Cattedrali di luce

di Paolo Repetto, 14 marzo 2021 – vedi l’Album

Per il dopo Covid, sempre che arrivi, e soprattutto che io arrivi a vederlo con testa e gambe almeno a mezzo servizio, ho fatto voto di un pellegrinaggio. Supponendo che prima della fine dell’estate ci sia una parziale liberalizzazione degli spostamenti dovrei potermi muovere controcorrente, perché senz’altro si scatenerà la corsa a scaldarsi le ossa al mare (lo scorso anno, in Inghilterra, il primo week end di liberi tutti vide mezzo milione di persone riversarsi sulle spiagge della sola città di Bournemouth, dove abita mia figlia. Due giorni da incubo post-apocalittico). Io invece vorrei viaggiare tranquillo, perciò non affronterò il Camino di Compostela, ormai troppo affollato e a forte rischio di assembramenti, ma mi sposterò nelle valli Ossola e Formazza (in auto, naturalmente), per vedere come sono messe le Centrali Idroelettriche progettate un secolo fa da Piero Portaluppi. E magari, se le forze reggeranno e il tasso di inquinamento urbano scenderà, visto che tutti saranno al mare, girerò a piedi e in metrò senza mascherina per una Milano semideserta, a censire gli edifici (più di cinquanta) che Portaluppi vi ha realizzato, e a visitare la sede della Fondazione a lui intitolata.

Se poi l’entusiasmo perdura vorrei battere le valli alpine in generale, in Valle d’Aosta o nell’alto varesotto, per rendere omaggio anche alle opere di altri artisti-architetti, Giovanni Muzio in primis. Insomma, un po’ quel che fece Samuel Butler negli ultimi decenni dell’Ottocento, percorrendo (ma lui viaggiava solo a piedi) le vie dei Sacri Monti alpini (e raccontandole poi magistralmente in Alpi e Santuari, 1881)

Mi rendo conto che è un programma ambizioso, ma sono certo che ne valga la pena. Non ho nemmeno remore a renderlo pubblico perché so che pochissimi leggeranno queste righe, e quei pochi non mi spiacerebbe magari trovarli sulla mia strada, o averli come compagni di pellegrinaggio.

Da dove nasce dunque tutto questo entusiasmo? Dal fatto che nel corso del secondo inverno di clausura le immagini delle opere di Portaluppi e di Muzio, così come anche i fantastici (e fantascientifici) progetti di Sant’Elia, mi hanno aiutato molto a continuare a credere che la bellezza e il buon gusto abitino ancora questo mondo, o meglio, lo abbiano abitato anche nell’età moderna. È vero che attualmente l’una e l’altro sembrano essersi presi una vacanza, ma il fatto stesso che ancora sappiamo riconoscerli e apprezzarli depone per una loro persistenza e consente di auspicare la possibilità di un loro ritorno.

Per preparare la cosa ho pensato di lustrare un po’ gli occhi dedicandomi ad un album sull’architettura di questo particolare settore, ma non solo. I criteri si sono definiti cammin facendo, alla partenza erano solo emotivi. Le immagini che ho scelto potranno essere accusate di una bellezza facile, dolciastra, persino stucchevole, come bene o male tutto quello che ruota attorno all’Art Nouveau; o, nel caso dei disegni di Sant’Elia, di giocare su suggestioni forti, ma del tutto avulse dalla realtà e dalla concretezza. Non lo ignoro, e ammetto anche che in queste obiezioni possa esserci del vero. Ma non toccano il senso del mio discorso: non sono qui a disquisire di architettura, ci mancherebbe solo questo. Neppure però sto parlando di gusti strettamente personali: non credo sia capitato solo a me di inchiodare di colpo l’auto alla improvvisa comparsa, dietro una curva, di uno di questi edifici: o di essermi soffermato ad ammirare in uno stupito silenzio un imponente fabbricato risalente ad oltre un secolo fa e ancora perfettamente intatto, senza aver conosciuto alcuna opera di restauro o alcun intervento conservativo, come costruito ieri (anzi , no, l’avessero costruito ieri mostrerebbe già segni di invecchiamento). Nel caso specifico si trattava della dismessa centrale SEB di Cedegolo, che oggi ospita un museo dell’energia idroelettrica, per la quale non è stato necessario nemmeno un lavoro di ripulitura esterna. Prima che iniziassero i lavori di riconversione, quando l’ho vista per la prima volta, era esattamente come potete vederla nell’immagine d’apertura.

La centrale di Cedegolo non è un’opera di Portaluppi né di Muzio, ma di Egidio Dabbeni, un precursore, uno tra i primi architetti a importare in Italia lo stile razionalistico-funzionale. E impressiona perché, a dispetto della maestosità e della sensazione (assolutamente fondata) di solidità, trasmette anche un’idea di compatta leggerezza, qualcosa di simile a ciò che proviamo al cospetto delle grandi cattedrali romaniche o degli antichi manieri. Sto parlando di una costruzione in cemento armato che non presenta la minima smagliatura, nessun segno di deterioramento. Da rimanere di stucco, pensando ai viadotti del secondo novecento che cadono come birilli, e ai nuovi impianti industriali già fatiscenti dopo un decennio.

Ecco, ciò che volevo chiarire è che il tipo di bellezza cui alludo non è legato ai vezzi dell’Art Nouveau o del tardo Liberty, ma a qualcosa di più solido: qualcosa che concerne il rapporto col tempo. È paragonabile al fascino esercitato dalle illustrazioni dei vecchi libri per ragazzi, che sono lì per durare, per continuare a stupire e ad ammaliare i piccoli lettori attraverso le generazioni, magari al di là delle aspettative e degli intenti degli illustratori. In questo senso Sant’Elia parrebbe del tutto fuori posto in questa breve narrazione. È lui infatti a firmare nel 1914 il Manifesto dell’Architettura Futurista, che esordisce così: “Dopo il ‘700 non è più esistita nessuna architettura. Un balordo miscuglio dei più vari elementi di stile, usato a mascherare lo scheletro della casa moderna, è chiamato architettura moderna. […] L’architettura futurista è l’architettura del calcolo, dell’audacia temeraria e della semplicità; l’architettura del cemento armato, del ferro, del vetro, del cartone, della fibra tessile e di tutti quei surrogati del legno, della pietra e del mattone che permettono di ottenere il massimo della elasticità e della leggerezza […]”. Ma che soprattutto poi prosegue con: “Da un’architettura così concepita non può nascere nessuna abitudine plastica e lineare, perché i caratteri fondamentali dell’ architettura futurista saranno la caducità e la transitorietà. Le case dureranno meno di noi. Ogni generazione dovrà fabbricarsi la sua città”. Quanto alle durate, all’obsolescenza dei materiali, alla caducità, appare sin troppo lucidamente presago. Ma quanto alla dichiarazione d’intenti, i suoi stessi disegni lo smentiscono: se ogni generazione dovrà costruirsi la sua città, a propria immagine e somiglianza, i disegni di Sant’Elia sembrano appartenere ad una leva che non era senz’altro la sua ma non è nemmeno la nostra, a un mondo che neppure i film come Blade Runner hanno saputo ricreare. La sua immaginazione è fuori del tempo, ovvero ha il requisito distintivo dell’arte vera. È talmente fuori dal tempo, e pure presente nell’immaginario di ogni tempo, da non essere stata mai traducibile in realizzazioni concrete. Per quanto mi concerne, così va letto Sant’Elia. E letto così può accompagnarsi senza fare futuristicamente a pugni con Portaluppi, con Muzio e con Dabbeni. Ma anche con tanti altri.

Piero Portaluppi, La serata futurista

Mentre approfondivo la conoscenza dell’opera di Sant’Elia mi sono imbattuto negli straordinari disegni di due architetti francesi della seconda metà del Settecento, Étienne-Louis Boullée e Jean Jacques Lequeu, dei disegni dei quali ho inserito alcuni esempi in questo album. Ora, se la linea di continuità tra Sant’Elia e i progettisti di centrali idroelettriche sta nel fatto che anche il primo aveva concepito straordinari progetti per impianti di questo tipo, mai realizzati per via della sua precoce scomparsa nel corso della prima guerra mondiale (ma anche, come dicevo sopra, perché sin troppo avveniristici), quella con i due iper-visionari pre-razionalisti d’oltralpe, che l’elettricità nemmeno sapevano cosa fosse, è invece rintracciabile in altro. Nel Manifesto del 1914 Sant’Elia scriveva: “Per architettura si deve intendere lo sforzo di armonizzare con libertà e con grande audacia, l’ambiente con l’uomo, cioè rendere il mondo delle cose una proiezione diretta del mondo dello spirito”. Bene, se lo spirito umano fosse quello che vien fuori da queste immagini, Covid o non Covid davvero rimarrebbe spazio per sperare in un futuro dell’umanità. Al momento non ne sono però così sicuro, e per questo, se i vaccini non ci tradiscono, nel corso dell’estate andrò in pellegrinaggio per templi e tempietti della luce e dello spirito: per trarne conforto.

Per ora mi limito a condividere le immagini con gli amici Viandanti. Erano lì da un pezzo, ho solo colto l’occasione per metterle un po’ in riga. Ma mentre le sceglievo, le accostavo, le confrontavo, sempre più chiaro si evidenziava il filo che tiene unite nella mia mente queste immagini. È il filo dell’utopia. Mi conduce al mondo degli umani come dovrebbe essere. Un mondo governato dalla luce: dalla luce della ragione, in astratto, da quella dell’elettricità, tanto per cominciare, in concreto. Provo però una sensazione strana e inquietante: perché se si escludono i disegni di Portaluppi, negli altri gli umani non compaiono mai. Questo accadeva già prima ancora, nel Rinascimento, nelle rappresentazioni della città ideale.

Vorrà dire qualcosa?

Anonimo di Urbino, La città ideale

 

Etienne-Louis Boullée, Projet d’une Métropole

 

Antonio Sant’Elia, La città futurista

 

Antonio Sant’Elia, La centrale elettrica

 

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Crevola Crevoladossola, 1923-1924

 

Jean-Jacques Lequeu, L’Île d’amour et repos de pêche

 

Giancarlo Maroni, La centrale di Riva del Garda

 

Jean-Jacques Lequeu, Le château de plaisance

 

Antonio Sant’Elia, Progetto di stazione ferroviaria

 

Etienne-Louis Boullée, Projet d’un Musée

 

Antonio Sant’Elia. Prospettiva futurista

 

Etienne-Louis Boullé, Il tempio della Natura

 

Antonio Sant’Elia, La città futurista

 

Piero Portaluppi, Progetto per la sede della Brasital San Paolo (Brasile), 1923

 

Piero Portaluppi, Progetto per l’albergo de la Formazza, 1922-1923

 

Jean-Jacques Lequeu, Hotel de Montholon

 

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Valdo Formazza

 

Antonio Sant’Elia, Disegno per una centrale elettrica, 1914

 

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Molare, 1920-1924

 

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Crego

 

Antonio Sant’Elia, Disegno per una stazione, 1914

 

Jean-Jacques Lequeu, Grottes des Océanides

 

Etienne-Louis Boullée, Progetto per un teatro

Piero Portaluppi, Centrale idroelettrica di Grosio

 

Giovanni Muzio, palazzo della provincia di Sondrio

 

     

Giovanni Muzio, La ca’ brutta

 

Jean jacques Lequeu, Tempio dell’uguaglianza

 

Etienne-Louis Boullée, Cenotafio di Newton

 

Etienne-Louis Boullée, Progetto per una biblioteca

 

Gaetano Moretti, Centrale elettrica Taccani

 

Giovanni Muzio, Centrale idroelettrica di Maën, 1924-28

 

Giovanni Muzio/SIP Breda, centrale idroelettrica di Covalou, 1926-28

 

Giovanni Muzio, Centrale elettrica di Vizzola

 

Antonio Paoletti, Ricevitrice nord Aem, Milano, 1938

 

Jean Jacques Lequeu, Sotterranei di casa gotica

 

Giovanni Muzio, Centrale di Santa Massenza, Trentino Alto Adige

 

Carlo Mina, La Centrale “Giuseppe Ponzio” a Grosotto, 1910

 

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Ariette 1.0

di Maurizio Castellaro, 11 marzo 2021

Le “ariette” che postiamo a partire da oggi dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». Ben vengano dunque, se possono mitigare con un refolo di leggerezza un clima che per ragioni obiettive e per stanchezza di chi lo vive sta diventando davvero troppo pesante (n.d.r).

Ritorno a Tex

Non l’avrei mai detto, eppure mi sono ritrovato a comprare su Ebay 200 numeri di Tex per poco più di 100 euro. Per uno che ha avuto l’imprinting al fumetto western con Ken Parker (l’anti Tex per definizione) bisogna ammettere che deve significare qualcosa. Eppure è da un po’ che prima di chiudere gli occhi scelgo le storie di Aquila della Notte. Mi chiedo perché. Ken Parker è la vita vera, un personaggio che quando è ferito sta male davvero, che va a letto con le donne, che finisce in prigione. Berardi ad un certo punto l’ha pure fatto morire, vecchio e malridotto. Giusto così, in fondo. Ma noi? Noi continuiamo ad essere vivi. Anzi, con il tempo ci sembra di capire finalmente qualcosa, e vorremmo che la nostra vita non finisse mai. Allora finisce che ci si butta sull’illusione dell’eterno ritorno dell’identico. Sulla mira infallibile, la morale granitica, la logica inesorabile, la ricerca delle tracce, il salvataggio all’ultimo istante, la bistecca (enorme) e le patatine fritte (una montagna). Ma forse non è solo questo. Forse tornare a Tex per me è un altro modo per tornare al giardino segreto dell’infanzia, ai Tex che da bambino scovavo di nascosto nel comodino del nonno, accanto al vaso da notte (Mefisto, Yama, El Morisco…). Non è nostalgia. Credo piuttosto che sia una forma di manutenzione del legame con il bambino che continua a vivere dentro il mio corpo di uomo, e che con il sguardo sul mondo ingenuo ed ironico mi ha aiutato ad uscire vivo da più di un labirinto. Ne ho ancora bisogno di quel bambino, meglio tenermelo buono.

 

Tuoni e fulmini

Durante un incontro di gruppo il formatore ha chiesto di disegnare la storia del proprio percorso professionale, immaginandolo come una strada inserita in un paesaggio simbolico (curve, salite, montagne, blocchi, pericoli, discese, aiuti, cartelli, ecc.). Eravamo una ventina, e quasi tutti per rappresentare i 18-20 anni della nostra vita abbiamo disegnato sul percorso nuvolacce, tuoni, fulmini, pioggia battente. Poi, usciti da quella fase, partiva di solito un percorso più o meno accidentato, in cui il tempo migliorava di brutto: farfalle, arcobaleni, risorse e visioni. Consola l’idea che la vita abbia concesso a molti (e anche a me) di far quadrare in qualche modo i suoi conti. Ma uscendo dalla consolazione prospettica e retroattiva ho pensato che questo lusso di solito non è dato quando si ha vent’anni, specie se si sta sotto la pioggia, esposti a tuoni e fulmini, senza un’idea di futuro. Credo che per uscire vivi da quella palude si debba imparare ad accendere fuochi sott’acqua, trovare la luce delle stelle oltre le nuvole e capire quali sono i boccioli che per primi fioriranno. I più fortunati trovano maestri che lo insegnano. Gli altri invece, in qualche modo, imparano da soli.

 

Evoluzioni

Per secoli li hanno catturati e costretti con la violenza a salire sulle nostre navi. Oggi per fare un viaggio molto simile sono loro a mettersi in fila, pagando con tutti i soldi che hanno (e con quelli che non hanno ancora). È l’evoluzione del capitale, baby.

 

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L’origine del progresso

di Paolo Repetto, 8 marzo 2021

Come anticipavo ne “Gli orfani del progresso”, allego quella che avrebbe dovuto essere la parte introduttiva di uno studio piuttosto ambizioso sull’argomento, concepito una quarantina d’anni fa a margine di una serie di conferenze e poi mai decollato, proprio per l’eccesso di ambizione. Del progetto sono rimasti solo questa introduzione, l’unica parte in qualche misura sviluppata, e un cumulo di appunti nei quali farei oggi una gran fatica ad orientarmi. Ripropongo questo scritto, sia pure incompleto e ancora a livello di bozza, perché strettamente inerente il tema trattato sopra, e perché trovo ancora pienamente condivisibili le considerazioni sviluppate all’epoca.

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Le magnifiche sorti e progressive

Origini, apogeo e declino dell’idea di progresso

La nostra Zivilization è caratterizzata dalla parola “progresso”. Il progresso è la sua forma, non una delle sue proprietà, quella di progredire. Essa è tipicamente costruttiva. La sua proprietà consiste nell’erigere una struttura sempre più complessa.
Ludwig Wittgenstein

 

Premessa

Tra tutte le civiltà, quella occidentale è la sola a coltivare le nozioni di una libertà individuale e di un progresso morale direttamente connessi, secondo la sua etica, al continuo perfezionamento delle tecniche di manipolazione e di dominio della natura. Proprio da queste nozioni l’Occidente ha tratto la sua potenza e la giustificazione della sua conquista del mondo, realizzata talvolta con la violenza e sempre, comunque, con la negazione di tutti i valori diversi dai propri che ha incontrato sulla sua strada.” (Gilles Lapouge)

La civiltà occidentale pone dunque il problema della sua unicità. È il problema che mi sono prefisso di affrontare in questa nuova serie di conversazioni e che cercherò di presentare da svariate angolazioni. Quella indicata da Lapouge costituisce il tema dell’incontro odierno. In sostanza porrò la questione in questi termini: qual è l’origine del movimento interno che anima l’occidente e lo spinge a modellare il mondo a sua immagine?

Io ritengo che le origini dell’ideologia che ha segnato la differenza della civiltà occidentale, e che noi riassumiamo nella nozione di “progresso”, vadano rintracciate in entrambe le culture delle quali essa è debitrice, quella giudaico-cristiana e quella classica. Credo anche che il fattore chiave per la nascita e l’affermazione di tale idea risieda in una particolare intuizione del tempo. Sono convinto infine che questa concezione, e il quadro complessivo di valori da essa determinato, pur essendo maturati nel corso di almeno due millenni, si siano affermati soltanto negli ultimi tre secoli.

So di non dire nulla di nuovo: c’è una fittissima bibliografia a dimostrare che queste tesi sono ormai acquisite. Ma temo si tratti di un’acquisizione in realtà ben poco diffusa al di fuori dell’ambito filosofico, o diffusa ad un livello solo superficiale. Nel corso della conversazione odierna cercherò dunque di giustificare nella maniera più chiara e più semplice, compatibilmente con l’argomento, i miei assunti, delineando brevemente la parabola dell’idea di progresso, rintracciando le matrici di quest’ultima, cogliendone l’apogeo e cercando di individuare le ragioni del suo recente declino. L’intento è quello di evidenziare un percorso intellegibile e conseguente dalla prospettiva soteriologica, cioè dall’attesa di salvezza, alla volontà di realizzazione qui ed ora della stessa, e di mostrare come una particolare concezione del tempo abbia condizionato negli ultimi tre secoli tutti gli atteggiamenti politici ed economici, etici e sociali, pubblici e privati dell’occidente.

Nel farlo utilizzerò un approccio che definirei attinente la “storia delle idee”, qualcosa per intenderci che non ambisce né alla dignità filosofica né al rigore scientifico, ma procede per quelli che Carlo Ginsburg ha definito “paradigmi indiziari”: questo dovrebbe ad un tempo giustificarne le modalità e delimitarne le finalità.

