La fine di un Mondo

La deriva culturale del popolo della sinistra

di Giuseppe Rinaldi, 13 settembre 2025[1]

1. Ci sono[2] dei fenomeni che sono sotto gli occhi di tutti, ma che non vengono mai esplicitamente portati all’attenzione e fatti oggetto di analisi. Perciò restano conoscenza implicita, senza alcuna riflessione[3]. Questi fenomeni corrispondono un po’ a ciò che Raffaele Simone ha chiamato fenomeni vaghi[4]. Solo in particolari occasioni, in seguito a qualche evento critico, pubblico o privato, ci si rende conto – “si prende coscienza”, si diceva una volta – dell’esistenza di qualcosa di nuovo, anche se magari di assai vecchio nella sostanza. Solo a questo punto, il fenomeno vago può essere circoscritto, diventa familiare, può avere una sua denominazione, può essere analizzato, magari anche compreso nella sua portata.

2. Un caso tipico è quello dell’attuale deriva culturale della sinistra italiana[5]. Intendo qui la sinistra come categoria sociologica, la gente della sinistra o il popolo della sinistra. Si tratta di un fenomeno da tempo collocato sotto gli occhi di tutti, pur non avendo mai avuto alcuna ufficializzazione. Fenomeno vago, appunto. Deriva culturale non vuol dire semplicemente che si perdono le elezioni, come peraltro avviene da un pezzo. Non sto parlando neanche di un eventuale tradimento dei principi e valori della sinistra da parte dei suoi dirigenti, oppure di un abbandono da parte dei partiti della sinistra del proprio popolo. Questi sono fatti che, in qualche misura, sono stati ampiamente rilevati e commentati, come ha fatto, ad esempio, Luca Ricolfi[6]. Io stesso, nel mio piccolo, ho scritto noiosi articoli e saggi in merito, anche se a un certo punto mi sono stancato, visti gli scarsi riscontri. Deriva culturale qui fa piuttosto riferimento alla evaporazione inesorabile della cultura politica della sinistra, come era diffusa e radicata in gran parte del Paese. Sto parlando proprio di un degrado della materia prima, cioè di un degrado intrinseco allo stesso popolo della sinistra. In breve: non siamo più quello che eravamo una volta.

3. Vorrei trattare qui, insomma, della condizione materiale e morale del popolo della sinistra. È una questione intorno alla quale ho sempre creduto, magari a torto, di saperne abbastanza. Sono infatti cresciuto in un ambiente di sinistra, in mezzo a tanti altri come me, in mezzo ai cosiddetti compagni. La qualifica di “compagni” in realtà non ha mai significato un granché, poiché, anche tra i compagni, quelle che emergevano erano sempre le differenze: teorie, ideologie, punti di vista, “sensibilità”, programmi politici e così via. Anche differenze di atteggiamento. Differenze che spesso portavano a rotture, frammentazioni, troncatura di amicizie di rapporti. C’erano anche le invidie e le antipatie personali. C’erano poi anche i furbetti che riuscivano sempre a farsi trovare nel posto giusto, nonostante i tempi cangianti e le incertezze del momento. Tuttavia, al di là della sempre difficile navigazione, al di là dei diversi schieramenti e contrasti, restava sempre la vaga percezione che tutte quelle persone avessero un quid comune, magari davvero assai tenue, capace tuttavia di accomunare, di distinguere dal resto. Di fare la differenza. Si trattava dell’individuazione di un noi collettivo. Un lievissimo comune sentire che si poteva appena avvertire e nel quale si poteva tuttavia confidare. Che magari sarebbe senz’altro emerso, nell’analisi di un fatto politico, nazionale o internazionale, oppure in un momento critico dello scontro politico, in una campagna elettorale importante. Ma sarebbe emerso anche discutendo di libri, oppure discutendo di cinema. Oppure in occasione di una raccolta di firme per qualche iniziativa. Anche la scelta circa la modalità di passare il fine settimana, o di fare le vacanze estive, poteva avere un implicito sottofondo comune. Anche certi hobby avevano un che di distintivo.

4. Su questi vaghi elementi, invero assai indefiniti, superficiali, occasionali ed evanescenti, si basava un senso del noi, un sentimento identitario che derivava da una scelta compiuta, implicita ma anche consapevole, di far parte e di voler continuare a far parte di un certo Mondo[7]. Un Mondo sentito, più intuito che ragionato, ma che per questo non era meno reale[8]. Anche perché gli altri “mondi” erano considerati negativi fuori ogni discussione, erano considerati come dei perfetti disvalori. E, bene o male, questo senso del noi era davvero diffuso. Percepito e condiviso da un numero davvero ampio di persone. Quando c’era qualche iniziativa comune, quelle iniziative davvero basilari, qualificanti, quelle cui non si poteva mancare, ci guardavamo intorno soddisfatti: eravamo comunque in tanti. Magari anche intimamente diversi, ma tanti. Naturalmente qui si sta parlando soprattutto dei tempi andati, del fantastico Mondo dei Boomer[9] e della loro cultura politica. Costoro hanno una descrizione sociologica abbastanza precisa. Sono i nati tra il 1946 e il 1964 e sono stati così chiamati in riferimento al boom demografico (baby boom) indotto dalla fine della guerra[10]. Si tratta oggi della generazione più anziana ancora vivente, che si è particolarmente distinta per una sua specifica cultura politica e per uno straordinario coinvolgimento attivo nelle vicende politiche nazionali e internazionali. Le culture politiche precedenti sono ormai in gran parte trapassate, ahimè, con i loro stessi portatori fisici, e quelle successive, come dirò, costituiscono, proprio sul piano della cultura politica, un notevole punto interrogativo.

5. Premetto qui due righe di teoria sulle questioni generazionali. La nozione sociologica di generazione è incentrata intorno all’esperienza collettiva di un gruppo di età[11]. In questo senso, gli appartenenti a una generazione, accanto al possesso di analoghe caratteristiche di tipo anagrafico, economico e sociale, si ritiene debbano soprattutto aver condiviso una qualche comune esperienza e, dunque, siano rimasti caratterizzati da quella esperienza stessa. Si fa dunque riferimento a qualche tipo di esperienza capace di modificare in modo relativamente profondo chi l’ha compiuta. Esperienze che abbiano avuto un profondo carattere formativo ed educativo. Si suppone che queste modifiche rimangano in qualche misura come permanenti, sia pure in forma compatibile con lo svolgersi della vita ulteriore. Anzi, queste modifiche dovrebbero costituire un background capace di determinare un comune modo di reagire di quella generazione alle più diverse occorrenze della vita pubblica e privata.

6. Le generazioni sociologiche di solito, proprio perché hanno condiviso una qualche comune esperienza, hanno anche avuto modo di sviluppare una loro auto rappresentazione (una narrazione intorno alle loro stesse caratteristiche comuni, una loro propria memoria collettiva). Esse, inoltre, proprio in quanto entità bene individuabili, grazie alle caratteristiche che hanno maturato, sono anche fatte oggetto di rappresentazione esterna, da parte delle narrazioni di altri soggetti (altre generazioni, i media, la letteratura o talune ideologie). Le generazioni dunque sono dei costrutti sociali, ma sono ben lungi dall’essere arbitrarie, poiché sono un prodotto preciso della storia, dell’azione collettiva e della memoria collettiva.

Se è vera la nostra ipotesi, che sia cioè in corso, o sia addirittura in fase avanzata, una progressiva deriva culturale del popolo della sinistra, allora questa deriva culturale dovrebbe, come minimo, essere fatta risalire indietro nel tempo, a cominciare proprio dai Boomer e dovrebbe coinvolgere progressivamente anche le generazioni successive. Naturalmente si tratta, in questa ricognizione, di prendere in considerazione anche le eventuali continuità o discontinuità nella trasmissione culturale tra le generazioni.

7. Un dato di fatto, per intanto, è che il senso del noi dei Boomer aveva ancora un carattere trans generazionale. C’erano gli anziani (tecnicamente ora definiti come Silents[12]) da cui si poteva sempre imparare qualcosa. C’era una tensione spasmodica nel tentativo di trovare tra loro delle figure guida, dei riferimenti di valore. Dei Maestri[13]. C’erano poi i più giovani di noi, ai quali ci sembrava di avere qualcosa di importante da trasmettere. C’era poi chi aveva all’attivo esperienze significative e magari esemplari da proporre. Quelli della Resistenza, quelli della nuova sinistra dei primi anni Sessanta, come ad esempio quelli dei Quaderni Rossi. C’era il mondo degli intellettuali, ampio, variegato e diffuso anche a livello locale, ma c’erano anche quelli del sindacato e c’era il vasto mondo del lavoro. E poi c’eravamo noi, gli studenti, che eravamo affacciati su questo Mondo. C’erano quelli del volontariato. C’erano poi gli iscritti e i militanti di numerose organizzazioni single issue. Oppure anche soltanto quelli che non sono mai riusciti a prendere una tessera, nemmeno una volta. Quelli, cioè, impietosamente definiti come cani sciolti. Erano sciolti ma avevano un tasso elevato di coinvolgimento e di partecipazione politica.

8. La sinistra, dunque, aveva allora un profilo nettamente pluri generazionale. La cultura politica, le conoscenze, i principi e i valori, le esperienze si cumulavano e si trasmettevano. E la sinistra pareva comunque in crescita. A un certo punto però è subentrata quella che può essere definita come una rottura generazionale. Non mi riferisco tanto alla Generazione X, ancora legata ai postumi del Sessantotto e alle complesse problematiche del riflusso, e peraltro ancora estranea alle nuove tecnologie, bensì soprattutto alla Generazione Y, quelli che sono detti anche Millenial. È quella la generazione che ha, di fatto, accantonato il patrimonio delle generazioni precedenti. Sono coloro che hanno cercato, attivamente e consapevolmente, di costruire una cultura politica completamente diversa, che doveva essere nuova e alternativa. Una politica che fosse antipolitica, di movimento, caratterizzata da un attivismo pragmatico e anti ideologico. Il che finiva per concretizzarsi in cose strane, come il non partito, il non statuto, il mandato imperativo e, soprattutto, il rifiuto della distinzione tra destra e sinistra. La politica, per intenderci, del Vaffa, che poi ha avuto la sua più rilevante espressione nel movimento di Grillo. Il Vaffa non si riferiva soltanto ai santuari del potere, ma anche all’intera cultura della sinistra precedente. Non a caso, come manifestazione estrema del nuovo che avanzava, c’era l’infrastruttura della rete e la famosa piattaforma di Casaleggio, che ebbe poi degli sviluppi tragicomici[14]. Sono loro i veri e definitivi sciolti dal giuramento. Direi, sciolti da ogni giuramento. Con loro la deriva stava cominciando a divenire tangibile. Tutto questo mentre il PD cercava di raccattare confusamente le frattaglie della vecchia destra (la DC) e della vecchia sinistra (il PCI), in una nuova cultura politica detta “democratica” che, in realtà, non è mai nata.

9. Abbiamo allora cominciato a capire che i più giovani, tra quelli delle generazioni successive, non avevano più quell’impercettibile senso del noi di cui s’è detto. Se ne infischiavano del senso del noi, del magico quid che a lungo aveva unito le nostre generazioni e le altre precedenti. Non consideravano la cultura cumulativa delle generazioni, guardavano principalmente al presente. Il passato e il futuro cominciavano a cadere fuori dal campo di attenzione. Era anche quello un fenomeno vago che avrebbe dovuto allarmare, ma che è stato digerito senza troppo scompiglio. Ma non è di questi esiti che intendo occuparmi. M’interessa inseguire che fine ha fatto quel senso del noi che era così diffuso tra i Boomer, che ci ha segnato abbastanza profondamente e che, bene o male, ha caratterizzato una intera stagione politica del nostro Paese. L’ultima stagione che ha visto di fatto, nel bene o nel male, una forte politicizzazione della sinistra.

10. Dicevo che non siamo più quelli di una volta. C’è oggi, sotto il naso di tutti, un fenomeno emergente, proprio tra i vecchi “compagni”, quelli per lo meno che, compatibilmente con l’età, sono ancora attivi, che ancora leggono, scrivono, discutono, partecipano, ciascuno a suo modo. E forse anche tra coloro della Generazione X – i cosiddetti quarantenni – che stanno faticosamente prendendo in mano quel che resta della politica. Questo fenomeno è il senso di estraneità (cioè l’esatto opposto del senso del noi) che emerge subito, ogni qualvolta si cominci appena ad accennare a qualche tipo di questione che abbia, anche solo vagamente, a che fare con la politica e la cultura, vuoi locale, nazionale o internazionale. In altri termini, non ci si capisce proprio più. Il magico quid è evaporato. È andato a ramengo. Quello che una volta era stato per noi Boomer il “Mondo della sinistra” è diventato un mondo di estranei. Determinando così, appunto, la prospettiva demartiniana della fine di un Mondo. Tralascio qui, per motivi di spazio, le implicazioni psicopatologiche che De Martino attribuiva alla sua “fine del mondo”. Sarebbe interessante, in proposito, trattare ampiamente della nozione di de-storicizzazione. Chi fosse interessato, può ricorrere al mio saggio già citato nella nota n. 7.

11. La cultura politica delle fasce più anziane, come i Boomer, è oggi decisamente cambiata. Lo scambio politico tipico, quando c’è, è configurato come una serie di chiacchiere superficiali[15] unite a una mitragliata di slogan sempre più brevi, emozionalmente carichi e dal carattere intransigente. L’impressione è che i pochi Boomer che sono rimasti attivi sulla scena della cultura politica della sinistra credano per lo più di esser giunti a conclusioni definitive. Solo che queste conclusione sono tutte diverse, non coincidono proprio. E queste conclusioni le buttano fuori, le eruttano così come viene, senza alcuna voglia di esaminare e discutere le conclusioni altrui. Certezze ormai consolidate, ma anche fossilizzate e incancrenite. Al posto di qualsiasi attitudine alla riflessione e alla discussione, sembra essersi sostituito l’impulso a produrre una espressione qualsiasi, urgente e necessaria. Alla stregua della classica parresia[16]. È come se le complesse articolazioni della vecchia cultura politica avessero lasciato il posto a poche enunciazioni schematiche. Le antiche disparità di opinione sono ricondotte a poche stanche formule dogmatiche, del tutto rituali. Ciò rende gli attuali consessi dei Boomer ormai sempre più carichi di posizioni schematiche, di noiose ripetizioni e di quel senso di estraneità reciproca di cui si diceva.

12. Questa deriva incombente verso la fossilizzazione non facilita il rapporto con le altre generazioni, anzi lo rende quasi impossibile. La cultura politica dei Boomer sopravvissuti appare oggi, agli occhi delle generazioni successive, del tutto fuori luogo. Notoriamente, la qualifica di Boomer è sempre più usata in forma spregiativa. Essa è salita alla ribalta, e ha fatto il giro del mondo, in una data precisa. Si tratta del novembre 2019, quando il famoso motto “OK Boomer!” è stato usato, nel Parlamento neozelandese, come qualificazione negativa, da una deputata venticinquenne contro un altro deputato, peraltro della Generazione X. Il gergo dispregiativo anti Boomer, dicono le cronache, era tuttavia già in circolazione sui media da almeno una decina di anni.

Così, dopo esser stati a lungo ignorati, i Boomer da almeno un decennio stanno cominciando a divenire – come generazione – oggetto di attenzione da parte delle altre nuove generazioni, che tendono sempre più a considerarli come un blocco residuale dotato di alcuni tratti comuni eminentemente negativi e inopportuni. In altri termini, i Boomer, da soggetti di una complessa e articolata cultura politica quali erano, diventano ora principalmente oggetti di contumelie e invettive. Qui non si tratta solo più di una rottura generazionale, un mancato passaggio della cultura politica cumulata, bensì di un conflitto generazionale che si sta facendo sempre più palese e aperto. I Millenials e la Generazione Z sembrano sempre più infastiditi anche solo dalla presenza dei Boomer[17]. Il conflitto è ovunque sempre più evidente. Non c’è, a sinistra, una sola formazione politico culturale che sia in grado di costituire uno spazio comune di discorso tra i Boomer e le successive generazioni.

13. Nell’ambito della sinistra, ci troviamo dunque di fronte a un fenomeno di estraneità generalizzata, oppure, se vogliamo, a una doppia estraneità. Anzitutto quella ormai ricorrente entro la generazione dei Boomer ancora in attività e poi, secondariamente, anche e soprattutto, quella tra i Boomer e le generazioni successive. Quest’ultima sta prendendo l’aspetto non solo di una rottura ma anche di un vero e proprio conflitto. La prospettiva di un conflitto delle generazioni più giovani contro i Boomer emerge in maniera abbastanza chiara e preoccupante nel lucido e corrosivo OK Millenials! di Brice Couturier[18]. Emerge anche, in forma assai preoccupante, in termini sociali ed economici, dall’analisi di Luca Ricolfi contenuta ne La società signorile di massa[19].

14. Il mio intento tuttavia è quello di caratterizzare soprattutto la deriva dal lato dei Boomer. Facciamo un esempio. Non amo parlare in pubblico delle mie esperienze personali, poiché credo che, in fin dei conti, siano del tutto irrilevanti. Ma questa volta, farò una piccola eccezione. Ho avuto modo di provare il senso di estraneità intra generazionale di cui sto parlando, qualche tempo fa, nel corso di una conversazione con una persona della mia stessa generazione, appartenente in qualche modo a quel Mondo comune, politico e culturale, di cui sto descrivendo e lamentando il progressivo e forse definitivo deterioramento. Stavamo discutendo dei fatti di Gaza, di Netanyahu e quant’altro. In quel contesto, essendomi pronunciato su alcune questioni, peraltro di dettaglio, mi sono sentito rivolgere l’epiteto di antisemita. La cosa mi ha dato un qualche fastidio, anche perché, alla mia età e con la mia storia alle spalle, quella era davvero la mia prima volta nei panni dell’antisemita.

15. Mi sono reso conto in quel frangente, in termini esistenziali più che intellettuali, della perfetta inutilità della discussione che stavo facendo. È proprio così, più o meno con una specie di intuizione, che i fenomeni vaghi diventano fatti reali. Il comune percorso generazionale e il senso del noi, il magico quid, non erano più sufficienti a trovare uno straccio di terreno di discorso comune, peraltro su una questione a proposito della quale ormai c’è una storiografia consolidata e una bibliografia enorme, oltre a innumerevoli prese di posizione di studiosi, intellettuali e opinion leader. Una questione oltretutto che, per quelli della mia generazione, esiste da sempre, fin da quando eravamo bambini. Insomma, mi trovavo esattamente come se il mio interlocutore, Boomer anch’esso, fosse un estraneo qualsiasi incontrato per caso, in treno o al bar. Esattamente come se il famoso quid non fosse mai esistito.

16. Ho citato questo fatterello perché mi pare emblematico e perfettamente generalizzabile. Nel campo di discorso della sinistra, soprattutto dal lato dei Boomer – ma la cosa vale certamente a maggior ragione anche per le generazioni successive – ormai, al posto di una esperienza formativa e costitutiva comune, al posto di una cultura politica cumulativa, ci sono solo più innumerevoli questioni divisive, che vengono “risolte” apostrofando l’altro come un nemico, rovesciandogli addosso le più improbabili accuse, utilizzando l’insulto e lo screditamento morale. Siamo diventati tanti piccoli fondamentalisti che, invece di studiare le questioni e di argomentare, si beano di aggiungere delle reazioni, come se fossimo costantemente su Facebook. O in un talk show permanente. Il termine reazione è perfetto, per qualificare questa modalità deteriorata e residuale di rapporto.

17. Si dice, in sede di psicologia sociale, che i social media avrebbero avuto l’effetto di produrre, nei loro utenti, un pensiero schematico e semplificato, oltre ad averli abituati ad avere reazioni emotive amplificate e di pancia. Ma i Boomer dovrebbero essere oggi quelli meno contagiati di tutti. Sono ormai gli unici, tra i rimasti ancor vivi, ad avere passato ben più di mezza vita senza computer, senza smartphone e senza social media. In più, il Movimento del Sessantotto aveva avuto, come sua caratteristica, l’impiego massiccio della parola scritta, dalle scritte sui muri fino all’interminabile serie degli opuscoli politici e degli articoli e saggi pubblicati nelle riviste. Passando attraverso una miriade di ciclostilati e fotocopie. Fino ai malloppi dei vari Maestri della teoria che circolavano come non mai. Ho esaminato in dettaglio questo aspetto della cultura dei Boomer nel mio saggio: Un Sessantotto gutemberghiano[20]. Tutto questo curricolo formativo è silenziosamente caduto nel dimenticatoio. Come non fosse mai esistito.

