, di generazione, ha già perduta nell’infanzia la chiarezza dello sguardo. Gli ultimi film di Ford, alla fine degli anni cinquanta, vengono girati a colori. I colori falsano la realtà, illustrano il sogno: ma noi, a differenza di Nico, non lo sapevamo. Per questo ci siamo ridotti a quella parodia di rivoluzione che è stato il Sessantotto, a quella parodia di cultura che è l’arte contemporanea, astratta, povera, concettuale, informale, postmoderna che si voglia, tutta necessitante a priori di un aggettivo giustificativo, perché da sola non reggerebbe, a quella sostituzione del prodotto all’opera che ha supermercatizzato la musica e la letteratura.

Il fascino asciutto delle pagine di Nico è quindi, per ciò che mi riguarda, nella perfetta e lenta essenzialità che le informa. Nico guarda, constata: non fa analisi sociologiche o antropologiche, non dà letture politiche. Non è necessario. Ciò che vede, che sente, non ha bisogno di commenti. E questo ha niente a che fare, naturalmente, col realismo. È oggettività dello sguardo, una cosa ben diversa. In Francia la chiamavano école du regard, non c’entra con Bresson, ma il risultato è lo stesso. Significa inquadrare le cose, scegliere i particolari, metterli a fuoco, tutte operazioni che richiedono calma e lentezza. Insomma, io penso che raccontare attraverso i tempi lunghi di posa consenta di scegliere della vita ciò che davvero ci interessa, creare un percorso; mentre la possibilità di cogliere la realtà attraverso istantanee significa lasciar scegliere alla realtà stessa, mettersi in sua balìa.

 

Come puoi constatare ho idee molto confuse. In questo momento, che per me è di ulteriore transizione, più del solito. Magari una chiacchierata potrebbe aiutarmi a riordinarle. E quindi aspetto. Nel frattempo cerco di tener sveglio il cervello con la lettura delle prime cose di George Steiner, raccolte in “Linguaggio e silenzio”. Sono saggi composti tra gli anni cinquanta e i sessanta, guarda caso, incredibilmente lucidi e scritti divinamente. Nascita, apogeo e morte (o almeno agonia) del linguaggio umanistico, e conseguentemente del pensare umanistico, e in pratica di tutto ciò in cui abbiamo identificato fino a ieri la specificità, sia pure sempre in fieri, dell’umano. Il piacere che ne traggo è solo guastato dalla rabbia per il tempo perso sino ad ora non leggendoli. Se non li conosci, te li consiglio vivamente. Sono molto agostani (ma potrebbero anche essere dicembrini).

A presto, Paolo

 

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Leopardi raccontato a mio nipote

di Paolo Repetto, 30 aprile 2014

È vero: avevo promesso di rispondere con la lotta armata a qualsiasi film o sceneggiato televisivo su Leopardi. Non ho registrato il messaggio come i kamikaze islamici, ma la dichiarazione è stata fatta in pubblico, di fronte agli amici. Per questo mi sento in obbligo, dopo l’uscita de “Il giovane favoloso”, di spiegare loro perché non mi sono ancora immolato in un cinema di provincia e come mai, malgrado ciò, non mi consideri uno spergiuro.

Non mi sono fatto esplodere e non ho mitragliato gli spettatori perché il film non è né blasfemo né orribile: è solo totalmente inutile, e inutile sarebbe stato immolarsi. In realtà lo sarebbe stato anche se il film fosse decisamente brutto o menzognero, o se ad interpretare Monaldo avessero chiamato Lino Banfi. Ma Il giovane favoloso non è nulla di tutto questo: anzi, è pieno di buona volontà e tenta persino, senza peraltro riuscirci, di essere filologicamente corretto nella storia, negli ambienti, nel linguaggio. L’attore che impersona Giacomo accuserà danni permanenti alla colonna vertebrale, tanto si è immedesimato. Alla fine però il racconto risulta soltanto noioso e, appunto, inutile. Dice nulla a chi Leopardi non l’ha mai amato (non posso dire non l’ha mai letto, o addirittura mai conosciuto, visto che a scuola sin dalle elementari qualcosa a tradimento te lo ammanniscono), perché ripropone in fondo lo stereotipo del gobbetto che sfoga le sue magagne parlando con la luna; e dice ancor meno a chi lo ha conosciuto un po’ più in profondità, magari complice qualche insegnante particolarmente illuminato o sensibile. In questo caso ad essere confermato è un altro stereotipo, di livello leggermente più raffinato, ma sempre del tutto inadeguato a percepire la vera grandezza del pensiero di Leopardi (è il livello di chi di Leopardi ama la “struggente poesia”). Ciò che viene offerto sono una serie di cartoline illustrate, immagini vagamente ispirate a Friedrich e a Carus, col protagonista di spalle a contemplare una natura, quella sì, favolosa, o lune di dimensioni equatoriali.

Non credo che chi ha visto questo film andrà a rivederlo, e nemmeno sarà indotto a leggere qualcosa di Leopardi, o a rileggerlo con occhi nuovi. Martone non ha creato alcun presupposto per una futura curiosità, per un ripensamento. Sembra piuttosto aver voluto chiudere una pratica rimasta sinora inevasa: non si poteva lasciare inutilizzata una biografia potenzialmente “cinematografica” come quella di Leopardi, e così, come già è stato fatto con Pavese o con Pasolini, il cinema ha voluto porgere il suo omaggio (avendo anche in mente, come vedremo, una favorevole congiuntura sul mercato anglosassone). Pratica chiusa, quindi (almeno, si spera), e tutto sommato ce la siamo cavata con un danno modesto. Poteva persino andar peggio.

Il film, come detto, si adagia sulla lettura corrente del personaggio, quella che ne è stata data per tutto l’Ottocento (con la parziale eccezione del buon De Sanctis) e che è stata trasmessa al secolo scorso dal pontefice Croce: Leopardi grande poeta, maestro delle immagini che toccano le corde del cuore, debolissimo o quasi inesistente pensatore. È l’accusa che dall’inizio alla fine del polpettone viene rivolta al povero Giacomo da amici e nemici, senza che mai da quest’ultimo arrivi una risposta, e se dovessimo giudicare da quel che Martone ci mostra parrebbe assolutamente fondata (uno dei tonfi di stile più significativi è la scena del dialogo con la natura, quest’ultima conciata come una lottatrice nel fango, di quelle che piacciono agli americani). Non c’è il minimo accenno al fondamento razionale, spietatamente razionale, delle convinzioni leopardiane sull’uomo, sulla natura, sul mondo; al fatto che a indurre il poeta a parlare con la luna non sia la disperazione, ma una superiore consapevolezza: al coraggio col quale affronta non una vita da menomato, ma una precocissima e raggelante lucidità. Senza tuttavia mai smettere, quella vita, di amarla.

È d’altro canto la stessa immagine riproposta, ormai sempre più stancamente, dalla scuola, purtroppo anche dagli insegnanti di buona volontà. Quella che passa per Il sabato del villaggio in quinta elementare (una volta almeno la si mandava a memoria), per A Silvia in terza media, sino a L’infinito e a La Ginestra in quinta superiore. Una sorta di mitridatizzazione, che stempera i possibili effetti del veleno attraverso una assunzione progressivamente dosata. Sufficiente a non farlo odiare come Manzoni (che viene iniettato direttamente in vena appena si sale il primo gradino delle superiori), ma anche a far sospirare, al terzo o al quarto incontro: “che palle, ‘sto pessimismo”.

La “normalizzazione” di Leopardi si effettua in questo modo. Dopo si può essere leopardiani allo stesso modo in cui si può essere interisti, per un sottile masochismo, per un’adesione non critica e meditata, sapendo che si godranno brevi momenti esaltanti e lunghe pause malinconiche. Di ciò che Leopardi davvero voleva dirci non rimane traccia.

Senz’altro non ne rimane nei manuali scolastici, anche nei più recenti, di storia della filosofia. Provate a cercare un capitolo, o almeno una finestra, dedicati al pensiero di Leopardi. Non ce n’è uno. Quando va bene viene citato per le intuizioni precorritrici rispetto a Schopenhauer, o perché Nietzsche ne aveva riconosciuta la straordinaria modernità, ma nulla che aiuti anche solo a sospettarne l’eccezionalità. Tutto questo mentre la traduzione dello Zibaldone in lingua inglese – dello Zibaldone, non del Passero Solitario – ha fatto esplodere una vera leopardimania, con gli anglosassoni letteralmente stupefatti per quanto riesce attuale il suo pensiero. Ora, anche dando per scontato che nessuno è profeta in patria, dietro questo secolare misconoscimento devono esserci ragioni più profonde. Cerco di riassumerle.

Per cominciare, c’è un problema di forma: e per forma intendo tanto il lessico che la confezione. Partiamo dal lessico, perché indubbiamente è uno dei fattori che generano maggiore ambiguità. Il linguaggio leopardiano è apparentemente semplice. Il fatto poi di trovare Il sabato del villaggio e La quiete dopo la tempesta serviti già alla mensa delle elementari induce a pensare che sia anche di facile assimilazione. In effetti è vero, è una forma più che commestibile. Per quanto ricordo, a dispetto del crine, della novella piova e dell’andamento discorsivo, in versi liberi e senza l’ausilio di rime baciate, le poesie erano poi facili sia da capire che da mandare a memoria. Ma non è detto fossero altrettanto digeribili: la comprensione del testo non implica automaticamente la percezione del significato. E c’è il rischio che quell’assaggio, una volta archiviato nella memoria, inibisca poi per sempre la curiosità di tornarci su per scoprire anche i retrogusti (il che non significa che le canzoni leopardiane debbano essere eliminate dalla dieta dei fanciulli: anzi, sono essenziali per l’educazione del gusto. Soltanto, andrebbero accompagnata da adeguate – e quasi mai presenti – istruzioni per l’uso, che aiutassero a tenerle distinte da … e lieve lieve / cade la neve / sull’alta pieve / di Pontassieve – peraltro bellissima). Le scelte linguistiche di Leopardi sono infatti tutt’altro che “popolari”: non mirano ad appagare il palato del pubblico, ma sono dettate dalla materia stessa, sono implicite nella natura del pensiero (quello che Antonio Prete ha definito “pensiero poetante”). L’apparente facilità è una conquista espressiva laboriosissima: ventotto diverse redazioni de L’infinito testimoniano un lavoro di scalpello sul conglomerato di conoscenze e di sensazioni del poeta che nemmeno Michelangelo!

Con Leopardi dobbiamo dunque sgombrare il terreno dallo stereotipo romantico della poesia che sgorga da un animo o da una mente surriscaldati. La sua poesia nasce dalla decantazione a freddo di materiali pazientemente accumulati (nello Zibaldone troviamo tutti i temi poi sviluppati nei Canti, e le immagini stesse attraverso le quali verranno proposti). È un procedimento alchemico di trasmutazione. La ragione raccoglie la materia, la sensibilità la filtra, il genio la anima. Una volta depurato, il magma del pensiero lascia sul fondo le manifestazioni più semplici e quotidiane della realtà, e il poeta può rappresentare le cose, l’uomo, il cosmo, la natura, nella loro primordiale essenza. Ma non lo fa fingendo di regredire allo stupore ingenuo del fanciullino o a quello superstizioso del primitivo: al contrario. L’essenzialità non la intuisce, ma la riconquista, arrivandoci dopo aver compiuto il giro più largo, che passa per un precocissimo e impressionante accumulo di conoscenze, di illuminazioni, di speranze e di disillusioni. La riconquista e la trasferisce nella lingua. Il lessico di Leopardi è infatti “primordiale”, il che spiega l’apparente facilità di comprensione (e di memorizzazione), e “anacronistico”, ciò che induce invece la sensazione di straniamento, di essere trasportati in una dimensione che sta allo stesso momento fuori e dentro il mondo e il tempo. È “primordiale” perché a significare cose o azioni Leopardi impiega i termini più prossimi alle radici classiche, quindi quelli temporalmente più lontani, ma semanticamente più ricchi, proprio per la loro indeterminatezza: ed è “anacronistico” non per l’impiego di lemmi e costrutti arcaici o obsoleti, ma perché quella terminologia e quella struttura del discorso sono davvero “classiche”, nel senso che si pongono al di fuori e al di sopra di ogni contingenza culturale, non pagano alcun tributo alle evoluzioni o involuzioni linguistiche e al trascorrere delle mode. Insomma, Leopardi distilla le parole, e le immagini, fino a renderle aeree, e crea con esse un mondo che somiglia come una goccia a questo, ma che a differenza di questo sembra immoto nel tempo. Solo in questo modo si può parlare della realtà assoluta, raccontarla al di là delle sue molteplici determinazioni. Non ci troviamo quindi, ad esempio, di fronte alla montagna ardua del linguaggio foscoliano, irta di concetti che si concatenano, perché Foscolo ci narra una realtà in divenire, mentre Leopardi ci mostra il suo persistere immobile. Ovvero, tornando alla metafora della scultura, Foscolo guardando allo Spirito ci scolpisce una Colonna Traiana, un divenire storico che con un movimento vichiano a spirale punta verso l’alto, mentre Leopardi di fronte all’impenetrabilità e all’indifferenza della materia si limita a sbozzare qualche immagine, e la sua Pietà è quella “non finita” (o indefinita) di palazzo Rondanini.

In sostanza: se il divenire è complesso e sfuggente, ma può comunque essere rappresentato (almeno, a condizione di essere Foscolo), l’essere è semplice e fermo, ma non può essere rappresentato: può al più essere evocato. La “semplificazione” leopardiana ha quindi alle spalle una navigazione tempestosa e conduce ad un paradossale approdo: la verità è accessibile attraverso quello che abbiamo quotidianamente di fronte, e che magari diamo per scontato e non notiamo.

Conseguentemente, e questo ci porta alla “confezione”, Leopardi non ha mai organizzato in una esposizione sistematica il suo pensiero. Non ha scritto una Critica della ragion pura, per intenderci, che preludesse a quella della ragion pratica, non si è interrogato sull’Ontologia, sulla Logica o sull’Etica, o sull’Etica che consegue logicamente all’Ontologia. Ha affidato il suo pensiero a stupende poesie, a un libretto di dialoghi e ad una raccolta di pensieri sparsi. Si potrebbe dire che se l’è voluta, perché la consorteria filosofica occidentale, da Platone in poi, considera solo le espressioni di pensiero formulate all’interno di uno schema canonico, che impone regole vincolanti e un particolare linguaggio. Quindi Leopardi si è autoescluso dal club. E io sostengo che lo ha fatto scientemente, e che non avrebbe potuto fare altrimenti. Non certo perché non fosse capace di sistematicità: a quattordici anni aveva già scritto una storia dell’astronomia classica, e negli intenti, almeno inizialmente, lo stesso Zibaldone era una raccolta di materiali, di appunti, che avrebbero dovuto essere sviluppati e ordinati. Soltanto, mentre per vent’anni va accumulando materiale, Leopardi si rende conto che non è necessaria né possibile alcuna sistematizzazione. La verità è li davanti, l’abbiamo di fronte tutti, talmente evidente ed immediata che ogni spiegazione non può che risolversi in un tentativo di depistaggio.

Perché il problema vero è quello di sostanza. Il pensiero di Leopardi è, nei suoi aspetti essenziali, un pensiero definitivo. Di quelli che non piacciono a Popper, che non consentono falsificazione. Se si accetta di dibattere sul suo piano, la discussione si chiude subito. E dopo c’è il nulla. O meglio, dopo c’è quello che saremo in grado di metterci noi. Ora, la filosofia è nata per indagare il senso, ed è andata avanti per due millenni e mezzo a proporre interpretazioni diverse di questo senso, grosso modo riconducibili a due scuole di pensiero, quella che lo cercava sulla terra e quella che lo cercava altrove: nella presunzione comunque che questo senso da qualche parte ci fosse, e nella convinzione che magari non lo si sarebbe mai trovato, ma che la ricerca già di per sé ne avrebbe prodotto almeno un surrogato. Bene, nel momento in cui arriva uno a dire che questo senso proprio non c’è, né qui ora né domani altrove, il tizio si pone al di fuori della filosofia, o almeno della sua interpretazione classica. Sta dicendo che è inutile procedere in questa direzione, che occorre prendere atto, azzerare tutto e non riformulare in altro modo le domande, ma cambiarle proprio. Per questo è giusto che Leopardi non compaia nei testi di Storia della Filosofia, e che abbia fatto nulla per entrarci. Con quella storia non c’entra, se non in quanto la conosce benissimo e trova che non porta a niente.

Ma a proposito di sostanza, cosa dice in definitiva Leopardi? Dice cose semplicissime, e le dice in maniera estremamente chiara. Primo: non c’è un disegno intrinseco alla vita. Tutta la realtà è frutto del caso, nasce dal nulla e torna al nulla, e noi facciamo parte di questa realtà e siamo frutto di questa insensatezza. Quindi, secondo: non c’è nulla oltre la vita. Né premi né punizioni. Non c’è un progetto divino che giustifichi la nostra esistenza, e al quale dobbiamo rispondere, e nemmeno uno storico o naturale. La somma delle insignificanze individuali è l’insignificanza della specie stessa, e della vita, e della materia tutta. Terzo: la conoscenza vera è la consapevolezza di questa “infinita vanità del tutto”. La storia dell’uomo, della sua cultura, è la storia del tentativo di sottrarsi con la cultura appunto alla consapevolezza. Quarto, e sono già troppi, la consapevolezza è il punto di partenza della nostra particolare storia, quella che ci fa “umani” e ci caratterizza come tali, ma ne è anche il punto di arrivo, perché la cultura ha il veleno nella coda, e quando alla fine ci conduce alla conoscenza vera ci riporta sull’orlo dell’abisso orrido, immenso, ove precipitando chiudiamo la ricerca.

Non è così complicata, la faccenda. Certo, non è un rospo facile da digerire. Ci vuole stomaco, e Leopardi è il primo a sapere che questo stomaco non tutti ce l’hanno, anzi, quasi nessuno, e nemmeno si può pretendere lo abbiano. Non propugna una dottrina della doppia verità. Si limita a constatare che gli altri animali sono “beatamente” inconsapevoli (il gregge), che anticamente il rapporto più stretto con la natura creava possibilità di consolazione e di giustificazione del dolore (le favole antiche), che da Copernico in poi anche questa possibilità è caduta, per cui non riusciamo più a nasconderci dietro il velo del mito e siamo diventati più irrequieti, e che le dottrine che predicano “magnifiche sorti e progressive” sono un sostituto meno innocente di quelle favole, sono un vile autoinganno, perché adesso non abbiamo più alibi.

La complicazione nasce come dicevo dalla forma in cui queste verità sono espresse. Nasce dalla poesia. Non che Leopardi usi la poesia per inzuccherare il bordo del bicchiere e aiutarci a trangugiare la medicina. Ciò che dice non è una medicina, può anzi avere un effetto tossico letale, e Leopardi lo sa benissimo. Ma sa anche che non può esprimerlo altrimenti, che il linguaggio razionale non sa raccontare l’angoscia. Ora, di ciò di cui non si può parlare è bene tacere, affermava Wittgenstein (in un senso meno lapalissiano di quanto sembri): ma questo vale per la scienza, e anche per la filosofia. Se sei in cerca della verità, non devi farti fuorviare da ciò che è dubbio. Ma se la verità l’hai già trovata, suggerisce Leopardi, e quella verità è il nulla, non puoi tacerne. E dato che il nulla per la scienza e la filosofia non esiste, puoi parlarne solo in termini poetici: anzi, è proprio la lancinante consapevolezza dell’assenza ad imporre una apprensione e una comunicazione poetiche.

Quindi cosa fa Leopardi? prende il più semplice dei diagrammi cartesiani, con lo spazio in ascisse e il tempo in ordinate, traccia dei confini spaziali e temporali (la siepe, lo stormir delle foglie), li valica e ci porta al cospetto de L’Infinito. Dove è chiarissimo ciò che accade: quel punto di intersecazione che ciascuno di noi rappresenta diventa sempre più insignificante mano a mano che da esso ci allontaniamo; ma è anche difficile non perdersi nella suggestione di quegli interminati spazi e infiniti silenzi e di quella profondissima quiete. Lo stesso vale per le notti in cui la luna stende la sua luce lattea sui tetti del villaggio o sulle steppe asiatiche, o quando “su la mesta landa/ in purissimo azzurro / veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,/ cui di lontan fa specchio/ il mare, e tutto di scintille in giro/ per lo voto seren brillare il mondo”. Nulla ci è più lontano di quegli astri freddi e indifferenti, che non ci accarezzano con il loro calore, non ci ustionano, non fecondano la terra: ma proprio per la distanza che avvertiamo, nulla può riuscire più struggente dello spettacolo di immensità e bellezza che ci offrono.

È evidente che un tale sentimento non sopporta le spiegazioni e le analisi. Il nulla dal quale tutto proviene non è ontologico, ma gnoseologico. Non sappiamo, e mai saremo in grado di sapere, cosa c’era prima e cosa ci sarà dopo, e questo appunto equivale al nulla. Ciò che sappiamo, che constatiamo quotidianamente, è che siamo dentro questo meccanismo, ma ce ne sentiamo fuori. Questo spiega il rapporto di Leopardi con la natura. A più riprese la chiama “matrigna”, e l’accusa di ingannare i suoi figli, di illuderli e di perseguitarli (e mi risolvo a conchiudere – dice l’islandese – che tu sei nemica degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue). Ma in verità sin dalle prime canzoni gli è chiaro che facciamo tutto da soli. Interpretiamo il mondo, lo rimodelliamo a nostra immagine, creiamo aspettative e cominciamo a pretendere. Finché la risposta la dà direttamente la natura: ma tu, chi sei? Cosa vuoi? Immaginavi che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ovvero: Leopardi non può certo fingere che la natura non sia meravigliosa, che non ci ispiri speranze e struggimenti: ma gli è ben chiaro che questo è un problema nostro, non della natura. Ripeto, un problema, non una colpa.

Dunque, riassumendo. Leopardi esamina le risposte date ai nostri interrogativi fondamentali dalla scienza e dalla filosofia, e le smonta sulla base dell’evidenza. Noi ci raccontiamo delle storie, perché non siamo capaci di guardare in faccia la verità. È necessario un pensiero che “a sollevar s’ardisce / gli occhi mortali incontra / al comun fato”. Un pensiero lucido e coraggioso, a dirci che possiamo girarla come vogliamo, ma il comun fato è il nulla.

Ora, il nulla, se assunto come prospettiva, certamente non è il massimo. Ma se provassimo invece – dice Leopardi – a leggerlo come condizione di partenza, a mettercelo alle spalle, anziché davanti? A dire: va bene, quello è il fato, e non dipende da me; ma per quanto dipende da me, da noi, non è proprio possibile fare qualcosa? Qui viene fuori la sua vera grandezza: perché invece di concludere: rassegnati, e spera che la vita, cioè il dolore, ti sia breve, chiede uno scatto di orgoglio, di dignità. E chiama gli uomini ad essere, se non felici, almeno solidali, ad assumersi la responsabilità di dare loro stessi alla vita un senso che sfugga all’abbraccio del nulla indifferente e indifferenziato. Li chiama ad un impegno etico assoluto, che non è alla fin fine molto diverso da quello di Kant, ma consegue da premesse opposte. Alla borsa del tempo le nostre esistenze nemmeno sono quotate, ma se le viviamo in un coerente impegno di reciproca solidarietà, che poi si chiama amicizia, rispetto, stima, tolleranza, siamo noi stessi a creare il sistema di valori che riconosce loro peso, gusto e consistenza.

Beh, no, si dirà, così è troppo riduttivo, troppo facile, addirittura semplicistico. Infatti. La verità è sempre semplice: siamo noi a complicarla, proprio per non vederla. Quanto al facile, proprio non direi, visto che quasi nessuno di questa responsabilità, quella di dare autonomamente senso alla propria vita, sembra volersi fare carico. È tutt’altro che facile accettare l’idea che ad ogni nostra azione positiva, ad ogni nostro sacrificio non corrisponda una qualche ricompensa, che ogni nostra sofferenza non venga riscattata da un Dio o dalla storia. Leopardi ci chiede di agire senza attendere alcuna ricompensa, di non considerare sacrificio ciò che facciamo per il bene comune, di aiutarci reciprocamente ad alleviare la sofferenza, e di riscattare quest’ultima, almeno per quanto possibile, con la solidarietà. Può darsi sia semplicistico, ma se cominciassimo a crederci un po’ di più forse sarebbe sufficiente.

Devo fare una precisazione. Non è esatto pensare che nessuno in Italia abbia riconosciuto l’eccezionalità del pensiero di Leopardi. A partire dal secondo dopoguerra se ne sono resi conto in parecchi. Ma, e questo ha finito per vanificare la riscoperta, piegando Leopardi ad una lettura “progressista”, che in realtà quel pensiero lo stravolgeva. Soltanto Sebastiano Timpanaro, negli anni sessanta, aveva correttamente interpretato la posizione leopardiana, ma la sua era rimasta una voce isolata. Poi, verso la fine del secolo, è arrivato Emanuele Severino. Severino non ha dubbi: Leopardi è il più importante filosofo occidentale degli ultimi due secoli, e per dimostrarlo gli dedica due volumi che assommano a quasi mille pagine. Uno direbbe: allora è fatta. Invece no. Non è fatta perché Severino a sua volta dà di Leopardi una lettura “nichilista”, e lo ritiene il più grande filosofo occidentale non perché schiuda finalmente le porte alla verità, ma perché conduce sino in fondo, sino all’aporia insanabile, le conseguenze dell’impostazione del pensiero occidentale di due millenni. In pratica, dice Severino, Leopardi ha avuto il coraggio di guardare negli occhi non la verità, ma l’errore (o l’orrore) al quale ci trascina l’hybris tecnologico. Le porte alla verità, dopo la tabula rasa fatta da Leopardi, dovrebbe schiuderle semmai Severino stesso. Peccato che le mille pagine di strada per raggiungerle siano talmente disseminate di reticolati lessicali e di mine concettuali da riuscire impercorribili.

Leonardo ha sette anni. È un bambino sveglio, che sembra sgusciarti da ogni parte ma in realtà assorbe come una spugna. Mi chiedo come la prenderebbe se provassi a spiegargli Leopardi, ben immaginando che verosimilmente non gliene potrebbe fregare di meno. Ma mettiamo che lo faccia, e che lui mi ascolti. Mi chiedo se sarebbe una crudeltà da parte mia, visto che persino il poeta gli dice “godi fanciullo mio / stato soave / stagion lieta è codesta”. Se è un mio diritto, o addirittura un dovere, e se non avrebbe poi lui il diritto di odiarmi per tutta vita. Ma alla fine mi ritrovo a pensare che questo vuoto, questo abisso orrido e immenso lui lo ha già davanti, senza nemmeno aver iniziato il percorso del vecchierel bianco e infermo. Cosa potrei dirgli che non gli sia già stato detto da tutto ciò che lo circonda: che il futuro è un’illusione, che non avrà risposte alle sue domande, quando comincerà a porsele? Il futuro suo e della sua generazione è già stato tranquillamente azzerato in un eterno presente, e le domande ha già imparato a non farle nemmeno, visto che sono sistematicamente anticipate dalle risposte. Si sta abituando a ricevere senza neanche dover chiedere, ma sono altri a scegliere per lui, perché non gli è consentito desiderare in proprio. Se gli chiedessi a bruciapelo cosa desidera sarebbe in imbarazzo, e non nell’imbarazzo della scelta, come avrebbe potuto capitare a me, ma in quello dell’indifferenza, quello che si riassume in un: booh!

Mio nipote rischia di non conoscere l’attesa del sabato. Rischia molto altro, con i tempi che corrono: ma crescere senza un’attesa, senza il sottile piacere che danno le cose lungamente desiderate e faticosamente conquistate, è uno svuotamento che non lascia spazio nemmeno alla delusione, e alla conseguente comprensione del mondo e del suo nulla, e quindi alla volontà di riempire questo nulla. No, perdio! Questo non lo posso permettere. Non gli farò vedere Il giovane favoloso” ma gli parlerò di Leopardi, cominciando proprio dal Sabato. Sono sicuro che prima che arrivi in quinta glielo rifilano, almeno nella versione non vietata ai minori; e quella può essere l’occasione giusta per trafugare le reliquie del poeta alla scuola e richiamarlo in vita attraverso la magia delle sue stesse parole. Sarà un segreto tra noi: cosa ha detto veramente Leopardi. Potremmo persino fondare una setta, quella dei sublimi maestri leopardiani.

E adesso mi aspetto solo un film su Camus. Ma stavolta, lo giuro, sparo sul serio.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Non è un paese per rangers

di Paolo Repetto, 30 aprile 2014

Adoro i film western. Non ne ho mai fatto mistero, chi mi frequenta lo sa. Sa anche che non amo solo i film, ma le colonne sonore, la letteratura, la pittura western, e che per i fumetti del settore sono quasi un’autorità. Sa che quando dico western parlo naturalmente dell’originale, del cinema del Grande Periodo Classico, di John Ford, da Ombre Rosse, possibilmente non ricolorato, a Sentieri selvaggi. E che ci faccio rientrare tutte le ambientazioni spaziali che vanno dal Messico al Canada, e quelle temporali che si stendono dalle guerre anglo-franco-indiane alla rivoluzione messicana. Trappers e rurales, nordisti e rangers, Irochesi e Apache, Comanci e Seminole, Corvo Rosso e Cochise. Un’epopea.

Ci tengo però a precisare una cosa. Oggi si ha quasi ritegno a confessare i propri gusti, quando sono “popolareschi”, non per tema di una retrocessione nella stima del milieu culturale, ma anzi, all’opposto, perché vengono subito letti come vezzi intellettuali. Bene: il mio tutto è, tranne un vezzo intellettuale. È vero, genuino, viscerale amore di pancia. Vedo una prateria, le Montagne Rocciose, le mesetas, le foreste della Nuova Inghilterra o del Canada, e sono già lì, pronto ad accendere fuochi di bivacco (eh si, siamo tutti equadoregni) e a dormire sotto le stelle. Non so quali traumi infantili mi scoverebbe uno psicanalista, ma a me va bene così. Se traumi ci sono stati, li ringrazio. In compenso non vado a cavallo, non indosso lo Stetson, non trotto sull’asfalto come un cavaliere dalla lunga ombra. Il mio è un transfert di pancia, non di sedere.

Dopo questo outing mi sento già molto meglio. Ma forse dovrei anche spiegare perché. E soprattutto, dove voglio arrivare. Ci provo.