È possibile, con un approccio di questo genere, non esprimere giudizi di valore sul tema in oggetto, ovvero sulla nozione di progresso? Non lo so, ma vorrei provare a farlo, limitandomi ad indagare come essa nasce e dove conduce. Se qualche giudizio apparirà implicito, vorrà dire che non sarò stato sufficientemente bravo a trattare la nozione di progresso come una delle tante, al pari di quella di provvidenza, di fato, ecc…, che hanno caratterizzato e differenziato le diverse civiltà.

0.

Dal momento che il tema di questa conversazione riprende e sviluppa quello del seminario precedente (Da Pico a Bacone. Le origini umanistiche della mentalità scientifica), è forse opportuno riassumere per sommi capi le conclusioni cui ero già pervenuto. In quella sede mi ero concentrato sui cambiamenti che avevano interessato la mentalità occidentale tra il XV e il XVI secolo, preparando la strada alla rivoluzione scientifica. Avevo sostenuto la tesi che il mutamento dell’attitudine gnoseologica non è semplicemente la conseguenza delle innovazioni economiche e sociali maturate nel corso di tutto il medioevo, ma piuttosto una precondizione, che accoglie e sintetizza questi fattori in un grande movimento di trasformazione. Avevo inoltre affermato che questa trasformazione non prescinde dal pensiero religioso della cristianità, ma ne porta alle estreme conseguenze taluni aspetti mistici e messianici, trasferendo sulla terra quell’aspettativa di salvezza che in precedenza era rivolta al cielo. Mi ero soprattutto soffermato sulle modalità di conoscenza della natura, sulla posizione che viene assunta nei confronti del mondo materiale, posizione che irradia peraltro le sue conseguenze sulle concezioni artistiche, letterarie, politiche, oltre che scientifiche. In sostanza, avevo colto nell’attitudine giudaico-cristiana, che riprende e fa propri taluni aspetti della filosofia greca, l’origine di una diversa concezione della natura, e nel suo affermarsi progressivo verso la fine del medioevo la condizione per il passaggio alla nuova mentalità.

Il quadro che avevo cercato di delineare era pressappoco il seguente:

  • Il presupposto teorico per l’avvento della rivoluzione scientifica è in sostanza il passaggio dall’aristotelismo medioevale al platonismo umanistico. L’aristotelismo è teoria della conoscenza come esperienza: si conosce quello che si esperisce attraverso la sensazione, e la conoscenza è una somma di dati sensoriali. Si disvela il mondo nella sua variabilità infinita, nella sua disomogeneità, e il tutto è tenuto assieme da un contenitore superiore, che è l’imperscrutabile volontà divina. Non ci sono leggi, in questo senso, non c’è serialità; al più c’è una ripetizione (i cicli naturali), che è mossa però da norme esterne, superiori, e non da un principio interiore.

Il platonismo è invece possibilità di conoscenza dei principi generali (l’eidòn). Il mondo delle idee è il mondo delle forme soggiacenti all’apparente disordine di superficie, è l’ordine nascosto in funzione del quale si manifestano i fenomeni. Nella sua accezione umanistica, che è filtrata attraverso il neo-platonismo e contaminata con l’ermetismo e la qabbalah, quest’ordine non è semplicemente un pallido riflesso della trascendenza, di quello ideale, ma è immanente alla natura e al mondo. In più, il platonismo umanistico è fortemente ibridato anche con l’aristotelismo, del quale conserva la validità dell’apparato sensoriale di raccolta dei dati. Quello che cambia è lo schema entro il quale sistemarli, e conseguentemente la finalità stessa della raccolta (ovvero, l’atteggiamento performante).

  • Una volta accettata l’idea dell’esistenza di quest’ordine – il che avviene anche in conseguenza dello spostamento dell’osservazione dalla terra al cielo (la rivoluzione astronomica) – la tentazione di decifrarlo procede automatica. Penetrare i misteri della natura, invece di limitarsi a descriverne i comportamenti fenomenici, è già spirito scientifico. Questo spirito si manifesta dapprima nel tentativo di cogliere la forza vitale, attiva, che muove dall’interno il creato (Telesio e i filosofi della natura). Dio è già allontanato, non è più presente costantemente, ma è inteso come un creatore che ha dotato la propria creazione di forza autonoma, e alcuni degli esseri creati della capacità di riflettere sugli accadimenti (naturali e storici), di ricondurli ad un piano o ad un disegno e infine di assumere il controllo del piano stesso (dalla magia, nella quale il controllo si attua con strumenti naturali, alla scienza, nella quale invece il controllo è esercitato attraverso strumenti “artificiali”).
  • Questa direzione, quella che vuole penetrare l’essenza per mettersi in sintonia totale con la natura, è quella percorsa lungo tutto il ‘500, fino a Giordano Bruno, dalla “magia naturalis”. In pratica si tratta di trovare le leggi intime della composizione e del divenire delle cose per accordarsi pienamente ad esse. Da Bacone in poi, invece, prevale un’altra direzione, anch’essa originata dal platonismo, che mira ad elaborare criteri funzionali di lettura dei fenomeni (le “leggi” scientifiche), quindi a creare parametri convenzionali, artificiali, che consentano di introdurre (e non di rinvenire) un ordine nel caos del reale.

In altre parole: assumendo quella che nel platonismo era considerata la forma perfetta di conoscenza (o la conoscenza delle forme perfette), quella matematica, si cerca di ricondurre a termini matematici la possibilità di conoscenza del mondo (ordine, pondere et mensura). Solo una conoscenza matematizzata, nella quale le cose siano numeri e grandezze e i fenomeni siano combinazioni di queste, ovvero operazioni, può diventare previsionale, e quindi operativa. Questo tipo di conoscenza si attua col passaggio dalla esperienza diretta della natura all’esperimento, cioè all’accadimento artificialmente riprodotto in laboratorio, in presenza di condizioni ambientali (spazio-tempo in primis) che rendono possibile la comparabilità. Le differenze di comportamento dei fenomeni debbono essere valutate sulla base di uno standard che non è intrinseco ai fenomeni stessi, ma è dettato convenzionalmente da chi li studia e li riproduce sulla base delle sue possibilità, delle intenzionalità di ricerca, della ricaduta pratica alla quale si punta. Dalla scienza naturale si passa quindi alla scienza sperimentale, che si dota di un metodo (Cartesio), di una strumentazione e soprattutto di un progetto (cioè di una direzione, di un senso).

Il passaggio cruciale si attua appunto con Galileo e Cartesio. Il primo impone definitivamente la lettura matematizzata e quantitativa della natura (“provando e riprovando”: la verità scaturisce dalla possibilità di ripetere infinite volte l’esperienza standardizzata in laboratorio), anche se ancora ritiene che le leggi siano intrinseche alla natura; il secondo fornisce letteralmente, rendendo la geometria suscettibile di analisi mediante l’algebra, le coordinate per una lettura matematica degli oggetti.

Perché prevale questo atteggiamento, rispetto ad esempio a quello di un Bruno, o di un Campanella? Perché di fronte alla liquidazione di tutte le certezze geografiche, astronomiche, religiose e politiche prodotta dal Cinquecento, e alla necessità di affrontare un mondo che si rivela del tutto ignoto, che non appare di per sé razionale e non è fatto di numeri e di misure, l’uomo prova paura. La summa di questo nuovo atteggiamento si attuerà poi nella fisica di Newton, che reggerà fino alla critica kantiana. Solo Kant chiarirà che “l’intelletto non attinge le sue leggi dalla natura, ma le prescrive a questa”.

In questo contesto compariva più volte, sia pure sullo sfondo, l’idea di progresso; prendeva forma cioè la coscienza, dapprima sfocata e poi, a partire da Bacone, sempre più nitida, del potenziale di miglioramento spirituale e materiale di cui l’umanità disponeva e dell’anelito ad una redenzione terrena che la animava. Si trattava però di una nozione confusa, ancora debitrice per la gran parte delle aspettative escatologiche, e dalla quale era assente la dimensione entro cui soltanto può esplicarsi l’idealità del progresso, quella storica. Quella della fede nel progresso è dunque una vicenda nuova, che ha se vogliamo un sacco di precursori ma che va letta a partire da un momento ben preciso, nel quale diventa decisiva. Il che ci impone di chiarire cosa implica questa nozione, prima di andare a indagare da dove nasce e come si sviluppa.

 

1.

L’idea del progresso umano nasce da un’interpretazione storica del passato – cioè dalla sua lettura secondo uno schema di continuità – che viene proiettata ad individuare una tendenza del futuro, e contemporaneamente dall’assunzione di questo futuro come campo non predeterminato, ma aperto. Si basa sul convincimento che gli uomini avanzino gradualmente verso una direzione definita, e che tale direzione sia desiderabile per tutti; e ne deduce che questa avanzata continuerà indefinitamente. Ciò implica da un lato che un giorno si perverrà ad una felicità generale, meta che giustificherà tutto il processo della civiltà, e dall’altro che questo processo è il risultato necessario della natura psichica e sociale dell’uomo, e non di una volontà superiore, trascendente o immanente (altrimenti l’idea di Progresso scivolerebbe in quella di Provvidenza).

Questa idea non è presente nella cultura occidentale delle età classica e medioevale, e nemmeno compare automaticamente con l’avvento della rivoluzione scientifica. Essa si afferma in verità piuttosto tardi, non prima del XVIII° secolo. Designa un movimento i cui caratteri sono la linearità e l’irreversibilità, e questo concetto è in contrasto con i modelli ciclici dei processi naturali, sociali e individuali che informavano il pensiero degli antichi. Proprio da questi modelli prendiamo ora l’avvio.

 

Immaginiamo l’umanità agli albori dell’epoca storica, nella fase del passaggio dall’economia nomade di caccia e raccolta a quella stanziale agricola. Ogni gruppo, ogni area abitata conosce una qualche forma di cultura religiosa, magari fortemente caratterizzata dalla situazione ambientale, ma apparentata alle altre dal fatto di rispondere ad un bisogno primordiale e connaturato. Intendo dire che questo bisogno può nascere dalle esperienze più diverse, ad esempio da suggestioni visionarie, da momenti di delirio, ecc … : ma fondamentalmente è connesso ad una “rivelazione originaria”, nel senso della predisposizione ad attribuire una “intenzionalità” agli oggetti, animati o inanimati. L’intenzionalità suppone un’anima, uno spirito: quindi comporta il riconoscimento di una “interiorità” anche agli altri (e, in una prima fase, alle cose). Questa intenzionalità è applicata alla coscienza, sia pure indistinta, della morte, e si esprimeva in prima istanza soprattutto attraverso il culto degli antenati.

C’è un termine, la parola “mana”, che designa questo atteggiamento unificante dell’uomo di fronte all’universo, un universo che lo comprende. Il mana è una struttura della coscienza, che lo spinge ad agire intuitivamente come se gli oggetti circostanti fossero pieni di impulsi verso di lui. Questa primordiale struttura della coscienza può produrre due atteggiamenti, quello magico e quello religioso. Il primo tende ad utilizzare le forze impersonali della natura, il secondo a personalizzare queste forze. I due atteggiamenti naturalmente coesistono, hanno origine da un fondo comune, ma a seconda del loro prevalere conducono in direzioni diverse. L’atteggiamento magico conduce, prima ancora di tradursi in scientifico, all’ateismo: l’altro, naturalmente, alle fasi successive dell’evoluzione religiosa.

La prima fase può dunque essere definita mitica. L’uomo attribuisce alle cose delle intenzioni che cerca di sfruttare a proprio vantaggio: non si pone razionalmente problemi del perché e del percome, semplicemente vive immerso nel mito, non fa distinzione tra sacro e profano.

Dopo questa fase, subentra l’autocoscienza: questo porta a separare, e conseguentemente ad analizzare, ciò che prima era vissuto come una totalità indistinta: si comincia ad opporre sé al mondo, il sacro al profano, il mito vissuto a quello pensato. Il risveglio della coscienza determina una separazione dal mondo della natura. La coscienza separa, è la divisione primordiale. Il sé e il mondo cessano di essere ovvi, e questo induce un bisogno di affermazione esplicita e di stima.

La concettualizzazione del mito ne fa una realtà autonoma, strutturata dall’intelligenza. Il mito diventa un oggetto simbolico, riorganizzato in un complesso di scritture sacre. Questa separazione, la dissoluzione dello stato mitico primordiale, crea nell’uomo angoscia e inquietudine, la percezione di una frattura col proprio ambiente. La religione è un tentativo di colmare il vuoto che si è aperto, di ritrovare grazie al sacro l’età dell’oro, il paradiso terrestre. Il mito religioso e teologico stabilisce un legame con il sacro: crea un modello esemplare per tutte le azioni umane rilevanti, consentendo la loro conformità al volere divino. Il mito fonda l’archetipo dei rituali religiosi, mediante i quali il tempo e la frattura originaria sono cancellati. La ripetizione ha per conseguenza l’abolizione del tempo profano e la proiezione dell’uomo in un tempo magico religioso che non ha nulla a che vedere con la durata propriamente detta, ma costituisce l’eterno presente del tempo mitico. La ricomposizione di questa frattura, la ricerca dell’unità perduta, daranno origine a due nuovi atteggiamenti, quello religioso e quello scientifico. Al fondo di entrambi c’è l’intervento dell’intelligenza, della ragione: e questa finisce per ridurre sempre più lo spazio della rivelazione, quando da strumento ausiliario diventa quello principale. La spiegazione razionale finisce per demolire i miti della fede. Inoltre, quanto più il mito religioso viene interiorizzato, e la religiosità diventa questione personale, tanto più il “sacro” viene frantumato, diventa sentimento interiore.

Il problema che ora ci si pone è pertanto: perché solo, o almeno precipuamente, in occidente ha prevalso l’atteggiamento di superamento dello stadio religioso?

In Occidente si danno due momenti chiave di questo superamento. Uno è legato alla cultura ebraica, l’altro a quella greca. Le spiegazioni di questa diversità sono molteplici, ma seguendo Martin Bernal si può arrivare ad una matrice unica. L’atteggiamento sarebbe fondamentalmente lo stesso, e avrebbe origine nella cultura semitica, salvo poi svilupparsi diversamente nei diversi contesti.

 

Le società antiche (che chiameremo tradizionali) erano strutturate sulla base di archetipi mitici (l’età dell’oro, il paradiso terrestre, ecc…), nel senso che facevano ascendere a modelli primordiali la giustificazione delle loro strutture sociali e istituzionali. Vivevano lo scarto tra la realtà e il mito come conseguenza di una colpa o di una profanazione, ed erano costantemente tese ad un riavvicinamento alla perfezione delle origini, prolungando ritualmente il momento primordiale della fondazione. Ciò significava rimanere disperatamente ancorate al presente e rivolte al passato, nel ricordo del tempo in cui l’uomo viveva in comunione con l’invisibile, integrato nell’universo (l’età dell’oro): ma a dispetto della ripetizione dei riti di consacrazione esse non potevano vedere che alterata nel tempo la loro purezza, ovvero la loro fedeltà al mito. Con ogni forza pertanto volevano evitare quei cambiamenti che, allontanandole dalla perfezione mitica, rischiavano di accentuare maggiormente lo squilibrio nato dalla rottura del grande interdetto, quello che noi chiamiamo peccato originale.

Di fronte a situazioni nuove le società tradizionali reagivano quindi con tutta una serie di meccanismi compensatori, destinati a salvaguardare il loro equilibrio. Ogni società rimaneva uguale a se stessa così a lungo da poter mantenere negli individui che la componevano la coscienza diffusa di partecipare della sua immortalità, anche integrando al patrimonio comune le nuove acquisizioni. Nei suoi rapporti con la società l’individuo era come una delle tessere che compongono un mosaico, il colore, la forma e la posizione delle quali non possono spiegarsi se non in funzione dell’insieme. Il risveglio della coscienza individuale, del libero arbitrio era impossibile in un ambiente sociale che condizionava l’individuo dalla nascita e gli insegnava a confondere le leggi e i costumi con una “necessità”.

 

Nelle civiltà pre-cristiane insomma, e segnatamente in quelle orientali, i popoli erano più testimoni che attori degli avvenimenti che si producevano nel tempo. Vivevano in una sorta di incantesimo, nel quale ogni anno riproduceva quello precedente e il tempo girava su stesso, riproponendo le sue feste, i suoi massacri, il suo eterno ritorno. Questo ordine universale non andava turbato e il corso delle cose non doveva essere ostacolato, perché ogni intervento non poteva originare altro che male. Dal momento che gli eventi erano governati da una loro intima legge, risultava vano per l’uomo perseguire qualsiasi fine. Come afferma Eliade[1], nella vita del genere umano i popoli si sono per lo più aggrappati all’idea del ciclo temporale, nel quale il passato è futuro, non esiste una vera storia e l’umanità si dispone a rinascere e a rigenerarsi.

In tutta l’antichità l’idea di una decadenza successiva all’età dell’oro iniziale[2] – e quella, ad essa strettamente collegata, di un ritorno ciclico – hanno dunque impedito lo sviluppo di una autentica nozione di progresso. Ciò vale sia per la versione “cosmologica” dell’Eterno Ritorno, quella che prevede una distruzione e ripetizione puntuale di tutto il ciclo (più diffusa nella mentalità orientale, e sostenuta, nel mondo occidentale, soprattutto dai pitagorici), sia per quella “storica”, che prospetta invece una palingenesi, intesa come aetas assolutamente nuova, novum saeculum, quindi non ripetizione ma rigenerazione. In entrambi i casi l’umanità non ha alcun ruolo nel determinare gli eventi. È sovrana la legge di natura.

La rottura di questo incanto paralizzante avviene ad opera di due diversi popoli, che per motivi e in modi differenti danno una svolta all’attitudine nei confronti della conoscenza. I loro modelli di pensiero si sviluppano dapprima separatamente, ma vengono poi a convergere nella sintesi romano-cristiana, dando vita a quella cultura e a quella civiltà che definiamo “occidentale”.

Uno di questi popoli è naturalmente quello greco. Per ragioni politico-economiche (la strutturazione territoriale in piccole unità, nelle quali si afferma la prima forma di democrazia), ma anche in virtù di una particolare concezione religiosa (una religione naturalistica, nella quale la divinità non è altro che una proiezione dell’uomo – per cui non è insondabile, e per arrivare ad essa non è necessario negare se stessi) l’idea greca di sapienza, di conoscenza non è in linea con quella puramente contemplativa delle culture tradizionali. È già un’idea di ricerca, fondata su un sapere in divenire (ricerca del sapere, philosophia, appunto) che non ammette verità rivelate ed immutabili, ma è al perenne inseguimento della verità delle cose al di là delle apparenze. Ed è un sapere aperto a tutti, non patrimonio delle caste sacerdotali privilegiate e non trasmesso per via iniziatica.