18. Era ovviamente da un bel po’ che questo senso di estraneità aveva pieno effetto, che era ormai onnipresente e si infilava più o meno in tutte le questioni. Più o meno in tutti i rapporti interpersonali. Ma sembravano sempre estraneità di volta in volta particolari, specifiche e occasionali. Estraneità di cui si prendeva magari atto, ma magari come “contraddizioni in seno al popolo”, per usare un frasario un po’ datato. Ora sembra proprio il caso di prender atto che sta sopravvenendo una estraneità generalizzata.

Bisogna riconoscere che, ben oltre alla questione palestinese, in effetti, veniamo da stagioni divisive davvero straordinarie. Vediamone alcune, a mo’ di esempio. La sarabanda delle scissioni avvenute intorno al PD e all’ineffabile Renzi. Il conflitto contro tutti del movimento del Vaffa, nato proprio entro la Generazione Y. Il senso di estraneità reciproca con i No-Vax, nato intorno alle discussioni sulla questione delle vaccinazioni. E più in generale intorno alla valutazione della scienza e della tecnologia. Oppure sulla questione dell’invio di armi all’Ucraina. Uno degli argomenti più divisivi è ancora oggi costituito dalle cause della guerra tra Russia e Ucraina. La NATO poi è in assoluto uno degli argomenti più divisivi. La definizione di cosa sia il regime di Putin è un’altra questione altamente divisiva. Più o meno come era stata divisiva la questione intorno alla vera natura della Unione Sovietica, negli anni Venti e Trenta. Per non parlare delle questioni relative alla pace e alla guerra, con tutti gli annessi e connessi, tra cui la questione delle spese militari. Tutte le volte che parlo della democrazia, quella sostanziale, non quella formale, vedo intorno a me sguardi di pena e commiserazione. Per la maggior parte dei Boomer la democrazia era sempre stata “borghese” e sempre lo sarà! Meglio poi non parlare di magistratura, di legge elettorale, di regolamentazione dei partiti e dei sindacati. Mi dicono che anche nel movimento femminista ci sono oggi delle profonde spaccature.

19. Non parliamo poi ancora di Jobs Act e di questioni legate al mondo del lavoro e al ruolo del sindacato. Il recente Referendum del giugno 2025 ha visto profonde divisioni interne alla sinistra, come una valanga che nessuno più riesce a fermare[21]. Sulle questioni ambientali ci sono poi innumerevoli dissidi, come sulla cosiddetta democrazia diretta e sui beni comuni. Non parliamo poi dei diritti civili e del politically correct. Anche sulla immigrazione siamo riusciti a creare nemici e fronti contrapposti. Possiamo aggiungere anche le ricorrenze del calendario civile, con punte estreme il 25 aprile. Non parliamo poi dell’Europa. Non parliamo poi ancora dell’America e dell’Occidente, sempre colpevoli, secondo alcuni, di qualsiasi nefandezza. Si riesce anche a litigare, in campo filosofico, in maniera piuttosto irriducibile, sui principali filosofi degli ultimi tre o quattro secoli.

Insomma, ci ritroviamo divisi su tutto. Ripeto, su tutte queste questioni è del tutto legittimo esistano punti di vista diversi. Meno comprensibile è che non ci siano più chiavi interpretative minimamente condivise e che ormai nessuno abbia più voglia di dibattere, di studiare, e che le opposte fazioni si affrontino a colpi di insulti, condanne moralistiche e interdizioni perpetue. Ovviamente tutte queste questioni divisive rendono impossibile la formulazione di un qualsiasi programma elettorale progressista di sinistra. Tutto ciò, ovviamente, si è tradotto e si tradurrà in pessimi risultati elettorali. Il 2027 non è poi così lontano. Ma questo sembra non importare a nessuno. Gli effetti concreti della deriva culturale si sono visti nel 2022, quando la sinistra disunita ha fatto vincere la destra.

20. E qui vengo alla questione dell’Occidente senza pensiero, nella sua versione più idiosincrasica. Nel particulare cioè delle nostre vite e dei nostri rapporti quotidiani. Se appena si cerca di approfondire qualcuna delle questioni in gioco, ci si troverà di fronte sempre e soltanto a pezzi di ragionamenti, talvolta di senso comune, talvolta provenienti da epoche passate, talvolta raccattati sui social o presso qualche sito di riferimento di nicchia. Tutte le posizioni, anche le più strampalate, hanno oggi il loro sito di riferimento che coordina i loro adepti. Le analisi (che riguardano magari questioni di grande complessità) sono spesso ridotte all’osso. Spesso si tratta di semplificazioni difficilmente accettabili e del tutto inutili. Al posto dell’approfondimento, abbiamo le ripetizioni martellanti. Le poche e vecchie cause motrici della storia e della società, ossificate, vengono invocate per spiegare le conseguenze più varie, per proporre politiche del tutto improbabili. Scattano sempre gli stessi modelli esplicativi. Colpa dei padroni, degli americani, delle banche, della UE, della finanza internazionale, dei rigurgiti neofascisti, del neoliberismo, del patriarcato, dell’antisemitismo[22], degli immigrati[23] e di quant’altro.

21. Come abbiamo fatto a cadere così in basso? Io mi do la seguente spiegazione. Finché c’erano le ideologie[24], nel Mondo di cui ci stiamo occupando, c’erano anche le agenzie di produzione ideologica, c’erano gli intellettuali di riferimento, c’erano innumerevoli corpi intermedi che si occupavano intensamente della produzione delle idee. E le idee che circolavano avevano un carattere decisamente professionale. E di idee in circolazione ce ne erano assai. Alcune erano sicuramente pessime, ma alcune decisamente illuminanti, capaci di dar senso alla nostra vita e alla nostra storia. C’era di che scegliere. Tra gli intellettuali c’erano – come dice Aldo Schiavone nel suo saggio – i Maestri, coloro che erano in grado di analizzare le grandi questioni e di operare le grandi sintesi prospettiche che davano senso alle nostre vite e al nostro impegno nella storia. Nonostante le differenze di analisi e di opinione, si aveva l’impressione di una qualche omogeneità, per lo meno nei presupposti di metodo, che consentivano un qualche dibattito civile. Le nuove interpretazioni, quando c’erano, venivano soppesate, i dibattiti procedevano con un certo ordine. Tutti avevano l’impressione di occuparsi all’incirca delle stesse questioni, quelle all’ordine del giorno, che erano perciò considerate da tutti come le più importanti. Magari ci si divideva, ma c’era la consapevolezza che le questioni erano quelle. In genere, ci si divideva per delle ragioni. Se non si era d’accordo con qualcuno o qualcosa, si sapeva sempre spiegare perché. Questo anche perché investivamo tempo e denaro per informarci, per studiare.

22. Bastava leggere qualche rivista o qualche libro ben scelto, per tenersi aggiornati sugli sviluppi dei dibattiti nazionali e internazionali. Magari c’erano dei benemeriti che ogni tanto si peritavano di fare delle sintesi ad usum delphini. Magari anche ricche di copiosi riferimenti storici e con repertori bibliografici che avrebbero ammazzato chiunque. Oppure bastava frequentare le numerose e diffuse conferenze in cui si faceva il punto delle principali questioni. Si poteva dibattere con i relatori, fare delle domande. Ma poi, come ho già accennato[25], c’era un sacco di gente che scriveva. Lettere, articoli di giornale, saggi di vario genere, inchieste, denunce, relazioni a convegni, documenti politici. Habermas avrebbe detto che c’era qualcosa che somigliava al suo modello della opinione pubblica democratica. Al modello del Diskurs. Oggi, a sinistra, non ci sono più dibattiti, non c’è più opinione pubblica, ci sono solo risse da stadio.

23. Con la fine delle ideologie, questo universo culturale comune, questo universo pubblico di discorso, è progressivamente venuto meno. Non sto qui a esaminare in dettaglio perché e come questo sia avvenuto. Sarebbe troppo lungo. Di fatto gli intellettuali pubblici sono diventati dei chiacchieroni televisivi, le riviste hanno chiuso, le case editrici hanno cominciato a sfornare paccottiglia per le nuove generazioni dalla bocca troppo buona. Perfino i corsi scolastici e gli esami sono stati drasticamente semplificati. Oggi si può pigliare una laurea triennale con una tesina di 25 pagine. Così, è accaduto che ciascuno dei Boomer, neanche più tanto giovani, si è trovato a dover ricominciare a camminare con le proprie gambe. Gestire in proprio (cioè da soli) la ricerca delle informazioni e la loro interpretazione. Gestire in proprio la costruzione e il mantenimento di uno straccio di visione del mondo. Tanto per sapere cosa si vive a fare.

24. Di fronte al venir meno di un comune universo di discorso, i più “deboli” (mi sia permesso questo aggettivo, che nell’intenzione vuol essere di grande simpatia) si sono subito persi per strada. Magari anche sommersi dalle accidentalità e dalle incombenze, sempre più difficili, della vita quotidiana. Un riflusso lento e progressivo che in generale ha significato comunque un impoverimento della partecipazione. I più tenaci, sempre più pochi, hanno invece cercato di concentrarsi sulle questioni più commestibili, quelle più alla loro portata, lasciando da parte gli aspetti più ostici, quelli che avrebbero richiesto competenze e linguaggi specializzati. Direi che – contro Lyotard[26] e la schiera dei post-marxisti postmoderni – sia sopravvenuta un’incapacità generalizzata di produrre grandi narrazioni che fossero appena decenti[27], la qual cosa ha assicurato il proliferare delle piccole narrazioni, particolaristiche e identitarie, come quelle della cultura woke. O quelle dei tanti cespugli della sinistra minoritaria nostrana.

25. Avvenne così che, da quella che era sempre stata una galassia, si è dato luogo alla formazione di tanti piccoli micro sistemi – “giochi linguistici” di tipo pragmatico, direbbe il solito Lyotard – sempre più isolati e incomunicabili, sempre più concentrati a cuocere nel proprio brodo. Le idiosincrasie individuali e il progredire delle età anagrafiche hanno fatto il resto. Gruppi di irriducibili, sempre meno numerosi, entro cui ormai si perpetuavano pochi spezzoni di cultura politica, sempre più ripetitivi, sempre meno efficaci a cogliere nel segno i processi e i cambiamenti sociali, e le grandi vicende internazionali. Sempre meno efficaci a indicare prospettive credibili per affrontare la grande trasformazione tecnologica ed economica di fronte alla quale ci troviamo. Ciò ha prodotto anche l’allontanamento dal pensiero scientifico, dalle scienze economico sociali in particolare. Dalle scienze umane. E l’allontanamento dalla filosofia e dai valori dell’umanesimo. Umanesimo, oltre a democrazia, è un’altra parola che suscita ilarità e compassione nel mio circondario, tutte le volte che la pronuncio. Con l’aggravante del fatto che il pensiero politico ha comunque fondamentali risvolti filosofici. La filosofia è nata con la polis, ma la polis non sta in piedi senza una qualche passabile filosofia politica condivisa.

26. Coltivare in proprio anche solo qualche spezzone di discorso approfondito diventava sempre più oneroso, sempre meno remunerativo. E così è venuto il momento in cui ci siamo arresi. Siamo diventati tutti ritualisti nel senso di R. K. Merton. Coloro cioè che, essendo ormai del tutto impossibilitati nei mezzi, continuano inutilmente a vagheggiare i vecchi fini. Si pensi, ad esempio, al degrado subito dal dibattito nel campo delle scienze dell’educazione. Che pure è un campo che coinvolge innumerevoli professionisti, dotati di un certo livello di istruzione, nelle scuole di ogni livello. La qualità scadente della istruzione che trasmettiamo alle giovani generazioni è allarmante, ma nessuno si preoccupa. Neanche le giovani generazioni stesse. Tutti contenti.

27. All’appartenenza viva a un Mondo – la cultura politica della sinistra funzionava proprio come un Mondo demartiniano – con tutte le sue variegate sfaccettature, è così succeduta la coltivazione di costellazioni di identità rituali, rigide, impermeabili a ogni cambiamento. Lasch parlerebbe di Io minimo[28]. Che queste identità siano confinate in piccoli gruppi di irriducibili (destinati a sciogliersi solo con la sopravvenuta inabilità dei singoli appartenenti) oppure confinate entro la soggettività di singoli cani sciolti. Finché c’era un Mondo, era facile partecipare, discutere, scegliere tra le diverse alternative, magari anche cambiare posizione, ingenuamente anche infinite volte. Venuto meno il Mondo, l’economia del cambiamento non poteva più funzionare. Cambiare prospettiva da soli[29] era diventato sempre più oneroso, sempre più difficile. Non restava che rinchiudersi in una sorta di Fortezza dei Tartari. Ormai si costruiscono solo più cinte difensive, fortificazioni per difendere quelle quattro idee in croce che qualcuno ancora conserva gelosamente. Cimeli di un passato che una volta era stato vivo ma che ora è poco più che ridotto a un fossile museale. In generale, possiamo dire che alle elaborazioni complesse delle analisi e dei punti di vista che erano propri di un Mondo, è subentrato il fai da te individualizzato e, soprattutto, disperato. È subentrata la presunzione autoreferenziale di albergare e mantenere un residuo di cultura politica senza un autentico confronto, senza elaborazione, senza pubblico discorso, ma semplicemente sventolando una bandierina.

28. Se qualcuno poi cerca faticosamente di mantenere qualche standard culturale appena un po’ più elevato, magari affine a quei Maestri cui pure si era ispirato in passato, oppure se cerca di armeggiare con qualche forma di pensiero meno semplicistico, un po’ più articolato, oppure se cerca di tenersi aggiornato al panorama culturale internazionale, ebbene costui sollecita e suscita, nel circondario, l’incredulità e poi le immediate diffidenze. E talvolta aperte ostilità. Financo aggressività. L’Io minimo, oggi così diffuso, non può che produrre il rancore contro i diversi. Perché l’appiattimento cui siamo soggetti è una cosa che si deve consumare tutti insieme. Chi non si appiattisce come tutti, è decisamente un provocatore. Mal comune, mezzo gaudio. Sono reazioni in fin dei conti comprensibili, sebbene non giustificabili. Non si hanno ormai più gli strumenti per capire ciò che appena si distanzia dal senso comune. Costui sta dalla mia parte oppure è contro di me? Devo dargli ragione o devo dargli torto? Nel dubbio, è sempre meglio tenersi alla larga, meglio bannare senza esitazione. L’Io minimo è implacabile.

29. Quando vengono progressivamente meno i criteri di valutazione in termini di cultura politica, cioè criteri legati a un comune universo di discorso, a un universo di principi e valori, a un’enciclopedia di concetti condivisi, a un Mondo, come si diceva poc’anzi, allora si fa strada con prepotenza la logica realistica dell’amico/ nemico. Quella che è piaciuta tanto a certi nostri marxisti post-marxisti. Che hanno mollato Karl per avere in cambio l’altro Carl. Non contano più le idee, bensì i rapporti tra le persone. Si passa, ahimè, come dice Lyotard, dalla semantica alla pragmatica. La tendenza allora è quella a costituire piccole consorterie di sodali, che discutono di niente al proprio interno, ma che sono convinti di avere alcune comuni ideebandiera, alcuni vessilli simbolici da sventolare, qualche vecchia canzone da ascoltare, qualche rito periodico da compiere. Qualche causa assurda da sostenere. Appunto, cose come i “giochi linguistici” e le “piccole narrazioni” di Lyotard. Da brandire contro tutto il resto del mondo. Soprattutto da brandire contro i concorrenti interni alla sinistra stessa. Il che avviene oggi ancora esattamente come nella vecchia Unione sovietica. Il capitalismo poteva anche aspettare, ma quello che dovevi combattere, e far fuori subito, era il tuo immediato concorrente interno. Al di sotto degli striminziti e spesso assurdi vessilli simbolici, se si va a ben guardare, spesso ci sono soltanto piccoli interessi di bottega. Occupare qualche posto nella pletora di piccole organizzazioni che non contano più nulla, piazzare gente della tua lobby negli incarichi e organismi dirigenti, far venire qualcuno dei tuoi a tenere una conferenza da fuori, o a presentare un libro, mandare qualche post su Facebook per intrattenere la tua cerchia, rilasciare qualche intervista a nome della tua organizzazione, fare delle cene per raccogliere fondi, farsi invitare a tenere qualche pubblico dibattito. In tutto questo attivismo da amico/ nemico, accade così inevitabilmente che il famoso merito, tanto blaterato in teoria quanto sempre ignorato in pratica, vada a farsi benedire e si generi quella caratteristica selezione degli incapaci, così tipica ormai ad ogni livello delle organizzazioni superstiti del popolo della sinistra. Deriva culturale e selezione degli incapaci sono un miscuglio tossico che caratterizza sempre più il panorama tardo della fine di questo Mondo.

30. Spero di avere adeguatamente motivato che un Occidente senza pensiero[30], l’argomento del mio precedente saggio, non è solo un vezzo intellettualistico. O un argomento salottiero di moda. È piuttosto qualcosa che ha riguardato da vicino le nostre vite, quel che eravamo e quel che siamo purtroppo diventati. E che determina oggi la chiusura delle nostre prospettive e delle nostre speranze rispetto al futuro. Per noi e per quelli che verranno (anche se a costoro la cosa sembra davvero poco importare!). Si tratta di una deiezione nella quale siamo scivolati, senza neppure accorgercene. Senza neppure gridare. Senza neppure invocare aiuto. Semplicemente perché stavamo precipitando tutti nella stessa direzione, e ci sembrava allora una cosa del tutto normale.

In questo saggio mi sono occupato soprattutto del Mondo che ho conosciuto meglio, quello dei Boomer di ieri e di oggi. Se questo è però il quadro della deriva della cultura politica nell’ambito dei Boomer – cioè, quella generazione ancor vivente che nel contesto della propria formazione ha avuto le maggiori iniezioni di cultura politica – ci si può seriamente domandare allora quale sia la situazione presso le generazioni successive. Su questo argomento ho avuto qui solo il modo di fornire qualche flash estemporaneo. Magari tornerò sull’argomento. Qualche tempo fa mi sono ampiamente occupato della questione[31] e posso dire che, in merito, è ormai disponibile una vasta letteratura e che questa non è delle più confortanti. Peraltro, basta guardarsi intorno.


OPERE CITATE

1983 Anderson, Benedict, Imagined Communities. Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, Verso, London. Tr. it.: Comunità immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi, Manifestolibri, Roma, 1996.

2021 Couturier, Brice, OK Millenials! Puritanisme, victimization, identitarism, censure. L’enquête d’un baby-boomer sur les mytes de la génération “woke”, Éditions de l’Observatoire, Paris.

1984 Lasch, Christopher, The Minimal Self. Psychic Survival in Troubled Times, Norton, New York. Tr. it.: L’io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un’epoca di turbamenti, Feltrinelli, Milano, 1985.

1979 Lyotard, Jean-François, La condition postmoderne, Les Éditions de Minuit, Paris. Tr. it.: La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano, 1981.

1952 Mannheim, Karl, The Sociological Problem of Generations, in Mannheim, Karl (a cura di), Essays on Sociology of Knowledge, Routledge and Kegan Paul, London. [1923]

2000 Putnam, Robert D., Bowling Alone. The Collapse and Revival of American Community, Simon & Schuster, New York. Tr. it.: Capitale sociale e individualismo, Il Mulino, Bologna, 2004.

2017 Ricolfi, Luca, Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi, Longanesi, Milano.

2019 Ricolfi, Luca, La società signorile di massa, La nave di Teseo, Milano.

2022 Ricolfi, Luca, La mutazione. Come le idee di sinistra sono migrate a destra, Rizzoli, Milano.

1969 Riesman, David & Glazer, Nathan & Denney, Reuel, The Lonely Crowd, Yale University Press, New Haven and London. Tr. it.: La folla solitaria, Il Mulino, Bologna, 1999. [1950]

2012 Rinaldi, Giuseppe, “La fine del mondo. Crisi e storicità in Ernesto De Martino”, in Anima e Terra, n. 2, ottobre, pp. 133-157.