La voglia di gridare il mio amore per il western è esplosa dopo aver visto l’altra sera in tivù il film di Sorrentino, quello che ha vinto l’Oscar. Premio vinto meritatamente, direi, considerando che l’ultima statuetta per il nostro cinema era arrivata con Benigni, per “La vita è bella”. Io devo avere una concezione un po’ distorta della bellezza; senz’altro non è la stessa che hanno i giurati dell’Academy, e nemmeno quelli del Nobel a Dario Fo. Ho dei gusti barbari, perché penso che “La vita è bella” e “La grande bellezza” siano tra le cose più brutte e presuntuose che il cinema italiano ha prodotto, anche se do loro atto che sbaragliano una concorrenza agguerrita.

La sera precedente avevo rivisto per la sesta o settima volta “Passaggio a Nord Ovest”, quello con Spencer Tracy che interpreta il capitano Rogers. Mi ha inchiodato alla poltrona. Non sono uscito nemmeno una volta sul terrazzino a fumare. De “La grande bellezza” ho visto solo la prima metà, e mi è bastata (questo è il vantaggio di vedere i film in tivù: per “La vita è bella”, visto al cinema, dopo essermi alzato al termine del primo tempo maledicendo Benigni ho dovuto poi risedermi, per non rovinare il pomeriggio a tutta la compagnia, e sorbirmelo tutto. Se avessi morso un elefante, alla fine, lo avrei fulminato). Forse è proprio questo il motivo: magari nella seconda parte c’era qualcosa da capire, e me la sono persa. Deve essere, anzi, è certamente così. Dubito comunque che proverò a rimediare.

Ma rimane la domanda: e allora? Cos’hanno da spartire “Il grande cielo”, “Il grande paese” e il “Il grande sentiero” con “La grande bellezza”? In positivo, proprio niente. I primi tre appartengono al cinema. In negativo invece ci raccontano le differenze di fondo tra due atteggiamenti etici e culturali. “La grande bellezza” infatti un merito ce l’ha: è la quintessenza del modo tutto italiano, questo ben altro che un vezzo, di celebrare il peggio di questo paese. Coloro cui il film è piaciuto mi hanno spiegato che Sorrentino vuole in sostanza denunciare, proprio esaltando con una fotografia magica e patinata l’incredibile bellezza dell’ambientazione romana, la pochezza e l’idiozia di chi la abita.

Grazie. Fin qui c’ero arrivato. Il messaggio è chiaro: Dio mio, come siamo caduti in basso! (il che intanto supporrebbe l’essere già stati in alto, vale a dire avere alle spalle una storia che disegna una parabola: ma quanto dobbiamo tornare indietro per trovarne il culmine?) Quello che mi chiedo è: di questo messaggio, cosa rimane? Non raccontiamoci che ci rende più coscienti del nostro stato; dello stato del paese, intendo. Se uno vuole davvero sapere quanto siamo caduti in basso non ha certo bisogno di Sorrentino: gli basta guardarsi attorno. E lo stesso Sorrentino, con una spesa irrisoria e senza il soccorso di Mediaset, avrebbe potuto trasmettere un identico e più efficace messaggio facendo un collage di talk show o di qualsiasi altra trasmissione televisiva in onda a qualsiasi ora del giorno. Oppure avrebbe potuto girare in quella stessa Roma un documentario notturno, senza far prima ripulire e sgomberare le strade, e qualche ripresa effettuarla nei musei, talvolta persino aperti al pubblico: ma anche senza sbattersi troppo, gli sarebbe bastato imbracciare la telecamera e muoverla a caso. Quindi, sul merito, bocciato. Ma non è questo il problema: torno a ripetere, del messaggio, di questo messaggio, non frega niente a nessuno. E Sorrentino è abbastanza intelligente per saperlo.

Infatti. Infatti del film restano le immagini, le atmosfere, le suggestioni: è un susseguirsi di spot pubblicitari, ma di quelli raffinati, per profumi o auto di lusso, non per la carta igienica o i gas intestinali. Ho visto per un’ora una Roma che sembrava quella Città ideale di Urbino che non si sa chi l’abbia dipinta, ma di certo non un romano. Cosa voleva dire? “Come sarebbe bella, se non ci fossero i romani!” Beh, lo so anch’io, era quel che diceva Nicholson in “Easy Rider” a proposito dell’America. Il problema è che i romani ci sono, che ci siamo noi italiani. E che davanti a un paese in cui tutto è in fuga, dai cervelli ai capitali alle opere d’arte, in cui tutto rovina tra crolli, slavine e allagamenti, e ciò che non è in rovina sarebbe meglio lo fosse, bene, davanti ad un paese così, che facciamo? Ci giriamo su un film estetizzante e barocco, buono giusto per gli americani che non ci capiscono nulla e non sanno che non c’è nulla da capire, e nel timore di passare per quelli che non capiscono ti danno un Oscar e facciamola finita (magari si aspettano anche di trovare, domani, nel loro Grand Tour, quei lungotevere ripuliti e sterilizzati e deserti che nobilitano le passeggiate di Servillo).

Mi hanno dato fastidio un sacco di cose in questo film (anzi, nella metà che ho visto). La storia del grande passato, per cominciare. Cosa significa? Quando è finito, il passato? Leopardi nel Discorso sopra lo stato presente degli italiani diceva dei suoi contemporanei né più né meno le stesse cose che dice Sorrentino. Ma aveva uno sguardo ben altrimenti impietoso, non girava gli occhi indietro, non si lagnava, era proprio incazzato: Cristo, datevi una mossa, bestie che non siete altro! Non scorre alcuna antica nobiltà nelle nostre vene, siamo un popolo imbastardito cento volte e dobbiamo finirla di rifugiarci, quando proprio non rimane altro per celare le vergogne, dietro i diritti di successione per primati acquisiti duemila anni fa. Guardiamoci attorno e proviamo ad imparare qualcosa.

Questo Sorrentino non lo dice: dice invece, guardiamoci attorno, e vediamo quanto eravamo bravi. Sottinteso: non abbiamo nulla da imparare da nessuno, basterebbe un po’ di buona volontà. E questo è il preludio al solito refrain: in verità siamo geniali, siamo creativi, solo siamo anche un po’ sfaticati, e ultimamente piuttosto disattenti, per non dire volgari. È quello che io chiamo l’arborismo (da Arbore, come Renzo), in una versione più stilisticamente leccata: lo smascheramento del peggio che ne diventa automaticamente la celebrazione. La presunzione che ci dice che comunque, nel bene e nel male, siamo speciali. Abbiamo appunto una grande storia alle spalle. Una grande eredità.

Ma noi cosa c’entriamo, con la grande storia? Da dove ci viene questa investitura, dal fatto di essere casualmente nati qui? Non è che dovremmo cominciare a sentire qualche responsabilità nei confronti del futuro, invece che del passato? So benissimo che non c’è futuro se non hai il senso del passato, ma noi del passato facciamo sempre un alibi, una coperta sotto la quale nasconderci, fiduciosi che ci proteggerà dal gelo del futuro: a quanto pare il passato non lo abbiamo mai digerito, viaggia su e giù tra lo stomaco e la bocca. Parrà una forzatura, perché salto due o tre passaggi, ma questo atteggiamento di Sorrentino ha la sua matrice nella filosofia di Toto Cotugno: lasciatemi cantare, con la chitarra in mano, lasciatemi cantare, sono un italiano. Può sembrare l’opposto, ma se ci riflettiamo è così.

Dove voglio arrivare con questa farneticazione? Al fatto che dopo mezz’ora di visione del film avvertivo quel sapore di melassa agrodolce che mi aveva sballato per un anno i valori dei trigliceridi, ai tempi de “La vita è bella”. Sentivo che stava insinuandosi il messaggio che è pur sempre meglio vivere respirando l’odore di putrescenza in Italia che nel vetro-acciaio-cemento insonorizzato e deodorizzato di qualsiasi altra parte del mondo. Che comunque non avrei visto, nemmeno se il film fosse durato altre tre ore, una buca nell’asfalto, una montagnola di sacchetti di immondizia, un muro oltraggiato da scritte idiote, nulla di tutto ciò che mi era rimasto dell’ultima visita a Roma, e che mi viene rammentato quotidianamente da qualunque parte mi giri. E che anche se lo avessi visto, e l’immondizia fosse quella napoletana che sommerge i quartieri, avrei sentito la voce fuoricampo che mi ricordava come però la melodia napoletana la esportiamo in tutto il mondo, e vuoi mettere la pizza! (se è per questo, esportiamo anche l’immondizia napoletana)

Nemmeno avrei visto un italiano medio, di quelli senza la chitarra in mano, che tanto non la sanno suonare, e che non fanno “lavori” creativi. L’immagine che il film rimanda al mondo è quella di un paese di fancazzisti annoiati o meschini o completamente cretini, il che è assolutamente vero, almeno se riferito agli ambienti che Sorrentino frequenta (per gli altri, quelli non patinabili, lo è un po’ meno), ma soprattutto giustifica la rassegnazione ad una lunga agonia bizantina. Di alzarli da terra con qualche calcio in culo non se ne parla.

E d’altra parte, chi potrebbe farlo? Qui sarebbe dura persino per Clint Eastwood. Non è solo questione di palazzi o passeggiate romane. Ho ascoltato giorni fa l’intervista ad un attore che da cinquant’anni recita da protagonista in “Arlecchino servitore di due padroni”. Sono rimasto basito. Non tanto per lui (ma insomma …), quanto per il fatto che questa commedia venga riproposta costantemente, sia in cartellone a questo punto da duecentocinquant’anni. Eppure non è poi così strano. È il nostro simbolo nazionale. Celebra tutto quello che noi siamo. Le furberie, gli stratagemmi, le falsità, le menzogne, come se quel personaggio fosse un eroe. E lo è, è l’eroe nazionale. Furbo, ruffiano e servo. Anzi, non basta una: servo due volte. Sorrentino non inventa proprio nulla, ciò che mostra è vero: il problema è che se ne compiace.

Ce n’è anche per lo specifico cinematografico. Lodoli una volta ha scritto che nei film italiani senti voltare le pagine della sceneggiatura. Tradotto, significa che tutto suona falso, non credibile. Ne “La grande bellezza” questa caratteristica è portata all’esasperazione, viene estenuata. Non che ci voglia una grande arte: è sufficiente infilarci Verdone che fa il verdone, la Ferilli che si alza dal divano e Servillo che ha ridotto le espressioni ad una in meno di John Wayne, perché non porta il cappello, e hai surrealizzato tutto. Mancavano solo Castellitto e Silvio Orlando (o magari c’erano, nella seconda parte) per rasentare il capolavoro. Ma è possibile che io debba godermi i telefilm di Barnaby, quando li rivedo per la terza volta, e non riesca a sopportare una fiction italiana di qualsiasi tipo? Comunque, non è nemmeno del tutto vero che il film sia da buttare in blocco. Una battuta memorabile c’è, e la pronuncia Servillo quando dice: “Ho compiuto sessantacinque anni, e d’ora in poi non farò più nulla che non mi piaccia fare”. L’ho preso alla lettera, ho spento il televisore e sono uscito a fumare.

Resta da spiegare cosa c’entrano i film western. Ci arrivo. In “Passaggio a nord Ovest” c’è un uomo che coltiva un sogno. Non è Renzi, è il maggiore Rogers che appunto vive per la ricerca del famoso passaggio. Cosa se ne farà, non è dato saperlo, e non è comunque rilevante. Ciò che importa è che Rogers si è dato uno scopo e lo persegue sino in fondo. Il film è politicamente scorrettissimo, gioca tutto su una spedizione punitiva contro gli indiani Athabasca. Marcia di avvicinamento, distruzione del campo con allegro massacro dei suoi abitanti, travagliato ritorno. L’Anabasi sulle rive dell’Ontario. Quattro idee, chiarissime. Quando chiude non senti montare dentro la voglia di massacrare gli Athabasca, cosa peraltro difficile perché non ce ne sono più, ci ha pensato appunto Rogers, ma quella di coltivare un sogno si, e magari di sperimentare un po’ dell’amicizia, della lealtà, della solidarietà che i rangers di Rogers vivono tra loro. Lo stesso vale per “I magnifici sette” o per “Il Mucchio Selvaggio”. E lo sai benissimo che la vita non è così, che il coraggio non lo misuri col numero di tacche sul calcio della pistola o di scalpi appesi alla sella, ma porca miseria, non è nemmeno quella raccontata da Sorrentino.

Ogni film western è una storia di riscatto: a pugni, a fucilate, a coltellate, sono cow boys solitari, villaggi sperduti o interi popoli che alla fine alzano la testa e si conquistano il diritto di esistere. Se va male danno almeno un senso al fatto di essere esistiti. E allora, sarà adolescenziale, sarà tutto quello che volete, ma almeno fatemi godere la grande bellezza dei canyon e delle Montagne Rocciose, che quella sappiamo di non averla creata noi e che non ci dà alcun diritto ad essere stupidi. Al contrario, ci carica di una responsabilità. Visto che ai fondali ci hanno pensato Dio o la natura o chi per essi, e hanno lavorato discretamente bene, adesso vediamo noi di fare la nostra parte e tenere pulita la scena. Questo voglio vedere, non gente che si crogiola nella sua superficialità e insignificanza. La realtà non sarà questa, ma voglio continuare a credere e a volere che lo diventi, che le vittime si ribellino, i persecutori precipitino da un burrone e gli ignavi siano coperti di vergogna. Quando la sagoma del cavaliere solitario si allontana verso il sole al tramonto mi alzo con un sospiro. Sono rinfrancato. Affronto quel che resta del giorno più sereno. Se l’arte è catarsi, questa è arte.

Fine del sermone. Ero partito per buttare giù quattro righe su un film che poteva essere liquidato con quattro fantozziane parole, e mi ritrovo in mano quattro pagine. È un brutto vizio, per me è davvero tutto letteralmente pre-testo, occasione di scrittura. Ma da buon italiano mi assolvo: ci sono malattie peggiori.

Accidenti. Quasi dimenticavo: ma a voi, “La grande bellezza”, è piaciuto?

 

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Il pellegrinaggio a Lucca

di Paolo Repetto, 30 aprile 2014

Sono tornato a Lucca Comics a distanza di quarant’anni. Avevo partecipato ad una delle primissime edizioni, quando ancora la manifestazione era una sorta di convegno clandestino per affiliati e si teneva in una palestra. Tramite Franco Fossati, autore di quella che rimane ancora oggi la migliore enciclopedia sull’argomento, scomparso pochi anni dopo, avevo conosciuto il fior fiore dei soggettisti e dei disegnatori. Franco si divertiva a spacciarmi come uno dei massimi esperti italiani del settore, per cui credo di essere finito sulle scatole a tutti prima ancora di aprir bocca: ma era stata comunque un’esperienza fantastica. Negli anni successivi per un motivo o per l’altro non mi è più riuscito di tornare e l’interesse (per il salone, non per il fumetto) poco alla volta era venuto meno. Fino a quando si è offerta l’opportunità di rivisitarlo assieme a mio figlio e a mio nipote. Mi è parso simpatico: tre generazioni di devoti in pellegrinaggio alla Mecca dei comics.

Al santuario di Lucca ho trovato di tutto, tranne i fumetti. Ho vissuto per mezza giornata in un mondo a me assolutamente sconosciuto, per molti versi incomprensibile, e sono tornato con la coscienza di essermi perso ultimamente un sacco di cose, di aver saltato troppi passaggi per poter sperare di decifrarlo. Eppure tutto questo tempo non mi ha visto pascolare capre in un alpeggio, l’ho vissuto nella scuola, in mezzo ai ragazzi, e dovrei essere accettabilmente aggiornato sui cambiamenti. Invece niente: sono rimasto sconcertato.

In primo luogo dalle dimensioni assunte dal fenomeno. Per continuare in futuro a riempire le piazze Grillo e la Camusso non dovranno far altro che organizzare festival del fumetto. Lucca era letteralmente congestionata, si stentava a muoversi. L’infilata delle vie rettilinee che dalla piazza del Duomo arrivano sino alle mura offriva uno spettacolo strabiliante: un mare di teste come non avevo mai visto, né per le manifestazioni politiche né per i concerti rock. Da quelle trasversali si riversavano incessantemente altre ondate, e lo stesso valeva per il percorso sulle mura. Una marea umana.

In queste condizioni siamo riusciti con fatica ad accedere a due o tre dei trenta e passa padiglioni distribuiti per la città, e più faticosamente ancora ad uscirne, senza naturalmente poter vedere nulla di ciò che ci interessava. In quelli destinati al mercato se ti fermavi a chiedere un prezzo o a cercare un numero di “Oklahoma” venivi trasportato allo stand successivo senza nemmeno muovere un piede. In più, essendo la manifestazione distribuita su tutta l’area cittadina, risultava praticamente impossibile coglierne qualcosa di più che uno scorcio. Insomma, abbiamo percorso quasi cinquecento chilometri, viaggiando per circa cinque ore, per fermarci poi a Lucca nemmeno quattro, compreso un veloce primo piatto.

Deluso, quindi? No, affatto. A parte il piacere di esserci andato con la progenie, ai fumetti ho rinunciato praticamente subito e mi sono invece concentrato su quel che mi stava capitando attorno. Provo a spiegarlo, o almeno a cercare di descrivere le mie sensazioni.

Già al momento in cui abbiamo dovuto posteggiare alla romana, perché naturalmente non c’era un buco libero per un raggio di chilometri tutto attorno le mura, la mia convinzione che il tempo dei fumetti fosse finito da un pezzo ha iniziato a vacillare. Quando poi ho visto la quadruplice fila di persone che si apprestavano a pagare sedici euro a testa (e niente riduzioni, né per gli over sessantacinque né per insegnanti o per benemeriti del settore – le ho provate tutte) mi sono persuaso di aver preso una solenne cantonata. Infine, al momento di tentare di addentrarmi in una delle vie che portano al centro, i dubbi erano diventati certezze. Il tempo del fumetto, per come lo intendevo io, era davvero finito, e quindi in questo senso avevo ragione, ma ne era iniziato un altro, che con la cultura del fumetto aveva a che fare in tutt’altro modo.

Immerso nella bolgia, tenendo ben stretta la mano di Leonardo, mi sono trovato a spintonare o ad essere spintonato da copie più o meno riuscite dell’Uomo Ragno, di Thor, di Lupin III e di decine di altri personaggi che non conoscevo e dei quali dovevo chiedere spiegazione a mio figlio e a mio nipote. I primi gruppetti mascherati che avevo scorto, ancora al di fuori delle mura, li avevo sbrigativamente commiserati: mi hanno sempre infastidito i travestimenti e le mascherate. Pensavo di aver beccato qualche isolato esibizionista o mentecatto (un tizio era vestito da pilota d’aereo, e attorno alla vita aveva un biplano con un’apertura alare di due metri). Appena entrato nella fila, però, ho realizzato che quelli travestiti da Batman o da Capitan Sparrow o da Zombie non erano ragazzini, ma persone che il giorno dopo avresti potuto trovarti di fronte in un ufficio delle imposte, in uno studio medico o in una sala insegnanti, e che non erano quattro deficienti a piede libero, ma almeno un terzo dei convenuti: allora le cose han cominciato ad essere chiare. L’ottanta per cento di quella marea di gente non era affatto interessato a comprare o a vedere i fumetti, a farsi siglare l’ultima grafic novel dagli autori o a inseguire le mostre. Era lì per essere vista, mossa dalla stessa coazione ad esibirsi che ormai contamina ogni bagno di folla e di telecamere, dalle tappe del Tour o del Giro d’Italia alle partite allo stadio, dai grandi raduni di protesta ai megaconcerti e ai funerali dei Vip. Lucca Comics era per costoro un puro pretesto, particolarmente appetitoso perché la natura della manifestazione almeno in parte giustificava la pagliacciata. Volevano apparire per un attimo, essere visti sia pure di sfuggita da decine di migliaia di persone, diventare oggetto dell’attenzione collettiva, almeno sotto le false specie dell’eroe al quale si erano ispirati. Non si trattava di “sentirsi” per un giorno nei suoi panni: semplicemente, di vestire i suoi panni. Non credo che questa gente giri per casa indossando anziché il pigiama la tuta dell’uomo ragno (o almeno lo spero, per i loro congiunti). Travestirsi significa spersonalizzarsi, ripudiare la propria identità, e questo riesce molto meglio in mezzo ad una grande massa, nel totale anonimato.

Per un po’ mi sono detto che tutto ciò è molto triste. Provavo a vedere le cose con gli occhi di mio nipote, ma era peggio, perché Leonardo è quasi un clone mio e rifiuta già di mascherarsi anche a Carnevale. Poi, poco alla volta, ho cominciato a realizzare che magari così triste non è, o lo è solo per me, che pretendo di capire cosa passi nella mente di un maggiorenne bardato da tartaruga Ninja, con tanto di guscio, e non riesco ad ammettere che possa divertirsi. Ho riflettuto: certo, se uno la domenica non ha di meglio da fare che vestirsi da pagliaccio qualche problema deve averlo. Se poi a farlo sono migliaia, e tutti i giorni della settimana, il problema allora è sociale. E’ indice di un disagio collettivo, come dicono gli esperti televisivi. Su questo non ci sono dubbi, e al loro disagio aggiungo anche il mio, quando li ascolto. Ma cosa significa? che la capacità di distinguere tra reale e virtuale è sempre meno viva? Che l’apparire ha ormai vinto sull’essere? Che siamo agli ultimi bagliori del crepuscolo dell’Occidente? Non c’era bisogno di trascinarsi sino a Lucca per saperlo: ma nemmeno è lecito leggere tutto come manifestazione di un degrado spirituale inopinato, quasi si arrivasse da un mondo e da un’epoca in cui prevalevano la coscienza civica, l’impegno civile e politico, la forza delle idee e la capacità di perseguirle con coerenza.

Dopo il primo sconcerto, dunque, mi sono imposto di fare mente locale con un po’ più di onestà. E ho dovuto a malincuore ammettere che l’azzeramento di tutte le idealità lo ha realizzato la mia generazione, non quella dei mutanti che si aggiravano per Lucca. Qui sarà bene tuttavia, a scanso di equivoci e pur già sapendo che mi caccerò nel solito mappazzone, chiarire le cose: non mi appresto ad un autò da fé, non voglio liquidare la faccenda addossando ogni colpa al Sessantotto, o al Settantasette, o a qualsiasi altro anno simbolico di quel periodo lì. Queste sono stupidaggini buone per gli opinionisti a gettone e per il pubblico che li ascolta. Ma nemmeno sopporto l’atteggiamento di quelli che, all’epoca armati di libretto rosso e oggi a gettone anche loro, archiviano il tutto con un sorrisino di sufficienza, a significare che sono già un bel pezzo avanti, che come scoperta è un po’ tardiva e occorre darci un taglio. È troppo facile: dare tutto per scontato è il modo più vile di far sparire sotto il tappeto le verità che ci disturbano. Credo sia invece opportuno ogni tanto ritirarle fuori e guardarle negli occhi, per ricordarci che ciò che oggi lamentiamo è solo una conseguenza di quanto accadeva quaranta o cinquanta anni fa.

Dalla metà del secolo scorso, per la prima volta nella storia, e sia pure solo in Occidente, un’intera generazione è cresciuta senza dover fare quadrare il pranzo con la cena, e neppure con la colazione del mattino dopo. Il domani era già prevedibile sulla scorta dell’oggi, e la colazione assicurata. E dal momento che a pancia piena si dorme e si sogna meglio, tra la cena e la colazione c’era posto per speranze che si discostavano da quelle relative a un piatto di fagioli, e riguardavano l’equità, la giustizia, la libertà, la possibilità per tutti di “realizzarsi”, ecc.

Ora, è vero che sogni di questo tipo hanno sempre abitato, di giorno e di notte, le menti degli uomini, o almeno di quelli che da Caino in poi hanno pilotato la nostra “evoluzione” culturale e sociale. Ed è sperabile che continuino a farlo. Il problema è però che i sogni fatti a pancia piena sono inaffidabili. Sono fatti della stessa sostanza dei cibi, direbbe Shakespeare. Cambiano a seconda del menù, vengono velocemente metabolizzati e altrettanto velocemente scaricati. Quindi ciò che lungo i millenni della storia umana, permanendo per i più immutata e frugale la dieta, era stato assimilato e trasformato in idealità (e lasciamo perdere il fatto che queste idealità spesso si siano tradotte in mal di pancia o in incubi: è un altro discorso) nella mia generazione, complice forse l’eccesso di secrezioni gastriche, ha prodotto solo ideologie. L’idealità è qualcosa che permea tutto l’agire, entra sottopelle, circola nelle vene e ti chiama responsabile di ciò che fai, mentre l’ideologia è fanatismo stolido, che passa direttamente per l’intestino, e scarica tutte le responsabilità sugli altri.

Noi, intendo quelli nati come me nell’immediato dopoguerra, ne avevamo sulle spalle una seria, di responsabilità: proprio perché non eravamo più spinti dall’urgenza della fame, e più ancora perché avevamo ereditato dalla recente tragedia degli spazi inediti di libertà, avremmo dovuto guardare indietro, valutare, darci gli strumenti per salvare quanto c’era di buono e cercare di raddrizzare quanto continuava ad andare storto. Invece, visto che il pranzo era assicurato, ci siamo presi delle solenni sbornie, e non solo metaforiche, in nome di una malintesa interpretazione di quella libertà: una concezione che prescindeva da ogni ipotesi che la libertà fosse innanzitutto una conquista individuale continua, e non un carattere geneticamente trasmesso o un bene socialmente garantito.

Ecco allora che la prevedibilità, perseguita per secoli come una garanzia di sicurezza, per la mia generazione da valore positivo si è trasformata in fattore negativo. Alla base c’era una denuncia più che legittima e fondata, anticipata dalla letteratura, dalla filosofia, dalla sociologia, dall’arte di tutto il primo novecento: quella del rischio di scivolare semplicemente da una massificazione forzata ad una consensuale, di essere irretiti nel totalitarismo “morbido”, democratico e invisibile, del consumo. Ma dando di questa denuncia una lettura rozza e semplicistica, ideologica appunto, si è fatta dei valori un’unica ammucchiata e si è buttato tutto senza distinzioni, in nome prima della rivoluzione che era vicina, poi della libido che urgeva da tutti i pori, infine di un privato che per un po’ è stato spacciato per politico e poi è diventato semplicemente farsi i cavoli propri. Una volta raggiunta, la sicurezza è stata sofferta come una gabbia; la condizione che avrebbe dovuto finalmente consentire a tutti, o almeno a tutti quelli che davvero lo desideravano, di realizzarsi in base alle proprie potenzialità e aspirazioni, è scaduta a narcotico per le masse. Lo stesso vale per la democrazia, schifata come strumento del dominio “borghese”, e per quel lavoro che oggi è rivendicato come un diritto, ed è nella realtà un privilegio, mentre quarant’anni fa era rifiutato dagli stessi difensori odierni come una forma sempre e comunque di alienazione e di sfruttamento. Ce le ricordiamo queste cose? Occorreva rompere il guscio ovattato della società del benessere e del consumo, smascherare le infamie del modo di produzione che le stava alle spalle, non solo per garantire che la minestra fosse assicurata a tutti, ma anche, e soprattutto, per consentire al non prevedibile di irrompere, e ridare gusto ad una vita che quella minestra aveva resa insipida. Qui è il nodo. Invece di lavorare con umiltà e pazienza per porre argini solidi al rincoglionimento mediatico che ci veniva propinato si è scelto di giocare: ci siamo quindi travestiti di volta in volta da Che Guevara, da figli dei fiori, da indiani metropolitani, da santoni buddisti, ci siamo incamminati per tutti i possibili sentieri dell’ideologia e dalla fede, sempre ben attenti però a non smarrire il biglietto che garantiva la corsa di ritorno. In più, a differenza dei nostri figli e nipoti, avevamo la pretesa che il gioco fosse riconosciuto come serio, e i nostri travestimenti come divise di una militanza rivoluzionaria. Nei casi estremi, chi questo riconoscimento lo negava veniva anche punito.

Ora, è evidente che il travestimento fa parte della natura umana, anzi, nella forma del mimetismo è proprio persino degli animali. Ma io qui parlo di un travestimento “culturale”, non di una semplice strategia di sopravvivenza. E anche di qualcosa di più specifico del travestimento quotidiano. Quando ci alziamo il mattino il nostro primo atto è indossare la maschera di giornata, anzi, le tante maschere: quella di padre, di marito o compagno, di condomino o di proprietario di cane, ecc… Ma questo ci sta, è nell’ordine delle cose. Il problema nasce quando pretendiamo che il travestimento diventi collettivo, che gli altri si adeguino alla finzione che stiamo recitando, entrando a farne parte nei ruoli e con lo spirito che noi vorremmo assegnare loro. Allora vengono fuori i problemi, perché gli abiti che abbiamo scelto non vanno bene a tutti, le taglie sono sbagliate, o semplicemente agli altri quella maschera e quel ruolo non piacciono.

Vi chiederete con angoscia dove sta portando questo pistolotto, e soprattutto cosa c’entra con Lucca e con gli uomini ragno. Ci arrivo. Ci riporta finalmente proprio lì da dove siamo partiti, ma con uno spirito diverso, per riparlare del grande assente, il fumetto. La stagione d’oro del fumetto, e non mi riferisco alla qualità, ma alla rilevanza culturale e sociale del suo impatto, si era già chiusa proprio a Lucca quarant’anni fa, senza che noi ce ne accorgessimo; o addirittura qualche anno prima, quando Eco, Del Buono e i semiologi d’avanguardia lo avevano riscattato dalla semi-clandestinità e gli avevano riconosciuta dignità letteraria e artistica. Come avviene per ogni consacrazione, quel riconoscimento e quel festival erano gli atti finali di un processo di imbalsamazione. Le strisce disegnate avevano cessato di costituire una lettura alternativa, erano già entrate a scuola non più nel doppio fondo delle cartelle ma attraverso i libri di testo, erano diventate uno dei tanti “linguaggi”, uno di più, da studiare. Con una strategia classica si accoglievano i barbari entro i confini per farne dei difensori. Nel frattempo però ogni loro potenziale pericolosità era già stata neutralizzata da un’altra orda ben più devastante che stava sopraggiungendo: quella televisiva.

Il fumetto a quel punto non è morto, ma è diventato altra cosa, quella che vediamo oggi e che appunto era rappresentata a Lucca: nella quale, di come io – e probabilmente tutta la mia generazione – l’abbiamo inteso e amato, resta proprio nulla. Ed è giusto così. Oggi il fumetto sta alla galassia letteraria come l’opera lirica sta alla musica e al cinema. È figlio di un particolare momento storico e culturale ed ha svolto la sua brava funzione di fiancheggiamento nella transizione da una modalità di cultura ad un’altra. Ha esaurito il potenziale di rottura proprio quando gli è stata conferita una autonoma dignità di “genere”, e a dispetto della presenza di illustratori eccezionali e di un altissimo livello nella qualità dell’offerta (o forse proprio per questo) sopravvive ormai solo per l’affezione dei loggionisti: adulti nostalgici come me, e magari la loro discendenza geneticamente contagiata.