Gli indizi di una “differenza” greca sono svariati, e sono già percepibili nella narrazione del primo scontro tra la civiltà occidentale e quella orientale, quello descritto nell’Iliade, riferito peraltro ad un’epoca nella quale le democrazie erano ancora ben lontane dall’affermarsi. In quel contesto il modello di potere orientale è rappresentato da Priamo. Un potere apparentemente assoluto, in realtà nullo. Priamo è solo la voce di un oracolo, non decide ma registra, enuncia una volontà superiore, il disegno del Fato: e in pratica assiste impotente alla rovina del suo popolo. Un oracolo non si rivolge al futuro, discopre solo ciò che è presente, che è già deciso. Agamennone prende invece delle decisioni, le sue azioni non sono già decise, dipendono dalla volontà e dagli umori, suoi ma anche e soprattutto dell’assemblea. Sarà perché combattono in trasferta, lontani dai loro luoghi sacri, e quindi dai vincoli e dai rituali della tradizione, ma i Greci sono liberi, e le loro sono scelte vere. In qualunque momento possono prendere decisioni diverse per quello successivo, e il fatto che si diano diverse possibilità è testimoniato proprio dalle dispute che si accendono ogni volta che è necessario decidere.

L’agire o il pensare al di fuori dei luoghi sacri tradizionali sembra decisivo per l’emergere di una diversità ellenica. Come agiscono liberamente i guerrieri di Omero, pensano liberamente i filosofi ionici o gli eleati. Il pensiero filosofico greco nasce lontano dalla Grecia, in uomini che si sono laicizzati, hanno messo il mare tra sé e i luoghi delle epifanie del sacro, si sono sottratti ai recinti magici della tradizione e della ritualità, venendo a contatto con altri modelli di pensiero e altre tradizioni e sviluppando nei confronti di queste uno spirito critico e scettico che non tarda ad intaccare anche le loro credenze mitiche.

Ma ci sono anche altre possibili letture del tema del distacco. Ad esempio, secondo Karl Jaspers l’occidente non si è sempre necessariamente inteso come centro, ma piuttosto come parte, come appendice staccatasi dalla matrice asiatica attraverso una diaspora lacerante (le migrazioni indoeuropee? gli echi di questa concezione si trovano comunque in effetti già in Platone, e successivamente soprattutto nella collocazione orientale di terre felici ed edeniche). L’antitesi oriente-occidente sarebbe pertanto costitutiva della cultura europea: la pretesa di quest’ultima di riplasmare il mondo con la sua opera avrebbe radice nel senso di mancanza e di incompletezza.

Altri segni di questa diversità vengono ancora dalla concezione politica. Mentre nella società tradizionale l’ordine politico risulta perfettamente adeguato all’ordine cosmico, in quella greca le cose vanno diversamente. Non è soltanto lo strutturarsi delle varie città in forme istituzionali diverse a dircelo. C’è proprio un atteggiamento di fondo, che ritroviamo ad esempio nella elaborazione di progetti urbanistici ideali, nei quali la città (e in questo caso essa si identifica con lo stato) è calcolata dagli uomini per gli uomini. Nella cultura tradizionale le città erano segni disseminati dagli dei sulla terra per celebrare la propria signoria e trasmettere in linguaggio cifrato i loro disegni. Ora, sostituendo alla architettura fatale della tradizione l’ordine governato della città ortogonale, si pronuncia un giudizio sull’universo ordito dagli dei. In pratica si dice che questo universo è piuttosto mal concepito, e che l’uomo deve metterci mano per migliorarlo. Il creatore viene così relegato nei suoi lontani domini, e la dimora degli uomini rimane competenza di questi ultimi.

La cultura greca viene dunque ad infrangere un ordine mentale che, pur nelle differenze e nella varietà dei costumi e delle credenze, era sostanzialmente simile per tutti (o quasi, come vedremo) i popoli dell’antichità. E questo è indubitabile. Ma la mentalità nuova che i Greci portano non è ancora permeata dell’idea alla quale stiamo dando la caccia, della nozione di progresso.

Presso i greci infatti il progresso rappresentava una mera categoria relazionale (prokopè, termine che compare nel IV secolo a.C.). L’idea del progredire (prokoptein) indicava un mutamento correlato a settori determinati, fossero essi la scienza, la tecnica o anche lo sviluppo etico del singolo. Di conseguenza la dinamica progressiva si ritrovava incapsulata entro contesti specifici, oppure rivestiva un carattere puramente comparativo-descrittivo, ma non stava in nessun caso ad indicare un processo storico a carattere generale. Analogamente, progressio e progressus hanno sempre avuto presso i latini un’accezione materiale e non innovativa: indicavano il semplice fatto del procedere.

La verità è che nel mondo classico manca uno dei presupposti fondamentali per la nascita di un’idea di progresso: quello della constatazione di una effettiva messe di innovazioni. Si intuisce, a partire già da Eschilo e da Euripide, che in tempi remoti si viveva nella barbarie: ma permane, dominante, l’idea di un regresso dall’età dell’oro. Sia Democrito che Epicuro immaginavano che ciascun mondo dell’universo con i suoi abitanti si evolvesse, decadesse e si riformasse ancora. Il progresso cosmico, considerato nella sua globalità, si riduceva quindi ad una oscillazione attorno ad un punto fisso, senza presentare alcuna evoluzione cumulativa. Lo stesso Platone parla di ere della durata di 72000 anni, nel corso delle quali fino a metà si conserva l’ordine originario, poi subentrano la decadenza e la degenerazione. Anche la riflessione filosofica, almeno nel senso ampio nel quale oggi noi la intendiamo, è quindi, se non impedita, decisamente limitata. I filosofi dell’antichità potevano al più tentare di modellare, di fronte alla crisi, o addirittura alla distruzione delle strutture tradizionali, nuove strutture più stabili, meglio protette contro i pericoli esterni o contro la corruzione interna, ma sempre di “quelle” specifiche strutture si trattava. In Platone, in Aristotele, non c’è mai l’idea di un ordine che possa essere esteso all’ecumene intero, di un percorso possibile per tutta l’umanità futura. Entrambi, poi, sono contrari ad ogni deviazione da un ordinamento politico costituito, intesa sempre come una degenerazione, e quindi all’idea di un perfezionamento sempre in fieri.

 

Ciò che soprattutto inibisce lo sviluppo di una visione progressiva è la concezione del tempo. Nell’epoca premoderrna il computo del tempo è fortemente determinato da ciò che si vuole che il tempo significhi. I parametri vengono fissati in funzione delle esperienze acquisite, del vissuto presente e delle aspettative per il futuro. L’attenzione ruota attorno agli aspetti qualitativi del tempo, di conseguenza alla durata, piuttosto che a quelli quantitativi, cioè alla misurabilità. Quello che importa determinare sono le ere, e non il valore dei nanosecondi.

Le prime misurazioni del tempo sono certamente collegate alla necessità di prevedere la comparsa della pioggia o del sole, o il regime periodico dei fiumi, per controllare e assicurare il rinnovo delle riserve alimentari, per organizzare la continuità dei mezzi di sussistenza della comunità. Le primissime società racchiudono perciò il tempo in norme rigorose, fissate da vari miti e dalle esigenze dell’agricoltura e dell’allevamento.

Platone afferma che dare un nome al tempo, suddividerlo e contarne le parti significa per l’uomo tentare di tradurre l’eternità nella propria caducità. E’ quanto già pensavano i Parmenidei (i paradossi di Zenone di Elea). Nel Timeo distingue tra l’Essere e il divenire. Il mondo dell’Essere è un mondo reale, apprensibile dall’intelligenza mediante ragionamento perché è sempre allo stesso modo, mentre il mondo del Divenire (il regno del Tempo) è opinabile dall’opinione mediante la sensazione irrazionale, “perché si nasce e si muore, e non è mai veramente”. Dal cosmo l’uomo deduce una sequenza di segni, la cui realtà originaria e indivisa supera la sua capacità di comprensione. Allontanando il tempo nella direzione doppiamente inaccessibile dei simboli religiosi e matematici Platone crea un modello che in Occidente ispirerà le élites religiose e politiche sino alla modernità.

Nemmeno Aristotele si discosta da questa concezione. La sfera celeste è quella in cui regnano la necessità, la legge, il numero, la regolarità. In quella sublunare gli eventi sono assurdi e il futuro è imprevedibile, regnano il caos e la libertà, o almeno leggi così nascoste, numerose e contraddittorie che non si riesce a venirne a capo. Liquida quindi il problema affermando che il tempo è eterno e circolare, e tutte le cose sono disseminate lungo la sua circonferenza[3].

 

Il mondo latino eredita integralmente le concezioni elleniche, filtrate magari attraverso l’epicureismo e lo stoicismo. Sia in Lucrezio che in Seneca c’è la coscienza di un aumento delle conoscenze rispetto alle epoche precedenti, e magari l’aspettativa di ulteriori innovazioni; ma tutto questo ha un senso solo per la conoscenza in sé, per i filosofi, e non per l’umanità nel suo complesso. E comunque è sempre presente l’idea del collasso finale. “I nostri figli non vedranno mai nulla di nuovo, così come i nostri padri non videro mai nient’altro che ciò che vediamo noi stessi.” (Marco Aurelio)

Lo stesso avviene per il pensiero cristiano antico, anche se una innovazione è costituita dall’introduzione in Sant’Agostino (De civitate Dei) del procursus, concetto in contrasto con la teoria classica del ritorno ciclico. Quest’ultima non è però contestata sul terreno cosmologico, quanto piuttosto da un punto di vista teologico-morale, in quanto l’idea di una decadenza e di una rigenerazione che si ripetono all’infinito sottrae all’uomo la dimensione della speranza in una felicità finale. Agostino si oppone però al calcolo del tempo, ovvero alla fusione di tempo e numero. È tra i primi a porsi il problema della percezione psicologica del tempo, ma diffida della sua matematizzazione (e di tutto ciò che concerne la matematica, che gli appare come un tentativo sacrilego di attingere alla perfezione divina): ciò a dispetto, o meglio a riprova, di una concezione dell’opera divina come ordinata secondo numero, misura e peso.

Con Boezio e Cassiodoro abbiamo invece una celebrazione della matematica come fondamento della conoscenza: per il primo la natura originaria delle cose è modellata secondo numeri ragionevoli, per il secondo l’uomo si distingue dagli animali proprio per la capacità di “calculi intelligere quantitate”.

In realtà per tutto l’alto medioevo il problema che viene posto è quello del “computus”, cioè del calcolo del tempo, e non della misurazione. Quest’ultima si era sempre fatta con gli horologia (solari di giorno e ad acqua di notte), ed aveva interessato la sfera pratica, non quella teorica. Ma il dibattito che si sviluppa lungo tutto questo periodo finisce per coinvolgere anche la misurazione. Gregorio Magno, ad esempio, accomuna l’uno e l’altro in un’unica condanna, sulle orme di Agostino.

Con Agostino siamo però già andati troppo oltre. Occorre risalire all’indietro, per individuare l’altra sorgente dalla quale scaturiscono le premesse per la teoria del progresso. E l’altra fonte, l’altra cultura che rompe decisamente con la tradizione è quella giudaica. Il pensiero occidentale nasce anche e soprattutto con la marcia di Israele verso la terra promessa e con l’attesa della venuta di un messia. Nasce apparentemente da una contraddizione, perché il popolo che maggiormente contribuisce alla definizione di una modernità è un popolo nomade, che discende almeno moralmente da Abele, il pastore, e che è costantemente in conflitto con gli agricoltori discendenti di Caino, cioè con le popolazioni stanziali che lo circondano. Il paradosso sta in questo: mentre le popolazioni nomadi operano nella dimensione dello spazio, il quale non oppone alcuna limitazione e apre possibilità sempre nuove, i sedentari, costretti nello spazio di un dominio strettamente limitato, per quanto ampio sia, sviluppano la loro attività in un continuum temporale che appare loro indefinito: in altre parole, progettano e costruiscono per un futuro. I primi, inoltre, si rapportano prevalentemente al regno animale, anch’esso nomade, mentre i sedentari hanno come oggetto della loro attività i due regni fissi, quello vegetale e quello minerale (e quindi le loro attività sono, prevalentemente, la costruzione e la metallurgia). Storicamente, i sedentari assorbono i nomadi: nel corso delle età il tempo inghiotte lo spazio, affermando in tal modo la sua natura di “divoratore” (il mito di Kronos) e di uccisore (Caino, che compie sacrifici vegetali, uccide Abele, sacrificatore di animali). Ma questo avviene solo sul piano materiale: su quello spirituale, invece, la situazione si capovolge. I sedentari sono infatti portati ad adottare dei simboli visuali, a edificare strutture e a forgiare, plasmare, dipingere, scolpire opere durevoli, immagini fatte di sostanze diverse, le quali si riconducono però più o meno direttamente allo schematismo geometrico, origine e fondamento di ogni struttura spaziale.

I secondi invece, a cui le immagini sono vietate (cfr. ebraismo e islamismo), così come è vietato tutto ciò che tenderebbe a radicarli in un luogo determinato, si costituiscono dei simboli sonori, i soli che siano compatibili con il loro stato di migrazione continua. Paradossalmente, fra le facoltà sensibili la vista è in rapporto con lo spazio, e l’udito con il tempo: gli elementi del simbolo visuale si esprimono in simultaneità, quelli del simbolo sonoro in successione. Si opera in tal senso un rovesciamento delle relazioni in campo simbolico. I sedentari danno vita alle arti plastiche (architettura, scultura, pittura), cioè alle arti delle forme che si dispongono nello spazio: i nomadi danno vita alle arti fonetiche (musica e poesia), cioè alle arti delle forme che si sviluppano nel tempo. L’esilio perenne, l’erranza secolare verso la terra promessa fanno cadere per il popolo ebraico la necessità di quel tracciato magico, consacrato dall’opera edificatoria e dai simboli visivi, che reintegra l’uomo nell’universo e lo imprigiona nei riti, mentre lo conducono a dare valore sacrale alla parola, al verbo, e alla sua trascrizione. Può suonare singolare un’affermazione del genere, riferita ad uno dei popoli che pare maggiormente attaccato ad un suolo particolare e alla celebrazione del rituale: ma in verità quello ebraico non è il popolo di una terra, bensì di un libro: porta con sé, nei suoi rotoli della Legge, la sua sacralità, e dovunque esso è, lì è terra d’Israele.

Allo stesso modo il nomadismo, l’originaria vocazione pastorale degli Ebrei, è anche alla base dell’adozione da parte di questi ultimi di un primordiale sistema lunare di divisione del tempo: il calendario ebraico, strutturato in base ai bisogni dei pastori, era (ed è tuttora) fondato sul mutevole aspetto della luna nelle sue fasi, mentre quello egizio era indirizzato ai lavori dei contadini, e quindi orientato sulla presunta orbita del sole nel corso delle stagioni.

Il giudaismo porta con sé anche la certezza della salvezza finale per la promessa di Dio, l’attesa dell’avvento del Messia alla fine dei tempi. Questo pensiero, questa speranza non può che distruggere ciò che è volto al passato, o anche semplicemente ancorato al presente. La promessa di un Messia rompe l’incanto dell’eterno ritorno: il messia annunciato è un dio storico, l’evento atteso si annuncia come unico, irripetibile, definitivo. Crea una tensione, un’aspettativa di cambiamento volta al futuro. Il tempo diventa attesa dell’imminente e del possibile, al mondo viene assegnato uno scopo. E nel distendersi della curva dei secoli, come essa si scopre un fine, si inventa anche un’origine. Diventa una linea, una direzione. Gli avvenimenti non si sciolgono più gli uni negli altri, ma si dispongono come tasselli di un edificio. La Bibbia non è stata letta per secoli dagli ebrei come mito di creazione del mondo, ma come un manifesto rivoluzionario pieno di profezie considerate come altrettante allusioni a tutti i periodi di crisi, a tutti gli esili, a tutte le cattività. Degli uomini – a milioni – hanno creduto e credono ancora di vivere la fine dei tempi annunciata dai profeti, salutando ogni tribolazione come un segno precursore degli ultimi giorni, l’anticamera insanguinata dell’età novella: il regno dei giusti.

Dato che il tempo non è più ciclico ma a senso unico e irreversibile, è ora possibile la storia personale e una vita individuale può avere il suo valore. L’essere umano in quanto pedina sta cedendo impercettibilmente il passo a una più esaltata visione di ciò che l’essere umano è. Le conversioni al monoteismo saranno individuali, ed è questo che disgrega le strutture tradizionali.

In tutta la narrazione biblica è presente una dimensione che manca nelle narrazioni mitologiche degli altri popoli: quella della tentazione. Dio mette alla prova costantemente la capacità di scegliere dell’uomo. Si comincia con Adamo, si prosegue con Caino, si arriva ad Abramo. Nella vicenda di Abramo il rapporto con la divinità diventa davvero la storia di un rapporto interpersonale. Questo nasce prima di tutto dal senso spiccato della propria personalità che Abramo possiede. Ragiona come un individuo, non come la tessera di un mosaico. Nell’episodio di Isacco Dio dà e prende al di là di ogni ragione e di ogni giustificazione. Poiché le sue ragioni non sono interpretabili e i suoi pensieri non sono prevedibili, tutto e niente è possibile. Quindi la fede prende il posto della generalizzata prevedibilità del mondo antico, con la possibilità di autentico successo o di autentico fallimento: cioè, è un autentico viaggio il cui esito deve ancora darsi.

 

Un altro tema distintivo che caratterizza entrambe le culture alle quali ho fatto riferimento è quello dell’autorità. Per motivi e in modi diversi l’autorità politica viene distinta da greci ed ebrei da quella religiosa. Nel secondo caso non esiste nemmeno, a dispetto del monoteismo, una vera autorità religiosa, ma solo un criterio di autorevolezza: e questo anche all’epoca dell’esistenza di uno stato ebraico. La storia ha poi fatto si che il problema non si ponesse, e che gli ebrei mantenessero sempre un rapporto decisamente ambiguo con le diverse forme di autorità alle quali erano di volta in volta e di luogo in luogo soggetti: e tuttavia è unica la loro capacità di mantenere un’unità religiosa in assenza di una autorità riconosciuta. O forse tutto questo è frutto del particolare modo di accostare la verità religiosa, e cioè dell’approccio individuale e non mediato, o quasi, al contrario di quello cristiano che è mediato da una autorità o rappresentanza, che si arroga l’interpretazione ortodossa dei testi.

Per quanto concerne la cultura greca, qui è proprio la religiosità stessa, il politeismo piuttosto tiepido a non consentire l’instaurazione di una autorità religiosa e la commistione di autorità politica e autorità religiosa.

L’accento sulla individualità ha dunque questa duplice matrice. Non a caso poi passa attraverso la riforma protestante (ciascuno è sacerdote di se stesso), che nasce anche dai nuovi studi filologici del verbo testamentario incentivati dalla diffusione del qabbalismo (Reuchlin). Il rapporto non sacrale, ed anzi antitetico, degli ebrei con l’autorità è il terreno sul quale può svilupparsi una concezione convenzionalistica della stessa, l’idea del patto sociale e del diritto individuale che salvaguarda il singolo nei confronti di un potere accettato solo come formale.

Anche la concezione del tempo è naturalmente influenzata da questo rapporto con l’autorità. Valorizzando il significato e l’azione individuale, si è portati a leggere e privilegiare il tempo personale nei confronti di quello collettivo, a cercare di dar senso e di riempire di significati il proprio vissuto: significati che si traducono in esperienze nuove, invece che in ripetizioni, in azioni che distinguono, invece che in rituali che accomunano, in creazioni ed opere che rimangono, che forzano la natura e introducono la novità. (…..)