2025 Schiavone, Aldo, Occidente senza pensiero, Il Mulino, Bologna.


NOTE

[1] Pubblicato su Finestre rotte il 28 agosto 2025.

[2] Recentemente ho scritto un saggio di analisi intitolato Occidente senza pensiero. In quel saggio, in dialogo ideale con Aldo Schiavone (Cfr. Schiavone 2025), mi occupavo di una questione un poco astrusa, cioè del destino culturale dell’Occidente, nella attuale tormentata fase storica. Devo dire che il mio saggio, tranne lodevoli eccezioni e qualche latrato fuori luogo, non ha suscitato grandi reazioni, né positive né negative. Il saggio che qui presento, tratta esattamente e pervicacemente gli stessi argomenti dell’altro, non più però dal punto di vista generale, bensì dal punto di vista idiografico, cioè particolare. Diciamo che qui mi occupo del lato particolare del vuoto di pensiero dell’Occidente, quello che ci riguarda da vicino e ci tocca direttamente come individualità storiche. Mi aspetto pertanto almeno qualche reazione negativa, ma staremo a vedere. Preciso, dati i tempi, che nella stesura di questo testo non ho fatto uso alcuno di strumenti di intelligenza artificiale.

[3] Senza concetto, avrebbe detto Hegel.

[4] Ho provveduto a spiegare dettagliatamente la nozione di fenomeno vago nel mio saggio Il fenomeno vago della postverità.

[5] Userò il termine “sinistra” in senso ampio, senza alcuna distinzione interna, riferendomi soprattutto agli elementi basilari della cultura politica sinistrese. Circoscrivo per semplicità il discorso alla sinistra italiana. Quanto al termine deriva, così recita il Passerini Tosi: «Andare alla deriva = Detto di nave che non si può più governare ed è trascinata dalle correnti. […] In senso figurato […] lasciarsi trascinare senza reagire. Esser come in completa balia degli eventi».

[6] Cfr. Ricolfi 2017 e Ricolfi 2022.

[7] Uso qui il concetto di Mondo, che ha avuto una rispettabile tradizione filosofica, a cominciare da Kant e Schopenhauer per continuare con Dilthey e Husserl, e che, specificatamente nel campo storico sociale, culmina con uno dei miei Maestri virtuali, Ernesto de Martino. Sulla nozione di “mondo” in Ernesto De Martino si può vedere il mio saggio Rinaldi 2012. Il saggio è stato da poco rivisto e ripubblicato sul mio blog: Finestre rotte: La fine del mondo. Crisi e storicità in Ernesto De Martino (2012).

[8] Su questo punto, il riferimento ovvio è Comunità immaginate di Benedict Anderson. Cfr. Anderson 1983.

[9] Uso questo termine, anziché termini similari, solo perché è più preciso e permette così il raffronto con le altre generazioni. Sociologicamente, i Boomer sono coloro che sono nati tra il 1946 e il 1964. Sono coloro che, nel 2025, hanno tra 61 e 79 anni. La generazione successiva è la cosiddetta Generazione X, che comprende i nati tra il 1965 e il 1979. Sono coloro che, nel 2025, hanno tra 46 e 60 anni. Sono costoro a rappresentare il contingente più ampio dell’attuale personale politico. La generazione successiva è quella dei Millenial (detti anche Generazione Y) che comprende coloro che sono nati tra il 1980 e il 1994 e che, nel 1925, hanno una età compresa tra 31 e 45 anni. Costoro – vista la gerontocrazia tipica del nostro Paese – si apprestano a costituire la schiera new entry nell’ambito del personale politico. La generazione successiva è la Generazione Z, nata tra il 1995 e il 2012. Oggi nel 2025 hanno un’età compresa tra 13 e 30 anni. Data la loro età, sono ancora in gran parte coinvolti nei processi di formazione. Sono coloro cui dovrebbero essere rivolte formidabili e obbligatorie iniziative di formazione alla cultura civica e alla vita politica. Sarebbe questo il solo investimento che potrebbe provare a invertire la deriva di cui stiamo parlando. Ma nessuna forza politica nostrana ha all’ordine del giorno qualcosa di simile.

[10] Il boom demografico vale soprattutto per gli Stati Uniti. Un po’ meno per l’Italia.

[11] Questa definizione è stata prodotta da Karl Mannheim, in un articolo del 1923. Cfr. Mannheim 1952.

[12] Sociologicamente così è stata denominata la generazione dei nati prima del 1946, tra il 1928 e il 1945.

[13] Sembra strano oggi, ma queste figure guida c’erano, erano numerose e distribuite anche a livello locale. Le si poteva incontrare, si poteva discutere con loro, si potevano ascoltare le loro conferenze o leggere i loro articoli sulle riviste. Oggi, a destra e a sinistra, tutti credono di saperne abbastanza e di non aver alcun bisogno di figure guida. Chi si presentasse come figura guida sarebbe perfettamente ignorato. Ovviamente, fanno eccezione i leader populisti.

[14] Tutto ciò è ormai caduto nel dimenticatoio. Il danno arrecato è stato grave, ma costoro uno straccio di analisi e di autocritica non la faranno mai. Scurdammoce o’ passato!

[15] Non posso non evocare qui il mondo della chiacchiera come descritto da alcuni filosofi esistenzialisti.

[16] La parresia è l’impulso irrefrenabile a dire pubblicamente quella che si ritiene essere la verità, a qualsiasi costo.

[17] La mia impressione è che le radici ultime di questa conflittualità siano assai profonde. Non ho spazio qui per entrare in argomento. Altrove ho parlato di mutazione antropologica. Cronologicamente, i primi a rilevare qualcosa di simile a questa mutazione sono stati David Riesman (1909-2002) e Marshall McLuhan (1911-1980). A seguire poi molti altri studiosi, come ad esempio Cristopher Lasch (1932-1994). Si tratta di una diversa strutturazione dell’Io dovuta a processi sociali e soprattutto culturali. Riesman, nel suo The Lonely Crowd, contrappone il tipo psicologico degli inner-directed a quello degli other-directed. Ho trattato diffusamente di questa problematica nel mio saggio David Riesman e l’individuo ben socializzato, peraltro mai pubblicato su Città Futura. Cfr. Finestre rotte: David Riesman e l’individuo ben socializzato. Si veda eventualmente Riesman 1969 [1950].

[18] Cfr. Cuturier 2021.

[19] Cfr. Ricolfi 2019.

[20] Si veda il mio saggio Un Sessantotto gutemberghiano.

[21] Si veda eventualmente la mia analisi dei risultati referendari nel mio recente saggio: Finestre rotte: Referendum 2025.

[22] Oggi anche l’ONU è da taluni considerato come antisemita. Mi sento dunque in buona compagnia.

[23] In occasione del Referendum 2025, è accaduto spesso di sentire rudi militanti della “rivolta” landiniana sostenere che la presenza, nel pacchetto dei Referendum, della questione della cittadinanza agli immigrati avrebbe alimentato l’assenteismo elettorale e fatto perdere voti ai referendum sul lavoro. Un chiaro invito a non ripetere più l’errore di simili connubi contro natura.

[24] Assumo qui – seguendo l’opinione corrente – che ci sia stata effettivamente una fine delle ideologie, anche se la questione è davvero assai discutibile e controversa. È senz’altro riscontrabile che siano finite giustamente alcune ideologie decisamente dannose e financo perverse. Insieme a loro sono state buttate ideologie invece del tutto indispensabili, come l’umanesimo, la democrazia, l’eguaglianza oppure il cosmopolitismo Non ho spazio qui per trattare questa problematica.

[25] Vedi nota 18.

[26] Cfr. Lyotard 1979. Lyotard è un filosofo post-strutturalista e postmodernista.

[27] Il problema non è se le narrazioni siano piccole o grandi, bensì se siano giuste o sbagliate. Siccome Lyotard è un relativista, guarda soltanto alla dimensione delle narrazioni (grandi o piccole) e non al loro contenuto.

[28] Cfr. Lasch 1985.

[29] Mi riferisco qui allo studio di Robert Putnam Bowling Alone. Cfr. Putnam 2000.

[30] Vedi la nota n. 2.

[31] Ho, da tempo, un saggio in sospeso su questo argomento. Non ho grandi incentivi a completarlo.

 

Ariette 26.0: Ripensandoci

di Maurizio Castellaro, 6 settembre 2025

Le “ariette” che postiamo dovrebbero essere, negli intenti del loro estensore, «un contrappunto leggero e ironico alle corpose riflessioni pubblicate di solito sul sito. Un modo per dare un piccolo contributo “laterale” al discorso». (n.d.r).

Per lavoro mi rapporto quasi quotidianamente con il sistema regionale e con i suoi enti strumentali. Per sopravvivere ad anni di dolorose cornate contro i muri della burocrazia mi sono adattato in una prima fase ad un approccio Zen, mentre attualmente ricorro come contro veleno a dosi massicce di autoironia. Le righe seguenti rientrano quindi nel quadro di questa autoterapia.

Recentemente mi è capitato di telefonare ad un ente di supporto regionale per risolvere il problema X. Rispondendo alla voce registrata digito il tasto 2 ed espongo la questione ad una gentile operatrice, che inizialmente prende appunti, ma poi mi informa di non essere l’ufficio giusto: “torni al centralino e digiti il tasto 4”. Eseguo, e al tasto 4 mi risponde la stessa operatrice di prima, che questa volta risolve il problema senza fare una piega. Lo riscrivo. Mi risponde la stessa operatrice al tasto 2 e al tasto 4. Al tasto 2 non poteva aiutarmi, al tasto 4 invece sì.

La storiella paradossale ha un retrogusto di tristezza, perché per l’operatrice la situazione era normale, mentre per me non lo era affatto. Ma ho fatto finta che lo fosse, per portare a casa il risultato.

Ripensandoci, questa è una perfetta metafora della ragion burocratica che stritola le nostre vite in reti formali svuotate di senso e di umanità, rigide procedure perfette per essere consegnate a intelligenze non senzienti (sono già in mezzo a noi). Ripensandoci, per rimanere umano avrei dovuto almeno ridere in faccia all’operatrice. Ma non l’ho fatto, forse ho anche ringraziato. E ripensandoci ancora meglio, questa non è per niente un’arietta. Anche l’autoironia trova i suoi limiti, in questo sanguinoso inizio di settembre.

Perché non possiamo non dirci democratici

di Giuseppe Schepis, 4 settembre 2025

Democrazia: (dal greco dèmokratia, da dèmos, popolo e kràtos, autorità) Autogoverno del popolo. Preponderanza del potere popolare in un qualunque governo, o controllo di questo governo da parte del popolo.

E dai, proviamoci ancora. Torniamo un’altra volta su tema della democrazia. Non che su questo sito l’argomento sia mai stato trascurato, direi anzi che praticamente sin dall’inizio non si è parlato d’altro, da tutte le angolazioni e in tutte le declinazioni possibili: ma siamo ormai talmente abituati a sparare noi stessi addosso alla democrazia, o a vederla bersaglio di ogni possibile critica o attacco, che rischiamo di perdere di vista la formula fondante, il significato originario del termine. Ben venga dunque una riflessione pacata ed essenziale come quella proposta di seguito da Giuseppe Schepis. Giuseppe è una delle persone più limpide e intellettualmente oneste che io conosca: il che non significa affatto ingenue, al contrario: significa capaci di affrontare un tema così controverso con umiltà e coraggio, non proponendo e giustificando delle risposte già confezionate, ma ponendosi delle domande. Che è poi l’unico, semplice metodo della conoscenza. (p.r.)

È convinzione comune che la democrazia sia il migliore dei governi possibili, ma occorre chiedersi se una qualche democrazia pienamente compiuta sia mai stata costruita; dobbiamo interrogarci circa la sua reale attuazione passata, lo stato di salute delle democrazie presenti e gli sviluppi futuri che si possono intravvedere a partire da eventi quali le ultime elezioni statunitensi, che hanno riportato al potere Donald Trump e quella squadra per certi versi sgangherata e per altri inquietante che forma il suo governo.

Partiamo dal principio di funzionamento che dovrebbe caratterizzare un sistema democratico: in un tale sistema tutti i cittadini che formano la comunità democratica in analisi partecipano al governo dell’entità statale. Ogni cittadino partecipa alle decisioni e all’indirizzo politico del governo della comunità o direttamente (come nelle democrazie arcaiche formate da pochi cittadini riconosciuti tali, o come nei referendum popolari che vengono correntemente utilizzati in molte democrazie moderne) o indirettamente, eleggendo propri rappresentanti che porteranno la voce degli elettori in parlamenti e governi di varia forma e natura.

Un dato di fatto che mi sento di dare per scontato, ma che sovente non viene preso in considerazione nei piatti dibattiti politici odierni, è che in una società complessa gli interessi dei singoli cittadini non sempre coincidono e quindi l’indirizzo politico e le scelte di governo della comunità dovrebbero tenere conto e mediare tra tutti gli interessi, differenti e sovente contrastanti, di cui i singoli cittadini sono portatori. Un sistema simile privilegerà, teoricamente, i gruppi di cittadini più numerosi – che potranno avere più peso diretto nelle scelte simil-referendarie o avere più rappresentanti per le proprie istanze nei sistemi rappresentativi. Tutti, comunque, dovrebbero avere la possibilità di far sentire la propria voce e di avere una qualche tangibile rappresentanza.

Qui nasce un primo problema: perché una società si possa definire evoluta, forse umana in contrapposizione alle brutali leggi di natura, ci sono delle condizioni e delle regole pre-democratiche che dovrebbero rappresentare le basi intangibili sulle quali costruire ogni forma di sistema democratico ipotizzabile. Tra queste condizioni vedrei innanzi tutto la salvaguardia dei diritti della persona, da considerare inalienabili, quali dignità, riparo dalla violenza fisica e psicologica, minime condizioni di assistenza sempre garantite (in una società degna queste sarebbero da garantire anche per chi – pur umano – non fa parte della comunità stessa), regole che evitino le potenziali degenerazioni o involuzioni che il gioco democratico può potenzialmente (anche praticamente se prendiamo in analisi ciò che ci sta accadendo attorno) presentare.

Il gioco democratico non deve mai trasformarsi nella dittatura della maggioranza, che potrebbe facilmente ridurre o eliminare totalmente i diritti pre-democratici appena menzionati, a discapito di minoranze anche sostanziose e in ultima analisi di tutti. Faccio solo un cenno a sistemi elettorali a mio avviso pericolosi, che in nome della governabilità trasformano nei parlamenti e nei governi minoranze organizzate in maggioranze assolute – che sovente si sentono investite di un mandato divino illimitato.

Voglio aprire una piccola parentesi: tra le condizioni sopra elencate ve ne sono alcune che prevedono norme comportamentali senza richiedere la gestione di beni o servizi, altre che invece prevedono che una parte di ciò che la comunità produce – in termini di beni o di lavoro – venga dedicata al mantenimento di uno stato sociale minimo che permetta di preservare la dignità di ogni cittadino, mettendolo al riparo dai rovesci del fato. Perché ciò possa essere realizzato, ogni appartenente alla comunità dovrà partecipare al supporto materiale dello Stato, ogni cittadino dovrà generare attivamente il benessere giustamente preteso e nessuno dovrà evitare di condividere una parte di suoi beni prodotti – materiali o immateriali che siano – con la comunità tutta. I problemi di fedeltà fiscale, ben noti nel nostro paese, sono uno degli ostacoli principali alla creazione di un sistema democratico compiuto, al pari peraltro della mancanza di senso civico, senso civico che dovrebbe spingere ogni cittadino a condividere oneri e responsabilità – senza approfittare mai impropriamente dei diritti acquisiti.

Un sistema democratico che dovesse essere privo di questi prerequisiti non sarebbe in grado – a mio avviso – di costruire una democrazia compiuta; il semplice atto di mettere una croce sul nome di un candidato abbandonando la scheda in un’urna non è una condizione sufficiente per poter parlare di democrazia.

Dunque, perché un sistema democratico funzioni i cittadini che decidono – con metodi diretti o indiretti – del governo della comunità, devono poterlo fare scientemente e con responsabilità: ciò presuppone che tutti siano a conoscenza delle regole fondanti della comunità e che le condividano, che siano coscienti e siano tenuti a preservare – innanzitutto – il bene comune; i partecipanti alla comunità dovrebbero avere chiari anche quali siano i propri interessi e come questi vadano salvaguardati senza ledere quelli altrui. La formula è elementare, la sua applicazione pratica ha sempre recato difetti e vizi tali da rendere quasi utopica la costruzione di una democrazia compiuta.

Molte elezioni che hanno designato i rappresentanti del popolo svoltesi di recente sembrano contraddire il fatto che chi ha esercitato il suo diritto di voto abbia effettiva coscienza di quali siano i propri interessi, né di quali siano i reali problemi della comunità – se non del pianeta – che andrebbero affrontati e risolti; la vittoria elettorale di Donald Trump è solo l’esempio più evidente e emblematico di ciò: masse appartenenti alle classi lavoratrici, escluse non solo dalla redistribuzione ma sovente anche dalla creazione della ricchezza, hanno deciso di affidare il loro futuro ad un miliardario rappresentante degli interessi di una ridottissima élite di super-ricchi, che da subito ha iniziato a legiferare contro gli interessi della maggior parte dei suoi elettori. Si potrebbe obiettare che anche i naturali rappresentanti di quelle classi lavoratrici hanno tradito sistematicamente i propri elettori, facendosi portavoce di interessi corporativi e a volte anche in maniera più semplice e volgare degli interessi propri; ciò non giustifica comunque – a mio avviso – il fatto che i consensi vadano in alternativa a chi ha, anche anticipatamente in fase di campagna elettorale, dichiarato che avrebbe fatto a pezzi quel poco di stato sociale presente negli USA (vedi la timida ma pur presente riforma Obama in favore di un’assistenza sanitaria diffusa).

La spiegazione più logica di quanto accaduto potrebbe risiedere nel fatto che i populisti, imperanti non solo negli Stati Uniti, fanno efficacemente leva sulle paure e sul senso di abbandono; la paura di perdere quel benessere che ha comunque caratterizzato i paesi occidentali a favore di masse di immigrati che premono alle frontiere e il senso di abbandono di lavoratori dei più tradizionali settori produttivi che hanno visto – nel corso degli anni – sparire i loro posti di lavoro a causa di delocalizzazioni, competizione insostenibile da parte di colossi emergenti quali Cina e India, finanziarizzazione dell’economia dalle svolte economiche del governo Thatcher a seguire. La perdita di centralità del lavoro e del suo potere associativo, la sua precarizzazione, la trasformazione dei cittadini in consumatori effimeri sulla quale ha puntato il Mercato – trasformando radicalmente anche aspirazioni e bisogni degli umani, l’abbandono della cultura come valore e come riscatto sociale a vantaggio di evanescenti carriere basate su intuizioni miracolose o speculazioni prive di scrupoli, tutte queste cose hanno certamente contribuito a costruire il mondo non idilliaco nel quale ci troviamo a vivere. Tutto questo, comunque, potrebbe spiegare un astensionismo non condivisibile (se non partecipi al gioco elettorale altri decideranno anche per te) ma comprensibile con la delusione; risulta comunque incomprensibile come affidarsi a chi è stato, negli anni, attore di tutti i cambiamenti sopra elencati (il grande Capitale, gli interessi di élite corporative) possa essere presa in considerazione come possibile soluzione: una forte dose di inconsapevolezza – o dabbenaggine – deve per forza esserci. Quanto detto, rende evidente il fatto che non possiamo certamente parlare di democrazia compiuta quando i cittadini si fanno rappresentare da chi conculca i loro interessi.