Il fatto è che non parla più alla fantasia giovanile, perché la sua voce è sovrastata da mille altre più forti e perché la fantasia stessa non è più disposta ad ascoltarla, distratta com’è, o addirittura atrofizzata, dall’eccesso e dalle modalità dell’offerta proveniente dai nuovi media. Le componenti fondamentali del fumetto classico erano un pubblico che ha voglia di sognare, un personaggio capace di personificare il sogno, delle storie capaci di coinvolgerti e di farti vivere una vita parallela. Oggi quel pubblico in una dimensione parallela ci vive già tutti i giorni, senza volerlo e senza rendersene conto, le storie le consuma con la stessa passione con cui mangia un panino al McDonald, personaggi come Blueberry e Ken Parker gli riescono anacronistici. Avrebbe semmai bisogno di rientrare ogni tanto nella realtà, ma in questo il fumetto non soccorre: al più può consentire una “snobistica” (e solo parziale) sottrazione al rimbambimento televisivo di massa.

Ma non è finita. Rimane da spiegare come mai proprio la generazione cresciuta a pane e fumetti abbia prodotto poi nei fatti un tale scempio delle idealità. E qui la cosa si fa più complessa, anche se un pezzo di spiegazione plausibile penso di averla. In sostanza, dicevo, il fumetto ha agito in una prima fase come elemento dirompente. Anche quando le storie e i personaggi erano politicamente corretti, nel caso ad esempio di Topolino, del Corrierino dei Piccoli o del Vittorioso, il fatto in sé che la lettura fosse non più solo supportata, come accadeva nei libri illustrati, ma guidata dalle immagini, e che queste prevalessero in definitiva sul testo, apriva uno squarcio nella rappresentazione penitenziale del leggere imposta dalla scuola. Questo effetto non era né casuale né imprevisto: il fumetto rispondeva in realtà perfettamente ad un’esigenza dei tempi, era strumento di quella stessa “astuzia della ragione” (senza ulteriori aggettivazioni, intrinseca ormai ai modelli di pensiero e di sviluppo occidentali) che avrebbe agito di lì a poco attraverso la musica rock, i jeans, la moda giovane, ecc., per svecchiare il mondo e prepararlo a un nuovo assetto, al circuito chiuso che prevede non di produrre in risposta a un bisogno ma di creare il bisogno al fine di produrre. Consentiva di distribuire sogni a basso costo ad una utenza allargata rispetto a quella dei lettori classici che li attingevano dai libri. Non solo: quei sogni li standardizzava anche, popolandoli delle stesse immagini, degli stessi colori, e costringendoli nelle stesse tavole e storie. Per questo parlavo prima di azione di fiancheggiamento.

Ma anche la ragione, per quanto astuta, non può mantenere un controllo totale sui suoi strumenti. Dal fumetto, così come accade per ogni strumento culturale, venivano quindi da un lato una subdola spinta all’omologazione, dall’altro, per un effetto reversivo, l’allusione a possibilità di mondi e di vite diversi: ed era soprattutto quest’ultima ad essere colta (Paperino ha sempre raccolto maggiori simpatie rispetto a Topolino). Il che ci riporta però esattamente al punto di prima, e cioè alla domanda: se, a dispetto della sua strumentalità al gioco della “modernizzazione”, il fumetto lasciava intravvedere delle alternative, queste che fine hanno fatto?

Per dare una risposta esaustiva dovrei tirarla ulteriormente in lungo, e penso di non potermelo permettere. Quindi riassumo, sperando di non essere frainteso. In sostanza, io credo che al di là di ogni contestualizzazione sociale o storica ciò che fa la differenza sia sempre la disposizione individuale. Per quanto attiene al nostro argomento questo significa banalmente che i milioni di ragazzini che leggevano fumetti negli anni cinquanta sceglievano i loro eroi tra migliaia di protagonisti, e che anche coloro che si identificavano nello stesso personaggio lo facevano ognuno in maniera molto diversa. Ma una ripartizione all’ingrosso in due grandi schieramenti può essere fatta, almeno per quanto concerne i lettori forti, quelli non onnivori e superficiali. Da un lato c’erano dunque gli appassionati del fumetto “avventuroso” ambientato nel passato, soprattutto di quello western, con tutte le differenze che passavano tra Capitan Miki e Kinowa o Tex; dall’altro gli amanti del fumetto fantascientifico di stampo americano, quello dei supereroi della Marvel, per intenderci. Ma i blocchi si formavano in realtà già prima, tra chi leggeva Topolino o il Corrierino dei Piccoli e chi preferiva il Monello. Ciò che ho potuto constatare, all’interno della mia cerchia di amicizie, è che i primi passavano in blocco, al termine dell’infanzia, al mondo dei supereroi, mentre i secondi rimanevano fedeli a quello dell’avventura, con un percorso che dal Grande Blek e da Tex li portava a Corto Maltese, a Blueberry e a Ken Parker. Non è una differenza priva di significato, fantasticare guardando al passato o al futuro.

Più significativa ancora mi sembra però un’altra differenza: quella tra eroi e supereroi. Gli uni se la devono cavare con risorse tutte umane, se la giocano alla pari, anche se poi per campare e consentire la prosecuzione della serie devono essere un po’ più veloci a sparare o a dare e schivare cazzotti. Gli altri possono far conto su dotazioni speciali, quale che ne sia l’origine, indigena o aliena. Se il mio modello sono Blek o Tex, per poterli imitare devo darmi da fare, quanto meno costruirmi muscoli d’acciaio o allenarmi ad estrarre: se sono l’Uomo Ragno o Hulk, devo aspettare che una tecnologia avanzatissima mi procuri una tuta speciale o che un esperimento sbagliato mi scombussoli l’equilibrio ormonale. Nel primo caso è chiamata in causa la mia volontà, sono totalmente responsabile di me stesso, nel secondo mi affido al caso o alla scienza. È in fondo la differenza che corre tra la concezione niceana del Cristo, inteso come figlio di Dio e partecipe della stessa sostanza, adottata poi dal cattolicesimo romano, e quella ariana, poi passata con qualche variante nel protestantesimo, che ne professava la natura totalmente umana. I risultati si vedono. Se Cristo è Dio, va da sé che non ha nemmeno senso tentare di imitarlo, mi tengo le mie debolezze, mi affido ogni tanto a un condono e aspetto la salvezza da un extraterrestre; ma se Cristo è un uomo, allora sono responsabile di avvicinarmi il più possibile alla sua perfezione, e non posso liberarmi con una ipocrita confessione della mia responsabilità (o se vogliamo, del senso di colpa). Immagino che chi mi legge stia a questo punto sghignazzando: ma se dopo essersi ripreso proverà a rifletterci su, forse il paragone non gli sembrerà così peregrino.

C’è ancora dell’altro. L’eroe umano agisce a volto scoperto: è sempre lui. Blek ha girato per anni con lo stesso giubbotto peloso smanicato, estate e inverno, Tex ha cambiato tre camicie in ottocento numeri. Le poche eccezioni, come El Bravo o Maschera Nera, o lo stesso Lone Ranger, da noi non hanno mai funzionato: e comunque non erano dei travestiti, con la maschera facciale sembravano esserci nati, come il panda o l’orso dagli occhiali. Il supereroe invece per agire si traveste, ha una doppia vita e una doppia personalità. Si mette in maschera, recita una parte (eccotela, Lucca!).

Infine. Nei primi anni Sessanta la stessa banda che mi stava privando del piacere di partecipare al rischio dei miei eroi, magari leggendo L’Intrepido di un compagno durante la lezione di matematica, quelli che si affannavano a “sdoganare” il fumetto, sdoganava anche qualcos’altro. Diabolik, Satanik e tutto il filone degli eroi negativi sono figli dell’Elogio di Franti. Il messaggio era appunto quello di cui parlavo sopra. Basta col perbenismo, con gli eroi tutti d’un pezzo che difendono i deboli, gli orfani e le vedove, con i cloni di John Wayne o di Alan Ladd, con i valori positivi e borghesi della giustizia e della lealtà: che diamine, facciamo spazio alla perfidia e all’ambiguità che albergano in ciascuno di noi, diamo sfogo al lato oscuro, ribelliamoci alle norme e alle convenzioni, non in quanto sbagliate, ma in quanto norme. Anche Tex e Blueberry erano in più di un’occasione dei fuorilegge, ma in nome di una legge più alta, quella morale. Qui invece si passa dall’etica di Immanuel Kant a quella di Eva Kant. E non a caso anche questi anti-eroi erano tutti mascherati, e si avvalevano di tecnologie sofisticate.

Se proviamo a mettere assieme tutti questi dati il quadro si fa chiaro e certi conti cominciano a tornare. Mi spiego ad esempio come mai, quando ho iniziato a frequentare l’Università, mi sono ritrovato ad essere l’unico “di sinistra” che arrivava dalla lettura di Tex (c’era anche Cofferati, ma io non lo conoscevo) e del Vittorioso, o che almeno confessava di averli letti, e di continuare a farlo. Tutti gli altri avevano percorso la linea Topolino-Nembo Kid (era il nome di Superman nella versione italiana)-Diabolik. Tex era considerato un fascista, Il Vittorioso una fanzine clericale. “Di sinistra” era Satanik, qualche anno dopo sarebbe stato lo Zanardi di Andrea Pazienza. Allora non mi capacitavo, e già avvertivo quella sottile inquietudine che mi ha poi sempre accompagnato, facendomi dubitare prima della mia effettiva appartenenza alla sinistra, poi dell’esistenza stessa di una sinistra al di fuori di me. Come sarebbe a dire che Tex non è di sinistra? A prescindere dall’imbecillità di queste etichettazioni, se uno dà delle solenni strapazzate ai prepotenti, smaschera i corrotti, si batte per i diritti dei più deboli, disobbedisce agli ordini che gli sembrano stupidi o criminali, sposa una donna “di colore” in tempi non sospetti, riesce a conservare vive amicizie che durano da sessant’anni, è persino messo all’indice dalla censura ecclesiastica, che diavolo altro deve fare per essere considerato un giusto?

Ebbene, la risposta (al problema che ci ponevamo, sugli esiti della cultura del fumetto) sta tutta qui. La linea Tex, a dispetto del perdurare del successo dell’albo, che nel frattempo ha perso però, per ragioni anagrafiche, ogni valenza “eversiva”, non è affatto passata. Nemmeno nella versione Ken Parker, più fine e aggiornata ai linguaggi e alle tendenze del post-Sessantotto. Ad essere sconfitto è stato il sogno di una società formata da individui liberi e coscienti che la libertà è una conquista quotidiana, e quindi pronti a difendere la vita e la dignità altrui per dare senso e concretezza alla propria: sogno necessariamente ambientato nel passato, perché realizzabile solo in una società meno complessa e vischiosa della nostra, con linee di confine più facili da intravvedere e da segnare. E anche questa era a suo modo una indicazione di percorso, suggeriva di fermarsi un attimo a riconsiderare le conseguenze del modello di sviluppo che proprio in quegli anni celebrava il suo trionfo definitivo.

Ha vinto invece la Marvel, e il successo odierno delle trasposizioni cinematografiche dei suoi supereroi, e il moltiplicarsi degli stessi, stanno a dimostrarlo. Questo significa che ha vinto una concezione deresponsabilizzante della vita. Nel mondo dei supereroi la legalità, la giustizia, la sicurezza non sono garantite dal prevalere di una coscienza civica, sia pure con l’aiuto di un lazo o di un paio di pistole, ma sono delegate ai superpoteri di pochi angeli custodi mimetizzati tra gli umani, che combattono a loro volta con autentici demoni del male. È uno spettacolo gladiatorio, tutto giocato sugli effetti speciali, rispetto al quale il mondo è solo un campo di battaglia e l’umanità una massa amorfa di spettatori.

Spettacolo, massificazione, tecnologie sempre più sofisticate, corpi bionici, relativismo etico, il futuro come eterno e immutabile presente: questa è la linea che ha vinto e questa la quotidianità che viviamo. Nella quale sono rimasti i fumetti, ma sono definitivamente scomparsi i sogni.

Alla buonora, ho finito. Le cose sono andate grosso modo così, o almeno così le ho viste andare. Per questo invece di piangere sulla morte del fumetto mi considero fortunato per averne vissuta la pur breve epopea, e continuo a collezionare le ristampe di Blueberry. Per la stessa ragione mi ritengo malgrado tutto soddisfatto della trasferta a Lucca. I pellegrinaggi a qualcosa servono. C’erano duecentomila persone, e non ho sentito urlare uno slogan o proferire una minaccia, non ho visto un alterco. Sfilavano tranquille: mascherati o no, nella ressa c’era posto per tutti. Fotografavano, smanettavano sui cellulari e sugli i-pod, cercavano il selfy con l’incredibile Hulk, facevano tutto quello che di solito ti induce a chiederti: ma come siamo finiti? Nessuno ha però preteso che mi travestissi anch’io, o che mi unissi ad un terrificante “chi non salta …”. Erano lì per “mirar ed esser mirati”, non dovevano convincere nessuno, non protestavano contro qualcosa, non avevano rivendicazioni da fare.

Prima di Lucca avrei detto: è proprio questo il problema. Adesso, sinceramente, non lo so più. Provo a guardare che alternative offra il palinsesto e mi si accappona la pelle. Vedo delle bande di giovani idioti travestiti da antagonisti e da disobbedienti, che colgono ogni pretesto per incendiare auto e cassonetti e sono giustificati con la scusante della diffusa rabbia sociale dagli altri disagiati mentali, un po’ meno giovani, che scaldano le poltrone dei talk show e del parlamento; vedo dei figurini prodotti in serie dalle nuove scuole di amministrazione, perfettamente intercambiabili come gli omini della Lego, che si travestono da riformatori e rottamatori per togliere la polvere alle suppellettili mentre l’intonaco del soffitto cade a pezzi: vedo la folta schiera dei trasfertisti d’ordinanza della mia generazione, quelli che hanno cavalcato tutte le onde e le schiume prodotte dalla politica negli ultimi quarant’anni, distruggendo ogni credibilità delle istituzioni, facendone commercio, usandole per arricchirsi o per piazzare nei consigli d’amministrazione i loro rampolli, li vedo ancora tutti li, a rincorrersi sul video, travestiti da vecchi saggi. Cosa volete che faccia? Cambio immediatamente programma e mi risintonizzo su Lucca.

Così il prossimo anno (forse) si ritorna. E se Leonardo vorrà vestirsi da Corto Maltese, gli cerco io il berrettino.

 

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Lo zen e l’arte di raccontar balle

di Paolo Repetto, 30 aprile 2014

È lo stile che ci fa credere in qualcosa
nient’altro che lo stile!
Oscar Wilde

Una volta chiesi ad Osvaldo quanto ci si impiegasse per raggiungere Dego. Dovevo portare sin là con uno scassatissimo Transit la band del paese, strumenti e amplificazione compresa. Erano le otto passate, si era in inverno e l’esibizione era prevista per le dieci. Rispose: “Dego? Quaranta minuti”.

Rimasi interdetto. Sono quasi ottanta chilometri, all’epoca senza un metro di autostrada, tutti tornanti e attraversamenti. Obiettai: “Ma lo sai dov’è Dego? Ci sei mai stato?” Mi zittì: “Sia un po’ dove vuole. In quaranta minuti ci si va”.

Avrei dovuto saperlo. Non si obietta all’affermazione di un maestro. Fossi stato un discepolo zen avrei rimediato una bastonata. Osvaldo non bastonava, ma ammollava certi cartoni sulla schiena da lasciarti senza respiro per un quarto d’ora. A buon diritto, perché era maestro in un’altra disciplina: nell’arte antichissima di raccontar balle.

Questa conversazione non vuole offrirvi un trattato sulla menzogna. Non ne farà la storia, perché dovremmo partire da Eva e passare poi per Platone, Torquato Accetto e tutti gli altri, e non basterebbero due settimane per un riassunto. Toccherà solo marginalmente la letteratura, che pure è zeppa di bugiardi, da Ulisse a ser Cepperello e a Iago, per citare solo i più famosi: ma anche qui, al di là del fatto che la letteratura è di per sé menzogna, non ne usciremmo più. Mi terrò infine prudentemente lontano dalla psicologia, per cui non sarà un corso accelerato per mentitori, e nemmeno offrirà un prontuario per smascherarli. Tanto l’uno che l’altro sarebbero perfettamente inutili, conosciamo già tutto quel che serve e sappiamo anche che non serve a nulla.

E allora? Allora vado a proporre una serie di riflessioni a ruota libera, sia pure confortate da autorevoli esperti, su un’attitudine che per alcuni costituisce un vero e proprio sport, per altri una naturale necessità, per altri ancora uno strumento, di affermazione o di sopravvivenza. Nelle intenzioni dovrei limitarmi al tema dello stile, prescindendo da ogni considerazione morale o civica. Per questo il titolo parla di arte: si può essere semplicemente dei bugiardi o si può essere degli artisti nel travisare la realtà. Dei primi c’è poco da dire: quando non sono pericolosi sono patetici. Io voglio naturalmente parlare dei secondi.

Mi accorgo però che sarà difficile tagliar dritto, fingendo che il discorso sullo stile possa essere avulso da quello più generale sul nostro bisogno di nascondere o travestire la verità. C’è il rischio che ne nascano ambiguità e confusione. Non garantisco quindi che non verranno percorse anche altre vie.

Devo fare un’ulteriore precisazione: quando affermavo che non avrei parlato della menzogna volevo dire in realtà che non tratterò di ciò che noi normalmente intendiamo per menzogna. Il termine può essere infatti usato in un’ampia gamma di sfumature, ma la connotazione prevalente è la più negativa, quella già evocata dalle facili assonanze con rogna e vergogna; tanto che quando è riferibile ad un atteggiamento nostro gli preferiamo sempre la locuzione “raccontare bugie”. In questo modo da mortale il peccato diventa immediatamente veniale.

Ciò di cui vado a trattare rimane in effetti entro il campo del veniale: non intendo avventurarmi nei vizi capitali. Possiamo dunque metterci rilassati, ma solo dopo aver accettato come assiomatico un dato di fatto: tutti quanti raccontiamo bugie, e non una volta ogni tanto, ma continuamente. Una psicologa ha realizzato uno studio dal quale si evince che ciascuno di noi mente in media un paio di volte al giorno. La ricerca in questione è evidentemente una stupidata, ma se vogliamo avere una dimensione quantitativa del fenomeno direi che ci stiamo dentro, e anche un po’ stretti. E nessuno creda di poter fare quello cui non tocca il pollo: non venitemi a raccontare che i giudizi che date sul cibo che vi viene servito, in casa o presso amici, o i pareri sulle gonne che vostra moglie ha appeno preso “d’occasione”, o sui regali che ricevete a Natale, siano sempre del tutto veritieri. Uno che se intendeva, Mark Twain, che sarà chiamato a testimoniare più volte nel corso di questa conversazione, diceva che “mentiamo ogni giorno, ad ogni ora, da svegli e nel sonno”; e avrebbe potuto aggiungere che mentiamo a noi stessi e agli altri.

C’è persino una teoria evoluzionistica secondo la quale l’uomo avrebbe sviluppato un cervello più grande rispetto al suo parentado del ramo primati proprio per avere la capacità di ingannare e quindi di prevalere, o almeno di sopravvivere. Jan Leslie, in Bugiardi nati, la riassume così: “L’homo sapiens si distingue dagli altri animali per questa caratteristica: la capacità di raccontar frottole e addomesticare la realtà”. Il linguaggio, secondo questa interpretazione della specificità umana, sarebbe prevalentemente strumento di inganno, e direi che qui non ci piove, non ci vuole nemmeno la psicologa per dedurlo, è un’evidenza che avvalora tra l’altro la narrazione biblica. Se interpretata alla maniera giusta, la teoria non mi sembra affatto infondata. Cominciamo a mentire più o meno nello stesso momento in cui iniziamo a parlare, e nel farlo costruiamo una dimensione alternativa, che opponiamo agli altri per autodifesa o nella quale cerchiamo rifugiamo quando la verità ci riesce inaccettabile. Ed è proprio il fatto di vivere in questa continua tensione tra due piani della realtà a distinguerci dagli altri animali. Quindi, prendiamo atto che siamo per natura dei contaballe, e vediamo piuttosto come esercitiamo questa prerogativa.

In genere lo facciamo senza cattiveria, a volte addirittura senza intenzione, e si tratta nella stragrande maggioranza dei casi di bugie piccole, tutto sommato innocue, quelle che aiutano anzi a mantenere un certo equilibrio nei rapporti familiari e sociali (paradossalmente, senza una certa dose di mistificazione sarebbero guai). Non è sempre così, però. A volte si mente per prevaricare, per ottenere vantaggi a danno degli altri, altre per semplice megalomania, per compulsione o per debolezza, altre ancora per pietà, per compassione. Ci sono quindi menzogne egoistiche e bugie altruistiche. E ci sono anche modi diversi di mentire: si può farlo per omissione, non dicendo tutto quel si dovrebbe dire (è quasi sempre il caso delle bugie pietose) o per falsificazione.

Nel momento stesso in cui si è reso conto della sua capacità di mentire, e quanto questa capacità potesse diventare un’arma, utile o pericolosa a seconda della parte del coltello che si impugna, l’uomo ha cominciato a darsi da fare per trovare gli antidoti, per smascherare la menzogna altrui. E ogni volta che ha fatto un passo avanti, acquisendo cultura, la cultura ne ha fatti due, elaborando nuove tecniche di inganno. Ultimamente però il gap parrebbe essere stato colmato. Sono state infatti individuate le specifiche aree del cervello che entrano in azione quando si dice una bugia, producendo impulsi elettrici. Questi impulsi vengono rilevati grazie a una speciale tecnica, l’imaging neurale, che ci mostra come le aree del cervello più attive nella costruzione delle bugie siano la regione frontale sinistra e la corteccia anteriore. È dunque possibile stabilire quando una persona sta mentendo poiché il cervello produce una risposta bioelettrica inconfondibile (si chiama N400). So cosa state pensando: c’è gente che con una cuffia in testa e quattro elettrodi potrebbe alimentare un condominio. Ma se ci riflettete un attimo, capirete che siamo fritti. Sarà sufficiente che ci applichino appena nati un microscopico rilevatore sottocutaneo, come già si sta pensando di fare per monitorare in tempo reale tutte le funzioni vitali, e tanti saluti alle vecchie care bugie: col rischio che saltino del tutto i già precari equilibri con colleghi, familiari, dipendenti o amici.

Non tutte le bugie, però, possono essere rilevate: e qui entriamo nel vivo della nostra conversazione. (In merito alla quale posso assicurare, anche se sembra un paradosso, che ogni riferimento a persone o cose sarà vero).

Io ho avuto la fortuna di conoscere due grandi Maestri, davvero due artisti nel loro campo, che era appunto quello del contar storie. Non ci sono parametri o criteri per l’attribuzione del titolo: l’artista lo riconosci dalla reazione che ti provoca. Davanti ad una balla più o meno evidente puoi provare fastidio e irritazione, quando non addirittura sdegno: oppure puoi provare un ammirato e divertito stupore. Ora, questa seconda reazione scatta evidentemente solo in presenza di qualcuno che non sta cercando di ingannarti e di procurarti del danno: al massimo si può essere “ammirati” nei confronti di chi ha saputo rifilarti una fregatura in maniera elegante, se la fregatura non ha procurato danni eccessivi. Ma io non considero neppure questo secondo caso. Voglio occuparmi di frottole fini a se stesse, pure come l’imperativo kantiano, non contaminate da interessi o secondi fini. Del piacere di raccontarle e di ascoltarle, e di come questo piacere sia davvero all’origine della nostra evoluzione culturale, ma non per i motivi egoistici supposti dalla teoria: o almeno, non solo per quelli.

Per questo ritengo che ciò di cui vado a parlare non sarebbe rilevabile con l’imaging neurale; non avrebbe alcun senso, e d’altro canto non sarebbe di alcuna utilità farlo. I sensori elettrici non scatterebbero perché si tratta di un travisamento della verità che con la menzogna voluta e consapevole, quindi con quella energia maliziosa necessaria ad occultare il vero e ad elaborarne un surrogato, quella che produce gli impulsi, ha a che fare molto marginalmente. Anzi, nemmeno di travisamento si dovrebbe parlare, ma piuttosto di enfatizzazione. Di qualcosa che esce dall’ambito della quotidianità comportamentale, per assurgere a quello della creatività artistica. Un altro esperto, Oscar Wilde, scrive: “L’arte stessa è una forma di esagerazione: e la scelta, che è lo spirito stesso dell’arte, non è niente più di una maniera intensificata di super-enfasi”.

Parlerò dunque di un’attitudine che è presupposto e motore di ogni creatività artistica.

I due maestri di cui dicevo sono il succitato Osvaldo e mio padre. Due artisti di impostazione diversa, che usavano tecniche e linguaggi differenti; ma comunque due sommi. Senza tema di sacrilegio li ascrivo alle tradizioni illustri rappresentate dagli esperti chiamati in causa: la scuola americana di Mark Twain, quella inglese di Oscar Wilde e quella internazionale del Barone di Münchausen. Mi si obietterà che a voler trovare degli artisti nel raccontar balle non è necessario uscire dal nostro paese, ne abbiamo da esportare: ma devo dire che la nostra tradizione non mi è affatto congeniale, nei casi migliori c’è comunque alle spalle quella presunzione di superiore furberia che riesce disturbante in ogni manifestazione di pensiero italiana. Le frottole di cui parlo io non sono destinate ad un pubblico di Calandrini o di teleutenti lobotomizzati: anzi, per non andare sprecate esigono un uditorio consapevole e complice.

Dunque, Twain descrive in Come raccontare una storia un tipo caratteristico di narratore, che identifica con l’uomo della frontiera, brutale, spaccone, capace davanti al falò di un bivacco o ad una bottiglia nel saloon di vanterie spropositate, di esagerazioni assurde: cacciatori che hanno lottato a mani nude con gli orsi, o hanno abbattuto tre prede con un solo colpo; pescatori che hanno tirato a riva lucci di due metri, con lo stomaco ancora pieno di trote vive e guizzanti; minatori andati in letargo in autunno e risvegliatisi a primavera inoltrata, un po’ smagriti, che con i loro racconti comici e surreali convertono la durezza della vita di frontiera in una fonte di risate catartiche.

Twain spiega come ciò che fa la differenza tra il fanfarone e l’artista non sia l’oggetto, ma il modo del racconto. Svela anche i trucchi del mestiere: “Raccontare una sfilza di scemenze senza alcun nesso, in maniera farneticante e spesso gratuita, mantenendo un’aria innocente e inconsapevole e fingendosi ignari dell’assurdità di ciò che si sta dicendo è il vero fondamento dell’arte americana”. E poi “farfugliare il nocciolo della questione”, “lasciar cadere casualmente un’osservazione in verità studiata” ed infine, la pausa, che “è una caratteristica straordinariamente importante per qualunque tipo di storia”. Lo humor nero e spaccone della frontiera è nelle sue corde perché Twain sa di cosa parla, nel senso che quegli uomini li ha conosciuti personalmente ed ha ascoltato i loro racconti. Proprio la loro scarsa o nulla credibilità gli ha fatto comprendere l’importanza della espressività linguistica, dell’uso calibrato dei vari slang, dello sfruttamento pirotecnico delle immagini per descrivere tipi e situazioni. Sa anche che se vuole trasformare l’umorismo di frontiera in letteratura deve sbarazzarsi delle strutture e delle convenzioni linguistiche tradizionali e trovare costruzioni del periodo più originali. Ma deve prima di tutto rispettare la serietà con la quale nella versione orale la più assurda delle storie viene imbandita, senza orpelli, senza strizzate d’occhio agli ascoltatori, che ne seguono gli sviluppi con altrettanto solenne gravità. “Nessuno nella taverna sembrava cosciente del fatto che una storia di prima qualità era stata raccontata in una maniera di prima qualità, e che era ricolma di una caratteristica che loro non avrebbero mai sospettato: l’umorismo”, scrive Twain ricordando la volta che aveva sentito il racconto della rana della contea di Calaveras.

Osvaldo non era nato nell’Oregon, ma in Vallescura. Richiesto se conoscesse Mark Twain avrebbe risposto che lo aveva incontrato una volta ad una gara di agnolotti, a Campomorone. Se però avesse aperto a Kansas City o a El Paso il bar che aprì a Lerma non avrebbe sfigurato al confronto coi suoi personaggi. All’epoca d’oro, tra i miei venti e trent’anni, il bar di Osvaldo era la meta pomeridiana e serale dei giovani di tutti i paesi dei dintorni. Sono arrivato a contare, una vigilia di Ferragosto, qualcosa come centoventi tra ragazzi e ragazze assiepati nelle due sale interne e nel déhors. Lui disse che non potevano essere meno di duecentocinquanta.

Questo era Osvaldo. La sua versione della realtà era costantemente sopra le righe: non le consentiva mai di toccare terra. Per anni, dopo la mezzanotte, estate e inverno, calate le serrande, il suo bar ha vissuto un altro paio d’ore di vita segreta e di atmosfera iniziatica. Quando mi capitava d’essere lontano non provavo alcuna nostalgia di casa, ma dopo la mezzanotte scattava l’ora che volge al desio, e pensavo a quello che magari stava accadendo da Osvaldo in quel momento, alle storie che sarebbero state raccontate. Al bar accadeva questo: partite a biliardo nelle quali alla consumazione si sostituiva il traverso (diecimila lire a botta, all’epoca una cifra, oggi cinque euro!), giri di “bestia” nei quali non vinceva chi barava, ma chi barava meglio, partite di Champions o incontri di boxe trasmessi nel cuore della notte: ma soprattutto c’era il rituale magico delle sei-sette sedie in cerchio, e del cazzeggio. Lì Osvaldo dava il meglio, sciorinava competenze ed esperienze enciclopediche, tutte maturate in prima persona e tutte incontestabili. Non era un cartesiano, non ammetteva dubbi o sottigliezze. “Cos’è ‘sta roba nuova che hai messo sul bancone?” “C’è scritto. Cuori di palma”. “Ho capito, ma voglio dire, che gusto hanno, sono dolci, salate, amare?” “Ma quale dolce o salato. Cosa ne vuoi sapere! Hanno il gusto giusto!” Oltre al bar, che di giorno era curato dalla moglie, conduceva anche una piccola attività di piastrellista. Poteva quindi venir fuori una sera che avesse riscosso in pagamento da un cliente moroso, proprietario di un’armeria a Genova, quattrocento chili di cartucce, naturalmente trasportate a casa su una vecchia Bianchina. “Caspita, gli dicevo, e adesso cosa te ne fai?” “Come, cosa ne faccio. Non ne ho già più!” “E che accidenti ne hai fatto? non è nemmeno stagione di caccia!” “Ho abbattuto a fucilate un bosco di roveri”.