 

[1] Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Bollati Boringhieri, 1999

[2] Viene espressa ad esempio nel mito platonico di Er, nella Repubblica, ma anche nel Timeo

[3] Aristotele, Fisica, IV

 

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Grazie per la risposta. ✨

Gli orfani del progresso

di Paolo Repetto, 8 marzo 2021

Forse è solo un problema di disinformazione mia, dal momento che non leggo quasi più i giornali e non seguo la televisione. Mi sarà sfuggito qualcosa. Comunque sia, ho l’impressione che il recentissimo atterraggio della sonda Perseverance su Marte non abbia suscitato nell’opinione pubblica non dico entusiasmi, ma nemmeno una qualsivoglia emozione. Nei giorni successivi nessuno dei miei amici o conoscenti vi ha accennato: ed è gente che non segue solo il festival di Sanremo.

La cosa non mi ha meravigliato affatto: alla luce di quello che ci sta capitando, e pure al netto delle crisi di governo, dei giochi opachi di potere e degli intrallazzi che quotidianamente emergono, è un silenzio comprensibile. In fondo Perseverance non ha neppure il fascino della novità, visto che già altre quattro missioni hanno portato dei rover a calcare il suolo marziano, la prima addirittura venticinque anni fa (ma i primi oggetti terrestri a toccare Marte erano stati, fin dal 1971, i landers della missione sovietica Mars 3), e che in questo momento attorno al pianeta rosso ruotano una sonda cinese ed una sponsorizzata dagli Emirati arabi, mentre altre sono previste in arrivo nel corso dell’anno, per cui a breve ci vorranno i semafori. Ma sul piano prettamente tecnico-scientifico la valutazione è assai diversa: si tratta pur sempre di una missione importante, dalla quale si attendono grossi risultati. La sonda reca a bordo anche un drone, un mini elicottero, che dovrebbe scorrazzare nei cieli del pianeta, e una batteria incredibile di sensori che rileveranno l’esistenza o meno di condizioni per una ipotetica futura presenza umana. Non sono più cose da fantascienza, ma ancora sino a una decina d’anni fa lo erano.

Bene, di tutto questo a nessuno (se si escludono gli addetti ai lavori e i club di appassionati del settore), e a me per primo, lo confesso, importa granché. Un’affermazione del genere parrebbe smentita proprio da quanto dicevo prima, dall’affollamento delle orbite marziane oggi e dai possibili ingorghi sul pianeta rosso domani: ma la contraddizione è solo apparente. Il fatto è che nella percezione comune, non specialistica, queste missioni, per quanto strabilianti, non sembrano avere una ricaduta diretta, visibile, sulla nostra vita quotidiana, e nemmeno si capisce come potrebbero averne una futura (penso che per la mia generazione giochi la disillusione seguita all’avventura lunare, che per il momento, al di là di fantomatici sbocchi “turistici”, sembra tornata ad essere un’impresa fine a se stessa). Appaiono piuttosto mirate a scopi di propaganda politica, a offrire dimostrazioni di potenza tecnologica (e finanziaria, perché i costi sono altissimi). Sotto un profilo pratico, al massimo si può pensare siano finalizzate a sperimentare in condizioni estreme materiali, tecnologie, strumentazioni da riportare poi nella grande produzione sulla terra: ma credo che andare a testare su Marte macchine fotografiche o tessuti pressurizzati risulti un po’ eccessivo persino per le ambizioni produttive più sofisticate e innovative. È anche difficile immaginare che possano rivestire un vero interesse strategico, preludere ad esempio alla creazione di reti remote di controllo, perché allo stato attuale della velocità delle comunicazioni una ipotetica base marziana sotto questo aspetto non avrebbe alcun senso.

Di fatto dunque le missioni continuano, anzi, si infittiscono: ma per contro, quale che sia la consapevolezza diffusa dei loro scopi, non sembrano più sedurre nemmeno attraverso i risvolti spettacolari. C’è allora da chiedersi cosa sia accaduto negli ultimi cinquant’anni, confrontando l’attuale indifferenza con l’entusiasmo suscitato all’epoca dai primi passi umani sulla luna. Fosse un’attitudine solo mia, potrei pensare ad un problema di età: nei giorni della passeggiata di Amstrong avevo vent’anni e almeno teoricamente un mezzo secolo davanti per vedere come sarebbe andata a finire: oggi so benissimo che non lo vedrò, ma anche che tutto sommato non mi perderò molto, e non ne faccio un problema.

Ma non è una sensazione solo mia: almeno, non credo. E nemmeno penso che la scarsa attenzione collettiva sia dovuta solo al Covid, o riguardi soltanto le missioni spaziali. C’è dell’altro, la faccenda affonda più in profondità. C’è in ballo l’idea stessa di progresso, della quale queste missioni erano divenute le avanguardie. O meglio: la fine dell’idea stessa di progresso.

Ci spostiamo dunque su un tema enormemente complesso. Oserei dire, sul tema per eccellenza, quello che condizionerà la vita e le scelte delle generazioni future. In cosa potranno credere? E perché?

Non essendo un testimone di Geova non ho in mente risposte, mi limito a porre le domande. D’altro canto, chi fosse interessato ad approfondire la cosa a livello filosofico e sociologico può trovare materiale a bizzeffe: della fine del progresso si parla (e soprattutto si straparla) da oltre un secolo. La novità degli ultimissimi anni è che ormai non ci si limita a profetizzarla, ma la si certifica, se ne prende atto. Purtroppo lo si fa quasi sempre partendo da un retroterra pregiudiziale, da una condanna aprioristica emessa quando va bene sull’onda di reazioni emotive, quando va male sulla scorta di una lettura “integralista” e acrimoniosa della storia, condotta con una lente deformante. Ciò che posso cercare di fare è quindi, nei limiti delle mie conoscenze, fornire in calce qualche indicazione per letture passabilmente equilibrate.

A scendere io stesso più in profondità naturalmente non ci penso nemmeno: non ne ho le forze, ma prima ancora è un impegno che ormai mi solletica poco. Confesso tuttavia di aver coltivato per un certo periodo, davvero moltissimi anni fa, un progetto del genere, e di avere anche iniziato a lavorarci (come dimostrano le pagine che allego a questo scritto (“L’origine del progresso“), recuperate pari pari dal cassetto nel quale erano sepolte, e che mi azzardo ora a propinare solo come testimonianza della sostanziale coerenza di un percorso), nell’intento di ricostruire la genealogia di questa idealità. Se la cosa è rimasta allo stato di bozza è perché una salutare consapevolezza dei miei limiti la possedevo già a vent’anni, e non l’ho persa nel corso del tempo. Ma proprio in virtù della coerenza che rivendicavo sopra mi sento autorizzato invece a proporre, cogliendo al volo l’occasione, qualche considerazione spicciola, qualche banale constatazione di fatto, sperando di offrire anche ad altri degli spunti per riflettere.

La prima considerazione è naturalmente di carattere lessicale. L’uso linguistico è sempre un sensore affidabile dei fenomeni, oltre che il più immediato. E mai come in questo caso ritengo sia indispensabile avere ben chiaro il significato nel quale si usano le parole. Oggi quando si fanno progetti per il futuro, di qualsiasi tipo, si parla ormai solo di crescita. Quello della crescita è un concetto eminentemente quantitativo: implica il ragionare per dimensioni, volumi, e per antonomasia sottende espansione, incremento delle grandezze economiche (produzione, investimenti, occupazione, reddito, ecc…). È strettamente connesso ad una matematizzazione del mondo e di ogni aspetto della vita. Si parla del tasso di crescita, pensando ad un numero indice, mentre riferito ai singoli individui il termine viene declinato in peso e altezza, caratteristiche quantitative, o in numero di conoscenze, anch’esso in qualche modo misurabile. L’uso del termine crescita sembra garantire dunque al discorso un valore asettico, il crisma dell’oggettività.

Con maggior cautela è invece utilizzato il termine sviluppo, ormai indissolubilmente associato al limitativo sostenibile, e in questa formulazione viene contrapposto proprio alla nuda crescita. Nell’idea di sviluppo entrava un tempo una coloritura più variegata: quando si parlava di paesi in via di sviluppo, o sottosviluppati, si sottintendevano anche ritardi politici e culturali, oltre che economici, cosa che oggi cozza contro il politically correct e solo a pensarla ci si attira l’anatema. Ma quell’idea recava in sé anche una ambiguità insanabile, quella tra una concezione che leggeva lo sviluppo in termini quasi naturalistici, quasi fosse insito nelle cose stesse, ed una che lo vedeva come il prodotto di una volontà e di un disegno prettamente umani. L’ambiguità permane ancora oggi, ma nella sostanza sviluppo è passato a designare qualcosa di ben diverso da ciò che era chiamato a significare sino a cinquant’anni fa: qualcosa cioè di non ineluttabile, di estremamente complesso, da governarsi con mille attenzioni. Il problema è che in realtà il nuovo significato è molto vago, e si presta alle interpretazioni più peregrine e contrastanti.

Ad essere quasi scomparso dal lessico corrente, e già da un pezzo, è invece proprio il termine progresso. A progresso erano sottese valenze morali, sociali, politiche, ecc …, oltre a quelle economiche e tecniche, ancora più esplicite. L’avanzamento morale era considerato infatti una naturale e automatica conseguenza di quello economico e tecnico, e il tutto rappresentava l’esito di uno sforzo interamente umano. Il progresso incarnava insomma fino a qualche decennio fa la concreta manifestazione dello Spirito hegeliano, da accettarsi a scatola chiusa perché imperscrutabile nei modi e nei mezzi del suo dispiegamento, alla quale era naturale sacrificare ogni altro valore. Oggi, al contrario, il termine evoca non solo l’idea una grande illusione, ma quella di una grande menzogna, dietro la quale sono state celate e giustificate le infamie e gli sfruttamenti più sfacciati. Come si sia arrivati a questa inversione semantica è un po’ lungo da spiegare: vedremo di arrivarci per gradi.

Vorrei intanto sottolineare come la parola sviluppo susciti, anche nei critici della modernità e del modello occidentale, una reazione meno negativa di quella connessa all’uso di progresso. Credo che la spiegazione stia nel fatto che la prima ha una valenza originaria di matrice biologica: il nostro cervello nel corso della sua evoluzione ha sviluppato dei modelli conoscitivi che hanno dovuto tenere conto della mutevolezza della realtà, della incessante trasformazione del nostro corpo e di quella dell’ambiente che ci circonda, per accettarla senza essere indotto a reazioni di paura. Questi cambiamenti sono stati di conseguenza percepiti, fossero essi ciclici (stagioni, fasi lunari, ecc ..) o irreversibili, come fasi del naturale “sviluppo” di un organismo o di un intero ambiente. La parola progresso viene invece automaticamente ascritta ad un ambito “culturale”: indica qualcosa che va ben oltre, che chiama in gioco le arti e la téchne.

La seconda considerazione concerne la storia dell’idea di progresso. In genere diamo questa idea come scontata, nel senso che parrebbe aver accompagnato tutto il processo della “civilizzazione”; è invece piuttosto recente, risale a non più di quattro o cinque secoli fa, agli esordi della rivoluzione scientifica. In termini macrostorici la sua obsolescenza è quindi stata rapida (come del resto quella di tutte le idee guida sorte dopo quel periodo). In realtà la credenza nel progresso non si è mai affermata completamente, e soprattutto ha viaggiato su due binari ben distinti. All’inizio era caldeggiata solo dagli ambienti scientifici (l’Advancement of Learning, 1605, di Francesco Bacone può esserne considerato il manifesto antesignano – ma io credo che i veri precursori siano da individuarsi negli studi quattrocenteschi sulla prospettiva), mentre veniva osteggiata da quelli religiosi e dall’establishment intellettuale più conservatore, e rimaneva in pratica sconosciuta a tutto il resto della popolazione. Anche Fontenelle, che nel 1688 la teorizzò apertamente con la Digression sur les anciens et les modernes (in base al principio della costanza dell’ordine naturale, per cui come ogni altro processo di natura anche la vita dell’umanità è governata da leggi immutabili, e le differenze tra l’oggi e il passato hanno origine dall’accrescimento del sapere nel corso del tempo) non sarebbe stato assolutamente in grado di far comprendere in cosa consistesse all’atto pratico questo fantomatico progresso ai milioni di contadini che sopravvivevano stentatamente nelle campagne francesi e dell’Europa tutta. Sino alla metà del diciannovesimo secolo più dei due terzi dell’umanità del progresso conosceva solo, e a proprie spese, le ricadute tecnologiche peggiori, ovvero gli strumenti militari della colonizzazione o della repressione e quelli “civili” del controllo del tempo e del lavoro. E tuttavia, il mutamento di prospettiva aveva cominciato lentamente ad agire anche dall’interno, nelle coscienze individuali, come frutto della secolarizzazione galoppante. L’affermazione su vasta scala dell’idea fu in effetti più legata alla rivoluzione morale indotta dalla Riforma che ai ribaltamenti conoscitivi prodotti da Cartesio e da Newton.

Ciò che intendo dire è che agli inizi del Settecento nulla era ancora intervenuto tangibilmente a sconvolgere i ritmi millenari della vita contadina, ma qualcosa cominciava a smuoversi nelle coscienze, nella percezione del tempo e nelle aspettative che lo caratterizzavano. L’incontro col grande pubblico, la discesa dell’idea sulla terra, si realizzò però solo sull’onda del positivismo; le grandi esposizioni universali, il dilagare delle ferrovie, le meraviglie dell’elettricità e la diffusione delle industrie, erano qualcosa che andava concretamente a incidere sulla vita quotidiana.

Nel frattempo, tuttavia, dopo che l’Illuminismo aveva connotato “materialmente” questa progressione, portando in primo piano l’interesse per l’artigianato, per l’industria, per l’economia in generale, si era già scatenata la reazione romantica, a difesa del sentimento contro la ragione calcolante. Il progresso aveva cominciato ad essere messo in discussione non solo dalla cultura reazionaria, ma anche da quella che oggi si definirebbe cultura “progressista”. A fronte delle nuove meraviglie tecnologiche riuscivano evidenti anche i costi sociali e ambientali altissimi, e ciò alimentava da un lato le reazioni popolari, con fenomeni come il luddismo, dall’altro offendeva la sensibilità estetica e morale degli intellettuali. Nel corso dell’ottocento le due cose avrebbero poi trovato una composizione col nascere prima delle organizzazioni operaie e sindacali e col loro confluire poi in movimenti politicamente strutturati, attraverso i quali il rifiuto veniva incanalato nella direzione opposta: non era più l’idea di progresso ad essere messa in discussione dal basso, ma piuttosto la sua interpretazione in termini di una distribuzione ineguale dei benefici.

Ma proprio mentre sia il marxismo che il liberalismo cucivano l’idea di progresso sulle proprie bandiere, e persino i popoli non occidentali cominciavano a farla propria, la stessa veniva già data per spacciata a cavallo tra il XIX e il XX secolo dalla cultura decadente, tanto che dopo la prima guerra mondiale la sua parabola era considerata definitivamente chiusa. Il secolo scorso l’ha vista risorgere ancora, almeno nella coscienza popolare, nel trentennio successivo alla seconda guerra mondiale: ma solo per tramontare, e questa volta direi definitivamente, dopo gli anni settanta.

La storia dell’idea di progresso ha conosciuto dunque un andamento tutt’altro che lineare e progressivo, almeno per quanto riguarda la considerazione riservatale dall’ambiente intellettuale: ma, soprattutto, c’è stato uno scarto sia temporale che qualitativo notevole tra questa considerazione e la percezione che ne ha invece avuto la maggior parte dell’umanità. Ho azzardato questo pasticciatissimo riassunto per sottolineare una cosa molto semplice, che mi viene in mente ogniqualvolta leggo le requisitorie che si sono levate (e oggi più che mai si levano) da tutte le parti contro l’idea di progresso. Per quanto il mea culpa sia espresso in termini di norma molto generici (la nostra civiltà, il nostro sistema, ecc…), ho l’impressione che la responsabilità di aver coltivata (e mal digerita) tale idea venga alla fin fine tacitamente ribaltata sulla “gente”, sugli incolti che si sono lasciati abbagliare dagli effetti speciali e dalle luminarie, mentre la parte “pensante” rivendica per sé il ruolo di precoce cassandra inascoltata. Bene, le cose non stanno proprio così. Se questa idea per un certo periodo si è imposta è perché forse davvero recava con sé un nuovo tipo di speranza, un senso da dare all’esistenza, e davvero veniva suffragata, al netto di tutte le tare possibili, da effettivi e tangibili miglioramenti delle condizioni di vita. Non si è trattato della corsa insensata di una massa di allocchi ad inseguire una chimera, ma della legittima aspirazione dei molti a godere almeno in parte di ciò che ai pochi era stato da sempre garantito. Questo mi sembra doveroso chiarirlo, e va tenuto ben presente se si vuole evitare l’ipocrisia. Insomma: le semplici cifre dell’aspettativa di vita nel Seicento, ad esempio, confrontate con quelle odierne parlano chiaro. E raccontarci che non ha senso raddoppiare gli anni di vita senza riempirli di significato è uno stupido sofisma. Il ruolo del progresso, se un ruolo vogliamo attribuirgli, sarebbe quello di creare le condizioni per vivere di più, con minori fatiche e con maggiori sicurezze: a vivere meglio, nel senso di dare alla nostra esistenza un significato, dobbiamo pensare noi.

In sostanza: il popolo dei credenti nel progresso non usciva dall’Eden, checché si insista oggi a raccontare, ed è stato guidato all’esodo da un mondo immobile e tutt’altro che idilliaco proprio dalle avanguardie intellettuali. Se poi il percorso si è rivelato tortuoso, o addirittura, come pensano i più, catastrofico, una qualche responsabilità queste guide dovrebbero assumersela: prima tra tutte, quella di non aver saputo suggerire percorsi alternativi credibili, vuoi per l’incapacità spesso volontaria di comunicare con chiarezza, vuoi, soprattutto, per la presuntuosa ignoranza delle reali condizioni e delle vere aspettative delle “masse”.

La terza considerazione prende spunto direttamente dalla constatazione iniziale, dal fatto che alla “gente” appunto non importa più nulla delle missioni spaziali. Ciò non avviene perché il ripetersi di queste ultime abbia prodotta ormai una certa assuefazione: il fatto è che non si vede più nelle missioni alcun segno di progresso, non le si inquadra più in quella dimensione di speranza e di attesa per il futuro che aveva caratterizzato ad esempio il primo allunaggio. Il che significa che, lungi dall’essere distratta, la gente ha in realtà disgiunto l’idea di progresso da quella di avanzamento tecnologico: al momento vede solo quest’ultimo e si rende conto di come solo strumentalmente abbia a che fare con quella condizione di maggiore serenità e giustizia che il progresso nella visione dei suoi promotori avrebbe dovuto assicurare.

Qui si apre una questione delicata. Riguarda appunto il fatto che l’avanzare delle tecnologie è l’aspetto più clamorosamente evidente del cosiddetto progresso, ed ha finito per essere confuso ad un certo punto dai più con “il” progresso tout court. In realtà, la tecnologia dovrebbe essere solo lo strumento che rende possibile il progresso, o meglio, uno degli strumenti (altri possono essere considerati ad esempio la politica, ecc …). La tecnologia in sé è insomma come una scatola di fiammiferi in mano ad un bambino, secondo l’immagine di J. B. Haldane, e con quella il bambino può accendere delle candele che illuminano la stanza o dar fuoco a tutta la casa. In quanto strumento, se non funziona o se funziona male, può essere aggiustato, se produce disastri può essere cambiato. I tecnofobici tendono a sottolineare come da strumento essa sia diventata ad un certo punto fine a se stessa, si sia “autonomizzata”, e questo in parte è vero: ma non considerano a sufficienza il fatto che è la scelta del bambino, e non una autonoma volontà della scatola di fiammiferi, a produrre eventualmente la distruzione della casa.