A questo punto: che fare? Continuando a volare basso vengono in mente due ricette classicamente contrapposte: la prima, conservatrice, prevederebbe una democrazia ristretta, cui ammettere solo un limitato gruppo di individui illuminati; costoro sapranno operare le migliori scelte per sé stessi e per la comunità tutta! Resta il non trascurabile problema di come individuare questi aristocratici, immaginando che ogni potenziale categoria perorerà la propria causa: dovranno essere classicamente i più facoltosi, benedetti dal divino in quanto esseri superiori come nella migliore tradizione Puritana? Dovranno essere i più colti, e in questo caso i seguaci della cultura umanistica o quelli della cultura scientifica? Ed infine: chi avrebbe la capacità di insignire costoro in assenza di un’autorità divina onnisciente e condivisa? In ultimo: questa soluzione non sembra molto diversa da ciò che sta già accadendo: élite economiche in grado di manipolare folle disorientate stanno già sedendo, direttamente o tramite loro rappresentanti, sugli scranni più alti di governi e parlamenti, soggiogando a loro vantaggio i logori strumenti della democrazia orfani di cittadini coscienti.

La seconda possibilità, progressista per evitare di dare brutali connotazioni politiche, prevederebbe proprio l’edificazione della democrazia a partire dalla costruzione di cittadini coscienti, quanto più colti possibile, educati in maniera rigida al senso civico e alla difesa del bene comune; la scuola dovrebbe essere lo strumento principe per questa costruzione, una società coesa a trama fitta il sostrato ideale per la sua crescita – società capace di premiare i comportamenti positivi e reprimere quelli devianti e asociali. Mentre scrivo la scuola mi evoca senza fraintendimenti sensazioni positive, sempre ricordando gli insegnanti capaci e relegando nell’ombra quelli non in grado di trasmettere né nozioni né visioni del mondo; i restanti punti dell’elenco suonano sinistramente familiari e rievocano coercizione e irregimentamento già tentati in passato con esiti che conosciamo. Mi vengono in mente vetuste platee costrette all’ascolto di Tchaikovsky che – una volta libere – sarebbero corse ai concerti di Al Bano: per questo particolare esempio uno dei miei spiritelli, quello più antidemocratico, cadrebbe nella considerazione che almeno una volta – costretti o no – ascoltavano Tchaikovsky, mentre ora degradano naturalmente verso lo stato energetico inferiore e le musichette fastidiose che popolano le nostre emittenti radio.

Dismettendo i panni del giullare, che indosso sempre in maniera sgraziata, è chiaro che ci sono terze o quarte vie più edificanti, che la tenace costruzione culturale che alcuni docenti ancora praticano e l’esempio che possiamo tutti fornire nelle nostre attività quotidiane – le più disparate – appaiono i soli argini che possono rallentare la discesa verso il caos; le reti di amicizie, i tentativi di analisi della realtà e i timidi abbozzi di soluzioni condivise possono migliorare il clima generale, o quantomeno il clima nel quale ci troviamo personalmente a vivere. Resta il fatto che il sistema, che non ha bisogno di essere eterodiretto da nessuno e che tende naturalmente – seguendo il secondo principio della termodinamica – verso l’aumento di entropia, pare virare decisamente verso la creazione di imperi poco democratici, con l’obiettivo di massimizzare i profitti nel breve e medio periodo ignorando le conseguenze a lungo termine delle scelte odierne. I cittadini di ogni paese appaiono sempre più disposti a cadere vittime di sirene quali il populismo, il rifiuto del pensiero scientifico, il nazionalismo, la delega all’uomo forte che deresponsabilizza e affida il futuro a personalità malate di mitomania e sempre rappresentanti di oligarchie autoreferenziali e decisamente poco democratiche.

Le scelte operate da personaggi come Elon Musk appaiono irrazionali in un’ottica di lungo periodo: le crisi ecologiche, climatiche, sociali, che potrebbero travolgere anche gli imperi di questi ricchissimi e i loro eredi, non vengono nemmeno prese in considerazione come potenziali problemi. Probabilmente ciò che guida queste scelte ha a che fare con un senso di onnipotenza derivante dall’immenso potere economico: la fideistica certezza che la ricchezza salverà certamente loro – unita magari a un positivismo insensato, che immagina futuribili soluzioni dell’ultimo minuto affidate alla tecnica che certamente rovesceranno le sorti del pianeta in senso positivo. Purtroppo pare che costoro stiano acquistando sempre più potere e autonomia, e che siano destinati a guidare – in un futuro non lontano – entità statali che poco avranno a che fare con ciò che chiamiamo democrazia, modificando progressivamente cultura e senso comune su un piano inclinato che già ci vede acquistare velocità verso il baratro.

Ciò che mi resta, al termine delle mie usuali ottimistiche considerazioni, è un desiderio insoddisfatto di partecipazione politica, per poter incidere e cambiare lo stato delle cose; insoddisfazione molto probabilmente colpevole – perché non ho mai aderito a nessuna organizzazione per tentare di dare il mio contributo – o forse meritevole, dato che non vorrei mai far parte di un club che accetti tra i suoi membri uno come me!

Lo sapevo: quest’ultimo passaggio smaschera il marxista che è ancora in me!

Tsundoku – Breve Respiro

di Vittorio Righini, 1° settembre 2025

Tsundoku, in giapponese, più o meno significa: l’abitudine di accumulare libri con l’idea di leggerli in futuro. Esiste un’ossessione corrispondente, e più accentuata, che è quella di accumulare i vinili. Componenti fondamentali per i libri, e ancor più per i dischi in vinile, sono: a) l’edizione b) le condizioni c) la copertina. Ma con i libri conta anche la qualità e l’odore della carta.

Il contenuto è il più delle volte già noto nei vinili, è quindi un dato scontato, non si compra un vinile raro se sappiamo che il contenuto non è nelle nostre corde; più casuale il libro.

Ma qui arrivano le differenze: su un mercatino si trovano libri a 1, 2 o 3 euro, che comprati al tempo della loro pubblicazione sarebbero costati 10 o più migliaia di lire, o decine di euro. Il mercato è quello dello sgombero, lo dico in senso oggettivo, si fanno magnifici affari (ieri, mercatino di Acqui, trovato Napoli ‘44 della Adelphi, di Norman Lewis, a 2 euro … Signori, di cosa stiamo scrivendo!? Al banco di fronte mio figlio compra il vinile L’Indiano di De Andrè, copertina buona, vinile discreto, a 30 euro e il tipo sembra gli faccia un regalo).

I vinili sono già finiti in mano ai commercianti; conosco persone che, smesso il loro lavoro abituale, lo fanno di professione.

Baristi modesti, messi comunali in pensione, saltimbanchi d’ogni genere e forma che di musica hanno sempre saputo e capito poco o niente, e che oggi si ritrovano alle fiere del vinile e pontificano, convinti di avere di fronte a loro degli ignari, da imbonire con stronzate micidiali. Quando li incontro, faccio un sorriso e passo oltre, a favore di vecchi malati di musica, che vendono per campare ma sanno cosa propongono. Certo, i vinili sono più rari dei libri, ma c’è un limite a tutto.

Invece nel mondo dei libri l’offerta è tale che è difficile da valutare. Io spesso compro senza conoscere quel libro … sì, ma a 1 euro, 2 o 3. Non a 30/40/50 come ti chiedono per un vinile. Ne sto facendo una questione di vil denaro? anche.

Compulsivo, un termine di moda oggi; chi si compra una valanga di libri ad ogni mercatino spenderà poche decine di euro, ma a meno che non sia Matusalemme avrà ben poche possibilità di leggerli tutti. Però il piacere di possederli (e la gioia dell’Ikea che vende migliaia di librerie Billy, pur incocciando a volte con la pazienza delle mogli) è impagabile.

Un compulsivo del vinile deve avere un reddito notevole per paragonarsi a un compulsivo del libro (del libro normale per intenderci, non certo il collezionista di libri antichi e rari, quello vive su di un altro pianeta).

E la pigrizia dove la mettiamo? io non sono definibile “esagerato” per la quantità di libri che possiedo (vinili ne avrò 1500, ma li compro dal 1970, mentre i libri sono tantissimi, ma in parte per averli ereditati dai genitori, lettori accaniti, e in parte acquisiti negli ultimi 30 anni), eppure ho 7/8 librerie piene. Ho provato a tenerli in ordine, ma ormai i libri non letti sono in parte finiti in mezzo a quelli da leggere, c’è un certo caos, complicato da gestire in fase di ricerca.

L’altra sera prendo in mano Un sorriso nell’occhio della mente di Lawrence Durrell; il racconto narra di un conoscente cinese di Durrell che gli prospetta la filosofia Tao, e lo inizio con entusiasmo, per rendermi conto dopo le prime pagine che l’ho già letto e che mi era pure piaciuto … beh, che c’è di male? niente, basterebbe solo essere più ordinati, ma chi se ne fotte.

Tsundoku, termine nato nell’era Meiji (1868-1912), per la verità ha un significato più sottile di quello che ho indicato all’inizio: significa accumulare libri in casa senza sapere se mai li leggeremo, e questa interpretazione ci apre la mente ad altre e ben più curiose riflessioni. C’è chi ritiene che si tratti di una forma di dipendenza (ecco l’acquisizione compulsiva di cui scrivevo prima), chi ritiene invece che si tratti di una forma di umiltà, avere tanti libri per migliorare se stessi. Io ne propongo una terza, una via di mezzo: una insaziabile curiosità che spinge ad accumularli, i libri.

Leggo, in un articolo sul web, che l’altra parte della barricata è quella che dice che avere troppi libri in casa genera ansia, nella convinzione della brevità della vita, per la nostra incapacità di leggerli tutti, quindi per la nostra mancanza di tempo. No, non sono d’accordo; ottimista di natura, vedo l’accumulo dei libri in casa mia come Paperon de Paperoni vede il mucchio di monete nel suo mega salvadanaio a forma cubica (impresto i libri, non ho problemi, ma li timbro con l’ex-libris e sparo con un fucile a canne mozze a chi non me li rende, perché sono uno di buon cuore e non voglio far soffrire).

Sempre nello stesso articolo, leggo che lo psicologo, nel caso, consiglia di farsi un sacco di domande prima di comprare l’ennesimo libro, e rispettare regole come l’ordine, l’elencazione, la motivazione, la registrazione di ogni acquisto … no, no grazie. Mi perderei tutto il meglio, che razza di Tsundoku sarei?

Ps: esiste un libro che si chiama: Tsundoku. L’arte giapponese di accumulare libri, Raito Taiki, editore Giunti 2025, ma non ho la più pallida idea se ne valga la pena. A me basta andare due o tre volte l’anno da Paolo Repetto, a Lerma, dove il mistero viene svelato in tutta la sua pienezza.

Pps: cosa c’entra Breve Respiro? più di venti anni addietro, in occasione di una sosta nel Comune di Zogno (BG), mi invitarono a pranzo in una vecchia trattoria proprio sotto i monti, con a fianco un ponticello in pietra che scavalcava un minuscolo torrente, per poi inoltrarsi in una ripidissima mulattiera. I montanari, nel passato, si fermavano a bere un bicchiere o mangiare un piatto di casoncelli caldi prima di affrontare la salita, cioè prendevano un breve respiro. È quello che propongo anche io con la lettura di queste due semplici paginette: purtroppo mi mancano casoncelli e vino. Come dire: dopo aver letto dedicatevi a cose più serie.

Nei momenti di malumore

di Paolo Repetto, 20 agosto 2025

In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di “bella promessa” a quella di “solito stronzo”. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di “venerato maestro”.
Alberto Arbasino

Allora: è stato ripubblicato Venerati maestri di Edmondo Berselli. Per chi non lo avesse ancora letto, o addirittura non sappia chi era Berselli, è un’occasione da non perdere. Ma anche per chi già lo conosce la rilettura rimane comunque uno spasso, e soprattutto rinnova la convinzione che il giornalismo e la professione intellettuale siano qualcosa di diverso da quello che oggi conosciamo. La nuova edizione esce per i tipi di Quodlibet, e arriva a quasi vent’anni dalla prima (di Mondadori). Personalmente ne sono strafelice, e vedremo poi il perché, ma come aspirante da una vita al ruolo di editore mi chiedo se sotto un profilo prettamente commerciale sia un’operazione azzeccata.

Voglio dire: avrà ancora un mercato? Questo non perché dubiti del valore dell’opera, della sua eccezionalità documentaria e anche linguistica: sono anzi convinto che Berselli meriti di figurare nella top ten (o only ten) degli autori italiani dell’ultimo mezzo secolo meritevoli di essere letti e ricordati. Ma da chi potrà essere letto, oggi? Quelli che erano in grado di apprezzarne l’intelligenza, e più ancora il sarcasmo, il libro ce l’hanno da quel dì: quelli che vengono ora e che verranno domani, a parte una sparutissima minoranza, avranno enormi difficoltà a orientarsi nella gimkana di Berselli, che fa riferimenti a protagonisti e vicende di ieri e dell’altro ieri, già messi in soffitta dall’urgenza di concentrare l’attenzione sul presente di stamattina; e probabilmente non avranno neppure le gambe per stargli dietro, abituati come sono a letture non più impegnative di un tweet o di un post.

Comunque, onore alla casa editrice e al suo coraggio. Spero di essere smentito e che la nuova edizione conosca un successo pari a quello della precedente. Almeno non dovrò più preoccuparmi di scovarne copie nei mercatini per regalarle agli amici più giovani. Fornirò solo indicazioni per l’acquisto.

Qualcosa va detto però anche del libro. Non di cosa parla, naturalmente, perché non è materia che si possa riassumere: mi limiterò a dare un’idea di come lo fa. Avete presente l’Ulisse di Joyce? Non dico se l’avete letto, perché non conosco nessuno, me compreso, che sia davvero arrivato sino in fondo. Ma ci avete almeno provato? Ebbene, Berselli procede un po’ allo stesso modo, saltando in apparenza continuamente di palo in frasca, in realtà srotolando la bobina di un unico film, un documentario concitatissimo e affollato costruito attraverso una galleria di ritratti, di scorci ambientali, di baracconi culturali tenuti in piedi da complicità tutt’altro che amicali, fondate anzi sulle invidie e sul livore.

I “venerati maestri” sono per Berselli gli intoccabili della cultura del secondo Novecento (e del primissimo spicchio del nuovo secolo). Ce n’è per tutti, e i ritratti che si susseguono nella galleria sono tratteggiati passando di volta in volta dall’ironia benevola nei confronti di alcuni al sarcasmo feroce per i più, con un criterio che Berselli stesso confessa, e anzi rivendica, come totalmente umorale: “Nei momenti di malumore, sempre più frequenti, io confesso che non mi piace nulla. Non mi piace un romanzo, non mi piace un film, la musica, la televisione, non mi piace praticamente niente di quanto viene prodotto in Italia”. Tuttavia questo criterio non fa mai scadere il racconto nell’invettiva: il quadro che ne viene fuori è una tavola alla Jacovitti, una somma di “mostruosità” quotidiane trattate con irriverente schiettezza, col gusto del pettegolezzo sapido, ma senza mai indulgere ad un atteggiamento inquisitorio. Siamo fatti così, dice Berselli, io compreso: solo che il malumore mi fa vedere le cose più lucidamente, e mi spinge a non accettarle supinamente.

Al contrario, l’atteggiamento della “classe intellettuale” è sempre ipocritamente compiacente: “Noi sappiamo che tutti loro, là fuori, stanno trastullandosi con forme inferiori dell’arte e della cultura, con figurine di un album infantile: ma dall’alto della nostra superiorità mostriamo un volto che si degna di manifestare una specie di simpatia intellettuale, di comprensione, quasi di affetto. Quel sentimento di benevolenza che si rivolge di solito ai parenti non troppo stretti, che si incontrano ai matrimoni o ai funerali: una compiacenza volonterosa quanto distratta, senza un vero coinvolgimento psicologico e affettivo, tanto si sa che ci si ritroverà solo fra quattro o cinque anni, e si rifarà la solita manfrina”.

Berselli si chiede: “[…] come è stato possibile che abbiamo accettato il diktat di un paternalismo critico così ignobile, un peccato di gusto talmente colpevole da risultare senza remissione, un’ipocrisia generale tanto inqualificabile?” E si dà anche la risposta, chiara e perfettamente condivisibile.

Il qualcosa che non va è il conformismo diffuso, l’ovvio dei popoli, il velluto di ipocrisia collettiva che sembra aver coperto con una specie di indiscusso canone artistico, intellettuale e spettacolare, l’Italia contemporanea, in ragione del quale tutti sono ‘d’accordo con tutti, e nessuno obietta mai niente. In privato si parla male di tutti, e si fanno sghignazzate sui grandi capolavori che vengono proposti dai media e sui protagonisti santificati dallo stereotipo; in pubblico, e cioè sui mass media e nelle occasioni ufficiali, ci si guarda bene dall’incrinare anche solo con un graffio il luogo comune e l’oleografia”.

Tanto per non fare nomi: “Erano i tempi in cui andava moltissimo Bertold Brecht, nella particolare mediazione socialista di Giorgio Streheler, e all’Italia intera venivano inflitti drammi brechtiani a iosa, che dovevano piacere a tutti e in effetti a tutti piacevano, o almeno tutti dicevano che gli piacevano, specie quando c’era Milva la rossa … E con Brecht eravamo ancora sul versante colto, quasi accademico. Se si voleva eccedere nella sofferenza e nella cultura, un gradino oltre l’impegno, nello spazio ideale della tortura, c’erano Luciano Berio e Luigi Nono, comminati e inflitti nel segno della grande avanzata culturale di massa”.

Nel paginone jacovittiano alcune figure si stagliano e giganteggiano in negativo; ma non è neanche così, il negativo ha comunque una sua consistenza, mentre di questi Berselli mette a nudo soprattutto l’inconsistenza, l’aria fritta di cui si nutrono e che spacciano alle cerchie dei loro cultori. i[…] come ha fatto Bernardo Bertolucci, raccontare il Novecento in un film di molte ore, talmente ideologico e balordo sul piano storico che a vederlo allora Arbasino scrisse sulla Repubblica un articolo allegramente distruttivo, intitolato L’epica nel pollaio, e a vederlo adesso viene voglia di menarlo.

Insomma, si va di questo passo. Sul red carpet si avvicendano scrittori, registi, musicisti, critici, editori e filosofi, messi allegramente e perfidamente a nudo nel corso della sfilata. Senza, ripeto, che mai si avverta sentore di acidità. Comunque, tutto questo potrete scoprirlo da soli, leggendo il libro: o almeno provarci, come con l’Ulisse.

Quanto a me, confesso che la mia segnalazione non è imparziale. È più umorale ancora, se possibile, del “falò di conformismi, complessi di superiorità, idee sbagliate, revisioni arrischiate, pensieri forti divenuti deboli” acceso da Berselli. Quando ho letto per la prima volta Venerati maestri mi sono quasi commosso: non mi sembrava vero, non ero dunque così solo come di norma mi sentivo nel mettere in dubbio il talento di Bertolucci, o di Nanni Moretti (scritto sempre così, nome e cognome, perché ci sono altri Moretti tristemente famosi, e perché ormai è diventato un marchio, una griffe); o quando davo in escandescenze durante la proiezione de La vita è bella, e bollavo come emerite cagate le Lontananze Nostalgiche di Luigi Nono (per tacere delle composizioni per chiodo e lamiera) e i Circles di Luciano Berio; oppure ascoltavo le canzoni di Bennato o di Fabrizio De André rifiutandomi di leggerci “messaggi”, iniziatici o anarchici che si voglia, e avvertivo sintomi violenti di orticaria al solo sentir nominare i vari Alberoni e Galimberti e Cacciari, tutta la tribù insomma dei filosofi e dei sociologi “sedentari”, con residenza abituale nei salotti televisivi. “[…] L’altro barbuto, Umberto Galimberti, è uno dei filosofi che riscuotono maggiore successo con le donne, con punte incontrollabili di misticismo e di estasi anche tra le razionalissime professoresse democratiche, soprattutto quando nelle conferenze accenna con ispirata espressione oracolare a sconosciute essenze del pensiero greco […]. Qui Cacciari e Galimberti sono due ombre in un racconto di eventi impalpabili, di evanescenze in cui la Mitteleuropa incontra i mari azzurri dell’a Grecia antica, e l’immancabile Lucio Battisti sullo sfondo canta per le zitelle o mare nero mare nero mare ne […]. Li unisce una certa koiné, dice chi sa.

Mi ha solo un po’ sorpreso non trovare nel mucchio Agamben e Severino: ma non si può pretendere tutto; e poi i due in effetti hanno mantenuto sempre un atteggiamento “pubblico” molto più riservato. A sputtanarli ci pensavano già i loro discepoli.