Raccontata così, senza il colore del dialetto, senza la sua voce cavernosa di basso, senza i nottambuli immersi nell’atmosfera rilassata e complice dell’estate lermese, la cosa non colpisce granché: ma vi garantisco che le sue sparate sono rimaste impresse nella mia memoria come in quella degli altri fortunati che hanno condiviso quella stagione incantata, e sono diventate epos. Una sera toccò l’apice raccontando di una rissa scoppiata alle due di notte, lungo la discesa dei Giovi, a causa di un tamponamento in colonna (alle due di notte, giù dai Giovi, di lunedì, che se uno si sente male lo trovano il fine settimana successivo). Col suo Millecento familiare, sul quale viaggiavano naturalmente nove persone, aveva tamponato una Cinquecento targata Priaruggia. Da questa erano scesi cinque energumeni alti due metri e larghi altrettanto, ed era iniziato lo scontro, interrotto poi alle sei del mattino dall’arrivo della stradale. Un’altra volta era stato importunato dalle prostitute di via Prè, che respinte sdegnosamente avevano chiamato alla vendetta i loro magnaccia. Ne era seguito uno scontro al termine del quale questi ultimi erano finiti ammonticchiati sotto le acacie al bordo della strada (in via Prè!). Ogni racconto era un fuoco d’artificio, e venivano fuori così, non c’era alcuna preparazione. C’era una risposta a qualsiasi domanda, a qualsiasi obiezione. Anzi, il succo vero, la ciliegina erano quelle risposte.

Perché questi racconti non infastidivano? Perché avremmo addirittura pagato per ascoltarli? Come dicevo sopra, c’è gente che riesce fastidiosa anche quando racconta la pura verità, ed è addirittura insopportabile quando cerca pateticamente di venderti qualche frottola. Direi che sono la maggioranza, e attivano un gioco perverso di tolleranza reciproca. Ma ci sono poi gli artisti, quelli che non ti assillano, quasi si fanno pregare; che si muovono in una dimensione coerente nella sua eccezionalità.

Twain ha già anticipato quelli che sono i requisiti fondamentali: la totale gratuità, il puro piacere del racconto, la genuinità spontanea e sfrontata. E ancora: la capacità di mantenere un assoluto “distacco”. Di fingere di non aver alcun sospetto circa la presenza di implicazioni buffe o divertenti in ciò che si sta raccontando.

Ma forse per Osvaldo l’ascendente più appropriato non è nemmeno Twain, quanto addirittura Münchausen. Come il Barone, Osvaldo era un protagonista assoluto, e proprio la totale mancanza di remore, il “candore” con cui sparava le sue formidabili fanfaronate, ponendosi al di sopra delle leggi naturali e contraddicendo le più elementari nozioni della logica e dell’etica, lo rendevano un eroe al di sopra, o al di là, del bene e del male. Allo stesso tempo, faceva sempre professione di fedeltà ai fatti: come Münchausen pretendeva d’essere creduto incondizionatamente. E se il primo chiamava amici e conoscenti come Sinbad e Gulliver a garantire che “tutte le avventure del Barone, in qualunque paese esse abbiano avuto luogo, sono fatti positivi e reali”, Osvaldo ti rimandava per eventuali conferme ai personaggi più improbabili o irraggiungibili, quando pure esistevano. Avrebbe senz’altro fatto proprie le parole del Barone: “Qualcuno pensa che i miei racconti siano solo colossali bugie. Ci tengo a dire che quanto ho scritto in questo libro è solo il fedele resoconto dei miei molti viaggi per mare e per terra e delle mie avventure di guerra e di caccia. Leggete e giudicate voi”, se solo le avesse lette. Magari traducendole in un linguaggio meno forbito.

Ai requisiti indicati da Twain dobbiamo quindi in questo caso aggiungerne altri: la capacità di creare una dimensione autonoma, quasi un mondo opposto rispetto a quello razionale e reale, dove l’inverosimile sconfigge di continuo il verosimile, e contemporaneamente una tutta particolare “autorevolezza” della fonte, dalla quale discende una sia pur remota verisimiglianza dei fatti raccontati. Questo significa aver di fronte un narratore “certificato”, del quale conosci la tecnica, le misure, dal quale ti attendi quindi certe cose e sai che all’interno di una logica tutta particolare le devi accettare. Come dice anche Wilde: “Perché l’artista dovrebbe essere disturbato dallo stridulo clamore della critica? Perché coloro che non possono creare dovrebbero arrogarsi la valutazione dell’opera creativa?” È un po’ ciò che accade con i cartoni animati. È un mondo regolato da leggi interne diverse da quelle della quotidianità, e se segui le disavventure di Gatto Silvestro devi tenere per buono che quando sega in tondo la parte centrale del soffitto al quale è appesa la gabbietta di Titti precipiterà lui col resto del soffitto, mentre la parte centrale rimarrà in aria. Non puoi opporre l’insensatezza della cosa. Nel mondo di Gatto Silvestro le leggi della fisica classica non valgono, vale solo il paradosso. “A tali increduli io dirò soltanto che li compatisco per la loro scarsa fede e li debbo pregare, se mai ve ne siano tra i presenti, di andarsene prima che io dia inizio alle mie Avventure marinare, tutte egualmente autentiche” premetteva alle Avventure di mare il Barone di Münchausen. Per questo, quando chiedevi ad Osvaldo un panino, non dovevi lamentarti se arrivava una pagnotta di sette etti con tre dita di farcitura, pena sentirti rispondere che lui il mattino, prima del caffè, ne mangiava due appena sfornate, con ripieno di cipolline e acciughe; o se al contrario ti veniva negato, perché era in corso da un mese uno sciopero dei panettieri, e anche la birra era stata bloccata al confine, da dove partiva una coda di camion che attraversava tutta la Svizzera.

Quanto a quella che ho definito “autorevolezza della fonte”, chiaramente allargandomi un po’, mi riferisco alla capacità di dare la sensazione che, fatta la giusta tara, le cose avrebbero potuto andare veramente così. Non ho mai provato con Osvaldo il percorso per Dego (che richiese, per la cronaca, quasi due ore), ma ricordo una andata-ritorno Pegli-Lerma-Pegli, la volta che avevo dimenticato i tesserini della squadra per il campionato di calcio, con passaggi negli abitati di Rossiglione, Campo e Masone dei quali si parla ancora dopo due generazioni, e un fischio ininterrotto di gomme su e giù lungo il Turchino al quale i successivi rally passati per il paese facevano un baffo. Così come, tolte le improbabili acacie, i magnaccia ammonticchiati ai bordi di via Pré potevano starci tutti.

Dicevo sopra che la narrazione di Osvaldo avveniva prevalentemente in prima persona. Era narrazione autobiografica, lo diventava anche quando parlava di altri, quando da protagonista diventava regista, perché il taglio del film era sempre quello. Osvaldo costruiva ininterrottamente lo stesso personaggio, il suo era un racconto seriale, episodi di una stessa saga, come per Rin Tin Tin. Al contrario, i racconti di mio padre erano corali, e costruivano quadri d’assieme. Non ne veniva fuori una storia, ma un mondo, nel quale protagonisti erano i personaggi più disparati e lui si riservava il ruolo di testimone. Non l’ho mai sentito raccontare di se stesso. Anzi, le cose che so di lui, della sua giovinezza, del fatto che senza una gamba fosse un pilastro della squadra di pallapugno, le ho sapute da altri. Il suo piacere era ancora più puro di quello di Osvaldo. Sembrava aver fatto proprio l’assunto di Mark Twain: “Nella vita reale la cosa giusta non accade mai nel posto giusto nel momento giusto; è compito dello storico rimediarvi”. Lui rimediava infarcendola, ricreandola per effetto di moltiplicazione. La galleria dei suoi vicini di casa durante l’infanzia era spettacolare. Uno ad ogni starnuto staccava un pezzo della parete di roccia al di là del fiume. Un altro girava con medaglie militari grandi come coperchi di stufa, pur senza aver fatto la guerra. L’inarrivabile ‘Ngirin, che era migrato per un certo periodo in America, aveva visto a New York l’erba medica alta tre metri. Un padre e due fratelli avevano vissuto per quarant’anni nella stessa casa, di tre stanze, mangiando alla stessa tavola, e lavorato lo stesso vigneto, senza mai rivolgersi la parola. Una volta aveva pranzato lui stesso presso una famiglia, in una cascina nei bricchi, con sette figli maschi così lunghi e affamati che si sentiva il tonfo di ogni boccone nello stomaco, come dentro un pozzo.

A dire il vero, a volte un po’ d’intenzione c’era anche, nella costruzione delle storie. Come quando fece credere ad un altro vicino, uomo cattivissimo e invidioso, che una famiglia del paese, appena uscita dalla miseria più nera, avesse rilevato il servizio di autolinea tra Ovada e Genova. Quando il vicino chiese conferma all’osteria tutti, avendo capito immediatamente quale potesse essere la fonte, si affrettarono a confermare la notizia e a corredarla di nuovi particolari.

Anche nel suo caso l’operazione non era del tutto avulsa dalla realtà. I personaggi, le loro eccentricità e manie, l’essenza stessa dei fatti erano reali. Ma sarebbero rimasti figure anonime, storie monotone, pietose, a volte persino crude, se non fosse intervenuta la potenza vivificante dell’immaginazione. Per cui, “… qualunque cosa sia non è un realista. O piuttosto direi che è un figlio del realismo che non si parla con suo padre” avrebbe detto, molto a proposito, Oscar Wilde. E anche in questo caso, l’effetto della trasposizione letteraria non può che essere inadeguato. Dopo aver ascoltato il racconto sulla rana saltatrice Twain disse che, se avesse saputo scrivere la storia così come l’aveva ascoltata, quella rana avrebbe fatto il giro del mondo. Quante volte ho pensato la stessa cosa, davanti alle affabulazioni di mio padre!

Credo che a questo punto si sia capito di cosa volevo parlare. Qualcuno del genere lo avrete conosciuto anche voi, mi auguro. In caso contrario avete persa l’occasione di assistere di persona alla nascita di capolavori. Naturalmente, torno a ripetere, perché ciò accada è necessario che a raccontar balle sia un genio spontaneo, che non cerca l’effetto, ma riesce naturale in quanto in quel mondo sopra le righe ci vive: e tuttavia questo mondo deve anche saperlo dominare, non esserne preda, ma guardarlo lui stesso divertito. Stiamo quindi parlando di arte. Per questo, lasciato il buon Twain, che associava la capacità di inventare frottole al rude spirito della frontiera, alla necessità di esorcizzare attraverso l’esasperazione narrativa le paure e la monotonia di una vita solitaria e rischiosa (“Gli aspetti duri e squallidi della vita sono troppo duri e troppo squallidi e troppo crudeli per essere riconosciuti e toccati con mano ogni giorno senza alcun influsso mitigante” scriveva, per cui “l’umorismo della frontiera è il velo gentile che rende la vita sopportabile”), devo invece lasciare la parola proprio a Wilde. Il che significa che anche il tono del nostro discorso cambierà parecchio.

Se Twain ci dice come deve essere raccontata una storia, limitandosi almeno in apparenza alla pura trattazione tecnica, Wilde va molto più in là. Ne La decadenza della menzogna, un saggio in forma di dialogo, tra i suoi più brillanti, ci spiega perché la capacità di spacciare panzane è così importante. L’assunto iniziale è simile a quello di Twain: “La natura ha buone intenzioni, naturalmente, ma come disse una volta Aristotele, non sa tradurle in atto. È una fortuna per noi, tuttavia, che la natura sia così imperfetta, perché altrimenti non avremmo l’arte. L’arte è la nostra vibrante protesta, il nostro tentativo di insegnare alla natura a stare al suo posto”. Poi chiarisce, come ho vanamente tentato di fare io, cosa deve intendersi per menzogna. A uno degli interlocutori, che afferma: “La menzogna! Credevo che i nostri uomini politici ne avessero mantenuto vivo l’uso”, l’altro risponde: “Quelli non si sollevano mai al di sopra della distorsione deliberata, e consentono addirittura a discutere, ad argomentare. Quale differenza dalla tempra del vero bugiardo, con le sue affermazioni impavide, franche, con la sua superba irresponsabilità, con il suo disprezzo naturale per qualsiasi tipo di prova!” Sembra avere in mente Osvaldo, e nello stesso tempo traccia la linea che separa il cialtrone dall’artista. La distorsione deliberata è quella che persegue un meschino fine egoistico, e il fatto che imbonitori politici, religiosi e culturali d’ogni risma abbiano successo non significa affatto che costoro siano artisti: testimonia solo della povertà di spirito di coloro che li ascoltano. Aggiunge ancora: “Se un uomo è talmente privo di fantasia da produrre delle prove a sostegno di una menzogna, tanto vale che dica subito la verità”.

Più oltre Wilde sostiene che anche nel raccontare balle non si improvvisa: «La gente suole parlare distrattamente di un “bugiardo nato”, proprio come parla di un poeta nato. Ma si sbaglia in entrambi i casi. La menzogna e la poesia sono arti – arti, come capì Platone, non prive di rapporti reciproci – e richiedono lo studio più attento, la devozione più interessata. Come si riconosce il poeta dalla sua bella musica, così si può riconoscere il bugiardo dalla sua opulenta effusione ritmica, e in nessuno dei due casi l’ispirazione casuale del momento è sufficiente». Sarebbe insomma questione di allenamento. In questo non mi trova del tutto d’accordo: credo valga soprattutto la disposizione naturale, e che quando questa viene troppo coltivata si perda quella spontaneità che invece la rende tollerabile.

Vediamo però di seguire con un po’ d’ordine il filo del pensiero di Wilde, per discuterlo semmai dopo. “Se la natura fosse stata accogliente – dice – l’umanità non avrebbe mai inventato l’architettura, e io preferisco le case all’aria aperta. In una casa ci sentiamo tutti delle proporzioni giuste. Ogni cosa è subordinata a noi, modellata per il nostro gusto e per il nostro piacere. All’aperto si diviene astratti e impersonali. Si viene totalmente abbandonati dall’individualità. Ogni volta che passeggio nel parco qui fuori sento immancabilmente di non essere per lei più del bestiame che bruca nel pendio o della lappola che fiorisce nel fosso. Niente è più evidente del fatto che la Natura odia la Mente. Pensare è la cosa più malsana del mondo, e la gente ne muore, proprio come muore di qualsiasi altro male. Per fortuna, almeno in Inghilterra, il pensiero non è così contagioso”. Nemmeno in Italia, se è per questo: direi anzi che godiamo di ottima salute. Ma proviamo piuttosto a tradurre in spiccioli i paradossi di Wilde, che in mezzo ai fuochi d’artificio estetizzanti dei quali non riesce a fare a meno ci offre riflessioni profondissime. Delle eventuali incongruenze è responsabile la mia rielaborazione.

Posso sintetizzare così. L’uomo è un animale “inadatto” rispetto agli standard naturali: non ha artigli e zanne, non ha una pelliccia che lo difenda dal freddo o un guscio che lo protegga dai predatori. Di per sé sarebbe alla mercé dell’ambiente, e la specie umana avrebbe dovuto estinguersi da tempo. Ma l’uomo è dotato di un grande cervello, e almeno in una parte degli umani il cervello funziona anche. Funziona per ovviare all’inadeguatezza, e quindi inventa le tecniche: poi, sull’abbrivio, l’uomo finisce per porsi delle domande sul posto che gli compete nell’ambito della natura, e appena comincia a rispondere a queste (ha iniziato a farlo Darwin, pochi anni dopo la nascita di Wilde) approda immancabilmente all’interrogativo intorno al significato dell’esistenza. In questo senso pensare è una malattia.

Fino a quando però le domande sono finalizzate alla sopravvivenza questo ultimo interrogativo non si pone. Sarebbe assurdo chiedersi che senso ha l’esistenza, prima di essersela bene o male garantita. Per questo “finché una cosa ci è utile o necessaria, o ci colpisce in qualche modo, nel dolore o nel piacere, o agisce fortemente sulle nostre simpatie, o fa parte vitale dell’ambiente in cui viviamo, si trova fuori della sfera appropriata dell’arte. Il materiale dell’arte dovrebbe esserci più o meno indifferente”. Wilde parla di arte, ma si riferisce più in generale a quella dimensione “superiore” alla quale l’uomo accede nel momento in cui si separa dalla naturalità. Ed è in questo significato più ampio che noi qui continueremo a intendere il termine. Si badi che Wilde non ha in mente alcuna trascendenza, alcuna “spiritualità”, almeno in senso religioso. Se fosse un filosofo sarebbe un materialista. Guarda con ironia al revival spiritualistico che caratterizza gli ultimi decenni dell’Ottocento, e che si traduce anche in una sorta di culto neopagano della natura, soprattutto nei paesi nordeuropei: “Se consideriamo la natura come la raccolta dei fenomeni esterni all’uomo, la gente scopre in essa soltanto quello che le reca. La natura da sola non ha niente da suggerire”. È un atteggiamento controcorrente, come del resto ci si poteva attendere da lui, e viene senz’altro enfatizzato anche per posa. Ma Wilde ne è molto più convinto di quanto saremmo portati a credere. Trovare nella natura la risposta al nostro bisogno di significato, o se vogliamo di consolazione, gli sembra una contraddizione in termini. Questo bisogno esiste proprio perché non siamo più, o non siamo soltanto, natura. Anche dopo Darwin, forse più che mai dopo Darwin, l’uomo rimane diverso dagli altri animali: quantomeno ha altre aspirazioni. Questo è un dato di fatto, e Wilde non vuole darne spiegazioni: parte da una evidenza, e cerca semmai di spiegarne le conseguenze.

Dunque: l’uomo recide il cordone ombelicale che lo teneva vincolato dalla natura nel momento in cui crea dei simboli. “L’arte comincia con la decorazione astratta, con opere puramente fantasiose e piacevoli, trattanti quanto è irreale e inesistente. Questo è il primo stadio”. I simboli non sono l’imitazione di oggetti naturali; sono già una riflessione sugli oggetti, comportano la scelta di quelli che sembrano i caratteri essenziali, quindi letteralmente un’astrazione. La capacità di astrarre fa sì che attraverso un simbolo non si indichi un singolo oggetto, ma vengano rappresentate tutte le possibili interpretazioni, e gli usi conseguenti, di quell’oggetto. Non solo: a livello più alto può coinvolgere tutti gli oggetti possibili. Un simbolo numerico, ad esempio, applicato agli animali evoca un branco, una mandria, uno stormo, un gregge, applicato agli umani una famiglia, una tribù, un popolo. Ma il simbolo va oltre: proprio perché non imita la realtà, ma astrae da essa, può rappresentare anche ciò che non c’è, o che non è alla portata dei nostri sensi.

I simboli non sono solo visivi: sono gli strumenti di ogni linguaggio. Parole, gesti, immagini. Proprio servendosi dei primi […] colui che per primo, senza essere uscito per la dura caccia, raccontò agli esterrefatti cavernicoli, nell’ora del tramonto, come aveva trascinato il megaterio fuori dalla purpurea tenebra della sua caverna di diaspro, o ucciso il mammut in singolar tenzone per riportarne le zanne dorate, non possiamo dirlo […] quale che fosse la sua razza o il suo nome, egli certamente fu il fondatore delle relazioni sociali. Egli è la base stessa della società civile […]”. L’invenzione della bugia è l’invenzione della socialità. Se la bugia viene illustrata e avvalorata da immagini, è l’invenzione delle arti decorative. Quindi, l’uomo comincia a popolare il mondo di simboli: la spiegazione che la natura non può dare viene inventata sovrapponendo ad un ordine naturale che segue leggi sue imperscrutabili degli schemi di lettura elaborati a misura delle nostre paure ed aspirazioni. Il mondo popolato di simboli è un mondo magico, perché i simboli si sottraggono, al contrario delle cose e dei fatti, alle leggi della natura, e possono essere ricombinati e accostati con i criteri più svariati.

In un secondo stadio, prosegue Wilde, “la vita, affascinata da questo nuovo prodigio, domanda di essere ammessa nel cerchio incantato. L’arte prende la vita come parte del proprio materiale grezzo, la ricrea, e la rimodella in forme nuove, è assolutamente indifferente al fatto, inventa, immagina, sogna, e mantiene fra se stessa e la realtà la barriera impenetrabile del bello stile, del trattamento decorativo o ideale”. Qui il concetto di arte sembra restringersi, a rappresentare davvero solo il campo della raffigurazione, plastica o pittorica. Ma in realtà abbraccia ogni aspetto dell’“artificio”, della ri-costruzione o ri-lettura del mondo. Intendo dire che il rimodellamento della vita non riguarda solo la sua rappresentazione; quest’ultima produce un influsso che va a modificare la vita stessa. È l’effetto reversivo dell’evoluzione umana, che si estende dall’autopercezione ad una percezione culturalmente mediata di ciò che ci circonda. Arruolando al proprio servizio la vita, l’arte crea “una razza di esseri totalmente nuovi, i cui dolori erano più terribili di qualunque dolore l’uomo avesse mai provato, le cui gioie erano più intense delle gioie dell’amante, che aveva l’ira dei titani e la calma degli dei, che aveva peccati mostruosi e meravigliosi, mostruose e meravigliose virtù”. In altre parole, l’arte crea dei tipi ideali che riassumono il meglio e il peggio degli uomini, ma che soprattutto offrono a questi ultimi parametri assoluti coi quali confrontarsi.

La mediazione culturale naturalmente differisce da uomo a uomo, ma è su grande scala che le differenze si cristallizzano: “L’intera storia delle arti decorative in Europa è la cronaca della lotta fra l’Orientalismo, con la sua franca ripulsa dell’imitazione, il suo amore della convenzione artistica, la sua avversione della rappresentazione puntuale di qualsiasi oggetto della natura, e il nostro spirito imitativo”. Nel primo caso “abbiamo avuto opere belle e fantasiose nelle quali gli oggetti visibili della vita sono trasformati in convenzioni artistiche, e le cose che la vita non ha, sono inventate e foggiate per il suo piacere”. Nel secondo, quello dell’Occidente, l’arte cessa di essere ri-creazione e diventa racconto. Aderisce al vero, alla “vita”, ma nel farlo elabora le convenzioni “linguistiche” attraverso le quali questa vita può essere riprodotta. Lo studio dei volumi, della luce, dei colori, l’adozione di una rappresentazione prospettica dello spazio e di una analitica del corpo e degli oggetti, educano lo sguardo: e non solo quello dello spettatore, ma quello del ricercatore stesso, che da artista si trasforma in scienziato. Credo che l’esemplificazione più lampante di questa trasformazione si possa trovare nel percorso che va da Piero della Francesca a Leonardo, proprio perché in entrambi convivono ancora i due aspetti. Poco alla volta “gli oggetti visibili della vita” non sono più percepiti attraverso le convenzioni artistiche, ma attraverso convenzioni matematiche: vengono ricondotti a numero, pondere et mensura.

E questo è già l’ingresso nel terzo stadio. “Il terzo stadio è quando la vita ha il sopravvento, e scaccia via l’arte, nel deserto. Questa è la vera decadenza, ed è di questo che soffriamo oggi”. Nel passaggio rinascimentale da un approccio magico-alchemico, che utilizza una simbologia “animata” ed autonoma, ad una “conoscenza” scientifica, che si avvale invece di una simbologia fredda e puramente strumentale (il simbolo è solo un indicatore), si impone la legge dei fatti. Galileo, Bacone e gli altri loro contemporanei sanciscono la dominanza dei fatti e della loro commensurabilità sulla fantasia (si pensi ad esempio alla traduzione dell’astrologia in astronomia). Ciò rende possibile uno sviluppo esponenziale delle scienze, che erodono sempre più il terreno dell’incognito sul quale la fantasia poteva essere coltivata. In sostanza prevale il valore d’uso, contro l’astrazione e l’estetizzazione. La scelta stessa dei temi da rappresentare, il passaggio dalle immagini sacre a quelle profane, le nature morte, la paesaggistica, il ritratto, viene imposta dall’evolversi delle realtà politiche, economiche e sociali, ma a sua volta condiziona assieme al modo di apparire anche quello d’essere di tali realtà, ribalta completamente l’assunto originario dell’arte: “I fatti stanno usurpando il dominio della fantasia. Il loro gelido tocco è su ogni cosa. Stanno involgarendo l’umanità. Il crudo commercialismo dell’America, il suo spirito materialista, la sua indifferenza per il lato poetico delle cose, e la sua mancanza di immaginazione e di ideali alti e irraggiungibili stanno involgarendo l’umanità”.

Lo sviluppo delle scienze, a sua volta, influenza le arti spingendo la ricerca espressiva verso un cul de sac. La direzione è infatti quella del realismo, che conduce ad un punto morto: i suoi limiti e la sua inutilità vengono sanciti a metà dell’Ottocento dalla nascita della fotografia (estrema conferma di un procedimento tecnico-scientifico che surroga quello artistico). Di questo Wilde non parla, ma è l’approdo implicito del suo ragionamento. La fotografia ritrae la realtà in tutta la sua crudezza e imperfezione, non la idealizza. È documento, non trasfigurazione. Allo stesso modo in cui lo è il romanzo realista o naturalista, alla Zola, per intenderci (e qui invece l’esteta vien fuori: «Nella letteratura vogliamo trovare distinzione, fascino, bellezza e forza fantastica. Non vogliamo essere straziati e disgustati dal resoconto delle gesta delle classi inferiori … La differenza tra un libro come “L’Assommoir” di Zola e “Les illusions perdues” di Balzac è la differenza tra il realismo senza fantasia e la realtà fantastica”»). Wilde, pur avendo in mente fenomeni come la pittura preraffaelita piuttosto che l’impressionismo, sembra già intuire nuovi percorsi, che torneranno a ridare dignità all’arte attraverso l’astrazione. Ciò che non può o non sa presagire è che il nuovo corso dell’astrazione, quello che sfocerà nell’astrattismo, non avrà più il compito di ricondurre ad unità, e quindi ad una certa qual comprensibilità, l’infinita varietà dell’essere, ma anche nelle espressioni più genuine, che durano lo spazio di un mattino prima di essere risucchiate nella logica di mercato e di ridursi ad autocitazione, si assumerà piuttosto un ruolo di denuncia, di distruzione delle certezze e delle convenzioni di sguardo, senza sostituire ad esse alcuna altra indicazione. Wilde non coglie nel segno, pertanto, quando afferma che “La società presto o tardi dovrà tornare alla sua guida perduta, al colto e affascinante mentitore”: o meglio, ci azzecca, ma è molto improbabile che il mentitore odierno corrisponda a quello colto e affascinante cui faceva riferimento.

Come immaginavo, la faccenda mi ha preso mano ed è scivolata verso una piega in apparenza poco coerente col discorso iniziale. Ma forse non è proprio così. Il percorso delineato da Wilde segue una strada un po’ particolare, ricchissima di suggestioni che io ho raccolto solo in infinitesima parte, ma non è comunque originale negli esiti, perché conduce agli stessi ai quali possiamo arrivare per cinquanta altre vie: ad un mondo reso sterile dalla mancanza di fantasia e di proposte di idealità. L’aspetto più interessante, almeno per quanto concerne il nostro argomento, sta in ciò che viene fuori a margine. Wilde afferma che pensare la vita in un certo modo significa già viverla in quel modo, fare delle scelte rispetto a ciò che ci interessa coglierne e ciò che invece escludiamo. Il clou del suo pensiero è il seguente: “La vita imita l’arte assai di più di quanto l’arte imiti la vita. Un grande artista inventa un tipo, e la vita tenta di copiarlo, di riprodurlo in forma popolare”.

Ciò che Wilde sostiene ha delle conseguenze straordinarie, che non vanno tuttavia nella direzione che lui sembra scorgere o indicare. Intendo dire che proprio la nostra peculiarità, ovvero la capacità di riflettere sulle cose e sui fatti, e di interpretarli secondo schemi che non sono quelli naturali, spinta oltre un certo livello finisce per far prevalere l’artificio sulla natura, addirittura per sostituirlo ad essa. Wilde scrive: “L’arte non va giudicata secondo alcun criterio esterno di somiglianza. È un velo, piuttosto che uno specchio. Ha fiori sconosciuti a qualsiasi foresta, uccelli che nessun bosco possiede. Fa e disfa molti mondi, e può tirar via la luna dal cielo con un filo scarlatto… può operare miracoli a piacere, e quando evoca mostri dal profondo, questi vengono. Può far fiorire i mandorli d’inverno, e mandare la neve sul grano maturo. Perché, che cosa è la natura? La natura non è una grande madre che ci ha partoriti. È la nostra creazione. È nel nostro cervello che prende vita. Le cose sono perché noi le vediamo, e quel che vediamo, e come lo vediamo, dipende dalle arti che ci hanno influenzati. Guardare una cosa è molto diverso dal vederla. Non si vede niente sinché non se ne è vista la bellezza. Allora, e soltanto allora, la cosa comincia ad esistere. Al momento attuale la gente vede delle nebbie non perché vi siano delle nebbie, ma perché poeti e pittori le hanno insegnato la misteriosa grazia di tali effetti. Può darsi che vi siano state nebbie per dei secoli a Londra. Arrivo a dire che vi furono. Ma nessuno le ha mai viste, e così noi non ne sappiamo niente. Non sono esistite, finché non le ha inventate l’arte”.

E questo è senz’altro vero, mi pare corrisponda a quanto andavo dicendo poco sopra. Il problema nasce però dal fatto che a creare i tipi, a inventare le nuove nebbie che ci impediscono di vedere come stanno realmente le cose o ce ne fanno vedere altre che non esistono, non è più l’arte quale la intendeva Wilde, ma il meccanismo subdolo e complesso di persuasione e di distorsione sul quale si reggono totalmente l’economia, la politica, la società. Ciò che un tempo faceva l’artista oggi lo fanno su scala ben più ampia il pubblicitario, il creatore di campagne promozionali o elettorali, l’opinionista politico, tutti coloro che attraverso l’imbonimento mediatico suggeriscono stili di vita e propugnano l’omologazione del pensiero. L’artista foggiava modelli ideali che costituivano una “vibrante protesta” contro il non-senso della vita: il pubblicitario, l’opinionista promuovono l’accettazione di una vita insensata, da riempire con lo stordimento consumistico e da svuotare di responsabilizzazione, conferendo ad altri la delega di inventarle un significato. La guida dello sguardo e della mente, la costruzione di consenso per ogni forma di potere, religioso o civile che fosse, era già implicita nel lavoro di Fidia come in quello degli architetti del gotico, nei pittori e negli scultori del Rinascimento come negli illustratori delle riviste dell’Ottocento: ma questo ruolo trovava il suo limite nella persistenza di una realtà naturale esterna che ancora dettava i ritmi quotidiani e stagionali del lavoro e degli scambi, le ritualità religiose o laiche, i regimi alimentari e le tipologie abitative, ecc; ancora si contrapponeva all’artificio e lo rendeva evidente. Anzi, era proprio questo confronto a creare quella linea di tensione tra l’essere e il poter essere che originava l’idealità.