È altresì vero (non lo dico io, lo afferma uno come il fisico Freeman Dyson[1]) che “negli ultimi quarant’anni gli sforzi maggiori della scienza pura si sono concentrati in campi altamente esoterici, lontani da ogni contatto con i problemi quotidiani. […] Al tempo stesso gli sforzi maggiori della scienza applicata si sono concentrati su prodotti che possano essere venduti con profitto. Poiché ci si può attendere che per i nuovi prodotti i ricchi paghino più dei poveri, la scienza applicata condurrà, come al solito, all’invenzione di giocattoli per i ricchi. […] L’incapacità della scienza di produrre benefici per i poveri in questi ultimi decenni è dovuta a due fattori che operano nella stessa direzione: gli scienziati puri sono diventati meno sensibili ai bisogni mondani dell’umanità, e gli scienziati applicati sono diventati più attenti alle prospettive di profitto immediato”. In effetti esiste anche una terza alternativa, quella che i fiammiferi vengano utilizzati solo per accendere delle sigarette. Ma non sono loro i responsabili del vizio del fumo.

Ora, l’identificazione del progresso con la tecnica, e della tecnica con la negazione della natura e col trionfo dell’artificio, è alla base di tutti gli attacchi all’ “ideologia” delle “magnifiche sorti e progressive”. Si tratta allora di capire se il progresso così inteso sia o meno intrinseco alla natura umana, sia cioè un fattore costitutivo e fondante della humanitas. E in caso affermativo, se gli esiti debbano essere considerati necessariamente quelli che abbiamo di fronte, o se invece non ci sia stato ad un certo punto uno scarto, non si sia prodotta una forzatura, che ne ha dirottato le finalità e condizionato i modi. E ancora, se questo fenomeno sia eminentemente “occidentale” oppure no, e chi e cosa abbia in tal caso prodotto la frattura.

Il discorso a questo punto diventa talmente complesso da consigliarmi di lasciare in sospeso la questione. Ho già messo sin troppa carne al fuoco. Potrà essere l’argomento per interventi futuri, meglio sarebbe se di altri.

Per il momento mi limito invece a un paio di constatazioni conclusive. Per quanto sia additata quasi universalmente come la causa di tutti i nostri guai, la tecnica (e per estensione naturalmente la scienza, della quale la tecnica costituisce la risultante performativa) è oggi è anche l’unica che ai guai – di origine naturale o artificiale che siano – può porre in qualche misura rimedio. Lanciare dei violenti j’accuse contro la mentalità scientifica, contro la “ragione calcolante”, contro la nemmeno troppo strisciante tecnocrazia, può far vendere qualche libro e procurare qualche comparsata televisiva in più, ma non offre risposte immediate e concrete ai sette e passa miliardi di umani che si aspettano domani di poter mangiare e di potersi curare. In questo momento qualche Agamben in meno e qualche scienziato in più farebbe comodo.

E a questo proposito: la vicenda Covid ha necessariamente intensificato il rapporto tra la gente comune e la scienza (ma in realtà è più corretto dire: con l’ambiente scientifico). Avrebbe potuto essere un’ottima occasione, purtroppo pagata a un prezzo salatissimo, per sottoscrivere una “nuova alleanza”, per aprire un dialogo che in realtà non c’è mai stato e per orientare la scienza stessa su obiettivi più “sociali”, distraendola da una vocazione che sta diventando sempre più “economica”. Così non è stato. Il rapporto è oggi caratterizzato da una fondamentale ambiguità, in gran parte dovuta proprio al comportamento “spettacolare” e in qualche caso decisamente incosciente degli “esperti”, esasperato poi all’ennesima potenza da una modalità di informazione becera e urlata, superficiale nel migliore dei casi e distorsiva negli altri. Così, da un lato, le diatribe tra virologi e immunologi e infettivologi hanno sconcertato un pubblico che si attendeva risposte certe, e hanno minato la credibilità dell’ambiente scientifico: dall’altro lo stesso pubblico si trova a dover confidare comunque sempre più, per ottenere risposte, in una scienza volgarmente screditata dai suoi sacerdoti. La situazione risultante non mi pare molto diversa da quella in cui sopravvivono le religioni: credere nella scienza è diventato per molti un puro atto di fede, motivato dalla disperazione. Invece di chiarire il ruolo reale che la scienza ha, che è quello di porre le domande giuste e offrire risposte sempre passibili di essere smentite o migliorate, si è accreditata da un lato l’immagine della scienza come nuova divinità, che si vuole o si spera infallibile, dall’altro quella di una grande menzogna, che non solo non risolverà il problema, ma è addirittura responsabile di averlo creato.

Non è di questo che abbiamo bisogno: abbiamo bisogno non di fede, ma di ragionevole fiducia, che significa una fiducia fondata su una maggiore conoscenza e attenzione collettiva a quel che davvero accade nel mondo scientifico. La scienza, pura o applicata che sia, può diventare “etica” e tornare a guardare alle reali necessità umane. Ma per farlo necessita di una spinta e di un controllo, e quelli siamo noi, attraverso i nostri comportamenti politici collettivi e quelli morali individuali, a doverli esercitare. Di fronte a situazioni come quelle attuali, e non mi riferisco solo alla pandemia, non ci sono più alibi per il disimpegno, e non serve a nulla ritirarci schifati sull’Aventino. Il progresso non è né il vento della volontà divina né l’alito fetido di un Moloch che ci divora. È ciò che la nostra natura e la nostra coscienza ci impongono di perseguire.

Per farlo avremo un gran bisogno di Perseverance. Ma che si muova qui, sulla terra.

Avevo promesso qualche indicazione di lettura. Eccone alcune, per cominciare.

BURY J. B. – Storia dell’idea del progresso, Feltrinelli 1964

EDELSTEIN, L., L’idea di progresso nell’antichità classica, Il Mulino 1987.

LASCH, Ch., Il paradiso in terra. Il progresso e la sua critica, Neri Poz-za, 2016

HALDANE J.B. S., Dedalo, o la scienza e il futuro, Boringhieri 2008

MUMFORD, L., Tecnica e Cultura, Il Saggiatore 1964

NACCI, M., Tecnica e cultura della crisi, Loescher 1982

ORTEGA y GASSET, J., La ribellione delle masse, SE 2017

ROSSI, P., Naufragi senza spettatore. L’idea di progresso, Il Mulino 1995.

RUSSEL, B., Icaro, o il futuro della scienza, Boringhieri 2008

SASSO, G., Tramonto di un mito. L’idea di progresso fra Ottocento e Novecento, Il Mulino 1984.

SCHELER, M., Il risentimento nella edificazione delle morali, Chiare-lettere 2019

SPENGLER, Osvald, Il tramonto dell’Occidente, Longanesi 2008

SPENGLER, Osvald, L’uomo e la tecnica, Meridiana 2008

TOYNBEE, A., Civiltà al paragone, Bompiani, 1949.

[1] ne Lo scienziato come ribelle, Longanesi 2009

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Grazie per la risposta. ✨

Con il fuoco nei polpacci

di Paolo Repetto, 28 febbraio 2021, prefazione a Sulle vette e negli abissi, vol. II di Opera omnia ed altri scritti, 2021

Come il primo volume (Uomini, tracce e impronte) col quale ho inaugurato la raccolta delle mie più recenti attività di scrittura, anche questo ospita storie e mini-biografie di viaggiatori che hanno calpestato la polvere e il fango di tutto il mondo. Là accanto agli spiriti irrequieti dei grandi camminatori comparivano quelli di scienziati ed esploratori, mossi, gli uni e gli altri, sia pure con diverse finalità, dalla voglia di conoscenza. La parte iniziale di questo secondo è invece più genericamente rivolta agli errabondi che la strada l’hanno conosciuta e battuta sin dalla giovanissima età, non per scelta ma per la necessità di lasciarsi alle spalle un’esistenza grama, e la cui vita, le scelte relazionali, politiche e culturali e, in alcuni casi, anche quelle letterarie, sono state profondamente segnate dalla condizione giovanile.

Ai vagabondi ho affiancato poi i “conquistatori dell’inutile”, gli alpinisti che hanno vissuto l’età eroica di questa pratica sportiva col semplice e genuino scopo di lasciare le loro impronte su ghiacciai impervi e vette ritenute impossibili. Una terza sezione, anche questa connessa in qualche modo al camminare, al viaggiare e all’andare per monti, rientra in quell’ autobiografia spirituale che sto scrivendo e aggiornando da sempre. L’ultima, infine, riprende e approfondisce alcuni argomenti, legati alla storia delle scoperte geografiche e della colonizzazione, che avevo affrontato tempo fa ne In capo al mondo.

Non sono materiali omogenei, malgrado abbia cercato di impostare per temi il disegno della raccolta: d’altro canto non potevano esserlo, proprio per la disordinata molteplicità degli interessi che la mia scrittura rivela. Se qualcosa tiene assieme il tutto, credo possa essere identificata nella curiosità partecipe: non ho seguito il cammino di questi personaggi con il distacco di un entomologo, ma li ho accompagnati passo dopo passo, ho rivissuto le loro avventure e ho patito le loro disavventure. A furia di leggerli e rileggerli li sento ormai come vecchi e sinceri amici. Sono davvero entrati nella mia vita, e questo dovrebbe almeno parzialmente giustificare il fatto che spesso, quando ne racconto, la mia vita entra nella loro.

Tracce e impronte

di Paolo Repetto, 28 febbraio 2021, prefazione a Uomini, tracce e impronte, vol. I di Opera omnia ed altri scritti, 2021

Il mondo lo si può “camminare” in vari modi, da soli o in compagnia, di fretta o in tutta calma, motivati da una scelta o spinti da una necessità; così come sono svariati i mezzi, oltre ai piedi, grazie ai quali si può viaggiare. Ma gli atteggiamenti fondamentali che inducono a incamminarsi per il mondo sono riconducibili in linea di massima a due: la semplice voglia di scoprirlo, magari in cerca di rifugio, e viverlo, oppure il desiderio di raccontarlo, studiarlo o conquistarlo. Nel primo caso sulla polvere o sul fango della strada percorsa si lasciano soltanto delle tracce, che vengono prima o poi spazzate via dal vento del tempo o dilavate dalle acque, mentre rimangono fortemente impresse nell’animo; negli altri casi si marcano invece delle impronte, a volte talmente profonde e durature che quel mondo vanno anche a modificarlo. E qualche volta accade anche che le orme involontarie diventino letteralmente impronte rivelatrici, come nei casi di Laetoli, dell’isola di Calvert o del deserto del Nefud.

Le pagine che ho raccolto in questi due primi volumi sono dedicate a uomini che il mondo lo hanno percorso nell’una e nell’altra maniera, in piccolo o in grande, con differenti intenti e nei contesti temporali più lontani, accomunati comunque dal desiderio di conoscerlo e di lasciare una traccia, almeno scritta, del loro passaggio. Si va dai grandi esploratori e dai camminatori instancabili a personaggi semisconosciuti, ai dilettanti del camminare, dell’arrampicare o del viaggiare, in una varietà che spiega, anche se forse non giustifica, il “vario stile” delle trattazioni. La continuità tra costoro è assicurata non da ciò che hanno fatto, hanno visto o hanno descritto, ma dallo spirito col quale hanno esaltato una naturale disposizione biologica traducendola in una scelta culturale.

Quanto poi tale scelta sia stata positiva o meno per l’umanità lo lascio discutere agli osservanti del “politically correct”: personalmente credo si tratti di una diatriba stupida, o perlomeno inconcludente, perché quello di ampliare e allontanare sempre più il proprio orizzonte è per l’uomo un istinto, dettato dalla necessità di sopravvivenza, sin dal momento in cui ha assunto la postura eretta. Forse non ha ottemperato appieno all’imperativo di Ulisse, e nel suo peregrinare ha perseguito più “canoscenza” che “virtute”: ma questa è un’altra storia, e l’affronteremo altrove.

Antigone e la confraternita degli opliti

di Paolo Repetto, 23 gennaio 2021

Nell’intervento “Dalla parte di Creonte“ Nicola Parodi ha attualizzato, trasponendoli nella realtà odierna, due momenti di quello che potremmo definire l’esordio del “modello occidentale”: la vicenda di Antigone, emblematica per molti aspetti della esclusione di genere, e la nascita della “morale oplitica”, con le sue risultanze “democratiche”. A suo tempo anch’io avevo affrontato, ne “La vera storia della guerra di Troia“, gli stessi argomenti, sia pure trattati solo nel contesto originario, e ho pensato che potrebbe essere utile riproporre in questa occasione, a supporto delle considerazioni di Nicola, un paio di stralci da quello studio. Potrà apparire un gesto di scarsa eleganza, smaccatamente autoreferenziale, visto che sarebbe stato sufficiente il link che rimanda a quello scritto: ma non mi importa affatto. La realtà è che mi fido poco della memoria di chi mi legge e meno ancora che delle semplificazioni tecnologiche per risvegliarla. Inoltre, oggettivamente, le pagine che riporto sono disperse in mezzo ad altre centocinquanta, e queste ad un mio ipotetico e pigro lettore mi sento in dovere di risparmiarle.

Ecco dunque i due brani estrapolati. Magari potranno spingere qualcuno a leggere anche il resto.

Il cittadino-combattente (pag. 52-53)

Con la crescita demografica successiva al VII secolo la fame di terra moltiplica gli attriti. Le scaramucce tra villaggi diventano ora vere e proprie campagne belliche e coinvolgono un numero sempre maggiore di combattenti. Da locali i conflitti diventano regionali. Le bande lasciano il posto agli eserciti, e per forza di cose il nucleo di questi ultimi non è più costituito dalla cavalleria, ma dalle falangi degli opliti. L’evoluzione delle tecniche militari consente la partecipazione attiva alle guerre anche a coloro che possono disporre solo di un armamento semplice: una cerchia sociale molto più ampia si trova quindi ad essere protagonista nei conflitti e chiede quale contropartita di diventare tale anche nei momenti decisionali. I privilegi della aristocrazia dei cavalieri sono sempre meno accetti, mentre si fa strada una concezione più “democratica” delle prerogative politiche. Se ne ha già un accenno, sia pure in termini totalmente spregiativi, con la vicenda di Tersite nel secondo libro dell’Iliade.

Lo schieramento oplitico comporta una radicale trasformazione delle modalità di combattimento. Le azioni della fanteria sono forzatamente collettive; necessitano di legami molto più forti tra i combattenti, che devono farsi sicurezza l’un l’altro, in un assetto nel quale non trovano più posto l’iniziativa e la virtù del singolo, ma sono fondamentali il coordinamento e l’azione comune. Cambiano quindi anche le virtù richieste al guerriero: lucidità, autocontrollo (la sophrosyne), resistenza e capacità di obbedienza, in luogo dello scatenamento anarchico e indisciplinato. E cambia la percezione stessa del nemico: l’avversario che Aiace conosceva e guardava negli occhi, sia pure prima di ucciderlo, era comunque un individuo, e veniva riconosciuto come tale. L’oplita ha di fronte solo una massa indistinta e feroce, che di umano ai suoi occhi conserva ben poco.

Nella prima fase dell’età classica non esistono più grandi differenze tra le diverse aree della penisola. La cittadinanza, tanto in Atene come a Sparta, a Tebe o a Corinto, è riservata a coloro che sono in grado di esercitare l’arte della guerra, ovvero di provvedere al proprio armamento e al proprio addestramento: per un lungo periodo (a Sparta sempre) a tutti gli altri, non solo agli schiavi e alle donne, ma anche agli iloti e ai nullatenenti, sono delegati i compiti lavorativi e domestici.

Le tensioni si scaricano però anche al di fuori della penisola, incrementando la diaspora ellenica sia verso occidente, in quella che sarà la Magna Grecia, che verso la sponda asiatica dell’Egeo. I Greci, gli Ioni in particolare, si affidano sempre di più al mare. La vicenda stessa di Troia rievoca già un episodio di colonizzazione oltremare, ma sono soprattutto le peripezie di Odisseo a raccontarci i rischi e i modi di questa vocazione (ereditata peraltro dalla civiltà minoica, e alimentata dal desiderio di sottrarsi al nuovo ordine dorico). Il rapporto col mare diventa, soprattutto per le pòleis costiere, fondamentale, e non solo sul piano economico. Segna profondamente ogni aspetto della mentalità, a partire da quello politico. Lo sguardo rivolto al mare e quello rivolto alla terra sono diversi. Il primo induce a una “desacralizzazione” della natura molto più radicale: “Il mare è natura in un senso differente da quello della terraferma: è estraneo e ostile e come tale richiede, perché lo si possa addomesticare, artifici tecnici, e la nave è l’unico strumento che consente all’uomo di dominare gli sconfinati e pericolosi oceani. Sotto questo profilo la nave è simbolo di movimento, di espansione commerciale e di progresso. La peculiarità del progresso è il fatto di non conoscere alcuna sorta di limite, di ordine, di confine […] Il passo verso un’esistenza puramente marittima provoca, in se stesso e nella sua interna ulteriore consequenzialità, la creazione della tecnica in quanto forza dotata di leggi proprie […] L’incondizionata fede nel progresso è sintomo del passo compiuto verso un esistenza marittima”. (C. Schmitt, Terra e Mare)

Ad Atene l’accentuarsi della vocazione all’imperialismo marittimo radicalizza la “democratizzazione” del potere. All’epoca delle guerre persiane diventa necessario dotarsi di una flotta che almeno in parte riequilibri lo sfavorevole rapporto di forze. Ma la guerra per mare comporta una novità: a combatterla, nei ruoli di marinai e rematori, sono uomini non più tenuti ad armarsi a proprie spese, e in larghissima misura sono i rappresentanti di quel ceto dei non possidenti escluso in precedenza dalla partecipazione politica, che entra ora nelle assemblee e si presta a diventare massa di manovra per i demagoghi.

Le donne in scena (pag. 76-85)

Una situazione pressoché analoga a quella dell’Aiace, con sviluppi e implicazioni molto più articolati, la ritroviamo nell’Antigone, messa in scena da Sofocle pochi anni dopo (442). Anche qui ci sono cadaveri insepolti, anche qui esplode lo scontro tra due concezioni della legge, impersonate da Antigone e Creonte. Antigone è sorella di Eteocle e Polinice, figli di Edipo, che dopo essersi accordati per regnare alternativamente su Tebe un anno ciascuno sono venuti a conflitto (al solito, chi il potere ce l’ha, in questo caso Eteocle, non ci pensa minimamente a mollarlo, in barba ai patti). Polinice ha messo assieme un esercito nel quale spiccano sette grandi guerrieri (sono i famosi Sette contro Tebe di Eschilo, capostipiti di un filone che passando per I sette samurai e I magnifici sette ha costituito un punto fermo del mio immaginario adolescenziale) e ha marciato sulla città, ma ha trovato la morte nell’assalto decisivo, dandola peraltro a sua volta ad Eteocle. Dopo la vicendevole eliminazione dei due fratelli la spedizione si esaurisce e il nuovo re di Tebe è Creonte, il quale come primo provvedimento emana il divieto assoluto di inumare il corpo di Polinice. Vuole che venga lasciato insepolto, in pasto ai cani e agli uccelli, a monito per chiunque, dentro e fuori la città, osasse provare ancora ad attentare all’ordine costituito. Creonte giustifica questo suo provvedimento appellandosi al nòmos, in particolare al nòmos despòtes, alla legge cioè sovrana che governa la pòlis.