Insomma, Berselli dice quello che tutti sanno (e per tutti intendo tutti coloro che avrebbero i requisiti per leggere il suo libro, compresi in buona parte quelli che vi compaiono come protagonisti) ma fingono di non sapere, per convenienza o connivenza, o si rifiutano di saperlo per una forma di soggezione culturale (in parte astutamente indotta, in parte supinamente accettata, o addirittura voluta, perché scarica in fondo della responsabilità di scelte e giudizi individuali): dice cioè che in una società fondata sulle leggi di mercato anche quella che chiamiamo cultura ne rispecchia le logiche: che tutto il Barnum di eventi grandi e piccoli, dai festival cinematografici a quelli letterari e storici e scientifici, alle mostre che ormai girano in tour come i cantanti, alle prime della Scala, ai convegni commemorativi, fino alle marchette autopromozionali televisive o alla presentazione di libri nelle sagre paesane, sono tasselli di uno stesso spettacolo, messo in piedi non per divertirci o istruirci, ma per indurci al consumo della “merce culturale”.

Per cui editori, galleristi, agenti. “operatori culturali”, non si limitano a vellicare i gusti del pubblico, ma li creano, li orientano, e impongono i loro criteri di valore, le loro “scoperte” o “riscoperte”: ogni minima onda da brezza di mare viene ingigantita dall’enfasi mediatica a mareggiata o a tsunami, capace di sconvolgere e risvegliare le coscienze, e loro la cavalcano come surfer provetti. Il racconto che Berselli fa delle “svolte culturali” pilotate prima da Einaudi e poi da Adelphi è tanto spassoso quanto circostanziato: “È così che nasce Adelphi, da una costola di Einaudi, perché ad un certo punto l’ala razionalista prima si insospettisce e poi si infuria al pensiero che l’ala irrazionalista … tenti il colpo gobbo delle opere di Nietzsche, E che cazzo! […] Adesso lo dicono tutti che Siddharta è una cretinata. Ma in quel momento immenso […] fu quello che si dice uno shock cognitivo.” E in questo gioco scrittori, artisti, musicisti, “intellettuali” a vario titolo, accettano un ruolo di manovalanza per partecipare almeno in parte alla divisione degli utili, e se la raccontano tra di loro, finendo poi prendersi sul serio e crederci essi stessi, e si recensiscono e redigono vicendevoli “coccodrilli”. Ogni loro opera o scritto o parola insuffla aria nella bolla di sapone a loro immagine creata dall’industria culturale.

Mi si obietta: ma è sempre stato così. Mica vero. Senza dubbio già le tragedie di Eschilo così come gli affreschi di Giotto e i concerti di Bach avevano una valenza promozionale, erano orientate da una committenza: ma almeno portavano messaggi comprensibili a tutti, che come tali potevano anche essere contestati e rifiutati, e non conoscenze “esoteriche”, cifrate, da accettarsi a scatola chiusa in nome di una presunta autorevolezza “autoriale”: e poi, se quelle opere sono rimaste, se le ammiriamo ancora oggi, è perché la valenza promozionale l’hanno di gran lunga trascesa. Anche le consorterie degli artisti e degli intellettuali già esistevano, ma questi si davano apertamente addosso, come faceva Aristofane nei confronti dei suoi colleghi, colpendo con quell’ironia che è lo strumento critico più valido ed efficace (e che Berselli risfodera: “[…] a tutti noi, chi scrive e chi legge, quando la fede se ne va, per evitare le trappole della superstizione non resta che il gesto eccentrico, il tocco marginale, lo scarto inatteso dell’ironia”). La logica non era quella del mercato, della concorrenza, dei numeri delle vendite, del successo delle esibizioni, delle recensioni: secondo questa logica Leopardi sarebbe uscito immediatamente di scena.

Berselli mi mancherà. Per fortuna posso rileggermi gli altri suoi libri, a cominciare da Sinistrati, con lo stesso gusto della prima volta. Non ho aspettato le ristampe, me li sono procurati tutti per tempo. Il problema è però che di questo passo, nella (quasi?) totale assenza di eredi in grado di tramandarne la lezione, Berselli rischia di essere imbalsamato come l’ennesimo “venerato maestro”, esposto in un piccolo mausoleo frequentato solo da vecchi stronzi nostalgici come me.

Devo sperare solo in qualche “giovane promessa”, ma l’orizzonte appare sconsolatamente deserto.

Doppio Stevenson

di Paolo Repetto, 16 agosto 2025

Il mio personalissimo Pantheon ospita due personaggi quasi omonimi (la Treccani sentenzia che si potrebbe usare in questo caso il termine “cognonimi”, ma nessuno ha mai osato tanto). Uno, protagonista per la letteratura, fa di nome Robert Louis, mentre l’altro, campione nello sport, porta quello decisamente impegnativo di Téofilo. Il nome di famiglia di entrambi è Stevenson. Non sono parenti, anche se il secondo potrebbe discendere da un qualche mercante o proprietario scozzese di schiavi, avo del primo (e allora che si fa, scatta la cancel culture?).

Di Robert Louis ho già scritto in più occasioni, anche recentemente, mentre Téo credo di non averlo mai citato (rispettando, tutto sommato, la discrezione che ha caratterizzato la sua esistenza). Eppure è stato per me a lungo uno dei santi patroni sportivi (e lo è tuttora): eccelleva in uno sport tra i miei preferiti (ma tra i pochi non praticati: ho indossato i guantoni una sola volta), e nella categoria principe, quella dei pesi massimi, Ad affascinarmi era però soprattutto il modo in cui quello sport lo interpretava. Téo è rimasto al vertice del pugilato dilettantistico per quindici anni, e in questo lasso di tempo, enorme per una attività che ti brucia molto velocemente, ha conquistato tre titoli olimpici (dal quarto è stato escluso per vicende politiche) e tre titoli mondiali dei dilettanti, ha vinto trecentodue incontri e ne ha persi meno di venti. Non è mai passato al professionismo, malgrado le offerte miliardarie che piovevano, in quanto cittadino di uno stato, Cuba, che il professionismo sportivo non lo contemplava. Ha motivato così la sua scelta: “Cosa sono cinque milioni di dollari in confronto all’amore di otto milioni di cubani?”. Lasciamo perdere che il suo fosse in realtà un dilettantismo dorato, che abbia potuto godere di privilegi e di liberà sconosciute ai suoi connazionali: conosciamo tutti benissimo il valore attribuito negli stati totalitari allo sport come strumento di propaganda. Di fatto comunque Stevenson aveva la possibilità di scegliere, e ha scelto di rinunciare ad un benessere ben più cospicuo di quello garantitogli dal regime castrista, ma soprattutto di rinunciare a scrivere il suo nome nell’albo maestro della storia del pugilato, quello professionistico. Questo non ne ha affatto sminuito il valore. Tutti gli appassionati e gli intenditori concordano nel pensare che avrebbe tranquillamente dominato anche nella sfera maggiore. Non a caso anche “il più grande”, Muhammad Alì, dopo che era tornato campione dei massimi battendo Foreman rifiutò decisamente l’ipotesi di un incontro “chiarificatore” con Téo, da svolgersi in deroga alle graduatorie delle federazioni ufficiali e con la prospettiva di una vagonata di soldi. Sapeva che Stevenson lo avrebbe ridimensionato, e soprattutto che lo avrebbe fatto giostrando sullo stesso suo piano, quello dell’intelligenza e dell’eleganza.

Credo infatti che a convincere Stevenson a rimanere nell’ambito dilettantistico siano stati anche i diversi criteri di valutazione in vigore nelle due diverse fasce. Tra i dilettanti uno come Mike Tyson non aveva avuto storia, e infatti non si qualificò per la partecipazione alle Olimpiadi, in quanto privo delle più elementari nozioni pugilistiche, ma soprattutto completamente estraneo allo spirito che aveva fatto definire un tempo la boxe come noble art: per lui ogni combattimento non era un momento di sport, ma un pretesto per dare sfogo alla sua attitudine alla rissa. Tèo era l’esatto contrario, una fantastica combinazione di potenza, di velocità, di intelligenza e di eleganza: e lo era tanto sul ring che fuori.

Forse per questo, se vado a cercare sul web la classifica dei più forti pesi massimi di tutti i tempi, non lo trovo neppure citato. Non è per via del fatto che non ha combattuto tra i prof: sono proprio la sua diversità, la sua statura morale, in questa epoca che valorizza solo l’eccesso, a escluderlo dalle graduatorie, quasi a volerlo cancellare dalla memoria. Per fortuna a questo punto interviene a ripristinare i giusti valori il suo illustre cognonimo Robert Louis: “Il tuo coraggio non è meno nobile perché nessun tamburo batte per te e nessuna folla grida il tuo nome”.

Al contrario di London, Stevenson il pugilato non l’ha mai praticato, la sua costituzione e la sua salute non glielo hanno permesso: ma quanto a coraggio era pienamente in diritto di dire la sua, e anche quanto alla scarsa rilevanza della fama come metro del valore di un uomo.

Parlava a tutti, ma soprattutto a chi avrebbe raccolto il testimone del suo nome. Gli Stevenson sono molto solidali tra loro, e molto saggi.

CaviaLinus

di Paolo Repetto, 14 agosto 2025

Possiedo otto annate complete di Linus, più diversi numeri sparsi, e, come l’ex-ministro Scaiola a riguardo dei suoi attici romani, non lo sapevo. Non sto scherzando, non ricordavo assolutamente di averli. Il fatto è che si trovavano nella parte inferiore della scaffalatura a soffitto posta in una camera di sgombero, che nei ripiani a vista ospita buona parte dei miei fumetti mentre in basso è chiusa da coppie di antine, ed è resa difficilmente accessibile da un armadio e da altro mobilio stipato lì contro. Le antine dello scaffale più nascosto non le aprivo da quel dì: pensavo celassero, come quelle accanto, le cianfrusaglie cumulate negli anni e delle quali non riesco mai a disfarmi, cavi elettrici, modem, pezzi del vecchio impianto hi-fi. Solo l’altro giorno, in un impeto di riordino (velocemente poi rientrato). mi sono fatto letteralmente strada spostando sedie, cornici, specchiere, mobiletti tibetani e altri elementi della barricata, e quando ho aperto sono rimasto di sasso. Perché non c’erano solo i Linus, che occupavano un intero metro di ripiano, ma innumerevoli altri albi, superfetazioni come Alter Linus, Pasqualinus, Natalinus, ecc …, o concorrenti come Eureka, oltre a diverse annate de Il Male.

Sulle prime mi sono chiesto da dove arrivasse tutta questa roba, visto che i Linus non li ho mai collezionati (e nemmeno Il Male: al più lo sequestravo ai miei studenti). Poi ho trovato su una copertina il nome di mio cugino, e allora m’è tornato in mente che me li aveva passati in occasione di uno sgombero sentimentale, con conseguente sfratto. Quindi oggi non so se sono miei o se li ho solo in affido. Ma non di questo volevo parlare.

Infatti il riordino l’ho rimandato ad altra occasione e mi sono naturalmente messo a sfogliare le riviste. Cinquant’anni fa Linus non lo collezionavo, ma lo leggevo volentieri. Bene, devo confessare che al primo assaggio quel piacere non si è affatto rinnovato. Le veloci reimmersioni in annate diverse, sparse tra il ‘68 e il ‘78, mi hanno lasciato in bocca un retrogusto di pretenziosità, e mi hanno fatto ricordare che quel sapore lo avvertivo già all’epoca. Si potrebbe obiettare che a sessant’anni di distanza, al di là del fisiologico cambiamento dei gusti personali e di quelli generazionali, è facile vedere cosa funzionasse e cosa no. Ma io non sto parlando col senno di poi, bensì dell’istinto, della sensazione a pelle di prima.

Intendiamoci, non voglio dissacrare Linus. Questi giochi non mi piacciono. La rivista aveva una sua ragione di essere, e lo dimostrano il successo e la durata. Sotto il profilo editoriale era ottimamente impostata. Curata nella grafica, di una eleganza sobria, lontana dal patinato ma anche dall’ostentatamente “povero”. Pure la scelta del formato era azzeccata, perché non penalizzava la leggibilità delle strisce e delle tavole. E infine, anche il prezzo era contenuto (maggiore comunque di quello di una coeva raccolta di Tex o di un albo de La storia del West). Senz’altro era qualcosa di completamente diverso da ciò che circolava fino ai primi anni Sessanta nelle edicole italiane (e che tuttavia non era affatto male: pensiamo a Il Vittorioso o a Il Giorno dei ragazzi).

Tutto ok, dunque: ma volevo solo dire che ho capito perché non mi convinceva del tutto e non ho mai pensato di collezionarla. Oggi mi è chiaro che a disturbarmi era la supponenza di fondo, peraltro avvertita anche da molti dei suoi fedelissimi lettori, come testimonia la rubrica della posta. Era uno snobismo in qualche misura apparentabile a quello delle “avanguardie”: la proposta di contenuti densi di messaggi che in realtà nessuno riesce a decifrare, col sottinteso che se non capisci è un problema tuo, significa che non sei abbastanza “avanti”. D’altro canto viaggiava in linea perfetta con quanto accadeva in quegli anni in tutti gli ambiti culturali (l’arte astratta e poi quella concettuale, il gruppo Sessantatre e le poesie di Sanguineti, il cinema di Antonioni e quello di Godard, la musica di Nono e di John Cage. il teatro di Beckett e quello di Tardieu, …).

L’idea del creatore di Linus, Giovanni Gandini, era tutt’altro che peregrina. Aveva intravisto una fascia di pubblico del tutto nuova ed estremamente composita, comprendente non solo chi si era nutrito dei fumetti del Corrierino e de L’avventuroso nei due o tre decenni precedenti e non intendeva cambiare dieta, ma anche la generazione cresciuta con Tex e con L’intrepido, quella che aveva avuto accesso agli studi superiori con la riforma della scuola media e stava facendo esplodere le università. C’ero dentro anch’io. Questa gente conosceva Salinger e Kerouac, i più informati avevano sentito parlare anche di Marcuse e di Adorno, nessuno aveva letto Il Capitale, ma proprio per questo ciascuno poteva millantarne la conoscenza senza tema di essere colto in castagna. Avevano bisogno di svagarsi con qualcosa che fosse in continuità con quell’impegno, o che addirittura lo sostituisse, e i Penauts e B.C. erano appunto la traduzione in strisce delle atmosfere che viveva e dei modi in cui sentiva di Holden Caufield. Ciò che più importava, poi, è che nel frattempo tutti erano stati legittimati a leggere fumetti dall’autorevole voce di Umberto Eco.

Le scelte di Gandini erano dettate da questi criteri, ma andavano anche un po’ oltre. Volevano offrire il meglio del fumetto “intelligente”. Qualcosa di radicalmente alternativo e assieme sofisticato. Quindi, al di là dell’ironia di Charlie Brown e dei sarcasmi preistorici di Johnny Hart, per i quali dobbiamo essergli indubbiamente grati, erano proposte strisce satiriche di impatto meno immediato, come quelle di Pogo o di Lil Abner, che volevano rivelare la complessità della società americana, le sue zone oscure e le sue arretratezze; oppure venivano riesumate le storie di eroi d’anteguerra, da Gordon a Rip Kirby, che gli appassionati italiani si erano perse per via della censura di regime. E assieme a quelle venivano anche azzardate le produzioni più avanzate in arrivo dalla Francia, da Feiffer a Copi. Tutto ciò fino a quando, nel 1972, la rivista venne acquistata dalla Rizzoli e la direzione passò a Oreste del Buono. A questo punto i contenuti si “politicizzarono” in maniera più chiara, ma erano veicolati piuttosto dalle rubriche, che si moltiplicavano, che dalle comic strip. Venne dato spazio a personaggi e ad autori destinati a diventare leggenda, da Corto Maltese a Valentina, fino ad Ada nella jungla, ma anche qui nell’intento di proporre sempre cose sopra le righe, in qualche modo “destrutturanti” anche nei confronti del fumetto.

Insomma. L’ho già fatta sin troppo lunga. Linus era una rivista che si autopercepiva elitaria (e lo era), si fregiava di un marchio di origine controllata come oggi i prodotti “bio”: ma sin qui niente da eccepire. All’epoca gli amanti del fumetto d’avventura classico non avevano che da scegliere, tra Tex, La storia del West e infinite altre testate, anche se poi, a farsi vedere in giro con Zagor o persino con un Albo Audacia (quelli di Blueberry e di Blake e Mortimer) sottobraccio un po’ si vergognavano. Il problema era che da un lato di questo elitarismo Linus voleva convincere anche i lettori, farli sentire partecipi, dall’altro rivendicava una superiore coscienza “di sinistra” (vedi ad esempio le rubriche sui libri, sul cinema, persino il piccolissimo spazio dedicato allo sport). Voleva educare all’antagonismo, alla scorrettezza politica, e ha invece creato in nome del “pensiero debole” un nuovo canone, una nuova ortodossia, sia pure terribilmente confusa. In fondo discendono di lì, per li rami, il “politicamente corretto”, la cancel culture, l’ipersensibilità wake che imperversa dagli anni Novanta. Linus è stata sì una rivista all’avanguardia, ma di quel radicalismo “chic” che non è un’invenzione delle destre, ma una realtà che ha fatto partire per la tangente le sinistre.

Detto questo, uno immagina che mi accinga a un falò autunnale di tutto questo ben di Dio. Niente affatto. Ho riposto tutti i numeri già esaminati sul loro ripiano, ordinati per date d’uscita e, anzi, sto programmando per la brutta stagione una rilettura o almeno una risfogliatura integrale. Adesso che mi è chiaro da cosa originava il fastidio a pelle, e che non ho più il timore di essere io quello grossolano, che non arriva a capire certe sottigliezze, penso di poter godere di tutte le parti che comunque si salvavano.

Mi dico che anche Linus è un pezzo della nostra storia, e quindi va riletto con la mente sgombra da pregiudizi: ma soprattutto, mi aspetto di divertirmi un sacco.

Nuovi record e antiche paure

di Paolo Repetto, 2 agosto 2025

“Debito pubblico italiano, nuovo record ad aprile, sfondati i 3.063 miliardi di euro”
Italia da record: nel 2025 la spesa dei visitatori stranieri supererà i 60 mld di euro
Duplantis salta 6.28: nuovo record del mondo nell’asta

I record sono fatti per essere battuti, ma ultimamente ciò avviene tanto spesso che non abbiamo nemmeno più il tempo (e la voglia) di realizzare quando siano tali. Ci sono quelli climatici (ogni nuovo giugno è il più caldo dal Big Bang, ogni acquazzone porta tanta pioggia quanta era solita caderne fino a ieri in un anno), quelli finanziari (ogni novità nell’ambiente digitale crea nuovi stuoli di paperoni, ogni rutto di Trump fa crollare o decollare la borsa, l’una e l’altra cosa aumentano esponenzialmente la forbice tra i più ricchi e gli altri otto miliardi), quelli della belligeranza (sono in atto in questo momento nel mondo cinquantasei conflitti “dichiarati”, più tutti quelli “sotterranei)”, quelli sportivi, quelli dei compensi per calciatori e attori e cantanti e “consulenti” delle amministrazioni regionali, quelli della crescita demografica, ecc… Restano al palo solo le vendite di auto elettriche e di libri, mentre calano gli incassi al botteghino (in testa è ancora Via col vento), ma è facile spiegarsi il perché. Insomma, la tendenza è ad andare sempre oltre, e sempre più velocemente. In positivo, a volte: più spesso in negativo.

I record più sensazionali riguardano infatti indubbiamente la stupidità, la creduloneria, l’ignoranza voluta e compiaciuta, il risentimento generalizzato (e più ancora quello specifico) e urlato. E non è nemmeno necessario accendere la televisione e assistere a un talk o a un telegiornale per rendersene conto.

Sono reduce da un’allucinante discussione, bruscamente troncata, nella quale persone della mia età, apparentemente normali e di media cultura, con le quali mi ero già più volte intrattenuto a scherzare e a fare gossip sotto i tigli del viale, sono arrivate ad affermare che Hitler aveva ragione a voler sterminare gli Ebrei, visto quanto sta accadendo in Palestina. È venuto a galla un livello di odio antiebraico, in gente che un ebreo non l’ha mai conosciuto, che mi ha lasciato sconvolto, perché ne ho realizzato l’effettiva diffusione: ma non mi ha affatto sorpreso. E ho capito anche quanto fosse inutile cercare di mantenere il discorso su un piano razionale, e provare a spiegare sia il mio rapporto con l’ebraismo in genere che quello con Israele.