La condizione odierna è ben diversa. La realtà non è trasfigurata, e quindi messa in discussione, nell’arte, ma spettacolarizzata nella sua banalità e imposta come possibilità unica (e in ciò è complice anche quel che oggi passa per arte). “Fidia e Prassitele – scrive Wilde – avversarono il realismo per ragioni puramente sociali. Sentirono che il realismo rende inevitabilmente brutte le persone”. Chissà cosa penserebbero oggi, di fronte all’“arte povera” e alla cultura del reality show.

Penso che questo sia il nocciolo, il punto nel quale alla fine tornano ad incontrarsi Twain e Osvaldo, Wilde e mio padre. Le spacconate di Osvaldo e le esagerazioni di mio padre rientravano in quella dimensione nella quale i mandorli possono fiorire d’inverno e la neve scendere sul grano maturo, e noi ne eravamo comunque consapevoli: non si pagava il biglietto, ma era come andare al cinema, assistere ad una sparatoria con Clint Eastwood che fa fuori quattro avversari con tre pallottole, poi uscire dal buio della sala e rientrare nel mondo vero. La catarsi si consumava attraverso lo humor o in scariche di adrenalina giustizialista, ma all’interno di una zona sia reale che mentale letteralmente sacra, ovvero recintata, separata. Esattamente come nella celebrazione religiosa, in un luogo e in tempo speciale l’inverosimile diventava verosimile: il vino si tramutava in sangue e le acacie crescevano in via Prè.

Questa separazione oggi è venuta meno. Attorno a noi non c’è più nulla che faccia risaltare per contrasto l’artificio. Ci muoviamo ormai indifferenti alla ciclicità dei giorni e delle stagioni. Annulliamo spazi e tempi viaggiando on line. Viviamo come fossimo sottratti alle leggi naturali: l’invecchiamento stesso e la morte vengono negati o occultati (è una forma di occultamento anche la bulimia mediatica di morti innaturali) e quando la natura torna a farsi valere, attraverso i grandi cataclismi, la sua furia è immediatamente riciclata in spettacolo. La play station e i social network hanno definitivamente fatta saltare la valvola salvavita, adescandoci ed educandoci al grande gioco interattivo che ha pervaso ed oggi domina totalmente anche la quotidianità: i rapporti, gli scambi, gli acquisti, i consumi, la partecipazione politica, spesso anche il lavoro, tutto avviene all’insegna del virtuale. E sotto questa insegna i confini si cancellano: nulla è più inverosimile, perché nulla è più vero.

L’arte antichissima di raccontar storie, risalente alla Bibbia e ad Omero, e prima ancora alle grotte di Lascaux e di Altamira, deve dunque congedarsi da un mondo che ha cancellata ogni distinzione tra gli spazi consacrati alla fantasia, al sogno, in definitiva all’utopia, e il dominio della realtà che sta al di qua della balaustra. L’ostracismo vale tanto per l’Arte con la maiuscola, quella di cui parla Wilde, quanto per gli artisti della frottola di cui parlo io. Nella Repubblica ideale, dice Platone, se un poeta o un artista si presenteranno alle porte cingeremo il loro capo con corone di fiori e offriremo loro il pane e il sale dell’ospitalità, dopodiché li pregheremo di accomodarsi altrove. Nella nostra, che ideale non è affatto, va loro ancor peggio. Sono rimpiazzati da patetici buffoni che si prestano a far da comparsa nel baraccone televisivo. Gli artisti genuini, se ancora ne esistono, non solo non vengono onorati, ma non ci si prende nemmeno la briga di respingerli. Sono assolutamente innocui. Un mondo nel quale tutto è artefatto, i corpi e le intelligenze vengono costruiti in laboratorio, le prestazioni atletiche e sessuali sono frutto di additivi, i deserti si riempiono di campi da golf, le pesche maturano in inverno, da cosa può ancora farsi stupire? Lo stupore stesso è stato sostituito dalla stupefazione chimica e dall’istupidimento mediatico.

Per questo ho forti dubbi che la società voglia “tornare alla sua guida perduta, al colto e affascinante mentitore”. Con buona pace di Wilde, non c’è più spazio per quello stile che lui identificava come forma impressa dall’artista o da una scuola artistica ad un’epoca, a partire da un modello comunque inarrivabile e da spostare in avanti ad ogni approssimarsi della realtà. Wilde scriveva che “Nessun grande artista vede le cose come sono nella realtà … I disegni fatti da Holbein degli uomini e delle donne della sua epoca ci colpiscono nel senso della loro assoluta realtà. Ma questo è semplicemente perché Holbein costrinse la vita ad accettare le sue condizioni, a mantenersi entro i suoi limiti, a riprodurre il suo tipo e ad apparire com’egli desiderò che apparisse”. Paradossalmente ciò che ai tempi di Holbein era l’espressione di uno stile oggi si risolve nel suo contrario. I ritratti di uomini e donne di Andy Warhol non pongono condizioni alla vita, semplicemente la certificano: ne prendono atto. La loro stessa serialità racconta di uomini e donne e scatolette di minestra fatte in serie: questa non è una denuncia o una proposta di modello: è la consacrazione del banale contemporaneo, che va a sostituire la speranza, la tensione verso l’idealità futura. Le cose come sono in realtà non le vede nessuno, e non certo perché siamo tutti artisti, ma perché non abbiamo né il tempo né la voglia di farlo. Con un futuro ridotto ad un presente esteso, di fronte alla cancellazione di ogni distanza, e quindi, assieme agli spazi, di ogni differenza, a cosa dovremmo tendere? Dobbiamo stordirci con quanto abbiamo, sopperire con la quantità delle cose e delle esperienze alla perdita della loro qualità e diversità.

Febbre, io qui t’invoco L’altro giorno passavo davanti al vecchio bar di Osvaldo. Pur essendo la vigilia di Pasqua c’erano solo tre gatti, due ragazzi e un mio coetaneo. Ho finto di interessarmi ai prezzi dei gelati per poter origliare qualche brandello di conversazione. Dico brandello non perché ci senta poco, ma perché la conversazione si svolgeva proprio a brandelli, intervallati da lunghe pause, mentre ciascuno continuava a smanettare sul suo smartphone. Ad un tratto uno dei ragazzi si è acceso: “Cavolo! Mi offrono ottocento messaggini a soli sei euro”. “Lascia stare, è una fregatura, sono solo dei contaballe. E poi, cosa te ne fai di ottocento messaggini?” ha ribattuto, dopo una ventina di secondi, il mio coetaneo. “Potrebbe sempre tirar giù un bosco di roveri” ho suggerito, mentre mi allontanavo.

Non credo abbia capito. Ma è giusto così.

 

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Grazie per la risposta. ✨

Chi ha paura dell’ebreo cattivo?

di Paolo Repetto, 30 aprile 2014

Non c’è verso. Malgrado l’età rimango un inguaribile ottimista. Mi muovo sempre nella convinzione che un po’ di buon senso e di onestà intellettuale continui a circolare, almeno negli ambienti che conservano un’idea pre-postmoderna della “cultura” (per intenderci, quelli che non attribuiscono la stessa rilevanza culturale a Vasco Rossi e a Leopardi). Invece le cose non stanno così e avrei dovuto capirlo da un pezzo.

Veniamo ai fatti. Qualche mese fa un amico mi comunica che il circolo culturale del quale è presidente ha la possibilità di organizzare in Alessandria un incontro con Ariel Toaff, uno storico medioevalista che insegna presso l’università di Tel Aviv (tra l’altro, figlio dell’ex-rabbino capo della comunità di Roma). Toaff ha alle spalle una bibliografia prestigiosa, a partire dai saggi per la Storia d’Italia di Einaudi fino a Mangiare alla giudia, ed ha recentemente pubblicato uno studio, Storie fiorentine, nel quale compaiono alcuni riferimenti a vicende della comunità ebraica alessandrina nel XVIII secolo. Ho esperienza dei precedenti incontri organizzati dal quel circolo culturale, e sapendo che spesso si risolvono in lezioni di nicchia, con un’utenza molto ristretta, mi dico che forse varrebbe la pena dare una visibilità e un significato diversi a questa occasione. Magari coinvolgendo direttamente l’istituto scolastico più prestigioso della città, e facendone per una sera il teatro di un confronto che offra agli allievi quegli stimoli alla curiosità storica di cui hanno un gran bisogno, e alla cittadinanza l’immagine di una scuola che non si limita a trasmettere con un meccanico rituale dei bocconcini sterilizzati.

La considero un’occasione speciale non tanto per i riferimenti alla storia alessandrina, della quale sinceramente non potrebbe importarmi di meno, quanto piuttosto perché Toaff è stato qualche anno fa al centro di feroci polemiche. Nel 2007 ha infatti pubblicato Pasque di sangue, un quadro storico ambizioso e accuratissimo che indagava il clima, le credenze e il milieu nel quale erano nate, nel tardo medioevo, le accuse di omicidio rituale nei confronti degli ebrei. La tesi sostenuta da Toaff in quell’opera era che le confessioni estorte con la tortura agli innumerevoli ebrei condannati e inviati al rogo non fossero sempre e solo frutto delle fantasie malate degli inquisitori, ma trovassero fondamento quanto meno in un sottobosco settario e dottrinale che ipotizzava e prevedeva rituali di sangue. Per essere più chiari: non ci sono prove della pratica di omicidi rituali da parte degli ebrei, ma è indubbia la sotterranea, e abbastanza diffusa, presenza di una mentalità che questi rituali non li escludeva.

Lo studio aveva naturalmente suscitato reazioni immediate ed era stato attaccato da due differenti versanti. Da un lato si rinfacciava a Toaff di fornire pretesti all’antisemitismo, di servire su un piatto d’argento argomentazioni che andavano ad avvalorare l’immagine perversa degli ebrei diffusa per motivi diversi nel mondo islamico e negli ambienti antisemiti occidentali: dall’altro gli veniva rimproverato dal mondo accademico e dai suoi colleghi storici di utilizzare con eccessiva disinvoltura i “paradigmi indiziari”, per dirla alla Carlo Ginsburg, per trarne delle tesi in realtà non suffragate da prove documentali. Toaff veniva in pratica accusato di essere un ebreo antisemita, un rinnegato affetto dalla sindrome tipicamente ebraica dell’odio di sé, oltre che uno storico ambiguo e poco professionale, disposto a sacrificare la correttezza storica al sensazionalismo.

Non scendo nel dettaglio della querelle perché è già stato esaurientemente ricostruito in un intelligente articolo da Franco Cardini (Il caso “Ariel Toaff” e il mestiere dello storico, su “Vita e Pensiero”, 2, 2007), al quale rimando. Riassumo soltanto i tratti principali. In sostanza, scrive Cardini, la prima levata di scudi è venuta da gente che il saggio nemmeno lo aveva ancora letto (e lo confessava apertamente), e che rispondeva con una reazione pavloviana al solo sentore dell’argomento. Il polverone sollevato in Italia è arrivato sino in America, allarmando anche i finanziatori dell’università nella quale Toaff insegna, e ha suscitato rimbalzi tali da indurre l’autore stesso a chiedere dopo qualche settimana che il saggio fosse ritirato. Non certo per un pentimento, o per calcoli opportunistici; semmai con un po’ di disgusto per i modi dell’aggressione, e con l’intento comunque di riprendere fiato e difendere ad oltranza la dignità propria e del proprio lavoro. Il libro è stato infatti riproposto pochi mesi dopo senza alcun taglio, con qualche leggera modifica nella prefazione e con indicazioni interpretative più chiaramente esplicitate.

Nel frattempo la polemica ha però preso un’altra direzione. Imbarazzati dagli effetti del proprio zelo, e richiamati ad un po’ di serietà da quelli che avevano almeno atteso di leggere il libro prima di aprir bocca, gli stessi inquisitori della prima ora si sono affrettati a buttare acqua sul fuoco, rivendicando la loro estraneità ad ogni tentativo di censura. Per carità, non volevano tacitare e tantomeno insultare nessuno: non sia mai detto, in un paese civile come il nostro. Qualcuno ha addirittura cercato di girare la frittata, insinuando che la polemica fosse stata strumentalmente alimentata dallo stesso Toaff, e che il ritiro del libro era una mossa da manuale del marketing. È stata quindi adottata un’altra tattica: quella del silenzio. Esauritosi il can can iniziale, si è applicata la forma di censura senz’altro più efficace: non riparlare del problema. Dopo l’articolo di Cardini non mi risulta un solo altro intervento di qualche peso su tutta la faccenda. Il che ha significato per l’intelligencjia bacchettona e politicamente corretta non esporsi al ridicolo, ma ottenere ugualmente il risultato di lasciare in vigore l’ostracismo.

Senza dubbio l’ho messa giù molto all’ingrosso, ma la riprova che le cose hanno funzionato così viene proprio dalla vicenda in cui mi sono trovato coinvolto, e che vado a completare.

Ero rimasto alla proposta di un coinvolgimento degli studenti delle scuole superiori. L’ho girata al collega che dirige l’istituto prescelto, il quale l’ha accolta con interesse; salvo però richiamarmi preoccupato dopo un paio di giorni, per comunicarmi di essere in difficoltà di fronte alle resistenze opposte da alcuni docenti. Per costoro, Toaff era un personaggio squalificato sotto ogni punto di vista, umano e professionale: sbugiardato dalla storiografia seria, scaricato dall’università presso la quale lavora, messo all’indice da tutta la comunità ebraica, ripudiato dallo stesso anziano genitore. Oltre che squalificato, dunque, anche squalificante: non era quindi il caso di associare il suo nome a quello dell’istituto, di rendersi complici della divulgazione delle sue aberranti ipotesi.

Sono rimasto di sasso. Avendo letto il libro, al contrario di questi docenti, e conoscendo la polemica che ne era conseguita, sapevo che non un solo appunto aveva potuto essere avanzato sulla correttezza della documentazione prodotta da Toaff. Sapevo che l’università di Tel Aviv, in luogo di scaricarlo, aveva difeso a spada tratta la serietà del suo lavoro, e che l’anziano Elio Toaff non si era mai sognato di ripudiare il figlio o di sconfessarne l’opera. Avrei voluto chiedere un incontro con questi docenti, metterli di fronte all’assurdità delle loro affermazioni e più in generale del loro atteggiamento, perché se pur una qualche motivazione ci fosse stata, tanto più opportuna avrebbe potuto risultare l’occasione per fare chiarezza. Volevo anche far comprendere loro che il rituale che celebreranno tra breve, quella liturgia della memoria che tutti i fine gennaio di ogni anno gli studenti subiscono ormai passivamente, preparata dagli opportuni corsi di aggiornamento e convegni su “come insegnare la Shoah”, non ha il minimo valore didattico ed educativo, se confrontata alla possibilità di comprendere cosa c’è davvero alle radici dell’antisemitismo.

Ho poi rinunciato, un po’ per non mettere in difficoltà il mio collega, che si trovava preso tra due fuochi, un po’ perché mi erano veramente cascate le braccia. L’incontro con Toaff si è dunque tenuto in territorio neutro, è risultato più che mai interessante e credo che conoscere e ascoltare di persona lo storico avrebbe senz’altro contribuito a chiarire le idee dei suoi detrattori. Ma forse anche questa convinzione è frutto del mio eccessivo ottimismo riguardo la capacità umana, o in questo caso forse più ancora la volontà, di capire e di apprendere.

Tutta questa faccenda lascia l’amaro in bocca, perché è l’ennesima riprova della palude di ideologismo su cui galleggia gran parte della cultura contemporanea (in realtà è sempre stato così, ma con queste cose io mi scontro qui e ora). A me ha lasciato però anche la voglia di approfondire a mente fredda alcune sfumature della vicenda, per trarne magari riflessioni di carattere più generale.

Vediamo innanzitutto di riassumere come ho interpretato io ciò che è successo. È successo che Toaff ha cercato di ricostruire, dall’interno, in quanto parte in causa e in quanto studioso specializzato del periodo, la temperie spirituale circolante in una minoranza costantemente tenuta sul filo della precarietà più assoluta. Si è chiesto: come può aver vissuto la propria condizione un gruppo esposto in qualsiasi momento a violenze e vessazioni provenienti dal basso e dall’alto, oggetto di un odio radicato e connesso non a situazioni economiche e politiche contingenti, ma ad un sostrato creato nei secoli dalla predicazione cattolica (e ulteriormente rafforzato da quella protestante), fatto proprio all’epoca della secolarizzazione dalla frange più estremistiche della sinistra, per l’identificazione di ebraismo e borghesia finanziaria, e di destra, per il riconoscimento di una filiazione diretta della modernità, intesa come rottura dei vincoli tradizionali, dallo spirito e dal pensiero ebraico?

Quello che ha trovato, e non con una inchiesta da rotocalco, ma in decenni di ricerca documentale accuratissima, è un’umanità composita, tutt’altro che acquiescente al ruolo di capro espiatorio buono per tutte le stagioni al quale il popolo ebraico sembra essere inchiodato. In questo magma si muovevano figure ambigue di ogni risma, avventurieri, mercanti di schiavi, rabbini avidi e corrotti, poveri cristi e fior di mascalzoni. Insomma, quel mondo non era poi molto diverso da quello dei “gentili”; vigevano in esso le stesse regole di sopravvivenza o di prevaricazione sociale. Anzi, erano forse più feroci, perché agli ebrei erano preclusi molti degli spazi d’azione o di fuga consentiti agli altri. Ora, stante la particolare situazione di continua precarietà in cui vivevano, le pressioni cui erano sottoposti e non ultima la speranza in una promessa di imminente riscatto che li cementava e li aiutava a sopravvivere, è anche assai probabile che un qualche spirito di rivalsa, un desiderio di vendetta, un tentativo di anticipare, magari attraverso rituali magici cruenti o sacrileghi, la resa dei conti, serpeggiasse, soprattutto in alcune frange estremistiche, ma anche in vasti strati di quel mondo aschenazita che non aveva conosciuta la relativa “laicizzazione” e contaminazione medievale del ramo sefardita.

In definitiva, secondo Toaff, se davvero ci importa della correttezza storica dobbiamo uscire dal cliché dell’ebreo-vittima, definitivamente consacrato dalla tragedia della Shoah, e studiare la vicenda ebraica da tutte le possibili angolature. A costo di scoprire che gli ebrei sono uomini come tutti gli altri, nel bene e nel male.

La cosa, uno pensa, non dovrebbe essere così scioccante. E invece, a quanto pare, lo è. Ammettiamo che possa esserlo su un piano emotivo, perché si parla di un popolo che ha corso il rischio della totale estinzione in una manciata di anni; ci sta anche questo, un automatico surplus di rispetto dettato dall’entità della tragedia e anche, e soprattutto, dal senso di colpa per averla lasciata accadere. Qui però il problema sembra essere un altro: sembra essere costituito dalla costruzione di un vero e proprio tabù, dalla recinzione di questo popolo e della sua storia in un ambito “sacralizzato”, che è come dire separato dalla realtà e della concretezza “umana”. Il che significa in fondo portare a termine quell’opera che ai carnefici nazisti non è riuscita. Destituire un popolo della sua “umanità”, sia pure in apparenza per una promozione, per un riconoscimento speciale della sua tragedia (che non a caso era chiamata sino a ieri Olocausto, quasi fosse una scelta di immolazione, di volontario sacrificio), significa estrometterlo dalla storia, o proiettarlo in una storia speciale, che è poi la stessa cosa.

Proprio a questo progetto di oleografica imbalsamazione, nel quale il tentativo di risarcimento va a braccetto con la volontà di chiudere una buona volta la pratica, archiviarla e mettersi il cuore in pace, ha cercato di opporsi Toaff. Il quale, torno a ripetere, non ha affatto affermato che gli omicidi rituali e l’utilizzo del sangue umano in funzione medicinale o alchemica fossero la prassi quotidiana, e neppure che fossero comprovate usanze, seppure sporadiche: ha detto che, alla luce delle testimonianze fornite non solo dalle confessioni estorte, ma da lettere, da testi marginali alla Torah, da ricette per la creazione di medicamenti e da prescrizioni sanitarie, si evince come queste idee non fossero poi così estranee, almeno a certi ambienti e in certe aree.

A questi risultati i critici di Toaff hanno opposto, come abbiamo visto, delle obiezioni sul metodo e delle pregiudiziali sul merito. Per quanto concerne le prime, hanno sostenuto che lo storico ha affastellato montagne di indizi senza addurre nessuna prova. Manca la pistola fumante, manca una credibile “certificazione” di avvenuti rapimenti, o delitti, o sacrifici o rituali di sangue. Le confessioni non valgono, perché estorte con la tortura: le accuse non valgono, perché frutto di psicosi collettive o di biechi interessi privati, o del tentativo di sviare sospetti; le testimonianze non sono attendibili per la stessa ragione; i giudizi non valgono, perché pronunciati da magistrati pregiudizialmente ostili agli ebrei e propensi a dare credito a qualsiasi accusa nei loro confronti.

Certo, se l’intento di Toaff fosse stato davvero quello di dimostrare che i sacrifici rituali erano all’ordine del giorno gli sarebbe stato difficile produrre uno straccio di prova. Non credo ci siano in circolazione provette quattrocentesche contenenti sangue essiccato di fanciulli non circoncisi. Allo stesso modo, però, a voler essere pignoli, non esiste un solo documento firmato da Hitler nel quale si diano disposizioni per lo sterminio di massa: questo dovrebbe indurci a dubitare che Hitler ne fosse a conoscenza, come sostiene qualche negazionista? O farci pensare che fosse contrario? O addirittura, che lo sterminio non sia mai avvenuto?

Per quanto concerne il merito invece gli hanno rimproverata, nel caso migliore (l’altro, quello dell’accusa di antisemitismo, non val neppure la pena considerarlo) la non-opportunità del suo assunto: come a dire, perché non te ne stai calmo, visto che ci sono già sin troppi negazionisti e revisionisti e neonazisti che si danno un gran daffare a screditare e insozzare gli ebrei? Quasi che il lavoro dello storico dovesse tener conto della “opportunità”, anziché essere volto a indagare e ricostruire per quel che è possibile una verità sempre tutta da riscoprire.

La serietà con la quale Toaff ha impostato il suo lavoro, e il coraggio col quale lo ha portato avanti, lo mettono già di per sé al riparo da entrambe le imputazioni. Per chi si muove senza paraocchi il percorso da lui compiuto non mi pare così difficile da seguire: è sufficiente leggere il libro. Per quanto mi concerne, ad esempio, la lettura non ha smosso di una virgola il mio convincimento che le accuse, ripetute nei secoli praticamente in fotocopia, fossero frutto di fantasia, di fanatismo e di malafede: ma mi ha fornito anche un quadro credibile nel quale inserire e in base al quale comprendere un po’ meglio quei rigurgiti d’odio che riuscirebbero altrimenti inspiegabili, se non nei termini generici di una ignoranza “coltivata” e strumentalizzata. Mi sono anche chiesto, come peraltro hanno fatto molti dei suoi critici, se il libro potesse suscitare in tutti lo stesso effetto: e mi sono risposto che questo non era un problema dell’autore, ma dei suoi lettori. Allo stesso modo, il fatto che sul web Pasque di sangue compaia in versioni scaricabili offerte da vari siti fondamentalisti islamici non può essere addotto a prova di una sua “intelligenza col nemico” e di una oggettiva pericolosità. Ragionando in questi termini dovremmo astenerci dal trattare di qualsiasi argomento, perché ogni nostra parola può essere strumentalmente travisata.

E qui volevo arrivare. In sostanza, la vera accusa mossa a Toaff è quella di essere stato “politicamente scorretto”. Evidentemente ha toccato qualche nervo scoperto, cosa tutt’altro che infrequente in un momento in cui si hanno sempre meno sicurezze e di nervi allo scoperto ne escono un sacco. La faccenda della “correttezza politica” è tirata in ballo ormai in ogni occasione, persino quando l’argomento sono i gatti: tanto che la storia sta cominciando a stancare, perché uno strumento in teoria concepito a salvaguardia di posizioni deboli a furia di essere malamente usato è divento un’arma, e di offesa piuttosto che di difesa. Verrebbe quindi da liquidare il tutto come una ennesima moda intellettuale, partorita in questo caso dell’ipergarantismo anglosassone, arrivata da noi d’importazione ed interpretata naturalmente con il solito fariseismo indigeno (non c’è mai stata in giro, non solo nel dibattito politico, ma in ogni forma di relazione, tanta scorrettezza). In realtà è qualcosa di molto più serio, connesso ad una crisi d’identità della cultura occidentale talmente profonda da metterne in forse i presupposti. Vale la pena parlarne.

La correttezza è un abito mentale e spirituale, attiene all’etica, ne è anzi il fondamento. Ma appena le si appiccica un’etichetta non è più tale. Il “politicamente” non c’entra affatto con l’etica: implica una trattativa, situazioni di compromesso imposte, non modi di sentire condivisi. Una corretta attitudine è quella che agisce in ingresso, su come si pensa e ci si relaziona, non in uscita, come un guinzaglio imposto alla comunicazione e al comportamento. Il ricorso ad un “galateo” delle idee, ad una sorta di disinfestazione linguistica, a liste di proscrizione e di prescrizione dei contenuti, maschera un disprezzo e una sfiducia di fondo nei confronti dell’umanità (e nella sua applicazione “integralista” dà origine a derive assurde e ridicole). Non importa che a dettarlo sia un disegno di dominio (non a caso la “revisione linguistica” è una delle prime preoccupazioni dei regimi totalitari) o una confusa volontà di riparazione dei torti naturali e storici: di fatto ogni canone di ortodossia del pensiero è una gabbia, e le gabbie non hanno alcuno scopo educativo, sono strumenti di contenzione. Il problema non è dunque che qualche mentecatto neghi la Shoah, o che si chiami spazzino un operatore ecologico e bidello un collaboratore scolastico: il problema sono miliardi di esseri umani che non hanno gli strumenti culturali per capire che di mentecatti si tratta, o che la dignità di un lavoro sta nel modo in cui lo si svolge, e non nei termini usati per definirlo.

Ora, so bene che di fronte a constatazioni come questa non resta che alzare le braccia e arrendersi sconfortati: ma penso sia almeno doveroso cercare di comprendere perché le cose stanno così e che significato viene ad assumere, in un quadro del genere, l’applicazione del “politicamente corretto”.

Io la riassumerei così. Il pensiero occidentale ha coltivato negli ultimi tre secoli il sogno illuministico di una “uscita dalla minorità” dell’umanità, di una redenzione dal basso che avrebbe dovuto realizzarsi educando negli uomini gli strumenti per forgiarsi una coscienza e una dignità. Magari era un sogno troppo ambizioso, ma quantomeno alimentava una speranza e indicava la direzione da seguire per avvicinarsi il più possibile alla sua realizzazione. Non ha funzionato, l’illuminazione risulta fioca, e non tanto perché l’obiettivo fosse irrealistico (si trattava di una meta ideale, del “legno storto” in cui l’uomo è intagliato era consapevole anche Kant), ma perché l’energia va dispersa o è stata convogliata in un’altra direzione, e alimenta oggi un diverso disegno. Il sogno di un’autonomia intellettuale dell’individuo è andato a braccetto per un certo periodo con quello di una sopravvivenza materiale garantita a tutti: giustamente, perché al di sotto di quella soglia non c’è possibilità di vivere una vita dignitosa, e quindi l’autonomia non esiste. Il problema è che quella che doveva essere una condizione è diventata il fine, ha prevalso ed ha creato una nuova schiavitù. Alla sopravvivenza si è sostituito il benessere, alla risposta ai bisogni immediati la creazione di quelli superflui.

Con l’illuminismo, inteso come processo di razionalizzazione delle esperienze e delle idee che ne conseguono, l’uomo ha sancito la definitiva presa di possesso del suo mondo, sia naturale che umano: ma questa presa di possesso non ha affatto “realizzato” quella ragione che l’ha resa possibile. La lotta secolare che ha opposto il pensiero razionale a miti, superstizioni, feticci si è dialetticamente rovesciata nel suo opposto; ha generato un’altra forma di irrazionalità, illusioni e idoli d’altro conio, primo e centrale quello dell’infinito sviluppo. La macchina della soddisfazione dei bisogni materiali bene o male nel secolo scorso ha funzionato (mentre in quello nuovo ha cominciato a perdere vistosamente colpi), sia pure mantenendo vistose diseguaglianze e ingiustizie sociali enormi: ha evitato ad esempio le grandi carestie che ancora nell’800 anche in Europa producevano milioni di morti per fame, ha limitato le pandemie, ecc… Per funzionare bene però questa macchina necessita che vengano limati il più possibile gli attriti, o meglio, di avere di questi ultimi il pieno controllo e la gestione.

Il sistema usato per il contenimento è quello della parcellizzazione (il vecchio divide ed impera declinato nell’era digitale), che si ottiene con un procedimento insiemistico, individuando e caratterizzando in maniera forte, come destinatarie di specifici diritti, sempre nuove “categorie sociali” (negli anni sessanta i giovani e i neri, in quelli successivi le donne, gli omosessuali, gli immigrati, oggi anche gli animali) in luogo di quelle trasversali precedenti (operai, contadini, borghesi, ecc…), molto meno funzionali alle ultime evoluzioni del disegno. Queste categorie vengono cooptate attraverso un riconoscimento ufficiale, loro e dei loro particolari problemi, soprattutto attraverso la concessione e l’alimentazione di una visibilità specifica: ma le concessioni non devono andare a danneggiare o a svantaggiare le altre. L’importante è che ciascuna lotti per i cavoli suoi, che il confronto non avvenga mai sui problemi universali dell’uomo, perché questo potrebbe far crollare tutto il castello. È un esercizio di equilibrio delicatissimo, che necessita di strumenti di controllo e di sensori particolarmente raffinati. Sembra la trama di quelle commedie americane degli anni cinquanta nelle quali Tony Curtis ha cinque amanti e deve gestirle tutte senza farle incontrare. Il politicamente corretto è il risultato di tutte queste equalizzazioni, divisioni calibrate di spazi e tempi, partecipazioni misurate in quote e percentuali. Spostando l’attenzione sulla quantità e sugli aspetti formali riesce a nascondere il vuoto di contenuti.

Politicamente corretto” sarebbe quindi stato, nel caso di Toaff, se proprio non aveva di meglio da fare, produrre una serie di documenti processuali che evidenziassero, essendo l’uno il calco dell’altro, le iniquità dei procedimenti e l’infondatezza delle accuse, per riaffermare quella che è la vulgata ufficiale della vicenda e chiudere il caso una volta per tutte. L’aver avanzato delle ipotesi diverse, magari tutte da verificare, magari azzardate, ha fatto scattare i sensori: come fosse stata accesa una sigaretta in una biblioteca, ha cominciato a piovere. Gli equilibri sono stati turbati: e il paradosso sta nel fatto che i meno turbati sembrano essere proprio gli ebrei.