Contro questo decreto si ribella Antigone, determinata a dare sepoltura al fratello in contrasto con la legge della pòlis e in nome, invece, di una legge superiore, divina, quella che ha trovato corpo nel diritto consuetudinario proprio del gènos.

Nell’Aiace Ulisse alla fine faceva trionfare il buon senso ed evitava guai peggiori: qui invece le cose finiscono davvero male, anche rispetto ai parametri della tragedia sofoclea. Muore Antigone, che imprigionata si suicida. Muore il fidanzato di lei e figlio di Creonte, Emone, che ne ha trovato il cadavere e volge contro se stesso la spada, dopo aver provato ad ammazzare il padre. Muore infine suicida per il dolore anche la moglie del re, Euridice. Tutto questo dopo che Creonte, sia pur tardivamente, aveva deciso di fare marcia indietro e consentire la sepoltura. Ma a rendere significativa la tragedia non è il finale, quanto piuttosto tutto il dibattito che implica, e che si iscrive appieno nel processo di transizione di cui abbiamo parlato sopra. Si fronteggiano la legge della società e quella della comunità, il diritto “positivo” fondante del moderno e quello eterno, “divino”, universale. A difesa di quest’ultimo non si mobilita però alcuna divinità. Anche in questo caso gli dei brillano per la loro assenza. Sono stati ormai interiorizzati e parlano per voce del coro.

Sotto il profilo umano Sofocle parteggia in maniera sfacciata per Antigone, dandoci di Creonte l’immagine di un despota stolido e sospettoso, che legge in chiave di dissenso politico ogni richiamo all’umanità o alle ragioni del cuore (il dialogo col figlio è da manuale). Anche verso la fine, nel colloquio con l’indovino Tiresia, il re non è affatto scosso dalle accuse che gli vengono mosse (“e un altro invece, che appartiene agli Inferi,/ qui senza tomba e senza onor lo tieni,/ cadavere nefando; e tal diritto/ non appartiene a te, non ai Celesti/ d’Olimpo; e pure, è tuo questo sopruso”), ma solo dal vaticinio neppur troppo velato delle disgrazie che si va attirando: “E l’Erinni dei Numi e dell’Averno/ t’agguatano perciò, vendicatrici,/ sterminatrici, perché tu procomba/ nei medesimi mali”).

Trasportati nello scenario precedente, Creonte sosterrebbe le ragioni di Menelao, Antigone quelle di Teucro, ma con gli argomenti di Odisseo. In realtà, però, sul filo del diritto una qualche ragione viene riconosciuta anche a Creonte: quando afferma ad esempio che i giusti non possono ottenere gli stessi onori dei criminali, e che i vincoli di sangue con Antigone, che è tra l’altro sua nipote, non devono indurlo a fare eccezioni alla legge. Quello che gli viene rimproverato è piuttosto il peccato, il solito, di hybris, la pretesa di far valere questa legge addirittura al di sopra di quelle divine.

La novità vera è però che sul comportamento irragionevole di Creonte, sulla sua determinazione ad imporre una autorità che tra-scende, per i modi prima ancora che per la sostanza, nell’arbitrio, perseguendo la propria stessa rovina, pesa enormemente l’avere come antagonista una donna. Che non si tratti di un fattore secondario lo dimostra la ripetuta insistenza su questo aspetto. Creonte non pare il tipo da accettare comunque di essere contraddetto: ma che a farlo sia una femmina lo affronta in maniera particolare. È spiazzato, ossessionato dal timore di perdere la faccia cedendo alle sue richieste, di apparire debole al suo confronto: “Costei die’ prova della sua protervia/ quando le leggi imposte vïolò:/ dopo la colpa, una seconda volta/ proterva ora si mostra, che dell’opera/ insuperbisce e ride. Ed uomo adesso/ più non sarei, ma questa uomo sarebbe, / se non avesse pena, anzi trionfo.” E deve quindi ribadire agli altri, ma prima di tutti a sé, il concetto: “Io finché vivo non prenderò mai ordini da una donna”.

L’ossessione non doveva essere solo sua. Antigone lancia una bella sfida anche agli spettatori della tragedia. Proviamo a immaginare come quel pubblico, tutto maschile, doveva vivere la sua ribellione. Magari poteva provare simpatia per la giovane, ammirazione per il suo coraggio, rispetto per il suo appellarsi ad una legge superiore, ma qui non era in ballo solo il contrasto con Creonte, rischiavano di saltare anche quelle convenzioni sociali che regolavano ormai da tempo la convivenza tra i due sessi in maniera più o meno omogenea in tutta la Grecia. Qui l’hybris non macchia solo il re, ma anche la sua oppositrice. Che poi Antigone sia diventata col tempo un’icona della resistenza ad ogni dispotismo, ben al di là delle intenzioni di Sofocle, per il quale la giovane non persegue alcuna volontà eversiva ma è mossa solo dall’attaccamento ai valori e agli affetti familiari, è un altro discorso. A noi interessa il parallelismo possibile con la vicenda di Aiace, e più ancora la sottolineatura da parte di Sofocle di questo atteggiamento, per i tempi inaudito e inaccettabile in una donna.

Manca ancora però un tassello per poterci agganciare al tema che avevo annunciato. Nell’una e nell’altra tragedia Sofocle fa riferimento, sia pure nelle forme del drama, ovvero di un confronto in atto, ad un atteggiamento mentale ormai consolidato. In realtà dà per scontato il nuovo modello e ne indaga semmai le più sottili implicazioni psicologiche, la terra bruciata fatta attorno all’eroe che vuole mantenersi all’altezza del suo ethos e la solitudine scelta dall’eroina.

Il passaggio cruciale, lo scontro tra le due mentalità, tra il nuovo modello “politico” e razionale e quello tradizionale, era già stato affrontato (e in qualche misura risolto) invece quasi due decenni prima, quando Eschilo nell’Orestiade aveva portato l’attacco alla vecchia concezione del vincolo di sangue.

La vicenda è nota. Per poter fare vela verso Troia Agamennone sacrifica la figlia Ifigenia alla dea Artemide, scatenando l’odio della moglie Clitennestra. Quando dopo dieci anni fa ritorno ad Argo, la consorte gli lascia giusto il tempo di rimettere piede nel suo palazzo e vendica la figlia. Trascorrono altri dieci anni e il secondo figlio, Oreste, rimasto sino ad allora in esilio, su ordine di Apollo uccide sia la madre che l’amante di quest’ultima, Egisto. Per il suo atto matricida però viene perseguitato dalle Erinni, le antiche divinità “terrene” deputate a vendicare i delitti, in particolare quelli compiuti contro i propri famigliari, che lo inseguono per tutta la Grecia. Fin qui (queste vicende sono raccontate nell’Agamennone e ne Le Coefore) tutto regolare: una spirale di violenza e di odio, una catena di omicidi e di conseguenti vendette che promette di non avere più fine. A meno che non si arrivi a riconoscere da parte di tutti un potere esterno con facoltà di emettere giudizi insindacabili. Questo è quanto avviene ne Le Eumenidi, e costituisce il passaggio decisivo ed epocale.

Oreste, assistito da Apollo che lo ha istigato al matricidio e non vuole ora abbandonarlo, si reca ad Atene, sull’Areopago, dove la dea Atena ha convocato dodici saggi che dovranno discutere il caso ed emettere un giusto verdetto. Si inscena un vero e proprio processo, nel quale l’imputato finisce per avere un ruolo secondario. Il dibattimento vede protagonisti infatti da un lato le Erinni, portatrici di una giustizia ancora arcaica, che non transigono sulla necessità di far espiare il peccato attraverso una punizione vendicativa, dall’altro gli dei solari, Atena e Apollo, che incarnano un nuovo concetto di giustizia, razionale e civile. Questi ultimi sono consci che la faida, estendibile potenzialmente a tutta l’umanità, deve essere necessariamente interrotta, pena l’impossibilità di una vita comune, di una società civile. Ma la soluzione non è semplice. Nemmeno Atena, la personificazione della razionalità, che chiama anche gli uomini ad assumersi la responsabilità di decidere, sembra in realtà in grado di sciogliere il nodo. Una mezza via d’uscita la indica Apollo, che interpreta in maniera molto moderna il suo ruolo di avvocato difensore: cerca infatti di declassare il reato, sostenendo che il crimine di Oreste non può essere considerato un delitto contro il proprio sangue, dal momento che l’eredità di sangue passa solo attraverso il padre. Alla fine la votazione dei giudici dà un risultato di parità, e risulta quindi decisivo il voto di Atena, naturalmente favorevole all’assoluzione di Oreste. Ma la dea sa bene che non può essere solo questione di numeri: una tradizione tanto radicata, non solo nella storia, ma nella natura umana stessa, non può essere liquidata d’imperio. Atena si rivolge quindi al coro delle Erinni, che lamentano di essere state umiliate dalla sentenza e promettono resistenza, e le invita a diventare le custodi del nuovo diritto, ovvero a trasformarsi in Eumenidi: “Credete a me: non v’affliggete troppo. / Vinte non foste: il numero dei voti/ fu pari: e spregio a te non vien. (…) Ed io con certa fede a voi prometto/ che in questa terra di giustizia avrete/ riposte sedi, e onor dai cittadini, / presso l’are sedendo, in troni fulgidi”.

L’avviso vale naturalmente anche per gli uomini: “Or la mia legge udite, Attiche genti, / voi prime elette a giudicare questa/ causa di sangue. Al popolo d’Egeo/ anche i venturi dí, questo consesso/ … darà sentenza […] Esso il rispetto/ ed il timore ai cittadini in cuore/ indurrà, che non mai, né dí, né notte,/ vïolino giustizia, e che le leggi,/ d’Atene i cittadini mai non mutino:/ ché, se di fango e umor fradici, l’onda/ limpida inquini, ber più non la puoi./ Vita consiglio ai cittadini miei/ né senza freno, né servil: né lungi/ dalla città si scacci ogni timore:/ qual uom giusto sarà, se nulla teme?/ Voi temetelo dunque e rispettatelo:/ esso schermo dell’Attica sarà,/ e salute d’Atene; e alcun degli uomini/ il simile non ha, né fra gli Sciti,/ né di Pelope il suol: tale consesso,/ venerando severo incorruttibile/ della terra d’Atene propugnacolo,/ vigile su chi dorme, io stabilisco./ Questo ammonisco ai cittadini miei/ che sia per l’avvenire. Adesso alzatevi, / prendete i voti, ed ossequenti al giuro, / equa sentenza pronunciate. Ho detto”.

Col che, la questione parrebbe chiusa. Ma nelle pieghe della vicenda se ne annida un’altra, strettamente connessa alla prima ma molto meno messa in risalto dalla critica successiva. L’attacco di Eschilo passa attraverso la demonizzazione del genere femminile, nella figura di Clitemnestra. È lei la vera protagonista delle prime due tragedie, Agamennone e Le Coefore, come carnefice prima e vittima poi, e sotto le spoglie di fantasma anche de Le Eumenidi. È l’unica che agisce dall’inizio alla fine per volontà propria, e non su istigazione o per ordine degli dei – quelli nuovi, quelli olimpici. È anche vero che nasce decisamente male, figlia di un’adultera e condannata per una maledizione di Afrodite ad essere adultera a sua volta, così come la sorella Elena, e che funge da pedina per il compimento di un’altra maledizione, quella gravante sulla stirpe dei Pelopidi: quindi una certa determinazione nel suo destino agisce. Ma i particolari messi in rilievo da Eschilo (l’eccitazione sessuale che dice di aver provato nell’uccidere il marito, ad esempio) vanno in un’altra direzione e la candidano ad incarnare per i Greci il prototipo della perfidia e della mostruosità femminile.

Nell’Odissea, durante la visita all’Ade Ulisse incontra anche l’ombra di Agamennone, che definisce l’uxoricida: “quel perfido mostro”. È un risentimento comprensibile, visto che la moglie lo ha massacrato nel sonno a colpi d’ascia. Ma non si può negare che Agamennone quella fine se la fosse cercata. Aveva infatti sposato Clitennestra dopo aver sconfitto il primo marito di lei, Tantalo, e aver ucciso sfracellandolo contro una roccia il loro figlioletto. Le aveva fatto generare quattro altri figli e aveva poi sacrificato, per esorcizzare una maledizione di Artemide, proprio Ifigenia, la più cara a Clitennestra. Non meraviglia che quest’ultima abbia maturato e covato, negli anni della sua assenza, un odio sempre più implacabile contro il marito, il quale per giunta si presenta accompagnato da una nuova concubina, la sventurata Cassandra, che porta in grembo un figlio. Ma di questo Eschilo non sembra tenere molto conto. Quella che ci mostra è una donna violenta, crudele, falsa, priva di senso materno, assetata di potere, nonché adultera e assassina: insomma, una donna che si comporta come solo potrebbe un uomo (e qui sta evidentemente la sua vera mostruosità). Quando in Agamennone racconta il suo crimine “così ho fatto – dice – e non lo negherò, in modo che egli non potesse fuggire né difendersi contro la morte. Una rete senza uscita, come per i pesci, gli avvolgo intorno, sinistra veste fastosa. Lo colpisco due volte, e in due gemiti gli si sciolgono le membra; e su lui caduto aggiungo un terzo colpo, offerta votiva all’infero Ade, salvatore dei morti. Così, cadendo, egli esagita l’anima: e soffiando fuori un violento getto di sangue, mi colpisce con nero spruzzo di sanguigna rugiada: e io ne godo, non meno che un campo seminato per il ristoro mandato dal cielo su gemme che si schiudono […]” (vv 1380-1392).

L’insistenza di Esiodo su una sensualità torbida è confermata quando Clitennestra ricorda l’uccisione di Cassandra, e dice che “aggiunse condimento al piacere del mio letto” (vv. 1446-1447) .

Questa donna che si serve di un’ascia bipenne (il simbolo del potere) per fare a pezzi il marito – e che con quell’ascia e le braccia e le vesti lorde di sangue sarà sempre rappresentata nell’iconografia antica – è il costante incubo maschile: è la vecchia società dal sangue che resiste con i suoi mezzi propri, l’inganno, il tradimento, la crudeltà, alla nuova organizzazione del potere e della società. A Clitennestra vengono imputate tutte le possibili colpe: tradisce il marito e poi lo uccide, non esita a tentare di uccidere anche il figlio, mette la figlia in condizione di non procreare, per evitare possibili futuri vendicatori, consegna la città nelle mani di un tiranno usurpatore. Fa insomma né più né meno quello che Agamennone, e prima di lui suo padre e gli altri maschi della stirpe dei Pelopidi avevano sempre fatto: ma lo fa in nome di un ordine vecchio, e la sua vera colpa è questa. Oreste la uccide non tanto per vendicare l’assassinio del padre quanto per rispristinare in Argo la legalità. Fa prevalere il senso dello stato su quello della famiglia.

Clitennestra segue quindi la sorte di Aiace, perché rappresenta il vecchio ordine, la giustizia primitiva fondata sulla passione, anziché sulla razionalità. L’uno e l’altra rappresentano uno stadio sociale primordiale, il primo come situazione contingente, la seconda come condizione permanente. La sua violazione del nuovo ordine è infatti duplice: non solo ha ucciso un sovrano, ma ha ucciso un uomo: “d’infamia se stessa macchiò/quel mostro funesto e le donne future/ tutte, se di buone ne nascano alcune” dice l’ombra di Agamennone ad Ulisse (OD. XI, 432-434).

L’uccisione di Clitennestra è l’ultimo atto della legge del taglione e il primo del nuovo ordine. Come recita il coro delle Eumenidi, da adesso varranno leggi che guardano all’interesse della comunità, al bene di tutti, che non può essere affatto garantito in un regime di vendetta. Ma questo non significa che la guerra, ovvero il processo di demonizzazione della donna, sia finita. C’è un altro personaggio che riesce ad assommare tutte le componenti del negativo, perché rappresenta una cultura totalmente altra, una minaccia che viene dall’esterno, e al tempo stesso personifica anche il pericolo che alligna all’interno.

Se c’è una figura estranea alla cultura della pòlis, è quella di Medea. È una donna, una barbara, e in sovrappiù una maga. Come donna presenta tutti i tratti della debolezza femminile, ma aggravati dal rifiuto della subalternità, e accentuati perché proviene da un mondo barbaro, nel quale non valgono le regole ormai vigenti in Grecia. Come barbara infatti appare indecifrabile e sanguinaria. Come maga poi (il nome stesso la classifica tale: dal sanscrito medha, che è anche radice di medicina) è nipote (o sorella, secondo una variante del mito) di Circe, ed è sacerdotessa di Ecate, dea madre della notte e compagna di Ade. Quindi è consacrata al culto della grande Dea, alle divinità terrene primordiali, quelle che come le Erinni sono spazzate via, in Grecia, dal passaggio all’ordine patriarcale.

La figura di Medea ha ispirato fiumi di letteratura, oltre ad una fervida fioritura di immaginazione iconografica. Nell’antichità il mito è stato riproposto in mille versioni diverse, a partire da quelle offerte nelle Argonautiche di Apollonio Rodio e nelle Metamorfosi di Ovidio sino a quelle delle tragedie di Seneca e del tardo latino-cristiano Draconzio (V secolo). Ma a noi qui interessa l’originale (o quasi: sembra che sullo stesso soggetto fossero già state scritte altre tragedie): la Medea di Euripide.

Se si badasse solo alla storia, come Euripide la racconta, il comportamento di Medea, pur non giustificato, sarebbe per lo meno comprensibile. È una donna tradita dall’uomo che ama, dopo che per salvarlo e per seguirlo ha compiuto ogni possibile efferatezza: ha ucciso il proprio fratello, disperdendone poi le membra in mare per frenare l’inseguimento del padre, e ha fatto uccidere con l’inganno lo zio spergiuro di Giasone dalle sue stesse figlie. Una volta approdata a Corinto, assieme al suo uomo e ai figli che da lui ha avuto, spera che le sue vicissitudini siano terminate: ma si trova di fronte al tradimento di Giasone, che nella prospettiva di impalmare una ragazza molto più giovane e di succedere per tramite suo al trono non ci pensa due volte a ripudiare Medea, e pretenderebbe anche che lei si rassegnasse. Visto fallito ogni tentativo di farlo recedere, la donna scatena la vendetta: prima fa morire con una veste avvelenata la promessa sposa e il padre di lei che è accorso a soccorrerla, poi arriva persino ad uccidere i propri figli, per straziare il cuore e l’orgoglio di Giasone e interromperne la discendenza. Alla fine della tragedia se ne va da Corinto, e non di soppiatto, ma sul carro del sole, portandosi appresso i cadaveri dei figli e lasciando Giasone ad inveire impotente.

Con tutto questo la sua figura giganteggia in una luce non soltanto negativa, come accade invece a Clitennestra. Per come rappresenta Giasone, egoista e meschino, interessato soltanto alla conquista del potere e pronto ad usare come mezzo il suo fascino sulle donne (Odisseo non è il solo), Euripide sembra in fondo totalmente schierato dalla parte dell’eroina, almeno sul piano del sentimento. Giasone paga il prezzo più atroce per la sua meschinità, ed è anche sbeffeggiato e umiliato nel finale: “Alla terra mi reco io d’Erettèo, / e con Egèo, figliuolo di Pandíone/ abiterò: tu, com’è giusto, morte / farai da tristo, ché sei tristo: avranno/ amaro fine le tue nuove nozze”.