Riprovo adesso, a freddo, a spiegarlo a me stesso, partendo da una dichiarazione di Edith Bruck, testimone della shoah ungherese. La Bruck ha scritto recentemente: “Netanyahu sta provocando uno tsunami di antisemitismo, perché tutti identificano gli ebrei con il governo israeliano”. Il che è assolutamente condivisibile, ma è vero solo in parte. Perché sappiamo tutti che l’antisemitismo non ha atteso Netanyahu per riesplodere: era già lì, covava sotto le ceneri dei forni di Auschwitz, ha allignato clandestino per qualche decennio, sbandierato solo dai neonazisti più feroci, perché l’ombra sia pur sempre più pallida dello sterminio consigliava agli altri prudenza e un po’ di ritegno: ma era ben vivo e condiviso e non attendeva altro che l’occasione per uscire allo scoperto. Aveva alle spalle secoli, millenni addirittura, di strumentale istigazione, fomentato di volta in volta, o di concerto, dai monoteismi rivali, dalle autocrazie traballanti, dagli interessi economici concorrenziali e persino dalle ideologie teoricamente più libertarie e rivoluzionarie. Oggi infatti è diffuso, neanche tanto paradossalmente, soprattutto nelle sinistre, e non solo in quelle che dopo aver fatto tutto il giro hanno finito per confondersi e sovrapporsi alle destre.

Ora, non è possibile che questa cosa la percepissi solo io, che ne scrivo da sempre (vedi Chi ha paura dell’ebreo cattivo, oppure Una scrittura antisemita rosa pallido), da ben prima dell’esplosione della vicenda di Gaza. E tutto sommato non è nemmeno necessario andare a scandagliare ragioni remote o pretesti recenti per spiegare il fenomeno: al di là di tutte le motivazioni contingenti c’è un’ignoranza gretta e risentita, la vigliaccheria di fondo di chi ha sempre avuto bisogno di capri espiatori su cui scaricare la responsabilità dei propri disagi, delle proprie insoddisfazioni, dei propri fallimenti.

Questa atmosfera la percepivano infatti nettamente anche gli ebrei, in tutto il mondo, al di là delle inutili giornate della memoria e dei sacrari dell’olocausto diffusi in mezza Europa, o della solidarietà ambigua e pelosa espressa di fronte ad ogni sua manifestazione da politici e intellettuali. “Ci odieranno sempre, ovunque e comunque – mi disse una volta un amico ebreo –; dobbiamo prenderne atto, e metterci semmai in condizione di non lasciar ripetere quello che è successo già troppe volte”. Ora ne hanno la riprova, e questo spiega anche il progressivo silenzio, la cautela nei giudizi degli oppositori storici di Netanyahu in Israele, dei Grossman, per capirci, di Gavron, di Zeruya Shalev, di Harari (un silenzio relativo, comunque: questi ed altri 300 scrittori, artisti e scienziati israeliani hanno sottoscritto ancora due mesi fa un appello per la cessazione della guerra). Hanno realizzato che delle loro lotte per la pace, per i diritti civili estesi a tutti, per il rispetto dei principi fondativi dello stato di Israele, non frega niente a nessuno: che in quanto ebrei e tanto più in quanto israeliani sono considerati a prescindere meritevoli di sterminio: e che nessuna garanzia internazionale varrà mai a proteggerli, come dimostrato da quanto accaduto nel corso del secondo conflitto mondiale, quando tutti sapevano, dagli angloamericani al Vaticano e alle popolazioni europee, quella tedesca in primis, e nessuno fiatava.

Sia chiaro, non sto affatto esagerando la dimensione del fenomeno: anche prima dell’attuale recrudescenza solo uno sprovveduto o un ipocrita potevano fingere di non accorgersi del sottile fastidio che di norma l’argomento induceva. Il fastidio era indotto certamente anche dallo “sfruttamento” a fini politici della Shoah da parte di Israele (che peraltro per un paio di decenni l’aveva volutamente “oscurata”), o dagli eccessi del bombardamento mediatico nelle occasioni anniversarie: ma germogliava su un terreno già abbondantemente concimato.

Dicevo che questo pericolo gli ebrei l’hanno sempre avvertito. Lo hanno anche visto tragicamente inverarsi, in ripetuti cruentissimi pogrom, e proprio su esso hanno fatto leva Netanyahu e le destre ultraortodosse israeliane per prendere il potere prima e per portare avanti poi una politica criminale di discriminazione interna e di colonizzazione dell’intera area palestinese. In realtà costoro non hanno inventato nulla, la colonizzazione e la discriminazione erano già presenti nei piani della destra israeliana prima di Netanyahu, seppure non in maniera così conclamata: ma c’erano anche forti resistenze, si erano create occasioni di marcia indietro, e comunque, al di là di tutto, questo riguarda le dinamiche di Israele come stato, non degli ebrei come popolo. Quanto sta accadendo è invece la voluta confusione delle due situazioni.

Cerco di essere ancora più chiaro. Personalmente penso che Netanyahu e gli ultraortodossi stiano portando il paese in un baratro, abbiano bruciato le già scarse simpatie di cui Israele godeva (non vanno confuse le simpatie con le convenienze strategiche ed economiche) e stiano sciaguratamente offrendo al mondo intero la pezza giustificativa per un futuro disinteresse riguardo la sua sorte. Si potrà così sempre dire che “se la sono voluta”. Ma se non giustifico in alcuna misura l’efferato massacro in corso, credo però che un atteggiamento tanto feroce non possa essere spiegato solo come una arrogante esibizione muscolare, dettata da una capovolta presunzione razzista o da una spietata volontà di potenza, O peggio ancora liquidato come la strategia diversiva di chi ha potere per non perderlo: a dettarlo c’è innanzitutto la paura, quella di cui parlavo sopra, che è ormai entrata nel dna ebraico, e che non è affatto immotivata.

A questo punto però vado anche oltre. Nel corso della discussione mi è stato neanche tanto velatamente rinfacciato di fare della mia conoscenza storica un pulpito dal quale pontificare. Un rapido ma sincero esame di coscienza mi assolve: mi sono limitato ad affermare che la confusione di cui sopra non è giustificata, e che quanto Netanyahu sta facendo non è affatto condiviso dagli ebrei sparsi in tutto il mondo. Non ho sciorinato riferimenti storici, non ho millantato alcun superiore sapere. Eppure “La storia la conosciamo anche noi”, mi è stato opposto, “e la storia dice che ovunque gli ebrei si sono comportati allo stesso modo, è la loro natura [sottinteso: malvagia]”. E già questo la dice lunga. Mi fa pensare che tra le presunte fonti storiche accampate ci siano anche i Protocolli dei savi di Sion: ma forse non è neppure il caso di concedere un credito eccessivo, gente simile non ne ha bisogno, il baco è già nella loro testa, il virus scorreva già nel loro sangue. La veemenza e l’astio con cui queste cose sono state dette mi hanno chiarito che non di solo antisemitismo si tratta: a quel punto il capro ero diventato io, reo di avere studiato (non hanno potuto insinuare “anziché lavorare”, perché sanno benissimo che sin da ragazzo ho lavorato, anche manualmente, più di ciascuno di loro): ho studiato, guarda caso proprio come sono tenuti a fare tutti gli ebrei, e questo mi accomuna all’oggetto del loro risentimento. Se Internet ha dato la parola agli imbecilli, Gaza sta aprendo praterie agli ignoranti, ai frustrati e ai rancorosi. Dato che sia i primi che i secondi sono legioni, c’è poco da stare allegri.

La cosa ancor più grave però è che nessun altro dei coinvolti nella discussione ha controbattuto quelle esternazioni demenziali: non dico che le condividessero, ma non hanno manifestato alcuna significativa reazione: forse erano più sbalorditi di me, forse non hanno ritenuto valesse la pena rispondere a tanta proterva stupidità. Spero solo sia così, perché se non lo fosse dovrei starmene tappato in casa a piangere per il resto dell’estate.

E invece, forse è giusto mettere al bando ogni ipocrita condiscendenza e ribaltare la prospettiva. So benissimo che abbassarsi a discutere a questi livelli non porta a niente, anzi, è controproducente. Ma ciò non significa che ci si debba sempre ridurre a tacere, o a fare professione di antifascismo davanti a fascisti di fatto o di pacifismo davanti ad aspiranti aguzzini. In fondo, è questo l’atteggiamento davvero discriminatorio: se uno è un idiota, se è un ignorante e un frustrato, ha tutto il diritto di sentirselo dire. Si incanaglirà ancor più, dubito che una qualche consapevolezza possa sfiorarlo: ma almeno io saprò di aver fatto il mio dovere, di aver opposto un minimo di resistenza all’imbarbarimento.

Forse però sto rischiando anch’io: forse dietro il mio disgusto si sta insinuando la paura, perché venendo via mi sorprendo a pensare: se fossi in Israele, con gente del genere come mi comporterei?

L’estate del nostro scontento

Ebdomadario (presentazione 2.0)

di Paolo Repetto, 2 agosto 2025

Un tempo applicavo il motto che Plinio (il vecchio) attribuisce ad Apelle, Nulla dies sine linea. Non mi illudevo di acquisire con l’esercizio quel talento scrittorio che la natura non mi aveva prodigato, volevo solo tenere viva una passione che mi era stata trasmessa, quella sì, da mia madre e dalla maestra delle elementari. Interpretavo dunque la “linea” come una riga o addirittura una pagina di scrittura e affidavo quest’ultima a un diario quotidiano. Anziché una scelta di metodo, come lo era ad esempio per Simenon, che scriveva tutti i santissimi giorni per cinque o sei ore, e si considerava un “artigiano della scrittura”, nel mio caso era un modo per non considerare persa l’intera giornata.

Era diventata un’abitudine, l’ultimo gesto prima di dormire, così come la sigaretta era il primo al risveglio. Mi forzavo a buttar giù qualcosa, fosse anche solo un pensiero, la cronaca telegrafica del giorno, una citazione o un’annotazione su un libro appena letto. Dovevo vincere la pigrizia mentale e spesso la fatica di una giornata intensa di lavori in campagna, ma alla fine anziché uno sforzo era diventato un bisogno.

Poi, quasi all’improvviso ho smesso: e me ne rammarico, perché con l’avanzare dell’età la colla che teneva assieme i ricordi è arrivata a scadenza, e il vuoto si fa profondo.

Non voglio ricominciare: i motivi che una volta mi spingevano sono venuti meno, e comunque avrei ben poco da annotare. O anzi, troppo. Tutto procede ad una velocità e in una confusione tali che ciò che oggi ti sconcerta o ti conforta sarà già irrilevante domani. D’altro canto, tenendomi più sul personale rischierei solo di aggiornare una cartella clinica.

A dispetto di ciò, continuo tuttavia ogni tanto ad affidare a fogli volanti o a taccuini sparsi umori e considerazioni, ripromettendomi magari di svilupparli in seguito: cosa che quasi mai avviene. Ho pensato dunque, per non darla vinta alla pigrizia e tenere in vita il sito, di postare alcuni di questi frammenti, lasciandoli come li ritrovo, allo stato di appunti. Per me una piccola flebo di volontà, per qualcuno potrebbero costituire uno stimolo a riflettere, magari ad intervenire. Come avrete già capito, in fondo sono un inguaribile ottimista.

Nuovi record e antiche paure

di Paolo Repetto, 2 agosto 2025

“Debito pubblico italiano, nuovo record ad aprile, sfondati i 3.063 miliardi di euro”
Italia da record: nel 2025 la spesa dei visitatori stranieri supererà i 60 mld di euro
Duplantis salta 6.28: nuovo record del mondo nell’asta

I record sono fatti per essere battuti, ma ultimamente ciò avviene tanto spesso che non abbiamo nemmeno più il tempo (e la voglia) di realizzare quando siano tali. Ci sono quelli climatici (ogni nuovo giugno è il più caldo dal Big Bang, ogni acquazzone porta tanta pioggia quanta era solita caderne fino a ieri in un anno), quelli finanziari (ogni novità nell’ambiente digitale crea nuovi stuoli di paperoni, ogni rutto di Trump fa crollare o decollare la borsa, l’una e l’altra cosa aumentano esponenzialmente la forbice tra i più ricchi e gli altri otto miliardi), quelli della belligeranza (sono in atto in questo momento nel mondo cinquantasei conflitti “dichiarati”, più tutti quelli “sotterranei)”, quelli sportivi, quelli dei compensi per calciatori e attori e cantanti e “consulenti” delle amministrazioni regionali, quelli della crescita demografica, ecc… Restano al palo solo le vendite di auto elettriche e di libri, mentre calano gli incassi al botteghino (in testa è ancora Via col vento), ma è facile spiegarsi il perché. Insomma, la tendenza è ad andare sempre oltre, e sempre più velocemente. In positivo, a volte: più spesso in negativo.

I record più sensazionali riguardano infatti indubbiamente la stupidità, la creduloneria, l’ignoranza voluta e compiaciuta, il risentimento generalizzato (e più ancora quello specifico) e urlato. E non è nemmeno necessario accendere la televisione e assistere a un talk o a un telegiornale per rendersene conto.

Sono reduce da un’allucinante discussione, bruscamente troncata, nella quale persone della mia età, apparentemente normali e di media cultura, con le quali mi ero già più volte intrattenuto a scherzare e a fare gossip sotto i tigli del viale, sono arrivate ad affermare che Hitler aveva ragione a voler sterminare gli Ebrei, visto quanto sta accadendo in Palestina. È venuto a galla un livello di odio antiebraico, in gente che un ebreo non l’ha mai conosciuto, che mi ha lasciato sconvolto, perché ne ho realizzato l’effettiva diffusione: ma non mi ha affatto sorpreso. E ho capito anche quanto fosse inutile cercare di mantenere il discorso su un piano razionale, e provare a spiegare sia il mio rapporto con l’ebraismo in genere che quello con Israele.

Riprovo adesso, a freddo, a spiegarlo a me stesso, partendo da una dichiarazione di Edith Bruck, testimone della shoah ungherese. La Bruck ha scritto recentemente: “Netanyahu sta provocando uno tsunami di antisemitismo, perché tutti identificano gli ebrei con il governo israeliano”. Il che è assolutamente condivisibile, ma è vero solo in parte. Perché sappiamo tutti che l’antisemitismo non ha atteso Netanyahu per riesplodere: era già lì, covava sotto le ceneri dei forni di Auschwitz, ha allignato clandestino per qualche decennio, sbandierato solo dai neonazisti più feroci, perché l’ombra sia pur sempre più pallida dello sterminio consigliava agli altri prudenza e un po’ di ritegno: ma era ben vivo e condiviso e non attendeva altro che l’occasione per uscire allo scoperto. Aveva alle spalle secoli, millenni addirittura, di strumentale istigazione, fomentato di volta in volta, o di concerto, dai monoteismi rivali, dalle autocrazie traballanti, dagli interessi economici concorrenziali e persino dalle ideologie teoricamente più libertarie e rivoluzionarie. Oggi infatti è diffuso, neanche tanto paradossalmente, soprattutto nelle sinistre, e non solo in quelle che dopo aver fatto tutto il giro hanno finito per confondersi e sovrapporsi alle destre.

Ora, non è possibile che questa cosa la percepissi solo io, che ne scrivo da sempre (vedi Chi ha paura dell’ebreo cattivo, oppure Una scrittura antisemita rosa pallido), da ben prima dell’esplosione della vicenda di Gaza. E tutto sommato non è nemmeno necessario andare a scandagliare ragioni remote o pretesti recenti per spiegare il fenomeno: al di là di tutte le motivazioni contingenti c’è un’ignoranza gretta e risentita, la vigliaccheria di fondo di chi ha sempre avuto bisogno di capri espiatori su cui scaricare la responsabilità dei propri disagi, delle proprie insoddisfazioni, dei propri fallimenti.

Questa atmosfera la percepivano infatti nettamente anche gli ebrei, in tutto il mondo, al di là delle inutili giornate della memoria e dei sacrari dell’olocausto diffusi in mezza Europa, o della solidarietà ambigua e pelosa espressa di fronte ad ogni sua manifestazione da politici e intellettuali. “Ci odieranno sempre, ovunque e comunque – mi disse una volta un amico ebreo –; dobbiamo prenderne atto, e metterci semmai in condizione di non lasciar ripetere quello che è successo già troppe volte”. Ora ne hanno la riprova, e questo spiega anche il progressivo silenzio, la cautela nei giudizi degli oppositori storici di Netanyahu in Israele, dei Grossman, per capirci, di Gavron, di Zeruya Shalev, di Harari (un silenzio relativo, comunque: questi ed altri 300 scrittori, artisti e scienziati israeliani hanno sottoscritto ancora due mesi fa un appello per la cessazione della guerra). Hanno realizzato che delle loro lotte per la pace, per i diritti civili estesi a tutti, per il rispetto dei principi fondativi dello stato di Israele, non frega niente a nessuno: che in quanto ebrei e tanto più in quanto israeliani sono considerati a prescindere meritevoli di sterminio: e che nessuna garanzia internazionale varrà mai a proteggerli, come dimostrato da quanto accaduto nel corso del secondo conflitto mondiale, quando tutti sapevano, dagli angloamericani al Vaticano e alle popolazioni europee, quella tedesca in primis, e nessuno fiatava.

Sia chiaro, non sto affatto esagerando la dimensione del fenomeno: anche prima dell’attuale recrudescenza solo uno sprovveduto o un ipocrita potevano fingere di non accorgersi del sottile fastidio che di norma l’argomento induceva. Il fastidio era indotto certamente anche dallo “sfruttamento” a fini politici della Shoah da parte di Israele (che peraltro per un paio di decenni l’aveva volutamente “oscurata”), o dagli eccessi del bombardamento mediatico nelle occasioni anniversarie: ma germogliava su un terreno già abbondantemente concimato.

Dicevo che questo pericolo gli ebrei l’hanno sempre avvertito. Lo hanno anche visto tragicamente inverarsi, in ripetuti cruentissimi pogrom, e proprio su esso hanno fatto leva Netanyahu e le destre ultraortodosse israeliane per prendere il potere prima e per portare avanti poi una politica criminale di discriminazione interna e di colonizzazione dell’intera area palestinese. In realtà costoro non hanno inventato nulla, la colonizzazione e la discriminazione erano già presenti nei piani della destra israeliana prima di Netanyahu, seppure non in maniera così conclamata: ma c’erano anche forti resistenze, si erano create occasioni di marcia indietro, e comunque, al di là di tutto, questo riguarda le dinamiche di Israele come stato, non degli ebrei come popolo. Quanto sta accadendo è invece la voluta confusione delle due situazioni.

Cerco di essere ancora più chiaro. Personalmente penso che Netanyahu e gli ultraortodossi stiano portando il paese in un baratro, abbiano bruciato le già scarse simpatie di cui Israele godeva (non vanno confuse le simpatie con le convenienze strategiche ed economiche) e stiano sciaguratamente offrendo al mondo intero la pezza giustificativa per un futuro disinteresse riguardo la sua sorte. Si potrà così sempre dire che “se la sono voluta”. Ma se non giustifico in alcuna misura l’efferato massacro in corso, credo però che un atteggiamento tanto feroce non possa essere spiegato solo come una arrogante esibizione muscolare, dettata da una capovolta presunzione razzista o da una spietata volontà di potenza, O peggio ancora liquidato come la strategia diversiva di chi ha potere per non perderlo: a dettarlo c’è innanzitutto la paura, quella di cui parlavo sopra, che è ormai entrata nel dna ebraico, e che non è affatto immotivata.