Credo che questo dipenda dal fatto che, come me, continuano ad essere convinti che le accuse per omicidio rituale loro rivolte negli ultimi nove secoli non abbiano alcun riscontro nella realtà dei fatti, ma trovano assurdo negare che possano averne qualcuno almeno nell’immaginario dei loro antenati. Dovrebbero pensare che mentre a migliaia venivano immolati sui roghi sacrificali dai cristiani, nessuno si augurasse di poter in qualche modo ripagare questi ultimi con la stessa moneta? Sarebbe inumano. A meno che, e questo ci riporta al discorso del “cordone sanitario”, non si voglia asserire che non solo la storia ebraica, ma gli Ebrei stessi, per loro natura, sono diversi dagli altri. Forse è proprio questa la strada: a me i “paradigmi indiziari” suggeriscono questa direzione.

Prima di imboccarla, però, preferisco accomiatarmi da Toaff, il quale peraltro, e buon per lui, non ha alcun bisogno della mia difesa. Vorrei invece provare a delineare un percorso tutto mio, che imbocca sentieri laterali (e mi scuso in anticipo, perché tirerò in ballo argomenti poco piacevoli e alla lunga anche noiosi). Ciò dovrebbe consentirmi di arrivare al punto, o almeno, a quello che io credo essere il punto, giocando di sponda, abbandonandomi magari a considerazioni scontate, ma che evidentemente non sono tali per i pretoriani dello storicamente e politicamente corretto, visto che non le hanno minimamente messe in conto.

Partiamo dalla possibilità che alcune delle confessioni fossero “spontanee”, nel senso di non dettate parola per parola dagli inquisitori. Chiariamo subito: i resoconti dei processi, di questi agli ebrei come di quelli contro gli eretici o della successiva caccia alle streghe, non lasciano dubbi. Dopo giorni e giorni nelle mani degli aguzzini appare semmai incredibile che qualcuno non abbia confessato. Quelli che lo hanno fatto prima ancora che le torture avessero inizio sapevano bene a cosa andavano incontro, compreso il fatto che prima o poi avrebbero ceduto, e hanno voluto risparmiarsi almeno una parte del supplizio o hanno creduto in questo modo di scamparla. Ciò che rivelavano era né più né meno quello che gli inquisitori volevano sentirsi raccontare, dettagli compresi. Basta porre nel modo giusto le domande, se l’interrogato è appeso per i piedi, per ottenere le giuste risposte.

Eppure, in qualche caso le rivelazioni devono aver lasciati sorpresi anche gli stessi carnefici, perché sembravano rinviare ad una rete fittissima e oscura di contatti e trovavano riscontro nelle ricostruzioni incrociate. Questo significa che era in atto una congiura, che gli ebrei celebravano le loro pasque con riti sacrificali e che fioriva il commercio di sangue cristiano? No, certamente: ma significa che senz’altro di queste cose qualcuno all’interno delle comunità ebraiche parlava, per millanteria, per calcolo, per credulità o per il bisogno di sfogare almeno nelle fantasie il suo rancore. Leggende e dicerie e persino segrete ricette circolavano tra quei poveri diavoli (e questo Toaff lo documenta) e nutrivano il loro immaginario. Il resto lo facevano le circostanze, la paura, la tortura e, spesso, un’attitudine psicologica che induce anche individui in pieno possesso delle loro facoltà a distorcere la realtà.

Recentemente ho sentito rievocare una seduta spiritica cui avevo partecipato quarantacinque anni fa come una notte da tregenda, piena di misteri insoluti e di una tensione da cardiopalma. In realtà, a quello che io ricordo, l’unica cosa misteriosa era uno strano rumore di fondo che inquietava il buio, e che dopo un po’ capii essere provocato da un amico, semplice spettatore, intento in un angolo della stanza a sgranocchiare un peperone intinto nell’olio (certamente una cosa insolita alle tre di notte, ma non così tanto per l’amico in questione). E la tensione, se c’era, era di quelle ragazze che cercavano di sottrarsi agli approcci di spiriti molto materiali e dispettosi.

La stessa esperienza era stata evidentemente vissuta in maniera molto diversa da me e dal narratore, e sono convinto che quest’ultimo fosse pronto a giurare di aver avuto un incontro ravvicinato con l’aldilà, mentre io ero solo rammaricato per non averne avuto alcuno di altro tipo. Se lo avessero sottoposto ad interrogatorio, senza alcun bisogno di tortura avrebbe raccontato di chissà quali occulti commerci, non fosse altro perché era un neofita, e quelle farse si svolgevano in un edificio paurosamente fatiscente (quell’ala crollò l’inverno successivo), completamente privo di illuminazione, con mura e pavimenti scricchiolanti e ragazze che squittivano nel buio. Ha continuato a rivivere e a raccontare così la faccenda per quasi mezzo secolo, convincendosi ogni volta di più di aver vissuto una esperienza sovrannaturale. Questo tizio è tutt’altro che un idiota, ma sarebbe stato un testimone ideale per gli inquisitori.

Lo stesso vale per quei processi di rielaborazione del nostro vissuto che tutti più o meno intensamente attiviamo. Il comportamento mantenuto in una particolare occasione viene, attraverso i criteri selettivamente orientati della memoria, accomodato, enfatizzato, in certi casi completamente ribaltato: i connotati reali di quanto è avvenuto si stemperano e sono sostituiti da ciò che è elaborato dalla fantasia, dalle aspettative, a volte da un senso di colpa, sempre dall’immagine che si vuole dare di sé. Se ho partecipato ad una innocente cerimonia, nel corso della quale sono state comunque evocate disgrazie sui nemici, vendette divine, arcangeli giustizieri, poco alla volta, nella narrazione che andrò a farne, è possibile che mi convinca che quelle vendette siano già in atto, o quanto meno che cerchi di darlo ad intendere ad altri. Oppure, messo alle strette sotto tortura, con la prospettiva di finire comunque sul rogo, che scarichi tutto il mio odio per i carnefici facendo intravvedere oscuri pericoli che incombono sul loro capo. Morire per morire, almeno farlo per qualcosa di concreto, o che tale sia ritenuto dagli altri, e incuta inquietudine nei persecutori e un sottile brivido di rivincita nei perseguitati.

Ora, proviamo a trasporre questa rielaborazione nella realtà del medioevo, e nella fattispecie del mondo medioevale ebraico, carico ancor più di quello dei gentili di attese palingenetiche e dell’urgenza di sottrarsi prima possibile ad una condizione intollerabile di terrore fisico, di offese e di quotidiane umiliazioni. Non mi sembra così improbabile che qualcosa del genere potesse accadere. E vado oltre: non mi pare nemmeno impossibile che qualche fanatico, o qualche furfante, possa aver sul serio provato a dare corpo a queste leggende. L’atmosfera, il clima erano quelli. Un paio di secoli più tardi gran parte del mondo ebraico, soprattutto quello della diaspora orientale, avrebbe dato credito ad un ciarlatano come Sabbatai Zevi, che invitava a praticare ogni sorta di abominio per accelerare la redenzione. E dopo altri settant’anni la cosa si sarebbe ripetuta tra gli aschenaziti polacchi con Jacob Frank. Qualsiasi strategia di difesa o promessa di riscatto trovava un uditorio vasto e affamato: perché non anche i rituali sacrificali?

Ma trasferiamoci nuovamente, torniamo all’oggi: non è esattamente quello che sta accadendo, pur in un clima diversamente oppressivo? non c’è un sacco di gente che crede a qualsiasi cosa, dai marziani ai fantasmi, ai complotti galattici, alle medicine miracolose, e si affilia e si affida totalmente alle sette e alle chiese le più improbabili? I meccanismi attraverso i quali si creano le leggende, metropolitane o rurali che siano, sono svariati. I risultati sono più o meno sempre gli stessi. Una volta diffusa, la leggenda può sempre trovare qualcuno che prova ad inverarla. A furia di sentirti addossare un ruolo, dice Pirandello, finisci per volerlo davvero recitare sino in fondo, o almeno per ritenere che ti convenga farlo.

Proviamo ora a fare il ragionamento opposto, a chiederci se la faccenda dei sacrifici rituali ha alle spalle qualche fondamento storico, o si tratta solo di ancestrali psicosi collettive. È un argomento per stomaci buoni, ma va affrontato.

L’accusa di omicidio rituale rivolta agli ebrei, come vedremo, ha una sua storia: ma il tema dei sacrifici umani, del cannibalismo rituale e dell’uso del sangue umano per gli scopi più peregrini non ha atteso gli ebrei per essere di moda. Sacrifici particolarmente atroci di bambini, immolati al dio Moloc, sono attribuiti dagli autori classici e dalla Bibbia ai Fenici: a Cartagine erano celebrati pubblicamente ancora nell’era di Annibale (Diodoro Siculo) e segretamente in epoca imperiale (Tertulliano). Ma anche altrove non andava meglio, se quasi tutti gli imperatori, a partire da Augusto e Tiberio sino al IV secolo, hanno cercato (a quanto pare inutilmente) di porre termine a questi rituali in tutte le provincie. Fuori dell’impero, presso gli Sciti e i Mongoli le sepolture dei sovrani o dei grandi capi erano accompagnate da vere ecatombi sacrificali.

Non era una pratica solo “barbarica”: i poemi omerici, e così pure il teatro di Euripide, ci dicono che sacrifici propiziatori o espiatori erano praticati anche in Grecia (la povera Ifigenia ne sa qualcosa). Roma non era da meno: Dione Cassio racconta che durante le celebrazioni del trionfo di Cesare vennero compiuti sacrifici umani, che pure erano stati proibiti dal Senato agli inizi del primo secolo a.C. (il che significa comunque che anticamente erano in uso). Cesare a sua volta ci informa di un rituale druidico nel corso del quale le vittime venivano arse vive, e sottolinea come presso i Galli la tortura dei prigionieri assumesse un significato sacrificale. Sui Germani è invece Tacito a ragguagliarci, e alcuni dei loro rituali particolarmente cruenti saranno oggetto di un bando ancora mille anni dopo, da parte di Enrico il Leone. Tutte le popolazioni barbariche, dagli Unni ai Goti ai Longobardi, e non ultimi i Franchi, condividevano, sia pure con fantasiose varianti locali, l’usanza del sacrificio, spesso di massa, di prigionieri o di schiavi, oltre a quello delle vedove. Il resto, dalle decine di migliaia di vittime delle grandi celebrazioni azteche ai riti segreti delle sette indiane o cinesi, è storia del recente passato. O del presente, se consideriamo le macabre storie di sette sataniche che la cronaca nera ci racconta anche in Italia, o le immolazioni e autoimmolazioni di massa che dalla Guyana alla Svizzera ci hanno lasciati sconcertati negli ultimi vent’anni.

Oltre a sacrificare vittime umane alle divinità guerriere, gli Sciti e gli Slavi e i Bulgari libavano il loro sangue. Ma è un uso attestato presso molti altri popoli. Secondo Erodoto i guerrieri della Media e della Lidia si succhiavano vicendevolmente il sangue, mentre i Carii, popolo di guerrieri mercenari, bevevano in comunione quello di bambini appositamente scannati, per rinsaldare lo spirito di corpo. Pausania racconta che Licurgo proibì i sacrifici espiatori normalmente celebrati a Sparta durante le epidemie, sostituendoli con fustigazioni a sangue, dalle quali si raccoglieva il liquido da offrire alla divinità. Presso i romani l’uso è certificato persino linguisticamente: Festo fa derivare dall’arcaico termine assir, col quale i latini denominavano il sangue, l’assiratum, una bevanda rituale mista appunto di sangue e vino. D’altro canto Plutarco racconta nella Vita di Publicola che i congiurati contro Tarquinio il Superbo suggellarono il giuramento bevendo sangue umano; e fa ripetere il rituale, in quella di Cicerone, da Catilina e dai suoi complici, con l’aggiunta della degustazione delle carni della vittima.

Evidentemente, soprattutto in questi ultimi casi, si tratta della ripetizione di un cliché stereotipato o di un travisamento delle fonti (anche se non mi stupirebbe che Cicerone stesso avesse fatto circolare questa voce). E tuttavia il cannibalismo rituale era più diffuso di quanto non si voglia pensare. A dispetto del prevalere nella seconda metà del ‘900 di un pensiero “negazionista”– il cui testo sacro fu Il mito del cannibale, di William Arens – che imputava ad un atteggiamento razzista dell’antropologia precedente l’attribuzione di questo costume ai popoli del terzo mondo, oggi l’esistenza e la diffusione anche antichissima di pratiche cannibalesche a scopo rituale è comprovata dagli studi su reperti umani del neolitico e del paleolitico, rinvenuti indifferentemente tanto in Cina quanto in Africa, in Europa o in America.

Per il mondo antico non ne parla solo Erodoto, che lo attribuisce ai Massageti del Mar Caspio e ai Callati dell’India (tra l’altro, a testimonianza della sua incredibile modernità di vedute, dandone anche una giustificazione: “A me pare che Pindaro abbia scritto bene, quando disse che la consuetudine è regina del mondo”). Viene attribuito anche ai “civili” popoli della Mesopotamia, presso i quali gli adepti del culto del sole e della luna arrostivano bambini appena nati e se ne cibavano durante le cerimonie. O a quelli dell’Ellade: Diodoro Siculo racconta che uno dei successori macedoni di Alessandro, Apollodoro, dopo aver immolato un bambino ne diede da mangiare la carne e da bere il sangue misto a vino ai suoi uomini, per legarli ad un indissolubile giuramento di fedeltà.

Anche le testimonianze più recenti, quindi più verificabili, sono svariate: vanno dal racconto di Hans Staden, che visse a lungo come prigioniero tra i Tupì del Brasile, a quelli dei compagni di Cook relativi ai Maori e agli abitanti delle Fiji (l’astronomo imbarcato al seguito della spedizione sulla Resolution scrisse: “non li mangiano per mancanza di cibo animale, ma a sangue freddo, perché ogni giorno pescavano tanto pesce quanto poteva bastare per noi e per loro: la loro pratica di questa orrida azione avviene per scelta”); dagli studi antropologici di Schweinfurth e di Du Chaillu sui Niam Niam e sui Fang in Africa a quelli di Beattie sugli Inuit, di Gaidusek sui Fore della Nuova Guinea, di Pierre Clastres sugli Atchei del Paraguay.

Potrei andare avanti all’infinito, ma non mi sto affatto divertendo. Volevo solo ribadire che ciò che ha fatto storcere il naso ai detrattori di Toaff, l’ipotesi che qualcuno potesse ragionare in termini di riti sacrificali o addirittura cannibaleschi e di uso magico del sangue, non era poi così campata per aria. Va da sé che per la gran parte dei casi si tratta di fantasie, che l’attestazione di questi usi è mirata a denigrare degli avversari o a preparare la strada allo sterminio o alla schiavizzazione di popoli considerati barbari e inferiori, e che anche quando non ci siano queste motivazioni le testimonianze sono spesso di seconda o di ventesima mano, e vengono da soldati o marinai il valore delle cui imprese è proporzionale alla cattiveria dei nemici, o da mercanti che giustificano i prezzi delle loro mercanzie con i pericoli corsi per acquisirle. Al netto, però, resta il fatto che gli usi sacrificali con vittime umane c’erano, erano diffusi tra tutte le popolazioni, ed erano durissimi da sradicare anche quando il potere civile o religioso tentava una umanizzazione dei costumi (ne sanno qualcosa gli inglesi in India).

E non è finita. Non solo questi usi c’erano: ci sono ancora. I satanisti torinesi e californiani non li ha torturati nessuno (purtroppo) per indurli alla confessione. Ma c’è dell’altro. In Come l’uomo inventò la morte, dell’antropologo inglese Timoty Taylor, si riportano i casi di bambini ritrovati smembrati, in Sudafrica e persino in Inghilterra, delitti associabili con ogni probabilità a un rituale per ricavare medicine, i cosiddetti muti. “Ancora oggi – scrive – è un fatto molto più comune di quanto molti suppongano, con parecchie centinaia di casi documentati negli anni ’90 nell’India settentrionale, in Sudafrica e altrove”. “Ma, aggiunge, il tentativo di criticare, o addirittura di investigare, la produzione di muti umano è considerato da alcuni come la prova dell’incapacità di comprendere i valori di una cultura differente, una cultura la cui visione del mondo e della vita è tanto valida quanto la nostra”. E cita alcuni patologi legali sudafricani i quali testimoniano che “in Sudafrica il muti non è considerato un argomento politicamente corretto”.

Non c’era da dubitarne.

Constatato che l’esistenza di rituali sacrificali, tanto quella storica come quella contemporanea, non è solo un parto di fantasie malate o un pretesto strumentale per demonizzare gli avversari, torniamo ai nostri ebrei. Ci chiedevamo se dietro la rete di protezione che li circonda non ci fosse per caso una presunzione di diversità. Ed è questo che vorrei ora provare a verificare.

Che gli Ebrei siano diversi, almeno in una certa misura e per il discorso che ci interessa, è anche vero. È vero cioè che la legge ebraica proibisce espressamente i sacrifici umani già a partire da Mosè, e che la Bibbia sconfessa l’immagine di un dio assetato di sangue sacrificale fin dall’episodio, pur controverso, di Abramo. Nel libro della Genesi, e poi particolarmente nel Levitico, si esplicita il divieto tassativo di consumare sangue di qualsiasi essere vivente, ribadito dal Talmud e dagli scritti rabbinici. Proprio questo divieto è stato il principale argomento a difesa invocato dagli ebrei nei processi loro intentati, e utilizzato all’occasione dai loro protettori. Ma non è stato sufficiente ad evitare che diventassero essi stessi i principali capri espiatori.

Furono comunque i cristiani, e non gli ebrei, i primi sospettati di compiere rituali di sangue. Il sospetto nasceva nei gentili da un’interpretazione equivoca dell’eucarestia, ed era alimentato dal fatto che i riti cristiani si svolgevano generalmente in luoghi appartati o nelle catacombe: è anche probabile che gli ebrei stessi non fossero estranei alle denunce (anche se lo stesso Tertulliano, che non era molto tenero, li scagiona): in fondo nella cerimonia eucaristica veniva perpetrata una violazione del divieto e gli stessi adepti del cristianesimo la consideravano tutt’altro che simbolica. Le voci di pratiche sacrificali orrende e di “agapi” a base di carne di fanciulli erano così diffuse che Plinio il Giovane, console in Bitinia all’inizio del II, secolo, riferisce a Traiano di aver fatto torturare due schiave cristiane per sapere quanto ci fosse di vero. Per la cronaca, le due schiave negarono tutto.

Non fossero bastati i pagani, durante la guerra intestina che lacerò il cristianesimo nei primi secoli furono le diverse sette a rimpallarsi le accuse dall’una all’altra; a noi, per ovvi motivi, sono rimaste solo quelle rivolte agli gnostici e ai manichei. Erano accuse adattabili ad ogni avversario, e infatti Sant’Agostino non esitava ad attribuire ai montanisti sia i sacrifici che l’uso di sangue umano per impastare il pane azimo. Ed erano portate con maggior violenza proprio da chi dalle sette si staccava. Nella sua storia della chiesa delle origini Eusebio parla di persecuzioni innescate alla fine del II secolo dalle false confessioni di apostati, che attribuivano ai loro ex fratelli questi riti sacrificali.

All’epoca della grande esplosione ereticale, tra l’XI e il XIV secolo, le accuse furono riesumate e di volta in volta usate nella persecuzione degli Erbertiani, dei Catari, degli Albigesi, dei Valdesi: ma anche contro i Templari, e nel XIV secolo contro i Fraticelli. Nel ‘500 vennero fatte proprie dai protestanti, e girate a quegli stessi domenicani che ne avevano fatto uso nei confronti degli eretici. Ancora tre secoli dopo i cattolici irlandesi erano accusati, non nelle bettole, ma nel parlamento inglese, di scannare bambini sugli altari. Non solo: a testimonianza di una precoce globalizzazione di ogni sorta di corbelleria, in Cina nella seconda metà dell’Ottocento, all’epoca dei Tai Ping, scoppiarono a più riprese tumulti contro i missionari, accusati di rapire fanciulli per prenderne gli occhi, il cuore e il sangue. E analoghe accuse erano rivolte ai francesi verso la fine del secolo in Madagascar.

Non parliamo poi di quel accade quando scoppia la caccia alle streghe. È un vero festival delle fantasie più perverse. Prima ancora che i domenicani Sprenger e Kramer pubblicassero il Malleus Maleficarum (1487) la vicenda di Gilles de Rais aveva già dato la stura alle più incredibili accuse di commerci satanici e di rituali sacrificali. In questo caso fu portata alla luce una terrificante vicenda di depravazione, anche se le modalità e le circostanze “politiche” del processo fanno dubitare sia del numero delle vittime (centoquaranta bambini) che delle motivazioni degli omicidi. Sta di fatto che di fronte alla prospettiva della tortura De Rais, sapendosi senza scampo per i delitti che davvero aveva commesso, preferì confessare qualsiasi efferatezza contro natura, comprese le evocazioni demoniache e l’offerta sacrificale dei bambini a Satana. Il che ci rimanda a quanto già visto a proposito delle confessioni.

Quella della stregoneria, dei sacrifici e del sangue divenne comunque a partire dal Cinquecento una vera psicosi. Persino un nipote di Pico della Mirandola, Giovanfrancesco, in un suo dialogo latino (Strix) faceva confessare ad una strega di aver ucciso diversi bambini prendendo loro il sangue. Alla fine del secolo nelle opere di Martin del Rio, in particolare nei Disquisitionum magicarum libri sex, venne raccolto l’incredibile repertorio di perversioni e ossessioni elaborato nei secoli precedenti, a costituire il prontuario al quale avrebbero attinto successivamente tutti gli inquisitori.

Gli Ebrei sono quindi in buona compagnia. Paradossalmente, dopo essere rimasti per un buon tratto al riparo, proprio per via del divieto biblico che potevano accampare, finiscono per diventare i più frequenti destinatari degli attacchi. Fino al XII secolo non abbiamo notizie di processi che li vedono imputati per riti sacrificali, anche se i sospetti di rapimenti e di utilizzo stregonesco del sangue umano da parte di Ebrei si erano già diffusi nel secolo precedente, nel clima di fanatismo diffuso dalle crociate. La prima accusa ufficiale di omicidio rituale è intentata loro in Inghilterra, nel 1144, a Norwich. È solo l’inizio; l’accusa è ripetuta a Würzburg nel 1147, poi a Colonia, e quindi in Francia, nel 1171 a Blois e nel 1191 a Bray sur Seine. Nel secolo successivo la faccenda diventa così grave che debbono intervenire ripetutamente sia il potere civile che quello religioso. Federico II in occasione di un processo montato a Fulda nel 1235 tenta di scagionare una volta per tutte gli ebrei e di porre fine alle denunce, mentre Innocenzo IV emana ben quattro bolle successive in loro favore, ribadendo che ciò di cui vengono accusati è assolutamente contrario alla loro legge. Con scarsi risultati: prima del 1500 i processi sono svariate decine: nell’età moderna si arriverà alle centinaia.

Gli impianti accusatori si ripetono sino alla monotonia, persino nel dettaglio delle formule. Ogni caso ricalca con lievissime differenze quelli precedenti. Spesso non si attende nemmeno l’esito del processo per giustiziare i presunti colpevoli; per bene che vada, gli accusati devono subire la carcerazione e la tortura. A tenere alta la pressione provvedono soprattutto gli ordini regolari, domenicani e francescani in testa (successivamente rilevati dai gesuiti), che buttano nella competizione predicatoria tutti gli stereotipi più collaudati, facendo un minestrone di ostie profanate, crocefissioni blasfeme, evocazioni demoniache. E ogni sconvolgimento interno alla chiesa produce un’ondata di persecuzioni. Così dopo la Riforma il fenomeno dilaga tanto nei paesi cattolici, dove il Santo Uffizio da un lato combatte le superstizioni popolari, ma dall’altro le sfrutta contro ogni forma di differenza, quanto in quelli protestanti, dove non c’è nemmeno la protezione papale a difendere le comunità ebraiche. A sua volta l’Illuminismo, come vedremo, non argina gli attacchi, ma apre piuttosto un altro fronte.

Le accuse si ripetono ancora per tutto l’Ottocento, e non soltanto in Russia o nei paesi slavi. Nel 1840 un caso clamoroso scoppia a Damasco, dove sparisce un frate cappuccino di origine italiana. La comunità cristiana accusa gli Ebrei di averlo sacrificato per bere sangue umano, e malgrado nell’Impero vigesse un rescritto del 1530 di Solimano II, nel quale si decretava che “per l’avvenire nessuna accusa che gli ebrei usino per loro Mazzoth sangue umano possa essere ricevuta da alcun giudice dell’impero”, gli indiziati vengono sottoposti a tortura, e quelli che non muoiono tra i tormenti finiscono per rilasciare complete confessioni. Ne nasce un incidente internazionale, con Lord Palmerston e Metternich che intervengono parlando di barbarie inaudita per il XIX secolo, e alla fine i sopravvissuti vengono scagionati e liberati (tra parentesi: il pontefice dell’epoca scrive a Metternich di “non avere neppure un’ombra di incertezza sulla verità di questa imputazione”; l’anno è lo stesso in cui, come ho già detto, alla Camera dei Lord un parlamentare inglese accusava degli stessi delitti i cattolici irlandesi; e la Sublime Porta è un nemico storico dell’impero asburgico).

L’unica novità positiva riguarda gli esiti. Quello del processo di Damasco è tipico. Nel XVIII e nel XIX secolo oltre il novanta per cento dei casi si concludono con un nulla di fatto (che non è proprio un lieto fine, perché quasi sempre gli ebrei, anche se riconosciuti innocenti, devono lasciare località nelle quali risiedevano da tempo, o addirittura sono vittime di pogrom preventivi). Una più forte presenza dello stato e la laicizzazione dei tribunali offrono maggiori garanzie di protezione contro la superstizione popolare. Questo non impedisce comunque che le accuse di omicidio rituale conoscano addirittura una recrudescenza nell’ultimo quarto dell’Ottocento, in concomitanza con una feroce campagna antisemita lanciata dalla stampa cattolica, in particolare dalla rivista dei gesuiti Civiltà cattolica. E anche nel Novecento la leggenda dei riti sacrificali continua a circolare nell’immaginario più retrivo, soprattutto in Russia e nella fascia mitteleuropea: ormai sono i diversi regimi, da quello zarista a quello sovietico, e poi quelli fascisti, a piegare ed enfatizzare l’antisemitismo ai loro fini, per dirottare sugli ebrei il malcontento popolare, per rinsaldare il consenso o per avvallare le politiche razziali. In realtà ormai il tempo delle leggende del sangue è finito: ma non sono del tutto venuti meno quelli disposti a crederci. Gli altri stanno semplicemente trasponendo l’immagine del “cavar sangue” su un piano metaforico.

La “secolarizzazione” del problema ebraico avviene attraverso un processo che ha il suo culmine nella seconda metà del XVIII secolo, e all’interno del quale mi sembra significativo il caso di Voltaire. Il paladino per eccellenza della tolleranza e dei diritti è un antisemita viscerale. Nel suo Dizionario Filosofico un quarto almeno delle voci ha riferimenti spregiativi agli ebrei. Quelle ad essi specificamente dedicate (da Juif a Sacrifici rituali) sono aberranti. Gli Ebrei sono “un popolo ignorante e barbaro, che raggiunse dopo lungo tempo la più sordida avarizia e la più detestabile superstizione e il più invincibile odio per tutti i popoli che li arricchiscono e li tollerano”. Salvo poi aggiungere “Ma non per questo bisogna mandarli al rogo”. Un grande cuore. Alla voce “Antropofagi” va nel dettaglio. «È vero che nel tempo di Ezechiele i Giudei dovevano conservare l’uso di mangiare carne umana … Ciò è provato. E d’altra parte, perché gli Ebrei non sarebbero stati antropofagi? Sarebbe stata la sola cosa che mancava al “popolo di Dio” per essere il più abominevole popolo della terra». E più oltre, alla voce Jefte, o dei sacrifici umani: “Non possiamo dubitare che gli ebrei facessero dei sacrifici umani: nessun punto della storia è forse meglio appurato”. E cita il Levitico, e i suoi precetti: “Cosa aveva votato Jefte, cosa aveva promesso a Dio con giuramento? Di sgozzare sua figlia e di immolarla in olocausto. E così fece”. Rincara la dose nel Candide, e nel Dialogo del cappone e della pollastra fa dire al primo: “Ricordo bene che ci sono molti paesi, tra cui quello dei giudei, in cui talora gli uomini vengono mangiati gli uni dagli altri” al che la pollastra risponde: “È giusto che una specie così perversa divori se stessa, e che la terra venga purificata da questa razza”.

Sembrerebbero le argomentazioni dell’accusa in un processo per omicidio rituale. I toni, gli argomenti sono quelli. E invece siamo già di fronte a qualcosa di molto diverso. Siamo di fronte all’antisemitismo moderno, all’antisemitismo “laico e progressista”. E razzista. Certo, Voltaire tanto laico non sembrerebbe, e ancor meno progressista: e infatti di questo nuovo atteggiamento è paradigmatico solo fino ad un certo punto. È il più famoso degli illuministi, ma non è certo il più esemplare. È paradigmatico piuttosto di altro, di quel modo d’essere “astioso” che caratterizza troppa parte del pensiero progressista e che trae origine dal rancore e dall’invidia anziché dal senso dell’equità e della fraternità. Voltaire è un uomo avido, meschino, opportunista nelle amicizie e pronto a volgerle in disprezzo, teorico di ogni battaglia e combattente di nessuna. Altro che “coltivare il proprio piccolo orto”: gli danno fastidio anche i frutti di quelli altrui. Ciò che pensa degli ebrei lo pensa in fondo di tutta l’umanità, e quindi parrebbe non fare testo. C’è però qualcosa di visibilmente patologico nel suo antisemitismo (nell’antisemitismo c’è più o meno sempre qualcosa di patologico), ed è l’ossessione dettata dalla paura. Il disprezzo sibilato, ostentato, gridato è un modo per esorcizzare una vera e propria fobia: ed è proprio questo ciò che Voltaire traghetta dal vecchio al nuovo antisemitismo.

Che comunque l’atteggiamento antisemita corrisponda ad un sentire generalizzato tra gli illuministi, sia pure in forme meno esasperate, lo dimostra il fatto che accomuna anche Montesquieu, D’Alambert, D’Holbach, Lichtemberg, lo stesso Rousseau. Unici a salvarsi il solito Diderot, che è anni luce più avanti, e naturalmente Alexander von Humboldt, che si fa un punto, in una Prussia da sempre antisemita, di frequentare i circoli culturali ebraici. Più particolare il caso di Kant; nonostante si cerchi di farne un antesignano del razzismo, e si voglia leggere nella sua Antropologia un manifesto dell’antisemitismo, la verità è che quando parla di razze non ne desume gerarchie, ma soprattutto che i suoi migliori amici erano ebrei.