Se lo si analizza un po’ più in profondità, però, il gioco mostra il suo rovescio. La grandezza tragica del personaggio di Medea sta proprio nella continua lotta tra la razionalità e le passioni che la dilaniano, e questo spiega l’attenzione, se non proprio la simpatia, che Euripide le riserva. Medea è una donna debole e forte allo stesso tempo, in grado di riempire la scena da sola col suo conflitto interiore. Forte perché padrona della sua vita e non disposta a piegarsi davanti a nessuno, e debole perché sola, disperata ed intenzionata a distruggere tutto ciò che rappresenta il suo passato. Alla fine, comunque, risulta chiaro che di un essere del genere non ci si può assolutamente fidare. Ciò che teorizzeranno pochi anni dopo Platone e Aristotele, ovvero che la donna non è in grado di compiere scelte perfettamente razionali, ma è sempre possibile preda dell’emotività e delle passioni, qui è già chiaramente esplicitato. A differenza di Clitennestra, che non è mai attraversata da dubbi, Medea passa in continuazione dalla feroce volontà omicida al pentimento, dalla tentazione di lasciar perdere alla riaffermazione dei suoi propositi. È anch’essa smisurata, per certi versi più ancora di Clitennestra, ma è pericolosa soprattutto per la componente di umanità che ancora alberga in lei, e che la rende anche oggetto di compassione. Questo almeno ad una lettura moderna, perché è probabile che al momento in cui la tragedia venne messa in scena per la prima volta il sentimento degli spettatori fosse molto diverso.

L’elemento di novità, anche per i contemporanei, stava piuttosto nel fatto che la tragedia è essenzialmente incentrata sugli umani. Gli dèi in pratica non intervengono mai: tanto da spingere Giasone, verso la fine della vicenda, ad inveire contro di essi, accusandoli, senza ricevere risposta, di non aver impedito la triste sorte dei suoi figli. Ma il tentativo di scaricare su di loro la responsabilità non è affatto convincente. “Avete fatto tutto voi”, sembra dire Euripide, che giudica colpevole non solo Medea, esecutrice materiale dei delitti, ma anche Giasone, reo di aver ingannato la protagonista per un “letto migliore”.

Non stupisce comunque che nel 431, l’anno in cui venne presentata in concorso per le Grandi Dionisiache, la tragedia non sia andata oltre il terzo posto. Al di là del rapporto sempre conflittuale di Euripide col pubblico ateniese, l’immagine proposta doveva risultare davvero inquietante. Per la prima volta nel teatro greco (almeno per le opere note) è protagonista la passione intima di una donna, una passione violenta e feroce. Ma la tragedia contiene anche una forma di critica al modello familiare tradizionale in vigore nella Atene del V secolo a.C. Allo sdegno ed alla disperazione di Medea per le nuove nozze del marito, Giasone ribatte con motivazioni che all’ateniese medio potevano apparire sensate: la necessità di generare nuovi figli per la città e l’ambizione di assicurarsi una posizione sociale adeguata. E anche la convinzione di aver già fatto già molto per Medea, portandola via dal mondo barbaro in cui viveva prima (la Colchide). Ma dal dialogo serrato tra i due, in cui la moglie enumera i rischi del matrimonio per una donna, vengono fuori anche delle incontestabili e scomode verità: “Anzitutto (noi donne) dobbiamo versare una robusta dote e prendere un marito che sarà il padrone della nostra persona, senza sapere se costui sarà buono o cattivo” accusa Medea, lamentando che “separarsi dal marito è una disgrazia, ripudiarlo non si può… L’uomo quando si annoia esce con gli amici e si distrae, mentre noi siamo condannate a vedere una sola persona per tutta la vita” e concludendo amaramente con la celebre invettiva: “(gli uomini) sostengono che, mentre loro rischiano la vita in guerra, noi donne viviamo sicure in casa. Falso! Preferirei combattere tre volte in prima linea piuttosto che partorire una volta!” Al che Giasone non sa rispondere altrimenti se non accusandola di essere, come tutte le donne, attaccata solo al letto.

Dallo scontro tra due culture diverse, una considerata più moderna e civile (Corinto), l’altra più barbara e arretrata (la Colchide), nel quale la gerarchia dei valori in campo doveva apparire evidente, è invece la forza negativa della duplice diversità di Medea ad uscire oggettivamente vincitrice, con un messaggio finale che è in effetti un non-messaggio, perché non offre soluzioni. Tutto ciò anche rapportandoci ai criteri dell’epoca, e senza dubbio al di là delle intenzioni di Euripide. Rimane l’ultima desolata considerazione di Giasone: “Oh, niuna tanto/osato avrebbe delle donne ellène/ da me neglette, che te scelsi a sposa, / te mia nemica, te rovina mia,/ leonessa e non donna, e ch’hai natura/ selvaggia più della tirrena Scilla”, che al di là del riferimento a Pericle, per il suo legame con l’asiatica Aspasia, suona come un monito agli spettatori, un richiamo al sano “mogli e buoi dei paesi tuoi”.

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Grazie per la risposta. ✨

Dalla parte di Creonte

di Nicola Parodi, 22 gennaio 2021

Sui giornali di questi ultimi giorni spiccano (insomma, compaiono in sesta pagina, dopo le interviste a Mastella) le notizie riguardanti le donne e la politica. Si parte dall’incarico di governo conferito in Estonia ad una donna, che porta il numero dei paesi nordici retti al femminile a sei su otto; si prosegue con la discussione in corso presso la Corte Costituzionale sulla costituzionalità della legge che assegna ai figli il cognome del padre; e si finisce con le richieste di nominare finalmente anche da noi delle donne alle cariche di Presidente della repubblica o del Consiglio, ciò che a molti appare come una possibile panacea per l’Italia.

Questi interventi mi spingono a trarre spunto da un articolo di Mauro Fornaro, “DONNE AL POTERE! Ragioni psicologiche dell’accesso femminile a ruoli dirigenziali”, pubblicato su Cittàfutura, per qualche breve considerazione. Nel suo articolo Fornaro inizia la riflessione sostenendo che “La letteratura greca ci ha consegnato un classico momento delle differenze di genere: Antigone, nell’omonima tragedia di Sofocle, onorando con le esequie funebri il fratello Polinice benché la sepoltura fosse interdetta ai traditori della patria, rappresenta le istanze degli affetti e della famiglia; mentre lo zio Creonte, dittatore di Tebe, rappresenta l’impersonale legge della polis, che non fa sconti a nessuno, fino a imprigionare a vita la pietosa Antigone. Queste due diverse attitudini, il primato dato agli affetti familiari di contro al primato dato alla ragion di Stato, sono state assunte a paradigma della differenza psicologica e sociale tra donne e uomini, favorendo lo stereotipo per cui la donna è domina entro le mura domestiche, l’uomo è dominus nelle attività pubbliche …” Il resto dell’argomentazione e le conclusioni che ne conseguono credo siano facilmente immaginabili (e se non lo sono andate a scoprirle in questo link).

Ora, mi chiedo, tralasciando per questa volta il problema delle differenze di genere: servono dei sondaggi per avere la certezza che nella attuale società italiana Creonte venga considerato dalla grande maggioranza il “cattivo” della situazione? Direi proprio di no. Sono meno sicuro invece che la simpatia o l’antipatia discendano da una contrapposizione “razionale” tra le due istanze.

E cerco di spiegarmi: ma prima di proseguire credo opportuna una premessa. In natura non esiste il “bene/giusto” o il “male/sbagliato”: esiste soltanto qualcosa che “funziona” o “non funziona”. Noi umani rappresentiamo un aspetto della natura un po’ particolare, perché dotati di una “coscienza” formatasi attraverso un processo evolutivo che potremmo definire anomalo: quindi i nostri modelli di pensiero non sono esattamente ricalcati sulla “morale naturale”. Ragioniamo anche per contrapposizioni tra buono e cattivo, ed è difficile prescindere da termini di raffronto cosi istintivi: cerchiamo però almeno di capire se è accettabile il giudizio su un Creonte “cattivo”.

Sofocle scrive le sue opere quando ormai i persiani non sono più un grosso pericolo. Le flotte e le falangi oplitiche hanno bloccato quasi mezzo secolo prima i tentativi di invasione. Questo va tenuto presente, perché la morale di un’opera non può essere quella del periodo in cui è ambientata, ma è sempre quella corrente all’epoca in cui è stata scritta. D’altro canto, il modo stesso in cui i valori morali erano concepiti non prevedeva che potessero essere considerati mutevoli o mutati nel tempo.

La legge che all’epoca era considerata “divina”, quella che imponeva di dar sepoltura ai morti e alla quale Antigone si appella, ha radici antiche (si pensi alle pire funebri di Omero), che affondano non solo nei riti di sepoltura praticati dai Sapiens e anche dai Neanderthal, ma anche nei comportamenti particolari di alcuni animali in caso di morte dei conspecifici, in particolare delle femmine. Si può dedurne quindi che la pietà per i morti ha sicuramente lasciato tracce nella genetica. Ed è buona regola che le leggi “positive”, quelle elaborate dai diversi sistemi di potere e rispondenti a diversi modelli di convivenza, non contraddicano i comportamenti che hanno radici genetiche. Se però insorgono altre esigenze, necessarie per salvaguardare la struttura sociale (o la salute pubblica), può allora essere indispensabile fare leggi che contrastano con tale regola. E questo ci porta al nostro caso.

Fermo restando che Creonte fosse un tiranno, ha fatto bene o male a proibire la sepoltura di chi tradiva la propria città? La rigidità, al limite della disumanità, nel far rispettare le regole, è da considerarsi in modo positivo o negativo per il bene della comunità?

Non mi pare un caso che Sofocle abbia trattato il problema in termini interlocutori. Sapeva che la simpatia degli spettatori sarebbe andata alla donna (a dispetto del fatto che le donne greche all’epoca fossero considerate meno di zero – qui però non era in discussione la donna, ma il gesto), e personalmente era piuttosto portato a rimpiangere l’ordinamento morale di un tempo: ma sapeva anche che il rispetto inflessibile delle leggi è un dettame “pratico” della ragione, qualcosa che funziona, anche se entra in contrasto con emozioni e sentimenti.

Siamo in Grecia, nel V secolo, con le varie polis in perenne conflitto tra di loro e quindi a rischio di aggressione continua: la prima fondamentale necessità è quella della difesa, per salvaguardare la vita e la libertà degli abitanti: e ciò esige una compattezza interna, spontanea o imposta che sia, fondata sul comune rispetto delle leggi. Fossi l’avvocato di Creonte direi: può non piacere, risponde ad una logica perversa, ma la situazione è questa. Se avete altre soluzioni realisticamente praticabili fatevi avanti. Antigone è una brava ragazza, tosta e coraggiosa, ha un sacco di buone ragioni (che non sono necessariamente quelle attribuitele lungo venticinque secoli nelle innumerevoli reincarnazioni letterarie successive), ma per la sua comunità rappresenta oggettivamente un pericolo. Rendiamoci conto che oggi sarebbe una no-vax, probabilmente starebbe in parlamento con i cinque stelle.

Il discorso affrontato da Sofocle era comunque già aperto da tempo. Proprio per rispondere alla necessità difensiva (o offensiva, a seconda dei casi e delle situazioni) a partire dal VI secolo a.C. si erano sviluppate armi e tattiche “oplitiche”. Nella formazione della falange ogni oplita era protetto dal commilitone vicino, e del comportamento di quest’ultimo doveva fidarsi ciecamente. Ora, per fidarmi devo sapere che per il mio commilitone nulla è più importante del rispetto delle regole del gruppo, del dovere di non abbandonare la posizione. A chi domandava perché solo l’abbandono dello scudo comportasse l’atimia (l’esclusione dal rango di cittadino), e non quello dell’elmo o della corazza, il re spartano rispondeva che quell’armatura era preposta alla difesa del singolo soldato, mentre lo scudo valeva τῆς κοινῆς τάξεως, a proteggere il gruppo, la comunità. Chi milita in uno schieramento così concepito, nel quale la compattezza degli scudi corrisponde alla compattezza dei valori riconosciuti, non può non introiettare e trasferire nella vita pubblica queste modalità di comportamento. Allo stesso modo, chi esercita il potere non può, spinto da emozioni e sentimenti, mettere in dubbio i principi su cui si fonda la “morale oplitica”, e conseguentemente la compattezza dell’esercito da cui dipende la sicurezza della città.

C’è però un paradosso. Il raggiungimento di un certo livello di potenza della città fa venir meno la “paura”, e questo induce ad ammorbidire la rigidità nel rispetto dei principi. In tal caso spesso chi governa cede (per interesse?) alle sollecitazioni di chi vuole il prevalere dei sentimenti sulla ragione, che invece imporrebbe l’indispensabile mantenimento del concetto di prevalenza della legge. È il rischio che corriamo nella situazione attuale, con l’appello continuo, e generalmente molto ipocrita, a motivazioni che confondono l’egoismo individuale con la libertà.

La “morale oplitica” viene anche considerata uno degli elementi che creano le condizioni per la nascita della democrazia; se si è uguali nella falange non si può essere diversi nella vita politica cittadina: repubblica e democrazia sono il risultato. All’obiezione che Sparta, dove la morale oplitica vigeva ferrea, non era una democrazia, si può rispondere evidenziando che quando il mestiere delle armi è monopolio di una casta di militari o di professionisti più o meno mercenari non si danno le condizioni per la nascita di società con un qualche livello di partecipazione democratica. In questo caso (che è anche quello del feudalesimo giapponese o europeo) è più facile che il risultato sia la comparsa di un re/imperatore, più o meno sacralizzato, con il ruolo di fonte della legalità dei diritti che la casta si arroga. E il processo può anche innescarsi in senso inverso, come possiamo riscontrare nella storia dei comuni medioevali. Si potrebbe comunque ipotizzare che anche a Roma il passaggio da monarchia a repubblica si sia originato come conseguenza dell’organizzazione militare.

Tornando a Creonte, il giudizio non dovrebbe basarsi sulla valutazione se il suo potere fosse più o meno tirannico, ma sul fatto che la sua scelta fosse o meno funzionale al mantenimento della coesione della comunità; una comunità in disfacimento non sarebbe nemmeno stata in grado di provvedere alla propria difesa. Quindi, Creonte ha contravvenuto ad una legge che potrebbe essere ritenuta naturale, ma nel nome di un concreto beneficio per la collettività. Naturalmente questa aveva difficoltà a comprenderlo, soprattutto nella sua componente femminile, che anche fra i primati si dimostra più emotivamente coinvolta quando muore qualche componente del gruppo. Ma questo aprirebbe un’ulteriore digressione che per il momento vi risparmio.

Ciò che mi chiedo invece, in conclusione, è se si debba per forza tornare a fare la guerra in falange per educare cittadini responsabili e non allevare bambini viziati. L’ipotesi è meno peregrina di quanto appaia, perché di questo passo c’è il rischio di una regressione rapidissima e tutt’altro che incruenta, e gli scenari che si prospettano per le generazioni immediatamente a venire sono tragici. Possiamo raccontarcela come vogliamo, ma se non saremo in grado alla veloce di recuperare il senso delle regole e la capacità di farle rispettare da tutti, non solo nelle emergenze ma nella quotidianità dei rapporti, ci ritroveremo presto a guardare ai concittadini come a commilitoni o, all’inverso, come avversari. Ma senza alcuna compattezza di scudi a proteggerci.

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​Pendoli e pendagli

di Carlo Prosperi, 21 gennaio 2021

Credo sia ormai il caso di presentare “ufficialmente” Carlo Prosperi, anche se non dubito che i frequentatori del sito abbiano già imparato a conoscerlo. Sarò breve: se tirassi giù una sbrodolata mi toglierebbe immediatamente l’amicizia, alla quale tengo invece moltissimo. Mi limiterò a un paio di ricordi da ex compagno di scuola, che a mio giudizio inquadrano l’essenziale. Quando è arrivato nella nostra classe – credo in prima Liceo – Carlo sapeva già, a differenza di tutti noi, cosa davvero lo interessava e cosa avrebbe voluto fare da grande. Scelse di frequentare praticamente part-time, e di dedicare più proficuamente il suo tempo alla sua vera passione, la lettura. Alla fine delle secondarie aveva letto più di tutti noi messi assieme, e di matematica e fisica sapeva comunque quanto me (vale a dire ben poco) che in cinque anni non avevo perso un giorno. Una volta all’Università, libero da orari e scadenze e impegni di frequenza, ha bruciato le tappe ed è stato il primo a laurearsi. Di lì è iniziata la sua missione di insegnante e, ciò che maggiormente qui importa, una attività di studioso tutta fuori dagli schemi correnti. Nel senso che è uno serio, che non compare in tivù e poco anche fuori, professionale nel metodo e negli approfondimenti (è la cosa che più gli invidio) e onnivoro negli interessi culturali. Può scrivere d’arte, di letteratura, di storia o di filosofia con la stessa ferratissima competenza, e insieme con la stessa modestia. “Il faut cultiver notre jardin” potrebbe essere il suo motto (anche se ama poco Voltaire). Ma per crescere fiori bisogna anche avere il pollice verde. E Carlo lo ha senz’altro.

Paolo Repetto

Caro Paolo,

ho letto con sommo interesse il tuo saggio sul complottismo e ancora una volta mi devo dichiarare d’accordo, almeno in gran parte, con te. Il complottismo, inteso nel suo senso deteriore, non è molto dissimile dall’allucinazione ossessiva. E bene ha fatto Eco a irriderne e a smontarne, nel Pendolo di Foucault, gli aspetti mistificatori. Che accomunano ed hanno accomunato tanto la destra quanto la sinistra: se, per ragioni politico-propagandistiche, Mussolini evocava complotti massonici e demo-plutocratici, da Togliatti ed epigoni abbiamo appreso di una perenne “Reazione in agguato”. Nel Mulino del Po Bacchelli citava i “segreti” di cui si nutriva “la bislacca visione” del Cavallotti: «dopo quel di Novara, il “segreto” d’Aspromonte, e poi di Mentana…». Una trama di congiure antidemocratiche, quasi una “strategia della tensione” ante litteram.

Oggi, con la globalizzazione imperante, la Spectre ha assunto aspetti e dimensioni ancor più inquietanti. Certo i “poteri forti” esistono, ma spesso sono tra loro in conflitto. O in concorrenza. Per spartirsi le aree d’influenza. O i mercati (è il caso delle multinazionali). Come è sempre accaduto. Da sempre esistono gli arcana imperii. E quanti registi hanno costruito la loro fortuna sui complotti della CIA, dell’FBI, dei Servizi Segreti. Ma vogliamo chiamare complotto anche l’espansionismo cinese, che, con la “Diplomazia dei Vaccini”, va accelerando la sua penetrazione socio-economica nel mondo, a cominciare dall’Oriente, in un confronto muscolare a tutti i livelli con le economie occidentali? La “Diplomazia dei Vaccini”, da agosto in qua, si è estesa ad aree politicamente ed economicamente cruciali del Medio Oriente: dal Bahrain all’Egitto, dalla Giordania agli Emirati Arabi, dall’Arabia Saudita a diversi Paesi dell’America Latina. Ai vaccini si sono aggiunti accordi economici: con la Turchia, con Israele, col Pakistan. Al Marocco è stato concesso un brevetto per la produzione di un vaccino cinese per tutta l’Africa: continente in cui la penetrazione cinese è già molto estesa. Complotto? Ma tutto avviene alla luce del sole, tutto è di dominio pubblico, anche se i nostri mass-media ne parlano poco e senza dare a tutto ciò il rilievo che meriterebbe. Lo stesso poi si potrebbe dire degli USA e della disciolta URSS.