A questo punto però vado anche oltre. Nel corso della discussione mi è stato neanche tanto velatamente rinfacciato di fare della mia conoscenza storica un pulpito dal quale pontificare. Un rapido ma sincero esame di coscienza mi assolve: mi sono limitato ad affermare che la confusione di cui sopra non è giustificata, e che quanto Netanyahu sta facendo non è affatto condiviso dagli ebrei sparsi in tutto il mondo. Non ho sciorinato riferimenti storici, non ho millantato alcun superiore sapere. Eppure “La storia la conosciamo anche noi”, mi è stato opposto, “e la storia dice che ovunque gli ebrei si sono comportati allo stesso modo, è la loro natura [sottinteso: malvagia]”. E già questo la dice lunga. Mi fa pensare che tra le presunte fonti storiche accampate ci siano anche i Protocolli dei savi di Sion: ma forse non è neppure il caso di concedere un credito eccessivo, gente simile non ne ha bisogno, il baco è già nella loro testa, il virus scorreva già nel loro sangue. La veemenza e l’astio con cui queste cose sono state dette mi hanno chiarito che non di solo antisemitismo si tratta: a quel punto il capro ero diventato io, reo di avere studiato (non hanno potuto insinuare “anziché lavorare”, perché sanno benissimo che sin da ragazzo ho lavorato, anche manualmente, più di ciascuno di loro): ho studiato, guarda caso proprio come sono tenuti a fare tutti gli ebrei, e questo mi accomuna all’oggetto del loro risentimento. Se Internet ha dato la parola agli imbecilli, Gaza sta aprendo praterie agli ignoranti, ai frustrati e ai rancorosi. Dato che sia i primi che i secondi sono legioni, c’è poco da stare allegri.

La cosa ancor più grave però è che nessun altro dei coinvolti nella discussione ha controbattuto quelle esternazioni demenziali: non dico che le condividessero, ma non hanno manifestato alcuna significativa reazione: forse erano più sbalorditi di me, forse non hanno ritenuto valesse la pena rispondere a tanta proterva stupidità. Spero solo sia così, perché se non lo fosse dovrei starmene tappato in casa a piangere per il resto dell’estate.

E invece, forse è giusto mettere al bando ogni ipocrita condiscendenza e ribaltare la prospettiva. So benissimo che abbassarsi a discutere a questi livelli non porta a niente, anzi, è controproducente. Ma ciò non significa che ci si debba sempre ridurre a tacere, o a fare professione di antifascismo davanti a fascisti di fatto o di pacifismo davanti ad aspiranti aguzzini. In fondo, è questo l’atteggiamento davvero discriminatorio: se uno è un idiota, se è un ignorante e un frustrato, ha tutto il diritto di sentirselo dire. Si incanaglirà ancor più, dubito che una qualche consapevolezza possa sfiorarlo: ma almeno io saprò di aver fatto il mio dovere, di aver opposto un minimo di resistenza all’imbarbarimento.

Forse però sto rischiando anch’io: forse dietro il mio disgusto si sta insinuando la paura, perché venendo via mi sorprendo a pensare: se fossi in Israele, con gente del genere come mi comporterei?

Occidente senza pensiero

di Giuseppe Rinaldi, 13 luglio 2025

Pubblichiamo il saggio più recente di Beppe Rinaldi, già comparso nei giorni scorsi sia sul blog personale, Finestre rotte, sia su Città futura on line. Lo pubblichiamo perché riteniamo meriti, come tutti gli altri scritti di Rinaldi che abbiamo ripresi e quelli che vi invitiamo a leggere direttamente sul suo sito, la maggiore visibilità possibile. È difficile di questi tempi trovare analisi altrettanto puntuali ed esaurienti dell’attualità politica e delle derive del pensiero contemporaneo, e siamo quindi ben felici di poterle ospitare. Paolo Repetto

***

1. Il titolo di questo saggio[1] fa riferimento a un recente libretto di Aldo Schiavone nel quale egli descrive e denuncia un ormai consumato degrado della vita intellettuale e morale dell’Occidente e, dunque, anche e soprattutto del primo Occidente, cioè dell’Europa. La nozione di un Occidente senza pensiero costituisce una sintesi assai evocativa di una situazione di vuoto culturale che si sarebbe instaurata, sulle sponde atlantiche, pressappoco con l’affievolirsi delle cosiddette ideologie, proprio quelle ideologie peraltro già in crisi che avevano avuto il loro ultimo momento di gloria nell’ambito della Guerra fredda.

2. Sulla cosiddetta fine delle ideologie sono state ormai scritte intere biblioteche[2]. Daniel Bell, già alla metà del secolo scorso, parlava di una «exhaustion of political ideas». Su questa “fine”, e su altre “fini”, la baldanzosa corrente filosofica postmodernista ha campato di rendita per alcuni decenni. Qualcuno ha anche provato a ipotizzare una fine della storia. Con la fine delle ideologie, comunque si valuti l’evento, ci si poteva attendere il luminoso inizio di una nuova prospettiva culturale, scevra di ideologismi, realistica, con i piedi ben piantati in terra, capace di guidarci con sicurezza nell’affrontare le difficili sfide che abbiamo di fronte. Invece, a quanto pare, l’ipotesi più probabile è che sia subentrato il vuoto. Un vuoto che non si può soltanto più considerare come un momentaneo smarrimento, una crisi di crescita. Si tratta piuttosto di un vuoto che si appresta a diventare un vuoto permanente, visto che il Muro è caduto nel 1989, quasi quarant’anni fa, 36 per la precisione.

3. Cosa vuol dire che siamo rimasti “senza pensiero”? È proprio vero? Perché non ce ne eravamo accorti prima? O non si tratta forse dell’ennesima moda denigrativa dell’Occidente, tanto popolare nella cultura woke e recentemente denunciata, ad esempio, da Federico Rampini[3]? Le assenze sono decisamente più difficili da rilevare delle presenze. I vuoti non parlano, non protestano, non hanno effetti causali diretti. Per cui occorre un certo tempo perché vengano identificati, perché venga loro attribuito uno status, per così dire, ontologico. Non è facile – soprattutto nel dominio culturale – rendersi conto del fatto che ci manca qualcosa. Che siamo sull’orlo di un buco nero. A parere di chi scrive l’avvertimento acuto della assenza di un pensiero dell’Occidente (e dell’Europa) si è avuto piuttosto tardi, in concomitanza con una serie di fenomeni che avrebbero dovuto avere una interpretazione univoca e una risposta altrettanto univoca da parte dell’Occidente. E invece non l’hanno avuta. Fenomeni come: 1) l’aggressione russa all’Ucraina; 2) la diffusione stessa della cultura woke entro e fuori degli USA; 3) la Brexit che in sostanza ha costituito una scissione dell’Unione Europea; 4) la prima vittoria di Donald Trump alle elezioni nel 2017, l’assalto al Campidoglio e la sua seconda elezione nel 2024; 5) l’aggressione di Hamas nei confronti di Israele e la reazione sproporzionata dello “Stato degli ebrei” nei confronti del territorio di Gaza; 6) lo svuotamento dell’ONU e dei Tribunali internazionali (a seguito delle guerre di Ucraina e di Gaza); 7) in generale, poi, la estrema lentezza e riluttanza con cui si sta realizzando la unificazione europea. Se si vuol essere un poco più drastici, il blocco ormai pluridecennale del processo di unificazione europea. Se ne potrebbero citare altri.

Questi meri fatti hanno diviso profondamente il mondo della politica, gli intellettuali e l’opinione pubblica europea e hanno mostrato come, da tempo ormai, fosse diventato impossibile l’impiego di criteri comuni di interpretazione, di fronte a questioni che pure sono di enorme importanza, che pure toccano profondamente i valori e i principi fondamentali. Se di fronte a fatti di questa portata non hai una risposta tendenzialmente univoca, vuol dire che non sai tanto bene chi sei, che non hai propriamente un’identità. È lecito domandarsi se non ci sia un limite nella disomogeneità di pensiero che possa essere sopportato da una società, in termini di coesione e di funzionamento. Una società che peraltro è impegnata in un programma di unificazione politica.

4. Se si guarda alla fase storica precedente, quella della Guerra fredda, avevamo mezzo mondo mobilitato per la costruzione del socialismo, in qualcuna delle sue molteplici varianti (alcune delle quali davvero discutibili). Un altro mezzo mondo era alacremente impegnato nella costruzione delle società democratiche aperte e per resistere alla minaccia del socialismo o comunismo reale. Un “Terzo mondo” era poi impegnato nella costruzione di nuovi Stati nazione, per liberare i diversi Paesi dal colonialismo e dallo sfruttamento straniero. Non si può certo dire che mancassero ideologie, valori e finalità. Non mancava dunque il pensiero. Certo, c’erano dei conflitti e alcuni “pensieri” erano del tutto sbagliati, ma questo è il rischio che si corre sempre quando si è impegnati a fare la storia in qualche modo.

Con l’implosione dell’Unione Sovietica e con la fine della Guerra fredda, l’Occidente, che poteva considerarsi come il virtuale vincitore della lunga contesa, è invece entrato in una sorta di stato comatoso, in una sconcertante assenza di progettualità e di prospettive, in una stupida concentrazione sugli egoismi nazionali e sui particolarismi. Sono diventati così visibili, in un certo senso, i due Occidenti, uno dalla statualità muscolare e l’altro dalla statualità evanescente. L’Occidente europeo evanescente ha delegato all’altro, agli USA, una serie importante di responsabilità[4] collettive e questi – oggi possiamo affermarlo con totale certezza – si sono dimostrati assolutamente incapaci, assolutamente non all’altezza del compito. Con una “assenza di pensiero” forse ancora più plateale di quella diffusa in Europa. Basta nominare, uno in fila all’altro, i recenti Presidenti americani. Ve li trascrivo qui di seguito per comodità. Richard Nixon (1969-1974), Gerald Ford (1974-1977), Jimmy Carter (1977-1981), Ronald Reagan (1981-1989), George H. W. Bush (1989-1993), Bill Clinton (1993-2001), George W. Bush (2001-2009), Barack Obama (2009-2017), Donald Trump (2017-2021), Joe Biden (2021-2025) e Donald Trump (2025-). Messi così, uno in fila all’altro, che impressione vi fanno? Riuscite a identificare una qualche linea di pensiero?

5. Gli ultimi quarant’anni della nostra storia, nel primo e nel secondo Occidente, ci mettono drammaticamente di fronte a questo vuoto di prospettiva, vuoto di politica, vuoto di cultura, vuoto, appunto, di pensiero. Un vuoto che si sta facendo sempre più evidente nella misura in cui i problemi, abbandonati a se stessi, urgono per una soluzione e si incancreniscono sempre più. Nel proseguimento di questo saggio – che non va propriamente inteso come una recensione – prenderò in considerazione soprattutto la parte introduttiva e la parte conclusiva del libro di Schiavone, al solo scopo di meglio caratterizzare questo fenomeno, oggi per me divenuto evidentissimo, di un Occidente senza pensiero.

6. Così esordisce Schiavone nel suo libretto: «Nel quadro delle conoscenze e dei saperi che alimentano la vita pubblica delle nostre società […] si è aperto da qualche tempo, nell’indifferenza generale, un vuoto inquietante. Prodottosi quasi di colpo, ha per causa un fatto senza precedenti, con conseguenze che si stanno rivelando via via più disastrose: la scomparsa dalla scena d’Europa del grande pensiero sull’umano: filosofia, teoria politica, scienze storiche e sociali»[5].

Va notata qui l’espressione “pensiero sull’umano”, una terminologia di cui sembra si sia persa decisamente l’abitudine. Vorrei ricordare che anche le atroci lacerazioni del Novecento vertevano comunque, bene o male, intorno a un qualche “pensiero sull’umano”. L’amaro tribunale della storia ha alfine decretato qualcosa di abbastanza preciso, intorno all’umano e al disumano. Qualcosa abbiamo dovuto forzatamente imparare. Oggi, per contro, l’umano e il disumano sono mescolati in una poltiglia inestricabile: Hamas, Trump, Putin, Netanyahu, cui possiamo aggiungere, fuori Occidente, gli ayatollah, i talebani e diverse varietà di islamisti. Ma anche Xi e Kim Jong-un. Eppure ci siamo così abituati che invocare l’umano oggi suscita senz’altro, presso il pubblico, ilarità e compassione.

Schiavone qui giustamente denuncia il progressivo venir meno della cultura umanistica nell’attuale contesto europeo, e più ampiamente nel contesto di quello che suole definirsi come Occidente. È implicito nel suo discorso che la cultura umanistica costituisca ancora una componente fondamentale nella definizione degli orientamenti di una società. Possiamo aggiungere che non assistiamo soltanto a un venir meno della prospettiva umanistica e alla proliferazione del cinico disincantato, stiamo assistendo a una promozione sfacciata dell’antiumanismo, in una varietà di forme che hanno sempre più successo o che comunque, invece di una condanna, suscitano solo benevola indifferenza[6]. Difendere l’umanismo oggi significa spesso fare la parte dell’anima bella che sogna i bei tempi andati. Significa essere malamente apostrofati dai truci realisti della politica che oggi abbondano più che mai. Questa tendenza antiumanistica si accompagna costantemente con lo screditamento della modernità, lo screditamento della tradizione stessa dell’Occidente e con l’implicito e conseguente screditamento della democrazia.

7. Schiavone chiama direttamente in causa le humanities: filosofia, teoria politica, scienze storiche e sociali. Altre volte cita le discipline giuridiche, l’etica, l’economia. Chi scrive si è occupato di filosofia e scienze umane fin da quando era sui banchi di scuola. Ebbene, la filosofia occidentale, nella sua versione continentale, sta attraversando una crisi epocale dalla quale difficilmente riuscirà a riprendersi. Ho trattato ampiamente di questo argomento nel mio recente saggio Esiste la filosofia continentale?[7] L’aspetto interessante della questione è il fatto che, a partire dagli anni Settanta la filosofia continentale europea, soprattutto tedesca e francese (la french theory), ha completamente colonizzato le facoltà umanistiche americane, gettando le basi di quella cultura del piagnisteo politically correct, che si svilupperà poi nel movimento stay woke. In altri termini, stiamo importando in forma peggiorativa, come vuoto di pensiero, quello che abbiamo esportato oltre atlantico qualche decennio fa.

Per le scienze sociali è avvenuto un processo inverso. Le scienze sociali americane del primo Novecento, che avevano studiato per prime la nuova società di massa, sono state esportate in Europa, dove hanno avuto una diffusione straordinaria e hanno contribuito alla conoscenza e all’ammodernamento delle società europee, almeno quelle al di qua del Muro. Per decenni le scienze sociali nord americane furono le sole capaci di fare una dura concorrenza all’ortodossia marxista, che pretendeva il monopolio della conoscenza sociale. Esse diedero notevoli contributi ai processi di riforma delle società europee postbelliche. Negli anni Novanta tuttavia le scienze sociali americane caddero vittima dei social studies, del piagnisteo politically correct e lo stesso accadde, di converso in Europa. Con l’avvento del neo liberismo (la Tatcher sosteneva che “la società non esiste”) e con l’abbandono dei grandi progetti di riforma, le scienze sociali cominciarono a perdere qualsiasi ruolo e centralità. Contribuendo così a quel vuoto di pensiero di cui stiamo discutendo.

8. Una delle manifestazioni più tangibili di questo vuoto inquietante è – per Schiavone – la progressiva scomparsa dei Maestri. «Una volta c’erano tra noi i Maestri. Non in un’età ormai lontana, ma appena qualche decennio fa, ancora nel tardo Novecento. Guide da cui non si poteva prescindere e con cui ci siamo a lungo confrontati, fin quasi al passaggio del secolo. Spesso discussi e criticati, e non soltanto seguiti e imitati, ma comunque riconosciuti in grado di misurarsi con le grandi personalità del passato, e di aprire, attraverso quel dialogo, vie inesplorate per affrontare i problemi del presente nella continuità di una tradizione: quella stessa della modernità»[8].

La collocazione cronologica posta da Schiavone, “appena qualche decennio fa”, dell’avvento del vuoto di pensiero, è all’incirca quella che ho segnalato nella mia introduzione. Va poi ricordato che intellettuali e modernità hanno costituito, per secoli, un binomio inseparabile. Gli intellettuali, pur con molte contraddizioni, hanno costantemente svolto il ruolo di coscienza critica della modernità. Anche i conflitti del Novecento sono stati elaborati e consumati nell’ambito di un aspro dibattito intellettuale intorno alla modernità, o a quel che ne restava.

Ma è ora subentrata la postmodernità, la reazione contro la modernità che ha finito per scindere il ruolo stesso degli intellettuali nei confronti della società e della storia. Intellettuali e modernità sono due categorie che hanno subìto, negli scorsi decenni, un attacco violentissimo. Proprio ad opera della postmodernità che, in virtù di questo vandalismo di principio, ha mostrato alla fine la propria vacuità e inconsistenza. Senza l’apporto della modernità, senza il ruolo degli intellettuali, abbiamo perso progressivamente la capacità di pensare al nostro passato, al nostro presente, al nostro destino. Abbiamo rinunciato a domandarci chi siamo, donde veniamo, dove andiamo. Con chi ci accompagniamo.

9. Schiavone usa alcune pagine per elencare una nutrita schiera dei grandi Maestri cui faceva riferimento in apertura. «Era insomma la grande cultura formatasi nel cuore del ventesimo secolo che continuava a svolgere il proprio ruolo, e finiva con l’illuminare un’intera civiltà. […] Di comparabile a tanta ricchezza, oggi non rimane più nulla: ed è così che il buio è sceso senza preavviso sul cuore dell’Occidente. I primi risultati sono sotto gli occhi di tutti: un’America irriconoscibile, e un’Europa che tace o balbetta»[9].

Si noti che l’elenco dei Maestri citati, che qui non riporto e discuto per brevità, comprende posizioni culturali anche assai diverse e talvolta incompatibili. In omaggio dunque alla natura sempre conflittuale del pensiero. Per quel che riguarda invece il buio che ha colto il secondo Occidente, ci dovremmo soffermare a lungo sulla cultura woke, che è insieme causa e conseguenza della sparizione dei grandi Maestri e del rifiuto della modernità. Luca Ricolfi nel suo saggio sul Follemente corretto[10] ha esaurientemente descritto il fenomeno e ne ha tracciate alcune linee interpretative. Il politically correct e la cultura woke, con tutti i loro annessi e connessi, hanno gravemente minato la libertà di pensiero, uno dei principi cardine dell’Occidente.

10. Tuttavia Schiavone mette anche l’accento sul deterioramento qualitativo della produzione culturale. Ciò ovviamente mette in causa i meccanismi stessi della produzione e riproduzione dei saperi umanistici. Afferma Schiavone che: «[…] se si considerasse l’elenco dei docenti di una qualunque importante Facoltà umanistica in Francia, in Germania, in Italia qual era quaranta o cinquanta anni fa, e lo si mettesse a confronto con coloro che vi insegnano oggi, sarebbe arduo sottrarsi all’impressione di una distanza crescente e incolmabile, se appena si avesse una cognizione non superficiale delle materie prese in esame: filosofiche, storiche, giuridiche, sociologiche»[11].

Va osservato, da parte nostra, che l’appiattimento qualitativo riguarda non solo l’offerta culturale, ma anche il lato della domanda. Le capacità medie conseguite dagli studenti nelle nostre scuole sono in caduta libera. Lo stesso vale per le capacità medie dei cittadini di svolgere efficacemente i doveri loro prescritti dalla Costituzione. Anche su questo appiattimento ormai esiste una letteratura ampia e ben documentata.

11. Ciò vale perfino – ci permettiamo di aggiungere – nel campo dell’intelligenza. Secondo gli studiosi dell’effetto Flynn, nei Paesi occidentali anche l’intelligenza media avrebbe cessato di crescere. L’Effetto Flynn[12] era quel fenomeno, ben conosciuto dagli psicologi, per cui le prestazioni nei test di intelligenza tendevano a crescere col passare del tempo (3 punti ogni decennio). Questo fenomeno era stato rilevato sulla base dell’accumulo dei dati conseguenti alla pratica sistematica della somministrazione dei test di intelligenza diffusa in varie nazioni e istituzioni. Dall’inizio del nuovo secolo sono comparsi diversi studi che testimoniano di un arresto del fenomeno di crescita dei punteggi medi nei test di intelligenza. O, addirittura, sembrano avallare la presenza generalizzata di un effetto Flynn rovesciato. Col passare del tempo, le prestazioni individuali nei test di intelligenza non solo avrebbero cessato di crescere ma addirittura tenderebbero a diminuire. La cosa è tuttora controversa sul piano statistico, ma decisamente allarmante, se collegata ad altri sintomi di degrado del livello culturale medio delle nuove generazioni.