È da chiedersi allora perché mai gli illuministi manifestino tanta insofferenza nei confronti degli ebrei. Io un’idea ce l’ho, e provo a riassumerla mettendo a fuoco quelli che mi sembrano essere i principali motivi.

Una prima motivazione appare già implicita nell’assunto filosofico centrale dell’illuminismo: l’unico strumento per risolvere i problemi dell’umanità e per fornire delle basi etiche all’esistenza è il pensiero razionale. Di conseguenza è necessario condurre una lotta serrata contro ogni forma di superstizione, prima tra tutte quella religiosa: e se il cattolicesimo è il nemico più prossimo e visibile, perché esercita il suo potere attraverso le monarchie teocratiche, l’ebraismo è il più subdolo, perché la religione ebraica è la madre di tutti i monoteismi. Il suo libro sacro è la sentina di tutte le false credenze che hanno resi schiavi gli uomini e che vengono finalmente smentite dagli esiti della rivoluzione scientifica

Gli ebrei sono malvisti però anche per la loro refrattarietà ad ogni forma di integrazione. Il fatto che siano così ostinatamente decisi a mantenere la loro identità religiosa e culturale costituisce un problema sia che si concepisca l’umanità come un unicum cosmopolita (Kant), che deve essere governato dalla razionalità e guidato dalle stesse leggi e accomunato dagli stessi costumi, sia che, al contrario, si ragioni in termini di identità nazionale (Fichte). Nel primo caso è evidente che l’identità ebraica deve sparire, nel secondo che quella nazionale non deve correre rischi di contaminazione. Se si pensa che gruppi di persone che condividono una cultura, una lingua, una storia, un territorio e un sistema di valori costituiscano una naturale e particolare entità, tenuta assieme dal comune senso di lealtà verso la propria nazione, gli ebrei, in quanto estranei che non condividono con gli altri nulla di tutto questo, in tale entità non trovano posto.

Ciò fornisce un fondamento diverso all’antisemitismo moderno; nel momento in cui, attraverso una deriva dell’organizzazione tassonomica del sapere, l’identità assume una connotazione “razziale”, nasce la teoria che gli ebrei, perennemente esiliati, privi di radici, incapaci di integrarsi con gli altri popoli in alcun luogo della terra, appartengano a una “razza” inferiore, o addirittura la costituiscano.

Altri motivi sono invece legati alla trasformazione dei modelli produttivi e dei rapporti tra i settori economici. In pratica: dopo le scoperte l’esplosione dei commerci internazionali ha esaltato il ruolo della finanza: questa non può più essere demonizzata in base ai vecchi tabù cristiani (e a sgombrare il terreno ci pensa proprio il protestantesimo), e viene anzi istituzionalizzata attraverso l’apertura delle borse: ma il retaggio storico che proprio da quei tabù era stato creato (gli ebrei sono già dannati, e quindi a loro va lasciato l’esercizio dell’usura) costringe a fare i conti con una presenza ebraica nel settore estremamente competitiva. Quindi, nasce un doppio problema: da un lato c’è resistenza a quella che appare (e in effetti è) una “virtualizzazione” dell’economia, di contro ad una concretezza produttiva che è sempre stata appannaggio dei cristiani, non fosse altro per l’esclusione degli ebrei da ogni attività sia agricola che manifatturiera (e infatti, il pendant economico dell’Illuminismo, sia nella versione liberista che in quella fisiocratica, insiste molto sulle attività produttive, primarie, di trasformazione o di commercializzazione che siano): dall’altro c’è la necessità di sottrarre il primato nel settore finanziario a chi lo ha saldamente in mano.

Gli sbocchi di questo duplice fronte di conflittualità sono tutti negativi per gli ebrei. La nobiltà li odia perché hanno agito da tramite finanziario nella transazione dei loro possessi alla borghesia e dei loro poteri alla monarchia. Le popolazioni rurali li odiano perché tanto prima quanto dopo questa transazione il sistema delle esazioni fiscali rimane in genere nelle mani degli ebrei, e i contadini in loro identificano chi li rapina. I borghesi, soprattutto la piccola borghesia, se li trovano di fronte come concorrenti nei commerci e davanti nei ruoli amministrativi. I proletari urbani, infine, cominciano ad identificare negli ebrei il grande capitale che sta dietro le spalle di coloro che li sfruttano. È chiaro che la prospettiva di una loro emancipazione, che li ponga sul piano del diritto alla pari con tutti gli altri, non sorride a nessuno, perché in realtà nessuno crede che possa risolversi in una totale integrazione; l’ebreo è il “marrano” per antonomasia, colui che si cela, si mimetizza, ma mantiene intatte le sue convinzioni, i suoi costumi, i suoi legami, e quindi il suo occulto potere.

Accenno infine ad un’altra sottile ragione, quella espressa nella Dialettica dell’Illuminismo da Adorno e Horkeimer. Secondo i maestri della scuola di Francoforte l’antisemitismo moderno eredita da quello precedente una precisa connotazione teologico-politica e la rende finalmente esplicita, in quanto rappresenta la lotta del Dio cristiano con il Dio ebraico. Il Dio dei cristiani sarebbe in fondo la proiezione della volontà di potenza dell’uomo, di innalzare all’assoluto ciò che si presenta come finito: in altre parole, l’idea del progresso senza confini. Il Dio ebraico invece lascia la sua creatura nella finitezza, così come è, senza la pretesa di mediare, per superarla a forza, questa condizione naturale del vivere umano. Messa in questo modo, l’antisemitismo non può più essere interpretato come fenomeno con precise e mutevoli caratterizzazioni storiche, ma come la costante risultanza di un confronto che si è protratto nei millenni (perché la versione cristiana trae origine dalla contaminazione del giudaismo con il pensiero greco). Ho voluto riportare questa interpretazione perché è antitetica a quella che se ne dà solitamente, e che vede, sulla scorta di una lettura impropria di Nietzche, al contrario il giudaismo come responsabile dell’ybris del progresso (contro il naturalismo dei pagani).

Ora, cosa c’entra tutto questo con Voltaire? C’entra perché Voltaire, al di là delle sue paturnie, è il portavoce un po’ di tutte queste motivazioni, pur senza esserlo di nessuna in particolare. Diciamo che fornisce a tutte pretesti e strumenti. Soprattutto crea un precedente illustre, che varrà da pezza d’appoggio per i polemisti antisemiti dell’ottocento, naturalmente più per quelli “progressisti”, visto che un De Maistre, pur dicendo sostanzialmente le stesse cose, non si sognerà mai di fare riferimento, esplicito o implicito, a quell’anticristo di Voltaire. In sostanza comunque mentre i reazionari vedono l’emancipazione come uno dei simboli del trionfo del liberalismo, e quindi portano all’estremo l’identificazione ebrei-liberalismo-fine della società tradizionale, la nascente sinistra ci vede lo stesso connubio dei reazionari, ma lo interpreta in una valenza opposta. La presenza degli ebrei, che sono stati lo strumento finanziario delle monarchie assolute, e che adesso, emancipati, agiscono in proprio, indica il passaggio dalla schiavitù nei confronti dell’autocrazia a quella nei confronti del capitale.

Come si vede, è possibile leggere il problema rappresentato dalla scomoda presenza ebraica in modi diametralmente opposti. Ed è appunto quanto succede subito dopo l’Illuminismo, dopo il trauma della rivoluzione francese e nel bel mezzo di quello della rivoluzione industriale.

Questo ci porta davvero verso la conclusione. La polemica su Toaff, pur nella sua goffaggine, è sintomatica di una ambiguità mai risolta dal pensiero progressista, e soprattutto dalla sua componente più “a sinistra”, con la questione ebraica; ed ha anche un risvolto politico. Perché, sia chiaro, da sinistra sono venuti gli attacchi. E la cosa non è così paradossale: è anzi facile da comprendere.

La polemica è venuta da sinistra perché la sinistra ha la coscienza sporca. Coltiva in seno una tradizione di antisemitismo che è antica almeno quanto quella della destra, erede diretta di quell’astio popolare che ogni forma di potere, papale o imperiale, zarista o socialista, da sempre ha convogliato sugli ebrei, ma che come abbiamo visto era fatto proprio anche da chi quei poteri diceva di combatterli. Dopo la rivoluzione francese gli ebrei sono diventati il simbolo stesso del nuovo, ed è un nuovo che non fa paura solo ai reazionari del calibro di De Bonald, (vedi Sur les Juifs, del 1806). Nei principali ideologi del socialismo utopistico della prima metà dell’Ottocento troviamo ripresi pari pari tutti gli stereotipi della predicazione cristiana che lui utilizza, con l’aggiunta di quelli indotti dall’emancipazione. Fourier ad esempio se la prende con i piccoli commercianti alsaziani, “parassiti, bottegai e usurai”, e ritiene che “gli ebrei siano la lebbra del nostro corpo politico”, e che come i lebbrosi dovrebbero essere segregati, mentre uno dei suoi seguaci, Alphonse Toussenel, attacca invece ne “Les Juifs, rois de l’epoque il “feudalesimo finanziario” praticato dai grandi finanzieri ebrei, e scrive: “La repulsione universale ispirata da loro per lungo tempo non fu che il giusto castigo per il loro implacabile orgoglio, e il nostro disprezzo non è che la giusta rappresaglia per l’odio che essi sembrano nutrire per il resto dell’umanità”.

Più scatenato ancora è Proudhon. Ne “La Justice dans la révolution et dans l’Eglise” (scritto nel 1840, ma pubblicato solo postumo, nel 1883, in “Césarisme e Christianisme”) afferma che “l’ebreo è principio del male, Satana e Ahariman, incarnato nella razza di Sem”. Auspica l’espulsione di “questi speculatori, profittatori e parassiti”, e arriva a scrivere che occorre “rimandare questa razza in Asia, o sterminarla” (va detto che Proudhon ce l’ha con un sacco d’altra gente, tutti gli operai stranieri, ad esempio, e particolarmente con le donne, che a suo giudizio debbono restare sottomesse al maschio e accontentarsi di un salario inferiore). Un altro ossessionato dall’antisemitismo è Bakunin: per lui gli ebrei sono “una setta sfruttatrice, un popolo di sanguisughe, un unico parassita vorace”. E questa immagine la trasmette ai suoi seguaci russi, che in occasione dei pogrom incitavano la popolazione alla caccia all’ebreo, e purtroppo anche a buona parte dell’anarchismo italiano (si salva il solito Berneri).

Anche il socialismo scientifico e materialista, pre-marxista o marxista, mantiene una posizione decisamente negativa nei confronti degli ebrei. Tra i precursori, Fichte non vede altro mezzo per liberarsi di loro che riconquistare la Terra Promessa e spedirceli tutti, mentre Feuerbach pone la religione ebraica (e il popolo che la professa) sul gradino più basso della sua scala di valori, in quanto caratterizzata dall’intolleranza e dall’egoismo utilitaristico. Bruno Bauer pubblica nel 1843 “La questione ebraica”, nella quale accusa gli Ebrei di essersi cercati tutti i loro mali per il rifiuto dell’universalismo e del progressismo cristiano, e si schiera contro l’emancipazione, perché di essa gli ebrei profitterebbero per incistarsi come parassiti nella carne della società borghese. Gli risponde un anno dopo Marx, con Sulla questione ebraica: nipote di un rabbino, Marx si mostra altrettanto sprezzante di Bauer nei confronti degli ebrei (si moltiplicano come i pidocchi), ma per ragioni diverse. L’ebreo non ha bisogno di incistarsi nella borghesia, perché la borghesia ha già assimilato appieno l’idealità ebraica, che si fonda sull’interesse, sul lucro, su una soggezione totale al denaro. Non vanno emancipati gli ebrei, va piuttosto emancipata la società da un ebraismo che è già dominante (troviamo dietro ogni tiranno un ebreo).

Le cose non stanno diversamente per i socialisti moderati; lo stesso Lassalle, di origini ebraiche, e attaccato per le stesse da Marx e da Engels, ritiene che la soluzione del problema verrà proprio dall’avvento del socialismo, nel senso che a quel punto l’ebraismo dovrà sparire. Altri, come Arturo Labriola, non mancano di sottolineare la “chiarezza ariana di Engels contro l’opacità semita di Marx”. E qualcuno, come Eugene Durhing, ne è ossessionato al punto da sfociare in un antisemitismo violento. (È singolare, peraltro, che in quello che è considerato il padre del pensiero razzista dell’ottocento, Arthur de Gobineau, non ci sia traccia di antisemitismo).

Con queste premesse non c’è da meravigliarsi se nella seconda metà dell’Ottocento e nel secolo successivo la sinistra ha mantenuto una posizione ambigua rispetto all’antisemitismo, dando vita a quello che Auguste Bebel, uno dei fondatori del socialismo tedesco, definiva il “socialismo degli imbecilli”. L’identificazione degli ebrei con il capitale, in particolare con quello finanziario, non solo non è venuta meno anche di fronte all’emersione di nuovi modelli economici, ma ha trovato anzi un sempre maggiore alimento. Ciò che scrivevano nei primi decenni del Novecento i rappresentanti della destra imprenditoriale più reazionaria, come Ford, o di quella universitaria come Sombart, era esattamente simile a quanto sostenevano le riviste socialiste (e quelle cattoliche). Basta d’altronde pensare a quale spazio l’antisemitismo ha trovato nella repubblica socialista sovietica nata dopo la rivoluzione d’ottobre. Questa posizione è rimasta defilata tra le due guerre, ma solo per non confondersi col contemporaneo montare e con gli sviluppi di politica razziale dell’antisemitismo di destra: in qualche modo però la sinistra lasciava al nazismo e al fascismo il lavoro sporco della denuncia e dello smascheramento del “complotto plutocratico giudaico”. L’antisemitismo di sinistra è passato in secondo piano, ma non è certo venuto meno. L’orrore della Shoah l’ha poi reso inesprimibile, ma era inevitabile che in qualche altra forma tornasse allo scoperto. E l’occasione per riemergere l’ha fornita la questione palestinese. Il nuovo filone è l’antisionismo: da non confondere, per carità, con l’antisemitismo, perché il nemico non sono più “gli” ebrei. Sono solo “quegli” ebrei che rifiutano di interpretare ancora il ruolo delle vittime.

È questo che la sinistra non accetta. Che gli ebrei, stanchi di aspettare difensori che non li difendono, ma li commemorano, abbiano deciso di farsi commemorare e compatire un po’ meno e farsi rispettare un po’ di più. Israele rappresenta questa scelta. La scelta di rispondere al fuoco col fuoco e al sangue col sangue. Che poi, vuoi per le pressioni esterne (cinque guerre in cinquant’anni e un nemico che ha nello statuto fondativo delle sue organizzazioni la cacciata e la liquidazione di tutti gli ebrei) vuoi per il conseguente prevalere all’interno della componente di immigrazione dell’est europeo, decisamente più integralista (e alla luce di quanto sta accadendo ancora in Europa, e non solo in Polonia, una qualche ragione sembrerebbero avercela anche loro) lo stato di Israele abbia impresso alla sua politica una svolta decisamente discriminatoria e aggressiva, questo è un altro discorso.

Sta di fatto che un’adesione così viscerale alla causa palestinese da parte della sinistra non si spiega se non guardando all’identità dell’avversario. Non mi sembra si sia data altrettanto pensiero per la causa dei Curdi, che sono dieci volte tanti rispetto ai palestinesi e sono stati massacrati e gasati e sterminati tranquillamente da iraniani, turchi, russi e iracheni. E neppure per le popolazioni sudanesi, sterminate dagli arabi nella più assoluta indifferenza del mondo occidentale sino a ieri. Non ho mai visto una manifestazione in difesa di questi popoli, e ne ho viste poche anche a favore della popolazione tibetana (e comunque, non della sinistra), quando le vittime civili dell’occupazione cinese in cinquant’anni superano di gran lunga il milione di morti, mentre quelle dell’occupazione israeliana non arrivano a diecimila. Non è certo il numero delle vittime a determinare la maggiore o minore bontà di una causa, ma dato che questi numeri corrispondono alle sofferenze, al dolore e alla morte di esseri con pari dignità umana, anche nel distribuire solidarietà andrebbe rispettato un certo equilibrio.

Il problema è che per l’antisemitismo di sinistra Israele non dovrebbe proprio esistere. E più estrema è la sinistra, più l’antisionismo rivela il suo carattere di facciata dell’antisemitismo, e si esprime nei termini ormai collaudati della convinzione dell’esistenza di un complotto giudaico internazionale.

Ufficialmente c’è dunque una sinistra che non può non ergersi a difesa della memoria della Shoah, soprattutto in ragione del fatto che chi l’ha provocata, o come nel caso italiano chi l’ha comunque fiancheggiata, era la destra razzista e fascista. Quindi, lotta dura ad ogni forma negazionismo o di antisemitismo, quando si parla di vittime. Dall’altro lato però c’è anche la sinistra che non può non fare propria la causa dei popoli oppressi, del terzo mondo e del popolo palestinese in particolare, che guarda caso le sta particolarmente a cuore, proprio perché dall’altra parte ci sono degli ebrei. In questo caso gli ebrei rappresentano la lunga mano di un imperialismo del quale, attraverso le lobbies americane, sono anche la mente. E a dimostrarlo starebbe anche l’atteggiamento mutato delle destre.

In realtà le simpatie mostrata dalla destra per il nuovo stato ebraico, che non comportano affatto una diminuzione dell’antisemitismo, sono legate al fatto che la vicenda di Israele ha smentito quello che era il luogo comune nazionalistico dei primi dell’Ottocento, di un popolo senza radici e senza terra. Gli ebrei hanno dimostrato invece che, appena si sono date loro le condizioni per riaverla, in quella terra le radici le hanno messe eccome, e non sono disponibili a lasciarsele tagliare. Hanno trasformato il fallito tentativo di cancellarli dalla storia e dal mondo in una potatura terrificante, che ha fatto ripollonare nuovamente la loro pianta. Certo, è la vittoria di un popolo pagata ad un prezzo altissimo, non solo in vite, ma anche in idealità, in termini di spirito e di una paradossale libertà di fondo e distanza da questo mondo che li rendeva capaci di muoversi con una agilità impossibile a tutti gli altri. Sono tornati ad essere uomini, come erano sempre stati, ma come la loro condizione, il loro abito di pellegrini non consentiva di riconoscerli. Sono uomini, e nulla di quanto è umano, nel bene e nel male, è loro estraneo e si può loro negare.

Il problema è dunque questo. Toaff ha avuto il torto di mettere allo scoperto, credo del tutto involontariamente, l’equivoca disposizione di una sinistra che presidia la memoria degli ebrei morti ma nega il diritto ad esistere a quelli vivi. Dicendo che avrebbe potuto benissimo darsi tra di loro una pratica legata al sacrificio di sangue e all’uso del sangue stesso, Toaff ha semplicemente voluto ricordare che gli Ebrei nascono uomini, e diventano vittime non per vocazione o disposizione genetica, ma per la malvagità e l’ignoranza altrui. E che in quanto uomini hanno anch’essi il diritto e il limite di essere creduloni o superstiziosi, e la possibilità di trasformarsi in carnefici. Ciò che si può dire di qualunque popolo, senza scatenare pandemoni.

Per approfondire

ARENS, W. A. – Il mito del cannibale – B. Boringhieri, 1980
BARROMI, Joel – L’antisemitismo moderno – Marietti, 1988
BATTINI, Michele – Il socialismo degli imbecilli – B. Boringhieri, 2010
CAFFIERO, Marina – Legami pericolosi – Einaudi, 2012
CALIMANI, Riccardo – Ebrei e pregiudizio – Mondadori, 2000
COHN-SHERBOK, Dan – Storia dell’antisemitismo – N.Compton, 2005
FOA, Anna – Ebrei in Europa – Laterza, 1992
ISAAC, Jules – Genèse de l’antisémitisme – Calmann-Lévy, 1956
JESI, Furio – L’accusa del sangue – B. Boringhieri, 1993
JOHNSON, Paul – Storia degli Ebrei – Longanesi, 1987
LAZARE, Bernard – L’antisémitisme – Ed. de la Differénce, 1982
LESSING, Theodor – L’odio di sé ebraico – Mimesis, 1995
LIEBMAN, S. B. – Fede, fiamme e Inquisizione – E. della Pace, 1993
MANNUCCI, Cesare – L’odio antico – Mondadori, 1993
MANZINI, Vincenzo – L’omicidio rituale e i sacrifici umani –I Dioscuri, 1988
MAYER, Hans – Diversi Garzanti, 1977
PIPERNO, Roberto – L’antisemitismo moderno – Cappelli, 1964
POLIAKOV, Leon – Storia dell’antisemitismo – La Nuova Italia, 1974
SCHAMA, Simon – La storia degli ebrei – Mondadori, 2014
TARADEL, Ruggero – L’accusa del sangue – Ed. Riuniti, 2002
TOAF, Ariel – Pasque di sangue Il Mulino, 2007
TOLLET, Daniel – Dalla condanna del giudaismo all’odio per l’ebreo – Mariotti, 2002
VOLTAIRE – Juifs – Gallone 1997

 

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Ma che razza (…)

di Paolo Repetto, 2013

Salto su tossendo, gli occhi pieni di lacrime. Sono le nove del mattino, sto sdraiato sul greto del Piota e a pochi passi di distanza qualcuno ha cominciato ad arrostire delle salsicce. La brezza diffonde per un raggio di venti metri il fumo della carbonella, aromatizzato al rosmarino. Sono già abbastanza stagionato, non voglio farmi anche affumicare.

Chi va al fiume di primo mattino in genere ha poca simpatia per i suffumigi. Se ha scelto quell’ora è perché preferisce un bagno nell’acqua fresca e pulita a quello nella folla, vuol fare quattro bracciate evitando collisioni con nugoli di bambini e amerebbe rosolarsi per un’oretta non allo spiedo ma ai primi raggi solari, cullato dai suoni del vento o della corrente. Soprattutto, non ha intenzione di essere spettatore delle attività culinarie che si sviluppano da quando il sole è allo zenit sino a tarda sera. Le salsicce alle nove antimeridiane sono un ulteriore passo sulla strada del degrado; per cui, appena ho finito di stropicciarmi gli occhi, comincio inveire: “Ma che cavolo fai?” Il rosticciere ha tratti marcatamente andini. Mi guarda seccato, si rivolge in uno spagnolo gutturale ad un gruppetto che ha già imbandito tavola sotto gli alberi, poi risponde che non pensava di dare tutto questo fastidio. Accenna comunque a spostarsi un passo più in là. Mi butto in acqua, nella vana speranza di togliermi di dosso gli aromi, faccio su l’asciugamano impregnato e prendo, ancora umido, la via di casa. E mi ripeto: “Ma che razza …”.

Murray Bookchin, un anarchico americano, a un giornalista che in occasione del suo ottantesimo compleanno gli chiedeva se l’invecchiare comportasse anche qualche vantaggio rispose: “Certamente! Divento ogni anno più arrabbiato e intollerante”. Non potevo non fare mia questa risposta, e pertanto la uso per introdurre la conversazione: vorrei però combinarla con il luogo comune secondo il quale si nasce incendiari e si finisce pompieri, che apparentemente la contraddice, per provare a chiarire come stanno realmente le cose. Nel mio caso il superamento della contraddizione è facilitato dal fatto che per certi versi sto diventando letteralmente un pompiere: un pompiere molto arrabbiato e pochissimo tollerante.

Accade ormai quotidianamente, nella stagione estiva, di condividere le piccole spiagge del Piota con tribù di ominidi che hanno riscoperto il fuoco e improvvisano sotto il sole rovente falò scoppiettanti e fumose grigliate. Arrivano carichi come muli di vettovaglie e casse di birra, disboscano il greto, mostrando preferenza per gli arbusti più verdi e potenzialmente fumogeni, impiantano vere e proprie iurte o creano ricoveri antisole di fortuna per la nutritissima progenie, si ingegnano a rompere la monotonia del silenzio con micidiali impianti di diffusione musicale, tarando il volume in modo da non discriminare nessuno: insomma, una ventata di vita e di allegria. Non è vero, come afferma qualcuno, che sia sempre stato così: per dimensioni e per qualità questo è un fenomeno degli ultimi dieci-quindici anni. Nel secolo scorso le grigliate erano rigorosamente notturne e molto sporadiche, puri pretesti per trascinare al fiume le ragazze e sperare nell’atmosfera. Oggi invece non c’è giardino o terrazzo sprovvisto di zona di cottura, il rituale della brace domenicale ha sostituito quello dell’ostia e la casistica delle liti condominiali si è arricchita di nuovi pretesti. Si tratta quindi di un malcostume diffuso, che come tutto ciò che è negativo e fastidioso ha attecchito rapidamente e riscuote un consenso unanime. O quasi.

Senz’altro non ha riscosso il mio. La mia vocazione pompieristica si risveglia ad ogni minimo segnale di fumo. Ma sono reazioni ormai di pura rabbia, piuttosto che di resistenza, perché la causa è completamente persa: anzi, ad evitare che la cosa trascenda mi sono quasi rassegnato a perdere quel fiume lungo il quale ho vissuto i momenti più belli della mia vita.

Ora, come dicevo, il fenomeno è trasversale. Ho già litigato con italiani di varie età e di diverse appartenenze sociali e provenienze regionali, ma ultimamente gli interlocutori più ostinati sono diventati le ampie famiglie sudamericane, soprattutto equadoregne o peruviane, che transumano nel week end sulle sponde del Piota, con una forte tendenza a marcare il territorio e ad accampare diritti di usucapione. É una nemesi storica, mi si dice: fanno esattamente quello che cinque secoli fa hanno fatto, e in maniera molto meno soft, gli europei a casa loro. Infatti, e tra l’altro è una storia che conosco bene. Ma non credo che l’argomento possa essere usato per liquidare tranquillamente un problema che andrebbe invece affrontato da un punto di vista meno ipocrita e superficiale. Ciò che, appunto, mi propongo di fare stasera. Prendendola, come al solito, piuttosto alla larga.

I termini che designano fenomeni o atteggiamenti culturali, sistemi di idee, dottrine religiose, politiche, economiche, sociali – quelli insomma caratterizzati dai suffissi “ismo” o “esimo” – nascono con un difetto congenito. Sono troppo duttili, definiscono campi estremamente vasti e vaghi e si prestano ad essere manipolati e piegati sino a significare le cose più diverse, a seconda dell’interpretazione o dell’intenzione di chi li usa: e non parlo solo di sfumature, perché a volte i significati e le valenze che assumono col tempo sono addirittura antitetici rispetto a quelli originari. Pensiamo all’uso che è stato fatto di etichette come fascismo e comunismo, ma anche liberalismo, o cristianesimo, oppure illuminismo o romanticismo.

Uno tra i più abusati è senza dubbio il termine “razzismo”, soprattutto nella forma predicativa di “razzista”. Oggi si tira in ballo il razzismo in merito a qualsiasi atteggiamento che sottolinei l’esistenza di differenze tra gruppi umani, in una gradazione che va dal distinguo al rifiuto: si parla di un razzismo di genere (contro le donne), di razzismo nei confronti di particolari orientamenti sessuali (contro gli omosessuali), oltre naturalmente a quelli connessi alle differenze morfologiche, sociali, culturali e religiose.

In verità ci sarebbero molti sinonimi ben più precisi da utilizzare: etnocentrismo, xenofobia, maschilismo, omofobia, ecc. Ma il termine razzismo e i suoi derivati, quando vengono sguainati come armi da dibattito, hanno indubbiamente un altro peso: non lasciano via di fuga, sferrano il colpo del kappaò. Col risultato, però, che usandoli ad ogni piè sospinto, soprattutto brandendoli come corpi contundenti per atterrare l’interlocutore, si è finito col togliere al fenomeno che dovrebbero stigmatizzare una reale visibilità, anziché porre su di esso l’attenzione e l’accento. Non solo: usati a sproposito rendono impossibile in partenza ogni confronto serio che prescinda dalle ipocrisie del politicamente corretto.

Andiamo con ordine. In un uso “tecnicamente” appropriato il “razzismo” designa quelle dottrine o quelle posizioni culturali che predicano l’esistenza nell’ambito della specie umana di razze distinte, caratterizzate da fondamentali differenze biologiche, (a prescindere dal fatto che si reputi la separazione come originaria – teoria poligenetica – o come esito evolutivo – teoria monogenetica), e ritengono che tali differenze costituiscano i fattori essenziali di uno sviluppo storico non omogeneo. Questo atteggiamento porta ad affermare il diritto delle “razze superiori” a dominare sulle altre, e si traduce in comportamenti pratici che vanno dall’intolleranza all’apartheid, sino allo schiavismo o addirittura allo sterminio.

È una disposizione nata in un periodo ben definito, tra il Cinquecento e il Settecento, nell’età delle scoperte e dell’incontro con popoli nuovi – anche se, forzando un po’, si potrebbero trovare antecedenti parecchio addietro. Si è poi tradotta in dottrina antropologica nel corso dell’ottocento, quando una specifica contingenza storica (la conquista coloniale e l’imperialismo) ha richiesto di giustificare il dominio di taluni popoli su altri e la trasformazione dei criteri e dei parametri della conoscenza biologica (tassonomia linneana, evoluzionismo) è parsa supportare questa pretesa. Oggi però quelle condizioni sono venute meno: la scienza, e proprio quella darwiniana, ha fornito le prove della comune origine delle specie e della sua unicità, e la fase colonialistica, almeno nel suo aspetto più esplicito, si è chiusa da tempo. Si potrebbe quindi pensare che il razzismo non abbia più ragion d’essere: invece persiste, anche se la sua funzione “aggressiva” si è mutata in reazione “difensiva”. Se prima era finalizzato a giustificare il dominio, oggi è mirato a giustificare il respingimento e il rifiuto.

Ciò per chiarire che il razzismo esiste, ed è ben radicato. Un sacco di gente (in Italia, più di metà della popolazione) è ancora convinta, a dispetto di tutte le prove fornite dalla genetica delle popolazioni, che esistano differenze “biologiche” tra le varie etnie, e soprattutto che in ragione di queste differenze non sia possibile uno scambio, e che se pure lo fosse non sarebbe vantaggioso per nessuno.

Ma c’è anche un’altra cosa che voglio chiarire, prima di procedere: e cioè, che tutto questo non mi riguarda. Può apparire una precisazione inutile, se non addirittura fastidiosamente ambigua (del tipo: io non sono razzista, ma …): io invece la ritengo importante, perché i temi che tratto sono delicati e si prestano facilmente, come vorrei dimostrare, al gioco della semplificazione. Sostengo infatti che il fastidio per la diversità dei comportamenti non è razzismo, e che chi stigmatizza ideologicamente come razzista ogni posizione poco ecumenica ha senz’altro pregiudizi più radicati di quelli che posso avere io.