Il vero complottismo – come tu ben spieghi – si ammanta di mistero (arcano resta il “disegno perversamente intelligente” con cui si ripromette di asservire l’umanità) e sfugge ai giochi o agli intrighi diplomatici, ma le élites che promuovono la congiura si conoscono tra loro (tutte d’accordo? possibile?) e le conosciamo. Sappiamo nomi e cognomi dei componenti della Trilateral Commission o del Bilderberg. Ricordo che Gianni Collu a siffatta mia obiezione rispondeva che queste organizzazioni non sono il vertice di nulla, bensì soltanto la cinghia di trasmissione di un Potere Occulto, giacché i veri processi decisionali avrebbero luogo ancora più in alto. Un paradosso capzioso: se il Demiurgo non è Dio e se Dio sta sopra o dietro di lui, perché dietro o sopra Dio non potrebbe esserci, che so? un Super-Dio, un Ur-Dio? E via retrocedendo all’infinito: un altro esempio di “cattiva infinità”.

Come vedi, il discorso è complesso. E a complicarlo concorrono poi le “Società Segrete”, le Mafie, le P2 o P3, le infinite sette che nella storia hanno contribuito ad alimentare il mito e il gusto dei complotti. Non tutti a fin di male: stando a Luigi Natoli, i Beati Paoli, ad esempio, si proponevano di vendicare le ingiustizie a danno dei più deboli; altre associazioni si ripromettevano di liberare i popoli dall’oppressione o di instaurare l’uguaglianza tra gli uomini. Ma siamo pur sempre mille miglia lontano dal “complotto mondiale” dei tempi nostri. E fin qui hai perfettamente ragione. Come hai ragione a dire, a commento del pensiero foucaultiano, che tu in parte condividi, a distinguere la realtà (“ciò che accade”) dalle fantasie (“ciò che vien fatto accadere”). Ma dimentichi di aggiungere che Foucault, nel denunciare l’onnipervasività del potere o, se vuoi, quella “microfisica del potere” capace di penetrare in ogni atto, situazione, gesto, ometteva di menzionare il suo potere, quello da lui espresso come cattedratico, come intellettuale à la page, come scrittore di successo (già nel 1971, George Steiner vedeva in lui “il mandarino del momento”). Un successo, il suo, dovuto all’ambiguità o alla contraddittorietà dei suoi stessi enunciati, come ha evidenziato nel 1977 Jean Baudrillard nel suo saggio Dimenticare Foucault. Pensa ad asserzioni come quelle che seguono: “noi ignoriamo ancora che cos’è il potere, questa cosa enigmatica, a volte visibile e invisibile, presente e assente, investita in ogni parte”; il potere è “una modalità di azione sulle azioni degli altri», lo si coglie cioè solo quale mero effetto, senza poter risalire univocamente a una sola causa cosciente; «il potere è ovunque, essendo immanente alla struttura sociale”. Puro fumo, per di più oppiaceo.

Jean-Marc Mandosio, nel pamphlet “Longevità di un’impostura: Michel Foucault”, uscito in Francia nel 2010, ha giustamente rilevato come, con la sua prosa intessuta “di asserzioni contraddittorie e di ingiunzioni equivoche” e di termini-feticcio come “dispositivi”, “norme”, “biopolitica”, “trama reticolare”, “Biopotere», Foucault abbia dato “forma filosofico-letteraria ai luoghi comuni di un’epoca”. E parla di acrobazie teoricistiche, di terminologie passe-partout e di esibizioni erudite (come se avesse tutto letto e rovistato in tutti gli archivi), senza le quali l’idea ontologico-teologica di rivoluzione permanente e ubiqua non sarebbe stata così esportabile nelle università di mezzo mondo. Così Foucault ha messo in discussione i «dispositivi» della legittimazione sociale e intellettuale. Ma se il potere è dovunque, se l’uomo è sempre, inevitabilmente, parte delle leggi che lo governano, e queste leggi o sono storico-sociali o sono naturali, dove sta il problema? Tutti i sistemi politici sarebbero sostanzialmente equivalenti o almeno equiparabili. Se non esiste più l’individuo, ma la trama delle sue relazioni, ovvero ciò che è dato dalla continua, mutante struttura occulta che lo sottende, egli cessa, per così dire, di essere il soggetto di se stesso. Si scopre che ciò che lo rende effettivo è un insieme di strutture che può pensare e descrivere, ma di cui non è il protagonista determinante. In altri termini, è un ente in balìa della sua trasversale esperienza. Di conseguenza, la volontà umana autocosciente giunge alla sua completa dissoluzione: l’individuo è soltanto un residuo e con esso, naturalmente, anche la sua specifica libertà. Alla luce di quanto detto, “ciò che accade” è anche “ciò ch’è fatto accadere”. Io, quindi, t’inviterei a non credere alla veridicità di Foucault: “ciò che accade”, ammesso che sia corretto usare tale verbo, non “accade” come dice lui.

Non solo. Foucault ha alimentato, fra l’altro, le rivendicazioni del femminismo. Le donne, che si sono sentite senza potere o vittime del potere patriarcale o maschilista, oggi quel potere lo reclamano. Ma partono da un assunto che contrasta con le premesse stesse del potere ubiquo. Personalmente – tanto per discendere dall’iperuranio a più prosaica e quotidiana realtà – ricordo che in casa mia (e di tanti altri che conosco) nominalmente comandava mio padre (il capofamiglia), ma nella pratica il potere “sotterraneo” di mia madre era non di rado vincente. Alla lunga era <più decisivo e dirimente. Oggi le femministe vogliono spogliare i maschi e i padri del loro ruolo sociale, della loro identità tradizionale, della loro auctoritas. Con esiti che ritengo nefasti. Anche per loro stesse. Ma qui, per dare una spiegazione esauriente, dovrei troppo dilungarmi; per cui tralascio il discorso.

Di ben altro spessore è il pensiero di Carl Schmitt, che pure, per altri versi, è dinamite (per dirla col Cucco). Alcuni concetti (la distinzione “amico-nemico”, lo “stato di eccezione”, il decisionismo) ormai entrati nel repertorio comune degli studiosi di politica sono a parer mio fondamentali e non mi stupisce che siano fatti propri da studiosi di destra e di sinistra. D’altronde lo stesso vale per Foucault: se è vero che la sinistra sedicente sovversiva parla oggi la sua lingua, esiste nondimeno un “foucaultismo di destra”. Io, peraltro, condivido anche idee più ardite, quali: “L’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto”; o “La prassi si giustifica attraverso sé medesima” (Carl Schmitt, Le categorie del “politico”). Sono cioè convinto che, seppure lo ius presuma di ammantarsi di un abito scientifico e di essere asettico, oggettivo e imparziale, i rapporti di forza restino decisivi. Se non nel dettato giuridico, nella sua reale applicazione. La forza è alla base del diritto. In altre parole: esiste un ordinamento giuridico solo fintanto che è fatto valere con la forza, quindi solo finché è efficace. È bensì vero che per Kelsen la forza non è lo strumento del diritto, e che il diritto è un insieme di norme che regolano l’uso della forza. Ma lo scopo di qualsiasi ordinamento non è organizzare la forza, sì organizzare la società mediante la forza (di cui, non a caso, lo Stato sovrano si arroga il monopolio). Kelsen scambia la forza/strumento con la forza/fine dell’ordinamento. Del resto, anche il carisma è forza e forza è pure quella dei “persuasori occulti”. E poi basta riandare a Machiavelli: la forza può essere anche quella delle leggi, perché “sono dua generazione di combattere, l’uno con le leggi, l’altro con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo delle bestie; ma perché el primo molte volte non basta, bisogna ricorrere al secondo: pertanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo”. La golpe e il lione, come sappiamo. Il politico ha la natura del centauro.

Il resto del tuo discorso mi persuade ed è svolto con affabilità da scrittore di vaglia, mescolando ironica sprezzatura a perspicacia argomentativa. Insomma, il saggio è avvincente e si legge di un fiato. Oltre tutto risulta ben impaginato e composto, con ottime illustrazioni. Dove le scovi?

Ho letto anche la risposta dell’amico Nico: nella sostanza siamo più vicini di quanto non sembra, quantunque lui si ammanti di un habitus più scientifico (e talora scientista) del mio. È un vero “mastino della ragione”, e tuttavia, a proposito dell’amore, qualcosa concede – bontà sua – anche alla poesia. Che sia meglio della chimica?

Scusami la forma, forse non sempre scorrevole, ma scrivo currenti calamo, cioè alla tastiera del computer, senza troppo badare alla concinnitas e al nitor dello stile.

Un abbraccio, Carlo.

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Grazie per la risposta. ✨

Giorni da asporto

di Vittorio Righini, 16 gennaio 2021

Ieri il meteo dava sole per oggi. Ho sentito il mio amico, medico, ultra-sessantenne anche lui, entrambi appassionati di fotografia, sia analogica che digitale. Ci siamo detti: usciamo, si va su verso Cimaferle, Moretti, Bric Berton; facciamo un po’ di foto, c’è il sole, due bei palmi di neve nei prati, nei boschi gli alberi sono nudi e i torrenti neri e freddi, si ottengono belle immagini, poi ci fermiamo in una delle poche trattorie sopravvissute (alla globalizzazione, ai McDonalds, ai pub, al Covid) e dopo un lauto pranzetto torniamo a casa. Che bello potersi sedere in un piccolo caldo accogliente locale di un paesino di mezza montagna, gustare ravioli di brasato, coniglio alla ligure, una bottiglia di barbera in due. Bello. Bello, bello.

Mi sveglio e il tempo è bigio. Il mondo sembra immobile alle 8 del mattino di una domenica di dicembre. Non l’eco di un’auto, non un rumore dalla città. Realizzo, con colpevole ritardo, che siamo entrati in zona arancione. Il che significa ristoranti chiusi, bar chiusi, gente chiusa. Perché, se anche uscisse, a parte far la spesa di domenica, dove cazzo andrebbe, la gente? Scrivo al mio amico, mi dice vieni, prendi un caffè a casa mia. Mi lavo, mi vesto, e mi fermo al mio baretto; il più scassato della città, ma io vado lì e non ci sono santi. Quando entro la mia vecchia amica barista dice oggi no, si sta fuori: asporto. Asporto? si gela. La guardo. Non c’è nessuno, mi passa un pezzo di focaccia, l’acqua in un bicchiere di carta. Mangio veloce, non c’è nemmeno il giornale per scorrere i titoli. Poi, un caffè. Sempre nel bicchierino di carta. Sempre guardandosi intorno, in attesa che arrivi un dipendente dello Stato di Polizia (scusate, ho inavvertitamente invertito due parole) per farti 400 euro di multa e altrettanti alla barista per un crimine immondo come quello appena commesso. Pago e esco con l’aria di uno che voleva comprare il latte fresco ma era terminato.

Arrivo dal mio amico. Suono il campanello, niente. Guardo il cellulare, c’è un messaggio che dice: quando arrivi telefonami, sto lavorando di sotto (ma se dovevo venirti a prendere per andare via cosa cazzo stavi lavorando di sotto? m’avessi detto: sono al cesso, scusa! ah, ok, questo ci sta; oppure, vieni, faccio colazione, entra, anche questo ci sta!); lo chiamo al cellulare e mi mostra i progressi ottenuti coi suoi lavori all’interno del garage. Ora, devo riconoscere che da quando ho scoperto che si può vivere anche senza lavorare (per lavorare, intendo il concetto uniformato del lavorare), sono restio a sentir parlare di lavoro. Quando uno mi descrive ho fatto questo, ho fatto quell’altro, in genere mi dispiaccio per lui, senza capire che invece lui ne va fiero. Ecco perché con me è meglio non parlare di lavoro. È come parlarmi dell’importanza delle blatte nel ciclo mondiale della natura. Della Regola benedettina gradisco l’ora (et labora poco).

Poi mi porta di sopra, mi offre un caffè. Diamo per scontato che la giornata è andata persa, perché il tempo non accenna a migliorare. I primi dieci minuti mi ascolta, parliamo di tutto, poi lo vedo pensieroso. Sua moglie è tornata a lavorare, come un topo nel formaggio. E anche lui si sente attratto, o in colpa, non so. Si assenta, e dopo un paio di frasi del genere … d’altra parte è così… mi liquida e torna a rosicchiare il formaggio. Io mi domando: ma non dovevamo uscire? quindi, anche se non siamo usciti, non potevamo prenderci il nostro tempo? no, per me è così, non per tutti, chi sono mai io per dire cosa fare e cosa (soprattutto) non fare?

Rientro a casa e ritrovo le normali regole da rispettare: una carriola di legna per il camino, preparo tavola, cucino (queste due ultime incombenze mi piacciono). Mio figlio mi scrive un messaggio e mi dice che ieri sera l’hanno fermato (vive in Belgio) e non trovava la ricevuta della polizza dell’assicurazione. Gli fanno tre volte il palloncino. Risulta tre volte negativo (ma sarà mio figlio?). Alla fine, il poliziotto belga lo lascia andare a casa senza danni e senza curarsi della polizza apparentemente scaduta. Per non dimenticare, verifico gli assegni e constato di aver pagato regolarmente. Poi scrivo una mail alla mia assicurazione, che la leggerà domani, e chiedo gentilmente di ricevere una copia scansionata da inviargli.

Bene, penserete voi, è tutto finito, il problema è risolto. No, non è tutto finito. Mia moglie scatena una caccia al certificato di polizza, una ricerca che ci coinvolge, sgombriamo anche la gattona dal divano nel caso il foglio si fosse infilato sotto un cuscino. Mi chiedo perché. Perché? se hai un problema e non hai la soluzione, perché ti preoccupi? ma se hai un problema e hai la soluzione, perché ti preoccupi? così scrivono i cinesi.

Nel mentre mi scrive Paolo, al quale avevo detto che leggendo Lhasa di Hopkirk, che mi ha appena imprestato, avevo trovato quel riferimento a Savage Landor che lui ricordava ma non collocava. Ora ricorda il fatto, si lamenta del tempo che passa e della testa sempre più insicura. E mi scrive una frase che dà l’avvio a questo mio sfogo: soffro a non poter fare quasi nulla, ma soffro ancor più pensando che anche se potessi non saprei cosa fare, e che anche se lo sapessi non avrei voglia di farlo.

Allora mi scatta la rabbia: siamo gente libera? o siamo un branco di pecore in balia di lupi affamati? (considero i lupi uno degli animali più belli e intelligenti in natura, mi scuso con loro se li paragono a chi pretende di dirigere la nostra vita). Ai tempi del colera si stava peggio di ora? non lo so, non c’ero, ma almeno avevi delle certezze; della morte, per esempio. Ora non hai nemmeno la certezza del vaccino, per non parlare della cura. Oberati da vomitevoli forme di informazione a mezzo tv, whatsapp, giornali (Trump? facile prendersela con lui; con un po’ di buonsenso, si era capito fin da subito che era uno instabile di mente, quattro anni c’ha messo la Pelosi per definirlo così. Ma se un branco di idioti ha invaso il Parlamento USA è perché la stupidità, la volgarità, l’ignoranza, la violenza, il razzismo viaggiano sui social: facebook, twitter, instagram. Cancellano Trump? beh, comodo salire sul carro del vincitore e poi tenere aperti i profili dei leader iraniani, turchi, egiziani, etc. etc.). Non c’è più niente di vero, non c’è più nulla di serio, tutto è una bufala, tutto è una fake news, dal non fare il vaccino perché un team di scienziati irlandesi ne denuncia il pericolo (chi?), a un branco di parlatori televisivi tutti autorizzati dalle più alte cariche dello Stato a parlare di Covid, quasi tutti con laurea in medicina biologia, virologi e scienziati, tuttologi e arrivisti, che ci inoculano, una dopo l’altro, catastrofiche predizioni tipo Nostradamus col mal di denti, tutti pronti a terrorizzare, nessuno a dire… a dire cosa?

Beh, per esempio: ora, noi tuttologi, pubblicheremo un elenco completo dei morti di Covid; indicheremo età, patologie pregresse e in corso prima di morire (ci sono le cartelle cliniche per quello) e faremo un report preciso, per vedere quanti sono morti DI Covid e quanti sono morti COL Covid; poi, scopriremo perché molti medici di base, all’insorgere di dubbi su un paziente, invece di prescrivergli dell’eparina, utile a proteggere da trombi e fluidificare il sangue, prescrivevano tachipirina. Due poveri semplici medici di Pavia, lo ricordo bene, nella primavera 2020 furono lapidati verbalmente da uno dei Santoni Televisivi solo perché avevano detto che da quando usavano l’eparina avevano visto i casi di morte scendere a zero. Poi, noi tuttologi indagheremo sul perché uno dei nostri più stimati colleghi, Burioni, prima dice: possibilità che il virus arrivi in Italia dalla Cina? pari a zero… poi diventa uno dei numi tutelari televisivi. E perché Report dedica un’ora di programma (ricco di allarmanti accuse e sospetti) al Commissario Straordinario Arcuri e ai suoi maneggi con le mascherine cinesi? Ma, soprattutto, perché queste decisioni di chiudere a determinati orari, di non far più lavorare i ristoranti, i bar, e molti altri settori (dopo che gli hai fatto spendere migliaia di euro per sanificare in primavera)? Infine, perché si manda una economia e una società a puttane in questo modo? Non ne usciremo più, molti economicamente, molti psicologicamente. Le file davanti alle mense per i poveri nei vicoli di Napoli e altre grandi città, di persone che una volta avevano un reddito e anche contribuivano ai redditi delle famiglie dei loro collaboratori, mi hanno ulteriormente intristito. Io sono fortunato, davvero tanto fortunato.

Ormai siamo segnati, abbiamo un marchio sul polso, una croce, un simbolo, un numero. Siamo i rovinati del 2020. E loro discutono: Renzi rientra, no Renzi esce del tutto. Beh, direte voi, tu parli ma non sai cosa significa il Covid. Eh no, modestamente io il Covid lo nacqui… nel senso che l’ho fatto io, mio figlio, mia figlia. Per loro è stata una passeggiata, hanno trent’anni, io sessantacinque, è stata abbastanza dura ma non sono finito in ospedale, e ora sto abbastanza bene. Vivo in un’ambiente contiguo alla Sanità, e mi permetto di dire la mia: ci sono solo 5 strade da percorrere:

  • test rapido per tutti;
  • curare con i medicinali giusti, ormai dovrebbero aver capito tutti quali sono;
  • cercare di guarire;
  • Ma, subito, non tra un mese, riaprire tutte quelle attività che stanno morendo;
  • vaccinare il maggior numero di sani.

Oggi ho preso la scheda elettorale è l’ho buttata nel camino. Scelta stupida, diranno molti di voi. Dettata dalla rabbia, giustamente direte voi. Si, mi sento stupido. Stupido e codardo, insignificante e inutile. Hanno vinto loro, ma almeno non mi avranno più come loro complice (come diceva il simpatico tenente Lo Russo in Mediterraneo, nella scena finale). Ora vado a finire di leggere Lhasa di Hopkirk; finora ha raccontato di tutti quelli che hanno fallito nel tentativo di arrivare per primi, come stranieri, a Lhasa; ma sono sicuro che, prima della fine, dovrà per forza raccontare di qualcuno che è riuscito finalmente a vedere il Palazzo del Potala…

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