12. Eppure viviamo in un’epoca formidabile di progresso tecnico scientifico. Abbiamo fotografato i buchi neri, abbiamo scoperto il bosone di Higgs e intercettato le onde gravitazionali. L’intelligenza artificiale contribuisce a migliorare la nostra vita in un’enorme quantità di settori. Schiavone precisa che, a suo giudizio, il vuoto di pensiero incombente concerne proprio il contesto delle humanities, visto che, per quel che riguarda le scienze della natura, non pare proprio esserci alcuna crisi alle porte. Non abbiamo dunque a che fare con disturbi funzionali di base, visto che nel campo scientifico hard il prodotto è rimasto per ora del tutto competitivo. Abbiamo proprio a che fare col vuoto di pensiero sull’umano. Un autentico smarrimento. Come un gigante dotato di un’enorme muscolatura, ma col cervello di un moscerino.

Schiavone confronta l’epoca della prima Rivoluzione industriale, quando il passaggio d’epoca fu caratterizzato da un intenso lavorio culturale allo scopo di comprendere le trasformazioni che stavano avvenendo, con l’epoca nostra, un’epoca di grandi trasformazioni che avvengono in una totale mancanza di comprensione. «Ma questa volta dov’è il pensiero – filosofico, economico, sociale, politico, giuridico, etico: in una parola, l’indagine sulle società e sull’umano in trasformazione e sui loro nuovi caratteri – che dovrebbe fare da guida al passaggio d’epoca, orientandone direzione e conseguenze, come è accaduto con le grandi rivoluzioni della modernità?»[13]. Stiamo, in altri termini, vivendo una grande trasformazione con gli occhi completamente bendati.

13. Insiste Schiavone: «Quello che manca è in particolare una cultura – storica, filosofica, sociale – che si ponga il problema di una lettura d’insieme dei processi che si stanno sviluppando nel mondo, dei loro caratteri e delle loro tendenze, e che offra soluzioni innovative alla politica. Un pensiero che analizzi da vicino, con capacità teorica adeguata, il salto di qualità avvenuto nella struttura dell’economia capitalistica in seguito alla rivoluzione tecnologica, con il definitivo tramonto della centralità storica del lavoro umano produttivo di beni materiali – il lavoro della classe operaia. Un passaggio, quest’ultimo, che ha posto fine a un intero tratto della modernità, ha provocato il crollo dei regimi comunisti, e ha portato alla nascita di uno specifico meccanismo unico di tecnica e di economia per la prima volta senza alternative nell’intero pianeta – sul quale tuttavia sappiamo pochissimo dal punto di vista della sua teoria e della sua critica»[14].

Qui torna uno dei problemi su cui Schiavone aveva già insistito, in passato, e cioè «il definitivo tramonto della centralità storica del lavoro umano produttivo di beni materiali». Si tratta di un motivo ben presente nel suo Sinistra! Un manifesto del 2023[15]. La presenza del conflitto di classe aveva caratterizzato i due secoli precedenti della modernità e aveva monopolizzato i dibattiti intorno alla configurazione della società. Intorno alla società giusta. Ora quella centralità storica non c’è più e ciò imporrebbe lo sviluppo di un nuovo pensiero intorno al futuro stesso delle società occidentali. Un manifesto, appunto, per una nuova sinistra[16]. Ma la sinistra europea appare ammutolita e in difficoltà. Non parliamo poi dei Democratici americani. Sia le destre tradizionali, sia le sinistre, che bene o male avevano entrambe una qualche solida visione della società e della storia, sono oggi soppiantate dal non pensiero dei populismi organizzati, spesso inestricabilmente rossobruni, nazicomunisti nei loro fondamenti. A ogni consultazione elettorale questi registrano incrementi preoccupanti di consensi.

14. Così Schiavone sintetizza la situazione: «L’Occidente è rimasto in tal modo orfano della sua stessa intelligenza: che lo ha lasciato all’improvviso completamente solo, a metà strada di un cammino incompiuto. E ne è rimasta orfana in particolare la politica, sia progressista sia conservatrice. Una specie di nuovo “tradimento dei chierici”, consumato quando mettere in campo nuovo pensiero sarebbe stato indispensabile per concepire e realizzare scenari adeguati alle peculiarità della nuova realtà capitalistica e al suo rapporto con la tecnica e con la politica»[17]. In questi passi si evoca il tradimento dei chierici, uno smarrimento cioè della funzione intellettuale, un inchino del mondo della cultura a interessi totalmente estranei. Il riferimento ovviamente va a Julien Benda (1867-1956) e al suo noto Tradimento dei chierici (1927)[18]. E il tradimento dei chierici ha avuto effetti esiziali sulla politica: «E invece proprio nel momento cruciale del salto, il circuito delle conoscenze si è interrotto. E la politica è diventata cieca, senza concetti e categorie in grado di leggere oltre la superficie dei processi che ci coinvolgono, nei caratteri e nelle tendenze di lunga durata del mutamento»[19].

La debolezza della politica è senz’altro un effetto della debolezza del pensiero. Il problema è che, in un simile quadro, pare davvero impossibile che la politica riesca a porre un qualche rimedio alla stessa debolezza del pensiero. L’immagine che se ne trae è quella di un Occidente sempre più invischiato in un circolo vizioso autolesionistico. Invece di politica e cultura, come in Norberto Bobbio, avremo sempre più politica senza cultura.

15. Non seguiremo da vicino i vari capitoli nei quali Schiavone approfondisce la propria analisi. Dove si affrontano questioni come il degrado della politica, la globalizzazione, l’impatto delle nuove tecnologie, i problemi della democrazia, la situazione americana. Le conclusioni di Schiavone si aprono con un’affermazione davvero impegnativa: «Solo una rivoluzione intellettuale e morale dell’intera cultura europea di portata eguale alla trasformazione che stiamo vivendo potrà essere in grado di indirizzare per il meglio il cambiamento in cui siamo immersi. Perché lo ripetiamo: la tecnica dona potenza, non assicura salvezza. Stabilisce la direzione e l’irreversibilità del cammino, contribuendo a fissare la forma dell’umano attraverso l’aumento del suo controllo sulle proprie condizioni materiali di esistenza; non garantisce il buon esito dell’intero viaggio»[20].

La tecnica ci rende sempre più forti ma non può darci alcuna indicazione su come usare proficuamente questa stessa forza. Mentre i vari corifei della sinistra in senso lato invocano il disarmo, oppure gli ennesimi provvedimenti di tutela a favore di questi o quelli – quelli che non arrivano alla fine del mese – oppure ancora evocano il diritto alla rivolta e il ritorno alla lotta di classe, ebbene Schiavone va contro corrente e avverte che è necessaria principalmente una «rivoluzione intellettuale e morale», due rivoluzioni con cui nell’immediato «non si mangia». Due rivoluzioni senza cui non sapremmo neanche quale sia la meta verso cui andare. Non ci mancano i mezzi, ci mancano i fini. O forse ne abbiamo di troppi, e di confusi. Il che è come non averne neanche uno.

16. Sarebbe allora da fare una riflessione profonda intorno al significato di queste parole. Cosa significa «rivoluzione intellettuale e morale»? In estrema sintesi, così interpreto io, l’Occidente senza pensiero ha coltivato – ancora una volta – la fiducia nei meccanismi automatici. Come quando aveva creduto alle leggi marxiane della storia. Oggi si tratta della fiducia nelle leggi automatiche dei mercati, nella iniziativa individuale e nella concorrenza, nello slogan «Enrichissez vous!», nella fiducia del gocciolamento del benessere verso tutti gli strati della società. L’Occidente senza pensiero ha fatto di tutto per ridurre ai minimi termini lo Stato e le istituzioni, per dare mano libera alla vandalica deregulation. È stata questa una comune ubriacatura che ha coinvolto sia la destra sia la sinistra. Destre e sinistre che la capacità di pensare l’avevano forse persa da tempo. Così ci siamo ritrovati immersi nel populismo e stiamo così mettendo a repentaglio le stesse istituzioni democratiche. L’Occidente europeo ha pensato che bastasse «laissez faire, laissez passer». Che bastasse stare a guardare, e tutto si sarebbe aggiustato da sé.

17. Ora, a quanto pare, la storia ci sta presentando il conto, e non sappiamo cosa fare. Il fatto è che – di questo dobbiamo davvero convincerci – la società va pensata. La società è fatta proprio per essere pensata. Soprattutto le società altamente complesse come le nostre. Per le quali occorre un pensiero di pari complessità. Invece abbiamo creduto alle semplificazioni. Da noi, per stare a casa nostra, abbiamo creduto al pensiero semplice di Berlusconi, di Bossi, di Renzi, di Grillo, di Meloni, di Salvini. Mi spiace molto dirlo, ma anche quello di Schlein e di Landini, di fronte ai problemi che abbiamo davanti, è puro pensiero semplice[21].

In Europa, pensare di continuare a sopravvivere come uno Stato senza Stato (che non unifichi in sé le fondamentali prerogative di uno Stato) è puro pensiero semplice, come quello dei pacifinti che vogliono la pace e la sicurezza, non vogliono la NATO e non vogliono spendere una lira per comperare le cartucce. Pensiero semplice anche quello dei governi europei che vorrebbero, a fasi alterne, una politica estera di grande potenza, senza però cedere alcun potere a un Ministro degli esteri europeo di un Governo europeo. Purtroppo siamo guidati dal pensiero semplice e gli elettori, divenuti semplici anch’essi, non sembrano neanche più persuasi di dover andare ogni tanto a votare. Non vanno più a votare non perché siano delusi dalla politica ma perché sono divenuti incapaci di un qualsiasi pensiero effettivamente politico. Ricordo che gli esponenti del secondo partito di opposizione italiano andavano in parlamento agitando l’apriscatole. Non solo intellettuali senza pensiero dunque, ma anche elettori senza pensiero.

18. Già, ma allora, come possiamo fare per recuperare un pensiero alto, degno dell’Europa e dell’Occidente migliore? Davvero all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte? Schiavone si pone il problema, ma qui mi permetto di dubitare alquanto sulla fattibilità della sua proposta. Dice: «[…] almeno in Europa, per rimettere in moto la macchina del pensiero serve una scossa esterna al mondo delle idee, tanto forte da rendere possibile la ripresa del cammino interrotto. Un impulso che può venire soltanto dalla politica: da una politica che sappia spezzare con la forza di una decisione il vuoto di idee che la circonda. E questa non può consistere in altro se non in un passo avanti decisivo verso l’unificazione del continente»[22].

Qui Schiavone incorre purtroppo in una qualche circolarità di pensiero, visto che, nella introduzione ha sostenuto che proprio il vuoto di pensiero confina la politica alla mera amministrazione. Come farà una politica priva di pensiero a trovare da sé la forza di una decisione? Personalmente una risposta ce l’ho, ed è una risposta poco piacevole. Solo una colossale esternalità negativa, una grave catastrofe, potrà costringere i nostri maestri del pensiero semplice a prendere decisioni forti. A prendere finalmente le ovvie decisioni indispensabili. Non resta che sperare nella catastrofe.

19. Così l’Occidente si è cacciato in un circolo vizioso che lo condanna a rendimenti sempre più bassi. A continuare a rimandare e ad attendere, come se avessimo davanti un tempo infinito. Certo, è comodo fare l’ammuina. Schiavone avverte che: «Progresso tecnico e scadimento morale e sociale possono coesistere, entro certi limiti. Con la conseguente deriva verso un mondo in cui l’anomia sarà diventata la regola di un suprematismo capitalistico – tecnologico fuori controllo: segnato dal dominio di minoranze più o meno ristrette – arroccate nei privilegi derivanti dalla loro posizione rispetto al dispositivo tecnoeconomico globale – su moltitudini uniformate dalla comune sconfitta e dal patimento condiviso della sopraffazione»[23]. L’Amministrazione Trump è oggi un perfetto esempio di coesistenza di progresso tecnico e scadimento morale, intellettuale e sociale. Questo è forse il destino che ci aspetta.

Rincarando la dose, secondo Schiavone oggi ci troviamo in: «Una congiuntura in cui la capacità del pensiero sull’umano di padroneggiare e di orientare verso paradigmi di razionalità fondati sul bene comune quel potere di trasformazione del reale che stiamo acquisendo con tanta velocità appare drammaticamente ridotta, se non addirittura azzerata. Se non riusciremo a riequilibrare in corsa questo scompenso; se una parte di quella che chiamiamo la nostra civiltà continuerà a rimanere indietro rispetto all’altra, il prolungarsi del ritardo renderà realistiche ipotesi di futuro nelle quali l’aver cancellato la comune identità dell’umano diverrà il principale carattere di una costituzione materiale del pianeta fondata esclusivamente sulla discriminazione e sul dispotismo»[24].

Val la pena di aggiungere che non sarà certo demandando alla intelligenza artificiale la soluzione delle maggiori questioni – come qualcuno auspicherebbe – che risolveremo il nostro deficit di pensiero. Un imbecille con l’AI diventa un imbecille al quadrato. C’è già chi pensa di infilare l’intelligenza artificiale nelle scuole, così avremo finalmente il pensiero semplificato a disposizione di tutti, paziente, autorevole, efficiente e del tutto incontrollabile. Non sono tra gli scettici oppositori della AI, sono piuttosto tra gli scettici che dubitano della nostra capacità di controllare la AI, cui ci stiamo affidando con tanta disinvoltura e dabbenaggine. Anche qui è in gioco il vuoto del pensiero. Chi pensiero non ha, non può darselo artificialmente.

20. Schiavone manifesta tuttavia, nonostante tutto, un certo ottimismo: «[…] nonostante tutti gli ostacoli che si frappongono, credo che in questo frangente sia proprio dall’Europa che possa partire il primo e più forte segnale di risveglio; che sia da qui che si possa riannodare il filo spezzato del nostro pensiero»[25]. Schiavone entra qui nel merito di alcuni punti di forza restanti su cui l’Europa potrebbe basarsi per dare il via a una ripresa. In effetti, dopo il declino ormai palese e profondo della democrazia americana, del secondo Occidente, non resta che riporre qualche speranza nel primo Occidente. Effettivamente se il patrimonio di pensiero dell’Occidente non è rimasto da qualche parte in Europa, può allora esser tranquillamente dichiarato in via di estinzione. Basti pensare al trattamento inferto da Trump alle università americane per rendersi conto che da quelle parti non verrà più fuori alcunché, per un bel po’. Bisogna riconoscere che Alexandr Dugin, al di là del suo tono profetico ed esaltato, nei suoi scritti è andato vicino a una diagnosi ben precisa della capitolazione dell’Occidente di fronte all’Euroasiatismo. In un suo scritto[26] di qualche anno fa aveva individuato proprio in Trump il capofila inconsapevole della reazione dei popoli del Mondo contro l’Occidente, irrimediabilmente corrotto e pervertito.

Comprendiamo che Schiavone, nel suo ruolo di pubblico intellettuale, si sforzi di mostrare un volto tutto sommato ottimistico. Comprendiamo come si sia sentito in dovere di considerare la partita del pensiero dell’Occidente ancora come aperta. Di mostrare una strada praticabile per uscire dalla crisi. Di considerare come ancora non del tutto perduto il nostro patrimonio di pensiero, la nostra scala di valori e le nostre istituzioni. In questo senso, il suo saggio è un appello. Purtroppo la sua diagnosi è perfetta, ma una eventuale prognosi positiva è invece dipendente da una miriade di condizioni che, se considerate da vicino, non possono che risultare altamente improbabili.

21. Il lettore, compulsando attentamente il testo di Schiavone, potrà farsi un’idea di quanto realistiche siano le possibilità di successo di un programma di rinascita del pensiero europeo da lui intravisto e propugnato. Personalmente, siamo alquanto più pessimisti e il vuoto di pensiero dell’Occidente oggi ci sembra ormai decisamente irreparabile. Più che di un improbabile programma di rinascita, oggi ci pare quanto mai necessario un programma di resistenza. Un appello disperato che chiami alla resistenza le poche forze del pensiero d’Occidente sopravvissute, e non ancora del tutto stravolte. Una resistenza, appunto, intellettuale e morale. Una resistenza destinata tuttavia a diventare sempre più clandestina, sempre più confinata nei bantustan o nelle riserve indiane. Il trattamento inferto da Trump alle università americane è di una chiarezza esemplare. Una resistenza nella lucida consapevolezza che la guerra è stata ormai perduta, che i barbari sono alle porte e che domineranno per secoli. Si tratta allora di mettere da parte e conservare i codici, ricopiare e commentare i testi, trasmettere la tradizione, tenere acceso il lumicino in attesa di un’improbabile nuova alba. Proprio come i monaci irlandesi nei secoli bui della decadenza europea.

Opere citate

1960 Bell, Daniel, The End of Ideology. On the Exhaustion of Political Ideas in the Fifties, Harvard University Press, Cambridge. Tr. it.: La fine dell’ideologia. Il declino delle idee politiche dagli anni Cinquanta a oggi, SugarCo Edizioni, Milano, 1991.

1958 Benda, Julien, La trahison des clercs, Editions Grasset, Paris. [1927]

2021 Dugin, Alexandr, Contro il Grande reset. Manifesto del Grande risveglio, AGA Editrice.

2022 Rampini, Federico, Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori, Mondadori, Milano.

2024 Rampini, Federico, Grazie Occidente!, Mondadori, Milano.

2024 Ricolfi, Luca, Il follemente corretto. L’inclusione che esclude e l’ascesa della nuova élite, La nave di Teseo, Milano.

2023 Schiavone, Aldo, Sinistra! Un manifesto, Einaudi, Torino.

2025 Schiavone, Aldo, Occidente senza pensiero, Il Mulino, Bologna.


[1] Nella scrittura di questo saggio non ho fatto uso alcuno di strumenti di intelligenza artificiale.

[2] La prima occorrenza della questione risale al 1960. Si veda Bell 1960.

[3] Cfr. Rampini 2022 e Rampini 2024.

[4] Tra queste responsabilità, attribuite di fatto dall’Europa agli USA, abbiamo la difesa (attraverso la NATO), il governo monetario e del commercio internazionale, la politica internazionale, il controllo degli Stati canaglia, il governo delle crisi internazionali derivanti da alcuni Paesi ex comunisti e dall’insorgente fondamentalismo islamico, compresa anche la lotta al terrorismo. Possiamo aggiungere la responsabilità della salvaguardia e della promozione delle organizzazioni internazionali. A uno sguardo retrospettivo, gli USA hanno fallito in tutti questi compiti. Marcatamente, in politica internazionale hanno fallito sulla questione israelo-palestinese, hanno fallito in Iraq e in Afghanistan. Solo per elencare le crisi più importanti. Per quanto riguarda le organizzazioni internazionali, gli USA hanno dato un notevole contributo al loro indebolimento.

[5] Cfr. Schiavone 2025: 15.

[6] Fanno parte dell’antiumanismo, a nostro parere, anche il transumanismo e il postumanismo nelle loro varie e confuse manifestazioni.

[7] Si veda Finestre rotte: Esiste la filosofia continentale?

[8] Cfr. Schiavone 2025: 16.

[9] Cfr. Schiavone 2025: 19.

[10] Cfr. Ricolfi 2024.

[11] Cfr. Schiavone 2025: 20.

[12] Dal nome dello psicologo neozelandese James Robert Flynn (1934-2020).

[13] Cfr. Schiavone 2025: 25.

[14] Cfr. Schiavone 2025: 26-27.

[15] Cfr. Schiavone 2023.

[16] In un mio saggio precedente ho analizzato dettagliatamente il Manifesto di Schiavone. Per chi fosse interessato, si veda Finestre rotte: Prolegomeni a una nuova sinistra.

[17] Cfr. Schiavone 2025: 30.

[18] Cfr. Benda 1958.

[19] Cfr. Schiavone 2025: 30.

[20] Cfr. Schiavone 2025: 123.

[21] Mi permetto qui di richiamare la mia recente analisi sui Referendum del giugno 2025: Finestre rotte: Referendum 2025.

[22] Cfr. Schiavone 2025: 123.

[23] Cfr. Schiavone 2025: 124.

[24] Cfr. Schiavone 2025: 124.

[25] Cfr. Schiavone 2025: 124-125.

[26] Cfr. Dugin 2021.