L’individuo e il gruppo – Per quanto mi concerne, infatti, sono un umanista convertito alla scienza – solo a livello di interesse, naturalmente. Non ho abiurato alcunché: semplicemente, considero più che mai “umanistiche” tutte le scienze. Ho quindi ben chiaro come stanno le cose in fatto di razze e affini, e non mi perito nemmeno di cautelarmi con un “allo stato attuale delle conoscenze”. Non esiste alcuna differenza biologica, ed ogni nuova scoperta ci rivela che gli umani sono molto più consanguinei di quanto possano o vogliano immaginare. Una volta asserito questo, però, il gioco si rovescia. Io so per certo che tutti gli uomini hanno una comune origine, tra l’altro neppur troppo remota, e penso che in linea di principio debbano poter godere tutti degli stessi diritti: ma non penso affatto che siano tutti “uguali”. E aggiungerei che per fortuna non è così, altrimenti sai che noia!

Ogni uomo, come del resto ogni altro animale, nasce con una diversa attitudine caratteriale. Sta nel suo DNA, né più né meno come i tratti morfologici, il colore dei capelli e degli occhi, oppure l’altezza, o la forma del naso o delle orecchie. Semplificando al massimo direi che la differenza fondamentale che marca i diversi caratteri tra gli uomini, quella che ciascuno può verificare nella quotidianità dei suoi rapporti, è tra una attitudine più egoista ed una più altruista. Insomma, si nasce già disposti in un certo modo, con una quota di “determinazione genetica” che non ci programma in toto ma senz’altro ci dà l’impronta – checché ne pensino i sostenitori della prevalenza del condizionamento ambientale. Questa impronta va poi, certo, a combinarsi con le particolari appartenenze ambientali, storiche e culturali, e la combinazione dei diversi fattori porta a estremizzare o a sfumare i caratteri congeniti, definendo i differenti atteggiamenti che possono essere assunti nei confronti dell’esistenza in genere, quindi nei rapporti con l’ambiente e con gli altri. In un’ottica prettamente naturalistica, tale varietà costituisce la ricchezza e il fondamento di ogni percorso evolutivo; ed essendo nella specie umana eccezionalmente accentuata, ha addirittura stravolto la regole del percorso stesso.

Il non essere tutti uguali, tuttavia, se da un lato è una ricchezza, non manca di costituire anche un problema. Gli umani, a differenza questa volta degli altri animali, non sono infatti soggetti alla sola legge naturale – quella, per intenderci, che si applica tanto a livelli di specie quanto a quelli di gruppo e che fa si che in ciascun ambito siano gli individui o i gruppi dotati di maggiore fitness adattiva a prevalere. Magari questa legge vigeva ancora nella competizione tra le varie specie di ominidi, sino a quando il sapiens ha prevalso nel corso di centinaia di migliaia di anni su tutte le altre, ma poi le cose sono cambiate. O forse sono cambiate ancor prima, e proprio per questo il sapiens l’ha spuntata: perché ad un certo punto è intervenuta la coscienza.

Un conto è infatti convivere all’interno di un gruppo nel quale la legge è quella del più forte, il ruolo e il comportamento sono dettati dall’egoismo riproduttivo e la percezione degli altri avviene secondo una semplice logica binaria, rivale o alleato: un altro conto è raggrupparsi in tribù e convivere nella differenza, quando di questa differenza si ha una effettiva consapevolezza. La consapevolezza è quella che mette in conto anche le intenzioni remote dell’altro – potenziale rivale o potenziale alleato – e le combinazioni che ne possono sortire, e nel farlo approda al riconoscimento, in positivo o in negativo che sia, all’altro da sé di una “individualità”, ovvero della capacità di operare delle scelte, di sottrarsi all’istinto. Hobbes insegna che non potendo vivere gli uomini nel perenne timore di reciproche insidie finiscono per venire a patti. Magari non si fidano totalmente, e infatti affidano il ruolo di garante dei patti e il monopolio della violenza ad un leviatano, ma hanno fatto un passo verso il reciproco riconoscimento. In sostanza adottano una piattaforma minima comune di comportamento, per la quale ognuno deve rispettare il limite posto alla propria libertà da quella altrui (Hobbes non dice proprio così, ma i suoi epigoni settecenteschi poi arrivano a questo). Chi conosce un po’ la storia conosce tutti i passaggi successivi, che io invece salto per arrivare alla conclusione.

Cosa ci dice la storia? Che i sistemi di relazione, gli equilibri di convivenza sono diventati sempre più complessi e delicati mano a mano che questa convivenza si è estesa a gruppi più ampi. Numeri e spazi maggiori significano mettere assieme differenze anche minime nelle abitudini e nei comportamenti, nei linguaggi e addirittura nella morfologia, che sommate o moltiplicate diventano significative. Inoltre, l’inclusione di nuovi gruppi in genere fa uscire dal regime della cooperazione e fa entrare in quello della competizione (in un primo momento solo economica, ma subito dopo politica, ecc …).

Detto in breve, nella misura in cui la società, quindi il sistema di rapporti consueti, si allarga e si complica, diventa necessario creare schemi di appartenenza e di convivenza più neutri e generici. Ora, quando questo avviene in tempi lunghi l’adeguamento è quasi inavvertito, ogni gruppo ha il tempo di accogliere e digerire le novità e le stranezze del comportamento altrui. Il problema si pone invece quando i tempi sono rapidi e l’impatto è forte. Allora scatta un meccanismo di difesa contro l’intrusione che ripete quello biologico degli anticorpi nei confronti di un’aggressione virale. Sono barricate e resistenze, e di solito si producono più anticorpi di quelli che sarebbero necessari, e questi continuano a girare di ronda anche quando il pericolo è passato, o l’organismo ha trovato un nuovo equilibrio, magari anche di parziale convivenza.

Questo c’entra niente col razzismo scientifico di cui sopra, che è nato in funzione strumentale al colonialismo. Ma c’entra invece col razzismo “difensivo”, che si è diffuso a partire dalla metà del XIX secolo in America e da quella del secolo scorso negli ex paesi coloniali europei (Francia, Inghilterra, Olanda) e nell’ultimo quarto di secolo anche in Italia. È un moto di difesa quasi automatico (che poi sia stato strumentalizzato politicamente è un altro discorso). Significa che è giustificato? No, certamente. Ma è spiegabile, anche senza ricorrere a teorie ed analisi troppo complicate.

Il gruppo e gli altri – L’uomo è etnocentrico per natura. Lo sono anche gli altri animali, che difficilmente accolgono nel branco chi arriva da un gruppo diverso. Di suo l’uomo ci aggiunge il fatto di negare lo status di “compiutamente umano” ai suoi simili non appartenenti al suo stesso gruppo, etnico o sociale. Tutti i popoli primitivi designano se stessi come “gli uomini” per eccellenza. Lo fanno gli Innuhit come i Bantu, gli aborigeni americani come gli indigeni delle Andamane e quelli della Terra del Fuoco. Ma lo facevano anche gli indiani e i persiani, che definivano se stessi “arii”, uomini, appunto. Un qualche dubbio sulla compiuta umanità altrui lo avevano persino i miei compaesani lermesi nei confronti dei loro vicini più prossimi, i mornesini (ma la globalizzazione ha cancellato anche questo borgo-centrismo). Ciò che è diverso intriga e affascina fino a che è lontano, ma fa paura e infastidisce quando ci devi convivere. Ora, questo comportamento non è un portato “culturale”. C’è sotto una base naturale, o quanto meno una predisposizione ad acquisire già nei primissimi mesi di vita dimestichezza e preferenza per particolari suoni, intonazioni e sensazioni olfattive, e subito dopo per determinate tipologie morfologiche. Insomma, se si è “razzisti” per scelta ideologica, si è etnocentrici per natura e per nascita.

Tuttavia, quando dicevo che il gioco si rovescia non mi riferivo nemmeno a questo, ma a qualcosa che inizialmente col razzismo non ha proprio nulla a che fare, e nemmeno con l’etnocentrismo, e che può coinvolgere anche chi come me ha chiara l’inconsistenza di ogni suo fondamento scientifico. Sto parlando di un fastidio, di una insofferenza che in prima battuta riguarda i comportamenti, e non le etnie, e quindi parte da quelli che sono più prossimi, e non fa distinzioni di razze, di pelle, di lingua. Il falò sulla spiaggia alle nove del mattino mi infastidirebbe anche se lo accendessero mio figlio o mio fratello, probabilmente ancor più che se attizzato da un fuochista andino (e questa semmai potrebbe essere intesa come una sottile forma di razzismo: perché implica che da quest’ultimo posso anche aspettarmelo, da loro due no). Esiste – e non credo solo per me – una soglia minima di tolleranza e di accettazione dei comportamenti altrui, che non è dettata dal carattere o dalle idiosincrasie dei singoli, ma è naturalmente postulata dalle esigenze di sopravvivenza e culturalmente imposta dalla necessità di convivere in spazi sempre più ristretti e in sistemi di interrelazione sempre più complessi.

C’è dunque una piattaforma, che non è una struttura rigida, ma un coacervo di regole, di convenzioni, di abitudini in continua evoluzione e trasformazione, e comprende tutti i possibili atteggiamenti economici, sociali, religiosi, politici, maturati storicamente in un determinato ambiente: nella sua accezione più larga prende appunto il nome generico di “cultura”. Le trasformazioni di una cultura riguardano però in genere solo la parte emersa, mentre la struttura affonda i suoi plinti nel tempo.

Questa piattaforma come abbiamo visto è necessaria, se vogliamo che la convivenza sia possibile. Se poi il confronto si allarga e la convivenza deve essere realizzata tra culture che si sono evolute secondo ritmi diversi in ambienti differenti, allora il problema si complica, perché in questo caso ad essere messi in discussione sono anche i plinti. E qui la faccenda si fa delicata, perché mette in contrapposizione un diritto (o un decorso) naturale ed una resistenza culturale.

Il diritto naturale, e si torna daccapo, è semplicemente quello del più forte. Ad ogni livello del vivente la forza è costituita, in ultimissima analisi, dall’efficienza riproduttiva. Magari per quanto concerne l’umanità oggi non è proprio così, per motivi di carattere culturale; ma dato che sul lunghissimo termine è la natura a imporre le sue leggi, il problema parrebbe già liquidato alla radice. Infatti sappiamo che quella che un tempo era chiamata “cultura occidentale”, o meglio ciò che oggi ne rimane, andrà soggetta a mille ibridazioni, sino a dissolversi o a diventare altro. È naturale che avvenga. Ma ciò non significa che debba necessariamente piacerci: anche morire è naturale, ma mi sembra che tutti, compresi gli animali, cerchino di rimandare il più possibile la dipartita.

Lasciamo quindi perdere il diritto naturale, e concentriamoci su quello “positivo”. Lo farò dandone una interpretazione da bar, ma è proprio questo che voglio; voglio parlare di ciò che viene realmente percepito nella coscienza diffusa, al di là delle disquisizioni in punta di filosofia. Vado quindi per esempi.

In questi giorni si parla molto di jus soli: chi nasce in un determinato luogo, da una famiglia che risiede in quel luogo, ha diritto ad esserne automaticamente cittadino. È un tema che ci tocca da vicino, riguarda gli immigrati di seconda generazione, e messa così la questione sembra molto semplice. Non si capisce perché il diritto dovrebbe essere riservato a particolari etnie o ascendenze. Ma la cosa si complica quando il nuovo venuto è portatore di comportamenti che turbano gli equilibri dell’ecosistema culturale. Non mi sto riferendo a quelli apertamente delinquenziali, che violano le leggi e rispetto ai quali esiste una tradizione repressiva che prescinde da razze o etnie o discriminazioni; mi riferisco invece a comportamenti che entrano in contrasto con la consuetudine locale, a sua volta frutto di aggiustamenti e accomodamenti intervenuti nei secoli, costantemente aggiornata ed aperta rispetto alle novità, ma fondamentalmente ancorata ad alcuni principi (magari anch’essi frutto di evoluzione). Questa consuetudine ha radici molteplici, nella religione, nel tipo di economia, nelle caratteristiche dei luoghi o negli ordinamenti familiari o tribali: i principi sui quali si fonda sono fortemente connotati, e in alcuni casi ferocemente applicati (vedi ad esempio in occidente il diritto alla proprietà). Spesso sono violati dagli stessi appartenenti alla comunità originaria, o vengono travisati, snaturati, ecc… Ma esistono.

Ora, lo ius soli per avere senso deve essere applicato nell’accezione corretta, che contempla un diritto “al” suolo ma anche un diritto “del” suolo. Esiste cioè un diritto di chi nasce in un certo territorio, ma esiste anche un diritto del territorio, della comunità presso la quale nasce, e questo implica reciprocità, ovvero dei doveri del primo verso la seconda. Il riconoscimento di questi doveri è implicito all’atto di nascita per qualsiasi appartenente ad una comunità, indipendentemente dall’atteggiamento che poi costui assumerà. Se riterrà di non uniformarsi lo farà in nome o di una scelta pratico-soggettiva, chiamiamola genericamente delinquenziale, che non mette in discussione le regole (anzi, trae vantaggio dalla loro esistenza e dal fatto che altri le seguano) ma semplicemente le infrange, o di una idealità a sfondo collettivo, che denuncia la parzialità o l’obsolescenza del sistema di norme vigenti, per sostituirlo con un altro. Di fatto, in entrambi i casi il riferimento rimangono comunque quelle regole.

Gli altri e noi – Le cose stanno in modo diverso per chi alla comunità accede dall’esterno, o le appartiene fisicamente, ma non culturalmente. In questo caso la tendenza è a negare semplicemente l’esistenza di tali regole, o a ignorarla. A trasferire con sé, a conservare o addirittura a ripescare (è il caso delle seconde generazioni di immigrati, davanti alla difficoltà di riconoscersi o di essere riconosciuti in un’identità nuova) una consuetudine che, per carità, è altrettanto antica e nobile e motivata di quella esistente nel luogo di approdo, ma appartiene ad un’altra storia e ad un altro ambiente. Qui scatta il problema, perché il buon senso e un certo atteggiamento maturato nei secoli nella cultura occidentale induce a dire che si devono conciliare le consuetudini, che si deve trovare una linea di compromesso, ma la realtà poi ci pone di fronte a situazioni nelle quali la conciliazione non è affatto possibile, e occorre operare una scelta.

Non voglio cacciarmi in disquisizioni di carattere ideologico o in analisi socio-politiche: ci porterebbero a chiederci per esempio quanto è possibile venire a patti con concezioni del mondo caratterizzate da un assoluto disprezzo per le ragioni e per la storia degli altri, o da un obbligo di proselitismo (è il caso dell’Islam, ad esempio, così come lo è stato per il cristianesimo): e fino a che punto ci si può spingere nella “trattativa” con chi non contempla alcuna ipotesi di reciprocità. So benissimo, come dicevo sopra, che gli occidentali si sono a loro volta comportati allo stesso modo nei confronti del resto del mondo, e che coloro che approdano nel nostro paese fuggono da storie di miseria, di violenza, di guerra, da situazioni nelle quali il sistema delle regole, quale esso fosse, è saltato da un pezzo. Tutti questi aspetti certamente vanno considerati, se si vuol capire cosa sta succedendo, così come vanno distinte le diverse attitudini concretamente manifestate dai vari gruppi etnici con i quali ci rapportiamo. Ma io sto parlando di qui e di ora: voglio semplicemente trasportare il problema sul piano di quotidiani rapporti che producono una conflittualità spicciola, legata a mille motivi di incomprensione che considerati singolarmente possono apparire banali, ma che assunti nel loro complesso danno origine al reciproco rifiuto.

Nel quotidiano noi rispettiamo delle convenzioni più o meno normate che non hanno a che fare con valori universali o con presunti diritti naturali. Sono tradizioni, abitudini, comportamenti dei quali spesso è difficile rintracciare l’origine o dare una spiegazione e che variano anche tra culture abbastanza simili. Ad esempio, da noi si guida sulla destra, in Inghilterra sulla sinistra. Non è una differenza da poco: potrebbe essere irrilevante per il traffico delle carovane nel bel mezzo del Sahara, ma nei nostri spazi ristretti impone di acquisire automatismi di percezione e di reazione opposti. Perché questa differenza? Non è che là il sole giri al contrario, è semplicemente che gli inglesi hanno deciso così (una spiegazione in questo caso ci sarebbe, ed è la risposta all’obbligo imposto nel 1794 dal governo rivoluzionario francese ai veicoli di marciare a destra, e quindi alla necessità di differenziarsi) e anche di fronte alla globalizzazione non hanno la minima intenzione di cambiare modello. Se vai in Inghilterra guidi sulla sinistra, e non ci sono eccezioni per credi religiosi o filosofie che impongano di tenere sempre la destra. Un comportamento diverso metterebbe a rischio l’incolumità fisica propria e altrui, e sarebbe soggetto a sanzioni penali. Per cui, obtorto collo o no, ci si adegua, e magari ci si accorge anche che non è affatto difficile. Ora, ai fini del mio ragionamento l’esempio potrebbe sembrare poco probante, perché quella della guida a sinistra è appunto una norma, e non solo un’abitudine: ma in effetti serve solo a dimostrare che si può fare, si possono assumere abitudini e consuetudini del luogo nel quale si soggiorna o ci si trasferisce, senza sentirsi affatto mortificati o conculcati nella propria libertà e nel proprio diritto alla tradizione.

Ci sono però anche altri tipi di incolumità a rischio. Se il mio vicino di casa è sintonizzato su fusi orari diversi o ha sviluppato potenti polmoni per comunicare da una valle andina all’altra o da un punto all’altro della savana, che risultano sovradimensionati quando la comunicazione intercorre alle tre di notte tra la cucina e il salotto o il cortile, ne va della mia incolumità mentale. Certo, questi comportamenti non appartengono solo agli immigrati. Sono diffusi anche tra gli italiani, che tra l’altro a loro volta, quando erano emigranti, erano considerati i caciaroni e i maleducati per eccellenza. Negli ultimi quindici o venti anni poi lo scarso o nullo rispetto della quiete altrui è diventato comune ad ogni fascia d’età, e non solo tra i giovani. Ma il nodo cui volevo arrivare sta proprio qui. Lo straniero che approda in Italia, comunque ci arrivi, mette inizialmente in conto in maniera più o meno confusa che dovrà modificare molte delle sue abitudini: salvo poi rendersi conto che da noi impera un lassismo assoluto, e che non è il caso di cambiare più di tanto, visto che primi ad interpretare lo jus loci in maniera unidirezionale sono in effetti proprio gli italiani. Ma mentre l’italiano che assume comportamenti fastidiosi viene classificato come un maleducato, lo straniero che fa le stesse cose è percepito prima di tutto come uno straniero. Il che da un lato ha una sua giustificazione, perché parte dal riconoscimento di una appartenenza ad una tradizione diversa, ma dall’altro è incredibilmente negativo, perché dà per scontato che l’appartenenza ad una tradizione diversa implichi maleducazione, e quindi impossibilità di integrazione, e quindi separazione. In altri termini, razzismo.

Non dimentichiamo che ciò che accade oggi con l’immigrazione extracomunitaria è già accaduto nel nostro paese mezzo secolo fa con l’immigrazione meridionale. E che a dispetto di generazioni di mescolanze matrimoniali il pregiudizio anti meridionalista in Italia esiste ancora, e la Lega sta lì a testimoniarlo (e sta anche a testimoniare che il pregiudizio trova terreno facile proprio là dove l’idea di civismo e di reciproco rispetto è del tutto assente).

È chiaro dunque che in un modello di accoglienza realistico, fondato sul buon senso e non sulle ideologie, di questa attitudine pregiudiziale bisogna tenere conto: così come del fatto che occorrono tempi lunghi perché ciò che di primo acchito appare “fuori norma” venga assimilato e rientri nella normalità. Non solo: anche quando certi comportamenti vengono ad un certo punto considerati normali, non significa che siano stati davvero accolti e digeriti. Talvolta significa invece che vengono “tollerati” per pura rassegnazione, col rischio che la riprovazione non espressa diventi internamente astio e accomuni in uno stereotipo negativo tutti gli appartenenti a particolari gruppi, facendo naufragare ogni ipotesi di integrazione.

La soluzione che si sta imponendo è proprio questa: dai quartieri dove si insediano comunità equadoregne, o arabe, o cinesi, gli italiani appena possibile se ne vanno. È un apartheid spontaneo, che coinvolge anche le seconde generazioni ed è tra l’altro fortemente voluto dagli stranieri stessi, che tendono a chiudersi in comunità chiuse, nelle quali riesce più facile il controllo, a fini religiosi o economici o semplicemente delinquenziali, di tutti gli individui. Tutto ciò accade in barba ad ogni sogno o progetto di società multiculturale, sogno dal quale si stanno risvegliando anche quelle nazioni che hanno una tradizione immigratoria ben più antica della nostra.

Paradossalmente, dunque, l’unico rimedio contro la crescita di un atteggiamento razzista è individuare quei pochi ed elementari principi che stanno alla base della convivenza, e tradurli in regole che la rendano praticabile. Si obietterà che di regole ce ne sono già sin troppe: appunto, sono troppe e si contraddicono l’una con l’altra, proprio perché c’è confusione e ambiguità nei principi. Il messaggio oggi conclamato, ribadito, politicamente corretto è quello dell’attenzione alle differenze. Un invito sacrosanto, di squisita natura evangelica, perché se non ci si conosce non ci si capisce, e difficilmente ci si viene incontro. Ma in attesa di future auspicabili condivisioni o ibridazioni o fratellanze varrebbe magari la pena di rafforzare l’attenzione per ciò che è da subito indispensabile, se non ad affratellare, quantomeno ad evitare spaccature insanabili. E per individuarlo non ci vuole molta fantasia: il principio basilare non può essere che quello di non invadenza. Potrebbe essere addirittura l’unico. Certo, è difficile definire un livello di non invadenza universalmente accettabile: se si rispettassero le idiosincrasie di tutti, per non invadere gli spazi altrui, per non disturbare, per non offendere, dovremmo rimanere praticamente immobili (ma anche questo riuscirebbe offensivo, per chi ama invece la partecipazione). Ma resta il fatto che un denominatore comune minimo, per poter procedere verso una soluzione, va individuato.

L’applicazione del principio dovrebbe essere sufficientemente elastica da consentire una interrelazione che non sia di puro “servizio”. Un esempio per tutti può essere quello dell’uso immediato e universale della seconda persona nei rapporti interpersonali da parte della maggioranza dei non comunitari. Nella sua banalità, e a dispetto del fatto che questo uso si stia diffondendo anche tra le giovani generazioni europee (tra l’altro, incentivato dalle “scuole” di strategia promozionale), costituisce ancora uno dei primi fattori di “irrigidimento” e di fastidio – o peggio, viene “benevolmente” accettato, proprio a testimoniare e marchiare la “differenza”. È poco probabile che qualcuno rifletta sulla difficoltà sia linguistica che psicologica e formale di tradurre nel nostro complesso sistema pronominale le scale di rapporti esistenti in altre culture. D’altro canto, queste scale si vanno modificando anche nella nostra, e col tempo si imporrà la soluzione più facile, quella di una semplificazione, senza danno per nessuno. Non si tratta allora di rispettare ogni zolla del prato altrui. È chiaro che in questo caso la piattaforma va decisamente rivista, se non costruita ex novo, e ciascuno deve essere disponibile a sacrificare un pezzettino della sua “identità culturale” senza recriminare sulla “maleducazione” altrui.

Non sempre però le cose sono così semplici. Esistono altri aspetti dell’interrelazione, apparentemente altrettanto banali, se non addirittura elementari, nei quali le resistenze sono giustificate e anzi doverose. Il meticciato culturale è una ricchezza, si dice: e non c’è dubbio che senza scambi, senza nuovi innesti, nessuna civiltà può crescere. Quindi ben venga. Ma sia appunto uno scambio, e si basi su regole ben precise: la prima, perché funzioni, è che nessuno ci perda. Ora, se chi mi arriva è portatore di una cultura che ha nella tradizione gastronomica il montone allo spiedo, nessun problema, a patto che lo spiedo non venga montato sul balcone che sta sotto il mio (o di chiunque altro). È una tradizione bellissima in una società pastorale, quando il fuoco sul quale cuoce il montone illumina la notte del deserto o delle savane: ma è un’invadenza intollerabile quando viene acceso nel giardino accanto, o sulle rive del fiume gremite di bagnanti, e il fumo appesta la tua aria e la tua casa. È anche vero che magari vieni invitato ad unirti alla compagnia, ma ciò non toglie che il comportamento in questione sia fastidioso.

Ripeto, sto parlando di comportamenti che possiamo definire assolutamente innocui, non di quelli desumibili dalle statistiche sulla criminalità. Questi ultimi sono paradossalmente meno significativi, almeno fino a quando a giustificarli permangono situazioni di precarietà e di emergenza. Quelli che inducono un sottile disagio, che si trasforma però poco alla volta, per un effetto di cumulo, in pregiudizio, sono in verità proprio i comportamenti minimi. Il vittimismo, l’invadenza, l’inosservanza delle regole, l’incuria nei confronti dei beni comuni e della proprietà altrui: sono queste le cose che vengono sofferte tutti i giorni da una larga maggioranza della popolazione, e non le rapine o gli stupri, che pure fanno la loro parte e magari vengono anche opportunamente strumentalizzati, ma per fortuna non costituiscono l’esperienza quotidiana dei più. Questi comportamenti, come si diceva, considerati anomali negli italiani, sono invece dati per scontati negli immigrati, e quindi ancor meno accettabili, perché sembrano non lasciar spazio a un “ravvedimento”. E ci portano poco alla volta persino ad identificare un certo tipo di abbigliamento, un certo modo di camminare e di parlare, con tutto ciò che non sopportiamo: ad aspettarci quei comportamenti, ma non per questo ad accettarli. A leggerli anzi come una conferma e una giustificazione di quanto pensiamo, e di cui in fondo un po’ ci vergogniamo.

A me capita. Ho lottato a lungo contro la tentazione, ripetendomi che tutte le mie idealità andavano in direzione opposta, si fondavano sulla concessione agli uomini, a tutti gli uomini, di un credito assoluto di simpatia e di benevolenza. Sulle prime la mettevo anche giù in modo autoironico, attribuendo questa sindrome all’invecchiamento, persino scherzosamente esasperandola. Ma vuoi che quando scherzi troppo con un’idea rischi ad un certo punto di non trovarla più così strana, anche perché hai magari provato più o meno sul serio a difenderla e ad argomentarla; vuoi che le situazioni di “disturbo” create dall’indifferenza per le regole non le sopporto nemmeno nei miei connazionali, e questa indifferenza, originaria o acquisita che sia, pare essere l’atteggiamento dominante nei nuovi arrivati; insomma, ho finito per realizzare che se non “etnicamente”, almeno “culturalmente” qualcosa che mi respingeva c’era.

Per questo ho voluto affrontare l’argomento, sperando che la riflessione cui la scrittura costringe mi aiutasse a chiarirmi le idee. Conoscendo i miei limiti, certi tratti caratteriali quasi autistici che mi rendono intollerante ai ritardi, al disordine, alla sciatteria, ho provato a chiedermi quanto ci fosse della mia “diversità” in queste cose, e quanto invece fosse oggettivamente al di là di ogni possibile mediazione di convivenza.

Sono arrivato a queste conclusioni. Se la sensazione pesante di disagio che ho cercato di descrivere sopra è largamente condivisa, e io credo che lo sia, e se questo disagio nella maggior parte dei casi non è solo un alibi per mascherare o giustificare la propria mancanza di civismo, allora siamo entrati in un vicolo cieco. Non se ne esce se non tornando indietro e rivedendo completamente il nostro atteggiamento. Ma dobbiamo farlo tutti. Io devo senz’altro darmi una calmata, e imparare a non reagire come un impianto antincendio al primo odor di fumo, o a digrignare i denti per ogni schiamazzo; gli equadoregni, e con loro e prima di loro tutti i neofiti della brasserie, devono convertirsi ad una dieta meno proteica, che fa anche bene alla salute: i cantori della società multiculturale devono darsi una svegliata e smetterla di titillarsi con la valorizzazione delle differenze, quando il problema è piuttosto quello di trovare o inventare i punti di contatto: ma soprattutto, chi è deputato ad ogni livello a garantire la trasmissione e il rispetto delle regole, dagli insegnanti in su, deve prendere sul serio il proprio ruolo.

È un programma un po’ difficile, anzi, praticamente impossibile da realizzarsi, soprattutto in un paese nel quale sino a cinque anni fa il termine “integrazione” era addirittura bandito dai documenti ufficiali, considerato politicamente scorretto perché non salvaguardava le diverse identità culturali. Un paese nel quale gli stessi che si sono battuti per zittire le campane difendono il diritto del muezzin di cantare la sua preghiera alle cinque del mattino. E infatti ci credo poco che tutti facciano la loro parte. Per intanto, però, posso provarci io. Tocca a me per primo perché so di essere un privilegiato (sembra ridicolo a dirsi, ma nascere in Italia è comunque una fortuna. Almeno geograficamente è in Europa). Sono nato libero, non ho sofferto la fame e ho potuto studiare, sia pure guadagnandomela tutta. Sono stato educato in un certo modo, ho introiettato certe regole: da solo o con altri ho provato a modificare o a mitigare quelle che mi sembravano inaccettabili. Ho partecipato a modo mio allo svecchiamento di un sistema, posso tranquillamente affermare in direzione di una maggiore libertà e di migliori opportunità per tutti. So quindi che è necessario cambiare e accogliere ciò che di buono può venire da fuori. Soprattutto, ciò che ho fatto, giusto o meno che fosse, l’ho fatto sempre in base ad un principio: non violare mai la libertà altrui di esercitare i propri diritti.

I diritti, appunto. Non le prepotenze, la maleducazione e l’imbecillità. Proprio perché credo nei diritti di tutti non sono disposto a tollerare chi li svilisce, chi li confonde con l’arbitrio di fare tutto ciò che vuole. Non lo sopporto nei miei connazionali, ma non sono disponibile a fare sconti oltre una certa misura nemmeno agli altri. Questo perché sono un ottimista, e credo nella capacità di tutti, indipendentemente dalle appartenenze etniche, di capire dove sta l’equilibrio tra diritti e doveri.

Di più non mi è possibile fare. D’altro canto, con questo intervento non volevo proporre soluzioni: non ne ho. Volevo solo spiegare il perché nasca, e sia più diffusa di quanto vogliamo ammettere, una certa etnofobia: e perché, almeno in origine, col razzismo non c’entri per nulla.

Non credo di esserci riuscito. Mentre procedevo qualche dubbio è venuto anche a me. Di una cosa però rimango certo: il mio, di equilibrio, non prevede fumogeni, meno che mai alle nove del mattino.

 

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